Sono sbucati poco dopo le dieci, trasformando piazza della Vittoria in una cocente delusione per tutti, a cominciare dagli operai che hanno arrotolato le bandiere e se ne sono tornati a casa, o in fabbrica per il loro turno. La manifestazione, 20mila persone, era filata liscia fino a quel momento, con gli striscioni e le insegne dei sindacati e di chi lavora nell'indotto del colosso, un serpentone che ha attraversato una città col fiato sospeso già di prima mattina. Il corteo è partito dal «Ponte di pietra» con Susanna Camusso in testa alle migliaia di lavoratori, un cappellino rosso per il sole cocente, sul palco erano già intervenuti Angeletti - «non accetteremo la chiusura per nessuna ragione nessuna motivazione» - e Bonanni «è impensabile perdere ventimila posti di lavoro». Toccava a Landini, il segretario Fiom aveva appena preso la parola quando è piombato l'altro pezzo del corteo che era partito dall'Arsenale. «Si ai diritti No ai ricatti: salute, ambiente, reddito, occupazione»: un grande lenzuolo bianco per presentare il «Comitato cittadini e lavoratori liberi e pensanti», «uomini e donne stanchi dover scegliere tra lavoro e salute» che chiedono allo Stato e alla famiglia Riva di pagare il conto e non hanno parole tenere con i sindacati che «in fabbrica ormai fanno solo patronato, tipo la denuncia dei redditi, e zero per i diritti». Partono cori da stadio contro il palco degli oratori. «La rovina dell'Italia siete voi» cantano quei quaranta, cinquanta stipati sul carro trainato da un' ape. Li guida un tipo calvo, pieno di tatuaggi, con una maglietta nera «Amo Taranto», col megafono urla e verso il palco fa il gesto con la mano, via via, adesso parliamo noi. Vola qualche uovo, nell'aria satura di afa si liberano fumogeni rossi, la tensione sale, polizia e carabinieri abbassano la visiera e impugnano i manganelli, la passione di poco prima diventa tensione e si teme il peggio, coi nervi scoperti. Dal palco l'annuncio «la manifestazione si trasferisce in piazza Garibaldi», ma la gente si disperde e sciama via lentamente: è durata poco più di un'ora, la prima grande manifestazione per difendere il futuro di Taranto, la vita e il lavoro di una comunità che è stata «stuprata già negli anni sessanta, con l'Italsider», come dice Marco Tullio, da 15 anni in cokeria nonostante una laurea in economia e commercio, ma che qui ha rinunciato subito a fare il libero professionista come faceva a Bologna, tanto tempo fa. Restano però dei capannelli di persone, molti hanno la tuta dell'Ilva addosso, tira un'aria mogia, un po' rassegnata. «Sono 50 anni che c'è questo inquinamento e non è solo colpa dell'Ilva, non capisco perché questo accanimento» parla adagio ma chiaro Elisabetta, una delle poche donne che lavorano dentro la balena di ferro. Una delle pochissime che sono riuscite a resistere come nastratrici, dove ci vogliono mani piccole e molta rapidità di gesti, e molte sue colleghe hanno dovuto mollare. «Ho 45 anni e due figli ma sono divorziata, li devo mantenere io e se l'Ilva chiude che faccio?». Un altro, Leonardo, Rsu in fabbrica e servizio d'ordine del sindacato in piazza, spiega che «quelli che hanno interrotto la manifestazione sono solo uno zoccolo deluso, contano per lo 0,2% di tutti noi operai». Lui che, da tecnico di area, «ho poi cambiato incarico perché mi avrebbero costretto a torturare i miei colleghi con i metodi e i ritmi di lavoro». Girano tra gli operai diversi capireparto, hanno tute blu cobalto e un cartellino giallo sul fianco. Uno di lui imbocca il fischietto quando comincia a parlare Bonanni e non smette più. Come altri che dentro la fabbrica hanno ruoli di responsabilità, guida la piazza anche nella contestazione. «Stavolta però sono venuti finalmente in piazza anche loro, anche i capireparto, perché hanno capito che non soILCASO ILVA Alta tensione nella manifestazione di ieri Sul palco lanciati fumogeni e uova Camusso (Cgil): «Rubata la piazza ai lavoratori Non si risana un impianto fermandolo» SALVATOREMARIARIGHI INVIATO A TARANTO Ventimila a Taranto Blitz dei Cobas comizio interrotto . . . Sindacati uniti Angeletti: no alla chiusura Bonanni: impensabile perdere posti di lavoro . . . Landini (Fiom), aveva appena preso la parola quando è successo il finimondo 8 venerdì 3 agosto 2012
SEGUEDALLAPRIMA Il dottor Ingroia dovrebbe conoscere la mia storia per sapere che la lotta alla mafia non l'ho fatta silenziosamente e non ho mai criticato l'attività pubblicistica dei magistrati, anche quando interferiva in processi in corso. Il mio primo «incontro» con la mafia l'ho avuto nel settembre del 1944 (avevo vent'anni) quando accompagnai Li Causi a Villalba per un comizio nel paese dominato dal capo mafia Calogero Vizzini dove era stato imposto il silenzio: la mafia non esisteva! E infatti mentre Li Causi parlava si scatenò l'inferno con lancio di bombe a mano e colpi di pistola che ferirono gravemente il segretario del Pci. Altro che silenzio! Nel 1948, dopo la strage, sono andato a Portella delle Ginestre a fare il comizio del primo maggio. Altro che silenzio! E l'anno successivo, dopo l'uccisione di Rizzotto, guidai l'occupazione delle terre a Corleone: fui processato insieme a La Torre, e condannato a un anno e sei mesi. Altro che silenzio! Ho scritto migliaia di articoli, libri e pronunciato discorsi in Parlamento contro la mafia, quando non veniva nemmeno scritta la parola. Non posso, quindi, sul silenzio e sul parlare, prendere lezioni dal dottor Ingroia. Ma veniamo al dunque. Lascio ai lettori le argomentazioni addotte sulla solidità o sulla fragilità della indagine della procura palermitana. Io confermo i miei dubbi. E un giurista, che Ingroia considera suo maestro, Giovanni Fiondaia, sulla consistenza giuridica dell'accusa ha espresso più di un dubbio. Ma il tema di una presunta «ragione di Stato» l'ha sollevato il dott. Ingroia. E a lui ho correttamente chiesto a cosa e a chi si riferissero le sue parole. Tuttavia, anche nel suo più recente articolo, svicola e dice che dovrebbe essere la «politica» (chi?) a dire se c'è o non c'è la «ragione di Stato». E allora, vediamo di ragionare seguendo i fatti e la logica politica, dato che le istituzioni vengono chiamate in causa. Dopo la strage di Capaci, nelle istituzioni si verifica una “rivoluzione”: dopo le elezioni del 1992 il candidato del pentapartito a presidente della Repubblica (Andreotti è bruciato), Forlani, non passa. E anche con l'iniziativa di Pannella, venne eletto Oscar Luigi Scalfaro considerato a ragione uomo ligio alla Costituzione e certo non condizionato dalla mafia. Presidente del Senato fu eletto Giovanni Spadolini, uomo senza macchia, la cui fedeltà alle istituzioni è fuori discussione. Alla Camera il nome largamente votato fu quello di Giorgio Napolitano il cui scrupolo costituzionale è noto e al governo c'era un'altra persona, Carlo Azeglio Ciampi, su cui non c'è che da ricordare la sua opera di fedele servitore dello Stato democratico. Quale istituzione avrebbe ceduto tra il 1992 e il 1994, quando si svolgono le elezioni? Ci fu l'infedeltà di persone a servizio di apparati statali? Bene, si accerti senza remore e senza alibi tutta la verità. Nell'articolo criticato da Ingroia avevo scritto che l'inchiesta è fragile, ma legittima. Vedremo. C'è una ultima questione che va chiarita. Il dottor Ingroia, criticando il mio articolo, imprudentemente, scrive: «ignora la storia (parla di me) perché nel suo excursus dimentica addirittura la “madre di tutte le trattative”, quella intermediata da Lucky Luciano che consentì il sostegno della mafia allo sbarco delle truppe anglo-americane in Sicilia alla fine del secondo conflitto mondiale». E commenta: «Ebbene sorprende che un uomo politico come Macaluso, che quella stagione ha vissuto, non rammenti che la “convivenza” con la Democrazia Cristiana, partito filo-atlantico e garante di certi assetti politico-sociali, iniziò proprio per effetto di una trattativa, quella trattativa, di Cosa Nostra americana e si esaurì solo quando dopo la caduta del muro di Berlino venne meno la giustificazione politico-internazionale di quella convivenza, degenerata in stabile alleanza». La citazione è lunga, ma necessaria. Anzitutto vorrei dire al dott. Ingroia che nei miei libri sulla Sicilia e sulla mafia l'episodio da lui citato è largamente trattato e commentato. E non sono d'accordo con coloro che descrivono l'intervento della mafia come decisivo per lo sbarco degli alleati. Pesanti invece furono le implicazioni politiche: prima col separatismo e poi con il condizionamento che la mafia esercitò nei confronti del potere politico. Ma lasciamo la storia e andiamo alla cronaca: il dottor Ingroia ha ricordato quel precedente storico perché la «ragion di Stato» cui allude riguarda un'interferenza Usa in quegli anni 92-94? Ebbene, in un mio precedente articolo pubblicato sull'Unità (il 22 giugno scorso) scrivevo: «Alcuni anni fa la casa editrice Laterza pubblicò un libro scritto dal giornalista della Stampa Maurizio Molinari, “L'Italia vista dalla Cia”, in cui si racconta (leggendo documenti Usa) che dopo l'uccisione di Falcone l'Fbi chiese ai ministri Scotti e Martelli di partecipare attivamente alle indagini, ottenendo un pieno consenso. Dopo l'uccisione di Borsellino fu fatta la stessa richiesta, sempre attraverso l'ambasciatore Secchia, ottenendo consenso. E furono fatte riunioni organizzative. Nel dicembre del 1993 il direttore dell'Fbi, Luis Freeh si incontrò a Roma con Conso e Mancino per coordinare la lotta contro la mafia. Documenti Usa non smentiti. Chiedo: la trattativa fu condotta anche alle spalle dell'Fbi?». Un chiarimento su questa questione non è venuto. E Ingroia, come sempre, allude. L'intervento Se le dismissioni sono fatte con giudizio PierPaolo Baretta Capogruppo Pd nella Commissione Bilancio C'ÈUN“PIZZINO“SEGRETOEINQUIETANTECHERISCHIADIDESTABILIZZAREIVERTICIDIMEDIOBANCA,LAPIÙIMPORTANTE ISTITUZIONE FINANZIARIA ITALIANA. L'amministratore delegato Alberto Nagel ha ricevuto un avviso di garanzia dalla Procura di Milano in merito a un presunto accordo segreto stipulato con la famiglia Ligresti che avrebbe beneficiato di una liquidazione di 45 milioni di euro e altri vantaggi per aderire al progetto studiato da Mediobanca di salvataggio della compagnia di assicurazione Fonsai, di proprietà degli stessi Ligresti, da realizzare con un matrimonio con Unipol. La procura deve valutare se davvero si tratta di un patto occulto, tenuto segreto al mercato, per alterare i corsi di Borsa e ostacolare le Autorità di vigilanza. Nagel ha negato questa trama, ma la notizia è deflagrata, ha fatto il giro delle piazze finanziarie del mondo e ha avuto l'effetto di un terremoto in piazza Affari dove Mediobanca ha perso quasi il 10%. Che si ricordi non sono molti gli episodi in cui Mediobanca è stata interessata da inchieste della magistratura nel corso della sua storia. Vent'anni fa all'epoca della crisi del gruppo Ferruzzi-Montedison, allora guidato da Raul Gardini, i vertici dell'Istituto, Enrico Cuccia e Vincenzo Maranghi furono indagati e l'allora capo della Procura Saverio Borrelli pronunciò la famosa frase «Abbiamo acceso un faro su Mediobanca». Cuccia comparve anche in un aula di tribunale, per testimoniare di una tragedia italiana: l'assassinio dell'avvocato Ambrosoli. Fece clamore il suo silenzio quando gli venne chiesto perchè non avvertì l'avvocato delle minacce di morte pronunciate in sua presenza da Michele Sindona. Episodi del passato, si potrebbe dire. Ma nella storia di Mediobanca tutto si tiene, c'è un filo che tiene tutto legato: la capacità, l'intelligenza, il silenzio, anche la complicità di manager e vertici. Oggi non può sorprendere che la magistratura si interessi a Mediobanca in relazione a un suo grande assistito, azionista, cliente. Salvatore Ligresti avrebbe forse limitato le sue ambizioni imprenditoriali e di potere alla costruzione del primo sopralzo in via Savona a Milano se non avesse incontrato Bettino Craxi ed Enrico Cuccia. Il leader socialista e il fondatore di Mediobanca benedirono e accompagnarono la crescita impetuosa e un po' oscura, per la verità, di Ligresti come costruttore e come protagonista silenzioso dei salotti del capitalismo nazionale. Travolto Craxi dalla caduta della Prima Repubblica, anche la cavalcata di Ligresti si interruppe davanti a Mani Pulite, al carcere, alle condanne. Ma fu proprio la Mediobanca di Cuccia, con la sua formidabile rete di assistenza, a garantire non solo la sopravvivenza di Ligresti, che per decenni ha frequentato i consigli di Pirelli, De Benedetti, Corriere della Sera, Ferruzzi ed altri salotti prestigiosi, ma anche il suo ulteriore sviluppo, ad esempio accompagnandolo nell'acquisto della Fondiaria, la “pupilla di Cuccia” come veniva definita la compagnia di assicurazioni di Firenze. Per anni e anni Mediobanca è stata la protettrice interessata di Ligresti, un atteggiamento continuato anche dopo la scomparsa di Cuccia e il siluramento di Maranghi. Il costruttore siciliano si dimostrò così abile da appoggiare l'ascesa del nuovo potente Cesare Geronzio, peraltro poi abbandonato alle prime difficoltà. Ma tanta ambizione, tanta voracità, alla fine si pagano. Il mondo di Ligresti salta in aria con l'ultima crisi finanziaria e con l'impossibilità per Mediobanca di assicurare nuovi finanziamenti, altri privilegi a Salvatore e ai suoi tre figli rapaci che si concedono retribuzioni milionarie e regalie vergognose. È Nagel, il brillante amministratore delegato di Mediobanca su cui una parte degli azionisti spera o si illude di rinnovare piazzetta Cuccia, a celebrare il divorzio con Ligresti, cercando di salvare il miliardo e passa di finanziamenti concessi al gruppo Premafin-FonSai. Ligresti resiste per un po', soprattutto i figli scavano trincee. E poi cedono. Nelle pieghe di queste vicende, c'è il “pizzino” che Jonella Ligresti ha fatto firmare-siglare a Nagel, una serie di richieste a garanzia del futuro della famiglia. Il caso si tinge di giallo quando circola la notizia che Jonella, la Mata Hari dei Ligresti, si sarebbe recata da Nagel portando un registratore nascosto nel tailleur. Se fosse vero sarebbe fantastico, una trama degna di Le Carrè. Certo per Nagel è un brutto colpo e anche per sua moglie, la signora Roberta Furcolo che chiese pubblicamente al premier Mario Monti cosa intendeva fare il governo «per colpire la casta». Pare che i grandi soci del patto di sindacato di Mediobanca abbiano informalmente confermato la fiducia all'amministratore delegato. Ecco, questo è un buon motivo perchè Nagel inizi a preoccuparsi. Emanuele Macaluso CHELADESTRA PIEGHIOGNIGRANDE QUE-STIONE POLITICA ED ECONOMICA AD INTERESSIDI«BOTTEGA»non è una novità. Lo fece Berlusconi con la giustizia ed, oggi, lo stesso rischio lo denuncia Gravagnuolo (l'Unità del 2 agosto) con riferimento alla proposta di Alfano di un piano di dismissioni, per abbattere il debito, di 400 miliardi. Preoccupazione giustificata, tant'è che lo stesso Mucchetti (il Corriere del 2 agosto), pur dando credito all'idea, si cautela dicendo che sarà decisivo il contenuto della proposta. La cifra annunciata, infatti, è, addirittura, superiore a quanto stimato dal Demanio come valore del patrimonio disponibile, ed i criteri di gestione del delicato processo di alienazione rappresenteranno il fattore di successo o di sconfitta dell'intera operazione. Ciò detto, il debito c'è ed è pesante: 2000 miliardi, il 123% del Pil! Sono cifre insostenibili, una palla al piede che impedisce la crescita ed ipoteca il futuro delle giovani generazioni. Se questa è la dimensione del problema la soluzione non può venire da politiche ordinarie. Il rispetto dei vincoli europei (arrivare al 60% in vent'anni) rende necessarie operazioni coraggiose per gestire le manovre di circa 36 miliardi all'anno. Peraltro, per quanto possiamo ricorrere al fondo salva Stati, che attende ancora di essere approvato, almeno i 30 punti eccedenti il cento non sono delegabili né all'Europa, né alla Germania, ma implicano uno sforzo collettivo del Paese. Inoltre, se dobbiamo liberare risorse da destinare alla crescita e alla riduzione dell'eccessivo peso fiscale, abbattere il debito è la priorità non rinviabile. Ciò che distingue, ad esempio, l'Italia dal Giappone non è la dimensione del debito (quello giapponese è, addirittura, superiore al nostro), ma la sua dislocazione: mentre il nostro è prevalentemente in mano ad investitori e speculatori esteri, quello nipponico è in mano alle famiglie e alle imprese nazionali. È un problema che dovremo porci, attraverso opportune politiche di incentivo. L'Italia è in difficoltà, ma, fortunatamente, non è ancora un Paese povero. Nel 2010 la ricchezza privata ha superato di quasi 5 volte il debito pubblico. Per intanto, c'è da attendersi di più dal processo avviato di spending review. Ma, nemmeno la revisione della spesa basterà. Ecco che la scelta di dismettere il patrimonio è obbligata. Alla giuste preoccupazioni, dunque, si devono affiancare quelle proposte che rendano questa operazione una vera valorizzazione, attraverso una accurata e pubblica selezione di ciò che è cedibile o no. Settori come l'energia, ad esempio, non dovranno essere disponibili, ma possono esserlo pezzi di manifatturiero o di servizi pubblici. Da una indagine della Corte dei conti emerge che 7200 Enti locali monitorati detengono 5000 aziende partecipate, per un valore patrimoniale di 25 miliardi… Caposaldo di questa impostazione è la distinzione tra reti, che in generale sono un bene pubblico e gestione o distribuzione che possono essere affidate anche a privati. O a forme consortili. Infatti, non è necessario sempre arrivare alla cessione completa. Forme di joint ventures, di abbassamento del pacchetto azionario pubblico sono strade da esplorare. Quando si parla di patrimonio pubblico non bisogna concentrasi solo sulle privatizzazione delle aziende. La valorizzazione del patrimonio artistico ed ambientale, ad esempio, è, un veicolo di attrazione di capitali esteri. Per rendere effettiva la valorizzazione del processo e dare una prospettiva al tutto va previsto, come nella proposta di legge che abbiamo presentato assieme all'on. Sereni, un Fondo nazionale denominato «Fondo patrimoniale degli Italiani» che detenga le parti inalienabili e che avvii la quotazione mobiliare del patrimonio. Al Fondo, dunque, vanno conferite le risorse patrimoniali, obbligatoriamente e senza deroghe. Insomma le strade della gestione del patrimonio non conducono tutte alla dispersione, ma possono costituire una straordinaria occasione per fare, finalmente, una nuova «politica industriale», della quale si sente la grave mancanza. RinaldoGianola Lapolemica Mafia, le domande senza risposta Alberto Fluvi Capogruppo Pd nella Commissione Finanze Il commento Quel “pizzino” tra Ligresti e Mediobanca . . . Ligresti contro i suoi ex protettori . . . La complicità dei salotti moralizzatori non basta più COMUNITÀ Maramotti venerdì 3 agosto 2012 15
La performance di studenti e professori per ricordare la strage della stazione. Sotto la lapide per le vittime LA LAPIDE FOTO ANSA . . . Il sindaco Merola: «Una cosa va detta, non hanno vinto loro, abbiamo vinto noi» Negli anni passati, i bolognesi hanno subissato di fischi i rappresentanti del governo venuti sotto le Due Torri per le celebrazioni della strage del 2 agosto 1980. Ma quest'anno, il ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri ha strappato l'applauso della folla che gremiva la piazza davanti alla stazione dove, 32 anni fa, una bomba uccise 85 persone e ne ferì più di 200. Cancellieri ha incontrato l'Associazione dei familiari delle vittime in Consiglio Comunale e si è impegnata nella ricerca della verità, recependo lo spirito delle parole del premier Mario Monti in occasione dell'anniversario della strage di Capaci: «L'unica ragione di Stato è la ricerca della verità». Parole inedite. Come ha sottolineato Paolo Bolognesi, presidente dell'Associazione dei familiari: «È stato il primo presidente del Consiglio dal '47 a oggi a dirlo». «Molti interrogativi - ha commentato Cancellieri - restano senza risposta e non possiamo lasciare chiusa nessuna porta. Sono con voi, pronta a percorrere tutte le strade che possano portarci a comprendere fino in fondo quello che accadde. Mi impegnerò sempre perché vengano dati tutti i contributi alla verità e alla trasparenza». L'arrivo di Cancellieri è stato salutato con entusiasmo dai familiari delle vittime e dal sindaco Virginio Merola «soddisfatto e grato» della sua presenza, dopo due anni di assenza del Governo: «È un segno di rinnovata attenzione e rispetto, di credibilità istituzionale e umana, che chiude con atteggiamenti forzati e imbarazzanti». Il ministro non ha risparmiato critiche ai colpevoli della strage che, come ogni anno, hanno avvelenato l'anniversario con le polemiche, come Giusva Fioravanti e Licio Gelli, condannato per depistaggio. «Per troppo tempo abbiamo assistito all'indecoroso esibizionismo dei carnefici che ha prevaricato i diritti delle vittime: è una stortura della democrazia». Ma ha soprattutto aperto degli spiragli a un utilizzo del segreto di Stato più favorevole all'accertamento dei retroscena della strage e a un'interpretazione della legge sui risarcimenti ai parenti delle vittime che ne permetta la piena attuazione. Nel corteo che ha sfilato fino alla stazione centrale c'erano almeno 10mila persone. Il presidente della Repubblica ha inviato un messaggio («Il ricordo tiene viva la democrazia»). Il sindaco Merola, dal palco delle celebrazioni, ha sottolineato la forza della comunità cittadina. «Hanno provato a piegarci in tanti modi, la follia terrorista non ci ha risparmiato nulla. Ma nessuno è riuscito a spezzare la nostra forza e coesione. Non hanno vinto loro, abbiamo vinto noi» ha detto. Ha definito poi i colpevoli della strage: «vigliacchi e assassini». E ha rimarcato che «per far luce, occorre applicare le norme per il segreto di Stato». Bolognesi si è scagliato contro la «pretesa del diritto all'oblio di fatti scomodi, attraverso la mistificazione e il depistaggio» portati avanti dai «terroristi» e dai loro «fiancheggiatori e sponsor, spesso di altissimo livello istituzionale». Come nel caso «di chi continua a proteggere gli esecutori materiali della strage» ha specificato, facendo il nome del deputato di Fli Enzo Raisi che, in questi giorni, ha ribadito l'innocenza di Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini. ILCOMMENTO GIGIMARCUCCI Diecimila in piazza per ricordare le vittime della bomba fascista. La ministra Cancellieri: ora serve ricostruire la verità storica Messaggio di Napolitano: «Il ricordo tiene viva la democrazia» LECCE SEL'INFERNO È L'IMPOSSIBILITÀDELLARAGIONE, ILPARADISODEVEESSERE IL LUOGOIN CUI SIRIPRISTINA IL LEGAMETRAPAROLE ECOSE. La storia della strage alla stazione di Bologna, incubo partorito dal sonno più profondo della ragione, ha come ingredienti fondamentali una bomba, 85 persone fatte a pezzi, 200 che porteranno per sempre i segni dell'esplosione nel corpo e nell'anima. Ma per apprezzarne appieno il significato occorre ricordare un termine che che accomuna questa ad altre stragi: depistaggio. Parola che indica il tentativo (a volte riuscito, spesso respinto) di sviare le indagini ma anche l'opera di disinformazione messa in atto da apparati dello Stato e amplificata dai media che stanno al gioco o si lasciano coinvolgere semplicememte perché a volte le “bufale” arrivano in confezione regalo e promettono titoli irresistibili. L'obiettivo, oltre al marasma investigativo, è la paralisi della memoria collettiva. Per questo la storia della strage di Bologna è anche quella di una ferita che ogni anno si riapre. Non tanto perché sentenze passate in giudicato vengono rimesse in discussione (si tratta di sentenze, non di verità scolpite nella pietra), ma perché gli argomenti con cui vengono attaccate sono motivetti orecchiabili, destinati ad essere dimenticati nel giro di una stagione, ma intanto sbattuti in faccia a chi soffre e chiede giustizia. Piste improbabili - e comunque già controllate e scartate dalla magistratura proposte come alternativa alle decisioni di nove collegi giudicanti distribuite su tre gradi di giudizio. Si sono mossi in tanti per “assolvere” Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e gli uomini dei servizi segreti che su ordine di Licio Gelli li hanno protetti. La “Pista palestinese”è stata rilanciata anni fa dal presidente emerito Francesco Cossiga. Ipotizza lo scoppio accidentale di un carico di esplosivo in transito alla stazione di Bologna. Non sta in piedi per il semplice fatto che la bomba che distrusse la stazione di Bologna non poteva saltare per caso, essendo composta da esplosivo “sordo”, attivabile cioè solo con un detonatore. Occorre un aggiornamento, provvede Enzo Raisi, deputato finiano. Che non esita a chiamare in causa una delle vittime della strage, Mauro di Vittorio, 25 anni. Su che basi? In sintesi: Di Vittorio, spiega Raisi, aveva detto a madre e sorella che sarebbe andato a Londra, ma nelle tasche aveva un biglietto del metrò di Parigi. E siccome a Parigi c'era il terrorista internazionale Carlos (peraltro cinque anni prima, ma questo Raisi forse non lo sa e comunque non lo dice), il deputato, pur con molte cautele, ipotizza che la vittima fosse un autonomo (circostanza peraltro smentita dalla sorella di Di Vittorio) in contatto con i palestinesi. Raisi consegna le sue conclusioni in Procura, che svolge accertamenti e lo comunica al governo, che lo comunica a Raisi, nel frattempo autore di un'interrogazione parlamentare, che a sua volta comunica ai giornali di essere molto soddisfatto perché la magistratura «indaga». Bologna fortunatamente è un termometro sensibile anche di ciò che cambia nel Paese. Iieri ha applaudito un ministro, cosa accaduta raramente in passato. Sono state poche parole di Anna Maria Cancellieri, titolare del Viminale, a suscitare approvazione. «Molti interrogativi restano ancora senza risposta - ha detto Cancellieri - e, di fronte a questi, non possiamo lasciare chiusa nessuna porta». Parole che hanno riacceso la speranza di chi crede nella forza della ragione e nella debolezza delle bugie. ITALIA . . . La lunga teoria di piste alternative . . . Obiettivo: delegittimare i giudici Bologna, applausi al governo PAOLABENEDETTAMANCA BOLOGNA Ucciso mentre montava ilpalcodovesi sarebbe esibitaLauraPuasini ValentinoSpalluto, operaiodi 22 anni,originariodi Surbo, paesenoto per la presenzadella SacraCorona Unita,èstato uccisomentre montava alcuniponteggidelPalafieredi Lecce, invistadelprossimo evento, domani, il concerto diLaura Pausini. Unesecuzione in pieno giorno. Il suocerodel ragazzo, titolaredella ditta incaricata di montare le impalcature,ha fattoappena in tempoa vedere il killerche, dopo aversparatoattraverso le fessure della recinzione incemento che circonda la struttura, fuggiva suun grossoscooter. Poi siè voltatoverso Valentino,già a terra in un lagodi sangue.Uncolpo dipistola al braccio, l'altroalla testa.Per il ragazzonon c'èstato nullada fare. Come la verità batte bufale e depistaggi venerdì 3 agosto 2012 11
Montepremi 1.959.381,30 5+stella All'unico6 18.840.052,58 4+stella 30.268,00 Nessun5+1 3+stella 1.543,00 Vinconoconpunti5 29.390,72 2+stella 100,00 Vinconoconpunti4 302,68 1+stella 10,00 Vinconoconpunti3 15,43 0+stella 5,00 Nazionale 16 4 2 54 69 Bari 5 66 14 49 78 Cagliari 64 56 73 67 32 Firenze 4 60 77 38 40 Genova 23 70 15 71 22 Milano 86 90 80 48 41 Napoli 50 70 13 16 78 Palermo 55 76 31 16 88 Roma 21 78 72 59 57 Torino 16 2 63 84 17 Venezia 80 4 36 61 44 MASSIMODEMARZI TORINO DOPO IL PUNTO PER LA DISCIPLINARE, ANTONIO CONTE ATTACCAESCENDEARETE.DRITTOAPROCESSO,ECON LUI ANCHE LA JUVENTUS, COSTRETTA AD ACCOMPAGNARLO MALGRADO AL CLUB BIANCONERO NON VENGA CONTESTATO NULLA. È un gioco di ruolo, carta dopo carta, asso dopo asso, si è finiti in un vicolo cieco. E in pochi minuti scoppia il finimondo. Preso atto che Conte non sarebbe tornato indietro (nonostante le pressioni per arrivare a un accordo di buonsenso che per la Disciplinare sarebbe stato 6 mesi di squalifica) Palazzi alza la posta in palio dai 7 mesi stabiliti come base di partenza e poi a scendere - e chiede per il tecnico (e con lui anche il suo vice, Angelo Alessio) un anno e 3 mesi di squalifica per due omesse denunce con reiterazione. La Juventus risponde con un comunicato che alza il sipario sulle speranze di pace con la Figc dopo Calciopoli. Andrea Agnelli parla di «giustizia sportiva fuori da ogni logica di diritto e di correttezza sostanziale», di un «non motivato rifiuto al patteggiamento, testimonianza della totale inadeguatezza del sistema giuridico sportivo» e quindi di una «giustizia sportiva vetusta e contraddittoria, un sistema dittatoriale che priva le società e i suoi tesserati di qualsivoglia diritto alla difesa e all'onorabilità». Ruvido, come la risposta che pochi minuti dopo serve in carta vetrata il presidente federale Giancarlo Abete: «La Figc e i suoi organi – recita il contro comunicato di via Allegri - operano con correttezza nel pieno rispetto delle norme statutarie che garantiscono l'indipendenza e l'autonomia della giustizia sportiva così come disciplinata dall'Ordinamento Sportivo Nazionale: le valutazioni del Presidente della Juventus Andrea Agnelli non sono accettabili e vanno al di là di un legittimo esercizio del diritto di critica. Contrastano peraltro con le dichiarazioni (rilasciate in data 26 luglio attraverso il sito della Società) nelle quali la naturale amarezza per i deferimenti già intervenuti era - nelle parole dello stesso Agnelli - “mitigata dalla consapevolezza che le regole del processo sportivo arriveranno a fare chiarezza nel corso di questa partita che si svolge innanzi a vari gradi di giudizio”». Non ci sono altre parole da aggiungere, è guerra totale, con rischio (seppur al momento l'ipotesi sembra azzardata) di un deferimento dello stesso Agnelli innanzi agli organi federali. Manco a dirlo, gli equilibri si spezzano proprio quando il grande paciere Gianni Petrucci è a Londra con ben altri crucci per la testa che non i soliti litigi calcistici. In tutto questo, Antonio Conte va dritto al processo, rischia il tutto o niente, ma la società è con lui e il suo vice Alessio, non li mollerà anzi «li sosterrà in tutti i gradi di giudizio – prosegue Agnelli - sarà una stagione complessa ed impegnativa, ma l'obiettivo è di confermarci vincenti a maggio 2013». Il percorso del tecnico però potrebbe avere conseguenze disastrose, addirittura una squalifica fino a novembre 2013 nel caso in cui non riuscirà a persuadere la giustizia sportiva nei prossimi due gradi di giudizio. A dirlo solo due giorni fa sembrava fantascienza, tutto pareva intavolato e pronto per una exit strategy facile. Troppo per la Disciplinare, che mercoledì aveva respinto Conte e i 3 mesi e 200mila euro pattuiti con Palazzi, e ieri si è vista tornare i suoi avvocati dal summit notturno di Torino. Non per patteggiare di nuovo, ma per dichiarare guerra al torinese Sergio Artico e chiedere il proscioglimento dell'allenatore: «Questo non è un processo ma uno scontro puro», incalza l'avvocato di Conte, Antonio De Rensis, un' arringa imprevista, per lui la bocciatura del patteggiamento è una «scivolata». Il processo è chiuso, le sentenze attorno al 7-8 agosto. Oggi parte il filone barese con Bonucci e Pepe, ancora la Juve a difendersi, e ancora una volta per accuse di presunti fatti accaduti lontano da Torino. Più che una scivolata, una beffa. EADESSOSONOGUAI.UNANNOETREMESI DI STOP PER IL TECNICO BIANCONERO SONOUNAAUTENTICAMANNAIA. Il verdetto, atteso tra l'8 e il 9 agosto, prima della Supercoppa in programma a Pechino, porterebbe Conte a guardare il prossimo campionato seduto comodamente in poltrona. E questo pone degli interrogativi. Il primo e il più grande è questo: chi sarà a guidare i bianconeri per la prossima stagione? La società ieri ha mostrato i muscoli, dichiarandosi pronta a combattere contro «il sistema dittatoriale». Andrea Agnelli lo ha detto con grande chiarezza: «La rispettabilità dei singoli è messa a repentaglio ed è quindi a loro che spetta la parola finale sulle decisioni da assumere, con la consapevolezza che la Juventus li sosterrà in tutti i gradi di giudizio. Sarà una stagione complessa ed impegnativa, ma la concentrazione sulle prestazioni in campo della squadra da parte di tutto il nostro ambiente rimane alta con l'obiettivo di confermarci vincenti a maggio del 2013». Sarà anche vero che la Juve non ha mai pensato ad un piano B, come disse lo stesso Agnelli nel giorno della presentazione delle nuove maglie, ma nessuno dentro la società aveva minimamente pensato che Conte potesse essere fermato per più di tre o quattro mesi. Se la squalifica del tecnico fosse di un anno o addirittura superiore ai dodici mesi, è impensabile che la Juve non prenda in considerazione la possibilità di affidarsi ad una nuova guida tecnica. Anche se tecnicamente Conte può dirigere gli allenamenti dal lunedì al sabato e poi solo la domenica sarebbe squalificato, dovendo accomodarsi in tribuna durante le partite. Situazione che si ripeterebbe anche in Europa e qui qualche problema in più potrebbe sorgere, perché è difficile immaginare che Platini e i vertici dell'Uefa tollererebbero una situazione del genere. Per questo, considerando che anche il vice Angelo Alessio rischia un lungo stop, la Juve debba prendere in considerazione di affidare ad un altro tecnico la guida della squadra per la stagione 2012-2013. Non sono molti i nomi appetibili e liberi sul mercato: Da Torino fanno circolare il nome dell'ex allenatore dei Blues Laurent Blanc o quello di Benitez. Ma è anche possibili immaginare, nell'ipotesi di un contratto annuale, a Giampiero Gasperini, cresciuto nel vivaio bianconero e allenatore stimato (malgrado il flop dell'anno scorso nell'Inter), ma rappresenterebbe una seconda scelta. Questo scenario, però, non tiene conto delle parole di Agnelli che ha dichiarato guerra aperta alla Figc. L'alternativa, allora, potrebbe essere un'altra. La Juventus starebbe valutando un ricorso al Tnas (il Tribunale Nazionale di Arbitrato per lo Sport) al quale chiederà una riduzione della pena. Non è detto che il Tnas l'accordi, ma è molto probabile. Seguendo questa strada la Juve potrebbe anche tenersi Conte come allenatore della settimana e mandare in panchina uno degli allenatori della giovanili: Marco Baroni o Massimo Carrera. InumeridelSuperenalotto Jolly SuperStar 2 8 55 66 73 83 32 83 10eLotto 2 4 5 14 16 21 23 50 55 5660 64 66 70 73 76 78 80 86 90 LOTTO SPORT ... Gliallenatoridelle giovaniliMassimo CarreraoMarcoBaroni per la fasetransitoria LaJuvesenzatecnico InpoleBlanc,Benitez o una soluzione interna Lasocietàbianconera stavalutandoil ricorso alTnasepuntaauna riduzionedellapena per il tecnico IL COMMENTO GIOVEDÌ 2 AGOSTO Lastangata èarrivata PerConteunannoetremesi GuerratraAgnellie laFigc Dopoil rifiutodiun patteggiamentoaseimesi Palazzialza lapena.Agnelli: sistemadittatoriale.Abete valuta ildeferimento SIMONEDISTEFANO ROMA Per l'allenatore della Juventus, AntonioConte, siprospetta un lungo stop FOTO ANSA L'allergia per le regole ROBERTOROSSI C'è una fase della vita nella quale si deve diventare adulti. E si diventa adulti anche accettando le regole che una comunità, una società o, semplicemente, un gruppo di persone si impone per convivere serenamente in tutti i campi dell'esistenza umana: dalla costituzione di uno Stato fino al regolamento di un club di bridge. Il calcio non fa eccezione. Che piaccia o no ma le regole che la Federazione si è imposta vanno rispettate. Si possono criticare, si possono anche cambiare, quello che non si può fare è minarle alla base solo quando l'avversa fortuna ti punta il suo dito contro. Come ha fatto ieri Andrea Agnelli dopo la richiesta di condanna a un anno e tre mesi, da parte della procura federale della Figc, per Antonio Conte e il suo vice, rei di non avere denunciato la combine di due partite ai tempi in cui il tecnico bianconero allenava il Siena. «Constato - ha detto Agnelli - che la Figc e la sua giustizia sportiva continuano a operare fuori da ogni logica di diritto e di correttezza sostanziale». E poi ha aggiunto: «...ci si scontra con un sistema dittatoriale che priva le società e i suoi tesserati di qualsivoglia diritto alla difesa e all'onorabilità». Non è la prima volta che il rampollo della casa Agnelli cerca di dare fuoco alle fondamenta delle istituzioni del calcio. Qualche mese fa aveva acceso la miccia con la polemica sull'assegnazione della terza stella al club bianconero (il trentesimo scudetto). Attribuirsi due scudetti revocati per frode sportiva non fu solo un gesto di «orgoglio ritrovato», come disse il giovane Agnelli. Fu, a tutti gli effetti, un gesto che sconfessava e rifiutava le regole del gioco. Come quello di ieri. Continuando a lanciare il sasso aspettando che l'onda smuova le acque a proprio favore, Agnelli mostra una sorta di allergia molto italiana, molto berlusconiana, per norme, principi, dettami, leggi. Agnelli dovrebbe sapere che non ci sono terze vie. Ci si può anche ribellare alle regole imposte ma si deve andare fino in fondo e accettare le possibili conseguenze. Anche così si diventa adulti. U: venerdì 3 agosto 2012 23
no intoccabili e che non è vero che loro sono l'azienda e noi siamo solo una cornice» aggiunge Elio che lavora sui treni dove viene caricato l'acciaio, prima di essere imbarcato sulle navi e spedito in tutto il mondo. «Perché quando hanno bloccato la strada c'era un camion senza targa dell'Ilva su cui hanno issato l'insegna della nostra città?» si chiede Cataldo Ranieri, uno dei fondatori del Comitato, uno molto più pacato e pungente dei suoi colleghi che sono arrivati sulla scena con una coreografia da ultras: «Ci chiediamo per cosa valga la pena avere in questa città quattro mostri inquinanti, oltre all'Ilva anche Eni, Cementir e Arsenale militare, se poi c'è una disoccupazione al 30% e se paghiamo più tasse che in tanti altri posti». Il comizio riparte. «Non si risana impianto siderurgico fermandolo - dice Susanna Camusso - . C'è bisogno di investimenti che devono essere fatti con lo stabilimento in marcia, chiediamo al governo investimenti e chiediamo che ciascuno faccia la sua parte». Intanto il Comitato dà appuntamento a stasera, nella chiesa del quartiere rosso per le polveri e la rabbia, alla fine di un'altra lunghissima giornata per Taranto. LEFT,DOMANI IN EDICOLA Il decreto legge sull'Ilva è pron-to e oggi sarà presentato in con-siglio dei ministri: questa la no-vità annunciata dal ministro Cli-ni, ieri a Bari per incontrare, ol-tre a Vendola, le istituzioni locali (provincia e comune) anche i vertici dell'Ilva e i sindacati (Camusso). Il documento è in sostanza la ratifica dell' accordo di programma raggiunto nei giorni scorsi sotto la spinta del premier Monti e contiene anche una procedura che velocizza il protocollo, il quale prevede tra l'altro uno stanziamento di oltre 300 milioni per le bonifiche. Nel documento anche la nomina di Vendola come commissario. Intanto è arrivato il momento del riesame. Una battaglia a colpi di codici e perizie e una lunga attesa per la decisione dei giudici. Il giorno del giudizio, per l'Ilva, potrebbe non essere decisivo. Il tribunale del riesame che si riunisce oggi (il collegio è composto dal presidente Antonio Morelli, Alessandra Romano e Benedetto Ruberto) ha dieci giorni di tempo per valutare il ricorso dell'Ilva contro le ordinanze del gip, Patrizia Todisco Ma l'azienda, per bocca del presidente Bruno Ferrante, ha annunciato appunto che darà battaglia. Cambiando una linea difensiva messa in pratica fino adesso, pare che l'acciaieria intenda sottoporre al tribunale propri dati e numeri, per confutare quelli che sono emersi nell'ambito dell'incidente probatorio disposto dal gip e focalizzato sulla maxi perizia chimica ed epidemiologica preparata dagli esperti nominati dal tribunale. Forse anche alla luce di questa nuova strategia, pare che nei giorni scorsi l'Ilva abbia fatto dei cambiamenti nel proprio ufficio legale, mentre ieri l'ex prefetto Ferrante ha spiegato che l'azienda farà cadere i ricorsi al Tar contro l'Autorizzazione integrata ambientale che è in corso di revisione da parte del governo e delle autorità. Pare anzi che la sua versione aggiornata sia in dirittura d'arrivo, dopo che le istituzioni locali hanno sottolineato la necessità di rivedere quel provvedimento firmato a suo tempo dal ministro Prestigiacomo. Pronta a quanto pare anche la documentazione necessaria, quindi la scelta dell'Ilva di fare marcia indietro sui ricorsi che l'azienda aveva avanzato sul provvedimento, farebbe ipotizzare una specie di «trattativa”»tra le parti per il rilascio della nuova Aia. Non sarebbe l'unica novità che può entrare in gioco nella decisione del tribunale del riesame. Pare infatti che la fabbrica abbia già pronte modifiche importanti nelle acciaierie, in particolare la prima, uno degli impianti posti sotto sequestro cautelare da parte del gip su richiesta della procura. Il problema, in quella fase della lavorazione, sono le esalazioni di fumo rosso (in gergo slopping) che soprattutto di notte sono state segnalate più volte, per via di filtri malfunzionanti o comunque per problematiche relative alla struttura stessa. Senza le cappe di aspirazione, per giunta, se come racconta qualche operaio, è capitato più volte che per ordini di qualche caporeparto siano state spente per spingere al massimo sull'acceleratore. Le migliorie però, secondo quanto si dice, sono già state fatte e i lavori, ormai in dirittura d'arrivo, permetterebbero di evitare in futuro quelle preoccupanti fumate. Tutti elementi che, eventualmente, dovranno valutare i giudici del riesame, in attesa di dare o no seguito alle ordinanze di sequestro dei sei impianti ai quali i carabinieri del Noe hanno messo sigilli “virtuali”. I custodi giudiziari nominati dal giudice Todisco hanno già iniziato il proprio lavoro, facendo il proprio ingresso nello stabilmento e compiendo un'ispezione per valutare le procedure di spegnimento. Il loro compito, in sostanza, sarebbe quello di far rallentare la produzione, in attesa di vedere come si evolverà l'iter giudiziario dell'inchiesta. «Ma l'Ilva non ha nessuna intenzione di calare i regimi di produzione, vogliono far vedere che anche con l'intervento dei custodi non si può calare» dice un addetto che preferisce restare anonimo. LealtreTarantod'Italia Questasettimana Left nella sua storiadi copertinaaffronta con una inchiesta approfondita le «AltreTaranto d'Italia».DaGela a Brescia,da Margheraa Iglesias, sono57 i siti italianidabonificare individuati e monitoratidal Ministerodell'Ambiente.Territori compromessi dadiscarichetossiche, falde inquinate,emissioni cancerogene.Quella tra salute e lavoroè una battagliachenon vincenessuno. Quandopoici sono le infiltrazioni dellamalavita, il problema diventaancorapiù grave.Come aBagnoli, nell'areaex Italsider. Non si spenga l'altoforno. È una questione nazionale ILCOMMENTO GUGLIELMOEPIFANI Oltre 300 milioni per bonificare Il piano di Clini per l'acciaieria IL CASO La polizia fronteggia i contestatori che ieri hanno interrotto il corteo FOTO ANSA LA VICENDA DELL'ILVADITARANTO METTEIN CONTRAPPOSIZIONEDUEDIRITTI FONDAMENTALI: il diritto alla salute e alla sicurezza di cittadini e lavoratori, il diritto al lavoro e all'occupazione di migliaia di persone dell'area interessata e dell'intera filiera della siderurgia italiana. Non deve perciò preoccupare la durezza del confronto in atto quando questo non travalica, come in parte è avvenuto, i limiti della correttezza e del rispetto che si deve alle posizioni in campo quanto piuttosto il ritardo e le modalità con cui la comunità nazionale ha preso coscienza dei rischi che stiamo correndo. Rischio da una parte di ulteriore contrazione della base produttiva del Paese, nel Mezzogiorno ma non solo, e rischio dall'altra di compromettere le esigenze di sicurezza ambientale e delle condizioni di lavoro. Arrivati a questo punto, il problema che si pone per tutti - magistratura, azienda, governo e forze sindacali è lavorare per una soluzione che provi a contemperare tutti i legittimi interessi in campo, evitando sia di considerare il tema della sicurezza come un nodo secondario della vicenda produttiva, sia di pensare che si possa staccare la spina ad una attività produttiva strategica per il Paese e soprattutto ad alta densità occupazionale. Il governo, d'intesa con le amministrazioni interessate, sta lavorando ad una soluzione che provi a dare risposte ai due bisogni fondamentali ed è necessario che tutti i soggetti in campo, a partire dall'azienda, cooperino lealmente e responsabilmente, nella stessa direzione. Anche la magistratura, a cui tocca un compito difficile dopo tanti ritardi e sottovalutazioni, è chiamata a scelte che si muovano nella stessa direzione. Evitare la chiusura dell'impianto, e definire contestualmente un piano di investimenti in grado di intervenire sui fattori di inquinamento per l'ambiente e le persone, è l'unica via razionale per provare a dare una soluzione accettabile al problema e salvaguardare livelli diretti e indiretti di lavoro e di occupazione. Ogni volta che si è provato a fare il contrario, chiudere gli impianti e poi successivamente operare il risanamento necessario, ha portato infatti ad una doppia sconfitta: aziende che non si sono più riaperte e fattori di nocività ambientali che non sono stati più rimossi. C'è poi una ulteriore questione. Siamo diventati un Paese spaventosamente disattento alla politica industriale e negli ultimi dieci anni nulla si è fatto per avere un indirizzo in grado di arrestare il declino produttivo e la marginalità tecnologica a cui stiamo andando incontro. Le aziende che ce l'hanno fatta ci sono riuscite da sole, innovando prodotti ed internazionalizzandosi verso i mercati a più alto tasso di crescita. Ma sono enormemente di più i settori in cui stiamo perdendo possibilità e futuro: l'auto innanzitutto, e il suo indotto, i settori strategici della difesa, le tecnologie della green economy e dell'Ict, le catene commerciali ed una parte di quelle agro-alimentari. Tutti presi oggi dall'altalena degli spread, abbiamo smarrito ogni altra attenzione e dedizione ai temi dell'economia reale, quasi che anche qui fosse possibile una politica dei due tempi: prima il risanamento, obiettivo ovviamente necessario e imprescindibile, e poi dopo tutto il resto. Il governo di centrodestra, che ha governato otto degli ultimi dieci anni, non ha fatto solo danni sull'aumento della spesa corrente, la riduzione della spesa in investimenti e l'aumento del debito, ma ha insieme trascurato qualsiasi progetto e strategia di sviluppo per il sistema Paese. Per questo siamo messi così male. Per questo se vogliamo provare ad uscire dalle nostre difficoltà abbiamo bisogno di farlo tenendo assieme le due prospettive: il risanamento dei conti e la riqualificazione del nostro sistema produttivo. E dalla Germania proviamo ad imparare non soltanto l'etica della responsabilità fiscale, ma anche come si fa impresa e come si sostiene l'interesse nazionale. La manifestazione indetta dai sindacati contro la chiusura dell'Ilva a Taranto FOTO ANSA S.M.R. INVIATO A TARANTO . . . Oggi si riunisce il Tribunale del Riesame Una battaglia a colpi di codici e perizie AlConsigliodeiministri saràvarato ildecreto legge Risorseper«interventi di riqualificazione ambientale» venerdì 3 agosto 2012 9
TV 06.30 Tg 1. Informazione 06.45 Unomattina Estate. Attualita' 10.10 Unomattina Vitabella. Rubrica 11.05 Un ciclone in convento. Serie TV 12.00 E state con noi in TV. Show 13.30 TG 1. Informazione 14.10 Don Matteo 6. Serie TV 15.10 Capri. Serie TV 16.50 TG Parlamento. Informazione 16.51 Previsioni sulla viabilità. Informazione 17.00 Tg 1. Informazione 17.15 Heartland. Serie TV 18.00 Il Commissario Rex. Serie TV 18.50 Reazione a catena. Show 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Techetechetè. Rubrica 21.20 Me lo dicono tutti. Show. Conduce Pino Insegno. 23.40 TV 7. Informazione 00.45 L'Appuntamento. Rubrica 01.15 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.50 Sottovoce. Talk Show. Conduce Gigi Marzullo. 02.20 Rai Educational In Italia. Educazione 02.50 Mille e una notte - Teatro. Rubrica 07.10 Vite sull'onda. Serie TV 07.30 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 10.00 Classici Disney. 10.20 Art Attack. Programmi per ragazzi 10.45 TG 2.. Informazione 10.50 XXX Giochi Olimpici Londra 2012. Sport 11.00 TG Olimpico. 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Film Avventura. (1973) Regia di Juan A. Bardem. Con Omar Sharif. 17.10 Geo Magazine 2012. Documentario 19.00 TG3. / Tg Regione. Informazione 20.00 Blob. Rubrica 20.15 Cotti e mangiati. Sit Com 20.35 Un posto al sole. Serie TV 21.05 La Grande Storia. Documentario Di Andrea Orbicciani 23.20 Tg Regione. Informazione 23.55 Lucarelliracconta. Informazione 01.05 Appuntamento al cinema. Rubrica 01.15 Rai Educational Zettel - La filosofia in movimento. Rubrica 01.45 Fuori Orario. Cose (mai) viste. Rubrica 06.50 Magnum P.I.. Serie TV 07.45 Più forte ragazzi. Serie TV 08.40 Sentinel. Serie TV 09.50 Monk. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Pacific blue I. Serie TV 12.55 Distretto di Polizia III. Serie TV 13.52 Poirot. Serie TV 16.17 My Life - Segreti e passioni. Soap Opera 16.35 Una pistola per Ringo. Film Western. (1965) Regia di Duccio Tessari. Con Montgomery Wood. 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.10 Siska. Serie Tv 21.10 Julie Lescaut. Serie TV Con Véronique Genest, Mouss Diouf, Jennifer Lauret. 22.52 Son de mar. Film Drammatico. (2001) Regia di Bigas Luna. Con Jordi Mollà. 00.52 Tg4 - Night news. Informazione 01.32 Sono Sartana, il vostro becchino. Film Western. (1969) Regia di Anthony Ascott. Con Gianni Garko, Ettore Manni. 07.58 Borse e monete. Informazione 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.36 Tainà 2 - L'avventura continua. Film Avventura. (2004) Regia di Mauro Lima. Con Eunice Baia, Chris Couto. 10.21 I Cesaroni. Serie TV 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.12 Vacanza in paradiso. Film Commedia. (2009) Regia di Mark Griths. Con Rafa Alvarez. 16.15 Brindisi d'amore. Film Commedia. (2007) Regia di Helmut Metzger. Con Katja Weitzenbock. 18.30 La ruota della fortuna. Show. 20.00 Tg5. Informazione 20.40 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 21.20 Ma chi ce lo doveva dire? Speciale Ficarra e Picone. Show. Conduce Salvatore Ficarra, Valentino Picone. 23.45 Al lupo! Al lupo!. Film Commedia. (1992) Regia di Carlo Verdone. Con Carlo Verdone. 02.00 Tg5 - Notte. Informazione 02.30 Veline. Show. 03.01 Media Shopping. Shopping Tv 03.15 Damages. Serie TV 07.20 Hannah Montana. Serie TV 08.10 Cartoni Animati. Cartoni Animati 10.30 Dawson's Creek. Serie TV 12.25 Studio Aperto. Informazione 13.02 Studio sport. Informazione 13.40 Futurama. Cartoni Animati 14.10 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 What's my destiny Dragon ball. Cartoni Animati 15.00 Gossip girl. Serie TV 15.55 Glee 3. Serie TV 16.45 Giovani campionesse. Serie TV 17.35 Mercante in fiera. Gioco A Quiz 18.30 Studio Aperto. Informazione 19.00 Studio sport. Informazione 19.25 C.S.I. New York. Serie TV 20.20 C.S.I. New York. Serie TV 21.10 Alla deriva-adrift. Film Thriller. (2006) Regia di Hans Horn. Con Susan May Pratt, Richard Speight Jr., Niklaus Lange. 23.00 The river wild - Il fiume della paura. Film Drammatico. (1994) Regia di Curtis Hanson. Con Meryl Streep. 01.15 Nip/tuck. Serie TV 02.10 Rescue me. Serie TV 02.55 Studio Aperto - La giornata. Informazione 07.00 Omnibus Estate 2012. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.55 In Onda (R). Talk Show. 10.35 J.A.G. - Avvocati in divisa. Serie TV 11.30 Agente speciale Sue Thomas. Serie TV 12.30 I menù di Benedetta. Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Movie Flash. Rubrica 14.10 Due marines e un generale. Film Commedia. (1965) Regia di Luigi Scattini. Con Franco Franchi, Ciccio Ingrassia. 16.10 Il commissario Cordier. Serie TV 18.00 L'ispettore Barnaby. Serie TV 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 In Onda. Talk Show. 21.10 Senza via di scampo. Film Thriller. (1987) Regia di Roger Donaldson. Con Kevin Costner, Gene Hackman. 23.15 Doppia trappola. Film Tv Thriller. (2007) Regia di Richard Roy. Con Sarah Wynter. 01.00 Tg La7. Informazione 01.05 Tg La7 Sport. Informazione 01.10 Movie Flash. Rubrica 01.15 Cold Squad. Serie TV 21.10 Paparazzi. Film Commedia. (1998) Regia di N. Parenti. Con C. De Sica, M. Boldi. 23.00 Un tuo nel passato. Film Commedia. (2010) Regia di S. Pink. Con J. Cusack, R. Corddry. 00.45 Benvenuti al Sud. Film Commedia. (2010) Regia di L. Miniero. Con C. Bisio, A. Finocchiaro. SKY CINEMA 1HD 21.00 Un genio in pannolino. Film Commedia. (1999) Regia di B. Clark. Con K. Turner, C. Lloyd. 22.40 Una magica estate. Film Avventura. (2007) Regia di C. Zelder. Con H. Winkler, C. Massoglia. 00.30 L'isola del tesoro. Film Avventura. (2011) Regia di S. Barron. Con E. Wood, E. Izzard. 21.00 Il truacuori. Film Commedia. (2010) Regia di P. Chaumeil. Con R. Duris, V. Paradis. 22.50 Don Juan De Marco - Maestro d'amore. Film Sentimentale. (1994) Regia di J. Leven. Con J. Depp, M. Brando. 00.35 Spara che ti passa. Film Drammatico. (1993) Regia di C. Saura. Con A. Banderas, F. Neri. 18.40 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 19.15 Ninjago. Serie TV 19.40 Thundercats. Cartoni Animati 20.05 Level Up. Serie TV 20.30 Ninjago. Serie TV 20.55 Adventure Time. Cartoni Animati 21.20 Brutti e cattivi. Cartoni Animati 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Come è fatto. Documentario 19.30 Come è fatto. Documentario 20.00 Top Gear USA. Documentario 21.00 Miti da sfatare e la sporca dozzina. Documentario 22.00 Come è fatto. Documentario 19.00 Beat Tv. Musica 19.30 Una splendida annata. Show. 20.00 Lorem Ipsum. Attualita' 20.20 Una splendida annata. Show. 21.00 Fuori frigo. Attualita' 21.30 Fino alla fine del mondo. Reportage 23.30 Jack Osbourne No Limits. Reportage DEEJAY TV 18.30 Ginnaste: Vite parallele. Docu Reality 19.20 Popland. Telenovelas 21.10 Teenager in crisi di peso. Docu Reality 22.00 Prof Sex. Docu Reality 22.25 Prof Sex. Docu Reality 22.50 The Buried Life: cosa faresti prima di morire?. Show. MTV RAI 1 21.20: Me lo dicono tutti Show con P. Insegno. I personaggi famosi, si calano per una volta nei panni delle persone comuni. 21. 05: XXX Giochi Olimpici Londra 2012. Sport. Continuano, in diretta da Londra, le Olimpiadi 2012. 21.05: La Grande Storia Documentario. Il racconto dei fatti più importanti della storia, del secolo scorso. 21.10: Julie Lescaut. Serie Tv con V. Genest. Continuano le indagini del commissario di polizia Julie Lescaut. 21.20: Ma chi ce lo doveva dire? Show con S. Ficarra, V. Picone. Il primo spettacolo teatrale del duo siciliano Ficarra e Picone. 21.10: Alla deriva-adrift Film con S. M. Pratt. Un banale week-end su uno yacht tra amici potrebbe rivelarsi drammatico. 21.10: Senza via di scampo. Film con K. Costner. Il caso della morte dell'amante viene assegnato alla persona sbagliata. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY LASITUAZIONEDELL'ILVAÈQUAN-TO DI PIÙ DRAMMATICO SI POSSA IMMAGINARE, VISTO che né il lavoro, né la salute sono rinunciabili. E quando, nei giorni scorsi, abbiamo sentito parlare operai ed ecologisti in tv, non abbiamo potuto fare a meno di pensare che entrambi avessero ragione. Anzi, pareva quasi che dicessero le stesse cose con accentuazioni diverse. Così, ieri, guardando la grande manifestazione di Taranto, ci aspettavamo di vedere il massimo di unità da parte di tutti. Invece sono apparsi i soliti guastatori che, pur di rubare la piazza agli altri, hanno fatto il gioco di non si sa chi. Certo non degli operai, delle loro famiglie o della città. Ma la divisione fa notizia, come abbiamo visto migliaia di volte e le prime pagine si sprecano, magari sui giornali berlusconiani, solleticando l'ego smisurato degli irresponsabili che si credono più radicali della Cgil, della Fiom e di tutti i partiti della sinistra. Un po' come Di Pietro, che sostiene ormai di essere lui solo a difendere i lavoratori e la Costituzione, senza considerare che, se questo fosse vero, lui e la stessa Costituzione sarebbero già condannati alla sconfitta. Con grande soddisfazione di Berlusconi, che, non avendo più la forza di battere la sinistra, si vedrebbe alleggerito del suo compito da un altro. Grillo o Di Pietro, non importa: Berlusconi non ha pregiudizi. Quando si tratta di lasciar fare agli altri il lavoro sporco, è disposto a mettere mano al portafoglio; ma se poi gli fanno il favore gratis, è ancora meglio. E francamente non si capisce come uno furbo come Di Pietro, che ha ormai i suoi annetti di politica alle spalle, non lo sappia e non abbia ancora chiesto scusa agli italiani per aver rifornito dei suoi vari Scilipoti Berlusconi, consentendogli di durare più della pazienza degli italiani. Il dramma Ilva DiPietro e il rischio di fare il lavorosporco perBerlusconi FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO U: venerdì 3 agosto 2012 21
Un modo non solo per avere voce in capitolo nella fase post elettorale nel caso si arrivi ad un pareggio, ma anche perchè con l'assegnazione del premio a chi ottiene il maggior numero dei voti, le alleanze potranno essere trattate e ufficializzate dopo le elezioni. E aspettiamo, aggiungono le conventicole pidielline, quelle poche, riunite in Transtlantico «come si chiudono le alleanze in Sicilia. Bersani terrà duro sulla candidatura di Giampiero D'Alia (senatore Udc, ndr) provando a convincere Crocetta a rinunciare?». Crocetta, il sindaco antimafia per definizione, eurodeputato Pd dal 2009, gode di consensi larghi e trasversali e non sembra disposto a fare un passo indietro neppure dietro la promessa di presiedere la Commissione antimafia. In Sicilia si vota il 28 ottobre, significa che a metà settembre i giochi saranno fatti, le alleanze pure. Per quella data saranno chiarite anche le regole della nuova legge elettorale. Fino ad allora «i giochi sono ancora tutti da fare e Casini non è ancora perduto». Non sarà un caso, fa notare Stracquadanio che ieri conversava in Transtalantico con Guido Crosetto e Diego Volpe Pasini, lo spin doctor più volte ripudiato da palazzo Grazioli, che «Casini dice di lavorare al polo dei moderati e poi... e Bersani a quello dei progressisti-democratici e poi... Entrambi rinviano a un poi. Arriviamoci e vediamo». Nel «poi» ci sarebbero, per i vertici del pdl, i tempi e i modi per tentare l'improbabile recupero. Due le condizioni: che Berlusconi abbandoni ogni ipotesi di candidatura alla premiership (antitetica per definizione al recupero di Casini); e «lavorare a livello mediatico per evidenziare in ogni dichiarazione le differenze abissali tra il Pd di Bersani e l'Udc di Casini». «ATTACCARESUI CONTENUTI» La campagna è già cominciata. Punta sui temi economici, «sui pregiudizi imprenditoriali del tandem Pd-Sel», sulle divergenze sulle tematiche del lavoro e «sull'interlocuzione impossibile con la Cgil». Ha assunto già toni sarcastici quando si immagina «Casini sfilare al prossimo gay-pride» o si dice: «Casini-Vendola insieme? Come convincere il Papa a mettere l'orecchino». Altri più pesanti quando si arriva addirittura a sceneggiare «la scomunica e la cacciata dal Ppe» e ad ipotizzare da parte di Pier Ferdinando «il one man show che ha un solo obiettivo: essere eletto al Quirinale». Ironie per farsela un po' passare. Che la rabbia è tanta in casa Pdl. Mentre Alfano continua ad esternare e a lanciare programmi. Come un segretario vero. Allearsi con Vendola?Per carità. Ieri, giustoper chiarire cosa pensa-no i vescovi dell'ipotesi,“Avvenire” ha confezio-nato una bella paginetta al veleno per l'Udc, con un'intervista al presidente centrista Rocco Buttiglione dal titolo «un patto di governo con Sel fa male all'Italia», e un'altra con il pidiellino Mario Mauro «pronto a chiedere al Ppe di cacciare l'Udc». Persino le notizie in breve gli davano contro. Ma il pollice verso del giornale Cei alla prospettiva di una alleanza con Bersani e Vendola, Pier Ferdinando Casini l'ha messo nel conto e lo dà per scontato: non sarà certo questo a fare la differenza. D'altra parte le incognite sono ancora molte (legge elettorale in primis) e il margine di manovra sufficientemente vasto: Casini, scommette chi è addentro alle centriste cose, «non farà mai l'errore di stringere una vera e propria alleanza», tanto meno prima delle elezioni; dunque è «inutile minacciargli espulsioni dal Ppe», perché lui, al massimo, dice e continuerà a ripetere di «essere impegnato a riorganizzare il campo dei moderati, così come Bersani riorganizza il proprio». Del resto, lo schema che si va delineando, è francamente in linea con quello prefigurato già un mese fa dal leader futurista-terzista Gianfranco Fini che spiegava essere l'appoggio a Monti il crinale delle alleanze possibili per il 2013 («non ci possiamo alleare con chi si oppone a lui»), mentre i suoi facevano la seguente spiega: «Di Pietro è fuori, Vendola lo è solo a parole, perché nella sostanza un accordo post-elettorale con Sel è già delineato». L'orizzonte resta quello di una coalizione di sapore montiano, ovviamente. Nell'attesa che il quadro si chiarisca, ieri i centristi si sono attenuti alla linea del silenzio ufficiale, lasciando che il Pdl si sfogasse a parlar male dell'ipotesi Vendola («per Casini il Quirinale val bene un gay pride», Osvaldo Napoli), e che insistesse con la faccenda dell'espulsione dal Ppe. Dopo Mauro, verso le sei della sera è tornato all'attacco sul punto il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi: «Casini difficilmente può dimenticare i valori di riferimento del Partito popolare europeo sono l'esatto opposto degli ideali e della prassi politica di Vendola. Un accordo Casini-Vendola, quindi, configurerebbe una causa certa di esclusione dal Partito Popolare Europeo. E il Pdl, se necessario, non mancherà di chiederla». Un'insistenza che fa irritare persino il (pur avverso a Sel) Buttiglione: «Il Ppe non è una proprietà del Pdl, noi ci stavamo prima di loro e ci saremo anche dopo che il loro partito sarà scomparso. Certamente non hanno loro il diritto di decidere chi è dentro o fuori», conclude dopo aver spiegato la differenza tra il «volo delle aquile e quello delle galline». Quanto a Casini medesimo, ha rivendicato il proprio mutismo su twitter: «Mentre l'Europa rischia di affondare per questioni drammaticamente serie, in Italia nel teatrino della politica è un fiorire di dichiarazioni che danno prova di ben poca serietà. Meglio il silenzio». ILCOMMENTO VANNINOCHITI * PARLAMENTO ILRETROSCENA SULLA RIFORMA DELLA LEGGEELETTORALE SI REGISTRANO SEGNALI NUOVI E INCORAGGIANTI che meritano di essere sostenuti. È importante che si ricerchi un accordo ampio attraverso il confronto, senza volontà di scorciatoie con maggioranze sostitutive. Dalla commissione Affari Costituzionali del Senato emerge una proposta base che può essere approvata entro settembre. È giusto prevedere uno sbarramento nazionale al 5% per l'accesso alla ripartizione dei seggi o, in alternativa, una soglia dell'8% in 4 o 5 Regioni: nelle democrazie moderne ci sono forze politiche di carattere territoriale e non nazionale che è interesse di tutti non escludere dal Parlamento. Inoltre, si delinea un'impostazione secondo cui i 2/3 dei parlamentari saranno espressione della partecipazione diretta dei cittadini. È un importante punto di partenza: adesso si tratta di definire la via migliore. Per noi è quella, in parte, con collegi uninominali e in parte con liste proporzionali ed un ristretto numero di candidati, senza le preferenze. Anche sul premio di governabilità mi pare possa essere trovata una buona soluzione assegnando il 15% dei seggi alla lista che arriva prima alle elezioni oppure stabilendo una soglia, ad esempio il 40%, al di sopra della quale scatta il premio. Mettere da parte il “Porcellum” è un passo importante per riavvicinare le istituzioni ai cittadini italiani, ma non l'unico. Dobbiamo finalmente attuare l'articolo 49 della Costituzione: i partiti sono indispensabili alla democrazia, ma devono avere, per la loro vita interna, regole e trasparenza, sottoponendosi anche a controlli rigorosi per i finanziamenti pubblici che ricevono. Per questo è indispensabile dotarli di natura giuridica, superando il loro status di associazioni private. Infine, dopo il fallimento del percorso delle riforme costituzionali, è necessario uno stralcio per la norma che prevede la riduzione del 20% del numero dei parlamentari. L'aggiornamento della Costituzione era alla nostra portata. Nella commissione Affari Costituzionali del Senato era stato approvato un testo che prevedeva, oltre alla riduzione dei deputati e dei senatori, il rafforzamento del governo parlamentare e una prima differenziazione dei compiti di Camera e Senato. All'improvviso un patto tra Pdl e Lega ha fatto naufragare tutto, in nome di uno scambio tra un mostro istituzionale, che chiamano “Senato federale”, e un semipresidenzialismo allo sbando, che si vorrebbe varare passando sulla testa dei cittadini. A conferma dell'improvvisazione di tutta l'operazione va segnalata la clamorosa incoerenza tra la decisione di approvare in Senato, con otto voti di maggioranza, la pseudo riforma costituzionale e, pochi giorni dopo, il voto favorevole alla richiesta della procedura d'urgenza per le leggi che vogliono istituire un'assemblea Costituente. La confusione insomma è grande: con una mano si vota una riforma e con l'altra si avvia un percorso che azzera tutto. Per questo è ancor più importante il lavoro avviato in Commissione: sulla legge elettorale deve tornare a prevalere il senso di responsabilità e la consapevolezza che i cittadini si aspettano da noi risposte serie. Non sono più consentiti colpi di mano. * Vicepresidente del Senato IL CASO Coni tagliaMontecitorio 150milioniper loStato 110daPalazzoMadama DallaCamera deideputatiun risparmiocomplessivoper ilbilancio delloStato di 150milionidi euronel triennio2013-2015. L'ufficiodi presidenzadi Montecitorioha approvato ieri gli indirizzi per il contenimentoe la revisione della spesa, resi necessari dopo la riduzionedi50 milioni l'annodella dotazionedeliberata il 5giugno scorsoper il triennio2013-2015. Si aggiungeai 390 milioni risparmiati a partiredal2006 attraversogli interventidicontenimentodella dotazione,che èrimasta invariatadal 2009,comunicano dallaCamera, e proseguenella riduzionedella spesa, (nel2012 circaun meno2,47%). IlSenato assicura inveceun risparmiodioltre 110milionidi euro per il triennio2012-2014. L'aulahagià approvatoa larghissima maggioranza il rendicontodelle entrate edelle spesedi Palazzo Madamaper il 2011 e ilbilancio 2012. Il leaderUdcreplicaalPdl: «Mentre l'Europa rischiadiaffondare in Italia il teatrinodella politicadàprova dibenpocaserietà» Segnali incoraggianti sulla legge elettorale: ora basta colpi di mano Ora Casini è il nemico . . . Si delinea impostazione per cui i 2/3 degli eletti saranno espressione diretta dei cittadini Vladimir Putin mentre accoglie Silvio Berlusconi nella dacia di Soci, nell'agosto 2005 FOTO ANSA Lusiverso idomiciliari La Cassazione conferma: depredòlaMargherita LuigiLusi otterràalmassimo gli arrestidomiciliariper Ferragosto: oggideciderà il gip Simonetta D'Alessandro.L'ex tesoriere della Margheritanon avrà la piena libertà, perchésecondo la Cassazione le accuse, la più graveè l' averguidato un'associazionea delinquereper depredare lecasse deldisciolto partitodiRutelli, sono fondate. Inoltre sussiste il rischio di fuga equello di depistaggio. Èscrittonella motivazione, depositata ieri, della sentenza con la quale laSuprema Corteannullava l'arresto. I magistrati continuano a cercare il «tesoro»di Lusi, sospettato diaver rubato un altromilione di euro.Per gliexDl si confermano le appropriazioni indebite», il «depistaggiomediatico» e il «tentato inquinamentodell'inchiesta». Casini dribbla gli attacchi: meglio il silenzio SUSANNATURCO ROMA venerdì 3 agosto 2012 7
UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it Le conclusioni del board della Banca centrale europea non hanno «conquistato» i mercati. Un problema politico, non tecnico. E come tale viene affrontato di petto da Pier Luigi Bersani. «Non è democratico il meccanismo dove la Bce non può fare la banca cntrale perché non c'è una politica economica e fiscale coordinata. L'unica strada è quella di affrontare la crisi mettendo in comune le risposte e la politica fiscale ed economica». Il leader del Pd chiede che «la politica alzi la voce» per affrontare la crisi. «Può sembrare utopico ma se non si danno risposte politiche faremo passi rapidissimi in una prospettiva di disarticolazione dell'Europa». PAROLEEDAZIONE È un discorso di verità, anche se dura, quello che Bersani fa dopo aver incontrato a Roma il segretario generale del Psoe, Alfredo Perez Rubalcaba. Nessuna critica a Mario Draghi, ma è evidente che le non decisioni di Francoforte preoccupano fortemente il segretario del Pd. «L'andamento della riunione della Bce ci lascia preoccupati perché temiamo e abbiamo la percezione che la opinione pubblica europea e internazionale abbia percepito parole forti ma decisioni precarie e deboli», rimarca il leader dei Democratici. Bersani chiede che «vengano attuate le decisioni prese a Bruxelles» ma chiede anche un'iniziativa politica forte per rafforzare l'Europa perché «la messa a rischio dell'euro finisce per creare un arretramento politico culturale e di civilizzazione di questa area del mondo». Molto preoccupato è apparso anche il segretario del Partito socialista spagnolo, Rubalcaba, per il quale «la situazione economica spagnola è difficile ma è vero che la Spagna e l'Italia sono finite nel mirino degli speculatori che attaccano l'euro». «Anche io - sottolinea Rubalcaba - ritengo che la posizione del presidente della Bce sia molto lontana da quello che speravamo. Si tratta invece di applicare quanto prima le decisioni che erano state prese nel Consiglio europeo di fine giugno, a iniziare da quelle contro gli eccessi di spread». Bersani stoppa qualsiasi tentativo di leggere le sue affermazioni, e le sue preoccupazioni, come una presa di distanza da quanto sostenuto, a Madrid, dal presidente del Consiglio. «Ribadiamo la sintonia con il governo Monti, le decisioni prese a Bruxelles devono essere attivate», ribadisce il segretario del Pd. LA«LINEADI PARIGI». Il punto è proprio questo: attuare le decisioni prese, trasformare le parole in atti conseguenti, consapevoli che il fattore-tempo è fondamentale. Una linea, quella delineata da Bersani, che si muove sulla direttrice di marcia indicata dal Manifesto di Parigi, condiviso dai socialisti francesi, dai socialdemocratici tedeschi ed ora anche dai socialisti spagnoli. D'altro canto, le preoccupazioni espresse da Bersani sono condivise a Parigi, sia all'Eliseo che a Rue Solferino, quartier generale del Ps. La sinistra e i progressisti sono i primi a schierarsi sulla linea-euro. «Da noi in Spagna la situazione è difficile, ma se non fossimo nell'euro sarebbe sicuramente peggio. Il problema politico che abbiamo di fronte è chiaro: è in atto da mesi un tentativo speculativo di colpire l'euro che fa pagare a noi e a Paesi come l'Italia un prezzo alto per fronteggiare la crisi. Le opinioni pubbliche aspettano delle risposte dalla politica che finora non sono arrivate. E serve anche investire e non solo tagliare per favorire la crescita economica. Con Bersani ci siamo trovati d'accordo nel segnalare che occorre più e non meno politica unitaria da parte dell'Unione europea», ribadisce il segretario del Psoe. Più politica, più Europa. E più fatti. È questa la sfida dell'oggi. Un tasto su cui Bersani batte più volte e con decisione. Guardando a Francoforte e proiettandosi oltre il board della Bce: «Le affermazioni fatte a proposito dell'irreversibilità dell'euro sono giuste, tuttavia - incalza il segretario Pd - l'attivazione degli strumenti per rendere concreto questo obiettivo sono lasciati ancora nell' indeterminatezza». Quanto ai rapporti con la Germania, Bersani li sintetizza con una battuta: il tema delle coppie gay «lo abbiamo politicamente risolto per dare figura giuridica “ alla tedesca”, non siamo arrivati alla Spagna», «Siamo filotedeschi- conclude sorridendo- un po'meno sullo spread». Il board della Banca centrale europea in una riunione a Barcellona FOTO ANSA SEGUEDALLA PRIMA Aveva detto: «Faremo tutto quanto è necessario per salvare l'euro e, credetemi, sarà abbastanza». Bluff o svolta? Sembrava si fosse di fronte ad una svolta con la discesa in campo della Bce a difesa dell'euro. Una decisione che sembrava avere l'avvallo politico della Merkel. Nelle aspettative dei mercati, la svolta avrebbe dovuto produrre misure concrete nell'immediato. La riunione del Comitato Direttivo della Bce di ieri ha lasciato deluse queste aspettative. La Bce ha lasciato i tassi di interesse invariati, Draghi ha confermato che la Bce potrebbe mettere in campo misure non convenzionali ma non ha detto né di cosa si tratta né ha fornito un'indicazione sui tempi. Il Comitato avrebbe approvato le linee guida di azione di ciò che l'istituto farà per salvare l'euro, ma poco si sa al riguardo. In compenso Draghi ha fatto tutta un serie di precisazioni che sono suonate come una retromarcia rispetto alla dichiarazione di Londra: non spetta alla Bce dare la licenza bancaria al fondo salva stati; a Londra non ha mai parlato di acquisto di titoli di Stato da parte della Bce; il fondo anti spread non è automatico, si attiva a richiesta degli Stati e a precise condizioni; l'intervento della Bce sarà sempre all'interno del suo mandato che riguarda la stabilità dei prezzi. Tutte queste precisazioni (alcune delle quali scontate) sono suonate come una brusca frenata. Questa valutazione può apparire severa ma per i mercati il nulla di fatto di ieri e la prudenza delle dichiarazioni sarebbero il segnale di un bluff e di una vittoria dei falchi tedeschi: alcune forze politiche della maggioranza della cancelliera Merkel, e soprattutto, la Bundesbank capitanata da Jens Weidmann. Sembra davvero si sia arrivati alla resa dei conti. Dopo tanto giocherellare sulla pista impraticabile degli eurobond o del fondo di redenzione del debito, si è giunti a comprendere che la soluzione è nelle mani della Bce che in definitiva deve decidere se acquistare o meno i titoli di Stato dei paesi in difficoltà. Il punto da capire è se Draghi ha la maggioranza o meno nel Comitato per mettere in campo misure non convenzionali a difesa dell'euro. A giudicare da quanto è accaduto ieri, sembra che la partita sia incerta. Subito dopo le dichiarazioni di Draghi e della Merkel, i falchi tedeschi e del nord Europa si sono fatti sentire con una forza inusitata, la Bundesbank ha rispolverato un vecchio discorso del suo governatore per riaffermare le sue posizioni giungendo quasi a far pesare un informale diritto di veto. Il rinvio di ieri è dunque carico di tensioni. Come ha sottolineato il presidente dell'eurogruppo Junker, la crisi dell'euro adesso sta importando problemi interni al mondo politico e alle istituzioni finanziarie tedesche. I fatti di questi ultimi giorni sembrano indicare che la Merkel ha avallato il progetto di Draghi e Weidmann gli si oppone. In questi casi è lecito aspettarsi le dimissioni di quest'ultimo o una sua brusca retromarcia. È vero che la Banca centrale tedesca gode della più ampia indipendenza ma è anche vero che in un Paese serio non può esservi un dissidio profondo su una questione come la sopravvivenza dell'euro. Su un tema del genere i Paesi seri parlano ad una voce sola, invece nell'ultima settimana le dichiarazioni contraddittorie degli esponenti tedeschi si sono sprecate. Per Draghi si prospetta un lavoro duro. L'esito del comitato di ieri sembra mostrare che non c'è una maggioranza compatta pro euro o che non sia facile prendere decisioni contro la Banca centrale tedesca. Se le cose stanno così, la politica può e deve dare una mano. Il punto è capire quali siano i termini dello scambio obbligato da effettuare: riforme contro salvataggio una tantum dell'euro. Monti con il suo viaggio in Europa sta lavorando in questa direzione ma la sensazione è che nei Paesi del nord Europa ci sia una radicata convinzione che i Paesi periferici non siano in grado di imboccare la strada delle riforme. Guardando all'Italia, sembra francamente difficile pensare di poter far di più senza vedere un intervento concreto a difesa dell'euro. La carta politica adesso è dunque nelle mani della Merkel che deve essere capace di proporre uno scambio che vada bene alla sua opinione pubblica. Se non sarà in grado di farlo, i margini per la salvezza dell'euro sono davvero ridotti. In definitiva i fatti di quest'ultima settimana mostrano che l'euro rischia di essere vittima della miopia dei tedeschi che non sono in grado di capire i vantaggi della moneta unica per la loro economia e di sfruttare l'occasione ghiotta di ridisegnare le istituzioni economiche europee secondo la loro volontà. Speriamo che la Merkel colga questa occasione. ILCOMMENTO EMILIOBARUCCI Borse giù, lo spread risale L'Europa vittima della miopia della Germania . . . Viene da chiedersi se lo scambio sia riforme contro salvataggio una tantum dell'euro La sinistra mediterranea in allarme. Delusione a Parigi Rubalcaba incontra Bersani a Roma I leader «preoccupati» per gli sviluppi deboli a Francoforte . . . Il segretario del Partito democratico chiede ora un'iniziativa politica forte per rafforzare l'Europa venerdì 3 agosto 2012 3
«Io mi candido a governare il Paese alla guida di una coalizione di centrosinistra e riformista. Chi ci sta venga con noi». Antonio Di Pietro mette il punto. Opta per un'altra strada delle alleanze. Dice no alle primarie con Pier Luigi Bersani e Nichi Vendola. E rilancia, da solo, provando a uscire dall'angolo in cui si è infilato. Come? Con chi? Vorrebbero saperlo i suoi elettori colpiti dal continuo lascia o raddoppia degli ultimi tempi; e vorrebbero saperlo molti nell'Italia dei Valori, a cominciare dal capogruppo alla Camera Massimo Donadi, accusato insieme a coloro che non sono intenzionati a seguire la linea “grillina” dettata dal leader, di «scodinzolare dietro al Pd». Per fare chiarezza, dicono, servirebbe un congresso; la convocazione degli organismi deputati a decidere un cambio di rotta, rispetto a quanto deciso lo scorso anno a Vasto. La rottura col centrosinistra, inteso come alleanza con il Pd e con Sel, infatti «sarebbe antitetica» alla linea decisa nell'ultimo congresso nazionale. Dunque se ne dovrebbe quantomeno riparlare. Ma il tempo che separa dall'appuntamento di Vasto, a settembre, è poco e soprattutto la volontà del leader, in tal senso, scarsa. Eppure anche nelle amministrazioni locali, dove l'intesa Pd - Idv Sel, governa, l'agitazione è crescente. Se dovesse consumarsi la rottura definitiva come continuare a stare insieme? La domanda, provocatoria e minacciosa, l'aveva sollevata Felice Belisario, capogruppo al Senato, qualche settimana fa. Ma l'argomento si fa sempre più insistente e inquietante. Per coloro che difendono la linea dipietrista, il problema è rimandato al mittente: al Pd, causa di tale strappo. «Che facesse come meglio crede, noi andiamo per la nostra strada», dicono vari esponenti di giunte regionali. Ma per gli altri, contrari a cambiare via, magari per andare incontro a Grillo, è l'ennesima occasione per «pregiudicare la coalizione di centrosinistra, e snaturare per sempre l'identità stessa dell'Idv». Di Pietro però tira dritto: «Si discute dei massimi sistemi, di alleanze che nascono e muoiono in un giorno solo, di matrimoni senza sapere cosa si porta in dote», dice a proposito dell'accordo tra Bersani e Vendola. «Noi portiamo in dote cose concrete, ieri i 4 referendum oggi una proposta in difesa dei piccoli e medi imprenditori che sono fiore all'occhiello dell'Italia», afferma riferendosi all'iniziativa relativa alla liberalizzazione dei servizi, al settore degli stabilimenti balneari italiani. Poi nega che si tratti di «propaganda e propagandismo o deriva». Mischia le carte e prova a fare un altro gioco. Belisario e Leoluca Orlando lo sostengono. De Magistris tentenna, rimproverando a Vendola l'«atteggiamento ondivago» ma difende il progetto comune «insieme a quei partiti del centrosinistra che vogliono l'alternativa». Belisario cala la carta del «confronto sul programma» come possibile soluzione alla spaccatura col Pd e sottolinea «l'alleanza forzata con l'Udc»; Orlando, portavoce dell'Idv e sindaco di Palermo, gioca la carta del complotto. «Vendola e Udc vogliono farci fuori» ma «non ci facciamo uccidere senza reagire». Palermo viene portata quale esempio. «Siamo stati scaricati da tutti, Pd e Sel, e poi ho vinto io». Quindi chiosa: «Io sto con Antonio Di Pietro magari io dico certe cose in modo diverso, ma nella sostanza sono d'accordo. Lui alza i toni per farsi ascoltare». Ora, Bersani e Vendola questi toni non li hanno graditi. Ma Beppe Grillo che pare aver chiuso ogni varco all'Idv, potrebbe cambiare idea? Ascoltare e accogliere il corteggiamento di Di Pietro? I primi a chiederselo sono proprio i compagni di partito, i cosiddetti dissidenti, che non capiscono dove il loro leader voglia andare a parare. D'accordo i movimenti, d'accordo un'eventuale lista civica con i sindaci, ma il rischio di isolamento in queste condizioni è troppo alto. Quindi perché andare avanti così? La spiegazione plausibile, che giustificherebbe l'atteggiamento di Di Pietro, può essere solo quella di un accordo col Movimento 5 stelle quasi pronto, dicono. È l'ipotesi che alcuni esponenti e militanti dell'Idv intravedono, nonostante le smentite di Grillo, e che in ogni caso li preoccupa. Certo non infastidisce Orlando, che racconta di sentire spesso al telefono il sindaco grillino di Parma, Federico Pizzarotti: «Mi chiama diverse volte, ci sentiamo spesso. Mi chiede qualche consiglio. È normale». E potrebbe essere solo l'inizio. Pierluigi Bersani durante la conferenza di presentazione della festa del Pd «Dalla parte dell'Italia» FOTO ANSA Quella di Bruno Tabacci alle primarie del centrosinistra è una candidatura di «bilanciamento della coalizione». Così l'ha presentata ieri, ufficialmente, a Montecitorio. Come la proposta moderata di «un radicale nel senso più alto del termine», che tale si sente «soprattutto per quel che riguarda le questioni sociali». Guardare alle scelte fatte a Milano per credere, dice; lì la giunta Pisapia, di cui Tabacci è assessore al Bilancio, «ha innalzato la soglia per l'esenzione dell'addizionale comunale all'Irpef a 33.500 euro annui di reddito». Una scelta importante. Perciò proprio dall'esperienza milanese Tabacci, esponente di Alleanza per l'Italia, prende spunto per dire che un'alleanza di governo con Pier Luigi Bersani e Nichi Vendola è possibile. «Non c'è dubbio che i pesi maggiori sono collocati a sinistra con Pd e Sel. Ma io, adesso, posso rivendicare un'esperienza sul terreno concreto nel comune di Milano dove la Giunta Pisapia, che io ho definito di sinistra-centro, ha dimostrato che si può fare un lavoro straordinario. Il ruolo del centro - prosegue Tabacci - è stato decisivo nelle politiche di questi mesi e io mi sono trovato a mio agio, non ho avuto problemi. Sul campo a Milano si dimostra che si può governare e se si può governare a Milano si può governare l'Italia». La candidatura del leader di Sel non spaventa dunque Tabacci né pare compromettere la sua adesione alla coalizione. «È un fatto da salutare positivamente perché delinea con chiarezza i profili del fronte di sinistra della coalizione», dice. «Vendola è mio amico e ho un debole per gli amici di Sel. Peraltro Nichi governa la Regione Puglia, quindi ha la cultura di governo per non ripetere le esperienze del passato. Quando Bertinotti staccò la spina a Prodi fece un errore clamoroso», commenta Tabacci, ipotizzando uno scenario in cui non trovano posto «coloro che si sono collocati in maniera frontale nei confronti di Monti». A cominciare da Antonio Di Pietro, leader Idv, che ha annunciato di non candidarsi alle primarie ed essere lui candidato premier di una coalizione riformista; «ha scelto di starne fuori nota Tabacci - ma ne pagherà conseguenze elettorali. Anche la vicinanza con Grillo si rivelerà una sottrazione più che una sommatoria». Apprezzata invece è l'apertura ai centristi, anche se l'assessore lancia una sfida al leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini, sulle primarie: «Io le penso come un modo per aprire il ventaglio delle diversità, anche per questo credo che sarebbe importante che Casini, con l'Udc, partecipasse alle primarie. Io non possiedo il monopolio dell'area moderata e ho apprezzato l'apertura di Bersani e Vendola a Casini. Non so se il leader Udc vorrà dare un contributo ma farebbe bene a farlo» sostiene Tabacci. Per essere della partita insomma il leader Udc dovrebbe entrare in gioco subito. Le primarie, se di coalizione, «non devono essere interpretate come una conta - spiega - ma devono servire a rinsaldare il patto con gli elettori e, soprattutto, non devono essere un conteggio delle differenze, come è accaduto con l'esperienza del governo Prodi, ma servire per trovare una sintesi». Primarie, ha aggiunto l'esponente di Api, «che hanno un senso politico, che sono indicative della volontà di assumere la guida del Paese da parte della coalizione di centrosinistra». Per questo Tabacci ribadisce l'intenzione di rivolgersi «a tutti i cittadini che non vogliono portare il paese al disastro seguendo Di Pietro e Grillo» e avere come obiettivo «un governo di centrosinistra che prosegua il lavoro straordinario che Monti ha costruito in questi mesi». La stabilità del Paese, a suo parere, passa dalla cultura di governo più che dalla demagogia e dal populismo». L'idea della politica «non è di inseguire gli umori ma di orientarli». Di questo devono essere convinti i «concittadini italiani». Sui contenuti Tabacci ha in mente un programma che metta al centro l'Europa e le politiche economiche: frenare la disinvoltura della finanza, regolare le attività bancarie, controllare la spesa pubblica. Perciò del patto proposto dalle associazioni delle imprese al governo, ai partiti e all'Italia apprezza la visione unitaria. Ma sul rapporto Stato mercato da rivedere, (più l'uno o più l'altro) ricorda che sono «formule vecchie» e che quel documento è di una parte delle forze sociali naturalmente portatrici di «interessi particolari». A tutelare l'interesse generale ci sono le istituzioni, il Parlamento. E questo è il compito di chi governa. ILCORSIVO CRISTOFOROBONI Di Pietro: corro come premier E intanto corre dietro a Grillo Il leader Idv scavalca le primarie e si lancia da solo creando il panico nel partito Donadi chiede un congresso per chiarire la linea: addio al centrosinistra per il grillismo? No grazie TULLIA FABIANI ROMA . . . «Di Pietro vuole star fuori ma la pagherà nelle urne. E la vicinanza con Grillo sarà una sottrazione» Tabacci si candida: con me coalizione più equilibrata Il deputato dell'Api, assessore al Bilancio del Comune di Milano estende il modello Pisapia: «Qui sinistra e centro governano bene» A Casini: candidati anche tu alle primarie T. F. ROMA FA PAURAL'INTESATRABERSANI EVENDOLA.Fa paura che la sinistra si candidi al governo, sfidando populismi e tentazioni tecnocratiche. Fa paura che i progressisti, anziché procedere isolati, aprano un confronto serio con i moderati che hanno rotto con il berlusconismo. I più spaventati erano ieri il Giornale, Libero e il Fatto quotidiano, accomunati dalla medesima avversione per ogni progetto realistico di alternativa. Il quotidiano della famiglia Berlusconi addirittura ha scomodato i principi religiosi, definendo «blasfema» l'alleanza (peraltro ancora eventuale, ma evidentemente già molto temuta) tra Vendola e Casini. Per Libero invece, con l'incontro tra Bersani e il leader di Sel, è stato rifondato nientemeno che il Partito comunista italiano: «La speranza - ha scritto - è che qualcuno li fermi». E ovviamente nell'impresa si è subito impegnato Il Fatto quotidiano, sempre più sottoprodotto del berlusconismo in crisi: «Vendola sceglie Casini» era ieri il titolo di prima, come se Vendola non fosse appena reduce da un incontro e da un'intesa con Bersani, come se invece fosse stato intercettato al telefono in qualità di «terzo non ancora indagato». Il manganello de Il Fatto ha picchiato esattamente dove vogliono i giornali della destra: «Sel va a rimorchio di Bersani nella deriva centrista verso Casini». E per questo - riferisce un articolo aggressivo - «mesi fa» il partito di Vendola «oscillava sopra il sette per cento», mentre ora «va dal sei per cento in giù». L'olio di ricino dei sondaggi inventati, secondo le tecniche collaudate del Cavaliere e dei suoi seguaci. Probabilmente è inutile opporre argomenti razionali a questo genere di attacchi. Il Giornale e Libero sostengono improbabili rinascite del Cavaliere e lo invitano a tornare quello del '94. Il Fatto tifa Grillo, spinge (in questo caso con successo) Di Pietro verso quei lidi, favoleggia di liste civiche anti-partito che dovrebbe tenere insieme populisti di varie risme e, soprattutto, combattere apertamente il centrosinistra. Ecco, è questo il punto in comune: impedire che emerga una vera alternativa di governo. Impedire che ai tecnici possa seguire, dopo le elezioni, un governo con un programma progressista, simile al «manifesto di Parigi», e capace di allargare il consenso oltre il centrosinistra visto l'impegno costituente della prossima legislatura. Un governo politico per ricostruire l'Italia dopo Berlusconi. Lo sanno tutti che può nascere solo attorno al Pd. E in fondo è naturale che si oppongano i nostalgici di Berlusconi, compresi quelli che vivono oggi solo della rendita dell'opposizione di ieri. Dal Fatto al Giornale: chi non vuole l'alternativa venerdì 3 agosto 2012 5
Il livello del Pil in Italia «sta raggiungendo i suoi minimi storici». Quello dei consumi sembra tornato agli anni Trenta. Crolla l'impiego dell'auto a causa del caro-benzina e, secondo l'osservatorio Findomestic, la fiducia dei consumatori resta ferma ai minimi storici: 3,2 punti ad agosto, come nei due mesi precedenti. L'Ufficio studi Confcommercio aggiorna bilanci e previsioni, tutti in peggioramento: il Pil quest'anno dovrebbe flettere del 2,2%, dello 0,3% l'anno prossimo. Per i consumi, si prevede un calo del 2,8% nel 2012 e dello 0,8% nel 2013. A fare pendant, l'Inps fornisce disastrosi dati sulle ore di cassa integrazione, che a luglio sono state 115,7 milioni, in aumento del 21,3% rispetto a giugno (95,4 milioni di ore), e addirittura del 44,2% rispetto a luglio dello scorso anno (80,3 milioni di ore). A giugno, invece, le ore erano calate del 9,6% rispetto al mese precedente. In forte aumento sono sia le ore di cig ordinaria (+11,6% su giugno e +71,6% sul 2011) sia quelle di cig straordinaria (+19,6% su giugno e +36,2% sul 2011) e in deroga (+34,8% su giugno e +33,7% sul 2011). Nel commercio, le ore di cigs aumentano annualmente del 461,6% (per Confcommercio quest'anno ci saranno oltre 20mila chiusure di negozi). Da inizio anno a luglio sono state autorizzate in totale 639,5 milioni di ore, più 8,76% rispetto allo stesso periodo del 2011. Crescono pure le richieste di disoccupazione: a giugno ne sono state presentate 92.217, il 22% circa in più rispetto a maggio (75.563) e il 4,75% in più di quelle del mese di giugno 2011 (88.038). Le domande di mobilità presentate a giugno (7.693), sono invece diminuite del 5,7% rispetto a giugno 2011 (8.158), e del 21% circa rispetto a maggio 2012 (9.673). «Un binomio drammatico, cassa integrazione che cresce e aumento delle domande di disoccupazione, che segnala il progressivo declino industriale del paese», commenta la segretaria confederale Cgil Elena Lattuada. «Numeri che ci segnalano - continua - come l'austerità sta facendo precipitare il Paese che ha invece urgente bisogno di crescita». Per parlare di crescita, secondo la Cgil bisogna parlare di misure da adottare sul fronte fiscale, di interventi di sostegno al reddito per i dipendenti e i pensionati, e dell'adozione di politiche industriali dirottando risorse pubbliche verso investimenti produttivi. «Ma soprattutto - sempre Lattuada - in questi dati leggiamo la necessità di un piano straordinario per l'occupazione». A corollario, il rapporto Confcommercio ricorda che «il reddito reale pro capite è calato di circa 1.800 euro tra il 2002 e il 2012 (-9,8% reale a testa)». Non c'è da stupirsi, dunque, se «i consumi reali pro-capite subiranno, nel 2012, un calo di una profondità mai prima registrata nella storia economica repubblicana», come dice il presidente dell'associazione, Carlo Sangalli, per il quale è essenziale evitare aumenti dell'Iva nel 2013. La riforma «prioritaria» invece è quella fiscale, con due obiettivi: la semplificazione e la riduzione della pressione, che per i contribuenti in regola ha raggiunto un livello record del 55%. Secondo il presidente di Confcommercio, il governo deve puntare sull'economia dei servizi che vale il 40% del Pil e il 43% dell'occupazione. ANZIANE A RISCHIO POVERTÀ La crisi non aiuta certo a colmare il divario di reddito tra uomini e donne, anche tra i pensionati. Da uno studio di Istat e Inps arriva la conferma che le anziane sono a rischio povertà. Oltre la metà delle 8,8 milioni di pensionate prende meno di mille euro al mese (54,8%). Solo un terzo degli uomini (34,9%) riceve assegni così bassi. Situazione opposta nei trattamenti più ricchi, sopra i 3mila euro: gli uomini (597mila) sono oltre tre volte più delle donne (180mila). Le donne rappresentano il 53% dei pensionati, ma percepiscono solo il 44% degli oltre 258 miliardi di euro erogati. «Le donne sono le più penalizzate dalla crisi - commenta la leader Spi-Cgil, Carla Canone Ma ad essere penalizzate ormai sono tutte le fasce più deboli del Paese». FOODPOLITICS ECONOMIA Confedilizia è pronta a impugnare l'Imu e la ex Tarsu «per vizi di costituzionalità». I presupposti esistono - afferma il presidente Corrado Sforza Fogliani - che chiede immediate correzioni per evitare il giudizio della Corte Costituzionale. Che i cambiamenti climaticistessero incidendo in manie-ra sempre maggiore sulle nostre vite è ormai un fatto indiscutibile. Ad evidenziare però la forte e diretta correlazione che esiste tra questi e il sistema agricolo e produttivo ci stanno pensando le alte temperature di questa estate, compromettendo seriamente coltivazioni e raccolti. Ad aver subito i maggiori danni, le coltivazioni di mais, pomodori, barbabietole e girasoli. Circa il 30% del mais e il 45% della soia prodotte dalle coltivazioni estensive del nord del Paese sono già andate perse; stesso destino per circa il 25% della produzione di pomodori nel sud. Un totale di perdite che si aggira sinora attorno al mezzo miliardo di euro. La situazione non è purtroppo diversa per gli allevamenti, su cui pesano, insieme alla scarsità di mangimi per l'alimentazione, i danni derivanti direttamente dagli effetti delle alte temperature sugli animali: conseguenza ne è, ad esempio, la riduzione del 10% della produzione di latte. Oltre alle temperature superiori alla media stagionale, contribuiscono ad aggravare il fenomeno gli incendi, causa non solo del caldo ma anche di una mancata attenzione nei confronti del territorio e dell'ambiente, forti temporali e grandinate che intervallano i vari anticicloni. Quanto sta accadendo all'agricoltura italiana non è però circoscritto solo al nostro Paese. Al di la dell'oceano, negli Stati Uniti, la siccità ha reso inutilizzabile il 60% della produzione agricola e il 91% delle aree adibite a pascoli. In Ohio e Nebraska, dove si produce la maggior parte del fabbisogno cerealicolo americano e di molti altri Paesi del mondo, il mais secco sulle piante inaridite costituisce una prova inconfutabile dello stato in cui versano le coltivazioni. La Usda prevede una riduzione delle scorte globali di mais a solo il 15% della domanda annuale, quasi al minimo storico. La gravità della situazione è facilmente intuibile se si pensa che il mais è alla base della catena alimentare dell'economia americana, e non solo, visto che riveste un ruolo fondamentale anche in altre filiere produttive, come quella dei mangimi animali, degli additivi alimentari e dei biocarburanti. Con la prospettiva anche di un ritorno di El Nino entro la fine dell'anno, il fenomeno meteorologico che ha causato la siccità in Argentina e Australia contribuendo così anche alla crisi del 2007-2008, l'economia mondiale sarà ancora soggetta al meteo. Ancora una volta dunque, dall'Europa all'America che si espande in tutto il mondo, il settore agroalimentare si trova ad affrontare situazioni di crisi e di emergenza che però altro non sono che la punta dell'iceberg di un fenomeno che si manifesta ormai con frequenza costante. Forse è tempo di una riflessione seria sulle conseguenze dei mutamenti in corso a livello globale, non si può puntualmente aspettare che siano eventi come quello a cui stiamo assistendo in questi giorni, a ricordarci che bisogna correre ai ripari. Essendo ormai noto che gli effetti dei cambiamenti climatici interesseranno con particolare intensità l'area mediterranea, il nostro Paese dovrebbe attrezzarsi in modo tale da sviluppare misure di adattamento in grado di mitigarne efficacemente gli effetti. Inoltre, il basso livello delle scorte di cereali a livello globale significa che qualsiasi ulteriore interruzione dei rifornimenti sarebbe devastante per il mondo intero. La gravità della situazione è confermata da Mr. Abbassian della Fao che dice: «Siamo tornati al punto di partenza dell'anno scorso, è una situazione alla giornata. Abbiamo davanti a noi una strada in salita e dissestata nei prossimi mesi». Un pensiero questo che ci porta anche a pensare alla prossima Pac in un'ottica diversa, con un' Eurozona più che a rischio di spread, a rischio di crisi alimentare. ACURADI MAURO ROSATI maurorosati.it La Robin Tax si fa sentire sui conti di Enel Nuovo collegamento ferroviario fra Napoli e Bari -che si allungherà sino a Lecce e Taranto- e include la linea Potenza-Foggia. Sarà diretto, ridurrà del 22% i tempi di percorrenza rispetto al collegamento odierno per i treni passeggeri e merci e promette di favorire il rilancio dell'economia del Sud. È l'oggetto del Contratto di sviluppo firmato ieri dal ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca, dai rappresentanti delle Regioni interessate e dall'amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti. Il costo complessivo è di 7,1 miliardi. L'avvio degli interventi è previsto nel 2015. Fs: nuovo collegamento Napoli-Bari Il caldo ha danneggiato le coltivazioni di mais e pomodori Per la Ue non c'è solo l'incubo spread Enel ha chiuso il primo semestre con ricavi in aumento del 6% rispetto a un anno prima a 40.692 milioni di euro, grazie soprattutto all'incremento dei ricavi da vendita di energia elettrica nei mercati in cui opera la divisione internazionale e in America latina. Utile netto invece in calo del 28,6% per il gruppo Enel a 1,821 miliardi di euro (2,552 miliardi nel primo semestre del 2011). A pesare oltre la flessione del risultato operativo anche l'effetto della cosiddetta Robin Hood Tax. In calo del 7,2% l'Ebitda a 8.282 milioni e del -2,7% al netto dei proventi non ricorrenti. Cambiamenti climatici L'Europa rischia una crisi alimentare Telecom torna in utile e difende la rete Consumi in picchiata Aumentano i cassintegrati Confcommercio: calo più forte dal dopoguerra Cresce invece la Cig: +44% Pensioni, alle donne assegni più bassi LAURAMATTEUCCI MILANO Confedilizia: Imu incostituzionale, la impugneremo Telecom Italia torna in utile, conferma i target e la politica dei dividendi e difende la rete di accesso: «Non pensiamo affatto a perderne il controllo» ha dichiarato Franco Bernabé. «Non c'è dubbio in proposito - ha aggiunto - è uno dei nostri principali asset e rimarrà con noi per il futuro e nel lungo termine». Il bilancio del primo semestre 2012 approvato ieri dal consiglio di amministrazione si chiude con un utile netto di 1.245 milioni di euro in miglioramento di 3,3 miliardi rispetto al 2011 (-2.042 milioni) che scontava la svalutazione dell'avviamento delle attività domestiche. Un risultato che supera i pronostici degli analisti che si aspettavano un riallineamento ai risultati pre-svalutazioni: invece, al netto dell'impairment, si vedrebbe una crescita del 9,2 per cento. I ricavi sono saliti dell'1,7% a 14.79 miliardi ma le attività in Italia continuano a soffrire (ricavi -3% a 9.048 milioni di euro) anche se il segmento consumer conferma il progressivo trend di recupero. In calo l'indebitamento netto rettificato - l'obiettivo principe nella strategia di Bernabè - che scende a 30,36 miliardi. Il presidente di Telecom ha commentato il momento della compagnia in una conference call, spiegando come «in un contesto macroeconomico complesso, i solidi risultati conseguiti nel primo semestre consentono di confermare il raggiungimento dei target di fine anno». Inoltre, i risultati «mettono in sicurezza» la politica dei dividendi già comunicata al mercato e questo nonostante le turbolenze dei mercati. Il recente collocamenti obbligazionari, infine, ha permesso il mantenimento di un margine di liquidità in grado di coprire le scadenze del debito fino al 2014. «Telecom Italia» ha continuato Franco Bernabè «non sta pensando di cedere il controllo della rete di accesso che è uno dei suoi asset core. Nonostante stiamo esplorando tutte le diverse possibilità, non stiamo assolutamente pensando a perderne il controllo». «Il processo di cessione» ha continuato Bernabè «degli altri asset di Telecom Italia Media è invece in corso e riteniamo di poter chiudere entro l'anno». Il cda ha nominato Andra Mangoni direttore le attività in Sud America. 10 venerdì 3 agosto 2012
Canzonialsole 02FrancescoGuccini Canzonedellabambina... 03Alice Ilventocaldodell'estate 04Righeira L'estatesta finendo 05BrunoMartino Estate 06FrancoBattiato Summeronasolitarybeach 07VascoRossi Vadoalmassimo 08Mina Un'estatefa 09GinoPaoli Saporedisale 10Fabrizio DeAndré Canzoneper l'estate scelte dalla redazione PAOLOODELLO pa.odello@alice.it RipescatadagliarchiviEcmlaregistrazionedelconcerto diJarrett,Garbarek,DanielsoneChristensenaTokyonel '79 Adriano Celentano WEEKEND DISCHI NELLEPOCHERIGHEDIPRESENTAZIONEDELSUOPRECEDENTELAVORO,«MYBEAUTY»(1999),KEVINROWLAND DICHIARAVAUNPROFONDOMALESSEREESISTENZIALE, DIESSERSIPERSOEDIVEDERESOLOCOSESGRADEVOLI INTORNO A SÉ. Dalla foto di copertina ci guardava perplesso, con basettoni, rossetto, piume di struzzo rosa e collana di perle, indossando un elegante vestito lungo di raso blu tirato su fino all'inguine a mostrare un bel paio di calze nere autoreggenti. Che diamine: dopo nove anni di assenza non ci si ripresenta in questo modo nel puritano carrozzone del rock'n'roll. E infatti quasi tutti si fermarono alla copertina, ne rimasero fortemente turbati, dissero che ormai «era fuori come un balcone» e si guardarono bene dall'ascoltare il disco che si rivelò, così, un fallimento totale. Peccato perché, allora come oggi, suona splendidamente. Morale della favola: il fragile Rowland si richiuse nel guscio e sparì dalla circolazione. Proprio lui, il ribelle bianco del soul, che con i primi due album firmati Dexys Midnight Runners, Searching for the young soul rebels (1980) e Too rye ay (1982), era salito in cima alle classifiche di vendita, facendo ballare e sognare mezzo mondo. Poi arrivò Don't stand me down (1985) e iniziarono i guai. Tanto bello quanto incompreso, ridimensionò parecchio le potenzialità commerciali del gruppo che, ormai in balia di insanabili frizioni interne, si frantumò poco dopo. Rowland tornerà come solista nel 1988 con The wanderer, a cui farà seguito solamente il disco di cui sopra. Poi un lungo oblio, interrotto adesso da One day I'm going to soar, per realizzare il quale ha coinvolto alcuni degli originali collaboratori, compreso il fondamentale Mick Talbot alle tastiere, noto ai più come spalla di Paul Weller negli Style Council. Rispolverando un pezzetto del vecchio nome, ha intestato il lavoro ai Dexys, sfoggiando, questa volta, nella foto di copertina, una rassicurante, sobria eleganza maschile stile Parigi anni '40. Come sempre è la sua voce a condizionare incontrastata le variegate atmosfere dei brani: dispiegata a pieni polmoni o appena sussurrata, melanconica o solare. Non si risparmia: bisbiglia introspettivo, canta gioioso, parla confidenziale… quasi ininterrottamente. Anche la musica mantiene inalterata la sua inconfondibile cifra stilistica: Jackie Wilson, Marvin Gaye e Van Morrison combinati assieme con gli strumenti del pop e l'anima del r'n'b. She got a wiggle ha la batteria secca e implacabile come un metronomo, registrata altissima e però non disturba, come si usava nei primi anni'70, quando lo sweet soul veniva traghettato verso la disco music delle origini, elegante e sinfonica, da Barry White, la cui lezione affiora spesso negli arrangiamenti orchestrali delle undici tracce che compongono il lavoro. I'm always going to love you, in questo senso, è magistrale con in più i fiati vellutati, il pianoforte neo classico e l'ostentato riff funky della chitarra elettrica che scandisce il tempo. Ma attenzione, niente atmosfere patinate o glassature alla moda: l'attitudine è sempre quella del giovane scapestrato post-punk di una volta, che allo zucchero filato preferisce il croccante con le mandorle amare. In Me a prevalere è il gusto retrò di Talbot, capace di inventarsi un asciutto ed elegantissimo arrangiamento bossa nova/cool jazz che non si sentiva dai tempi dei suoi Style Council. L'atmosfera del musical caratterizza la spumeggiante Incapable of love dove gioca a dirsi incapace di amare duettando con Madeleine Hyland. Nella dolente e bellissima Nowhereis homedichiara di non trovare pace in nessun luogo. Speriamo, invece, che un po' di tranquillità riesca finalmente a trovarla, riacquisti una duratura fiducia in sé stesso e non ci faccia attendere altri tredici anni per poter risentire di nuovo la sua emozionante voce di eterno «young soul rebel». ILTITOLO GIÀNERICHIAMA LA STORIA,QUELLA DIUNA REGISTRAZIONE LASCIATA A PRENDERE POLVERE PER OLTRE UNA TRENTINA D'ANNI NEGLI ARCHIVI ECM, «IN SONNO». Sleeper nasce il 16 aprile 1979, durante un concerto al Nakano Sun Plaza di Tokyo, sul palco Keith Jarrett e il suo quartetto europeo, la «Belonging band». Jan Garbarek, Palle Danielson, Jon Christensen collaborano da tempo con Jarrett, da quel 1974 che ha visto pure l'uscita del loro primo album del quartetto appena formato, Belonging a firma di Garbarek, titolo che fra gli appassionati è ben presto diventato il nome della band che partendo dalla Norvegia sta cambiando il rapporto fra il jazz nordamericano e jazz europeo, il confronto è diventato dialettica fra pari. Fra i primi ad accorgersene anche Keith Jarrett appena sbarcato nel Vecchio continente, le contorsioni tormentate del sax tenore di Garbarek equilibrano il ricercato estetismo del suo pianoforte. Il contrabbasso di Danielson e la batteria di Christensen ne sono l'ideale contraltare ritmico, traendo linfa proprio dalla corposità lirica del sassofonista. Potenza di una band ormai entrata nel mito, e che oggi Sleeper ripropone con tutta la forza e la freschezza di un live. Operazione di marketing editoriale che fortunatamente diventa anche recupero di memoria, Sleeper è, di fatto, un documento storico utile a chiunque voglia confrontarsi con la storia della musica improvvisata europea. Con i suoi due cd, Sleeper si presenta come un reperto archeologico ancora straordinariamente vivo, e permette all'ascoltatore di rivivere, live, il piacere di un concerto ormai dimenticato e di riscoprire una tappa della formazione di artisti in piena creatività. E pronti a confrontarsi con i brani scritti da Jarrett. Quando salì sul palco del Nakano Sun Plaza, la «Belonging band» aveva al suo attivo due album. Gli altri due, Personal Mountains e Nude Ants, sarebbero arrivati proprio nel 1979. Il primo registrato a Tokyo come Sleeper, con uno scarto di qualche giorno fra studio di registrazione e concerto. Nude Ants qualche mese più tardi al Village Vanguard di New York. In Sleeper si ritrova in tutta la su interezza anche quella stessa Personal Mountains considerata troppo lunga per le necessità dell'omonimo album, in apertura del primo cd. A seguire Innocencee SoTender. Nel secondo altri quattro brani a firma di Jarrett: Oasis, ChantoftheSoil, Prism e New Dance. Azzurrro Torna il ribelle biancodelsoul RieccoKevinRowland Unnuovodiscocon iDexys DEXYS Oneday I'm going tosoar Bmg PIEROSANTI pierovic@libero.it Altrochesonno! «Sleeper»oragiradinuovo JARRETGARBAREK DANIELSON CHRISTENSEN Sleeper Ecm ESTATE ITALIANA GLIALTRIDISCHI I«Dexys» inversione allargata.Kevin Rowland ingiaccarossaebasco,Mick Talbot è il secondo dasinistra Sicuramenteuno deinomiemergenti più interessantidella scena indie rock, la cantautricenewyorkesearriva aquesto terzo lavoro dopo dopo una seriedi disavventurepersonali cheemergono chiaredallecanzoni. Il risultatoè un trasparentesenso di toccante intimità, veicolatodauna musica inbilico tra un popelettricoe compattoe un folk psichedelicoerarefatto. P.S. SHARONVAN ETTEN Tramp Jagjaguwar Bellodenso,a dispetto delpalese rarefattominimalismo, ilquarto disco dellamusicista norvegese,che ha decisodi radicalizzare ulteriormente il suoapproccio sperimentalealla forma canzone.Unaricerca,però, pernulla ermetica.Tuttoavviene, infatti, senza intellettualismidi risultané avanguardismiombelicali, permeabile all'ascoltodi unorecchio curioso. Un delicatopopelettroacustico continuamentedisturbatodasuoni concretie rumorielettronici, mentre le nevrosi ritmichecontrastanocon il sussurro fragile dellavoce. P.S. HANNE HUKKELBERG Featherbrain Propeller Conquesto terzodisco ilgiovane cantautoreneozelandese prosegue convinto il suo originalepercorso artistico, fattodi un popdallemelodie ricercatee dai raffinati arrangiamenti. Atmosferecheriportano allamente quelledelle orchestrine dellacommedia musicale inglese deiprimi decennidel secoloscorso.Unelegante signorino di campagna,un po' snob, chedeclina la lezionedeiBeatlesdi Honey pie. P.S. LAWRENCE ARABIA TheSparrow BellaUnion U: 18 venerdì 3 agosto 2012
La partita non è ancora chiusa. Il Pdl o come si chiamerà «i l part i to-che-non-c'è» (copyright Giorgio Stracquadanio), è sotto di parecchio, a un passo dalla sconfitta. Ma spera di avere ancora qualche carta da giocare per recuperare Pierferdinando Casini, o almeno parte dell'elettorato di centro, moderato, cattolico. «Wait and see» è il motto in via dell'Umiltà. «Prima di gettare la spugna vediamo con quali regole andremo a votare e cosa succede in Sicilia. Il voto in ottobre per il governatore e il rinnovo dell'Assemblea regionale sarà ancora una volta il laboratorio per le alleanze nazionali». L'annuncio ufficiale del tandem Pd-Sel che apre ad un patto di alleanza, cioè a governare insieme, con l'Udc non sorprende in casa Pdl ma non c'è dubbio che alza la tensione e accelera i tempi. Fabrizio Cicchitto sottolinea che «ai tempi del governo Prodi quel ruolo fu ricoperto da Mastella» che poi fece cadere il governo, ed evidenzia la «eterogeneità della coalizione» e in essa «la subalternità dell'Udc. Casini - prosegue Cicchitto - rischia di perdere la storica occasione di ricostruire, d'intesa col Pdl, una larga aggregazione politica e sociale di centro-destra. Ci auguriamo che su questo nodo di fondo Casini e l'Udc aprano una seria riflessione». Ancora più esplicito si fa il segretario-ombra Angelino Alfano che ironizza sul nome, già più volte smentito. «Polo della speranza? Non so a quale si riferiscano, forse alla loro speranza di vincere. Per il resto è un'alleanza che si basa su un pregiudizio anti-imprenditoriale forte» e che sulle politiche del lavoro «ha come socio di riferimento la Cgil, protagonista di politiche conservatrici e di pregiudizi». Più duro di tutti è il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi che minaccia di chiedere «l'espulsione dell'Udc dal Ppe se veramente farà l'accordo con Sel». Osvaldo Napoli, vicecapogruppo Pdl alla Camera attacca frontalmente Casini: «Il suo silenzio fa molto rumore. Se è imbarazzo, è finto come quello di ogni tatticista. Se è riflessivo, s'impegni perchè nella famiglia dei popolari serve chiarezza. Se poi Casini piega ogni tattica in direzione del Colle più alto, beh, allora è anche facile immaginarselo a sfilare al prossimo gay pride». LE DUEVARIABILI Messaggi dai toni ultimativi. Ma che ultimativi non sono. «Aspettiamo settembre, vediamo come sarà declinata la legge elettorale, poi vedremo...» dice Alfano ai microfoni di RadioAnch'iodove conferma la inutilità delle primarie «se Berlusconi accetterà di candidarsi («è spuntato fuori un condizionale» si fa notare in casa Pdl). Difficilmente si arriverà ad un accordo in tempi brevi. Il nodo resta quello dell'assegnazione del premio di maggioranza. Punto su cui il Cavaliere resta irremovibile insistendo sulla necessità che sia assegnato al partito che ottiene più voti, e non alla coalizione. Il problema è se entrerà la cartache consenta di trasformare inun punto forte i “giardinetti”che ora sono nelle mani dei gio-catori. Il dopo Lombardo in Si-cilia si gioca in una mano sola e con tempi brevi. Per ora abbiamo una dozzina di candidati per un turno unico e schieramenti usciti frantumati dall'esperienza di cinque governi di Raffaele Lombardo. Quindi buone probabilità, in autunno, di assistere all'insediarsi di una assemblea regionale con tanti piccoli indiani pronti a contrattare per il sostegno al «miglior perdente», come dice l'onorevole Adolfo Urso. Secondo un sondaggio di Dempolis se si votasse oggi «nessun partito è in Sicilia oltre il 16%. Quattro siciliani su dieci si dicono pronti a restare a casa. Il 28% degli elettori non sa per chi votare». A destra, il Pdl ha le ossa rotte, però, per quanto delusi, gli elettopri di centro destra nell'isola sono molti, e fioriscono le candidature contrapposte: Leontini, capogruppo all'Ars, Gianfranco Micciché che, però, è uscito dal partito per fondare Grande Sud. La carta per ricompattare il Pdl in Sicilia potrebbe essere Angelino Alfano, ma lascerebbe fuori Micciché che, nel caso il candidato sia il «delfino» di Berlusconi, probabilmente manterrebbe in piedi la sua candidatura. Forse, nell'area, solo Stefania Prestigiacomo potrebbe mettere insieme il diavolo e l'acqua santa. Poi c'è il partito di Lombardo che non si chiamerà più Mpa. Il governatore, ancora in carica per l'ordinaria ammistrazione, ripete ai quattro venti che lui si ritirà ma che aiuterà «gli amici». Secondo Giuseppe Lupo «pensa probabilmente di fare il puparo ma aggiunge il segretario del Pd - mi auguro che non trovi burattini disponibili a fare il suo gioco». Comunque il governatore ha il problema della candidatura da sostenere. Finora in pole position c'è stato Massimo Russo, assessore alla sanità che si è distinto nel lavoro di risanamento. Ma questo, elettoralmente, potrebbe non essere un valore aggiunto. Procedendo verso il centro, oggi è in calendario un appuntamento importante, la direzione regionale dell'Udc con il segretario Gianpiero D'Alia. D'Alia è un papabile ma, nell'ipotesi di un'alleanza con il centro sinistra, la quadra si potrebbe trovare anche intorno a una figura alta, con una storia limpida e discriminanti forti. Il nome più significativo, in un contesto di questo tipo, sarebbe quello di Ivan Lo Bello. L'ostacolo che oppone l'ex presidentre di Confindustria Sicilia è lo Statuto dell'organizzazione, che vieta per cinque anni le candidature politiche. Ma, nonostante tutto, c'è chi spera, vista la situazione drammatica e d'emergenza della Sicilia, «si faccia l'eccezione che conferma la regola». Lo Bello, intanto, fa l'identikit del candidato ideale, e del programma: «Chi si candida deve avere una forte impronta morale senza storie poco edificanti alle spalle. Non è vero che il Paese ci guarda con sospetto, lo fa nei confronti di una certa classe politica». Non crede in una soluzione «Monti» ventilata dal presidente Pdl dell'Ars Francesco Cascio - per la Sicilia, «Non ho il mito dei tecnici e della società civile che sostituisce la politica». Semmai i partiti «devono riflettere sui meccanismi di selezione», parlando di programma Lo Bello fa inalberare Raffele Lombardo: «I partiti devono dire cosa vogliono fare di quel sistema clientelare che sta dentro al bilancio, se faranno un passo indietro rispetto all'occupazione del potere, se vogliono star dietro alla demagogia o utilizzare al meglio le risorse comunitarie, se intendono seguire il modello Lombardia sulla formazione professionale o mantenere l'attuale clientificio». La Sicilia spesso ha l'ambizione di anticipare equilibri nazionali, ma la sua geopolitica è eccentrica e le cronache registrano un incontro fra Casini e il sindaco di Palermo Orlando. E Idv è corteggiata anche da Fabio Granata che nell'isola vede alleati Fli e Idv sul terreno della «cultura della legalità». A sinistra ci sono due candidature partite a prescindere dai rispettivi partiti. Rosario Crocetta (Pd), forte della sua fama di ottimo sindaco di Gela e del successo avuto alle Europee. Claudio Fava esprime la propria sintonia con Leoluca Orlando, attacca Crocetta e attaca tutto il Pd, che non ha fatto una riflessione autocritica sul sostegno a Lombardo e «sul governo della spesa pubblica finalizzata al consenso elettorale». Per l'esponente di Sel il Pd siciliano non è quello di Bersani e l'Udc siciliano non è «quello di Casini e non è del tutto libero dalla eredità di Cuffaro». Sono critiche che non convincono Giuseppe Lupo per il quale «il Pd ritiene molto importante nel programma di cambiamento il confronto del centro sinistra con l'Udc». Lupo insiste su un punto: «faccio appello alla responsabilità nei confronti della Sicilia a tutto il centro sinistra per un programma di cambiamento». Questo senso di responsabilità dovrebbe far mettere da parte gli elementi polemici che guardano al passato perché «se Lombardo è dimissionario, questo si deve al Pd che ha chiesto con grande chiarezza le elezioni anticipate». Oggi c'è un altro appuntamento caldo, un dibattito alla festa di Sel palermitana a cui parteciperanno il Pd, Leoluca Orlando e Pierferdinando Casini. Ma intanto Orlando ha sparato a zero sull'accordo romano di Vendola e Bersani con Casini: «Io sto con Di Pietro, anche quando dico le cose in modo diverso». Pdl all'assalto dell'Udc Il segretario del Pdl Angelino Alfano a via dell'Umiltà, sede del partito FOTO ANSA Reazione violenta al dialogo tra i progressisti e i moderati. Napoli: sfileranno al gay pride Alfano ironizza sul «Polo della speranza» ma tenta un disperato recupero in extremis Roberto Formigoni, invitato a comparire per due volte dalla Procura di Milano, ha deciso di non farsi interrogare per ora - nell'inchiesta sul caso Maugeri. I suoi legali hanno depositato una memoria dalla quale si evince che il suo eventuale interrogatorio potrà tenersi solo dopo aver conosciuto gli atti di indagine. Il governatore lombardo, insomma, cambia strategia difensiva. Indagato per presunta corruzione aggravata, ha sostituito il suo avvocato e il suo interrogatorio, previsto inizialmente per questa settimana, slitta a settembre. La conferma arriva dall'avvocato Mario Brusa, nominato da Formigoni suo difensore insieme a Luigi Stortoni in sostituzione dell'avvocato Salvatore Stivala. «L'interrogatorio? Adesso andiamo in vacanza, se ne parla a settmbre», ha dichiarato il legale dopo aver incontrato in Procura il pm Laura Pedio, uno dei magistrati titolari dell'inchiesta sulla Fondazione Maugeri. Il Celeste è indagato dal 14 giugno con l'accusa di corruzione aggravata dalla transnazionalità. La Procura milanese lo accusa di aver ricevuto da Pierangelo Daccò, uomo d'affari molto vicino a Cl in carcere da novembre, utilità e benefit come biglietti aerei, vacanze di lusso, yacht messi a sua disposizione, per un valore complessivo di 8,5 milioni di euro. Soldi transitati - sempre secondo l'ipotesi accusatoria - anche su conti svizzeri (da qui l'aggravante della transnazionalità) riconducibili allo stesso Daccò. Nel mirino degli inquirenti ci sono una quindicina di delibere approvate dalla giunta regionale sullo stanziamento dei fondi alla sanità. L'avviso di garanzia è stato notificato a Formigoni la settimana scorsa, con in allegato un invito a comparire fissato per sabato 28 luglio. Ma il governatore lombardo non si è presentato all'interrogatorio, assicurando, tramite il suo ex avvocato difensore, l'intenzione di farsi sentire «anche ad agosto». I pm, coordinati dal procuratore capa Edmondo Bruti Liberati, hanno notificato lunedì scorso una nuova convocazione formale per Formigoni per questo sabato. Martedì, però, l'avvocato Stivala ha depositato la sua rinuncia al mandato in Procura, allegando anche una lettera nella quale, in sostanza, invitava il governatore a trovarsi un nuovo legale, mentre i pm nominavano per lui intanto un difensore d'ufficio. Il presidente lombardo ha affidato l'incarico ai legali Brusa e Stortoni, che ieri mattina hanno ufficializzato il dietrofront, facendo sapere formalmente che Formigoni non intende presentarsi. POLITICA CLAUDIAFUSANI ROMA . . . Il segretario Pdl: «Aspettiamo ancora la legge elettorale e le alleanze in Sicilia» Sicilia al voto, rischio frammentazione Asse Pd-centristi IL CASO Unadozzinadicandidati per ildopoLombardo:da FavadiSelall'UdcD'Alia, alla«carta»LoBello. Per ladestraMicciché, Leontinio lostesso Alfano Formigoni non si fa interrogare Il presidente lombardo ha deciso di non presentarsi davanti ai giudici È indagato per corruzione aggravata LA. MA. MILANO JOLANDABUFALINI jbufalini@unita.it . . . Sondaggio Dempolis: se si votasse oggi «nessun partito in Sicilia andrebbe oltre il 16%» 6 venerdì 3 agosto 2012
ILSECONDONOVECENTOHAGIÀUNMEZZOSECOLOALLE SPALLE, LOGICO QUINDI CHE SI TENTI DI RILEGGERLO,UN'IMPRESACHEDEVEEVITARECRITERImassimalisti, come sarebbe il sottoporlo alla morsa costringente sottesa tra i terminali dell'Arte povera e della Transavanguardia. Tra i tanti fenomeni che così rischiano di essere «rottamati» c'è stato pure un episodio di salvataggio della pittura, ma col proposito di renderla concorrenziale all'invasione dell'ambiente, che del Poverismo è stato senza dubbio il motivo più valido. Questo tentativo di pittura spaziale ha avuto due alfieri a Milano, in Valentino Vago e Claudio Olivieri, a torto invece ignorati nella recente ricostruzione degli anni 70 nel capoluogo lombardo. Ha rimediato a questo silenzio il Museo Diocesano con attente personali dedicate ad entrambe queste figure. Di Vago già ho detto, con la sua invasione di spazi enormi di chiese o di altri edifici, come se il pigmento cromatico fosse un gas portato a condensarsi sulle pareti, a depositarvi una sottile distesa d'acqua, scossa dalla comparsa di galleggianti, di minimi inserti, tanto per dare profondità alla visione. Ora è il turno di Claudio Olivieri (1934), che viene anche lui da esperienze di movimentismo, forse con qualche eredità derivante da Lucio Fontana, come se i tubicini al neon, frontiere avanzata nell'officina del Grande Lombardo, fossero rimasti, per tutti gli anni 60, allo stato di fibre fluenti, nella finzione pittorica, ma con un uguale potere di prendere a scudisciate l'aria. In seguito l'artista ha castigato un po' troppo questo suo scattante e nervoso grafismo, compattando le masse cromatiche, ma non del tutto, a differenza di quanto andava facendo l'operazione nota anche come «pittura analitica», che si rifugiava in una alquanto noiosa monocromia, basti vedere tutti gli epigoni del Minimalismo statunitense che Panza di Biumo si è trascinato dietro, affidandoli a molti musei nazionali ed esteri. Caso mai, la produzione di Olivieri andrebbe commisurata agli esiti di due brillantissimi statunitensi animatori della superficie con sottili, epidermici interventi, quali Brice Marden e Agnes Martin. Per lui potrebbe valere anche un riferimento a Umberto Boccioni e alla sua profezia secondo cui un giorno l'arte si sarebbe fatta con gas immateriali, e infatti le stesure cromatiche di Olivieri hanno la leggerezza di emissioni rarefatte ed aeree, con lenti movimenti interni, di concentrazione o di dilatazione, o di apertura in avallamenti che ne scindono la compattezza. Si intravede insomma un delicato ma tenace movimento intracutaneo, che si tiene pervicacemente «al di qua della superficie», come titola la sua introduzione in catalogo Paolo Biscottini. Del resto, qualche volta lo stesso Olivieri non ha disdegnato di avventurarsi davvero «al di là della superficie», concretizzando quei suoi filamenti di colore in sottili pedicelli, alla maniera dei «mobiles» di Calder. Questo avveniva in una mostra del 1979, proprio al Palazzo Reale di Milano, ma poi, subito pentito, è rientrato nel compito di animare la tela solo con operazioni virtuali, anche se pur sempre concorrenziali rispetto a chi, quei medesimi processi di diffusione luminosa, li andava realizzando davvero, si pensi a un altro statunitense, Robert Irwin, visto all'ultima Biennale di Venezia. DIMENSIONEPSICHICA Molto indicativi i titoli che l'artista assegna a questi suoi lavori, talvolta rifugiandosi nella tautologia, ovvero nell'enunciazione di ciò che i dipinti attestano in sé e per sé, sul tipo di Rosso e dintorni, o Oltre il rosso, dove comunque appare l'intento di non fermarsi mai a una piatta stesura monodimensionale. Ma che ci sia della profondità, anche psichica, dietro queste macchie dilaganti, lo dice un'altra serie di titoli che prendono le vie del mito, della leggenda: Per Giasone, Musa in esilio, Hilarotragoedia, come fossero specchi magici su cui chinarsi per leggere la propria sorte. Verrebbe pure la tentazione di soffiare su quelle nebulose, di aiutarle a squarciarsi, a mutare assetto, come caleidoscopi, benché non fatti di corpuscoli, ma di emanazioni gassose. In questa pur perfetta calibratura ci potrebbe essere un rischio di monotonia, da cui del resto non è esente neppure un illustre precedente di esercizi simili, Rothko. Ma proprio i numerosi riferimenti a grandi firme dell'olimpo internazionale ci dicono che non è possibile tacere su una presenza del genere. WEEKENDARTE AndyWarhol fra ritrattiecuriosità Una delle sale della mostra dedicata a Claudio Olivieri Miti rarefatti d'aria e colore Lapitturaspazialemilanese diClaudioOlivieri CLAUDIOOLIVIERI acura diPaoloBiscottini Milano,Museo Diocesano Finoal6 settembre Catalogoautoedito RENATO BARILLI Nell'attualedifficile congiuntura l'esposizioneproponeunariflessione sul lavoroattraverso le raffigurazionidei mestieri svolti a Venezia tra800e900. Inmostra settanta dipintidei maestri della«pitturadelvero» nelTriveneto. Arricchisce ilpanorama unarassegna di una trentinadi fotografie storiche di TomasoFilippi (Venezia 1852-1948), allestitanella Casadel Giardinierenel parcodi Villa Pisani, che restituisceusie costumidi unaVenezia«sparita». F.M. LEALTRE MOSTRE Natoper raccontare le terre di Sicilia il progettoPlaneta, alla sua V edizione, quest'annosiesplica attraversodue mostreedueprogetti editoriali che affrontano il tema dellacasa. ACasa Planeta l'esposizionedi oltre30 opere di alcuniprotagonistidel Gruppo di Scicli (SoniaAlvarez,Carmelo Candiano, SalvatorePaolino eFranco Polizzi);nel piccolomuseo dell'Ulmo aSambuca un reportage fotograficodi GianniMania, dedicatoai lavoratori siciliani. F.M. PLANETA.VIAGGIO INSICILIA AcuradiA. Massarenti e D. Planeta Menfi (AG), CasaPlanetae altresedi Finoaottobre 2012 - Catalogo Planeta NOBILTÀDEL LAVORO Acuradi MyriamZerbie LuisaTurchi Stra(Ve), Museodi VillaPisani Finoal4/11 - CatalogoAllemandi ANDYWARHOL: RITRATTI E CURIOSITÀ DELMITODAL 1964AL 1983 PortoCervo, Madai, PromenadeduPort (viadelPorto Vecchio 1) Finoal26 agosto Lamostra presenta fra molti ritratti, alcuni «divertissement», come«I due dollaridi Jefferson»firmati sul fronteo la custodiadel disco «Loveyou live» diMick Jagger, disegnatae firmata dall'artista. Ilmaestro franceseè protagonista della 7ªedizionedi Intersezioni,progetto ambientatonel Parcoarcheologico di Scolacium,per ilquale haconcepito 5 grandiose installazioni. «Lemie installazioni - afferma - permettonosia d'accentuare le linee di forzagià esistentiall'interno delparco, riempire deivuoti, comenel caso della Basilica,o ancora, rintracciare dellecolonne che nonsono maiesistite, come avvienenel Foro». F.M. DANIELBUREN Catanzaro,Parco diScolacium Acuradi AlbertoFiz Finoal 14/10 - CatalogoSilvanaEditoriale U: 20 venerdì 3 agosto 2012
Vendola ribadisce che non vuole porre veti nei confronti dell'Udc, però mette in chiaro che «se Casini immagina che l'orizzonte della politica debba essere l'austerity e il liberismo da qui all'eternità è chiaro che sarà un avversario e non un alleato». Quello che il governatore pugliese lancia attraverso una videolettera caricata su Youtube è più che altro un messaggio di rassicurazione rivolto alla platea di militanti e simpatizzanti di Sel, che via web (e non solo) hanno reagito malamente al combinato disposto dell'intesa con Bersani per una coalizione progressista e la prospettiva annunciata dal leader Pd di un patto di legislatura con i moderati. Vendola precisa che con i Democratici sta costruendo la «casa» del centrosinistra, «in cui non c'è l'Udc». E sa che il quadro si farà più chiaro quando si entrerà nel vivo delle primarie, alle quali (nonostante l'appello rivolto da Tabacci) non parteciperà Casini. Per questo Vendola chiede a Bersani di fissare subito data e regole della sfida per scegliere il candidato premier della coalizione progressista. Il segretario del Pd sa bene che il leader di Sel si è impegnato in un'impresa tutt'altro che facile e ora avrà il problema di non perdere pezzi del suo elettorato. Però non può acconsentire alla richiesta di stabilire ora norme e giorno delle primarie, perché sarà una decisione che andrà presa al termine del percorso di costruzione del patto di progressisti e democratici. Ovvero dopo che sarà stata scritta la carta d'intenti nella versione definitiva e quando tutte le candidature per la premiership saranno in campo. Il che dovrebbe avvenire per la fine di settembre (Matteo Renzi ha fatto capire che prima di allora non scioglierà il nodo). Per poi convocare i gazebo per i primi di dicembre. L'obiettivo di Bersani adesso è duplice. Da un lato, continuare a discutere la carta d'intenti da lui presentata, come ha fatto ieri con una delegazione del Forum del terzo settore (martedì toccherà invece al leader dei Socialisti Nencini), che ha apprezzato l'apertura al confronto e consegnato al segretario Pd questo messaggio: «Solo con la fiducia e la coesione sociale può esserci sviluppo» (Bersani ha annuito e assicurato che i movimenti civici verranno trattati da «protagonisti» perché «la politica da sola non può risolvere la crisi»). Dall'altro lato, ora per il leader Pd è prioritario definire il perimetro della coalizione di centrosinistra. Ormai è chiaro che dentro questo perimetro non ci sarà Di Pietro. «Con lui si è creato un problema serissimo, e non l'abbiamo creato noi. Di Pietro e l'Idv hanno preso un'altra strada perché se no non si capisce il coro di aggressioni e di insulti e di posizioni inaccettabili». I mesi e anni che abbiamo davanti saranno molto duri, è il ragionamento che fa Bersani, e quindi bisogna rendere chiaro all'estero che «il centrosinistra è in Italia la garanzia della stabilità della prospettiva europea», ma bisogna anche rassicurare gli italiani sul fatto che non si ripeteranno gli errori del passato: «Noi siamo preoccupati che gli italiani capiscano che stavolta facciamo sul serio e non è presentabile una coalizione che fa finta di stare insieme insultandosi. Davanti ai problemi che ha il Paese non possiamo consentirci ambiguità, chi se la sente di affrontare i problemi che abbiamo davanti salta su, chi non se la sente sta giù». FESTAPD,NESSUN INVITO ADIPIETRO Anche gli attacchi di Di Pietro seguiti all'incontro tra Bersani e Vendola non aiutano. E sembra che la rottura sia a tal punto consumata che alla Festa nazionale del Pd di Reggio Emilia, che il segretario democratico inaugurerà il 25, non ci sarà il leader Idv. Inviti a partecipare ai dibattiti sono stati spediti a diversi ministri del governo Monti (dalla Cancellieri a Profumo, da Barca a Balduzzi a Riccardi), a Casini (dovrebbe confrontarsi con Franceschini) a Vendola (faccia a faccia con Fioroni) e non è escluso un confronto anche con Alfano e Maroni. Nessun invito è invece stato spedito a Di Pietro, che ieri ha definito Bersani e Vendola «furbacchioni politicanti in cerca di pubblicità». Neanche il leader di Sel ha apprezzato e chiede all'Idv di smetterla con le «polemiche barocche». ILCOMMENTO MICHELEPROSPERO Bersani presenta al Forum Terzo settore la «carta d'intenti» Videomessaggio del governatore pugliese: «No a veti su Casini, ma sarà un avversario se l'orizzonte è l'austerity» SEGUEDALLAPRIMA Dopo la rovinosa caduta del berlusconismo, in gioco sono anche questioni di più lunga durata. Oltre alle alleanze dettate dal calcolo e dalle opportunità, occorre anche una proposta dal respiro strategico, la sola che possa chiudere un ciclo storico fallimentare e aprire i cantieri per un'altra fase della Repubblica. L'alleanza della sinistra con forze moderate può assumere i caratteri di una soluzione strategica alla crisi italiana. Essa però va declinata non già come una semplice formula di governo dettata dai testardi numeri, ma come una via maestra per guidare la transizione nel solco di un nuovo patriottismo costituzionale. Il nucleo forte del realismo politico risiede proprio in questo assillo per abbozzare una risposta della politica al disfacimento dei rapporti di potere. Le transizioni politiche, cioè le fasi dense di incognite che seguono una caduta di regime, vanno anzitutto governate. Se si lascia scorrere un processo storico di destrutturazione degli antichi equilibri di potenza senza preoccuparsi di fornire il governo politico che scongiuri i vuoti, le sorprese più amare non mancheranno di affiorare favorendo un ripiegamento regressivo. Accadde così negli anni '90. Allora fu bistrattato il canone del realismo per inseguire dei velleitari sogni di gloria. Mancò ogni idea di confluenza costituzionale tra gli eredi delle grandi culture politiche. Non fu accolta neanche la disperata richiesta di Gerardo Bianco di spostare solo di qualche mese la data del voto, per dare così la possibilità ai moderati di riorganizzarsi in vista della contesa nei collegi maggioritari. La rottura, consumata in un delicato passaggio di transizione, tra la sinistra e il centro favorì però la scorciatoia plebiscitaria. Quando la sinistra scorda la lezione originaria del «partito nuovo» (ma anche il nucleo vitale del compromesso storico di Enrico Berlinguer), e agevola la migrazione di un'area moderata nel blocco delle forze populistiche, agevola un collasso di portata storica. L'esperienza della seconda Repubblica conferma i guasti del connubio tra le destre e i moderati. Solo le dure repliche avute dalla farsa berlusconiana hanno restituito al centro la ragione politica smarrita, che svela l'impossibilità per i moderati di convivere in una condizione subalterna entro la coalizione di destra. Dopo la distruzione della seconda Repubblica non emerge una normalizzazione per cui un responsabile partito di centro ha l'opportunità di creare un polo alternativo alla sinistra. Il centro resta una porzione minoritaria che si è distaccata dalla destra favorendo l'implosione del potere berlusconiano che ora cerca però di riemergere cavalcando le componenti populistiche variegate in circolazione. In futuro l'area moderata potrà aspirare ad occupare uno spazio politico alternativo a quello della sinistra. Ma nella transizione che si è aperta, e nel bel mezzo di sovversivismi mai sopiti, un esplicito patto costituzionale con la sinistra è un atto di grande responsabilità storica, cui il moderatismo non potrà sottrarsi. Il centro attuale non è l'area cattolica progressista erede di Moro e del dossettismo, e che solo per una vicenda originale della storia italiana abitava in un partito ad egemonia moderata. È un soggetto di ispirazione cattolico-liberale che rigetta il codice del populismo e respinge ogni seduzione plebiscitaria. In un momento di crisi, non si può certo trascurare questa positiva realtà di un centro provvisto di una lealtà costituzionale e di una cultura parlamentare. Quella inaugurata nel 1994 si è rivelata una transizione (verso un altro sistema di partito) senza consolidamento (con regole condivise, con la legittimazione reciproca degli attori). La prospettiva attuale deve essere quella di trovare un rapido consolidamento (per rafforzare l'efficacia del regime parlamentare) alla transizione inaugurata con il crepuscolo del populismo. Per quanto la cecità degli avversari costringa a giocare una partita nuova con regole arrugginite, bisogna mantenere saldo il proposito di edificare argini contro la frantumazione. Il consolidamento della transizione chiede di porre rimedi alle coalizioni liquide attraverso una recuperata funzione di grandi partiti (capaci di supportare una leadership altrimenti sotto ricatto malgrado i gazebo). L'alleanza con il centro non si risolve in una scena trasformista purché la sinistra, così traspare nella carta di intenti, ritrovi i resti delle sue antiche cose (identità, radicamento, partecipazione). ILCENTROSINISTRA SIMONECOLLINI ROMA Il Pd: alleanza vera Sull'Udc Vendola «rassicura» Sel Sinistra e moderati, la via d'uscita dalla crisi italiana Una Festa Democratica dedicata a tutti gli amministratori che resistono alle mafie: sarà questo il tema della Festa nazionale che inizierà a Reggio Emilia il 25 agosto e terminerà il 9 settembre. L'appuntamento è a Campovolo, dove già il primo giorno ci sarà un omaggio a Lucio Dalla, un concertone che vedrà alternarsi sul palco «gli amici del primo tempo» (come il musicista definiva la vita terrena), ovvero gli Stadio, Luca Carboni, Samuele Bersani e Pierdavide Carone. La foto dei manifesti che annunceranno l'iniziativa è di Marco Alemanno. Il 27 è invece atteso Roberto Benigni. La storica Festa de l'Unità, ribattezzata da qualche anno Democratica, è stata presentata ieri dal segretario del Pd, Pier Luigi Bersani col responsabile delle feste, Lino Paganelli, Nico Stumpo dell'Organizzazione nazionale, e Andrea Rossi dell'Organizzazione reggina. «Reggio Emilia come «città della nobiltà della politica», ha spiegato Bersani, «quella di Nilde Iotti e Giuseppe Dossetti, la città del tricolore, il cuore storico della tradizione progressista italiana. Quest'anno dedicheremo la festa agli amministratori che resistono alle mafie», ha annunciato il segretario Pd, perché «non devono essere lasciati soli: non si dica che la politica è tutta uguale». Non mancherà un ricordo di Pio la Torre, al quale sarà intitolato il palco centrale della festa. Nei 180 mila metri quadrati di Campovolo si alterneranno dibattiti e momenti di spettacolo, lavoreranno fra i 1.200 e 1.500 volontari per sera per un totale di oltre 7.000 per la durata della Festa. Sono 94 le aziende del territorio coinvolte tra allestimento e fornitura di servizi e beni e 11 ristoranti per un totale di 3.600 coperti, 7 i punti ristoro e 4 i bar, 50 espositori commerciali. Saranno invece 10 le Associazioni presenti, fra le quali Libera, Istoreco, Anpi, Casa Cervi. Nell'Arena spettacoli, gestita dai Giovani Democratici con 60 giovani volontari ogni sera, concerti gratuiti in spazi da 15.000 persone; l'area sportiva di 5.000 mq sarà invece gestita dalla Associazione UISP di Reggio Emilia. Tra gli appuntamenti di maggior richiamo, oltre al concerto del 25 per Dalla e lo spettacolo del 27 di Benigni, ci saranno Arisa (il 30), il 2 settembre Goran Bregovic, il 4 i Modena City Ramblers, il 5 Noemi, l'8 i Subsonica e domenica 9 chiuderà la festa Mauro Pagani, polistrumentista della Pfm. Festa democratica contro le mafie . . . Il segretario Pd: Di Pietro è un problema serio, si è escluso da solo Niente invito alla Festa . . . Il connubio destre-centro ha prodotto la seconda Repubblica. Per questo occorre cambiare politica 4 venerdì 3 agosto 2012
«Il più bello, grande e magnifico che mai fusse stato fatto»: così Vasari definì il pavimento del Duomo senese che dal 18/8 al 24/10 sarà visibile al pubblico. Nella foto l'egiziano Ermete Trismegisto. PARTENZAALL'INGLESE,L'ALTRASERA,PERIL65MOFESTIVAL DEL FILM DI LOCARNO. DUPLICE PASSERELLA BRITANNICA SUL PALCO DELLA GREMITISSIMA PIAZZA GRANDE con il direttore del festival Olivier Père che ha presentato il regista e il protagonista del film d'apertura TheSweeney, Nick Love e Ray Winstone, e lo sguardo più provocatorio e seducente del cinema degli anni 70, Charlotte Rampling, premiata con l'Excellence Award e salutata con un'interminabile standing-ovation dal pubblico della più vasta «sala» all'aperto d'Europa. Anticonformista e disinibita, simbolo ambiguo dell'eros e della rivoluzione della «Swinging London» degli anni 60, Charlotte Rampling, 66 anni, ha confermato la sua totale indifferenza alla star-system e al glamour patinato che lo avvolge. «Sono diventata attrice – ha ribadito l'attrice inglese – perché avevo deciso che questa doveva essere la mia professione. A 20 anni, già mi esibivo con mia sorella Sahra nei pub della città, contro il volere di mio padre che mi voleva in ufficio: cantavamo in francese e tenemmo anche un concerto a Piccadilly Circus. Era un periodo di cambiamento e il cinema offriva molte opportunità. Poi, sono arrivati Richard Lester (TheKnack, Palma d'oro a Cannes nel '65), Luchino Visconti (La Caduta degli Dei), Liliana Cavani (Il Portiere di Notte) e, ancora, Woody Allen (Stardust Memories), Nagisa Oshima (MaxMonAmour), fino a Lars von Trier (Melancholia). Non ho scelto di fare l'attrice per diventare famosa e montata, ma per cercare di approfondire il senso di varie realtà. Anche per l'educazione ricevuta, non ho mai avuto la vocazione della star». QUEIFILM SULLA BELLEZZADELL'ORRORE Torna la forza e il fascino del suo sguardo anche nella rievocazione dell'incontro con Luchino Visconti. «Avevo 22 anni e lui mi propose la parte di una donna di 37, madre di due figli. “Ciò che vedo in un'attrice è quello che sta dietro ai suoi occhi- mi disse Luchino -. Dietro agli occhi c'è l'anima e l'età non conta”. Visconti è stato un maestro incredibile, mi ha insegnato a essere attrice». Non solo l'ammaliante sguardo magnetico. A rendere celebre la Rampling sono state anche le bretelle nere portate a seno nudo e il berretto «nazi» del Portiere di Notte. «Quel film dipinge un universo tetro, oscuro, perverso, disturbante. La realtà della relazione con il mio torturatore è indicibile. È un film ancora moderno, universale: siamo tutti così. Con Visconti e la Cavani ho fatto due film sulla straordinaria bellezza dell'orrore». La Rampling, che con la sua superba interpretazione fece la fortuna del PortierediNotte, tanto da conquistare con la sua carica erotica l'immaginario collettivo, ha parole di elogio anche per il suo partner di allora, Dirk Bogarde. «Non è sempre facile catturare l'immaginario collettivo, riuscirci aiuta a sopravvivere in un mondo effimero. Con Bogarde avemmo un'esperienza magnifica, la più intensa della mia carriera». L'ESPRESSIONE NATADALSUO FASCINO L'eros aggressivo di Charlotte Rampling ha dipinto struggenti scenari interiori, nel film di Oshima ha persino fatto innamorare uno scimpanzè e per la contagiosità della sua sensualità è stato coniato addirittura il termine «to rampl». «Sì, ma prima di arrivare al “to rampl”, bisogna riuscire a catturare con lo sguardo», precisa l'attrice. Dolci e incisivi sono anche i ricordi delle esperienze sui set di Francois Ozon, Laurent Cantet, Claude Lelouche. «Mi piacciono le storie e i personaggi che si possono riconoscere, lo stile linguistico del racconto cinematografico, la relazione diretta tra il mio intimo e la vicenda del film. Se non c'è tutto questo, non mi piace prendervi parte». Per un simbolo così potente della passionalità il tempo che passa è un'inevitabile disgrazia? «Invecchiare? – conclude la Rampling – A volte ti dona una gamma maggiore di espressioni e di sentimenti. L'ironia è sempre fondamentale. Le parole chiavi nel cinema sono “carisma” e “catturare”: si possono mettere in pratica anche se non si è bellissimi». FEDERICA MONTEVECCHI federicamontevecchi@yahoo.it «L'orologio»è un'operadiprosa politicaecivile checiconsentirebbe dicapire lacrisiattuale CULTURE PAOLO CALCAGNO LOCARNO PECCATO CHE CARLO LEVI SIA STATO DIMENTICATO.LASUAOPERANONHAMERITATO UN MERIDIANO (NEPPURE UN ANTIMERIDIANO) E LA PUBBLICAZIONE DEI SUOI SCRITTI DADONZELLI SI È INTERROTTA, LASCIANDOIPROPRIRESTI SULLE BANCARELLE A METÀ PREZZO. Eppure in questo nostro tempo sarebbe così importante tornare a leggere gli scritti di Levi, anzi ogni italiano dovrebbe almeno conoscere quel capolavoro di prosa politica e civile che è L'orologio, dove si racconta il tentativo vano del governo resistenziale presieduto dall'azionista Ferruccio Parri di sconfiggere un passato che assume progressivamente i caratteri della presenza eterna, di trasformare la rivoluzione antifascista in rivoluzione democratica. I giorni del dicembre 1945, in cui liberali e democristiani decisero di fare cadere il governo resistenziale, mostrano come l'Italia repubblicana sia strutturalmente legata a un passato dannato che fagocita ogni apertura verso il possibile, ogni tentativo di affermare un costume politico che sia anzitutto espressione del legame con gli altri e della sensibilità verso il loro dolore, che sia cioè esempio morale. Levi riteneva che il carattere specifico della storia italiana fosse proprio l'eterna presenza della non contemporaneità, del tempo sotterraneo che non conosce trapasso e scandisce, ad esempio, le microstorie della subalternità: basti pensare a Cristo si è fermato a Eboli che descrive il mondo contadino lucano sottomesso a uno Stato estraneo che gli impedisce un'autonoma espressione politica e lo esclude dalla storia evenemenziale. È ancora il punto di vista della non contemporaneità che ne L'orologio permette di dar conto del tempo sospeso fra la realizzazione della libertà e il suo fallimento, fra un nuovo Stato e il ritorno del vecchio. La riflessione sull'Italia di Levi è sostenuta da una concezione della politica, propria in genere degli azionisti, che cerca di svincolarsi da ogni forma di tecnicismo autoreferenziale, così come dalla costrizione ideologica, e si propone come espressione di un costume educativo e intellettuale, nella convinzione che l'obiettivo dell'azione politica sia colmare la distanza fra cittadini e Stato, fra vita quotidiana e istituzioni. Parri era proprio il rappresentante di una politica concepita anzitutto come modo di essere e di vivere e si vedeva subito, per Levi, dai gesti, dall'aspetto e dal linguaggio: in un Paese amante della vuota retorica e della sfrenata ambizione individuale egli era schivo, usava un linguaggio scarno e aveva un viso «sofferente, come se un dolore continuo, il dolore degli altri gli volgesse in basso gli angoli della bocca, gli spegnesse lo sguardo, e gli avesse, fin da fanciullo, imbiancato i lunghi capelli». CONTADINIE LUIGINI La restaurazione del vecchio Stato mostrò ancora una volta i due caratteri umani, prima che politici, che per Levi caratterizzano da sempre la storia dell'Italia, i Contadini e i Luigini, e segnò la vittoria dei secondi sui primi, o meglio la vittoria della parte luigina presente in ciascuno di noi sulla nostra parte contadina. Se i Contadini rappresentano «l'oscuro fondo vitale di ciascuno di noi» e sono, di là dalle appartenenze partitiche e dalla provenienza sociale, «tutti quelli che fanno le cose, che le creano, che le amano, che se ne contentano», i Luigini, dal nome del podestà di Gagliano di cui si parla in CristosièfermatoaEboli, sono invece coloro che appartengono alla maggioranza ameboide, che proviene soprattutto dalla piccola borghesia, «con tutte le sue miserie, i suoi complessi di inferiorità, i suoi moralismi e immoralismi, e ambizioni sbagliate, e idolatriche paure». Ogni Luigino ha bisogno di un Contadino per vivere, «per succhiarlo e nutrirsene, e perciò non può permettere che la stirpe contadina si assottigli troppo»; ma anche se i Contadini sono molti difficilmente riescono a vincere per la difficoltà di mettere insieme le loro forze. Non a caso la vittoria della Resistenza è vista da Levi come l'unica rivoluzione contadina, la grande possibilità vanificata per quella rigenerazione delle coscienze da sempre necessaria, ma ricercata solo a parole. La storia italiana ha purtroppo mostrato ciò che neppure Levi forse avrebbe potuto immaginare: insieme al progressivo rafforzarsi dei Luigini, che hanno ancor di più dalla loro il numero «lo Stato, la Chiesa, i Partiti, il linguaggio politico, l'esercito, la Giustizia e le parole», la simmetrica riduzione dei Contadini quanto mai affascinati dalla vita luigina, anziché dal desiderio di dare forma politica alla propria natura. Il pavimento del Duomo di Siena CharlotteRamplingpremiata aLocarno Unaregina perLocarno Charlotte Rampling racconta ilcinemachehavissuto L'attricealFestival ricorda gli incontriconVisconti eCavani finoaquellorecente convonTrier.«Nonsono maistataunastar» Abbiamodimenticato CarloLevi,proprioora chec'èbisognodi lui ... «Avevo22annieLuchino michiesedi interpretare unadonnadi37.Cosìmiha insegnato ilmestiere» U: 22 venerdì 3 agosto 2012
L'uomo e la donna uccisi a colpi di pietre davanti a 200 persone Ordine di Ansar Dine nella città di Aguelhok Una città trasformata da giorni in un immenso campo di battaglia. Una città isolata dal mondo. Una popolazione civile che cerca di sfuggire ai bombardamenti aerei, ai colpi di artiglieria pesante, alle squadre della morte, ai cecchini di ambedue le parti. Oltre 250mila gli sfollati. È l'inferno di Aleppo. Cronaca di guerra: i ribelli hanno bombardato l'aeroporto militare di Menagh, 30 chilometri a nord-est di Aleppo, da dove decollano gli elicotteri e i caccia che attaccano la città. Lo riferisce l'Osservatorio siriano dei Diritti dell'uomo (Osdh). Secondo le prime informazioni i ribelli avrebbero rubato un carro armato alle forze del regime per poi utilizzarlo contro lo scalo. «L'aeroporto militare di Menagh è stato bombardato questa mattina da un carro armato catturato dai ribelli in operazioni precedenti», ha spiegato l'Ong che ha sede a Londra. I ribelli siriani hanno affermato che si è trattato di «un attacco per conquistare l'aeroporto da dove partono gli elicotteri e i caccia che bombardano Aleppo». Il portavoce delle Nazioni Unite, Martin Nesirky, ha affermato l'altro ieri che i ribelli siriani erano entrati in possesso di armi pesanti, tra cui due carri armati, proprio ad Aleppo, dove la battaglia infuria ormai da alcune settimane. I ribelli siriani, secondo quanto riferito dall'inviato della tv satellitare panaraba Al Jazira hanno poi preso il controllo di un altro posto di frontiera, questa volta al confine con l'Iraq. Parlando da Al Qaim, località frontaliera irachena, Ayub Rida, ha precisato che miliziani dell'Esercito libero hanno conquistato il lato siriano del valico a Mamlaha, a pochi chilometri dalla cittadina Albukamal. Quel tratto del confine era stato già teatro di scontri tra ribelli e governativi a fine luglio, ma le forze fedeli al presidente Bashar al Assad avevano ripreso il controllo del punto di passaggio. FALLIMENTODELLENAZIONIUNITE La morte non è di casa nella sola Aleppo. È di almeno 51 civili uccisi il bilancio di un'incursione delle forze lealiste a Jdaidet Artouz, località della provincia occidentale siriana di Rif Dimashq, a una ventina di chilometri a sud-ovest del centro di Damasco. «Le truppe del regime sono entrate a Jdaidet Artouz e hanno arrestato un centinaio di giovani», si legge in un comunicato, «che sono stati poi condotti in una scuola e ivi torturati». Mentre continuano gli scontri, la Fao lancia l'emergenza profughi. Secondo l'organizzazione tre milioni di siriani hanno bisogno di nutrimento e di aiuti per l'agricoltura. Di questi un milione e mezzo ha urgente bisogno di aiuto alimentare per i prossimi 3-6 mesi, in particolare nelle zone percorse dal conflitto. In questo scenario di guerra totale, la diplomazia internazionale getta la spugna. Kofi Annan si è dimesso dall'incarico di inviato di Onu e Lega Araba per la crisi siriana. La notizia è stata data dal segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon. Annan non rinnoverà il suo mandato, in scadenza il 31 agosto 2012. «Non ho ricevuto tutto il sostegno che la causa siriana» meritava, argomenta, da Ginevra, Annan dopo aver lasciato il suo incarico. «Le dimissioni di Kofi Annan, mediatore sperimentato e Premio Nobel per la pace, dimostrano l'impasse drammatica del conflitto siriano», commenta il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius. La Siria può ancora essere salvata, ma questo «richiede coraggio e leadership, soprattutto da parte dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu, compresi i Presidente Putin e Obama», sottolinea ancora Kofi Annan. Pronta la risposta di Washington. Le dimissioni dell'inviato per la Siria sono il risultato della politica condotta da Russia e Cina in Consiglio di Sicurezza dell'Onu e del rifiuto del presidente siriano Bashar al Assad di applicare il piano in sei punti elaborato da Nazioni Unite e Lega Araba, rileva il portavoce della Casa Bianca Jay Carney. Ma gli Usa non sembrano credere più nell'azione diplomatica. Barack Obama ha autorizzato missioni segrete a sostegno dei ribelli in Siria. L'ordine è stato firmato già nei mesi scorsi, permettendo alla Cia ed alle altre agenzie di intelligence statunitensi di fornire, in modo segreto, sostegno alla rivolta contro il regime di Bashar al Assad. Lo rivela la Cnn. Fonti diplomatiche americane hanno rivelato che gli Usa stanno fornendo informazioni di intelligence sui movimenti delle truppe governative siriane. «Ai primi lanci di pietre la donna è svenuta, mentre il suo compagno ha lanciato un grido e poi ha smesso di parlare». Semi-sepolti in due buche, solo la testa libera. Il Mali jihadista, che ha strappato il nord del Paese al malfermo governo centrale, usa le pietre per punire gli adulteri in nome della sharia. Un uomo e una donna sono stati uccisi così ad Aguelhok, la prima lapidazione di cui si abbia avuto notizia da quando gli islamisti legati ad Al Qaeda hanno preso il controllo della regione. Secondo le testimonianze, circa duecento persone avrebbero assistito all'esecuzione, volutamente pubblica. «Non so quante pietre siano state lanciate né per quanto tempo la cosa sia andata avanti prima che fossero morti entrambi - ha raccontato Haman Maiga, testimone della lapidazione -. Nessuno ha osato provare a fermare gli islamisti». Le due vittime avrebbero avuto una relazione fuori dal matrimonio. Secondo i loro carnefici sarebbero stati sposati con altri, testimoni locali li indicano semplicemente come una coppia convivente, con dei bambini. La donna - su questo le testimonianze concordano aveva due figli ancora piccoli, l'ultimo di appena sei mesi. «Sono stati lapidati a morte, la punizione per l'infedeltà, in accordo alla sharia», ha detto Aliou Toure, commissario islamico a Gao. «Non dobbiamo rispondere a nessuno sull'applicazione della sharia. Questa è la forma di Islam applicato da anni. Il fatto che stiamo costruendo un nuovo Paese basato sulla sharia è qualcosa che la gente di qui dovrà accettare». La zona di Aguelhok è nelle mani del gruppo integralista armato Ansar Dine, alleato di Al Qaeda per il Maghreb Islamico (Aqmi). La tragica esecuzione - la sharia prevede che le pietre usate siano non troppo grandi, per non abbreviare la pena, né troppo piccole per non protrarla oltre misura - è avvenuta nello stesso giorno in cui al sud del Paese, nella capitale Bamako, il presidente ad interim subentrato dopo il colpo di Stato del marzo scorso ha di fatto esautorato il primo ministro Sheick Modibo Diarra dalla gestione della transizione, nel tentativo di riportare il Paese alla normalità. Rientrato da Parigi dove è stato curato dalle ferite riportate nel maggio scorso, quando era stato aggredito da un gruppo di oppositori, Dioncounda Traorè ha annunciato la creazione di un Consiglio nazionale di transizione e la formazione di un governo di unità nazionale con l'obiettivo di riunificare il Paese e riprendere il controllo delle zone settentrionali. In un rapporto sul Mali, diffuso a fine luglio, Amnesty International ha documentato decine di sparizioni, uccisioni extragiudiziali e torture commesse dalla giunta militare nei confronti di soldati e poliziotti fedeli all'ex presidente Amadou Touré, coinvolti nel tentativo di contro-colpo di stato del 30 aprile. MONDO Lapidazione in Mali per una coppia con figli fuori dal matrimonio Aleppo sotto le bombe, Annan si dimette Un'immagine dei combattimenti ad Aleppo FOTO AP Battaglia per la conquista dell'aeroporto della città siriana Lascia il capo della missione Onu UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it MARINAMASTROLUCA partitodemocratico.it youdem.tv BERSANI ALLE FESTE DEMOCRATICHE VENERDÌ 3 AGOSTO ORE 20.00 CASSANO MAGNAGO (VA) FESTA DEMOCRATICA DEL BORGORINO ORE 21.00 VARESE FESTA DEMOCRATICA DI SCHIRANNA 14 venerdì 3 agosto 2012
24 venerdì 3 agosto 2012
LONDRA2012 È un gioco tutto nostro Dal fioretto un altro oro FUMO DILONDRA M.BUC. L'ExCeL (si scrive così, alternando maiuscole e minuscole) è un posto per maniaci compulsivi di Olimpiadi, da alternare al divano con telecomando e catalogo di canali dedicati allo sport. Non è un'arena sportiva, né per forma né per pathos: la struttura non ha alcunché di tondeggiante, non ha spalti e nemmeno curve, non diffonde profumo d'erba né di terra o di sudore. Ricorda un grand hotel per congressi di dentisti, e infatti ospitava e continuerà a organizzare quelli, e anche qualche fiera. Per intuire: pensate a un corridoio infinito come quello dell'Overlook, l'inquitante albergo di Shining, ma largo come una pista d'atterraggio. Ai lati, si succedono grandi stanze. Entrando dall'ingresso che apre sul Tamigi, e prendendo la prima porta sulla sinistra, si finisce a Chinatown, ed è il chiaro avvertimento che siamo al padiglione del ping-pong. Prendendo invece la prima porta a destra si sbuca a Little Italy, dove s'incrociano le lame e si vincono tante medaglie. Se nei due grandi atri si servissero pietanze pertinenti, invece del solito cibo spacciato dal solito catering, sarebbe come passeggiare per New York. Ma qui ci si abbuffa di sport, mica di spaghetti. Quaranta metri più avanti si alternano i locali frequentati da tipi che è meglio non incontrare: magari un pugile nervoso per una sconfitta, un judoka carico per un'imminente battaglia, un lottatore depresso perché forse la sua disciplina uscirà dal programma olimpico, o un pesista anabolizzato a puntino, dall'umore cangiante. Mai concentrata un'indigestione di discipline in così poco spazio, L'ExCeL non è per buongustai ma è un'olimpiade dentro l'olimpiade. I due spazi più curiosi sono quelli verso il fiume e non solo per motivi patriottici. Vi si svolgevano due discipline dove il dominio di due scuole è così netto da trasformarsi, anche in sede mondiale, in una disputa nazionale. Le italiane che hanno sequestrato le medaglie del fioretto e i cinesi che si sono impossessati del segreto del ping pong. Si parlava di scuola, che è cosa diversa dalla storia: la spada è pratica di vita e di guerra, da sempre. Non ha padroni né inventori, ma fu “sistemata” in gioco dagli inglesi, e c'è traccia di questo nelle teche che introducono alla sala delle gare. Il ping pong invece è uno dei due eredi del francese jeu de paume: il fratello è il tennis. Il nome onomatopeico è un'invenzione inglese. Il campione olimpico è cinese, come sempre negli ultimi vent'anni, a parte quella volta che vinse “il Mozart del tennis tavolo”, lo svedese Jan Ove Waldner, un tipo in grado di giocare palle liftate e vincenti anche cinque metri lontano dal tavolo, un Domineddio di questo sport che i cinesi venerano, affatto invidiosi, tanto che Ove vive molti dei suoi giorni proprio a Pechino, chissà perché. Nella finale di ieri, la tredicesima monocolore alle Olimpiadi, allargondosi al torneo femminile e a quelli di doppio, Zhang ha battuto Wang (o viceversa), perché più rapido a uscire dallo scambio di rovescio e molto più robusto in difesa. Il livello, la reattività e le prodezze di questi fenomeni è sconvolgente, capaci di armonia, creatività e variazioni sullo spartito: non saranno Mozart, ma siamo da quelle parti. Nella stanza di fronte, poi, si struggevano gli appassionati italiani, che assistevano alla più scontata delle vittorie con una tensione che teneva deste le nostre campionesse. Tre cose notevoli da raccontare: la legittimazione di Elisa di Francisca, che raddoppia la quantità di oro da portare a Jesi. I suoi assalti sono sereni, dopo la vittoria individuale, e lei può distendere in pedana tutta la sua classe, come mai prima. Sono allunghi netti che non possono trovare resistenza, e parate limpide, e contropiedi fulminei. Tutte hanno colpito bene, lei ha scavato sempre distanze incolmabili per le avversarie. Qui, da Londra, parte il suo regno nel fioretto. Ancora: è piaciuta la voglia di farcela insieme. Se il trionfo del concorso individuale fu una somma di prestazioni vincenti, con i rancori e le frustrazioni che non permettevano una festa condivisa di quel risultato storico, ieri sera le tre spadaccine hanno vissuto un'emozione comune, o almeno hanno recitato benissimo e questo è arrivato agli altri. L'ultimo appunto: è stato giusto, emozionante, perfino toccante che l'ultima punta a infilare il giubbino francese fosse del fioretto di Valentina: con nove medaglie olimpiche è la nostra atleta più medagliata. Lo resterà. CARLLUDWIGLONG, DETTOLUZ,ERAUNARIANO. Saltava in lungo per la Germania nazista che nel ‘36 aveva organizzato i giochi di Berlino: voleva informare il mondo della sua potenza. Il giorno della gara di Lung, Hitler era allo stadio, convinto di premiare il suo atleta perfetto, alto, magro, biondo. Vinse invece Jesse Owens, il più grande atleta di sempre, americano e nero. Hitler fece un cenno da lontano, non si avvicinò a stringere nessuna mano. Owens, dopo un salto nullo, fu consigliato da Long su quali riferimenti usare per la rincorsa: volò sopra gli otto metri. Long morì sette anni dopo, in guerra, sul fronte siciliano, dalla parte sbagliata. Quella fu la prima volta, ma la politica ogni tanto passa dai Giochi, li usa (sempre), li sublima (il braccio alzato di Smithe Carlos, in Messico), li violenta (nel massacro di Monaco ‘72 morirono 11 atleti israeliani, 5 terrosti di Settembre Nero, un poliziotto tedesco), li evita: i boicottaggi sono stati un'arma di pressione politica esercitata (e subita) da quasi tutti i Paesi, fino ai due casi più clamorosi, con le Olimpiadi di Mosca e Los Angeles dimezzate per le ultime vampate della guerra fredda. Prima, le assenze trovavano ragioni nei fatti di Ungheria, o nella presa del Canale di Suez, o nell'indulgenza verso il Sudafrica (che portò gli Stati africani a rinunciare ai Giochi di Montreal). Questi incroci ricordava ieri il Times, recuperando un motto degli anni settanta, e adattandolo alla giornata: «Judo Diplomacy», titolava l'articolo di pagina due: la diplomazia del judo. Si riferiva alla visita di Vladimir Putin a Londra, laddove l'appuntamento olimpico (il concorso di judo per atleti fino al quintale, con la presenza del russo Tagir Khaibulaev) era il pretesto per riavvicinare due Paesi che s'annusavano da lontano, come i cani. Da nove anni Putin non veniva in Inghilterra ed è stato più fortunato del Fuhrer: il ragazzone russo ha vinto l'oro, e ha potuto abbracciarlo e baciarlo. Meno calorosa è stata la precedente visita a Dowining Street, dove l'aspettava David Cameron: «restano le divergenze», viene fatto sapere, «in mezzo a molti punti in comune». Si è parlato di Siria, e di gas, «due faccende che Putin tiene sotto il suo controllo», scrive il quotidiano di Londra, il cui titolo era un riferimento alla “diplomazia del ping pong”, che non si consumò alle Olimpiadi, ma fu un crocevia fondamentale della politica e dello sport negli anni settanta. Allora gli Usa non avevano riconosciuto la Repubblica popolare cinese di Mao, ormai al potere da un ventennio. A bucare questo muro furono i pongisti: la squadra statunitense era in tournée in Giappone e ricevette l'invito della federazione cinese per un incontro con i propri campionia Pechino (tra l'altro i giocatori delle due nazionali erano già buoni amici). Richard Nixon dette il via libera, e il 10 aprile del 1971 quel gruppo di atleti, i dirigenti e i giornalisti sportivi al seguito furono i primi americani a metter piede “ufficialmente” nella Cina di Mao. MARCOBUCCIANTINI INVIATO A LONDRA ILMEDAGLIERE Tiro Alle 13, finale carabina a terra 50 mt. In gara Campriani e De Nicolo. Sciabola uomini squadre (quarti): h. 12,30 Italia-Bielorussia; finale alle 19.45 Le ragazze vincono la prova a squadre battendo con facilità in finale la Russia Ci sono discipline che appartengono solo a una nazione. Come il ping pong per la Cina Olimpiadi e politica, con Putin è la diplomazia del judo O A B CINA 18 11 5 USA 18 9 10 SUD COREA 7 2 6 FRANCIA 6 4 6 GRAN BRETAGNA 5 6 4 GERMANIA 4 8 5 ITALIA 4 5 2 NORD COREA 4 0 1 RUSSIA 3 6 8 KAZAKISTAN 3 0 0 SUDAFRICA 3 0 0 GIAPPONE 2 6 11 UNGHERIA 2 1 2 UCRAINA 2 0 4 AUSTRALIA 1 7 3 ROMANIA 1 3 2 OLANDA 1 1 3 BRASILE 1 1 2 NUOVA ZELANDA 1 0 2 12 venerdì 3 agosto 2012
ROBERTOLORENZETTI WEEKENDLIBRI IL NUOVO ROMANZO DI LETIZIA MURATORI RUOTA ATTORNO AL PERSONAGGIODIGIULIA,UNASCRITTRICEDIDISCRETOSUCCESSO, NOTA NELL'AMBIENTE LETTERARIO ESSENDO GIÀ AUTRICE DI DIVERSIROMANZI,ma ora in una preoccupante situazione di stallo creativo. Il suo ultimo lavoro, infatti, è un dattiloscritto che non ha convinto nessuno, neppure lei, e soprattutto, ciò che è peggio, non ha convinto Grazia Anelli, la temibile editor della sua casa editrice, che quindi si rifiuta di firmare la pratica per la liquidazione dell'anticipo sui diritti d'autore. E non si può darle torto, visto che il libro, così com'è, non si può pubblicare. Se ne potrà riparlare quando Giulia l'avrà completamente riscritto da cima a fondo. Ma lei, nonostante cerchi di blandire la funzionaria editoriale, non è così sicura di volerlo fare. Nel frattempo, un po' per caso, Giulia si trova a tenere un corso di «lettura creativa», un singolare seminario organizzato da sua sorella Federica, affermato architetto, in polemica con l'insensato pullulare di corsi di scrittura creativa. Quei corsi che – sia detto per inciso – tendono per lo più a produrre due tipologie di effetti negativi: illudere molti scriventi di poter diventare scrittori; produrre scrittori che effettivamente approderanno alla pubblicazione, scrittori magari vendibili sul mercato ma piatti e standardizzati quanto a storie e soluzioni espressive. L'esatto opposto di Letizia Muratori: e si capisce che proprio dalla sua diversità di autrice e dalla sua allergia a un certo mondo dell'industria editoriale deriva l'efficace satira d'ambiente di quello stesso mondo. Un po' per gioco, un po' per furberia, Giulia distribuisce da leggere alle sue allieve, tutte donne, i dattiloscritti giunti alla casa editrice che pubblica i suoi libri e che le sono stati affidati da Grazia Anelli affinché essa li legga e ne rediga alcune schede di lettura. È un modo per aiutarla economicamente, in attesa che essa produca un romanzo degno di questo nome, ma lei trasforma l'occasione in un piccolo inganno. Le sue allieve si sentono inorgoglite da quell'attestato di fiducia, lei invece si toglie dai piedi un'incombenza che non la entusiasma affatto, semmai la deprime. Tra le amiche che frequentano il corso tenuto da Giulia c'è Giacinta Gunther, rampolla di una ricca famiglia, ex maestra di equitazione di Giulia (che ora lavora part-time per lei) e Diana, un'adolescente figlia di Federica e di Lorenzo, fratello di Giacinta. A poco a poco emergono nello sviluppo della vicenda le tensioni familiari, i ricordi del passato della protagonista, le questioni non risolte nei rapporti di parentela e di amicizia. C'è poi un segreto a lungo rimosso, che soltanto sul finire del libro sarà svelato: un'esperienza traumatica di cui Giulia e Lorenzo erano stati protagonisti molti anni prima. Intanto Giulia si accorge che forse il romanzo che non riusciva a scrivere non solo può riferirsi a quell'oscuro passato (come vorrebbe la sua editor che ne è venuta a conoscenza) ma è già cominciato nel confronto conflittuale tra sé e le persone che le stanno intorno: «Se mai mi fossi decisa a scriverla, quella non sarebbe stata una storia come le altre: ben costruita, credibile, misurata. Al contrario (…) era eccessiva, disordinata, scappava continuamente di mano, e non ci sarebbe stato verso d'irreggimentarla». Proprio come il romanzo di Letizia Muratori che abbiamo di fronte a noi. Un romanzo che così diventa metaromanzo, cioè un romanzo che riflette su se stesso e che si costruisce sotto gli occhi del lettore, in presa diretta, nelle diverse fasi del suo farsi. Un romanzo ricco, Come se niente fosse, nonostante il titolo volutamente sotto tono. Si potrebbe avere l'impressione che le sue potenzialità narrative non siano state sviluppate fino in fondo e che alcuni motivi siano stati soltanto accennati e poi abbandonati troppo rapidamente. Ma la scelta dell'autrice è proprio quella di giocare più su ciò che rimane implicito e non detto che su quanto viene messo sulla scena. Al lettore è richiesto uno sforzo che può risultare un po' faticoso, ma che può anche essere stimolante, soprattutto per chi apprezza le potenzialità più sperimentali della letteratura. LIBRI Stripbook www.marcopetrella.it Comese niente fosse Letizia Muratori pagine 142 euro 15,00 Adelphi Muratori, a lezione di lettura creativa Giulia, scrittricedidiscreto successo,è laprotagonista di«Comesenientefosse», romanzocheriflettesusestessoesi costruiscesottogliocchidel lettore Undisegnodi ShaunTan L'INFANZIA DEPRIVATA E OFFESA HA RIEMPITO INTERI SCAFFALI DELLE LIBRERIE, MA - NEI CASI MIGLIORI - ARRIVA QUALCHEBRANDELLODIEMOZIONINUOVE CHE SCAVANO IN FONDO AL CUORE. Un esordio aspro ma anche poetico e commosso, quello dell'inglese Tom Darling - D'estate (traduzione di Marco Rossari, pagine 254, euro 26, Fandango) - che gioca secco sui sentimenti senza ammiccare e regala pagine sincere di iniziazioni ancestrali che tracciano la rotta di esperienze dolorose e concrete, spesso anche idilliache. Grace e Billy Hopper - tredici e nove anni - si ritrovano persi in un silenzio nuovo e senza voci umane. Dal caos di Londra all'isolamento della campagna il trauma è forte, ma denso di struggenti curiosità. La morte ha fatto visita in casa Hopper con un inaudito incidente di mare che si è portato via i genitori dei ragazzi, affidati ora temporaneamente al nonno materno, che vive isolato in una fattoria. Grace e Billy non lo hanno mai conosciuto, ma «il vecchio» - come viene quasi sempre definito - smuove gradualmente nuove emozioni, aspre, essenziali, nello spirito dei fratelli. Storia d'affetti e di palpiti emotivi semplici, si penserà. Invece Darling è bravo nel condurre la narrazione su un terreno complesso e pericoloso, che gioca con astuzia tra lirismo - le scoperte «naturali» tra campi e boscaglie - e tragedia, come in un logico evolversi di una situazione improvvisata e pronta a deflagrare. LANATURAAMBIGUA La natura, i profumi, gli animali, ma anche la violenza, la vecchiaia, la scoperta brutale del sesso: in una escalation di situazioni marginali ma eclatanti, Grace e Billy si ritrovano smarriti - persi - in una solitudine dalla quale la vita normale sembra tenuta a distanza. Il rustico affetto del «vecchio» non compensa il terrore delle ruspe che arrivano a devastare i campi per bonificare i terreni dopo una moria di bestiame. La sessualità incestuosa intravista da Grace negli accoppiamenti degli animali, diventa frenesia di crescita, mentre Billy si perde gradualmente in un isolamento nel quale - con il vecchio fucile ad aria compressa del nonno - semina stragi tra topi e piccole creature del bosco, in una furia che lo allontana senza scampo dalla realtà. La deriva dei sentimenti infantili diventa lezione di vita, scoperta di sé, anche se in fondo alla tragedia c'è una generosa luce di riscatto, che scavalca le dolenze e trova un nuovo punto di partenza. Singolare romanzo di violenta, inconsapevole formazione, D'estate è un libro che semina dubbi, lascia sconcertati, scompiglia le emozioni. «D'estate» glianimali fannocrescere i ragazzi SERGIOPENT Sbarcato inAmericanel giugnodel 1929,FedericoGarcía Lorcavi rimasefinoall'aprile del 1930. Affascinatoesconcertato dal dinamismodegli americani, dal miscugliodi razze,daineri di Harlem,dalcrollodi WallStreet, il giovanepoetaspagnolo raccolse lesue impressioni neiversi di Poeta en Nueva York. Lequindici lettereai familiari costituiscono unatestimonianzasul soggiorno americanoeunaprimastesura dei temielaborati in poesia. LETTEREDA NEWYORK Federico GarcíaLorca pagine 112 euro 14,00 Archinto Questoromanzoracconta la storia diPatrickSheahan, che lavora, comegranparte dei suoiamici, per l'unica fabbrica della città,a rischiochiusuraperchéaccusata diprodurre rifiuti tossici. Fuori piove ininterrottamenteda giorni. Il fiume Sainte-Bobcontinuaa salire, il tempo stringee un ispettoreambientale li vuole denunciare.Patricke i suoi amici tentanouna soluzione,maforseè troppotardi, il Sainte-Bobè sul puntodi inondare lacittà e levite di tutti. ASSASSINI PhilippeDjian traduzione Daniele Petruccioli pagine208 euro 14,00 Voland Uscitooriginariamente nel 1978, Morte di un casanova è una raccoltadi poesie,prosepoetiche, paginedi diario sul tema dell'amorechecioffrono un ritratto intimoe toccante dell'autore.Un libro con una strutturaparticolare, incui auna poesiao unbrano di prosa ne seguequasi sempre unaltro, dallo stessotitolo,che gli fada controcanto in tonoopposto,più ironicoo piùdoloroso.Prefazione diVascoBrondi. MORTEDI UN CASANOVA Leonard Cohen pagine537 euro 16,00 minimumfax U: venerdì 3 agosto 2012 19
Una volata di due km, fatta a braccia, a forza di remi, con l'acido lattico che s'irradia per tutto il corpo, che avvolge la barca, che inquina l'acqua. In due, contro altre coppie di giganti, Alessio Sartori e Romano Battisti: è il due di coppia, ed è la prima medaglia del canottaggio nell'Olimpiade londinese, la decima della spedizione azzurra in uno sport che raramente tradisce. È argento nelle acque universitarie di Eton, e sono festa e polemiche, intrecciate indissolubilmente, come pare destino di questa complicata Olimpiade azzurra. Sartori e Battisti sono in acqua sei, non hanno riferimenti visivi, ma vogano protetti dal vento. Partenza a razzo della Slovenia, dove il mitico capovoga Iztok Cop, quarant'anni, già bronzo a Barcellona '92, - la prima medaglia olimpica di sempre per il piccolo paese transalpino -, mena un ritmo indiavolato. La gara è lunga 2 km, gli azzurri restano alla finestra fino a metà, poi iniziano pian piano a risalire. Il ritmo è indiavolato, drammatica l'alternanza delle punte in testa, i neozelandesi Cohen e Sullivan si infilano al centro, spingono come fabbri, si staccano, mettono la punta davanti ai 1750 metri, azzurri secondi, il finale è di apnea pura, il risultato non cambia, Nuova Zelanda oro, Italia argento, Slovenia bronzo, la quarta medaglia olimpica per Cop. Anche Alessio Sartori ha un bel curriculum alle spalle, un oro a Sydney nel quattro di coppia, un bronzo ad Atene nel due di coppia. Ha 36 anni, è nato a Terracina, è alto 202 cm, 100 kg di muscoli. Laziale è anche Romano Battisti, 26 anni, di Priverno, 190 cm. Particolarità: per la Federazione, fino a marzo, questo duo non c'era. Snobbati dalla direzione tecnica, che non li aveva appoggiati con mezzi e uomini durante il periodo di preparazione, i due canottieri si erano rivolti al loro gruppo sportivo, le Fiamme Gialle. La storia la racconta, con l'argento al collo, Battisti: «Ci siamo allenati per conto nostro a Sabaudia, ci siamo dovuti sudare l'Olimpiade gradino per gradino e abbiamo dimostrato che il nostro metodo porta alle medaglie. Abbiamo rispolverato gli archivi degli allenamenti di La Mura, che qualcuno aveva buttato nel cestino». Sartori è al veleno: «Qualcuno mi aveva dato per finito, questa medaglia è nostra e delle Fiamme Gialle e per me vale più di quelle di Sydney e Atene, per come è arrivata». E poi la stoccata, amarissima: «Il nostro equipaggio è nato a febbraio dentro la struttura delle Fiamme Gialle, non eravamo stati giudicati idonei a far parte della Nazionale, ignoro la motivazione di questa scelta». A breve arriva la risposta del direttore tecnico Giuseppe De Capua: «Sono stato io a selezionare questo equipaggio già a fine marzo dopo il meeting nazionale di Piediluco. Ma più in generale è stata la federazione dal 2009 ad oggi a incoraggiare tutti i progetti societari, come quello delle Fiamme Gialle. So solo che rispetto a Pechino abbiamo già fatto meglio, e abbiamo davanti ancora anni di lavoro. Il ciclo degli equipaggi olimpici si valuta nell'arco dei quattro anni». È un'Olimpiade così. Nel lancio degli stracci ci confermiamo tra i migliori al mondo. «Un argento contro tutti» L'oro di Kalya, fu violentata «Ma oggi sono in pace» Nuoto Finale 50 mt: (ore 21,09) Luca Dotto (argento mondiale) e Marco Orsi hanno possibilità di successo. Alle 20,30 i 200 dorso femminili. L'Italia spera di vedere in gara in Alessia Filippi. Atletica Alle 20,30 finale 10.000 femminile: in gara l'azzurra Ejjafini Il Due di coppia dei ripudiati Sartori e Battisti è secondo dopo una gara meravigliosa «Nessuno credeva in noi». Dopo l'arrivo, le polemiche: ci siamo allenati da soli, rispolverando La Mura... ANDREAASTOLFI LONDRA Kayla Harrison ha pensato alla morte tante volte. Il suicidio nella vita della 22enne judoka americana, che ieri ha regalato agli Stati Uniti la prima medaglia d'oro in questo sport, era un pensiero fisso. Da quando il suo precedente coach, Daniel Doyle, la violentava regolarmente. Si conoscevano da quando lei aveva 8 anni, e lui faceva anche da baby-sitter ai suoi fratelli. In pratica era un amico di famiglia. Quando iniziano le molestie Kayla ha circa 11 anni. Lui le fa «il lavaggio del cervello», le dice che la ama, che quando sarà maggiorenne si sposeranno. Passano due anni, e Kayla riesce finalmente a confidarsi con la madre. Doyle viene arrestato e condannato a dieci anni di carcere. In Kayla scende il buio. La madre decide di cambiare stato. La porta dal Massachusetts all'Ohio. Nuova casa, nuovi amici, nuovo allenatore, ma sempre lo stesso sport. Perché Doyle gli ha portato via la sua giovinezza ma non la sua bravura. Ci pensano Jimmy Pedro padre e Jimmy Pedro figlio, che gestiscono una palestra di judo a Wakefield, a ridarle la voglia di lottare. Passano sei anni e Kayla torna a infilare una vittoria dietro l'altra, fino a diventare campionessa mondiale della sua categoria, fino ad arrivare a Londra. Lavora duramente, arrivando a conquistare la medaglia d'oro olimpica. Una grande vittoria per la 22enne dell'Ohio, che è riuscita ad affrontare la doppia sfida anche grazie ad Aaron Handy, anche lui judoka, al quale aveva confessato il suo terribile segreto. Aaorn è diventato il suo fidanzato, Kayla, invece, la prima campionessa americana di judo: «Io oggi vivo in pace». ILCOMMENTO M.BUC. Alessio Sartori , Romano Battisti argento nel canottaggio FOTO LAPRESSE SMERIGLIATE DALLASEDUZIONEMOLTOITALIANA PER LA POLEMICA,LEPAROLECHE SEGUONO LECOMPETIZIONI DEINOSTRIATLETI STANNODIVENTANDOUNASFIDA AL SISTEMA.Spesso con intenzione precisa - come nel caso dei fidanzati della piscina, Magnini e Pellegrini, e i canottierei di ieri - altre volte in modo involontario, ma intrinseco alle storie raccontate senza malizia, com'è successo a Molmenti, Campriani e alle ragazze del fioretto. Si tratta di sport diversi e risultati opposti. Talvolta la discussione è stata inquinata dalla strategia mediatica per nascondere le sconfitte, come nel caso dei nuotatori, e l'effetto di cotanta veemenza è stato quello di rompere il fronte: ieri, Dotto e Orsi, velocisti compagni di camera con Magnini, hanno accusato il veterano per il clima irrespirabile che si è creato perfino nella stanza, e non è certo per la bromidrosi plantare, più nota come il puzzo dei piedi. La squadra del nuoto - a metà della sua povera Olimpiade - è stata ammorbata dagli umori di due campioni che non riuscivano a trovare le bracciate giuste, e nemmeno le parole. E così si è rimandata l'occasione per una discussione vera, onesta, di cosa sia rimasto a livello tecnico dopo la scomparsa di Alberto Castagnetti, tecnico federale capace di spingere al limite i nostri nuotatori più forti, da Lamberti a Fioravanti alla Pellegrini. Una protesta fondata, dunque, ma confusa anzitutto dalla mancanza di autocritica, e destabilizzante nei tempi, con mezza squadra che aspettava ancora di gareggiare. Le altre “rimostranze” hanno la forza delle medaglie, e la ragionevolezza dei toni. Sono altrettanto fondate e preoccupanti perché al netto indicano tutte lo stesso problema: la mancanza di soldi delle Federazioni (o il loro sperpero, sarà bello verificarlo), che - per esempio - ha costretto molti scafi del canottaggio ad arrangiarsi: questa incuria anima i medagliati di ieri. Verso di loro c'era stato anche qualche demenziale e avvelenato commento dei dirigenti, ma la storia, ogni tanto, qualche sacrosanta vendetta se la prende. Degli altri abbiamo scritto: Niccolò Campriani per sparare e studiare deve emigrare in America, dove i poligoni sono disponibili e le munizioni elargite senza parsimonia. Daniele Molmenti ha preparato i Giochi nelle acque cinesi e australiane perché in Italia è limitato a sguazzare nel Brenta, giacché non esiste una struttura “artificiale” per praticare una specialità che ci ha già dato 2 medaglie d'oro nei suoi primi vent'anni di vita olimpica. Per tornare sui successi di ieri, due dei migliori tecnici del fioretto femminile, Giovanni Bortolaso e Giulio Tomassini, che curano la preparazione di Arianna Errigo e Valentina Vezzali, stanno considerando contratti offerti dall'estero (Tomassini ha in pratica già firmato per un gruppo di Avignone). Siamo un popolo polemico, d'accordo, ma soprattutto povero, e si sta giocando il futuro. Polemiche mediatiche E problemi molti concreti La judoka americana Kayla Harrison festeggia la vittoria venerdì 3 agosto 2012 13
Pensavano fosse la soluzione alla crisi dell'euro e invece era un calesse. Dopo una settimana di ottimismo i mercati internazionali sono rimasti delusi dall' esito della riunione di ieri a Francoforte del consiglio direttivo della Banca centrale europea: i tassi di interesse sono rimasti invariati allo 0,75% e il presidente della Bce Mario Draghi si è limitato ad annunciare la «disponibilità» a fare nelle prossime settimane «operazioni di mercato», cioè a riprendere l'acquisto di titoli di Stato dei Paesi euro in difficoltà, e a varare altre misure «non convenzionali di politica monetaria», cioè altri prestiti di favore alle banche. Nient'altro. Nessun piano straordinario per convincere gli investitori internazionali che l'euro non si disintegrerà e che quindi si possono comprare tranquillamente titoli di Stato di Spagna e Italia senza chiedere in cambio rendimenti stellari. «L'euro è irreversibile e non ha senso scommettere sul ritorno delle valute nazionali», ha ribadito Draghi al termine di una lunga riunione con i governatori delle 17 banche centrali dell'Eurozona. Il livello dei tassi «provocati dai timori della reversibilità dell'euro sono inaccettabili», ha aggiunto, e bisogna fare qualcosa di «fondamentale» per modificarlo. Ma il presidente della Bce è stato anche chiarissimo nell'indicare chi è che deve agire. «Spetta ai Paesi decidere se hanno bisogno del fondo salva-Stati» e anche per l'Italia l'attivazione dello scudo anti-spread «sarebbe su richiesta». I governi quindi «devono essere pronti ad attivare l'Efs-Esm» cioè i fondi di salvataggio, «con una rigorosa ed effettiva condizionalità», cioè con impegni nero su bianco controllati da Bruxelles. In altre parole la Bce può solo limitarsi a comprare obbligazioni sul mercato secondario, quello della rivendita, come già fatto l'estate scorsa, o a iniettare liquidità alle banche, come già fatto l'inverno scorso. Spetta alla politica fare qualcosa di più con lo scudo anti-spread del fondo salva-Stati, che può acquistare sul mercato primario, cioè direttamente dagli Stati membri, per abbassare i tassi. L'Eurotower, ha spiegato Draghi, non si può sostituire ai governi. Quegli investitori che avevano interpretato diversamente il suo discorso pronunciato a Londra giovedì scorso, in cui Draghi aveva detto di essere «pronto a tutto» per difendere l'euro, lo hanno fatto «in base alle loro aspettative». Secondo alcuni la verità è che dopo sette frenetici giorni di trattative sotterranee alla fine hanno vinto i falchi del rigore e ha vinto la Bundesbank tedesca. I 17 governatori delle banche centrali dell'Eurozona sono stati unanimi nel dirsi pronti a difendere l'euro, ma persino sulla scelta di ricominciare a comprare titoli di Stato c'è stato un'astenuto. Non si sono registrati passi avanti neanche sulla concessione della licenza bancaria al fondo salva-Stati, che gli permetterebbe di essere finanziato in modo illimitato dalla Bce. Anche su questo, ha spiegato Draghi, sono i governi a dover decidere. La prossima riunione dei ministri delle Finanze dell'Eurozona però non è prevista prima di settembre. Nel primo pomeriggio, appena terminata la conferenza stampa della Bce a Francoforte, hanno iniziato a risalire gli spread di Italia e Spagna, cioè la differenza con i tassi di rendimento dei titoli di Stato tedeschi. A fine giornata lo spread italiano ha sforato nuovamente quota 500, chiudendo a 511 punti dopo aver aperto a 456. Quello spagnolo è passato da 538 a 601. Sonoro il tonfo delle Borse europee: Madrid ha lasciato sul terreno il 5,16%, a Milano l'indice Ftse Mib ha perso il 4,64%, a Parigi il calo è stato del 2,68% e la piazza finanziaria di Francoforte ha chiuso a meno 2,2%. ALLARMIAPARIGIE WASHINGTON Da Washington il Fondo monetario internazionale ha elogiato la «disponibilità della Bce» ad intervenire e, ha riferito un portavoce, ha condiviso la scelta di rimandare al fondo salva-Stati, e quindi ai governi, «la piena attuazione delle reti di sicurezza». «La politica monetaria da sola non può risolvere i problemi dell'area euro», ha ricordato il portavoce. Il presidente francese Francois Hollande, prima salire sul treno per la Costa Azzurra, ha spiegato che la scelta della Bce conferma quanto deciso al summit Ue di giugno: «Si tratta di una tappa e sappiamo che ci sarà ancora il giudizio dei mercati, che sono turbolenti». Quindi, ha concluso, dovremo restare «vigili». Ai suoi ministri che sono partiti in vacanza,Hollande ha dato disposizioni di tenersi pronti a tornare rapidamente a Parigi se necessario. ROBERTOMONTEFORTE Sarà una vittoria di Pirro?Può darsi, ma intanto èuna vittoria. Jens Weid-mann l'ha spuntata con-tro Mario Draghi, «l'italia-no» che la stampa di destra, in Germania, sta facendo da qualche giorno a pezzetti. E che, va detto, non pare abbia combattuto come un leone. L'esito della riunione di ieri della Bce non ha solo affossato le Borse e dato una bella spinta agli spread, ma ha posto una seria ipoteca sul futuro di tutta la strategia europea contro la crisi. Ora bisognerà ridiscutere da capo il ruolo dei fondi salva-Stati, con la paradossale sensazione che su quello che davvero conta, l'Esm con la sua dotazione di 500 miliardi, si stia scommettendo un po' alla cieca. Fino a metà settembre, quando i giudici costituzionali di Karlsruhe emetteranno il loro verdetto sui ricorsi che potrebbero bloccare tutto, l'Esm è pura teoria. In fondo, la Corte potrebbe pure affossarlo definitivamente, il nuovo fondo. Magari usando l'argomento, molto “democratico”, che le decisioni che riguardano il contributo tedesco alla sua dotazione sono state prese senza coinvolgere adeguatamente il Parlamento e, quindi, la volontà dei cittadini. LOSCHIAFFOAD ANGELA Il carattere poco democratico delle decisioni economiche e finanziarie è un argomento tra quelli usati, ieri, dall'ex ministro Esteri e vice cancelliere nella grosse Koalition e attuale capo del gruppo socialdemocratico al Bundestag Franz-Walter Steinmeier in una inattesa presa di posizione contro l'idea degli interventi diretti della Bce. Non è chiaro, anzi è un po' dubbio, quanto il pensiero dell'ex ministro coincida con quello degli altri dirigenti della Spd e in genere dell'opposizione al governo. Da certe dichiarazioni rilasciate nei giorni scorsi, parrebbe che il presidente del partito, Sigmar Gabriel, la pensi in altro modo. E sicuramente in tutt'altro modo la pensa il capo dei Verdi Jürgen Trittin. La faglia tettonica che attraversa l'Europa e la Germania tra rigoristi e interventisti corre anche dentro la sinistra? In ogni caso, Steinmeier sostiene che un ritorno della Bce sul mercato dei titoli avrebbe effetti solo temporanei e che poi la situazione tornerebbe come e peggio di prima. Inoltre, diverrebbe più veloce la corsa verso una comunitarizzazione del debito, da evitare non solo perché violerebbe i princìpi dei controlli democratici che ogni Paese deve mantenere sulle scelte di spesa, ma anche perché non darebbe alcuna garanzia ai Paesi da aiutare. Ci si può interrogare sulla sincerità o l'ipocrisia di una simile presa di posizione (Quelo, il personaggio di Corrado Guzzanti, sarebbe lapidario: «La seconda che hai detto»). Certo è, comunque, che essa complica un quadro politico già molto confuso, con la cancelliera Merkel assediata dalle rivolte nel suo schieramento e, di fatto, umiliata anche da Weidmann. L'ex pupillo l'ha mollata proprio nel momento delicato in cui lei manovrava il difficile cambio di rotta nella strategia anti-crisi dall'austerity dura e pura all'interventismo del «faremo di tutto per salvare l'euro». Le sue difficoltà fanno sì che il renvirement di Steinmeier possa essere letto anche alla luce delle voci sulla possibile sostituzione del governo Merkel con una nuova grosse Koalition, magari guidata da Wolfgang Schäuble. La vittoria di Weidmann rende anche più difficile il confronto sull'altra decisione da prendere nelle prossime settimane, mentre (si teme) infurierà la tempesta speculativa su Italia e Spagna: dare o no all'attuale fondo Efsf e al futuro Esm la licenza bancaria, ovvero la possibilità di prendere prestiti potenzialmente illimitati presso la Bce? Su questo verrà messo a dura prova il ritrovato idillio tra Angela Merkel e Mario Monti, forte sostenitore con Hollande e Rajoy della licenza ai fondi. Non saranno discussioni facili. Intanto, però, i tecnici del ministero delle Finanze calcolano in quasi 900 miliardi lo scudo che servirà, da qui alla fine del 2014, solo per Spagna e Italia. E la Bce - Draghi lo ha ribadito - non ha alcuna intenzione di muoversi, come le chiedono gli americani e il Fmi, sulla linea della Federal Reserve Usa. Negli interventi sui titoli dell'anno scorso l'Eurotower ha investito 211 miliardi, cioè il 3% del Pil complessivo della zona euro. La Fed ha investito in titoli di stato quasi il 18% delle risorse economiche statunitensi. E l'America non è morta d'inflazione. Con l'1,7% sta meglio dell'Europa in preda alle sue paure. La Bce frena Draghi . . . Crollano Madrid (-5,1) e Milano (-4,6) Bruciati 88 miliardi di euro in un solo giorno Missione compiuta. Il premier Mario Monti, al termine dell'incontro con il presidente spagnolo Mariano Rajoy, si ritiene soddisfatto sia dall'esito delle sue visite a Helsinki e a Madrid, sia dalle parole pronunciate dal presidente della Bce, Mario Draghi. Il presidente del Consiglio ha elogiato la «linea Draghi» e in particolare l'adesione della Bce agli obiettivi indicati dai capi di governo nel vertice del 28 e 29 giugno e vede «diversi passi avanti e nessun passo indietro». «Non so se i mercati li abbiano pienamente valutato, abituati come sono ad agire nell'arco di un secondo». Poi sottolinea il merito del presidente della Bce: «La sottolineatura che il tema degli spread tocca il cuore dell'Europa». «Mi auguro - ha aggiunto - che l'Ue arrivi presto ad un accordo sulla vigilanza bancaria a livello europeo e che questa possa concretamente realizzarsi». L'Italia non ha bisogno di salvataggi, ma il governo «si riserva di valutare eventuali azioni di accompagnamento» per calmierare lo spread. «Non so se chiederemo l'attivazione» dello scudo antispread. «Di questo strumento bisognerà esaminare modalità e se ci occorre o no». Ma è chiaro. È lo spread eccessivo il nemico da battere. «Abbiamo una finanza pubblica solida e l'obiettivo di un pareggio strutturale nel 2013». «Sono sicuro che il governo continuerà a fare tempestivamente e con continuità ciò che è interesse dell'Italia e che coincide con ciò che chiede l'Europa» ha concluso. «Sono felice di essere oggi a Madrid, un'occasione che ci ha permesso di approfondire e rendere sempre più caldi i rapporti tra i nostri due Paesi e anche a livello personale». Un sentimento ricambiato con rispetto e simpatia per il premier italiano. Lo ha sottolineato il premier spagnolo Rajoy. E apprezzamento per la sua azione «per il risanamento dei conti pubblici e le riforme strutturali». Le definisce «misure coraggiose» Rajoy che definisce l'Italia «un partner strategico, un paese amico della Spagna con cui condividiamo una storia comune presente e un futuro da costruire insieme». Poi vi sono apprezzamenti per Monti «europeista di lunga data», la cui lungimiranza ed esperienza - aggiunge il premier spagnolo - sono per noi di grande valore». Ad ottobre ci sarà un nuovo «summit bilaterale ispano-italiano» e presto in Spagna sarà in visita il presidente Giorgio Napolitano. Ma significativa è stata anche la prima parte della giornata di Monti, quella finlandese. Intervenendo ad un congresso organizzato dagli imprenditori finnici, il premier ha elogiato il «modello Finlandia». «L'alta tassazione non è una buona cosa, ma non è necessariamente il male. Molto dipende da ciò che un governo fa con le entrate fiscali e su questo credo che la Finlandia abbia fatto meglio di altri» ha affermato Monti. Coglie l'occasione per puntualizzare il «professor». «Noi non chiediamo e non otteniamo alcun sostegno da nessun meccanismo» europeo. «Siamo il terzo più grande contributore Ue e siamo il terzo più largo contributore in termini di impegno per il salvataggio di Irlanda, Portogallo e del sistema bancario spagnolo. Ma se calcoliamo il netto siamo molto più vicini alle cifre di Germania e Francia. Perchè? Perchè essendo più grandi contribuiscono di più, ma parte di queste somme tornano indietro per le banche tedesche e francesi altamente esposte in Grecia, mentre le banche italiane non hanno questa grande esposizione». Un ragionamento che ha un obiettivo: chiarire il gap che c'è tra la percezione e la realtà. C'è bisogno di verità per il premier italiano. La chiede anche ai partiti italiani. «Sono fiducioso che riflettano sul gap che si è creato fra cittadini e partiti in termini di credibilità e che lavorino per migliorare loro stessi e raggiungere un accordo sulla nuova legge elettorale rapidamente, perché anch'essa dà credibilità al sistema politico». E poi lancia l'altro allarme. «Se lo spread dovesse rimanere a livelli troppo elevati per troppo tempo, il rischio è di avere in Italia un governo non europeista, non favorevole all'euro e non orientato alla disciplina fiscale». Se i Paesi che a giudizio di Bruxelles, stanno facendo quello che devono fare e non lo vedono riconosciuto a livello di spread allora per Monti c'è un problema «perché vengono messe in dubbio la bontà delle politiche economiche del governo e la bontà del progetto europeo». L'EUROPA ELACRISI LaBundesbankvince controMarioDraghi Steinmeierdell'Spdsi mette in linea:contrari ausare il fondosalva-Stati Etuttooraèpiùdifficile PAOLOSOLDINI Il presidente Bce Mario Draghi nella conferenza stampa a Francoforte FOTO AP Monti difende l'altro Mario «Da lui nessun passo indietro» . . . «L'Italia valuterà in futuro se chiedere l'attivazione dello scudo anti spread» Eurotower ferma nella tempesta E Merkel vacilla Francoforte, il board decide di non decidere Il presidente ribadisce la sua linea ma senza fare forzature MARCOMONGIELLO BRUXELLES ILRETROSCENA Il premier parla a Helsinki e poi a Madrid, ricevuto dal re A ottobre Napolitano in Spagna 2 venerdì 3 agosto 2012
LACITTÀACOLORI RomanGraffiti Lacapitaleapre leporteallastreetart nelnomedellacondivisionesociale ALLA «SEIS DELLA TARDE» FA ANCORA UN CALDO DELLA MISERIA E IO MI TROVO NEL PIAZZALE CHE STA DAVANTI AL CIMITERO DEL VERANO A ROMA. Non voglio andare lì, voglio entrare qui, in questo spazio recintato dove la società romana 21 grammi ha ideato il festival Urban Contest (un attimo e lo spiego), però il cancello è chiuso. Fa caldissimo ed è chiuso, cominciamo bene. Un ragazzo da dietro la rete mi dice che gli organizzatori arrivano alle sette, però io in un'ora faccio in tempo a schiattare (ahi, il Verano!) quindi entro lo stesso. È solo per farmi un'idea, dico. Rock a palla, su un palco stanno provando, e con ogni evidenza è la colonna sonora di questo raduno della street art: una cinquantina di writers stanno qui dal primo di giugno (e ci sono stati fino a ieri!) per eseguire dal vero, e sotto gli occhi di tutti, i loro pannelli, per un totale di 111 pezzi. Ne seguirà un concorso, un'asta, una mostra, tutta una roba che ai writers originari, quelli della New York anni Settanta e Ottanta, avrebbe fatto venire bolle sulle braccia. Allora, i writers si sfidavano a chi faceva la cosa più illegale, tipo dipingere interi treni della metropolitana (sulle linee più lunghe dal Bronx a Brooklyn, così la gente memorizzava le varie firme, le tags) e già riempire vuoti cartelloni pubblicitari, come Basquiat-Samo, ai duri e puri sembrava una mezza vigliaccata. Contava il grado di coraggio dimostrato, l'ampiezza e l'eclatanza di formati e firme, e dello stile non fregava niente a nessuno. Poi si raffinarono, le immagini si precisarono, dal brutale calligrafismo iniziale si passò a un colore gonfio e urlato, a una specie di pittura totale e cannibalesca capace di metabolizzare tutto. Finì che i writers vennero ritenuti sufficientemente cool dal mondo dell'arte contemporanea da essere inclusi in gallerie e collezioni fichissime. Magari all'ombra di Warhol. Persino il vezzo della tag cadde in disuso quando Haring dimostrò che lo stile, ripetuto, essenziale e quindi riconoscibilissimo, era tutto e il nome dell'autore nulla. Il mercato ne approfittò man mano che l'impatto sociale della street art veniva dimenticato, tanto che Federico Rampini ha ricordato il caso di un fior di black painter, tale Franco Gaskin, che nella Harlem di 35 anni fa ricoprì di formidabili scene e figure le saracinesche di quel quartiere. Peccato che nella riconversione a U della zona, da trash a trendy, i suoi lavori non siano contemplati e li stiano via via demolendo. Goodbye murales? Vediamo. Benché nelle colonie le invenzioni americane arrivino tardi o proprio outof time, e malgrado i tempi cambino, tanto che si sono organizzate negli ultimi anni alcune mostre dedicate alla street art che a vederle in un museo facevano un certo effetto, qui, almeno, a Urban Contest il tema sembra essere proprio quello della condivisione sociale e della diffusione spontanea di un gesto primario, quello del dipingere, che magari fa fare spallucce ai vari curators conformisti ma che sopravvive come bisogno individuale e collettivo alla faccia di un sacco di mode e di voghe. L'evento è coinvolgente (www.urbancontest.it). Davanti a me, una giovane pittrice che si chiama Manuela Galati, sta finendo il suo pezzo, ma mi avverte «io non sono una street, e come me qui altri non lo sono, ci è piaciuta l'idea della partecipazione, del dipingere insieme». Però ovviamente di writers purosangue ne sono venuti, magari come guest star, tipo Mr. Klevra, che solitamente ricopre con spray, stencil e pennello interi muri dipingendo bizantinissime icone targate 2000. 34 anni, Mr. Klevra è un cattolico praticante, e i suoi Santi e Madonne in un habitat simile si presentano come l'unica azione trasgressiva possibile. Poi c'è Omino71 che dipinge megavolti pop variando e modulando ad altissimo volume ottico il tema della morte (davanti al Verano, e due!). Altri nomi? Sentite qua: Testasecca, Suicidella, Korvo, Specchiogelido, nomi da favola nostrana e arcaica. In sintesi, Urban Contest ci dice che la street art oggi cerca, e in parte ottiene, riconoscimenti ufficiali. Da pratica estrema e individuale di una sottocultura diffusissima, francamente scocciante e incivile, si propone come pratica utile. E anche politica, più democratica che anarchica. D'altra parte con la crisi che c'è riemergono pulsioni ataviche intensamente novecentesche, iniezioni di energia buona, come il Federal Art Project dell'amministrazione Roosevelt dell'America in depressione, o come il «muri ai pittori» del nostro Mario Sironi. Qualche altro esempio romano recente dice tutto. Il 25 aprile tutta Tor Bella Monica si è mobilitata grazie alla Federazione della Sinistra per festeggiare e attualizzare i valori della Liberazione offrendo 300 metri di muro a chi avesse avuto voglia di riconnettersi, in immagine, ai valori della Resistenza. Un successo. Da poco il Comune ha individuato, con l'Associazione Walls e la Società 21 grammi, ben 35 superfici murarie che si trasformeranno in supertele urbane. Direte: pensa tu che chiavica di pittura verrà fuori, imponente e perfino inevitabile, come la brutta architettura. E invece, forse, no, sbagliereste. Forse sbagliereste perché basta farsi un giro per il quartiere Ostiense. Come nei quartieri Shoreditch a Londra o Bushwick a New York, qui tra il 2010 e il 2011 sono stati realizzati murales di ottima qualità accettati (questo il punto decisivo!) dagli abitanti e non accompagnati dai soliti, sacrosanti vaffa. Che sia la Pescheria, con il lavoro azzurro di Agostino Iacurci o il muro di 60 metri di Jb Rock pieno di faccioni, o che si tratti delle pareti riempite da Maria Carmela Milano, Federica Terracina, Chara Fazi o dal brasiliano Herbert Baglione, il giretto qui ripete il mantra: non devi mica essere odiato per sentirti qualcuno. MARCODICAPUA ROMA DISCHI : Il ritornoconiDexysdiKevinRowland, ribellebiancodelsoul P.18 LIBRI : LetiziaMuratori: creativi si leggee l'esordiodell'ingleseTomDarling P.19 ARTE : LapitturaspazialemilanesediClaudioOlivieri P.20 U: Urban Contest: Omino71 al lavoro Dapraticaestremae individualeapraticautile, piùdemocraticache anarchica:«UrbanContest» hacoinvoltoduewriters purosangueeuna cinquantinadiartisti inerba EaTorBellaMonaca,nella periferia,35superficimurarie diventerannotele L'operacheMr Klevra harealizzato per«Urban Contest» venerdì 3 agosto 2012 17
Di Pietro e destra contro il patto Pd-Sel OLIMPIADI MARCOBUCCIANTINI Rowland: torna il ribelle delsoul SantiP. 18 U: Staino L'ANALISI GIGIMARCUCCI EMANUELEMACALUSO ILCOMMENTO GUGLIELMOEPIFANI L'ANALISI EMILIO BARUCCI ILCOMMENTO MICHELEPROSPERO APAG. 12-13 Vezzali & Co. le magnifiche Roma, la capitale della «street art» DiCapuaP. 17 La manifestazione a Taranto in difesa dell'Ilva FOTO DI COSIMO CALABRESE / EIDON Muratori il romanzo creativo LorenzettiP. 19 Sono sicuro che Ban Ki-Moon troverà chi può fare un lavoro migliore del mio. Il mondo è pieno di pazzi come me e non ci sarà da stupirsi se qualcuno accetterà l'incarico dell'Onu in Siria KofiAnnan (ieridopo ledimissioni) Una manifestazione composta. Per ricordare dopo 32 anni la più tremenda strage italiana: quella del 2 agosto 1980 alla stazione. Bologna ha ricordato la ferita e le vittime. Per la prima volta negli ultimi anni era presente il governo con la ministra Cancellieri. Applaudita, ha detto che bisogna fare di tutto per cercare la verità. Napolitano ha inviato un messaggio nel quale dice che «il ricordo tiene viva la democrazia». MANCAPAG. 11 Bologna ricorda la strage Applausi per Cancellieri SIRIA Aleppo sotto le bombe: si dimette Kofi Annan L'inviato Onu rinuncia: Paese fuori controllo DEGIOVANNANGELIPAG. 14 Ventimila in corteo per impedire la chiusura della fabbrica, per chiedere impegni a difesa del lavoro. Una grande manifestazione di operai sporcata da un assalto dei Cobas al palco dove si svolgevano i comizi dei leader sindacali. Un tentativo di dividere che però non è passato. Camusso: volevano rubare la piazza agli operai. Il governo prepara il decreto: previsti 300 milioni per la bonifica dell'Ilva. RIGHIPAG. 8-9 Taranto, ventimila in corteo Assalto dei Cobas al palco APAG. 11 Troppe piste contro la verità L'alleanza Bersani-Vendola per la sfida del governo disturba il centrodestra e lo prende in contropiede. In casa Pdl si reagisce male, attaccando soprattutto l'Udc di Casini. Alfano ironizza, ma è evidente che il nuovo centrosinistra crea problemi a una destra ancora senza strategia. Ma anche Di Pietro insiste nell'attacco. Annuncia che si candida a premier ma intanto strizza l'occhio a Grillo. PAG.4-7 Il leader Idv si candida premier fuori dall'alleanza di centrosinistra Il Pdl all'assalto anche dell'Udc ILDOTTORINGROIA,IERISULL'UNI-TÀ,HAREPLICATOALMIOARTICOLO,APPARSOSUQUESTECOLONNEmercoledì scorso e considera chiusa così la polemica. Questa affermazione la fa in un «post scriptum» in cui equivoca (volutamente) la conclusione del mio articolo. Nel quale dicevo: «Occorre colpire le nuove forme con cui la mafia opera in tanti gangli della società: silenziosamente». Il riferimento chiaramente era al modo come opera oggi la mafia e non a chi la combatte. SEGUEA PAG. 15 Mafia, domande senza risposta APAG. 9 Non si spenga l'altoforno Adesso la crisi dell'euro ruota tutta attorno all'interpretazione da dare alla frase pronunciata a Londra la scorsa settimana dal Presidente della Banca centrale europea Mario Draghi. SEGUEA PAG.3 La miopia tedesca Frenato dal no della Bundesbank, il board non decide alcun intervento Il presidente tenta di rassicurare: siamo pronti a salvare l'euro Mercati delusi: le Borse crollano, Milano perde il 4,6% e lo spread vola a 500 punti. Monti a Madrid: non ci servono aiuti MONGIELLO SOLDINIPAG.2-3 La Bce lega le mani a Draghi Fioretto, azzurre in trionfo Dove l'Italia è invincibile Le prossime elezioni richiedono alle forze politiche una attitudine alla invenzione strategica. Non basta allestire, con la necessaria duttilità tattica, la coalizione vincente. SEGUE APAG.4 La sinistra e i moderati 1,20 Anno 89 n.213Venerdì 3 Agosto 2012
CaraUnità Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta ViaOstiense,131/L 00154, Roma lettere@unita.it La salute in fabbrica non si baratta con il posto di lavoro. Senza la salute è compromessa l'attività lavorativa di chi lavora e non solo. I procedimenti giudiziari nei confronti dei responsabili delle morti per tumore nei luoghi di lavoro dovrebbero smuovere le nostre coscienze. ALDOPASSARELLA La vicenda dell'Ilva di Taranto è una vicenda emblematica della confusione in cui si è andati avanti per tanti anni sui problemi legati alla sicurezza nei luoghi di lavoro. La paura di provocare il blocco delle attività e di mettere in difficoltà gli operai e le loro famiglie ha impedito a lungo ai sindacati di mettere al centro delle loro iniziative le questioni relative alla salute. Le istituzioni locali si sono adeguate lasciando che il territorio restasse indifeso e qualcuno, dai vertici del complesso industriale, ha pensato di approfittarne. Sempre più impegnata (ed è un bene) in una attività di supplenza nei confronti degli organismi di tutela del cittadino all'interno di una società civile che sembra sempre più bloccata dalla paura che tutto vada a rotoli, la magistratura alla fine è intervenuta facendo quella che, secondo me, è l'unica cosa giusta. Mettendo ognuno di fronte alla sua responsabilità e definitivamente chiarendo che, in un paese civile, la salute è una questione su cui non si tratta e su cui non si può trattare. Saremo pure sull'orlo dell'abisso ma non dobbiamo permettere a nessuno di arricchirsi mettendo a rischio la vita di chi lavora e di chi vive accanto ad una grande fabbrica. Ai problemi economici si può porre rimedio con l'intelligenza e con la volontà. I danni arrecati alla salute da una cattiva organizzazione del lavoro sono irreparabili. Vanno bloccati. L'intervento Occupazione, un patto europeo per i giovani BrandoBenifei V.presidente Ecosy (giovani socialisti e democratici europei) OGGICOMENONMAI,«OSIFAL'EUROPAOSIMUORE».L'IN-CUBODIUNACRISISENZAFINENONÈSOLOL'OCCASIONE (FORZATA)PERAFFRONTAREIPROBLEMISTRUTTURALI del nostro Paese, incancreniti terribilmente negli ultimi vent'anni, ma ci pone di fronte alla sola via d'uscita: la costruzione dell'Europa unita. L'urgenza della scelta può far compiere al processo di integrazione il balzo decisivo, e far entrare in campo il soggetto centrale per una trasformazione così radicale: i cittadini. Queste riflessioni sono alla base della conferenza Italia110 tenuta a Bruxelles qualche mese fa, diventata ora un e-book disponibile sui siti del Pd e de l'Unità. Abbiamo dialogato con studenti, ricercatori, centri studi e think-tank; l'abbiamo fatto a Bruxelles per affermare anche simbolicamente che non esiste più l'aut aut tra politica nazionale e «circoscrizione estera»: la circoscrizione è la stessa, si chiama Europa. Per costruire davvero questa circoscrizione Europa dobbiamo agire su due fronti. Anzitutto dare un senso al progetto di unificazione politica: oltre il «messianismo politico» del dopoguerra (Weiler) e dopo anni di «ce lo chiede l'Europa», dobbiamo riscoprire l'Europa unita come missione delle nuove generazioni. Una svolta concreta passa per un rapido rafforzamento della competenza comunitaria sulle questioni economiche e in molte politiche di settore, e necessita di risorse adeguate nel bilancio comunitario (un obiettivo ambizioso: passare dall'1% al 10% in 5 anni). Il trasferimento di sovranità alle istituzioni europee non può avvenire senza meccanismi effettivamente democratici (le idee sono tante e note, dall'elezione diretta dei vertici esecutivi a due Camere che rappresentino cittadini e Stati membri, serve la forza di realizzarle). Una democrazia rappresentativa europea vivrà solo se pur con le differenze nazionali e linguistiche la sua cittadinanza passerà da costrutto giuridico a fatto storico: «faremo l'Europa solo facendo gli Europei». Ecco il secondo tema dell'ebook: costruire uno spazio pubblico europeo a partire dall'istruzione e dalla mobilità. I cittadini europei, infatti, possono diventare effettivamente tali soprattutto se vivono normalmente, nella loro esperienza di vita, la possibilità di studiare all'estero. L'Italia, al di là del suo europeismo romantico sempre più disilluso, è drammaticamente indietro. Celebriamo la «generazione Erasmus», ma nel 2009-10 in Italia sono stati appena 21.000 studenti ad esserne coinvolti, uno su cento. E la frequenza è la metà al Mezzogiorno rispetto al Nord. L'esigenza fondamentale, allora, è lavorare per una maggiore mobilità, per accogliere studenti e ricercatori in maniera semplice. Fare gli europei significa abolire le norme che lo impediscono; portare tutti gli studenti italiani a fare dal liceo fino alla fine dell'università o del dottorato almeno un periodo di esperienza e ricerca all'estero; organizzare corsi universitari in inglese, per facilitare una vera circolazione dei cervelli, non perché si vuole abbandonare la lingua di Dante. A questo tema abbiamo rivolto una serie di proposte operative, nate proprio dalla discussione di Bruxelles. Da prendere con un caveat: le leggi sono necessarie, ma non sufficienti, il vero rilancio parte dalla prospettiva politica e dalla cultura che si afferma nel Paese. Volevamo costruire, vent'anni fa, il posto più bello dove vivere al mondo, uno spazio di crescita, competitività e coesione, la casa comune del welfare, dell'istruzione e dello sviluppo. Che ne è del sogno europeo? La crisi ci insegna che anche i sogni sono fatti di risvegli, in cui, a un certo punto, qualcuno si deve chiedere che fare perché un «sogno possibile» si realizzi. Chi paga il conto dei sogni? Non è solo una questione di risorse, quanto di equità e merito, perché la nostra società bloccata impedisce ai giovani di pensare di poter valere per le loro capacità. Abbiamo davanti a noi, quindi, non l'inevitabilità di uno smantellamento, ma la vera alternativa: la sfida di crescere a un livello che ci consenta di rilanciare il modello sociale europeo. Sovranità europea, istituzioni democratiche, ripresa economica: ecco i grandi temi su cui costruire l'agenda di lavoro dei democratici e dei socialisti europei. L'iniziativa Contro la crisi più Europa Da oggi e-book su l'Unità Marco Meloni Responsabile Pd riforma dello Stato, PA, Università e ricerca COMUNITÀ Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 La tiratura del 2 agosto 2012 è stata di 95.550 copie I DATI ISTAT PER IL MESE DI GIUGNO RILA-SCIATI IN QUESTI GIORNI ATTESTANO LA DISOCCUPAZIONE GIOVANILE NELLA FASCIA TRA I 15 E I 24 ANNI AL 34,3%, RISPETTO a una media dell'Eurozona del 22.4%. Questi dati già preoccupanti non devono però essere considerati separatamente dall'elevato tasso di inattività attribuito ai giovani italiani, tra i più alti dell'Unione Europea: i Neet, le ragazze e i ragazzi che non lavorano né cercano lavoro, non studiano e non partecipano a percorsi di formazione professionale, sono giunti - sempre secondo gli ultimi dati Istat disponibili - alla strabiliante cifra di 2,1 milioni nel 2011, nella fascia di età fra i 15 e i 29 anni. A seguito della crisi, questo “esercito della rassegnazione” è cresciuto molto negli ultimi anni anche nelle zone più ricche e produttive del Paese, dove il mancato proseguimento degli studi non trova più sbocco in un rapido inserimento in aziende manifatturiere. Dato questo scenario, ritorna di particolare interesse la dichiarazione comune “Un patto per l'occupazione e la crescita”, approvata a Bruxelles da Bersani insieme ai leader progressisti europei, poco prima dell'ultimo Consiglio europeo. Uno dei primi paragrafi ha posto come obiettivo il dimezzamento della disoccupazione giovanile nell'Unione Europea entro il 2020, proponendo la creazione della cosiddetta Garanzia Europea per i Giovani. Si tratta di una proposta lanciata l'11 maggio scorso dal Pse e dall'Ecosy, la rete delle organizzazioni giovanili socialiste e progressiste europee, elaborata a seguito di un confronto che è stato portato avanti per circa un anno incontrando rappresentanti di governi e partiti di tutti i Paesi dell'Unione, al quale ha partecipato anche il Partito democratico. Il progetto prevede l'utilizzo di 10 miliardi di fondi strutturali da parte degli stati membri per creare opportunità di lavoro, di studio e di formazione garantite, in modo che nessun giovane entro i 30 anni di età sia inattivo per più di 4 mesi. Non si tratta di una proposta che immagina uno sorta di “Stato-balia” che semplicemente supplisce con denaro pubblico alla mancanza di lavoro. Al contrario, la campagna è costruita a partire dagli esempi di successo che provengono dall'Austria, dalla Finlandia e dal Lussemburgo, dove programmi analoghi hanno ottenuto ottimi risultati unendo sinergicamente sussidio pubblico e impresa privata. L'obiettivo primario di questi piani è evitare che giovani uomini, e ancor di più giovani donne, che hanno terminato o interrotto un percorso di formazione, di studio o di lavoro - magari a causa di un background sociale disagiato non riescano più a riprendere rapidamente un'attività e per questo motivo subiscano un danno permanente alle loro prospettive di carriera, all'ammontare del futuro stipendio e a quello della futura pensione. Molti leader politici europei si stanno convincendo dell'utilità di uno strumento di questo tipo. Fra questi il commissario europeo per gli affari sociali Laszlo Andor, che ha parlato della proposta della Garanzia europea in una conversazione con il Social Europe Journal, o come Ed Miliband, che in una conferenza di programma del Partito laburista svoltasi nel marzo scorso a Coventry ha affermato che in caso di vittoria alle elezioni politiche un programma di garanzia per i giovani sarà una delle priorità del nuovo governo. Poche settimane fa anche il Presidente di Socialisti&Democratici Hannes Swoboda ha assicurato il massimo sostegno all'iniziativa da parte del gruppo parlamentare europeo, incontrando i giovani socialisti e progressisti di tutti Paesi dell'Unione ritrovatisi in Croazia per il tradizionale campo estivo. Debole pare essere l'obiezione sui costi: a fronte di 5.4 milioni di disoccupati under 25 secondo i dati Eurostat di questi giorni, a causa dell'inazione l'Unione sta pagando un costo molto più elevato dei 10 miliardi richiesti per attuare la proposta di Garanzia europea. La campagna proseguirà fino alle elezioni del 2014 con iniziative, appelli e manifestazioni, nella speranza di una nuova maggioranza progressista al Parlamento europeo e al Consiglio, in grado di dare risposta alle istanze di una generazione. Dialoghi La salute in fabbrica deve essere una priorità assoluta . . . Dialogo tra studenti ricercatori e centro studi . . . Al centro il futuro dell'Unione LucianoFornaciariSlim eEnzo Bagnoli La vicenda che riguarda lo studente diciannovenne reggiano Luciano Fornaciari e l'operaio comunista Enzo Bagnoli è senza dubbio degna di menzione. Capo Servizio di Brigata, Luciano Fornaciari «Slim», così il suo nome di battaglia, cadde nelle mani dei tedeschi il 31 luglio 1944, durante le manovre di spostamento di alcuni distaccamenti al Passo della Cisa, nel tentativo di precedere il nemico, si offrì volontariamente di portare in sella ad un mulo il mortaio che non voleva abbandonare. Giunto sul posto fu catturato dai tedeschi, poi condotto a Febbio, fu torturato per estorcergli, invano, i nomi dei compagni di lotta e lì immediatamente fucilato. Non soddisfatti, i suoi aguzzini lo impiccarono a testa in giù nel centro del paese, lasciandolo esposto come avvertimento per la popolazione. Dopo qualche giorno però, i tedeschi lo tolsero dalla pianta dov'era stato impiccato e lo seppellirono in fretta sotto ad un lieve strato di terra, non come gesto di pietà, ma perché il caldo dei primi giorni di agosto non tardò a mandare in decomposizione il corpo martoriato del povero «Slim». Furono «Aldo» Osvaldo Salvarani e «Dario» Giuseppe Carretti, avvertiti dell'accaduto da una donna del paese, a dare una degna sepoltura al giovane compagno di lotta, nei giorni seguenti, dopo aver attraversato la Val d'Asta, pur col pericolo di essere scoperti dai nazifascisti. Con l'aiuto degli abitanti lo disseppellirono, scavando prima con le palette e poi con le mani, affiorò immediatamente il viso tumefatto ed irriconoscibile di «Slim», con orrore, nella sua testa comparvero i fori di 15 pallottole. Così tanto era ritenuto pericoloso un giovane studente di appena diciannove anni! I due comandanti lo ripulirono dalla terra piano con le mani, ma brandelli di pelle e dei capelli rimanevano appiccicati alle loro mani, quindi lo ricomposero dignitosamente all'interno di una misera cassa messa insieme con assi di fortuna da un altro partigiano. Negli stessi giorni di luglio 1944 morì anche Enzo Bagnoli «Vampiro» a cui i compagni intitoleranno il nome della 26° Brigata. Vampiro rimase solo a proteggere la ritirata dei compagni, ritardando l'ingresso dei nemici a Ligonchio. Per ore resistette, poi esauriti i colpi venne sopraffatto con l'arma in pugno. Oggi all'ingresso di Ligonchio si erge il monumento in suo ricordo. AlessandroFontanesi Sì, votiamoa Novembre! Alla domanda “elezioni a novembre o nel 2013?” vorrei rispondere «a novembre!!» – compresi i punti esclamativi – e se dovessi spiegare perché direi che non abbiamo altra scelta e che ritardare ulteriormente le urne finirebbe soltanto per rendere più profonda la fossa che ormai si apre sotto i nostri piedi. Negli ultimi mesi abbiamo fatto sacrifici immani, sostenendo interventi che impegnano risorse ed energie da qui ai prossimi decenni, per mettere da parte pochi spicci che puntualmente, ogni giorno, vengono dissolti e bruciati dallo spread e dalla speculazione. Per sottrarci a questa morsa esiziale abbiamo bisogno di fare subito l'Europa o meglio gli Stati Uniti d'Europa, ce lo ripetono tutti, ma per raggiungere lo scopo non c'è alternativa ad un governo politico, forte del consenso popolare. GabrieleCarones 16 venerdì 3 agosto 2012
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03/08/12

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