Appoggiato al muro, nel piano terra del tribunale, alla fine di una giornata blindata e nervosa, il procuratore capo tira il fiato e si toglie qualche sassolino dalla scarpa. Nel luglio 1982, Franco Sebastio era ancora un pretore, quando scrisse la prima sentenza di condanna dell'Ilva per inquinamento. Sono passati trent'anni e, capelli bianchi a parte, è ancora lo stesso magistrato. Nessuno meglio di lui può spiegare perché Taranto è ancora alle prese con lo stesso problema che ieri si è incagliato nell'udienza del tribunale, blindato, del riesame. La valutazione del ricorso contro il sequestro dei sei impianti e le misure cautelari per otto dirigenti indagati, a cominciare dal patron Emilio Riva, si è arricchita delle controperizie, una chimico-fisica e una epidemiologica, con cui l'azienda si difende e replica ai dossier prodotti dagli esperti nominati dal tribunale: in pratica, il loro deposito è slittato dall'incidente probatorio a questa fase del procedimento e sostanzialmente l'azienda si difende ricordando, oltre agli investimenti fatti per salute ed ambiente (oltre un miliardo speso tra il 1998 e il 2011), che ha sempre rispettato gli obblighi previsti dall'autorizzazione integrata ambientale rilasciata dal governo. Entro il 9 agosto, ma forse già all'inizio della prossima settimana, i tre giudici, Antonio Morelli (presidente), Alessandra Romano e Benedetto Ruberto dovranno prendere la decisione. La procura a propria volta ha depositato nuove carte, tra le quali intercettazioni telefoniche che riguarderebbero in particolare dirigenti Ilva. In una di esse, in particolare, un manager si rivolgerebbe ad un altro e parlando della visita da parte di un funzionario regionale, preoccupato per eventuali ispezioni e controlli, dice «dobbiamo legargli il culo alla sedia». Secondo gli inquirenti, le intercettazioni, contenute in un fascicolo per corruzione in atti giudiziari di cui è titolare il sostituto Remo Epifani, sono state depositate per confermare l'esistenza di un rischio di inquinamento delle prove. Nello stesso procedimento emergerebbero anche contatti e conversazioni con tecnici incaricati di redigere l'Aia, oltre all'episodio per cui risulta indagato il professor Lorenzo Liberti, preside della Facoltà di Ingegneria del Politecnico di Bari a Taranto, incaricato dalla procura insieme ad altri esperti di redigere una perizia su diossina e pcb. Il consulente avrebbe ricevuto 10euro dentro una busta bianca da un dirigente Ilva che aveva ricevuto poco prima la somma da un addetto alla contabilità della fabbrica. L'episodio, contenuto anche nell'ordinanza emessa giorni fa dal gip Patrizia Todisco, sarebbe avvenuto il 26 marzo 2010. In una conversazione telefonica il professore avrebbe rivolto al suo interlocutore giudizi molto poco lusinghieri nei confronti dei magistrati. In questo fascicolo, poi, sono indagati oltre ai vertici dell'Ilva anche l'ex direttore dello stabilimento, Luigi Capogrosso, e il dirigente Girolamo Archina. Lo stesso Capogrosso, sostituto di recente dall'ex prefetto Ferrante al vertice dirigenziale dell'Ilva, compare come imputato anche in un altro procedimento che entrerà in dibattimento nel prossimo ottobre, dopo il rinvio a giudizio disposto dal gip Tommasino nello scorso giugno. Si tratta del processo per la morte di una trentina di operai, divisi in due filoni di inchiesta, tra il 2004 e il 2010, per mesotelioma pleurico, mesotelioma peritoneale e cancro al polmone. Decessi dovuti all'esposizione all'amianto per cui saranno alla sbarra, oltre ad Emilio Riva e al figlio Fabio, anche una trentina di vecchi e nuovi dirigenti. Tra gli imputati compaiono infatti anche Sergio Noce, Giovanni Gambardella e Giorgio Zappa, direttore di Finmeccanica dal 1988 al 1993. Risale appunto a 30 anni fa l'inizio dei guai giudiziari dell'Ilva da queste parti e il procuratore capo Sebastio, ora che si profila la sentenza del riesame sul procedimento principale, non può non tirare le fila di una battaglia che dura da una vita. «Per me si chiude un ciclo – spiega il magistrato – Così non si può lavorare e non si può andare avanti, perché abbiamo subito pressioni fortissime da più parti, comprese alte cariche dello Stato e della Chiesa». Il procuratore si riferisce anche alle manifestazioni di questi giorni nelle quali, secondo Sebastio, «era chiaro che ce l'avevano con noi, come si è visto anche quando hanno applaudito gli indagati mentre entravano in tribunale. Non lo farebbero in Svizzera o in Germania, dove il gruppo Riva ha altri stabilimenti per i quali ci risulta che ogni anno riceva premi e riconoscimenti per la ecocompatibilità delle loro produzioni. E allora perché qui a Taranto le cose devono andare diversamente? Come ha detto il dottor Vignola, collega della procura di Lecce, i morti di Taranto sono di serie B?». C'è anche il precedente di Genova, quando nel 2002, dopo il sequestro dell'area a caldo dell'impianto Ilva (lavorazione poi trasferita a Taranto) e il relativo processo, nella fabbrica di Corigliano fu introdotta la lavorazione a freddo nella cokeria. Sebastio lascia sul taccuino una domanda: «Se a Genova l'Ilva ha fatto questo, mi chiedo perché non possa fare altrettanto per lo stabilimento di Taranto, posto che se è vero che è più grande per dimensioni, è anche vero che sono senz'altro maggiori i profitti e il volume di affari». ILCOMMENTO PATRIZIOBIANCHI DECRETO SEGUEDALLAPRIMA Si è detto mille volte in questi giorni: con l'Ilva è in gioco non solo il più grande impianto siderurgico europeo e la più grande fabbrica di lavoro del Sud, dopo lo Stato, ma un pezzo fondamentale dell'industria italiana. Il 45% della domanda di acciaio del sistema manifatturiero nazionale è soddisfatta da questo stabilimento, che rifornisce, dalle lamiere per le grandi casi automobilistiche europee (Fiat e Volkswagen) sino ai tubi per gli oleodotti siberiani. Eppure c'è un altro tema che l'intricata questione solleva con forza. Quello di ripensare quale debba essere il ruolo dello Stato, conseguente a scelte della politica, nel gestire la transizione dell'industria. Nessuna esperienza come quella dell'Ilva permette di leggere come proprio le scelte della politica, nel bene e nel male, abbiano determinato le diverse fasi della sua lunga storia. Lo stabilimento è un gigante che ha attraversato la storia industriale e politica italiana: che è stato prima fiore all'occhiello dell'industrializzazione di Stato, poi è sopravvissuto alle inefficienze della fase conclusiva delle Partecipazioni Statali e che, infine, con la privatizzazione e il passaggio agevolato al gruppo Riva, è riuscito a ristrutturarsi e a rientrare nel mercato. Una ristrutturazione irrisolta, che ha consentito all'azienda di riprendere a creare profitti e posti di lavoro ma che non ha diradato le nubi nere, non solo metaforiche, di una irrisolta questione ambientale. Seguendo un principio, già smentito dalla crisi finanziaria, del «too big to fail» - troppo grande per essere chiusa - una simile questione, la cui gravità è stata già da tempo evidenziata dalla magistratura, è stata trascurata e lasciata alla sola iniziativa delle comunità locali e, negli ultimi anni, della Regione. Solo in un Paese come il nostro, dove la foga liberalizzatrice ha cancellato dal perimetro delle politiche pubbliche la politica industriale, si può essere messi di fronte al bivio terribile e inaccettabile tra diritto alla salute e lavoro. Non c'è e non ci può essere scambio tra salute e occupazione, ma occorre, e si può, rendere compatibile la sopravvivenza di un grande impianto moderno con le ragioni dell'ambiente. Ciò richiede non fughe o chiusure di imprese, ma il reimpiego del valore prodotto attraverso il lavoro in investimenti pubblici e privati in tecnologie e ricerca (politiche industriali, insomma) che migliorino la qualità dei prodotti e riducano le emissioni inquinanti. In un clima difficile e in un contesto nazionale distratto, la Regione Puglia in questi ultimi anni, attraverso interventi normativi che prevedevano limiti di inquinamento assai più severi di quelle vigenti, ha reso possibile, in un confronto anche aspro con l'azienda, sensibili miglioramenti nelle emissioni di diossina (abbattute del 90%), inducendo l'Ilva ad investire oltre 1 miliardo di euro per l'innovazione in campo ambientale. Occorre ora capire se il gruppo Riva sia intenzionato a proseguire in questa direzione. L'intervento emergenziale, pur necessario, del governo che ieri ha stanziato 336 milioni di euro per la riqualificazione ambientale, non appare sufficiente. Non modifica lo scambio ineguale tra azienda che fa profitti e lo Stato che ripara i danni di uno sviluppo insostenibile. La sfida ora è più alta e più difficile. La rilevanza strategica per l'intero comparto manifatturiero nazionale dello stabilimento e il suo peso sull'economia locale è tale da richiedere un progetto a lungo termine per quest'area. Un progetto che può arrivare anche alla sperimentazione di forme di cogestione pubblico-private. Una nuova fase in cui si potrebbero sperimentare esperienze, diffuse in altri Paesi, a partire dalla Germania, in cui si realizzino forme di intesa tra capitale e lavoro, sempre più necessarie in un economia globalizzata. Il sindacato, a Taranto come in altre aree del Paese, si è dimostrato pronto a rispondere alla domanda di responsabilità. Ora sta alla politica riuscire a trovare i contenuti di una strategia che preveda interventi di politica industriale e anche queste forme di cogestione. Le prospettive di sopravvivenza e sviluppo di Taranto sono legate alla costruzione di un cammino virtuoso e sostenibile che poggi su uno sviluppo industriale in grado di creare risorse per investimenti tecnologici per la riduzione dei costi ambientali, e su un sistema normativo che alzi l'asticella della compatibilità ambientale con meccanismi di controllo pubblico severi e trasparenti a tutela della salute dei cittadini. Sta dunque alla politica in primo luogo, superando l'emergenza determinatasi con l'intervento della magistratura, creare le condizioni per un nuovo protagonismo pubblico che, senza richiamare esperienze passate, riassuma la permanenza delle nostre imprese in settori strategici con la tutela del diritto al lavoro e quello della salute dei cittadini. Ilgovernosblocca i fondi:336milioni per lebonifiche Taranto, iniziato il lavoro del Riesame. Entro il nove agosto la decisione sul sequestro degli impianti La Procura deposita altre carte con le intercettazioni tra i dirigenti dello stabilimento ITALIA Ilva, oltre l'emergenza il futuro dell'industria Ilgovernoha dato il via liberaalla riqualificazioneambientale dell'Ilva diTarantocon undecreto che sblocca i336milioni di eurodestinati agli interventi di bonifica delsito, previstidalprotocollod'intesa siglato lo scorso26 luglio emesso a puntodalla task forceguidata dal ministrodell'Ambiente Corrado Clini.Un decreto,ha spiegato il ministroClini al terminedel Consigliodei Ministri, chesnellisce e «semplifica leprocedure per fare in modochegli interventiprevisti siano attuati in tempicerti». Lapossibilità deldecreto leggeper labonifica del sitodell'Ilvaera stataannunciatagià ieridal ministroClini cheaveva definitouna«svolta»e lodato l'annunciodel presidentedell'Ilva Ferrantedella rinuncia al contenziosocol Ministero dell'Ambiente«per cominciarea lavorare insiemeagli interventiche servonoarisanare l'ambiente». Tribunale blindato Guerra di perizie Un momento della fiaccolata di solidarietà ai lavoratori dell'Ilva e alle loro famiglie organizzata dalla diocesi di Taranto FOTO DI RENATO INGENITO/ANSA SALVATOREMARIARIGHI INVIATO A TARANTO sabato 4 agosto 2012 11
LONDRA2012 Wojdan, ottantadue FEDERICOFERRERO LONDRA FUMO DILONDRA M.BUC. Eccola, l'Olimpiade. È Wojdan Shaherkani, piena di tenerezze e terrori. E poi sono solo 82 secondi, eppure è una cosa lunga come un pezzo di storia, che rotola sul tatami, enorme, goffa ma ormai è passata, c'è stata. Melissa, il donnone di Porto Rico, l'ha sbattuta giù dopo un minuto di prudenze e riguardi ma era già tutto successo, la prima donna saudita aveva combattuto ai Giochi, aveva dato un senso ai Giochi. Ne aveva raccolto quel testimone ideale e immaginario che attraversa il mondo ogni quattro anni e non lo cambia, per carità. Eppure. Eccolo, il momento. La foto da salvare. Una ragazza che entra nella grande piazza con il volto emozionato come se si fosse appena detta addio allo specchio. Penetrata dalla commozione, alterna riso a pianto. Ha un berretto nero in testa, è la sua trattativa con la religione, per essere qui. Gli arabi lo chiamano hijab. Shaherkani poteva essere velata, per concessione del Comitato olimpico internazionale che tanto ha voluto questo risultato simbolico, sì da patteggiare con i sauditi: può gareggiare, ma velata. Poi la praticità ha preso il sopravvento, riducendo Maometto a una cuffia nera ed è bellissimo quando la vita si fa largo e va ad abitare quei posti oscuri. Entra, Wojdan, la sommerge un applauso che sembra uno scoppio, un boato che è un tuono, riempie l'aria, la fa tremare. L'accompagna il fratello, si somigliano molto, i tratti morbidi, le curve ampie. Lei è ottanta chili di carne, ha la cintura nera in vita, ma sembra più una lottatrice di sumo e comunque non importa. Non riesce a lottare, è turbata, agita appena le mani come se scacciasse noiose mosche, l'altra non riesce a spezzare l'incantesimo, aspetta, poi l'afferra ed è un è a terra e con la mano si tocca la nuca, si assicura che lo hajab sia ancora al suo posto, lo rassetta. La gente piange - credeteci - perché è testimone di qualcosa e lo spettatore vuole essere solo questo e per questo affolla le tribune: una prova, una traccia di qualcosa d'importante, un record, un evento memorabile, un ricordo. Non c'è scampo: la judoka va verso il fratello, lo abbraccia e sono lacrime come se piovesse, mica per la sconfitta, ma perché è successo. C'è stata. Sciabola di bronzo E oggi il ragazzino «COSÌ COMBATTERONOGLIEROI,TRANQUILLOE AMMIREVOLEIL CUORE,VIOLENTA LASPADA, RASSEGNATI AUCCIDERE O MORIRE». È un piccolo brano di un libro madornale, le Finzioni di Borges. Questa volta non si parla di Londra, ma di Livorno e di un livornese, tra l'altro con maggiori nozioni, per una questione di origine. Della medaglia di bronzo si parla nel pezzo che apre questa pagina. Queste righe sono un omaggio - anche spudorato - a un atleta, Aldo Montano, che è l'ultimo schermidore di quel circolo Fides fondato nel diciannovesimo secolo da Beppe Nadi, e che è stato frequentato da molti campioni tanto da custodire per l'Italia la bellezza di 62 medaglie olimpiche, comprese quelle dei due figli di Nadi, Aldo e Nedo, e di una mezza dozzina di parenti dello stesso Montano. La scherma è un pianeta sconosciuto sul quale ci affacciamo ogni quattro anni, per i tributi e la riconoscenza: grazie a questi armigeri mascherati possiamo vantare un medagliere all'altezza. Altrimenti sarebbe una figura penosa: provate a filtrare il nostro bottino, anche in questi Giochi inglesi, e ne resterebbe poco. La scherma, si diceva, è un frammento metodico, con le sue architetture e le sue guerre, il rumore del suo gergo, l'odore dei suoi ferri, e i suoi padroni, che spesso siamo noi. Possiamo ammirare e vezzeggiare, senza troppa competenza ma non ne serve troppa per sapere che Montano è un fuoriclasse, perfino superiore alla sua stessa convinzione. Lo confermano a bassa voce anche i tecnici, ai quali mancano però i risultati per poterlo affermare: ha vinto un'Olimpiade e un Mondiale, certo, ma poteva - doveva essere tutto doppio, triplo. Non esiste gesto tecnicamente più limpido su quel pianeta. Non c'è assalto più coraggioso, o difesa più onesta. Né contrattacco più imparabile. Non c'è, udite, cuore più grande. Purtroppo Montano è bello, lo sa, ha corteggiato le nullità della televisione, si è distratto e soprattutto si è compromesso la credibilità. Qui gliela restituiamo. Ci ha convinto un libriccino che lui stesso ha scritto, con schiettezza e ironia, nel quale racconta cosa sia attraversare la vita in tutti i suoi lati, e come si possa “Risorgere e vincere”, questo il titolo. Trova la forza di rivelarsi, anche agli psichiatri che s'interessano al suo caso, e che lui cerca per rimuovere il blocco che lo deprime nella vita, e lo svilisce in pedana. Un po' narcisistici i duetti con la dottoressa («A cosa pensa?», chiede al paziente: «A lei nuda, sotto la doccia», risponde lui). Autentico il sua abbandono a Giorgio Nardone, che lo aiuta e ancora lo segue. Le pagine si concludono con la vittoria ai Mondiali di Catania, che - va ricordato - fu conquistata con una necrosi al tendine del polpaccio, poi operato. Ci ha convinto, soprattutto, la partita che ha chiuso il quarto di finale contro i bielorussi. Una rimonta appassionata e delirante, un condensato di classe e nemmeno originale, perché già ripetuta a Pechino, e sempre per cavare fuori dai guai una squadra intera. Oggi in gara Tiro: carabina e trap donne Atletica 20 km marcia, semif. 400 d. e 10mila uomini Scherma Spada d. a squadre Nuoto finale 1500 sl L'atleta saudita Wojdan Shaherkani, sconfitta dalla portoricana Mojica Melissa FOTO DI ORESTIS PANAGIOTOU/ANSA La gara della prima atleta saudita è durata solo un minuto e mezzo. Un berretto nero in testa come velo È l'Olimpiade delle donne. Come «Sue» che imbraccia la carabina all'ottavo mese MARCOBUCCIANTINI INVIATO A LONDRA Nella casa della scherma non sono volati gli stracci - altrove abbondanti ma le sciabole avide di medaglia del team azzurro: Montano, Tarantino, Occhiuzzi. E la riserva Gigi Samele, brillante esordiente foggiano rimasto a consumarsi in panchina mentre i compagni superavano d'un soffio la Bielorussia e si facevano beffare dalla Corea fino alla possibilità della vita, proprio nella finalina contro i russi Kovalev, Yakimenko e Reshetnikov, in sostituzione di Tarantino. La sfida per il bronzo è stata violenta, le condizioni di team Italia erano quasi disperate tra acciacchi e stanchezza. Ma i salvataggi di GodsavethequeenMontano, certamente coraggioso nel farsi dipingere il motto britannico sui capelli, hanno fatto la differenza nei quarti di finale sui bielorussi (9-4 il parziale a suo favore, a match compromesso) col duplice effetto di tenere in vita prima e di chiudere poi, dopo due primi passaggi opachi nella finale, l'ultimo assalto. Un bronzo gustosissimo anche perché ieri il vento si è divertito a soffiare contro i ragazzi del canottaggio, altra disciplina cui l'Italia ha demandato per molti (troppi?) anni il ruolo di salva-medagliere e che abbandona, invece, il gioiello di Eton Dorney con il solo argento, da più parti avvertito come estemporaneo, di Battisti e Sartori nel due di coppia. In un clima cupo, da resa dei conti imminente, con la federazione e il tecnico De Capua indicati come responsabili del tracollo e ininfluenti nella medaglia d'argento di Sartori e Battisti, il “due senza” di Lorenzo Carboncini e Niccolò Mornati ha fallito l'assalto al podio di fronte agli extraterrestri della Nuova Zelanda, Murray e Bond, alla Francia e a una possibile Gran Bretagna. Non meglio è andata nel nuoto, con una meravigliosa eccezione. Ed è un facile elogio dell'inconsapevolezza, quello per Gregorio Paltrinieri, campione a 17 anni. Un adolescente in finale olimpica con l'opportunità di salvare le sorti di barchetta Italia, partita in direzione nord con aspettative strepitose e sul punto di finire in fondo all'Aquatics Centre nella maniera meno onorevole, con una triste eco di j'accuse. Le parole in libertà tirate in faccia, in una girandola di scaricabarile, tra Magnini, Pellegrini e gregari rivoltosi ha riempito gli spazi che si sarebbero voluti, anzi, dovuti dedicare alle medaglie. Proprio la medaglia è l'unica riscossa percorribile per la pattuglia scornata del nuoto, costretta a perdere altri pezzi con l'eliminazione della 4x100 mista maschile (Di Tora, Scozzoli, Rivolta, Dotto). Impresa temeraria, giacché Gregorio si ritroverà la via complicata da una concorrenza di lusso: il fenomeno dei 1500 stile libero, Yang Sun, il tunisino Mellouli, Ryan Cochrane. Non sono i soli, eppure mettono paura al solo nominarli. Tuttavia Greg, ricorda papà Luca dalla casa di fortuna a Carpi - quella vera è inagibile dai giorni del terremoto - resta sempre il titolare del terzo tempo mondiale dell'anno. Non solo: baby Paltrinieri sa che non gli si potrà addebitare alcunché se non ce la farà. E poi, come non pensare che l'aver evitato l'aria avvelenata dello sport-gossip di casa Italia abbia fatto crescere il ragazzo forte e sano? La gioia di Aldo Montano dopo la stoccata per il bronzo FOTO DI CLAUDIO ONORATI/ANSA «Risorgere e vincere», omaggio a un uomo di nome Aldo 12 sabato 4 agosto 2012
Contrordine. La decisione della Banca centrale europea di non intervenire subito per far abbassare gli spread forse non è la fine dell'euro, ma l'inizio della soluzione della crisi. La notte porta consiglio e dopo il panico di giovedì ieri le borse europee hanno riconsiderato le parole del presidente della Bce, Mario Draghi, e hanno reagito con una giornata di rialzi euforici. Un ottimismo che non è stato rovinato neanche dal monito del Fondo monetario internazionale, secondo il quale l'eurozona non ha fatto abbastanza per fermare «il contagio» della crisi. L'unico a non essere contagiato dall'entusiasmo è stato il premier spagnolo Mariano Rajoy che, un po' in ritardo pure lui, ha capito la trappola: l'Eurotower ha condizionato le sue «misure non convenzionali» all'utilizzo del fondo salva-Stati per costringere Spagna e Italia a chiedere aiuto a Bruxelles e quindi ad accettarne i controlli e le condizioni. «La Bce spinge la Spagna a chiedere un altro salvataggio», titolava ieri il quotidiano spagnolo El Pais. Si tratterebbe di fatto di un altro pacchetto di aiuti dopo quello ottenuto a luglio da Madrid per ricapitalizzare le sue banche sull'orlo del fallimento. MADRIDSULLE SPINE Dopo aver ripetuto per giorni che la Spagna non chiederà nessun salvataggio, ieri Rajoy, come aveva già fatto prudentemente il giorno prima il Presidente del Consiglio Mario Monti, è stato costretto ad ammettere la possibilità di dover chiedere l'attivazione dello scudo anti-spread, cioè l'utilizzo del fondo salva-Stati per l'acquisto di titoli di Stato spagnoli in modo da abbassarne i rendimenti e quindi il differenziale con i titoli di Stato tedeschi. Sulla questione «non ho preso alcuna decisione, non escludo nulla», ha detto ieri il premier spagnolo, provando poi a ribaltare la richiesta del Bce: «Voglio sapere quali sono queste misure», ha detto, aggiungendo che verificherà «se sono adeguate». Ora bisogna vedere chi vincerà il braccio di ferro tra Spagna e Bce: prima la richiesta al fondo salva-Stati o prima le misure dell'Eurotower? Gli analisti sembrano confidare sul fatto che è Francoforte ad avere il coltello dalla parte del manico e che i suoi interventi saranno sufficienti a far abbassare gli spread. Alla ventata di ottimismo hanno contribuito anche i dati arrivati da oltreoceano sull'occupazione americana, che ha luglio ha registrato un aumento di 163.000 posti di lavoro. La borsa di Milano ha così potuto recuperare ampiamente le perdite della giornata precedente e ha chiuso a +6,34%, Madrid a +6%, Parigi a +4,38% e Francoforte a +3,93%. Lo spread italiano è sceso dai 511 punti di giovedì a 462, mentre quello spagnolo è passato da 601 a 542. Giovedì «le importantissime decisioni della Bce potrebbero essere state Draghi «incompreso» Le Borse volano MARCOMONGIELLO Milano la migliore, spread in netto calo Ottimismo anche sulla scia dei dati Usa sul lavoro Il Fmi: «Non è stato fatto abbastanza per evitare il contagio nell'area euro» I timori della Spagna IL COMMENTO SILVANO ANDRIANI LaBancacentrale,con tutta laprudenzadelsuo presidente,hacambiato ruolo:menotecnico,più politico.E lasinistra europeadevefarci i conti E cioè che proprio l'annuncio di una discesa in campo diretta della Bce nella battaglia per gli spread, come in un finale di partita, era la prova più evidente che la «svolta» precedente era fallita. Secondo le decisioni della famosa riunione di giugno del Consiglio europeo infatti doveva essere il Fondo salva Stati e non la Bce a calmierare gli spread. Ma in quella riunione non si è definita la procedura con la quale il Fondo dovrebbe intervenire, né sono state stanziate risorse aggiuntive per consentire ad esso di far fronte alla speculazione sui titoli di Stato e alla ricapitalizzazione delle banche. Sulla riunione di giovedì del direttivo della Bce si erano create così aspettative eccessive, in quanto essa non era in grado di prendere l'unica decisione che avrebbe determinato una vera svolta e consentito di contrastare efficacemente la speculazione: dare al nuovo, costituendo Fondo salva Stati licenza bancaria e consentire alla Bce, in base al proprio statuto, di fornire ad esso liquidità illimitata per calmierare gli spread e per alimentare la liquidità delle banche in difficoltà ed eventualmente entrare nel loro capitale. Ciò avrebbe prodotto un sostanziale passo in avanti nel riconoscimento alla Bce dello stato di vera Banca centrale, ma poiché sia il Fondo che la Bce sono creature della politica, essa dovrebbe essere presa a livello politico e nella riunione di giugno non era stata presa. I mercati sapevano questo, ma si aspettavano probabilmente che fosse comunque presa una decisione più limitata: che la Bce riprendesse subito l'acquisto di titoli pubblici sui mercati secondari. Non una svolta dunque, ma la ripresa di un intervento già realizzato in passato (e poi sospeso per pressione della Bundesbank), che aveva dato un certo sollievo alla situazione degli spread, ma non era apparso risolutivo anche perché sottoposto alla condizione che la Bce dovesse sterilizzare la liquidità che immetteva nel sistema attraverso l'acquisto di titoli pubblici sottraendo risorse finanziarie all'economia reale per rispettare la sua natura di Banca centrale dimezzata che non può creare base monetaria. Nella riunione di giovedì la Bce ha deciso che deciderà a settembre la ripresa dell'acquisto di titoli a breve sui mercati secondari. Non è sciolto il nodo dell'eventuale sterilizzazione della liquidità creata, mentre è chiaro che l'intervento avverrebbe non per autonoma decisione della Bce, ma, su richiesta del Paese interessato, sarebbe la Commissione europea a decidere, definendo le condizioni che il Paese dovrebbe rispettare e coordinando l'intervento con quello del Fondo salva Stati (che potrebbe invece comprare titoli all'emissione). Questa procedura alquanto barocca comporterebbe comunque una novità: per la prima volta risulterebbe formalmente infranto il mito dell'autonomia della Banca centrale. Essa dovrebbe coordinare e perfino subordinare il proprio intervento a decisioni della politica, ma se al Fondo non fosse data licenza bancaria, o quanto meno non fossero date risorse adeguate a combattere la speculazione, ne risulterebbe una forte limitazione dell'azione della stessa Bce. I nodi che stanno emergendo ribadiscono una verità che Draghi ha più volte ricordato e che il suo discorso a Londra ha forse offuscato: che la Bce non può e non deve sostituirsi alla politica. Le decisioni prese dal direttivo della Bce, anche se tenute nei limiti del mandato esistente, hanno provocato il voto contrario della Bundesbank e incontrano la forte opposizione di una parte importante dell'establishment tedesco. È inutile nascondersi che siamo di fronte al confronto fra due visioni diverse dell'economia, dei meccanismi che generano la crescita e del ruolo della politica economica. E non sarà possibile conciliare la logica del Fiscal compact con l'idea di un coordinamento di politica fiscale e politica monetaria per rilanciare la SEGUEDALLAPRIMA In quell'occasione di fronte alla (apparente?) marcia indietro di Mario Draghi sull'acquisto di titoli dei paesi in difficoltà da parte della Bce, il premier aveva sostenuto che la reazione negativa dipendeva dal fatto che gli operatori sui mercati debbono rispondere «in due secondi». Ora, a mente fredda e valutando con calma le dichiarazioni del capo dell'Eurotower, gli stessi operatori riconoscerebbero che comunque Draghi l'impegno a ricorrere a «misure non convenzionali» lo ha preso e l'intervento diretto del suo istituto sul mercato secondario dei titoli non lo ha affatto escluso, pur prendendosi qualche settimana per mettere a punto il piano e legando l'iniziativa ai fondi di stabilità (il presidente del Consiglio non vuole che si dica salva-stati). Il ricorso ai quali, si sa, comporta obblighi per i paesi che ne fanno. Le opinioni su quanto è «veramente» accaduto nella riunione del Consiglio dell'Istituto giovedì, sull'atteggiamento di Draghi e sul contrasto con il presidente della Bundesbank Jens Weidmann, possono essere varie. Ma su un punto concordano tutte. Nel momento stesso in cui il suo capo ha preso l'impegno a schierare la Bce nella battaglia per calmierare il mercato dei titoli e impedire che Spagna e Italia si dissanguino con i rendimenti troppo alti, l'istituto di Francoforte è diventato un'altra cosa. Per anni, dalla sua istituzione il 1° giugno del 1998, si è detto che l'unico compito della Bce sarebbe stato quello di assicurare la stabilità monetaria. In sostanza, e per esplicita condizione posta da Berlino, fu strutturata sul modello della Bundesbank, che ha sempre rivendicato a sé il ruolo di «cane da guardia dell'inflazione». Si può sostenere, sforzandosi un po', che nel compito di garantire la «stabilità monetaria» rientrino anche gli interventi per calmierare il mercato dei titoli di stato e abbassare gli spread «ingiustificati». Ma non c'è dubbio che qualche ragione agli ultraortodossi alla Weidmann non manca: la Bce sta cambiando politica e ruolo. Con tutta la prudenza, di cui Draghi ha dato giovedì ampia prova deludendo molti, ma in modo in prospettiva irreversibile. Questo cambiamento ha delle implicazioni sulle quali si dovrebbe cominciare a ragionare con una certa urgenza. Due sono (o meglio: dovrebbero essere) le più evidenti. La prima è che una banca centrale che «fa politica finanziaria» rende ancora più assurdo l'assetto attuale, fondato su una moneta unica senza istituzioni che la governino e la sostengano. Una Bce «diversa» potrebbe perciò fare da volano per la ripresa del cammino verso l'integrazione europea. Verso la creazione, intanto, della cosiddetta Unione bancaria e verso un coordinamento crescente delle politiche fiscali. Sarà dunque vero che la crisi dell'euro, se non crolla tutto, spingerà alla fine verso l'Unione politica? Molti lo pensano, ma molti pensano anche il contrario. Perché un ruolo più forte della Banca centrale europea avrà anche un'altra conseguenza, assai meno auspicabile: renderà ancora più acuto il problema della democraticità delle scelte economiche e monetarie. È la questione che in Germania hanno posto, da sponde diverse, i giudici della Corte di Karlsruhe che hanno accolto i ricorsi contro lo «scavalcamento» del Bundestag nel voto su Fiskalpakt e contributi all'Esm, e anche la Spd e, in generale, la sinistra tedesca. La presa di posizione contraria all'ipotesi Draghi venuta l'altro giorno da Franz-Walter Steinmeier, uno dei possibili candidati socialdemocratici alla cancelleria nelle elezioni dell'autunno 2013, ha stupito molti, ma ha una sua logica ed è stata condivisa, sostanzialmente, da tutta la sinistra, dalla Linke ai Verdi. Una Bce più «politica» e meno «tecnica» rafforzerebbe il già forte deficit di democrazia tanto nelle istituzioni dell'Unione quanto nei processi decisionali delle scelte economiche. I parlamenti nazionali sarebbero esautorati ancor più di quanto accada adesso, mentre il parlamento europeo vedrebbe ridotti ulteriormente i suoi già deboli poteri di codecisione e di controllo. In queste posizioni della sinistra c'è molto probabilmente anche qualche ragione propagandista, in vista d'una campagna elettorale che si giocherà molto su questi temi. Ma il problema esiste. E certo non solo in Germania. L'EUROPAELACRISI La crisi e l'Europa: la Bce non può sostituirsi alla politica PAOLOSOLDINI L'ANALISI L'Unione fiscale apre un deficit di democrazia SEGUEDALLAPRIMA 2 sabato 4 agosto 2012
Anna Serafini Senatrice Pd L'iniziativa Le donne protagoniste Così nasce «Libe-Re» L'ASSOCIAZIONESICHIAMALIBERE-LIBER-TÀRESPONSABILITÀ. NASCE DA UN GRUPPODIDONNECHEVUOLEFARCRESCEREUNAVISIONEINNOVATIVA,LAICA, riformista ed europea del welfare, dei diritti della persona e delle relazioni familiari, arricchendo in tal modo le proposte del Partito democratico. In Italia persiste una sottovalutazione delle politiche di welfare quali politiche di sviluppo. Questo fenomeno si è aggravato negli ultimi anni con i governi di centro-destra che hanno sospinto le forze più riformiste in trincea. Ora occorre riprendere il filo dell'innovazione. Su questo le donne, ogni donna, possono svolgere un ruolo decisivo. C'è una larga parte della società civile femminile che oggi non si riconosce in alcuna formazione politica. Ha investito tempo, risorse, energie nel lavoro e nella ricerca di una vita ricca di stimoli. Sconta una mancanza completa di tessuto relazionale connettivo, capace di funzionare da rete di supporto e di scambio intellettuale e culturale. Gli stessi interessi delle più giovani spesso non incrociano i percorsi della politica. Così come quelli di tante donne che, uscite dal ruolo produttivo e riproduttivo, la società tende a rendere invisibili. Del resto nello stesso mondo politico e associativo non sono poche le donne che avvertono l'esigenza di rapporti meno discontinui e labili. L'ambizione è quella di rivolgersi a tutte queste donne. Donne che della flessibilità e della capacità di scambiarsi esperienze e conoscenza, hanno fatto uno stile di vita. Donne che, hanno bisogno di trovarsi/ritrovarsi in una nuova comunità che regali loro nuova voce, capacità di contare, possibilità di esprimere pensieri forti e azioni incisive. Queste donne rappresentano una preziosa risorsa: conquistarle o riconquistarle, significa dare identità più forte alla politica. L'Associazione LibeRe ritiene fondamentale dotarsi di uno spazio web e organizzare in Quaderni i materiali raccolti nel lavoro di analisi e di elaborazione. Abbiamo l'ambizione di far crescere la voglia di partecipare e di entrare in relazione attraverso molteplici forme di linguaggio. Le prime scadenze saranno il rilancio della battaglia storica sugli asili nido e l'impegno su una nuova frontiera culturale per contrastare il fenomeno crescente del femminicidio, su cui abbiamo presentato un disegno di legge. È solo un primissimo inizio. Il desiderio è quello di creare una rete web tra donne, fuori e dentro le istituzioni, per affermare politiche di innovazione nel welfare e nelle relazioni familiari. Il sito www.libereassociazione.it e i Quaderni servono a testare le potenzialità di una prima diffusione online del nostro lavoro, aperto al contributo di altre preziose energie che vorranno essere protagoniste insieme a noi. Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta ViaOstiense,131/L 00154,Roma lettere@unita.it Stabilimentibalneari e riassegnazionedelleconcessioni In diversi stabilimenti balneari del Salento stanno scioperando tenendo chiusi gli ombrelloni per 2 ore per protestare contro la decisione del governo di rifare tra qualche anno un'asta di assegnazione delle concessioni. I proprietari dicono che loro hanno investito e che non è giusto smontare un giorno tutto e dare la concessione ad altri. Io trovo assurdo che questi signori si vendano a prezzi da capogiro una sdraio e fanno di tutto per non far pulire le spiagge pubbliche perché facendo cosi la gente è costratta ad andare da loro e pagare. Se fossi io a decidere non farei alcuna assegnazione, toglierei tutto e farei ritornare come anni fa con spiagge libere, divertimento puro e a costo zero. ValentinoCastriota Ilmiocalvariocon Infostrada Cara Unità, anziché una velocità di navigazione internet di 8Mb/s pubblicizzata da Infostrada per una connessione residenziale privata, mi sono ritrovato 800Kb/s. Un po' come se si acquistasse un'automobile dopo aver letto sul depliant della casa che è in grado di raggiungere i 180 km/h, e poi dopo un lasso di tempo, magari in occasione del primo viaggio in autostrada, si scoprisse che non è in grado di raggiungere nemmeno i 110 km/h. Dopo un susseguirsi sfiancante di segnalazioni di guasto e di attese, ho cambiato operatore trovando finalmente una qualità del servizio adeguata al prezzo. Prima che ciò avvenisse, l'ufficio commerciale Infostrada con estrema solerzia ha provveduto a contattarmi per dissuadermi… Non tramite offerte al ribasso o revisioni del contratto, bensì con motivazioni tecniche (!), spiegandomi che anche con altri operatori sarei senz'altro incappato negli stessi problemi. Anatema smentito dai fatti. Ho provveduto, in base agli articoli 13.1 e 3.3 delle condizioni di contratto Infostrada, a richiedere il rimborso previsto per il ritardo nella riparazione dei guasti (e che ritardo!). Qui la solerzia dell'ufficio commerciale ha lasciato spazio all'immobilismo e al silenzio. Dopo 3 mesi (contro i 45 giorni prospettati) non avendo ricevuto neppure un segnale di fumo da Infostrada, l'operatore del call center da me interpellato riferisce che la pratica è stata respinta, e che per comunicare con l'ufficio preposto occorre attendere di essere ricontattati… Entro 45 giorni, ovviamente! Questi Signori, che per più di un anno hanno ricevuto puntualmente soldi veri a saldo delle loro fatture, erogando in cambio un servizio ben al di sotto delle aspettative, ora giocano a nascondino. Tutto per evitare un indennizzo di 100 euro (tetto massimo previsto dalle condizioni contrattuali)? L'ufficio competente (immagino quello amministrativo), come si può apprendere dal call center, non può ricevere telefonate. Non risponde alle raccomandate. Non invia email. Insomma non comunica. Può solo promettere, attraverso il paravento del call-center, che richiamerà. Ormai è diventata una questione di principio. Semmai dovessi ottenere l'indennizzo girerò l'intero importo all'Aduc. FrancescoGorreri Secondonaturae contronatura Un lettore su un noto quotidiano ieri scriveva: «Considerato che le coppie omosessuali non sono secondo natura, perché dovrebbe pensare lo Stato e regolarizzare la loro unione? Non sarebbe più giusto che si recassero dal notaio?» (ho citato a memoria). Intanto bisognerebbe sapere con qual criterio si decide cosa è «secondo natura» e cosa «contro natura». Potrei affermare, per esempio, che le persone con i capelli neri o biondi sono secondo natura e quelle con i capelli rossi contro natura. E quindi chiedere: perché a regolarizzare le unioni delle persone con i capelli rossi ci pensa lo Stato? Non sarebbe giusto si recassero dal notaio? Oppure: perché a regolarizzare le unioni delle persone mancine ci pensa lo Stato? Non sarebbe giusto si recassero dal notaio? FrancescaRibeiro ÈUNABELLANOTIZIACHEVENDOLAABBIAAPPREZ-ZATO LA CARTA D'INTENTI PRESENTATA DA BERSANI E ABBIA CONFERMATO LA VOLONTÀ di un percorso comune col Pd in vista delle primarie e della formazione di una coalizione di governo. Tuttavia sarebbe un grave limite se la Carta d'intenti rimbalzasse nel dibattito pubblico solo come occasione per ribadire vicinanze e lontananze tra le forze politiche del centrosinistra e si appannasse quella che era ed è la sua funzione fondamentale, quella di spostare finalmente il dibattito politico sui contenuti e suscitare per questa via una larga partecipazione di associazioni, di movimenti, di “personalità e persone” che vogliano contribuire al progetto. Per questo è urgente avviare assieme al confronto fra le forze politiche e i leader, che rischia a livello di comunicazione di massa di ridursi al dibattito su chi parteciperà alle primarie, aprire una discussione franca e aperta sul merito della Carta d'intenti. Sul merito di quel che c'è, sul merito di quel che manca. Comincerò proprio da qui, da quel che non c'è. Ho cercato invano nella Carta un riferimento men che distratto alla ricchezza culturale del Paese, al suo Patrimonio culturale, ma anche al suo teatro, al suo cinema, ai suoi musei e alla sue biblioteche. Eppure molti - dalle tante dichiarazioni in proposito del Presidente Napolitano al recente Manifesto lanciato dal Sole24Ore - individuano proprio nella cultura la risorsa decisiva che il Paese possiede per far fronte alla crisi e promuovere un nuovo sviluppo. Non solo. La difesa del patrimonio culturale vecchio e nuovo del Paese è stato il terreno su cui si è aggregato un vasto arco di forze, contro la protratta trascuratezza e inerzia del potere politico, e contro l'involgarimento della politica ai tempi di Berlusconi. È un'assenza grave. Per lo straordinario peso diretto e indiretto che ha oggi la cultura nei conti economici del Paese. Perché costituisce il “brand” più potente a disposizione delle imprese italiane che vanno nel mondo, e che portano con sé la bellezza della propria arte e del proprio paesaggio. Perché il turismo culturale è una risorsa economica decisiva a disposizione del Paese. Perché le iniziative culturali e le imprese “creative”, quelle che nascono e si sviluppano a partire dalla densità culturale dei territori, sono oggi il più importante bacino occupazionale per giovani qualificati. Oggi tutto questo è a rischio. I tagli al lavoro pubblico che presiede alla conservazione e alla tutela hanno abbondantemente superato il livello di guardia; i tagli ai settori e quelli agli Enti locali mettono a rischio il tessuto diffuso della creatività culturale. Molto si è fatto per impedire lo sfascio, e importante è stata l'iniziativa, anche parlamentare, del Partito Democratico. Ma di fronte alla crisi che si aggrava il tema va sottratto a una logica puramente difensiva e settoriale, per diventare un asse fondamentale della proposta strategica che il centrosinistra presenta al Paese. Perché il confronto per aprire al Paese la strada dello sviluppo sostenibile è prima di tutto un fatto culturale. Di fronte alla crisi dell'economia di carta, la cultura ci richiama alla terra. Alle cose, agli uomini, all'intelligenza, alla creatività, al lavoro artigiano della mente, delle mani, del cuore. Di fronte all' insostenibilità, non solo ambientale ma anche economica e sociale, di un modello di crescita basato sullo spreco di territorio, di aria e di suolo, ma anche di persone e di intelligenze, la cultura ci richiama al valore di quello che dura. Che va custodito, di cui va fatta manutenzione, a cui dare valore. Perché la cultura, la bellezza del patrimonio che il nostro Paese ha prodotto e produce, non è solo un mezzo per lo sviluppo, ma può e deve esserne anche il fine. Un elemento essenziale del nuovo mondo possibile, da progettare dentro e oltre la crisi. COMUNITÀ Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 La tiratura del 3 agosto 2012 è stata di 96.970 copie L'economia italiana di oggi è come quella del dopoguerra. Allora i nostri padri e i nostri nonni strinsero la cinghia e si rimboccarono le maniche. Difficile credere che l'Italia possa ricrescere se non cambiamo stile di vita. L'attuale crisi economica va presa come un'altra guerra mondiale. E in guerra, se fai l'imboscato, forse puoi salvare te stesso, ma non la nazione. VITTORIOVIDA Un ricordo fra i più cari dell'estate successiva alla fine della guerra è quello del treno merci con cui andavamo da Roma ad Anzio per rivedere il mare. Pianissimo andava il treno e stavamo seduti, io e mia sorella sul bordo del vagone, le gambe nell'aria, felici perché la fine della guerra fu soprattutto questo, lo spargersi fra la gente di una felicità senza parole e senza grida in cui tutto era bello e nuovo, il sole e il cielo, l'aria del mattino e la dolcezza della sera. È in un clima come quello che l'Italia si unì e reagì. Con gli emigranti che andavano ancora una volta verso l'America, cercando lavoro e fortuna ma costruendo soprattutto occasioni di lavoro e di sviluppo da noi dove le cose difficili sembravano improvvisamente facili mentre il popolo italiano sperimentava per la prima volta la possibilità di una democrazia compiuta. Col voto delle donne e la repubblica con i partiti diversi capaci di dialogare nell'interesse di tutti. Il problema di oggi è più grave, siamo divisi e pieni di rabbia mentre i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sono sempre più poveri in una situazione in cui pochi sembrano felici di essere italiani e di essere qui. Anche se l'eredità di quell'altra fase esiste ancora c'è la possibilità di non ripartire da 0 ma almeno da 3: come diceva, scherzando ma non troppo, Troisi. Dialoghi La crisi dal dopoguerra ad oggi L'intervento Solo valorizzando la cultura l'Italia arriverà allo sviluppo Andrea Ranieri . . . L'obiettivo è quello di far crescere una visione innovativa, laica, riformista ed europea del welfare CaraUnità . . . La Carta di intenti va rafforzata con riferimenti al patrimonio culturale del Paese 16 sabato 4 agosto 2012
SPORT SECONDOGIORNODICONFLITTO,EARRIVANOBOMBE, RAFFICHEEPETARDI.Altro che guerra fredda, la Juve è da due giorni sotto bombardamento, e al fronte non c'è tempo neanche per una sigaretta. Parte il filone barese, archiviato lo scivoloso caso-Conte (dove in realtà hanno perso tutti), alla richiesta pesantissima di Palazzi per il tecnico bianconero segue una linea affine ai vecchi binari: pugno duro per tutti i tesserati, sconti ai club che patteggiano perché colpiti dai calciatori infedeli. Inizia a preoccuparsi il Lecce per la retrocessione chiesta da Palazzi (oltre al -6 da dover scontare in Lega Pro), ma al centro del processo resta proprio la Juve, semmai la dichiarazione all'armi di Agnelli non fosse ancora stata recapitata ai giudici. «Ho già risposto ieri alla Juve» taglia corto il presidente federale, Giancarlo Abete, limitandosi a far notare come mera consolazione «che ci sono diversi gradi di giudizio che permettono a tutti di portare avanti le proprie tesi». Sembra quasi un incitamento a non patteggiare, sebbene lo stesso patteggiamento sia perpetrato a gran richiesta dalla procura. Grazie a tale istituto, da ieri la metà delle parti si è accordata uscendo anzitempo, tra cui lo stesso accusatore Andrea Masiello, che esce con 2 anni e 3 mesi di squalifica e 30mila euro di ammenda. Ma se Carobbio prende di meno con il doppio delle partite contestate, qualcosa non torna. Le richieste di Palazzi sono durissime per i bianconeri: per il vice-campione d'Europa, Leonardo Bonucci, chiesti 3 anni e mezzo di squalifica, per Simone Pepe chiesto un anno, il massimo per un'omessa denuncia. Dumas diceva che non v'è nulla di meglio del successo per guarire dall'orgoglio, e chissà se dopo la sbandata processuale (al netto delle sentenze di fine agosto) in casa zebrata non si stia già pensando alla Supercoppa di Pechino e alle prime battute di campionato. Il bilancio juventino in questa 24 ore di processo parla di 9 anni e 6 mesi complessivi per Conte, Bonucci, Pepe, Stellini e Alessio. A parte Stellini (2 anni e mezzo), non patteggia più nessuno. Conte e Alessio hanno fatto da apripista, per sondare i giudici. Alla prima bocciatura per «non congruità della pena», la Juve si è ritratta, ferita. Oggi ci saranno le arringhe di Bonucci e Pepe, ma di patteggiamento neanche l'ombra. Quella strada che per Agnelli sembrerebbe la via breve per salvarsi da una giustizia «dittatoriale», alla Juve non è più contemplata. Meglio rischiare il tutto o niente, per il tecnico la soluzione potrebbe anche essere Cannavaro, pronto a dare una mano da traghettatore: «Se serve per la panchina della Juve sono pronto...», la sua candidatura. Quanto a Bonucci e Pepe, prepariamoci alle arringhe odierne, con qualche patteggiamento di altri che potrebbe scombussolare i piani volti al proscioglimento. È un gioco al Risiko, e i retroscena dipingono piani trasversali di avvocati uniti nell'estinguere la tesi del pm. Alessandro Parisi ha patteggiato, ma su Udinese-Bari non ha dichiarato nulla in più. Lo stesso vale per Masiello: il presunto artefice della chiamata a Pepe non tradirà e andrà a braccetto con la Juve fino in fondo. In apertura, patteggia il Bari (-5 punti e 80 mila euro) e la Samp (-1 punto e 30mila euro), lasciando Guberti a difendersi da solo dai 3 anni di squalifica: «Era lui il responsabile», accusa Palazzi. Prima del dibattimento, va in scena una battaglia sulle istanze istruttorie, Palazzi si oppone e viene invece stoppato dai giudici: ammesso tutto il materiale documentale, tranne le dichiarazioni testimoniali. Bonucci e Pepe incassano il sì per i fotogrammi di Udinese-Bari, Portanova vede svanire la possibilità di far testimoniare la moglie e Gianni Morandi in suo favore. Oggi si riparte da Udinese-Bari. E da quella frase di Palazzi sull'accusa masiellesca a Pepe: «Se dice “la vuoi comprare o la vuoi vendere” non cambia il quadro probatorio». Surreale come Kusturica, o è bianco o è nero, ma il gatto di Palazzi stavolta ha fatto storcere il naso a più di un avvocato. IVAN CIMMARUSTI BARI Sotto la lentedegli investigatorialcune partitedelcampionato 2008-2009. Il ruolo dellamalavita INTER, ANNUNCI ESMENTITE Altramazzata allaJuventus Chiesti treanniperBonucci Masiello: accordo per 26 mesi Unannoancheper l'attaccantePepe.Bari eSampdoriascelgono dipatteggiareuna penalizzazioneminima SIMONEDISTEFANO ROMA Lo juventinoLeonardo Bonucci, inuna immaginedi repertorio, al suoarrivo nellasededella Figc FOTO DI ALESSANDRO DI MEO/ANSA ANDREARANOCCHIASIAVVALEDELLAFACOLTÀ DI NON RISPONDERE, MENTRE JEAN FRANÇOIS GILLET FORNISCE CHIARIMENTI. L'inchiesta è quella sul calcioscommesse del procuratore capo Antonio Laudati e del sostituto Ciro Angelillis, in cui gli ex calciatori del Bari, l'uno all'Inter e l'altro al Torino, sono indagati per frode sportiva. Salernitana-Bari del campionato 2008-2009, la stagione di Antonio Conte, l'incontro finito nel mirino della Procura di Bari, dopo le rivelazioni dell'ex barese Vittorio Miccolucci, in un esposto alla Procura federale. «In riferimento alle partite del Bari – scrive al procuratore Stefano Palazzi – le posso dire che l'anno prima della promozione in serie A, il Bari regalò la partita al Treviso. Le voci dicono che presero dei soldi, perché in quella stagione le ultime partite del Treviso furono quasi tutte comprate. Mentre nella stagione della promozione, con Perinetti e Conte, sicuramente è stata fatta Piacenza-Bari con un pareggio e Salernitana-Bari con la vittoria della squadra campana (…) Queste notizie le ho avute da Aldo Guarino, un mio amico che è molto legato a Stefano Guberti e Andrea Masiello. Le persone che si sono avvicinate ai giocatori non so chi sono, ma sono sicuro che la Salernitana ha comprato quella partita». Nel mirino, dunque, ci sono l'ex difensore del Bari Masiello, ma anche Ranocchia e gli ex portieri Gillet e Nicola Santoni, quest'ultimo già travolto nella prima ondata d'arresti di calcioscommesse della Procura di Cremona. Agli atti dell'indagine non c'è solo la lettera di Miccolucci, datata 19 giugno scorso, ma anche l'ampia audizione in Procura federale dello stesso Masiello, che avrebbe raccontato nuovi spaccati di rilevanza penale al procuratore Palazzi. L'indagine barese, dunque, è destinata ad allargarsi. Il sistema calcioscommesse sarebbe ben più ampio di quello fino ad oggi emerso, puntando anche sull'interessamento della criminalità organizzata nelle combine. Sotto la lente degli investigatori anche Palermo-Bari del campionato 2010-2011, incontro finito sotto inchiesta e di cui ha parlato il factotum dei calciatori baresi, Angelo Iacovelli. Secondo le indagini, su quella partita c'era l'interessamento del gruppo di scommettitori degli «zingari», rimasti a bocca asciutta in quanto la combine non andò a buon fine. Dai tabulati telefonici, però, emerge che anche l'ex capitano del Bari, Antonio Bellavista, e un suo collaboratore, Angelo De Damiani, sono interessati alla partita. In corrispondenza dell'incontro, infatti, sono in costante contatto con Nico De Tullio, ristoratore barese e abile scommettitore online. Ma non solo, in quanto quest'ultimo intrattiene telefonate ritenute sospette con due calciatori del Bari e con un personaggio ritenuto vicino al clan mafioso di Savinuccio Parisi di Bari. Elamacchiasiallarga ABari indagati GilleteRanocchia IlportiereGillet inuna immaginedi repertorio FOTO LAPRESSE Arrivanoicinesi,manonsonoquellidellaCrcc Lanotiziaera statadata inpompa magna: i cinesi diChina Railwaypronti aprendersi il 15%dell'Inter.Grandi titoli sui giornali, intervistee commenti.Peccatoche ierimattina gli stessicinesi, travoltidallanotizia (il ChinaDailyha fattoun commento con il qualesi premeva perun interventodel governo) ,hanno dovuto fareuncomunicato di smentita. Il comunicatoè stato distribuitoalla borsa diShanghai per frenare lespeculazioni chesi erano sollevateattornoal titolodella società.Nello scritto la China Railways hachiaritoche il grupposi occuperà solodella costruzionedel nuovo stadioaSanDonato e nulla più.E allora?Che finehanno fatto icinesi? L'Interha commentato il tutto in questomodo:«Il clubnerazzurronon hamaiparlato di un ingresso in societàdella Crccné ha datoalcuna cifra»avrebbedetto una fontevicina allasocietà nerazzurra. Lavulgata principalevorrebbe, allora,che l'arrivodella Crccpossa trascinare consé l'arrivodi altri investitoricinesi distinti che invece entreranno inFC Internazionale. U: sabato 4 agosto 2012 23
24 sabato 4 agosto 2012
GIUSEPPECARUSO MILANO Verso un maggiore equilibrio tra generi nei Cda Almeno un terzo dei componenti deve essere donna ma non sono previste sanzioni se la norma non viene rispettata Fornero: «Tappa importante, la politica prenda esempio» Un terzo degli eletti. È la quota stabilita ieri dal governo per la presenza femminile nei consigli di amministrazione delle società pubbliche. L'esecutivo ha approvato lo schema di regolamento con «i termini e le modalità di attuazione» della disciplina sulla parità di accesso. Lo stesso schema di regolamento verrà adesso sottoposto al parere del Consiglio di Stato prima dell'approvazione definitiva da parte del Consiglio dei ministri. Il governo ha ricordato come «in base ai dati Eurostat del 2012, in Italia l'occupazione delle donne tra i 25 e i 54 anni è pari al 63,9%, circa 12 punti percentuali in meno rispetto alla media dell'Ue a 27. Anche i dati diffusi da Istat e Censis sulla presenza di donne nei consigli di amministrazione fotografano una realtà preoccupante: nel 2011 appena il 7% del totale dei componenti dei Cda delle società quotate contava una presenza femminile. Le nuove regole consentono alle singole società a controllo pubblico di modificare i propri statuti per assicurare l'equilibrio tra i generi. L'equilibrio si considera raggiunto quando il genere meno rappresentato all'interno dell' organo amministrativo o di controllo ottiene almeno un terzo dei componenti eletti». PARITÀD'ACCESSO Anna Finocchiaro, presidente sei senatori Pd, ha commentato la decisione del governo definendola «una buona notizia per le donne italiane, perché si viene così a colmare un grave gap tra i due generi che ha visto finora l'Italia agli ultimi posti tra i Paesi occidentali per la presenza femminile nelle posizioni decisionali. Il provvedimento, atteso da tempo e purtroppo deprivato della parte sanzionatoria, rappresenta un ulteriore passo in avanti verso una stagione di effettiva attuazione della parità di genere». «Il protagonismo femminile che vogliamo» ha continuato la senatrice «non si deve limitare al solo mondo dell'impresa. Sono solo di ieri i dati Istat che rilevano un pesante dislivello di trattamento pensionistico tra donne e uomini. Una differenza che penalizza le donne dall'accesso al lavoro al trattamento retributivo e che continua a non rispecchiare il fondamentale e primario impegno delle donne nel mondo del lavoro». Anche Mara Carfagna, deputata Pdl ed ex ministro per le Pari opportunità, ha puntato l'indice contro «l'assenza dell'apparato sanzionatorio, che rende il regolamento approvato meno incisivo rispetto alla precedente stesura. Sono tuttavia sicura che le nuove disposizioni daranno il via a una nuova stagione di protagonismo femminile nel mondo dell'impresa. È un momento che può in un certo qual modo definirsi storico per il nostro Paese e l'augurio è che sia soltanto il primo passo di un lungo percorso ancora da compiere». Il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Elsa Fornero, si è detta certa che «la previsione di quote porterà ad effetti positivi per tutto il Paese. E un passaggio significativo, ancorché obbligato, per consentire l'effettiva partecipazione delle donne a momenti decisionali di così rilevanti attori economici, rimuovendo pregiudizi e conservatorismi anacronistici». «Auspico che una decisione come quella di oggi» ha concluso Fornero «possa essere anche di esempio per la politica e non si debba, con rammarico, registrare l'assenza di candidature femminili, come purtroppo pare essere il caso delle prossime elezioni in Sicilia». ACCORDOCONCONFINDUSTRIA L'ITALIAELACRISI Via libera alle quote rosa nelle aziende pubbliche Dimissioni“volontarie”, il controlloai sindacati Dimissionivolontarieo fatte firmare forzatamente, in bianco, a unadonna magari,perpoi farlevalereal momento diunagravidanza? Sindacatie Confindustriahanno raggiunto un'intesache estendealle sedi sindacali la titolarità perverificare la genuinità delledimissionivolontariedi un lavoratoreedevitareche nascondano un licenziamentocamuffato.È quanto fasapere la Cgil sottolineando chetale accordoè il fruttodiquanto previsto dalla legge di riforma del mercatodel lavoroall'articolo 14. L'intesa sottoscrittada CgilCisl Uil e Confindustriaallarga quindialle sedi sindacali la titolarità chegià erastata conferitaagliUfficidel lavoro, fermo restandoche i contratti collettivi potrannodisciplinare ulteriormente la materia.«Si affermacosì la possibilitàspiega la Cgil-per i nostri uffici, di svolgereuna funzione ulterioredi tutela neiconfronti dei lavoratori». . . . Nel 2011 solo il 7% dei vertici delle società quotate aveva una presenza femminile 6 sabato 4 agosto 2012
Ci sarà una lista «civi-ca» alle prossime poli-tiche? Ce ne sarannopiù d'una? Alleata diPd e Sel? Capitanatada sindaci di centrosinistra come Emiliano e De Magistris? Non è facile orientarsi nel magma degli aspiranti leader, dove ogni giorno fioccano ipotesi, si stringono sodalizi che poi rapidamente evaporano. E i progetti vengono travolti dalle scelte concrete dei partiti. Come l'asse Bersani-Vendola senza Di Pietro. Una mossa che costringe anche i civici a fare i conti con uno scenario mutato, dove un centrosinistra di governo sarà fatalmente avversario di un polo populista guidato da Grillo cui Di Pietro chiede insistentemente asilo. ILPARTITODEI SINDACI In principio erano i sindaci di Bari e Napoli Emiliano e De Magistris, che già a febbraio hanno chiamato a raccolta i loro colleghi di centrosinistra (Zedda e Pisapia in primis) per replicare l'esperienza di molti comuni, dove ai partiti si sono uniti i voti decisivi delle civiche, in grado di attrarre i consensi di delusi dei partiti ed elettori fluttuanti. L'obiettivo nazionale è recuperare voti da Grillo e dall'antipolitica per convogliarli verso il centrosinistra. La proposta ha suscitato un ampio dibattito, ma non è decollata. L'ATTIVISMODI DEMAGISTRIS Il divorzio Pd- Idv apre un problema serio per il sindaco di Napoli che continua ad annunciare la nascita del suo movimento arancione con altri primi cittadini ma rischia di restare con il cerino in mano. Per ora insiste nel condannare la separazione («Non riesco a immaginare un'alternativa senza Idv»), ma prima o poi, se il suo progetto di una lista arancione andrà avanti, sarà costretto a scegliere: fedeltà a Tonino o sinistra di governo? Boatos lo vedono pronto, al di là delle parole di circostanza, a schierarsi con Bersani (magari con la garanzia di un ministero di peso senza dimettersi da sindaco, sul modello Bassolino) e a traghettare una fetta di dissidenti Idv nel nuovo centrosinistra insieme a pezzi di società civile legati alle battaglie sui beni comuni. «Non ho confermato la mia iscrizione all'Idv», ha fatto sapere ieri parlando col Fatto, escludendo una sua corsa alle primarie al 100%. Al suo fianco, nel caso in cui De Magistris si sganciasse dall'Idv, potrebbe esserci Emiliano, sempre più convinto della necessità di una lista in grado di catalizzare voti fuori dal recinto dei partiti. «Il Pd dovrebbe capire questa necessità, ma io mi muoverò solo se avrò il via libera di Bersani», ribadisce il sindaco di Bari. LEPRIMARIE DI PISAPIA Il sindaco di Milano gioca una partita decisiva. Ieri il Pd ha smentito alcune indiscrezioni secondo cui Bersani e Vendola avrebbero chiesto a Pisapia di organizzare una lista dei sindaci per sostenere l'asse Pd- Sel-Udc. «Notizie prive di fondamento», ha spiegato Davide Zoggia. E tuttavia è vero che il sindaco è pronto a «dare una mano» a Bersani e Vendola per costruire un'alternativa di governo che chiuda l'esperienza dei tecnici con un «Grazie Monti». L'ipotesi di una lista per ora resta sulla sfondo («Molto dipenderà dalla legge elettorale», spiegano gli uomini di Pisapia), ma già alle primarie d'autunno la «terza anima» della coalizione potrebbe manifestarsi con la candidatura di «un portabandiera dell'associazionismo e del volontariato», come ha auspicato il sindaco di Milano. Totalmente disponibile a darsi da fare per allargare la coalizione a mondi esterni ai partiti, ma già protagonisti della sua vittoriosa campagna elettorale. Mondi anche esterni al perimetro classico del centrosinistra, quei ceti medi e produttivi che nel 2011 hanno lasciato il blocco sociale del centrodestra sostenendo il cambio della guardia a Milano. ILPARTITOREPUBBLICA La lista Repubblica, ipoteticamente capeggiata da Roberto Saviano e Gustavo Zagrebelsky, è stata una delle prime ipotesi ad affacciarsi sulla scena, già alcuni mesi fa. E la grande kermesse del quotidiano di Ezio Mauro a Bologna, a giugno, ne ha rappresentato una sorta di incubatrice. E tuttavia il progetto sembra un po' tramontato. Saviano ha smentito un suo impegno diretto in politica, lo stesso fondatore Scalfari da tempo non parla più dell'ipotesi nei suoi editoriali domenicali. Per nascere, avrebbe bisogno di un sistema elettorale con premio di coalizione, per poter fare la sua corsa in alleanza con Pd e Sel ma con una propria autonomia. LALISTAFIOM Corteggiatissime da varie parti, le tute blu della Cgil dovrebbero però restare fuori dalla partita elettorale. Il segretario Landini ha più volte ribadito di voler continuare il suo impegno nel sindacato. La Fiom rischia di diventare uno dei campi di battaglia dopo il divorzio tra Pd e Idv, tra sinistra di governo e polo dipietrista. Di Pietro (con il suo fidato collaboratore Maurizio Zipponi) punta a raccogliere voti “anti Monti” e “anti-sistema”, una parte consistente del sindacato guarda invece con favore all'asse Vendola-Bersani. Paolo Flores D'Arcais col gruppo di Micromega cerca di dare una mano a Tonino, e caldeggia uno scioglimento dell'Idv in un listone civile attorno al «catalizzatore Fiom». Una lista di netta contrapposizione a Pd e Sel, «un terzo Stato contro la “coalizione del Colle”», spiega Flores. Con una campagna elettorale tutta giocata contro l'«inciucio del Pd con la destra per il tramite di Casini» e sullo spauracchio di un nuovo governo tecnico. «Non credo sia una ipotesi da escludere ma di questo ragioneremo insieme. Non possiamo certo prendere decisioni sull'onda di una ipotesi di legge elettorale che io continuo a reputare ingiusta. Se mai dobbiamo batterci perché si faccia una legge che sia realmente in grado di rappresentare la società e il paese per come sono». «FedeliaMontimaprontiaognievenienza», la convince la posizione assunta da Bersani?Leiunasettimanafaeradavanti al senato a protestare contro il governotecnico. «Ma protestavo come sindaco e c'erano anche molti sindaci del Pd con me a protestare contro un provvedimento di legge che si chiama revisione della spesa e che ha poco della revisione e molto del taglio, mentre in questa situazione tagliare ulteriormente sugli enti locali significa metterli in difficoltà». Bene, ma non ha risposto: cosa pensa della posizione del Pd nei confronti del governoMonti? «Mi pare giusto da qui alla fine della legislatura ragionare sui provvedimenti che il governo adotterà di volta in volta. L'ipotesi da scongiurare è quella di un altro governo tecnico dopo le elezioni. E mi sembra che costruire insieme una alternativa di governo come stanno facendo Vendola e Bersani sia la migliore rassicurazione». ILCORSIVO CRISTOFOROBONI Su Facebook, su Twitter, alle festedel Pd e alle presentazioni del suoultimo libro sulla bellezza e la politica. Non perde occasione Matteo Renzi per dire ciò che pensa del suo partito e delle primarie che vorrebbe, scalpita, parla e bacchetta quelli da rottamare. Ma quando si tratta di dire la sua dentro il partito preferisce il silenzio, anzi riferendosi all'ultima assemblea nazionale di metà luglio, non nasconde di essersi scocciato per «la solita liturgia». Strana la situazione del sindaco rottamatore: si muove come candidato in pectore alle primarie del centro sinistra per la premiership, ma ancora non può annunciare la sua scesa in campo perché prima bisogna modificare lo statuto del Pd. Attacca come se fosse già in campagna elettorale, ma ancora non si sa quando ci saranno le primarie. Ma per non perdere tempo, non si sa mai, è meglio tenere i motori sempre accesi. È quanto sta facendo Renzi. La sua macchina è al lavoro da mesi guidata dall'ex direttore di Canale 5 Giorgio Gori, nel think tank anche l'ex assessore comunale Giuliano Da Empoli e il giovane presidente del consiglio regionale dell'Emilia Romagna Matteo Richetti. Il serbatoio di pensieri punta a fare il pieno di voti. Anche se proprio Gori ha dovuto incassare il colpo basso della sconfitta a Palermo, spedito da Renzi per trainare la corsa a sindaco di David Faraone. Quanto alle primarie «se io perdo sosterrò chi vincerà. Mi aspetterei che venisse fatto lo stesso nei miei confronti» dice Matteo Renzi ospite di Capalbiolibri, nella cittadina maremmana. Il sindaco fiorentino è già in clima primarie. A Firenze basta un nuovo fontanello per tagliare il nastro e la parola d'ordine che circola a Palazzo Vecchio è di fare quante più inaugurazioni possibili. Anche così si conquistano voti. Se poi qualcuno del gruppo del Pd in Comune cerca di far incagliare qualche delibera, è successo in settimana con il Maggio musicale, Renzi ai suoi dice di non essere preoccupato, anche se sottolinea che è già iniziata la guerriglia dei bersaniani. Non polemizza, sceglie la linea del silenzio «tanto sono solo in due» commenta. Il suo entourage però ha gli occhi sempre aperti e le orecchie sempre dritte: l'ordine è di rispondere colpo su colpo agli anti renziani dentro il Pd. Bersani? Renzi non lo prende di petto, lo definisce un «galantuomo» ma farà di tutto per sconfiggerlo. «Chi vince è il candidato - precisa il sindaco - ma chi perde deve avere il coraggio, il gusto, la dignità e l'onore di saper perdere». «Entro l'anno le primarie si faranno. Saranno libere, aperte, democratiche. Non un concorso di bellezza, ma la scelta tra idee credibili per governare l'Italia. Presenteremo le nostre proposte a settembre, alla luce del cammino fatto insieme alla Leopolda, con gli amministratori e nelle tante occasioni di incontro che abbiamo avuto in questi mesi. Le apriremo al confronto della rete e dei comitati spontanei che stanno nascendo in tutta Italia». Lui intanto sta facendo il giro delle feste del Pd. Non si fermerà neanche ad agosto, farà un giro al sud: una serie di iniziative programmate in particolare in Puglia e Calabria. L'obiettivo dei 700 comitati elettorali, ognuno costituito da almeno 10 persone, è «un obiettivo minimo», spiegano i renziani. La sfida è partita. «E sottovalutarlo significherebbe ripetere l'errore che si è visto nelle primarie per il sindaco» avvisa un autorevole esponente del Pd. Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani con il leader di Sel Nichi Vendola in una foto di repertorio FOTO DI SAMANTHA ZUCCHI/ANSA Se Travaglio manganella Vendola Il rebus delle liste civiche nella partita del centrosinistra ANDREACARUGATI ROMA VISTOCHEORA DEVEATTACCARLO,DENIGRARLO,MANGANELLARLO, MARCOTRAVAGLIO DEFINISCENICHI VENDOLAL'«IMPUTATO VENDOLA». Fino a ieri il governatore della Puglia era un interlocutore de il Fattoquotidiano, ma adesso che ha deciso di costruire, insieme al Pd, un'alternativa di governo, è diventato un nemico. Da disprezzare prima ancora che da combattere. E ognuno disprezza come può: con il vocabolario del forcaiolo, in questo caso. Non è solo una scelta politica. È una questione di stile. Di cultura. Purtroppo la più distante possibile dalla cultura della sinistra e da quella della legalità. Peraltro, quale concezione abbia Travaglio della politica è dimostrato nelle prime righe del suo articolo di ieri: se al Pd fossero intelligenti, sostiene, «avrebbero annesso» Di Pietro «in un bel centrosinistra tradizionale e all'ultimo istante ci avrebbero infilato l'Udc». Così lo avrebbero fregato. Anzi, per dirla con Travaglio, «definitivamente neutralizzato, sedato, spento». Per fortuna non sono stati intelligenti. Per fortuna è ancora possibile (anche se difficile) pensare la politica non solo come tattica e imbroglio. Ma non ditelo a Travaglio: potrebbe avere una crisi esistenziale. Continui pure a spingere Di Pietro verso Grillo e verso l'opposizione di domani. Ciò che gli auguriamo è di non fare più il talentscuotper Berlusconi, evitando altri parlamentari tipo Scilipoti, De Gregorio e Razzi. Tuttavia, se questo è il suo retroterra, è bene che il chiarimento avvenga oggi. Guai a ripetere l'esperienza dell'Unione. La sinistra si gioca oggi una partita storica: riguarda il futuro stesso della democrazia. Tanti vogliono Monti dopo Monti. Anche tra coloro che fingono di opporsi. La sinistra deve invece candidarsi a guidare un'alternativa, mantenendo gli impegni in Europa, avviando cambiamenti, coinvolgendo le forze migliori senza settarismi. Gli oppositori giocano obiettivamente per un prolungamento dei tecnici, la sola alternativa a un governo del Pd. Questa è la politica, senza bisogno di ricorrere agli insulti. Renzi vuole 700 comitati e sbarca al Sud Dagliarancioniaisindaci aiprofessori, fioccano le iniziative:manonhanno gli stessiobiettivi. Idubbi diPisapiae l'attivismodi DeMagistrisedEmiliano Il sindacodiFirenze inattesadelladeroga sipreparaalleprimarie SnobbaleriunionidelPd manon le feste.Nel think thankGorieDaEmpoli OSVALDOSABATO FIRENZE IL RETROSCENA ILCASO sabato 4 agosto 2012 5
TV 08.00 Tg 1. Informazione 08.20 La piccola moschea nella prateria. Sit Com 09.00 TG 1. Informazione 09.10 Pongo & Peggy. Gli animali del cuore. Rubrica 09.55 TG1 - L.I.S. Informazione 10.05 Un ciclone in convento. Serie TV 10.55 Uto Ughi in concerto con “I Filarmonici di Roma''. Musica 12.00 La prova del cuoco. Show 13.30 TG 1. Informazione 14.00 Linea Blu. Documentario 15.30 Quark Atlante - Immagini dal pianeta. Documentario 16.00 Mondi invisibili: Vedere l'impossibile. Rubrica 16.15 Dreams Road 2011. 17.00 Tg 1. Informazione 17.15 A Sua immagine. Religione 17.45 Homicide Hills - Un Commissario in campagna. Serie TV 18.50 Reazione a catena. Show 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Rai Tg Sport. Informazione 20.35 Techetechetè. Rubrica 21.20 Il velo dipinto. Film Drammatico. (2006) Regia di John Curran. Con Naomi Watts, Edward Norton, Liev Schreiber. 23.35 Speciale per me Souvenir. Show. Conduce Renzo Arbore. 01.20 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.30 Che tempo fa. Informazione 01.35 Cinematografo Estate. Attualita' 02.35 Sabato Club. Rubrica 06.30 Rai Educational - Real School. Documentario 07.00 Cartoon Flakes Week End. Cartoni Animati 09.25 The latest Buzz. Serie TV 10.00 Elephant Princess. Serie TV 10.15 Sulla Via di Damasco. Rubrica 10.45 Tg2. Informazione 10.49 Rai Sport - Olimpiadi Londra 2012. Sport 10.50 TG Olimpico. Informazione 13.00 Tg2 - Giorno. Informazione 13.30 Rai Sport - Olimpiadi Londra 2012. Sport 16.00 Tg2. Informazione 18.00 Tg2 - L.I.S. Informazione 20.25 Estrazioni del Lotto. Gioco 20.30 TG 2 - 20.30. Informazione 21.05 XXX Giochi Olimpici Londra 2012. Sport 23.30 TG 2. Informazione 23.40 Estrazioni del lotto. Altro 23.45 Buonanotte Londra. Rubrica. Conduce Jacopo Volpe. 01.15 TG 2 - Dossier. Informazione 02.00 TG 2 Storie - I racconti della settimana. Rubrica 02.30 Appuntamento al cinema. Rubrica 07.05 Rai Educational Magazzini Einstein. 08.00 Rai Educational Istituzioni. Informazione 08.50 Wind at my back. Serie TV 09.35 W le donne. Film Musical. (1970) Regia di Aldo Grimaldi. Con Little Tony. 11.10 Agente Pepper. Serie TV 12.00 Tg3. Informazione 12.10 Rai Sport Notizie. Informazione 12.25 TGR L'Italia de Il Settimanale. Informazione 12.45 Timbuctu: I viaggi di Davide. Rubrica 13.10 14° Distretto. Serie TV 14.00 Tg Regione. / Tg3. 15.10 Professione inventore. Film Commedia. (2010) Regia di Trent Cooper. 15.15 TG3 - L.I.S. Informazione 16.40 A spasso con Daisy. Film Commedia. (1989) Regia di Bruce Beresford. 18.10 Le sorelle McLeod. Serie TV 19.00 Tg3. / Tg Regione. 20.00 Blob the Bestial. Rubrica 20.15 Un caso per due. Serie TV 21.05 Agente 007- Solo per i tuoi occhi. Film Spionaggio. (1981) Regia di John Glen. Con Roger Moore, Carole Bouquet, Topol. 22.50 Tg3. / Tg Regione. Informazione 23.45 Sirene. Rubrica 00.20 Tg3. Informazione 00.40 TG3 - Salute informa estate. Informazione 00.45 Tg3 - Sabato Notte. Informazione 06.50 Tg4 - Night news. Informazione 07.10 Media Shopping. Shopping Tv 08.05 Gsg9 - Squadra d'assalto. Serie TV 08.57 Gsg9 - Squadra d'assalto. Serie TV 09.50 Monk. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.25 Anteprima Tg4. Informazione 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Pacific blue I. Serie TV 12.55 Distretto di Polizia III. Serie TV 13.50 Suor Therese. Serie TV 15.40 Lie to me. Serie TV 17.40 Speciale Tierra de Lobos. Show 17.55 Il selvaggio mare del Nord. Documentario 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Colombo. Serie TV 21.10 The mentalist. Serie TV Con Simon Baker, Robin Tunney, Amanda Righetti. 23.55 Sea Change - Delitto perfetto. Film Thriller. (2007) Regia di Robert Harmon. Con Jeremy Akerman, Gil Anderson, Kathy Baker. 01.42 Tg4 - Night news. Informazione 02.05 Ieri e oggi in tv special. Rubrica 07.55 Traco. Informazione 07.57 Meteo 5. Informazione 07.59 Tg5 - Mattina. Informazione 08.51 Miracoli degli animali. Documentario 09.05 Circle of life. Serie TV 10.20 I Cesaroni. Serie TV 11.30 I Cesaroni. Serie TV 13.00 Tg5. Informazione 13.39 Meteo 5. Informazione 13.40 Belli dentro. Sit Com 14.35 Non smettere di sognare. Serie TV 16.10 Anni '60. Serie TV 18.30 La ruota della fortuna. Show. 20.00 Tg5. Informazione 20.40 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 21.20 Ciao Darwin 5 - L'anello mancante. Show. Conduce Paolo Bonolis, Luca Laurenti. 00.15 Avvocati a New York. Serie TV 01.15 Tg5 - Notte. Informazione 01.45 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 02.48 L'avvocato Guerrieri: ad occhi chiusi. Film Thriller. (2008) Regia di Alberto Sironi. Con Emilio Solfrizzi, Chiara Muti. 06.35 Media Shopping. Shopping Tv 07.00 Mowgli - Il ragazzo della giungla. Serie TV 07.40 Cartoni Animati. 11.00 La spada magica - Alla ricerca di Camelot. Film Animazione. (1998) Regia di Frederik Du Chau. 12.25 Studio Aperto. Informazione 13.02 Studio sport. Informazione 13.40 $#* my dad says. Serie TV 14.10 Pensieri spericolati. Film Commedia. (1996) Regia di Hart Bochner. Con Jon Lovitz. 16.00 Speed racer. Film Azione. (2008) Regia di Larry Wachowski. Con Emile Hirsch. 18.30 Studio Aperto. Informazione 19.00 Bugs Bunny. Cartoni Animati 19.20 White Lion. Film. (2010) Regia di Michael Swan. Con Jamie Bartlett. 20.17 Tgcom. Informazione 21.10 Jurassic Park. Film Avventura. (1992) Regia di Steven Spielberg. Con Sam Neill, Laura Dern, Je Goldblum. 23.50 Porky's 2 - Il giorno dopo. Film Commedia. (1983) Regia di Bob Clark. Con Dan Monahan, Wyatt Knight, Mark Herrier. 01.55 Trauma. Serie TV 02.40 Studio Aperto - La giornata. Informazione 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus Estate 2012. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 07.50 Tai-Pan. Film Avventura. (1986) Regia di Daryl Duke. Con Bryan Brown, Joan Chen. 10.00 That's Italia (R). Talk Show. 11.15 Agente speciale Sue Thomas. Serie TV 12.15 Campionato Mondiale Motociclismo. Sport 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Noi siamo angeli. Serie TV 16.00 Movie Flash. Rubrica 16.05 Silverstone - Superbike – diretta. Sport 17.10 L'uomo di Alcatraz. Film Drammatico. (1962) Regia di John Frankenheimer. Con Burt Lancaster. 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Cash Taxi. Game Show 21.10 Atlantide - Storie di uomini e di mondi (R). Documentario 23.10 U-Boot 96. Film Guerra. (1981) Regia di Wolfgang Petersen. Con Jürgen Prochnow. 00.40 Tg La7. Informazione 00.45 Tg La7 Sport. Informazione 02.00 Movie Flash. Rubrica 02.05 Who? L'uomo dai due volti. Film Giallo. (1974) Regia di Jack Gold. Con Lyndon Brook, Joseph Bova. 21.10 Super 8. Film Fantascienza. (2011) Regia di J.J. Abrams. Con E. Fanning K. Chandler. 23.10 Cose dell'altro mondo. Film Commedia. (2011) Regia di F. Patierno. Con V. Mastandrea D. Abatantuono. 00.45 Kung Fu Panda 2. Film Animazione. (2011) Regia di J. Yuh. SKY CINEMA 1HD 21.00 Spy Kids. Film Avventura. (2001) Regia di R. Rodriguez. Con A. Banderas C. Gugino. 22.30 Rango. Film Animazione. (2011) Regia di G. Verbinski. 00.20 Super 8. Rubrica 00.40 L'isola del tesoro. Film. (2011) Regia di S. Barron. Con E. Wood E. Izzard. 21.00 Appuntamento a tre. Film Commedia. (2000) Regia di D. Santostefano. Con M. Perry N. Campbell. 22.45 Donne di piacere. Film Commedia. (1990) Regia di J. Tacchella. Con R. Bohringer I. Rossellini. 00.30 Dalla vita in poi. Film Commedia. (2010) Regia di G. Lazzotti. Con C. Capotondi F. Nigro. 18.45 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 19.10 Ben 10 Ultimate Alien. Cartoni Animati 19.35 Young Justice. Serie TV 20.00 Ninjago. Serie TV 20.25 Redakai: Alla conquista di Kairu. Cartoni Animati 20.50 Adventure Time. Cartoni Animati 21.15 The Regular Show. Cartoni Animati 18.00 I giorni dell'apocalisse. Documentario 19.30 Come è fatto: Sport Edition. Documentario 20.00 Sons of Guns. Documentario 21.00 Come è fatto: Sport Edition. Documentario 22.00 Eurotrip: da Olimpia a Londra. Documentario 00.00 Marchio di fabbrica. Documentario 19.00 Deejay Music Club. Musica 20.00 Shuolato 2.0. Rubrica 21.00 Jack on tour 2. Reportage 22.00 Iconoclasts. Reportage 23.00 DVJ. Musica 01.00 Deejay Night. Musica 06.30 Coee & Deejay Weekend. Musica DEEJAY TV 18.30 Teen Cribs. Show. 19.20 I Soliti Idioti. Show. 20.20 Pauly D.: da Jersey Shore a Las Vegas. Serie TV 20.45 Pauly D.: da Jersey Shore a Las Vegas. Serie TV 21.10 Punk'd. Show. 22.00 Pranked. Serie TV MTV RAI 1 21.20: Il velo dipinto Film con N. Watts Il grande teatro torna su Rai Uno con una commedia di Eduardo de Filippo. 21. 05: XXX Giochi Olimpici Londra 2012 Sport Grande attesa per l'atletica maschile e femminile. 21.05: Agente 007 - Solo per i tuoi occhi Film con R. Moore. Un dispositivo ultra segreto aonda una nave spia inglese. 21.10: The mentalist Serie TV con Simon Baker. C'è competizione nell'aria quando Patrick Jane sfida un profiler. 21.20: Ciao Darwin 5 - L'anello mancante. Show con P. Bonolis. Quali sono le imprevedibili strade dell'evoluzione umana? 21.10: Jurassic Park Film con S. Neill. Un magnate statunitense ha realizzato un parco divertimenti. 21.10: Atlantide - Storie di uomini e di mondi (R). Documentario con G. Mauro. Alla scoperta dei misteri del nostro pianeta. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY GRAZIE,PROFESSORVACIAGO.IERIMATTINA, DALLE ONDE DI RAINEWS,L'ECONOMISTACIHADECISAMENTE MIGLIORATO la giornata e l'umore con il suo motto: «Dimenticare lo spread!». Finalmente. Dopo mesi e mesi, in cui ci hanno spiegato che cosa fosse e ogni giorno ci hanno martellato con gli alti e i bassi di questo maledetto differenziale tra noi malandati popoli mediterranei e i tedeschi ricchi e felici, ora ci dicono che era tutta un'esagerazione. E che dello spread possiamo fare a meno di preoccuparci. Ben altre sarebbero le cose importanti. Per esempio? Perché gli economisti non si mettono d'accordo tra di loro e ci spiegano un po' meglio come stanno le cose? In fondo, nell'ultimo anno, sono loro le star della tv, dove, si potrebbe dire, sono più richiesti dei divi più pagati. Ed eccoli in onda, sorridenti e soddisfatti della loro competenza, impegnati a spiegarci come va il mondo, ma ognuno a suo modo, perché poi sono più divisi gli economisti dei nostri nuotatori olimpici, che proprio olimpici non sono. Sarà che appartengono a diverse scuole di pensiero, oppure che difendono interessi diversi? Noi incompetenti che vorremmo capirne di più, siamo continuamente sballottati tra commenti di cui non conosciamo le basi. E saremmo molto grati alla tv (magari pubblica) che ci fornisse una spiegazione e una mappa delle diverse tendenze per interpretare le varie analisi, visto che l'economia non è proprio una scienza esatta. Perché, se lo fosse, come sarebbe possibile che l'altro ieri le Borse andavano tutte giù e ieri erano tutte risalite, in maniera inversamente proporzionale allo spread? Professor Vaciago, ce lo spieghi, perché, se no, saremo costretti a pensare che i mercati sono come foglie al vento, più sensibili e tremanti delle eroine dei romanzi dell'Ottocento, che bastava uno sguardo a farle svenire. Borsecome foglieal vento equell'invito adimenticare lospread FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO U: sabato 4 agosto 2012 21
Moni Ovadia Musicista e scrittore SEGUEDALLAPRIMA Nonostante i tentativi di smentita, sono queste le parole di Elsa Fornero nell'intervista a The Wall Street Journal del 27 giugno scorso (riscontrabili nell'originale su wsj.com). Ci si può semmai chiedere quanto siano compatibili con queste altre parole: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società»: l'art. 4 della Costituzione italiana. Fornero è comunque in ottima compagnia. Tutta una tradizione di pensiero ha attribuito ai diritti sociali, in primis al diritto al lavoro, status incerto e debole prescrittività. Non si tratta solo dei liberisti, che non perdono occasione per riaffermare che i «veri» diritti fondamentali sono quelli civili – a cominciare dalla proprietà – o tutt'al più ad ammettere i diritti politici all'elettorato attivo e passivo. E neppure solo dei liberali progressisti come John Rawls, che escludono i diritti sociali dai constitutional essentials. Perché c'è una tradizione di critica «da sinistra» dei diritti sociali come costruzioni illusorie. Espressa lucidamente, qualche anno fa, da Danilo Zolo: «Il diritto al lavoro, anche quando è sancito a livello costituzionale, resta nei sistemi ad economia di mercato un diritto non justiciable – e cioè non applicabile da organi giudiziari con procedure definite – perché nessuna autorità giudiziaria è in grado di comandare ad alcuno, si tratti di un soggetto pubblico o di un soggetto privato, di offrire un posto di lavoro a qualcun altro». Anche Luigi Ferrajoli, che pure si è impegnato strenuamente per «salvare» i diritti sociali come diritti fondamentali, si arrende davanti al diritto al lavoro. A differenza di altri teorici, a cominciare da Kelsen, per Ferrajoli l'assenza di garanzie non significa che un diritto fondamentale non esiste, ma piuttosto che c'è una lacuna: è l'ordinamento a doversi adeguare, introducendo norme che rendano effettivo il diritto in questione. Ma questo vale in modo molto limitato per il diritto al lavoro. Ferrajoli auspica un «nuovo garantismo giuslavorista» che dovrebbe opporsi ai processi di precarizzazione del lavoro, a partire da una «restaurazione (…)delle sue tradizionali garanzie». Che sono comunque «garanzie negative della conservazione, e non già garanzie positive dell'offerta di un posto di lavoro». La via è sganciare dal lavoro la garanzia della sussistenza, con l'introduzione del reddito minimo garantito. Insomma, il «cosiddetto diritto» al lavoro non è un diritto: «l'inattuabilità di una simile figura ne vanifica il significato deontico e ne esclude perciò il carattere di “diritto”. Ad impossibilia nemo tenetur». Ci si potrebbe chiedere se siamo davvero di fronte ad un'impossibilità logica. E soprattutto, cosa resta della Costituzione se salta il diritto(-dovere) al lavoro, autentica architrave della sua costruzione sistematica? In ogni caso, verrebbe a mancare il progenitore dei diritti sociali in quanto diritti rivendicati dai potenziali titolari, non in quanto concessi paternalisticamente dalle autorità; un diritto reclamato già nelle piazze e sulle barricate nella Parigi del 1848. Karl Marx è noto per la sua critica ai diritti dell'uomo e del cittadino contenuta nella Questione ebraica. Ma qualche anno più tardi, nel 18 brumaio, scriveva che «dietro al “diritto al lavoro” stava l'insurrezione di giugno», rilevando che lo sviluppo dei diritti fondamentali presuppone radicali trasformazioni sociali ed economiche e richiede la mobilitazione dei soggetti sociali. È quanto ha sostenuto Norberto Bobbio riconducendo l'origine dei diritti ai processi collettivi di rivendicazione, alla lotta per fare emergere nuove libertà contro vecchi poteri, che configura una «rivoluzione copernicana»: la possibilità di guardare al potere dal basso, ex parte populi. Ma allora, cosa sono i diritti? Si riducono a un fascio di tutele e di obblighi garantiti dall'ordinamento a determinati soggetti? O c'è un qualcosa di più, un contenuto che eccede, non solo simbolicamente, i doveri correlativi? In alcune interpretazioni, da Ernst Bloch a Joel Feinberg, è come se l'origine dai processi di rivendicazione si riverberasse sul significato dei diritti; come se permettesse loro di esprimere l'affermazione della dignità umana, l'«alzarci in piedi da uomini»: «Get up, stand up, stand up for your rights», cantava Bob Marley. C'è di più: il linguaggio dei diritti veicola tutto questo in una forma giuridica, che permette appunto di individuare garanzie di tutela. Ma se le cose stanno così, se c'è una priorità ed un'eccedenza di senso dei diritti rispetto alle garanzie corrispondenti, il fatto che io non possa andare da un giudice a chiedergli un posto di lavoro non significa che parlare di «diritto al lavoro» sia un nonsenso. Tutelare il diritto al lavoro richiede una serie complessa di norme e di provvedimenti. Forme di integrazione monetaria del reddito del tipo del salario di ingresso possono essere opportune. Ma credo si debba tornare a dirlo: è rilevante se il reddito è il risultato di un'attività produttiva e sociale, oppure no; se – come finisce per fare Ferrajoli – si riduce il diritto al lavoro ad una garanzia di sopravvivenza, oltretutto risolvibile in elargizione monetaria, c'è il rischio di negare al mondo della produzione il carattere di spazio pubblico, di misconoscerne la dimensione politica: alcuni «accordi» sindacali (si pensi all'esclusione dalle aziende di importanti organizzazioni e dei loro iscritti) e disposizioni legislative del recente passato potrebbero venire interpretate in questo senso. E si rischia di sottovalutare il rilievo del contributo al «progresso materiale e spirituale della società» nell'esperienza esistenziale delle persone, a fortiori nell'epoca della disoccupazione pervasiva e della precarietà sfrenata. La tutela del diritto al lavoro richiede norme contro i licenziamenti arbitrari, contro le discriminazioni nell'accesso al lavoro e così via (sul modello, per capirsi, dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori). Ma rimanda anche a politiche di redistribuzione del tempo di lavoro mediante una sua diminuzione e una diversa articolazione. Tutelare il diritto al lavoro significa insomma porre le condizioni perché un posto di lavoro non sia una «conquista», il risultato di una strenua lotta fra individui e di gravi sacrifici. Vocid'autore Quella lezione che viene dall'Ilva LA DOLOROSA CONTROVERSIA DELL'ILVADI TARANTO, AL DI LÀ DELLESUE SPECIFICITÀ, CI METTE DI FRONTE ad una delle questioni più gravi del nostro tempo: quale debba essere la relazione che intercorre fra lavoro e vita, in generale e in quali termini di priorità debbano essere considerati il diritto al lavoro e il diritto alla salute. A chiunque venisse proposta a bruciapelo l'alternativa retorica: «Si lavora per vivere o si vive per lavorare?», di primo acchito, senza rifletterci, risponderebbe che si lavora per vivere. Ma è davvero così che vanno le cose? Per una minoranza di cittadini delle nostre società avanzate è probabilmente così, ma oggi per la gran parte delle persone che vivono solo del loro lavoro, di qualsivoglia natura sia questo lavoro, la situazione è diversa. Si vive per lavorare, perché il lavoro ha da tempo cessato di essere proposto come un diritto ed è sempre più subordinato alle ragioni del profitto, della speculazione finanziaria e soprattutto del consumo e alle sue pressanti sollecitazioni. Se vivere la vita è stabilire relazioni umane individuali e sociali, creare una famiglia, partecipare all'edificazione di una società giusta fondata su valori universali quali la solidarietà fra gli uomini, l'accoglienza dell'altro, promuovere l'educazione e la formazione culturale dei cittadini e in particolare dei giovani, tutto ciò è sempre più rimosso dall'orizzonte del lavoro. Il lavoro diventa sempre più una concessione subordinata ad un ricatto: più fatica, minor retribuzione, rinuncia ai diritti e alla sicurezza, crescita esponenziale dei processi di alienazione. Ora, in questo contesto, quale valore può essere attribuito alla salute di chi lavora? Evidentemente un valore molto scarso o nullo. Questa tragica verità è quella che rivela, per esempio, tutta la vicenda dell'amianto. I noti effetti tossici ed esiziali dell'asbesto - clinicamente noti da lunghissimo tempo - sono stati deliberatamente ignorati dalle proprietà e dalle dirigenze di grandi gruppi industriali. In nome del cosiddetto sviluppo, imprenditori e dirigenti hanno taciuto i pericoli per la salute dell'uomo e hanno condannato ad un'atroce morte ad orologeria migliaia e migliaia di operai e lavoratori colpevoli solo di voler provvedere al sostentamento delle proprie famiglie. I numeri dell'ecatombe sono e saranno quelli di uno sterminio di massa. Purtroppo, allora, in nome del diritto al lavoro, anche esponenti politici e sindacali delle organizzazioni dei lavoratori criminalizzarono coloro che denunciavano la tossicità mortale dell'amianto. Oggi, con la consapevolezza di cui disponiamo, sarebbe imperdonabile difendere uno sviluppo che sacrifichi il diritto alla salute. DICIAMO CHE LA CARTA DI INTENTI SIA UN FATICOSOTENTATIVO DI TIRARE LA COPERTA PER COPRIRE LA NONSCONFESSABILEADESIONEALGOVERNOMONTIe insieme la esigenza di discontinuità attesa dall'elettorato popolare del centro sinistra e necessaria per rendere credibile la torsione «progressista» data da Bersani al Partito democratico. Giudizi di persone intelligenti e equilibrate come Follini e Salvati convalidano questo giudizio. E diciamo pure che l'apertura ai moderati così come motivata da Michele Prospero su l'Unità del 3 agosto, su uno schema di ragionamento storico che evoca il Gramsci delle crisi organiche, il partito nuovo di Togliatti e il compromesso storico di Berlinguer, dà una dignità al disegno politico al di fuori delle riduttive polemiche politiciste. Ma può reggere questo delicato equilibrio di fronte alla durezza dei processi che si sviluppano quotidianamente sotto i nostri occhi? Ieri abbiamo assistito all'ennesima retromarcia della politica europea in sede Bce, dopo quella clamorosa, e particolarmente penosa per il governo italiano, del vertice europeo dei primi di giugno sullo scudo antispread. Non si tratta solo dell'ennesimo e ribadito rifiuto del ruolo della Bce come prestatore di ultima istanza. Né dell'ennesima imposizione del veto tedesco, che vede purtroppo consenziente anche una parte della Spd. Leggendo bene le cose c'è anche la affermazione che un eventuale futuro intervento della Bce sarebbe condizionato dall'impegno, per i Paesi che chiedessero un allentamento del cappio degli spread, di sottostare a tutte le cure dell'austerity decise da Bruxelles e da Francoforte, attuali e eventuali. Un impegno pluriennale che dovrebbe travalicare anche le normali scadenze elettorali attraverso una esplicita adesione dei partiti prima del voto. Come è avvenuto in Grecia e in Portogallo. Qui viene l'interrogativo immediatamente politico che ha a che fare con la compatibilità con la democrazia delle politiche liberiste e tecnocratiche europee. È rivelatore e inquietante in proposito l'interrogativo che si è posto Monti a Helsinki: «Siamo sicuri che le democrazie nazionali siano ancora un esempio? O forse sono parti del malfunzionamento della Ue?». Verrebbe da rispondere polemicamente: «Perché non delegare il tutto alla Bundesbank e alla Corte di Karlsruhe?». Insomma dovremmo vincolarci alla attuale politica di sostanziale strozzamento interno, al cui rispetto la Bce graduerebbe l'intervento di una moneta su cui abbiamo perso ogni sovranità e che sembra pensata unicamente in funzione di politiche liberiste e antipopolari. E dovremmo impegnarci a farlo comunque, qualunque fosse l'esito del voto e qualunque cosa avessimo scritto nei programmi elettorali. In un quadro di questo tipo anche i prudenti propositi della Carta di intenti corrono il rischio di venire vanificati e la coperta corta viene tirata decisamente sulla continuità col montismo. Ma attenzione questo non è solo un problema per il futuro, perché qui e ora, alla luce degli sviluppi di questi giorni, si pongono domande non più rinviabili: fino a che punto si intende lasciar distruggere questo Paese dalle attuali politiche europee? Possiamo continuare con una delega in bianco alla politica di Monti che si dimostra consentanea alle direttive europee sul piano interno e inefficace a contrastarne gli effetti perversi sul piano comunitario? Temo che questi interrogativi complichino molto il piano elettorale pensato dal Partito democratico e non consentano una marcia tranquilla e lineare dal governo Monti al governo Bersani. Per non dire che, su uno sfondo di questo genere, quel “patriottismo costituzionale” invocato da Prospero tenderebbe ad assomigliare troppo a quel governo di unità nazionale che segnò la sconfitta mai più recuperata del Pci di Enrico Berlinguer. Ma ci potrebbe essere anche qualcosa di peggio. Monti ha detto ancora a Helsinki di temere che spread troppo alti portino alla vittoria in Italia di «un governo non europeista, non favorevole all'euro e non orientato alla disciplina fiscale». È quanto ci si può aspettare da queste politiche. Quanto spazio vogliamo ancora lasciare al populismo di Silvio Berlusconi e soci? Maramotti L'analisi Perché il lavoro resta un diritto Luca Baccelli Docente di filosofia del diritto, università di Camerino e Firenze . . . In nome del cosiddetto sviluppo, imprenditori e dirigenti hanno taciuto i pericoli per la salute L'intervento Eccessivi vincoli in Europa complicano la vita al Pd . . . Dal governo Monti al governo Bersani non sarà una marcia lineare e tranquilla Lanfranco Turci COMUNITÀ sabato 4 agosto 2012 15
A seguire le ultime vicende giudiziarie che coinvolgono Silvio Berlusconi si resta sinceramente colpiti per le tante, troppe volte in cui l'ex premier è stato minacciato e vittima di più e svariate estorsioni. Poi vai a capire la natura e l'oggetto del ricatto. Che non sarebbero secondari ma ancora non noti. E comunque dopo Palermo e l'aggiunto Ingroia che hanno indicato il Cavaliere parte lesa e teste, per l'ennesima volta, del socio Dell'Utri (indagato per estorsione), adesso arriva la nuova indagine della procura di Napoli che ieri ha notificato un nuovo ordine di arresto per Valter Lavitola, l'ineffabile ex direttore de L'Avanti e Carmelo Pintabona, presidente di Fesisur, la Federazione delle associazioni siciliane in Sud america ed esponente dell'Mpa, il Movimento per l'Autonomia fondato da Raffaele Lombardo. Per tutti l'accusa è estorsione ai danni dell'allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e trasferimento fraudolento di beni. Pintabona, arrestato ieri dalla Finanza a Palermo, avrebbe chiesto a Berlusconi 5 milioni di euro con la minaccia - si legge nell'ordinanza di custodia cautelare - di rivelare ai pm, in caso contrario, «circostanze di fatto penalmente rilevanti e pregiudizievoli per la sua posizione giuridica e per la sua immagine pubblica». La procura di Napoli aveva chiesto l'arresto, per le stesse ipotesi di reato, anche per Francesco Altomare, ma il gip non ha accolto la richiesta. INDAGATO L'AVVOCATO SAMMARCO Oltre che di estorsione nei confronti di Berlusconi, i tre sono accusati di intestazione fittizia di beni e di favoreggiamento nei confronti del giornalista: lo avrebbero infatti aiutato a rimanere latitante, mettendogli a disposizione una somma pari a 100.000 euro e un computer grazie al quale, tramite Skype, Lavitola aveva la possibilità di comunicare con l'Italia. Pintabona e Altomare, inoltre, secondo l'accusa facevano «da trait d'union tra Lavitola e l'on. Berlusconi, con il compito specifico di chiedere allo stesso Berlusconi, per suo conto, una somma pari a 5 milioni di euro». Gli indagati avrebbero minacciato Berlusconi, che Pintabona chiama nelle telefonate «il nano maggiore» (così sostiene l'accusa), anche di tenere «condotte processuali non in linea con gli interessi dello stesso, e di raccontare altri fatti penalmente rilevanti». Da sfondo c'è il caso escort-Tarantini: in una lettera, agli atti dell'inchiesta, Lavitola sottopone a Berlusconi quella che egli ritiene «la più adeguata esposizione della vicenda processuale». Tra gli indagati di questo nuovo filone napoletano anche l'avvocato Alessandro Sammarco, legale storico di Berlusconi ma anche di Previti. L'ipotesi, che riguarda anche un secondo avvocato, è induzione a rendere dichiarazioni mendaci all'autorità. Lavitola è detenuto da aprile, dopo una lunga latitanza in sud america, nell'inchiesta sui finanziamenti all'editoria. E questa nuova “grana” nasce dalle sue dichiarazioni, quella “collaborazione” - o presunta tale - per cui l'ex giornalista era convinto di tornare in Italia e limitare i danni della sua posizione giudiziaria. Ne era convinto quando il 25 aprile, in un interrogatorio in carcere, rivelò ai pm napoletani, l'aggiunto Curcio e i sostituti Piscitelli e Woodcock, rivelò di aver chiesto soldi a Berlusconi tramite Carmelo Pintabona, presidente della Fesisur, proprio durante i mesi della sua latitanza in sud america. Significativa un'intercettazione del 22 giugno scorso in cui Pintabona parla con Altomare di una partita a briscola al tavolo di gioco con il «nano maggiore» (Berlusconi) che perderà la partita. Nella conversazione si fa riferimento anche a un progetto di Pintabona di «avere l'esclusiva in Argentina per costituire un vivaio di giovani promesse del Milan con un allenatore in loco la cui realizzazione - si legge nell'ordinanza - può dipendere in larga misura dalle disposizioni che ha dato o potrà ancora dare il nano maggiore». ILCASO «La custodia in carcere è l'unica misura adeguata alla gravità dei fatti», scrive il gip. «La decisione non ci stupisce», commentano gli avvocati. Il senatore Luigi Lusi, in cella dal 20 giugno con l'accusa di aver sottratto almeno 25 milioni di euro dalle casse della Margherita, per ora resta a Rebibbia. Il suo «contegno», la possibilità di inquinamento delle prove e la mancata restituzione del denaro: questi, alcuni dei motivi che hanno portato ieri il gip di Roma Simonetta D'Alessandro a respingere l'istanza di scarcerazione, presentata dai difensori, Luca Petrucci e Renato Archidiacono, dopo che la Cassazione aveva annullato con rinvio l'ordinanza di custodia cautelare del Tribunale del Riesame. Giovedì, il pm Stefano Pesci si era pronunciato contro la scarcerazione ma a favore dei domiciliari. Ieri, il gip ha sottolineato che la concessione dei domiciliari è possibile solo a condizione che Lusi dia idonee garanzie che il suo luogo di residenza sarà «tale da impedire i contatti» con chi potrebbe inquinare le prove e che, soprattutto, restituisca i soldi. Per il magistrato le esigenze cautelari non possono ritenersi attenuate anche in considerazione delle dichiarazioni fatte da Lusi dopo l'arresto e che hanno determinato la sua iscrizione nel registro degli indagati anche per calunnia. Nel provvedimento, il gip definisce «fantasiosa» la «tesi dell'intestazione fiduciaria», che «contrasta con ogni logica oggettiva», e «intrinsecamente contraddittoria l'ipotesi di investimenti asseritamente effettuati, secondo una prima versione, per conto della Margherita, di poi per conto di Rutelli, con assoluta incertezza, quindi, sui profili soggettivi dei beneficiari». TENTATIVOGROSSOLANO Il gip definisce poi «grossolano il tentativo di retrodatazione al 2006 dell'accordo con Rutelli: mentre l'uscita dal partito era nel 2006 del tutto imprevedibile per Rutelli, Lusi, invece, aveva concreto interesse a retrodatare la fantomatica intesa, avendo costituito la “Lui.Gia Ltd” appunto nel 2006». Gli avvocati si dicono «non più di tanto stupiti dalla decisione, che era nell'aria», annunciano che il no alla scarcerazione sarà impugnato davanti al tribunale del Riesame, tornano a far notare che i contatti tra Lusi e sua moglie sono proseguiti sia prima che dopo la reclusione, tanto che «quando è stata notificata l'ordinanza lui era a colloquio proprio con lei, regolarmente autorizzata dai pm». Precisano, infine, che l'ex tesoriere «non ha mai fatto il nome di Rosy Bindi, nemmeno l'ha mai accusata di essersi appropriata di somme per fini privati». Un«forteappello» primadi tuttoagli amministratori locali piemontesi, il sindacodi Torino PieroFassino e i presidentidi Regionee Provincia, RobertoCota edAntonioSaitta, e quindiai nuovivertici dellaRai, la presidenteAnna Maria Tarantolae il direttoregeneraleLuigiGubitosi, affinchèvenga «subitonominato il presidentedel CentrodiProduzione di Torinoe si riprendaad investiresul Centro»,è stata lanciatodaalcuni parlamentaripiemontesi.«Siamo prontia lavorare ancheaFerragosto hadettoStefanoEsposito (Pd) - per farepressione aRomaperchè quello chestasuccedendo aTorino è molto pericoloso, siaper i 330 dipendentie i 150precaridellaRai locale, sia per il rischiodiperderesegmenti di qualità dell'entepubblico,maper farequesto abbiamobisogno diuna vera lobby politica».«Lacaricadi direttoredel Centroèvacante da15 mesi - ha aggiuntoGiorgio Merlo(Pd) - e a Torinonon si fannopiù investimenti, soprattuttonel settore tecnologico come inveceaccade aicentridi Milano,Romae Napoli, nonvorremmo che la mancatanomina fosseun primo passoverso losmantellamento». MarcoCalgaro (Udc)e Osvaldo Napoli (Pdl) si sonodetti molto«preoccupati per l'assenza dellapolitica» Una consigliera municipale del Movimento 5 Stelle eletta a Genova nel consiglio di circoscrizione Medio Ponente è stata arrestata con l'accusa di detenzione ai fini di spaccio. Il fermo, avvenuto mercoledì sera, è stato confermato dal Gip, e la consigliera è già state trasferita nella casa circondariale di Pontedecimo. Secondo l'accusa Diletta Botta, 36 anni, aveva all'interno del suo bar di Sestri Ponente un bazar di droga tra cocaina, marijuana, ecstasy e hashish. Il blitz della Polizia è scattato scattato dopo un'indagine antidroga. L'arresto ha suscitato «sgomento» nel Movimento di Beppe Grillo che ha diffuso una nota precisando di considerare la “grillina” «momentaneamente dimissionaria». Insomma subito allontanata dal partito e sospesa dalla carica. Certo, per chi fa della legalità una delle battaglie più importanti, non è un buon inizio e un utile esempio. Tra l'altro la consigliera - stando all'accusa - spacciava da tempo ogni tipo di sostanza. Gli agenti hanno trovato all'interno del bar, oltre a cocaina, hashish e marijuna, anche polvere di Mda, con la quale vengono confezionate le pastiglie di ecstasy. Davanti al Gip la donna avrebbe fatto parziali ammissioni. Il rappresentante dei grillini di Genova, Paolo Putti, ha detto di provare «sgomento», di essere «umanamente vicino» alla consigliera, ma anche di «non poter tollerare quanto accaduto». Eletta alle ultime elezioni al Municipio VII Ponente, la consigliera di circoscrizione era stata incaricata di portare a termine un progetto di solidarietà. E invece i suoi sostenitori, gli elettori e gli altri esponenti del Movimento si sono trovati a commentare il suo arresto. «Diletta Botta, come tutti i cittadini che hanno concorso alla recente competizione elettorale, ha partecipato alle attività del Movimento e ha presentato il certificato penale immacolato. Restiamo quindi in attesa - si legge in una nota pubblicata sul sito di Beppe Grillo - dei decorsi degli atti giudiziari». I primi a segnalare a Genova che all'interno del bar avveniva qualcosa di poco chiaro erano stati i residenti di Sestri Ponente, che avevano presentato un dettagliato esposto in commissariato. Con l'arresto, la polizia ha messo fine non solo al traffico di stupefacenti, ma anche, di fatto, alle aspirazioni politiche della consigliera. POLITICA . . . «Domiciliari» possibili solo con garanzie sul luogo di residenza e con la restituzione dei soldi Lavitola e le richieste al Cav Valter Lavitola, al suo arrivo a Fiumicino il 16 aprile scorso FOTO ANSA/TELENEWS Nuovo arresto in carcere per il faccendiere: dalla latitanza avrebbe ottenuto da Berlusconi 5 milioni e un computer In carcere anche Pintabona (Mpa) che chiama l'ex premier «nano maggiore» CLAUDIAFUSANI ROMA Rai,appelloper il centroproduzionediTorino Genova, consigliera grillina arrestata per spaccio Luigi Lusi FOTO ANSA VIRGINIALORI politica@unita.it Il gip: no ai domiciliari. Lusi resta in carcere SUSANNATURCO ROMA 8 sabato 4 agosto 2012
Dopo 49 punti segnati nel primo quarto, e 78 nel primo tempo, alla Basketball Arena di Londra già si poteva intuire che sarebbe stata una serata da record per il Dream Team Usa, e da incubo per la povera Nigeria. Nella terza giornata del torneo di pallacanestro, gli statunitensi hanno finito per travolgere 156-73 i verdi africani, facendo registrare il nuovo primato olimpico per punti realizzati in un match, sbriciolando il precedente record di 138 del Brasile di Oscar Schmidt contro l'Egitto ai Giochi di Seul 88. Ma ci sono pure tanti altri primatii da segnalare, tra cui quello della differenza di canestri maggiore. Qualche numero per rendere l'idea: il primo quarto si è chiuso sul 49-25, primato assoluto di punti segnati in un quarto (precedente 39 del Team Usa alla Tunisia), mentre a metà si era già a 78-45 (precedente 72 del Brasile alla Cina nel 1988). Senza poi dimenticare i numeri di Carmelo Anthony, top scorer, in appena 14'29'' di gioco: 37 punti e 10 triple (su 12), record per un giocatore Usa (precedente: Marbury 31) e parità con Oscar Schmidt per numero di tiri da 3 in un match ai Giochi (10 nel 1996). Quando mancano 4'35'' al termine, il record di punti in un match è già demolito: alla fine, gli Stati Uniti ne fanno 18 in più rispetto ai 138 del Brasile dell'88, chiudendo a +83 sui malcapitati nigeriani. La Nigeria fa il grave errore di giocare a viso aperto, provando a competere con gli assi dell'Nba (l'associazione professionistica leader nel basket che dopodomani festeggia 63 anni di vita) in termini di corsa e atletismo. Il problema è che Team Usa fa sempre canestro, sempre. Sugli scudi Carmelo Anthony, che fa segnare un 10 su 12 da tre punti (29 su 46 dall'arco di squadra). Altri cinque sono i giocatori in doppia cifra, con Westbrook a quota 21 e Deron Williams che, ai 13 punti, aggiunge 11 assist. Per la Nigeria, entrata nella storia dalla parte sbagliata, spiccano i 27 punti di Ike Diogu. Il prossimo impegno di James e compagni è in programma oggi alle 15,30 contro la Lituania. Altri record sembrano da escludere. MARZIOCENCIONI sport@unita.it Ieri combattevano gli atleti sregolati, quelli senza limiti di peso, ma la stazza non protegge dai lucciconi, che sgorgano dagli occhi di un judoka marocchino: due metri d'uomo, un quintale e mezzo di muscoli, non voleva perdere e ha perso. È avvilito, accanto a noi mentre aspettiamo Wojdan, per sentirne la voce. Scopriamo che la sedicenne ha il permesso di combattere e il divieto di parlare, magari a Rio de Janeiro i sauditi concederanno anche il diritto di parola, intanto per lei rispondono i dirigenti, dicono che è orgogliosa, vuole ringraziare la gente che applaudiva, vuole che accada di nuovo. Le donne stanno scrivendo queste Olimpiadi. Il primo giorno - al poligono di tiro - Nur Suryani Mohd Taibi, per gli amici pigri semplicemente «Sue», impugnò la carabina ad aria compressa e si mise di fronte al bersaglio con una pancia che sembrava quello che era: una gravidanza all'ottavo mese. «Si chiamerà Dayana, mi ha preso a calci durante la gara, era divertente, non avevo fastidio». Fra uno sparo e l'altro, posava le mani sul pancione, con affetto. Per nutrire anche la creatura, è stata esentata dal Ramadan: «L'Islam è clemente, non è una religione che costringe le persone, come si vuol fare credere». I giudici costrinsero invece Shin A Lam, spadista coreana, a lasciare libera la pedana, dove sedeva da quaranta minuti, disperata e indomita. Non accettava il torto subito, la stoccata a tempo scaduto della tedesca Britta Heidemann che aveva deciso la semifinale. Stava lì, paladina della ragione, e aggrappata alle Olimpiadi come lo era Jennet Saryyeva, che non usciva più dalla piscina, non arrivava mai in fondo ai suoi infiniti 400 metri, ultima, ma così ultima che le altre concorrenti nemmeno l'aveva aspettata a bordo vasca. Le altre due ragazze che hanno toccato le corde del sentimento sono le vincitrici di questi giorni, la ginnasta Gaby Douglas, afro americana, e l'altra judoka, Kayla Harrison. Lo stesso finale, la medaglia d'oro, ma se quella di Gaby è una storia leggera come i suoi volteggi, e solida come i suoi atterraggi che le hanno permesso di diventare la prima atleta di colore a vincere il concorso generale della ginnastica artistica (quello che somma tutte le prove), i fiori di Kayla erano nascosti sotto un cespuglio di spine. Li ha raccolti, uno alla volta, ha dovuto graffiarsi, sanguinare, strapparsi la pelle e le parole di dosso, raccontare degli abusi, del sesso completo consumato con il suo allenatore quand'era ancora una bambina, e per molti anni. Lui la soggiogava, le non riusciva a distinguere, poi ha incontrato un ragazzo, ha scoperto l'amore così da poterlo riconoscere. Piano piano si è costruita un futuro, è forte, ha vinto sempre, non riescono mai a metterla a terra, e se ha superato la sua adolescenza stuprata, nessuno può buttarla giù. Basket, il Dream Team Usa sbriciola record Nel 156-73 alla Nigeria gli americani stabiliscono il primato di punti ai Giochi e il maggior scarto BEACH VOLLEY F. FER. LONDRA ILMEDAGLIERE secondi di storia Lebron James FOTO ANSA-EPA NicolaieLupo eliminanoicampioni olimpici statunitensi Lacoppiaazzurradi beachvolley formatada PaoloNicolai eDaniele Lupoharaggiunto iquarti di finale del torneo olimpico diLondra 2012 battendo in 40minutiper 2-0 (21-17,21-19) gli statunitensi Todd RogersePhil Dalhaussercampioni olimpici incarica. I prossimi avversaridiNicolai (24 anni, abruzzesedi Ortona) eLupo(21 anni, romano) uscirannodall'ottavo di finaledi oggiche mettedi fronte gliolandesiNummerdor eSchuil e gli svizzeri Bellaguardaed Heuscher. Intantooggialle 14 la coppia femminileazzurra, formata daMartaMenegatti eGreta Cicolari, sarà impegnata nel sedicesimi di finalecontro lespagnole Ferandez-Baquerizo. Volley m. Azzurri contro l'Australia Triathlon Alle 10 finale con Anna Maria Mazzetti Pugilato Mangiacapre negli ottavi categoria 64 kg. Tuffi Nella semifinale trampolino 3 m. Tania Cagnotto e Francesca Dallapè Vela Alessandra Sensini nel RS-X Piangono, Palito e Roger, incollati in un abbraccio che restituisce il sapore dell'amore fraterno. Juan Martin ha l'aria di non volersi più staccare dal suo carnefice, gli sussurra parole in un orecchio, forse alla ricerca di un'impossibile consolazione. Quando gli addetti smontano il campo lui ancora è là, non ce la fa a richiamare le gambone verso gli spogliatoi dell'All England Club: resta sprofondato nella solitudine della sconfitta più amara, con gli occhi gonfi e l'anima svuotata di ogni sentimento. È che si è reso conto di aver smarrito, in un pomeriggio di sangue e capolavori, la ricetta anti Federer - quella scovata nel 2009 a New York - e di aver perso per sempre un pezzo di cuore, quello che ha offerto alla sua patria giocando a lungo il miglior tennis che gli si potesse chiedere. L'altro, il Migliore, è palesemente imparentato con gli omini dotati di antenne. Ma ha i sentimenti degli umani: in una rara dichiarazione d'amore per la sua Svizzera, a vent'anni dalla tuttora misteriosa medaglia d'oro di Marc Rosset, lo si è visto baciare la croce bianca ricamata sulla maglietta rossa. In questo Wimbledon variopinto che fa da mamma ai Giochi, l'oro in singolare è più di un desiderio, ormai è un diritto che vuole avocare a sé. Questa incantevole semifinale del torneo olimpico tra Federer e Del Potro si è risolta in una classica di quattro ore e 25 minuti; durata da primato per un match al meglio dei tre set nell'Era Open. In tanto si è racchiusa l'ennesima prova di primazia di Re Roger, in un record agevolato, giusto ricordarlo, dall'introduzione del tie-break, soluzione benedetta dalla tivù per il suo potere di sforbiciare il tempo indeterminato del tennis. Nella sua sterminata produzioni di colpi, Federer riesce a consumare meno energie atletiche. Quelle mentali, invece, le sapeva succhiare solo l'ospedalizzato Nadal, e la sicurezza con cui Roger ha tenuto i turni di servizio nel terzo set - tutti potenzialmente fatali, dal 4 a 5 in poi - ha dell'inverosimile, come del resto resteranno inspiegate alcune soluzioni di controbalzo che il padrone dell'erba ha usato per condire un repertorio da genio dell'arte sportiva. Neanche l'aver perso a zero il servizio sul 10-9 ha scalfito la sua imperturbabilità: lui la chiama consapevolezza e abitudine a gestire la pressione, l'osservatore non può che riconoscere il genio. Misurato con un match gigantesco, 3-6 7-6(5) 19-17, il resto del menu impallidisce. Come il tennis di Viktoria Azarenka, entrata come numero uno del computer e spazzolata via dal Centrale dalla vera regina, miss Tyson in gonnella Serena Williams. Cui toccherà giocarsi la finale con Maria Sharapova, più forte dell'amica Kirilenko, una Maria più piccina, ugualmente carina e rantolante ma meno veemente. Fa poca notizia anche il ritorno a casa a mani vuote della spedizione italiana con l'ultima fiammella, il duo misto Bracciali-Vinci, soffiata via all'ingresso delle semifinali da un'ottima erbivora, Sabine Lisicki, e dal socio tedesco Kas. Era lecito aspettarsi di meglio, è ancor più onesto accettare di non essere protagonisti contro i grandi. Imbattibile Federer In finale e nel mito Roger Federer al termine della maratona con l'argentino Del Potro FOTO ANSA-EPA O A B USA 21 9 11 CINA 20 13 9 SUD COREA 9 2 5 GRAN BRETAGNA 8 6 8 FRANCIA 7 5 6 GERMANIA 5 8 6 ITALIA 4 5 3 NORD COREA 4 0 1 KAZAKISTAN 4 0 0 RUSSIA 3 11 8 SUDAFRICA 3 1 0 NUOVA ZELANDA 3 0 3 GIAPPONE 2 8 11 CUBA 2 2 1 UNGHERIA 2 1 2 UCRAINA 2 0 4 AUSTRALIA 1 9 4 ROMANIA 1 4 2 BRASILE 1 1 3 sabato 4 agosto 2012 13
Per Intesa un dividendo maggiore rispetto al 2011 Giovani laureati, famiglie, imprese, infrastrutture. Sono questi alcuni dei campi di azione del decreto Sviluppo diventato ieri legge dopo l'approvazione del Senato. L'insieme di norme fortemente volute dal ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera, da oggi dovranno passare la prova dell'economia reale, che chiarirà quanto potranno servire al Paese. Ieri lo stesso ministro si è detto «molto soddisfatto per l'approvazione definitiva al Senato del decreto, un provvedimento importante, che tocca molti aspetti della crescita. Oggi sono stati aggiunti molti elementi e contiamo di aggiungere contributi ogni mese, dopo anni di non crescita è necessario agire su tutte le leve della competitività». Per quanto attiene le azioni messe in campo a favore del lavoro e dell'occupazione, viene introdotta una misura da 50 milioni all'anno, automatica come il credito d'imposta, per facilitare l'assunzione dei giovani laureati in materie tecnico-scientifiche o per chi ha un dottorato di ricerca. Il contributo, secondo le speranze del ministro, potrebbe favorire oltre quattromila nuove assunzioni di alto livello ogni anno. L'aliquota del beneficio è pari al 35% delle spese calcolate sul costo aziendale, con il vincolo di trattenere il personale assunto per almeno 3 anni. Sullo stesso fronte sono previsti finanziamenti agevolati, tramite il fondo Kyoto, per i soggetti che operano nella green economy e generano nuova occupazione giovanile a tempo indeterminato. INCENTIVI Relativamente alle misure a favore delle famiglie, della casa e dell'edilizia, viene confermata ed estesa la disciplina degli incentivi fiscali per le spese di ristrutturazione edilizia. Fino al 30 giugno 2013 sarà possibile usufruire delle soglie di detrazione Irpef al 50% (prima era prevista al 36%) per lavori fino a 96mila euro (prima era prevista fino a 48mila) per interventi di ristrutturazione. Inoltre, sono state confermate, sempre fino alla stessa data, le agevolazioni fiscali al 55% per gli interventi di riqualificazione energetica. Le imprese edilizie invece si sono viste abolire il termine limite di cinque anni oltre il quale non era possibile portare a compensazione l'Iva per le cessioni o locazioni di nuove abitazioni effettuate direttamente dai costruttori oltre quel termine. Nell'ambito del riordino del Fondo per la crescita sostenibile, si prevede l'abrogazione di 43 norme di agevolazione alle imprese: in questo modo si andranno a recuperare circa 650 milioni di euro nel 2012 e 200 milioni negli anni successivi. Saranno inoltre disponibili le risorse del Fondo rotativo per il sostengo alle imprese e gli investimenti in ricerca (Fri), istituito dalla Cassa Depositi e Prestiti, stimabili in circa 1,2 miliardi di euro. Tra gli atti messi in campo per accelerare gli investimenti in infrastrutture, spicca l'estensione della defiscalizzazione a tutte le opere infrastrutturali realizzate in partenariato pubblico-privato, oltre al rilancio del Piano nazionale per le città, per lo sviluppo e la riqualificazione delle aree urbane degradate, con un programma di lavori da 2 miliardi di euro tra fondi pubblici e privati. Il decreto passato in Senato contiene anche norme per consentire di gestire meglio lo stato di crisi che tante nostre aziende si trovano a dover affrontare, attraverso la revisione sul diritto fallimentare che prevede la facoltà di accedere alle protezioni previste dalla legge fallimentare, presentando una semplice domanda di concordato preventivo senza la necessità di produrre contestualmente tutta la documentazione finora richiesta. Per dare maggiore coordinamento alle tematiche dell'innovazione è stata istituita l'Agenzia per l'Italia Digitale, con il compito di coordinare le politiche di diffusione delle nuove tecnologie. Estate senza tregua per gli Enti locali sui quali, in attesa del redderationem annunciato dal supercommissario Enrico Bondi per settembre, pende pure un triplo dossier già presentato in Parlamento sui nuovi «eccessi di spesa», potenzialmente da limare. Si parla di un totale di 10 miliardi (2,4 di Regioni, 2,3 di Province, 4,6 di grandi Comuni), ma sotto osservazione ci sono anche Enti di ricerca (276,2 milioni di «eccessi»), Ministeri e Università (532,4 milioni, a guidare la classifica è il Politecnico di Milano con 56 milioni). Il metodo di calcolo è lo stesso della spending review, già giudicato inadeguato dagli Enti locali: si tratta di tutte le spese che oltrepassano la «mediana» statistica individuata da Bondi, che però non necessariamente si traducono in sprechi da tagliare. I Comuni in realtà sono già sul piede di guerra per i tagli prospettati con l'ultimo provvedimento (2,5 miliardi al 2013), giudicati «insostenibili», come dice per tutti il sindaco di Ascoli Piceno e responsabile della Finanza locale per l'Anci, Guido Castelli. «Le classificazioni usate da Bondi - spiega - denotano scarsa conoscenza dei meccanismi di bilancio dei Comuni. E comunque ricordo che negli ultimi 4 anni i Comuni hanno partecipato al miglioramento della spesa pubblica per 22 miliardi». Come dire: può bastare. LOSFORAMENTO DELPATTO Così la pensano anche i sindaci dei capoluoghi del Veneto che, su invito del primo cittadino vicentino Achille Variati, si sono ritrovati per fare il punto sulla spending review dando il via a quella che definiscono una «rivolta». «Uniti nel nome dell'equità - dicono - se a settembre le cose non saranno cambiate usciremo tutti insieme dal Patto di stabilità». All'incontro erano presenti i sindaci di Verona Flavio Tosi, di Padova Flavio Zanonato, di Treviso Gian Paolo Gobbo, di Rovigo Bruno Piva, più il vicesindaco di Venezia Sandro Simionato e la consigliera comunale di Belluno Lucia Olivotto. «Non si può colpire Comuni virtuosi e non virtuosi allo stesso modo - dicono - noi non siamo disposti né a tagliare i servizi essenziali, né a tassare i nostri concittadini». Il Veneto attende il dopo-ferie: a quel punto, se non ci saranno perequazioni, sarà «rivolta»: «Sfondare il Patto in massa - spiega ancora il sindaco di Vicenza - ci darà la forza di discutere le sanzioni e costringerà lo Stato a confrontarsi». Nel caso, comunque, i Comuni veneti non saranno certo i primi: l'annuncio dello sforamento è già stato dato, tra gli altri, da Torino. Nel frattempo il presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, rileva che i Comuni a rischio dissesto sono parecchi, soprattutto al Sud, sostenendo però come non si impegnino abbastanza nella lotta all'evasione, nonostante sia a loro destinato il 50% degli eventuali introiti. «L'apporto dei Comuni all'azione di accertamento - dice Giampaolino - è stato alquanto circoscritto in valori assoluti e fortemente concentrato sul piano territoriale. In sostanza, le somme riconosciute ai Comuni nel 2010 non arrivano a 1,2 milioni di euro distribuiti su 973 accertamenti» concentrati per il «91,6%» in «Comuni dell'Emilia-Romagna». Quanto alle difficoltà dovute ai troppi interventi di tagli, ultimi quelli della spending review, dice Giampaolino, «le manovre comportano, in presenza di elevata rigidità della spesa, la necessità di maggiori erosioni della spesa discrezionale e tra questa anche di quella a carattere sociale». Per questo «va attuato un processo di razionalizzazione degli apparati» e delle «ridondanze della spesa» riprendendo e accompagnando «il percorso degli Enti, soprattutto in quelli di piccole dimensioni, verso una gestione associata dei servizi». Così come è «indispensabile una revisione generale del sistema degli organismi e società partecipate». Sarà. Nel frattempo alle proteste degli Enti locali si aggiunge una lettera al governo del presidente dell'Anci, Graziano Delrio, con cui chiede la rapida approvazione del decreto per l'erogazione della seconda parte dei finanziamenti relativi all'anno scolastico 2011-12 delle scuole paritarie (1445 scuole dell'infanzia comunali, presenti in oltre 300 Comuni). Delrio ricorda che «il fondo originario di 530 milioni, invariato da più di dieci anni, ha subito nel 2012 più di una riduzione, giungendo ad avere attualmente una disponibilità pari a 500 milioni». Dalla Funzione pubblica, intanto, una precisazione: il riordino delle Province (rimarranno solo quelle con territorio non inferiore a 2.500 chilometri quadrati e popolazione oltre i 350mila abitanti) non può essere aggirato con gli spostamenti di Comuni da un territorio provinciale ad un altro. «Soddisfatto dei risultati raggiunti nel primo semestre dell'anno», Enrico Cucchiani non esclude di pagare agli azionisti di Intesa Sanpaolo un dividendo migliore dell'anno scorso. L'indicazione arriva nel giorno della presentazione dei conti, archiviati con un utile semestrale in calo del 9,1% a 1,27 miliardi di euro, di cui 470 milioni nel trimestre (-41,5% sui tre mesi precedenti e -36,6% dal secondo trimestre 2011), ma sopra le stime degli analisti. Così il successore di Corrado Passera, ha promesso di distribuire un dividendo «uguale o superiore» a quello del 2011 (oltre 800 milioni di euro, pari a 5 centesimi per azione). Questo perché quello della banca a fine giugno è un «bilancio estremamente solido» che rende Intesa Sanpaolo «posizionata molto bene per sostenere lo sviluppo economico del Paese e per offrire un approdo sicuro e affidabile per i risparmi degli italiani. La liquidità è elevata e supera i coefficienti richiesti da Basilea 3 previsti per il 2018». In effetti nell'ultimo trimestre la banca si presenta con una situazione patrimoniale in miglioramento rispetto alla fine dell'anno, col coefficiente Core Tier 1 che è salito al 10,7% (era al 10,1%). . . . Corte dei Conti: molti Comuni a rischio dissesto Spendaccioni e pigri nella lotta all'evasione Unicredit archivia il secondo trimestre con un utile in flessione del 66,9% a 169 milioni di euro rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Il dato è sotto le attese degli analisti. Il semestre si chiude, invece, con un calo del 18% a 1,1 miliardi. È quanto si legge in una nota al termine del cda che ha approvato i conti «Il calo dell'utile netto è da imputare in particolare agli accantonamenti su crediti, con un rapporto di copertura in complessiva crescita in Italia nel trimestre», è il commento dell'amministratore delegato Federico Ghizzoni. «Nonostante il rapido peggioramento del contesto economico mondiale, il margine operativo lordo mostra una buona tenuta - continua - sostenuto dal dinamismo che caratterizza l'attuazione del programma di riduzione dei costi previsto dal piano strategico. Il miglioramento della redditività operativa nel primo semestre attesta i continui progressi del turnaround in Italia». Quanto al dividendo «non abbiamo preso nessuna decisione - spiega - è tutto rimandato alla fine dell'anno». «Il nostro obiettivo è di cercare di pagarlo, se ci sono le condizioni, lo faremo senz' altro». Unicredit: utile in frenata a causa degli accantonamenti LAURAMATTEUCCI MILANO Sì al Senato, il decreto sviluppo è diventato legge Benefici fiscali per chi assume giovani laureati Sgravi per i lavori di ristrutturazione Al via il Piano città G. C. MILANO . . . Passera: «Misure importanti che agiranno sulla crescita e sulla competitività» Enti locali e la spesa: 10 mld di «eccessi» La rivolta del Veneto Dossier di Bondi sui bilanci «tagliabili» I sindaci del Nordest: «Senza modifiche a settembre usciremo dal Patto di stabilità Siamo uniti in nome dell'equità» sabato 4 agosto 2012 7
Venerdí 3 agosto, poco più di un mese alla chiusura delle liste, Gianpiero D'Alia, l'uomo a cui Casini ha affidato le sorti del partito in un ring come la Sicilia e indicato come il front man del nuovo asse Pd e Udc, è tranquillo al Senato per il voto di fiducia sul decreto sviluppo. Senatore non sarebbe piú utile essere in Siciliaadoccuparsidialleanzeper ilvoto del28ottobre? «Il decreto sviluppo è una pagina importante per il paese. E per la Sicilia. La priorità è qui, adesso. E poi, scusi, lei dà per scontato che io sia candidato?» Beh,ènoto,edatempo,cheleisiaindicato come il possibile candidato del nuovo assemoderato-progressistachevedeinsieme,almenoperunpattodilegislatura, CasinieBersani. «Nessuno mi ha candidato. Né mi sono autocandidato. Ho 45 anni, sono in Parlamento da 12, e non ho mai ambìto ad avere un posto di rilievo nell'assemblea regionale. Credo ci siano ancora molte cose da chiarire. Una per tutte: questa volta in Sicilia è candidato un programma, una serie di compiti a casa da cui i siciliani onesti e moderati non possono prescindere. Comunque il tempo a disposizione sta per scadere. Chi deve decidere sa che il gong suona a Ferragosto. Non è possibile sciogliere le riserve sui candidati dopo quella data». Chefa, candida unprogramma? «Non è una scelta. È un dato di fatto. La Sicilia è sull'orlo della bancarotta. Bisogna intervenire subito, lungo direttive precise e già indicate dal governo Monti. Quando noi dell'Udc l'abbiamo denunciato, piú di un anno fa, ci hanno preso per pazzi. Oggi tutti, oppositori, alleati, organi costituzionali, affermano che il rischio di una crisi finanziaria nella Regione è il futuro di domani e non una denuncia politica. Se non si parte da qua non comprendiamo la specificità del voto siciliano rispetto al quadro nazionale». Insomma, Sicilia un po' come Spagna e Grecia. Che poi il resto del paese non é che stia meglio. Quale il programma per affrontarequesta situazione? «C'è un programma in tre punti: lotta alla mafia, rigore finanziario, patto per la crescita firmato da tutte forze sociali ed imprenditoriali siciliane il primo marzo scorso. Su questo abbiamo iniziato il confronto con il Pd che insieme a noi ha sottoscritto la mozione di sfiducia al governo Lombardo». Trepuntimoltodimassima.Facciamoun esempio: quasi 10 miliardi di spesa per la sanità solo nel 2011; 20.288 dipendenti pubblici.Come si taglia? (D'Aliatira fuori dalla zaino uncorposo e aggiornatodossierpienodinumeri). «Per la sanità c'é un piano di rientro che ruota su un doppio principio: tagliare i servizi privati e razionalizzare quelli pubblici. Sul fronte dei dipendenti pubblici è chiaro che non possiamo mandarli a casa dalla sera alla mattina. Serve un piano di organizzazione e utilizzo. L'importante è cominciare. Se si applicasse la spending review nazionale, nel giro di cinque anni avremmo una situazione di riequilibrio. Peccato che il Governo Lombardo abbia rinviato l'adozione del piano Monti per la Sicilia...». Nonsaràcandidatomasembramoltopreparato. Il voto siciliano è il laboratorio a cui guarderà tutta la politica nazionale perdecidere alleanze epatti di legislatura.Anche la legge elettorale... «La Sicilia rischia di essere laboratorio del crack finanziario del paese, non di un nuovo scenario politico. Ecco perché in queste condizioni affrontare il piano politico con gli strumenti tradizionali, destra, sinistra, centro, non ha senso». Come vede la candidatura, solo nel centrosinistra, di ben tre nomi forti: il suo, quellodelsindacoantimafiaCrocettaedi Claudio Fava? Nonsolo, mentre lei é qui, CrocettapresentalasuacandidaturaePalermoégià pienadimanifesti. «Appunto, questo c'entra molto poco con la bancarotta siciliana. L'idea deve essere quella di mettere insieme un gruppo di persone che ha la forza e la credibilità per fare un vero risanamento. Nella polverizzazione attuale del quadro politico dove nessun partito va oltre il 15, non ha senso dividersi. Il nome del candidato é successivo. Prima occorre condividere il programma». Le primarie non sarebbero un buon modoperdirimere la faccenda? «Come dimostra la campagna elettorale per l'elezione del sindaco di Palermo, sarebbero solo una polverizzazione e un boomerang. E poi quando le facciamo: in canoa, al mare, distribuendo fax simili nelle spiagge?» Vede possibile a livello nazionale il grandeabbraccioda Casinia Vendola? «Lasciamo perdere gli abbracci e pensiamo al programma». Larghe intese, stile Monti, per governare anche inSicilia? «Se non avessimo un sistema elettorale maggioritario di per sé divisivo, sarebbe una tesi su cui lavorare. Oggi non è possibile». Larghe intese senza Di Pietro e Idv che hannoPalermocol 70% deivoti? «Palermo è governata da Orlando e non da Idv. Detto questo vedo possibile un accordo con l'Idv sul risanamento della Regione e del comune di Palermo,che è nelle stesse condizioni». M5SinSiciliaèal9,5%purancorasenzail candidato.Lo teme? «Non è un problema. Chi affronta le elezioni è sempre bene accetto perchè dà un contributo di idee e rafforza le istituzioni». Lostessosondaggioassegnaall'UdcinSicilia il 12%, agodella bilancia. «Due anni fa ci davano tutti per morti perché l'80% del partito in Sicilia aveva seguito Berlusconi. Abbiamo lavorato bene, la nostra base è un elettorato moderato fatto di laici e cattolici di tradizione riformista come Giulia Adamo sindaco di Marsala e Zambuto a Agrigento». Già Agrigento, cioè Alfano. Il segretario del Pdl continua a dare le carte; parla di programmi, scadenze, cosa da fare. Ma per conto di chi? Tra di voi è addio per sempre? «Alfano è un uomo intelligente, ci conosciamo da sempre, giovanissimi, nella Dc. Purtroppo rappresenta un partito in cui prevale la pulsione populista e l'idea padronale. Al momento, almeno». CASABERLUSCONI . . . «Le primarie? Provocano frantumazione si è visto come è finita a Palermo» TULLIAFABIANI ROMA Il Giornale inventa il Quarto Reich L'appuntamento è per martedì 7 agosto. Il Comitato ristretto della commissione Affari costituzionali del Senato sulla legge elettorale è stato convocato per quel giorno, alle 15, dal presidente Carlo Vizzini. L'intenzione è quella di non cedere a ulteriori rinvii: «Torneremo a riunirci la prossima settimana, e poi siamo comunque disposti a vederci subito dopo Ferragosto - dichiara Vizzini - sono certo che alle prossime elezioni politiche voteremo con un sistema diverso dal Porcellum». L'intesa tra Pdl e Pd sarebbe vicina. E va bene lavorare tutto il mese di agosto, se necessario. Il senatore del Pd Enzo Bianco, relatore sulla riforma, considera: «Se c'è almeno un accordo sulle grandi linee della riforma, sarà utile preparare un provvedimento articolato in norme. Ci sarà anche da ridisegnare i collegi. Ed è un lavoro delicato che richiede tempi non proprio brevi». Perciò meglio stringere con trattative e strategie e accelerare il percorso di avvicinamento tra i partiti. Una necessità che avrebbe spinto lo stesso Bianco ad organizzare un vertice fuori programma alle isole Eolie (Salina) con tanto di invito a Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo Pdl al Senato e relatore della legge. Ipotesi presto esclusa però da quest'ultimo, che ha replicato: «La riforma elettorale si fa nelle sedi istituzionali. L'invito di Enzo Bianco giunto mi attraverso la Stampa mi ha fatto piacere. Ma - precisa il senatore pidiellino - non andrò a Salina per scrivere la legge elettorale, per la quale esistono sedi istituzionali idonee che si possono frequentare anche nel mese di agosto». Interviene anche il presidente del Senato Renato Schifani: «Abbiamo autorizzato il Comitato ristretto a riunirsi anche tutta l'estate, se occorre. Perciò l'accordo sul Porcellum sarebbe bene che avvenisse alla luce del sole e non nelle stanze chiuse private». Ma Bianco ha poi precisato l'equivoco «Sono pienamente d'accordo: le riforme si fanno nelle sedi istituzionali. Quella su Salina era una battuta, fatta anche per significare che sulla legge elettorale ho registrato un clima mutato». Alla proposta presentata martedì scorso dal Pdl, proporzionale con preferenze e premio del 10% al primo partito, il Pd ha risposto con l'ipotesi di un sistema proporzionale con collegi uninominali e premio del 15% al partito o alla coalizione vincente. I punti condivisi sarebbero il metodo proporzionale di base, due terzi dei parlamentari scelti dagli elettori, un terzo con i listini, 26 circoscrizioni più la Valle D'aosta, lo sbarramento al 5% e il premio di governabilità. Restano però altri elementi ancora controversi: scegliere tra il sistema delle preferenze e i collegi uninominali, tra il premio di governabilità al partito o alla coalizione. E l'entità del premio di governabilità che il Pdl vorrebbe fissato al 10% e il Pd al 15%. Il confronto comunque sarebbe a buon punto; un testo condiviso da Pdl, Pd e Udc potrebbe prendere forma entro la prossima settimana. All'opposizione dello schema di accordo sono schierati Lega Nord e Idv. Antonio Di Pietro auspica il ritorno al mix collegi maggioritari - recupero proporzionale del Mattarellum. Ma per Bianco è l'«extrema ratio». Il Mattarelum lo vedrebbe bene solo «nel caso in cui non si arrivi a un accordo» ed è improbabile. Altrimenti perché lavorare anche ad agosto? «Sicilia, troppi candidati e poco tempo» CLAUDIAFUSANI cfusani@unita.it «Mi hanno chiesto di candidarmi alle prossime elezioni in Sicilia, me lo ha chiesto il Pd». A rivelarlo ai microfoni della Zanzara di Radio 24 è Pippo Baudo, che da settembre torna in onda con un programma su Rai3. «Mi ha chiamato un mio amico che milita nel Pd, ai massimi livelli, e me lo ha chiesto. Ma gli ho detto di no. Per la prima volta dichiaro la mia incompetenza specifica: non saprei governare, e soprattutto non vorrei essere governato da altri, con tutti quei compromessi che ci vogliono in politica». «Inoltre- ha detto Baudo- non è vero che vincerei a mani basse. Comunque ho sempre votato a sinistra, e adesso voto per il Pd». «La Sicilia ha bisogno di una rivoluzione culturale», ha aggiunto il noto presentatore. «Ha professionisti di altissimo livello, docenti, medici e architetti ma non si sporcano le mani facendo politica e l'hanno delegata a questi politici di professione». Chi le piace tra quelli che si sono già candidati? «Crocetta, quello che ha fatto il sindaco di Gela, tutti dicono sia una persona molto intelligente e coraggiosa». Proprio da Crocetta, ora eurodeputato, arriva la reazione più dura all'ipotesi Superpippo: «Il Pd cerca un candidato che c'è, e lo cerca facendo finta che non ci sia già. Il motivo è che vogliono far cadere tutte le candidature per far candidare il segretario del Pd, ossia Lupo». A stretto giro, la sdegnata smentita di Lupo. «Non ho mai proposto a Pippo Baudo la candidatura alla presidenza della Regione siciliana. Non ci ho neppure mai pensato...». C'è tempo anche per una polemica Baudo- Gasparri: «È un mio nemico storico. Vorrebbe mandarmi al confino a Ustica», dice Pippo. Il capogruppo Pdl replica con la sua consueta cortesia: «Mi occupo di cose serie non di vecchie glorie dell'avanspettacolo. Il posto per lui è Rai Teche». Baudo: il Pd punta su di me È polemica, Lupo smentisce In prima pagina una foto della signora Merkel, con una delle sue famose giacche, che saluta alzando la mano destra, aperta. Il titolo a carattere cubitali è esplicito: «Quarto Reich». Così si è presentato ieri Il Giornale, il quotidiano di proprietà della famiglia Berlusconi che, evidentemente, non si pone condizioni se c'è da attaccare la cancelliera tedesca, la politica di Berlino, il ruolo della Bundesbank. Però ci sono dei limiti che non dovrebbero essere superati, nemmeno esercitando il populismo più esasperato, nemmeno professando il qualunquismo da ultras. La foto della Merkel, il richiamo al «Reich» non sono piaciuti in Germania, dove la prima pagina del Giornale ha fatto il giro dei siti on line dei principali quotidiani. Berlusconi non gode di grandi simpatie a Berlino, la Merkel ha la memoria lunga per certe offese. E certi titoli sarebbe meglio lasciarli perdere. «Nonsonoil candidato diPdeUdc.Némisono autocandidato.Chiarire tuttoentroFerragosto» Nelcentrosinistracorrono ancheCrocettaeFava L'INTERVISTA . . . Gli elementi controversi restano i collegi o le preferenze e il premio al partito o alla coalizione Legge elettorale, passi avanti nella trattativa d'agosto Martedì la prossima convocazione del comitato ristretto. Polemica su un vertice alle isole Eolie GIANPIEROD'ALIA sabato 4 agosto 2012 9
fraintese», ha spiegato il commissario Ue agli Affari economici e monetari Olli Rehn. Francoforte, in contemporanea con il fondo salva-Stati, potrebbe riprendere il programma di acquisto di titoli di Stato dei Paesi in difficoltà già avviato l'estate scorsa, ma senza gli stessi limiti di quantità e di tempo. L'unica incognita resta l'opposizione del governatore della Bundesbank tedesca, Jens Weidmann, fermamente contrario ad attingere ai soldi dei contribuenti europei per salvare i Paesi mediterranei spreconi. Alla riunione di giovedì del Consiglio direttivo della Bce Draghi è riuscito a isolare Weidmann, ma non è stato facile, ha rivelato il quotidiano tedesco Handelsblatt, perché inizialmente altri sei banchieri centrali si erano detti contrari agli acquisti di titoli di Stato . Non è detto che gli equilibri non possano cambiare. UNMESE PER TRATTARE Molto dipenderà dalla partita politica in corso tra le cancellerie europee, e cioè da quanti e quali impegni scritti la Spagna e forse l'Italia dovranno firmare per convincere i difensori del rigore che i due Paesi non arretrano su riforme e austerità, e che insomma i soldi europei spesi per far abbassare i rendimenti sui titoli di Stato non saranno buttati dalla finestra. Per le trattative c'è un mese di tempo e poi il 3 settembre i ministri delle Finanze dei 17 Paesi dell'euro si ritroveranno a Bruxelles per una riunione straordinaria, mentre lo stesso giorno Draghi dovrà spiegare le sue scelte agli eurodeputati della commissione Affari economici e monetari del Parlamento europeo. SEGUEDALLAPRIMA Indica le finestre di fronte: «Ben 130 miliardi di raccolta postale li teniamo depositati in un conto là, proprio là». Guarda caso sono quelle del quartier generale di Maria Cannata, la signora del debito italiano, al primo piano del Tesoro. Il grande Moloch del debito pubblico, quei quasi duemila miliardi da reperire sul mercato rappresentano un'altra partita che la Cassa è chiamata a giocare, con acquisizioni di aziende pubbliche e operazioni immobiliari. E Bassanini, da raffinato intenditore di cose italiane, ha molto da dire in proposito, soprattutto dopo la mirabolante girandola di proposte che si sentono in giro (ultima quella del Pdl sulle dismissioni immobiliari). Che ne pensa? Le dismissioni immobiliari spesso si sono rivelate un flop, si pensialle Scip. «Un po' ovunque circolano proposte stravaganti, anche immaginifiche, dove prima si scrive la cifra, più alta è più la proposta fa rumore. Ma poi, quando si vede dietro, ci si chiede come si possano raggiungere quei numeri. Insieme a Giuliano Amato, Rainer Masera, Marcello Messori, e altri abbiamo appena chiuso un piccolo paper di Astrid (il think tank di cui Bassanini è presidente ndr) che abbiamo mandato qualche giorno fa a Monti e Grilli. Sicuramente per risolvere il problema servono operazioni straordinarie molto coraggiose, non ce la facciamo solo con l'avanzo primario. Ma occorre essere realisti ed evitare pericolosi autogol. Sarebbe già un gran risultato delineare un percorso sicuro per fare tra 1 e 2 punti di Pil all'anno (da 16 a 32 miliardi, ndr) per 7-8 anni, come ha proposto Grilli, mentre il resto si farebbe con l'avanzo primario, ormai acquisito nel percorso del governo. Così tra 6-7 anni saremo sotto il 100% del Pil, che sarà la media dei Paesi dell'Eurozona. In questa operazione circa la metà potrebbe venire da una seria valorizzazione del patrimonio. Ma occorre tempo, strumenti adeguati ed evitare alcuni rischi». Quali? «Il primo effetto da evitare è quello depressivo. Mi spiace dirlo, perché so che sull'Unità la cosa non è popolare, ma una patrimoniale straordinaria in Italia avrebbe effetti depressivi, perché di fatto colpirebbe il ceto medio piuttosto che le grandi ricchezze. Il secondo rischio è quello di riclassificazione da parte di Eurostat, come già successo in passato. Il terzo rischio è la segmentazione del debito. Se si decide di garantire il 20% del debito con gli asset migliori del Paese, con l'obiettivo di abbassare lo spread su quei titoli, che accadrà al restante 80%? l'effetto sarebbe devastante». ComereplicaachivedenellaCassauna nuova Iri? «Mettiamo subito le cose in chiaro: la Cassa non gestisce soldi pubblici, non un euro di quello che la Cassa investe o presta viene dal contribuente. È tutto risparmio delle famiglie. Ci sono 224 miliardi che sono i risparmi di 25 milioni di italiani che hanno il libretto postale o il buono fruttifero postale, sono in genere famiglie modeste o a medio reddito. È il risparmio della gente semplice, che non vuole speculare ma proteggere il risparmio (si tratta di cassettisti) e che è contenta perché c'è la garanzia dello Stato, perché non paga intermediazioni alla banca e perché può ritirare questi soldi a vista, quando ne ha bisogno. Nell'Iri invece lo Stato metteva soldi di continuo. Voglio ricordare che la Cassa continua a fare la sua attività tradizionale: prestiti alle amministrazioni pubbliche, in primis gli enti locali, per finanziare investimenti. Questa resta l'attività principale. Purtroppo la dimensione finanziaria di questo intervento si è ridotta per i vincoli stringenti del patto di stabilità, ma noi continuiamo a coprire l'80% del fabbisogno di prestiti degli enti locali. Abbiamo 90 miliardi impegnati complessivamente, e 6 miliardi di nuovi mutui nell'ultimo anno». Ma oggi fate anche altre cose, la missionècambiata? «Cosa abbiamo capito, in ritardo rispetto a Francia e Germania? Che la Cassa (controllata al 70% dallo Stato) può essere uno strumento prezioso per veicolare risparmio privato verso investimenti in infrastrutture (da cui le banche si stanno ritirando per la crisi di liquidità), in programmi di sviluppo delle imprese, verso piani per la crescita, utilizzando risorse private che quindi non finiscono nel debito pubblico. Questa cosa scandalizza alcuni teorici dell'iperliberismo, per cui lo Stato dovrebbe non solo non alterare la concorrenza, come è giusto, ma anche arrendersi di fronte al mercato. I teorici dell'iperliberismo sono convinti che il mercato si autoregoli: bene, la crisi ha insegnato che proprio i Paesi più grandi portabandiera del laissez-faire, del mercato che si autoregola, Usa, Gran Bretagna, Germania, Olanda, hanno investito decine e centinaia di miliardi dei contribuenti per salvare banche, assicurazioni, fabbriche di automobili. Si è capito che lo Stato non può limitarsi semplicemente ad assistere ai fallimenti del mercato. Noi siamo uno strumento molto più rispettoso del mercato, che non usa risorse dei contribuenti, non mette le mani nelle tasche dei cittadini, ha anche azionisti privati (a differenza delle Casse straniere), che usa risparmio delle famiglie, lo retribuisce, ma può svolgere una funzione di sostegno dell'economia e finanziamento delle infrastrutture, cosa che è considerata dall'Unione europea un'attività coerente con il mercato. Abbiamo già messo a disposizione delle Pmi un fondo da 18 miliardi, di cui 8 già erogati a 52.500 imprese. Sono poche? Non lo so. Poi abbiamo iniziato ad assistere le imprese che esportano, come Francia e Germania fanno da molto tempo. Infine, abbiamo avviato un fondo per apportare capitali alle imprese che ne hanno bisogno per crescere, perché oggi non c'è solo il credit crunch, ma anche l'equity crunch». Diventando azionisti, tuttavia, è vero chesomigliate all'Iri. «Rispetto all'Iri, che comunque ha svolto un grande ruolo, in Cdp non ci sono le cause di alcune delle degenerazioni del passato. Generalmente entriamo con quote di minoranza. A differenza dell'Iri non siamo noi che nominiamo l'amministratore delegato, nessun pericolo che le poltrone vengano spartite tra i partiti. Dove abbiamo invece il controllo? In grandi aziende strategiche, per cui governo e Parlamento hanno deciso che vi fossero ragioni di politica generale per non abbandonare la presenza pubblica. Terna e Snam gestiscono infrastrutture strategiche in regime di monopolio naturale, che hanno bisogno di forti investimenti, e dunque di investitori di lungo termine che non guardano ai risultati a breve, come fanno hedge funds e banche d'affari. I casi in cui si potrebbe ancora dire che siamo come l'Iri sono solo questi. Ma anche per i mercatisti è legittima la presenza pubblica in un monopolio naturale come le grandi reti. Quanto all'Eni, si è ritenuto che per la sicurezza dell'approvvigionamento energetico fosse necessaria la presenza pubblica. In questo momento tutti, devo dire non solo i partiti di sinistra, salvo pochi iperliberisti alla Giannino o all'Alesina, pensano che sia ragionevole che in un'azienda da cui dipende la sicurezza che l'Italia non resterà a secco di gas o petrolio debba esserci una presenza pubblica importante. Ma nell'Eni noi abbiamo una partecipazione finanziaria sia pure importante, i poteri dell'azionista sono riservati al Mef. Come vede, siamo diversi dall'Iri e non c'è rischio di spartizione politica delle cariche». VuoledirecheBelsitoinFincantierinon l'avetemessovoi. «Esatto, non l'abbiamo scelto noi. Fincantieri era ancora 100% del Mef; noi non metteremo tesorieri di partiti nei CdA delle aziende». Oggi state valutando l'acquisto di tre aziende del Mef. Pensa che i milioni di risparmiatoripostali sianod'accordo? «I risparmiatori postali non sono gli azionisti della Cassa, non partecipano alle scelte. Ci prestano i loro risparmi e in 157 anni la Cassa non ha mai avuto problemi di default, e continuiamo a non averne, come testimonia la semestrale. Se ce li avesse, peraltro, i risparmiatori sarebbero comunque garantiti dallo Stato. Loro, non noi, che agiamo come player del mercato senza il “cappello” pubblico, a differenza dei “cugini” tedeschi e francesi, che godono di una totale garanzie dello Stato, e dunque non possono in nessun caso fallire». L'INTERVISTA BIANCADIGIOVANNI bdigiovanni@unita.it IlpresidentediCassa DepositiePrestiti: «AbbiamoinviatoaMonti eGrilliundossier sullavalorizzazione delpatrimonio» Milano in ripresa dopo lo shock di giovedì, un agente finanziario controlla l'andamento dei listini FOTO ANSA crescita e cambiare il modello di sviluppo. Poi c'è il problema posto dalla Corte costituzionale tedesca, che è di grande rilevanza. Se la risposta alla crisi passa da un rilancio del processo di unificazione politica dell'Europa, che comporterebbe inevitabilmente ulteriori cessioni di sovranità, queste non possono avvenire di nascosto in seguito ad una successione di piccoli compromessi fra governi e di decisioni di tecnostrutture non controllate democraticamente. Il dibattito politico dovrebbe chiarire quali poteri si intende trasferire e perché, ma anche quale conformazione devono assumere le istituzioni europee per rendere realmente democratico l'esercizio dei poteri trasferiti. Al di là di ciò che fa il governo, della capacità di Monti di muoversi con autorevolezza a livello europeo, se non si coinvolgerà l'opinione pubblica in un dibattito sul rilancio del processo di unificazione politica dell'Europa come risposta alla crisi, il rilancio non ci sarà. FrancoBassanini «Difendo il ruolo pubblico nelle aziende strategiche» . . . Quasi tutti pensano che sia ragionevole in aziende decisive una presenza dello Stato . . . Io credo che una patrimoniale straordinaria avrebbe effetti depressivi . . . Le dismissioni pubbliche? Circolano proposte stravaganti e immaginifiche . . . L'operazione è necessaria ma vanno evitati pericolosi autogol Franco Bassanini FOTO MAURO SCROBOGNA / LAPRESSE sabato 4 agosto 2012 3
FANTASIA, IDEE, INTERNET. È GRAZIE ALLA SPINTA A CREAREMONDINUOVI,CHEUNTEMPOAPPARTENEVANO SOLO A IMMAGINARI FANTASTICI di film entrati nella memoria collettiva come Ritornoalfuturo che nasce il Web Lab di Google. Un laboratorio virtuale e interattivo controllato direttamente online che mette insieme cinque esperimenti grazie ai quali gli utenti connessi possono interagire, divertirsi, suonare e scoprire. Il Web Lab si trova allo Science Museum di Londra, ed è proprio da lì che, a partire da questi giorni e fino a giugno 2013, i visitatori del museo vedranno attivarsi davanti ai loro occhi tutta la strumentazione del laboratorio usata, in tempo reale, dai visitatori virtuali attraverso la piattaforma Google. È possibile, per esempio, suonare uno strumento della Universal Orchestra insieme ad altri utenti sparsi in tutto il mondo e che tutti, simultaneamente, sia gli utenti connessi che i visitatori del museo, possano ascoltare la musica creata nello stesso momento in cui viene eseguita. Tra gli altri esperimenti c'è lo Sketchbot, un robot capace di scattare una fotografia e disegnare quel volto sulla sabbia; il Teleporter, una rete di periscopi web attivati in tutto il mondo che permettono di visitare all'istante ogni luogo ci passi per la mente; il Data Tracer, una mappa che traccia dove sono fisicamente conservate le informazioni online ricercate nel mondo, e infine il Lab Tag Explorer, un sistema che mette insieme e visualizza istantaneamente tutti gli utenti del Web Lab sparsi nel mondo. Solo una manciata di decenni fa niente di tutto questo era concepibile e di certo la portata di novità come il Web Lab è davvero gigantesca, resta però da capire fino a che punto l'enorme impatto che la tecnologia ha nelle nostre vite quotidiane sia davvero una spinta al miglioramento o se oppure si tratti, per lo più, di «rumore di sottofondo». Insomma può essere divertente suonare in un orchestra con sconosciuti da tutto il mondo stando semplicemente seduti a casa di fronte al monitor del computer, ma fino a che punto, o per quanto tempo, ci divertiamo davvero guardando il nostro ritratto sulla sabbia eseguito da un robot? Anche qui, come in molti altri momenti della nostra esistenza siamo inconsapevolmente al centro di meccanismi che non fanno altro che costruire la nostra identità, a immagine e somiglianza di un modello già deciso, in questo caso quello tecnologico che ci vuole ultra-moderni, super-aggiornati, iper-connessi. Si tratta di esperienze che riflettono il nostro modo di essere, di concepire il mondo e di intervenire su questo regalandoci la vertigine che ogni cosa è disvelata e che il potere delle tecnologia si stia sempre più avvicinando all'infinito. Ma accanto a questa vertigine, ci sono i comuni mortali, cioè tutti coloro ai quali si rivolge il Web Lab, che non hanno idea di come funzioni davvero il meccanismo di un computer, men che meno quello Sketchbot o del Data Tracer. VELOCITÀECONOSCENZA Viviamo, insomma, nell'iper-tecnologia che perfeziona se stessa godendo nel superarsi, nell'evolversi, nello specializzarsi in ambiti sempre più precisi e in modo sempre più capillare, mentre gli abitanti del mondo rimangono all'oscuro del reale funzionamento delle cose che li circondano, e non gli resta altro che demandare ad altri l'onere della conoscenza. Si è molto discusso della quantità d'informazioni in circolo in rete e sull'accesso potenziale a ciascuna di queste informazioni da parte di ogni utente connesso a internet, ma quante di queste informazioni si riescono davvero a ricordare? Quante di queste notizie si trasformano davvero nel nostro bagaglio di conoscenze? Come per molti altri momenti della nostra vita la spinta è quella dell'accumulazione, e più che ricercare una sonda esatta capace di penetrare anche una minuscola particella di mondo, tentiamo di edificare castelli di senso mettendo alla rinfusa quantità di notizie, suggestioni, filosofie, con la speranza che tutte insieme possano dirci qualcosa in più. E cosa succede alla realtà? È talmente vicina, così prossima da non rappresentare, di fatto, più nulla. È, come diceva Baudrillard, l'istantaneità totale delle cose, senza spazio per arretrare. È la sovraesposizione, la trasparenza al mondo. Fuori dalle stanze dello Science Museum il rischio è di stare nella spirale della velocità e della mobilità a vuoto. INTERNET Webmagia almuseo Suonare inun'orchestra ofotografarsi sullasabbia CONFESSIONI : Il filosofoPietroBarcellonaracconta lasuaconversione P.18 FUMETTI : I cinquant'annidell'UomoRagno,unevergreengraziealcinema P.19 NARRAZIONI : GiulioMozzi:mandatemi ivostri ricordid'infanzia P.20 U: AlloScienceMuseumdiLondracinqueesperimenti interattivi incollaborazioneconGoogle.Gliutenticonnessi possonoviaggiare, farescoperteosolamentecuriosare GIANCARLOLIVIANO D'ARCANGELO SCRITTORE sabato 4 agosto 2012 17
SILVANOANDRIANI Bersani a Monti: ora si apra la fase due MORIREMO DI DOCCE SCOZZESI, DIPASSAGGI REPENTINI DALL'EUFORIA GENERATA DA ANNUNCI di «svolte» più o meno epocali nella politica europea alla depressione conseguente la constatazione che quelle svolte tali non erano. I giornali, che hanno dato con enfasi la dichiarazione di Draghi sulla Bce disposta a fare di tutto per salvare l'euro, hanno trascurato di considerare un elemento importante. SEGUEAPAG. 2 StainoL'ANALISI PAOLOSOLDINI OLIMPIADI MARCOBUCCIANTINI Comesono diventato cristiano BarcellonaP. 18 Lamagia delweb almuseo D'ArcangeloP. 17 L'ANALISI LUCABACCELLI L'INTERVISTA «Difendo il pubblico nelle aziende cruciali» L'ANALISI LUCABIANCHI Ormai si va avanti a colpi di scena. Il forte rialzo delle Borse e il calo degli spread sui titoli, ieri, non possono essere stati sicuramente soltanto un «rimbalzo tecnico». Qualcosa deve essere accaduto. Aveva ragione Mario Monti quando ha commentato i crolli avvenuti sui mercati giovedì scorso? SEGUE A PAG.2 Com'è debole l'Unione Un altro colpo alla Juve: chiesti tre anni per Bonucci PAG.12 Wojdan, donna nella storia Uomo ragno, 50 anni manonsi vedono VerrengiaP. 19 Europa ferma, Borse in festa Record su tutte le piazze: Milano guadagna il 6,3% e lo spread scende a 460 Fmi: per salvare l'euro non si è fatto ancora abbastanza La Bce ha rinviato gli interventi, la Ue non ha deciso: sarà un agosto ad alto rischio MONGIELLO PAG.2-3 U: La Bce non può sostituire la politica I cittadini sentono l'Europa lontana. Non accettano che le decisioni sulla loro pelle siano prese da un gruppo ristretto. L'Europa non è delle banche. È ora che la politica riprenda il primato sui mercati. MartinSchulz Bassanini, presidente di Cassa Depositi e Prestiti: sulle dismissioni girano troppe ipotesi stravaganti Il piano «Servono scelte coraggiose, abbiamo presentato al governo un paper con le nostre proposte» «Tutti, non solo i lavoratori, devono capire e cambiare. Compresi i giovani, che devono rendersi conto che un posto di lavoro non è qualcosa che ottieni per diritto ma qualcosa che conquisti, per cui lotti, per cui puoi anche dover fare sacrifici». SEGUE APAG. 15 Perché il lavoro resta un diritto GOVERNO Quote rosa: via libera nelle aziende pubbliche Regolamento Almeno un terzo di donne nei Cda CARUSOPAG. 6 Sulla sua scrivania si affastellano dossier importanti: Snam rete gas (acquisto già deciso), Sace, Simest e Fintecna (l'opzione di acquisto non è ancora stata esercitata) con la Fincantieri, per un valore di circa 10 miliardi, e oggi anche la rete Telecom (ma qui si è solo ai primi contatti). I risultati di quest'anno farebbero invidia ai grandi manager della finanza: una semestrale appena varata molto positiva, a dispetto dell'annus horribilis, e in crescita rispetto all'anno scorso. Per Franco Bassanini, presidente di Cassa Depositi e Prestiti, un 2012 ricco di attività e positivo. «Con la gestione dell'amministratore delegato, Giovanni Gorno Tempini, chiuderemo l'anno con un utile di 2 miliardi di euro», rivela parlando con l'Unità nel suo studio al primo piano del palazzone di Via Goito, dall'altro lato della strada rispetto al ministero dell'Economia. SEGUEA PAG.3 BIANCADIGIOVANNI Bersani lancia un messaggio a Monti: con l'approvazione della spending review i «compiti a casa» sono finiti. Bisogna passare alla fase due: sviluppo e sostegno all'economia. Dopo il patto con Vendola il Pd lavora alla costruzione della coalizione. E avverte chi vuole impedire un governo stabile nel 2013 puntando alle larghe intese. Dice Bersani: resteranno vittime delle loro macchinazioni. COLLINIPAG.4 Il leader Pd: ora sono finiti i compiti a casa. «Nel 2013 all'Europa non servono le larghe intese» Si è detto mille volte: con l'Ilva è in gioco non solo il più grande impianto siderurgico europeo e la più grande fabbrica di lavoro del Sud dopo lo Stato, ma un pezzo fondamentale dell'industria italiana. SEGUE APAG. 11 L'Ilva oltre l'emergenza 2,00 l'Unità+Left (non vendibili separatamente)Anno89 n.214 Sabato 4 Agosto 2012
È IN GRAN FORMA IL RAGAZZO PIÙ ANZIANO DEL CINEMA FRANCESE, IL «BELLO E DANNATO» PIÙ AMATO DEL GRANDESCHERMO.PREMIATOCONILLIFETIMEACHIEVEMENTAWARDALFESTIVALDELFILMDILOCARNO,Alain Delon saltella con i suoi 77 anni, il solito ciuffo indomabile oramai increspato di bianco e centinaia di film alle spalle, dei quali molti sono iscritti alla categoria del «capolavoro». Olivier Pére, direttore del festival svizzero che festeggia il 65mo compleanno prega giornalisti e fan di limitarsi a domande su temi cinematografici. «Silence», commenta il divo che ha ammaliato registi come René Clement, Luchino Visconti, Michelangelo Antonioni, Valerio Zurlini, Jean-Pierre Melville, Louis Malle, Joseph Losey. «Se volete, potete anche appisolarvi», incalza Delon in jeans, blazer blu e camicia azzurra, vistosamente in gran recupero dopo il ricovero e l'intervento al cuore della scorsa primavera. Si parte da una dichiarazione di guerra contro i film moderni. «Il cinema è morto nel secolo scorso – osserva la star francese – Non amo il cinema d'oggi e non sono l'unico. Ho avuto la fortuna di essere parte del cinema che faceva sognare. La gente entrava in sala e sognava per ore. Oggi, il cinema è una macchina per fare soldi». Davvero il cinema non manca all'interprete di Roccoeisuoifratelli e di Borsalino? «No, non mi manca. Dal cinema ho avuto tutto, ho sperimentato tutto, ho conosciuto tutto quello che volevo conoscere. Piuttosto che fare cose incerte, preferisco vivere di ricordi: Rocco, Tancredi del Gattopardo, il samurai di Melville, Gabin e Ventura nel Clandei Siciliani. Mi piacerebbe girare con Johnnie To, fare un'esperienza in Cina o in Giappone. E mi sarebbe piaciuto stare sulla sedia a rotelle, al posto di Francois Cluzet, nel recente Quasi amici». Allegro e disponibile, Alain Delon liquida con una battuta le trappole delle lusinghe. «Vi è piaciuto il mio Giulio Cesare in Asterix alle Olimpiadi? Ma il ruolo comico non è la mia chiave e ho chiuso lì. Dicevano un tempo: “Il treno alla stazione ha due finestre, da una si affaccia Jean-Paul Belmondo e tutti ridono; dall'altra si affaccia Alain Delon e tutti restano seri. Così, ho preferito lasciare la commedia a Belmondo». Delon «le don» come lo avevano battezzato cineasti e produttori degli anni 60 e 70, ama ritornare sulla sua «aura tragica». «Mi hanno assegnato ruoli inquieti e malinconici perché io sono così. Sono le lacrime dell'infanzia che ritornano. Ho trasferito la mia sofferenza nel cinema. Sono rimasto solo che ero un bambino, ho fatto la guerra in Indocina e tante altre cose rischiose. Poi, miracolosamente è arrivato il cinema. Non sono stato io a cercarlo, è il cinema che mi è venuto incontro, forse per il mio aspetto fisico. Hanno detto che sono un attore difficile. Non è vero. Sono difficile con i registi imbecilli, ma con i grandi ho sempre seguito le regole, rispettosamente. Il regista, per me, è il direttore d'orchestra, è Von Karajan; io sono il primo violino, uno strumento al suo servizio. Ne ho conosciuto almeno 10 di registi così. Oggi, è difficile contarne altrettanti». LAPAURADELLA MALATTIA Immancabile, il riferimento all'incontro con Luchino Visconti che lo volle in Rocco e i suoi fratelli e nel Gattopardo. «Avevo girato Plein Soleil di Clément, Luchino mi vide e mi diede la parte di Rocco. Sul set ero intimidito da quel grande maestro, ero completamente sottomesso. Il periodo con Visconti e con gli altri registi italiani, per me, è stato favoloso. Soltanto più tardi, mi sono reso conto della grande fortuna che avevo avuto. Nel Gattopardo ho recitato con Burt Lancaster che era il mio idolo, come lo era Jean Gabin. Ma il più grande è stato Marlon Brando. Una volta, gli dissi che pur di recitare con lui avrei accettato anche la parte del cameriere limitandomi a una sola battuta: “Il pranzo è servito”». Il tempo che passa e i ricordi dolorosi sono i temi del suo congedo. «Non ho paura della vecchiaia: ho paura dell'infermità. Non vorrei mai mostrami al mio pubblico sfigurato o indebolito, senza voglia di fare: è l'impotenza che mi fa paura. Le attrici che più ho amato? Romy, sempre Romy (Romy Schneider che fu la sua fidanzata). Non posso più guardare La Piscina: mi fa troppo male». A VOLTE LA LETTERATURA PARLANDO DEL PASSATO ILLUMINA IL PRESENTE, ALTRE VOLTE DELLE OPERE NARRATIVE possono anticipare il futuro. Il libro di Ahmed Mourad, Vertigo ( Marsilio, pagine 368, Euro 18,00), autentico fenomeno editoriale in Egitto, thriller di successo nel mondo arabo, è una opera narrativa che riesce a fornire delle categorie interpretative su quel che sta mutando sul piano sociale, culturale, in una delle aree geopolitiche più delicate del globo. Quello di Mourad non è solo un giallo che ha ritmo ma è anche una descrizione critica della società egiziana, dei punti deboli ed oscuri del potere. E non si limita al racconto delle contraddizioni del potere, delinea una volontà di cambiamento, mostra le speranze di mutamento dei giovani. Ed il protagonista del romanzo, Ahmed Kamàl, diventa il simbolo della volontà di smascheramento dei meccanismi del potere, del disvelamento delle falsificazioni dei poteri che fra di loro lottano, ma poi magari si incontrano in un locale alla moda. LACORRUZIONE Se il giallo nordico ha fatto luce sui meandri oscuri di società ricche, moderne ed all'avanguardia sul piano del welfare, Mourad racconta pezzi di mondo sociale egiziano, e la sua invenzione fantastica diventa uno strumento per far capire meglio il presente e quello che può cambiare in futuro. Il fatto che poi l'autore abbia il dono dell' ironia, rende la lettura davvero piacevole, anche se a volte alcune descrizioni delle scene appaiono un po' lunghe. L'autore si ispira anche al noir americano ma gli aspetti migliori sono nella capacità di interpretazione storico-sociale e psico-antropologica. Quando racconta i luoghi e la vita quotidiana dell' Egitto, il libro tocca punti alti. Così come la storia di amore di Kamàl con una bellissima ragazza che ha problemi di udito, ha un tocco di sensibilità profonda. Il giallo ha il suo incipit in una strage, avvenuta in un bar (Vertigo) frequentato dall'alta società egiziana. Qui il fotografo Kamàl assiste all'intera scena tragica, e ad insaputa dei killer ne riprende i momenti cruciali. Si ingegna per far pubblicare le foto in maniera anonima, ma neppure il giornale che attacca i potenti gliele pubblica. Capisce che il gioco è grande, rischia di finire stritolato, ma non si arrende. Così il racconto di fantasia del suo romanzo diventa la metafora letteraria della primavera araba, la volontà di una generazione di giovani di cambiare il loro mondo. CULTURE PAOLOCALCAGNO LOCARNO ... «L'attricechepiùhoamato èRomySchneider Vedere“Lapiscina” mi fatroppomale» «BISOGNA TORNARE AL TEATRO DI REPERTORIO. UNO SPETTACOLO CHE FUNZIONA VA FATTO GIRARE, SOLO COSÌ PUÒ SOPRAVVIVERE; NON SI DEVE RICOMINCIARE SEMPRETUTTODACCAPO,COMEINPREDAALLANEVROSI DEL NUOVO - sostiene Dacia Maraini che cura la direzione artistica della rassegna teatrale - e anche quest'anno, nonostante le enormi difficoltà economiche, siamo qui, col nostro ottimismo, la nostra passione per il teatro, a proporre la dodicesima edizione del Festival Teatro di Gioia». E il Teatro di Gioia (dal 6 agosto al 22 settembre) è proprio questo, un grande spettacolo corale che tra le note di Sergio Cammariere e le performance di Pamela Villoresi, tra l'intensità di Mariangela D'Abbraccio e l'ironia di Piera degli Esposti, promuove la XII edizione del Festival Nazionale Teatro di Gioia, manifestazione in terra d'Abruzzo che torna con una significativa novità. «Stavamo per non fare il festival: la cultura è in panne. Ma poi abbiamo avuto un'idea che ci ha consentito di andare avanti grazie ad un grosso impegno sul territorio: il Festival è diventato itinerante – spiega Dacia Maraini - non solo per poggiare sulle risorse di più Comuni, ma anche per coinvolgere realtà locali diverse, spesso divise da un sentimento campanilistico, ma che forse le difficoltà economiche di questo momento consentiranno di unire e di far sentire un'unica comunità». Abruzzo, il festivalTeatrodiGioia si salvadiventandoitinerante «Il cinema? Oggi mi delude» Alain Delon: i film ormai sono solomacchineper faresoldi Ospiteal festivaldiLocarnodice:«Sonostatounattore difficilesolocon i registi imbecilli, ho invecesempre rispettato igrandi,Visconti,Antonioni,Malle,Losey» È STATO ATTRIBUITO AL REGISTA E ATTORE AMERICANO SPIKE LEE IL PREMIO «JAEGER-LECOULTRE GLORY TO THE FILMMAKER 2012» nell'ambito della Mostra del Cinema di Venezia. Il riconoscimento è dedicato ad una personalità che abbia segnato in modo particolarmente originale il cinema contemporaneo. «Spike Lee - ha detto il direttore della Mostra, Alberto Barbera - è uno spirito creativo e combattivo, autore di film audaci e corrosivi, spesso imprevedibili e provocatori nel senso migliore del termine. Capaci cioè di costringerci a rivedere i nostri pregiudizi e le nostre idee preconcette». La consegna del premio a Spike Lee avverrà il 31 agosto durante la kermesse cinematografic a (che si svolgerà dal 29 agosto all'8 settembre). Dopo la consegna del premio, in Sala Grande verrà presentato in prima mondiale il nuovo documentario di Spike Lee, Bad 25, realizzato in occasione del 25esimo anniversario dello storico album di Michael Jackson, Bad. Spike Lee aveva realizzato in precedenza due videoclip con Michael Jackson, They Don't Care About Us (1997) e This Is It (2009). Prima di questa edizione, il regista afroamericano ha partecipato otto volte alla Mostra di Venezia; è stato due volte in Concorso, con Mo' Better Blues e Clockers, e due volte Fuori Concorso, con She Hate Me e l'episodio Jesus Children of America del film All The Invisible Children. LaMostradiVeneziapremia Spike Lee col «Jaeger-Le Coultre» Ungiallo sullosfondo della primavera egiziana AlainDelon alFestival diLocarno SALVOFALLICA U: 22 sabato 4 agosto 2012
IN TUTTI I PROFILI CHE MI RIGUARDANO SU INTERNET O IN ALTRI CONTESTI, COME AD ESEMPIO NELLE RECENSIONIAIMIEILIBRI,vengo sistematicamente definito come «un ateo marxista convertito al cristianesimo». Nei termini in cui questa sorta di definizione della storia intellettuale di una persona si risolve in una mera notizia essa non è solo falsa ma è anche strumentale ad una sorta di doppia censura: da parte dei giornali laici, perché le mie posizioni appaiono viziate da una grave contaminazione religiosa, e da parte del mondo cattolico perché esse risulterebbero inaffidabili e tendenzialmente fuori da ogni linea ecclesiale. Poiché continuo a collocarmi idealmente in quell'area della sinistra che persiste tenacemente nella critica al capitalismo come forma totalizzante di vita e che allo stesso tempo considera indispensabile a una profonda revisione delle nostre categorie interpretative il rapporto con la trascendenza, vorrei provare a rendere esplicito il mio percorso per una ragione di chiarezza e di rispetto verso tutti coloro ai quali mi sono rivolto nei miei scritti e nei miei libri. Io non mi sono convertito l'altro ieri per effetto di un'improvvisa illuminazione ma ho vissuto in tutta la mia vita un percorso tormentato di ricerca oltre ciò che di volta in volta è sembrata l'ultima spiegazione possibile del nostro stare al mondo. Il filo costante della mia ricerca sono stati la critica del presente e il rifiuto di un mondo che non mi è sembrato mai il migliore dei mondi possibili. La mia riflessione politica si è sempre perciò intrecciata con la riflessione filosofico-religiosa. A diciotto anni, studente dei salesiani, presentai un programma autonomo che comprendeva il concetto dell'angoscia di Kierkegaard (Scuola di Cristianesimo) e La fenomenologia dello Spirito di Hegel. Era la mia prima ribellione al conformismo del programma ufficiale. Qualche anno dopo, ai tempi dell'università, incontrai un giovane agitatore comunista, venuto in Sicilia su incarico del partito, e divenni subito suo amico e compagno di pensieri. Il mio bisogno di rivolta contro uno stato di cose ripugnanti trovò in un libro suggeritomi dall'amico torinese il punto più significativo per dare ordine ai miei pensieri confusi. Si trattava del libro di Concetto Marchesi in cui l'autore spiegava le ragioni del suo esser comunista con l'insopportabile visione dei giovani braccianti che tornavano malati di malaria dal lago di Lentini con una borsetta di pane e una bottiglia di vino. La cosa che mi colpì fu che Marchesi non era propenso ad un atteggiamento di altruismo caritatevole ma colpito nella sua stessa persona come se questa fosse offesa nella propria dignità dalla condizione subumana dei braccianti di Lentini. Da allora cominciai a cercare le ragioni del mio spirito di scissione rispetto ad una società omologata sul conformismo piccolo borghese che considerava l'ingiustizia un puro accidente naturale al quale dedicare qualche rimedio compensativo. ILPROBLEMA DICHI SUBISCEVIOLENZA Già in quegli anni era per me invece diventato centrale il problema del dolore di chi subisce la violenza dell'emarginazione e che viene implicitamente condannato ad occupare sempre l'ultimo gradino della scala sociale. Una rabbia cresceva dentro di me che non riguardava soltanto una generica vocazione alla generosità verso i più deboli ma la consapevolezza di una ferita interiore che toccava la mia stessa identità di meridionale. Come ha scritto egregiamente Massimo Cacciari nel volume Ama il prossimo tuo, il samaritano del Vangelo non è un altruista ma uno che sente nella ferita dell'altro la propria ferita, un uomo che cura l'altro per curare se stesso. Per questo ho scritto in anni ormai lontani L'egoismo maturo e la follia del capitale, perché ciò che mi colpiva dell'egemonia capitalistica sulla vita quotidiana era la folle pretesa di ridurre l'uomo ad una pura dimensione economica. L'alienazione di cui avevo appreso con Marx la straordinaria manifestazione nel feticismo delle merci e del denaro mi è apparsa subito un furto dell'anima e ho visto nell'espropriazione della libertà interiore la ragione più profonda della passività delle masse, specialmente meridionali. Sin da allora ho contaminato la mia molto dilettantesca conoscenza del marxismo con l'apporto della psicoanalisi come antidoto a una pura accettazione del presente dominato da un conformismo senza alcuno spirito critico che produceva passività e adattamento nelle masse meridionali. In quegli anni l'incontro con Ingrao è stato decisivo perché ha allargato il mio orizzonte oltre la triste banalità delle spiegazioni economicistiche. La critica dell'economicismo che ho sviluppato in tutti i miei scritti ha sostanzialmente messo in discussione uno dei punti che allora sembravano indiscutibili della vulgata marxista: la distinzione fra struttura e sovrastruttura. Mi sono convinto che restare nella trappola della gestione economica del capitalismo impedisce ogni vero trascendimento dello stato di cose presenti. Il codice del capitalismo è quello dell'egoismo competitivo e dell'individualismo esasperato e, seguendo questa via, si resta fatalmente prigionieri di una logica calcolistica e contabile. L'impatto traumatico con la crisi dell' '89 ha sconvolto la mia esistenza fino a provocarmi una depressione grave che ho affrontato con una lunga psicoanalisi. Mi sono convinto attraverso questa dolorosa esperienza che nell'idea di comunismo che avevo perseguito si manifestava un delirio di onnipotenza (Democraziaetecnocrazia, Editori Riuniti) in cui una sorta di esplosione megalomanica tendeva ad impedire l'emersione di ogni punto di vista diverso. Era il tema dell'ortodossia assoluta che cominciavo a vedere come il vero nemico del pensiero. Ciò che mi appariva chiaro era che finché l'uomo pretende di spiegare con i propri saperi tutto ciò che riguarda le condotte umane finisce col negare ciò che di specificamente umano la nostra condizione mortale esprime: il bisogno di trascendere l'orizzonte dentro il quale ci troviamo ad agire per riscoprire una presenza ulteriore rispetto all'azione degli uomini. Mi servirono in quegli anni le riflessioni di Ernesto de Martino che intuiva come nella tendenza al trascendimento ci fosse qualcosa in più di una pura istintività naturale. Approfondendo questo tema sono stato costretto a chiarire i rapporti fra teologia e politica, e tra il messianesimo e la speranza di una società di uomini liberi. Condivido la riflessione di Massimo Cacciari e quella di Mario Tronti dove si afferma con chiarezza che non può esserci spazio ulteriore per un pensiero teologico-politico senza affrontare il tema della trascendenza. Dopo il crollo del Muro di Berlino mi sono sentito fisicamente assediato dal non senso dell'esistenza. Perché non uccidere, non sfruttare, non seviziare, non torturare un altro uomo che ostacola comunque i tuoi desideri di godimento se non c'è una ragione ulteriore che istituisce il criterio per distinguere in qualche modo ciò che si può fare da ciò che non si può fare? Nel proseguire questa riflessione di ricerca ho scritto dei libri molto trasparenti nelle intenzioni e che segnano un processo orientato verso un traguardo, ma mai concluso in un'asserzione definitiva. La critica della ragione laica e la lezione magistrale svolta per il compleanno di Ingrao sul tema dell'epoca del postumano, erano già espressamente indicativi di una ricerca che tendeva a mettere in campo la questione della trascendenza. Veniva ripresa fra l'altro tutta la riflessione della Kristeva sull'assoluta novità di un dio sofferente che si pone come percorso doloroso per raggiungere una salvezza effettivamente trasformativa della condizione umana. Le pagine della Kristeva sul Cristo sofferente mi hanno coinvolto e commosso. La mia non è una conversione quindi, ma un processo lungo, aperto e tormentato. In questo processo mi è apparsa la possibilità di sentire la presenza fuori di te di qualcosa che ti sollecita soltanto a seguire un esempio di amore, nel quale l'alterità non è lo specchio illuministico dell'Io ma la pura condivisione di un'esperienza che si realizza principalmente sul piano dell'esistenza concreta e non su quello intellettualistico della razionalità. Mi veniva davanti agli occhi un Cristo pasoliniano, intriso di passioni umane, proporre un modello di vita fondato essenzialmente sulla identificazione con il prossimo sofferente. Nella lettura dei Vangeli che ho cercato di fare, Gesù Cristo mi è parso sempre come un interlocutore umano che si limitava a proporre un modello di identificazione con gli ultimi emarginati ed esclusi. Nella mia esperienza ho potuto verificare cosa significhi sul piano esistenziale l'identificazione con un'altra persona, il farla diventare una parte di te e prenderti cura di lei come ti prendi cura di te stesso. L'identificazione non è una pura imitazione di un modello ma un'integrazione della propria persona con le parti doloranti che sono state prima riconosciute nell'altro. Per questo io oggi sono convinto che ciò che Cristo rappresenta nella storia del rapporto fra l'umano e il divino sia uno spartiacque della nostra visione del mondo. Ma il Cristo da cui io mi sento attratto e affascinato non è quello delle gerarchie e della precettistica, ma quello molto più rischioso di cercare di riviverne la presenza in ogni incontro con chi soffre la disperazione della delusione affettiva e del dolore della solitudine. In questi termini non so se sia proprio corretto definire il mio status come quello di un «convertito» che si è definitivamente acquietato. Sono sicuramente un cristiano che nella temperie del presente è convinto che solo il discorso di Cristo si può opporre al nichilismo biologico dello scientismo che cerca di cancellare ogni specificità della condizione umana. Penso con assoluta convinzione che la via della salvezza e la fuoriuscita dal pensiero unico dell'economia dominante possono realizzarsi soltanto restituendo all'uomo la sua vocazione divina. Non per farne l'arrogante e presuntuoso sostituto di Dio ma l'interlocutore privilegiato di una vicenda enigmatica come resta sempre quella della salvezza rispetto all'inevitabile «morte del sole» che nessun sapere può riuscire mai a spiegare. CULTURE Comesono diventato cristiano «Latrascendenzaè l'antidoto al pensiero unico» ... L'amiciziaconIngraoèstata decisivaperchéhaallargato ilmioorizzonteoltre le ragionieconomicistiche «Midefinisconounateo marxistaconvertito.Ma io nonmisentounconvertito Questadefinizioneèusata dachivuolecensurarmi» PIETROBARCELLONA Icona contemporanea: un'opera di Omino71 e Mr. Klevra ... Misonosempresentitoparte diunasinistraanticapitalista Perquesto lamiaricercaha semprefattopernosull'uomo U: 18 sabato 4 agosto 2012
Raccontami i tuoi ricordi Il librodiGiulioMozzi:una raccoltadimemoriealtrui CULTURE NIENTEÈPIÙSTRUGGENTEDIUNRICORDOD'INFANZIA.MEGLIODI TUTTILOSAPEVA MARCEL PROUST,CHE PROPRIO CON UN RICORDODI BAMBINO COMINCIA IL CELEBRE «LA STRADADISWANN»,primo volume del romanzo-mondo Allaricercadeltempoperduto. Al narratore della Recherche basta assaggiare una madeleine, un dolce francese, per essere catapultato indietro nel tempo. Un avvenimento che porta a una scoperta interessante. «Anticipando la ricerca scientifica di oltre mezzo secolo, Proust ebbe la penetrante intuizione che il ricordo nasce dalla sottile interazione tra passato e presente» scrive lo psicologo americano Daniel L. Schacter in un libro pubblicato dall'Einaudi qualche anno fa e intitolato Allaricerca dellamemoria: una sorta di doppio scientifico del capolavoro proustiano. Dalla Recherche in giù, il ricordo d'infanzia è stato comunque il motore di innumerevoli storie. Ed ecco quindi la vicenda di stenti costruita da Frank McCourt nel fortunato Le ceneri di Angela (Adelphi), in cui la fame e l'Irlanda d'inizio Novecento si contendono il ruolo da protagonista, oppure l'infanzia più ricca ma anche più gelida reinventata dal francese Patrick Modiano nel suo Un pedigree (Einaudi). Più rassicurante quella messa in pagina da Andrés Neuman in Unavoltal'Argentina, pubblicato l'anno scorso da Ponte alle Grazie, in cui l'autore usa i propri ricordi per raccontare le avventure della sua pittoresca famiglia, nella quale trovano posto prozii sempre alle prese con i guai, tanto che uno di questi viene ritrovato cadavere nel bagagliaio di una macchina. D'altronde, come meglio di tutti scrive l'autrice americana Joan Didion in WhiteAlbum, mai tradotto in Italia, «Se siamo scrittori, tutta la nostra vita consiste nel sovrapporre una linea narrativa a immagini disparate, nel dipanare le idee con le quali abbiamo imparato a cristallizzare la cangiante fantasmagoria della nostra esperienza». Parole che dovrebbero suonare come musica alle orecchie di Giulio Mozzi: scrittore tra i più seguiti della generazione dei quaranta-cinquantenni, sperimentatore, consulente editoriale per Einaudi Stile Libero e Laurana. Tra le sue diverse anime Giulio Mozzi è ritornato a privilegiare quella più sperimentale, tirando fuori dal cassetto un'idea: realizzare un libro intitolato Il ricordo d'infanzia raccogliendo le memorie personali di chiunque gliele voglia mandare. Unica regola: i ricordi devono essere lunghi una decina di righe e scritti nel modo più semplice possibile, così che poi Mozzi possa uniformarli di suo pugno. L'autore di diverse raccolte di racconti, tra le quali Sonol'ultimoascendere (Mondadori) e Lafelicitàterrena appena ripubblicato da Laurana, confessa di aver pensato a questo lavoro dopo aver letto due libri del grande Georges Perec: Miricordo (Bollati Boringhieri) e Woilricordod'infanzia (Einaudi). «L'opera di Perec ha una caratteristica molto particolare. Da un lato sembra che si tratta di lavori combinatori, quasi formule matematiche assemblate, come nel famoso Lavitaistruzioniper l'uso, ma in realtà è tutta autobiografia nascosta. Perec era figlio di genitori “svaniti”. Suo padre era un polacco che andò a combattere in guerra per conquistarsi la cittadinanza francese e morì al fronte. La madre spedì il piccolo Perec a vivere a casa di alcuni parenti che abitavano sulle montagne, poi venne deportata ad Auschwitz e morì anche lei. Perec stesso scoprì di essere ebreo solo avanti con gli anni. La sua memoria di bambino era «vuota». Per riempirla, scrisse questi libri che contengono ricordi che appartengono alla memoria di tutti, piccole note che si crede di aver dimenticato». Da qui lo spunto di raccogliere in Il ricordo d'infanzia schegge narrative che però non devono appartenere alla memoria collettiva, ma devono essere private, intime, nelle quali comunque ciascuno possa riconoscersi. «Mi piace l'idea di metterle tutte in fila per costruire una sorta d'infanzia unica, prolungata, che si svolge in ogni parte del mondo, che ha dentro cose belle e cose brutte, di tutto». L'iniziativa di Mozzi ha riscosso un grande successo in rete, raccogliendo in pochi giorni più di un centinaio di ricordi d'infanzia. «Per la maggior parte si tratta di momenti inattesi, sorprese che hanno colpito la fantasia infantile» spiega lo scrittore padovano. «C'è la meraviglia della vita nei ricordi che mi sono stati recapitati fino adesso». Se vi va, aggiungete anche il vostro digitando il blog di Giulio Mozzi Vibrisse. C'è tempo per inviarlo fino al 30 settembre 2012. E di qualunque ricordo si tratti, c'è da star certi che, cento contro uno, sarà struggente. 10 Luglio Agosto 2012 Focus: Il Nord dopo la Lega La questione settentrionale dopo la crisi dell'asse del nord Il voto al nord : tengono ancora i blocchi tradizionali? La Lega oltre i clichè Travaglio e prospettive della Lega L'Italia in sé e per sé passa per Milano e Roma Dove va il nord dopo la Lega Finalmente un federalismo che unisce Movimento 5 stelle, oltre l'antipolitica Beppe Grillo e i figli delle stelle Parole tossiche Roberto Biorcio Aldo Cristadoro Paolo Feltrin Gianluca Passarelli Dario Tuorto Marco Alfieri Walter Tocci Giuseppe Galasso Mauro Ceruti Stefano Camatarri Paolo Corsini Graziella Priulla ALTRI CONTRIBUTI online il numero di luglio-agosto 2012 Lo Stato nella globalizzazione Seconda globalizzazione: un nuovo inizio Leonida Tedoldi Mauro Magatti SILVIOBERNELLI silvio.bernelli@tin.it Storied'infanziaL'unicaregoladaseguireperchivoglia inviare ilpropriocontributoprivatoepersonaleèscrivere unadecinadi righenelmodopiùsemplicepossibile ... L'iniziativahagiàriscosso grandesuccesso in rete: finorauncentinaiodi ricordi UndisegnodiEva Montanari U: 20 sabato 4 agosto 2012
SPIDER-MANEBATMAN.ILPRIMOFESTEGGIAILMEZZOSECOLO DIVITAAFUMETTI ETORNASUL GRANDE SCHERMO IN UN FILM CHE NE SEGNA IL NUOVO INIZIO,O«REBOOT».ILSECONDOCONCLUDELATRILOGIA CINEMATOGRAFICA DIRETTA DA CHRISTOPHERNOLANCONILCAVALIEREOSCURO - IL RITORNO. Due super eroi dalle opposte concezioni del fumetto e della società. Quando nell'agosto del 1962, sul mensile AmazingFantasy, cominciarono ad apparire le storie dell'Uomo Ragno, l'accresciuta diffusione della tv e l'emergere delle minoranze etniche, incoraggiate dalla politica di Kennedy, mettevano in crisi il superuomo bianco, anglosassone e protestante (Wasp). Nelle università incubava la rivolta giovanile. Il soggettista Stan Lee ed il disegnatore Steve Ditko concepirono Peter Parker, studente non eccezionale, ciò che nelle scuole americane si definisce un nerd, imbranato. Morso da un ragno radioattivo, ne acquisisce le doti: velocità, aderenza a ventosa sulle pareti ed istinto superiore alla media. Diviene Spider-Man. Questo, tuttavia, non gli procura vantaggi. Salva il mondo dal folletto Goblin eppure nessuno gliene rende merito. Tanto meno J. Jonah Jameson, redattore capo del Daily Bugle, sempre insoddisfatto delle foto che Parker scatta per arrotondare le sue magre finanze da universitario. È il trionfo del politicallycorrect, forse ancora più estremo nel caso di Daredevil, supereroe cieco, che lo stesso Stan Lee crea nel 1964. Il retaggio della quotidianità avvince in storie comunque piene di sense of wonder, senso del meraviglioso. Si spiega che il supereroismo non è una benedizione, anzi. Comporta delle responsabilità di fronte alle quali sarebbe molto più comodo rifugiarsi nell'anonima sicurezza della gente comune. Otto anni prima, nel 1954, uno psicologo, Frederic Wertham, aveva pubblicato The SeductionoftheInnocent, che trasferiva molto arbitrariamente sulle pagine degli albi per ragazzi teorie di derivazione freudiana. Tra Batman e Robin si ravvedeva un legame omosessuale. La violenza disegnata, secondo Wertham, minava le basi morali della società ed istigava le frange giovanili a ripiegare su modelli di vita e comportamenti criminali. Tali affermazioni si accompagnavano allo zelo oscurantista del senatore Joseph McCarthy nella sua caccia alle streghe e spronavano l'entusiasmo di un altro politico rampante, Richard Nixon. In seguito allo scalpore sollevato dal volume di Wertham, la Comics Code Authority calò accettate censorie. Per scongiurare la crisi delle vendite fu cambiata l'impostazione delle storie. Dal noir metropolitano, l'accento passò sulla fantascienza. Talvolta Batman e Robin tornavano indietro nel tempo a battersi contro cavalieri medievali in un'era dove le loro calzamaglie sembravano più adeguate. Da ultimo, esce negli Stati Uniti What's the Matter With Batman?, della dottoressa Robin Rosenberg, specializzata in analisi caratteriale dei supereroi. Il suo ritratto dell'Uomo Pipistrello è di gran lunga più articolato. La morte violenta dei genitori può avergli causato disturbi da stress post-traumatico? Anche questo, però, porta lontano dallo spirito originario del personaggio, che procedeva nella direzione di un trionfo del machismo tipico, in quel periodo, del marchio Dc Comics. Creato dal disegnatore Bob Kane, apparve come The Bat-Man nel maggio del 1939 su Detective Comics, il mensile americano di fumetti che un anno prima aveva dato i natali a Superman. Dal quale il nuovo arrivato differisce. Privo di ultrapoteri, nelle sue prima avventure, per lo più notturne, arriva ad uccidere. Batman vuole disinfestare dalla mala la sua città, Gotham City, uno dei soprannomi di New York. Odia i delinquenti perché i suoi geni-tori sono stati uccisi per rapina. Il deside-riodi vendetta ha molti debiti verso il feuilleton. Sotto il cappuccio da pipi-strellocon le orecchie a punta, volute dallo sceneggiatore Bill Finger, si cela Bruce Wayne, miliardario per eredità, che divide il suo tempo fra associazioni filantropiche e spassi da playboy, più dichiarati nelle didascalie che mostrati nelle storie. In seguito, adotta il giovane Dick Grayson, e ne fa un assistente mascherato, Robin, che significa pettirosso. Nella primavera del 1940 Batman conquista un mensile tutto per sé e appare il più angosciante fra i suoi arcinemici: il Jolly (the Joker). L'uomo è caduto in una vasca di sostanze chimiche, uscendone con i capelli verdi, il volto bianco e contratto in un ghigno permanente che è anche il ri-flessodi una lucida follia. Fra lui e Batman si ingaggerà una lotta senza quar-tiere,fino ad un'identificazione reciproca in cui è difficile distinguere le ragioni del bene e quelle del male. Infine, arriva Christopher Nolan, che conferisce al suo Batman le parvenze di un'icona disperata nell'era della destabilizzazione permanente, anche sul piano individuale. David Letterman, peraltro, ha insinuato il dubbio che la pellicola si concluda con la morte del giustiziere. Non insorgano gli appassionati. Di resurrezioni abbondano i personaggi seriali. Qualsiasi destino sia in serbo per il Cavaliere Oscuro, la divergenza fra la linea Dc e quella Marvel ormai non regge più. La realtà viene ridisegnata dalla globalizzazione, dall'ascesa del Terzo Mondo, dalla società multietnica e dall'11 settembre 2001. All'indomani della distruzione delle Torri Gemelle, mentre l'America di Bush preparava la guerra asimmetrica, sulle pagine del mensile Detective Comics compariva un inedito aiutante per Batman, a sostituire Robin. Si chiamava Nightrunner, corridore notturno. Dietro quel nome tipico da supereroe e sotto il costume, si annidava un ventenne francoalgerino, di fede islamica. Più di recente, ha esordito Buraaq, altro supereroe musulmano, deciso a riportare la pace fra occidente ed Islam. Lo crea Adil Imtiaz, 31 anni, immigrato quando era bamabino negli Stati Uniti da Pachistan, insieme alla famiglia. Entusiasta dei fumetti Marvel, gli viene naturale realizzare le tavole di questo Buraaq, che si pronuncia quasi come Barak, sottinteso Obama. Mezzosecolodivita eun«nuovoinizio»alcinema per lacreaturadiStanLee nataall'insegnadel politicamentecorretto.Non se lapassamaleneanche il suo«opposto»,Batman COLLEZIONISMO CULTURE ENZOVERRENGIA enzoverrengia@tin.it Astemilionarieperglialbia fumetti ... CreatodaBobKanenel '39 l'uomopipistrellosubì la censura: troppoviolento e«forse»omosessuale I cinquant'anni dell'UomoRagno Nell'agostodel 1962cominciarono adapparire lestoriedelsupereroe L'Uomo Ragno (Marvel Comics) e Batman (Dc Comics) Fumetto,che passione! Ilmondo èpieno di collezionistipronti a tuttoperpossedere un alboraro.Unapassione da317.200 dollari, che equivalgonoacirca 245mila euro.Tanti neha pagatiJohn Dolmayan,batterista delgruppo «Systemof aDown»- cheè anche proprietariodellaTorpedo Comics - per comperareall'astaonline unacopia dell'albo di«Action Comics» del30 giugno 1930, in cui appareper la prima voltaSuperman. Mentre qualcunoha pagato 15.535dollari per l'originaledellacopertina delnumero 155di «Spider-Man», firmatadal disegnatoreJohn Romita. E.V. U: sabato 4 agosto 2012 19
Un anno fa, era il più giovane dei candidati sindaci del centrosinistra. Da outsider ha sfidato il Pd alle primarie ed ha vinto in una città in cui la sinistra non aveva mai governato. E però da ex Pci-Pds-Ds l'idea di una lista dei sindaci proprio non gli piace: «Sono iscritto a un partito, alle elezioni sosterrò il mio partito e il centrosinistra», replica Massimo Zedda, sindaco di Cagliari, che con la maglia di SeL, un anno fa, ha regalato al centrosinistra la più imprevedibile delle vittorie. «La voglia di riscatto per governare il paese è nata allora», rivendica. Perciò, dice: «Non dobbiamo cambiare schema d'alleanza, semmai estenderlo». Come vive l'accordo tra Bersani e Vendola:èl'epilogochesognava?L'orizzonteauspicato? «Il mio orizzonte è sempre stato quello di un centrosinistra unito e da sindaco ho lavorato con quell'obiettivo: tenere insieme la coalizione attorno a una idea di governo della città. Mi auguro che lo stesso avvenga anche a livello nazionale. Perciò mi fa piacere che Bersani e Vendola stiano discutendo di questo: di un progetto per il paese». Ha letto la cartad'intenti, che nepensa? «È un buon punto di partenza». Eppure,ilpopolodiSeLsembraattraversatodaunacertanostalgiaperlastagionecheunannofaregalavaalcentrosinistra le vittorie di Cagliari, Milano, etc. Questo passaggio scandito da Vendola eBersanièincontinuitàoindiscontinuitàcon quellastagione? «In continuità. Un anno fa, con la vittoria del centrosinsitra nelle grandi città e nei capoluoghi di Regione è nata la voglia di riscatto per governare il paese e contemporaneamente la parabola discendente del governo Berlusconi». Loschemaperòalloraera:DiPietrodentro,Vendolaalternativo alPd. «No, anche allora lo schema era stare insieme, abbiamo vinto stando nella stessa coalizione. Nel dialogo ci sono accelerazioni e pause, ma c'è una sostanziale continuità in questo processo. Il punto ora è unire la coalizione attorno a un programma di governo, poi gli elettori con le primarie sceglieranno. I candidati avranno accenti diversi ma chi vincerà sarà il candidato di tutti». E l'alleanza con l'Udc? La convince il cambio di scena: fuori Di Pietro, dentro Casini? «No, secondo me il rapporto con Di Pietro si deve recuperare. E mi sembra che anche le dichiarazioni di Vendola vadano in questa direzione. Non dobbiamo cambiare schema d'alleanza, ma se mai estenderlo». Ancheall'Udc? «Questo si vedrà dopo. Un passo per volta: ora dobbiamo costruire insieme al Pd un programma di governo». Ma secondo lei c'è ancora margine per recuperareDiPietro? «Io penso di sì. Lo dico anche pensando al rapporto costruito con l'Idv nella mia città». Temeripercussioni sulla sua giunta? «No, non lo capirei nei confronti di chi come me sostiene l'alleanza con l'Italia dei valori. E poi non lo capirebbero i cittadini». DeMagistrishalanciatounappelloaleie agli altri sindaci per costruire insieme una lista, comerisponde? «Io mi occupo della mia città, della crisi che attraversano i cittadini, le famiglie, il mondo dell'economia e del commercio: non ho nessuna intenzione di candidarmi in una lista dei sindaci, mi sembrerebbe una forzatura, un venire meno a un patto con gli elettori. Io sono iscritto a un partito: alle elezioni sosterrò il mio partito e il centrosinistra. Eperòvoisindaciaveteunruolo importante inquesto passaggio. «Siamo un patrimonio del centrosinistra. Dovremo lavorare perché ci sia una apertura dei partiti alla società civile che favorisca il ricambio anche nelle candidature». Vendoladice:noalSuperporcellum,ma se dovesse passare l'ipotesi di un premio di maggioranza al partito più votato, SeL che farà? Pensa che si potrebbe pensareinquelcasoaunalistaunicacon ilPd? Un messaggio al governo: con l'approvazione della spending review, la prossima settimana, i «compiti a casa» sono stati tutti fatti, si chiude la fase delle manovre e si deve aprire la stagione dello sviluppo, del sostegno all'economia reale. E un messaggio a chi lavora per impedire a chi vincerà le prossime elezioni di governare e quindi per rendere obbligata anche nella prossima legislatura la strada delle larghe intese: «Vedo che in molti ci stanno provando, ma resteranno vittime delle loro macchinazioni». Chi ha parlato in queste ore con Bersani ha trovato il leader del Pd da un lato preoccupato per la situazione economica, dall'altro soddisfatto per l'intesa siglata con Vendola per un nuovo centrosinistra, «di governo», disponibile a promuovere con l'Udc un «patto di legislatura». Il buon risultato con cui ieri ha chiuso la Borsa e il calo dello spread hanno fatto tirare il fiato, però dall'Europa arrivano ancora «parole forte e fatti deboli» e secondo il leader democratico, che in questo fine settimana si sta muovendo tra Feste del Pd a Pisa, Cassano Magnago, Varese, anche in Italia il rischio di un «avvitamento tra rigore e recessione» rimane alto. Per questo Bersani è convinto che il governo ora debba da un lato avviare un'iniziativa politica a livello comunitario per applicare le decisioni assunte a Bruxelles, dall'altro aprire anche in casa nostra una fase nuova. Incontri a breve a Palazzo Chigi non ci saranno, ma i contatti con il governo sono costanti. E il messaggio indirizzato a Monti dal leader Pd è questo: «Non si possono chiedere altri sacrifici, i compiti a casa li abbiamo fatti. Con l'approvazione della spending review va chiusa la fase delle manovre e aperta quella del sostegno allo sviluppo, delle politiche industriali per dare un po' di lavoro, senza trascurare il fatto che senza un welfare efficiente non ci può essere crescita». Ora si deve voltare pagina e non a caso, nell'ambito delle attività del Pd, Bersani ha conferito a Marco Minniti l'incarico di «Responsabile per la verifica dell'attuazione del programma del governo». Ora serve un cambio di fase, è il ragionamento del leader Pd, perché altrimenti si lascia girare a pieno ritmo anche da noi quella «macchina infernale» vista all'opera in Grecia e Spagna, che «devono stringere sulla finanza pubblica, sul welfare e approvare manovre e ancora manovre, che provocano recessione e fanno crescere i fenomeni di rifiuto, di ribellione e i populismi di chi ritiene che non c'è più destra e sinistra». PIANOCONTROLE LARGHE INTESE A complicare le cose, da noi, c'è anche il fatto che a fianco di questi «populismi» si vedono all'opera movimenti per obbligare alle larghe intese anche nella prossima legislatura. Di fronte a un Pdl allo sbando e a una Lega che fatica a risollevarsi, sono questi fautori della grande coalizione anche nel 2013 i veri avversari da battere. Dopo l'«eccezionalità» del governo Monti, sostiene Bersani, si deve tornare a un confronto bipolare, e dopo le prossime elezioni, «serve una maggioranza politica univoca, che prenda una strada e la percorra fino in fondo». Tanto che a chi gli domanda se ritenga possibile un Monti-bis, il leader Pd risponde in questo modo: «Se Monti fa outing e dice “sono del Pd”, ammazziamo il vitello grasso». E gli impegni europei? «Non servono le larghe intese per mantenerli, non c'è bisogno di un governo di unità nazionale. Una destra che parla di ritorno alla lira non dà alcuna garanzia. È il centrosinistra che è sempre stato un pilastro del patto europeo». La strategia di Bersani per sbarrare la strada alle larghe intese passa per l'approvazione di una legge elettorale che garantisca la governabilità con un premio sostanzioso, ma anche per la definizione di una coalizione «non settaria» e chiamata a rispettare impegni vincolanti in Parlamento. Da qui l'intesa con Vendola e il lavoro per arrivare a un «patto di legislatura» con Casini, le primarie per dare una forte investitura popolare al candidato premier, l'apertura al mondo dell'associazionismo laico e cattolico che ora si gioca sul piano della discussione della «carta d'intenti» e poi in una rappresentanza nelle liste elettorali. Ma siccome vincere le elezioni non basta per avere la certezza di «percorrere la strada fino in fondo», Bersani chiede anche ai futuri alleati di siglare precisi impegni vincolanti: sostenere per tutta la legislatura l'azione del premier, affidargli la responsabilità di formare il governo, decidere con un voto a maggioranza come dovranno esprimersi in Aula i gruppi che sostengono l'esecutivo. L'INTERVISTA Il leader democratico a Monti: «Con la spending review fatti i compiti a casa, ora sviluppo e lavoro» Minniti responsabile della verifica del programma di governo PAROLE POVERE TONIJOP MARIAGRAZIAGERINA ROMA ILCENTROSINISTRA SIMONECOLLINI scollini@unita.it Bersani: all'Europa non servono le larghe intese . . . «Con il premio di maggioranza al partito dovremo ragionare sulla lista unica» «TRANQUILLIZZO GLIELETTORI DELPD:POTRANNO VEDEREIN NOI I LORORAPPRESENTANTI E I RAPPRESENTANTIDEI LORO IDEALI»: questa preziosa «iniezione di fiducia» è di Di Pietro. Ieri, il leader dell'Idv è andato al mercato. In primo luogo, ha ricordato alla scena che lo ospita quale sia stato il suo ruolo nel corso del lungo inverno berlusconiano: «Siamo presenti dal 2001... facendo opposizione chiara netta dura», ed è verissimo. Poi, ha sistemato storicamente il ruolo del Movimento Cinque Stelle, quel nato ieri che gli sta segando le stampelle: «Noi... dieci anni prima di Grillo... lo ius primae noctis va riconosciuto a chi ha cominciato queste battaglie». Lo stile, ammettiamolo, è davvero simpatico; guarda Grillo, poi si rivolge agli utenti e in sostanza ricorda loro: non fatevi incantare dagli ultimi arrivati, la nostra merce è roba buona e lo sapete, dell'altro, invece, che sapete? Infine, pianta gli occhi nelle coscienze della gente che lo ascolta e invita: venite da me, io vi capisco, non come i dirigenti del Pd. Ha tenuto a ribadire di non essere lui e nemmeno l'Idv né di destra né di sinistra e tuttavia quando va al mercato cerca i voti della base di sinistra perché giura di possedere il diritto della prima notte proprio nei confronti di quest'ultima. Una svagatella che perde i sensi alla vista del primo maschione, scommette. Vorremmo qui centrare esattamente il ruolo drammaticamente superbo di questo interprete, la base di sinistra. Perché i maschioni sulla stessa scena sono due; il secondo, lo si capirà, è Grillo. Il titolare del Movimento Cinque Stelle, pure inchiodato allo schema «né di destra né di sinistra», pare più raffinato nell'uso della cipria: ci tiene a far capire alla destra che lui vedi Parma - è della stessa pasta, che può fidarsi, e intanto parla al popolo di sinistra: sarebbe di sinistra la vostra dirigenza? - sibila - siamo noi la sinistra che avete sempre sognato. Ah ecco: sarebbe né di destra né di sinistra la sinistra che abbiamo sempre sognato. Suggestivo, grazie, ripassino. Lo ius primae noctis di Tonino MassimoZedda IlsindacodiCagliari: bisognatentaredi tenere ilcentrosinistraunito, ancheconDiPietro DeMagistris?Occupiamoci deiproblemideicittadini» «Bene il patto Pd-Sel. I sindaci facciano i sindaci» 4 sabato 4 agosto 2012
Radiografia di una vergo-gna planetaria: la penadi morte. Nel 2011 le ese-cuzioni capitali al mon-do sono state almeno5.000 a fronte delle 5.946 del 2010, delle 5.741 del 2009 e delle 5.735 del 2008. Sono 43 i Paesi «boia» dello scorso anno, di cui 36 sono Stati dittatoriali, autoritari o illiberali. La Cina si conferma in cima alla lista tra i Paesi che hanno condotto il maggior numero di pene capitali: nel 2011 il governo di Pechino ne ha effettuate circa 4.000, l'80% del totale mondiale; segue l'Iran con almeno 676 esecuzioni e l'Arabia Saudita con 82 condanne a morte. È quanto emerge dal rapporto 2012 di «Nessuno tocchi Caino, la pena di morte nel mondo», presentato ieri dalla stessa associazione del Partito radicale italiano, alla presenza, tra gli altri, del vicepresidente del Senato, Emma Bonino, del presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini e del ministro degli Esteri, Giulio Terzi. TRISTEPRIMATO Secondo il rapporto, sono 7 i Paesi che «possiamo definire di democrazia liberale» ad aver effettuato pene capitali: nel 2011, in particolare, sono 2 gli Stati che hanno effettuato il tutto 48 esecuzioni, ovvero l'1% del totale mondiale: Stati Uniti (43) e Taiwan (5). In Indonesia il 2011 è stato il terzo anno consecutivo senza esecuzioni dal 2004, mentre l'India non ha eseguito condanne a morte per il settimo anno consecutivo. I Paesi, prosegue il documento di 19 pagine, o i territori che hanno deciso di abolire la pena capitale per legge o in pratica sono ad oggi 155. di questi, quelli totalmente abolizionisti sono 99; gli abolizionisti per crimini ordinari 7; quelli che attuano una moratoria delle esecuzioni sono 5. I Paesi abolizionisti di fatto, che non eseguono sentenze capitali da oltre 10 anni o che si sono impegnati ad abolire la pena di morte sono 44. Nel 2011 i Paesi che hanno fatto ricorso alle esecuzioni capitali sono stati 19, rispetto ai 22 del 2010, ai 19 del 2009 e ai 26 del 2008. tra il 2011 e nei primi sei mesi del 2012 non si sono registrate esecuzioni almeno in quattro Paesi - Bahrein, Guinea equatoriale, Libia e Malesia - che le avevano invece condotte nel 2010. per contro, quattro Paesi hanno ripreso ad eseguire le sentenze capitali: Afghanistan (2), Emirati Arabi Uniti (1) nel 2011; Botswana (1) e Giappone (3) nel 2012. Negli Usa nessuno Stato abolizionista ha reintrodotto la pena di morte, ma l'Idaho, che non compiva esecuzioni dal 1994, ne ha effettuate 2, nel 2011 e nel 2012. Ancora una volta, l'Asia si conferma essere il continente dove si pratica la quasi totalità della pena di morte nel mondo. Se stimiamo che in Cina vi sono state circa 4.000 esecuzioni (circa mille in meno rispetto al 2010), il dato complessivo del 2011 nel continente asiatico corrisponde ad almeno 4.931 (il 98,6%), in calo rispetto al 2010 quando erano state almeno 5.855. le Americhe, si legge ancora nel dossier, sarebbero un continente praticamente libero dalla pena di morte, se non fosse per gli Stati Uniti, l'unico Paese del continente che ha compiuto esecuzioni (43) nel 2011. In Africa, nel 2011, la pena di morte è stata eseguita in 4 Paesi (erano stati 6 nel 2010) e sono state registrate almeno 24 esecuzioni: Somalia (almeno 11), Sudan (almeno 7), Sudan del Sud (5), Egitto (almeno 1). Nel 2010 le esecuzioni effettuate in tutto il continente erano state almeno 43, nel 2009 almeno 19, come nel 2008 e contro le almeno 26 del 2007 e le 87 del 2006. In Europa, la Bielorussia continua a costituire l'unica eccezione in un continente altrimenti totalmente libero dalla pena di morte. Nel 2011 due uomini sono stati giustiziati per omicidio e altri due sono stati fucilati nel 2012. I dati del rapporto 2012 di «Nessuno tocchi Caino», «indicano una riduzione significativa delle esecuzioni e confermano la tendenza irreversibile verso l'abolizione della pena di morte nel mondo», rileva il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, evidenziando al tempo stesso come sia necessario «ribadire l'assurdità di uccidere le persone che hanno ucciso altre persone per dimostrare che le persone non si devono uccidere». Per il titolare della Farnesina nel negoziato alle Nazioni Unite per l'adozione di una nuova risoluzione a dicembre sulla moratoria della pena di morte, inoltre, è arrivato il «momento di affermare principi come quello di standard minimi che proibiscano di eseguire condanne a morte nei confronti di minori e disabili mentali» e l'Italia sostiene «un testo che va nelle linee di quanto sostenuto» dall' associazione radicale e dal suo presidente Sergio D'Elia. «È per questo - conclude Terzi - che nel progetto portato avanti dall'Unione Europea, questi indici di rafforzamento del testo saranno sostenuti con forza. anche quello del divieto di estradizione nei Paesi dove c'è il rischio dell'applicazione di una pena capitale». Sulla pena di morte la questione più importante in questo momento è «non demordere», ribadisce Emma Bonino. Sulle esecuzioni capitali, aggiunge la vice presidente del Senato, «dobbiamo non demordere, nel momento in cui stiamo portando avanti altre battaglie che dovrebbero arrivare a maturazione proprio quest'anno, come la battaglia contro le mutilazioni genitali femminili», sottolinea la leader radicale, colta da un leggero malore da cui si è prontamente ripresa. «Credo che però la cosa più importante che stiamo dimostrando - insiste la vice presidente del Senato - è che anche su questi temi la cocciutaggine e la determinazione contano e riescono a ottenere, credo, grandi risultati». In vista della nuova risoluzione Onu prevista in dicembre a favore di una moratoria sulla pena di morte, la strada per l'abolizione è quindi ancora lunga e necessita dell'impegno di un numero crescente di Stati per «liberarsi - rilancia Sergio D'Elia - di questo vecchio arnese della storia dell'umanità». U.D.G. La guerra che non conosce soste. Oltre 66 civili sarebbero morti in poche ore nella città siriana di Hama, nel quartiere Arbain, in bombardamenti d'artiglieria compiuti dalle forze fedeli al presidente Bashar al Assad. Lo riferiscono i Comitati di coordinamento locali degli attivisti. Altre dieci persone - sempre secondo gli attivisti dell'opposizione - sarebbero state uccise a Idlib, nove a Damasco e sobborghi, tre a Dayr az Zor, uno rispettivamente a Homs e Daraa. Alcuni testimoni nella capitale siriana hanno riferito di «forti esplosioni» udite da ieri mattina e per l'intera giornata provenienti dal quartiere di Tadamun, a sud, da Harasta, a nord, e dal vicino sobborgo di Duma. Ieri il capo delle missioni di pace Onu, Herve Ladsous, ha affermato che la «battaglia decisiva» deve ancora iniziare ad Aleppo. Secondo alcune fonti, gli oppositori controllano gran parte della città, in particolare tutto il centro storico e la cittadella, fortezza medievale in grado di ospitare oltre 10mila persone. Nel frattempo, con 133 voti a favore, 12 contrari e 31 astenuti, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che sollecita la transizione politica in Siria, condanna la repressione messa in atto dal regime di Bashar al Assad e deplora la mancanza di azione da parte del Consiglio di Sicurezza. La risoluzione deplora il fallimento del Consiglio di Sicurezza nel raggiungimento di un accordo sulle misure da adottare per assicurare il rispetto del piano di pace da parte delle autorità siriane. Tra i Paesi che hanno votato contro ci sono Russia e Cina, che hanno già bloccato per tre volte con il veto l'azione del Consiglio di Sicurezza Onu. Pollice verso anche da Nord Corea, Iran, Cuba, Venezuela e Siria. La risoluzione denuncia il crescente ricorso alle armi pesanti da parte delle autorità di Damasco, tra cui indiscriminati bombardamenti con elicotteri e carri armati nei centri abitati, e condanna fermamente le continue e diffuse violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali dei cittadini da parte del regime e delle milizie filo-governative. Oltre a condannare le violenze, indipendentemente da dove provengano, inclusi gli attacchi terroristici. Il testo chiede che tutte le parti nel Paese cessino immediatamente ogni forma di violenza. Siria, ad Hama bombe sui civili: oltre 60 morti Scatta l'esodo Una esecuzione capitale mediante impiccagione in Iran FOTO ANSA MONDO PresentatoaRoma il rapportoannuale di«NessunotocchiCaino» Nel2011,5000 leesecuzioni,meno dell'annoprecedente IL DOSSIER È rientrato in Italia Alessandro Spadotto, il carabiniere responsabile della sicurezza dell'ambasciata italiana in Yemen, rapito il 29 luglio scorso a Sanaa da un gruppo tribale. Il Falcon 900 dell'aeronautica militare che lo ha riportato a casa è atterrato all'aeroporto romano di Ciampino ieri pomeriggio. L'ex ostaggio è apparso in buona salute, non ha rilasciato alcuna dichiarazione ed è stato scortato alla Procura di Roma, per riferire sulle circostanze del suo sequestro. Il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, ha definito Spadotto «un bravissimo militare, che ha mostrato grande coraggio», ricordando anche che la sua liberazione è la 27esima da quando è entrato in carica l'attuale governo. Torna a casa il carabiniere rapito in Yemen . . . Boia in azione in 43 Paesi. dopo Pechino, sul «podio della vergogna» ci sono l'Iran e l'Arabia Saudita Pena di morte in Cina l'80% delle esecuzioni UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it 14 sabato 4 agosto 2012
VIE DELSUD Arriviamo a Castel Voltur-no attraverso quello cheormai è tristemente noto come il regno dei casalesi, i camorristi raccontati dal celebre libro di Saviano. La terra di Francesco Schiavone detto Sandokan, il boss che si era fatto costruire una villa identica a quella di Tony Montana , il protagonista di Scarface. Eppure come sempre accade quando si va oltre l'immaginario collettivo, che descrive questa terra come devastata dai rifiuti tossici e dall'azione dell'illegalità, noti una vegetazione florida frutto di una terra fertile, bufale e caseifici sparsi ovunque. Uno di questi caseifici è quello della cooperativa di Libera, “Le Terre di Don Peppe Diana” il prete ucciso dalla camorra il 19 marzo del 1994. Il caseificio sorge in un bene confiscato al boss Michele Zazza, un tempo re del contrabbando di sigarette e amante dei cavalli di razza . All'ingresso della cooperativa campeggia enorme la scritta “Bene confiscato, qui la camorra ha perso” . Sconfitta da un gruppo di giovani uomini e donne che non hanno mai pensato di cedere. Il presidente Massimo Rocco ha 35 anni e dopo 14 anni passato a Roma a studiare e a lavorare 2 anni fa si è deciso di tornare a casa con la volontà di essere pienamente “cittadino”. Era troppo forte le frustrazione per non poter contribuire a cambiare la propria terra. Per questo insieme ad altri 4 giovani, con il sostegno di Libera e di Fondazione con il Sud, hanno deciso d'imparare il mestiere di casearo, tornare in campagna e rimboccarsi le maniche per preparare mozzarelle e ricotte. Un mestiere che da tradizione s'inizia ad imparare a 14 anni e non certo a 30 anni passati. Ma si sa, chi ha coraggio non si perde d'animo. Dopo aver superato tutte le lungaggini burocratiche tipiche e scoraggianti di questo Paese, oggi la cooperativa ha aderito ad un consorzio dop e produce più di 300kg di mozzarella a settimana. Puntando sulla qualità, perché per loro un prodotto deve essere all'insegna della legalità, ma deve anche deliziare il palato. Oltre a produrre mozzarella coltivano anche il grano per la produzione dei paccheri su oltre 33 ettari di terreno. Quando arriviamo ci accoglie Irma, che ci guida in terreno di proprietà del comune, dove ragazzi venuti da tutt'Italia stanno ripulendo un campo dalle sterpaglie. La maggior parte sono del nord, Padova, Monza, Verona. Passano una parte della loro estate in giro per l'Italia sostenendo chi si batte per la legalità . Sono gioiosi e speranzosi. Quando gli chiedi perché sono scesi fin qui, Jacopo, ventunenne proveniente da Mantova, non ci pensa un attimo e ti risponde che la lotta alla mafia ormai è una questione nazionale e chi pensa che il Nord sia immune sta solo cercando di non affrontare il problema. Jacopo dice la verità: la lotta alla mafia va fatta da Nord a Sud, perché questa è una battaglia che si vince tutti insieme. La madre di tutte le promesse per chi va a caccia di voti: «Consegneremo trentamila alloggi popolari», prometteva Alemanno, in campagna elettorale. Arrivato all'ultimo giro di boa, del suo piano casa si sono perse le tracce. Mentre in cassa, per ora, non ci sono neppure i soldi per finanziare il contributo all'affitto. Il bando per presentare domanda è già stato pubblicato. Ma al momento il fondo per erogare i contributi è a secco. Le finanze dei Comuni, si sa, non sono messe bene. Quelle di Roma Capitale, che aveva puntato tutto sulla vendita del 21% di Acea, sono ancora più disastrate. Ma non è questo il punto. Il punto è che un piano per finanziare la costruzione di nuovi alloggi, Alemanno se l'era ritrovato già pronto nel cassetto, quando è approdato in Campidoglio. È datata novembre 2007 la delibera del Consiglio comunale di Roma che metteva già allora nero su bianco il piano: vendere i vecchi alloggi popolari agli inquilini interessati ad acquistarli e con i soldi incassati comprare casa a chi non ce l'ha. Solo che cinque anni dopo, mancano all'appello i 450 milioni di euro che sulla carta quella operazione avrebbe potuto fruttare alle casse capitoline. Il conto è presto fatto. Il Comune di Roma è proprietario di 24mila alloggi popolari. La legge regionale del 2006 ne autorizzava la vendita del 30%. Se il Comune avesse venduto i 7.410 alloggi, come previsto dalla delibera 237 del 2007, con tanto di piano di alienazione già scandito, adesso si sarebbe trovato in cassa 450milioni di euro da investire per l'acquisto di nuovi alloggi. Lentezze, inadempienze, paralisi amministrativa. La storia scritta dall'amministrazione Alemanno è un'altra. In cinque anni, sono state inviate solo 4.097 lettere ad altrettanti inquilini. Se la vendita fosse andata a buon fine, sarebbero potuti entrare nelle casse del Comune 225milioni di euro. Ma non è andata così. LABEFFA Su 4.097 destinatari, hanno risposto in 2.692. Quasi tremila famiglie che speravano finalmente di poter comprare con i risparmi di una vita la casa in cui abitano. Tre anni dopo, i fortunati sono appena cinquecento. Gli altri, per ora, sono vittime di una doppia beffa. Non solo non hanno potuto ancora comprare casa. Ma per ora ci hanno anche rimesso 2mila euro. Versati come caparra di una compravendita rinviata di anno in anno, quei 2mila euro, che moltiplicati per il numero delle famiglie fanno più di 5milioni, sono tenuti in ostaggio su un conto corrente e fruttano interessi che il Comune di Roma di fatto sta sottraendo alle famiglie, che nel frattempo, se mai dovessero arrivare all'acquisto della casa, dovrebbero fare i conti con il mutuo e i tassi d'interessi molto più alti. Il presidente delle commissione trasparenza, Massimiliano Valeriani, Gianluca Quadrana, il consigliere regionale del Pd Enzo Foschi e quello provinciale Pino Battaglia parlano di un vero e proprio «danno erariale» e ipotizzano persino un ricorso alla Corte dei Conti. Ad oggi - ripetono - sono stati fatti meno di 500 rogiti e incassati poco più di 20 milioni di euro. «Mancano all'appello 430 milioni, che si sarebbero potuti investire nell'emergenza abitativa», denuncia Valeriani. «L'Ater è riuscita nello stesso periodo a vendere cinquemila, seimila appartamenti, quindi il problema non è della legge ma del Comune», insiste Foschi. C'è un danno alle famiglie «prese in giro, solo per fare propaganda». E insieme «c'è un grande danno fatto alle casse comunali - ripete - e qualcuno dovrebbe essere chiamato a risponderne». I carabinieri del comando provinciale di Sassari hanno eseguito un'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 15 persone e 5 decreti di perquisizione a carico di altri indagati, tutti ritenuti responsabili dei reati, a vario titolo contestati, di associazione a delinquere finalizzata alla truffa ed ai maltrattamenti in danno di disabili mentali, sequestro di persona, lesioni personali. Tra gli arrestati figurano 4 medici neurologi, Giuseppe Dore, Marinella D'Onofrio, Massimo Lai e Gianfranco Dettori, e il consigliere regionale Antonello Peru. Sulla base di una miscela di nozioni di neurologia, anatomia, psicologia, esoterismo ed astrologia, i malati, anche con la collaborazione di alcuni familiari, venivano in realtà torturati e picchiati, spiegano i carabinieri, che hanno documentati le vessazioni con audio e video intercettazioni Il provvedimento è stato emesso dal Gip del tribunale di Sassari, Carla Altieri, su richiesta della Procura della Repubblica, pm Michele Incani. Le indagini, sono partite lo scorso aprile dopo la segnalazione che ad Ittiri alcuni malati affetti da patologie neurodegenerative venivano picchiati. Le indagini sono state condotte dal nucleo investigativo provinciale e dal nucleo operativo della compagnia di Alghero. La lotta allamafia si fa con lamozzarella DOMENICOPETROLO d.petrolo@partitodemocratico.it Picchiavano anziani malati: 15 arresti ITALIA Roma, caos nella vendita delle case popolari Case popolari nel quartiere San Saba di Roma FOTO DI MASSIMO PERCOSSI/ANSA Finisce sotto accusa il Comune. Dopo quattro anni solo 500 rogiti e 20 milioni incassati MARIAGRAZIAGERINA mgerina@unita.it . . . Mancano 430 milioni di euro che sulla carta avrebbero dovuto essere nelle casse capitoline Per informazioni sul programma e sulla festa: pdterni@alice.it; massimo – 3406717249; Andrea- 3458221707 oppure www.riformapa.forumpd.it – Segreteria Patrizia - 3462458682 TERNI 23AGOSTO 9SETTEMBRE 2012 . . . Sassari, tra gli arrestati anche un consigliere Pdl I profitti da pseudo visite specialistiche 10 sabato 4 agosto 2012
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04/08/12

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