IN INDIA IL 65% DELLA POPOLAZIONE RURALE, 540 MILIONIDIPERSONE,USANOLAMEDICINATRADIZIONALE COMECURAPRIMARIAPERLEMALATTIE.INPARTICOLAREÈSVILUPPATOL'USODELLEERBE.L'enorme Paese ospita, nelle sue 15 diverso aree agro-climatiche, 47.000 specie di piante diverse (il 10% dell'intera biodiversità botanica del pianeta). Tra queste 15.000, in pratica una su tre, sono utilizzate come strumento terapeutico. In particolare la medicina Ayurveda, la più antica e diffusa, utilizza 7.000 erbe medicinali, la medicina Unani ne utilizza 700, 600 invece la Siddha. In Cina almeno 20.000 medici professionisti in circa 600 diversi ospedali praticano la medicina tradizionale. In alcuni paesi dell'Africa sub-sahariana l'80% della popolazione si cura esclusivamente con la medicina tradizionale. In Sud Africa (ma, per la verità anche a Londra e a San Francisco), il 75% delle malate di Aids si curano (anche) con erbe dell'antica tradizione medica. Non c'è dubbio, la medicina tradizionale è ancora la più frequentata al mondo. E muove un'economia da 60 miliardi di dollari l'anno, di cui 14 nella sola Cina, dove dal 30 al 50% dei farmaci utilizzati sono erbe selezionate sulla base dei principi dell'antica medicina. Tutti questi dati hanno una fonte autorevole: l'Organizzazione mondiale di sanità (Oms). E dunque pongono alla medicina moderna fondata sulla scienza una serie di domande. La prima delle quali è: perché? Come mai la maggior parte delle popolazione mondiale si cura sulla base di principi e preparati vecchi di millenni e non sulla base dei moderni principi e preparati della medicina scientifica? Le principali risposte a queste domande - quelle che propone in buona sostanza la stessa Oms sono di tre tipi. Ma prima di fornirle conviene chiedersi cosa intendiamo per medicina tradizionale (o meglio, cosa la medicina scientifica definisce medicina tradizionale). Ancora una volta la risposta per così dire ufficiale la troviamo nei documenti dell'Oms. Per medicina tradizionale si intende la «somma totale di conoscenza, perizie e pratiche che si basano su teorie, credenze ed esperienze che appartengono a diverse culture e sono utilizzate sia per mantenersi in salute sia per prevenire, diagnosticare, contrastare e trattare le malattie fisiche e mentali». Dunque la medicina tradizionale è figlia di una cultura spesso millenaria, in cui spesso la pratica si contorna di elementi mistici e religiosi. L'Oms (saggiamente) distingue tra la medicina tradizionale praticata sui luoghi di origine e quella importata in maniera più o meno fedele in altri Paesi (definita, medicina alternativa). Una volta definita, sia pure in prima battuta, possiamo provare a fornire delle risposte sul perché la medicina tradizionale è ancora largamente praticata (la stessa domanda relativa alle medicine alternative ammette risposte diverse). Il primo motivo è di natura antropologica. La medicina tradizionale è fortemente radicata nella cultura delle popolazioni. E non è semplice metterla in discussione, neppure per la medicina scientifica. Anche perché spesso i terapeuti tradizionali hanno una capacità di entrare in empatia con le persone che si affidano a loro maggiore dei medici del moderno sistema sanitario. Il secondo motivo è di natura economica. I preparati della medicina tradizionale costano infinitamente meno cari dei farmaci prodotti dalla medicina scientifica. E, nei Paesi in via di sviluppo o a economia emergente, sono spesso gli unici accessibili. Di fatto non hanno alternative. Il terzo motivo è che, spesso, la medicina tradizionale funziona. Non è solo una percezione (anche se la percezione, come sa chi si occupa della gestione del rischio medico e non solo medico, è uno dei determinanti del comportamento a ogni livello delle persone). Spesso la medicina tradizionale funziona in termini empirici. Prendi un'erba e attenui i sintomi di una malattia o ne rimuovi addirittura le cause. Talvolta l'efficacia della medicina tradizionale ha superato la prova scientifica. In India sono almeno 30 le erbe tradizionali utilizzate dalla medicina moderna. D'altra parte è stato dimostrato che l'agopuntura cinese, nel trattamento di alcune patologie (l'Oms ne ha redatto una lista) che provocano dolore e nausea, ha una reale valenza (dove reale sta per scientificamente provata). O, ancora, come è stato ricordato in un convegno organizzato nei giorni dal 23 al 27 luglio scorsi dall'Università di Camerino e patrocinata dalla stessa l'Oms su «Farmaci moderni e trattamenti tradizionali per un controllo equo e sostenibile della malaria» cui hanno partecipato docenti e studenti di ogni parte del mondo, è ormai ben documentata l'efficacia antimalarica degli estratti da una pianta che la medicina cinese utilizza da almeno duemila anni, l'Artemisia annua. Queste prove di efficacia pratica non devono sorprendere più di tanto. In fondo le erbe e i rimedi sono stati selezionati nel corso di millenni e sono il frutto storico di una ricerca empirica, talvolta ingenua talvolta meno, fondata su prova ed errore che è il primo passaggio nella lunga e articolata scala epistemologica che ha portato alla medicina scientifica del XXI secolo. NESSUNFONDAMENTO SPERIMENTALE Nessun trionfalismo, naturalmente. Malgrado l'efficacia pratica, le spiegazioni teoriche della medicina tradizionale non hanno un fondamento sperimentale. E, in ogni caso, la medicina tradizionale non è e non può essere in alcun modo posta in alternativa alla medicina scientifica, sostiene ancora l'Organizzazione Mondiale della Sanità. Neppure, tuttavia, può e deve essere combattuta dalla medicina scientifica moderna. Non fosse altro perché non conviene. Né in termini tattici: in caso di scontro aperto una parte notevole della popolazione mondiale seguirebbe l'altra medicina. Né in termini strategici. Prendiamo il caso delle erbe medicinali. La medicina tradizionale in tutto il mondo utilizza 45.000 piante sulle 500.000 conosciute. Le piante costituiscono una risorsa genetica straordinaria. Non a caso la metà dei principi attivi usati nella medicina scientifica deriva da sostanze naturali presenti nelle piante. Ora sarà stata anche ingenua la selezione per prova ed errore usata dagli antichi terapeuti asiatici, africani, americani e anche europei. Ma le erbe e i rimedi selezionati costituiscono un'utile indicazione per la ricerca scientifica. In fondo delle 45.000 piante usate dalla medicina tradizionale, non più di 10.000 sono state classificate in maniera scientifica e molte meno sono state studiate a fondo alla ricerca dei principi attivi. Anche se la ricerca di questi principi attivi è ormai in atto. Si utilizza anche un termine specifico per indicarla: bioprospecting. Non mancano anche problemi etici e sociali, associati a questa ricerca. Possono essere riassunti in una domanda: a chi appartengono le conoscenze della medicina tradizionale (in genere trasmesse per via orale da popolazioni povere che non dispongono di agguerriti uffici legali)? A che appartengo i principi attivi contenuti in piante, molto delle quali rare e localizzate in specifici areali? Questi costituiscono un altro degli aspetti di cui si è discusso a Camerino. Ma resta ancora una domanda di fondo. Perché le sostanze naturali contenute nelle piante dovrebbero avere una funzione medicamentosa nell'uomo? A questa domanda ha risposto (ha iniziato a rispondere) un gruppo di ricercatori cinesi coordinati da Lin Zhang, dell'università di Nanjing al termine di una ricerca condotta sul siero e il plasma di una serie di mammiferi. I risultati, piuttosto clamorosi, sono stati pubblicati su CellResearchlo scorso mese di dicembre. I ricercatori cinesi hanno trovato nei liquidi biologici studiati presenza di microRna (piccoli frammenti di materiale genetico) esogeni di origine vegetale assunti attraverso il ciclo alimentare: in pratica le piante non solo contengono componenti bioattivi (i principi attivi) ma sono (sembrano essere) decisive nel funzionamento normale del materiale genetico degli animali. Contribuendo, in maniera decisiva, al loro benessere. C'era da aspettarselo. In fondo la ricerca (epigenetica, per dirla nel gergo dei biologi) di Lin Zhang ci ricorda che gli animali discendono dalle piante. E che noi eucarioti semoventi continuiamo a dipendere da loro, eucarioti più stanziali ma più antichi. Non solo per il nostro metabolismo, ma per la vita a ogni livello. Da un punto di vista pratico significa che molti segreti per migliorare il nostro benessere fisico e psichico sono lì, in attesa di essere scoperti, nei 500.000 sportelli della banca genetica universale costituita dalle diverse specie di grossi eucarioti stanziali che chiamiamo piante. NUOVISTUDI CULTURE PIETROGRECO Iprincipali modelli dicomportamentodelle piante in risposta al riscaldamento globale prediconoche le variespecie tenderanno generalmenteamuoversi verso quotepiù elevate: tuttavia, unaricercadell'Istitutodi Geofisicastatunitense edellaTexas Tech Universitymostranoche i meccanismidi adattamentosonoprobabilmente molto più complicati.Come riporta il sitodi «Science Daily»,uno studio suunaparticolare specie californianahamostrato che nonsempre la migrazioneverso quotepiùalte èunariposta a unaumento della temperatura o auna diminuzionedella quantitàdi acqua disponibile, comeaveva conclusoun precedentestudio del 2008.Almeno nelcaso del CeanothusGregii, un cespugliodesertico la «migrazione»è più apparenteche realeesarebbe piuttostodovuta all'incidenzadegli incendinegli ultimi trent'anni, datoche questaspecie «colonizza»solo lezone colpite in precedenzadalle fiamme. Ma la migrazionedelle pianteècosa anticaOltre 50 milionidianni fa l'Antartide era un continente conuna fittavegetazionetropicale e subtropicale: lohanno stabilito i risultatidi una seriediesplorazioni scientifichedella regione polareaustrale,portate a termineda unaequipe internazionaledi esperti.Campionidipolline ricuperatiattraversoperforazioni esplorative «indicanoche durante l'epocadell'Eocene,circa 52milioni dianni fa, l'Antartide era coperto da boschi tropicalie subtropicali»,ha spiegato CarlotaEscutia, sottolineando la presenzadi «pollinedipalme e dialtre piantesimili ai baobabdei nostrigiorni».Secondo la scienziata,unadelle responsabili dello studio pubblicatoda«Nature», «la presenzadi questo pollineci indicache le temperature invernali nelle regioni costiere delcontinentesuperavano i 10gradi». Curarsiall'antica Lamedicinatradizionalevanta risultati, costapocoedàfiducia L'Organizzazionemondiale dellasanitàavverte chequesti rimedinonsono alternativiallascienza machedaquestanon possonoessereconsiderati il«nemico»dabattere Lepiantenonmigrano solamenteacausa deicambiamenticlimatici Unfotogrammadalla videoinstallazionedi PipilottiRist «HomoSapiens Sapiens»(2005) U: domenica 5 agosto 2012 23
24 domenica 5 agosto 2012
SEGUEDALLAPRIMA È in questo contesto che i democratici e i progressisti italiani devono lanciare la loro sfida di governo. E la sfida di governo sarà la cifra della loro moralità: dire pane al pane, garantire a nome del Paese gli impegni assunti nelle sedi internazionali, lavorare insieme ai progressisti europei per cambiare le politiche economiche e rafforzare le istituzioni comunitarie, correggere nel senso dell'equità, del lavoro, dell'istruzione, delle opportunità per i giovani le politiche interne. Senza promettere ciò che non può essere mantenuto. Ma indicando seri traguardi riformisti e cominciando a rompere nel concreto i vincoli soffocanti del liberismo ancora dominante. C'è chi, anche a sinistra, preferisce invece lucrare sulla sfiducia, e alimentarla per costruirsi una rendita di opposizione. Magari pensa in questo modo di giocare di sponda con le oligarchie, che detestano l'autonomia della politica e sperano di proiettare soluzioni tecnocratiche oltre le prossime elezioni. I montiani che strizzano l'occhio a Grillo e i grillini che tifano Monti, pur di vedere sconfitta la sinistra riformista. Il governo Monti è stato il vettore che ha portato il Paese fuori dal tunnel del berlusconismo. Non è stato il nostro governo. Tanto che ne abbiamo contestato alcune scelte e, grazie a battaglie sociali e parlamentari, siamo riusciti a modificare importanti decisioni. Ma negare la differenza radicale tra Monti e Berlusconi, come ad esempio fa Di Pietro, e annullare i meriti di questa transizione vuol dire tagliare le radici (a cominciare da quelle europee) dell'alternativa di governo che bisogna costruire. Il governo Monti, in ogni caso, è alla fine del mandato. La diplomazia politica cerca di nascondere questa evidenza, visti i rischi sempre incombenti sui mercati finanziari. Ma la realtà è questa. Dopo agosto, le urne saranno all'orizzonte e comincerà la campagna elettorale. Anche per questo sarebbe meglio approvare al più presto la riforma elettorale per consentire al Capo dello Stato di sciogliere le Camere nel momento più utile al Paese (anche in autunno). In campo, comunque, ci sono soltanto due soluzioni: un governo sostenuto da un'alleanza tra progressisti e moderati oppure il prolungamento della Grande coalizione. Per questo è doveroso che il Pd giochi bene le sue carte e costruisca il progetto alla luce del sole. Portando le sue ragioni anzitutto nell'Italia che vuole tornare in serie A, nel mondo del lavoro che soffre per la crisi ma non si rassegna, tra le persone e i corpi intermedi che vogliono continuare a pensare allo sviluppo insieme alla democrazia. Nel confronto a testa alta si registreranno i consensi e i dissensi. È la democrazia. Ci vogliono i voti per governare e per sostenere l'azione di un governo riformatore. Ci vogliono voti e radicamento sociale. Ci vuole chiarezza nelle parole. Il principale avversario del progetto dei democratici è il populismo. Il populismo plebiscitario di Berlusconi, ma anche - come scrive Miguel Gotor - quello etnico della Lega, quello antipartitico di Grillo, quello giustizialista di Di Pietro. L'Italia è un Paese sfortunato che ha già avuto in sorte un governo populista di destra. Oggi un fronte vasto fa leva sulla sfiducia e l'insofferenza per impedire la vittoria dei riformisti alle elezioni e tenere l'Italia congelata, come la Grecia, con un governo di unità nazionale (ovviamente ben disposto verso le oligarchie del Paese spaventate dalla competizione e dal mercato globale). Tocca ai progressisti il primo passo. I contenuti del programma sono importanti al pari della coerenza personale dei suoi leader. L'alleanza con i moderati ha la sua ragione nella battaglia, che sarà durissima, contro i populisti di tutte le risme. Ma l'alleanza potrà realizzarsi solo se il programma di cambiamento sarà tale e consentirà di superare la linea liberista e rigorista dell'Europa, ricostruendo il modello sociale europeo. Nella battaglia contro il populismo è in gioco la qualità della democrazia, ma anche il grado di uguaglianza sociale. Chi ha radici nella sinistra non può dimenticare l'insegnamento di Enrico Berlinguer: «Il problema politico centrale in Italia è stato, e rimane più che mai, proprio quello di evitare che si giunga a una saldatura stabile e organica tra il centro e la destra (...) e di riuscire invece a spostare le forze sociali e politiche che si situano al centro su posizioni coerentemente democratiche». Ma tanti altri maestri, da Giuseppe Dossetti ad Altiero Spinelli, da Aldo Moro a Vittorio Foa, oggi spingono i progressisti al coraggio di lanciare questa sfida: non per il potere ma per il governo, non per un premio di maggioranza ma per un consenso che poi sorregga un programma di lungo respiro. Lastoria La mappa di Berlino, i contorni dell'Europa Massimo Adinolfi SEGUEDALLAPRIMA La carta, di dimensioni spropositate, sarà consultabile, o meglio calpestabile, nella Schlossplatz a partire dal 15 agosto. Ma mentre i tedeschi non avranno occhi che per questa gigantesca rappresentazione, tutti gli altri europei non avranno memoria, che per quel passo di Borges, in cui si racconta di come nell'impero cinese l'arte della cartografia raggiunse vertici tali, che «la mappa di una sola provincia occupava tutta una città, e la mappa dell'impero tutta una provincia». Quelle mappe non placarono però la mania di perfezione dei cartografi, che presto si cimentarono nell'impresa impossibile di stendere una mappa dell'impero immensa quanto l'impero stesso. A Berlino la mania di grandezza dell' ardimentoso collegio di artisti non è giunta a tanto, ma non è inutile ricordare le pagine che Umberto Eco dedicò all'impossibile tentativo di realizzare una mappa 1:1, perché in esse si traggono conseguenze che possono valere come piccolo apologhetto per i nostri tempi, e per la barcollante Unione Europea. Salto postulati e modi di produzione della mappa, su cui Eco dilettandosi arzigogola un po', e vengo alla conclusione. Una mappa 1:1, estesa cioè quanto la superficie che intende rappresentare, non si può fare, con buona pace dei cartografi dell'impero cinese. Ne vengono tre corollari: primo, «ogni mappa uno a uno riproduce il territorio infedelmente»; secondo, «nel momento in cui si realizza la mappa, l'Impero diventa irrappresentabile»; terzo, «ogni mappa uno a uno dell'impero sancisce la fine dell'impero in quanto tale e quindi è mappa di un territorio che non è un impero». Dov'è l'apologhetto? Anzitutto nel fatto che nel racconto l'impresa è tentata dai geografi del Celeste Impero, mentre nella Schlossplatz ci provano i tedeschi, confessando così involontariamente una segreta ossessione: il confronto con l'ascesa della potenza cinese, che inquieta i sogni di molti europei (ogni sguardo al medagliere olimpico è, per questo motivo, temporaneamente precluso). Poi nei corollari: il primo mette in guardia i geografi imperiali dallo strafare. Saranno anche i più bravi del mondo, ma la loro realizzazione sarà comunque imperfetta. E qualcosa andrà inevitabilmente storto, quand'anche riuscisse loro di ricoprire l'intera superficie con la mappa. E non qualcosa ma tutto, a dar retta al terzo corollario, perché il territorio dell'impero non sarà più riconoscibile: al culmine dell'impresa, l'impero non sarà più un impero. E l'Europa non sarà più l'Europa, aggiungo io. Le parole sono forse un po' ingombranti, perciò chiariamo: non mi sogno certo di tradurre la parola «impero» in tedesco, né voglio sollevare scandalosamente il velo di una favoletta fantastica. Si tratta solo di ricordare che la parte non può sostituirsi al tutto e, quand'anche vi riuscisse, si cancellerebbe come parte e rovinerebbe il tutto. Ossia: possiamo disegnare i contorni dell' Europa in molti modi, e tracciare mappe che tengano conto e riportino in scala i valori della popolazione o del Pil, della produzione industriale o della disponibilità di riserve valutarie. A seconda dei parametri adottati, le dimensioni geografiche del continente si modificheranno, vedendo ora crescere ora decrescere questo o quel Paese: ogni volta però dovremo ricordarci che una provincia può rappresentare un impero, ma non può ingrossarsi fino al punto di sostituirsi ad esso. Ho tralasciato il secondo corollario. Ma lì è Eco stesso che si spiega. Si potrebbe osservare, scrive infatti, che l'impero, divenendo irrappresentabile, si renderebbe impercepibile agli altri, ma insieme anche a se stesso. E una potenza che non è cosciente di sé, mentre persegue le proprie ambizioni o difende i propri interessi, non è la più rassicurante delle potenze. Ma mettiamoci pure questo: nessuno conosce veramente se stesso se non accetta di specchiarsi nell'altro, invece che rispecchiare solamente la propria vanagloria. Nel racconto di Borges, l'impresa enorme e insensata finisce per essere abbandonata: «lacerate rovine della mappa, abitate da animali e mendichi» giacciono sparse qua e là. Auguriamo naturalmente miglior sorte ai bravissimi artisti tedeschi, e soprattutto all'Unione, che mai vorremmo finisse in rovina. (E ora, finalmente: buon compleanno, Berlino!). LA FASE CHESIÈ APERTACON LAPRESENTAZIONE DELLACARTADIINTENTIÈDELICATAMAPOSSIAMOAFFRONTARLACONFIDUCIA. Costruire un'alleanza che con varie sfumature comprenda lo spazio che va da Vendola a Casini è impegnativo ma possibile. Soprattutto se sapremo usare il linguaggio della verità, senza incertezze. Le reazioni della base di Sel nei confronti del proprio leader dopo l'incontro con Bersani non debbono sorprendere e vanno rispettate, ma meritano risposte non traballanti del tipo: l'alleanza con Casini non è ancora fatta, se si farà vedremo in che modo, durerà solo una legislatura…No, così si rischia di andare a sbattere nel senso che si potrebbe entrare in un tormentone infinito alla fine del quale tutto si potrebbe complicare sia per Vendola che per Casini. Va invece detto chiaramente che l'alleanza con l'Udc e l'area sociale che essa rappresenta la vogliamo proprio fare, perché ne abbiamo bisogno per vincere le elezioni e ancor più per governare. La prossima legislatura continuerà infatti ad essere segnata dalla necessità di una politica convintamente europeistica ed è noto che storicamente tale politica, in Italia, è stata appannaggio delle forze di centro, l'imprinting è lì, non a destra e neppure a sinistra. È vero che la sinistra italiana, grazie alla sua componente riformista e a personalità del calibro di Amendola e Napolitano ha progressivamente conquistato una cultura autenticamente europeista e, dal 1996, dai tempi dell'Ulivo, a buon diritto può cointestarsi il merito della strategia che ha portato alla nascita dell'Euro. Eppure ancora oggi, proprio in occasione della presentazione della carta di intenti del Pd, Pier Luigi Bersani ha voluto rassicurare (i partners europei, i mercati, gli opinion maker….) che di noi ci si può fidare, perché siamo quelli che hanno fatto scelte difficili e indispensabili per il Paese mentre la destra le avversava, siamo quelli che quando hanno governato con Prodi (due volte), D'Alema e Amato, hanno dimostrato fermezza intelligenza e capacità di governo. L'alleanza con l'Udc, oltreché con Sel e con quanto possa ulteriormente manifestarsi nella parte più moderna e riformista della società civile è, dunque, semplicemente strategica. Punto. Ho letto due giorni fa, proprio su l'Unità, una intrigante - oltreché intelligente come sempre - analisi di questo passaggio politico di Michele Prospero, il quale - mi sembrava di ascoltare Moro - affida al Pd la missione storica di consentire al centro di Casini, grazie all'alleanza con la sinistra, il tempo e l'occasione di strutturarsi come futura alternativa democratica alla sinistra stessa, assumendo la lezione dell'errore compiuto a suo tempo da Occhetto quando si rifiutò di offrire analoga chance al Ppi preferendo dare spazio di fatto ad un avversario come Berlusconi. L'idea di Prospero è sicuramente suggestiva, ma discutibile e sconta, a mio avviso, un altro errore di cui varrebbe la pena discutere. A un certo punto del suo ragionamento afferma infatti: «il centro attuale non è l'area cattolica progressista erede di Moro e del dossettismo, e che solo per una vicenda originale della storia italiana abitava in un partito a egemonia moderata. È un soggetto cattolico liberale che rigetta il codice del populismo e respinge ogni seduzione plebiscitaria». Questo è un punto importante per lumeggiare non solo l'identità del centro presente oggi sulla scena politica italiana ma anche quella che a mio avviso continua ad essere «la questione» che tocca da vicino la natura e la struttura del Pd. È vero che buona parte dei cattolici che nel 2007 concorsero a dar vita al Pd (non a entrare nel Pd) rivendicano la loro ascendenza morotea, nel senso che si riconoscono in quel filone «conciliare» del cattolicesimo italiano che siamo soliti chiamare cattolicesimo democratico, ma non è men vero che quel filone è comprensivo e rappresentativo sia dell'anima cattolico-sociale e di quella cattolico-liberale. Il moroteismo è sempre stato quella roba lì, un centrismo non statico ma riformatore e insieme attento e partecipe delle dinamiche ecclesiali, sentendosi direttamente interpellato dalla modalità con cui storicamente viene declinato il rapporto fede-politica. Insomma sto parlando dei cattolici democratici che hanno co-fondato il Pd, che sono cosa diversa dagli indipendenti di sinistra eletti negli anni '80 non a caso nelle file del Pci. Continuare a considerarli di fatto non adeguatamente rappresentativi della tradizione centrista riformatrice e liberale, è grave errore che porta a talune conseguenze. Una delle quali è proprio quella di «dovere» ricercare oggi un'alleanza con i centristi che stanno fuori dal Pd per rendere ancora più forte e credibile l'affidabilità della nostra strategia di governo nella difficile legislatura che ci attende. L'editoriale La sfida contro i tecnocrati e i populisti Claudio Sardo L'intervento Nel Pd i cattolici democratici non sono una eccezione . . . Sì all'alleanza da Casini a Vendola in nome di un più forte europeismo Ma il Pd non si snaturi Pierluigi Castagnetti Deputato Pd COMUNITÀ Maramotti domenica 5 agosto 2012 17
SALVOFALLICA salvofallica@katamail.com L'attoreGiovanni Calcagnolavora aquestoprogetto cherecupererà unagrandetradizione OGNI TANTO LÀ FUORI SUCCEDEVA QUALCOSA. LA VITA,OLASTORIA,SI IMPONEVACON TALEPREPOTENZA DASMASCHERAREDICOLPOL'OTTUSITÀEL'ANACRONISMO DEI MALEDETTI PROGRAMMI MINISTERIALI. LA CADUTADIUNDITTATOREOIPROBLEMIFAMILIARIDIUNO STUDENTESIFACEVANOLARGOTRALACASTITÀDILUCIA E LE DIMOSTRAZIONI DEI TEOREMI. In genere era un insegnante di materie letterarie ad investirsi con comica solennità del ruolo di faro nella nebbia, sacrificando l'ora di lezione a una disamina dell'accaduto. Lo si ascoltava in silenzio, simulando interesse con la consolatoria certezza di avere scampato le interrogazioni. Alla maggior parte di noi è andata così. Ma difficilmente gli alunni della scuola media di Montecchìa di Crosara, in provincia di Verona, avranno ricordi del genere. Salvatore Aiello, il loro professore di italiano, è abbastanza furbo e fuori dagli schemi da avere compreso che sfinirli di chiacchiere può farli morire di noia. Il modo migliore per interessarli a qualcosa è sfidare la loro creatività. DALBULLISMO ALL'HANDICAP Ragazzi, giriamo un film. Il metodo funziona: in pochi anni Aiello ha girato tredici cortometraggi. Lo chiamano anche dalle scuole dei paesi vicini, per mostrare come si fa. «Il tema del corto è scelto dagli studenti oppure suggerito da un bando, come nell'ultimo lavoro - ci spiega il professore -. Dovendo costruire una storia sulle barriere architettoniche, gli alunni hanno sviluppato un'analogia con le barriere mentali del bullismo: una ragazza disabile e un ragazzo timido e studioso, vessato dai compagni, si incoraggiano a vicenda a uscire dal guscio e a farsi rispettare». Ma questa è solo una fase preliminare: «Una volta individuata insieme la trama, iniziamo a delineare le caratteristiche dei personaggi. Il bello è che ogni volta che un soggetto vede la luce, nessuno ricorda chi abbia suggerito cosa: il gruppo si cementa e ognuno considera la storia che il film racconta la propria storia. E poi è importante che i ragazzi interpretino sé stessi: ecco perché voglio che siano loro a scrivere le battute». Ed è qui che l'ora di cinema diventa, a tutti gli effetti, una lezione di italiano: «Scrivere una battuta vuol dire riflettere sul modo più efficace e credibile per esprimere ciò che si ha in mente. In questo modo si ragiona sulle parole e sul contesto in cui vengono pronunciate, e si imparano i fondamenti della comunicazione». In casi del genere, fanno quasi tutto i più bravi della classe e gli altri vanno a rimorchio… «Così sarebbe troppo facile e, soprattutto, non servirebbe a nulla. I ragazzi vanno coinvolti tutti e nessuno deve sentirsi escluso. Anzi, assegnare la parte del protagonista a uno spaccone o al più svogliato serve a responsabilizzarlo, a coinvolgerlo un progetto comune, a non emarginarlo, a spingerlo a tirare fuori una parte di sé che nemmeno sospettava di avere. Con la conseguenza che è lui a capire per primo che un atteggiamento negativo farebbe perdere tempo alla troupe, rischiando di compromettere l'esito del duro lavoro di tante persone. Ed è sempre lui a riportare all'ordine i compagni che non fanno il proprio dovere». Tra i doveri c'è anche il rispetto del copione? «Tendenzialmente sì, ma conta di più che si entri nello spirito del film. Proposte e spunti, purché migliorino il risultato finale, sono ben accetti anche in corso d'opera: vuol dire che la partecipazione è davvero attiva e che ci si sente utili». Terminata l'esperienza, vogliono diventare tutti attori? «Di sicuro sviluppano un senso critico. Se guardano una soap opera, si lamentano delle inquadrature fisse e dei dialoghi stucchevoli. Ma, al di là di questo, mi aspetto che riflettano su di sé e sul proprio mondo, rivedendosi in personaggi a cui somigliano, e che siano più consapevoli delle loro scelte». Non perché tutti siano artisti, avrebbe chiosato Gianni Rodari, ma perché nessuno sia schiavo. Ragazzi giriamo un film Professorerealizza inclasse tredicicortometraggi «I CANTASTORIE RIMANDANO AI GIULLARIDELLAGRANDETRADIZIONECULTURALE EUROPEA, ANDANDO A RITROSO NEL TEMPO SI RICOLLEGANO AI POETI DELL'ANTICAGRECIA».L'attore Giovanni Calcagno inizia così il racconto della sua iniziativa, la riscoperta dei cantastorie, la divulgazione dei loro componimenti ed il progetto della casa museo. Storie di giullari, di poeti, di artisti popolari, quali il geniale Cicciu Busacca. Lo studioso di cultura popolare, Nino Tomasello, che al personaggio ha dedicato un bel libro, ispirandosi alla filosofia narrativa di Giuseppe Tornatore, spiega: «Busacca era un artista, un poeta, che non solo affascinava ed emozionava moltitudini di persone riunite nelle piazze, ma faceva opera di trasmissione culturale». ILRCHIAMO AOMERO EDANTE I cantastorie sono unione di «alto» e «basso», richiamano Omero e Dante. Andrea Camilleri rispondendo agli attacchi di una parte della critica letteraria, disse tempo fa: «Sono un artigiano della letteratura, un cantastorie». È un elogio ai cantastorie, perché la narrativa nasce dai «cunti». Dice Calcagno: «Per capire bene la profondità dei cantastorie bisogna ricordare le origini siciliane della poesia italiana, quei componimenti che ancora oggi vengono studiati ed interpretati. Racchiudono l'anima di un pezzo della nostra vita culturale». Calcagno, un attore che lavora per il cinema, le fiction tv e il teatro, aggiunge: «Grazie ai cantastorie vi può essere una riscoperta delle identità territoriali. Anche se il luogo del museo sarà Paternò, dove sono nati e vissuti alcuni dei più grandi cantastorie del 900, la nostra volontà è quella di creare una dimensione che racchiuda tutte le esperienze siciliane. E che possa anche andare oltre, senza confini geografici. Così a Paternò vi sarà la casa dei cantastorie e il paese può diventare un centro internazionale di cultura, luogo di confronto per studiosi di storia, di sociologia, di antropologia. Porteremo l'idea del museo nelle scuole, continueremo a fare opera di divulgazione per i giovanissimi, i bambini, per la gente di ogni età». Calcagno ha lavorato con registi come Marco Bellocchio, Pasquale Scimeca, Mario Martone, Michael Apted, ha vinto il «Ciak d'oro», e nel film camilleriano di Rocco Mortelliti, La scomparsa di Patò, ha portato stilemi del dialetto paternese, facendolo confluire con gli altri linguaggi degli attori, quali Nino Frassica, Neri Marcorè, Maurizio Casagrande, Guia Jelo. Il quarantenne Calcagno è nato nella Paternò dei Busacca, dei Santangelo, dei Paparo, dei Garofalo, dei Musumeci. La città delle famose arance rosse è anche la patria dei cantastorie. L'attore ha già avviato un progetto di divulgazione culturale che ha avuto ed ha successo. I«CUNTI» SULL'EMIGRAZIONE Molti giovani si avvicinano per comprendere il segreto del linguaggio dei cantastorie. Si accostano ai materiali radiofonici, agli scritti, alle foto, segni di un passato che non va perduto. Si pensi ad un'opera poetica quale, Lu trenudilusuli, scritto da Ignazio Buttitta e cantato nelle piazze in maniera mirabile da Cicciu Busacca. Un «cuntu» drammatico sulla questione dell'emigrazione. È la storia di un minatore siciliano costretto ad emigrare in Belgio per poter lavorare, e che resta sepolto sotto le macerie della miniera carbonifera di Marcinelle. L'Italia di oggi, terra di immigrati e non solo di emigrati, non può far cadere nell'oblio questa storia. Calcagno sostiene: «Il lavoro sulla memoria storica dell'Italia lanciato dal presidente Napolitano, è di altissimo valore. Auspico che la storia dei cantori possa farne parte. Faccio un appello al presidente attraverso l'Unità. Sono già in rapporto con il Centro sperimentale di cinematografia di Palermo, con il Museo internazionale delle marionette A. Pasqualino e con la Fondazione Buttitta». Con il nuovo sindaco di Paternò, il piddino Mauro Mangano, «dialogo molto positivamente, così come prima ho fatto con la Provincia di Catania. Credo nella sinergia fra cultura, società civile ed istituzioni». Per l'inaugurazione della casa Museo dei cantastorie, Calcagno ha un sogno che confida a l'Unità: invitare il premio Nobel Dario Fo, con il quale Busacca ha collaborato molte volte. Ed in seguito invitare il premio Oscar Benigni. Festival di Collecchio Un omaggio a Gipi CULTURE L'esperimentonelVeronese «Scrivendolebattute s'impara l'italiano»racconta Aiellochevienechiamato ancheinaltrescuole VALERIOROSA vlr.rosa@gmail.com APaternònascerà unacasa-museo per icantastorie «Gipi. L'ultimo terrestre e altre apocalissi di provincia» è l'omaggio che Collecchio Video Film Festival renderà il 23 agosto a Gianni Pacinotti, fumettista, videomaker e illustratore, con una mostra di tavole originali, la proiezione dell'«Ultimo terrestre» e un incontro «dal vivo» con Gipi che sarà al festival per l'inaugurazione. Unanticopannello diun cantastorie U: 20 domenica 5 agosto 2012
Eper questo appare de-cisamente più saggial'opzione di quanti(Andrea Orlando tratutti) non ritengonopossibile nella situazione data andare al di là dell'elaborazione da parte del Csm di criteri applicativi, volti a limitare gli eccessi e le distorsioni, su cui fanno leva i fautori della riforma. Ad una opzione in tal senso spinge un esame obiettivo della legislazione vigente e dei principi costituzionali dalla stessa presupposti, muovendo dall'articolo 15, primo comma della Costituzione, che della libertà e della segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione garantisce l'inviolabilità, principio quindi che non appartiene all'archeologia costituzionale (come pure illustri commentatori hanno affermato con riferimento a quella del Capo dello Stato), costituendo il connotato di un diritto personalissimo proprio di ciascuno di noi. DIRITTOASSOLUTO È all'evidenza un diritto assoluto, limitabile (non dal potere esecutivo o da quello legislativo, ma) soltanto dall'autorità giudiziaria con atto motivato e con le garanzie stabilite dalla legge, come è previsto nel secondo comma dello stesso articolo 15. A rafforzare la necessità di tali garanzie sta il rilievo che ogni comunicazione afferisce a rapporti intersoggettivi, sicché riguarda il diritto di libertà di almeno due soggetti o di molti di più nelle intercettazioni telefoniche, che affievoliscono il diritto non solo del titolare della utenza intercettata, ma di una platea indeterminabile di suoi possibili interlocutori. Sul punto sorprende che in tanti non abbiano rilevato che il secondo comma dell'articolo 15 non è applicabile al presidente della Repubblica, che per gli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni è sottratto al controllo dell'autorità giudiziaria, atteso che nelle ipotesi estreme di alto tradimento e di attentato alla costituzione la messa in stato di accusa spetta al Parlamento e il giudizio alla Corte costituzionale; essendo altresì intuitiva la impossibilità di distinguere preventivamente nella corrispondenza e nelle comunicazioni del Capo dello Stato, ciò che attiene alla sfera delle sue attribuzioni, da ciò che riguarda la sua sfera personale; con l'ovvia conseguenza di rendere per lui assoluta la inviolabilità garantita a tutti i cittadini dal primo comma dello stesso articolo. Trattasi peraltro di rilievi estranei al problema della riforma della disciplina delle intercettazioni, anche se a questo da molti artatamente intrecciati, esaurendosi quel problema nella verifica della sufficienza delle garanzie approntate dalla legislazione vigente sia per l'intercettato, sia per i suoi interlocutori. Pur se ogni testo normativo è oggettivamente migliorabile e affinabile (sempre se ne sussistano le condizioni politiche), è ben difficile sostenere che la legislazione vigente non contenga un insieme di garanzie sufficienti all'attuazione del precetto costituzionale. Vero è infatti che intercettazioni telefoniche sono possibili solo per reati di particolare gravità e possono essere autorizzate soltanto quando risultino “assolutamente indispensabili ai fini della prosecuzione delle indagini” (e quindi non per il loro avvio) e solo quando le indagini già avviate abbiano fatti emergere “gravi indizi di reato”; si tratta quindi di un mezzo di indagine, cui può farsi ricorso solo quando non è possibile che l'indagine prosegua con mezzi indagativi diversi. RICHIAMOOPPORTUNO Difficile è però negare che la concreta prassi applicativa sia ben più lassista, per cui un richiamo da parte del Csm ad una più attenta osservanza della legge sarebbe indubbiamente opportuno. A ciò si aggiunga che molti degli inconvenienti lamentati attengono alla pubblicazione sulla stampa di brani di conversazioni telefoniche, molto incisive dalla riservatezza personale, ma che nulla adducono a sostegno della ipotesi criminosa, in vista del cui accertamento l'intercettazione è stata disposta. Sul punto se pure è auspicabile un criterio di self restraint da parte degli organi di informazione, le sanzioni pur previste in varie iniziative legislative, appaiono scarsamente in linea con il principio di libertà di informazione anch'esso costituzionalmente garantito dall'articolo 21 della Costituzione. Ancora una volta si è in presenza di problemi ovviabili da una autorità giudiziaria più avvertita delle esigenze di contenere solo nei limiti della effettiva necessità le limitazioni di fondamentali libertà, valorizzando un testo normativo, secondo cui nel verbale che accompagna la registrazione il contenuto delle comunicazioni intercettate può essere trascritto anche sommariamente. È di tutta evidenza che la sommarietà della trascrizione ben potrebbe escludere che della stessa facciano parte brani di conversazioni fortemente lesivi del diritto alla riservatezza degli intercettati e insieme abbastanza inconcludenti ai fini della prova della commissione dei reati, per cui si procede; una limitazione che ben potrebbe avvenire per iniziativa del pubblico ministero, sia preventivamente mediante opportune direttive agli agenti di polizia giudiziaria incaricati della trascrizione, sia forse anche successivamente, avendo il pubblico ministero cinque giorni di tempo per il deposito in segreteria di verbali e registrazioni, una volta che gli stessi gli vengono immediatamente trasmessi. INON INDAGATI Sicché già alla discovery potrebbe offrirsi un materiale opportunamente scremato, così contemperando l'utilità dell'eccezionale strumento indagativo con i diritti costituzionalmente garantiti a tutti gli intercettati (diretti, indiretti o occasionali), molti dei quali neppure indagati. Si è quindi in presenza non tanto di carenze normative meritevoli di riforma, quanto piuttosto di disattenzione e sciatteria nell'applicazione della legislazione vigente, sicchè ad essere chiamata in campo è ancora una volta la capacità di autolimite di una magistratura, che senza rinunziare ad alcuna delle sue prerogative voglia davvero impegnarsi a realizzare nell'interesse generale un ordine migliore delle cose. . . . Ad essere chiamata in campo è ancora una volta la capacità di limitarsi della magistratura Intercettazioni, basta l'intervento del Csm Il Presidente del Consiglio Mario Monti a Villa Pamphilj in una immagine di repertorio FOTO DI SAMANTHA ZUCCHI/ANSA Avrebbe ammesso di aver incontrato Berlusconi e di avergli riferito di essere latore di un messaggio da parte di Valter Lavitola. Una delle poche risposte al giudice, poi tutto è stato rinviato a un altro appuntamento con i magistrati, quando l'indagato avrà avuto modo di leggere approfonditamente le accuse contenenute nell'ordinanza. È stato di breve durata l'interrogatorio di garanzia, davanti al gip Pietro Carola, di Carmelo Pintabona, arrestato venerdì per concorso in estorsione ai danni dell'ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. La stessa accusa contestata in una nuova ordinanza di custodia notificata ieri a Poggioreale all'ex direttore de L'Avanti Valter Lavitola, già detenuto nell'ambito dell'inchiesta sui finanziamenti all'editoria e sulla corruzione internazionale. Pintabona, presidente di Federazione associazioni siciliane in Sud America ed esponente dell'Mpa, il movimento autonomista, è stato ascoltato nel carcere napoletano di Secondigliano dove è detenuto da venerdì sera. Ha risposto solo ad alcune domande preliminari, annunciando di avere comunque intenzione di offrire spiegazioni ai magistrati. Ed ha sottolineato che il rinvio gli è necessario dovendo egli leggere nei dettagli le 60 pagine del provvedimento restrittivo, che lo indicano nel ruolo di «trait d'union» tra Lavitola e l'ex premier. Per gli inquirenti, avrebbe partecipato al presunto ricatto ordito da Lavitola ai danni del Cavaliere. L'ex direttore dell'Avanti, secondo l'accusa, chiedeva soldi al premier minacciando di fare rivelazioni che avrebbero danneggiato il Cavaliere (in particolare sulla vicenda delle escort procurate dall'imprenditore Gianpaolo Tarantini). ICINQUE MILIONI Una richiesta di cinque milioni di euro. Parte di quei soldi Berlusconi li ha davvero versati o si è trattato solo di un tentativo di estorsione? Nell'ordinanza di custodia i magistrati contestano l'estorsione consumata ma le indagini per definire i termini della questione sono ancora lontane dalla conclusione. Pintabona potrebbe entrare nei particolari della vicenda martedì prossimo quando si recheranno in carcere per un interrogatorio investigativo i pm Francesco Curcio, Vincenzo Piscitelli e Henry John Woodcock. Intanto è stato fissato l'interrogatorio di garanzia di Lavitola: difeso dall'avvocato Gaetano Balice, sarà ascoltato dal gip lunedì mattina. ILEGALI DELCAV Sulla inchiesta sono intervenuti intanto i legali di Berlusconi. «In relazione agli articoli concernenti un' ipotesi estorsiva commessa ai danni del Presidente Berlusconi, si deve precisare che mai alcuna somma è stata erogata al dott. Lavitola o a suoi incaricati. Del resto non vi era alcun motivo per farlo non essendovi il benchè minimo argomento con il quale Lavitola potesse esercitare pressioni nei confronti del Presidente Berlusconi», hanno dichiarato l'avvocato Piero Longo e l'avvocato Niccolò Ghedini. «Desta altresì grande stupore - hanno aggiunto gli avvocati - l'ipotesi di indagare l'avvocato Sammarco che proprio a tenore di quanto si legge, si sarebbe limitato a esercitare i poteri e i doveri di difensore. Infine non si può non rilevare ancora una volta come sia comunque incomprensibile che di tali vicende si possa ritenere competente territorialmente la Procura di Napoli». GIOVANNIPELLEGRINO L'INTERVENTO Èlecitodubitarecheuna riformacosìdelicatapossa esserevarata incampagna elettorale:meglioelaborare criteriapplicativiche limitinoeccessiedistorsioni Pintabona: sì, incontrai il Cav ROMA Nota dei legali dell'ex premier: niente soldi a Lavitola Interrogato l'esponente Mpa: portai messaggio da Panama SEGUEDALLAPRIMA . . . La legislazione vigente contiene già garanzie per l'attuazione del precetto costituzionale domenica 5 agosto 2012 7
Dioèmorto Storia di un trasloco e di una luna che parla Andrea Satta Musicista e scrittore TRASLOCO: POCHI CHILOMETRI, MA È ILDELIRIO COME SE FOSSERO MILLE. LA CITTÀTORRIDAEVUOTAè il mio sfondo. Me ne vado in una casa (ancora) piccola, ma col terrazzo, io che non avevo il sole altro che al solstizio d'estate (per qualche minuto), quando s'infilava fra il civico 31 e il 33. Poi eclissi di cemento e addio all'anno che verrà. Così fan tutti, così ho fatto pure io, una cosetta in permuta, un mutuo a vita per il valore dell'affitto e la banca gozzoviglia. Una casa pagata, negli ultimi rantoli della lira, 90 milioni, oggi vale 300 mila euro. L'Italia si è arricchita anche così, si può dire? Per l'ultima notte mi sono trovato in camera la luce della luna piena senza preavviso, non credevo sarebbe riuscita a fare slalom fra i palazzi. Campeggiava nel cielo e nell'afa, un leggero alone di malinconia … «se tu mi avessi chiamato prima … non sapevo che te ne volevi andare» e io «sei tu che non ti sei fatta mai vedere… ». Misure: il metro in tasca anche se vado a pisciare, pacchi di flashback dappertutto, le mie storie con lei, le mie storie prima di lei, l'infinito passato, il participio presente, il ciuccio di Geo mummificato dietro l'armadio. Non so proprio dove fosse tutto quello che ho visto nel pianerottolo, non saprei spiegare i carica-batterie, gli auricolari rotti, (tutti diversi uno dall'altro, originali, commerciali), le carcasse di cellulari e di computer ingialliti, un bouquet di telecomandi senza più bersaglio, dei regali ancora nel cellophane, le foto… «Qui dov'ero? Qui dov'era? Lei chi era…?» Quindi, la piccola ditta «Traslochi Veloci»: spaziali, frenetici, imballano, scocciano, sollevano, caricano. Non so dove vadano i miei pensieri, avevo un codice, dei segnali, avevo preso le misure. La casa adesso è vuota, le parole non hanno faccia, canta struggente solo lo stampo dei quadri appesi, le vignette di Staino sono sparite, bussa urgente altra gente. C'è sempre qualcuno che ti asfalta alle spalle. Lascio uno stendino per i panni e un vecchio tappeto di fronte ai cassonetti, sarebbe da chiamare l'Azienda per smaltire, ma io so che qui «la differenziata» è la vita. Pochi istanti e si affaccia un barbone, è straniero, mugugna qualcosa, fruga, raccatta i miei scarti, ringrazia: io mi ci sento male. Davanti alla nuova casa, trasloca anche una famiglia africana, lei, rasta e succinta, trascina stremata un materasso lercio. Un occhio nella loro casa-stanza: non c'è finestra, all'aria provvede solo la porta in ferro, spuntano quattro marmocchi vocianti e un uomo in canottiera con l'anguria in mano. Vanno via mentre io arrivo qui da proletario occidentale. Eppure sono «bio», eppure riutilizzo e riparo, eppure non inseguo le mode, ma non basta. Luigi Cancrini Psichiatra e psicoterapeuta ViaOstiense,131/L 00154 Roma lettere@unita.it Liquiditàva benema conunpiano Gli investimenti pubblici con redditività inferiore al costo del denaro, non riuscendo a rimborsare integralmente gli interessi ed il capitale dei prestiti che li hanno resi possibili, generano un effetto valanga e l'indebitamento cresce sempre di più, scadenza dopo scadenza. La nuova liquidità, che si spera giunga all'Italia tramite le istituzioni europee, se verrà immessa nel mercato senza un piano strategico, rischia di creare una ulteriore spinta all'inflazione che è la peggiore delle tassazioni perchè danneggia soprattutto i lavoratori ed i pensionati il cui reddito segue solo in minima parte l'andamento dell'inflazione. AscanioDeSanctis Andreottièancora senatorea vita Cara Unità, traendo spunto dalla fine delle indagini sulla cosiddetta trattiva tra Stato e mafia, riflettevo sul fatto che, nonostante sia stato accertato con sentenza definitiva il concorso esterno in associazione mafiosa di Giulio Andreotti sino al 1980 (anche se poi dichiaratane la prescrizione), nessuno ha chiesto, né i partiti né gli organi di stampa, quel che in ogni altra nazione democratica sarebbe stato semplicemente ovvio, e cioè la rinuncia al suo ruolo di senatore a vita (posto che è discutibile che il Presidente della Repubblica possa revocare una tale nomina). Ed è una vergogna per il nostro Paese che in Senato possa ricoprire una tale carica una persona di cui è stata accertata una tale resonsabilità. LorisParpinel Il concetto dinatura econtro natura Mi è consentito dissentire dalla lettera dal titolo “Secondo natura e contro natura” firmata da Francesca Ribeiro pubblicata su l'Unità di sabato? La Natura ha due comandamenti: conservazione dell'individuo e conservazione della specie. L'animale che le viola, piaccia o no, si estingue! Questo accadrebbe se tutte le coppie fossero omosessuali (o obbligate al celibato come i preti, anche quello è altrettanto contro natura, perché nessuno lo nota?) Ciò non significa affatto che non debbano essere tutelate le coppie di persone maggiorenni e consenzienti, ma è insulso parlare di matrimonio. FaustoDesalvo Pdcon Sel?Bene A Roma la festa di Sel è stata fatta sul lato sinistro di via Caracalla, quella del Pd nel lato destro... Non solo dobbiamo essere contenti di questa unione, anzi invito i compagni della FedS di continuare la collaborazione con SeL e di supportare il dialogo di Cesare Salvi con Vendola e con lo stesso Bersani. Tuttavia è lecito domandarsi sull'alleanza con l'Udc. Casini si è detto contrario ai matrimoni gay, ma anche detto che è giusto riconoscere i diritti alle coppie di fatto. Questa affermazione va vista come una vittoria dei laici e non come un compromesso al ribasso. TeobaldoDiProvins IlPaese inpiedi Il governo si rifà vivo a Bologna per l'anniversario della più efferata strage fascista del dopoguerra, da qualche anno non ci andava nessuno. Ai festeggiamenti del 25 Aprile ci fu l'ottimo discorso di Mario Monti, ricordiamo che i Governi di Silvio non commemoravano questa ricorrenza, una volta lo Statista di Arcore non ci andò perché gli faceva male una mano. Dico io, se non ti piace il 25 Aprile che è la Liberazione dal fascismo e cioè una commemorazione ufficiale dello Stato, allora non fai il premier ma vai a fare il geometra al catasto e soprattutto non cerchi di trasformare il 25 Aprile in una scampagnata a “tarallucci e vino” e “volemose bene”. Il governo di Supermario è un governo che governa, nessuno può negare che si danno da fare, lo spread è alto ma il Paese è ancora in piedi. Silvio ÈCERTAMENTE UNABUONA IDEA,E UNANECESSITÀ, PERIL PD COINVOLGERE L'ITALIA CIVICA – CHE POI SONO LE TANTEITALIEDIUNIMPEGNOPOLITICO-SOCIALECHEFORTUNATAMENTENONVIENEMENO,nonostante la sfiducia nei partiti e nella forme tradizionali della rappresentanza – , quell'Italia, che ha a cuore le sorti del Paese, nel prossimo decisivo appuntamento elettorale delle politiche; non solo per «vincere» le elezioni, ma per affrontare con qualche possibilità di successo la posta in gioco della «governabilità» del Paese nella prossima legislatura. Che, ormai è chiaro, è una governabilità che non può più risolversi nelle mura domestiche: troppo forte è il vincolo esterno degli scenari economici e politici della globalizzazione, e troppo stringente la necessità di un concerto europeo sempre più riconoscibile per questa governabilità. È in gioco il futuro dell'Italia, e questa volta non si fa per dire. La crisi economico-finanziaria delle democrazie liberali occidentali, le società del welfare, è un dato di lungo-medio periodo, e uscirne (perché non sia un dato irreversibile tout court) non è solo affare di una politica per altro in crisi, ma della società nel suo complesso, che deve credere in se stessa e nell'utilità indispensabile del proprio impegno. È meno certo che sia una buona idea che questo coinvolgimento, intorno al Pd, il vero perno di resistenza del sistema democratico della rappresentanza in Italia, avvenga e sia promosso tramite un «partito dei sindaci». Intanto perché la società e il «voto», cioè la partecipazione, da riportare alla politica non è tanto quello che si è raccolto attorno ai sindaci, che sia pure nella specificità delle articolazioni locali, è una partecipazione politica già acquisita, sia pure da confermare, alla struttura della rappresentanza tradizionale, ma altre due «società»: la società del disimpegno dalla politica, che si rifugia nell'astensionismo, e la società dell'indignazione, che opziona soluzioni populistiche per dar voce alle sue istanze, non poche per altro ampiamente giustificate. Per farsi affiancare, rimotivandole, da queste due società, che sono la vera posta in gioco, è necessario un dialogo aperto e franco sulle ragioni politiche della loro demotivazione o della loro indignazione, riuscendo anche a trasmettere il messaggio che il voto «utile» alle loro ragioni non passa per nuovi e vecchi profeti, tutti falsi, del populismo. Ben venga dunque il dialogo con associazioni, movimenti, società civile. Il partito dei sindaci rappresenterebbe una soluzione ancora una volta «politicista», più legata a un problema di ristrutturazione interna della rappresentanza politica che già c'è sul terreno, che ad un suo allargamento democratico. Anzi, a mio avviso, peggiorerebbe il già non brillante stato di salute della rappresentanza politica strutturata, aggiungendovi un ulteriore elemento di destrutturazione sistemica, di frammentismo politico. Finirebbe per essere una sorta di corporativizzazione delle autonomie locali, pezzi di Anci, l'associazione nazionale dei comuni italiani, che anziché concentrarsi sull'amministrazione locale finirebbero per dare la sensazione di avere il problema di come andare in parlamento, e di chi mandarvi del ceto politico locale. Si correrebbe il rischio, più che di rimotivare al voto l'Italia delusa, il voto «civico» che manca, di frammentare, mobilitandolo per una rappresentanza politica «diretta», il voto già espresso e magari organizzato (anche troppo, soprattutto al Sud) attorno agli interessi (e alla spesa) municipale. Più che sindaci impegnati a farsi deputati o ministri, facendo «quotare» al borsino delle elezioni «quanto hanno portato», o a promuovere deputati fidelizzati alle loro ragioni locali, abbiamo bisogno di sindaci – cui per altro i partiti hanno offerto il loro sostegno nell'elezione diretta – che spendano la loro autorevolezza presso i cittadini amministrati per indirizzarne il voto a chi offre all'Italia nel suo complesso la proposta politica più credibile per affrontare la sfida della crisi economica e sociale. Dove è non poca parte la crisi delle autonomie locali, strette tra la necessità di offrire servizi decenti e di dover gestire bilanci sempre più magri. Perché la politica contribuisca a risolvere la crisi della democrazia rappresentativa, che ha ragioni ampie, diversificate e strutturali, e ad allontanare le sirene populiste, c'è bisogno, anche, che nel sistema della rappresentanza si torni ad una riconoscibile «etica del mandato», che, al netto dell'onestà personale e della capacità, è la consapevolezza che si fa bene solo una cosa alla volta, e che troppe parti sulla scena, amministratori e leader politici, è difficile «rappresentare» con successo. COMUNITÀ Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 La tiratura del 4 agosto 2012 è stata di 96.550 copie L'Italia e i Paesi più colpiti non possono aspettare i tempi di altri Paesi oggi più solidi. Per una fase economica l'Italia non potrà compensare i sacrifici con i proventi della ripresa, perché non ci sarà. Certo, il governatore Visco deve infondere fiducia, ma dubito che sia convinto che stando così le cose nel 2013 inizierà la risalita. Arrivare a un sistema bancario con regole europee può aiutare, ma il tira e molla sulla Tobin tax conferma che siamo ben lontani da un sistema europeo di regole per metttere sotto controllo i mercati finanziari e i loro prodotti tossici. ALFIEROGRANDI La difficoltà è politica. L'Europa ha sì un Parlamento ma il potere di decidere è rimasto ai governi dei singoli Stati che non riescono ad accordarsi fra loro semplicemente perché hanno interessi diversi fra loro. Osservato da questo punto di vista il tema della Tobin tax, la tassa sule rendite finanziarie, è esemplare perché la Tobin tax non piace ai «mercati» e perché il gioco dei mercati oggi favorisce gli Stati più forti che non hanno nessuna voglia di confrontarsi con loro. Questo è d'altra parte il capitalismo selvaggio di oggi, lo scontro fra un mondo economico organizzato a livello transnazionale e un mondo politico reso più debole o totalmente impotente dalla sua incapacità o impossibilità di mettere in campo strategie comuni. Le volontà dei singoli rischiano di contare assai poco in queste condizioni se non si passerà a uno sforzo di rifondazione politica dell'Europa, a un rilancio forte delle idealità da cui si era partiti al tempo del manifesto di Ventotene e il programma di governo della nostra sinistra dovrebbe forse essere più incisivo (o più aggressivo) su questo punto. Chiarendo agli elettori che dalla crisi si esce solo aumentando con appositi strumenti la coesione politica dell'Europa di cui siamo parte: integrante e significativa e tuttavia parte. Nel bene e nel male, sapendo che lo strapotere dei mercati, della speculazione e della organizzazioni criminali si può combattere solo così: con il ritorno della Politica al ruolo che le spetta. Dialoghi Serve un'Europa politica L'intervento Partito dei sindaci: il rischio di soluzioni politiciste Eugenio Mazzarella Deputato Pd CaraUnità 18 domenica 5 agosto 2012
In una piccola lista di esseri umani che dal Dopoguerra ad oggi in Italia hanno modificato la realtà, in senso gioioso, liberatorio, Renato Nicolini ha il suo posto in prima fila. Ne vedo pochi altri, con lui: Renato sta accanto a Franco Basaglia, e la lista è finita. Non è poco, comunque, per un Paese in cui ogni modifica, ogni spostamento reale della materia, ogni ipotesi di riforma concreta è guardata con diffidenza, bollata come arbitraria interferenza nell'ordine delle cose. Non è poco se si pensa che oltre al made in Italy abbiamo esportato nel mondo esattamente la cultura dell'Estate Romana e la legge 180 con cui gli ospedali psichiatrici sono stati finalmente chiusi. Renato è morto a 70 anni e muoiono tutti troppo presto: è un fatto. L'altro fatto è che mentre se ne vanno non “disturbano” nessuno, approfittando veloci del passaggio di una scheggia spazio-temporale che li separerà dalla scena di cui sono stati protagonisti. Si ricorda, ad esempio, non da oggi con ferma convinzione che Renato Nicolini è stato il creatore dell'Estate Romana. E cioè di quel processo da tempo riassunto da una serie di ben fondate sintesi che recitano, più o meno: «Fu la reinvenzione del concetto di città», «Meraviglioso antidoto al clima degli anni di piombo», «Formidabile programma culturale che spostò gli accenti nella vita di milioni di cittadini». Questo è lo “standard”, ma lo standard, come tutte le semplificazioni, non dice tutta la verità, che in questo caso è più grande e bellissima: noi, italiani, destra sinistra centro, senza la sua esperienza, non saremmo quel che siamo oggi. Molte nostre azioni avrebbero raggio e senso diversi, alcuni nostri pensieri, molte nostre percezioni non sarebbero le stesse se Renato Nicolini non ci avesse accompagnati alla finestra, e una volta spalancata - sulle rovine di Caracalla - non ci avesse suggerito: il sogno più bello è quello che non hai ancora fatto, guardati dai tuoi sogni di sempre perché facilmente te li hanno iniettati, quindi mettiti al lavoro, conquistati la tua realtà, non c'è sogno più forte. UNALLEGRO MALINCONICO Renato Nicolini era un allegro-malinconico sovversivo che è riuscito a mettere in pratica la sovversione più mite e gioiosa che la vicenda politico-culturale del nostro paese possa annotare. Come Franco Basaglia spalancò le porte del nostro immenso Manicomio Quotidiano, allora sbarrato da altre sanguinose tensioni, e fece tornare milioni di reclusi, standardizzati e isolati, ad una dimensione oggi come allora demonizzata dal merchandising, dal financing, dal successo, dal potere: insieme si può fare, insieme è meglio, insieme è gioia. Estate Romana o Primavera di liberazione? Squilli di rivolta, quelli di Renato Nicolini, mentre traballavano i vecchi ordini delle cose e una nuova coscienza globale iniziava a incrinarne la violenta solidità. Estate Romana: qualcosa accadeva nelle piazze, fosse musica-teatro-cinema-happening-poesia, organizzava zolle di caos urbano senza mortificarne l'anarchica, indispensabile spontanea mobilità. Le offriva invece un senso collettivo, non aggressivo, come fosse un incrocio perenne aperto e disponibile, un motore di igiene mentale di massa, propulsore di creatività che evadeva, per la prima volta on the road, il precetto del controllo sociale. Oggi molte piazze d'Italia si chiedono come affrontare la frizione tra i centri storici e le masse di ragazzi che popolano mille movide. E riaffiorano vecchi grimaldelli repressivi: i soli, pare, in grado di garantire non tanto la pace degli abitanti dei centri o men che meno la libertà “gasata” di ragazzi ai quali la vita promette dolori senza prospettive, quanto piuttosto il controllo della situazione; da lì, si pensa come in un conato compulsivo, viene il consenso e cioè, di nuovo, il potere. Conviene tornare alla strada percorsa da Renato Nicolini quando la sinistra - a Roma con Argan e Petroselli sindaci - era in grado di sposare l'«azzardo», l'«effimero teppismo» di quell'architetto geniale, spesso sopra le righe, intellettualmente rigoroso, lieve e sorprendente come Linus Van Pelt, l'ineffabile eroe di Schultz. Senza quel retroterra culturale, senza quella sinistra spugnosa, capace di assorbire il pensiero critico che sale sempre dal basso, coraggiosa, ispirata, vitale, Renato Nicolini non avrebbe avuto modo di esprimersi. E questa è un'altra verità alla quale proprio Renato teneva molto, perché, oltre a essere onesto e pulito come un panno steso all'aria dopo il bucato, era un compagno, un originale compagno a-sistemico che tuttavia rispettava i sistemi e il Pci era davvero un sistema da rispettare. Ora, se permettete, riferisco le ultime cose che ci siamo detti al telefono poche ore prima che si facesse portar via da quella scheggia spazio-temporale. Lo devo a Renato, che, con la sua compagna Marilù, è stato negli ultimi quindici anni uno dei miei più grandi amici, e alle persone coinvolte in questa “trascrizione” mai passata agli atti. C'è una notizia tra le virgolette. «Renato, com'è?», «Insomma... ora respiro meglio... anche se il polmone va peggio, non so... ma tu vai su?» «Sì, tu?» «Vediamo come sto, ma ci vediamo qui o lì, no?» «Ovvio, meglio se salite, è più fresco a Merano», «Merano che voglia di tornare... sì dai, senti ma che succede, mi pare che fuori vada meglio, no?» «La politica?» «Sì, la politica. I nostri amici mi pare dicano cose giuste, anche Bersani...», «che novità, Renato! Ne parli bene...», «No-no, quale “bene”! Entusiasmo, Toni, entusiasmo, da giorni non ne sbaglia una e non gliele dà vinte a nessuno dei suoi che lo strattonano sulla legge elettorale e sul resto, e io sono entusiasta... Poi vedremo ma intanto è così... Baci, compagno». Detto da chi con la dirigenza del Partito democratico era sempre stato implacabile son rimasto senza fiato. Baci, compagno, immagino che il dolore poi passi. Ma chennesò. «Mio padre era un'artista prestato alla politica. Attraverso essa ha cominciato a fare cultura». È così che il figlio Simone ha ricordato il padre Renato Nicolini, scomparso ieri a Roma. Aveva solo 70 anni. Assessore alla cultura del Comune di Roma tra la fine degli anni `70 e l`inizio degli anni `80 è stato il geniale inventore dell'Estate Romana. «Era un uomo che aveva la capacità di instillare negli altri il germe del bello» aggiunge il figlio che ricorda come suo padre fosse riuscito «ad attirare a sè senza snobismo le forme più pure della cultura e a far rinascere la città in un momento molto cupo». Quindi, con amarezza, osserva come «le persone che hanno lavorato con lui, dal teatro d'avanguardia, alla musica alla poesia, siano state marginalizzate dopo di lui». Non solo. Nel giorno del commiato e degli elogi che arrivano da ogni parte, lancia la sua accusa. «È imperdonabile che Roma abbia perso 20 anni di Renato Nicolini. Mio padre doveva e poteva essere sfruttato meglio dalle risorse politiche della città». Lo afferma ricordando l'ultima sua sfida politica, quella candidatura a sindaco di Roma avanzata nel 1993 come indipendente da Rifondazione comunista. Una critica che può imbarazzare nel giorno degli elogi trasversali per l'uomo di cultura geniale e per il politico coraggioso e innovatore, sul quale è pesata l'accusa di inventore dell'effimero. Una categoria stretta e ingiusta. Lo sottolinea l'ex sindaco Walter Veltroni. «Quelle estati romane preziose e importanti per quella idea di città aperta e di cultura, capace di parlare a tutti» ha sottolineato «lasciano un segno importante, una idea della cultura e della città frutto della sua intelligenza e di una straordinaria esperienza fatta insieme ad Argan e Petroselli dalle prime amministrazioni di sinistra di Roma». Per poi ricordare come «quella idea di cultura sia stata una risposta straordinaria a chi, negli anni di piombo, voleva che vincesse la paura, che la gente restasse chiusa in casa». «Non c´è nulla di effimero in questo». E Rutelli, l'altro sindaco di centrosinistra,ne ricorda «le innovazioni» che hanno «segnato uno strappo culturale e civile nel sonno e negli incubi di fine anni ‘70». Piovono gli omaggi, dal leader di Sel, Nichi Vendola a quello di Rifondazione, Paolo Ferrero. Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani sottolinea come l'esperienza dell'Estate romana «arricchì la città e, in anni difficili, segnati dal terrorismo, aiutò i cittadini di Roma a riprendere spazi di libertà». Il suo fu «un esempio che si moltiplicò e che fu ripreso dalle amministrazioni di altre città». Fu «uomo lieve ma forte, solido nei suoi convincimenti» conclude sottolineando come abbia insegnato che «la buona politica si fa perseguendo un`idea di servizio alla comunità». Ha inviato un messaggio alla famiglia anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ricordando come Nicolini «seppe esprimere la sua vocazione culturale e passione politica, strettamente e originalmente unendole, prima nell'attività di brillante assessore al Comune di Roma, e poi nell'intensa attività parlamentare». Ne ricorda la «genialità e il coraggio» Giulia Rodano, responsabile nazionale Cultura di Italia dei Valori che sottolinea come «tentò e vinse la sfida di portare nelle piazze i capolavori del cinema, del teatro e della letteratura, restituendo vita e coraggio a una Roma attaccata dal terrorismo e dalla violenza». Per il responsabile culturale del Pd, Matteo Orfini «dimostrò che tra cultura e qualità della democrazia e dello sviluppo c'è un intreccio indissolubile». Il senatore Vincenzo Vita ricorda il suo Il dolore del figlio: un genio dimenticato per 20 anni È morto ieri all'età di 70 anni. Architetto, come assessore alla Cultura inventò l'Estate romana Fu deputato con Pci e Pds, «originale compagno a-sistemico che tuttavia rispettava i sistemi» LAMORTEDINICOLINI TONIJOP . . . Veltroni: negli anni bui del terrorismo grazie a lui i romani tornarono a vivere la città Addio Renato l'uomo che reinventò Roma ROBERTOMONTEFORTE rmonteforte@unita.it Renato Nicolini in una foto di pochi anni fa FOTO FABIO CAMPANA/ANSA Il riconoscimento bipartisan per l'inventore dell'Estate romana Napolitano: cultura e passione politica 10 domenica 5 agosto 2012
Bisogna immaginare questo ra-gazzo colto e raffinato, conl'aria un po' dandy, che si confronta, collabora e lavora a fianco di un funzionario del Pci di grande sensibilità umana e sociale, ma tetragono come Paolo Petroselli. Renato Nicolini aveva questa grandissima capacità: far coesistere e tenere assieme persone, idee, progetti diversi e perfino lontani tra loro». Alberto Abruzzese, ricorda quel lontano 1976, anno in cui sale in Campidoglio la prima giunta rossa capitolina con sindaco Petroselli. Nicolini, che ancora in queste ultime settimane era al lavoro per un progetto per la prossima Festa del Cinema di Roma (un viaggio nelle trasformazioni urbanistiche di Roma attraverso immagini da film e dagli archivi), di quella giunta è assessore alla Cultura e trasforma il suo mandato in un laboratorio d'idee: «L'estate romana - continua Abruzzese -, l'effimero, una nuova concezione del rapporto con la città nascono in gruppo, con Simone Carella, per il teatro e la poesia, Bruno Restuccia, Enzo Ungari, Gianni Romoli per il cinema e tra gli altri anche me. Gente diversissima, tenuta insieme da Renato con grande abilità». Abruzzese di quel gruppo è considerato il teorico e perciò l'inventore della definizione di “effimero” per caratterizzare la nuova stagione: «Era un'idea anti tradizionale di attività culturale e voleva rivolgersi anche alle masse, ma non in senso indiscriminato». Il termine “effimero” diede origine a molte polemiche, ma oggi rischia di essere frainteso con quel che resta dell'Estate romana, vale a dire una serie di piccoli spettacoli e vario intrattenimento. «I grandi eventi, dalla poesia a Castel Porziano alle proiezioni cinematografiche sotto l'arco di Costantino di fronte al Colosseo, dovevano trascinare a Roma, nel centro della città, gente dalle periferie, e dovevano ripopolare la notte». Per mettere a fuoco il progetto occorre considerare che la giunta di Petroselli s'insedia nel 1976, e nell'autunno arrivano i tentativi di autoriduzione del biglietto del cinema alle sale Adriano a Reale: sono le avvisaglie del movimento del '77, della occupazione dell'Università, degli scontri violentissimi con le forze dell'ordine, e proprio l'estate successiva nasce l'Estate romana il cui fiore all'occhiello e il cinema a Massenzio, gratis dopo le 10 di sera. «È indubbio che nella sensibilità di Nicolini - spiega ancora il sociologo c'era l'idea di sostituire a un conflitto fisico la rappresentazione di un conflitto. Ma il cinema per lui era soprattutto il luogo privilegiato di un immaginario interclassista. Era una idea per molti versi innovativa, e in certo modo il presagio dell'orgia di film che si riversa sull'Italia con l'avvento delle televisioni private». Era quello che poi venne definito l'immaginario collettivo, tuttavia Massenzio s'inaugura con “Senso” di Luchino Visconti, non proprio una pellicola commerciale: «Sì, ma poi c'erano le maratone dei film del “Pianeta delle scimmie” e la cosa disturbava una visione di culto tipica dei cinefili. Questo era il tratto innovativo di quella Estate romana: essere antiaccademica ma anche contro i simulacri di una cultura che oggi definiremmo ideologica». Altra grande passione di Nicolini era il teatro: «Carmelo Bene, Peter Brook, Memé Perlini vengono portati a fare i loro spettacoli all'aperto, come si vede un'idea di teatro tutt'altro che tradizionale. Nicolini era molto fantasioso, cosa che si rifletteva nel suo modo di parlare anche in occasioni ufficiali all'apparenza un po' a braccio, ma dietro c'erano idee molto precise». Quando arrivò il Living Theatre, che invitava il pubblico a partecipare allo spettacolo facendogli interpretare dei ruoli, ecco l'assessore Nicolini che all'impronta sale sul palco per vestire i panni con altri spettatori di un gruppo di anarchici. Di recente lamentava una sua esclusione, una sorta di «damnatio memoriae», durante le ultime giunte di sinistra a Roma: «È uno dei tanti episodi della dissipazione dei cervelli operata dal Pci e dai suoi eredi. D'altra parte l'Estate romana era un duro colpo alla cultura catto-comunista». ILCOLLOQUIO ILRICORDO GIANNIBORGNA LASCHEDA recente intervento al Teatro Valle di Roma occupato. «Un po' affaticato, ma sempre geniale indicava una strada per governare la cultura come un bene comune». Gli rende omaggio il presidente della Provincia di Roma, Zingaretti e la presidente della Regione Lazio, Renata Polverini. Ha parole di riconoscimento anche il sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Lo definisce «una delle persone più creative della recente storia politica e culturale di Roma». «È stato per tutti un maestro di come si porta la cultura in mezzo alla gente e di come la cultura può alimentare l'anima e l'identità di una città». Con lui vi è stato «l'innesto della fantasia e della cultura nella gestione della città» ha osservato il capogruppo Pdl alla Camera, Cicchitto. SEGUEDALLAPRIMA Renato non era stato solo un assessore fantasioso e creativo ma l'assessore alla cultura con la maiuscola, quello che s'era inventato quel ruolo. E così a un giornalista che mi chiese: «Cosa salverebbe dell'Estate Romana», risposi di getto: «Io salverei tutto. Intendo rendere un formale omaggio a Renato Nicolini e ho già detto che ogni paragone con lui è improprio… Ora, con la possibilità che la sinistra vada al governo, Nicolini può fare molto per la cultura del nostro Paese». La sinistra, invece, al governo non andò, almeno in quel momento, né è così certo che l'avrebbe chiamato a un ruolo di primo piano, ma Renato continuò la sua battaglia politica e culturale con il suo solito estro. In Campidoglio, poi a Napoli, dove Antonio Bassolino lo nominò per un breve periodo assessore di quella città, poi ancora a Roma, dove Rutelli ed io lo chiamammo alla fine del 1997 a svolgere il ruolo di presidente della nuova azienda comunale Palaexpo, che, oltre a dirigere il Palazzo delle Esposizioni, aveva il compito di promuovere molte altre iniziative. A me è sempre stato chiaro che, se Renato non avesse deciso di contrapporsi a Rutelli nella corsa a sindaco di Roma, all'assessorato di Piazza Campitelli quasi certamente sarebbe tornato lui. Non so francamente perché lo fece. Forse perché gli piacevano le sfide estreme e un po' spericolate, forse perché l'assessore alla cultura l'aveva già fatto per dieci anni e aveva voglia di altre esperienze. Fatto sta che le cose andarono così e che io sentii sin dal primo momento tutta la responsabilità di dover non solo non deludere le attese ma di non far rimpiangere troppo il mio grande predecessore. In verità, dalle giunte di sinistra di Argan, Petroselli e Vetere alla giunta Rutelli erano passati quasi dieci anni, ma non a caso, pur essendoci stati da allora almeno cinque assessori, taluni anche meritevoli, per tutti l'assessore precedente era Nicolini. E dire che era arrivato a svolgere quel ruolo quasi per caso. Era stato eletto nel 1976 quando ancora la sua fama era legata essenzialmente ai suoi lavori di architetto, mentre nel partito comunista romano era un semplice segretario di sezione. Né anche in quel caso si pensò subito a lui per il ruolo di assessore alla cultura. Alla fine, quando ci si decise in questo senso, ricordo l'incredulità di Renato e la richiesta di aiuto che rivolse a noi giovani della Fgci (con me c'erano allora, tra gli altri, Bettini e Veltroni) e alla commissione culturale del partito. Quante volte in seguito abbiamo riso insieme nel ricordare come da quella commissione non gli venne, invece, nessun consiglio, tanto che a un certo punto decise di fare di testa sua, dando ascolto a un gruppo di cinefili estrosi e spericolati quasi quanto lui che gli proponevano una eccentrica iniziativa che poi, con i dovuti aggiustamenti, divenne la celebre Massenzio. Che io stesso infatti, dopo dieci anni di letargo, rilanciai prima sul colle del Celio poi a Piazza del Popolo e infine (quando la sovrintendenza archeologica ce lo permise) di nuovo all'interno della storica basilica, prima di tutto come omaggio a tutto ciò che Renato aveva rappresentato. Naturalmente, anche per non cadere nella trappola della contrapposizione tra effimero e permanente, andammo oltre quella esperienza, lavorando non più solo sugli eventi ma anche e soprattutto sulle strutture e sulla produzione culturale (l'Auditorium è il simbolo massimo di questo), senza però mai perdere l'aggancio con quella straordinaria stagione (Massenzio, il Napoleon al Colosseo, il festival dei poeti a Castelporziano), che aveva avuto non solo un merito culturale ma soprattutto (negli anni del terrorismo) un grande significato civile e politico. E proprio sul piano politico con Renato ho condiviso allora e in seguito tante battaglie, compresa quella di opporci allo scioglimento del Pci, non tanto perché non ne comprendessimo le ragioni, ma per il modo in cui ciò avvenne. Temevamo (e non credo avessimo torto) che, al di là del nome e del simbolo, si rischiasse di perdere quello che il Pci aveva rappresentato come comunità tesa a migliorare il proprio e l'altrui destino. Quando circa un mese fa ho incontrato Renato a Piazza del Pantheon e ho saputo da lui della sua malattia, il suo sorriso, la sua solita verve, mi avevano illuso che si potesse presto ristabilire per riprendere la sua battaglia. Non è stato così. Ma Renato lo ricorderò sempre e solo con quel sorriso, quella verve, quell'aria eternamente scanzonata. Sorriso scanzonato e un debole per le sfide impossibili L'utopiadiMassenzio Tuttonacque il25agostodel '77 RenatoNicoliniera nato aRoma il primomarzodel 1942. Laureato in architettura fu proprio conun grande studiosodi storia dell'arte,Giulio CarloArgan - primosindaconon democristianodella capitale -, che nel 1976 divenne assessore alla culturadelComunedi Roma, ruolo checontinuò aricoprire finoal 1985 anchecon i sindaci successivi, in amministrazionisempre di centrosinistra,LuigiPetroselli ed Ugo Vetere. Inquel decennioRoma diventad'estatequello chenon era maistata prima,una città attraversatadal cinema, che invade labasilicadi Massenzio, dallapoesia chedaCastelporziano arriva finoal ParcodeiDaini di VillaBorghese, con spettacolidi teatro instrada e persinoproiezioni di immagini in movimentochecambiano il volto alle facciatedi storici palazzie della periferia. «Laprimafase, Castelporziano, la basilicadiMassenzio, il teatro all'apertonelle vie delquartierePrati conPeterBrook e MemèPerlini, il successonel 1981 con il film NapoleondiAbel Gance»: sono i momentipiù importantiquella stagionemessi in fila dallo stesso Nicolini in una intervista diqualche annofa. L'Estate romana siaccese il 25 agostodel 1977con la proiezionea Massenziodi Sensodi Luchino Visconti,perchiudersi ametàanni 80 quando lepubbliche amministrazioni deciseroche nonera più il caso di spendere tantoper la cultura.Dall'83, per tre legislature fudeputato al Parlamentoprimanel Pcie poi nel 1992comeesponentedelPds. . . . Domani in Campidoglio la camera ardente nella Sala della Protomoteca . . . Appena eletto chiese aiuto alla commissione culturale del Pci ma non arrivarono consigli. Fece di testa sua... . . . Le sue iniziative avevano oltre a meriti culturali soprattutto un grande significato civile e politico AlbertoAbruzzese Parla il sociologo: «PerNicolini il cinema erasoprattutto il luogoprivilegiato diun immaginario interclassista» «Il suo effimero fu un modo di far vivere la cultura a tutti» Alcune immagini di Renato Nicolini tra la metà degli anni 70 e gli anni 90 Nella foto centrale Nicolini è con Ugo Vetere, all'epoca sindaco di Roma LUCADELFRÀ ROMA domenica 5 agosto 2012 11
Casini dice che non pensa di farsi «fare da Vendola l'esame del sangue», mentre Vendola spiega che lui e Casini stanno «lavorando a due prospettive diverse»: Pier Luigi Bersani non sembra preoccupato dai distinguo tra i due leader, a cui il Partito democratico si è rivolto per l'alternativa di governo nel dopo Monti. «Mi sembra che tutto nasca da un equivoco, perché qui nessuno ha proposto un'alleanza con Udc e Sel», risponde il segretario dando il via a questa intervista. Segretario,comegiudicalereazionialla Cartad'intenti delPd? «Dal mio punto di vista mi sembrano reazioni positive, come anche i primi incontri, a partire da Nichi Vendola e il Forum del Terzo settore hanno dimostrato. Nei prossimi giorni ne seguiranno altri, ma credo che la nostra iniziativa sia stata compresa». Vendolaèstatotra iprimiacondividere laCarta,malasuabaseèinrivolta,preccupatadaun'alleanzachevadaiprogressistiai moderati. «Credo che nel giro di poco tempo tutto si chiarirà perché mi sembra che alla base ci sia un equivoco comunicativo. Nessuno ha parlato di un'alleanza tra Bersani, Vendola e Casini. Questa è stata la vulgata ma la realtà è un'altra. Noi pensiamo ad un campo di democratici e progressisti, non solo tra i partiti ma con l'associazione i movimenti, rivolgendoci a tutte quelle forze che non accettano la deriva populista, di destra e anti-europeista, che sta sempre più prendendo piede. Ma è ovvio che sono tutti passaggi da verificare, che sta a noi progressisti organizzare il nostro campo e lanciare una proposta aperta, dopodiché l'organizzazione di questo centro moderato non tocca a noi». Avoi,ealeiinparticolare,spettaorganizzareleprimarie.Finoragliaspiranticandidati,oltrealei,sonoVendola,Renzi,TabaccieNencini.Nonpensachepossano indebolire il Pdanziché rafforzarlo? «Cerchiamo di tenere a mente il percorso. Prima si deve delimitare il campo sulla base di un confronto sui contenuti, poi si fissano regole e tempi per le candidature. Ragionevolmente potranno avvenire entro la fine dell'anno: lo stabiliremo insieme a chi parteciperà a questo percorso, non decido io da solo. Non ho mai pensato che le primarie possano essere un problema, sono una nostra cifra e, quando il confronto è alla luce del sole, ha una dimensione nazionale e mette al centro i temi del Paese, e non dei partiti, e se si fonda su principi e fondamenti programmatici essenziali condivisi, non deve destare preoccupazione». Eperlariformadellaleggeelettorale,invece, è preoccupato? Ogni volta che sembravicino l'accordosi ripartedazero. «Sono molto preoccupato perché vedo che di fronte ad una nostra chiarezza di posizioni, che è la stessa negli incontri riservati e nelle feste democratiche, il Pdl continua a fare melina. Noi abbiamo detto che non vogliamo tornare al voto con il Porcellum e chi dice il contrario vuol dire che non conosce il Pd. Il Porcellum produce gli Scilipoti: un nome, un programma. Anche in queste ore abbiamo dichiarato flessibilità nella discussione pur avendo una nostra proposta, da mesi, fondata sul doppio turno di collegio. Siamo disposti al confronto purché restino fermi due principi: la sera che si chiudono i seggi, si deve sapere chi può governare; il cittadino deve poter scegliere il proprio parlamentare. Possiamo ragionare sui modi di raggiungere questo obiettivo, ma finora non è ancora arrivata una proposta univoca dal vasto, spero sempre meno, campo del centrodestra». Nelcasodiunaleggeelettoralechedàil premiodimaggioranzaalpartito,ilPdarriverà a una lista unica con tutti coloro che parteciperanno alle primarie, da Vendolaa Nencini? «A me una cosa è chiarissima: Berlusconi certamente ha in testa meccanismi verbalmente innovativi, tanto che gli ho consigliato la lista “viva la mamma”, ma noi ci chiameremo Pd. Su questo non si discute. È evidente, però, che alla luce della nuova legge elettorale, dei meccanismi per dare il premio alle liste collegate dovranno essere individuati perché anche le individualità devono essere riconosciute. Detto questo sono convinto che, mentre oggi ci sono quelli che dicono, genericamente, che i partiti non riescono a fare la legge elettorale, il giorno dopo che la legge ci sarà, spunteranno i “puristi”, quelli che fanno finta di dimenticare che se non si raggiunge un compromesso in questo Parlamento non si va da nessuna parte». Casiniintantohadettochecorreràdasolo e poi eventualmente farà l'alleanza conilPd.C'èdafidarsioc'èil rischioche a urne chiuse rilanci la grande coalizione? «Io mi affido ai processi di fondo che avvengono nella società. Avevo ragione quando parlavo della necessità di tenere insieme questione democratica e questione sociale, o quando avvertivo che la discriminante in Europa passava da un lato dalle posizioni regressive anti-euro, anti-fisco, anti-immigrati e dall'altro dalle posizioni progressiste e liberal-costituzionali europeiste. Credo che questa sia la dinamica profonda in Europa come in Italia. Quindi, più che alle diplomazie, che pure bisogna coltivare, mi affido al fatto che esistono forze moderate per le quali non è possibile cedere alle sirene populiste». Siriferisceall'ultimadiscesaincampodi Berlusconi? «Il ritorno di Berlusconi è la conferma di quello che sto dicendo: la lira un giorno sì e un giorno no, no alle tasse, e fra un po' torneranno i comunisti...». In realtàsecondoFabrizioCicchittocon l'aperturadiCasinialPdicomunistisono giàtornati... «Appunto. Quando dico che la prima legge che faremo sarà per dare la cittadinanza italiana ai figli degli immigrati che studiano nel nostro Paese, so che Lega, Pdl e Grillo saranno contrari. I progressisti sono a favore, il centro costituzionale democratico deve scegliere. Si devono mettere dei paletti di civiltà, di europeismo, di riforma democratica su basi costituzionali, di patto sociale. E chiamare ad una alternativa alle ricette populiste regressive. Chi ci sta ci sta». Il leaderUdcpunta aorganizzare il campo delcentro:«Nonaccetto lezionidalladestra» Vendola lo invitaamettere insoffitta il liberismo «Non abbiamo bisogno MARIAZEGARELLI ROMA Casini correrà da solo alleprossime politiche. Omeglio con un aggrega-zione centrista e montia-na aperta a Montezemo-lo, ministri uscenti come Passera e pezzi dell'associazionismo di Todi. Ma dopo il voto è disponibile a una «convergenza» col Pd per il «bene del Paese». Davanti agli elettori, però ognun per sè. «Alle elezioni ciascuno si presenterà con i propri programmi e le proprie liste», ribadisce in un'intervista al Corriere. Lui vuole organizzare il suo campo, non «impantanarsi nelle eterne questioni della sinistra italiana. E avrà già un bel da fare, visto che tra Monzemolo, Passera, le tentazioni politiche della Marcegaglia e quel che resta di Fli e Api non sarà facile trovare un coagulo. Ma la porta al Pd per il “dopo” resta aperta. «Noi andremo a trattare con il nostro programma», spiega, «e la direzione di marcia è quella del governo Monti, indietro non si torna. abbiamo sottoscritto gli impegni della Bce, a partire dal fiscal compact e dal pareggio di bilancio, dunque la strada della prossima legislatura è segnata...». I democratici apprezzano le parole del leader Udc, Vendola è più perplesso. In un'intervista il leader di Sel spiega che «con Casini stiamo lavorando a due prospettive completamente e diverse, lui vuole la riproposizione di Monti da qui all'eternità». Cita le nozze gay, il governatore pugliese, e poi il testamento biologico, la patrimoniale e i tagli alle spese militari. «Casini convertiti, il liberismo è diavolo», manda a dire. Poi spiega che l'addio di Di Pietro al centrosinistra è «innaturale» e invita alla «ricomposizione» con il Pd. Difficile pensare a una campagna elettorale comune. Ma nessuno dei due leader pone veti espliciti all'altro. «Io non ne pongo e non ne subisco», ribadisce “”Nichi”. Mentre “Pier” taglia corto sui diritti civili, senza aprire nuovi fronti polemici a sinistra. Anzi, utilizza l'argomento per chiudere una volta di più le porte a quel che resta del Pdl. «Certi ambienti cattolici cercano di obbligarci all'alleanza col Pdl sfruttando i temi “eticamente sensibili”. Ma su questi si vota secondo coscienza, e l'Udc non accetta lezioni». Del resto, nonostante alcune volgarità contro le nozze gay, Casini ha già aperto all'ipotesi di una legge che regolamenti anche le unioni omosessuali. Insomma, al netto delle rassicurazioni offerte ai rispettivi elettorati, i due leader, che si conoscono e si stimano da molti anni, non si chiudono la porta in faccia. Consapevoli entrambi che saranno le urne a disegnare il nuovo governo, le intese possibili e i rispettivi pesi. È chiaro che se il blocco progressista dovesse uscire molto forte dalle elezioni, quello sarebbe il segno del prossimo esecutivo. Anche con degli elementi di discontinuità rispetto all'esperienza tecnica. Al contrario, in caso di grande frammentazione, la prospettiva di un ritorno alle larghe intese (prediletta dai centristi) prenderebbe quota. Non è un caso che dal Pdl arrivino scomuniche contro il leader Udc: «Casini rischia di consegnare l'Italia a questa sinistra contraddittoria e pasticciona assumendosi una grave responsabilità. Ci auguriamo che ci ripensi», tuona Fabrizio Cicchitto. E avverte: «L'alleanza con il Pd comporta anche una alleanza con Sel. Ma sul terreno del governo Monti e delle politiche economiche reali hanno finora i due partiti hanno espresso posizioni di segno opposto». In casa Pd le parole di Casini vengono accolte positivamente: «Ci sono elementi di consapevolezza sulla sfida che l'Italia ha di fronte e sui problemi politici che il Paese dovrà superare», spiega il coordinatore della segreteria Maurizio Migliavacca. «L'Italia ha bisogno di avviare un percorso di ricostruzione democratica, civica, economica e sociale. Per raggiungere questi obiettivi il Pd si propone di organizzare il campo dei democratici e dei progressisti aperto al dialogo e alla collaborazione con tutte le forze politiche, sociali, civiche e le persone che hanno a cuore il rispetto e l'attuazione della Costituzione». Insomma, l'asse resta sempre quell'incontro tra progressisti e moderati di cui Bersani parla ormai da anni. Del resto, fatta le tara dei tatticismi di cui Casini resta un maestro, il legame col centrodestra sembra davvero reciso. E a chi nel Pdl lo minaccia di una espulsione dal Ppe in caso di alleanze a sinistra, risponde beffardo: «Conservo moltissime lettere di apprezzamento di membri del Ppe per aver lavorato al governo Monti. La caduta di Berlusconi fu ritenuta una vera e propria liberazione». Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani L'INTERVISTA ILCASO L'ITALIAELACRISI Montiaiministri: teneteviprontiaFerragosto Leggeelettorale, riforme, riunioni di governoe dipartito. Modificheal calendarioestivoper“tecnici” e politici evacanze secondo la linea dell'austerity.Pochi giornie non molto lontanodai palazzidelpotere; c'èdaessere reperibili. La crisinon lascia troppo spazioal relax.L'Italia nonpuò permettersidistrazioni. Il premierMarioMonti, trascorrerà alcunigiorni sul lagoMaggiore, ma saràper lo piùpresente apalazzo Chigipermonitorare la situazione.E nonsarà il solo. Acontrollare la ‘macchina'di governoaFerragosto ci saràanche il sottosegretarioalla presidenzadelConsiglio Antonio Catricalà, inattesadi eventuali convocazionidelConsiglio dei ministri.Agliesponentidel governo è statochiesto infatti (dalpremier)di esserepronti adeventuali chiamate ‘ferragostane'.Almomentonon sono stateprese decisioni,ma si ipotizzano riunioniper ilprossimo venerdìe anchesubitodopo il 15agosto,prima di ripartirecon il Cdm chesancirà il fine ferieper iministri, nell'ultima settimanadel mese. Mentre il Presidente della RepubblicaGiorgioNapolitano,a Stromboliper unadecina di giorni,già primadiFerragosto dovrebbe fare ritornonella Capitale. ANDREACARUGATI ROMA . . . «Le primarie? Prima si deve delimitare il campo, poi si fissano regole e tempi per le candidature» . . . «Sulla legge elettorale sono molto preoccupato perché il Pdl continua a fare melina» ILCASO Casini apre al Pd: «Ma al voto da soli» Il Pdl va all'assalto PierLuigiBersani Il segretariodelPd apprezza leaperture diVendolaeCasini:«Mava chiaritounequivoco, noinonstiamofacendo l'Unionecon l'Udc» 2 domenica 5 agosto 2012
PA. CAL. LOCARNO CULTURE LEOSCARAX,52ANNI,L'«ENFANTTERRIBLE»DELCINEMA FRANCESE, EREDE RICONOSCIUTO DELLA NOUVELLE VAGUE, REGISTA PIÙ SCONTROSO E INAVVICINABILE DI JEAN-LUC GODARD, HA CONQUISTATO IL FESTIVAL DEL FILMDILOCARNO.Il direttore Olivier Pére lo ha esibito con orgoglio alla platea dei cinefili, consapevole di aver regalato un'occasione unica agli appassionati convocandolo per la consegna del Pardo d'Onore e per un rarissimo faccia a faccia pubblico. L'inseparabile cappello poggiato sul tavolo, l'aria stupita di sempre, l'emozione incenerita assieme alle innumerevoli sigarette che gli bruciano le dita, Carax è andato per il suo verso, indipendentemente dalle domande di Pére, dei fan e dei giornalisti. Si parte dal suo ultimo lavoro Holy Motors, realizzato 13 anni e mezzo dopo Pola X, film universale sulla vita e il cinema, il tempo e le immagini, per molti vincitore morale del recente Festival di Cannes, proiettato a Locarno nell'ambito di una retrospettiva completa, alla presenza della protagonista, la rock-star australiana Kelly Minogue. «È un film sulle macchine - osserva con tono surreale Carax -, si svolge per buona parte in un garage. Se è più contemporaneo o più poetico? Ricordo l'orgoglio con cui un poeta russo sosteneva di non essere mai stato contemporaneo di nessuno. Certo, il mondo in un film entra sempre. Ma quello che conta è la vita. I film non sono fatti per fare sognare, la vita reale non è un sogno. L'esperimento riesce quando si entra nel tunnel e si è capaci di uscirne. Comunque, è un incubo parlare di film in pieno giorno. Per me, il cinema è oscurità, è la notte: la notte dei cacciatori». Qualcuno chiede al regista che a soli 24 anni trionfò con Boy meets girl, se il linguaggio filmico è ancora al centro delle sua ricerca. «Il linguaggio cinematografico disturba il pubblico - replica Leos Carax - Un bambino, invece, non si pone questo problema. Gli adulti sono oramai impazienti perché sono condizionati dalle infinite serie-tv americane che hanno visto. Quindi, è difficile che il pubblico ami un film di genere. È mia convinzione che le prime settimane di lavorazione di un film non vengano mai veramente bene, perché manca ancora un certo affiatamento sul set. Perciò, preferisco buttarle via e rifare gran parte delle riprese». Ancora su HolyMotors, Carax respinge l'accostamento con il film Cosmopolis di Cronenberg. « Quello è un film tratto da un romanzo che credo sia stato scritto 10 anni fa. Si svolge quasi interamente in una limousine extralarge e, si sa, quanto le limousine siano affascinanti, morbide, erotiche. Sono macchine fatte per essere viste, ma hanno i vetri opachi che nascondono l'interno: sono come una bolla senza vita. C'è una certa idea di mondo virtuale che si va affermando. Io, invece, amo l'invisibile e il virtuale ne è solo una versione pigra. Uno si sente grande perché è piccolo e nascosto nelle Reti. Per me, conta l'esperienza della vita. Creare qualcosa vuol dire mettersi contro, ma ci vuole coraggio. Il coraggio è importante: andrebbe insegnato a scuola». LECITAZIONI DEI GRANDI Chaplin, Godard. Welles, Cocteau, le citazioni sono sempre presenti nei suoi film, specialmente in quell'incredibile manifesto degli anni 80 che è Rosso sangue, il film in cui lanciò la sua ex compagna Juliette Binoche. «Guardando un film originale si possono amare altri film anche senza averli mai visti: basta lasciarsi andare per una ventina di minuti. Non ho idea perché i film piacciano o no. I miei, poi, non li rivedo mai. Ho girato PolaX, un film sulle guerre di frontiere in Europa, e c'è stato chi l'ha gradito ritenendolo un film grottesco…». La musica è quasi un alter-ego per il cineasta de GliamantidelPont-Neuf. «A volte si dimentica quello che si può fare con il cinema. Perciò mi rivolgo di più alla musica, o alla danza. Mi sarebbe piaciuto essere musicista: è un modo più bello per comunicare. La regia oggi? Mi sembra che si copia quello che già è stato fatto. Io starei eternamente al montaggio, perché è lì che si pensa veramente al pubblico e che i film diventano vivi, ma il fatto è che il film va terminato». L'HORROR CORRE SUL NASTRO DEL VECCHIO REGISTRATORENAKA.«BERBERIANSOUNDSTUDIO»,DIPETERSTRICKLAND, È AMBIENTATO A LONDRA ma è dedicato ai thriller mozzafiato di Mario Bava. L'attore inglese Toby Jones è un mago degli effetti sonori del cinema e viene ingaggiato dallo Studio londinese per realizzare con i suoi metodi la colonna sonora dell'ultima fatica dell'italiano Santini, regista specializzato nell'horror-movie anni 60. Urla, squartamenti, atmosfere incalzanti, mistero da brividi, sospiri da diavoletti «gueblin», sono il campionario che l'esperto specialista trasferisce su nastro sventrando verdure e manipolando con maestria le registrazioni già avvenute. Non mancano vari clichè accostati al mondo della produzione cinematografica, dal cinico direttore dello Studio che punta soprattutto a risparmiare tempo e denaro, umiliando attori e collaboratori, al regista col vizietto delle mani lunghe, pronte a scattare sulle curve delle doppiatrici più avvenenti. Toby è completamente immerso nel suo lavoro. Accade, così, che stridii e sonorità che annunciano agguati sanguinari gli esplodano nella testa e lo sorprendano anche lontano dalla Studio. Per Toby l'horror diventa di casa e lo perseguita di continuo, trascinandolo sull'orlo della follia. Jones è un apprezzato attore internazionale e regge con il suo talento la scarsa sceneggiatura che aiuta poco lo sviluppo della forte idea centrale del film. Le riprese, tutte in interni, da un lato favoriscono la ossessione claustrofobia inseguita dal regista, ma sul versante della godibilità visiva scivolano in una serie di situazioni ripetitive che, talvolta, varcano la soglia della noia. Come altri film già passati al Concorso Internazionale del Festival di Locarno, BerberianSoundStudio ci è sembrato un «corto» stiracchiato con evidente povertà di mezzi creativi alle dimensioni del lungometraggio. Più graditi, finora, i film delle proiezioni di Piazza Grande, fra cui l'americano Ruby Sparks, firmato dalla coppia (anche nella vita) di registi Jonathan Dayton & Valerie Faris, autori del grande successo Little MissSunshine. Ruby Sparks ci mostra per la prima volta nel ruolo da protagonista l'emergente Paul Dano (Il Petroliere). Dano è Calvin scrittore con l'ansia del secondo romanzo da consegnare all'editore, ragazzotto imbranato con l'altro sesso nonostante le spinte continue del fratello supermacho. Calvin continua a sognare Ruby, Zoe Kazan, nipote del grande regista di Fronte del porto. La voglia di Ruby, per Calvin, è talmente forte da dedicare a lei il suo nuovo romanzo. Surrealisticamente, la ragazza si materializza dalle pagine e si rivela una perfetta compagna per Calvin, che continua a imporle doti e personalità a suo piacimento. Il gioco, che dà luogo a molte sequenze divertenti, grazie anche alle presenze di di grandi star, quali Antonio Banderas, Annette Benino, Elliott Gould, si interrompe quando Ruby scopre di essere una sorta di marionetta alla mercè della creatività interessata di Calvin, un personaggio che si materializza come quelli di alcuni straordinari romanzi di Paul Auster. Il finale ci ricorda che è meglio scoprire e accettare pregi e difetti del partner piuttosto che prefigurarsi un burattino che corrisponda ai nostri desiderata. «HolyMotors»: unascenadel film diLeos Carax Adestra l'horror«Berberian SoundStudio» La vita in un garage Il registaLeosCaraxparladel suofilm ambientatofra lemacchine Ilcontroversocineasta daLocarnochiarisce: nessunrimando alla limousinediCronenberg «Ilmio linguaggiofilmico disturbailpubblico, troppo abituatoaiserialUsa» PAOLOCALCAGNO LOCARNO Unmagodeglieffetti sonorivienetravolto finoalla follia dai rumoricheproduceperunaregistrazione Suonidiverduresventrate percostruireunhorror ... Piùgodibile«RubySparks» firmatodallacoppiadi registi autoridisuccesso di«LittleMissSunshine» U: 26 domenica 5 agosto 2012
TV 08.00 TG 1. Informazione 08.20 Easy Driver. Reportage 09.00 TG 1. Informazione 09.05 Pongo & Peggy. Rubrica 09.50 Tg1 L.I.S. Informazione 09.55 Linea Verde Orizzonti Estate. Informazione 10.30 A Sua immagine. Religione 10.55 Santa Messa. Religione 12.00 Recita dell'Angelus da Castelgandolfo. Religione 12.20 Linea verde Estate. Attualita' 13.30 TG 1. Informazione 14.00 Una notte per Caruso - Premio Caruso 2012. Show. 16.30 TG 1. Informazione 16.35 Italia che non sai. Rubrica 17.20 Amori e dissapori. Film Commedia. (2005) Regia di David S. Cass Sr.. 18.50 Reazione a catena. Show 20.00 TG 1. Informazione 20.35 Rai Tg Sport. Informazione 20.40 Techetechetè. Rubrica 21.20 Un passo dal cielo. Serie TV Con Terence Hill, Katia Ricciarelli, Gaia Bermani Amaral, Francesco Salvi. 23.25 Speciale Tg1. Informazione 00.30 TG 1 - NOTTE. Informazione 00.55 Applausi Speciale. Rubrica 01.10 Macbeth. Musica 04.00 XX Secolo Testimoni e protagonisti: Marilyn Monroe. Rubrica 06.30 Rai Educational - Real School. Documentario 07.00 Cartoon Flakes Week End. Cartoni Animati 09.00 Battle Dance 55. Show. 10.00 Art Attack. Programmi per tagazzi 10.20 Classici Disney. 10.45 Meteo 2. Informazione 10.50 XXX Giochi Olimpici Londra 2012. Sport 10.51 TG Olimpico. Informazione 10.55 Gare Live. Sport 13.00 Tg2 giorno. Informazione 13.30 XXX Giochi Olimpici Londra 2012. Sport 13.31 Gare Live. Sport 18.00 Tg2 - L.I.S. Informazione 19.20 TG Olimpico. Informazione 20.30 TG 2. Informazione 21.05 XXX Giochi Olimpici Londra 2012. Sport 21.06 Gare Live. Sport 23.30 TG 2. Informazione 23.45 Buonanotte Londra. Rubrica Conduce Jacopo Volpe. 01.15 Protestantesimo. Rubrica 01.45 Hawaii Five-0. Serie TV 02.35 Appuntamento al cinema. Rubrica 07.25 Wind at my back. Serie TV 08.00 Vortice. Film Melodramma. (1953) Regia di Raaello Matarazzo. Con Silvana Pampanini. 09.35 Sua eccellenza si fermò a mangiare. Film Commedia. (1961) Regia di Mario Mattòli. Con Totò, Ugo Tognazzi. 11.10 Agente Pepper. Serie TV 12.00 TG3. Informazione 12.55 Prima della Prima. Evento 13.25 Passepartout. Reportage 14.00 Tg Regione. / TG3. Informazione 14.30 Ieri, oggi, domani. Film Commedia. (1963) Regia di Vittorio De Sica. Con Sophia Loren. 15.00 TG 3 L.I.S. Informazione 16.30 Prendi i soldi e scappa. Film Commedia. (1969) Regia di Woody Allen. Con Woody Allen. 17.55 TGR - La giostra della quintana. Informazione 19.00 TG3. / TG3 Regione. Informazione 20.00 Blob. Rubrica 20.10 Un caso per due. Serie TV 21.00 Kilimangiaro. Rubrica Conduce Licia Colò 23.15 Tg3. / Tg Regione. Informazione 23.30 The Road. Film Drammatico. (2009) Regia di John Hillcoat. Con Charlize Theron, Viggo Mortensen, Guy Pearce. 00.00 Tg3. Informazione 00.05 Meteo 3. Informazione 00.10 TeleCamere - Salute. Informazione 06.55 Tg4 - Night news. Informazione 07.15 Media shopping. Shopping Tv 07.45 Vita da strega. Serie TV 08.50 Slow tour. Show 09.25 Correndo per il mondo. Reportage 10.00 S. Messa. Religione 11.00 Il cammino di Padre Pio. Religione 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Pianeta mare. Reportage 13.10 I miti dello spettacolo. Documentario 14.10 Donnavventura. Rubrica 14.28 Speciale aspettando Tierra de lobos. Rubrica 14.50 Il figlio di Lassie. Film Avventura. (1945) Regia di S. Sylvan Simon. Con Peter Lawford. 16.35 Mister Miliardo. Film Azione. (1977) Regia di Jonathan Kaplan. Con Terence Hill. 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Colombo. Serie TV 21.30 Il principe e la ballerina. Film Commedia. (1957) Regia di Laurence Olivier. Con Laurence Olivier, Marilyn Monroe. 00.02 Norma Jean e Marilyn. Film Biografia. (1996) Regia di Tim Fywell. Con Ashley Judd. 01.26 Tg4 - Night news. Informazione 02.40 Vacanze sulla costa smeralda. Film Musical. (1968) Regia di Ruggero Deodato. Con Little Tony, Silvia Dionisio. 07.55 Traco. Informazione 07.57 Meteo 5. Informazione 07.59 Tg5 - Mattina. Informazione 08.51 Finalmente soli. SitCom 09.20 Extreme Makeover Home Edition. DocuReality 10.20 I Cesaroni. Serie TV 11.15 I Cesaroni. Serie TV 13.00 Tg5. Informazione 13.40 O' Professore. Serie TV 15.40 Belli dentro. SitCom 16.10 Angeli e diamanti. Serie TV 18.35 La ruota della fortuna. Gioco a quiz Conduce Enrico Papi. 20.00 Tg5. Informazione 20.39 Meteo 5. Informazione 20.40 Dopo Tg5. Attualita' 21.21 Le parole che non ti ho detto. Film Sentimentale. (1999) Regia di Luis Mandoki. Con Kevin Costner, Robin Wright, Paul Newman. 23.51 Le due facce dell'amore. Serie TV 01.30 Tg5 - Notte. Informazione 01.59 Meteo 5. Informazione 02.02 Un domestico milionario. Film Commedia. (2006) Regia di Bettina Woernle. Con Michael Degen. 07.00 Mowgli - Il ragazzo della giungla. Serie TV 07.40 Cartoni Animati 10.30 Lontano da casa. Film Avventura. (1995) Regia di Phillip Borsos. Con Mimi Rogers. 12.25 Studio Aperto. Informazione 13.00 $#* my dad says. Serie TV 13.55 Due gemelle on the road. Film Commedia. (2002) Regia di Steve Purcell. Con Mary-Kate Olsen, Ashley Olsen. 15.45 Due gemelle quasi famose. Film Commedia. (2003) Regia di Craig Shapiro. Con Ashley Olsen. 17.45 Le cose che amo di te. Serie TV 18.30 Studio Aperto. Informazione 19.00 La vita secondo Jim. Serie TV 19.50 Scuola di polizia 4: cittanini in... Guardia. Film Comico. (1987) Regia di Jim Drake. Con Steve Guttenberg. 20.32 Tgcom. Informazione 21.25 Transporter: extreme. Film Azione. (2005) Regia di Louis Leterrier. Con Alessandro Gassman. 23.15 Amici per la morte. Film Azione. (2003) Regia di Andrzej Bartkowiak. Con Kelly Hu, Jet Li, DMX. 01.10 Trauma. Serie TV 01.50 Studio Aperto - La giornata. Informazione 02.05 Media Shopping. Shopping Tv 02.20 Space truckers. Film Fantasia. (1996) Regia di Stuart Gordon. Con Charles Dance. 07.00 Omnibus - Rassegna stampa. Rubrica 07.30 Tg La7. Informazione 07.50 Champagne Charlie. Film Biografia. (1989) Regia di Allan Eastman. Con Hugh Grant. 10.00 Ti ci porto io (R). Rubrica 11.15 Agente speciale Sue Thomas. Serie TV 12.15 Silverstone, Gran Bretagna. Sport 13.50 Tg La7. Informazione 14.25 Un povero ricco. Film Commedia. (1983) Regia di Pasquale Festa Campanile. Con Renato Pozzetto. 16.10 Silverstone, Gran Bretagna - Superbike. 17.55 Show must go short. Show 17.55 Movie Flash. Rubrica 18.00 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Cash Taxi. Game Show 21.10 Betrayed - Tradita. Film Drammatico. (1988) Regia di Constantin Costa-Gavras. Con Debra Winger, Tom Berenger. 23.30 Tg La7. Informazione 23.35 Tg La7 Sport. Informazione 23.40 The show must go o - Best of. Show. Conduce Serena Dandini, Dario Vergassola. 01.45 Movie Flash. Rubrica 01.50 Quando eravamo re. Documentario 21.10 Niente da dichiarare?. Film Commedia. (2010) Regia di D. Boon. Con B. Poelvoorde D. Boon. 23.05 A spasso nel tempo. Film Commedia. (1996) Regia di C. Vanzina. Con C. De Sica M. Boldi. 00.45 Tradire è un'arte. Film Commedia. (2009) Regia di D. Ward. Con G. Anderson H. Graham. SKY CINEMA 1HD 21.00 Bisbiglio, l'elefantino coraggioso. Film Informazione. (2000) Regia di D. Joubert. 22.30 Una pazza giornata a New York. Film Commedia. (2004) Regia di D. Gordon. Con M. Olsen A. Olsen. 00.10 Da grande. Film Commedia. (1987) Regia di F. Amurri. Con R. Pozzetto G. Boschi. 21.00 The Wedding Planner - Prima o poi mi sposo. Film Commedia. (2001) Regia di A. Shankman. Con J. Lopez M. McConaughey. 22.50 Indovina chi sposa Sally. Film Commedia. (2009) Regia di S. Burke. Con S. Hawkins T. Riley. 00.35 Serendipity - Quando l'amore è magia. Film Metrica/Poesia. (2001) Regia di P. Chelsom. Con J. Cusack K. Beckinsale. 18.45 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 19.10 Ben 10 Ultimate Alien. Cartoni Animati 19.35 Young Justice. Serie TV 20.00 Ninjago. Serie TV 20.25 Redakai: Alla conquista di Kairu. Cartoni Animati 20.50 Adventure Time. Cartoni Animati 21.15 The Regular Show. Cartoni Animati 18.00 Miti da sfatare e la sporca dozzina. Documentario 19.00 Top Gear USA. Documentario 20.00 La febbre dell'oro. Documentario 21.00 Frontiera criminale. Documentario 22.00 Moonshiners: la febbre dell'alcol. Documentario 23.00 Reazione a catena. Documentario 19.00 Deejay Music Club. Musica 20.00 Lorem Ipsum - Best Of. Attualita' 20.30 The Middleman. Serie TV 21.30 DJ Stories - Labels. Reportage 22.30 Living In America. Reportage 23.30 Iconoclasts. Reportage 00.30 Deejay Night. Musica DEEJAY TV 18.30 Teen Cribs. Show. 19.20 I Soliti Idioti. Serie TV 20.20 Punk'd. Show. 21.10 The Buried Life: cosa faresti prima di morire?. Show. 22.50 Prof Sex. Docu Reality 23.40 Speciale MTV News: Story Of The Week. Informazione MTV RAI 1 21.20: Un passo dal cielo Serie TV con G. Bermani Amaral. In paese vengono avvistati numerosi animali creando scompiglio. 21. 05: XXX Giochi Olimpici Londra 2012. Sport Tra le gare di questa sera ci sarà il Basket. 21.00: Kilimangiaro Attualità con L. Colò. La conduttrice ripercorre la carriera dell'ospite Lando Buzzanca. 21.30: Il principe e la ballerina Film con M. Monroe. Nel 1911 la nobiltà europea si ritrova a Londra per l'incoronazione di re Giorgio V. 21.21: Le parole che non ti ho detto Film con R. Wright. T. Osborne è stata lasciata dal marito che improvvisamente ha scelto un'altra donna. 21.25: Transporter: extreme Film con J. Statham. Frank Martin è un “trasportatore” che si occupa di ogni tipo di beni. 21.10: Betrayed - Tradita Film con D. Winger. Michael Carnes, dell'FBI manda in missione la detective Cathy Weaver. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY «Abolire l'Imu» In tvsi rivede lasolita commedia diAlfano FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO NEI SOLITI «POLPETTONI» DI DI-CHIARAZIONI(CHESPERIAMODIVEDER ABOLITO PRIMA O POI), ieri i tg ci hanno ammannito Angelino Alfano (sempre meglio di Capezzone o Gasparri) per il francobollo di rito. Ma, per essere proprio sicuro di lasciare il segno in vista delle vacanze d'agosto, il segretario del Pdl ha lanciato al video le nuove/vecchie parole d'ordine, promettendo una taglio delle tasse e, udite udite, la scomparsa dell'Imu/Ici sulla prima casa. Ci risiamo. Mentre ancora il popolo italiano attende di conoscere come si chiamerà il partito di cui Alfano sarebbe segretario politico, disposto a farsi da parte se la newentry Berlusconi vorrà candidarsi, già sappiamo che la commedia è sempre la stessa. Cambiare tutto per conservare tutto uguale, diceva il principe di Salina, ma per Berlusconi vale il detto: non cambiare niente per conservare tutto. Alfano si adegua e tutti i cosiddetti «frondisti» interni stanno a guardare, come le stelle. In questa estate che ci fa tremare, tra minacce di spread e risse olimpiche che ci privano della gioia dell'oro, dell'argento e, se ci fosse, perfino della mirra. Unica consolazione, la prova un po' all'italiana degli organizzatori britannici, simpaticamente fallimentari dal punto di vista della vendita dei biglietti e della presenza turistica, in una Londra che si era preparata ad accogliere mezzo mondo e che si trova invece mezza vuota. E pazienza. Ci basterà aver visto correre Pistorius, il più grande di tutti. E aver diciamo intravisto la normalissima Wojdan, saudita di 16 anni, lottare con il suo berretto più che con la sua avversaria nello judo. Due grandissime vittorie contro le ingiustizie del mondo umano e soprattutto disumano, che da sole giustificano le Olimpiadi, le spese enormi per realizzarle e la devastazione mediatica sulle emozioni di migliaia di partecipanti e miliardi di telespettatori. U: domenica 5 agosto 2012 25
StandoalledichiarazionidiCasinieVendola si ha l'impressione che la strada sia tutta in salita. Lei ha detto che il suo obiettivoèscongiurareunanuovaUnione.Sicuro di riuscirci? «Qui torniamo nell'equivoco: noi non stiamo facendo l'Unione con Casini. Stiamo organizzando il campo dei democratici e dei progressisti i quali spero abbiano la capacità e la forza necessaria a governare il Paese, che cercheranno un patto, se sarà possibile farlo, per le riforme democratiche, con forze diverse, anche moderate, ma saldamente costituzionali che non vanno lasciate in braccio alle formazioni populiste». Quindi lei ha letto le più recenti interviste di Vendola e Casini tutto sommato positivamente? «Mi sembra che in quelle interviste la ragionevolezza di questo percorso emerga abbastanza chiaramente, pur restando ognuno nel proprio campo». Invece con Di Pietro è rottura definitiva o, come spera Vendola, ci sono ancora margini? «Non so quanto Vendola lo speri. Io credo - avendo mostrato, in tutti questi mesi, assoluto rispetto per l'Idv e Di Pietro e avendo sentito posizioni del tutto inaccettabili e attacchi che nessun altro ci ha fatto - che la scelta di Di Pietro sia inequivocabile. Di fronte al passaggio che abbiamo davanti, cioè governare una crisi inedita dal dopoguerra ad oggi, Di Pietro ha scelto il disimpegno e da questa scelta sono derivati dei comportamenti che hanno portato a questa situazione. Nessuno potrà mai dire che è responsabilità del Pd». Nel caso in cui si dovesse fare la riforma elettorale entro settembre è plausibile pensareadun votoanticipato? «L'ho ripetuto in tutte le sedi: noi oggi dobbiamo guardare alla fine naturale della legislatura, non siamo in grado di decidere altro ma è giusto darsi uno strumento, la legge elettorale, per affrontare qualunque eventualità perché siamo nel mare mosso, e dobbiamo essere pronti». Apropositodimaremosso.Quantosarà condizionatodall'Europal'agire,soprattutto in fatto di politiche economiche, delprossimogoverno? «Tutto dipende da quello che succede nelle prossime settimane. L'altro ieri, con la riunione della Bce, c'è stato un passo avanti, ma non risolutivo. Quello che viene fuori è che un Paese, in parte vittima dei suoi problemi, in parte dell'attacco al sistema euro, per far mettere in moto procedure che lo aiutino anche semplicemente a pagare meno interessi sul debito, deve chiedere l'intervento europeo facendo scattare procedure di supervisione e senza sapere quali sono le condizioni che questo pone. La Banca centrale europea può agire, ma entro limiti assai ristretti. Mentre in Germania Corte costituzionale e Parlamento prendono tempo per approvare il Fondo salva-Stati. E intanto il Paese di cui sopra che fine fa? Muore. Insomma, non si può pensare di salvare la famiglia ammazzando qualche familiare e mettendo dei vincoli tali da vanificare quello che si fa per cercare di raggiungere degli obiettivi». Sta dicendo che l'Europa non può chiederemisureancorapiù dolorose? «A Bruxelles non si parlò di ulteriori condizioni per l'accesso allo scudo anti-spread. Se ci fossero ulteriori condizioni concordate tra i Paesi, si vedrà. L'economia italiana ha le carte per superare le difficoltà». Qualcunoparlaanchedigaranziepoliticheper il futuro. «Ricordo che i governi di centrosinistra hanno più volte dimostrato di saper affrontare e superare i problemi. Non c'è bisogno di ricorrere ai governissimi». Bersani, la lista dei sindaci si farà o no? «Non so da dove sia venuta fuori questa cosa. Vendola e io abbiamo detto che ci interessa moltissimo che questo grande campo progressista abbia dei protagonisti sociali e istituzionali che vengono da realtà diverse e quindi ci rivolgiamo anche ai nostri amministratori. Ma non abbiamo mai pensato a liste di sindaci». Comepensadicoinvolgeresindacieforze civiche in questo percorso se non attraversodelle liste? «Intanto costruendo un progetto di governo che ingaggi queste forze non soltanto nella campagna elettorale ma nella governance del Paese. Incontrando il Terzo settore, ho parlato con un pezzo della classe dirigente di questo Paese che intendo coinvolgere nel governo. Un primo piccolo esempio è stata la Rai». Un primo passo: «Non scherziamo. Massimo Donadi è un nostro punto di riferimento. Ce ne fossero di Massimo Donadi nel nostro partito». Antonio Di Pietro prova a sanare così ieri, nel giorno di festa a Montenero di Bisaccia, un dissenso politico che va avanti da settimane nell'Italia dei Valori. Non è certo il chiarimento richiesto dal capogruppo a Montecitorio, che ha invitato il leader a convocare al più presto un esecutivo. Ma è un inizio. «Le dichiarazioni di Di Pietro mi hanno fatto molto piacere - commenta Donadi - e spero siano un primo elemento di chiarimento, il segnale di un possibile momento di svolta per una fase più costruttiva, in cui tutti riflettiamo attentamente. Perché non è in gioco solo il destino dell'Idv ma del Paese. Il confronto oltre che necessario è di vitale importanza». Proprio il presidente dei deputati, infatti, ha sollecitato più volte il leader Idv a chiarire l'indirizzo delle alleanze e la posizione del partito prima dell'appuntamento di Vasto, temendo che il 20 settembre potesse essere «un appuntamento fuori tempo massimo». Troppe le tensioni alimentate dal progressivo logoramento del rapporto con il Partito Democratico, che molti esponenti e dirigenti dell'Idv non hanno affatto condiviso. «Il mio obiettivo è tenere l'Idv unito nel centrosinistra e il mio timore è che l'appuntamento di settembre possa essere fuori tempo massimo spiega Donadi - qualora i nostri rapporti con quelli che io ritengo i nostri unici alleati si continuassero a lacerare in una sorta di escalation. Però certo se cambiano i toni e gli atteggiamenti è evidente che il tempo si allunga». L'appello del capogruppo a chiarire subito è rivolto al suo leader e anche al Pd, che nel patto delle alleanze «dice a Di Pietro o ci stai o non ci stai, tu hai cambiato strada e lui ovviamente risponde “io sono sempre stato qui”, ecco se i toni cambiano, allora il 20 settembre è una data utile continua Donadi - ma dipende da quello che succederà nel frattempo. Se in questi 40 giorni non scaviamo nuovi solchi tra noi il Pd e Sel allora saranno giorni spesi bene». La possibilità che si convochi un esecutivo prima della data prevista, per quanto auspicata, è però «difficile, perché non è una decisione che si prende immediatamente». Il confronto può continuare intanto a colpi di dichiarazioni, commenti; botta e risposta. La cosiddetta “dialettica” che ha portato anche il deputato Nello Formisano, segretario regionale campano del'Italia dei Valori, a muovere diverse critiche al leader e a sostenere Donadi nella sua battaglia. «Massimo pone con forza delle questioni sentite nel partito - dice Formisano e penso che ci sia anche da parte di Di Pietro la volontà di fare passi avanti nella ricerca di una mediazione. Anche se Donadi ha ipotizzato le dimissioni da capogruppo come estremo rimedio, non credo ci siano le condizioni. Non sarebbe produttivo per nessuno. È una provocazione utile a discutere». Il segretario campano è convinto inoltre che, sciolti i nodi sulla legge elettorale, «vero discrimine della questione», ci siano i margini di una convergenza: «Durante una riunione di dipartimento Di Pietro si è detto d'accordo con i punti della Carta d'intenti di Bersani», e non è esclusa del tutto l'ipotesi della convocazione di «un esecutivo a fine agosto». Queste però sono le speranze di chi sta cercando di ricucire un'alleanza a tutti i costi. «A me non interessa candidarmi all'opposizione - ammette Formisano - a me interessa governare. La maggioranza del gruppo parlamentare, molti segretari regionali, la pensano così. Noi il passo dalla protesta alla proposta l'abbiamo già fatto. Perciò l'alleanza con Grillo sarebbe un errore». Resta da vedere se Di Pietro se ne convincerà. Se cambierà idea sulla sua candidatura a premier e su Grillo. Donadi per ora si accontenta e dice: «Facciamo un passo alla volta». TULLIAFABIANI ROMA Di scissione non sembra esserci aria. «Donadi è un punto di riferimento importante nel partito». E i giochi sono comunque ancora tutti in alto mare. «Casini ha messo le carte in tavola, dice che l'Udc valuterà dopo il voto con chi allearsi. Quindi finché non c'è la legge elettorale, parliamo del nulla». Il punto resta lo stesso: «Se sarà un metodo proporzionale, senza premio alla coalizione, l'Idv correrà da solo, con il suo simbolo, con il proprio programma. Se ci sarà una coalizione, porteremo il nostro programma di centro sinistra ai tavoli di chi vorrà discuterlo. Ma, sia chiaro, daremo noi il mazzo. Non saremo il servo sciocco di nessuno, né ci andremo a prostrare per portare avanti una politica di inciuci». Sarà l'aria della masseria, che è sempre aria di casa, che tranquillizza. Sarà la presenza rassicurante della sorella Concetta, negli anni sempre più oracolo di saggezza contadina e che dice «Tonino, mai matrimoni combinati...». Sarà che sono già arrivate, alle sette di sera, un paio di migliaia di persone, tra cui una torta (omaggio dell'onorevole Barbato) con su scritto «Di Pietro premier», cesti di frutta, intere cocomeraie, ceste di fichi, pasta fresca e ogni ben di Dio. Sarà, soprattutto, che c'è lo stato maggiore del partito, Fabio Evangelisti, Stefano Pedica, Maurizio Zipponi, il capogruppo Belisario, Caforio, soprattutto Nello Formisano, uno di quelli in odore di scissione, che dice: «Dentro l'Italia dei Valori ci sono più correnti di pensiero, diversi punti di vista utili a migliorare la qualità del prodotto politico. Non vedo quale sia il problema». Sarà per tutti questi motivi. Fatto sta che la tradizionale festa della trebbiatura, la festa del raccolto nel primo sabato di agosto, alla masseria di Di Pietro trova un Tonino fresco, combattivo, lucido, anche pacato e, a colpo d'occhio almeno, affatto isolato. Foto, baci, abbracci e un pensiero per tutti. Per la candidata sindaco di Caltagirone, per gli amici arrivati dall' Irlanda e da Londra. Per la piccola Adriana, sei anni, a cui consegna un coniglietto appena nato. Sandali, pantaloni, camicia a mezze maniche, tra le decine di tavoli, le pappardelle al ragù di coniglio, le griglie con arrosticini e porchette, Di Pietro ha le idee chiare e nessun ripensamento. Certo, manca Massimo Donadi che ieri gli ha dato un altro ultimatum: «Basta scodinzolare dietro Grillo». Impegni privati e importanti, si dice. Ma tra i due il canale di comunicazione sembra aperto. Lo dice Formisano: «Nel partito c'è una fisiologica discussione...». Intorno ad alcuni punti fermi. «La storia dei nostri ultimi dieci anni dice che siamo un partito di centrosinistra. Infatti - dice Di Pietro arrampicato in cima alla collinetta che sovrasta tavoli e griglie - noi siamo in linea con i dieci punti del programma di Bersani e del Pd. Il punto è che quei dieci punti sono antitetici a quello che Pd e Udc stanno votando in aula in questi mesi». Donadi è il convitato di pietra. «Massimo ci chiede di valutare in quale coalizione vogliamo andare. Il punto è che non sappiamo ancora se possiamo parlare di coalizione. A me fanno un po' ridere oggi quelli che si candidano alle primarie di coalizione. Ma quale? E, su quale programma? È come dire che uno si sposa senza sapere con chi». Invece Di Pietro mette in tavola alcune certezze. «Alla fine siamo l'unico partito con un candidato premier e un programma che va oltre la protesta del Movimento 5 Stelle ed è alternativo non solo alla destra berlusconiana che fa politica per tutelare i propri interessi ma anche al governo Monti». Applausi. «E certo - aggiunge - non andiamo a prendere i soldi agli esodati e alle fasce sociali più deboli». Poi si rivolge agli altri convitati di pietra, a Vendola e a Bersani. Di Pietro promette di lavorare «fino all'ultimo per quella coalizione di centrosinistra» tanto che li ha invitati tutti a Vasto alla festa nazionale del partito (dal 21 al 23 settembre). Resta un punto da chiarire, i rapporti con il Quirinale. È “il punto”, l'origine di molte tensioni interne. «Ci attaccano per scaricare su di noi le tensioni dovute ad alcune decisioni del Capo dello Stato lesive, secondo noi, della Carta costituzionale». Sono due punti e, stavolta almeno, Di Pietro li affronta con pacatezza. «Noi diciamo no al ricorso eccessivo alla decretazione d'urgenza. E valutiamo un pericoloso messaggio di delegittimazione aver voluto il conflitto con la procura di Palermo su una questione, quella delle intercettazioni, dove esiste in effetti un vuoto legislativo, che il Quirinale poteva sollevare almeno dal 1997. Farlo adesso alimenta una tensione con la magistratura che doveva e poteva esse evitata». La gente capisce. Applaude. Il raccolto, conclude Di Pietro, quest'anno è andato bene. «Soprattutto in qualità. Dicono che siamo isolati, Fate voi». Vista da qui, in effetti, non pare. Nell'Idv è tregua armata «Subito il chiarimento» Tentativo di disgelo dopo lo scontro aperto nel partito, ma resta lo scoglio alleanze Donadi: mai con Grillo Di Pietro sfuma i toni ma insiste «Mi candido come premier» di governissimi» . . . «Sindaci protagonisti del campo progressista, ma né io né Nichi abbiamo proposto una lista» . . . «Di Pietro ha scelto il disimpegno davanti alla crisi e poi ci ha attaccato La rottura è colpa sua» Il leader Idvalla festa del raccoltonellasua MontenerodiBisaccia «Alleanze?Finchénonc'è la leggeelettorale parliamodelnulla» CLAUDIAFUSANI INVIATA AMONTENERODI BISACCIA ILCASO domenica 5 agosto 2012 3
Cagliariè diventata un gioielloda quando funzionaperfettamente la raccoltadifferenziata dei rifiuti;ma inestate, con i turisti chenon «differenziano», la cittànon è piùcosìpulita... Continua,comeogni domenica, laserie di lettura«Solo cinquerighe incronaca: la lunga estatenera», acura di MilaSpicola, insegnantee scrittrice.Si trattadi racconti chepartonoda storievere,piccole notizie di«nera» pubblicate sullepagine deiquotidiani locali. Storie autenticheche l'autricesviluppae reinterpretaasuo modo., ambientandolee «vestendole» di particolari.Ogni settimana troveretecome scenariouna cittàdi provincia delnostro Paese,vera e propria coprotagonistadell'intera vicenda. «IL SERVIZIO PER LA RACCOLTA DIFFERENZIATA DEI RIFIUTISOLIDIURBANIÈSTATOAVVIATOGRADUALMENTE DALCOMUNEDICAGLIARIDALL'ANNO 2005, UNA NUOVA CULTURA PER LA TUTELA E LA CONSERVAZIONE DELL'AMBIENTE. Le tipologie di rifiuti: Carta, Umidorganico, Vetro, Plastica, Acciaio, Alluminio, Ingombranti, Rifiuti pericolosi. Contatti Numero Verde 800 533 122 . Linea 1 - Ritiro rifiuti ingombranti - dal lunedì al venerdì, 8.00-18.00 sabato 8.00-13.00- I cittadini possono prenotare il servizio anche durante il weekend o negli orari di chiusura del call center, utilizzando il servizio di segreteria telefonica. Linea 2 - Informazioni sul Servizio di raccolta differenziata - dal lunedì al sabato 9.00-12.30 e dal lunedì al venerdì 15.00-18.00» Appena può, Salvo D'Acquisto, operatore ecologico preposto alla zona1 che comprende i quartieri Castello, Villanova, Marina e Stampace, prende il cartoncino fatto stampare dal Comune, aggiunge a penna il suo cellulare e lo infila nelle cassette della posta. «Non si sa mai, un bisogno, un dubbio, un sacchetto per l'umido che manca…Perché poi tocca a me risolvermele le rogne». Ha un modo tutto suo di considerarla la questione dei rifiuti a Cagliari nella zona1 Salvo D'Acquisto, come se la città fosse il soggiorno di una sposina fresca fissata con le pulizie di casa. «Perché dal 2005 a oggi Cagliari è diventata un gioiello, grazie all'opera della pregiatissima “Separa Servizio pubblico di assistenza alla raccolta differenziata del Comune di Cagliari - tanto che ci puoi mangiare sui marciapiedi e ditemi se non è vero». SPOONRIVERDELLA NETTEZZAURBANA D'estate cambia tutto. Perché all'apparenza sembra che si lavori meno, la città si svuota, ma non è così, perché arrivano gli stranieri e quelli mica ne sanno nulla di come far le cose per bene e non ad imbroglio e dunque Salvo D'Acquisto te lo ritrovi spesso davanti a qualche portone al citofono «Dovrebbe scendere un attimo a conferire con il responsabile della nettezza della zona1». Insomma uno di quelli che dovrebbero consegnargli le chiavi della città insieme a un grazie e invece si piglia solo e soltanto imprecazioni. Lui e il compagno, tutte le santi notti, si fanno il giro completo, raccolgono una tipologia di rifiuto per volta e vi sfido a saperne più di Salvo D'Acquisto su ciascuno di voi, sulle vostre abitudini, su quello che mangiate, che vi tenete, che buttate, come e perché lo buttate. Una sorta di antologia di Spoon River della nettezza urbana. Sono tre le persone che sanno tutto di tutti nella zona1: il preposto dello sportello del Banco di Sardegna filiale Castello, il parroco della Cattedrale e lui, il netturbino. Attenzione: a detta di tutta Cagliari. Soldi, fede e rifiuti sono i tre perni della vita secondo Salvo. Osserva molto la notte mentre si inerpicano col mezzo tra i sensi unici del quartiere Castello e le ombre lunghe della Cattedrale. Salgono da via del Fossario, poi via Mascagni, via Canelles, rigirano da via Lamarmora, e ancora su e giù, con le imprecazioni di Salvo nelle ultime notti perché lontano c'è quella nube di fumo bianca che incombe sul suo sonno e ne ricerca le ragioni in ogni sacchetto che pesa con lo sguardo. C'è un rogo alla discarica. «Basta mischiar male le cose e l'umido, Antonio, ed è subito fuoco. Non deve essere per forza qualche cretino che sia andato lì, può essere il caldo, può essere una reazione chimica». Scendendo da via Santa Croce, risicati a destra e a sinistra, strisciando ora questo ora quell'angolo, Salvo considera che hanno il mezzo quasi pieno e ancora non stanno manco a metà del giro, stasera tocca a vetro e plastica, ingombrano. Certo che stanno a posto se tutti fanno come Patrizia, che non sembra bere, visto che è la terza notte del turno notturno di fila che si è messo che, sulla soglia del civico 24, non trovano nessun sacchetto, mentre accesa è la luce al secondo piano. «Massì, di notte Antò, quattro notti di fila. Con questo caldo tutto buono e benedetto a lavorar la notte. Cassonetto vuoto anche stasera, ieri niente umido, due sere fa niente cartone e stasera né plastica né vetro». Non è da lei, trangugia litri e litri di succo di pompelmo e di mirtillo di cui poi, diligentemente, compatta le bottiglie e tutti i giovedì notte, come stanotte, lascia il suo sacchetto pieno nel contenitore accanto al portone. «Magari è già partita e ci sono i turisti, la casa l'affitta sempre no?» gli fa Antonio mentre gira così veloce la curva di via del Cammino Nuovo, sotto i Bastioni, che quasi si ribaltano «Oh, ma sei scemo?! E vai piano, và. No, non ci sono ancora i turisti». Non sarebbe vuoto il contenitore se ci fossero già i turisti. Anzi, si sarebbe già guastato l'umore con un sacchetto di organico e di indistinto mischiato a cartone e plastica da incompetenti. Ci abita Patrizia Gurru al 24, l'impiegata delle poste, che ogni anno ai primi di agosto se ne va a raggiungere la madre e i figli che son là da giugno all'isola di San Pietro. Però non deve essere ancora partita, le ha pagato l'Imu allo sportello giusto tre giorni fa, oppure ha dimenticato la luce accesa prima di partire. Pure le finestre ha lasciato aperte però. È strano sì, perché la madre della Gurru la cerca al telefono da due giorni e l'indomani mattina Edoardo Chiavello, il collega sportellista, incaricato di andare a controllare, perché nemmeno al lavoro si era presentata, dopo aver buttato giù la porta con una spallata e un calcio, la trova a terra, in cucina, morta, da circa tre giorni dicono. Ne parlano tutti da stamattina alle nove, quando è avvenuta la spallata. Salvo, che si sveglia verso mezzogiorno quando fa la notte, sta apprendendo tutto solo adesso che son le due del pomeriggio, al bar dove scende sempre a quell'ora per la granita di caffè. «Ma che cacchio dite? Patrizia?» E si ferma a parlottare fitto fitto con quanti stanno là dentro a far da generatori automatici di «io lo dicevo che…» tutti diversi ma egualmente campati in aria. LEAMICHE Il giorno dopo la cronaca locale riporta la notizia con la dovuta rilevanza per Cagliari perché non sembrerebbe morte naturale, l'hanno ammazzata, povera Patrizia, e il cellulare non si trova. L'ultima ad averla vista è Marinella, l'amica che lavora come applicata di segreteria alle elementari giù al Poetto. La quale ha rilasciato un'importante dichiarazione: ultimamente Patrizia usciva con un uomo e diceva a tutti di essere con Marinella quando in realtà era con quest'uomo. Nessuno sembra conoscere chi fosse l'uomo misterioso con cui usciva Patrizia Gurru, nemmeno, così sostiene, la stessa Patrizia. «Per scaramanzia non voleva dirmi ancora chi era, evidentemente la scaramanzia ha funzionato da sfiga» e giù a piangere. Antonio Cabras, ex marito di Patrizia, ha dichiarato di aver sentito Patrizia due giorni prima, martedì a pranzo. La donna gli avrebbe detto che avrebbe raggiunto i figli entro la settimana e lui doveva incontrarla proprio oggi, venerdì, alla posta: voleva mandare a Sergio, il più giovane, dei jeans che gli aveva preso con gli sconti. Cabras racconta anche che negli ultimi mesi avevano dei problemi con il maggiore Daniel, di 18 anni, universitario, che si era infilato in un giro poco raccomandabile e che per questo il rapporto con la madre era in crisi. In realtà il figlio, rientrato subito a Cagliari dal mare con la nonna e il fratello, sconvolto, categoricamente smentisce il racconto del padre, che con lui sì, è in pessimi rapporti da sempre, lo sanno pure le pietre del Castello e si ostina a ripetere che i rapporti tra lui e la madre erano più che tranquilli, tesi confermata anche da un'altra amica di Patrizia, Silvana Zinna. Salvo ascolta gli aggiornamenti sul fattaccio sabato, sempre alle due, al solito bar e dopo la quarta notte di turno al fresco. «Silvana Zinna?». Via Porto Scalas, 15. Un mese prima ha visto uscire di notte da quella porta proprio il Daniel di Patrizia. Perfettamente ricorda che il ragazzo aveva lasciato nel contenitore un sacchetto. Impossibile non ricordarlo. Erano preservativi usati mischiati alla confezione, carta e gomma nello stesso sacchetto, mannaggia a lui. Però ne avevano riso per una buona mezzora con Antonio. Anche perché una decina di giorni dopo dalla stessa porta, alla stessa ora era uscito il Cabras padre. Tutta salute in famiglia, s'erano detti. I fatti puzzano come i rifiuti e dalla puzza capisci tutto. Forse qualcosa per venirne a capo poteva rintracciarla. O forse no. Se ancora c'era traccia al centro riciclaggio dell'ultimo sacchetto di carta e cartone di Patrizia, o di Cabras, o della Zinna. Sempre che non avessero fatto sacchetti misti e imbrogliati da destinare direttamente all'indistinto e alla discarica. Che intanto non ci pensava proprio di smettere di bruciare. Due chiacchiere intanto poteva farsele con Roberto l'appuntato. Di lì a poco sarebbe passato al bar, come ogni giorno. Cinquerighe incronaca ChihauccisoPatrizia l'altranotte? Inetturbinidecidonodi indagare ILRACCONTO LALUNGA ESTATENERA Cagliari: ilCastellodi SanMichele CagliariSalvoè lospazzino piùfanaticochecisia della raccoltadifferenziata: nonsoloperché lacittàèpiù pulitaeordinata,maanche perchéi rifiutihannomolte storiedaraccontare MILA SPICOLA Ognidomenicaunavicenda ambientatanellacittàd'Italia U: 22 domenica 5 agosto 2012
LONDRA2012 Infallibile Jessica «È per la mia terra» Se n'è salvato solo uno, fuggito via, il novantaduesimo, «un piattellaccio» dicono i cacciatori, perché uscito basso e sghembo: è l'unico superstite e potrebbe raccontare, se parlasse, di un sabato inglese in cui i dischetti volanti rosso porpora sono finiti dentro il mirino sbagliato, quello della più magnifica sparatrice che si possa ricordare, una ragazza dagli occhi amabili che sembrano color nocciola, ma si fanno verdi appena il sole buca le nuvole. Jessica Rossi spacca 99 piatteli su 100, per poco non ha completato il suo sport, il tiro a volo, versione detta «fossa olimpica», dove si spara un colpo alla volta: avesse preso anche il «piattellaccio», avrebbe tolto l'orizzonte di questa disciplina, mostrando il suo termine. È magra, allegra, giovane (20 anni) e abbraccia il fidanzato Mauro, anche lui del ramo (come NIccolò Campriani e Petra Zublasing, i tiratori si accoppiano fra di loro, è un clan), poi arriva un telefono, ci sono mamma Monica e papà Ivan - e anche il sindaco. Siamo sempre così, tutti medaglie e famiglia. Eppure qui il contorno fa notizia: i Rossi sono di Crevalcore, in provincia di Bologna, ma nella linea retta che idealmente passa fra Modena e Ferrara, paesi colpiti duro dal terremoto. Anche la casa di famiglia ha subito lesioni, i lavori di riassetto stanno finendo, ma i genitori intanto abitano in un container, parcheggiato vicino nel terreno di proprietà, dove si allarga una redditizia azienda agricola. Lì, attorno a un televisore si erano radunate cinquanta persone per questa storia di paese che invece è diventata una storia nazionale, anche mondiale. «Avevo solo una cosa in testa: tornare nella mia Emilia con questa medaglia. Per me, per loro. Siamo gente che non molla mai, abbiamo questa forza dentro. Ho pensato ai terremotati della mia terra, alla loro resistenza che mi ha dato ancora più carica e tranquillità». Questa è la sua virtù: riesce a far convivere sentimenti opposti, la voglia e la ragione, che di solito sono l'una la carie dell'altra mentre in lei convivono. L'energia e la calma. La migliore delle forze non è che la somma di pazienza, attenzioni, sottigliezze, atti ripetuti e infinitamente precisi, e infinito perfezionismo. Non sono vittorie di muscolo ma di testa, e hanno lo stesso valore, chiedono lo stesso sforzo, e uguale allenamento: Jessica spara 25 mila cartucce l'anno, e quando non è al poligono esercita la mente che va preparata e istruita come un tendine, un muscolo, un arto. Lo spiega così: «Con lo psicologo - che bazzica da queste parti, e si fa posto in questo successo - visualizzo le situazioni di gara, cerco di sentire in anticipo le sensazioni che si presenteranno. Questo mi permette di gestire lo stress». Al poligono sembrava di ghiaccio. Uno sparo, via la cartuccia, dentro la nuova, testa bassa, spalle curve in avanti, nessun cedimento a nessuna emozione. L'australiana, molto quotata, un po' troppo in carne, sembra più una strangolatrice di polli che una tiratrice, è invece furiosa e ogni errore non fa altro che convocare quello successivo. Ma la cadenza di Jessica toglie tutte di scia, anche la sammarinese che perderà la medaglia al “supplementare”, sennò sai che festa, nella Repubblica sul Titiano per questa cosa nuova che non è successa. L'oro arriva al 95° piattello, lei si volta, si scioglie, sfodera un sorriso e un pugno, poi torna nel suo ruolo, vuole anche il record, «ero venuta a Londra per prendermi tutto», e torna a casa appagata. Il primo sparo se lo ricorda ancora. Fu nella campagna intorno a casa. Per gioco il padre le porse un vecchio fucile da caccia e tirò due pezzi di plastica per aria, in direzione opposta. Jessica mirò qui e là, uno-due, colpiti al centro, come i 99 piattelli di ieri. Aver ottenuto tutto, e subito, può rilassarla, e avrà molti argomenti per distrarsi e avventure e posti da corteggiare. Figuriamoci: «Io sparo, voglio vincere, sempre. Questo è l'inizio della mia storia olimpica». Lo è anche per un altro ragazzo emiliano, il 17enne Gregorio Paltrinieri da Carpi, sulle cui giovani e doloranti spalle (questo l'affanno fisico confessato dopo la prestazione) gravavano due terremoti: quello tragico e quello mediatico, che ha scosso la squadra di nuoto. È sembrato troppo per poter raccontare di una medaglia in una gara - i 1.500 metri - andata via veloce per l'ambizione e la classe di Sun Yan di trovare tutto, l'oro e il primato del mondo, proprio come Jessica. Ci sarà tempo per parlare di Gregorio. MARCOBUCCIANTINI INVIATO A LONDRA ILMEDAGLIERE Oggi in gara Tuffi: Cagnotto sfida le cinesi nella finale del trampolino Boxe Nei quarti Clemente Russo Vela Sensini in gara nelle regate 9 e 10 Lo squalo abbandona il suo mare, è finita, è sazio, ha divorato tutti i record, ha la pancia piena e la faccia serena di chi non lascia nemmeno una briciola dietro le enormi spalle. Michael Phelps ha toccato la piastra d'arrivo per l'ultima volta, per l'ultima medaglia. Sono ventidue, le stesse che l'India (un miliardo di abitanti) ha raccolto in tutte le discipline in un secolo di Olimpiadi. Nessuno farà meglio di lui, mai, questo record resterà ed è la comprensione di cosa è stato Phelps. Una mattina, in camera d'albergo, l'americano accese la tv e vide se stesso e gli parve strano. Non ha mai accreditato la sua eccezionalità, e non poteva essere visibile agli altri perché la forza non è nei gesti, questo non è uno sport d'impressioni, Phelps non ha uno scorrere diverso, è solo più veloce, è come una gara di macchine simili dove un motore spinge più forte. Non si “vede” il perché, ma si misura all'arrivo. Poteva aggiungere lui qualcosa a se stesso, e infatti contestano al ragazzo di essere stato ordinario, mai una frase da ricordare da affiancare all'azione. Phelps è stato una cartolina senza saluti: la sua immagine è la bracciata, niente di più. Nello sport gli uomini mettono loro stessi e il loro universo umano. Lui è così, cresciuto senza troppi stimoli e con qualche pensiero, abbandonato dal padre quand'era piccolo, con una madre che si allarga a tutti i ruoli (in vasca propone quello di tifosa fanatica, e sono i suoi occhi che cerca Michael appena solleva la testa dall'acqua, dopo ogni gara). Cominciò per noia, mentre aspettava che le sorelle terminassero le lezioni di nuoto: doveva riaccompagnarle a casa. È intelligente - si capisce quando è provocato - ma non cerca l'effetto, e irride chi lo fa. Quando il baldanzoso Lochte si presentò a Londra con lo slogan «Questo è il mio tempo», gli rispose: sono un fan di queste frasi da film. Era ancora il tempo di Phelps, che conquista un oro in più del rivale e gli lascia la ruggine di sapere che non avrà più una rivincita. Ci sono discipline che vogliono un'applicazione ottusa, costante. Il sacrificio del nuotatore è proprio questo: accettare la solitudine di uno spaccato di vita che negli altri è quello della conoscenza, della socialità, della fantasia. Tutto viene sospeso, rimandato, magari coltivato, se è persona intelligente. Ma fino a che decide di puzzare di cloro deve seguire una linea nera: chi nuota la vede in fondo alla vasca ed è la strada, sempre uguale, sempre quella, per restare in asse, per non sprecare energie, per guadagnare tempo. Così vive un nuotatore. Quando Michael si affacciò alla vita, dopo la sbornia di Pechino e gli otto ori, venne trovato gli occhi sgranati e una pipetta di marijuana in bocca, se ne vergognò e per poco non si perse come atleta: fu l'unico anno in cui parve vulnerabile. Il massimo della trasgressione è la dieta con sette uova a colazione e mezzo chilo di spaghetti a pranzo, un po' troppi carboidrati per essere credibile, ma i personaggi, gli eccentrici, nel nuoto sono durati poco, non certo tre olimpiadi, mentre altrove una boccata d'aria non compromette nulla, anzi, certi atleti possono perfino migliorare quando si fanno adulti e curiosi. Lui, no. Lo squalo lascia il mare. Solo adesso ci sarà posto per gli altri pesci, potranno anche loro mangiare. L'ultima di Michael Phelps, il più grande di sempre La ventenne Rossi vince l'oro nel double trap Sbaglia solo un colpo su 100, un record È di Crevalcore e dopo il sisma vive in una roulotte. Dedica ai terremoti. Iniziò grazie al papà Lo «squalo» abbandona il suo mare. L'altleta americano saluta col record assoluto di medaglie Michael Phelps FOTO ANSA-EPA O A B CINA 24 16 11 USA 24 11 14 GRAN BRETAGNA 11 7 8 SUD COREA 9 2 5 FRANCIA 8 6 8 GERMANIA 5 9 6 ITALIA 5 5 3 NORD COREA 4 0 1 KAZAKISTAN 4 0 0 RUSSIA 3 13 9 OLANDA 3 1 4 SUDAFRICA 3 1 0 NUOVA ZELANDA 3 0 4 GIAPPONE 2 9 11 CUBA 2 2 1 UNGHERIA 2 1 2 POLONIA 2 1 1 UCRAINA 2 0 4 AUSTRALIA 1 10 6 M.BUC. INVIATO A LONDRA 14 domenica 5 agosto 2012
Albergatori e commercianti spesso si lamentano e non sono mai contenti di come vanno gli affari. Ma in questo primo week end di agosto, di caldo torrido e anche di code in autostrada, le valutazioni generali sulla stagione del turismo e delle vacanze in Italia lasciano pochi dubbi sugli effetti della crisi economica che ormai si dilunga da quattro anni. Le famiglie italiane sono più indebitate, soldi ce ne sono pochi, la crisie la cassa integrazione avanzano, le partenze diminuiscono e quando si raggiunge il mare e la montagna si riduce il periodo di ferie. In più c'è stato anche lo sciopero degli ombrelloni in questo avvio di agosto. Questo, più o meno, è lo scenario complessivo dell'Italia all'inizio del mese solitamente deputato alle vacanze. Le partenze fanno segnare un calo del 29,5% rispetto allo stesso mese del 2011. In questo periodo estivo partiranno 15,4 milioni di cittadini, contro i 21,9 dell'anno scorso sostiene la Federalberghi, che evidenzia anche un calo nel giro d'affari complessivo dell'estate stimabile nel 22%. La caduta turistica di agosto è la conseguenza di un'estate tutta col segno negativo, avverte Federalberghi: a giugno le partenze hanno fatto segnare una contrazione del 21,5% (da 8,4 milioni del 2011 a 6,6 milioni), allo stesso modo di luglio (-13%, a 10,9 milioni) e di settembre (-27,7%, a 3,6 milioni). Per il presidente degli albergatori, Bernabò Bocca, «a memoria statistica non si era mai visto un calo così generalizzato e devastante di uno dei settori che potrebbe, se opportunamente supportato, rappresentare il primo volano per la ripresa economica del Paese». Aggiunge il presidente Bocca: «I numeri ci dicono che quasi 6 italiani su 10 rimarranno a casa durante i mesi estivi e quelli che si muoveranno saranno circa 27 milioni tra maggiorenni e minorenni (rispetto ai 33,2 milioni del 2011), pari al 44,7% della popolazione (rispetto al 55% del 2011)». Secondo l'organizzazione turistica quest'anno il numero di coloro che non faranno una vacanza per motivi economici sale al 51,6%, rispetto al 42,8% del 2011, portando ben 3 italiani su 10 a dichiarare la propria “povertà turistica”. LOSTATODICRISI Alla luce di ciò Bocca chiede al governo e al Parlamento di avviare lo stato di crisi del settore, "unico strumento tecnico-giuridico per mettere in moto, auspichiamo, quella scossa indispensabile per definire mezzi e misure dei quali il turismo non può più fare a meno". L'industria alberghiera chiede «un ministero del turismo con portafoglio , la riapertura dei buoni vacanza destinati essenzialmente ai meno abbienti, una rivoluzione nella governance del settore con restituzione allo stato di alcune competenze, un'intelligente ristrutturazione dell'Enit-agenzia del turismo, . . . Meno ferie e più corte, riduzione delle spese delle famiglie. Le difficoltà economiche mordono Soggiorno con pedaggio. Dall'hotel a cinque stelle alla pensioncina familiare, dal campeggio all'agriturismo passando per il bed&breakfast fino all'affittacamere, al conto del pernottamento quest'anno occorre aggiungere la tassa di soggiorno. In vigore da quest'anno in oltre 500 comuni, l'imposta può arrivare fino a 5 euro a notte, varia in base alla classificazione della struttura e costerà ai turisti del Belpaese oltre un miliardo e mezzo di euro. In concreto, per una famiglia di quattro persone il nuovo balzello potrebbe arrivare a costare fino a 82 euro alla settimana. Una spesa aggiuntiva che, viste le previsioni negative di Federalberghi, contribuirà sicuramente ad appesantire i costi delle ferie dei turisti italiani e stranieri. L'imposta di soggiorno è stata istituita nel 2011 dal governo Berlusconi con il decreto sul federalismo comunale e se l'estate scorsa è stata introdotta solo in 35 comuni, per lo più città d'arte come Roma, Firenze e Venezia, quest'anno la lista delle cosiddette località a vocazione turistica si è allungata a dismisura. Secondo un'analisi svolta dalla Uil Servizio politiche territoriali sono almeno 501 le amministrazioni locali che hanno adottato, attraverso l'apposito regolamento comunale, l'imposta di soggiorno. Tra le new entry troviamo Milano, Bologna, Napoli, Aosta, Perugia, Livorno, Vicenza e Matera. Non solo grandi città d'arte. Il “pedaggio” per il pernotto si paga anche nelle principali località balneari come Villasimius, Vieste, Ostuni, Giardini Naxos e Terracina oppure in città come Cortona, San Gimignano o nei comuni attorno a Gardaland. Non mancano poi le amministrazioni che hanno deciso di aumentare l'imposta come a Catania dove se nel 2011 l'imposta andava da 0,5 a 2 euro per notte, quest'anno si pagherà da un minino di un euro fino a 2,5 euro. In diverse località è sorto un vero e proprio braccio di ferro a colpi di ricorsi al Tar tra le associazioni degli albergatori contrarie al nuovo balzello e le amministrazioni comunali, interessate a introdurre il prelievo per far fronte ai tagli governativi. E così lungo la riviera romagnola si è deciso, Rimini in testa, di rinviare l'introduzione della tassa di soggiorno al prossimo autunno ma solo in via sperimentale.Ma quanto si paga nello specifico? Se per un cinque stelle a Firenze, Siena e Venezia si paga 5 euro a notte, a Napoli la tassa è di 4 euro e a Roma di 3. Più a buon mercato il balzello in un albergo a due stelle: 2 euro a Firenze, Roma, Venezia e Siena, un euro a Genova e Napoli. ANCHE IN AGRITURISMO Il “dazio” per una notte in un agriturismo varia da un minimo di 0,60 euro a Vieste a un massimo di tre euro nella campagna fiorentina. Dal balzello non sono esclusi i b&b: 3 euro a Venezia, 2,30 euro a Torino fino ai 50 centesimi vicino a Gardaland. I campeggi sono i meno tartassati: da un minimo di 30 centesimi nelle vicinanze di Venezia fino a un euro nelle altre principali località. “Piuttosto che aumentare le addizionali Irpef o l'Imu meglio ricorrere a questa leva fiscale, purchè essa sia propedeutica a disegnare un fisco locale più equo”, commenta Guglielmo Loy segretario confederale della Uil. “Tuttavia la nostra impressione è che invece ci si stia incamminando in tutt'altra direzione, come dimostrano i recenti aumenti delle aliquote dell'Imu, della Tassa sui rifiuti e delle addizionali Irpef”. Nata come tassa di scopo, l'imposta di soggiorno si applica a qualsiasi tipo di struttura ricettiva e l'importo varia in base alla categoria di appartenenza, riconoscibile dal numero di stelle. Gli introiti che genera devono essere destinati dall'ente locale per finanziare interventi di promozione turistica, di manutenzione e recupero dei beni culturali e ambientali, nonché impiegati a valorizzare i servizi pubblici locali. Tuttavia, viste le disastrate condizioni dei bilanci comunali, il rischio è che queste risorse aggiuntive vengano utilizzate per fare cassa. “La tassa penalizzerà i turisti”, attacca la Federconsumatori. “Bisognerà verificare il rispetto del vincolo d'uso di questi introiti fiscali per evitare che i comuni vogliano risanare i propri bilanci sulle spalle dei vacanzieri”. Agosto, la grande crisi Sei italiani su dieci resteranno a casa nel periodo estivo. Gli albergatori chiedono lo stato di crisi del settore per evitare chiusure di aziende e licenziamenti L'ITALIAELACRISI Una turista osserva il belvedere a Sorrento FOTO DI CESARE ABBATE/ANSA Oltre 500 Comuni introducono la tassa di soggiorno ENRICOCINOTTI MARCOTEDESCHI MILANO L'imposta decisa dal governo Berlusconi può arrivare fino a 5 euro a notte Ai turisti costa più di 1 miliardo 8 domenica 5 agosto 2012
«Clini è un uomo nostro». Sbianca in volto e si gela, il dottor Bruno Ferrante, quando gli chiedono di quella frase catturata al telefono di Girolamo Archinà, suo predecessore ai vertici dell'Ilva. La voce si fa più bassa, le parole da fluenti diventano ruvide: «Non saprei, ho dato solo un'occhiata a quelle intercettazioni, non è nemmeno detto abbiano una valenza penale. In ogni non mi appartiene, nemmeno come linguaggio». L'ex prefetto prende le distanze, soprattutto dal passato. È qui per questo. Da quando cioè il gruppo Riva, forse per qualche consiglio avveduto, ha deciso di cambiare faccia e ha dato le chiavi del colosso proprio a lui. Per il secondo giorno consecutivo, il nuovo presidente dell'Ilva, uomo di fiducia del patron Emilio Riva, è sceso al bar del tribunale per un caffè, nonostante qualcuno nel poderoso ufficio legale dell'azienda storcesse il naso e chiedesse «qualcosa di meglio» per fare una pausa durante l'udienza maratona. Ma Ferrante è stato preso proprio per quello, per aprirsi, dialogare e metterci la faccia, per difedersi «dai processi, e non nei processi», come dicono ormai tutti. A occhio e croce, appunto, quello che pare succedesse anche quando c'era Girolamo Archinà a gestire i rapporti con l'esterno: non solo con i giornalisti, ma anche con politici, istituzioni e organi di controllo. L'intercettazione che ha mandato per traverso il caffè a Ferrante, impeccabile nel suo abito scuro e camicia immacolata, nonostante un'altra giornata torrida e piena di tensioni in un tribunale deserto e blindato solo per il riesame, sarebbe contenuta in una informativa della Guardia di Finanza del Gruppo di Taranto. L'atto è contenuto nel fascicolo aperto per corruzione in atti giudiziari per cui risultano indagati Fabio Riva, figlio di Emilio, l'ex direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso, il consulente della procura Lorenzo Liberti e appunto il manager Girolamo Archinà. E sarebbe lui, secondo un giornale locale, che avrebbe tirato in ballo l'attuale ministro dell'Ambiente, quando era nell'organico del ministero, parlando con un consulente dei Riva della commissione incaricata di redigere l'Aia, Autorizzazione integrata ambientale poi firmata dall'allora ministro Prestigiacomo. Immediata la smentita dell'attuale titolare del dicastero. «Il ministro Clini non si è mai occupato della Autorizzazione integrata ambientale dell'Ilva né ha mai avuto rapporti con la dirigenza Ilva» fa sapere un comunicato che prosegue: «Clini nel 2010 era direttore della direzione generale per lo Sviluppo sostenibile, il clima e l'energia, non competente in materia di Aia. È evidente l'intento insinuante e suggestivo dell'uso di una intercettazione priva del minimo indizio di rilevanza nel processo, perché sfornita di qualsiasi supporto probatorio» conclude la nota con cui il ministro fa sapere anche di aver segnalato queste «insinuazioni» al presidente della Repubblica e al ministro della Giustizia. Subito dopo è arrivata anche la dichiarazione del procuratore Franco Sebastio che ha detto come Clini «non compare in alcuna intercettazione depositata dalla Procura di Taranto nell'udienza del Riesame». Udienza che si è conclusa ieri. Ferrante è uscito dall'aula verso mezzogiorno, spiegando con parole garbate e toni pacati il nuovo corso. «Problemi gravosi, seri, complicati come quelli che stiamo affrontando, che la città e i lavoratori stanno affrontando, si risolvono soltanto se c'è da parte di tutti senso della misura, equilibrio e animo sereno» ha spiegato l'ex prefetto. «Credo sia necessario abbassare i toni e dialogare con tutti, in particolar modo con l'autorità giudiziaria, per il semplice motivo che abbiamo il diritto e dovere di fare almeno sapere il nostro punto di vista sulle cose. Io, poi, lo sostengo a maggior ragione, dato che sono stato un uomo delle istituzioni e non accetterei mai di evitare i processi». Per spiegare meglio il concetto, Ferrante dà qualche esempio che sarebbe anche una prova del vento che è cambiato: «Ho fatto ai giudici una dichiarazione spontanea con la quale abbiamo comunicato al tribunale di aver rinunciato al ricorso pendente contro la nuova Aia e a quello che avevamo fatto contro il Tar della Puglia che ci aveva parzialmente dato ragione con la sua pronuncia sull'Aia rilasciata dal ministero. Rinunciamo in pratica ad impugnare la sentenza nella parte negativa». Smorzare i toni, smussare gli angoli. La tattica scelta dall'Ilva dovrà comunque fare i conti con una città e un territorio che non sembrano più disposti a trattare sul loro futuro, come spiega un grande manifesto giallo appeso come tanti altri proprio davanti al tribunale: «Noi siamo con gli operai e fieri della magistratura», così firmano «I cittadini di Taranto». Le parole distensive di Ferrante e la ricerca di collaborazione sono arrivate come sigillo di due giorni di dure schermaglie legali tra procura e avvocati, in cui ai nuovi atti depositati dai magistrati sono state opposte le controperizie preparate da esperti incaricati dall'Ilva. Secondo la fabbrica, come spiega Ferrante, «sono sempre state rispettate le leggi e gli ordinamenti, in particolare l'Aia in vigore», ma qualcuno gli fa notare che il problema è proprio questo secondo l'accusa. L'80% dell'inquinamento che avvelena Taranto non deriva dalle emissioni controllate e previste dall'Aia, ma da quelle fuggitive, non convogliate e in genere da fonti illegali come «i sacchi di diossina caricati a spalla e portati non si sa nemmeno dove», per dirla col procuratore Sebastio. «Queste sono obiezioni di natura tecnica di cui poi approfondiremo il contenuto» taglia corto Ferrante che scivola via, dopo aver elogiato le bellezze della città e consigliato ai presenti alcuni ristoranti da non perdere, uno dei quali sta proprio a due passi dal Tamburi, il rione più inquinato d'Europa. ILCASO Fabrizio Meli, a nome del Consiglio di Amministrazione de l'Unità, esprime profondo cordoglio per la scomparsa di RENATO NICOLINI Claudio Sardo è vicino con grande affetto e fraternità al dolore dei familiari per la scomparsa di RENATO NICOLINI Il suo genio creativo ha regalato gioia e spensieratezza a intere generazioni. La sua autentica passione per la fruizione dell'arte ha costituito un modello per molte amministrazioni locali. Il suo carattere amabile, delicato, spontaneo, resta indimenticabile nella mente di chi lo ha conosciuto. La redazione de l'Unità piange la scomparsa di RENATO NICOLINI ed è vicina alla famiglia in questo momento di grande dolore. Antonello Falomi e Giulia Rodano partecipano con commozione al dolore per la scomparsa di RENATO NICOLINI Un amico, un compagno di milizia e di lavoro, un uomo che ha lasciato un'impronta indelebile nella vita politica e culturale della città di Roma. Ai familiari va tutta la nostra vicinanza Per RENATO NICOLINI compagno e amico in mille lotte. Lo ricorderanno sempre Toni Jop, Grazia Barbiero, Silvia Jop, Barbara Valmorin, Piera Degli Esposti, Gudrun De Chirico, Jacob De Chirico, Lorenzo Buccella. Un abbraccio agli amatissimi figli e alla sua compagna Marilù. Germana e Ugo Vetere piangono il compagno e l'amico RENATO Un caro abbraccio a te, RENATO raro repertorio di libertà, umanità, creatività e bellezza di questa ormai arida stagione politica e culturale. Mi e Ci mancherai tantissimo. Jacopo Fedi Il 30 luglio è mancata la cara mamma BRUNA GUICCIARDI in Aranci Lo comunicano al suo amato quotidiano la figlia Roberta e papà Alfonso. Sasso Marconi-S.Lorenzo VIEDELSUD UNVIAGGIO TRA LEGALITÀELAVORO Ognuno fa la guerra con learmi che ha« cosi ci acco-glie Don Antonio Loffredo, vigoroso parroco del popolare rione Sanità di Napoli, quartiere centrale ma allo stesso tempo periferico della città. Non certo il luogo dove ci s'immagina progetti sperimentali di cooperazione culturali capace di generare profitti. Eppure la realtà smentisce i luoghi comuni e in pochi anni, grazie a Don Antonio, qui sono nate diverse cooperative che oggi danno lavoro a molti giovani del quartiere. Parroco schietto, sincero che ama stare tra la gente della sua città, negli anni ha intuito come la valorizzazione dei numerosi beni culturali del rione avrebbero potuto generare un circolo virtuoso. Cosi in pochi anni sono nate La Paranza, cooperativa che gestisce le catacombe di San Gennaro, gli Iron Angels, laboratorio creativo ed artistico, l'Officina dei Talenti, che cura la manutenzione dei beni culturali, il Monacone, bad and brekfast, ed ultima arrivata la Sanità Music Studio, un grande studio di registrazione aperto a tutti i ragazzi della città. Don Antonio è questo, una fucina di idee e un uomo, che a differenza di molti suoi coetanei, crede nei giovani, dà loro responsabilità e seguendoli con la giusta distanza, li lascia fare, creare, produrre. Un enzima che cerca di accelerare ciò che già esiste in un quartiere, che racchiude difficoltà ma allo stesso tempo grandi energie che altrove si sono perse. Tutto senza mai prescindere dalle relazioni umane. Anche questo è il segreto. Le cooperative nascono grazie alla sintonia tra le persone del luogo, spesso amici cresciuti insieme. Al modello aziendale classico Don Antonio preferisce il modello delle tre T di Richard Florida: talento, tecnologia e tolleranza. Ed in quanto a tolleranza la storia di Napoli ha pochi eguali. Così sorride quando ci racconta che spesso quando va nel ricco ed evoluto nord gli chiedono come facciano le sue cooperative a sopravvivere ed a generare profitto in un momento così drammatico. Certo il lavoro e' fondamentale ma quello che più importa e' diventare cittadini veri. Per questo anche se i ragazzi che fanno parte dell'orchestra «Sanitansamble» non diventeranno tutti dei grandi musicisti, Don Antonio non dispera: «diventeranno comunque dei cittadini migliori». Antonio, il ragazzo che ci guida nelle catacombe è appassionato, attento e sa che quello che sta facendo fa bene anche al suo quartiere. I 40mila turisti che ogni anno arrivano portano linfa,"irrigano e rendono fertile" una comunità che ora comincia ad essere sempre più consapevole della propria bellezza. Naturalmente la sfida non è ancora finita e prima di salutarci Don Antonio ci confida il suo prossimo progetto, Napoli Xenia, un grandissimo ostello in un bene monumentale dei quartieri spagnoli. Sempre coinvolgendo i ragazzi. Perché in una città come Napoli le relazioni umane rimangono sempre il fulcro di ogni cosa. E visti i risultati, noi gli crediamo. Tra le coop del «Sanità» modello di riscatto DOMENICOPETROLO d.petrolo@partitodemocratico.it Unuomoinsiemeal suo compagnoha denunciatodi esserestatoaggredito confrasiomofobe dai vicinidi casa.È accaduto inuncomune del pisano a CastelfrancodiSotto. L'aggressione, secondoquantodenunciato ai carabinieri, sarebbeseguitaad un litigioper futilimotivi legatoad un parcheggio.Aidue uomini i medici dell'ospedaledi Pontedera hanno medicatoescoriazioni econtusioni multipleguaribili in cinquegiorni. La coppiagayai carabinieri ha denunciatodi aver subitoda due vicinioffesecon un chiaroriferimento all'orientamentosessuale. «Ha iniziato adaggredirmi, seiunnegro dimerda, un frocio dimerda, sietedue buchie mi fate schifo,doveteandare via» gli haurlato l'uomo. Idue giovani tentavanodicalmarlo. Maniente, botteebotte. In aiuto si èaggiunto anche il suocero dell'uomo, che invecedi fare da paciere,haafferrato unodei ragazzi, calci epugni, insulti, urla«ci fateschifo, sietedue malati, duepervertiti». I vicini dicasa che sentivano.Per i lividi e le feritesono staticostretti ad andare alpronto soccorsodiPontedera. O.SAB. ITALIA Taranto, veleni su Clini Ferrante: «Una nuova Ilva» La manifestazione di protesta dopo il sequestro di sei impianti dell'Ilva di Taranto FOTO DI RENATO INGENITO/ANSA Il nome del ministro tirato in ballo in una vecchia intercettazione L'azienda licenzia il suo addetto stampa SALVATOREMARIARIGHI INVIATO A TARANTO «Frocidim...» Unacoppiagay picchiatasottocasa 12 domenica 5 agosto 2012
strade e ferrovie pubbliche e i repubblicani, che ne hanno distorto il significato, la usano da settimane per dire che il presidenete è contro imprese e mercato. La torta è stata rispedita al mittente. La giornata che ha preceduto i festeggiamenti è stata l'ennesima in cui i campi Obama e Romney si sono scambiati bordate sull'economia. I 163mila posti creati a luglio sono molti più del previsto. Ma non riescono a far scendere il tasso di disoccupazione. Con la fase più pesante della recessione alle spalle, la gente è tornata a cercare lavoro e a far crescere il numero dei disoccupati - se non cerchi lavoro, sei inattivo, ma non disoccupato. Da Las Vegas, Mitt Romney ha immediatamente parlato di «martellata» sulle speranze: la middle class che non ce la fa, mentre io ho un piano che rimetterebbe l'America al lavoro, ribadendo che il suo programma abbassa tasse rimetterebbe in moto l'economia. Il discorso non è granché efficace. «I numeri dimostrano che c'è ancora molto da fare» ha detto Obama parlando alla Casa Bianca, attorniato da persone vere, gente della middle class invitata a fare da testimonial. Il presidente ha chiesto al Congresso di rinnovare i bonus sulle tasse per le persone con redditi sotto i 250mila dollari senza – come vogliono i repubblicani – rinnovare le tasse per i milionari. L'attacco è alla leadeship in Congresso e a Mitt Romney. Il TaxPolicy Center, che è un centro studi autorevole e autonomo, ha calcolato che le proposte del candidato in materia fiscale implicherebbero un lieve aumento del peso fiscale sulla classe media e uno sconto per i più ricchi. Da tre giorni il rapporto viene rilanciato in tutti i modi dalla campagna Obama, mentre i Romney accusa il Tax Policy Center di essere uno strumento del presidente. In realtà basta andare a cercare sulla pagina internet del centro per scoprire che i suoi direttori lavoravano uno al CongressionalBudgetOffice, che è un'istituzione pubblica, e che l'altro è stato capo del consiglio economico di Bush senior. Insomma, il centro è neutrale e il rapporto è serio. E il piano di Romney taglia le tasse ai ricchi senza dire come ridurrà il budget – meglio non annunciare tagli a pensioni e sanità prima del voto. Ma come sono i dati economici? Non cambiano il discorso generale. La salute del paziente americano è stabile. Resta pallido, ma per ora non si aggrava. Facendo i conti sulla serie prodotta dall'ufficio statistico del lavoro si evince che i posti creati dal 2010 a oggi sono circa 3 milioni e 800mila. Il problema è che nel biennio 2008-2009 se ne erano persi 8 milioni e 600mila. Insomma la presidenza Obama ha creato lavoro, ma è arrivata in un momento disastroso. Le piccole e medie imprese restano spaventate dal clima. Sentono le notizie dall'Europa, vedono il sali-scendi della Borsa e aspettano ad assumere o a investire. Ricordano il 2007 e i segnali europei non aiutano a dare certezze. L'economia Usa, insomma, cammina su un filo e dipende molto dalle scelte dei presidenti della Federal Reserve e anche della Banca Centrale Europea. Interventi decisi potrebbero consolidare una volta per tutte una ripresa anemica. Non un boom, ma un ritorno al sereno. Nessuna scelta potrebbe far peggiorare la situazione. E condizionare pesantemente la corsa alla Casa Bianca. Ha fatto grande scalpo-re, come era prevedi-bile, il coinvolgimen-to di Alberto Nagel,amministratore dele-gato di Mediobanca, nell'inchiesta avviata dalla procura di Milano sulla dinastia Ligresti e la gestione degli ultimi anni delle holding di famiglia, di Premafin e di FonSai. Ha stupito che un manager qualificato e così potente possa essere caduto nella trappola dei Ligresti, autentica razza predona, che ne hanno combinate di tutti i colori pur di non perdere il controllo delle loro aziende, i privilegi di una vita, sempre garantiti anche dalla protezione di piazzetta Cuccia. Può suscitare, però, quasi un po' di tenerezza, in questo ambiente di avvoltoi, la notizia che il “pizzino” proposto dai Ligresti e siglato da Nagel sia finito nella cassaforte dell'avvocato Cristina Rossello, già assistente di Ariberto Mignoli, leale, storico legale di Mediobanca da Enrico Cuccia in poi. Altri tempi. L'inchiesta di Milano produrrà qualche novità a settembre e così sapremo se Nagel ha peccato d'ingenuità o ha davvero partecipato a una trama dei Ligresti per ostacolare l'autorità di vigilanza e alterare i corsi di Borsa. Ma, probabilmente, l'inchiesta più interessante e più pericolosa per le sorti di Salvatore Ligresti, dei suoi tre figli e di alcuni manager del gruppo è quella avviata dalla procura di Torino che potrebbe avere conseguenze assai rilevanti. IPROBLEMI OLTRE L'INCHIESTA Se accantoniamo per un momento questo incidente giudiziario, che potrebbe essere presto chiarito ma tuttavia oggi oscura l'immagine di Mediobanca, possiamo valutare le difficoltà che da qualche tempo deve fronteggiare la più importante banca d'affari italiana. Mediobanca ha sempre garantito, a modo suo e con mezzi a volte discutibili, una certa stabilità del capitalismo italiano, diventando spesso una camera di compensazione di scontri, litigi, guerre di potere. Ha cercato di salvare, quando era possibile e anche quando sembrava impossibile, imprese fedeli e importanti per il Paese. Questo ha significato per Cuccia e i suoi eredi, per esempio, piazzare Cesare Romiti alla Fiat e condizionarne per 25 anni l'azione, salvare più volte l'Olivetti, sostenere la Pirelli, assicurare il passaggio del gruppo Italmobiliare-Italcementi da Carlo a Giampiero Pesenti, affidare il Corriere della Sera a mani sicure dopo il crac Rizzoli e lo scandalo P2, ma anche rompere consolidati equilibri di potere aiutando Roberto Colaninno nella scalata a Telecom Italia. Questo ruolo di stabilizzazione appare in discussione, anche perchè sono cambiati i protagonisti, è cambiato il mercato e anche la politica non è più quella di una volta. Oggi i problemi nascono ovviamente dalle condizioni generali dell'economia, dalla Borsa, dalla caduta del valore delle partecipazioni strategiche e non. Mediobanca capitalizza appena 2,3 miliardi, in un anno ha perso il 40% del suo valore e il deprezzamento del suo portafoglio di partecipazioni procede senza inversione di rotta, influenzando negativamente i risultati di bilancio. Per citare qualche episodio significativo, piazzetta Cuccia è stata costretta a ridurre il valore della partecipazione in Rcs Mediagroup, ha svalutato più volte quella in Telco ( Telecom Italia) garantendo pure la sottoscrizione di aumenti di capitale e prestiti obbligazionari. In più si è significativamente ridotto il flusso sicuro e ricco dei dividendi delle Assicurazioni Generali, la perla della finanza nazionale di cui Mediobanca è sempre stata l'azionista principale. L'indebolimento dei conti, una strategia discutibile , anacronistiche relazioni tra i soci di comando hanno determinato alcune fratture. Diego Della Valle è uscito dal patto. Cesare Geronzi è stato portato da Mediobanca al vertice delle Generali, ma è subito caduto. E dopo di lui ha ceduto il passo l'amministratore delegato di Trieste, Giovanni Perissinotto, che si illudeva di aver conquistato la meritata autonomia da piazzetta Cuccia. Sono da aggiungere le difficoltà strategiche, di conduzione che coinvolgono due grandi partecipate come Telecom e Rcs, dove sono stati cambiati presidente e amministratore delegato, per definire un quadro assai turbolento per Mediobanca. RELAZIONI SGRETOLATE In più c'è un elemento, forse un po' trascurato, ma che sta giocando un importante ruolo nel sistema finanziario e i cui effetti valuteremo pienamente nei prossimi anni. Il governo dei prof guidato da Mario Monti ha introdotto il divieto per un consigliere di amministrazione di una banca o di un'impresa finanziaria di occupare un'altra poltrona in una società dello stesso settore. Anche se ipotizzato e studiato da tempo, questo provvedimento è stato applicato dal governo tecnico e ha l'obiettivo di combattere i conflitti di interessi e gli incestuosi incroci azionari tipici di un capitalismo di relazione, oligarchico, come il nostro. Non c'è dubbio che l'effetto combinato della pesante crisi finanziaria e il divieto sull'occupazione delle poltrone dei consigli di amministrazione ha prodotto uno sbandamento in Mediobanca dove i vertici hanno dovuto fronteggiare problemi sempre più rilevanti, mentre sullo sfondo si sentono lamenti di alcuni azionisti che, forse, immaginano una rottura degli assetti di controllo di piazzetta Cuccia per poterne approfittare. Un sistema di potere sembra si stia disgregando. Per il momento Nagel sta portando in porto il salvataggio di FonSai e così può evitare di perdere oltre un miliardo di euro concesso al gruppo Ligresti. Ma se ci fossero intoppi gravi, se i risultati di Mediobanca subissero un ulteriore peggioramento si potrebbe rendere necessario un aumento di capitale per l'Istituto e a quel punto la posizione di Nagel non sarebbe più sicura. Nel circolo di Mediobanca però una novità si sta profilando. Le cooperative hanno messo i soldi nell'Unipol, in Premafin e FonSai per finalizzare la creazione di un nuovo polo assicurativo. La conseguenza di questo cambiamento è che le cooperative entrano nel capitale di Mediobanca, del Corriere della Sera, della Pirelli. Se fosse questa la novità del malmesso capitalismo tricolore? diventa sempre più evidente che la condivisione dei rischi fra Paesi costituisce un pilastro imprescindibile per permettere alla moneta unica di sopravvivere. Su questo punto però il vero problema sembra arrivare da Berlino. Più passa il tempo e più la Germania appare inadatta - e forse nemmeno interessata - a ricoprire quel ruolo di guida dell'Unione europea che invece gli spetterebbe. La sua classe politica - sia di maggioranza che di opposizione manca della leadership necessaria per vincere le resistenze dell'establishment, la sua struttura istituzionale - come mostrano i continui ostacoli frapposti dalla Corte di Karlsruhe - è rigida e impenetrabile a contaminazioni esterne, la popolazione sembra affetta da una forte crisi vocazionale e di identità che colpisce pesantemente proprio il progetto di rilancio europeo. Se è chiaro che nulla si può fare senza la Germania, è altrettanto evidente che - in questa fase - nulla si può fare con la Germania. Forse è davvero arrivato il momento di riorientare il dibattito pubblico verso un problema ben più grave dei debiti pubblici o degli squilibri commerciali. Berlino è pronta ad esercitare la propria egemonia sull'Europa per il bene dell'intero continente, sostenendo anche i costi monetari e politici che una operazione del genere inevitabilmente comporterebbe? Se la risposta è affermativa è chiaro che la direzione di marcia da prendere è opposta a quella seguita finora. RINALDOGIANOLA MILANO . . . Unipol entra nel capitale di piazzetta Cuccia, Pirelli, Corriere della Sera, Gemina Se Mediobanca soffre nella stagione dei prof Alberto Nagel Lacrisi, il casoLigresti, i litigi tra i soci, lasvalutazionedelle partecipateturbano lastanzadicompensazione delcapitalismonazionale ILDOSSIER . . . L'insieme di austerità e politiche deflazionistiche non rassicura. Mostra che c'è qualcosa che non va domenica 5 agosto 2012 5
Montepremi 2.260.806,77 5+stella Nessun6-Jackpot 5.759.844,65 4+stella 31.507,00 All'unico5+1 452.161,35 3+stella 1.803,00 Vinconoconpunti5 24.222,93 2+stella 100,00 Vinconoconpunti4 315,07 1+stella 10,00 Vinconoconpunti3 18,03 0+stella 5,00 Nazionale 68 81 12 76 32 Bari 42 49 90 8 21 Cagliari 78 83 75 5 72 Firenze 10 24 73 18 80 Genova 42 39 70 5 22 Milano 52 25 85 70 82 Napoli 28 18 83 38 63 Palermo 34 15 49 53 12 Roma 48 18 21 87 52 Torino 22 85 81 43 35 Venezia 31 23 62 73 27 10eLotto 10 15 18 22 23 24 25 28 31 3439 42 48 49 52 75 78 83 85 90 InumeridelSuperenalotto Jolly SuperStar 12 35 47 56 74 87 67 13 NICOLALUCI ROMA LOTTO VI ERAVATE SCANDALIZZATI PER IL PATTEGGIAMENTO DI CONTE POI RIFIUTATO DAI GIUDICI IN PRIMA ISTANZA?Non avevate ancora guardato al futuro. Ieri la replica, sempre Juve-Figc: quando è l'accusa a chiedere di chiuderla lì, di patteggiare. Questa non l'avevamo ancora mai vista. Terzo giorno dal fronte, la procura federale ha finito le cartucce e arretra. Sebbene mascherati da scuri occhiali zebrati, ieri si sono voluti far guardare in faccia Simone Pepe e Leonardo Bonucci. Erano a Roma, non hanno aggiunto nulla, Palazzi si aspettava altro. Sono arrivati di mattina presto e sono usciti con altri volti, a testa alta. Certo la loro posizione resta delicata, ma non hanno patteggiato, alla fine no, nonostante il pressing degli inquirenti, pronti a giocarsi il pudore per chiudere il discorso sulla combine meno combine che c'è: un pareggio riuscito senza un giocatore che abbia svolto un ruolo attivo dall'altra parte. Ecco l'autogol del pm Stefano Palazzi, un «riparate» in piena regola, al termine di una giornata condita da boutade e rumors continui su possibili accordi mai stipulati. Sembrava il mercato delle pene, l'ex ostello della Gioventù. Ma stavolta la Juve ha preferito giocare d'anticipo, della serie: fessi una volta va bene, ma già due son troppe. Udinese-Bai comincia con il giallo, doveva essere la prima gara ad essere esaminata, diventa l'ultima, scala a dopo pranzo. I contatti sono fitti, Palazzi con un orecchio ascolta gli sfoghi di Di Vaio («È la partita più importante della mia vita, non posso pagare per Masiello che non mi ha mai citato») e Portanova («Sono sempre stato un esempio per tutti, andrò avanti in tutte le sedi se non ottengo il proscioglimento»), con l'altro attende un segnale dai legali Chiappero e Bianchi, in difesa degli juventini. Tra le parti corre rispetto, ma è solo giuridico. Per usare le stesse parole dell'avvocato di Conte, De Renzis, quel patteggiamento rifiutato dalla Disciplinare al tecnico, è stata una «scivolata». E la Juve non vuole farla diventare un ruzzolone. «Patteggiamento? Può essere anche fisiologico quando si rischiano tre anni e mezzo, ma non si può patteggiare oltre i 3-4 mesi», osserva l'avvocato Chiappero a margine di una giornata che con il collega Bianchi lo ha visto mettere all'angolo Palazzi, che esce come un pugile ferito. «È verosimile che...», dice Palazzi per ogni tesi che scricchiola della sua accusa, e con le sue parole da ieri si può anche dire che sia altrettanto «verosimile» come sia stato lui stavolta a cercare di invogliare i casi di Udinese-Bari ad uscire con un accordo. Quello proposto a Bonucci era derubricazione a omessa denuncia (come il caso Larrondo) e patteggiamento. Per Pepe anche meno mesi (e forse l'esterno avrà anche spinto per uscire solo con qualche livido). I no juventini si ripetono, anche se la presenza di Marotta lasciava pensare esattamente il contrario. Il primo può essere letto come l'esca: perché per farla diventare un'omessa denuncia a Bonucci si chiedeva di firmare un foglio in cui ammetteva la colpa di aver saputo del tentativo di combine di Masiello. Premesso che Bonucci ha sempre rifiutato di ritrattare quanto detto a Bari, per ovvie ragioni di rischio penale (peraltro ieri è stato anche esibito un foglio in cui il Gip di Bari, Ciro Angelillis, precisa che il difensore non è mai stato indagato da quella procura), ma quando a quell'ipotesi di patteggiamento si è andata ad aggiungere la richiesta dell'avvocato Malagnini in difesa di Salvatore Masiello (lui il presunto artefice della chiamata a Pepe). È crollato tutto il castello di Palazzi. Se anche lui avesse detto che sapeva ma si rifiutò, chi la fece la telefonata a Simone Pepe? A Palazzi sarebbe mancato l'aggancio con i friulani, Udinese-Bari sarebbe diventata solo un tentativo di combine di Andrea Masiello, non riuscito, l'Udinese si sarebbe vista togliere la multa, Pepe addirittura prosciolto. Era il cane che si mordeva la coda, e Palazzi su questa partita ha puntato quasi tutto. La seconda scivolata del pm federale è anche peggio, perché dopo l'arringa dei legali juventini, tesa a evidenziare tutte le contraddizioni del pentito, per la prima volta è la procura che ferma il dibattimento e chiede di nuovo il patteggiamento. Ormai è evidente alla Juve che la nave è colpita e affondata e non servono neanche 15 minuti di stop per riprendere. Si va a sentenza, con qualche punto in più ma anche tanti timori ancora. Il rischio è la perdita dell'allenatore, del suo vice e di due giocatori per oltre un anno. LA ROMA FATICA, SUDA, SBUFFA, SOFFRE E ZEMAN SI GODE I PRIMI RISULTATI DEL SUO LAVORO DURISSIMO. L'allenatore boemo non concede vantaggi a nessuno, ma dispensa elogi: ai giocatori, per l'impegno profuso; alla società, per avergli fatto arrivare giocatori importanti. Zeman è sereno e sa che la 'suà Roma, nella prossima stagione, potrà «giocarsela alla pari con tutti», perché ne ha i mezzi, le possibilità. Il boemo, dal ritiro austriaco di Irdning, lancia messaggi al campionato e agli avversari, parla di vecchi e nuovi, promuove «tutti titolari», i 23 giocatori che ha portato con sé. Poi motiva come «scelta tecnico-tattica l'esclusione dell'argentino Heinze dalla lista dei titolari. «Non saprei dare una percentuale, ma so che sono arrivati giocatori in grado di fare tanto per noi e quindi sono contento», dice Zeman, riferendosi in particolare a Destro, Balzaretti e Piris. A chi gli fa qualche appunto su Stekelenburg, l'allenatore della Roma risponde secco: «Non ho mai pensato di farlo cedere, penso sia un ottimo portiere, sono contento di averlo con noi. Lobont ha iniziato prima, poi Stekelenburg si è fatto male alla coscia e ha saltato due partite per problemi fisici, ma per me resta sempre un portiere importantissimo». Da Stekelenburg a Osvaldo, da un big all'altro, Zeman non si scompone e promuove a parole il centravanti che considera «titolare». Però, sottolinea un aspetto: «Ci sono giocatori che passavano per incedibili, poi sono andati via. Per me Osvaldo è un titolare e quindi va bene così. È un giocatore importante per la Roma e io intendo puntare sui giocatori importanti». Nessun dualismo con Mattia Destro, perché secondo Zeman sono «uguali, nel senso che possono giocare entrambi nel mezzo come sugli esterni». «Magari - dice Destro è più mobile rispetto al compagno di reparto». Zeman nutre una certa fiducia nella Roma e in De Rossi. «L'ho trovato bene, pensavo peggio - ammette il tecnico ceco -. Sta facendo molto bene, tanto che oggi si è aggregato al gruppo che aveva cominciato a lavorare molto prima di lui. Ci servirà come mediano centrale, come mezzo destro o mezzo sinistro: dipende dalle situazioni, dalle partite e da quello che ci permetteranno di fare gli avversari». Infine, una battuta ciascuno la riserva a Balzaretti, Dodò e Burdisso. «L'ex giocatore del Palermo è una mia scelta - osserva -. In genere parlo con Sabatini e cerchiamo di metterci d'accordo. Sono felice di avere Balzaretti, visto che sul mercato lo cercavano tutti: siamo felici di avere concluso un'operazione che molti avevano provato a fare. Dodo? Mi aspettavo di vederlo con i compagni dal primo giorno, ma ha problemi che dipendono dalla sua operazione». SPORT MARZIOCENCIONI ROMA SABATO 4 AGOSTO Eadesso lesentenze Palazzi indifficoltà.LaJuvenonpatteggia Incampoledifesedella squadradiTorino,chesi presentaconMarotta Sottoaccusa lericostruzioniprocessuali SIMONEDISTEFANO ROMA L'AmministratoreDelegato dellaJuventus GiuseppeMarotta FOTO DI STEFANO DE GRANDIS/LAPRESSE L'Interpreme perLucas Bocchetti piaceaConte Zemansuona lacarica «Celagiochiamocontutti» Iltecnicodal ritiroaustriacoparladellasquadra:«Osvaldo eDestroanche insieme.Stekelenburgè importantepernoi» GIÀPERLAPROSSIMASETTIMANAALLAJUVENTUS POTREBBE ARRIVARE UN NUOVO DIFENSORE. A Conte piace Salvatore Bocchetti, uno di quelli che stanno scalando il monte delle preferenze bianconere. Il Rubin Kazan chiede intorno ai 6-7 milioni, richiesta che potrebbe essere smussata dal fatto che ai russi piace parecchio Ziegler. Bocchetti si giocherà il ballottaggio con Federico Peluso: con l'Atalanta si parla, la richiesta è sui 5 milioni, i bianconeri vorrebbero un prestito con diritto di riscatto. Marco Branca, direttore tecnico dell'Inter, è rientrato dal Brasile dopo aver incontrato il presidente del San Paolo cui ha proposto 20 milioni più 5 di bonus. Il 30% però andrebbe al ragazzo (per lui pronto un quinquennale da 2 milioni a crescere), che con il proprio entourage detiene una quota importante del cartellino. «Noi non vogliamo cedere Lucas perché i tifosi hanno bisogno di lui - ha detto ieri il d.s. Baptista - e tratteremo solo quando lui ci dirà che vuole andarsene». La Sampdoria invece si regala Marcelo Estigarribia. L'ex giocatore della Juventus, non riscattato dal club bianconero, è infatti vicinissimo all'accordo coi blucerchiati. Estigarribia potrebbe essere la sorpresa che la nuova Samp di Ciro Ferrara potrebbe regalarsi. Alla Juve un centravanti arriverà, ma alle condizioni bianconere, col giusto rapporto prezzo-qualità. E in quest'ottica si riscalda la pista dello scambio con l'Inter tra Pazzini e Quagliarella. Una bozza messa giù circa un mesetto fa, che farebbe tecnicamente al caso di entrambi i club: dopo Ferragosto e dopo la Supercoppa potrebbe esserci un nuovo contatto tra i club. Cavani, rientrato ieri sera a Napoli, ha raggiunto il centro sportivo di Castelvolturno nel primo pomeriggio, accompagnato da Pierpaolo Triulzi, il procuratore che, poi, ha incontrato Riccardo Bigon: i due stanno discutendo l'adeguamento economico del contratto dell'uruguaiano. Questione per la quale è in atto un confronto abbastanza deciso tra le parti, perché De Laurentiis non è disposto ad accettarne le richieste. Nel ritiro del Siena, a Cascia, sono arrivati il centrocampista Ribair Rodriguez ed il difensore Luis Neto. Il Vicenza ha preso dalla Juve il centrocampista Luca Castiglia, classe '89. La Sampdoria ha ufficializzato la cessione, in prestito, del portiere Vincenzo Fiorillo al Livorno. Il Torino ha acquistato Guillermo Rodriguez dal Cesena. ... PepeeBonucci rifiutanoun accordoescelgonodiandare agiudizionelprocesso calcioscommesse U: domenica 5 agosto 2012 27
UNOSCRITTOREELACALABRIA La «fibbia» da slacciare ViaggioaSanLucachevuoleriscattarsi: non siamo più la capitale della 'ndrangheta SAN LUCA È UNLUNGO SERPENTE GRIGIO CHE SALE SULL'ASPROMONTE.ELATESTADIQUESTOSERPENTEÈLACASADOVENACQUECorrado Alvaro, il più importante scrittore calabrese del 900. Pochi metri più giù c'è il bar di Sebastiano («Bastianu»), che offre a noi forestieri - ad accompagnarmi c'è Paride Leporace, un grande giornalista calabrese - birre «Peroni» in abbondanza, perché a San Luca una birra non si nega a nessuno, nemmeno a uno «sbirro» in borghese. Ma noi non siamo «sbirri», e siamo venuti qui solo per capire come sta questo paese che è considerato dalla pubblicistica mondiale la capitale della ‘ndrangheta. «Possibile», mi dice subito un uomo che mi dà confidenza, «che noiautri quattro gatti siamo i patroni d' ‘a droga a livello mondiale? Problemi ce ne sono, come no, a Santo Luca, ma putemo mai esseri noiautri i patroni in Colombia e in Messico?» RIVANGAREIL ‘91 È l'ora di pranzo, e per far capire alla decina di uomini seduti all'uscita del bar di «Bastianu» che non sono uno «sbirro», accetto quattro birre, una dietro l'altra, e mi abbandono alle confidenze, a un'assurda disperazione. E taccio volutamente i nomi dell'epopea nera, che pure conosco: Strangio, Nirta, Vottari, Pelle. A che serve spaventarli, ricacciarli nella paura, rivangare il solito carnevale del ‘91? Dico semplicemente che sono uno studioso di letteratura, un povero critico letterario che ama Corrado Alvaro, e aggiungo: «Faccio un lavoro inutile: un lavoro di chiacchiere». Un ex operaio «di Duisburgo» mi blocca e mi bacchetta: «Altro che chiacchieri, professore! Leggisti tanti libri e facisti ‘nu bbonu lavoru». Brindiamo con un'altra birra al nobile privilegio della letteratura. Il solleone però ci tramortisce, e abbiamo tutti le camicie zuppe di sudore. Poi viene il Sindaco, l'avvocato Sebastiano Giorgi, e immediatamente sbatte sul tavolo, divorato dall'ansia e dallo sconforto, le sue carte bollate: «Avevo fatto i progetti per l'albergo diffuso, e non mi hanno dato i finanziamenti! Sono cinque anni che la Provincia di Reggio non mi dà un euro, nemmeno per la rappresentazione della Medea di Corrado Alvaro! Vi sembra giusto? Ca' se mori di fami e nun c'è lavoru. Dottore, mi creda: per la Calabria non c'è più speranza». Evidentemente nessuno vuole dare finanziamenti a San Luca perché impegnarsi per questo paese significherebbe immediatamente impegnarsi, magari a livello mediatico, per il paese dell'ndrangheta, dei sequestri di persona, dei padroni della droga. Ma è un cane che si morde la coda, questo gioco zelante a chi ignora con più determinazione la piccola San Luca, che ormai è depurata da centinaia di arresti e da decine di morti ammazzati (per capire la storia di questo paese basta andare al cimitero, che è in cima al paese, all'inizio della montagna). Oggi, infatti, non c'è angolo del paese che non sia intercettato, e non c'è movimento sospetto che non sia monitorato dagli inquirenti. L'egemonia culturale della ‘ndrangheta, che ha ragioni profonde e moventi oscuri, antichi, psicologicamente atroci, sta vacillando, e tutti si domandano, anche coloro che vivono sul crinale tra Stato e Antistato: «Stiamo morendo! Chi ni dona ‘na mano? Vogliamo lavoro, perché chistu è ‘nu paisi di lavoratori!» Il paese, mi sembra, sta optando per lo Stato, ma lo Stato non c'è e, quando c'è, c'è solo con le divise delle forze dell'ordine e dei Ros, perché l'assioma dominante - comprensibile, viste le cronache - è che a San Luca tutti sono «compromessi». Ma, evidentemente, si fa confusione tra chi è organico fin dal sangue alle famiglie e chi è muto per paura, diffidente per necessità, ambiguo per disperazione. Infatti a un certo punto un pensionato tarchiato e taurino si alza dalla sedia di plastica del bar di «Bastianu» e più non si trattiene: «Noi sanlucoti non siamo uniti ma ognuno si facìu i cazzi propri! Prendiamo per esempio il parco dell'Aspromonte! Non possiamo tagghiari alberi, non possiamo raccogliere funghi, niente putimu fari, sennò ni facìunu ‘a multa! Però nessuno parla! Ognuno pensa alla casa propria e tutti quanti muti! Tutta ‘a stampa e i giornalisti ‘ni rovinarono e tutti quanti cittu, muti! Siamo ‘nu paisi di vigliacchi, questo siamo!». LOSFOGODEL SINDACO Tutti, a San Luca, amano l'immensa montagna, l'oscuro e struggente Aspromonte (è l'unica divinità alla quale credono). Qui furono nascosti Paul Getty e Cesare Casella, e qui trovarono ricetto i latitanti delle ‘ndrine sanluchesi (ma ancora brucia la ferita delle centinaia di lettere d'insulto, nel 1989, al paese dei sequestri di persona). Il Sindaco Giorgi mi fa salire nella sua macchina e mi porta sulla strada per Polsi, il Sancta Sanctorum delle «famiglie». Ci fermiamo a Pietra Cappa: «Vedi? È un paradiso! Abbiamo 600.000 olivi censiti! Siamo un'eccellenza casearia, facciamo pure la ricotta affumicata. Potremmo vivere di turismo, di allevamento, di olio, di maiale nero. E invece? E invece ci moriamo di fame e i giovani girano a vuoto, non fano nenti, si svegliano a menziorno! Ma io che devo fare? Finanziamenti ‘un mi ‘ni donanu! Forse fa comodo a tutti tenerci così immobili, il perfetto capro espiatorio degli antichi mali della Calabria». Poi ci fermiamo a una fontanella e ci laviamo le mani, il viso, la nuca: è l'acqua fresca e limpida dell'Aspromonte: «Avevo pure pensato di far fare a dei giovani una cooperativa per smerciare quest'acqua nei paesi giù al mare. Dieci centesimi a litro. Erano migliaia di euro ogni giorno! Niente, a San Luca non si riesce a fare niente. Infatti alle elezioni dell'anno prossimo non mi ricandido». Leporace, sulla strada del ritorno, mi dice che sono cascato come una pera cotta nel tranello del vittimismo, dell'abitudine sanluchese di dare la colpa sempre agli altri, in primis allo Stato. «Ma non l'hai capito che è tutta una recita? I sanluchesi non vogliono cambiare. Credimi, conosco bene questa parte di Calabria. A loro ve bene così». Eppure mi porto dietro, come un'ombra densa e vischiosa, le confidenze tenere di un consigliere comunale che è in pena per il figlio ingegnere disoccupato, le confidenze civili dell'assessore alla Cultura, Peppe De Luca, le confidenze dell'ex operaio «di Duisburgo», orgoglioso degli anni trascorsi sui cantieri di Germania, le confidenze di chi mi ha detto che a San Luca sei sempre il benvenuto, quando sei puro di cuore. A me, molto sinceramente, e forse ingenuamente, San Luca sembra un paese in ginocchio, umiliato, stanco di sangue e di minacce, che ha voglia di ripartire, anche perché - orgoglioso com'è - non accetta di essere disprezzato e schifato dal mondo intero. Storicamente, infatti, le reazioni di San Luca sono sempre nate dal senso di inferiorità e di impotenza (scriveva Alvaro in Un treno nel Sud: «Quando una società dà poche occasioni di mutare stato, o nessuna, far paura è un mezzo per affiorare»). Perciò l'unico modo che ha San Luca per rinascere, a questo tornante della storia, è smettendo di fare paura. I sanluchesi sono molto intelligenti, e dunque lo capiranno. Ma dobbiamo dare un po' di fiducia e di ossigeno a questo paese di case non rifinite, di fichi d'India e di sotterranei umilianti. C'è bisogno di mafiologi, certo, ma anche di fisioterapisti dell'anima, di qualcuno che faccia capire che lo Stato non è solo un bene o un giudice, ma che conviene, anche praticamente. Ma non stanno forse capendo, i sanluchesi, che la ‘ndrangheta è solo lutto e carcere? Non gli è bastato il deserto di questi ultimi decenni? L'Onorata Società, quella che Alvaro chiamava «la fibbia», ha solo portato l'inferno in un paradiso terrestre. I sanluchesi lo sanno, anche se non hanno ancora il coraggio di dirlo. «Mi raccumanno, dottore, non scrivete pure voi che siamo tutti ‘ndranghetisti! A Madonna v'accumbagna. E salutatemi Roma!». L'INTERVISTA : LuigiLoCascioracconta il suoesordioalcinemacomeregista P.21 ILRACCONTO : Cinquerighe incronacae l'omicidiodellapostinadiCagliari P.22 MEDICINA : Curarsiall'antica,con lepiante, funzionaecostapoco P.23 U: «Stiamomorendo, loStato nonciaiutaperchéteme disporcarsi lemani conunaterramafiosa».Maè davverocosìoè il solito lamentodichisi sentevittima manonvuolecambiare? ANDREADI CONSOLI Disegnotratto dal libro diArminGreder «Lacittà» (orecchioacerbo) domenica 5 agosto 2012 19
«Non sapevo se piangere» racconta alla fine del suo giro di pista Oscar Pistorius. È una prima volta ed è una prima volta felice: il ragazzo sudafricano che corre con due protesi in carbonio al posto delle gambe va fortissimo sulla morbida e velocissima gomma della pista londinese, il suo 45”44 vale la qualificazione alle semifinali dei 400 metri. Mai nella storia dei Giochi olimpici un pluriamputato aveva messo piede su una pista di atletica. Mai vista in un'Olimpiade una corsa così strana, così bella, così assurdamente efficace. Mai visto un ragazzo piangere ed emozionarsi così dopo un quarto di finale: «Ho avuto i brividi nel vedere la bandiera del Sudafrica così in alto nello stadio, ringrazio tutti quelli che mi hanno permesso di essere qui». A 26 anni per Pistorius, quattro ori paralimpici tra Atene 2004 e Pechino 2008, è il momento di una felicità nuova, inseguita, forse imprevista: «Mi sono sentito subito bene, il pubblico mi ha aiutato moltissimo. Essere qui è come una benedizione». Nato senza le due tibie, amputato di entrambe le gambe dal ginocchio in giù dall'età di undici mesi e dotato di due protesi in carbonio all'avanguardia, Pistorius è la speranza che corre, l'uomo che ha sfidato il destino e le ipocrisie del mondo “normale” per poter affermare tra le corsie il suo talento, la sua eccezionale diversità, il suo fisico fuori dal comune, temprato anche in Italia, a Gemona del Friuli, dove fa base per i suoi allenamenti dal 2011. Lo scorso anno “Blade Runner” fu argento a Daegu assieme alla 4x400 sudafricana. Quel Mondiale l'aveva guadagnato sul filo di lana, ottenendo il tempo minimo di qualificazione (45"07) durante un meeting a Lignano Sabbiadoro. Ci furono polemiche di ogni tipo sul carattere della menomazione di Pistorius: le due protesi in carbonio, secondo alcuni, paradossalmente lo avvantaggerebbero rispetto ai normodotati. Nel 2008 la Iaaf si frappose alla possibile partecipazione di Pistorius ai Giochi di Pechino. Fu poi il Tas a riabilitare il ragazzo, che però non riuscì a ottenere il tempo minimo di qualificazione all'Olimpiade cinese durante i Trials sudafricani. Un mese fa Pistorius fu integrato a sorpresa dalla Federatletica sudafricana nella squadra olimpica. Avrebbe dovuto correre solo la staffetta, ma il suo tempo sul giro di pista, 45”20, fatto segnare in marzo, è e resta il miglior risultato sudafricano dell'anno. Lo chiamano “la cosa più veloce senza gambe”, fu il Golden Gala di Roma, nel 2007, a dargli per la prima volta la possibilità di correre tra i normodotati, in una anonima corsia nove che però fece storia. È il più grande atleta paralimpico di sempre, a fine agosto correrà 100, 200 e 400 ancora sulla pista londinese, tra ragazzi privati come lui dalla vita di qualcosa, ma non di cattiveria, grinta, spirito competitivo. Tra le stesse corsie Usain Bolt, l'essere più veloce mai nato nella storia del genere umano, ha zoppicato in partenza nei quarti dei suoi 100 metri, il suo 10”09 è roba modesta. Le cose cambieranno parecchio oggi. È la notte dei più veloci, la notte dei 100. Pistorius correrà la sua semifinale due ore prima. Cerca di spostare più in là i suoi e i nostri limiti. Cerca l'incredibile. Lacrime da Oscar Serena ma implacabile: Sharapova spazzata via Atletica Alle 12 scatta la maratona femminile con Rosaria Console; nel martello Vizzoni in finale; 3.000 siepi con Yuri Floriani; alle 21,40 le semifinali dei 100 uomini con finale alle 22,50 Volley f. Italia-Russia (ore 17,45) Pallanuoto f. Italia-Usa (ore 20) Pistorius sfida le ipocrisie e si guadagna un posto nella semifinale dei 400 Il pianto dopo l'arrivo: «Ho avuto i brividi. Ringrazio il pubblico» Bolt (senza strafare) è in semifinale dei 100 ANDREAASTOLFI sport@unita.it L'ultima beffa per le contabili della Wta è lo scontrino sputato fuori da un computer addestrato a far di conto senza poter ragionare. La numero uno al mondo entrante ha tenuto per sé uno sparuto gioco, in finale. Quella uscente, in semifinale, due in più. Una belva di ebano ha spolpato la lotta per l'oro di ogni pathos, si chiama Serena Williams e solo l'anno scorso, confinata in casa da una serie inverosimile di guai, rischiava la vita per un'embolia. Oggi è presidente e unico socio di un club fuori categoria: Sharapova e Azarenka, due campionesse umane, a modo loro limitate ma legittime proprietarie di Slam (uno Viktoria, in carica in Australia; quattro Maria, ultima regina a Parigi) si sono offerte nell'arena a una trottola mortifera di muscoli e di tecnica, con esiti scontati e cruenti. Come due studentesse impreparate all'esame, che avrebbero tanto desiderato tornarsene a casa senza attendere l'esecuzione, come implorava ieri lo sguardo della povera Maria verso il suo clan, sprofondato nel mutismo sul 6-0 3-0. È con imbarazzo pari all'ammirazione che il Wimbledon fucsia dei Giochi ha salutato l'invasione militare di Serena; un evento complice, peraltro, del mezzo flop di pubblico nei primi turni per l'ubicazione fuori mano (e mal servita) del Tempio prestato al torneo olimpico. Tanto superiore in ogni comparto del gioco, miss Williams, da rinverdire la sua boutade guascona del 1998, quando chiese di sfidare il numero 200 Atp per evitare la noia del giochicchiare contro le pari sesso: finì 1-6 in favore di un naïf tedesco, Karsten Braasch, che sogghignò di aver giocato con una mano in tasca. È che una Serena così, posata la zavorra di sovrappeso in cui spesso la concorrenza ha confidato, semplicemente non può perdere se non per noia o cortocircuito mentale. L'appassionato ricorderà gli ultimi due siparietti agli Us Open, le grottesche minacce di morte, armata di pallina, alla giudicessa di linea del 2010 e la crisi isterica con l'arbitro Asderaki lo scorso anno. Al contrario, acchiappare e nascondere nel borsone l'ultimo titolo rimasto lontano dalle sue grinfie, l'oro in singolare, rappresentava per lei una fortissima motivazione. Di quelle sufficienti a restare in forma con la sua applicazione Nike, impostata per contare le calorie spese anche nei match, quasi facessero parte di un unico, solitario allenamento. E bastevole per eclissare, senza rischi di raptus nervosi, presunte rivalità attualmente impossibili nel tennis rosa, a secco com'è di eccellenze. Con Henin e Clijsters sparite, Venus invecchiata e malata, Davenport mai rimpiazzata, fenomeni come Hingis e la povera ‘zia' Seles sconfitti dal tempo il circuito femminile offre una vasta imprevedibilità, certo, ma a fronte di un vistoso calo di qualità complessiva. Tutte le sorprese, però, vengono meno a piacimento di Serenona: come in questi Giochi, utili a rammentare quanto il bottino resti a disposizione solo quando il tennis perde un posto nella sua scala degli interessi. Se disgraziatamente è in cima, no party. Oscar Pistorius durante la batteria dei 400 metri FOTO DI FRANCK ROBICHON/ANSA-EPA Una “linguaccia” per salutare la vittoria, cacciar via la tensione e approdare ai quarti del treno olimpico. L'azzurra beach volley Marta Menegatti, dall'altro della sua giovane età (è del '90) trova il modo più sbarazzino del mondo per dire la sua felicità alla compagna di squadra Greta Cicolari dopo la vittoria sulle spagnole Liliana-Baquerizo. La gara si è conclusa con il punteggio di 2-0 (21-15 21-15 in 38 minuti di gioco) e ora le ragazze italiane dovranno affrontare le vincenti del match fra Van Iersel-Keizer (Ola) e May-Walsh, le statunitensi grandi favorite del torneo per avere vinto le ultime due edizioni dell'Olimpiadi ad Atene e Pechino. «Abbiamo giocato bene e vinto con autorità contro un avversario ostico - racconta Marta - e credo proprio che la vittoria sia stata ampiamente meritata. Chi ha visto la partita ha detto che abbiamo vinto con estrema facilità, ma vi giuro che non è stata così. Le spagnole sono avversarie di altissimo livello che sapevamo di dover affrontare senza commettere particolari errori gratuiti per impedire loro di prendere le redini del gioco in mano. Questo l'abbiamo evitato ed è venuta fuori la partita che avete visto». Sulla prossima sfida Marta non si sbilancia. «Diciamo che per i quarti di finale non ci siamo fatte mancare niente. Chiunque affronteremo sappiamo che sarà un avversario forte conclude -. Ma prima di tutto dobbiamo pensare a noi e scendere in campo senza alcun timore reverenziale e ripetere se non migliorare la prestazione fatta contro le spagnole». PIÙOMBRECHELUCI Non hanno convinto i ragazzi dell'Italvolley impegnati contro l'Australia nel quarto incontro del gruppo A. Gli azzurri di Berruto hanno avuto ragione dei modesti australiani solo dopo 1h51' di gioco e dopo cinque set (21-25 18-25 25-21 25-14 15-13 il punteggio finale). Domani alle 15,45, nell'ultimo impegno prima delle sfide a eliminazione diretta, l'Italia si troverà di fronte la temibile Bulgaria finora a punteggio pieno. Dall'esito del match con i bulgari dipenderà l'abbinamento dei quarti. Per ora è il Brasile il probabile avversario. Beach, azzurre ai quarti L'Italvolley trema contro l'Australia FEDERICOFERRERO sport@unita.it 6-0 6-1 Williams scatenata ottiene l'unica vittoria che le mancava Oggi Federer ritrova Murray Serena Williams FOTO ANSA-EPA domenica 5 agosto 2012 15
REGGIO EMILIA 28 domenica 5 agosto 2012
Chiusa la partita spen-ding review, con ri-sparmi di spesa percirca 25 miliardi intre anni in gran par-te a carico di sanità e enti locali, per il governo resta un altro decisivo cantiere aperto: la riduzione del debito pubblico. I tecnici sono intenzionati ad avviare un percorso definito, da lasciare «in eredità» al futuro governo politico. Un documento che dovrebbe prendere forma già in settembre, come ha lasciato intendere il ministro Vittorio Grilli nell'intervista al Corriere della Sera. Una sorta di memorandum che vincolerà il Paese per decenni: ecco perché chi verrà dopo Monti non potrà ignorarlo. Ma trovare una formula che convinca ambedue gli schieramenti non è affatto semplice. Anzi, appare quasi impossibile. Gli approcci sono opposti. Per il Pd non servono operazioni straordinarie. La leva su cui agire è la crescita del paese. Il Pdl, al contrario, annuncia interventi miracolistici soprattutto attraverso le dismissioni di asset patrimoniali. Difficile trovare una sintesi. In ogni caso si propsetta un'estate di lavoro in Via Venti Settembre. A tenere aperti gli uffici del ministro dell'Economia non sono soltanto gli spread - che per la verità in agosto non incideranno sul debito, perché le aste di titoli pubblici sono state sospese - e gli avvertimenti di Berlino, ma anche gli impegni già sottoscritti da onorare. Il fiscal compact approvato dalle Camere a fine luglio, impegna i Paesi membri a convergere verso il 60% di debito sul Pil. A bocce ferme per l'Italia, che viaggia attorno al 120% (ma l'Fmi stima addirittura il 126 a fine anno) significherebbe reperire 45 miliardi di euro annui. Una somma gigantesca. Ma, appunto, a bocce ferme. In economia in realtà nulla resta immobile. Per ora la crescita si contrae (Bankitalia stima un -2% a fine anno): e più va a ritroso, più aumeta il peso del debito. Se solo si invertisse questa tendenza, quel fardello diventerebbe più leggero. Per questo le ricette per la diminuzione del debito sono inevitabilmente complesse, dovendo tener contro di diversi fattori, tra cui la crescita e l'andamento dei tassi d'interesse. LEPROPOSTE Che non sia una partita facile lo ha fatto capire chiaramente Franco Bassanini, intervistato ieri dall'Unità. Il presidente della Cassa Depositi e prestiti ha rivelato che il suo think tank, Astrid, ha elaborato un paper proprio su questa materia, che è già arrivato sulle scrivanie di Monti e Grilli. I contenuti sono ancora top secret. Ma Bassanini non ha nascosto il suo orientamento negativo nei confronti delle ricette miracolistiche propagandate da alcune forze politiche. Il presidente Astrid ha parlato della possibilità di reperire una trentina di miliardi l'anno con operazioni straordinarie, di cui la metà circa da cessione di asset immobiliari. In questo modo in 6-7 anni si arriverebbe a una quota inferiore al 100%, livello che secondo Bassanini sarà ritenuto accettabile, visto che su quella quota si attesteranno tutti i grandi Paesi dell'Ue. Nei giorni precedenti Angelino Alfano aveva presentato una proposta profondamente diversa: conferire a un fondo gli asset pubblici più «attraenti», per il valore di 400 miliardi, per portare così in un solo colpo il debito sotto il 100% del Pil. Il fondo sarebbe «una sorta di scudo antispread tutto italiano per riportare ai livelli europei il debito pubblico italiano, portando il rapporto col Pil sotto il 100 per cento», ha dichiarato il leader Pdl, annunciando che il piano sarà presentato al premier Mario Monti al ritorno dal suo tour europeo. Dunque oggi sulla scrivania del premeir sono già «piovuti» almeno due piani, che si aggiungono alle indicazioni dei tecnici del Tesoro. Anche Grilli pensa a vendere immobili pubblici, ma «si ferma» a un valore pari a 15-20 miliardi l'anno (non certo 400). Il resto, secondo il ministro dell'economia, dovrebbe farlo l'avanzo primario, cioè quel «cuscinetto» di sicurezza tra entrate e uscite prima del pagamento degli interessi che blocca la creazione di nuovo debito e fa scendere gradualmente il suo peso. Ma sulla scrivania del premier non arriverà nessun piano specifico del Pd. «Non servono operazioni straordinarie per abbattere il debito - spiega Stefano Fassina, responsabile economico del partito - Tant'è che nessun Paese le ha mai fatte. Bisogna puntare alla crescita: con un Pil all'1% (oggi siamo a -2%, ndr) e l'avanzo primario che abbiamo già costituito (siamo attorno al 3,5%, ma con la crescita potrebbe arrivare attorno al 5%), il debito si riduce automaticamente e in modo coerente con le richieste del fiscal compact». Secondo Fassina chi propone altre strade sottovaluta la grave depressione in cui è finita l'economia italiana, che avrà effetti nefasti anche sui conti pubblici. «Certo, gli immobili si possono vendere - conclude - Ma vorrei ricordare che quando tremonti ci ha provato con le Scip per un valore di 6-7 miliardi, l'operazione non è riuscita, è stata un flop. E poi sarebbe meglio utilizzare quelle risorse per finanziare investimenti e far ripartire l'economia, piuttosto che per ridurre il debito». Il dibattito è appena cominciato. Tra infinite discussioni su collegi e preferenze, modelli spagnoli, tedeschi e francesi, premi e sbarramenti, ipotesi di trattativa agostana anche alle Eolie, il Parlamento si appresta a chiudere per ferie senza un'intesa sulla nuova legge elettorale. Troppo forte la paura di Berlusconi di un ricorso alle urne in autunno, che lo troverebbe decisamente impreparato. Per questo varie ipotesi di mediazione condotte da Migliavacca e Verdini nelle ultime settimane sono saltate all'ultimo momento. Si parte dunque senza un accordo, ma martedì 7 il comitato ristretto del Senato (8 componenti) tornerà a riunirsi ancora una volta, con la consegna di restare pronti a vedersi subito dopo Ferragosto nel caso di una possibile accelerazione. Più verosimilmente, gli 8 saggi si rivedranno il 29 agosto, con l'obiettivo di stringere su una bozza che potrebbe essere approvata in Commissione entro il 15 settembre, dall'Aula di palazzo Madama entro fine mese per poi passare alla Camera e avere il sì definitivo ai primi di ottobre. Una road map illustrata dal relatore Pd Enzo Bianco, forse un po' ottimistica, ma certamente possibile. Del resto, come spiega lo stesso Bianco, «le distanze non sono incolmabili». I democratici comunque intendono forzare le tappe per arrivare a una nuova legge entro ottobre. Consapevoli che l'ipotesi di voto in autunno è ormai residuale. Nel merito, gli 8 saggi si trovano davanti a due proposte non lontanissime tra loro. Quella del Pdl è un proporzionale con sbarramento al 5%, due terzi dei parlamentari eletti con le preferenze (il resto con liste bloccate) e un premio del 10% al primo partito. Bianco ne ha presentata un'altra che si discosta da quella originale del Pd, e punta a una mediazione. Ci sono i collegi uninominali per il 50% degli eletti, listini di massimo 8-9 nomi per il 35% più un premio di coalizione del 15% al primo partito e alle liste apparentate. Entrambe le proposte presentano una clausola salva-Lega: e cioè l'ingresso in Parlamento anche per i partiti che non superino il 5% nazionale, a patto che superino l'8-10% in almeno cinque circoscrizioni su 27. L'ipotesi di mediazione su cui si lavora è la seguente: il Pdl accetterebbe i collegi e il Pd il premio al primo partito, ma almeno del 12%. Un compromesso onorevole per entrambe le parti, a sentire i diretti interessati. Eppure, nonostante se ne parli ormai da giorni, l'intesa non è stata raggiunta. TENSIONICONTRAPPOSTE Per ragioni politiche, più che tecniche. Pesa la volontà di Berlusconi di ritardare l'intesa. D'altro canto il Pd rinuncia con difficoltà a un premio alla coalizione che renderebbe più agevole il percorso con gli alleati, a partire da Sel. In caso di premio alla prima lista, infatti, vi sarebbe la necessità di convogliare tutti i consensi sulla lista più forte. Di qui l'ipotesi di una fusione alle urne tra Pd e Sel, che però non convince Vendola, già alle prese con il divorzio tra Pd e Idv e con i tanti dubbi dei suoi militanti su un'ipotesi di governo che comprenda anche Casini. Sull'altro fronte, Berlusconi invece sarebbe favorito da un premio alla lista, che gli consentirebbe di contenere l'implosione del Pdl in mille rivoli, e di frenare le tentazioni scissioniste di una parte degli ex An. Con il premio alla lista, insomma, il Cavaliere potrebbe sperare di tenere ancora insieme la baracca del Pdl. Contro ogni ipotesi d'accordo si schiera Di Pietro: «Se non sarà Porcellum sarà Superporcellum. I partiti vogliono superare una pessima legge con una ancora peggiore, ma non si sono messi tutti d'accordo su come ingannare gli elettori». «Vogliono impedire ai cittadini di decidere chi deve governare e fare fuori le forze politiche che rompono le scatole alle caste, cioè soprattutto noi dell'Italia dei Valori», s'indigna il leader Idv. Abbassare il debito È battaglia politica In Italia ha lasciato l'impronta dell'incognita sul suo ritorno in campo e ha fatto correre i suoi legali a smentire che il faccendiere Lavitola avrebbe preteso da lui 5 milioni per non rivelare segreti, in Russia invece si è chiuso i cancelli della dacia dell'amico Vladimir dietro le spalle. Una vacanza top secret all'occhio delle telecamere, questa volta non ammesse, con ritorno domenicale. Silvio Berlusconi dallo scorso giovedì è tornato in Russia, dopo la visita del 7 maggio per il terzo insediamento di Putin al Cremlino e, soprattutto, dopo la visita ufficiale del presidente del Consiglio Mario Monti due settimane fa, accolto anche lui a Soci nella dacia presidenziale Bocharev Ruchej. Un dovuto incontro bilaterale per il nuovo premier italiano, accompagnato anche lui dagli imprenditori come l'immancabile Scaroni dell'Eni per rinnovare i patti commerciali. Essere sostituito in modo così indolore avrà bruciato non poco al narcisismo dell'ex premier, tanto più che Monti non è stato trattato così freddamente e non sembrava affatto a disagio. Ma Valdimir ha evitato sul nascere una crisi di gelosia con un invito privato all'amico Silvio, già prenotato anche per festeggiare alla russa il suo compleanno il 7 ottobre. Un rapporto così stretto fra i due, con regalini ormai di dominio pubblico, dal «lettone di Putin» grande quanto la Madre Russia al giaccone della marina russa usato come scudo di piume dall'ex premier anche contro i pm milanesi... Berlusconi nella dacia sul Mar Nero è di casa, bei tempi quelli delle foto ricordo con i colbacchi, delle esibizioni muscolari, delle gare di pesca nella dimora protetta dalla cortina dell'ex capo del Kgb, ora sempre più rigido nei confronti dell'opposizione, calata sugli affari più privati che pubblici, dai network televisivi ai rapporti con Gazprom. Affari ora intrecciati con figurine calcistiche, dalle voci sulla cessione al colosso del metano di quote di minoranza del Milan al suggerimento di un ct Made in Italy Fabio Capello per la nazionale russa. E, a telecamere oscurate come è avvenuto per un certo periodo davanti a Palazzo Grazioli, sulle rive del Mar Nero c'è sempre spazio per lo svago machista in versione balletti russi del casareccio «burlesque» di Arcore. Un programma «privato» per i due leader così affini. Nessun impegno ufficiale nell'agenda del presidente russo tornato da Londra, anche se Berlusconi a metà luglio aveva annunciato al quotidiano tedesco Bild che, in un incontro privato, avrebbe affrontato con Putin il tema della crisi siriana (già si vantò di aver risolto quella georgiana nel 2008). Ma sulla stampa amica del potere (quella nemica a Mosca ha vita sempre più difficile) il ritorno di Silvio in campo già viene esaltato da gesta umanitarie compiute con Vladimir. GLI SHERPAACASA Lontano quindi dalla geografia delle alleanze che si stanno componendo in questi giorni a Roma, Berlusconi ha lasciato al duro lavoro gli sherpa del partito che ancora si chiama Pdl ma che perde pezzi, energia, e anche la sede di via dell'Umiltà. Così l'affaticato capogruppo Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto ha il compito di tirare per la coda Casini per staccarlo da pericolose amicizie post elettorali con la coppia di fatto Bersani-Vendola, mentre al Senato Gaetano Quagliariello con una Penelope Schifani, fanno e disfanno i trabocchetti sulla legge elettorale suggeriti dall'ex premier, preoccupato di un ricorso anticipato alle urne. A darsi un gran da fare sono anche gli avvocati di Berlusconi, che si affannano a smentire il passaggio di soldi, ben 5 milioni, a Valter Lavitola perché «non vi erano motivi di estorsione». Riforma elettorale L'intesa è possibile ma solo a ottobre Il Parlamento va in ferie con una road map per approvare la riforma Punto d'incontro Pd-Pdl: collegi uninominali, 12% premio al primo partito ANDREACARUGATI ROMA BIANCADIGIOVANNI ROMA Visita top secret di Berlusconi nella dacia russa di Soci A Roma restano le grane e le smentite L'ITALIAELACRISI La timbratura delle schede elettorali FOTO ANSA . . . Ora nessun accordo i «saggi» si rivedono il 7 poi a fine agosto. Il Pd accelera, il Pdl frena Silvio da Vladimir, tv vietate NATALIA LOMBARDO ROMA IL DOSSIER Ilpremierpreparaunpiano straordinarioda lasciare alnuovoesecutivo.Alfano vuolecedereasset,ma per iDemocratici sideve pensareall'economiareale 6 domenica 5 agosto 2012
E il settimo giorno arrivò l'esercito sulla collina dei rifiuti di Palermo a tentare di domare l'incendio della discarica di Bellolampo che, appiccato in tre punti diversi, cova e rinasce incessantemente da domenica scorsa sotto la distesa di immondizia. Immagine che spande angoscia e rabbia tra i palermitani. La nube bianca, alta, si vede da tutta la città. Dicono che è solo vapore acqueo. Ma intanto il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando ha emanato una ordinanza con cui impone il divieto di vendere bacche, ortaggi e verdura a foglia coltivati nella zona di ricaduta delle polveri e dispone insieme al lavaggio delle strade anche l'avvio di una campagna per controllare i livelli di diossina nel latte materno. Un approccio «estremamente cautelativo», specifica l'ordinanza, dettata però dal timore che la città si trovi alla vigilia di un possibile disastro e che oltre al vapore la nube di Bellolampo spanda polveri, sostanze cancerogene. E diossina. I test dell'Arpa, l'Agenzia Regionale per la Protezione dell'Ambiente, fin qui hanno dato esito negativo. Ma entro lunedì ne saranno eseguiti di nuovi, più specifici, proprio per la diossina. Intanto, a guardarla da qualsiasi prospettiva urbana, quella nube fa paura. E a starci sotto è ancora peggio. Come sono costretti a fare gli operai che combattono da giorni senza tregua, senza badare a turni e riposo, contro i rifiuti che già spenti, in profondità, riprendono a bruciare. I danni più gravi sono alle condutture di biogas liquefatte. L'acqua sparsa dai Canadair non basta. Ci vuole la terra e ci vogliono le braccia per rendere innocua l'immondizia che brucia. La terra, in realtà, andrebbe sparsa sempre, tra uno strato di rifiuti e l'altro. Serve ad accelerare i processi di decomposizione e a prevenire gli incendi. E invece quando l'incendio è esploso la terra per domarlo l'hanno dovuta comprare, in emergenza. «Non c'era neppure un piano di intervento», denuncia Alfio La Rosa, segretario della Cgil Sicilia, che punta il dito contro il blackout della immondizia palermitano raddoppiato da quello delle informazioni. Almeno a quelle i palermitani avrebbero avuto diritto. E invece, niente, da giorni vivono sotto il doppio assedio della paura e dei rifiuti che si accumulano attorno cassonetti, senza sapere quale sia davvero l'entità della guerra in cui da un giorno all'altro sono precipitati. E chi sia stato a provocarla. PRIMADEIROGHI ILDISSESTO In realtà, quella di questi giorni è cronaca di un disastro annunciato, prima ancora che dai roghi dal dissesto finanziario dell'azienda che dovrebbe gestire con la raccolta dei rifiuti anche la discarica di Bellolampo. La famigerata Amia, commissariata e sommersa dai debiti. I commissari straordinari nominati due anni fa dal governo e dal tribunale, dopo l'apertura della procedura fallimentare, ad oggi non hanno risanato granché. «Anche quest'ultimo episodio lascia intravedere una preoccupante inadeguatezza nella gestione e pone in evidenza carenze certamente non accettabili in un settore tanto delicate», denuncia il sindaco di Palermo, che «confidando nel Suo autorevole intervento», ha scritto al ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera, a cui i commissari sono tenuti a rapportarsi, perché assuma «con ogni cortese urgenza» «appropriate iniziative reputate idonee a scongiurare con immediatezza il protrarsi di così gravi disfunzioni organizzative e l'insorgere di qualsivoglia nocumento per l'intera collettività». VERSOTRAPANI Sotto accusa, l'intera vicenda di una azienda arrivata ad accumulare in pochi anni debiti superiori al proprio patrimonio e ancora adesso dopo due anni di commissariamento tutt'altro che risanata. «Nel 2000, quando si è chiuso il precedente mandato di Orlando, l'azienda era in pareggio di bilancio e aveva accumulato anche parecchi milioni di euro in titoli di stato», fanno notare da Palazzo dei Normanni. Resta da appurare chi possa aver approfittato del caos per appiccare il fuoco alla discarica. Certo una mano esperta. Il terzo punto di innesco trovato l'altro giorno avvalora l'ipotesi che si sia trattato di un episodio doloso. Quando ci sono di mezzo i rifiuti, gli interessi in ballo sono tanti. Intanto, mentre nella discarica di Palermo, di proprietà della Regione, operai ed esercito provano a spegnere gli incendi riattivati in profondità dai gas e dal percolato, i rifiuti di Palermo verranno portati altrove, a Trapani, per esempio. In discariche private. Marco Guarascio èmorto lo scorso 2agosto a Coriglia-no D'Otranto,nell'entroterra sa-lentino, intorno alle 19 e 30. Il decesso, come hanno verbalizzato i carabinieri, è avvenuto sul colpo, per schiacciamento, all'interno di un cantiere privato in una strada poco lontana da Piazza Puglia. Per liberare il suo corpo dalla lastra di roccia che gli è volata in testa c'è voluto l'intervento dei vigili del fuoco. Marco, in quel cantiere, “faticava”. Nella casistica generale è uno dei circa mille morti sul lavoro che ogni anno affollano, sempre meno le cronache. Ma rispetto agli altri Marco era diverso: aveva 15 anni. A San Cesareo, dove Marco viveva, la famiglia, stravolta, si è chiusa in un muto dolore. Il fratello maggiore, che ha ventisette anni, è quello che ha avuto il trauma maggiore. Marco era con lui in quel piccolo cantiere. Lo stava aiutando nel lavoro di idraulico. Avevano anche il compito di mettere le mani nell'impianto di una fontana monumentale. È stato lui il primo a tentare di liberarlo dal masso. La Procura della Repubblica di Lecce ha sottoposto a sequestro il cantiere. I sigilli sono stati messi su disposizione del sostituto procuratore Emilio Arnesano. Gli investigatori stanno verificando se nel cantiere sono state rispettate tutte le norme di sicurezza e se gli operai presenti, compreso il fratello della vittima, erano regolarmente assunti. Inoltre i magistrati, come si fa sempre in questi casi, stanno anche cercando di capire se la ditta che stava realizzando la fontana avesse tutte le carte in regola per effettuare quel tipo di lavori. Il fascicolo aperto al momento contro ignoti è per omicidio colposo, aggravato dal mancato rispetto delle norme in materia di sicurezza sul lavoro. Fino ad ora nessuno è stato iscritto nel registro degli indagati ma le indagini sarebbero orientate sul proprietario del cantiere e sul proprietario della ditta che stava eseguendo i lavori. E la ragione è che Marco in quel cantiere, nell'area recintata, non poteva stare. Gli inquirenti stanno verificando come mai a 15 anni fosse col fratello. Ma la risposta è semplice. Marco era lì per guadagnarsi la vita, a 15 anni. Marco era lì per lavorare e da lavoratore è morto. Come tanti altri ragazzi in Italia. Quello che è successo a Corigliano D'Otranto purtroppo è attuale. Negli ultimi cinque anni circa 27 ragazzi sotto i 17 anni hanno perso la vita in un luogo di lavoro. Sei all'anno, circa. La tragedia di Marco è attuale ma assomiglia tanto a quelle foto in bianco e nero degli anni ‘50 o ‘60. Immagini che ritraevano ragazzi, giovanissimi, esamini in qualche cantiere edile sparsi per l'Italia. Ma se allora eravamo una democrazia in via di sviluppo oggi dovremmo vantarci di essere un Paese con un sistema industriale avanzato. Che garantisca a gente come Marco di non crescere troppo in fretta. Dovremmo garantire, in verità, non solo lui, ma anche gli altri lavoratori. Ma troppo spesso ci si dimentica farlo. E ogni anno contiamo chi non c'è più. L'anno scorso ad esempio sono stati circa 930, secondo le stime dell'Inail. Che però non tengono conto, sottolineano all'«Osservatorio indipendente di Bologna morti sul lavoro», di altre categorie come agricoltori pensionati, militari, forze dell'ordine, o anche coloro che muoiono in auto, come i rappresentanti, o mentre stanno recandosi al lavoro. Tenendo dentro anche loro nel 2011 le vittime arrivano a 1170, l'11,6% rispetto al 2010. Ma questi sono conti buoni per le statistiche. Marco, intanto, è stato già restituito alla sua famiglia. Non c'è stato neanche il bisogno di fare l'autopsia. Secondo gli inquirenti non c'è dubbio che il decesso sia stato provocato da schiacciamento. Marco Guarascio è morto sotto un masso mentre lavorava. Mentre, a 15 anni, faticava per guadagnarsi la vita. ROBERTOROSSI rrossi@unita.it SCUOLA ITALIA Il fattoèsuccesso ildue agostoscorso.Eracon il fratelloquandounapietra lohaschiacciato. In Italia negliultimicinqueanni,30 igiovanissimiuccisi La discarica brucia L'esercito a Palermo Strade con cassonetti stracolmi a Palermo, dopo il rogo di domenica alla discarica di Bellolampo FOTO DI ELISABETTA GUIDOBALDI/ANSA Settimo giorno di incendio sulla collina di Bellolampo Una nube bianca incombe sulla città, timori per la salute Il sindaco dispone il controllo dei livelli di diossina nel latte materno MARIAGRAZIAGERINA mgerina@unita.it Il calendariodell'annoscolastico Tuttopronto per l'apertura delnuovo annoscolastico. Ecco tutte ledate per il rientro inclasse. Iprimi a sedersi sui banchidi scuola dopo la pausaestiva, mercoledì5 settembre, saranno gli alunnidella provincia autonomadi Bolzano,epochi giorni dopo– lunedì 10 settembre,quellidella Valled'Aosta. Il martedìsuccessivo, l'11 settembre, sarà lavolta dei compagnidel Molise. E il giornodopo, toccherà a bambinie ragazzidiFriuli Venezia Giulia, Lombardia (con lescuoledell'infanzia cheanticipano al 5settembre), Marche, Piemonte,Toscana,Umbria, Veneto,e dellaprovincia autonomadi Trento. Giovedì 13settembre, rientreranno in classegli alunnidi Lazio eCampania. Venerdì 14 settembre, saranno le scuolesicilianea suonare la prima campanellae il lunedìsuccessivo, il 17 settembre, la restanteparte delle regioni italiane: Abruzzo,Basilicata, Calabria,Emilia Romagna,Pugliae Sardegna.Quella del calendario scolasticoèunacompetenza che la Costituzioneassegnaalle regioni. Sono state infattiqueste ultimenei mesi scorsia deliberare ledate del prossimo annoscolastic.Ma lescuoleautonome possonoanticipare oposticipare l'avvioe la fine delle lezioni per fare aderiremeglio il calendarioalleproprie esigenze l'importanteèprogrammare all'iniziodell'annoalmeno 200 giornidi lezione. . . . Orlando scrive a Passera: «Carenze inaccettabili» La Cgil accusa: non c'era un piano di intervento Lavorare e morire a soli 15 anni La storia di Marco Sagome bianche per la sicurezza sul lavoro a Napoli FOTO DI CIRO FUSCO/ANSA ILCASO domenica 5 agosto 2012 13
Forse alludeva a un positivo ruolo sotterraneo della diplomazia americana. O magari intendeva semplicemente mettere il cappello su un accordo che sapeva ormai imminente. Sta di fatto che poche ore dopo l'appello lanciato da Hillary Clinton nel pieno del suo itinerario africano, i due Sudan annunciano di avere risolto il contenzioso che in aprile li portò sull'orlo della guerra. «Un'intesa ragionevole», così un portavoce di Khartoum definisce il risultato cui sono arrivate le trattative con Juba sullo sfruttamento delle risorse petrolifere, sparse nel territorio di quello che dal 2011 non è più uno Stato unitario. La disputa vedeva contrapposto il Sud, che ospita gran parte dei pozzi, al Nord, in cui si trovano gli oleodotti per trasportare il greggio oltre frontiera. Ed è proprio sul pedaggio imposto dal Nord al transito dell'oro nero prodotto al Sud, che le parti sono entrate in conflitto lo scorso gennaio. Le autorità di Khartoum esigevano tariffe troppo elevate, e per ritorsione il governo di Juba sospendeva l'estrazione dai giacimenti situati entro i propri confini. Il danno era reciproco: il Sud perdeva i proventi dell'export, il Nord rimaneva a secco di petrolio, visto che parte di quello prodotto al Sud serve al suo fabbisogno. I contenuti dell'accordo non sono stati rivelati ufficialmente. Ma stando a indiscrezioni, Juba pagherà a Khartoum 9,5 dollari per ogni barile che scorrerà attraverso le condutture del Nord. Il patto sarà valido per tre anni e sei mesi. Poi dovrà essere rinegoziato. Intanto il Sud Sudan -ma questa non è materia inerente all'intesa- cercherà di costruire un oleodotto che passi attraverso il Kenya, per ridurre la dipendenza dalle infrastrutture settentrionali. Hillary Clinton ha fatto tappa a Juba venerdì, prima di proseguire verso il Kenya e le altre capitali del lungo viaggio africano (domani in Sudafrica vedrà l'eroe della lotta anti-apartheid Nelson Mandela). Incontrando i leader locali aveva auspicato un accordo in tempi rapidi, perché i destini dei due Sudan sono «inestricabilmente legati». Ieri la Segretaria di Stato americana era a Nairobi, dove ha lodato il «ruolo di punta» del Kenya per la stabilizzazione della Somalia e del Corno d'Africa, e come baluardo regionale nella lotta al terrorismo e all'integralismo islamico. Ma ha avuto cura di collocare il tema della sicurezza nella cornice dell'impegno statunitense per la democrazia e i diritti umani nel mondo, e nel continente africano in particolare. Gli Usa intendono «assistere il governo del Kenya per fare in modo che le prossime elezioni siano libere, eque e trasparenti», ha affermato Hillary Clinton, riferendosi all'appuntamento con le urne del prossimo marzo. I kenyani sono reduci dal voto del 2007, svoltosi in un clima di tensione e seguito da violenze fra partiti ed etnie rivali con un bilancio di 1.200 morti. Successivamente le due principali fazioni raggiunsero un compromesso, per una condivisione del potere tra i loro capi, Mwai Kibaki e Raila Odinga. Il primo è ancora oggi presidente, il secondo è primo ministro. Democrazia e diritti umani, leit-motiv delle dichiarazioni del ministro degli Esteri di Obama nel tour africano. Perché gli Usa non sono solo interessati agli affari, ma vogliono aiutare la crescita civile, sociale e politica di quei Paesi. A differenza di altri governi, che non si fanno scrupoli di sostenere governi dittatoriali pur di ricavarne benefici economici. Clinton lo ha detto senza mezzi termini durante la sosta in Senegal, ed era chiaro a tutti che si riferiva alla Cina, lo Stato che negli ultimi anni ha conquistato il primato mondiale dell'interscambio con i Paesi del continente nero nel loro insieme. L'Africa va ad aggiungersi al lungo elenco di questioni e di aree geografiche in cui si manifesta la crescente rivalità fra le due superpotenze. Pechino ha reagito con durezza alle accuse americane, definendo «ampiamente lontana dal vero l'insinuazione che la Cina stia estraendo ricchezza dall'Africa a proprio vantaggio». Così recita un commento pubblicato dall'agenzia ufficiale Xinhua, il cui autore si chiede «se Clinton sia ignorante dei fatti o abbia scelto di ignorarli». La Repubblica popolare è criticata dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani per avere stretto accordi commerciali in Paesi in cui la corruzione dilaga, le libertà vengono calpestate sistematicamente, e i lavoratori sono privi di tutele sindacali. Dallo Zimbabwe allo Zambia. Hillary Clinton ha certamente toccato un nervo scoperto, a giudicare dalla veemenza della reazione cinese. Xinhua si lancia in un'appassionata, apologetica esaltazione dello spirito di «uguaglianza» in cui si radica «l'amichevole e reciprocamente vantaggiosa interazione fra Cina e Africa». Solo due settimane fa a Pechino il presidente Hu Jintao promise prestiti per 20 miliardi di dollari nell'arco dei prossimi tre anni, a favore dell'Africa. Ad ascoltarlo erano i rappresentanti di 50 nazioni interessate. I crediti, spiegò Hu, finanzieranno progetti infrastrutturali, iniziative agricole, attività imprenditoriali su piccola scala. Una« collaborazione fra Paesi in via di sviluppo», disse, collocando almeno ideologicamente la Cina su un piano di parità con i partner africani. La dimensione del prestito è notevole (il doppio rispetto al triennio passato). Così come è enorme il volume dell'interscambio Cina-Africa nel 2011: 166 miliardi di dollari. Probabilmente sono anche queste cifre, oltre alle preoccupazioni sul vantaggio che alcuni regimi tirannici possono trarre dall'appoggio cinese, ad allarmare Washington. Intesa tra i due Sudan Africa, sfida Usa-Cina La segretaria di Stato Usa Hillary Clinton a Juba, in Sudan FOTO DI PHILIP DHIL/ANSA-EPA ILCASO Può una polpetta di pollo diventare terreno di scontro politico? Può eccome. La risposta è negli uomini che si baciano davanti ai fast food di Chik-fil-A sparsi per tutta l'America, nelle coppie lesbiche che uniscono le labbra davanti ai flash e brandiscono cartelli che dicono cose come: «L'odio è davvero un valore della famiglia?». Un bacio riparatore, una dose di amore omosex dopo che solo qualche giorno davanti agli stessi fast food, si era messa in coda una folla convinta della necessità di testimoniare - a bocca piena - che ognuno può pensarla come vuole, meglio se come il fondatore della catena di 1600 ristoranti a base di pollo, Dan Cathy. In un'intervista a fine luglio, il boss della polpetta aveva raccontato che il segreto del suo successo era il suo attaccamento alla tradizione: anche quella che vuole che una famiglia per essere tale debba essere composta da un uomo e una donna. «Sosteniamo la definizione biblica dell'unità della famiglia». Immediate le proteste dei movimenti per i diritti gay, le minacce di boicottaggio e anche le analisi su ciò che la Bibbia ha da dire sull'omosessualità. Alla fine l'ex governatore dell'Arkansas Mike Huckabee ha fatto partire su Facebook una maratona di solidarietà in favore dei valori tradizionali della famiglia e della polpetta di Chik-fil-A. È stato un successone: migliaia di persone entusiaste hanno svuotato le cucine, divorato panini e ali di pollo. «Eravamo così pieni che abbiamo quasi finito le scorte di cibo», ha raccontato una dipendente della catena. Locali pieni, cori di «God bless America» e comizi da comari. «Sono andati avanti per un pezzo a dire che i gay non solo non avevano diritto di sposarsi, ma neanche di esistere». Tempo quarantotto ore che è partita la contro-mossa dei movimenti gay. Un kiss-day, baci a volontà, sui marciapiedi davanti a Chick-fil-A, con la stampa mobilitata e l'opinione pubblica nazionale a chiedersi da che parte fosse il caso di schierarsi. Con le nozze gay, contro, o con il diritto di Dan Cathy di dire comunque la sua in nome della libertà di parola? Questione irrisolta, quest'ultima soprattutto, in un Paese che si scopre sempre più diviso e radicale, più pronto alle crociate che a trovare vie mediane e che ha archiviato da un pezzo l'ambizione bipartisan di Obama. Specie se tipi come Cathy sono anche tra i finanziatori di gruppi decisamente anti-gay. Marci Alt comunque ci ha provato ed è andata davanti a un Chick-fil-A. Avrebbe voluto incontrare Dan Cathy, insieme alla sua famiglia, per fargli capire che gay o meno «condividiamo gli stessi valori»: stare insieme, crescere i figli. Non ha avuto successo. Altri hanno pensato di presentarsi alla cassa del fast food pagando con banconote con su scritto «soldi gay». Ma alla fine hanno capito che non avrebbe fatto nessuna differenza. Steve Robinson, vicepresidente del marketing dell'azienda, l'ha messa così: la compagnia è bene felice di servire ogni suo cliente, non ne fa una questione di «convinzioni, razza, fede, orientamento sessuale o genere». È il denaro bellezza, da sempre non olet. MONDO . . . Due Americhe davanti al fast-food Chick-fil-A Il proprietario si era detto contro le nozze omosex Sul petrolio Juba e Khartoum si accordano dopo la visita di Hillary Clinton Polemiche con Pechino, tra gli affari delle due superpotenze GABRIELBERTINETTO gbertinetto@unita.it Una cinquantina di pellegrini iraniani sono stati sequestrati ieri in Siria. La notizia, inizialmente diffusa da Teheran, è stata confermata anche dall'agenzia ufficiale siriana Sana che ha parlato di un rapimento da parte di «bande di terroristi armati» lungo la strada che collega Damasco con l'aeroporto internazionale, a sud della capitale. Il gruppo di iraniani aveva concluso la visita al santuario sciita di Sayyida Zaynab - un quartiere da mesi teatro di scontri tra ribelli siriani anti-regime e forze governative - alla periferia sud-orientale della capitale siriana e si stava dirigendo allo scalo per ripartire. Nessuna notizia degli ostaggi, secondo l'agenzia Sana le autorità si starebbero adoperando per un loro rapido rilascio. L'Iran è un alleato strategico del regime siriano e si temono ritorsioni sui rapiti. Teheran aveva vietato i pellegrinaggi via terra dopo il sequestro avvenuto lo scorso maggio di 11 pellegrini libanesi a nord di Aleppo. Si continua intanto a combattere nella capitale Damasco e ad Aleppo, seconda città del Paese. L'esercito regolare siriano ha bombardato numerosi quartieri di Aleppo fra cui Salaheddin, da dove i ribelli hanno attaccato la sede della televisione di Stato prima di essere respinti dall'intervento degli elicotteri militari; bombardato anche il quartiere di Tamadun, a Damasco, che secondo la televisione di Stato siriana sarebbe stato «ripulito dalla presenza dei terroristi armati». L'esercito proclama di aver ormai ripreso il controllo completo della capitale, ma mancano fonti indipendenti per confermare. «Non vi è più alcuna presenza di gruppi armati, eccetto qualche individuo che si sposta da un luogo all'altro per provare che i terroristi sono ancora qui», ha dichiarato un alto ufficiale. Secondo i dati forniti dalle organizzazioni non governative, nella sola giornata di ieri ci sono stati oltre 60 morti. Tra le vittime vi sono 35 civili, 18 militari e 7 ribelli. L'Alto rappresentante Ue per la politica estera Catherine Ashton ha invitato il Libano a proteggere i cittadini siriani in fuga dalle violenze del proprio paese, in linea con le norme internazionali che vietano il respingimento. Ashton si è detta «preoccupata» dalle notizie di espulsioni verso la Siria effettuate da parte delle autorità libanesi. «Il Libano deve assicurare che non avvenga alcuna deportazione al di fuori del quadro dei suoi obblighi internazionali». Siria, rapiti 48 pellegrini iraniani Scontri a Aleppo e Damasco Brasile,Battisti sparisceepoi ricompareaRio Tornaa far parlaredi sé l'ex terrorista CesareBattisti, resosi «irreperibile» perun giudice brasilianodopo controllinei suoi indirizzinotificati dopo il rilascio dal carcere.«Sono sorpresosono aRio de Janeiro,dove mihannoarrestato nel 2007 e aun indirizzogià notificatodalmio avvocato», ribatte lui . Avolercapire dovesi trovasse l'ex militantedeiProletari armati per il comunismo(Pac) èstato ilgiudice di BrasiliaAlexandreVidigal, cheha chiestoduegiorni faalla poliziadi presentareun rapporto «entrocinque giorni». Polpette di pollo e baci gay L'ultima crociata degli States MARINAMASTROLUCA 16 domenica 5 agosto 2012
Come sono i dati sull'occu-pazione Usa? Da agostoin poi, ogni mese, saràuna litania di commenti.Perché dalla salute del gi-gante dipende anche il resto del pianeta e soprattutto perché da questi dati dipende molto il destino politico di Barack Obama, 51 anni ieri. E molti più capelli grigi di quando ha cominciato la prodigiosa cavalcata che lo ha portato alla Casa Bianca nel 2008. Un compleanno festeggiato con una breve pausa nella campagna elettorale, quello del presidente Usa. La giornata passata giocando a golf e in famiglia a Camp David per poi, da lunedì, ricominciare con il fundrising e i comizi. Anche i festeggiamenti sono stati occasione per raccogliere soldi: “Festeggia con Barack”, era la mail in tono colloquiale firmata Michelle giunta a milioni di sostenitori. Si versa una quota e poi si viene estratti a sorte per partecipare a una festa a Chicago la prossima settimana. I repubblicani hanno mandato a Obama una torta con su scritto: «Questa non l'ho cotta io». La frase l'ha detta Obama per sostenere che anche al business servono ILCOMMENTO RONNY MAZZOCCHI Perché i mercati restano sempre molto instabili Quattro o cinque settimane: questo è l'arco di tempo in cui l'Eurozona dovrà fare acrobazie praticamente senza rete di salvataggio. A ballare si comincia domani, con la riapertura delle Borse dopo l'incredibile altalena - giovedì giù a picco, venerdì su – messa in moto dalla riunione del consiglio generale della Banca centrale europea. Si confermeranno la ripresa e il calo degli spread spagnolo e italiano oppure i fatti daranno ragione alle cassandre che profetizzano tutti i guai che l'agosto, con i suoi mercati “sottili” (pochi scambi e quindi maggiori effetti di massicci movimenti al ribasso), scaricherà sull'euro? Ieri una piccola novità positiva c'è stata. Si è saputo che, nell'ormai famosa riunione di giovedì Mario Draghi è riuscito ad ottenere l'assenso di tutti i governatori delle banche centrali dell'Eurozona (quindi anche di Jens Weidmann della Bundesbank) sul permesso alla Banca di Grecia di accettare in garanzia titoli per 4 miliardi, che dovrebbero consentire ad Atene di tirare avanti fino a settembre, quando – così si spera – l'auspicato (ma non certo al cento per cento) sblocco del fondo di stabilità Esm da parte dei giudici costituzionali tedeschi creerà per il fronte dei Paesi “deboli” un contesto più propizio. Il quotidiano tedesco che ha anticipato la notizia, il conservatore Die Welt, non ha lasciato dubbi, comunque, sul fatto che al governo Samaras la trojka a settembre chiederà un nuovo piano di drastici tagli in cambio della tranche di 31 miliardi dei 130 circa che la Grecia si aspetta in prestito. La logica, insomma, resta sempre quella: imporre misure fortemente deflattive in cambio di aiuti che, in una situazione di grave recessione, si dimostrano regolarmente insufficienti. Nonostante questo, in Germania continuano a levarsi voci, anche autorevoli, sulla necessità di obbligare Atene al rigore con la minaccia di lasciarla cadere in default. Ieri è stata la volta di Guido Westerwelle, il liberale ministro degli Esteri, il quale, aggiungendo la sua voce a quella del suo collega di partito Philipp Rösler, ministro dell'Economia e vice cancelliere, e a quelle di parecchi esponenti della Csu bavarese, ha testimoniato quanto sia forte lo scontro interno allo schieramento che sostiene la cancelliera Merkel. Il tema è sempre lo stesso: conviene fermare il salasso di risorse lasciando la Grecia al suo destino oppure si deve ad ogni costo evitare il fallimento perché, poi, l'effetto domino sarebbe incontenibile? A settembre, quando Atene sarà al redderationem, potrebbe accendersi nello schieramento di governo un conflitto pericoloso per la sua stessa sopravvivenza. La paura dell'effetto domino non turba soltanto Angela Merkel e il suo ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble. In una presa di posizione molto forte, ieri, il Centro studi della Confindustria italiana ha illustrato i rischi cui sarebbe esposta la Germania, con un'economia troppo dipendente dalle esportazioni, in caso di fallimento dell'euro. Il ritorno alle monete nazionali sarebbe disastroso per la competitività dell'industria tedesca, che avrebbe molto da temere anche dalle imprese italiane, le quali approfitterebbero della svalutazione di una eventuale “nuova lira”. Si tratta di giudizi sostanzialmente condivisi dall'organizzazione degli industriali tedeschi e dalla grande maggioranza degli economisti. PAURA PER LASPAGNA Qualche settimana fa, Angela Merkel, Mario Monti, François Hollande e Jean-Claude Juncker avrebbero stretto una sorta di patto segreto per arginare alla Spagna la possibile, temutissima, reazione a catena che potrebbe essere innescata da un eventuale default greco. Ci sarebbe questo patto dietro il mantra del «faremo di tutto per salvare l'euro» ripetuto fino alla noia dai leader europei e da Draghi e che aveva acceso le aspettative dei mercati poi gelate dalle precisazioni del capo dell'Eurotower sul fatto che l'intervento diretto dell'istituto sul mercato secondario dei titoli, ammesso che prima o poi ci sia davvero, non potrà realizzarsi prima di quattro o cinque settimane. E così si torna al dunque: le quattro o cinque settimane in cui l'euro farà gli esercizi sul filo senza protezione. La situazione è la seguente: la Bce, in questo periodo, non potrà comunque intervenire; il fondo Esm, con i suoi 500 miliardi, non si sbloccherà fino all'inizio dell'autunno; nel vecchio fondo Efsf rimangono sì e no 180 miliardi, dei quali una settantina sono già destinati alle banche spagnole per le tranche successive a quella di 30 miliardi già versata. Questa miseria non basterebbe neppure a tenere in piedi la Grecia, figurarsi la Spagna o (facciamo gli scongiuri) l'Italia. Per come stanno le cose oggi, all'inizio di un agosto davvero minaccioso, l'unica soluzione possibile sarebbe un rifinanziamento dell'Efsf. Ma poiché è impensabile che in piena estate i parlamenti nazionali possano approvare gli stanziamenti necessari (il Bundestag poi non lo farebbe nemmeno in pieno inverno), bisognerebbe trovare il modo per far sì che il fondo attinga dalle casse della Bce. Convincendo Frau Merkel e Herr Schäuble ad accettare l'idea della concessione della licenza bancaria? Sarebbe molto difficile e comunque ci sarebbero in ogni caso dei tempi tecnici. Qualche sollievo “psicologico” potrebbe venire da un eventuale assenso di Berlino alla futura licenza per l'Esm. Altre vie d'uscita, al momento, non se ne vedono. La Borsa americana di Wall Street. Sotto a sinistra Guido Westerwelle FOTO DI JIN LEE/AP-LAPRESSE LOSPREADCHESALE E CHESCENDE,LEBORSECHE ALTERNANOCADUTE ROVINOSEAPRODIGIOSE RISALITE, i commentatori che passano in poche ore da un ingiustificato ottimismo ad un esagerato pessimismo. Quella che si chiude è stata senza dubbio una settimana interessante dal punto di vista politico per l'Eurozona. Ma la scansione temporale che l'ha caratterizzata non è stata molto diversa da quella che molte volte ci è capitato di osservare in questi ultimi tre anni: grandi aspettative all'inizio, grosse delusioni alla fine. L'unica novità di rilievo è che l'estenuante braccio di ferro fra Mario Draghi e Jens Weidmann demolisce finalmente l'ipocrisia di una Banca centrale europea depositaria di una tecnica neutrale, indipendente dal potere politico e impermeabile alle pressioni esterne. I protagonisti di questa complessa partita si sono mossi fra i numerosi interessi in gioco come due navigati politici e l'esito raggiunto ha finito per essere un punto di equilibrio che ciascun commentatore ha poi voluto vedere più a vantaggio del primo o del secondo. Proprio l'incertezza sull'effettivo esito finale dello scontro ha portato all'andamento erratico dei mercati nella seconda parte della settimana. Quando la complessità e l'incertezza aumentano in maniera significativa, cresce anche il “peso del presente” e il “peso degli altri” nelle decisioni degli operatori finanziari, con il risultato che se un'opinione coagula sufficiente consenso a comprare o a vendere, diventa irrazionale non accodarsi. In questa ultima settimana, forse addirittura più che nei mesi scorsi, di opinioni in libertà ne sono girate parecchie. Le autorità di governo e le istituzioni comunitarie potrebbero avere un notevole potere d'indirizzo delle opinioni, che dovrebbe essere esercitato con oculatezza per stabilizzare il mercato, o almeno per non destabilizzarlo. Governare i mercati non significa infatti solo tenere in ordine i fondamentali, ma anche prevenire quei momenti in cui la psicologia di massa e l'irrazionalità prendono il sopravvento sulla razionalità economica e politica. Peccato che ormai da troppo tempo buona parte delle classi dirigenti europee stiano facendo esattamente il contrario, mostrando un uso irresponsabile di questo potere al punto da incentivare, invece che scoraggiare, l'instabilità. Se c'è una cosa che i mercati sembrano aver capito molto meglio di alcuni governi europei è che l'unione monetaria così com'è non funziona. Il combinato di austerità e politiche deflazionistiche invece di rassicurare sulla futura solvibilità dei Paesi ha finito per aggravare la situazione fino ad estendere il contagio a due grandi Paesi come Spagna e Italia. Lo stesso Fiscal Compact si sta dimostrando come un puro esercizio di accanimento terapeutico su dispositivi istituzionali ormai anacronistici. Nonostate l'atteggiamento dilatorio che vuole più regole subito rinviando ad un indefinito futuro la necessaria solidarietà infra-europea, MARTINOMAZZONIS NEWYORK Obama festeggia i suoi 51 anni e anche la mini-ripresa Usa L'EUROPA E LACRISI Eurozona, alla Grecia boccata d'ossigeno Draghi è riuscito a strappare 4 miliardi di aiuti per Atene, basteranno fino a settembre La tempesta d'agosto sui mercati continua ad allarmare gli industriali italiani e tedeschi PAOLOSOLDINI Disoccupazionestabile anchesealugliosonostati creati 163milaposti L'economiaamericana potrebbeandarmeglio, Europapermettendo IL CASO . . . Il ministro liberale Westerwelle da Berlino: «L'Ue può morire anche per troppa solidarietà» . . . L'incertezza sull'effettivo esito finale dello scontro ha portato all'andamento erratico dei mercati . . . Il braccio di ferro fra Draghi e Weidmann demolisce l'ipocrisia di una Bce neutrale 4 domenica 5 agosto 2012
Cresce e si accumulal'indebitamento me-dio delle famiglie ita-liane. Al 31 dicembre2011 ha raggiunto i20.107 euro a nucleo, il che significa che solo nell'ultimo anno l'aumento medio dei debiti è stato di 911 euro. E da gennaio 2009 addirittura di 5.039 euro, in termini percentuali il 33,4%. I conti li ha fatti la Cgia di Mestre, suonando il campanello d'allarme anche nei confronti del non più tanto sommerso pericolo usura. Il rapporto tra cittadini e banche, insomma, si fa sempre più difficile, e chi sta peggio sono le famiglie di Roma e provincia, con una media di 29.435 euro. Seguono quelle di Milano (28.680 euro), di Lodi (28.560 euro), Monza-Brianza (27.891 euro), e di Prato (26.930 euro). Sempre secondo l'elaborazione Cgia, in coda alla classifica delle sofferenze bancarie si trovano le famiglie residenti a Vibo Valentia (9.429 euro), Enna (8.823 euro) e Ogliastra (8.174 euro). Con la crisi sono state le province sarde a subire le variazioni di indebitamento più importanti: Olbia-Tempio (+159,6%), Carbonia-Iglesias (+147.9%) e Medio Campidano (+120.1%). Se poi si rapporta il peso dell'indebitamento delle famiglie sul reddito disponibile - dice ancora il rapporto Cgia - sono sempre le più ricche province del Nord a guidare la graduatoria: Lodi (79,3%); Como (67,7%) e Varese (64,6%). IDEBITICOLPISCONOI DEBOLI «Al di là della mappatura a livello territoriale - spiega Giuseppe Bortolussi, segretario dell'istituto di Mestre la maggiore incidenza del debito sul reddito la rileviamo nelle famiglie più deboli: è chiaro che con il progressivo aumento della disoccupazione questa situazione è destinata a peggiorare. Non dimentichiamo, inoltre, che esiste un ampio mercato del prestito informale che non transita per i canali ufficiali. Vista la forte contrazione degli impieghi bancari di questi ultimi anni, non è a escludere che questo fenomeno sia in espansione, con il pericolo che la piaga dell'usura si diffonda a macchia d'olio». Ancora Bortolussi: «Ricordando che le province più indebitate sono anche quelle che presentano i livelli di reddito più elevati - continua - è evidente che tra queste realtà in difficoltà vi sono anche molti nuclei delle fasce sociali più deboli». Un quadro parzialmente meno drammatico è quello, invece, disegnato da Infocamere (Unioncamere), che rileva una pur lieve frenata dei fallimenti delle imprese. Il contesto resta quello di una situazione di grande difficoltà, però c'è una diminuzione dei «casi» superiore al 3% rispetto allo stesso periodo 2011. In termini assoluti le aperture di procedure concorsuali tra aprile e giugno 2012 sono state 3.886, oltre 130 in meno rispetto allo stesso intervallo del 2011. Il bilancio è quindi positivo se rapportato allo stesso trimestre dell'anno precedente, ma sostanzialmente stabile (+20 unità) se confrontato invece con il risultato dei primi tre mesi del 2012. Il secondo trimestre 2012 mostra però dati peggiorì di quelli del biennio 2009-2010, quando in termini assoluti i fallimenti avevano toccato rispettivamente quota 2.900 e 3.500 unità. LE IMPRESE IN DIFFICOLTÀ La gran parte dei default ha riguardato società di capitale (69%, comunque in diminuzione nel confronto con il secondo trimestre 2011, -2%). In calo, con tassi a due cifre, anche i fallimenti nelle società di persone e tra le ditte individuali (rispettivamente, -22% e -32%). Continuano invece ad aumentare, a ritmi sempre superiori, i fallimenti di consorzi e cooperative, che sfiorano quota 500 in valore assoluto e un tasso di crescita del 60%. La frenata del fenomeno mostra dinamiche diverse tra le varie aree geografiche. Rispetto al 2011 i default sono in calo nel Mezzogiorno e nelle Isole (-8%) e nel Nord-Est (-15,5%), grazie alla forte diminuzione in Veneto (quasi il 20%) e in Emilia-Romagna (-13,3%). Sono invece aumentati nel Nord-Ovest e nel Centro, del 3% e di oltre il 5%. Manifattura, commercio e costruzioni sono i comparti in cui i fallimenti sono stati più numerosi (rispettivamente con 826, 813 e 733 casi). L'apertura di procedure è infatti relativamente più frequente nell'industria manifatturiera, nei trasporti e nelle comunicazioni: il rapporto tra numero di fallimenti aperti nel secondo trimestre 2012 e imprese registrate è pari a 1,30 (ogni 1.000 società) nella manifattura, a 1,05 nei trasporti, a 0,82 nelle costruzioni. Nella classifica regionale, la Lombardia è al top nel trimestre per il maggior numero di fallimenti (843 casi), seguita a distanza dal Lazio (430) e dal Veneto (303). È il Molise, invece, la regione con la crescita più alta (18,8%), seguita da Umbria (18,6%) e Sicilia (16,4%). L'INTERVISTA combinati con la revisione ed il riesame di leggi quali quelle che hanno introdotto l'imposta di soggiorno o limitato l'uso del denaro contante potrebbero essere i primi punti all'ordine del giorno che auspichiamo vengano presi in seria considerazione alla riapertura dell'attività parlamentare, se non vogliamo correre il rischio di fallimento e di chiusura di centinaia di imprese ed il conseguente licenziamento di migliaia di lavoratori». La situazione del settore, dunque, appare critica al pari della congiuntura economica nazionale e i primi numeri non sembrano indurre a un nuovo ottimismo per il prossimo futuro. In questa estate difficile sarà la Calabria la regina turistica dell 2012, col 13% di domanda nazionale (era del 9,7% nel 2011), spalmandosi tra alberghi, altri esercizi ricettivi e seconde case.La spesa media stimata per le vacanze (viaggio, vitto, alloggio e divertimenti) sarà di 741 euro (contro i 776 del 2011). La maggioranza degli italiani (68%) sceglierà il mare, il 15,6% la montagna e il 4,2% le località termali e del benessere. Il taglio delle vacanze sembra inevitabile anche per la lievitazione generalizzata dei costi negli ultimi dodici mese. D'altronde se i consumi degli italiani sono tornati al livello del 1981, la tendenza non poteva non influenzare anche il turismo, uno dei principali settori economici nazionali. IL PESODIBENZINA E GASOLIO Secondo un'indagine della Confartigianato a incidere in misura rilevante è il rincaro dei trasporti, con le accise sui carburanti a penalizzare il portafoglio degli italiani. La rilevazione indica che mettersi in viaggio costa quest'anno il 12,7% in più rispetto a giugno 2011. Il caro-vacanze si fa sentire soprattutto per il costo del gasolio, aumentato del 15,2%, segue la benzina (+11,9%). Ma i rincari non si limitano al solo il trasporto su gomma. Chi ha scelto l'aereo per qualche meta oltre-confine ha dovutopagare in media il 10,9% in più rispetto all'anno scorso. I cittadini con minori possibilità di spesa sono i residenti in Sicilia (3,6 milioni di persone), seguiti da pugliesi e calabresi. All'altro estremo della classifica i residenti in Lombardia, con 3 milioni di persone senza vacanze. «Il problema non è più la chiusura o meno di uno stabilimento. Ormai è in discussione la permanenza stessa del gruppo in Italia, l'assetto societario, i livelli occupazionali di tutti gli stabilimenti. La domanda vera è che cosa conservare di questa azienda». MaMarchionneancoral'altrogiornoharibadito“nonmollol'Italia”,enonsièparlatodichiusuredi fabbriche. «Se è per questo, aveva anche dichiarato che avrebbe prodotto 1 milione e 600 vetture, tra auto e non, entro il 2014: mi sembra evidente non riuscirà a mantenere la promessa. Sono dichiarazioni che attengono nella migliore delle ipotesi alla speranza, nella peggiore alla propaganda. Mi lascia perplesso che sindacalisti accorti, come il segretario della Cisl Bonanni, non si rendano conto degli impegni disattesi. Sono proprio loro, i firmatari dell'accordo, che dovrebbero essere veramente furiosi». È il deserto nelle fabbriche Fiat: il problema non sono le ferie d'agosto, ma la cassa integrazione che, anche alla riapertura dei cancelli, tra fine mese e inizio settembre, le costringerà alla produzione a singhiozzo. A Mirafiori, per dire, si lavora 3 giorni al mese da quasi un anno e, visto che il piano produttivo è congelato, si rischia di andare avanti così per chissà quanto ancora. Ne parliamo con Giorgio Airaudo, responsabile auto per la Fiom Cgil che, da Torino, segue da sempre la Fiat. L'incontro con i sindacati firmatari si è chiuso con un rinvio all'autunno: lei che cosasiaspetta? «Marchionne ha rimandato tutti ad ottobre, quando presenterà il piano per l'Europa, che peraltro riguarda soprattutto l'Italia, visto che gli unici altri stabilimenti nel continente sono uno in Serbia e l'altro in Polonia. Si tratterà di capire, una volta conclusa l'operazione di acquisizione della Chrysler, che cosa intenda conservare di questa azienda. Prendiamo Mirafiori: il piano per i nuovi prodotti è rinviato a fine 2013 ma, quand'anche venisse scongelato, la proposta sarebbe di lavorare su due prodotti al massimo, mentre all'arrivo di Marchionne funzionavano 5 linee per 7 prodotti. Negli altri stabilimenti la situazione non è diversa: la Panda non sta certo occupando tutti i 5mila lavoratori di Pomigliano, per dire. Insomma, il piano Fabbrica Italia è stato seppellito definitivamente, abbiamo di fronte una proprietà che, attraverso la Exor, investe per il 70% fuori dall'auto e fuori dall'Europa, e che ha dato compito al management di proporre un nuovo azionariato. Tra l'altro, di scritto per l'Italia c'è poco o nulla, mentre in Serbia, Stati Uniti, Russia, sono state sottoscritte pagine e pagine di accordi. In questo, c'è anche una chiara responsabilità dei governi: quello precedente innanzitutto, ma l'attuale non è da meno. Il governo dei tecnici non capisco come possa pensare alla crescita senza una strategia produttiva, come creda di attrarre investimenti se poi non viene nemmeno aperto un confronto con la Volkswagen, che ha chiesto di rilevare il marchio Alfa Romeo. In tutto questo, i lavoratori sono stati lasciati soli, e ad una crisi pesante si sono aggiunti gli errori di Marchionne». Qualierrori? «Ha immaginato una crisi dura ma rapida, invece perdura da anni. Non è uscito con nuovi modelli, e a questo punto chi si sta risollevando sono i tedeschi e gli asiatici, che iniziano a vedere i ritorni degli investimenti di lungo periodo fatti in Europa. E le quote di mercato perdute sarà molto dura riuscire a recuperarle». All'iniziodelnuovoMillennio,edata lasituazioneglobale,sipotrebbepensaread autodiverse... «Peccato che, a margine di una trattativa, sulle auto elettriche e ibride fu proprio Marchionne a confidarmi “l'azionista non mi dà i soldi”. Parlo di 3,4 anni fa, prima della guerra che ha deciso di intraprendere con i lavoratori. Ma da allora non è cambiato nulla in questo senso». «Con le fabbriche ferme non ci sarà alcuna ripresa» EXPO2015 GiorgioAiraudo Parla il sindacalista torinesedellaFiom: «QuandoMarchionnemi disse:per iprodotti ibridi edelettrici, l'azionista nonmivuoledare isoldi» LA.MA. MILANO LAURAMATTEUCCI MILANO Monti: sonosicuro chesaràunsuccesso per l'Italia «Sonocerto del successo diMilano 2015.Sarà il successo di tutta l'Italia e dellasua volontàcomune di riscatto, di rilancio per la nostraeconomia. L'Italiasapràoperarecon orgoglio, metodo,organizzazione, serietà».Lo hadetto ilpresidente delConsiglio, MarioMonti, in occasionedei 1.000 giorniche mancano all'avvio dell'EsposizioneUniversale diMilano 2015«Mancanomille giorniall'Expo di Milano-haricordato ilpremier -e voglio farpervenire ilmioaugurio più vivoagli organizzatori che hanno la granderesponsabilità di operareper il successodell'unicoevento di dimensionemondialeche l'Italia abbia inprogrammaneiprossimi lustri». Ilgovernoha nominatoDiana Braccocommissariogenerale di sezioneper ilpadiglione Italia, all'Expo diMilano2015, ai sensi dell'articolo 13 dellaconvenzionesulle esposizioni internazionali firmataa Parigi il 22 novembre1928, finoal 31dicembre 2016.Braccorappresenterà ilgoverno inquanto partecipante ufficiale all'Expodi Milano2015,ed informerà il presidentedelConsiglio ilministro degliAffari esteri e il commissario generaledell'Expo suicontenutidella presenza italianaall'Esposizione. delle vacanze Ogni famiglia italiana ha 20mila euro di debiti Nell'ultimoannol'aumento medioèstatodi911euro LeprovincediRomae Milanolepiù indebitate conlebanche. In lievecalo i fallimentidelle imprese . . . Pesa il rincaro di benzina e gasolio, ma anche il trasporto aereo costa mediamente di più ILDOSSIER domenica 5 agosto 2012 9
EPENSARECHEIL RUOLODAPROTAGONISTANELFILM CHEDODICIANNIFAGLIREGALÒILSUCCESSO-«ICENTOPASSI»-ARRIVÒPERCASO:«Marco Giordana non riusciva a trovare un attore trentenne, palermitano che venisse dal teatro per poter interpretare Peppino Impastato. Fu mio zio, Luigi Maria Burruano, che era nel cast, a fare il mio nome». Fino ad allora, racconta Luigi Lo Cascio, al cinema non ci aveva mai pensato prima. Eppure da I cento passi in poi niente è stato più lo stesso per lui. Da Piccioni a Tornatore, sono tanti i registi italiani con cui ha lavorato. Anche quest'anno tornerà a Venezia per la Mostra del Cinema, ma stavolta non solo in veste di attore. Presenterà, infatti, il suo primo film da lui girato: s'intitola Lacittà ideale ed è l'unico film italiano in concorso alla Settimana Internazionale della Critica. Racconta la storia di Michele Grassadonia, un fervente ecologista che ha lasciato Palermo per trasferirsi a Siena, sua città ideale finché accade qualcosa che fa vacillare le sue convinzioni. Ce ne parla lo stesso Lo Cascio, sceneggiatore oltre che protagonista del film da lui diretto e prodotto da Angelo Barbagallo. Luigi, ilsuoesordioallaregianasce dallavolontàdivolersiconfrontare conunruolodiverso,dopotantiannidaattore,odallanecessitàdiraccontare«dalsuo puntodi vista» la storiadiMichele? «Dunque, negli anni ho scritto tre testi per il teatro - Verso Tebe, Nella tana, La caccia - e in tutte e tre le occasioni ho curato anche la regia. Non ho mai diretto testi non miei. Non credo di averne la capacità. In genere quando ho avuto una intuizione, che poi ha preso forma e che mi sembrava interessante mettere in scena, sono andato avanti. La stessa cosa è successa con il film. È difficile per me immaginarmi regista. Il regista è qualcuno che pensa di avere uno sguardo, un modo di percepire un testo, a me è successo il contrario, solo dopo aver capito che il testo era di un certo livello ho cominciato a proporlo. Al cinema, tra l'altro, sono arrivato per caso, senza book o agente. Avevo 32 anni quando ho interpretato la parte di Peppino Impastato. I centi passi non è stato solo il primo film, ma anche il primo provino. Io amavo il teatro. Quando ho incontrato Giordana gli ho detto subito: “guarda io sono di una ignoranza mostruosa...” e ho cominciato a dirgli tutti film che non avevo visto - da Kubrick a Herzog -. Lui ha sgranato gli occhi e ha detto: “che fortuna, li devi ancora vedere!”». Come è nata la storia che ci racconta e perché ha sceltodigirareunfilmpermoltiaspetti«ambientalista»? «La città ideale è soprattutto un giallo morale, in cui c'è una componente forte di mistero. Di ecologista c'è tutta la prima parte: racconta la storia di Michele Grassadonia, che trasferitosi da Palermo a Siena, tenta di portare avanti un esperimento, riuscire a vivere bene anche senza ricorrere all'acqua corrente o all'energia elettrica. Lui se ne va in giro per le piazze portando avanti le sue battaglie contro lo spreco, per esempio. È un uomo molto idealista e la parte che sopravvive dell'ecologismo è questa: come si trasforma un uomo con delle certezze quando irrompe il caso. Ho scelto Siena perché quasi sempre è in cima alla classifiche per qualità della vita e poi perché è una città raccolta in cui i cittadini hanno molto forte il senso della comunità. Lo spunto per il personaggio, in fondo, l'ho preso un po' anche da me stesso: cioè ci sono molte cose nel film che faccio anch'io, per esempio camminare. Io cammino per chilometri e chilometri, mi porto dietro delle magliette di ricambio e posso metterci anche ore per raggiungere un posto, tanto so che prima o poi arrivo. Per il resto il film ha delle possibilità di lettura “sociale” e “politica”, ma lo sguardo che uso è di tipo introspettivo. Cioè il personaggio fa un'indagine su se stesso, anche se chiunque può identificarsi con lui». Quandopossiamodefinireunfilm«politico»secondolei? «Tutto ciò che riguarda il soggetto è politico. La classica domanda “chi sono io” non può non avere una valenza politica. Forse in questo film il principio di responsabilità è un fatto politico: come reagisco quando la città sembra capovolgersi? Come affronto un lutto, un fallimento, una storia d'amore? Cosa succede quando le cose in cui credevo e che fino ad allora armonizzavano la mia vita crollano?». Quanto si impara - stando sul set da attore - a fare unaregia? «La regia è sempre un salto, ci si può arrivare in tanti modi. Quello dell'attore è uno di questi, anzi è un salto che non fai da fermo perché sul set ci sei già, quindi puoi imparare moltissimo osservando. Io mi sono moto divertito e appassionato, quello del regista è un mestiere bellissimo». Anchedirigere se stessi? «Per fortuna ora - grazie alla tecnologia - posso rivedere le scene. Non oso immaginare quanto fosse difficile per Chaplin!». Nel cast, oltre a suo zio Luigi Burruano, c'è anche suamadreAidaBurruano.Comel'haconvintaarecitare? «Mia madre è un'ex insegnante, in pensione da un po' anni. Non ha mai minimamente pensato a recitare. E quando le ho chiesto se voleva interpretare mia madre nel film mi ha detto subito di no. Poi, a poco a poco, facendolo l'ho convinta, provando. Io sapevo dall'inizio che sarebbe andata bene. Lei è diversa dal personaggio, ha recitato davvero. Però io avevo la necessità, rispetto alla storia, che l'incontro con la madre avesse un registro diverso, più intimo, più personale rispetto a tutti gli altri personaggi». Che invece sono interpretati da attori che provengonosoprattutto dal teatro... «Sì, da Alfonso Santagata a Roberto Herlitzka, ho scelto attori che fanno teatro da lungo tempo. Per me è molto importante la cifra della recitazione. Del teatro mi ha sempre attratto il testo. Il teatro ha una storia molto più lunga del cinema e credo tuttavia che continuerò a dedicarmi sia all'uno che all'altro». Prossimiprogetti? «Fra una settimana reciterò in un altro film, ancora un esordio, questa volta dei siciliani Antonio Piazza e Fabio Grassadonia. S'intitola Salvo, la storia di un killer palermitano al soldo della mafia e di una ragazza non vedente i cui destini s'intrecciano». CULTURE INLAGUNA Ecco lamia città ideale LuigiLoCascioracconta il suo primo film da regista Dietro lamacchinadapresa «Nonavreimaipensato di recitarealcinema.Fare unaregia?Un'esperienza bellissima,misonodivertito» FRANCESCADESANCTIS fdesanctis@unita.it Dal filmdi LuigiLo Cascio «Lacittà ideale» «Forse ilprincipio di responsabilità èunfatto politico:cosa succedequando crollanoletue certezze?» L'unico italiano inconcorso alla27esimaSettimana internazionaledellaCritica «Lacittà ideale», il film di LuigiLo Cascio che debuttoalla regia, è l'unico titolo italiano selezionato in concorsoalla 27esimaSettimana InternazionaledellaCritica allaMostra del cinemadi Venezia(29 agosto- 8 settembre). Nelcast del film (prodottoda Angelo Barbagalloè una produzione BibiFilmcon Rai Cinema inassociazione conBancaMontedei Paschidi Siena, realizzata con il contributodella Direzionegeneraleper il cinemacon il sostegno dellaRegioneLazioe della ToscanaFilm Commission)oltrea Lo Cascioci sonoCatrinel Marlon,LuigiMaria Burruano,MassimoFoschi, AlfonsoSantagata, AidaBurruanoe Roberto Herlitzka. U: domenica 5 agosto 2012 21
Addio Nicolini, inventò l'Estate romana Staino La crisi non va in vacanza: sei su dieci restano a casa ILCASO ROBERTOROSSI ILCOMMENTO ANDREAASTOLFI LoCascio: ilmiofilm daregista DeSanctispag.21 Oscar Pistorius entra nella storia e va in semifinale GIOVANNIPELLEGRINO APAG. 15 Bersani: basta governissimi Intervista all'Unità: «Dopo Monti non sarà più tempo di larghe intese» «Positive le aperture di Casini, ma a noi e Vendola tocca rafforzare i progressisti» I sindaci? «Non una lista ma impegno al governo» ZEGARELLI APAG.2-3 L'anticaarte della medicina tradizionale Grecopag.23 LASTORIA MASSIMO ADINOLFI La bellezza è promessa di felicità, scriveva Stendhal. La bellezza, sia pure quella del Colosseo, non è autosufficiente ma ha bisogno di qualcosa che la completi. Il suo godimento non è solo mentale: richiede un uso RenatoNicolini l'Unità, 17 novembre2004 Marco Guarascio è morto lo scorso 2 agosto in un cantiere di Corigliano D'Otranto schiacciato da una lastra di roccia. Aveva 15 anni. Purtroppo non l'unico minorenne a restare ucciso sul lavoro: negli ultimi cinque anni le giovani vittime sono state 27. APAG. 13 Morire di lavoro a soli 15 anni Meno partenze e meno spese: l'estate al tempo della crisi è segnata da una lunga serie di numeri negativi. Lo sostiene Federalberghi secondo la quale ad agosto partirà il 30% in meno di cittadini: 15,4 milioni contro i 21,9 dell'anno scorso. Gli albergatori chiedono lo stato di crisi del settore. Il presidente Bernabò Bocca: «In tanti anni non abbiamo mai visto un calo simile». APAG.8 È morto a 70 anni Ex assessore a Roma, rivoluzionò l'idea di cultura JOP MONTEFORTE DELFRÀ PAG.10-11 IL CONFLITTO DI ATTRIBUZIONE SOL-LEVATO DAL CAPO DELLO STATO E IL DIBATTITO CHE NE È SEGUITO hanno riattualizzato in sede parlamentare il tema della riforma delle intercettazioni telefoniche. A chi ne sostiene la necessità e l'urgenza si contrappongono quanti già gridano alla legge-bavaglio, forti di una casistica di successi indagativi, che non sarebbe stato possibile conseguire se le norme fossero già state riformate. È lecito però dubitare che una riforma così delicata possa essere varata da forze politiche già in campagna elettorale. SEGUE APAG.7 Intercettazioni, ci pensi il Csm CLAUDIOSARDO Scanzonato e geniale ILRICORDO GIANNIBORGNA L'oro di Jessica: la mia medaglia ai terremotati Debito medio: 20mila euro per ogni famiglia SanLuca e la peste della 'ndrangheta DiConsolipag.19 U: Per festeggiare i 775 anni dalla nascita, un gruppo di artisti sta ultimando in questi giorni la più grande mappa di una città mai realizzata. A festeggiare il compleanno è infatti una capitale, Berlino (e 775 anni, spiace dirlo, per una città non son poi tantissimi). SEGUEA PAG.17 Oltre la mappa di Berlino MATTEUCCI APAG. 9 DOSSIER Le difficoltà di Mediobanca nella stagione dei tecnici Il caso Ligresti, la crisi e un futuro più incerto GIANOLA APAG.5 Quando l'avversario si chiama pregiudizio L'ITALIA È IN GRANDE SOFFERENZA.OGNIGIORNONUOVIDATINEDESCRIVONOILDISAGIOSOCIALE,LAPROFONDITÀ DELLACRISIECONOMICA,LAPAURADELFUTURO.La sofferenza ha il volto di donne e uomini in carne e ossa che perdono lavoro, che scivolano nella povertà, che vedono ridimensionati i loro diritti, che temono per i loro figli. Le politiche di austerità aumentano la sfiducia verso la politica democratica, ma nonostante il loro evidente fallimento sono difficili da sovvertire: è l'Europa la dimensione della crisi, ma anche la sola soluzione possibile. SEGUE APAG. 17 Contro populisti e tecnocrati NELTIRO AVOLO IL QUINTO TRIONFOAZZURRO Quando divenni assessore alla fine del 1993 i giornalisti, più che di me, mi chiedevano di Nicolini. «Cosa pensa dell'effimero?», «Rilancerà l'Estate Romana?» . Era naturale che fosse così. SEGUE APAG.11 BUCCIANTINIAPAG. 14 1,20 Anno 89 n.215Domenica 5 Agosto 2012
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05/08/12

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