NEANCHE IL PRIMO BERLUSCONI, CHE COMPRAVA IGIOCATORIALDOPPIODELLOROVALOREDIMERCATOEMAGARILISPEDIVAPOIINTRIBUNA,PURDIFARLIFINIREALLA CONCORRENZA (OLTRE A PRESENTARLI CON STILE HOLLYWOODIANO ALL'ARENA, FACENDOLI SCENDERE DAGLI ELICOTTERI). Neanche il primo Abramovich, che faceva razzie in ogni campionato europeo per costruire un grande Chelsea per Mourinho (salvo vincere poi la Champions nell'anno in cui aveva detto stop alle spese folli e in panchina aveva un antidivo come Di Matteo). Il Paris Saint Germain non si ferma più e, stando a quanto scrivono diversi giornali brasiliani, ora avrebbe messo le mani anche sul talento Lucas, bruciando la concorrenza del Manchester United e dell'Inter. L'accordo sarebbe stato trovato sulla base di 42 milioni di euro, dando la possibilità al Santos di tenere il fantasista della nazionale olimpica brasiliana fino a gennaio. Anche perché al momento non ci sono posti liberi tra gli extracomunitari. Mancano ancora le conferme ufficiali, ma che qualcosa bolla in pentola l'ha fatto intendere il presidente del San Paolo Juvenal Juvencio. «Ho detto e ribadito più volte che non ci sono novità sul futuro di Lucas, ma questo non vuol dire che non possano sorgere. La situazione potrebbe cambiare da un momento all'altro, tutto è possibile», è stato il commento rilasciato al sito del quotidiano Estadão. Dopo Lavezzi, Thiago Silva e Ibra, il Psg sta quindi per mettere a segno l'ennesimo grande colpo di un mercato stellare, in cui il suo proprietario, lo sceicco Nasser Al-Khelaifi (uno dei venti uomini più ricchi al mondo) arriverà a spendere 160 milioni di euro per mettere a disposizione di Ancelotti un organico in grado non solo di stravincere la Ligue 1, ma di essere subito grande protagonista anche in Europa. Lucas è un pallino di Al-Khelafi, che ha dato mandato a Leonardo, il suo factotum per le questioni di mercato, di dare all'assalto del brasiliano, approfittando dell'arrivo a Parigi del suo agente, Wagner Ribeiro, poi sarebbe partita l'offerta irrinunciabile per un Santos che aveva detto no ai 32 milioni del Manchester e ai 30 dell'Inter. A vincere l'iniziale scetticismo del giocatore ci ha pensato dal ritiro della nazionale olimpica Thiago Silva, che ha magnificato a Lucas il faraonico progetto del Psg, per il quale ha detto addio al Milan e all'Italia. Ma nel pomeriggio c'è da registrare la smentita dell'agente Wagner Ribeiro: «Prima hanno detto che Lucas fosse del Manchester, ora dicono che è del Psg: ma quale Psg... La verità è che in questa storia non c'è niente di sicuro». Forse solo perché l'accordo economico tra giocatore e Paris Saint Germain non è stato ancora raggiunto. Il club transalpino non sembra comunque sazio, perché si parla di un interessamento anche per Maicon, per mettere a disposizione di Ancelotti un esterno destro di grande forza ed esperienza per completare una difesa già forte di Thiago Silva, Maxwell e Alex. Dietro il Paris Saint Germain appare sicuramente più forte dell'anno scorso ma è tutt'altro che impenetrabile, da metà campo in su invece fa paura. Con Sissoko e Thiago Motta ha forza fisica, esperienza e qualità, con il talentino Menez la fantasia e l'estro vanno al potere, discorso che vale anche per La vezzi, che da idolo di Napoli ora vuole conquistare il cuore dei tifosi della Ville Lumiere. Poi ci sarebbe ancora Pastore, l'argentino ex Palermo grande colpo della scorsa estate, oltre ai vari Bodmer, Luyindula e Nenè. Senza contare Ibra. Posto per tutti non può esserci nel nuovo Psg, almeno due o tre di questi grandi talenti dovrà accomodarsi spesso in panchina, situazione che rischia di vivere anche il giovane Verratti. In Italia, specie in Abruzzo, sarebbe stato titolare fisso, in Francia rischia di restare ai margini. Ma nel multietnico e multimilionario Paris Saint Germain succederà anche ad altri. NICOLALUCI ROMA SPORT ALZILAMANOCHITRAVOICONOSCEL'ENECOTOUR. QUANTI? QUASI NESSUNO. PERCHÉ L'ENECO È UNA CORSAATAPPEGIOVANE.È stata creata nel 2005 al posto del giro d'Olanda e solo da tre anni è stata inserita nel calendario Uci. Si svolge ogni anno ad agosto e fino a quest'anno era una corsa della cui esistenza a stento si sapeva qualcosa. Almeno noi italiani. Perché l'Eneco Tour è frequentata da corridori nordici e soprattutto da velocisti e cronometristi. L'Olanda e il Belgio, si sa, non presentano delle asperità per scalatori. E non è un caso che negli ultimi tre anni il norvegese Edvald Boasson Hagen abbia trionfato due volte o che l'inglese David Millar (il cui nome è di solito associato a corse a cronometro) si sia potuto classificare, l'anno passato, terzo. Quest'anno, però, la corsa, partita ieri da Waalwijk, assume un altro valore. Tra i ciclisti al via c'è anche un tale di nome Alberto Contador. Un tale, cioè, che ha vinto tre Tour, e poi Giri, Vuelta e tanta altra roba. Contador è tornato dopo circa sei mesi di squalifica. Il 30 settembre del 2010 lo spagnolo viene a sorpresa sospeso provvisoriamente dall'Uci in seguito ad una positività al clenbuterolo riscontrata in un controllo antidoping del 21 luglio precedente, giorno di riposo del Tour de France (vinto). L'entourage del ciclista dichiara che si tratta di un caso di «contaminazione alimentare», Si apre un processo strano che si conclude il 6 febbraio del 2012. Alberto Contador viene riconosciuto colpevole e squalificato dal Tribunale Arbitrale dello Sport per due anni. Ma la squalifica ha effetto retroattivo, cioè parte da agosto 2010. Scade quindi il 6 agosto 2012. Cioè ieri. Giusto in tempo per l'Eneco. Corsa che non correrà per vincere, ma sarà usata per prepararsi al alla Vuelta e al Mondiale. Infatti, su un percorso prevalentemente pianeggiante e con alcuni strappetti, e tanti chilometri a cronometro individuale e a squadre sono ben più quotati altri corridori, come ad esempio Sylvain Chavanel (Omega Pharma Quick Step), che quest'anno ha già dimostrato di poter fare buone cose nelle cronometro, Lars Boom (Rabobank), motivato a riscattare una stagione finora opaca e Taylor Phinney (BMC Racing), affamato di vittorie dopo un'esperienza olimpica positiva ma un po' amara visti i due quarti posti ottenuti. Attenzione anche alla coppia della Vacansoleil DCM formata da Thomas De Gendt e Liewue Westra, protagonisti fino ad ora di una grande stagione, David Millar (Garmin Sharp) e il nostro Manuele Boaro (Saxo Bank Tinkoff), che potrebbe ricoprire il ruolo di grande sorpresa. «GLI EVENTI DELL'ULTIMO MESE MI HANNO PROFONDAMENTESEGNATO.In poco tempo la mia prospettiva è cambiata: da componente dello staff tecnico della società campione d'Italia, obiettivo cui ho dedicato passione e professionalità , sono passato ad essere motivo di turbamento e di condizionamento per le persone con cui ho lavorato». Comincia così la lettera che Cristian Stellini ha scritto ieri al presidente della Juventus, Andrea Agnelli, per dimettersi dopo il deferimento alla Commissione Disciplinare. Stellini, 38 anni, ex difensore del Bari, lavora nello staff di Conte dal 2010 e attualmente sta scontando una squalifica di 2 anni e 6 mesi. Tirato in ballo nell'ambito dell'inchiesta del calcioscommesse con Conte e il resto dello staff del Siena, il 26 luglio 2012 è stato deferito dal procuratore federale Stefano Palazzi per illecito sportivo (Albinoleffe-Siena e Palermo-Bari) e omessa denuncia (Novara-Siena e Bari-Sampdoria, da calciatore). Il primo agosto la Commissione Disciplinare ha accolto la richiesta di patteggiamento a 2 anni e 50mila euro. Il 3 agosto è stato accolto un secondo patteggiamento richiesto da Stellini per quanto riguarda il filone della procura di Bari: al giocatore vengono accordati 6 mesi di squalifica in continuazione alla precedente squalifica. Nella sua lettera Stellini spiega: «Qualunque sia l'evoluzione delle vicende giudiziarie che mi coinvolgono, penso che sia doveroso da parte mia dimostrare serietà e sollevare l'ambiente della Juventus da un peso, cadutole sulle spalle, per fatti risalenti nel tempo ad altre stagioni della mia carriera, quando militavo in altre società. Da oggi penso che sia corretto dedicarmi con tutte le forze al chiarimento di quelle vicende, che riguardano esclusivamente la mia persona e non coloro i quali hanno semplicemente condiviso con me gli spazi di uno spogliatoio. Con la presente, quindi, rassegno irrevocabilmente le mie dimissioni da collaboratore tecnico della Juventus, non prima di aver ringraziato lei, presidente, l'amministratore delegato Beppe Marotta, i dirigenti, Antonio Conte e tutti i calciatori, con cui ho avuto il privilegio di lavorare in questi 13 mesi. Tutti mi avete dimostrato grande solidarietà, a tutti devo grande riconoscenza». Conte perde quindi uno dei suoi uomini fidati. Forse non sarà neanche l'unico. Conte perde unsuouomo Stellini sidimette GIANNIPAVESE ROMA Psg ammazza mercato l francesi pronti a offrire 42 milioni per Lucas Iltalentobrasilianostarebbe trattandoper ilpassaggio aParigi.Ancelottidovrà gestireunclubricco di topplayer.Forsetroppi MASSIMO DEMARZI sport@unita.it Il brasilianoLucas aun passodal Psg FOTO DI PETER POWELL/ANSA Alberto Contador FOTO LAPRESSE Contadorètornato esipreparaalmondiale Ilciclistaspagnolotornaall'EnecoTourdopolasqualifica perdopingelostopdiseimesi.Nelmirinoanche laVuelta ... Allacortedegliarabi potrebbearrivare ancheil terzinodestro dell'InterMaicon U: martedì 7 agosto 2012 23
Sul braccio aveva un tatuaggio che ricordava l'11 settembre: una data scritta sulla sua pelle, forse l'annuncio di un desiderio di vendetta. Ha un nome l'uomo che ha aperto il fuoco domenica scorsa in un tempio sikh, in Wisconsin. Wade Michael Page, 40 anni, era un ex militare, esperto in guerra psicologica. Un «neo-nazi frustrato», a sentire l'ong Southern Law Power Center, un gruppo che monitora i crimini a sfondo razziale: l'organizzazione lo teneva d'occhio dal 2000, quando Page si era messo in contatto con la National Alliance, gruppo antisemita, suprematista bianco, lo stesso che ha ispirato la strage di Oklahoma City nel 1995: un palazzo sbriciolato da un ragazzone biondo, Timothy McVeigh, 168 morti. Prima di entrare nel tempio e fare fuoco sui primi che gli sono passati a tiro, sei morti e tre feriti - un agente è stato colpito a distanza ravvicinata otto volte - Page ne ha avuto di tempo per pensare. Sette anni fa era diventato il leader di una band di skin-heds, il nome lo aveva scelto lui: «End apathy», farla finita con l'apatia. In un'intervista ad un sito online, Laberl 56, due anni fa spiegava che il senso era tutto qui: «capire come mettere fine all'apatia della gente, iniziare a muoversi in avanti». In tutto tre persone, musica di vecchio stampo «punk e metal», testi ispirati chiaramente alla supremazia bianca. Ma nessuna traccia per ora di altri crimini. La polizia non conferma che quello razziale possa essere stato il movente della carneficina. Si scava nella vita di Page, nelle tracce lasciate sul web, si cerca qualche possibile rivendicazione. Al momento la vicenda è classificata come «terrorismo interno», ma c'è molto da capire. Anche oltre la strage. «Sparatorie come quella in Wiscosin stanno accadendo con troppa regolarità - ha detto Obama - bisogna affrontare il problema della violenza perpetrata con le armi». Quello che è certo infatti è che l'arma usata era detenuta legalmente da Page. Che per sei anni, dal '92 al '98, l'uomo aveva prestato servizio militare a Forth Bragg, in North Carolina. Come meccanico di missili Hawk, poi sergente fino ad essere degradato a semplice specialista e congedato per cattiva condotta, oltre ad essere dichiarato non più arruolabile. Non sono chiare le ragioni per cui Page è stato costretto a lasciare le forze armate. Ma non ha avuto nessuna difficoltà a procurarsi un'arma, la pistola semi-automatica da 9 millimetri con la quale ha portato il terrore tra i sikh del tempio non lontano da casa sua. Il Wisconsin, del resto, ha una delle leggi più permissive sul possesso di armi. Il presidente Obama ha assicurato il massimo sostegno alle indagini. Anche lo sfidante Mitt Romney ha deprecato lo spargimento di sangue in un luogo di preghiera. Se l'inchiesta dovesse dare un chiaro profilo razziale alla strage, ne farebbe inevitabilmente un tema della prossima campagna presidenziale, con i repubblicani che stanno soffiando sul fuoco dell'intolleranza contro gli immigrati. «NONSIAMOMUSULMANI» La comunità sikh conta almeno mezzo milione di persone negli Stati Uniti, immigrati di vecchia data e meno. Con i loro turbanti colorati e le barbe lunghe spesso sono stati scambiati per musulmani. Dopo l'11 settembre le cose sono diventate più complicate. La prima vittima è stato un benzinaio dell'Arizona, ucciso il 15 settembre del 2001, Balbir Singh: una vendetta a pochi giorni dall'attentato alle Torri gemelle. Da allora si sono contati almeno 700 aggressioni, più o meno gravi. «Ci dicono: Osama, vattene a casa», ha raccontato al Washington Post Shivegharn Ghuman, 59 anni, uno di quelli che domenica scorsa ha fatto in tempo a mettersi in salvo nel tempio di Oak Creek. Tra le vittime di Page c'era anche il fratello del capo della comunità di preghiera, appena arrivato con la sua famiglia dall'India. «Tanti anni qui e non era mai successo niente», è il dolore di chi resta. E che si trasforma in un terribile appello. «Dite alla gente che non siamo musulmani. Noi siamo diversi. Siamo sikh. Fate arrivare questo messaggio». Perde i pezzi il governo siriano vicino al regime del presidente Bashar al-Assad. Denunciando «il genocidio collettivo commesso dal regime» baathista, il premier siriano Riyad Hijab ha ieri annunciato la sua diserzione e si è rifugiato con la famiglia in Giordania, da dove ha proclamato l'adesione alla causa degli insorti e alla «rivoluzione». Sullo sfondo di un piano organizzato «nei minimi dettagli da almeno due mesi» e «portato a termine grazie all'Esercito libero» (Esl, ribelli), Hijab, sunnita di Dayr az Zor, è ora «in un luogo sicuro» nel regno hascemita «assieme ad altre dieci famiglie» a lui legate, hanno riferito fonti dell'opposizione. Le parole del premier - riecheggiate mentre si moltiplicano le notizie di defezioni fra i ranghi della nomenklatura - sono state affidate al portavoce, Muhammad Otri, che è intervenuto sugli schermi della tv panaraba Al Jazira, finanziata dal Qatar: «Il regime sta commettendo un genocidio collettivo, si tratta dei peggiori crimini che possono essere commessi», ha fatto dire Hijab nel suo comunicato. «Mi unisco alla rivoluzione, ma sono stato al suo fianco sin dall'inizio», ha assicurato, sostenendo di non aver potuto disertare prima poich‚ «minacciato di morte». «Tutti i ministri vorrebbero disertare ha aggiunto l'ormai ex premier - ma non possono perchè‚ in Siria vige uno stato di polizia: chiunque osi opporsi rischia la morte e così i suoi familiari». ALTREFUGHEECCELLENTI Lo scorso giugno Hijab, ex ministro dell'agricoltura e militante della prima ora del Baath (il partito degli Assad), era stato incaricato di formare il governo dopo le elezioni del 7 maggio. «Non avevo altra scelta e se avessi rifiutato mi avrebbero ucciso. Ma sin dall'inizio ho pensato a come disertare e a contribuire a far crollare il regime», ha detto l'ex governatore di Quneitra e Latakia. L'agenzia ufficiale Sana riferisce che l'altro ieri Hijab aveva presieduto una riunione del consiglio dei ministri a Damasco. «Ho interrotto le comunicazioni ieri», ha affermato l'ex premier precisando di esser fuggito «solo quando sono stato sicuro che i miei familiari sarebbero stati tratti in salvo». Mentre le forze governative restano comunque all'offensiva sia a Damasco sia ad Aleppo, Assad ha intanto designato premier ad interim Omar Ghalawanji, già ministro delle Amministrazioni locali. Mentre il ministro delle Finanze Muhammad Jleilati risulta essere stato arrestato prima della fuga. Diamo il benvenuto alla defezione di Riyad Hijab, e a quelle di tutti gli altri funzionari, civili e militari», è stato il commento di un portavoce del Consiglio Nazionale Siriano, principale cartello delle forze di opposizione, Abdel Basset Sayda. «Tale defezione dimostra che il regime si sta disintegrando», ha sottolineato. «È l'inizio della fine». Le defezioni in Siria mostrano che il regime di Bashar al Assad sta perdendo la presa e sta vacillando e che l'opposizione sta guadagnando slancio. Ad affermarlo è il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney. «Come abbiamo più volte ripetuto, le defezioni di alto livello sono un segnale di come Assad stia allentando la presa sul potere» afferma Carney, sottolineando che il «momento è con l'opposizione e con il popolo siriano. È chiaro che queste defezioni stanno raggiungendo i livelli più alti del governo siriano e Assad non può ripristinare il proprio controllo sul Paese perchè il popolo non lo consente. Il modo migliore per mettere fine a queste sofferenze del popolo è che Assad si faccia da parte e consenta una transizione politica pacifica verso un governo che sia in grado di rispondere alle aspirazioni del popolo». Sono 91 le persone rimaste uccise ieri in Siria. Lo ha reso noto l'Osservatorio siriano per i diritti umani, precisando che si tratta di 57 civili, 24 militari e 10 ribelli. Almeno 17 civili sono morti nella città di Aleppo. Usa, la strage di sikh opera di un ex militare razzista MONDO In fuga il premier siriano Forze ribelli nei sobborghi di Damasco FOTO AP Rifugiato in Giordania il primo ministro Riyad Hijab dopo essere passato dalla parte degli insorti Il ministro delle Finanze Muhammad Jleilati arrestato prima di riuscire a mettere in atto la fuga UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it Altri due musicisti, dopo le Pussy Riot, sono stati arrestati in Russia dopo aver cantato una canzone di protesta contro Putin. Si tratta di Ievgheni Aliokhin e Konstantin Strokolski, della rap band Makulatura (carta straccia), abbastanza popolare nella capitale. I due stavano esibendosi due sere fa non in una cattedrale - le Pussy Riot che a processo rischiano 7 anni di carcere avevano inscenato una «preghiera punk» contro Putin nella cattedrale di Cristo il Salvatore di Mosca - ma nel parco Bauman deklla capitale russa, durante un festival giovanile. Alla terza canzone uno degli agenti presenti è salito sul palco e li ha invitati a seguirlo in commissariato. Qui hanno trascorso la notte e ieri sono stati processati per direttissima, con la non meglio precisata accusa di teppismo non grave: entrambi, riferisce l'agenzia Interfax, sono stati condannati a pagare una multa di mille rubli a testa (25 euro) e rilasciati. La canzone che i due stavano interpretando si intitola «Il poliziotto del futuro» e prende di mira ironicamente il leader del Cremlino, il suo partito Russia Unita e, naturalmente, i poliziotti che votano Putin: «Ho paura della libertà, non la voglio», «meglio avere qualcuno che mi suggerisca per chi votare e come attraversare la strada», erano alcune delle strofe. Intanto le Pussy Riot fanno proseliti oltre-confine. Oltre a molte performance di solidarietà da tutto il mondo, Italia compresa, un gruppo finlandese ha tentato di emularne le gesta nella cattedrale di Helsinki, dove volevano inscenare un blitz musicale secondo quanto riferisce l'agenzia russa Interfax. La performance di ragazze vestite come le Pussy Riot, stoppata dalle autorità finlandesi, sarebbe stata promossa da Teivo Teivanen, professore di politica internazionale all'Università di Helsinki. Le Pussy Riot fanno scuola a Mosca e a Helsinki VIRGINIALORI EGITTO Fratelli musulmani: rivedere accordo con Israele Si svolgono oggi i funerali solennidelle 16guardie di frontiera egizianeuccise duegiorni fanelSinai, alconfine con Israele.Alle esequie,che si terrano in unamoscheadel Cairo, parteciperanno ilpresidente egiziano MohamedMorsi, il capodel Consiglio miitareHusseinTantawi e il capo di Statomaggioredelle forzearmate egiziane,SamiAnnan. L'incidenteal valicodi Rafahsecondo la dirigenza deiFratelli musulmaniegiziani sarebbe daaddossare, così comedice anche il premierdiHamasa Gaza Ismail Haniye, ai servizi segreti israelianiealle loro operazioninella Strisciadi Gaza,per cui il capodellaConfraternita ieri ha attaccato il presidente Morsie chiesto la revisione del recentissimo accordo traEgittoe Israele. L'accusaverso il Mossadvienerespinta daTelAviv come«un'assurdità». Un sikh del Wisconsin alla commemorazione delle vittime FOTO ANSA Il killer segnalato come neo-nazista e suprematista bianco Obama: «Affrontare il problema delle armi» MARINAMASTROLUCA martedì 7 agosto 2012 15
«Il centrosinistra era diventato un campo di Agramante: troppe divisioni, troppa confusione impedivano di riconoscere in quello schieramento un luogo significativo della politica. Per questo il nuovo rapporto tra Pd e Sel è una novità importante, una scelta che fa chiarezza anche nei confronti dell'opinione pubblica. E che non si può giudicare con le categorie psicologiche del tradimento o dell'abbandono», spiega Stefano Rodotà, professore emerito di Diritto civile alla Sapienza, già presidente dell'Autorità garante della privacy. Dunqueritienechel'uscitadiDiPietrosia unfattopositivo? «La cosiddetta “foto di Vasto” era un'entità irrisolta, contestata da più parti anche dentro lo stesso Pd, che non consentiva di fare passi politici significativi, di costruire un'agenda di governo dei progressisti. È indubitabile che, dopo il successo di Grillo alle amministrative, Di Pietro abbia fatto una scelta totalmente populista, per paura di perdere una quota consistente del suo elettorato. Una operazione che ha trovato il suo apice nell'inaccettabile aggressione al Quirinale». IlnuovoschemaPd-Selsipuòconsiderare risolutivo? «I soggetti di questa alleanza si trovano davanti a un impegno gravoso, non si può dire che tutto sia risolto. E tuttavia ritengo che la Carta d'intenti presentata da Bersani sia utile per mettere a punto una diversa agenda politica. È un lavoro difficile, perché in questi anni le agende hanno avuto un respiro cortissimo, legato a convenienze e strumentalizzazioni. La Carta del Pd compie un'opera di efficace disboscamento rispetto al programma dell'Unione del 2006 di oltre 270 pagine. Ma non basta. Può essere un punto di avvio per mettere a fuoco i soggetti, i temi e le gerarchie. Uno di questi è il rapporto con la cosiddetta “agenda Monti”: mi pare che la direzione indicata da Bersani sia un'altra, nonostante le santificazioni del governo tecnico che vengono da alcuni settori Pd». Quale? «Il governo tecnico ha operato riducendo gli ambiti di intervento, nella Carta del Pd c'è invece il tentativo di indicare obiettivi e orizzonti più ampi, che vanno oltre il risanamento del bilancio e il primato assoluto dell'economia e toccano quelli che definirei i cardini di una “politica costituzionale”: a partire dai diritti civili, su cui Bersani ha superato molte timidezze del passato, e da un'idea dell'Europa che va oltre il conferimento di maggiori poteri a Bruxelles nel governo dei conti. Penso all'esigenza di maggiori contrappesi democratici, come un nuovo ruolo del Parlamento europeo e nuovi meccanismi di rappresentanza e di partecipazione. L'Europa non è e non può essere solo rigore, ma anche uno strumento per la promozione dei diritti, come è successo nel caso dei licenziamenti Fiat e dei diritti delle coppie gay. Penso poi ai beni comuni, come l'acqua. A cui va aggiunto l'accesso alla conoscenza in rete rispetto all'eccesso di monetizzazione da parte delle majors. Hollande ne ha fatto uno dei cardini della sua campagna. C'è poi il tema ineludibile delle democrazia partecipativa, su cui Grillo ha aperto una sfida che va colta». Inche direzione? «Per rafforzare la democrazia partecipativa è necessario potenziare l'iniziativa legislativa popolare. Quei disegni di legge non possono finire negli archivi di Camera e Senato: bisogna imporre una discussione con tempi stabiliti, dare ai promotori uno status pari a quello dei promotori dei referendum. Questo problema non si risolve ignorandolo, o accusando Grillo di populismo. Del resto anche il Trattato di Lisbona prevede meccanismi di questo tipo. L'Italia ha bisogno più di altri paesi di rafforzare questo nuovo circuito istituzionale. E, come si è visto coi referendum del 2011, gli italiani vogliono partecipare». Insomma, lei vede in questi meccanismi unantidoto algrillismo? «Se qualcuno pensa che per fermare questa ondata basti qualche polemica o un ritocco alla legge elettorale sbaglia di grosso. Il fenomeno nasce da un malessere profondo». C'èancheiltemadelrapportocoimoderati, evocato ad Bersani, a partire dall'Udc.Puòfunzionare? «I problemi non mancano, e in fondo riguardano anche il rapporto tra Pd e Sel. Un'agenda non si costruisce tra le oligarchie dei partiti, o con le polemiche di piccolo cabotaggio. Serve un confronto culturale franco che renda credibile una coalizione. I temi vanno affrontati di petto, senza timori, assumendosi le responsabilità dei sì e dei no». Chemarginivedeperun'agendadiversa dalmero rigore? «È una domanda complessa. Dopo il voto del Parlamento sul fiscal compact e l'obbrobrio del pareggio di bilancio in Costituzione è difficile costruire percorsi alternativi. Ma è un dovere provarci e coinvolgere il Paese nella discussione». Infine, il temadelleriformecostituzionali edelettorali. «Bersani ha fatto molti passi avanti nell'archiviare, almeno a sinistra, la cultura dell'uomo solo al comando. Ora è necessario mettere in sicurezza la Costituzione dalle scorribande di maggioranze occasionali, innalzando il quorum per le modifiche sulla forma di Stato e di governo. E una legge elettorale che superi le distorsioni di questo bipolarismo. Anche a sinistra ha finora prevalso l'idea che le elezioni servano solo a investire un governo, smontando così il rapporto tra elettori ed eletti. Nel 1993 fummo in due in Parlamento a proporre il sistema tedesco. Se lo avessimo adottato allora, quanti guai ci saremmo risparmiati...». ILCORSIVO CRISTOFOROBONI Il segretario del Partito democratico Pier Luigi Bersani FOTO ANSA L'INTERVISTA TOCCAVA PUNTE ELEVATEDICOMICITÀL'EDITORIALEDI IERI DI ANGELO PANEBIANCO (SUIL CORRIERE DELLASERA).Ecco l'esordio: «Con l'annunciato ritorno alla proporzionale, ridiventerà lecito ciò che non lo era dopo il 1994: correre da soli alle elezioni e fare le alleanze di governo in Parlamento dopo il voto». Se la comicità fosse involontaria, si potrebbe temere persino che Panebianco sia rimasto per due decenni in stato di incoscienza oppure non riesca più ad avere notizie dall'Italia. Non sa, ad esempio, che è in carica un governo guidato da Mario Monti e sostenuto da Pdl, Pd e Udc (alleanza fatta in Parlamento), dopo che il Pdl si è presentato alle elezioni (maggioritarie) con la Lega e insieme ad essa si è spartito un ricco premio in seggi: benché, secondo Panebianco, non fosse lecito, la Lega è poi allegramente fuggita all'opposizione con il bottino, facendo il gesto dell'ombrello a tutte le strampalate teorie della Seconda Repubblica. E non c'è stato solo il governo Monti, caro professor Panebianco. Quando le racconteranno di questi vent'anni, le diranno anche che Berlusconi, sfiduciato da Fini, è rimasto premier ancora per un anno grazie al contributo determinante di deputati (come Scilipoti) eletti in liste di opposizione, che dunque hanno fatto «alleanze dopo il voto» sostituendo quelli che le avevano fatte prima. E altre volte ancora sono accadute cose simili: per il semplice motivo che tutto ciò è rimasto lecito secondo la nostra Costituzione e che il maggioritario all'italiana ha moltiplicato, e non ridotto, il trasformismo e l'incoerenza politica. Forse è arrivata l'ora di dire che la colpa è anche di tanti teorici della Seconda Repubblica, che ci hanno spiegato per anni come il maggioritario servisse alla governabilità, come il premio stabilizzasse i governi, come le coalizioni preventive aumentassero i poteri dei cittadini. Tutte parole clamorosamente smentite dai fatti. Dal '94 ad oggi abbiamo avuto 11 governi (media migliorata rispetto alla Prima Repubblica, ma non di molto), due legislature sono durate soltanto due anni, 5 governi su 11 si sono formati sulla base di alleanze post-elettorali diverse rispetto alle coalizioni della campagna elettorale, il tasso di trasformismo (i cambi di casacca) parlamentare ha raggiunto livelli dieci, venti volte superiori alla Prima Repubblica. Chissà se ci sarà finalmente una moratoria sulle balle raccontate ai cittadini. Per stabilizzare i governi, i premi di maggioranza non servono a nulla: sono necessari meccanismi istituzionali come la sfiducia costruttiva (o, al limite, il potere di scioglimento in capo al premier). Ed è per evitare la sfiducia costruttiva che il Pdl si è inventato il semi-presidenzialismo e ha fatto saltare in Senato l'intesa sulle modifiche costituzionali. Spera, in questo modo, di rendere precario il futuro governo di centrosinistra. Se i sindaci o i presidenti di Regione non avessero, nelle loro mani, questi meccanismi istituzionali di stabilizzazione, neppure a loro servirebbe il premio di maggioranza: è stato già dimostrato nella prima legislatura del Tatarellum. Non è dunque il sistema proporzionale o quello maggioritario l'indice della coerenza dei comportamenti politici. Converrà il professor Panebianco che il sistema più stabile in Europa (che ha prodotto il minor numero di governi) è quello tedesco, il più proporzionale di tutti. Ma c'è ancora un punto del suo editoriale di ieri che merita di essere sottolineato. Quando suggerisce a Casini di non allearsi con Bersani nella prossima legislatura e di schierarsi da subito per una Grande coalizione. Il consiglio a Casini è probabilmente la ragione vera dell'articolo: ma lascia sconcertati il cortocircuito che crea con le valutazioni negative sul ritorno al proporzionale e con l'esaltazione delle virtù del maggioritario. Verrebbe da chiedere a Casini: smentisci Panebianco, proprio tu che ti sei battuto per il proporzionale, dimostra che può dare prestazioni migliori di questo penoso maggioritario nostrano, dimostra che la stabilità dei governi non ha nulla a che vedere con i premi. Il problema però è che la stabilità ha a che vedere con alcune serie riforme istituzionali, che all'Italia mancano e che il Parlamento deve fare al più presto. Speriamo che la prossima legislatura sia quella buona. E che la Seconda Repubblica sia chiusa per sempre, con tutti i suoi miti carichi di imbrogli. StedanoRodotà «Rispettoall'agenda Monti ladirezione indicata daBersanièun'altra Èunpuntodiavvioper mettereafuoco isoggetti i temie legerarchie» «Dalla Carta d'intenti i cardini di una politica costituzionale» ANDREACARUGATI ROMA Riportate in Italia il professor Panebianco PORCELLUM Giachettidigiuna, inizia la«staffetta» Il primoa partire,da veromaratoneta deidigiuni, èstato Roberto Giachetti, deputatodel Pdcon alle spalle annidi militanzaradicale. Arrivatoal trentesimogiornodi sciopero della fame,come ForrestGump, si èvoltato pervederesequalcuno loseguiva. E cosìèstato. Da ieri, è iniziata la staffetta perdargli incambio.E farepressing sul parlamentoanche durante lapausa estivaperché cambi l'attuale legge elettoralenotacome«Porcellum». Quelloè l'obiettivo: tenere accesa l'attenzioneanche inquesti giorni d'agostosulla riformaelettorale, che «nonostante lepromesse ripetute da partedi tutte le forze politichenon è ancorastata votata». Funzionacosì: ilpassaggio del testimoneavvienealla mezzanotte. E i turnididigiuno,già pianificati finoal 3 settembre,durano24 ore.A lanciare l'iniziativa, il PddiRoma. ConGianluca Santilli, responsabilecomunicazione, che ieriha dato il viaalleprime 24 ore di scioperodella fame, in tandem con LuciaZabatta, responsabiledella Ricerca.Domani sarà la volta del segretario romano Marco Miccoli.E cosìvia. Le iscrizioni sono apertesul gruppofacebook«24ore di digiuno perdireno alProcellum». Ehanno già raggiunto in poche ore quota70. Militanti, esponenti politici, semplici cittadini.E anchequalche deputato. Il primoparlamentaread aderireè stato FaustoRecchia. Poi, incorsa, si sono unitianche ErmeteRealacciePaolo Gentiloni.Mentre comincianoad arrivare le primeadesioni trasversali. A cominciareda BenedettoDella Vedova,deputato diFli. . . . «Per rafforzare la democrazia partecipativa va potenziata l'iniziativa legislativa popolare» martedì 7 agosto 2012 7
TV 06.30 TG1. Informazione 06.45 Unomattina Estate. Attualita' 10.10 Unomattina Vitabella. Rubrica 11.05 Un ciclone in convento. Serie TV 12.00 E state con noi in TV. Show. Conduce Paolo Limiti. 13.30 TG 1. Informazione 14.10 Dalla Camera dei Deputati “Dichiarazioni di voto finale sul provvedimento di revisione della spesa pubblica”. Informazione 15.10 Capri. Serie TV 16.50 TG - Parlamento. Informazione 17.00 TG1. Informazione 17.15 Heartland. Serie TV 18.00 Il Commissario Rex. Serie TV 18.50 Reazione a catena. Show. Conduce Pino Insegno. 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Techetechetè. Rubrica 21.20 Last Cop - L'ultimo sbirro. Serie TV Con Maximilian Grill, Proschat Madani, Robert Lohr. 23.10 Passaggio a Nord Ovest. Documentario 00.10 Premio Roma Danza 2012. Evento 01.05 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.35 Che tempo fa. Informazione 01.40 Sottovoce. Talk Show. Conduce Gigi Marzullo. 07.10 Vite sull'onda. Serie TV 07.30 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 10.20 Art Attack. Programmi per ragazzi 10.45 TG 2. Informazione 10.50 XXX Giochi Olimpici Londra 2012. Sport 10.51 TG Olimpico. Informazione 10.55 Gare Live. Sport 13.00 Tg2 - Giorno. Informazione 13.30 XXX Giochi Olimpici Londra 2012. Sport 13.31 Gare Live. Sport 14.45 TG Olimpico. Informazione 16.00 TG 2. Informazione 18.00 Tg2 - Flash L.I.S. Informazione 19.50 TG Olimpico. Informazione 20.30 TG 2 - 20.30. Informazione 21.05 XXX Giochi Olimpici Londra 2012. Sport 21.06 Gare Live. Sport 23.30 Tg2. Informazione 23.40 Estrazioni del lotto. Gioco 23.45 Buonanotte Londra. Rubrica 01.15 Rai Parlamento Telegiornale. Informazione 01.25 Hawaii Five-0. Serie TV 02.20 Spazio 1999. Serie TV 08.00 Ritratti Della Scala: una fidanzata per l'Italia. 08.50 Franco e Ciccio sul sentiero di guerra. Film Commedia. (1969) Regia di Aldo Grimaldi. 10.15 La Storia siamo noi. Documentario 11.15 Agente Pepper. Serie TV 12.00 TG3. Informazione 12.01 Rai Sport Notizie. Informazione 12.15 Per un pugno di libri. 12.25 Tg3 - Fuori TG. Informazione 13.10 La strada per la felicita'. Soap Opera 14.00 Tg Regione. / TG3. 14.55 Camera dei Deputati “Dichiarazioni di voto finale sul provvedimento di revisione della spesa pubblica”. Informazione 15.45 Tutte le manie di Bob. Film Commedia. (1991) Regia di Frank Oz. Con Bill Murray. 17.20 Geo Magazine 2012. Documentario 19.00 TG3. / Tg Regione. 20.00 Blob. Rubrica 20.15 Cotti e mangiati. Sit Com 20.35 Un posto al sole. Serie TV 21.05 Circo Estate 2012. Show. Conduce Andrea Lehotska, David Larible. 23.10 TG Regione. Informazione 23.15 Tg3 Linea notte estate. Informazione 23.55 Correva l'anno. Reportage 00.45 Rai Educational. Documentario 01.35 Prima della Prima. Evento 01.55 Fuori Orario. Cose (mai) viste. Rubrica 02.00 Rainews. Informazione 06.35 Media shopping. Shopping Tv 06.50 Magnum P.I. Serie TV 07.45 Più forte ragazzi. Serie TV 08.40 Sentinel. Serie TV 09.50 Monk. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Pacific blue I. Serie TV 12.55 Distretto di Polizia III. Serie TV 13.52 Poirot non sbaglia. Film Poliziesco. (1991) Regia di Ross Devenish. Con David Suchet. 16.05 My Life - Segreti e passioni. Soap Opera 16.40 Mondo perduto. Film Avventura. (1960) Regia di Irwin Allen. Con Claude Rains. 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.10 Siska. Serie TV. 21.10 Godzilla. Film Fantasia. (1998) Regia di Roland Emmerich. Con Matthew Broderick, Jean Reno. 00.02 Il giocatore - Rounders. Film Drammatico. (1998) Regia di John Dahl. Con Matt Damon, John Turturro, John Malkovich. 01.22 Tg4 - Night news. Informazione 02.30 Bruciati da cocente passione. Film Commedia. (1976) Regia di Giorgio Capitani. Con Jane Birkin. 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.36 Che fine ha fatto il cavallo di Winky?. Film Commedia. (2007) Regia di Mischa Kamp. Con Ebbie Tam, Aaron Wan, Hanyi Han. 10.20 I Cesaroni. Serie TV 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.11 Aspettando Dallas. Show 14.19 Inga Lindstrom - Amore di mezza estate. Film Sentimentale. (2005) Regia di Oliver Dommenget. Con Christina Beyerhaus. 16.15 Hanna e il pinguino. Film Commedia. (2008) Regia di Dennis Satin. Con Floriane Daniel. 18.15 La ruota della fortuna. Show. 20.00 Tg5. Informazione 20.40 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 21.20 Quinta colonna. Attualita'. Conduce Salvo Sottile 00.01 Lo squalo. Film Thriller. (1975) Regia di Steven Spielberg. Con Robert Shaw. 02.25 Tg5 - Notte. Informazione 03.00 Veline. Show. 03.31 Media Shopping. Shopping Tv 03.45 Damages. Serie TV 05.15 Tg5 - Notte (R). Informazione 06.30 Il mondo di Patty. Serie TV 07.20 Hannah Montana. Serie TV 08.10 Cartoni Animati. 10.30 Dawson's Creek. Serie TV 12.25 Studio Aperto. Informazione 12.58 Meteo. Informazione 13.02 Studio sport. Informazione 13.40 Futurama. Cartoni Animati 14.10 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 Dragon ball. Cartoni Animati 15.00 Gossip girl. Serie TV 15.55 Glee 3. Serie TV 16.45 Giovani campionesse. Serie TV 17.40 Love bugs III. Sit Com 18.30 Studio Aperto. Informazione 19.00 Studio sport. Informazione 19.25 C.S.I. New York. Serie TV 21.10 50 volte il primo bacio. Film Commedia. (2004) Regia di Peter Segal. Con Adam Sandler, Drew Barrymore, Rob Schneider. 23.10 Il bivio. Rubrica. Conduce Enrico Ruggeri. 01.15 Nip/tuck. Serie TV 02.10 Rescue me. Serie TV 02.50 Studio Aperto - La giornata. Informazione 03.05 U-Zone. Videoframmenti 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus Estate 2012. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.55 In Onda (R). Talk Show 10.35 J.A.G. - Avvocati in divisa. Serie TV 11.30 Agente speciale Sue Thomas. Serie TV 12.30 I menù di Benedetta (R). Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Movie Flash. Rubrica 14.10 Iron Road I. Miniserie 15.40 Chiamata d'emergenza. Serie TV 16.10 Il Commissario Cordier. Serie TV 18.00 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 In Onda. Talk Show. Conduce Filippo Facci, Natasha Lusenti. 21.10 Amore a prima vista. Film Commedia. (1999) Regia di Vincenzo Salemme. Con Vincenzo Salemme, Maurizio Casagrande. 23.00 Le comiche 2. Film Commedia. (1991) Regia di Neri Parenti. Con Paolo Villaggio, Renato Pozzetto. 00.45 Tg La7. Informazione 00.50 Tg La7 Sport. Informazione 00.55 N.Y.P.D. Blue. Serie TV 21.00 Sky Cine News - Enrico Brignano sul set. Rubrica 21.10 Gallo cedrone. Film Commedia. (1998) Regia di C. Verdone. Con C. Verdone G. Brugnoli. 00.40 Mordimi. Film Commedia. (2010) Regia di J. Friedberg, A. Seltzer. Con M. Lanter J. Proske. SKY CINEMA 1HD 21.00 Keith. Film Drammatico. (2008) Regia di T. Kessler. Con E. Harnois J. McCartney. 22.25 Papà ha perso l'aereo. Film Commedia. (2004) Regia di K. Barfoed. Con L. Andersen P. Gantzler. 23.50 Una moglie per papà. Film Commedia. (1994) Regia di J. Nelson. Con R. Liotta W. Goldberg. 21.00 Non lasciarmi. Film Drammatico. (2010) Regia di M. Romanek. Con K. Knightley C. Mulligan. 22.50 Bella, bionda... e dice sempre di sì. Film Commedia. (1991) Regia di J. Rees. Con A. Baldwin K. Basinger. 00.55 Due cuori e una provetta. Film Commedia. (2010) Regia di J. Gordon, W. Speck. Con J. Aniston J. Bateman. 18.40 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 19.15 Ninjago. Serie TV 19.40 Redakai: Alla conquista di Kairu. Cartoni Animati 20.05 Ben 10. Cartoni Animati 20.30 Ninjago. Serie TV 20.55 Adventure Time. Cartoni Animati 21.20 Brutti e cattivi. Cartoni Animati 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Come è fatto. Documentario 20.00 Top Gear. Documentario 21.00 Aare fatto!. Documentario 22.00 Las Vegas Garage. Documentario 23.00 Aari a quattro ruote. Documentario 00.00 Come è fatto. Documentario 19.00 Beat Tv. Musica 19.30 Una splendida annata. Show. 20.00 Lorem Ipsum. Attualita' 20.20 Una splendida annata. Show. 21.00 Fuori frigo. Attualita' 21.30 Iconoclasts. Reportage 23.30 Jack Osbourne No Limits. Reportage DEEJAY TV 18.30 Chelsea Settles: Una vita XXL. Serie TV 19.20 Popland. Telenovelas 21.10 Pauly D.: da Jersey Shore a Las Vegas. Serie TV 22.00 Punk'd. Show. 22.50 Ridiculousness: Veri American Idiots. Show. 23.10 Crash Canyon. Serie TV MTV RAI 1 21.20: Last Cop - L'ultimo sbirro Serie TV con M. Grill. Si indaga sulla strana morte di una donna durante una terapia di gruppo. 21. 05: XXX Giochi Olimpici Londra 2012 Sport In serata ancora entusiasmanti gare tra cui la pallavolo femminile. 21.05: Circo Estate 2012 Show con A. Lehotska Questa sera l'ultimo appuntamento dell'edizione estiva. 21.10: Godzilla Film con M. Broderick. Enorme con i suoi passi fa tremare i grattacieli di New York. 21.20: Quinta colonna Rubrica con S. Sottile. Stasera si parla dell'estate degli sprechi e dei furbetti. 21.10: 50 volte il primo bacio Film con A. Sandler. Henry si innamora di Lucy che sore di un piccolo disturbo. 21.10: Amore a prima vista Film di e con V. Salemme. Bruno è fidanzato con Roberta, la bellissima figlia del boss. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY «RISORSE UMANE», REGIA DI LAURENT CANTET (1999),premio César per la migliore opera prima, è un'intelligente rappresentazione delle varianti della lotta di classe in tempi moderni e del legame padre-figlio, Il film racconta la storia del giovane laureato Franck che ritorna alla sua città natale in Normandia per fare uno stage nel reparto risorse umane della fabbrica in cui il padre lavora come saldatore da 23 anni. Franck si rende ben presto conto che fra le teste che dovranno saltare figura anche quella del padre. RAI5, ore 21,15 «Risorseumane» Unpadre eun figlio di fronte alla lotta diclasse ARENAUNITÀ OGGIVI CONSIGLIAMO... U: martedì 7 agosto 2012 21
Dicono che il professorLorenzo Liberti, apprez-zato accademico incap-pato nel giro di pochi an-ni in un rinvio a giudizioper concorso in truffa e turbativa d'asta e nell'iscrizione al registro degli indagati per corruzione in atti giudiziari, ben prima di diventare consulente per la procura nel caso Ilva sia stato un buon amico del magnifico rettore dell'Università di Bari. Proprio lui, il professor Giovanni Girone, studioso citato anche su Wikipedia e padre di Raffaella e Gianluca, marito di Giulia Sallustio, tutti docenti alla facoltà di Economia e Commercio dove il rettore è ordinario di Statistica. La Parentopoli scoppiata anni fa nel capoluogo pugliese, quando il chiarissimo Girone disse ai cronisti «i nomi non c'entrano, i concorsi o sono corretti o non sono corretti», lancia ombre anche su una vicenda lontana e sicuramente molto diversa come quella dell'Ilva. Tutto ruota attorno al nome del professor Liberti che era e resta uno stimato professionista nel campo scientifico. Risalgono ai tempi in cui era preside della facoltà di Ingegneria del Politecnico di Taranto, i fatti a cui si riferisce l'inchiesta sulla Citelum-Cogei, secondo la procura un colossale appalto truccato da 30 milioni di euro per la «gestione tecnologica integrata degli impianti della pubblica illuminazione». Il procedimento giudiziario ha messo sotto accusa due dirigenti del comune, i vertici della Cogei che è la capofila italiana della francese Citelum e i membri della commissione incaricata di valutare le offerte delle ditte iscritte al bando. Ossia il presidente, Santo Barracato, e i tre membri, oltre all'ingegner Liberti anche il collega Antonio Scarlino e il dottor Francesco Di Maso. I fatti si sarebbero svolti dal 2000 al 2006, nel periodo in cui Liberti era al vertice della facoltà tarantina. Gli avvisi di garanzia sono stati emessi nel febbraio 2007 ed è in corso il processo presso il tribunale di Taranto dopo il rinvio a giudizio del gip. Scrive tra l'altro nella sua ordinanza il giudice Luciano La Marca a proposito di Liberti: «Nessun dubbio sul punto lasciava la consulenza espletata che smentiva clamorosamente le dichiarazioni rese dal professor Liberti, componente della commissione giudicatrice, secondo cui i punteggi della stessa avevano tenuto conto di tale aspetto ed erano tali da non rendere inutile quello relativo all'offerta economica». Gli inquirenti hanno infatti ricostruito il complicato sistema architettato dagli imputati per garantire alla Cogei l'aggiudicazione del progetto e dell'appalto, sulla base di uno studio già effettuato e «consegnato» direttamente all'architetto del comune, passando appunto tramite il parere tecnico della commissione di cui Liberti era parte integrante e illustre. Il gip La Marca più avanti parla anche delle dichiarazioni dei membri della Commissione, «poco convincenti e poco aderenti alla ricostruzione dei fatti si sono rilevate discordanti tra loro. Una su tutte quella del professor Liberti», citando una frase del professore rilasciata a sua difesa. «È inutile dire che non solo gli altri membri della stessa commissione, ma soprattutto il dato oggettivo raccolto, smentivano sonoramente il professor Liberti». Il gip La Marca ha emesso l'ordinanza di custodia cautelare per gran parte degli imputati, otto in tutto, Liberti è stato l'unico indagato a piede libero. Il rinvio a giudizio è stato poi disposto dal gup Valeria Ingenito, il processo è attualmente in corso e il giudice incaricato è un'altra donna, Fulvia Misserini. Nonostante l'avviso di garanzia del 2007 – e il successivo rinvio a giudizio – il professor Liberti è stato investito dell'incarico di redigere una relazione peritale sulla diossina e sui Pcb di Taranto nel settembre 2008, insieme al tossicologo Filippo Cassano (anche lui barese) e all'ingegner Roberto Primerano, giovane esperto (36 anni) che a quanto dicono in città è un pupillo del professor Liberti. Pare anche che nell'ambito della procura, non tutti fossero d'accordo sulla nomina di Liberti come perito dell'accusa per via della sua posizione nel caso Cogei, ma alla fine la sua nomina fu confermata. La perizia che ha firmato e depositato nell'agosto 2009 è stata «inabissata», superata poi da quella dei periti incaricati dal gip Patrizia Todisco di redigere una maxi perizia chimico-fisica ed epidemiologica su cui è stato poi impostato l'incidente probatorio. Il caso Liberti – che detiene anche il 20% di “T&A”, società costituita a Bari nel 2010 per vendere servizi di ingegneria a tutela dell'ambiente - è deflagrato nei giorni scorsi quando è stata resa pubblica un'informativa della Guardia di Finanza allegata all'inchiesta per corruzione in atti giudiziari con indagati, oltre Liberti, i vertici dell'Ilva. La busta bianca che il professore avrebbe ricevuto da Girolamo Archinà con diecimila euro dentro, soldi prelevati cash dalla contabilità della ditta, era in realtà per monsignor Luigi Papa, all'epoca vescovo di Taranto. Il quale era difeso da Egidio Albanese, storico avvocato Ilva, nel procedimento per maltrattamenti e lesioni in cui era rimasto coinvolto insieme ad alcuni docenti dell'università Edas-Lumsa per le accuse di una segretaria dell'ateneo ecclesiastico. Nel corso del procedimento, però, l'allora arcivescovo scelse però di assumere gli avvocati Raffo e La Manna e di mollare la difesa di Albanese, tutt'ora avvocato del gruppo Riva. Successe nel febbraio 2010, un mese prima di essere beneficiario – secondo quanto ha dichiarato in un verbale depositato al riesame – dei diecimila euro usciti dalle casse dell'acciaieria. S.M.R. INVIATO TARANTO Manifestazione dei lavoratori all'Ilva di Taranto FOTO LAPRESSE Il conto alla rovescia, in una città martellata dall'afa, continua col tribunale che lavora ad un ritmo ridotto, ancora blindato da camionette di polizia, carabinieri e guardia di finanza. Tutti attendono il verdetto del riesame, atteso domani anche se il termine massimo è giovedi, i giudici sono di nuovo riuniti e nelle indiscrezioni, dopo aver visionato almeno in parte la gran mole di documenti, sarebbero intenti soprattutto a scrivere il dispositivo di una sentenza che fa temere anche per l'ordine pubblico, dopo le avvisaglie dei giorni scorsi con i blocchi stradali messi in atto dagli operai e la manifestazione con i sindacati interrotta sul più bello, anche se in realtà non è successo nulla di grave e tantomeno si sono visti i black-blok di cui alcuni temevano la presenza. Le ipotesi che si fanno per la decisione del riesame non contemplano un sequestro con facoltà d'uso degli impianti, di cui si parlava, perché né la procura né gli avvocati dell'Ilva hanno chiesto questo «correttivo» all'ordinanza negli atti depositati all'udienza di venerdi scorso. Pare invece che l'obiezione avanzata dal procuratore aggiunto Argentino, sulla necessità di rinviare la decisione sulle misure reali (appunto il sequestro dei sei impianti dello stabilimento, in pratica l'intera area a caldo) alla ripresa dell'attività giudiziaria in settembre, come previsto dal codice, potrebbe essere usata proprio dall'Ilva in caso di ricorso in Cassazione contro il ricorso presentato nei confronti delle ordinanze disposte dal gip Patrizia Todisco. Si tratta di schermaglie legali che sono solo l'antipasto della battaglia processuale in cui potrebbe sfociare l'inchiesta costruita con 40 faldoni dalla procura nell'arco di quattro anni, raccogliendo e facendo confluire altri procedimenti e stralci di procedimenti che avevano avuti tutti come oggetto, nel corso degli anni, proprio la più grande acciaieria d'Europa. Ieri è toccato di nuovo a Bruno Ferrante, presidente dell'Ilva, prendere la parola nel corso di un'audizione della Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, a Roma. «La chiusura dell'impianto di Taranto sarebbe un evento tragico e decisivo per la vita dell'azienda: se chiude la lavorazione a caldo di Taranto, chiudono anche gli impianti di Genova e Novi Ligure che vivono sulla base di quanto produce Taranto» ha detto Ferrante che ha proseguito: «L'iniziativa della Procura di Taranto meritoria perché ha richiamato sull'Ilva l'attenzione delle autorità e ha svegliato le coscienze». Allo stesso tempo ha definito il dispositivo di sequestro «severo e rigoroso» e gli arresti di otto dirigenti un «gesto pesante». «Davanti a un provvedimento della magistratura - ha aggiunto possiamo solo aspettare, ma se verrà eseguito abbiamo solo da chiudere e basta: non abbiamo altra scelta». Ferrante ha ricordato che «lo spegnimento è una procedura complessa, difficile e non breve. La chiusura - ha rimarcato - sarebbe un evento tragico e decisivo per la vita dell'azienda». Il presidente si è recato a Palazzo San Macuto, confermando la disponibilità attuale dell'azienda a dialogare e collaborare con le istutizioni, come ha ribadito l'altro giorno Ferrante a Taranto. Sono insomma lontani i tempi in cui – come raccontano - il patron Emilio Riva, ai cronisti che a Genova gli chiedevano dell'inquinamento che stritolava il quartiere di Cornigliano, dove è attualmente ospitata lo stabilimento genovese, rispondeva accendendosi una sigaretta e dicendo “fumo da una vita e non ho mai avuto nulla”. Nel suo intervento a Palazzo San Macuto, Ferrante ha anche mandato un segnale al ministro Clini, sulla possibilità che l'Ilva possa ricevere ulteriori finanziamenti oltrei ai 336 milioni già stanziati dal decreto per interventi su Taranto e il suo ambiente. “Ci potrebbero esere dei fnanziamenti che riguardano quelle nuove tecnologie che limpresa volesse attuare sugli impianti, noi questo lo guardiamo con grandissima attenzione – ha detto Ferrante - oggi l'impianto dell'Ilva è all'avanguardia, è un impianto moderno che ha bisogno di quei miglioramenti connessi alle nuove tecnologie che certamente stiamo studiando e cercheremo di applicare, le offriremo al ministro Clini per avere quei contributi di cui lui ha parlato». LECARTE SALVATOREMARIARIGHI INVIATO A TARANTO LALETTERA Ferrante: senza l'acciaieria chiudono Genova e Novi Quando i pm si spaccarono sul perito Ilva ILCASO ILVA Il casodelprofessore Libertiediunaperizia proaziendacheaTaranto fecescalpore LaProcuradellacittà sidivisesullasuanomina 10anni faalquartiere Tamburipiùpolveri chenelcementificio Lepolveriminerali rilevate nel quartiereTamburidi Taranto «risultanomaggioridi quelle rilevate all'internodiuna zona industriale qualequelladel parcomateriali del cementificioCementir».Lo scriveva 12anni fa la Procura dellaRepubblica diTaranto in una lettera inviata a governo,prefetto, RegionePuglia, presidentedellaProvincia e sindaco diTarantosottolineandoche dalle inchieste in corsoemergeva «una gravesituazionedi inquinamento atmosferico» incittà e nei territori limitrofi. La lettera serviva a sottolineareche unquartiere cittadino, in sostanza, risultavapiù inquinatodiun grandesito industriale:perquesta sottolineatura essasi trova tra lecarte depositate dallaProcura alRiesame sui ricorsi dell'Ilvacontro il sequestro degli impiantidell'area acaldo,e dei legali degliotto dirigentied exdirigenti dell'Ilvaarrestati.Nella lettera si dicevache«la tutela dei posti di lavoronon può prescinderedal rispettodella salutedegli operai e degliabitanti della città di Tarantoe deicomuni limitrofi e dell'ambiente». . . . Il docente di Bari ricevette da un manager del gruppo una busta con diecimila euro dentro Domani o al massimo giovedì la decisione del Riesame. Il neo presidente: nuove tecnologie 8 martedì 7 agosto 2012
La crisi dell'euro è arrivata alla svolta decisiva. Il problema è rappresentato dalla sostenibilità del debito pubblico di alcuni Paesi: il timore è che i Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna) non siano in grado di sostenere il loro debito pubblico. Il debito è elevato per due motivi: elevata e cattiva qualità della spesa pubblica, salvataggi bancari che hanno fatto seguito alla crisi finanziaria. In tutti i casi pesano anche le basse prospettive di crescita delle economie. Per far fronte a questa situazione, negli ultimi due anni le istituzioni europee hanno messo in campo una serie di misure che non sono riuscite a risolvere la crisi e hanno anzi contribuito al suo aggravarsi. C'è oramai il riconoscimento che la soluzione tecnicamente sia nelle mani della Bce ma che la sostanza sia politica e riguardi il futuro dell'Europa. Vediamo gli snodi cruciali e i possibili scenari. 1Il baco all'origine: ruolo della Bce e del-la Commissione europea. La crisi hamostrato che c'è un deficit di governodell'economia a livello europeo. I pila-stri della politica economica della Uenel nuovo millennio sono stati sostanzialmente tre. La Commissione europea crea le condizioni per l'unificazione dei mercati e l'armonizzazione degli ordinamenti, l'Eurogruppo impone il rispetto dei vincoli sulla finanza pubblica (debito e deficit pubblico in rapporto al Pil); la Banca centrale europea ha in carico la politica monetaria e ha come obiettivo prioritario la stabilità dei prezzi. Questa impostazione delega la gestione delle economie nazionali ai singoli Paesi che possono usare soltanto la politica fiscale con il vincolo di non sforare i limiti sul deficit pubblico. La politica monetaria comune impedisce ai singoli stati di usare il tasso di interesse e il cambio in chiave anticiclica. Nella “costituzione economica” europea non è prevista una politica comune dal lato della domanda e una gestione comune del debito pubblico. Questa impostazione avrebbe dovuto garantire una rapida convergenza delle economie e la solidità dell'euro. Così non è stato. 2Gli artifici della politica: Fondo Sal-va Stati. Tra gli scenari previsti nonera inclusa la possibilità che un Pae-se andasse incontro a una severacrisi che gli impedisse di finanziarsisul mercato. Questo è successo a causa della crisi finanziaria, che ha portato a onerosi salvataggi bancari (Irlanda), e dei conti truccati della Grecia. In situazioni simili, Stati Uniti e Gran Bretagna sono ricorsi all'intervento delle banche centrali che hanno sostenuto le banche, inondato il sistema di liquidità e acquistato obbligazioni pubbliche e private. A differenza di quella inglese e americana, la Bce invece non poteva dichiarare in modo esplicito che si sarebbe eretta a baluardo insuperabile. Una delle implicazioni di questo assetto è che ogni Paese è responsabile dei propri debiti. Per aiutare i Paesi che non riuscivano a reperire risorse sul mercato, gli altri Paesi hanno messo in campo strumenti di emergenza che difficilmente hanno una logica all'interno delle attuali istituzioni europee: i due fondi Salva-Stati (EFSF e ESM). L'idea è che gli stati forniscono fondi o garanzie a un veicolo terzo che reperisce risorse sul mercato e le fornisce poi agli Stati in difficoltà. Accanto a questi interventi ci sono stati i prestiti bilaterali tra gli Stati. Nel complesso i salvataggi di Grecia, Portogallo e Irlanda sono costati circa 300 miliardi agli altri Paesi. Questo meccanismo non ha convinto i mercati che possono essere ricondotti alla ragione soltanto da un deposito di munizioni senza fondo (quale la possibilità di stampare moneta da parte della banca centrale). Una riserva limitata, nemmeno ben fornita, può fare ben poco. Oggi i due fondi hanno poco più di 600 miliardi, di cui 100 già impegnati per la Spagna. Oltre che essere inefficace, il fondo Salva-Stati ha aumentato il debito pubblico degli altri Paesi (quello italiano in rapporto al Pil è cresciuto di quasi il 3%) contribuendo ad amplificare i rischi di contagio. 3I palliativi della Bce: Long Term Re-financing Operation e SecurityMarket Program. Negli ultimi dueanni la Bce è apparsa dilaniata da-gli scontri tra i falchi che interpreta-no il suo mandato in senso rigido (controllo dell'inflazione) e le colombe a favore di un suo intervento in salvataggio dell'euro. Gli argomenti a favore sono tre: spread elevati portano a un disallineamento dei tassi di interesse che rende difficile garantire la stabilità dei prezzi; a oggi non c'è il pericolo di una fiammata inflazionistica, la Bce può dunque portare avanti altri obiettivi in linea con le politiche europee; infine, suona ridicolo avere la stabilità dei prezzi come obiettivo quando è la stessa moneta ad essere in pericolo. La Bce è stata tutt'altro che immobile ma per lungo tempo non ha potuto dichiarare in modo esplicito la sua volontà di difendere l'euro a ogni costo. Così facendo non è riuscita a giocare sulle aspettative degli operatori. Ha fornito liquidità alle banche a condizioni agevolate (1.000 miliardi di euro all'1%) permettendo loro di reperire risorse senza andare sul mercato; ha acquistato titoli di stato dei Paesi in difficoltà (220 miliardi di euro fino a gennaio 2012). Il primo intervento ha solo in parte impedito la chiusura dei rubinetti del credito per l'economia reale ma ha avuto l'effetto perverso di rafforzare i legami tra sistema bancario e Stati in quanto le banche hanno usato i fondi soprattutto per comprare titoli di stato. Anche questo ha aumentato i rischi di contagio. 4Il commissariamento delle econo-mie nazionali: dalla lettera dellaBce al memorandum. I leader poli-tici e la Commissione europeanon sono riusciti a trovare il ban-dolo della matassa della crisi. Sono andati avanti lungo i binari dei Trattati che non prevedevano un'azione dal lato della domanda e un allentamento sul fronte dell'austerità. La strategia è stata quella di commissariare gli Stati imponendo due ricette: riduzione del deficit, riforme per rafforzare la competitività dell'economia che si riconducevano di fatto a un minor ruolo del pubblico e a un maggior spazio del mercato. Ricette che, almeno in parte, possono rappresentare la giusta medicina nel medio periodo ma che non possono di sicuro risolvere i problemi nell'immediato allorché si rendono necessari interventi espansivi. I passi in questa direzione sono stati numerosi: le misure per il salvataggio della Grecia, la lettera della Bce all'Italia dell'estate scorsa, il fiscal compact, l'inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione, il memorandum per l'attivazione del meccanismo anti-spread. Un commissariamento che non si capisce bene se serve per convincere i mercati o per mettere davvero in ordine i fondamentali. Ben presto si è capito che queste misure non hanno portato al rilancio dell'economia ma a una recessione profonda. Questo ha aggiunto la crisi dell'economia reale a quella del debito rafforzando i dubbi sulla sua sostenibilità. 5Le armi non convenzionali: il mec-canismo anti spread e le ultime de-cisioni della Bce. Il meccanismo an-ti spread varato a fine giugno e ladecisione della Bce dello scorso gio-vedì di intervenire sul mercato dei titoli di Stato dei Paesi con un elevato spread rappresentano due passi importanti. Non siamo di fronte a un baluardo insormontabile, la Bce è in cerca di una sponda politica ma è pronta ad agire per frenare la speculazione. La Germania sembra assicurare il suo sostegno, adesso la partita si gioca sulle condizioni e sui tempi per il suo intervento. Gli Stati debbono prima richiedere l'attivazione del meccanismo anti spread, poi la Bce potrà intervenire. Orbene, quali impegni dovranno essere presi da uno Stato per vedere accolta la sua richiesta di intervento del fondo anti spread? Quale sacrificio si dovrà ancora fare sul tavolo della trattativa europea? Cosa dovrà fare ancora l'Italia? Sarebbe bene evitare gli errori compiuti sino ad ora. 6E dopo le macerie? Tre lezioni daapprendere:a) L'indipendenza della Bce de-ve essere garantita ma il suo man-dato non può essere limitato allastabilità dei prezzi, come in altri Paesi la banca centrale può avere anche altri obiettivi da perseguire. In particolare deve poter mettere in campo le risorse e gli strumenti che rappresentano un baluardo insormontabile in difesa della moneta e agire con decisione. b) Una politica monetaria comune non può che essere associata a una politica fiscale europea. Questo comporta una perdita di sovranità e richiede un forte ripensamento: il motto «più Europa» non può essere limitato al fiscal compact e alle liberalizzazioni. Per gestire la congiuntura, l'Europa deve poter mettere in campo anche una politica comune dal lato della domanda. c) Questo non vuol dire che alcune delle riforme messe in campo in Italia non rappresentino un passo necessario da compiere. Una politica espansiva dal lato della domanda è necessaria nell'immediato ma nel medio termine la partita si gioca ancora dal lato dell'offerta. Questo non deve però ridursi al binomio privatizzazioni-liberalizzazioni, c'è spazio per una azione a livello europeo sul fronte redistributivo e del ruolo del pubblico. . . . L'indipendenza di Francoforte va garantita ma il suo mandato non può limitarsi alla stabilità dei prezzi ILRUOLODELLABCE L'ITALIAELACRISI Il baco dell'euro Difese spuntate e cure dannose Oltre a essere inefficace, il fondo Salva-Stati ha aumentato il debito degli altri Paesi. FOTO ANSA LE MISURE PER LA GRECIA, LA LETTERA ALL'ITALIA, IL FISCAL COMPACT: LA LINEA UE NON HA PORTATO AL RILANCIO DELL'ECONOMIA MA ALLA RECESSIONE EMILIOBARUCCI ECONOMISTA 4 martedì 7 agosto 2012
Luigi Cancrini Psichiatra e psicoterapeuta Dialoghi SEGUEDALLAPRIMA Osano spingersi fino a lambire l'impensabile per ogni attore razionale, cioè sino a coltivare la incredibile vocazione al peggio che spinge un creditore a favorire la morte cruenta del debitore strozzato per insolvenza. Sperare in un operoso rinsavimento degli speculatori, che li induca a preferire giochi meno rischiosi, è un atto sin troppo illusorio. La consapevolezza della possibile rovina comune che potrebbe colpire gli attori del gioco competitivo arriva, ma purtroppo sempre in ritardo. È inutile scommettere in un soprassalto di razionalità che si ripresenta in prossimità del baratro e convince gli speculatori ottusi ad adottare mosse più responsabili. Servono comunque a poco anche le invettive morali contro l'avidità della finanza. E proprio a nulla vale rivendicare con puntiglio che i compiti a casa sono stati eseguiti con diligenza e dunque è giusto adesso elemosinare un trattamento più riguardoso. Il problema è che i manovratori del denaro non si lasciano mai incantare dai gridi di dolore e non si commuovono dinanzi ai sacrifici umani che provocano le loro spavalde gesta egoistiche. Occorre perciò, con estremo realismo, puntare su altro. Una moneta che circola senza il comando di un potere sovrano, e priva della copertura di una Banca centrale con facoltà analoghe a quelle dei governatori dei vecchi Stati nazionali, appare qualcosa di campato in aria. Si tratta di una enorme debolezza di tipo strutturale che autorizza ogni speculatore a coltivare gigantesche aspettative di lucro. Rimediare a questa strabica condizione europea, che costringe ad avere una moneta comune quando però la condotta degli Stati rimane fortemente competitiva nel mercato, è la condizione politica per affrontare di petto la crisi. Il guaio è che questa strada efficace richiede del tempo mentre dinanzi a un impazzito debito pubblico di Stati aggrediti, gli speculatori con insolenza si accaniscono sulla preda e non mollano la presa fino alla completa rovina di un Paese. È possibile uscire da questo orribile circolo vizioso (di debiti onerosi, di sacrifici recessivi per appianarli e di un debito ancor più insostenibile) che mette in ginocchio le nazioni, banalizza il gioco democratico svuotandolo di ogni senso? Dal disastro che incombe si può stare alla larga purché si abbia la forza di costruire un forte movimento europeo capace di cambiare le politiche continentali e di rivedere i meccanismi istituzionali che hanno venerato il dogma della stabilità monetaria affidata a una autoreferenziale Banca centrale. Il fattore di resistenza costituito dalla Germania deve essere sfidato con l'apparizione di un incisivo movimento politico e culturale europeo che mostri come il contagio, che dapprima colpisce un paese marginale e poi passa ad altri paesi più centrali, disegni un paesaggio spettrale per tutti. È difficile che un Paese rinunci spontaneamente ai vantaggi corposi che nel breve termine sono offerti dall'Euro (una autentica protezione dorata, rispetto alla rigidità del vecchio marco, che permette alla Germania di navigare trionfale nelle esportazioni senza più l'insidia di svalutazioni competitive escogitate dalle monete più fragili). Occorrerebbero degli statisti, che anche in Germania difettano, per scrutare oltre il mero tornaconto immediato. E però se la ragione politica è offuscata nel cogliere le tendenze di più lungo corso, anche le prosaiche cifre delle compravendite dovrebbero indurre a una maggiore accortezza. Le ultime statistiche svelano che le esportazioni tedesche in Italia nel primo trimestre del 2012 sono crollate del 18 per cento. Un Paese esportatore, che scommette sul tracollo dei Paesi che dovrebbero acquistare le proprie merci e prodotti ad alta tecnologia, costituisce una completa assurdità politica ed economica. Su questa insenatura deve penetrare la politica prima che sia troppo tardi. La sinistra europea deve essere con sempre maggiore determinazione la protagonista principale di una fuoriuscita dalla crisi che viene sempre più aggravata dalla cecità delle destre tedesche. La politica conta, come è emerso con trasparenza quando la Francia di Hollande ha spezzato l'asse di Parigi con Bonn, incrinando la solidità della dittatura del santo rigore. Al vecchio progetto europeo affidato alla asimmetria di potenza degli Stati (che invocano per i Paesi in difficoltà misure di intervento finanziario in cambio di drammatici impegni pluriennali a sostenere sacrifici che di fatto spingono fino alla terribile eutanasia della democrazia) occorre ormai contrapporre con coerenza il percorso di un'altra integrazione europea che confida nel valore costituente dei grandi partiti continentali. Non gli Stati, con la loro inestirpabile volontà di potenza e di assoggettamento, ma i partiti, con il loro spirito di inclusione, devono essere gli artefici di una nuova Europa politica, capace di omogeneità sociale e fiscale, di decisione sulle grandi emergenze. Solo dalla sinistra e dai progressisti può venire una risposta alla drammatica fine dell'Europa. In una grande libreria un ragazzo con problemi psicologici chiede a voce alta sempre le stesse informazioni agli addetti. Un addetto lo ascolta, lo intrattiene, lo rassicura e il ragazzo se ne va soddisfatto. «Le devo fare i complimenti - gli dico - per l'umanità con cui ha trattato quel ragazzo». Lui, con un accento del Sud, mi dice che ha fatto solo quello che si sentiva di fare. MASSIMO MARNETTO La disabilità richiede tempo. Chi ne soffre impara a muoversi lentamente, ad apprendere o a capire più lentamente. Ad andare più lentamente dei “normali”. Quella che corrisponde alla lentezza, però, è una qualità particolare del contatto, una densità speciale del rapportarsi all'altro e mi e capitato spesso di pensare, in tanti anni di attività professionale con i “diversi” della mente e del corpo, che sia soprattutto per questo che tanti “normali” sfuggono dal contatto con loro. Perché il tempo che viviamo è quello in cui tutti, indistintamente, vanno di fretta. Come se fosse fondamentale economizzare il tempo di cui spesso poi non si sa che fare. Come se l'uomo (e presto anche il bambino moderno) vivesse questo obbligo, doppio e opposto, di accumulare e disperdere il tempo. Ma perché, anche, il tempo che viviamo è quello in cui i contatti con l'altro tendono a essere deboli e rapidi, via telefono e sms meglio che di persona. In cui e difficile vivere, dunque, soprattutto per il disabile cui non capita spesso di verificare e di pensare che la sua è davvero una abilità diversa e che si ritrova spesso, nella solitudine delle nostre città a cercare persone disposte a dargli il tempo e la disponibilità affettiva di cui lui ha un bisogno aperto e chiaro e di cui agli altri capita di vergognarsi. L'Ilva di Taranto e la Nike Quando le industrie manifatturiere acquistano l'acciaio dell'Ilva di Riva non possono dimenticare o far finta di non sapere le continue violazioni delle norme contro gli inquinamenti perché - come si legge nell'accusa del Gip del Tribunale di Tanto, questa azienda scientificamente e coscientemente non rispetta gli standard europei. I continui appelli dei politici e sindacalisti per salvaguardare comunque la produzione siderurgica e non chiudere lo stabilimento in quanto si danneggerebbe tutto il comparto manifatturiero fanno finta di dimenticare la storia della Nike che, quindici anni fa, fu boicottata perché sfruttava i bambini di molti paesi asiatici. Dopo quella presa di posizione di consumatori e sindacalisti americani il marchio, leader nel mondo sportivo, ha eliminato quella vergogna e dal 2010 è rientrata tra le aziende più etiche e sostenibili del mondo. Ha salvato i posti di lavoro senza sfruttare i bambini che lavoravano in condizioni inumane. E se i nostri industriali adottassero la condotta dei consumatori Nike (che invitavano a boicottare quei prodotti di largo consumo)? ROCCOTANCREDI APPROVATO NEL TESTO DEFINITIVO ILD.P.R.SULLARIFORMADELLEPROFESSIONI ORDINISTICHE,RIPRENDEPUNTUALE il dibattito fra chi ritiene che esso sia una pietra miliare nel processo di ammodernamento e riforma del Paese e chi si dichiara deluso. In verità, la prima considerazione da fare è di metodo: il governo ha con puntigliosa correttezza giustamente mantenuto l'impegno di esercitare la delega del parlamento, ma le lacune del provvedimento dimostrano che era del tutto ragionevole la tesi dell' opportunità di un provvedimento legislativo ampio ed unitario, una legge-quadro di principi e solo consequenzialmente di delega, che avrebbe sicuramente valorizzato l'autonomia del sistema professionale. Un sistema incentrato su atti governativi d'imperio è in se meno partecipato e meno snello di un reale processo di delegificazione, che non significa tanto affidare all'autorità amministrativa quel potere che esercita di regola il legislatore, ma attribuire competenze alle stesse categorie interessate. Un argomento in piú a sostegno della tesi del mondo forense da noi condivisa che una regolazione normativa della professione è tutt'altro che inopportuna ed inutile, e che sarà poi sui contenuti concreti che se ne misurerà l'effettiva capacità riformatrice. Quanto alla individuazione dei soggetti, il D.P.R. specie nella sua versione definitiva si ancora al tradizionale sistema ordinistico, che del resto nessuno vuole con furore iconoclasta abbattere, ma certo non determina alcuna significativa modifica alla natura degli ordini, ricondotti a somma di enti pubblici territoriali. La regolazione dell'accesso sfugge totalmente al provvedimento, che non avrebbe potuto addentrarvisi e che si limita giustamente ad ancorarsi al principio costituzionale dell'esame di Stato. Sebbene ridotte rispetto al testo originario, permangono lacune e contraddizioni del tirocinio, messo fortunatamente al riparo dalla previsione di una obbligatoria frequenza di corsi di regola anche costosi che poco hanno a che vedere con l'effettiva maturazione professionale. Debole la riforma definitiva del sistema disciplinare, che peraltro si applicherà a sei sole categorie, mentre certamente è tutto il sistema disciplinare professionale, anche quello di natura giurisdizionale, che anche per i suoi modestissimi effetti pratici ha necessità di una robusta riforma. Anche qui, è dunque solo una futura legge che potrà rimuovere le evidenti inadeguatezze del sistema vigente. Opportuno il rinvio di un anno della obbligatorietà delle polizze assicurative. Non meno significativo sarà il futuro sviluppo della tendenza, al momento timidamente in atto solo nel comparto tecnico, alla formazione di profili professionali unitari fra piú professioni tradizionali, prendendo a modello la virtuosa unificazione fra le varie professioni contabili, mentre del tutto distinto, ma non meno rilevante, rimane il tema del profilo previdenziale dell'attività professionale, stretto fra il desiderio condivisibile di salvaguardare la natura privata del sistema erogatore delle prestazioni e la difficoltà sempre piú elevata di mantenere l'equilibrio attuariale fra contribuzione e prestazioni previdenziali. Al momento, una legge sulle casse previdenziali è all'esame del parlamento. Dunque, anche dopo il D.P.R. un mondo professionale da seguire ed accompagnare in un saggio ma fermo percorso riformatore, senza eccessi mercantili e senza difese di un mondo castale e corporativo che ormai non esiste più; come sempre, il percorso piú serio e piú difficile. L'intervento Luci e ombre della riforma degli ordini professionali Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 La tiratura del 6 agosto 2012 è stata di 98.131 copie Maramotti La disabilità il tempo e l'affetto Il commento Europa, un'altra strada è possibile Michele Prospero Mario Cavallaro Deputato Pd COMUNITÀ 16 martedì 7 agosto 2012
Che tirasse fuori dal cilindro degli attacchi perfino Bettino Craxi, benché figura chiave della sua carriera giudiziaria e politica, è una mossa che dà la misura colma dell'attacco. Un punto limite. Non solo nei rapporti ormai guasti col Colle, ma anche nei rapporti con quella parte del suo partito che ne ha contestato la linea e le possibili alleanze col Movimento 5 stelle. Eppure Antonio Di Pietro, leader dell'Italia dei Valori, persevera. Simula aperture al confronto, per poi lanciarsi in affondi che alzano la posta della partita pre elettorale. L'ultimo della serie parte da lontano. Da quando Di Pietro, pubblico ministero ai tempi di Tangentopoli, interrogò Craxi. Era il 1993. A distanza di quasi venti anni in una intervista al settimanale Oggi il leader Idv cita e dà ragione al leader socialista, all'epoca suo imputato e antagonista: «Ci sono due Napolitano: quello che ci racconta oggi la pubblicistica ufficiale, il limpido garante della Costituzione, e quello che raccontò l'imputato Bettino Craxi in un interrogatorio formale, reso, nel 1993, durante una pubblica udienza del processo Enimont - dichiara Di Pietro - Craxi descriveva quel Napolitano come un uomo molto attento al sistema della Prima repubblica specie coltivando i suoi rapporti con Mosca». L'ex pm riprende da Craxi l'accusa più politica che il segretario socialista aveva formulato e ne riconosce il fondamento. Poi su tale assunto sferza nuovamente il Quirinale. «Credo che in quell'interrogatorio formale che io condussi davanti al giudice, Craxi stesse rivelando - sostiene Di Pietro - fatti veri perché accusò pure se stesso e poi gli altri di finanziamento illecito dei partiti. Ora delle due l'una: o quei fatti raccontati non avevano rilevanza penale oppure non vedo perché si sia usato il sistema dei due pesi e delle due misure». Come pm Di Pietro se lo sarà chiesto anche allora. E ha avuto risposta. Ma adesso è il momento di forzare su Napolitano. E dunque va bene anche riprendere Craxi, se serve. «Abbiamo letto sul prestigioso NYT che al nostro presidente della Repubblica è stato dato il titolo di 'Re Giorgio'. A nessun altro capo dello Stato era mai capitato prima. Bisogna porsi questo problema - chiosa Di Pietro - Evidentemente il presidente della Repubblica ha cercato il consenso di tutte le forze politiche per mantenere un'acquiescenza nei suoi confronti, una quiete, che io non condivido». Secca la replica che giunge da ambienti del Quirinale: «Nuovi, assurdi artifizi provocatori nel quotidiano crescendo di un'aggressiva polemica personale contro il Presidente della Repubblica». Ma Di Pietro è un fiume in piena: «Consiglio di risentire dal vivo le dichiarazioni rese da Craxi durante il processo Enimont. In particolare ascoltare cosa riferì in merito al sistema di finanziamento ai partiti e come questo sistema coinvolgesse tutti i partiti, compreso il Pci dell`onorevole Napolitano, ovviamente per fatti già all'epoca non aventi più rilevanza penale». Finora quindi a poco sembra servito il tentativo di chi nel partito ha cercato di correggere il tiro di Di Pietro. Il capogruppo a Montecitorio Massimo Donadi, già fortemente critico sugli attacchi al Capo dello Stato, resta della sua idea. Continuare su questa strada è un drammatico errore. Per il senatore Elio Lannutti, che ha annunciato di non ricandidarsi tra le file dell'Idv, «è una cosa imbarazzante. Come si fa a dare ragione a Craxi? Non so come si può andare avanti così...». Lo pensano in molti e lo dicono sempre più insistentemente chiedendo un confronto: la convocazione di un esecutivo quanto prima. Un chiarimento definitivo sulla deriva grillina, sgradita a chi vorrebbe restare nel solco del centrosinistra (e della foto ormai sbiadita di Vasto), e apprezzata invece da coloro che mirano a costruire una nuova alleanza nel segno di Grillo. «Ogni scenario è possibile, perché dipende dalla legge elettorale. Ma visti gli ultimi sviluppi, è molto quotata un'alleanza col Movimento, con Di Pietro premier», ha spiegato Franco Grillini, consigliere regionale Idv dell'Emilia-Romagna. Mentre alla Camera, Franco Barbato aggredisce i deputati del Pd: «Gli unici morti siete voi, che non intervenite neanche in aula. Assisterete ai vostri funerali...». Dal Pd replicano: «C'è qualcuno che pensa di allearsi con personaggi che sostengono queste simpatiche posizioni?», chiede Giorgio Merlo, vice presidente della commissione Vigilanza Rai. «Vasto è ormai lontanissima - nota Enrico Farinone, vicepresidente della Commissione Affari Europei - quanti nell'IdV ci hanno creduto e sono su posizioni di vero centrosinistra dovranno chiedersi se proseguire nella corsa a chi la spara piu grossa o andarsene». Perché invece uscire dall'Euro,tornare alla moneta nazionale ealle dogane non è nazionalismo?». Le Olimpiadi aprono crepe nel muro di consenso grillino. La domanda è rivolta infatti a Beppe Grillo, sul suo blog decisamente affollato. In realtà è una risposta, una delle migliaia scritte ieri a commento di un post che ha fatto molto discutere. «Se tutto fa spettacolo, tutto fa Olimpiadi e alle Olimpiadi non vincono gli atleti, ma le nazioni. È il trionfo del nazionalismo», ha scritto il leader del Movimento 5 stelle, due giorni fa. E a sostegno della sua teoria ha messo insieme in una carrellata di riferimenti le multinazionali, i mezzi di informazione, gli atleti destinati alla politica. Il necessario per ridefinire l'evento sportivo secondo le analisi sociologiche del grillismo. «Non conosco, né ho mai conosciuto, nessuno che pratichi il fioretto o la spada in vita mia, però alle Olimpiadi sono orgoglioso se il mio Paese trionfa sulle pedane - ha scritto Grillo - un bronzo nel beach volley assurge a festa nazionale. La medaglia d'oro la conquista il presidente della Repubblica, il telecomando in mano, che dalla poltrona si precipita a congratularsi con l'atleta dandone ampia copertura a tutti i mezzi d'informazione. Un bromuro quotidiano sponsorizzato dalle multinazionali». E ha aggiunto: «L'atleta oggi si prepara a una carriera da parlamentare». La riflessione non pare però aver convinto molti di coloro che si preparano a lanciare e sostenere le possibili carriere parlamentari dei grillini. «Non sono d'accordo! Simpatizzo per il M5s, che il nostro mondo sia troppo dominato dai soldi è un problema da superare- commenta un lettore - ma non col dire che tutto è una porcheria e con i bla bla da sfigati generici sulle Olimpiadi! M5Stelle occhio a non scadere!», avverte. Poi c'è chi in parte condivide, ma critica scelte e modi: «Spesso sono d'accordo con voi. E parzialmente lo sono anche ora. Ma in un momento del genere regalare gloria e gioia a cittadini che per una volta ce l'hanno fatta è così male? - nota un sostenitore - Non mi piace questa voglia matta di colpire l'olimpiade». E un altro gli fa eco: «La stretta relazione fra giochi olimpici e politica è innegabile ma credo che questo post si potesse scrivere in modo più rispettoso nei confronti degli atleti - scrive - dire a un tifoso che la sua squadra è solo una pataccata nazionalista è irrispettoso. Se vogliamo vincere le elezioni (vincere per governare) dobbiamo evitare di farci fraintendere». Qualcuno fa pesanti paragoni: «Devo dire che sentirti urlare mi ricorda Berlusconi: non vorrei che gli italiani cadessero dalla padella nella brace». Mentre fioccano altre domande retoriche: «Amare il proprio paese è automaticamente nazionalismo? Dare spazio a sport perennemente nell'ombra è sbagliato? Grillo ripigliati!». Una risposta indiretta al leader del M5s arriva anche dal premier Mario Monti che chiama il presidente del Coni, Giovanni Petrucci, per esprimere la propria soddisfazione sui risultati ottenuti dagli azzurri ai Giochi di Londra. «Complimenti, continuate così», ha detto il premier, riferendosi alle medaglie conquistate. Quei simboli nazionalisti criticati da Grillo: «Cosa rimarrà dei Giochi Olimpici di Londra? - ha scritto sul blog - Una vecchia regina che si lancia con il paracadute e un pugno di medaglie da appuntare sul petto della patria». Per i grillini rimangono però a che tante risposte, come quella dell'elettore che scrive: «Seguo Grillo dall'inizio. Ma questo è un enorme autogoal». IL CASO Attacco a Napolitano Di Pietro usa Craxi TULLIAFABIANI ROMA SEGUEDALLAPRIMA Su questo c'è poco da aggiungere perché la decisione è chiara: in questo modo il leader dell'Idv spera di capitalizzare un tesoretto elettorale che gli consenitrà, nella prossima legislatura, di condurre una stramba opposizione contro il centrosinistra. A nulla servono le voci che si levano contro la linea della rottura. Nei partiti personali si usa così: comanda il capo, e tutto il resto è considerato fastidioso rumore di sottofondo. Ora però il fatto è che Di Pietro, nella sua furia antagonista, dice delle cose che non c'azzeccano né con la logica né con i fatti. Così ieri, nel suo consueto vergognoso attacco a Giorgio Napolitano, ha tirato in ballo addirittura un interrogatorio di Bettino Craxi durante il processo per la tangente Enimont. In quell'occasione, sostiene, il leader socialista «descriveva Napolitano come un uomo molto attento al sistema della Prima Repubblica specie coltivando i suoi rapporti con Mosca». Che cosa vuol dire? Che Craxi, spiega, stava rivelando «fatti veri di finanziamento illecito ai partiti». Allusioni pesanti. Fatte oggi, a vent'anni di distanza e con il condannato Craxi morto, che la dicono lunga sulla natura della “sporca guerra” populista di Di Pietro. Ma c'è di più e di più sorprendente. L'ex pm si pone retoricamente un interrogativo: o quei fatti non avevano rilevanza penale, oppure non si capisce perché si sia usato il «sistema dei due pesi e delle due misure». Argomento, come si sa, usato prima dai socialisti e poi dalla destra. Il problema è però che il pm che interrogò Craxi era allora proprio l'inflessibile Di Pietro. Se ci fosse o meno rilevanza penale, quindi, avrebbe dovuto saperlo lui e agire di conseguenza. E se si sia usato il sistema di due pesi e due misure è cosa che riguarda sempre lui e chi condusse quell'inchiesta, chi avanzò le richieste di rinvio a giudizio e chi inviò gli avvisi di garanzia. Ma evidentemente Di Pietro, dopo quasi vent'anni di attività politica, deve aver dimenticato i fondamentali dell'attività giudiziaria. Qualche giorno fa, in una strabiliante intervista al Fatto, è arrivato a dire che se fosse ancora pm chiederebbe la «condanna politica» del Capo dello Stato. Nei Paesi democratici di solito i pm cercano prove di colpevolezza e poi chiedono le condanne giudiziarie e non quelle politiche. Lui no. Così come Travaglio ha recentemente introdotto una nuova figura, il «non ancora indagato» da intercettare in libertà, Di Pietro introduce rilevanti novità nel codice penale assegnando al pm un compito che nessun ordinamento costituzionale gli riconosce. Finirà che, preso dal furore revisionista, l'ex pm arriverà, da politico, a chiedere il rinvio a giudizio? Chissà, le vie del populismo sono infinite. Ormai orfano del Cavaliere, Di Pietro deve inventarsi per forza un nuovo nemico. E poco importa se, nel farlo, dopo Napolitano e Monti considerati peggio di Berlusconi, anche Bersani e Vendola diventeranno golpisti antidemocratici. E Craxi invece potrà guadagnarsi finalmente il suo posto in paradiso. La deriva dell'ex pm: il ridicolo del populismo ILCOMMENTO PIETROSPATARO Il leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro in conferenza stampa, Roma, 2 agosto 2012 FOTO ANSA T. F. ROMA Sulwebbordatecontro ilcomico:«IGiochi alimentanoinazionalismi? Eusciredall'Euro,allora?» Petrucci:è l'Italiacheci piace.Monti: complimenti . . . Sempre più evidente l'obiettivo di blandire Grillo. Lannutti: «È una cosa imbarazzante» Olimpiadi, anche il blog contesta Grillo Senza pudore l'ex pm dà ragione postuma all'ex leader Psi: «Quando lo interrogai, disse che Napolitano coltivava i rapporti con Mosca» La replica: «Nuovi, assurdi artifizi provocatori in un crescendo aggressivo» martedì 7 agosto 2012 5
L'Ottocento secondo Martone DelFrapag.20 DOSSIER EMILIOBARUCCI La disuguaglianza è un problema per la democrazia: balcanizza la società, rompe la solidarietà tra cittadini e induce i pochi a secedere, se così si può dire, dall'obbligo di contribuire per chi non viene più visto come uguale NadiaUrbinati Rodotà: la carta Pd è una svolta seria PAOLO SOLDINI OLIMPIADI FEDERICOFERRERO Il nostro futuro sichiama ecomondo Segrèpag. 19 PIETROSPATARO Staino L'ANALISI PIETROGRECO CARUGATI PAG.7 Di Pietro ci ripensa: aveva ragione Craxi NELLASUAORMAIFAMOSAINTER-VISTA AL SETTIMANALE TEDESCO “SPIEGEL”MARIOMONTI,TRALETANTE COSE, HA DETTO DI ESSERE PREOCCUPATOPERILCLIMADIOSTILITÀverso la Germania che si starebbe diffondendo in Italia. La cancelliera Merkel, ieri, ha fatto dire al suo portavoce di non vedere questo pericolo. A giudicare da certe reazioni italiane, tuttavia, sembrerebbe di poter dire che fra i due è proprio Mario Monti ad aver ragione e Angela Merkel a sbagliarsi. SEGUE APAG.3 Se l'Europa si rompe PAG. 10-11 MICHELEPROSPERO L'INTERVENTO GIUSEPPEFIORONI La sfida: ventidue film persalvareCinecittà Bellocchio,Gregoretti,Maselliealtripag. 17 La guerra del memorandum Lo scontro tra Monti e la Germania riguarda il commissariamento dei Paesi in difficoltà Il premier ora cerca di rassicurare: fare passi in avanti verso l'integrazione DI GIOVANNIVENTIMIGLIAPAG.2-3 U: Dal fiscal compact al fondo Salva-Stati, dal fantasma del default al ruolo della Bce: la grande crisi economica è difficile da capire ma anche da spiegare. Ecco una guida ragionata a neologismi, ricette e possibili scenari. APAG. 4 Le parole della crisi LADERIVADIANTONIODIPIETROSO-MIGLIA SEMPRE PIÙ A UN NAUFRAGIO CHE, NELLA SUA preoccupante sequenza, riserva momenti a volte ridicoli. L'ex pm ormai ha scelto ostinatamente la via di una durissima opposizione anti-sistema che lo sta portando tra le braccia di Grillo e lo allontana da qualsiasi operazione di governo del Paese. SEGUE APAG.5 Il ridicolo del populismo PAG. 13 Quel marziano del robot «Quando lo interrogai, Craxi mi disse che Napolitano coltivava i rapporti con Mosca». Nella sua personale guerra contro l'inquilino del Quirinale, Di Pietro ha ieri compiuto un autentico salto di qualità: riabilitare Bettino Craxi e usarlo nelle sue aggressioni. Immediata la reazione del Colle che in una nota parla di «nuovi, assurdi artifizi provocatori in un crescendo aggressivo». A PAG.5 Gloria e polvere: oro Capriani doping Schwazer Nuova aggressione al presidente Napolitano Il Quirinale: si tratta di assurde provocazioni La carabina dell'ingegnere È SEMPRE PIÙ EVIDENTE CHE LA CRISIECONOMICA RIMANE FUORI DA OGNI CONTROLLO anzitutto per una ragione politica. C'è un nervo scoperto nel progetto europeo, ed è la mancanza di un centro di decisione comune. Gli investitori e gli speculatori internazionali (il confine tra i due mondi è sempre più sfuggente) hanno ben individuato questa stranezza istituzionale e approfittano con cinica determinazione del palpabile vuoto di potere. Senza alcun scrupolo, gli acquirenti di titoli del debito sovrano giocano pericolosamente sul filo del rasoio. SEGUE A PAG.16 Un'altra strada è possibile Curiosity sbarca su Marte Obama: siamo nella storia ILVINCITOREDELLA MARATONA DIPECHINO ESCLUSODAI GIOCHINEL GIORNODELLE TREMEDAGLIE ALL'ITALIA A Belpietro non è dispiaciuto nel suo editoriale di domenica (Pur di salire al Quirinale Casini venderà l'anima) trascinare anche me, con il leader Udc, nel girone dei dannati per colpa del loro cedimento alla sinistra. SEGUEAPAG. 6 La nostra sfida a Casini e Vendola 1,20 Anno 89 n.217Martedì 7 Agosto 2012
SIAMO STANCHI DI SENTIRE DALLA POLITICA E DALL'ECONOMIACHELACRISIVERRÀSUPERATASOSTENENDO LA CRESCITA. UN MANTRA CREDUTO SALVIFICO,INVECEMORTALE.È in crisi un modello, in Italia come in Europa e nel modo che si autodefinisce sviluppato. Crescono soltanto le disuguaglianze e ingiustizie da una parte, la paura che i «mercati» ma chi sono questi mercati? - ci puniscano dall'altra. Chi sarà il prossimo paese ad essere colpito? Un'insicurezza che ci fa subire passivamente un progressivo peggioramento delle nostre vite. Abbiamo ceduto la nostra sovranità di cittadini, di Stati, dell'Unione. Eppure sappiamo da tempo che la crescita illimitata, che sottende il funzionamento di questo mercato più virtuale che reale, non funziona più. Le risorse naturali - il suolo, l'acqua, l'energia - sono limitate. Dunque anche la produzione e i consumi materiali, fondamento dell'accumulazione continua misurata dal prodotto interno lordo, deve essere finita. Non deve finire o ridursi, deve cambiare e seguire altri ritmi e valori diversi. Nuove produzioni, nuovi consumi, nuovi lavori. È una legge fisica prima che morale, dato che l'accumulazione veloce e lineare porta ai rifiuti e allo spreco. Che aumentano progressivamente, con le loro esternalità ambientali ed economiche sempre più insostenibili. Prima di sbattere contro un nuovo muro, bisogna cambiare strada. La crisi da crescita ipertrofica è l'occasione - se vogliamo vederne il lato positivo - per cambiare parole, azioni, politiche. Siamo preparati e pronti: la società civile è molto più avanti delle forze politiche ed economiche, così refrattarie fin da sembrare ostili al cambiamento. La consapevolezza che abbiamo raggiunto sui limiti ecologici del nostro pianeta è in crescita, questa sì. Dobbiamo cambiare prospettiva e proporzioni. Rimettere al centro del mercato non l'economia ma l'ecologia: il grande cerchio della natura, il racconto della vita, il mondo delle relazioni fra gli esseri viventi e il pianeta che ci ospita. L'economia è solo una piccola parte di questo eco-mondo, la nostra grande casa. Eco (oikos) significa appunto «casa»: il mondo è la casa grande, la nostra economia è la casa piccola. Che sta dentro il mondo, anche se quasi tutti sono convinti del contrario. È dunque una questione di prospettiva e di proporzioni. Non è vero che l'economia non serve più. Ne serve di meno e dovrà essere diversa. Intanto scambiare il sostantivo (economia) con l'aggettivo (ecologia) è una grande rivoluzione, non soltanto grammaticale, ma di metodo. L'economia entra nell'ecologia. Diventa un suo capitolo, uno dei tanti. È al suo servizio e a quello dell'uomo. Dobbiamo mantenere, conservare con cura, tutte le grandi conquiste dell'umanità. Ma eliminare tutto quel ciarpame inutile che sta riempiendo le case, le città, le campagne ovvero il vuoto delle nostre vite… L'interazione tra economia e psicologia getta oggi una nuova luce sull'importanza e sui limiti del ragionamento economico, centrato sull'uomo superazionale o «sciocco razionale» - lo definisce proprio cosí il Nobel per l'economia Amartya Sen - e consente di comprenderne nuove potenzialità e applicazioni allo studio del benessere e della felicità degli individui. Solo mettendo insieme queste prospettive saremo in grado di far nascere una nuova scienza sociale integrata, capace di sviluppare una vita centrata sul valore della persona nella sua interezza. E, andando dunque ben oltre la ricerca del benessere, capire l'essenza dell'economia della felicità. Un ossimoro che rende felici, e che funziona, è quello dell'«Economia del dono». Così come quello dell'opulenza frugale, o dell'abbondante sobrietà: la via delle contraddizioni apparenti è l'unica strada possibile per cambiare. Uno shock ossimorico: solo le parole, e i loro anagrammi talvolta, fanno capire cosa veramente ci serve. Il dono, che supera sia il paradigma utilitarista sia quello collettivista, permette un diverso livello di lettura del valore dei beni: è il promotore di relazioni sociali che portano a un valore di legame. E il legame diventa piú importante del bene stesso. È a tutti gli effetti uno strumento di scambio. Ma proprio per questo non si deve equivocare fra il dono inteso come atto morale - una beneficenza, un atto non economico e il dono come necessità economica. Mentre il prestito e la compravendita sono atti mercantili ai quali corrisponde un'equivalenza di misure, il dono è l'atto economico incommensurabile che viola la sua misura, ma è altrettanto necessario alla sanità delle economie. Se tuttavia nelle economie antiche per la ricomprensione dell'economia nella religione, il dono era un atto religioso, nell'epoca presente deve dimostrarsi efficace come atto puramente economico. Atto al quale non si è costretti dalla morale, come nella beneficenza, ma che corrisponde puramente alla sanità delle economie sostanziali. L'economia di mercato, sublimata dal denaro, fallisce e genera del surplus che pure potrebbe essere consumato da qualcuno. Che però non può acquistare. Si attiva allora l'economia lastminutee l'eccedenza viene recuperata e donata all'ultimo consumatore, quello che si è perso (lost). Si attiva un meccanismo che porta a «donare denaro» anche senza moneta. È complesso e semplice allo stesso tempo: si può donare denaro, ridonare e poi ridere. Così, almeno, l'economia non sarà più la scienza triste. CHIÈ CULTURE AndreaSegrè (Trieste, 1961),economista e saggista,docentedi politicaagraria,politiche dellosviluppoagricolo all'UniversitàdiBologna,è il «RobinFood» della lotta agli sprechialimentari: fondatoree presidentedi LastMinute Market.Ha scrittonumerosi saggi, il più recenteè «Economiaa colori» (Einaudi 2012). LAGUNAMOVIES Lanostracasa èuneco-mondo Lafinanzanonpuòdettar legge mettiamol'ecologianei nostrimercati Fotogramma da una videoinstallazione di Bill Viola LaprovocazioneSuperare i limitidelle ragioni economichee,come suggerisceAmartyaSen, applicarlealla ricerca delbenessereedella felicità degli individui ANDREASEGRÈ Economistaemilitante controgli sprechialimentari GiovedìalFestival diGrado incontro sulla società sostenibile AndreaSegrè saràgiovedì aGrado perun «incontroanfibio» organizzatodalFestival Lagunamovies:un dialogosugli sprechialimentari -ma anchesulla societàsostenibile in regimedi briosasobrietà -, cheavverrà abordo dellamotonaveNuova Cristina (partenzadal Porto Vecchio ore 17.00),nelleacque delgolfo delNord Adriaticoe, soprattutto, nel luogo dove l'annoscorsoè nata la campagnaeuropea di sensibilizzazione«Un anno contro lo spreco»,cheha portatonei mesi scorsi il Parlamentoeuropeoa richiedere la proclamazione del2014 Annoeuropeocontro lospreco alimentare. U: martedì 7 agosto 2012 19
CHE L'USCITA DI SCENA SIA COERENTE CON TUTTO IL RESTO.E COSÌ, RENATONICOLINI,VISSUTO SPIAZZANDO, ha salutato la sua Roma - tra l'altro era un romanista avvelenato - costringendo chi gli ha voluto bene ad uno slalom miracoloso e ardente, per il gran caldo, dalla sala del Campidoglio a una bella chiesa di Piazza del Popolo. Mattina-pomeriggio, tutto in una giornata e di buon passo. La Chiesa ha stupito: non ce lo ricordavamo Nicolini religioso e se è vero che amava le chiese, non si può dire che riservasse identico sentimento alla Chiesa. Eppure, alle quattro del pomeriggio, la bara stava proprio in chiesa e i banchi erano tutti occupati. Com'è andata, ce lo ha raccontato Marilù, la sua compagna: la notte in cui ha gettato la spugna, Renato le ha detto: «Mi raccomando, ci vediamo alla chiesa degli Artisti in Piazza del Popolo». Marilù Prati ha operato di conseguenza e si sono visti, ci siamo visti, per l'ultima volta proprio sotto un altare, con gli occhi lucidi. Ma era iniziata ore prima nella sala della Protomoteca del Campidoglio, un binario laico che la città riserva ai suoi figli prediletti e Nicolini, se n'è accorta da tempo anche la destra, è un gran figlio di questa travolgente città che ha amato con tutto se stesso e che a suo tempo, quando faceva l'assessore alla Cultura, ha rivoltato come un calzino. Nella sala, in cima ad una bella scalinata, il feretro. Pochi fiori sdraiati sul legno, una piccola foto ai suoi piedi in cui c'era un Nicolini giovanissimo e sorridente, qualche biglietto di saluto. Tanta gente attorno che galleggiava nell'afa e nel dolore più sincero: Renato, l'uomo che ha spostato di qualche centimetro la storia culturale e sociale di questo Paese, non era uomo di potere, non incassava rendite di posizione, l'affetto e la stima che lo circondavano erano un buon vino non contraffatto, il dolore che ha seminato con la sua acrobatica scomparsa, a cominciare da quello dei suoi adorati figli, è del tutto disinteressato, sincero come si usa ad un funerale che non promette di smistare eredità. UNASTORIA DISINISTRA Su quella bara mancava una cosa, un oggetto: un cappello di panama bianco. Lo aveva dimenticato anni fa a casa mia e per altrettanti anni aveva rinviato la restituzione alla serata successiva, quindi era venuto il momento. Ho appoggiato sui fiori quel cappello che fa parte della sua più battuta iconografia; è arrivata Barbara Valmorin, grande attrice e amica di Renato, ha tirato fuori dalla tasca un vecchio biglietto di Massenzio, una reliquia, e lo ha infilato nella fettuccia che circonda il cappello, poi mi ha chiesto «aiutami che sto per cadere» e, sorreggendola, le ho risposto con una battuta da noir: «Provaci, Barbara». Insomma, era una scena che non diceva, per bellissima discrezione, che Renato Nicolini è stato un giocoso rivoluzionario che sta dentro la storia del Movimento operaio e di liberazione, un «rosso», non un estroso qualunquista. Anzi, le prime parole sono state del sindaco di Roma. Alemanno ha detto che «Aveva ragione lui», Nicolini e che «non lo scorderemo mai». Polverini, la presidente del Lazio, è stata più cauta; ha ammesso che si tratta di «uno dei più grandi assessori alla Cultura» della città, poco. Poi ha parlato il senatore del Partito Democratico Vincenzo Vita e così si è sofferto di meno per quella sfiancante miopia storica e culturale. Tra abbracci ai familiari e strette di mano, Walter Veltroni, incupito dal dolore, Gianni Borgna, Ettore Scola lieve e caro come sempre, Furio Colombo, Nanni Moretti, Carla Fracci, Renzo Arbore Gente di spettacolo, di teatro, politici, giornalisti, fotografi in processione. Infine, musica, giusto per ricordare la carta d'identità politica di Renato, delle sue idee, della sua cultura di governo. All'improvviso, Rudi Assuntino, Piero Brega, Lucilla Galeazzi e altri hanno intonato canti resistenziali e di lotta. Roba di sinistra, bella e forte come il sole. llnuovolibro diVittorioSilvestrini, ideatoredellaCittà dellascienzadiBagnoli premiatadall'Europa INRICORDO «È scoppiata la pace tra me e Ligabue. Ora speriamo che scoppi la pace anche tra quelli che ci paragonano». Il post di Vasco è una nuova puntata della «radionovela». Già un mese fa aveva scritto «Liga, tieni pronta una chitarra», alludendo al concerto pro terremotati. CULTURE Ho sempre pensato a Nicolini come a un pellirossa. Qualcosa come: Forza nei Capelli oppure Denti Felici. L'ho sempre immaginato - io che ero piccola ai tempi delle P38 e delle siringhe abbandonate nelle cabine telefoniche - come a un capo tribù, uno sciamano elegante che sa trattare con gli amministratori dall'intelletto fino e con i sottoproletari delle poesie di Viktor Cavallo. Capiva le persone, il mondo chissà. Era un architetto? Non lo sapevo. Se lo era, era senz'altro un architetto umano, capace di saldare la frescura borghese di piazza di Siena con gli eroinomani di Castel Porziano. Un giorno l'ho conosciuto da Simone Carella, mentre parlavamo di poesia. Non mi sono mai fidata dei progetti in bolletta di Simone. Lui che mi dice «a' paracula». Io che gli rispondo «a' paraculo». Però Nicolini gli voleva bene. Eccome. Doppiacerimonia, laica ereligiosaper il funerale dell'assessoreallaCultura che inventò l'«Estate» dellacapitalee l'effimero TONIJOP ROMA Fisica,politicaeNapoli Unoscienziato inquietoe isuoiamori CRISTIANAPULCINELLI cristiana.pulcinelli@gmail.com Il pellerossa e la poesia L'arrivederci aRenato Amici e romani hanno salutato Nicolini,grande intellettuale Lacamera ardente per RenatoNicolini allestita nellasaladella Protomoteca inCampidoglio FOTO DI MAURIZIO BRAMBATTI/ANSA È TUTTO UNA DICHIARAZIONE D'AMORE IL NUOVOLIBRODIVITTORIOSILVESTRINITESSERE DEL MIO MOSAICO. SCIENZA E SOGNI DI UN FISICO IRREQUIETO (SCIENZA EXPRESSEDITORE,P.316,EURO19,00).Amore per la moglie Stefania, certo. Ma anche amore per una città: Napoli. E ancora amore per una disciplina, la fisica, a cui ha dedicato lunghi anni di studio. Amore per la politica e amore per la comunicazione della scienza che negli ultimi anni è diventato il centro della sua attività. È stato Silvestrini infatti a fondare Città della Scienza, lo science center che sorge nell'area di Bagnoli a Napoli, e che nel 2005 è stato riconosciuto come «Museo scientifico europeo dell'Anno» dal Consiglio d'Europa. Ed è stata questa idea a fargli vincere nel 2006 il premio Descartes assegnato dall'Unione Europea per la comunicazione scientifica. Unico italiano ad aver avuto questo riconoscimento fino ad oggi. Silvestrini ripercorre la sua vita, a partire dalla nascita avvenuta il 9 aprile del 1935 nella provincia di Bolzano, attraverso il racconto dei mille eventi che, per dirla con le sue parole «hanno lasciato un'impronta profonda in me». Frammenti di memoria che a volte affondano le radici in tempi lontani, tanto lontani che metterli insieme è come ricostruire un antico mosaico: le tessere sono lì sparse a terra e con estrema pazienza vengono ripulite e rimesse in ordine con la certezza, tuttavia, che la scena ricostruita potrebbe non corrispondere a quella originale. Ecco dunque che i fili della memoria di intrecciano. L'infanzia a Faenza, l'università alla Normale di Pisa dove comincia a studiare fisica, ma dove comincia anche a scoprire la politica, grazie ad alcuni compagni (uno dei quali era Sabino Cassese) che si dicevano comunisti e parlavano sempre di politica «citando Marx, e Lenin e Trotsky». L'incontro con la moglie Stefania, le nozze e l'arrivo ai laboratori di Frascati, l'insegnamento a Roma e poi, finalmente l'arrivo a Napoli all'inizio degli anni Settanta come docente di fisica sperimentale. La sua esperienza al Comitato centrale del Pci e poi l'elezione al Consiglio regionale della Campania con quarantatremila voti di preferenza. I libri, dai volumi di fisica generale su cui negli ultimi vent'anni hanno sudato gli studenti di molti atenei italiani, a libri di lettura come La ristrutturazione ecologica della civiltà che raccoglieva scritti che trattavano del problema energetico, ma anche di problemi metodologici e politici. Tutto converge verso l'ultima parte del racconto, quella in cui Silvestrini ricorda come nacque la prima edizione di Futuro Remoto, l'evento di divulgazione scientifica che dal 1987 si svolge ogni anno a Napoli richiamando migliaia di visitatori, ma che fu anche la costola da cui nacque la vera idea rivoluzionaria di Silvestrini: Città della scienza. Città della scienza, oltre ad essere il primo science center italiano, è un meraviglioso esempio di riuso dell'archeologia industriale poiché alloggia dentro una decina di edifici nell'ex area industriale di Bagnoli. E, dal 2010, Città della scienza sta lavorando per diventare una città virtuosa, ottimizzando la struttura in termini di gestione delle risorse energetiche, idriche e ambientali, accessibilità e riciclaggio dei rifiuti. Sarebbe bello se la storia della sua nascita portasse qualcun altro a sognare e realizzare un'altra folle idea come quella dell'irrequieto Silvestrini. SARAVENTRONI Vasco (di nuovo) su Facebook: pace fra me e Liga U: 18 martedì 7 agosto 2012
Dopo una lunga giornata arroventata dalle polemiche sulla sua intervista al settimanale DerSpiegelMario Monti è costretto a una puntualizzazione. «Sono convinto che la legittimazione democratica parlamentare sia fondamentale nel processo d'integrazione europea - scrive in un comunicato - Non ho inteso in alcun modo auspicare una limitazione del controllo parlamentare sui governi che, anzi, penso vada rafforzato tanto sul piano nazionale che su quello europeo. L'autonomia del Parlamento nei confronti dell'esecutivo non è affatto in questione, nell'ovvio rispetto, peraltro, di quanto previsto dagli ordinamenti costituzionali di ciascuno Stato europeo. Ho unicamente voluto sottolineare la necessità al fine di compiere passi avanti nell'integrazione europea che si mantenga un costante e sistematico dialogo fra governo e parlamento. Infatti, nel corso dei negoziati tra governi a livello di Unione europea, può rivelarsi necessaria una certa flessibilità per giungere ad un accordo». Parole da cui traspare tutto l'imbarazzo del premier di fronte non tanto ai falchi tedeschi, quanto ai richiami «piovuti» da Bruxelles. La commissione europea «rispetta le competenze dei parlamenti nazionali», dichiara lapidario il portavoce dei ventisette, Olivier Bailly. Parole come pietre. La violenza dello scontro, in realtà, nasconde un'altra guerra, ferocissima, che in questa estate incandescente si sta giocando nelle cancellerie europee. Tutto ruota attorno alle prossime mosse sullo scudo anti-spread, alle condizionalità che verranno imposte ai Paesi (e alle loro forze politiche) che ne chiederanno l'attivazione. Insomma, dietro il gran vociare sull'eterno confronto Italia-Germania c'è il peso che avrà il memorandum d'intenti da sottoporre ai Paesi in difficoltà. In altre parole, si chiederanno nuovi vincoli, impegni ulteriori, controlli esterni? Il governo italiano continua a minimizzare. Monti non vuole andare oltre una certificazione del processo di attuazione degli impegni già presi. Così almeno aveva spiegato l'intesa Vittorio Grilli al termine del vertice di fine giugno. Ma quell'interpretazione fu subito smentita da Angela Merkel, che poi CASSEDELLO STATO Fiducia numero 33 oggi per il governo Monti per il via definitivo della Camera alla spending review tra le proteste di Idv e Lega e un flash mob in piazza Montecitorio organizzato dal pubblico impiego di Cgil e Uil. A chiedere la fiducia ieri, a nome del governo, è stato il ministro dell'Economia Vittorio Grilli, sollevando dure polemiche dai banchi di Idv e Carroccio che hanno denunciato l'ennesima «compressione della democrazia» attraverso quest'ultimo voto «blindato» che taglia il dibattito e l'esame degli emendamenti. Emendamenti che erano ben 150, soltanto 3 dei quali presentati dalle opposizioni. «Giarda - dice il vicecapogruppo Idv Antonio Borghesi - ci aveva garantito che il governo avrebbe valutato la fiducia sulla base degli emendamenti» e invece, aggiunge il leghista Raffaele Volpi, «assistiamo a una maggioranza che si “autofa” ostruzionismo e a un governo che mette la fiducia contro la sua maggioranza». Con la fiducia il provvedimento, che si pone l'obiettivo di far risparmiare allo Stato oltre 4 miliardi nel 2012, 10 miliardi nel 2013 e 11 miliardi nel 2013, verrà licenziato in tempi record e senza modifiche rispetto a quello uscito dal Senato e scongiura l'aumento dell'Iva. A parlare della necessità di far cassa e di farla subito è stato il sottosegretario all'Economia, Gianfranco Polillo, spiegando che proprio per questo non c'è stato il tempo di soffermarsi su tagli chirurgici e mirati ma si è dovuto far ricorso a «tagli generici». E contro questi tagli non ci sono soltanto gli Enti locali, a partire dalle Regioni: stamattina si sono date appuntamento le categorie del pubblico impiego per protestare con mannaie «per simboleggiare il peso della manovra sul lavoro pubblico» e cartelli con scritto: «Basta parole. Sciopero Generale». Difende il provvedimento Polillo: «La spending review è l'inizio di un processo che durerà nel tempo. Noi dobbiamo affondare il bisturi in tutti i punti di arretratezza della pubblica amministrazione. Noi abbiamo dovuto trovare 4 miliardi per evitare l'aumento dell'Iva. La fretta ci ha obbligato a non andare tanto per il sottile, e questo lo devo ammettere. Sulla sanità abbiamo dovuto fare i salti mortale e negli locali non abbiamo potuti distinguere comportamenti virtuosi e quelli meno». Ma un altro Sos lo lancia il Coordinamento sicurezza Ugl, che riunisce Polista di Stato, Penitenziaria, Corpo Forestale e Vigili del Fuoco: «Se non si interverrà prontamente per rivedere i tagli previsti dalla spending review e non verranno rese disponibili quanto prima le risorse del Fondo Unico Giustizia, le ricadute sul comparto sicurezza saranno tali da non poter più garantire la tranquillità dei cittadini». Tra le misure previste: ampliamento delle tutele ad altri 55.000 esodati e aiuti ai Comuni colpiti dal sisma dell'Emilia ma anche aggravi fiscali, dall'Irpef di 8 regioni alle università. Dai ministeri arriveranno risparmi di 1,7 miliardi nel 2013; 1,5 nel 2014 e 2015 mentre alle Regioni toccherà una sforbiciata di trasferimenti pari a 700 milioni nel 2012; un miliardo i successivi due anni. Le amministrazioni centrali dovranno ridurre dall'anno in corso le spese per acquisti di beni e servizi. La riduzione degli dirigenti pubblici sarà del 20%; del 10% del personale non dirigente mentre i buoni pasto non andranno oltre i 7 euro. Entro novembre le Regioni dovranno invece tagliare i posti letto ad un livello di 3,7 ogni 1000 abitanti (oggi è 4). La vera guerra di Monti è sul memorandum BIANCADIGIOVANNI ROMA Leentrate fiscali cresciutedel4,3% neiprimiseimesi Spending review, fiducia numero 33 Il governo chiede oggi alla Camera il via definitivo al provvedimento Le proteste dei lavoratori del pubblico impiego contro i tagli R.E. ROMA Guardando soltanto al comportamento dei mercati nel primo lunedì d'agosto, si potrebbe concludere che la settimana è iniziata in modo positivo con le Borse in rialzo e lo spread sotto controllo. Senonché, come spesso capita in questi tempi di crisi, nel calderone finanziario ed economico bisogna mettere molti elementi, ed allora l'umore cambia, specie guardando, e soprattutto leggendo, quel che accade dall'altra parte dell'Oceano Atlantico. Ieri, infatti, il Financial Times ha riportato delle notizie preoccupanti relative al comportamento dei grandi istituti di credito americani. PREVISIONINEGATIVE «Le banche americane si preparano a una spaccatura dell'euro»: è questo il titolo di apertura dell'inserto di Finanza del quotidiano britannico. Segue una visione a dir poco allarmistica sulla crisi dei debiti nell'Unione europea. Citando peraltro fonti anonime, l'articolo spiega che «le banche di Wall Street starebbero manovrando per evitare di vedersi pagare in dracme o pesetas» in uno scenario di uscita di un Paese dall'euro. In particolare avrebbero esortato clienti e controparti a tentare di ristrutturare, ove possibile, i loro investimenti in modo da mettersi al riparo da eventualità di questo genere. Il Financial Times cita anche dati della Securities and Exchange Commission, l'autorità di vigilanza sulla finanza Usa, relativi all'esposizione delle banche americane nei vari Paesi dell'area euro ritenuti a rischio (Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia). In particolare, JP Morgan, Bank of America, Citigroup, Morgan Stanley e Goldman Sachs hanno ridotto la loro esposizione, che varia dai 5,4 miliardi di dollari di Morgan Stanley ai tuttora oltre 20 miliardi di JP Morgan. In questo contesto acquista una sinistra coerenza la raccomandazione di Pimco, il più grosso fondo obbligazionario del mondo, che esorta gli investitori a stare alla larga dal debito di Spagna, Italia e Grecia. Sempre sul Financial Times, il fondatore e co-direttore degli investimenti di Pimco, Bill Gross definisce un «bluff» quello della Bce, del Fmi, di Berlino e Parigi: «Forse persino un tasso del 4% sui titoli italiani e spagnoli - si legge nell'articolo - non è abbastanza basso per non affogare, dato che tassi d'interesse al di sopra della crescita del Pil inevitabilmente aumentano il debito in percentuale del prodotto interno lordo, anche se il bilancio è in pareggio primario. Dunque, prima o poi si annega». Le preoccupazioni americane, come detto, non hanno comunque influenzato le contrattazioni sulle piazze del Vecchio continente, meno cospicue rispetto alla media per via del periodo estivo. Fin dal mattino gli indici si sono mossi in territorio positivo, soprattutto per il cauto ottimismo su una soluzione guidata e relativamente senza traumi nel salvataggio della Spagna. Inoltre, ha pesato una doppia onda lunga, generata dai buoni dati sull'occupazione statunitense di venerdì e dalla rafforzata convinzione, dopo le parole di Mario Draghi, che la Banca centrale europea entrerà in azione per scongiurare il tracollo di Madrid con il suo catastrofico effetto domino. Dunque, le Borse europee hanno chiuso tutte con il segno positivo, limando leggermente i rialzi nel finale di seduta. Le migliori, non a caso, sono state Madrid (addirittura +4,41%) e Milano, in progresso dell'1,54%. Rialzi invece più contenuti, sotto l'1%, per Parigi, Londra e Francoforte. In Piazza Affari a trainare il listino, come quasi sempre succede, sono stati i titoli bancari con il più “pesante”, Intesa Sanpaolo, che è cresciuto del 3,7%. In recupero anche l'euro, che con la chiusura a 1,2415 sul dollaro ha rivisto i livelli di inizio luglio. Quanto allo spread, per una volta si è vissuta una giornata tranquilla. Il differenziale fra Btp e Bund ha chiuso sul livello di 456 punti base, lo stesso livello dell'apertura, con un rendimento del decennale sul mercato secondario appena sotto il 6%. Una seduta senza scosse anche per i Bonos spagnoli che hanno oscillato attorno a 526 punti per l'intera giornata. LACRISI INEUROPA Dietro le bordate dei tedeschi il duello sulle condizioni da imporre ai Paesi in difficoltà L'Italia rischia un commissariamento che sarebbe esplosivo per il quadro politico . . . Voci non confermate di un incontro del premier con il presidente della Banca centrale Nelprimo semestredel 2012 le entrate tributariesonostate paria 191,180miliardi dieuro, in crescitadel 4,3%rispetto al primosemestre del 2011.Lo comunica ilDipartimento delleFinanzedelministero dell'Economia. «Pur inpresenza di una congiuntura fortementenegativa, la dinamicadelleentrate registra una tendenzaalla crescita a ritmi superiori rispetto all'analogo periododelloscorso annoper effettodelle misure correttivevarate apartiredalla secondametà del 2011»rileva il DipartimentoFinanze delministero dell'Economia, aggiungendocheal dato«ha contribuito il gettito di spettanza erarialedella primaratadi acconto dell'Imu(pari a3.934 milionidi euro), cheèrisultato in linea con le previsioni». Un nuovo allarme: Wall Street punta contro l'euro e l'Italia Il Financial Times parla di un disimpegno delle banche Usa Le Borse chiudono in rialzo, spread stabile MARCOVENTIMIGLIA MILANO 2 martedì 7 agosto 2012
Il radicalecollettivodi ricercasiconfrontacon la farsa eambienta«Il signorBruschino»inunparcoatema «CONILFILMCHESTOPREPARANDOSULLAVITADIGIACOMO LEOPARDI E CHE GIRERÒ L'ANNO PROSSIMO SI CONCLUDEPERMEUNDECENNIOdedicato all'800, iniziato nel 2004 proprio con l'allestimento di Matilde di Shabranqui al Rossini Opera Festival. In quel periodo infatti cominciavo a lavorare su Noi credevamo e sui testi di Leopardi». Mario Martone è di nuovo a Pesaro, per rimettere in scena la sua Matilde, spettacolo che fa largo uso della teatralità contemporanea, in una edizione del Festival che prova a declinare Rossini al futuro. Debutta infatti al Rof un collettivo di ricerca come Teatro Sotterraneo, cui è affidata la regia di una farsa di Rossini, IlsignorBruschino, dove tra veterani come Roberto De Candia e Carlo Lepore spicca la presenza di Maria Aleida, giovanissima soprano cubana su cui molti scommettono, mentre la direzione d'orchestra è affidata a Daniele Rustioni. C'è poi CiroinBabilonia opera seria composta da un giovanissimo Rossini e di rarissima esecuzione, affidata per la regia al torinese Davide Livermore e per la direzione d'orchestra a un altro debuttante al festival, Will Crutchfield. Anche quella di Matilde di Shabran, spettacolo nel 2004 salutato da un clamoroso successo di critica e di pubblico, ripreso nel 2008 al Covent Garden di Londra, in realtà è una ripresa fino a un certo punto, del cast originale infatti è rimasto solo nel ruolo di protagonista maschile Juan Diego Flórez, tenore idolatrato dai melomani, e in particolare rossiniani, con la direzione d'orchestra di Michele Mariotti. Quindi proviamo a ragionare con Martone di opera lirica, di passato, di Rossini, di Ottocento, tutto proiettato al futuro. «Sono stati dieci anni vissuti come un grande cantiere: guardare al passato per puro amore della storia è un esercizio che non mi interessa, per me l'800 è un secolo di grande fascinazione che mi spinge a interrogarmi sul nostro presente, una cassa di risonanza sulle nostre identità, complessità e contraddizioni». Ein Rossini cosa ha trovato? «La vicinanza è nella sua musica e nella sua drammaturgia: non solo Rossini relega l'azione nei recitativi e i pensieri e i cambiamenti dei personaggi alle arie o agli assieme, cosa non nuova nel linguaggio dell'opera, ma lo fa in maniera estrema, cosa che permette di trasferire le sue opere in ogni ambiente e in ogni tempo». Da questa considerazione è nato l'allestimento di «Matilde»? «Diciamo che questo mi ha spinto a una scelta altrettanto estrema: ho voluto mostrare il motore di questa drammaturgia senza la carrozzeria sopra, un motore che dispiega tutta la sua potenza. Di qui l'idea di una scena unica, priva di oggetti naturalistici, ma con una grande scala che dà il senso della verticalità. Tutto il resto è lavoro sui rapporti tra i diversi personaggi e su come gli interpreti li mettono in scena, relazionandosi alla musica e alla drammaturgia». Inquestomodoperòlaregiasibasasuunlinguaggio contemporaneosbilanciatosugli interpreti? «Per come la intendo io, la regia non è una forma rigida da seguire in modo maniacale, quanto uno schema di gioco che va vissuto con l'interprete. Per intenderci quando in un mio spettacolo cambiano gli attori o i cantanti, non succedono mai le stesse cose di prima. Rispetto all'allestimento del 2004 a eccezione di Flórez il cast stavolta è tutto cambiato, e con la mia assistente Daniela Schiavone abbiamo ricostruito con i nuovi interpreti qualcosa di diverso. A esempio la figura del Poeta interpretato nel 2004 da Bruno De Simone era una maschera della commedia dell'arte, stavolta invece con Paolo Bordogna è più scugnizzesco». Torniamo all'800, lei di recente ha messo in scena le «OperetteMorali» diLeopardi… «Sì, infatti, e le musiche dello spettacolo erano tutte di Rossini». Ecco,dueautoriconsiderati i rappresentati italianidi duefiloniesteticicontrapposti,RossiniilNeoclassicismo,e Leopardi ilRomanticismo. «Per carità, sono categorie estetiche anche utili, ma credo che se il passato ci serve per interrogarci sul presente è facile accorgersi che Romanticismo e Classicismo sono stati attraversati da Leopardi e Rossini ma non ci si sono mai insediati». Edove ci portano interrogandoci sul presente? «A parte il fatto che entrambi erano nati nelle Marche, li accomuna uno sguardo sul mondo, fatto di distanza, distacco, ironia verso la vita. Tutte cose che Rossini declina in un modo e Leopardi in un altro, ma è in questo senso che ci parlano al presente. Pensiamo agli autoimprestiti di Rossini, cioè spostare da un'opera all'altra pezzi o interi brani di musica, magari da una situazione seria a una buffa. Questo apre un ventaglio di interpretazioni enorme, una frase musicale cambia significato, ma anche una situazione drammatica può diventare un'altra cosa. Allora si può pensare allo Zibaldone di Leopardi, al tornare ogni giorno su alcuni pensieri, su alcune “frasi”, appunto». «ILMELODRAMMACIAFFASCINAVACOMESPETTATORI, MA NON AVEVAMO MAI PENSATO DI FARE UNA REGIA D'OPERA FINCHÉ NON CI HANNO APERTO LE PORTE AL ROSSINIOPERAFESTIVAL.Tuttavia abbiamo accettato senza tentennamenti». Daniele Villa riassume quel salto mortale che dalla scena off, senza neppure passare per il teatro di prosa, ha portato Teatro Sotterraneo, collettivo di ricerca piuttosto radicale a confrontarsi con una farsa di Rossini, Il signor Bruschino. Una commedia degli equivoci all'apparenza leggera, ma volutamente complicata, e che vede al centro una coppia di giovani innamorati, cui si cerca di impedire di convolare a nozze. «Abbiamo cercato quei nervi del Bruschino che parlassero al presente –continua Villa che di Teatro Sotterraneo è il drammaturgo–, ed è facile trovarli: la mistificazione, la finzione, la perdita di identità, tutte ossessioni che abbiamo ritrovate in Rossini». All'ambientazione borghese originale Teatro Sotterraneo ha preferito però qualcosa di contemporaneo: «Senza rinunciare alla narrazione della trama, abbiamo scelto per ambientazione un parco dei divertimenti, “Rossiniland”, creato con l'Accademia di Belle Arti di Urbino. Un non luogo ludico e massificato, dove ogni gioco è una metafora su cosa sia vero e falso, sulla cultura e la fruizione culturale, sullo spettacolo e la società dello spettacolo». Il linguaggio teatrale di Teatro Sotterraneo è basato su un sarcasmo spesso feroce, quello di Rossini sull'ironia: «I nostri spettacoli vogliono essere senz'altro urticanti, una dimensione che non appartiene al Bruschino, ma il punto di contatto con Rossini è nelle continue contraddizioni, slittamenti di senso, scivolamenti che mette in scena. Puntiamo a uno straniamento che mantenga la leggerezza dell'originale ma sia anche destabilizzante». Nella drammaturgia musicale Teatro Sotterraneo ha scoperto anche come Rossini «offra una grande “biodiversità”: una enorme quantità di risorse musicali che hanno a che fare con il nostro lavoro, con i continui scarti e cambiamenti repentini d'atmosfera». Drammaturgia di grande impatto fisico quella di Teatro Sotterraneo: «Con i cantanti ci siamo trovati bene, noi nel proporre cose anche non facili, loro nell'accettare o modificare le nostre proposte: grande apertura, bisogna dirlo». Ma insomma Rossini vi appassiona, in macchina ascoltate la sua musica a tutto volume? «A essere onesti –conclude Villa ridendo– è capitato mentre lavoravamo a questo progetto. In futuro si vedrà». L.D. F. CULTURE Il regista racconta l'interesse perunsecoloriccosulquale lavoradaanni intrecciando l'amoreperRossini conquelloperLeopardi E ilTeatroSotterraneo s'inventa«Rossiniland» ... Rispettoall'allestimento del2004grandinovità sceniche.Delcastdiallora èrimastosolo il tenoreFlórez Ottocento chepassione Martoneparladella«Matilde» cheportaalFestivaldiPesaro LUCADELFRA arfled@tiscali.it .. . «Offreunagranbiodiversità Abbiamocercatoqueinervi dellacommedia cheparlasseroalpresente Alleprove di«Matilde diShabran» Asinistra il registaMarioMartone U: 20 martedì 7 agosto 2012
Fu la storia più bella da raccontare. L'immagine più nostra, «il contadino dell'atletica». Il marciatore che per 3 ore e 37 minuti non tradì turbamento, «di sudore e di terra è il suo sguardo», di fatica e di albe la sua vita, per questo scrivemmo: «contadino». Già sveglio alle cinque per gli allenamenti, lunghi e solitari, era medaglia d'oro, era in trionfo, ma aveva camminato nel buio e nel silenzio della stagione sua. Cos'hai fatto, Schwazer. È la storia più patetica da maneggiare. Ci tocca questa, oggi. Arriva come un sorso di veleno, «il Coni ha disposto l'esclusione immediata dalla squadra olimpica di un atleta». Ci guardiamo fra colleghi, c'è un piccolo indizio, «un atleta» senza apostrofo, è uomo. Ne segue uno più robusto: «Non ancora giunto a Londra». È Alex Schwazer, il nostro maggiore atleta, il più forte, il più bravo, il campione, l'unico che abbiamo. Un controllo previsto (prevedibile) della Wada, l'agenzia mondiale dell'antidoping, il 30 luglio a Oberstdorf - dove si allena - lo ha trovato positivo all'Epo, o a uno dei suoi “marcatori”, ancora non è chiaro ma in fondo è tutto qui: eritropoietina, il trucco per aumentare i globuli rossi, l'ossigenazione, la prestanza dei muscoli, la resistenza. Il doping più comune e rintracciabile. Il nostro campione sentiva di averne bisogno, questo complesso è stato più forte del rischio (ipertensione, trombosi, invecchiamento precoce delle cellule cerebrali). Era mancato alla 20 chilometri «per una lieve influenza», ci f detto. Lo aspettavamo per sabato, per la 50 km, avevamo una scorta di parole che nessun altro poteva sottrarci, perché dall'atletica non arriverà niente, forse un buon salto di Fabrizio Donato, ma l'epica del marciatore era pane per tutti i denti, il pubblico riconosce la stanchezza, fino allo sfinimento, e si accalora: le nostre medaglie sono queste e ci siamo affezionati, anche a Schwazer, così “carino” insieme alla compagna, la pattinatrice Carolina Kostner. Cos'hai fatto, Alex. «Ho sbagliato, volevo essere più forte a Londra, l'ho fatto per quello, la mia carriera è finita qui». Questa repentina confessione è l'evidenza del disagio. Ogni atleta in questi casi prova a mentire, anche a se stesso. Chiede contro analisti, grida al complotto, si frappone ciecamente al sistema, cercandosi la posizione della vittima. Le ammissioni di colpa sono sempre rimandate al momento del rientro alle competizioni, per propinare “romanticismo” a chi ne vuole ascoltare. Schwazer è in fuga, «solitario ed egoista», lo definì Sandro Damilano, uno dei più grandi uomini che l'atletica italiana abbia mai avuto, allenatore di marciatori - dal fratello Maurizio fino ai cinesi che hanno dominato la 20 chilometri qui a Londra. Lui, allora commissario tecnico, abbracciò Schwazer appena sorpassato il traguardo, a Pechino. Fu un attimo loro, privato, intenso, un pianto struggente, due uomini troppo felici e disperatamente stanchi. Avevano preparato insieme quella cosa enorme e alla fine la condividevano. Damilano spiegava a noi il talento più scintillante che l'atletica italiana possedeva. «Ha tessuti che smaltiscono le tossine – elencò – ha una capacità polmanare di 7 litri e mezzo, una percentuale di grasso del 5%». In sostanza, Schwazer era “naturalmente” il più forte: poteva fare una scorta enorme di sofferenza, che nei 50 chilometri di marcia sarebbe poi tornata comoda. Non ci credeva più. Dopo quell'oro si è scoperto fragile, ha perduto il passo, non sapeva ritrovarlo, forse non voleva, disadattato alla notorietà, a quella forma d'incomprensione che è la gloria. Ha incolpato Damilano, si sono separati, la vicenda si è incarognita perché senza di lui il piemontese ha lasciato la Nazionale, scegliendo i cinesi. Schwazer ha poi trovato pace e stimoli con Michele Didoni, quest'anno sembrava andare tutto bene, i soliti carichi di lavoro pazzeschi (250 chilometri a settimana) smaltiti e trasformati in ottime prestazioni. «Ho fatto tutto di testa mia: mi assumo la responsabilità», precisa ancora l'atesino. Petrucci è «sconvolto», la madre ha avuto un malore, Didoni è deluso: «Mi ha chiamato premettendo che doveva darmi una brutta notizia. Era stato il testimone al battesimo di mia figlia: mi ha preso in giro. Alex deve crescere come persona e cambiare vita. È un carabiniere e disonora tutto il corpo». Disonora soprattutto se stesso. Schwazer choc positivo all'Epo La corsa secondo Bolt: il più veloce, il più amato «Volevo essere più forte la mia carriera è finita» con queste parole Alex ammette il doping Il 27enne altoatesino fu olimpionico a Pechino Dopo, si è scoperto fragile. Lo ha fermato il Coni MARCOBUCCIANTINI INVIATO A LONDRA Volley f. Quarti di finale: Italia-Corea del Sud alle ore 22 Pallanuoto f. Italia-Cina per i piazzamenti dal 5° all'8° posto Vela Si assegnano le medaglie del RS-X, c'è Alessandra Sensini Triathlon alle 12,30 scatta la prova maschile Lotta categoria 96 kg. Ci siamo emozionati e scoperti tifosi. Di Bolt, del suo gesto puro nel quale abbiamo visto operare il vento, lo scorrere dell'acqua dalla montagna verso il mare (come il suo precipitare verso il traguardo, davanti agli altri), o il passaggio del sole. Accompagnare la corsa di Bolt è come credere nella vita. È il battito del cuore - davvero - è la danza, il movimento, un verso limpido di una poesia: è tutto questo, un linguaggio completo che il ragazzo parla al mondo. E la gente lo ama, lo capisce, lo vuole, spera nella sua vittoria perché con lui s'impone l'ordine naturale delle cose, l'armonia e non la banalità. Questo rassicura ed esalta. Poi c'è lo stile: anch'esso conforta gli spettatori che pretendono la corrispondenza fra una prestazione e l'estetica che l'ha scaturita. Lo stile - sintetizza un sociologo francese - è fare di un atto difficile un gesto grazioso, è dare ritmo alla fatalità. È dare alla necessità l'apparenza della libertà: non vi sembra di vedere passare Bolt? Ha molti tifosi perché - come il tennista Federer - ha una purezza sportiva che suscita ammirazione, emozione. La vittoria passa attraverso la sapienza tecnica, non c'è trucco, non c'è margine: mai di questo sport (come, appunto, del tennis) si è avuta impressione migliore che adesso, nelle gambe del giamaicano, nella sua accelerazione, nel suo passaggio: anche la falcata di Carl Lewis era fluida, «atletica» nel senso fondamentalista del termine, ma avanzava con la superbia che invece Bolt ha trasformato in allegria. In questa diversità, sono figli spudorati della loro terra. Il paragone non è casuale in quanto si tratta di ragionare sugli unici due atleti capaci di vincere due Giochi olimpici in questa disciplina, così competitiva e logorante che nel giro di quattro anni abituava a nuovi protagonisti, nuovi record. La naturalezza della loro corsa è ovviamente il più quotato fra gli argomenti: quell'incedere “pulito” risparmia i tendini, i muscoli, le articolazioni. Un altro valido discorso è quello sulla struttura fisica: entrambi longilinei, con leve lunghe e tronco più corto: la distribuzione dei muscoli - e dei chili - se ne avvantaggia. In Bolt c'è maggiore massa, che si trasforma in agilità, come il peso diventa potenza. Questo lo rende il migliore di sempre. Altre prestazioni furono spaventose, come la vittoria di Bob Hayes a Tokio, con un tempo che sarebbe “moderno” anche a distanza di mezzo secolo, ma fu una singola, mostruosa gara, non cominciò un'era, non la tracciò. Più indietro nel tempo, ci è proibito valutare. I tecnici hanno analizzato la corsa di domenica: Bolt ha confermato i suoi 41 passi, e l'ampiezza della falcata di 2,77 metri di media. È premiato dall'elasticità della pista, che restituisce molto di questa falcata, ma ha comunque condotto i suoi avversari in un luogo che è solo per lui. Quattro record personali, dietro di lui: Blake, Gatlin, Gay, Baley hanno corso i loro cento metri più veloci dell'anno. Sono stati tutti perfetti, ma la perfezione altrui non sconfigge Bolt, che ai sessanta metri - lanciato - sviluppa una velocità che lo allontana dal gruppo. Nel suo furore agonistico non c'è isteria, ma allegria. C'è vita. VOLLEY Alex Schwazer in una immagine di repertorio FOTO ANSA/TELENEWS 3-0dallaBulgaria Terzasconfitta pergliazzurri Passofalso della nazionale italianadi pallavoloal torneoolimpico: gli azzurri sonostati battuti 3-0 dalla Bulgaria (32-3025-20 25-19 i parziali).Con questa sconfitta l'Italia hachiuso al quarto posto la classifica delgironeAa quota 8punti. Gli azzurri sonostati precdeuti dalla Bulgaria,primacon 12 punti, seguita dallaPolonia (9 punti) e dall'Argentinache -grazie al3-0 sulla GranBretagna -ha scavalcatoSavani ecompagni.L'Italia incontrerà nei quarti la prima delgironeB, cioègli StatiUniti chebattendo la Tunisia possonoscavalcare la Russiache ieri harifilato unsecco3-0 alla Serbia. Il secco kocon la Bulgariaha complicato il camminodella nazionaleazzurra:«Vincere ci avrebbeconsentitodi avere una partitapiù abbordabileneiquarti ammetteLuigi Mastrangelodopo il match-Ma probabilmente la Bulgaria haavuto più vogliadi noi».«Siamo arrabbiati - aggiunge il ct,Mauro Berruto- ancheperchèabbiamo fatto passi indietrorispettoal match giocatodue giorni fa (contro Australia,ndr), comunque laBulgaria hagiocato bene.Ora abbiamo 48 ore davantipervedere di chepasta siamofatti. La pallavoloè unosport strano, tutti pensavanoche la Bulgariasarebbe arrivata al match in cattivecondizioni, inveceha vinto». Intantooggi si giocano iquarti di finaledel torneo femminile.Questi gli accoppiamenti:Russia-Brasile (ore 16);Giappone-Cina (ore 14); Italia-Coreadel Sud(ore 22); Usa-Rep.Dominicana (ore20). M.BUC. INVIATO A LONDRA È un fatto di stile e di naturalezza, perfino di vita Come per Federer, la perfezione suscita emozione Usain Bolt FOTO LAPRESSE martedì 7 agosto 2012 11
Ieri i rappresentanti sindacali dei lavoratori del polo ospedaliero San Raffaele di Milano sono andati a Palazzo di Giustizia per incontrare i commissari dell'ex gruppo di don Verzè. I lavoratori sono molto preoccupati perchè il nuovo proprietario, il gruppo San Donato di Giuseppe Rotelli, ha annunciato un piano di tagli al personale per fronteggiare la perdita di 21 milioni di euro registrata nella prima parte dell'anno. Rotelli si era impegnato al momento dell'acquisizione del San Raffaele a mantenere intatti i livelli occupazionali e garantire al continuità aziendale. I lavoratori hanno chiesto ai commissari di far rispettare gli impegni che erano stati assunti da Rotelli, primo singolo azionista del Corriere della Sera e consigliere di amministrazione di Via Solferino, nei mesi passati. Ma lo scenario è improvvisamente mutato per i circa 4000 dipendenti del polo ospedaliero e scientifico pochi giorni fa quando il nuovo consiglio di amministrazione ha riferito che nei primi cinque mesi dell'anno sono stati persi 21 milioni di euro. È «una situazione insostenibile che necessita tempestivi interventi per mettere in sicurezza l'azienda» valuta il cda che ha informato le organizzazioni sindacali di voler dare un taglio ai costi anche con una riduzione dell'organico ma si è anche detto disponibile al confronto. L'azienda San Raffaele ha sostenuto che tale azione «non impatterà sugli standard assistenziali e sulla qualità delle prestazioni ai pazienti». Intervenire sul costo del lavoro viene presentato come un passaggio obbligato. L'Ospedale San Raffaele «si vede costretto ad introdurre una serie di misure di razionalizzazione rivolte anche all'area del personale, che comprendono interventi sugli accordi aziendali, sulla disciplina contrattuale e una riduzione dell'organico». «Non ci stiamo» e «vogliamo un confronto» dicono i sindacati del San Raffaele che puntano a «respingere ogni azione» che possa colpire il gruppo ospedaliero. «Vogliamo un confronto serio e approfondito, senza la mannaia di ricatti sul tavolo, che ci consenta di capire finalmente il piano industriale aziendale», sostengono Cgil, Cisl e Uil di Milano che preparano nuove iniziative di protesta. «No ai licenziamenti» Lotta al San Raffaele Unipol nega la chiusura di filiali FonSai MARCOTEDESCHI MILANO Unipol ha smentito in via ufficiale, per bocca del direttore generale Franco Ellena, di voler chiudere 1.000 agenzie Fonsai. Lo si legge in una nota dello Sna (Sindacato nazionale agenti di assicurazione) che nei mesi scorsi aveva lanciato l'allarme parlando di 3.500 posti a rischio nelle agenzie a seguito della fusione con Unipol. «Finalmente Unipol smentisce il piano di chiusura di 1.000 agenzie FonSai - dichiara Claudio Demozzi, presidente nazionale dello Sna». «Il sindacato - spiega - si è rivolto più volte ad Unipol e al suo management, chiedendo pubblicamente che fossero smentite le voci di un imminente ridimensionamento della rete agenziale, anche nel corso di un recente presidio di solidarietà presso la storica sede torinese del gruppo. E la smentita è finalmente arrivata». Intanto Unipol sta preparando i primi interventi operativi per l'operazione FonSai, dopo l'aumento di capitale. Domani il direttore generale Carlo Cimbri incontrerà i manager del nuovo gruppo e giovedì Unipol diffonderà i risultati di bilancio del primo semestre 2012. Ufficialmente non esiste alcuna dead-line per la trattativa con Alitalia, ma la chiara sensazione è che di tempo, per evitare il fallimento di Windjet e la perdita del posto di lavoro per quasi mille persone (compreso l'indotto), ne rimane davvero molto poco. Ieri Alitalia ha ribadito di avere «tutta l'intenzione di trovare un'intesa» per il raggiungimento di un accordo, aggiungendo che la compagnia «vuole andare avanti nonostante la dura decisione presa dall'Antitrust e alcune inadempienze» di Windjet che hanno reso le trattative più complicate. Poi, la precisazione della tempistica, con fonti interne ad Alitalia che sottolineano come «non c'è nessun ultimatum» e che un accordo non deve essere trovato necessariamente entro oggi ed è comunque molto probabile si raggiunga entro la prima metà della settimana. C'è però chi si mostra assai più preoccupato, ed è il presidente dell'Enac, l'Ente nazionale per l'Aviazione civile. «C'è tempo - ha dichiarato Vito Riggio - fino a mercoledì (domani, ndr) per la comunicazione ufficiale di un accordo fra Alitalia e Windjet, altrimenti fermiamo gli aerei della compagnia siciliana». Riggio ha specificato che Windjet «non ha risorse economiche sufficienti per garantire l'attività» per i prossimi mesi. «Non si tratta di problemi di sicurezza - ha precisato il presidente dell'Ente nazionale - ma di mancanza dei requisiti stabiliti dalla normativa europea, secondo cui la compagnia deve avere risorse finanziarie sufficienti per sostenere l'attività». Riggio ha concluso rilevando che «non sono concepibili disagi, e ancor meno in un periodo di vacanza e sotto ferragosto, che è il periodo più trafficato dell'anno». Del resto, in un'ulteriore nota l'Enac evidenzia l'attenzione «sull'evolversi della vicenda, in particolar modo per gli aspetti operativi e di tutela degli utenti, e ritiene necessario che la trattativa venga definita nel più breve tempo possibile per evitare ulteriori disagi ai passeggeri che hanno acquistato titoli di viaggio con il vettore low cost. Negli ultimi giorni, infatti, sono stati numerosi i disservizi per gli utenti Windjet, dovuti a cancellazioni e ritardi consistenti dei voli». Proprio per questo l'Ente sottolinea di aver invitato «già dai giorni scorsi le due compagnie aeree a farsi carico della gestione dei passeggeri che rimangono coinvolti nei disservizi, anche attraverso la riprotezione su voli di altri vettori». Anche ieri si sono registrati dei pesanti ritardi, anche se i voli sono stati poi garantiti, per le tratte Windjet tra Catania e gli scali di Venezia e Verona. ILNODO DEGLISLOT È in bilico, come detto, il destino professionale di 500 lavoratori di Windjet (di cui circa 400 in caso di accordo dovrebbero essere assorbiti da Alitalia) oltre a 300 dell'indotto. Il 18 luglio scorso l'Autorità garante della concorrenza e del mercato aveva dato il via libera all'acquisizione di WindJet da parte di Alitalia a patto che quest'ultima ceda alcuni slot (fasce orarie di decollo e atterraggio) su tre rotte - due coppie sulla Catania-Milano Linate, una coppia sulla Palermo-Milano Linate e fino a due coppie sulla Catania-Roma Fiumicino - per eliminare gli effetti anticoncorrenziali che si sarebbero creati. Una decisione che però la compagnia, guidata dal presidente Roberto Colaninno e dall'amministratore delegato Andrea Ragnetti, ha giudicato penalizzante. Agli slot “liberati” dall'Antitrust si è peraltro detta interessata la sarda Meridiana Fly. Entra nel vivo la vertenza per la riorganizzazione del gruppo Monte Paschi di Siena. I lavoratori sono mobilitati da giorni, hanno scioperato e protestato. Oggi inizia il vero e proprio confronto tra impresa e sindacati sul piano industriale 2012-2015 che prevede 4600 esuberi e la chiusura anche di 400 sportelli. I dipendenti hanno chiesto alle istituzioni locvli di pronunciarsi sulla vertenza. «La Provincia di Siena dica chiaramente da che parte sta, se da quella dei lavoratori o da quella del management della banca». Questa è la richiesta avanzata al presidente della Provincia di Siena Simone Bezzini da parte dei rappresentanti delle principali sigle sindacali di Banca Mps durante un faccia a faccia, ieri a Siena, durato un'ora in piazza del Duomo sotto il Palazzo della Provincia dove i sindacati hanno organizzato un presidio. «Non è possibile pensare - hanno aggiunto i sindacati - che ci siano 2300 capri espiatori a rischio per le esternalizzazioni e che nulla hanno a che fare con il piano industriale e il taglio dei costi del gruppo». «Di fronte a proposte alternative - ha detto il presidente della Provincia Simone Bezzini - l'azienda non si deve sottrarre ad un confronto serio. La difesa anche di un solo posto di lavoro è per noi prioritaria». Secondo Antonio Damiani, segretario della Fisac Cgil di Siena, la procedura di convocazione «lascia a desiderare perchè molto generica e non basata su progetti concreti di confronto e apertura di una trattativa». «Ribadiremo con forza - ha aggiunto - la nostra opposizione alle esternalizzazioni previste dal piano industriale e solo se ci saranno date garanzie in tale ambito saremo disposti a ragionare sui tagli dei costi del personale che, ribadiamo, devono prendere il via dal top management». Monte Paschi parte la trattativa sul piano M.T. MILANO MARCOVENTIMIGLIA MILANO ECONOMIA Windjet, ultime speranze Un A320 della compagnia aerea «Wind Jet» a Fiumicino FOTO ANSA Iprezzidellabenzina, congli aumentidegli ultimigiorni, sono arrivati«a livelli elevatissimi in alcunezone d'Italia»,eormai ci vogliono in media95euro perun pieno.Lorilevano Adusbef e Federconsumatori, secondocuinel Sudsi raggiungono puntemassime di 1,932 euroa litro.Per le associazioni,«il rialzodel costodella benzinaè del tutto ingiustificato» ed èancora più grave perché applicato nelprimoweek-end da bollino rosso» . . . In bilico 500 lavoratori della compagnia siciliana oltre ai 300 impiegati nell'indotto Proseguono le trattative con Alitalia per il salvataggio della compagnia L'Enac avvisa: «Entro domani l'accordo o fermiamo gli aerei» Ieri pesanti disagi, ritardi e rabbia per i viaggiatori bloccati negli aeroporti martedì 7 agosto 2012 9
CONVERSARECONHARRY BELAFONTEÈCOME SORSEGGIARE UN BICCHIERE DI RHUM, GIAMAICANO S'INTENDE: TIRISCALDADIGIOIAEDIALLEGRIAETILASCIAUNSAPOREDI BUONO. Ospite d'onore al Festival del Film di Locarno, il re del Calypso parla di musica, di cinema e, soprattutto, dell'arte come strumento del cambiamento. A 84 anni, Belafonte è sempre bellissimo, la figura elegante, lo sguardo nobile, il sorriso dolce, l'entusiasmo contagioso, sia che t'incanti con i suoi ricordi, sia che ti catturi con i suoi progetti. Qualèilsegretodellasuastraordinariaformafisicae mentale? «Ho avuto la fortuna di una vita che mi ha fatto stare molto spesso all'aria aperta. Un ruolo importante l'hanno avuto le mie mogli e la mia famiglia. E fondamentale è stata la scelta di non fermarmi mai, di impegnarmi in nuovi progetti. Comunque, ho avuto molto di più di quello che avrei meritato». Lei è nato a New York da genitori giamaicani che l'hannoriportatoinpatriaperoltre4anni.Poi,èritornatonegliStatiUnitidoveècresciuto.Quantosisentegiamaicano? «Il mio sentimento per le origini giamaicane è sempre stato fortissimo. Oggi, ne sono particolarmente orgoglioso, sia per la meravigliosa vittoria di Usain Bolt alle Olimpiadi, sia perché il 6 agosto abbiamo festeggiato 50 anni di indipendenza del nostro Paese. Ragazzi, io venivo da una piccola isola e sentire, nello stadio di New York, oltre 60mila persone che intonavano il Day-o di Banana Boat è stato come essere travolto da una cascata». Nellasua lungacarriera dachi èstatopiù ispirato? «La prima ispirazione è venuta da Paul Robeson, cestista, cantante e attore nero, attivista dei diritti civili. Grazie a lui ho capito che la nostra missione, soprattutto per un'artista, è quella di servire la verità. Una scoperta cruciale, per me, è stata quando ho visto il Teatro Nero, ad Harlem, e ho capito che quello era il posto dove volevo restare. Poi, ho ricevuto una grande spinta dal Teatro tedesco e da Bertold Brecht, che mi ha rivelato in forma artistica le deformazioni del fascismo. Importanti sono stati, infine, gli incontri con Marlon Brando, Rod Steiger, Jean-Paul Sartre, Bob Dylan, Bruce Springsteen: mi hanno fatto capire che l'arte può anche essere intrattenimento, ma che non è niente se non è al servizio della trasformazione delle cose. Pensiamo all'arte di Chaplin, a un film come Luci della Città: ci fa morire dal ridere ma lascia dentro dei grandi messaggi sociali. Per non parlare di TempiModerni, un capolavoro di comicità che inneggia alla rivoluzione. L'arte deve essere uno strumento contro l'oppressione, anche quella mediatica. Purtroppo, in maggior parte, gli artisti di oggi, invece di combattere hanno capitolato e pensano solo a far soldi: hanno venduto la loro libertà ai vari Murdoch e Berlusconi che controllano i media e, soprattutto, le Televisioni». A Locarno ha portato il suo documentario «Sing yoursong», incuisonopresenti moltideipersonaggichehamenzionato... «Sì, ma la buona notizia è che ne sto preparando un altro per la tv americana Hbo, Un'altra notte nel mondo libero: io sarò il narratore e racconterò la frustrazione della gente oppressa, le ribellioni in Medio Oriente, le rivolte africane, l'occupazione di Wall Street contro il capitalismo. La mia idea su Obama? Mi ha deluso, ma bisogna sostenerlo, sennò arriva Romney». IlFestivaldiLocarnodedicaunaretrospettivaaifilm diOttoPremingerconcuigirò,nel '54,«CarmenJones».Che ricordo ne ha? «Erano anni duri per la gente di colore: il razzismo e la discriminazione dominavano. Preminger trasferì l'opera di Bizet nell'universo afroamericano di quel tempo. I neri, allora, erano considerati dei servi, degli zingari, e il regista per la prima volta rappresentò la nostra dignità. Finalmente, diventammo parte della famiglia umana. Per molti fu uno scandalo e ci punirono. Otto fu crocifisso per quel film, finimmo nelle “liste nere”, il mio lavoro fu boicottato e io venni dipinto come un diavolo. Ma anche se mi costò dei sacrifici, trovai un senso alla mia vita e al mio lavoro. Ho rotto molte regole, ma ho avuto grandi compagni di strada, come i Kennedy e Luther King. Non tradirli, per me, è stato un obbligo». Addio aChavela sciamana delcanto FABRIZIOLORUSSO CITTÀDELMESSICO CULTURE PAOLOCALCAGNO LOCARNO «SILENZIO, SILENZIO: DA OGGI LE AMAREZZETORNANOADESSEREAMARE,SEN'ÈANDATA LA GRAN DAMA CHAVELAVÁRGAS», annunciava domenica il sito della cantante Isabel Várgas, «la sciamana» della musica popolare messicana, come la chiamavano i sacerdoti del popoloindigeno dei huicholes, i custodi del cactus allucinogeno peyote. È morta a 93 anni per insufficienza cardiaca e respiratoria in un ospedale di Cuernavaca, la città dell'eterna primavera nel cuore del Messico, dopo aver realizzato il suo ultimo desiderio: presentare La luna grande, album dedicato al poeta García Lorca, in Spagna, Paese in cui è amatissima, anche grazie alle collaborazioni con il regista Pedro Almodóvar. Isabel, detta affettuosamente Chavela, diceva di non temere la morte che «non dev'essere poi così brutta, anzi può essere bellissima». Era nata in Costa Rica, ma a soli 14 anni s'era trasferita in Messico per cercare vocazioni e avventure che l'hanno portata a diventare un'icona internazionale con oltre due dozzine di dischi registrati. Ribelle e carismatica, fu la prima donna a rompere il monopolio maschile nella musica tradizionale messicana, quella ranchera, tipica dei mariachis e dei machos coi baffetti e il sombrero. Cambiò i canoni dell'abbigliamento femminile con i sui pantaloni e le camicie bianche, capi riservati in scena solo agli uomini. Amica della fotografa Tina Modotti e di Leon Trotsky, ha rivelato d'aver avuto una relazione truffaldina con la pittrice Frida Kahlo, compagna del muralista Diego Rivera, e nel 2000 ha dichiarato apertamente la sua omosessualità. La sua voce intensa e penetrante, perfetta per passare nelle cantinas le serate più malinconiche, intrise di lacrime e tequila, ha saputo emergere dalla strada per scalare le vette delle piramidi messicane e guardare il mondo dall'alto. Uniche le sue interpretazioni di ballate universali come Macorina, canzone rivoluzionaria in tutta l'America Latina, PalomaNegra (Colomba nera), LaLlorona (La piagnona) e La Sandunga, riprese recentemente anche dalla cantautrice messicana Lila Downs. Invitata da Salma Hayek, nel 2002 era comparsa nel celebre film Frida di Julie Taymor. La salutiamo come lei stessa salutò il suo pubblico in Argentina qualche anno fa: «Penso che mi eternizzerò. Passerà il tempo e parleranno di me un pomeriggio a Buenos Aires. Quando comincerà a piovere, gli uscirà una lacrima e sarà una Chavela piccola piccola». SI PUÒ INVENTARE L'ORRORE E FARNE LA CORNICE DELLA PROPRIA NARRATIVA. MA QUANDO ARRIVA NELLA REALTÀ, SOTTO LA FORMA TEMUTISSIMA DEL MALE DI CUI SI EVITADIPRONUNCIAREILNOME,NONC'ÈNIENTE CHEPOSSAESORCIZZARLO.Ed a volte l'orrore vince e si porta via un'esistenza. Quella di Chiara Palazzolo, spentasi domenica notte fra le vampate ricorrenti di afa del solito agosto crudele molto più dell'aprile di Elliott. Giovane, peraltro. Ancora molto, per avere già lasciato in eredità agli scarni retaggi del buon romanzo italiano alcuni libri da preservare nell'oblio generalizzato cui ha abituato la lettura frettolosa e di occasione. Specialmente i tre che compongono il ciclo di Mirta, che a vent'anni muore di overdose insieme all'amato Robin rinasce come Luna, soprannaturale cacciatrice nella guerra perpetua fra gli umani ed i vampiri. Non mi uccidere (2005), Strappami il cuore (2006) e Ti porterò nel sangue (2007), editi da Piemme, regalano al panorama peninsulare il colore ferroso del fluido da suggere. Ambientati in un'Umbria trasfigurata eppure non meno credibile in quei suoi angoli di puro metafisico, come quando i borghi di collina affiorano all'alba dalle brume e sembrano fluttuare al di sopra delle nubi. Siracusana trapiantata a Roma, Chiara Palazzolo ha esordito nel 2000 con il romanzo La casa della festa (Marsilio), pubblicando quindi per Piemme Ibambinisonotornati (2003), col quale ha partecipato al Premio Strega. La scrittrice riusciva così a riproporre il canone della letteratura gotica senza le solite escursioni mimetiche rispetto a quella angloamericana. La quale, però, ricopriva il ruolo-guida che le si confà, insostituibile, nella formazione dell'autrice. Dichiarava infatti Palazzolo: «Ho sempre letto moltissima narrativa fantastica, da Poe a Hawthorne a Lovecraft a LeFanu. E ovviamente anche il Draculadi Bram Stoker, papà di tutti i non morti. Ma su questo tema moltissimo devo anche a Carmilla di LeFanu, forse il più bel racconto mai scritto sul tema dei vampiri, così suggestivo, ambiguo, ammaliante. E uno stimolo non da poco ho ricevuto dal maestro: Pet Sematary di Stephen King è una storia agghiacciante e grandiosa». La trilogia di Mirta-Luna arriverà al cinema. Peccato che Chiara non sarà in platea ad osservarne il raffronto con l'originale. MuoreChiara Palazzolo l'horror in stile italiano ENZOVERRENGIA La mia missione è laverità UncombattivoBelafonte registaaLocarno IlcantanteeattorehaportatoalFestival ildoc«Singyour song».Nestapreparandounaltroper laHbosuglioppressi delmondo:«ConLutherKingtrovaiunsensoallamiavita» JohnKennedy eHarryBelafonte: immagine dal documentario«Sing your song» Chavela Vargas ... Celebre lasuatrilogia diMirta-Lunadedicata aivampirichearriverà postumaalcinema U: 22 martedì 7 agosto 2012
REGGIO EMILIA 24 martedì 7 agosto 2012
14 martedì 7 agosto 2012
LONDRA2012 Niccolò e Massimo Oro, argento e mira Oro, argento e record. La gioia più pura ha la faccia pulita di Niccolò Campriani, nuovo depositario della chiave di una specialità - la carabina da tre posizioni - di cui è maestro planetario anche per i libri contabili dello sport. Dai cinquanta metri l'ingegnere toscano (laurea negli States) ha assommato 1278 punti e mezzo, quasi equamente ripartiti nelle serie di qualificazione: pressoché infallibile in piedi, a terra e in ginocchio, il boy di Firenze è la più mantenuta delle promesse italiche. Anche quelle imposte a se stesso quel giorno di due anni fa, a Monaco di Baviera, quando rimase imbattuto nel mondiale di tiro e ruppe una tradizione di mediocrità che voleva l'Italia mai überalles, in quei campionati iridati di cui c'è traccia già dal 1897. In allegato al titolo gli venne impacchettato l'invito ufficiale ai Giochi, che Campriani aveva già frequentato a Pechino scontando, con il dodicesimo posto nella prova dai dieci metri, nient'altro che la gioventù. Ai Royal Artillery Barracks di Londra Niccolò si era fermato, giorni fa, a un puff dall'oro nella stessa specialità: un penultimo colpo con l'indice appena incerto, un pensiero di troppo ma sufficiente perché Alin Moldoveanu, concorrente non tra i più temuti, spuntasse dalle retrovie e gli chiudesse la porta in faccia. Il tiro è un mondo che santifica il micro, spazi e tempi che sfuggono alle percezioni ordinarie. Vincere e perdere, rapportati alla sua scala di calcolo infinitesimale, sono gemelli senza l'anima in comune. Questa, però, è stata un'altra storia. L'azzurro ha saputo gestire la responsabilità di essersi presentato nella fase finale col record olimpico, un clamoroso parziale di 1180 punti. Gli assalti da lontano di Jonghyun Kim, sei lunghezze in ritardo, e dello yankee Matthew Emmons non hanno che scremato la concorrenza e deciso argento e bronzo. Emmons, nome sconosciuto al pubblico generalista delle Olimpiadi, è la stessa, invecchiata, eroica medaglia di Atene che meriterebbe una trattazione a sé: s'era accorto, otto anni fa, che ignoti rivali gli avevano sabotato il fucile e aveva acciuffato l'oro con un'arma presa lì per lì, in prestito. Cose da pazzi. O da fenomeni, circolo dalla severissima selezione all'ingresso cui Campriani già ha dimostrato di volersi associare a tempo indeterminato con una giornata da dio della canna lunga. Alla fumata bianca dei fucili italiani ha contribuito, con eguale dignità, la carabina ad aria compressa di Massimo Fabbrizi. L'ultimo sbuffo di polvere liberato nell'aria sopra la fossa olimpica, però, il marchigiano l'ha accompagnato con una smorfia. Era il sesto tiro di spareggio nello spalla a spalla per la medaglia d'oro contro il cugino croato Giovanni Cernogoraz, nato qualche metro troppo a est, a Capodistria, per essere abbracciato da mamma Italia. Eppure i segni c'erano: con la prestazione peggiore tra gli aspiranti alla medaglia, il soldato croato lacrimava anzitempo per la gioia. Forse non reputava di valere tanto: non è il migliore degli approcci, quello di chi si accontenta prima di uno shoot-off di spareggio. Morale: Giovanni straniero, da quelle lacrime in avanti, non avrebbe mancato un piattello. «Non ne voleva più sapere, di sbagliare»: lo dice così, il buon Fabbrizi, con un mezzo sorriso. È la sua prima Olimpiade ma le leggi non scritte del tiro le ha mandate a memoria da tempo. Anche quelle che fanno più male. Campriani super Dopo l'argento nella carabina 10 metri, il fiorentino si supera nella gara da 50 metri Fabbrizi nella fossa olimpica cede la vittoria al croato Cernograz dopo i tiri di spareggio FEDERICOFERRERO sport@unita.it ILMEDAGLIERE Oggi in gara Atletica: eliminatorie del salto triplo per Donato Ginnastica Vanessa Ferrari nella finale del corpo libero Kayak È il turno di Josefa Idem Si sa he il colore del bronzo è un po' più opaco di quello dell'oro, ma alla fine poco importa. A Matteo Morandi, ad esempio, quasi nulla. Quel terzo posto agli anelli vale un'intera carriera fatta di fatica e sudore. E pazienza se alla fine il brasiliano Nabarrete Zanetti lo ha scavalcato, piazzandosi addirittura primo, con una prova che ha lasciato più di un dubbio. Quella medaglia di bronzo consacra una vita intera. E il suo valore è più alto anche perché, tra gli uomini, sarà forse l'unica che riusciremo a strappare negli attrezzi. E poi è venuta in una specialità dove l'ultimo podio olimpico risaliva ad Atene 2004 e fu conquistato da una leggenda vivente come il toscano Jury Chechi. Matteo Morandi non è più giovanissimo. È nato a Vimercate nel 1981. In uno sport di fatica come la ginnastica è come essere dei brontosauri. Inizia a praticare la ginnastica a 5 anni e nel 1998 agli Europei juniores di San Pietroburgo vince l'oro negli anelli. Molti lo ritengono, giustamente, proprio l'erede di Juri Chechi. E un po' gli assomiglia, per la statura, per l'educazione, anche per la tecnica. Forse l'unica differenza rispetto ai tempi del magnifico Pratese è la potenza degli avversari. A quel tempo la Cina non era la stessa che oggi conosciamo. L'avventura di Matteo era iniziata molto bene. Nelle qualificazioni era giunto secondo: «Adesso non voglio guardare tanto i numeri. Sono le sensazioni quelle che contano e dico che sono buone. Il primo round è finito, ho diversi giorni per riprendere il fiato e sistemare l'esercizio» aveva detto. In finale si è trovato davanti a tre grandi avversari, il cinese Chen Yibing, olimpionico e mondiale in carica, il russo Balandin e il brasiliano Nabarrete Zanetti, il primo del suo Paese a vincere una medaglia mondiale agli anelli, con l'argento del 2011 a Tokyo. Morandi non ha commesso errori, il suo esercizio è stato una dimostrazione di forza e potenza come da tempo non si vedeva. Ma anche, come detto, di tecnica, a cominciare dall'Azarian di entrata, per poi proseguire con la croce, lo Jonasson, il Nakayama e la verticale finale, fatta eseguita bene, per concludere con lo Tsukahara teso in uscita e con solo un passettino all'atterraggio. Il suo punteggio si ferma a 15.733, che gli derivano dal 6.800 di difficoltà tecnica e dal 8.933 dell'esecuzione. La difficoltà tecnica è esattamente la stessa di quella di Chen Yibing, che, primo a entrare in gara, ha ottenuto 15.800, e di Nabarrete Zanetti, che sarà l'ultimo. Il russo Balandin, prima di lui, ha fatto un esercizio allo stesso livello, ma nella verticale conclusiva non ha controllato l'oscillazione, tanto da prendere 15.666. Si arriva all'ultimo atleta con Morandi secondo e quindi già sicuro del podio. Nabarrete Zanetti esegue un bell'esercizio, ma con molte oscillazioni, soprattutto nel finale, fatto questo che gli dovrebbe costare più punti, ma, con grandissima sorpresa, i giudici gli assegnano addirittura 15.900, un punteggio esagerato, che gli regala l'oro. Morandi retrocede al terzo posto, ma la sua gioia rimane la stessa. Terzo ma felice. Agli anelli Morandi fa grande l'Italia Il ginnasta lombardo sul gradino più basso del podio. Fa discutere l'oro al brasiliano Zanetti Matteo Morandi FOTO ANSA Massimo Fabbrizi FOTO ANSA-EPA O A B CINA 31 19 14 USA 28 14 19 GRAN BRETAGNA 18 11 11 SUD COREA 11 5 6 FRANCIA 8 9 9 ITALIA 7 6 4 RUSSIA 6 17 17 KAZAKISTAN 6 0 1 GERMANIA 5 10 7 UNGHERIA 4 1 3 NORD COREA 4 0 1 OLANDA 3 3 4 BIELORUSSIA 3 2 3 NUOVA ZELANDA 3 1 4 SUD AFRICA 3 1 0 GIAPPONE 2 12 14 AUSTRALIA 2 12 8 DANIMARCA 2 4 2 ROMANIA 2 4 2 TOMMASO CECCARELLI LONDRA 10 martedì 7 agosto 2012
Sarà un agosto movimentato per la politica, non soltanto per lo spread che sale e (poco) scende, per le fibrillazioni (non calcistiche) Italia-Germania. Movimentato e bollente non soltanto per la colonnina di mercurio impazzita: sarà un mese cruciale, destinato a segnare tutti quelli successivi. Legge elettorale e alleanze, temi legati a doppio filo che dovranno sciogliersi appunto nel giro di poche settimane e che continuano a tenere banco. Stamattina il segretario Pd, Pier Luigi Bersani, incontrerà quello del Psi Riccardo Nencini per discutere della Carta di Intenti presentata dai democratici come base di partenza per le future alleanze di governo, mentre Pdl e Udc continuano a suonarsele di santa ragione dopo la chiusura di Pier Ferdinando Casini all'ipotesi di un accordo con il centrodestra e Antonio Di Pietro, isolato a sinistra, continua a sparare bordate in direzione del Nazareno, dei «partiti inciucioni» sulla legge elettorale e delle istituzioni tutte, compreso il Quirinale. E se i sondaggi danno Pd e Sel potenzialmente intorno al 34%, con possibilità di crescita se dall'Idv dovessero uscire i dissidenti rispetto alla linea «contro» di Di Pietro, i sindaci del Sud, a partire da Michele Emiliano e Luigi De Magistris non rinunciano affatto all'idea del listone dei primi cittadini in vista delle politiche, anche se alcuni dei loro autorevoli colleghi, da Giuliano Pisapia a Marco Doria prendono le distanze e annuncianoche loro intenzione è quella di continuare a governare le città e che alla lista, almeno ora, non pensano. Il sindaco di Milano, intervistato ieri dal nostro giornale, insiste invece sulla necessità di lavorare al progetto di una sinistra aperta, antagonista al centrodestra e «di svolta» rispetto al governo Monti. Pier Luigi Bersani che pure qualche mese fa ne aveva parlato con il sindaco di Bari, perché il tema del potenziale elettorato da sottrarre a Grillo e al partito degli astensionisti esiste eccome, nei giorni scorsi ha escluso con decisione questa ipotesi, proprio in un'intervista a l'Unità. E sempre sulle pagine di questo giornale ieri è stato il primo cittadino di Milano a prendere le distanze. «Il compito dei sindaci è portare a termine il mandato che hanno ricevuto, dunque governare le città - ha detto Pisapia -. Non esistono uomini della provvidenza, nemmeno gli uniti del Signore. I sindaci naturalmente aiuteranno a costruire un governo diverso». E da Genova ecco Marco Doria: «Prima della eventuale lista dei sindaci io parlerei di una solida alleanza del centrosinsitra, bella, ricca di contenuti. Se ci fosse un bel centrosinistra, a questo punto la lista dei sindaci diventerebbe un di più e se non riuscissimo a dare contenuti al centrosinistra abbiamo perso. Ma a quel punto la lista dei sindaci diventa superflua». Emiliano, raccontano nel suo entourage, non capisce perché tanta polemica intorno all'iniziativa a cui sta lavorando con De Magistris. «Nessuno ha pensato ad una lista con sindaci candidati ma ad un progetto in grado di aiutare il centrosinistra, un soggetto che possa captare i voti di tante persone che si sono allontanate dalla politica - spiegano - e che i sindaci, grazie al loro impegno quotidiano sul territorio, possono riavvicinare». Il progetto è chiaro: 20 saggi di indiscussa personalità a selezionare i curricula degli aspiranti parlamentari, un sito web e una campagna elettorale a tappeto sul territorio. «È' un anno che ci lavoriamo – ha spiegato Emiliano nei giorni scorsi – con De Magistris ci siamo trovati d'accordo sulla piattaforma di base che deve avere questa iniziativa. In una società che dialoga via web la politica non può più essere quella delle discussioni fiume nelle sezioni di 30 anni fa. Serve un soggetto che rappresenti chi non si impegnerebbe mai sotto una bandiera di partito». Per questo, raccontano, Emiliano trova strumentale l'equivoco che continua a persistere sulle candidature di primi cittadini «di peso», ma il fronte dei «tiepidi» verso il listone, tra cui figurano anche il sindaco di Torino Piero Fassino e quello di Cagliari Massimo Zedda, non viene certo sottovalutato dai promotori. E intanto tocca a Vannino Chiti rispondere alle accuse dipietriste di “inciucio” sulla legge elettorale: «Non c'è nessun inciucio tra Pd e Pdl: è indispensabile mettersi d'accordo perché la riforma della legge elettorale non deve essere fatta da una maggioranza risicata». Una base d'intesa c'è, dice Chiti, «con ancora alcune differenze, che riguardano preferenze o collegi e il premio di maggioranza». L'INTERVENTO GIUSEPPEFIORONI Il leader del Pd rilancia i temi della carta d'intenti Dopo Pisapia anche Doria frena sui sindaci I primi cittadini di Napoli e Bari si ritrovano soli SEGUEDALLAPRIMA A me rimprovera di essere ininfluente e dunque supino alle volontà dei veri «padroni» del Partito democratico. Eppure, con identica severità, mi viene rivolta da sinistra un'accusa rovesciata. Mentre il direttore di «Libero» denuncia la mia subalternità , gli altri invece mi rimproverano di condizionare troppo la vita del partito. Penso che ci sia un abbaglio. Come si può notare, ho preferito tenermi alla larga dal dibattito in corso sulle «due sinistre». Anche se considero utile ai fini di una nuova prospettiva democratica l'evoluzione di Vendola, non mi sogno di pensare o di proporre una sintesi tra Democratici e Sel dentro un unico contenitore di sinistra; né, per contro, questa sorta di «dialogo nella differenza» deve per me conformarsi allo schema di una dialettica attorno ai modi d'intendere e di vivere l'identità della sinistra. La scommessa del Partito democratico consisteva nel fare, dopo l'epilogo poco entusiasmante dell'Unione, di tutte le forze di rinnovamento il crogiolo politico e culturale del centrosinistra. In questa logica, la spinta verso il centro era e resta naturale. Non può esserci rottura con la seconda repubblica se non emerge e non prevale la funzione di una grande forza politica - attestata almeno attorno al quaranta per cento dell'elettorato - che unifichi il progetto dei diversi riformismi, lasciando alla sua sinistra e alla sua destra quei partiti interessati a coltivare nel proprio campo d'azione speculari linee radicali e oltranziste. Certamente non è facile, ma eludere questo compito avrebbe il significato dell'ignavia. Qual è il problema? Vendola non ha alternativa: deve stare nel sentiero del nuovo riformismo democratico e popolare. Una sua incertezza ne decreterebbe l'immediata regressione allo stadio delle ambiguità su cui ha poggiato, molto a lungo, il bello e il brutto della politica di Bertinotti. Chi sostiene l'ipotesi di uno scioglimento di Sel nel Pd enuncia la sola evoluzione plausibile, giacché una sinistra che abbandoni consapevolmente i miti dell'antagonismo sociale e dell'antiglobalismo merita di omologarsi alla vicenda del riformismo democratico e popolare, senza porre condizioni. Non deve convertire altri, deve semmai convertire se stessa. Con Casini il discorso è diverso. Nulla vieta che insista nella sua «politica della lentezza», implicitamente assumendo per valido l'elogio che proprio della lentezza ha saputo fare un grande romanziere dei nostri tempi. Però non saprei fino a che punto corrisponda agli interessi generali della nazione. In passato Casini è stato lento a capire l'errore del berlusconismo, lento oggi a cogliere la necessità di una organica ricomposizione - ideale e politica - nell'ambito del disegno di un nuovo centrosinistra. Questa è la mia critica, benevola e amicale. Che senso ha l'indugiare sulla soglia di un perenne equilibrismo, quando l'emergenza indica il bisogno di una rappresentanza adeguata dei tanti elettori delusi dalla politica di questi anni di stravaganze e demagogia? Mi rifiuto di credere che si possa andare alle elezioni del 2013 senza una proposta limpida sul piano dei programmi e delle alleanze. Ci vuole un partito-coalizione o una coalizione-partito che spezzi la dicotomia tra progressisti e moderati,e non la furbizia di una legge elettorale. Gli uni e gli altri devono condividere l'humus del solidarismo, l'etica della gradualità, il pungolo della speranza: il motore del cambiamento ha dunque una sua ingegneria rigorosa. Per questo ci vuole coraggio, per questo anche Casini deve avere coraggio. Alla lentezza dobbiamo opporre una certa rapidità di giudizio e di movimento. Traccheggiando a lungo, magari nella illusione di allargare il margine di una rendita di posizione, non si fa altro che riconsegnare l'Italia alle suggestioni radical-populiste di una nuova destra più o meno post-berlusconiana. LAPOLEMICA L'ITALIAELACRISI MARIAZEGARELLI ROMA Bersani incontra il Psi De Magistris-Emiliano insistono sulla lista La nostra sfida di cambiamento a Vendola e Casini . . . La scommessa del Pd: essere il crogiolo politico e culturale del centrosinistra Cesa: «Pdl incapace di interpretare i moderati» Nonsi placa lo scontrotraPdle Udc, dopocheCasiniha apertoa un'alleanzacon il Pddopo leprossime elezioni. «Peranni abbiamoascoltato lemirabolantipromessedi Berlusconi, annuncidipiani straordinari puntualmente rimasti sullacarta: che oggi il Pdl riproponga lastessa guida e lestesse ricette è il segnodi un'incapacitàcongenita di interpretare i moderati italiani», attacca il segretariocentrista Lorenzo Cesa.Replica immediata da parte di FabrizioCicchitto:«Noncapiamo comeCesa possa interpretare i moderati incompagnia diVendolae delPd». Sulla stessa falsariga anche l'exministro Gelmini, cheaccusa Cesa: «Dachepulpitoviene la predicasui moderati, lorovanno abraccettodi nascostoconVendolae Bersani....». Reagisce il capogruppo al Senato dell'UdcGianpiero D'Alia. «Gli attacchiai limiti dell'insultoaCasini, a Cesae agli altri esponentidell'Udc sonopartedi una sterile strategia di “distrazionedi massa”. Se ilgoverno Montiè stato chiamato arimettere in sesto iconti dell'Italia,processo peraltro faticoso mafino ad ora apprezzatoanchea livello internazionale,èper superare i guasti provocatidalgoverno Bossi-Berlusconi.Nessuno lo deve dimenticare».«Invece dicriticaregli altripartiti- insisteD'Alia- pensinoa quantoaccade incasa loro,alle divisioni, ai “quid” verio presunti, alle primarieconvocate e poiannullate per lasciarecampo libero all'ennesima discesa incampodell'unico leader messoalla porta in sedeeuropea». . . . Le parole di Pisapia mettono in difficoltà i fautori della lista degli amministratori 6 martedì 7 agosto 2012
IL CINEMA ITALIANO STA VIVENDO UN MOMENTO PARTICOLARMENTE DIFFICILE. POCHI FILM D'AUTORE E MAL DISTRIBUITI, MOLTI FILM DI GENERE STANCHIERIPETITIVI.ILSUOPIÙGRANDESTABILIMENTOÈ SEMIDESERTO,salvo qualche programma televisivo e alcune maestranze che, insultate e minacciate di licenziamento, tentano di impedire che vi si costruiscano alberghi, centri benessere e ristoranti. In questa atmosfera un gruppo di cineasti (registi, sceneggiatori, produttori) ha deciso di effettuare quello che Giuseppe Di Vittorio nel primo dopoguerra definì «sciopero a rovescio»: in assenza di iniziative pubbliche o private molti lavoratori si misero di loro iniziativa - e dunque non pagati e completamente a rischio a ricostruire strade e tratti di ferrovia distrutti dai bombardamenti, ricostruire edifici d'interesse pubblico, riasfaltare le piazze e le strade dei paesi. Tornate in funzione le istituzioni pubbliche e i Comuni, quei lavori a volte imponenti furono fatti propri e completati dagli enti pubblici. Noi cineasti abbiamo dunque costituito un gruppo per realizzare un progetto ambizioso: una collana di 22 film a bassissimo costo da girare in digitale, un unicum in senso artistico, culturale e produttivo. Ci siamo messi per conto nostro a scrivere i film (soggetti, trattamenti, sceneggiature): ognuno con la sua professionalità, col suo stile, col suo modo di vedere la realtà. Uniti però dalla volontà di raccontare un'Italia complessa e conflittuata che non si vede più: nella maggioranza dei film italiani e nemmeno attraverso quel potente mezzo di espressione e conoscenza che è la televisione. Dopo mesi di lavoro accanito ci sono oggi sul tavolo 22 sceneggiature quasi tutte complete di piani di lavorazione e cast. Sono progetti di basso costo ma tutti, anche, di sicura professionalità. Per realizzarli chiediamo che Cinecittà entri in partecipazione nella produzione mettendo a disposizione i suoi studi, i suoi laboratori e la professionalità dei suoi lavoratori. Forti dell'adesione e del contributo della rappresentanza sindacale unitaria dei lavoratori di Cinecittà che hanno proposto di partecipare al progetto con delle giornate di lavoro e convinti che il completamento e l'uscita di questi 22 film possa aiutare il rilancio cinematografico di Cinecittà e con essa dell'insieme del nostro cinema, abbiamo deciso di rendere pubblico questa nostra offerta e richiesta di collaborazione. Consapevoli che «un Paese che non si racconta non esiste» abbiamo chiamato il nostro progetto «un Paese o no». Allo stesso modo pensiamo che una Cinecittà che non produca cultura cinematografica non abbia senso. Che si possa dunque dire «Una Cinecittà o no». Gli autori e i produttori dei 22 film: Marco Bellocchio, Ugo Gregoretti, Francesco Maselli, Diego Olivares, Pasquale Pozzessere, Wilma Labate, Pasquale Scimeca, Carmine Amoroso, Pier Paolo Andriani, Giorgio Arlorio, Gaetano Buonpane, Marco Dentici, Daniele Di Biasio, Giovanni Di Pasquale, Francesco Falaschi, Sandro Frezza, Cesare Frugoni, Giuliana Gamba, Roberto Giannarelli, Tommaso Giartosio, Liliana Ginanneschi, Gerhard Koloneci, Silvia Innocenzi, Fabiomassimo Lozzi, Salvatore Maira, Francesco Martinotti, Gerardo Mastrodomenico, Roberto Morea, Laura Muscardin, Donatella Palermo, Massimo Piesco, Enzo Porcelli, Marco Pozzi, Marco Puccioni, Alessandro Rossetti, Paola Rota, NinoRusso, GiovanniSaulini, Beba Slijpcevic,Bruno Tribbioli, Antonio Veneziani, insieme alle Rsu dei lavoratori di Cinecittà. LAPROTESTA LASFIDA Filmd'autore lowcost 22registiesceneggiatori per far rivivereCinecittà Licenziamenti,cemento eresort:nonpuòfinire cosìunastoriagloriosa L'ADDIO : TuttigliamicichehannosalutatoRenatoNicolini P.18 PROPOSTE : Economia acoloriequalitàdellavita, le ideediAndreaSegrè P.19 L'INTERVISTA : «Ilmio Ottocento»:Martoneregistadi«Matilde»alFestival rossinianodiPesaro P.20 U: UnapropostaconcretaaLuigiAbete,presidentedegli studios,aRobertoCicutto(Cinecittà-Luce)ealministrodei BeniCulturaliOrnaghi, inaccordocon isindacati in lotta Icancellidi Cinecittàdurante l'occupazione ConsideratocheLuigiAbete, presidente di Cinecittàstudios, hapubblicamentedichiarato divoler continuare leattività cinematografiche negli stabilimenti diCinecittà (pur confermandoilprogetto cheprevede la costruzionenell'areadi un resortcon spa, nuoviuffici e cemento) gli autori e iproduttori delprogetto«22film»rivolgono una proposta pubblicaperCinecittà dalle paginedelnostro giornale. Intanto continua la lotta dei lavoratoricheda settimanehannooccupato il tettodellostorico ingressoai teatridiposa di viaTuscolana contro ilprogettocheprevede licenziamentiedismissioni. Oggi una delegazionedella commissioneculturadella Camerasi sarebbe dovuta recare pressogli studiosper approfondire le tematiche concernenti il pianodi dismissioni di Cinecittà ma la missioneè stata rinviata. martedì 7 agosto 2012 17
La Sicilia brucia e va in fumo una delle più belle riserve naturali dell'isola, quella dello Zingaro, otto chilometri lungo il mare che si incuneano nell'entroterra fra Scopello e san Vito Lo Capo, fra la provincia di Palermo e quella di Trapani. A Palermo, intanto, le fiamme si mescolano con l'emergenza rifiuti perché il primo grande incendio ha investito la discarica di Bellolampo, vicina all'abitato. Ieri i focolai della discarica sembra siano stati domati, il sindaco Orlando è andato in sopralluogo per lanciare da lì l'allarme: «Intorno ai rifiuti in generale e intorno all'Amia, azienda per l'ambiente di Palermo, si muovono interessi mafiosi». «Noi - ha aggiunto Orlando - difenderemo Amia contro questi interessi criminali». «L'avvio di una nuova amministrazione comunale dichiaratamente di rottura rispetto al malgoverno della città e agli sprechi criminali realizzati dalla dirigenza dell'Amia, la imminente campagna elettorale regionale possono essere motivi di manovre strumentali da parte delle organizzazioni criminali e occasione per mettere in atto azioni a favore di interessi inconfessabili volti a determinare il tracollo dell'Amia e il passaggio della stessa nelle mani di immancabili gruppi speculativi». L'incendio della discarica ha prodotto allarme per la salute. Sia i roghi di Bellolampo sia quelli che si sono diffusi in città per eliminare i cumuli di immondizia non raccolta, hanno liberato sostanze che possono essere nocive, anche se gli esami fatti dall'Arpa non hanno rilevato tassi di diossina particolarmente importanti. La magistratura ha aperto una nuova inchiesta, che segue a quella contro ignoti sulle cause dell'incendio, sulla gestione dell'emergenza. I Pm vogliono accertare chi, tra l'Arpa (l'agenzia ambientale) e l'Asp (l'azienda sanitaria provinciale), avrebbe dovuto monitorare la qualità dell'aria nelle zone vicine al sito subito dopo che le fiamme sono divampate, e tenere sotto controllo la situazione. Il procuratore aggiunto Ignazio De Francisci e il pm Geri Ferrara, che coordinano l'inchiesta, stanno scrivendo una relazione che oggi integrerà l'intervento che il Governo farà alla Camera sull'incendio di Bellolampo. Gravi carenze, intanto, emergono dai sopralluoghi degli inquirenti nella discarica: assenza dell'impianto antincendio, sterpaglie accanto al sito, e i teloni che coprono i cumuli di immondizia sono fermati con grossi pneumatici, quindi con materiale altamente infiammabile. Per l'incendio nella riserva naturale dello Zingaro, che ha comportato per precauzione anche l'evacuazione del villaggio turistico di Calampiso, il sindaco di San Vito Lo Capo polemizza: «Ci hanno lasciato soli», replica la protezione civile regionale che i Canadair hanno risposto alle chiamate e sono stati al lavoro. Incendi anche nel resto della Sicilia, sull'Etna un gruppo di bambini scout fra i sei e gli otto anni è stato portato in salvo dai vigili del fuoco nei pressi di Linguaglossa, sulle falde dell'Etna. Un operaio forestale è precipitato in un burrone mentre tentava di spegnere un incendio che da due giorni interessa la località Pietrasanta, nel comune di Librizzi (Messina). Intanto a Castronovo di Sicilia si sono svolti i funerali del suo collega Francesco Pizzuto, 42 anni, morto sabato scorso mentre partecipava alle operazioni di spegnimento di un rogo nel paesino palermitano. I forestali siciliani sono stati, nei giorni scorsi, al centro delle polemiche sugli sprechi della Regione Sicilia, ora la Cgil, nel sottolineare il sacrificio di questi lavoratori, sottolinea che il vero problema sarebbe utilizzarli bene nella prevenzione. La Protezione civile, ovviamente, è fortemente sotto pressione, per il combinarsi degli incendi che si sviluppano, con il caldo torrido portato da “Nerone”, con le frane e i rischi di piogge torrenziali. Ieri al Centro operativo aereo unificato sono arrivate 46 richieste d'intervento aereo per gli incendi boschivi: un dato che - sottolinea il Dipartimento della Protezione civile segna il picco stagionale. VIEDELSUD UNVIAGGIO TRA LEGALITÀELAVORO Sant 'Arcangelo è un paesino della Basilicatainerpicato in mezzo alle colline della Val d'Agri, fondato intorno al VIII secolo a.c. dagli Enotri, un antico popolo proveniente dall'Arcadia, attuale regione del Peloponneso. Oggi è una comunità di 6 mila abitanti, con una forte vocazione agricola, che dopo quasi 30 secoli e ritornato ad essere un luogo di approdo per persone provenienti da tutte le parti del mondo. Insieme a Scanzano Jonico è una delle sedi della «Fondazione Città della Pace», nata nel 2003 da un'idea di Betty Williams, premio Nobel per la pace nel 1974, e fortemente sostenuta dal Presidente della Regione De Filippo come risposta all'idea di trasformare questi territori in depositi di scorie radioattive. Collocata fra i territori di Sant'Arcangelo e Scanzano Jonico, in collaborazione con il Ministero degli Interni e con Unchr, nel mese di gennaio di quest'anno ha accolto i primi rifugiati politici, 11 persone, 6 adulti e 5 bambini, provenienti da diversi Paesi in guerra. Prima del loro arrivo le operatrici, guidate da Teresa, 30 anni, tornata a Sant'Arcangelo dopo una laurea in sociologia a Roma, studiano la caratteristiche socio-culturali del nucleo familiare per capire che tipo di alloggio predisporre. Poi una volta arrivati gli ospiti, si fanno carico di tutte le procedure per consentire ai profughi di vivere una vita il più possibile normale, dall'iscrizione dei figli a scuola al corso d'italiano, dal corso professionale per i più giovani al corso per la patente di guida per i più adulti. I rifugiati possono sostare per un periodo di 6 mesi che può al massimo diventare di un anno. Poi devono immettersi nel mondo del lavoro e nonostante l'impegno della Fondazione, questa resta la parte più complicata. Gli abitanti del paese sono orgogliosi e entusiasti dell'arrivo dei nuovi compaesani. Come molti altri paesi del sud anche Sant'Arcangelo subisce le conseguenze di un'emigrazione senza ritorno e l'arrivo di gente nuova, con cultura e colore della pelle diversa, dà nuova linfa. Cosi i vicini di casa si prendono cura con premura di Joy, africana al nono mese, portandole frutta e verdure che raccolgono di giorno nei campi. Condividono la passione per lo sport guardando insieme le partite di calcio e spesso si promuovono confronti culinari. Si sa il cibo può svolgere un grande ruolo di mediazione culturale. In pochi mesi la Fondazione ha acquisito un ruolo importante nel panorama lucano. L'obiettivo è quello di stimolare il più possibile le sinergie e le strutture che in questo territorio si occupano d'integrazione e sviluppo. La sfida, come ci racconta il direttore Valerio Giambersio, è ambiziosa: trasformare la Basilicata da terra di confino, che nel periodo fascista fu luogo di esilio per migliaia di oppositori, in terra di confine. Sant'Arcangelo terradi confine dellanuova accoglienza DOMENICOPETROLO d.petrolo@partitodemocratico.it . . . Oggi il governo riferisce alla Camera sugli incendi nella discarica palermitana Sicilia a fuoco, brucia «lo Zingaro» Gli incendi vicino Palermo FOTO LAPRESSE In fiamme la riserva naturale di San Vito Lo Capo Sopralluogo di Orlando alla discarica di Bellolampo: «Interessi criminali» Ferito un forestale Portato in salvo un gruppo di scout JOLANDABUFALINI ROMA L'ATTENTATO DI BRINDISI Nienterisarcimenti alle ragazze ustionate «Solodanniestetici» «I segnipermanenti che alcune ragazzedellascuola Morvillo hannosubito per le ustioni riportatenell'attentato sono consideratidalla compagnia assicurativadell'istituto soltanto ripercussionidi tipoesteticoe quindinon risarcibili». Lorende noto l'avvocatoMauroResta, che assiste le famigliedi alcune delle ragazze. Per l'attentato morì MelissaBassi, 16anni. VeronicaCapodieci, che si trovavaconMelissaal momento dell'esplosionevenne sottopostaa undelicato interventochirurgico nelquale i medici lehanno ricostruito laparete addominale e lagabbia toracica.Fu ricoverata all'ospedaledi Lecce. Altre tre studentesse furonoferite ericoverate in prognosi riservata, duesono entrate in salaoperatoria pergraviustioni. Unadelle due fu proprio la sorella di Veronica Capodieci, conprofonde ferite alle gambe: fustata lei, negli attimi successivi all'esplosione,ad avvisaresubito la famigliache qualcosadi graveera accaduto, tacendoperò ledisperate condizionidellapiù piccola che i genitori scoprironouna voltagiunti inospedale.Un'altra vittimafu ricoverataconuna prognosi di 30 giorni. ITALIA 12 martedì 7 agosto 2012
Mettere d'accordo tut-ti i partiti tedeschinon è facile, di que-sti tempi. MarioMonti ci è riuscito.Le critiche alla parte della sua intervista allo Spiegel in cui il presidente del Consiglio italiano ha sostenuto che, per evitare la dissoluzione dell'Europa, i governi dovrebbero evitare di farsi condizionare dai parlamenti nazionali in materia di scelte economiche e finanziarie, sono state davvero bipartisan, in Germania. Anzi: tripartisan e forse quadripartisan. Insomma, sono venute da tutto l'arco politico: dall'estrema sinistra alla destra frondista anti-cancelliera. Solo gli esponenti della Cdu di più stretta osservanza merkeliana sono stati più concilianti, pur considerando quella di Monti una gaffe che sarebbe stato molto meglio evitare. E ora il guaio è fatto: “Nesci vox missa reverti”(non ci si possono rimangiare le cose uscite dalla bocca), per dirla con Orazio. Tale e tanta è la sensazione provocata dall'intervista che ieri è stata ritenuta necessaria persino una precisazione ufficiale della cancelleria: in Germania - ha detto il portavoce George Streiter - il governo “è consapevole del fatto che le leggi debbono essere sostenute dal Parlamento, il quale deve partecipare attivamente alla loro stesura”. Insomma: a Berlino non la pensiamo come il capo del governo italiano. PAROLEINCAUTE La realtà è che le incaute osservazioni di Monti hanno trovato un'eco così ampia e apparentemente unanime perché hanno toccato corde molto sensibili nell'opinione tedesca. Molto sensibili sotto due profili, diversi ma convergenti. Il primo è il timore diffuso in modo quasi ossessivo che, senza controlli parlamentari, i governi possano attingere indefinitamente “nelle tasche dei cittadini” (come dicevano in Italia Tremonti e Berlusconi sostenendo che loro non lo facevano). E' la stessa paura che è dietro all'ostilità che si è addensata sul capo di Mario Draghi da quando il capo della Bce ha evocato l'eventualità che il suo istituto possa intervenire comprando titoli sul mercato secondario per aiutare i paesi del sud in difficoltà. Sul capo dell' “italiano” dell'Eurotower si addensano da giorni i malumori della destra frondista, che lo accusa anche come ha fatto il segretario generale della Csu bavarese Alexander Dobrindt - di agire in conflitto d'interesse intervenendo solo quando si prospettano guai per il suo paese d'origine. Secondo l'esponente di Monaco, Monti ha “sferrato un attacco” che potrebbe creare “una situazione all'italiana” in tutta Europa e “noi non siamo pronti a sacrificare il nostro sistema per finanziare i debiti italiani”. La citazione di Dobrindt valga per tutte quelle dei suoi colleghi di partito e della Fdp che giornali e siti riportano in abbondanza. Ma anche il presidente del Bundestag Norbert Lammert, che pure è della Cdu, se l'è presa con Monti, sottolineando che “la partecipazione dei parlamenti alle decisioni economiche sono la premessa essenziale perché esse vengano accettate dai cittadini”. E qua siamo già sul terreno del secondo motivo dello scandalo suscitato dalle dichiarazioni del nostro presidente del Consiglio. Sono mesi che in Germania si discute su come e quanto sia necessario garantire che le scelte politiche, soprattutto quelle economiche, siano oggetto del più ampio dibattito parlamentare. Un'esigenza di democrazia tanto più forte di fronte alla prospettiva che si vada verso un approfondimento dell'integrazione economica che taglierebbe fuori le prerogative dei parlamenti nazionali senza aumentare quelle del Parlamento europeo. E' il principio che ha ispirato i giudici costituzionali a porre politicamente il problema, prima con una sentenza in cui si invitava con forza il governo a presentare all'assemblea del Bundestag tutti i provvedimenti che impegnassero contributi tedeschi agli aiuti europei, poi con la decisione di accogliere i ricorsi presentati da destra e da sinistra contro la ratifica del Fiskalpakt e dell'Esm, approvati frettolosamente e con una discussione insufficiente. Il giudizio sul merito, come si sa, è in calendario per il 12 settembre. LAQUESTIONEDEMOCRATICA Questo secondo corno del problema, chiamiamolo la questione democratica, è avvertito da tutti i partiti tedeschi. Nella destra lo è magari in forma un po' strumentale, per nascondere dietro alla difesa dei princìpi della rappresentatività il rifiuto a versare quattrini “nostri” per finanziare la Dolce Vita dei paesi spendaccioni, ma comunque è ben presente nel dibattito politico anche a sinistra. E' l'argomento usato dal capogruppo della Spd al Bundestag Franz-Walter Steinmeier per spiegare la propria ostilità all'ipotesi di acquisti di titoli da parte della Bce, una pratica che sfuggirebbe ad ogni controllo parlamentare. Questa opposizione non comporta necessariamente il rifiuto di ogni forma di comunitarizzazione del debito, esigenza sulla quale è tornato ieri il presidente del partito Sigmar Gabriel guadagnandosi una raffica di feroci polemiche da parte dei liberali e della Csu. per la verità fece un passo indietro. Ma la materia fin da allora è rimasta confusa. Segno che le parti continuano a guerreggiare. Le trincee sono riservatissime, la battaglia è confinata nei Palazzi delle istituzioni europee. Non è un caso che ieri si sono diffuse voci (non confermate da Palazzo Chigi) di un possibile incontro di Monti con Mario Draghi, un giocatore tutt'altro che di secondo piano nella partita memorandum. ILQUADRO POLITICO Se quel documento sarà vessatorio, l'iter diventerà molto simile al commissariamento subìto dalla Grecia: cessione di sovranità, e ricette economiche drastiche. L'immagine di Monti ne uscirebbe inevitabilmente danneggiata. Ecco perché combatte fino allo sfinimento. Per la politica italiana si tradurrebbe nella fragorosa discesa in campo dell'antieuropeismo sfrenato. È accaduto così anche ad Atene, quando Syriza vinse le elezioni. Non è escluso che Silvio Berlusconi stia pensando proprio a puntare le sue fiches su questa ipotesi. Ma anche per la sinistra sarebbe dirompente: sia perché sarebbe difficile accettare il condizionamento esterno, sia perché le divergenze sulle ricette anti-crisi non sono poche. A questo punto c'è solo da chiedersi a che punto è la battaglia. La durezza con cui Monti ha strattonato la Germania, quella esternazione (quasi un'eresia per i rigoristi di Berlino) per cui in realtà è l'Italia che sta pagando la sua adesione all'euro, mentre la Germania ci sta guadagnando grazie a tassi bassissimi, suona come un'apertura di ostilità inedita finora. Finiti i tempi in cui il premier italiano «lisciava il pelo» all'esecutivo tedesco, riconoscendo la peculiarità del suo modello economico. Oggi si spara ad alzo zero. È chiaro che il professore sente il fiato sul collo: tutti si aspettano che la Spagna in settembre faccia il primo passo verso la richiesta di aiuti. Ma dopo Madrid c'è solo Roma. Se la febbre delle borse non si placa, più passa il tempo più le nubi si addensano sulla Penisola. Il professore sente che il tempo stringe, i tedeschi di contro spingono sull'acceleratore per agguantare i loro risultati prima che parta la competizione elettorale. D'altra parte i rigoristi hanno guadagnato terreno nelle ultime settimane, proprio sul loro territorio, cioè a Francoforte. Nonostante le frizioni con la Bundesbank, Mario Draghi è riuscito a far passare la proposta della possibilità di acquisto illimitato da parte della Bce di titoli pubblici a breve. Ma il prezzo per ottenere quel risultato è stato appunto il memorandum. Quegli impegni politici a cui la Bce ha vincolato il suo intervento si traducono esattamente in questo. La banca centrale potrà acquistare titoli di un Paese finito sotto il tiro della speculazione, solo dopo che questo abbia chiesto l'intervento del Fondo Salva-Stati. Il che prevede l'adesione ad un «percorso guidato». Lo si chiamo come si vuole, ma sta di fatto che questo passaggio non significa altro che imprigionare la politica in una corazza predeterminata. Sarebbero disposti i partiti in corsa per la prossima legislatura a cedere ad altri le scelte di politica economica? IL COMMENTO PAOLOSOLDINI È un grave rischio se l'Europa si rompe Mario Monti con Angela Merkel FOTO CLAUDIO PERI/ANSA . . . Anche l'altro Mario italiano, cioè Draghi, è finito sotto la lente della stampa e del governo L'intervistadelpresidente delConsiglioalloSpiegel sull'autonomiadeigoverni daiparlamenti suscitaun vespaiodi reazionidi tutti ipartitidelBundestag PA.SO. SEGUEDALLAPRIMA Si tratta delle reazioni alle pesanti polemiche accese nella Repubblica federale dall'idea del presidente del Consiglio che le decisioni economiche possano essere prese dai governi bypassando i parlamenti nazionali. Un clima antitedesco in Italia c'è, almeno tanto quanto c'è in Germania un forte pregiudizio contro l'Italia e i paesi dell'Europa meridionale più inguaiati con il debito pubblico. Il fatto che un deputato, persona peraltro in genere equilibrata, arrivi al punto di chiedere ritorsioni industriali dopo “la reazione spropositata di una parte della politica tedesca alle dichiarazioni di Monti” dimostra che le cose stanno andando pericolosamente al di là delle normali polemiche che nascono dai conflitti di interessi tra stati. Il ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle, che pure non è una mammola e non si è risparmiato durezze verso la Grecia e contro le ipotesi di interventi diretti della Bce a favore dei paesi in difficoltà, ieri ha invitato ad abbassare i toni di una guerra di dichiarazioni che sta diventando, anche secondo lui, “pericolosa” per la tenuta dell'Europa. Westerwelle parlava al quotidiano “Die Welt”, che da tempo alimenta una pesante campagna contro i paesi che “non rispettano le regole del rigore”, contro “l'italiano Mario Draghi” e via infierendo. E ce l'aveva, il ministro, soprattutto con quegli esponenti del suo stesso partito liberale e della Csu che usano le polemiche sui “soldi dei tedeschi che vanno ai paesi della Dolce Vita” per costruirsi un profilo nella campagna elettorale che presto comincerà. Sarebbe molto utile che qualcuno, in Italia, facesse la stessa cosa, stigmatizzando le espressioni di ostilità più preconcette ed evidenti. Hanno ragione a recriminare i tedeschi quando vedono su certi giornali italiani Angela Merkel con le fattezze di Hitler e altre infamie simili e poi non vedono una qualsiasi reazione da parte della politica italiana. Va detto che quando “Der Spiegel” pubblicò la famosa copertina con la pistola su un piatto di spaghetti, le giuste reazioni in Germania non mancarono. Anche al massimo livello. I pregiudizi, la superficialità dei giudizi, l'arroganza, le memoria del passato sono sempre stati ostacoli difficili da rimuovere nei rapporti tra l'Italia e la Germania. Chi scrive ha partecipato per anni ad incontri periodici tra intellettuali, politici e giornalisti italiani e tedeschi vòlti a rimuovere gli stereotipi. A cominciare da quello per cui i tedeschi amerebbero gli italiani senza rispettarli e gli italiani rispetterebbero i tedeschi senza amarli. Era un esercizio difficile, ma c'era chi si impegnava seriamente a compierlo. Mi piacerebbe sapere se gli “incontri di Villa Vigoni” (così si chiamavano) si tengano ancora. So solo che la villa sul lago di Como, simbolo dei buoni rapporti tra i due paesi, è stata sequestrata dalla magistratura italiana in una vertenza giudiziaria sui risarcimenti alle vittime delle stragi naziste. Quando Monti ha detto che un certo spirito antitedesco può disgregare l'Europa aveva ragione. E vale anche il contrario. Aveva ragione più di quando se l'è presa con i parlamenti, in una gaffe che ha fatto male ai rapporti tra Roma e Berlino quanto le controversie sugli spread e sulle politiche anti-crisi. Siamo nel 2012 e abbiamo dietro le spalle 55 anni di comune convivenza e di civilissima collaborazione tra i paesi che fondarono le istituzioni europee. Il Mercato comune, la Comunità europea e infine l'Unione non sono stati costruiti senza contrasti, anche aspri. Ma le ostilità sono state smussate, gli stereotipi abbattuti, il peso della storia sapientemente governato. Siamo cresciuti insieme, e in genere senza insultarci o pensare di essere sfruttati gli uni dagli altri. Nella crisi attuale dell'euro pare che gli interessi contrapposti non trovino più conciliazione. E' un errore grave da correggere, a cominciare dal linguaggio. . . . Dall'estrema sinistra alla destra frondista, tutta la politica tedesca ha preso le distanze da Monti I tedeschi sono tutti d'accordo Valanga di critiche sul premier IL CASO martedì 7 agosto 2012 3
Scoperto il vero marziano: è il robot, si chiama Curiosity Il vero marziano, lì sul Pianetarosso, in questo momento è lui,Curiosity. Il robot costruitodall'uomo che, con i suoi 899 chi-logrammi semoventi, non è soloil più grosso, ma anche il più autonomo che si muova nello spazio lontano dalla Terra. Ha ragione Barack Obama: quel rover che rulla su Marte costituisce un grosso exploit tecnologico. Curiosity costituisce un vanto e un'opportunità per gli Stati Uniti non solo per i suoi obiettivi scientifici, che pure ci sono e sono importanti: studiare l'abitabilità di Marte. Ovvero verificare se sul più pianeta roccioso più esterno del sistema solare esista o sia esistita la vita (in forma microbica) o, almeno, se esiste o siano esistite le condizioni che noi riteniamo essenziali per la presenza della vita. Almeno della vita così come la conosciamo. E, infine, capire se ci sono le condizioni minime necessarie per una futura presenza umana su Marte. Ma Curiosity costituisce un vanto e un'opportunità per gli Stati Uniti anche (e, allo stato, soprattutto) per due ragioni, legate entrambe allo sviluppo della robotica. Curiosity un robot avanzato. Non solo perché, come spiega la Nasa in un'abile campagna di comunicazione, ha una testa pensante, oltre che degli occhi, un collo, delle ginocchia e persino, come usa in molti fumetti di fantascienza, di un braccio che si trasforma in trapano. Quella testa pensante è costituita da un computer e da un software capaci di conferire al robot notevole autonomia di movimento. Il software di Curiosity è l'evoluzione di quello in dotazione ai suoi fratelli minori, Pathfinder, Spirit, Opportunity che hanno già esplorato la superficie marziana. La vera novità di Curiosity risiede nel fatto che la sua capacità di muoversi in un ambiente sconosciuto senza intervento umano si estende per una ventina di chilometri. Insomma, è come se i robot spaziali fossero cresciuti nel corpo e nella mente e dall'età neonatale con la possibilità di gattonare in casa o in giardino - fossero passato all'età pre-adolescenziale, con la possibilità di girare da soli e magari anche di notte in tutta la città. Questa evoluzione spalanca, come dicevamo, almeno due porte. Una nello spazio. Perché consente alla Nasa - ma, anche all'intera umanità - di «fare di più con meno». Ovvero di esplorare lo spazio fuori dal nostro giardino terrestre con grande efficienza e poco costo. Per intenderci: la missione Mars Science Laboratory ha portato Curiosity su Marte al costo di 2,5 miliardi di dollari. Si calcola che una missione con uomini a bordo costerebbe oltre 100 miliardi di dollari. Il suo successo costituisce, forse, motivo di rallentamento dello sbarco dell'uomo su Marte e dell'esplorazione umana degli spazi profondi. Ma costituisce anche un formidabile sprone alle missioni robotiche, che con pochi soldi ottengono straordinari risultati. E non solo d'immagine e/o di conoscenza scientifica. Eccoci, dunque, alla seconda porta spalancata da Curiosity. Una porta tutta terrestre. Portando quel grosso robot su Marte, infatti, gli Stati Uniti hanno dimostrato - a se stessi e agli altri - di essere all'avanguardia nel campo della robotica. E, in particolare, nella produzione di robot autonomi di servizio da impiegare in ambienti estremi. Ora è opinione che i robot costituiranno, insieme alle nanotecnologie, la grande sfide dell'innovazione del futuro. Chi possiederà queste tecnologie dominerà i mercati dell'economia reale del futuro. In passato gli Stati Uniti hanno già vinto due volte queste gare economiche e geopolitiche segnate dalla tecnologia. La prima volta proprio con le tecnologie spaziali, quando dopo lo schiaffo dello Sputnik nel 1957, reagirono alla sfida a valenza più militare che economica dell'Unione Sovietica e portarono per primi l'uomo sulla Luna. Dimostrando al mondo e a se stessi di essere i primi sul fronte tecnologico. L'economia americana beneficia da allora di questo investimento strategico nell'hi tech. La seconda volta è stato negli anni '80 e '90, quando gli Usa si sentivano minacciati dall'aggressività economica e dalla capacità d'innovazione del Giappone e decisero di portare la sfida nel campo dell'elettronica più avanzata e della biomedicina (ricordate Richard Nixon che nel 1970, all'indomani dello sbarco sulla Luna, dichiarò la “guerra al cancro”)? La sfida con l'alleato giapponese fu vinta e oggi nessuno se ne ricorda più. Oggi gli Stati Uniti si sentono minacciati dall'aggressività economica e anche dalla capacità d'innovazione della Cina. E, sebbene la scelta del campo di sfida non appaia ancora chiara, è molto probabile che intendano puntare sulla robotica (soprattutto spaziale) e sulle nanotecnologie per raccoglierla. Non è un caso che Washington freni su quasi ogni ipotesi di collaborazione con Pechino nello spazio, mentre accetta la piana collaborazione dell'Europa e persino della Russia. E non è solo retorica elettorale l'entusiasmo, un po' sopra le righe secondo alcuni, manifestato ieri da Obama quando ha visto Curiosity toccare il suolo marziano. Piombare a 21.000 chilometri orari nell'atmosfera marziana e in soli sette minuti depositare con delicatezza un rover di quasi una tonnellata sulla superficie del pianeta rosso, ad una velocità di 60 centimetri al secondo: Curiosity, il sofisticato laboratorio spaziale, molto più di una sonda, è arrivato su Marte alle nostre 7,32 di ieri, leggero come una piuma. Non è difficile immaginare, nella complicata sequenza dell'atterraggio - ammartaggio, dice qualcuno la tensione nella sala di controllo della Nasa, dove viene monitorata la missione Mars Science Laboratory. I «sette minuti di terrore», come erano stati descritti, durano in realtà un po' di più: il tempo che il satellite Odyssey ha speso per rispedire a terra il segnale ricevuto dal rover, come un bravo bambino che avverta casa una volta arrivato. Esplode l'entusiasmo dei tecnici che hanno seguito il viaggio del rover, partito il 26 novembre scorso su una rotta di 567 milioni di chilometri, ci sono abbracci e lacrime. «Razionalmente so che si presupponeva che tutto funzionasse, ma a pelle è sempre sembrato tutto assolutamente folle», dice James Wray, del team di Curiosity. A Times Square la folla trattiene il fiato davanti al mega-schermo - decine di altri si accendono in altrettante città americane, mentre milioni di persone seguono l'evento sul web in tutto il mondo. «Rimarrà come uno dei momenti di orgoglio nazionale». Così il presidente Obama saluta l'arrivo del robot, che diligentemente manda subito una cartolina a terra: un autoscatto in bianco e nero, un po' sgranato, dove si vede una delle sue sei ruote, come dire: sono tutto intero. Nelle prossime 48 ore la sonda dovrebbe cominciare a spedire foto a colori, mentre continua il check della strumentazione prima di iniziare la sua esplorazione. «Stasera, su Marte, gli Stati Uniti d'America hanno fatto la storia - dice Obama -. Se qualcuno aveva dubbi sulla leadership Usa nello spazio, beh c'è un arnese grosso come un'automobile di una tonnellata seduto sul Pianeta Rosso proprio ora». L'AUTORITRATTO DILEONARDO Non è la prima missione su Marte, ma certamente la più ambiziosa. Il compito di Curiosity sarà quello di analizzare tutto quanto la circonda, per cercare molecole organiche presenti o passate, un profluvio di dati che servirà a capire se mai c'è stata la vita sul pianeta e se mai ce ne potrebbe essere. E soprattutto se ci sono le condizioni per continuare a ragionare su una missione umana. «Oggi, le ruote di Curiosity hanno iniziato a tracciare il percorso per le impronte umane su Marte», dice l'amministratore della Nasa Charlie Bolden. L'obiettivo e la sfida per un futuro neanche troppo lontano: inviare entro la metà del 2030 un equipaggio umano sul Pianeta rosso. Un costo di 2,6 miliardi di dollari, un decennio di lavoro alle spalle, un futuro meno certo di quello che si vorrebbe in tempi di tagli al budget e restrizioni finanziarie. Molto più grande dei suoi predecessori, tre volte tanto, Curiosity è un vero e proprio laboratorio scientifico, dotato tra l'altro di 17 telecamere e di un laser per polverizzare e poi analizzare i materiali prelevati, spedendo a terra i risultati del suo lavoro. Il rover è atterrato come previsto nel Gale Crater, dove si ritiene che in passato ci fosse un lago. Un passo alla volta, alla velocità di 200 metri al giorno, Curiosity dovrà esplorare i depositi alluvionali per individuare l'eventuale presenza di tracce di vita. Un piano di lavoro di almeno due anni, ma alla Nasa sperano che la sonda resista più a lungo. Le due precedenti, Spirit e Opportunity, arrivate su Marte nel 2004 avevano una vita stimata di 90 giorni e invece la prima è durata fino al 2010, la seconda è ancora in funzione. A bordo della sonda marziana anche un pezzetto d'Italia. Un chip ha portato nello spazio, grazie all'Agenzia spaziale italiana e al tgRai Leonardo, l'autoritratto di Leonardo da Vinci e il suo Codice di volo, con la sua grafia inversa e i disegni che descrivono il volo degli uccelli e il progetto di Macchina volante: il sogno visionario da dove è iniziata la storia del volo, anche quella di Curiosity. La sonda di quasi una tonnellata si è posata con delicatezza dopo un viaggio di oltre 500 milioni di km Deve cercare forme di vita. La Nasa: «Si apre l'era che porterà l'uomo sul Pianeta rosso» PIETROGRECO MONDO La polvere di Marte fotografata dall'occhio grandangolare del robot Curiosity FOTO ANSA Sbarcati su Marte Obama: «È storia» MARINAMASTROLUCA mmastroluca@unita.it AlcontrariodelloSputnik, quandoisovietici spedironoperprimi l'uomonellospazio,ora sielimina ilpiùpossibile il supportoumano . . . La missione è costata 2,6 miliardi di dollari Appena arrivato, il rover manda un suo autoscatto ILRETROSCENA Esaltazione per lo sbarco della sonda nel laboratorio della Nasa di Pasadena, California FOTO AP . . . Si riaccende così la sfida spaziale della Nasa, anche con la Cina, sulla robotica e sulle nanotecnologie martedì 7 agosto 2012 13
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