GIUSEPPE VESPO MILANO OgniannoacavallodiFerragostoRosario Trefiletti,presidentediFederconsumatori, si trova a fare i conti con il prezzo della benzina. «Un'abitudine che dà molto fastidio. Ma quest'estate il caro-carburante inciderà un po' meno su esodo e controesodo d'agosto». Comemai? «Perché calcoliamo il 34 per cento in meno delle famiglie in vacanza. Questo non vuol dire che i rincari siano meno pesanti da sopportare, anzi: la benzina costa trenta centesimi in più del 2011 e arriva a sfiorare 2 euro al litro. Il gasolio è rincarato di 32 centesimi e tocca picchi di 1,80 euro al litro. In media parliamo di 31 centesimi in un anno, i due terzi dei quali sono da attribuire alle tasse, il resto alla filiera petrolifera». Acosadobbiamol'ultimoritoccodeiprezzi? «In questo caso non solo alla filiera petrolifera. Stavolta pesa l'ultimo apprezzamento dell'accisa destinata, secondo quanto recita la comunicazione dell'Agenzia delle dogane, ai terremotati d'Abruzzo e alla modernizzazione della rete di distribuzione». Diquanto è il rincaro? «Di 0,5 centesimi e dovrebbe permettere una raccolta di circa 65 milioni di euro. Ma siamo di fronte all'ultimo di una serie di aumenti che sta mettendo in ginocchio automobilisti, cittadini e consumatori. Secondo i nostri calcoli, dal 2008 le famiglie hanno perso quasi il dodici per cento del loro potere d'acquisto. Se il prezzo della benzina continua a salire il riflesso negativo sulla vita delle famiglie si amplifica, perché si traduce in un rincaro del prezzo dei beni trasportati su gomma». Costa tuttodipiù. «E anche per questo si compra un po' meno di tutto. In questo modo i consumi non ripartiranno mai». Cosachiedetepersuperarequestaimpasse? «Tre cose: non aumentare ulteriormente le tasse, controllare che nessuno faccia il furbo sui prezzi e soprattutto razionalizzare la filiera e la distribuzione dei carburanti. Significa liberalizzare, permettere di avere una maggiore disponibilità di “pompe bianche”, cioè di distributori non legati alle grandi compagnie petrolifere. È per questo che ogni tanto si sente parlare di rete e di extrarete. In Italia esistono pochissime pompe bianche, sono appena quattrocento su 24mila distributori di benzina legati ai marchi del petrolio». A proposito di marchi, c'è una novità che riguarda la farmacia. Si tratta dei farmaci equivalenti.Che vuoldire? «Vuol dire che finalmente potremo sganciarci dai condizionamenti delle multinazionali del farmaco. Adesso il medico nella ricetta dovrà prescrivere il principio attivo del farmaco, che è la cosa più importante, e non la marca. Non è la griffe che fa guarire. Questo cambio di rotta permetterà ai cittadini e al sistema sanitario nazionale un risparmio di sei o settecento milioni di euro all'anno». Èunabuonanotizia. «Ma è stata divulgata male. Ci vorrebbe una campagna informativa, soprattutto per far capire ai più anziani che l'equivalente non è un farmaco di serie B: costa meno perché non si paga la marca. Ma è il principio attivo l'unica cosa che conta». C'è altro che si potrebbe fare per risparmiareunpo' sui farmaci? «Sì. C'è una legge dell'ultimo governo Prodi mai applicata. Prevede che si possano produrre le cosiddette “confezioni conformi” o monouso. Nel primo caso si tratta di confezioni che custodiscono il numero esatto di pillole che servono per una precisa terapia. Così, se abbiamo mal di pancia non saremo costretti a pagare una confezione di antiacido da cento pillole. Potremo acquistare il numero esatto di medicine di cui abbiamo bisogno. Sembra una cosa da niente ma porterebbe altri quattro o cinquecento milioni di risparmi. Credo che il governo stia pensando di rispolverare questa legge». Le piace la politica dei tagli di Monti e la spendingreview? «Mi piace la filosofia dei tagli agli sprechi, basta che non siano come nella sanità tagli lineari. Ma al governo faccio una proposta: invece di aumentare le tasse venda il 15 per cento della riserva aurea. Porterebbe 13 miliardi di euro e permetterebbe di rilanciare un po' l'economia e soprattutto il lavoro. In altri Paesi l'hanno già fatto». Lefamigliesono in ginocchio,agliaumenti deicarburantivaposto unfreno.Bene l'aperturaai farmacigenerici,nonsono diserieB:bisognadirlo Nimesulide, invece di Aulin: questo è l'esempio classico. I medici dovranno indicare in ricetta il “principio attivo” del farmaco (la parte che possiede le proprietà terapeutiche), e non la marca. In vigore da Ferragosto, questa norme dovrebbe spingere i cosiddetti farmaci equivalente (o generici) a guadagnare una fetta di mercato maggiore. Con questa ricetta poi il paziente va in farmacia e può scegliere fra il farmaco “griffato” e quello generico (a prezzo più basso). Il medico può ancora prescrivere anche il nome commerciale di un farmaco, specificando che esso è «non sostituibile», ma in tal caso deve giustificare la cosa con una sintetica motivazione scritta. In questo caso il farmacista dovrà consegnare il prodotto indicato dal medico nella ricetta. Il ministero della Salute sottolinea che queste disposizioni «non riguardano le terapie croniche già in corso» per evitare possibili, seppur rari, inconvenienti nel passaggio da un medicinale all'altro, sia pure di uguale composizione. I farmaci equivalenti - ribattezzati così perché la parola “generico” suonava dequalificante - sono sostituibili al farmaco di marca dal 2001, ma la loro adozione è stata lenta, diffidente, un po' per la resistenza dei dottori, un po' per la cattiva informazione, un po' per la pressione delle case farmaceutiche (sui dottori...). Anche questa legge arriva dopo una contrattazione al Senato, chi si opponeva lo faceva argomentando il mancato risparmio per lo Stato (e dunque cosa c'entra con la Spending review?) che rimborsa comunque e sempre il costo del generico. Chi ne additava la portata “storica” chiariva che il risparmio era comunque robusto per i cittadini, in un Paese dove la spesa per medicine è di circa 220 euro pro capite all'anno. E anche in un periodo di crisi come questo, nel 2011 gli italiani hanno speso 766 milioni di euro in più, pagando di tasca propria la differenza fra il costo della medicina di marca e quella equivalente: sono dati del sistema sanitario. ILPROBLEMA CULTURALE I medici di base intentano timide proteste («si rischia un aumento della conflittualità medico-paziente nei presidi di guardia medica e guardia turistica» secondo Silvestro Scotti, vice segretario nazionale Fimmg); Confindustria si è fatta sentire: «Questo è un colpo all'industria del farmaco». Ma va ricordato che questo comparto è già colpito, e da tempo: «Non abbiamo investito nella ricerca - ricorda la dottoressa Rossella Miracapillo, del Movimento consumatori - e i brevetti sono scaduti, molte aziende hanno chiuso o sono finite inglobate dalle multinazionali straniere (Lederle, Gentili, Recordati). Abbiamo favorito il consumo, non l'innovazione». La dottoressa ci aiuta a capire come mai l'adozione di questi farmaci “economici” sia così lenta in Italia - attorno al 18% del totale (era il 14% nel 2010), mentre in Germania, Francia e Inghilterra si è quasi al 60%. «Anzitutto la mancanza di una prescrizione obbligatoria, lacuna che finalmente adesso si colma almeno per i farmaci il cui brevetto è scaduto (dura 20 anni). Tra l'altro, così s'invoglia la grande industria a fare ricerca e lanciare sul mercato farmaci nuovi e si spera migliori. Negli altri Paesi europei non è stato consentito il deprezzamento dei farmaci di marca, così da facilitare l'adozione degli altri». In Italia invece l'Aulin, per tornare all'esempio iniziale, è arrivato a costare circa 5 euro (dagli 11 di qualche tempo fa). Per restare appetibile sul mercato, ma di fatto togliendo appeal agli “equivalenti”. Altrove, poi, c'è stata una campagna per togliere dubbi al cittadino: in Italia si sono sentite le campane contrarie, demolitrici, fino a far dubitare della loro efficacia. Nell'immaginario sono diventate medicine di serie B. È stato dunque un problema culturale, non solo economico. «Le aziende che producono i farmaci equivalenti sono capillari e serie come le altre», assicura Miracapillo. Tra l'altro, l'esistenza di queste aziende è un toccasana per le tasche di tutti e per i costi del sistema sanitario. Seguite questo esempio: la benzilpennicillina, principio attivo degli antibiotici usato contro le infezioni (come la meningite), era uscita di produzione per poco mercato: costava un euro e mezzo per ogni fialetta. Senza concorrenza, l'azienda produttrice (che vendeva questo prodotto “griffato” a meno di 3 euro) aveva innalzato il prezzo a 24 euro, allegando la siringa. I malati cronici si sono infuriati, e per loro - notizia recente - è tornata gratuita. Senza marca, ma funziona. RosarioTrefiletti Da Ferragosto i medici devono prescrivere il principio attivo e non la marca Può essere la spinta per l'adozione degli “equivalenti”: stessa efficacia a minor prezzo L'ITALIAELACRISI GIANNIPAVESE ROMA Ecco la rivoluzione dei farmaci generici: 700 mln di risparmi L'INTERVISTA «Meno tasse e meno furbetti: necessario liberalizzare» 4 venerdì 17 agosto 2012
ILCOMMENTO MICHELEPROSPERO L'idea è di Roberto Maroni. Forse anche per questo Umberto Bossi la sottoscrive a metà. «Tutti i referendum sono utili», dice il Senatur, senza particolare slancio, declassando l'iniziativa del neo segretario federale della Lega Nord, di proporre nel 2013 un referendum sull'euro, a una iniziativa come tante altre. Piuttosto, puntualizza il presidente del Carroccio, la vera soluzione è «l'Europa delle regioni», perché «l'Europa è fallita. Anche l'Italia è fallita e l'alternativa sono le regioni». E su questo i due sono d'accordo. «La nostra è una visione non anti-europeista, ma neo-europeista. E siamo gli unici ad averla», ha detto Maroni due giorni fa. Quindi, che sia o no referendum, la strada di propaganda elettorale della Lega è già segnata. Lo scenario da cui ripartire è insolito: Ferragosto a Pontida per il Senatur, non a Ponte di Legno dove dal 1989, secondo la tradizione, teneva i suoi comizi. E un continuo rimpallo tra i due leader che mentre negano ogni contrapposizione non rinunciano a ricordare poteri e competenze di ciascuno a scapito dell'altro. Bossi dal palco di Pontida, senza la consueta manifestazione rimandata alla prossima primavera, invita all'unità, senza alcuna intenzione di stare nell'ombra. «Non possiamo litigare nella Lega perché vorrebbe dire aiutare Roma. Nella Lega io ci sono - ha poi aggiunto - Non ho bisogno di titoli. Sono Bossi». I militanti leghisti glielo riconoscono. Lo acclamano a voce alta: «Bossi, Bossi, Bossi...». Lo mostrano in effigie su maglie colorate, segnate da dediche devozionali assolute, tipo «Totus Tuus», motto apostolico che Giovanni Paolo II, aveva dedicato alla Madonna. Mentre i fedeli del Carroccio optano per la venerazione del Senatur. Lo ricordano sul pratone dove si sono accampati per anni e dove campeggia la scritta «Bossi Pontida 2012». Non sembrerebbe cambiato niente. Eppure è cambiato tutto, o quasi. E non solo dal punto di vista geografico. Al comizio di Bossi non c'erano i maggiorenti del partito; l'ex presidente Angelo Alessandri e Leonardo Carioni fra le poche eccezioni. Il Palazzetto dello Sport di Ponte di Legno, dove solitamente parlava Bossi, quest'anno è stato occupato dal segretario lombardo Matteo Salvini. Cambiano le tradizioni, cambia la Lega. «Qui c'è sempre stata la festa. Quest'anno mi hanno mandato qui. Io vado dove mi mandano», ha risposto Bossi a chi gli chiedeva di commentare le scelte fatte. SOLOI VECCHISLOGAN RESISTONO Benché usurati dall'esperienza di governo, sono riciclati ai fini della propaganda: «A noi quello che interessa è mandare affanculo Roma e il centralismo italiano». Non una novità, ma in Padania può sempre funzionare. Quasi come parlare male dell'euro e dell'Europa. Per farlo Bossi ha scomodato anche Gianni Agnelli: «Sosteneva che l'Europa futura sarebbe stata fatta dalle regioni padane - ha raccontato - io lo incontrai, ero andato con i miei figli a comperare una Fiat usata. Lui lo seppe, venne e mi invitò a prendere un caffé a casa sua. E parlammo d'Europa». Un aneddoto che Bossi riprende per poi arrivare al nodo politico: «Due sono i problemi: la Grecia e la Magna Grecia» e una soluzione non sarà certo un Monti bis. «Con tutti i casini che ha fatto non credo che prenderebbe molti voti». Il dibattito sulle elezioni è acceso nella Lega. La legge elettorale è un'incognita rischiosa per il Carroccio a tal punto che Bossi ha detto di aver parlato con Silvio Berlusconi e Pier Luigi Bersani; li ha avvertiti che il partito non vuole «fare da capro espiatorio» e quindi lui starà «attento». La Lega non teme le elezioni, dice l'ex ministro Roberto Calderoli che giudica il governo Monti «peggiore del comandante Schettino, perché ha creato le basi per una crisi sociale e ora non sapendo come uscirne, punta al voto in ottobre per non trovarsi al timone mentre la barca affonda». Sul voto «noi siamo pronti, lo abbiamo chiesto dal primo minuto di vita di questo governo. Noi siamo pronti da ieri», ha dichiarato Calderoli. Resta da capire con quali alleati. L'ex ministro leghista esclude il Pdl: «Lo abbiamo sempre detto e lo ripeto: mai con chi sostiene il governo Monti. Quindi a buon intenditor poche parole...». Calderoli poi sostiene di non temere la concorrenza del Movimento 5 stelle: «Di Grillo non ho nessuna paura perché il suo movimento non ha nulla da proporre per il rilancio del Nord. Noi abbiamo delle proposte concrete e le presentiamo. Loro non propongono mai niente». E mentre la Lega si prepara a correre anche da sola, da alcuni esponenti bossiani arrivano smentite su un eventuale abbandono a favore del Pdl. Marco Reguzzoni, ex capogruppo alla Camera, definisce «farneticanti e destituite di fondamento» le notizie di un'offerta fatta a Berlusconi e da lui rifiutata. E così anche Paola Goisis, la “pasionaria” del Carroccio fedelissima di Bossi, che dice di non aver «mai pensato di abbandonare la Lega». Però Pontida non è più quella di una volta. Imu, al Pdl non basta mai MARIAZEGARELLI SEGUEDALLAPRIMA Il territorio, un tempo occupato con i riti pagani della Lega, e l'immaginario, sollecitato ad arte con la seduzione dei desideri illimitati, si ritrovano di nuovo insieme. Molte volte questa accoppiata di leaderismo (che cuce coinvolgenti emozioni sul corpo sacro del capo) e populismo (che nel radicamento in un angusto spazio assediato difende una finta identità etnica coesa) ha funzionato. Il rude territorio padano che reclama l'esclusione dell'altro e l'immaginario che ricama il desiderio hanno vinto diverse battaglie. Questa antica ricetta è ora però solo una caricatura perché a smontarla in maniera irreparabile ha provveduto la grande crisi. Il territorio si è liberato della Lega infangata dagli scandali e l'immaginario scappa in preda all'incubo del Cavaliere che ritorna dal mare nelle sembianze di un novello Schettino. Gli illusionismi contorti, le deviazioni semantiche sfornate dalla grande fabbrica dell'immaginario a nulla hanno potuto di fronte alla asprezza della crisi che ha travolto nella vergogna il fantomatico governo del fare. Il principio di realtà riapparso grazie alla scossa della crisi si è vendicato delle costruzioni simboliche che in diretta Tv narravano di esigibili contratti con gli italiani, di ricostruzioni a tempi di record, di ristoranti pieni e di aerei stracolmi. Il timido principio di realtà ridestato dalla crisi ha indotto un elettore pigro a prestare un po' più di attenzione per gli spaccati di mondo rimossi dal Candido dell'ottimismo, ovvero dai media al sevizio della privatizzazione del potere. Ma questo ancoraggio al reale non significa che la via della politica sia diventata del tutto trasparente e rassicurante. Maroni e Berlusconi sono soltanto i residui malconci di esperimenti falliti ed è difficile che la loro ridicola sceneggiata possa di nuovo incantare. Però la polveriera della società italiana non è affatto spenta, solo che la cenere rimasta in giro dovrebbe trovare altri interpreti per tornare ad ardere in modo minaccioso. La magia di una nuova semplificazione mitica viene esplicitamente evocata dagli editorialisti del Corriere della Sera che raccomandano la creazione di partiti personali a getto continuo e la imposizione di iniezioni a raffica per rigonfiare i muscoli di un novello capo carismatico da venerare per le sue sovrumane sembianze. Le infinite vie della semplificazione (intraprese dal comico, dal manager, dall'ex magistrato) reclamano l'eterno incastro di populismo e leaderismo perché, in tempi di crisi, diventa assai più agevole cavalcare il negativo che incombe e coltivare sconce illusioni. Commetterebbe però un madornale errore la sinistra se contrapponesse al dialetto blasfemo dei populismi aggressivi la lingua aulica di una ragione complessa e distaccata che si culla nella sua vantata superiorità. Questa scorciatoia tardoazionista (che, dimenticando la grande lezione di Locke e Hume, mette l'etica contro le passioni, la complessità della ragione contro la semplificazione delle emozioni) porterebbe al naufragio. Molto meglio sarebbe invece per la sinistra attingere dalla antropologia negativa di un grande pensatore della crisi come Machiavelli. Egli rifletteva proprio su come guidare i comportamenti di soggetti incerti e spaesati che in tempi di crisi paiono anzitutto assillati dal «timore di scendere». La paura di una rapida discesa sociale, la paralizzante percezione di una imminente perdita di status, rendono più agevole, in una contesa politica, il trionfo di una destra irresponsabile che fa leva sulle pulsioni elementari ai danni di una sinistra leggera che si limita a predicare stancamente la superiorità dei valori immacolati del bene pubblico. Fuor di metafora. La sinistra può vincere anche in tempi di crisi purché non scimmiotti l'avversario sul suo terreno minato (leaderismo e populismo) e abbia la forza politica per imporre un altro gioco. Vedere la politica dalla parte delle sue radici, ossia alla luce dei grandi interessi sociali coinvolti, è la leva con la quale la sinistra può tornare a vincere. Muovere dalla rappresentazione della propria parte di società per ridefinire il generale, premere sulle passioni del proprio mondo per ricostruire una ragione: questo è il compito di una sinistra in grado di dare scacco alla destra in agguato che le tenta tutte per mare e per terra. POLITICA Pro-Lira e anti-Italia La nuova Lega ritorna all'antico TULLIAFABIANI ROMA IL CORSIVO Questa l'avevamo già sentita, solo che allora invece dell'Imu c'era l'Ici. Sono passati quasi cinque anni ma l'orologio del Pdl sembra essersi fermato, cristallizzato sull'ora x. Stesso candidato, stessa ricetta, come se nel frattempo sia il candidato sia la ricetta non avessero mostrato i propri limiti. «Nel 2013 Berlusconi scenderà in campo per vincere con un programma semplice e credibile fondato su pochi e chiari comandamenti: la diminuzione delle tasse sia nella loro entità abbassando le aliquote che oggi possono raggiungere e in alcuni casi superare il 55 per cento sia nel loro numero, eliminando da subito l'Imu sulla prima casa, che come si è visto è servita per alimentare il fondo europeo salva Stati e non per abbattere il nostro debito o favorire la crescita». La promessa arriva da Francesco Giro, mentre tocca ad Anna Maria Bernini, portavoce vicario Pdl, smentire eventuali ticket alle elezioni: «Berlusconi in ticket? Mah! Lui è come The Voice: canta “a modo suo” e... no duets!». . . . Calderoli: «Il governo Monti peggio di Schettino... Non faremo mai alleanze con chi lo sostiene» Gli ultimi fuochi del populismo italiano Un referendum sull'euro: è la proposta di Maroni per «l'Europa delle Regioni» Bossi diserta Ponte di Legno a Ferragosto (dove parla Salvini) e va a Pontida Assenti i big, i militanti lo acclamano ancora 12 venerdì 17 agosto 2012
Non è la prima volta che in piena estate suona l'allarme per il rincaro dei carburanti, ma stavolta è diverso, molto diverso, e le denunce delle varie associazioni dei consumatori traducono in numeri quello che in questi tempi di crisi è un sentire comune degli italiani, molti dei quali si sono messi in viaggio durante queste settimane con conseguente e dolorosa sosta alla pompa per il “pieno” di rito. Ebbene, dopo Federconsumatori, anche il Codacons avverte che il prezzo della benzina in autostrada ha raggiunto quota 1,98 euro per litro, ormai ad un passo dalla soglia, anche psicologica, dei 2 euro. E poiché nel nostro Paese la stragrande maggioranza delle merci viaggia su gomma, l'ennesima impennata dei carburanti minaccia pesanti conseguenze su molti beni di largo consumo. Una sinistra rincorsa al rincaro c h e p o t r e b b e p u r t r o p p o “riequilibrare” dei differenziali di prezzo senza precedenti, come quelli evidenziati da Coldiretti, con un litro di “verde” che ormai costa ben più di un chilo di pasta e ha superato del 50% il prezzo di un litro di latte. COSTIDIRETTI E INDIRETTI L'attuale costo dei carburanti viene definito dai consumatori «una vera e propria sciagura» per gli italiani in partenza per le vacanze e per quelli che ormai sono già sulla via del rientro. Una stangata che Codacons stima «attualmente in 560 milioni di euro, ma la cui entità si aggrava di giorno in giorno». Sulla stessa linea Federconsumatori e Adusbef che sottolineano come le famiglie italiane pagheranno molto di più rispetto all'anno scorso, sia direttamente per i pieni di carburante, sia indirettamente per i maggiori costi di trasporto. In particolare, l'incremento dei costi diretti peserà per 378 euro annui. A ciò si devono aggiungere le spese indirette «per l'inevitabile aumento dei prezzi e delle tariffe causati, appunto, dai maggiori costi trasporto. Queste incideranno per 295 euro su base annua». Per le due associazioni l'aggravio complessivo a famiglia sarà quindi pari a 673 euro in un anno. Come ormai tristemente noto, il rincaro dei carburanti deriva da più cause, dove la parte del leone la fanno i ciclici aumenti del prezzo del petrolio e l'incremento della tassazione deciso a più riprese dallo Stato. A questi fattori vanno aggiunti altri elementi, come le “lentezze” delle compagnie petrolifere più volte denunciate dai consumatori, pigre nel far scendere il prezzo alla pompa in corrispondenza di una diminuzione del costo della materia prima, ed invece assai più solerti nell' aumentarlo quando si verifica il fenomeno inverso. E ci sono poi i comportamenti illegali, come quelli recentemente accertati dalla Guardia di finanza. In una serie di controlli a tappeto sui distributori sono emerse irregolarità nel 15% dei casi, compreso l'annacquamento dei carburanti e la manomissione degli erogatori. ACCISEPER I TERREMOTI Se la tendenza al rincaro è ormai in atto da anni, e naturalmente non solo in Italia, la dinamica degli ultimi mesi è abbastanza peculiare, legata all'effetto combinato del prezzo del petrolio e della tassazione. Infatti, nel mese di giugno e poi ad agosto, il governo ha deliberato due aumenti delle accise per un totale di circa tre centesimi sul prezzo della benzina, (prima 2,5 centesimi e poi 0,5), in entrambi i casi a favore delle popolazioni terremotate, dell'Emilia e dell'Abruzzo. Ebbene, in prima battuta l'aumento fiscale non è stato avvertito dai consumatori per via della concomitante discesa del prezzo del petrolio. Poi, quando quest' ultimo ha ricominciato a salire la stangata percepita è stata doppia. Va detto che dall'inizio del 2011 le accise sulla benzina sono aumentate di ben 16,44 centesimi, mentre quelle sul diesel di 19,44 centesimi. Importi a cui va ad aggiungersi l'effetto moltiplicatore dell'Iva che viene ad essi applicata. «Al governo chiediamo una riduzione della pressione fiscale sui carburanti. Paghiamo ancora accise degli anni Trenta», ha dichiarato Alessandro Micheli, vicepresidente della Figisc, la Federazione dei gestori degli impianti stradali di carburante. «Gli sconti sono un palliativo per i fine settimana, mentre per gli altri giorni abbiamo un carburante a due euro. È chiaro che non è il gestore a influire sul prezzo, ma chiediamo urgentemente alle compagnie petrolifere di incontrarci per andare a rivedere i rapporti per un mercato in contrazione». Infine la Coldiretti, che ricorda come l'intero sistema agroalimentare (produzione, trasformazione e distribuzione) subisca gli effetti dell'aumento dei costi energetici, poiché i prezzi di trasporto e della logistica pesano per circa un terzo del totale. Inoltre, «in questa torrida estate le imprese agricole stanno consumando grandi quantità di gasolio per garantire l'irrigazione nei campi e salvare le coltivazioni». G.VES. MILANO Un miliardo per cento alberghi. Si chiama «Ulito» ed è l'ultimo progetto del colosso dell'arredamento Ikea, che realizzerà una catena di hotel low cost in Europa. A dispetto di ogni facile previsione, gli alberghi non saranno arredati con i mobili della multinazionale svedese tanto meno ospiteranno i prodotti tipici della cucina del regno (come le famose polpettine köttbullar). Ikea lascerà invece gestire il nuovo business a un operatore alberghiero internazionale. Dalle dichiarazioni rilasciate alla stampa svedese da Harald Muller, business development manager di Ikea, non sembra che l'Italia sia almeno per ora uno dei Paesi destinati ad ospitare i nuovi hotel. La prima struttura sarà inaugurata entro il 2013 in Germania, definito il mercato di riferimento. Poi, via via gli altri compariranno in Gran Bretagna, Francia, Paesi Baltici, Olanda e Belgio. Sarà una catena di «Budget Designer Hotel», per usare le parole di Muller, che punterà a intercettare la domanda sia di chi viaggia per lavoro, sia dei turisti anche lowcost. La ricetta prevede hotel pratici ed economici, assicura il manager, in zone centrali delle città. La filosofia è quella Ikea, che punta ad abbinare elementi di design moderni e funzionali a prezzi contenuti. Sarà eliminato «tutto ciò che è superfluo», come i ristoranti, mentre si punterà su pratiche snelle e veloci per check in e check out (la registrazione in entrata e in uscita), una buona colazione e internet veloce. Muller ha confermato «piani ambiziosi» del gruppo nel settore immobiliare anche per quanto riguarda la costruzione di alloggi per studenti. BRANDDA NOVE MILIARDI Nell'attesa del primo Ikea hotel, il gruppo ha messo per la prima volta nero su bianco il valore del marchio, tra i più conosciuti al mondo: nove miliardi di euro. La valutazione è stata fatta pochi giorni fa nell'ambito di un passaggio tra due società dello stesso colosso svedese, che ha comportato per la prima volta nella storia del gigante del mobile la necessità di iscrivere a bilancio il valore del brand (marchio). Ikea, che ha una complessa struttura societaria, pochi giorni fa ha annunciato che la sua Interogo Foundation, con base nel Liechtenstein, ha venduto ad inizio anno il marchio alla Inter Ikea Systems per nove miliardi di euro. Una transazione che ha come obiettivo «il consolidamento e la semplificazione della struttura del gruppo». Un gruppo non quotato in Borsa e fondato nel 1943 da Ingvar Kamprad, che all'età di 86 anni è ancora pienamente coinvolto della gestione e che viene indicato spesso in cima alle liste degli uomini più ricchi del mondo. TURISMO Gnudi:«Lefestivitànonsarannoaccorpate» Il governoha accantonato«per sempre» l'ipotesi di unaccorpamento delle festività.Lohadetto ilministro del Turismo,PieroGnudi, intervenendo ieri aRadio Anch'io. «Si tratta - haaggiunto -di untemache vaa toccaredelle sensibilitàmolto profondenel Paese. Il temaèchiusoperquesto governo». Sembra finire cosìunaquerelle (ciclica) basatasull'ipotesi che accorpando le feste(e riducendoeventualiponti annessi) sia dia impulsoalla produttività, allacompetitivitàe via dicendo.Basta dunque con il 25 aprile, con il Primo Maggio, con il2giugno: standoal dibattitoche si era (ri)acceso allametàdi lugliodovevano sparireper aumentare il Pil. Convintosostenitore dellaproposta erastato il sottosegretarioall'Economia, GianfrancoPolillocheanzi siera spinto aproporre di lavorareunasettimana in piùperusciredalla crisi.Neè seguita unapolemica furibondae il governocomeha annunciatoGnudi - ha definitivamenteaccantonato l'idea. Ilministro ieri è tornato suun'altra questioneche ha infiammato il dibattito:quellasulle concessioni balneari.È inarrivo, da quia unmese, undecreto legislativo chedovrebbe mettere la parola fine alla questione nel rispettodella direttivaBolkenstein. «Il turismobalnearerappresenta al momento il 30%del giro d'affari totale ecertamente -ha chiarito Gnudi - non vogliamopenalizzarlo, quindi sono certoche troveremoil giustomodo per garantire tuttigli interessati». Contro la crisi, che hasgonfiato i portafoglidegli italiani, edopoun Ferragostoche havisto tantissimi rimanersenea casa(secondo Assoedilizia rispettoa 5 anni fa le presenzenellecittàsarebbero aumentatidel50%), Gnudiha ricordato l'avvio imminentedel PianoStrategico e lesue46“azioni”,«molte conun impatto immediato sul settore», troppo a lungo trattatocomeuna Cenerentola. TRASPORTI Nelle ricette sarà indicata non la marca del farmaco, ma il suo principio attivo FOTO DI VIRGINIA FARNETI/ANSA La benzina sfiora 2 euro a litro Attesi rincari su beni e servizi Le Associazioni dei consumatori: stangata da 673 euro all'anno Coldiretti: l'effetto si sentirà su tutta la spesa MARCOVENTIMIGLIA MILANO . . . Investimento di 1 miliardo per cento alberghi che non saranno arredati con i mobili del marchio Ikea lancia gli hotel low cost Incassa integrazione idipendentiWindJet Dopo larottura con Alitaliache ha dichiaratochiusa la trattativaper la fusione,WindJet confidanella possibilitàdi trovare un nuovopartner che l'aiuti a rimettersi inpista. Un'attesacondivisadagli oltre cinquecentodipendenti a cui ieri è statocomunicato l'avvio dellacassa integrazionestraordinaria (che nel trasportoaereoprevede quattroannia cui se neaggiungono tredi mobilità). Tardivamente, si prende intanto atto cheè l'interosettore aereoareclamare «unamigliordifesa». Loha dichiarato il ministroper il TurismoPiero Gnudi confermando i timore espressi anche dal sindacato. Il segretario nazionale dellaFiltCgil Mauro Rossi, lancia l'allarme«per il50% delle aziendedel trasportoaereoarischio fallimento sostienetra settembreemarzo» Si trattadi«compagnie, handlers, catering egestorimanutenzioni». Per i sindacati la soluzione per WindJet è il commissariamento,«utileper farla ripartirequanto prima»-ha detto il segretarionazionaledellaUil Trasporti MarcoVeneziani, intervenuto aRadio anch'io -«anchese siamodisposti a prendere inesame altre soluzioni».Per Rossi, invece, è«sconcertante» che WindJet«rifiuti il commissariamento e affermidi farcelada sola». Perovviare in futuro alle disfunzioni, comenelcaso deldefault di WindJet, consumatorie tour operator sollecitanounfondo digaranzia. Per l'Adiconsum«può garantire i viaggiatori epuò esserealimentato con il costodi mezzatazzinadi caffè, valea dire 50centesimi», ha spiegato il segretariogeneraledell'associazione PietroGiordano, secondo il quale«il meccanismodi garanzia attualmente invigorenon funziona». Il fondopuò aiutareanche i touroperator«che, nellavicenda WindJet,hanno perso tra i 150e i 200milaeuro», ha riferito il presidentedell'Astoi NardoFilippetti. Dopomenodi 48ore dal fermo degli aereiWind Jet,«la situazioneètornata allanormalità»,ha affermato il presidentedell'Enac VitoRiggio, aggiungendo«che sul sitodell'Enace dellecompagnie aereesono pubblicati i voli sostitutiviper ipasseggeri. . . . Un salasso stimato in 560 milioni sui soli carburanti. Ma si teme l'effetto domino . . . I gestori degli impianti chiedono al governo di alleggerire la pressione fiscale venerdì 17 agosto 2012 5
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VALERIOROSA vlr.rosa@gmail.com WEEKENDLIBRI UNEXGIOCATOREDIPALLACANESTRO,MALATODITUBERCOLOSI,VAAMORIREINUNPAESINODIMONTAGNA.POTREBBECURARSI,MANONLOFARÀ. Ha deciso che non ne vale la pena, preferendo coltivare con ostinata indolenza quella «sonnolenta inettitudine per la fiducia che ebbe modo di scoprire alla prima fitta alla schiena e che aveva deciso di accettare totalmente». Non ha altro che questo, e non vuole condividerlo. È giunto, direbbe Giorgio Caproni, alla disperazione calma, senza sgomento. Divide le sue giornate tra un albergo e una casa in affitto. A volte si reca in un negozio, che è anche un ristorante e una stazione di posta, per bere qualcosa e ritirare le lettere di due donne. Incuriosito dalle sue mani, «lente, intimidite e goffe, con movimenti senza fiducia, affilate e non ancora scurite dal sole, quasi a voler chiedere scusa per il loro gestire disinteressato», il titolare del negozio comincia a interessarsi alla vita e al destino di quest'uomo. Nei brevi e sporadici contatti diretti, si sforza di intuire il suo stato d'animo dai movimenti impacciati e increduli, dall'abbigliamento quasi invariabile, dagli sguardi assenti e lontani, dalle poche parole che gli sente farfugliare: «Continuavo a vederlo entrare ogni mezzogiorno nel negozio, con il suo vestito grigio di città, il cappello calato sulla nuca, e farmi una breve, sorda finzione di saluto. E quando si appartava a bere la sua birra, con o senza lettere in tasca, io indugiavo a esaminargli gli occhi, a valutare la qualità e la potenza del rancore che si poteva scoprire nel loro fondo: un rancore addomesticato, avvezzo alla pazienza, definitivamente aggiunto. Voltava la testa per cancellarmi, guardava le stoppie e i sentieri della montagna, la bianchezza eccessiva delle casette sotto il sole a picco». Altrimenti ne sente parlare, come accade in quei luoghi minuscoli e lontani dalle traiettorie della storia, luoghi che intrappolano, limitano e rimpiccioliscono i loro abitanti, costretti a guardare la vita da fuori o, peggio, ad assistere alla vita degli altri anziché vivere la propria, dedicandosi a confezionare e a diffondere illazioni, sospetti, dicerie, a mettere insieme alla cieca dettagli su cui congetturare: «Venivano e chiacchieravano; e a poco a poco cominciai a vederlo, alto, contratto, con l'ossatura delle spalle sorprendentemente ampia, lento ma senza cautela, oscillante fra modalità particolari della timidezza e dell'orgoglio, mentre mangiava isolato nel salone dell'albergo, sempre vicino a una finestra, sempre con la testa rivolta verso l'indifferenza delle montagne e delle ore, sfuggendo alla propria condizione, ai volti e ai discorsi evocativi». Ma sono informazioni frammentarie, di terza mano, imprecise, storpiate dall'essere passate troppe volte di bocca in bocca: se ne ricavano immagini sfocate, ricostruzioni parziali e ipotetiche, approssimazioni progressive a una verità che non è mai completamente chiara. Un'indeterminatezza che avvolge ogni cosa: a differenza di poche figure marginali, nessuno dei personaggi principali de Gliaddii di Juan Carlos Onetti (meritoriamente ripubblicato da Sur nella traduzione di Danilo Puccini, pp. 131, €14) ha un nome. Lo identificano, piuttosto, il lavoro che svolge, il ruolo sociale che interpreta, le relazioni che intrattiene con gli altri, i dubbi che lo agitano, i suoi pensieri, come se tutto fosse subordinato e diretto ad una temporanea investigazione collettiva su azioni e omissioni dell'ex campione di basket, che al contrario continua a mostrarsi indifferente al suo destino. È «un enigma che finisce per sfuggirci sempre, che diventa più attraente, e altrettanto sfuggente, a ogni lettura», come sottolinea Antonio Muñoz Molina nella prefazione (tradotta, come il lungo saggio finale di Mario Benedetti, da Giulia Zavagna). E ad ogni lettura questa prosa elegante e mai scontata, che dipinge la vaghezza, il mistero e l'inquietudine con tocchi precisi e definitivi, senza il minimo cedimento di tensione, illumina un po' di più l'abisso che non teme di esplorare. FRESCHI DISTAMPA ILDIFETTOPRINCIPALEDICERTANARRATIVA FRANCESE - PARTENDO, A BEN VEDERE E GIOCANDO AL PARADOSSO, DALLA RECHERCHE DI PROUST - È QUELLO DELL'AUTOREFERENZIALITÀ. Molti scrittori francesi scrivono di se stessi e per se stessi, assumendo il ruolo di mediatori esistenziali più che di affabulatori o creatori di storie. Non fa eccezione Mathieu Lindon, figlio del mitico Jerome, fondatore delle Editions de Minuit, casa ospite di nomi come Beckett, Duras, Simon, Robbe-Grillet: romanzo smaccatamente autobiografico - quasi un diario dell'anima e dei peccati privati - questo Cosa vuol dire amare. Lindon parla di sé, della sua austera famiglia - della sottintesa fortuna, comunque, di esservi nato - dei sui amori etero ma soprattutto omosessuali, dei viaggi, delle droghe e della consapevolezza di voler essere uno scrittore al di là delle opportunità favorevoli offertegli dal padre editore. Parla anche di scrittori e di scrittura, Lindon: ed è proprio questo dettaglio a rendere interessante un libro di per sé a senso unico, racconto di un'esistenza borghese che cerca il modo migliore per dannarsi o per celebrarsi. Sì, perché gli scrittori e gli intellettuali con i quali Lindon entra in contatto si chiamano Roland Barthes, Samuel Beckett, Hervé Guibert, ma fanno capo tutti quanti a un unico, magico nome, quello del filosofo Michel Foucault. Potremmo dire che Cosa vuol dire amare è il romanzo sul Foucault più quotidiano, sull'uomo che ama, si perde, ospita, viaggia e poi muore nella più banale asetticità, come un poveraccio qualunque, in un anonimo letto d'ospedale. È proprio l'essenza umana dell'amore, quella che Lindon riesce a far emergere dalle pagine spesso cronachistiche del «suo» romanzo: suo, nel senso che gli appartiene come una confessione necessaria, e perché lui solo ha il diritto di rievocare l'uomo - il grandissimo intellettuale - che ha amato senza mai andarci a letto. Un padre dell'anima, Foucault nato nel 1926 mentre Lindon è del 1955 - un'ombra che rimane anche nel presente a delineare l'importanza del tempo, il valore dei giorni. In questa sua dinamica di confessione aperta, il romanzo assume una valenza quasi assoluta, perché mette a nudo la modesta umanità, le piccole meschinità, anche, di nomi maiuscoli visti come oracoli del nostro tempo. Il libro ha vinto il Prix Médicis nel 2011: non è un gran libro, ma una sofferta, necessaria testimonianza umana e d'amore, e per questo gli va riconosciuta un'importanza nobile, che offre con disincanto al pubblico il gioco segreto dei sentimenti. Stripbook www.marcopetrella.it GLIADDII JuanCarlos Onetti Traduzione diD.Puccini pagine 131 euro 14,00 Sur Il lungo addio del giocatore dibasket Lasceltadelprotagonistadinon curarsi la tubercolosiandandoa morire inunpaesinodicampagna diventa laparabola-specchioperchi locircondadiaffacciarsinell'abisso COSAVUOLDIRE AMARE MathieuLindon (Trad.di I. Mattazzi) pagine281,euro 15,Barbès Foucault tra lepagine diundiario privato SERGIOPENT s.pent@libero.it Paginescelte cherendono omaggioa un politicoveroche credeva inquello che facevae sperava inun mondo migliore. Langerè cadutosul campo, suicida il 3 luglio del 1995a 49 anni.Ci lascia ineredità un pensieropuro e idealista,distillato nelleparole chetornano inquesto instantbook,mai cosìattuali, che privilegia la concretezzadell'agire politico«dalbasso», evitando l'esibizionee le«parate» istituzionali. NONPER ILPOTERE Alexander Langer acura diF.Faloppa pagine 150 euro7,00 Chiarelettere Lochiama«pellegrinaggio agnosticotra lenuove religioni» il viaggioconcreto che l'autoreha fatto intornoafedi, religioni, credenzepiccole e grandiche affollano i nostri dintorni. Infilandosinei pannidegli arancionie degli scientologisti, passandoper questae quella fede.Metodo empirico incercadi quelche definisce«ricercaprivata diDio».Non privo di ironia e di sensocriticoche alla fine del tour gli fadire, appunto, l'eternità stanca.Meglio ilqui e l'ora. L'ETERNITÀ STANCA Errico Buonanno pagine 145 euro 12,00 Laterza Unviaggionei secoliper ricollegare i fili delpensiero che accomunagli eretici italianidel Cinquecentocon i social-riformisti dell'ItaliaprimoNovecento, i galileistidelSeicento egli igienisti dell'Ottocento.Adannodare queste relazioniestrose la ricostruzionestoricadi Panari e Motta, impegnatia leggere in controluce leaffinità elettiveche hannopermessoa minoranze illuminatediportare avanti battaglieper grandi riforme. ELOGIODELLE MINORANZE M.Panari, F.Motta pagine221 euro 16,00 Marsilio U: venerdì 17 agosto 2012 19
«Londra dovrebbe rispettare il riconoscimento di rifugiato concesso ad Assange dall'Ecuador e concedere un salvacondotto per permettergli di raggiungere Quito». A sostenerlo è Domenico Gallo, magistrato, tra i più autorevoli studiosi di diritto internazionale. Gran Bretagna contro Ecuador. Il Foreign Office avverte: non permetteremo che Assange torni ad essere un uomo libero,eLondraminacciadiattaccarel'ambasciataecuadoriana. «Sarebbe una cosa inaudita violare una rappresentanza diplomatica. D'altra parte, lo stesso “Diplomatic and Consular premises act” del 1987, dà il potere di revocare lo status di una rappresentanza diplomatica se lo Stato in questione “cessa di usare la sede per gli scopi della sua missione o attività consolare”, e soltanto qualora la revoca sia consentita sulla base del diritto internazionale. Nel caso di specie, l'articolo III comL'INTERVISTA Cita l'articolo 41 della Costituzione e la Convenzione di Ginevra. Chiama in causa la Convenzione per l'asilo diplomatico del 1954 e la Dichiarazione universale sui diritti dell'uomo. Ricardo Patino, ministro degli esteri dell'Ecuador, sa di essersi appena guadagnato una bella gatta da pelare, annunciando la concessione del diritto di asilo a Julian Assange. Cinquattotto giorni fa, il fondatore di Wikileaks, si era rifugiato nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra, dopo che la Corte Suprema britannica aveva respinto definitivamente il suo ricorso contro l'estradizione in Svezia, dove è stato denunciato per una doppia violenza sessuale - un'accusa che Assange ha sempre definito pretestuosa. Perché dalle aule di un Tribunale svedese, l'australiano che ha messo alla gogna la diplomazia internazionale e quella statunitense in particolare, teme di essere dirottato verso gli Stati Uniti. E lì, per lui, le cose non sarebbero facili. «Potrebbe essere vittima di una persecuzione politica, conseguenza delle sue posizioni per la libertà di stampa e in qualsiasi momento potrebbe trovarsi in una situazione pericolosa per la sua vita, la sua sicurezza e la sua integrità personale», spiega Patino. Assange gronda soddisfazione. «Oggi è stata una vittoria storica ma le nostre battaglie sono appena cominciate». Eh sì, perché Londra non ha mandato giù la decisione dell'Ecuador. Con una lettera ha ricordato a Quito che si riserva di «prendere le azioni necessarie per arrestare Julian Assange nell'ambasciata». Il Foreign Office si appella alla legge sulle sedi diplomatiche del 1987, che gli consentirebbe di sospendere lo status di extra-territorialità. Londra si augura «sinceramente di non dover arrivare a tal punto», «la situazione dovrà essere risolta qui, nel Regno Unito». Parole pesanti, che il ministro degli esteri William Hague poi smusserà, assicurando che non ci saranno blitz. Eppure non sfugge alle autorità ecuadoriane il senso del messaggio. Il ministro Patino accusa il Regno Unito di aver rivolto «un'aperta minaccia», «un esplicito ricatto». Londra intanto rafforza la presenza di forze di sicurezza intorno all'ambasciata - ieri ci sono stati anche incidenti con una cinquantina di sostenitori di Assange, tre gli arrestati. Il governo britannico non ha molto margine: l'irruzione creerebbe un precedente pericoloso, per tutti, anche per il Regno Unito. Londra è però determinata a completare l'iter di estradizione verso la Svezia e ha già messo in chiaro che non concederà alcun salvacondotto: Assange non potrà uscire dall'ambasciata ecuadoriana da uomo libero. La decisione di Quito non cambia le cose, l'estradizione si farà. «Rispetteremo i nostri obblighi». Ci sono tutti gli ingredienti per una crisi diplomatica tra Londra e Quito. Anche la Svezia reagisce con durezza, convocando l'ambasciatore dell'Ecuador. Non è piaciuto il richiamo del ministro Patino ai rischi che incomberebbero su Assange, tanto meno il passaggio in cui ha accennato a «indizi di rappresaglia» contro un «professionista della comunicazione che lotta per la libertà d'espressione» e che se dovesse finire negli Stati Uniti rischierebbe la vita. Stoccolma difende il proprio sistema giuridico, su Twitter il ministro degli esteri Carl Bildt ricorda che la Svezia «garantisce i diritti di tutti e di ciascuno». Secondo il governo di Quito, però, le autorità svedesi non sarebbero state in grado di garantire che Assange, una volta consegnato a Stoccolma, non fosse estradato poi verso paesi terzi. Nessuna garanzia nemmeno dal Regno Unito, tanto meno da Washington che ha liquidato la vicenda come «un caso bilaterale tra Ecuador e Gran Bretagna». «TRIBUNALI SPECIALI» Che non sia così lo testimonia la vicenda di Bradley Manning, il giovane militare accusato di essere la gola profonda che ha consegnato a Wikileaks le chiavi d'accesso ad una miniera di file riservati. Da anni in cella d'isolamento, sottoposto a condizioni di detenzione non dissimili da quelle sperimentate a Guantanamo, nel prossimo ottobre dovrà presentarsi davanti alla Corte marziale. Assange, teme il governo di Quito, non riceverebbe un trattamento migliore. «Se fosse estradato negli Usa, Assange non riceverebbe un processo equo e potrebbe essere giudicato da tribunali speciali o militari», dice il ministro Patino, paventando il rischio di una condanna alla pena capitale. L'Europa si tiene a distanza. L'Unione Europea non interverrà, assicura Catherine Ashton, che confida che «la situazione si risolva col dialogo e nel pieno rispetto del diritto internazionale». L'ex giudice spagnolo Garzon, che coordina la difesa di Assange, insiste per un salvacondotto. La stampa britannica ragiona sulle possibili vie d'uscita. Magari dentro una «valigia diplomatica», protetta dalla Convenzione di Vienna. Nell'84 un ex ministro nigeriano fu nascosto in una cassa destinata a Lagos, dove lo attendeva un processo. Il «pacco» venne intercettato: non era stato marcato correttamente. «Ma la Gran Bretagna Se c'è un Paese dove Julian Assange non vuole essere processato, questo sono gli Stati Uniti. E alle origini della decisione ecuadoregna di concedere l'asilo al fondatore di Wikileaks c'è proprio la convinzione che la Svezia lo spedirebbe come un pacco postale nelle grinfie del Dipartimento di Giustizia. Una tesi non del tutto campata per aria, sebbene Washington avrebbe più di una difficoltà legale a processare Assange e ha negato in diverse occasioni di volerlo far estradare. Qualche giorno fa l'ambasciatore Usa in Australia ha dichiarato: «Non capisco tutta questa attenzione. Non siamo interessati a farlo estradare, il procedimento aperto sul caso Wikileaks riguarda Bradley Manning». Una affermazione netta che contraddice in parte le azioni intraprese dal Dipartimento di Giustizia. L'accanimento di Londra e della Svezia nei confronti dell'uomo nascosto in una stanza senza finestre dell'ambasciata dell'Ecuador, pure contraddicono in parte le parole dell'ambasciatore. Ad esempio è la furia con la quale la giustizia Usa si è accanita contro Bradley Manning, il militare 24enne esperto di sicurezza che ha passato i file con migliaia di comunicazioni diplomatiche a Wikileaks e che, fino a quando una campagna internazionale non ne ha ottenuto il trasferimento, è stato tenuto in cella di isolamento. Manning è accusato di diffusione di informazioni relative alla sicurezza nazionale. In teoria c'è la pena di morte, anche se l'accusa ha escluso che la chiederà. Nei mesi in cui Manning è stato rinchiuso nella cella del carcere militare di Quantico si è spesso detto che le condizioni tanto dure della sua prigionia erano da mettere in relazione con la volontà di ottenere informazioni su Assange. Probabilmente all'amministrazione Obama non piace affatto che questa vicenda torni sulle prime pagine. Resta il fatto che il Dipartimento di Giustizia ha istituito un Gran Jury che ha il compito di stabilire se ci siano le basi legali per perseguire Assange per aver commesso un reato federale. A differenza di Manning, che è un militare, il fondatore di Wikileaks non è tenuto a rispettare il segreto di Stato. Da quando Richard Nixon perse la battaglia per impedire che documenti interni sul Vietnam venissero pubblicati dal New York Times la giurisprudenza in materia è piuttosto netta: il primo emendamento che tutela la libertà di espressione e informazione rende davvero molto difficile pensare che si possa essere processati per aver diffuso informazioni di cui era entrato in possesso. Eppure ai primi di luglio l'Fbi ha convocato a testimoniare alcune persone vicine a Manning, segno che il lavoro della commissione contro Assange è ancora in corso. Nel 2010 la reazione degli Usa alla diffusione dei documenti secretati fu furiosa: la senatrice democratica Feinstein chiese di perseguire Assange per spionaggio, mentre un commentatore di FoxNews consigliò di ammazzarlo come si faceva ai bei tempi della Guerra Fredda con le spie. La Casa Bianca reagì piuttosto male, mentre il Dipartimento di Stato sostenne che il danno alla politica estera era relativo. La verità è che l'eventuale estradizione negli Usa di Assange sarebbe cattiva pubblicità per l'immagine internazionale di Washington. La politica estera perseguita da Clinton è stata molto netta: più diritti umani, più trasparenza, più relazioni franche. È una presa di distanze dagli anni di Bush e dalla continua violazione del diritto internazionale che quell'amministrazione perseguì. Se Assange finisse in Svezia per le accuse di stupro per poi essere estradato negli Usa con l'accusa di spionaggio, sarebbe chiaro che Londra e Stoccolma agiscono per conto terzi. Non solo: in questi anni l'amministrazione Obama è stata dura contro i funzionari che hanno passato notizie alla stampa. Il numero di persone finite in carcere a causa di questa pratica è senza precedenti. Al contempo la stessa amministrazione ha favorito che alcune notizie filtrassero. Le notizie sul ruolo di Obama nell'autorizzare l'uso eccessivo di droni in Pakistan hanno avuto conseguenze. Non quelle, ottime per l'immagine del comandante in capo, con particolari sul ruolo dle presidente nell'operazione che ha portato alla morte di bin Laden. Un caso Assange riporterebbe l'attenzione sul tema e ricorderebbe anche che ci sono diversi orrori giuridici pensati da Bush che l'amministrazione in carica non ha cancellato non sarebbe buona propaganda nell'anno elettorale. Nemmeno un conflitto aperto con l'Ecuador di Correa, proprio mentre gli Usa cercano di tornare in America Latina in forma meno aggressiva che negli anni 70 e Obama corteggia il voto latino, non pagherebbe. E forse per questo il fondatore di Wikileaks può sperare di cavarsela. MONDO L'Ecuador concede l'asilo ad Assange e Londra non ci sta Il governo inglese: no al salvacondotto. Prima minacciato, poi escluso il blitz nell'ambasciata dove è rifugiato il fondatore di Wikileaks Quito: «Se estradato negli Usa rischia la vita» MARINAMASTROLUCA mmastroluca@unita.it . . . La Svezia aveva chiesto l'estradizione per una doppia denuncia di violenza sessuale . . . All'amministrazione Obama non piace che questa storia ritorni sulle prime pagine DomenicoGallo «Ilgovernodovrebbe concedereadAssange il salvacondottocomefece il regimePinochet conicileni rifugiati nell'ambasciata inglese» . . . La giustizia Usa si è accanita con furia contro Manning che ha ceduto i file compromettenti UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it Il capo di Wikileaks e la «ruggine» con l'America MARTINOMAZZONIS NEWYORK 6 venerdì 17 agosto 2012
Montepremi 1.627.583,22 5+stella Nessun6-Jackpot 8.535.933,94 4+stella 50.732,00 Nessun5+1 - 3+stella 2.320,00 Vinconoconpunti5 81.379,16 2+stella 100,00 Vinconoconpunti4 507,32 1+stella 10,00 Vinconoconpunti3 23,20 0+stella 5,00 Nazionale 59 25 4 81 37 Bari 29 65 15 3 6 Cagliari 56 1 77 57 5 Firenze 7 88 45 81 83 Genova 46 50 35 63 47 Milano 38 88 76 47 37 Napoli 15 73 35 90 17 Palermo 51 11 13 36 4 Roma 57 65 28 66 71 Torino 41 82 26 30 57 Venezia 46 31 21 10 15 LOTTO 10eLotto 1 7 11 15 29 31 35 38 41 4546 50 51 56 57 65 73 77 82 88 InumeridelSuperenalotto Jolly SuperStar 38 39 46 74 85 89 82 21 LO SCORSO ANNO LI SALVÒ LO SCIOPERO, QUEST'ANNOILCONTRATTOÈFIRMATOEILCAMPIONATOCOMINCERÀ COME PREVISTO. Ma a dieci giorni dall'inizio della serie A, sono ancora tanti, troppi i “mister x” dei presidenti di serie A. Venti club al via e balza subito all'occhio la completezza della Juve rispetto a tutte le altre. A una rosa già vincente, l'ad Marotta ha subito depredato l'Udinese di Isla e Asamoah. Manca l'esterno (Armero?) e un attaccante tra Llorente e Dzeko. In più, all'addio di Del Piero è seguito l'arrivo di Giovinco a riequilibrare le questioni di cuore. In difesa i bianconeri hanno piazzato il colpo Lucio a zero e con l'aggiunta di Bonucci e Barzagli, il reparto arretrato sembra a posto anche per la Champions. Dietro, le pretendenti più illustri (Milan e Inter) sembrano principesse senza dimora, e ai nastri di partenza la più accreditata anti-Juve sembra essere il Napoli. Il presunto smantellamento si è fermato alla cessione di Lavezzi, ma in attacco c'è sempre sostanza tra Pandev, Cavani e Insigne, che potrebbe diventare il giocatore in più di questa Serie A povera di talento. Se aggiungiamo Hamsik, i tre tenori diventano «i fantastici 4». Mazzarri avrà anche un Behrami in più a centrocampo, ma in difesa manca ancora un centrale titolare da affiancare a Cannavaro: l'ultimo nome è Uvini. Tutto da decifrare il mercato del Milan, dopo l'esodo dei vecchietti, Allegri si è visto recapitare Montolivo (l'erede in sedicesimo di Pirlo), e gli altri rinforzi sono da media squadra: Constant, Traoré, Zapata e Acerbi. Se qualcosa non cambia, la difesa del prossimo anno avrà le stesse lacune. Eppure si cerca il colpo davanti tra Matri, Kakà, Quagliarella e un complicato ritorno di Borriello. Anche se nessuno vale quanto Ibrahimovic e Thiago Silva. Ma se Atene piange, Sparta non ride. Tolto qualche senatore, l'Inter di Stramaccioni è lontana anni luce da quella del Triplete. Palacio, Silvestre e Mudingayi adombrano un alone di mistero sul centrocampo di Strama, che perciò chiede a Moratti uno sforzo in più per arrivare a uno tra Paulinho, Fernando e De Jong. Bene in difesa con gli arrivi di Handanovic tra i pali e Silvestre, ma in attacco tutto si reggerà ancora sulla vena intermittente di Sneijder e Milito. Sulla carta, le due milanesi vengono dopo il Napoli ma attenzione alla Roma, alla sua seconda rivoluzione culturale con l'approdo di Zdenek Zeman. Il ds Sabatini è riuscito a cedere 16 giocatori, compresi Juan e Heinze. Zeman avrà l'imbarazzo della scelta in attacco (partito Borini, arrivato Destro), ma in difesa manca ancora un centrale forte (Castan, Burdisso e...) e un terzino destro alla stregua di Balzaretti dall'altra parte. Tra le possibili sorprese, la solita Udinese dei miracoli e – tolto Di Natale - senza attaccanti (ma occhio a Muriel e “O Mago” Maicosuel), e la Fiorentina di Montella. Stravolta per otto undicesimi e con Jovetic sempre lì, la Viola ha cambiato pelo. A centrocampo, se oltre a Cuadrado, Pizarro e Aquilani, funzionerà anche Borja Valero, addio tristezza al Franchi. Incognite da scoprire Lazio e Palermo, i biancocelesti sono quelli dello scorso anno con Ederson e Zarate in più, ma con un Reja in meno: come assorbirà la prima stagione italiana Petkovic? Se il tecnico fa la differenza, con Sannino aumentano invece le quotazioni dei rosanero. Per il resto pochi ritocchi, la struttura è quella dello scorso anno, con Zamparini che sta cercando l'alternativa più giovane a Balzaretti. A destra della classifica, potrebbe essere un campionato senza grosse spaccature, e squadre come Parma (Amauri e Parolo), Torino (se terrà Ogbonna) e l'Atalanta dell'azzurro Gabbiadini, nutrono già speranze di emergere presto dalla zona calda. Subito dietro il Catania di Maran, con l'incognita della Samp di Ferrara la cui leggerezza in attacco (bene Maxi Lopez ma poi?) rischia di pesare. Chi preoccupa di più è il Siena: perso Destro, Cosmi davanti avrà solo Calaiò e Bogdani. Con Pescara, Bologna, Chievo e Cagliari, anche i toscani sono a caccia della punta. SPORT Dietro la Juve ChepoveraA Unasettimanaalvia: solo il Napoli sembra all'altezza Elkann contro Zeman:«Non vinceniente» MASSIMODEMARZI tomassimo@virgilio.it GIOVEDÌ 16 AGOSTO LasquadradiMazzarripiù completadi IntereMilan, e l'entusiasmopuòfare la differenza.Bianconeri semprepiùforti.E laRoma... SIMONEDISTEFANO sidistef@gmail.com Unafasedella tesissimaJuventus-Napoli di Supercoppa,disputataa Pechino,eantipasto delcampionato. FOTO DI ADRIAN BRADSHAW/ANSA «HA VINTO PIÙ CARRERA IN UNA PARTITA CHELUIINUNALUNGACARRIERA». A margine della tradizionale festa in famiglia di Villar Perosa, con la sfida tra Juve A e Juve B, il presidente della Fiat John Elkann ha pesantemente ironizzato su Zeman, che aveva attaccato Conte per la squalifica legata alla vicenda scommesse. La Juve, invece, scherza decisamente meno quando si parla di mercato perché, sfumato Robin Van Persie (passato dall'Arsenal al Manchester United per 23 milioni di sterline), l'obiettivo numero uno, lo spagnolo Fernando Llorente, potrebbe finire proprio all'Arsenal, grazie ai soldi della cessione di Van Persie, anche se Wenger ha smentito. Intanto per il Milan potrebbe riaprirsi la strada che porta a Kakà: ieri il croato Modric è partito per Madrid per sostenere le visite mediche, poi diventerà ufficiale il passaggio al Real (38 milioni di euro al Tottenham). A quel punto Kakà diventerebbe una terza scelta per Mourinho e allora si tornerebbe a parlare di un suo ritorno in rossonero, anche se la sensazione è che qui saranno decisive le ultime 48 ore di mercato. Per questo non è da escludere anche un altro ritorno, quello di Marco Borriello, anche se il centravanti oggi alla Roma gradirebbe l'ipotesi Genoa più di un nuovo approdo a Milanello, dove rischierebbe ancora di partire dalla panchina. Restando in tema di prime punte, sta prendendo quota l'ipotesi di un passaggio di Giampaolo Pazzini al Napoli, possibile lo scambio che potrebbe portare all'Inter il centrocampista Gargano. Intanto, sia i nerazzurri che i partenopei (molto vicini al difensore brasiliano Uvini del San Paolo) seguono il portoghese Alvaro Pereira, anche se non sembrano disposti a sborsare i 12 milioni richiesti dal Porto. U: 22 venerdì 17 agosto 2012
JULIA HILL AVEVA RAGIONE. LA «RAGAZZA SULL'ALBERO» SI ERA ARRAMPICATA SU UNA SEQUOIA CALIFORNIANA NEL 1997 PER IMPEDIRNE L'ABBATTIMENTO:LAFORESTAMILLENARIAERACONDANNATADALLA SOCIETÀ CHE AVEVA COMPRATO IL DIRITTO DI SFRUTTAREILLEGNO.Per due anni è rimasta lì, su una piattaforma a 60 metri, sfidando gli elicotteri e gli agenti di sicurezza della Pacific Lunber che tentarono di spaventarla e di affamarla. Strinse i denti Julia, la ragazza farfalla. E salvò la sua foresta. La difesa delle foreste primarie, oggi, non è meno difficile. Lo dimostrano le faticose trattative internazionali sul cambiamento climatico. È vero, migliorano e si affinano gli strumenti di conoscenza. Ma gli strateghi del profitto dalle mani sporche, i cowboy del carbonio, trovano inedite strategie. Un team guidato dalla Nasa - scrive il sito Salvaleforeste.it - ha iniziato a produrre mappe sull' altezza delle foreste del pianeta, così da «stimare la biomassa che custodiscono e quindi la quantità di carbonio che emettono - dice Marc Simard del Jet Propulsion Laboratory della Nasa, insieme a cui lavorano il Wood Hole Research Center e l'Università del Maryland -. La nostra mappa può essere utilizzata per migliorare il monitoraggio globale del carbonio». La mappa in 3d, raccolta di dati da diversi satelliti, è visitabile su http://lidarradar.jpl.nasa.gov. A volte, tra i protagonisti del monitoraggio delle foreste, anche i popoli che le abitano, grazie ad alcune app in avanzata sperimentazione. Se ne parla, non senza alcune doverose perplessità, su http://news.mongabay.com: in Asia, in Brasile, Guyana, e Camerun ci sono già indigeni capaci di inviare dati con smartphone, ed è in corso un progetto perché siano loro stessi ad addestrarne altri nelle loro comunità. Solo una moda tecnologica? Forse un modo per non essere solo recettori e trasmettitori di dati, ma anche controllori e gestori del proprio territorio. Gli scienziati della Wood Hole Research Center, insieme all'università di Boston e del Maryland, stanno lavorando a un'altra mappa (http://www.whrc.org/mapping/pantropical/carbonmap2000.html). Che ai dati satellitari aggiunge una miriade di verifiche sul campo per segnalare la quantità di carbonio trattenuta da foreste, boscaglie e savane tropicali. Un dato quantitativo che è risultato più alto del 21% di quanto prima stimato. Perché questa seconda mappa? Perché fotografa ad alta risoluzione la «densità delle biomasse nelle foreste tropicali del mondo - dice il ricercatore Richard A. Houghton - e perché fa una nuova stima delle emissioni di carbonio dovute al cambiamento di uso del terreno nella fascia tropicale». Un dato quantitativo che misura con buona approssimazione i danni concreti della deforestazione. E che dovrebbe avere effetti anche sulla tormentata questione dei Redd+, il programma che dovrebbe ridurre la deforestazione «compensando» i paesi tropicali che garantiscano la protezione alle loro foreste. Ottima cosa, in teoria: in pratica spesso un lasciapassare per i paese ricchi che vogliono continuare a inquinare. Funziona così: i paesi inquinatori vogliono continuare a gestire le proprie fonti in inquinamento, che siano centrali a carbone o acciaierie pesanti. Dunque hanno bisogno di acquistare le compensazioni, e trovano sulla loro strada i «cowboy del carbonio», imprenditori senza scrupoli che acquistano a un decimo del loro valore i diritti sulle foreste. Una truffa per i popoli indigeni e una inedita finanziarizzazione delle emissioni di carbonio. Molto non funziona nel meccanismo delle compensazioni, lo denuncia la ong Redd Monitor, www.redd-monitor.org. Il vecchio protocollo di Kyoto consentiva di comprare crediti in cambio della piantumazione di nuove foreste. Ed ecco i cowboy del carbonio sbarcare in Ecuador: dateci il terreno, noi vi daremo semi e pianticelle per piantumare un bosco per 99 anni, e il legno sarà vostro. I piccoli contadini firmano i contratti e si ritrovano con piante inadatte al clima, obbligati a ripiantarle e a sostenerle per cento anni mentre gli affaristi scompaiono con i loro profitti. Per gli agricoltori locali, una rovina. Ancora. L'irlandese Celestial Green Ventures aveva progettato di acquistare i diritti su 15.5 milioni di ettari amazzonici nello stato di Rondonia da una comunità di indiani Munduruku, ricavandone 32 miliardi in 30 anni. Agli indiani, a cui resta il compito di manutenere la foresta, appena 120 milioni. Il Brasile, qualche giorno fa, ha bloccato il contratto. Ma cosa succederà nel resto dell'Amazzonia, in Indonesia, in Vietnam, in Papua Nuova Guinea? Tesoro di biodiversità, la sopravvivenza delle foreste primarie dovrebbe diventare priorità per le grandi organizzazioni internazionali, la Fao, l'Onu, la Banca mondiale. Dovrebbe, e le nuove tecnologie aiutano. Ma a dare una spallata al mutamento del clima e alla sopraffazione dei popoli indigeni non saranno che la coscienza diffusa e le mobilitazioni individuali e di massa, locali e internazionali. Natura contro profitto, linfa verde contro dollari: perché, sostiene la farfalla guerriera sull'albero, la tenace Julia «Butterfly» Hill, «ognuno può fare la differenza». E non solo nella foresta. MUSICA : Torna l'«Apollo»diBrianEno,musica lunareconassenzadigravità PAG. 18 LIBRI : Onetti, il lungoaddiodelgiocatoredibasketeFoucault inundiario privato PAG. 19 ARTE : UnaretrospettivaaRomaomaggiaClaudioCintoli PAG. 20 U: ECOLOGIA Tutte le foreste delmondo UncensimentodellaNasa sulverdedasalvare Unasequoia millenaria (altaquasi 100metri) chevivenelSequoia NationalForest inCalifornia Unmonitoraggiopercalcolare labiomassaeprovareafare unastimadeidannidiunapossibiledeforestazione.Ma icowboydelcarboniospeculanotruffandoipopoli indigeni ELLABAFFONI ellabi2002@yahoo.it venerdì 17 agosto 2012 17
ILCOMMENTO MASSIMOD'ANTONI Mario Monti da settimane ha messo in allerta i suoi ministri. Per il primo Consiglio, già fissato per venerdì 24 agosto, il premier vuole dare un altro segnale forte ai mercati. Le linee di azione sono tre: piano antidebito, crescita e tagli della spending review. Partendo dall'ultimo e più cogente obiettivo, la situazione è però assai intricata. L'approvazione definitiva della «revisione di spesa» prevede che i tagli ai ministeri vengano decisi e attuati dall'autunno in poi. Monti già negli ultimi Consigli dei ministri ha rimbrottato più di un collega per non aver fatto diligentemente i compiti a casa e presentato i dossier richiesti. Ieri lo stesso Monti ha ribadito: «Molti dei maggiori risparmi non sono stati quantificati e dunque i benefici si vedranno a consuntivo. Intanto Bondi sta facendo un nuovo approfondimento sulla spending review per vedere se sono possibili ulteriori misure di risparmio della spesa pubblica». L'ipotesi è di ulteriori 10 miliardi: serviranno per evitare l'aumento dell'Iva dal giugno 2013 e finanziare la crescita. PRESSIONIERESISTENZE Il problema sta però proprio nelle giustificate resistenze dei ministri. Resistenze che Monti e Bondi hanno già saggiato nel difficile cammino della Spending review. L'iter parlamentare ha registrato modifiche importanti figlie dell'impegno dei partiti (Pd in testa) ma soprattutto impegni presi con le controparti interessate: enti locali in primis. Renato Balduzzi ha speso solenni promesse nei confronti delle Regioni sui già fortissimi tagli alla sanità e non può certo rimangiarsi la parola data. Accanto a lui c'è Francesco Profumo che sui fondi a scuola e università ha fatto le barricate fin dal primo Consiglio dei ministri in cui fu varato il provvedimento. Non malleabile neanche la posizione di Anna Maria Cancellieri che ha ribadito la sua volontà di non toccare il capitolo sicurezza che compete al suo dicastero. Infine c'è Corrado Passera, il ministro che lega il suo nome allo sviluppo. Già scottato dai pochi fondi con cui è stato finanziato il decreto Crescita, si aspetta ora nuovi fondi e non ha alcuna intenzione di tagliare. Anche la lettera di tre giorni fa di Napolitano in cui, proprio rispetto alla Spending review, si chiedevano tagli «socialmente sostenibili» e attenzione per il settore della ricerca vanno in questa direzione. La seconda linea d'intervento, la crescita, è dunque legata a doppia mandata con il successo e l'estensione dei tagli della spending review. Solo tagliando la spesa sociale in maniera superiore a quella prevista (5,6 miliardi per il 2012), si potranno investire risorse per la crescita. L'ultima linea di intervento è quella della riduzione del debito. Il ministro dell'Economia Vittorio Grilli ha recentemente sostenuto che il piano, che prevede la IMPORTANTI EDITORIALIECOMMENTIHANNO AVALLATONEI GIORNISCORSILA TESIdi una svolta nella linea di politica economica del Pd. Secondo questa interpretazione, il segretario e alcuni tra i massimi dirigenti del partito, espressione di una linea spesso considerata troppo sbilanciata a sinistra, avrebbero finalmente sposato una posizione più responsabile. Questa consisterebbe in un sostegno deciso all'euro e al progetto europeo di unione politica e federale. Ecco quindi il plauso alla “conversione” del responsabile economico del partito, Stefano Fassina, la cui posizione, recentemente illustrata in una lunga intervista al Foglio, Eugenio Scalfari descrive addirittura come un misto tra il programma della Merkel e quello di Monti. L'euroscettico Willsch chiede per Berlino il diritto di veto Seduta positiva per le Borse, spread stabile Il decalogo di Fassina che agita i «rigoristi» L'intervista rilasciata la settimana scorsa al Foglioda Stefano Fassina ha suscitato molte polemiche, anche se non sempre esplicite. Nell'intervista, il responsabile Economia del Pd proponeva un decalogo sulle misure da prendere per uscire dalla crisi. Da eurobond e project bond all'unione fiscale e bancaria, dalla riduzione del carico fiscale su impresa e lavoro finanziata da una patrimoniale ordinaria progressiva sopra una soglia di 1,2 milioni di euro a un intervento sulle pensioni per risolvere il problema degli esodati e inserire maggiori spazi di flessibilità nel meccanismo della riforma. A suscitare le polemiche, però, sembra essere stata piuttosto una considerazione preliminare. «Prendete - diceva Fassina - i dati del Fondo monetario dal 2008 a oggi, osservate il debito pubblico di tutti i paesi che stanno seguendo i programmi di austerità imposti dalle tecnocrazie europee e vi accorgerete che non c'è un solo paese che segue questi programmi che può vantarsi di aver ridotto il debito pubblico e di aver fatto rifiorire il prodotto interno lordo, e le previsioni per il 2013 sono di ulteriore peggioramento». Un «disastro» che Fassina imputa tanto ai «grandi sostenitori dell'agenda Merkel» quanto a «tutti gli autorevoli commentatori e politici che per esempio un anno fa, di fronte al primo “memorandum” della Banca centrale europea, non hanno capito che le politiche recessive oltre che far sprofondare le economie del nostro paese rischiano di far esplodere l'euro». Ecco perché, concludeva Fassina, per salvare l'euro «bisogna cambiare rotta rispetto all'agenda Merkel, con la sua spirale di austerità autodistruttiva, e costruire insieme alle forze progressiste europee un'agenda per lo sviluppo sostenibile. È questa l'unica chance che abbiamo di salvare la nostra moneta unica e la qualità delle nostre democrazie: cambiare governo; e il discorso naturalmente vale sia a livello europeo sia a livello italiano». Una conclusione che non è piaciuta ai più convinti sostenitori di Monti (tra cui molti dei commentatori cui Fassina alludeva). Tra gli esponenti del Pd, Francesco Boccia ha replicato subito sul Foglio condannando il «keynesismo coi soldi degli altri» propugnato da Fassina, seguito, sullo stesso giornale, da Enrico Morando e Umberto Ranieri. «Come ha notato Eugenio Scalfari - scrivevano in un articolo a doppia firma - le stesse evidenti contraddizioni in cui cadono quanti nel Pd sostengono un diverso indirizzo, costituiscono la più convincente conferma che quello percorso da Monti sia il sentiero lungo il quale procedere». Ed ecco, infatti, come Eugenio Scalfari commentava l'intervista di Fassina nel suo editoriale domenicale su Repubblica: «Per quanto riguarda l'Europa il programma è esattamente quello della Merkel, salvo che lei vorrebbe esserne la promotrice e non Bersani. Per l'Italia è, grosso modo, il programma di Monti rinverdito con una forte dose di sensibilità sociale. (...) Aggiungo: personalmente constato che Fassina ha adottato, direi riga per riga, le esortazioni e i suggerimenti più volte da me indicati in questi mesi. La cosa, dopo molte critiche rivoltemi dallo stesso Fassina, mi rallegra all'insegna del motto “meglio tardi che mai”. Una sola osservazione: non credo che l'esponente del Pd possegga una sua bacchetta magica. E pertanto: lo Stato europeo da lui (e dalla Merkel) propugnato lo avremo tra cinque o dieci anni; l'unione bancaria tra un paio d'anni; la riforma dell'amministrazione italiana richiederà a dir poco una generazione. Nel frattempo e cioè nell'immediato che cosa farà il governo Bersani? Chiamerà Monti per proseguire tenendo conto del decalogo di Fassina? Casini ne sarà felice e anche noi». Sulla stessa linea, infine, anche Michele Salvati, che sul Corriere della Sera invoca un «doppio scatto di leadership», in Italia e in Europa, ma osserva che se Merkel non fa la sua parte, «possiamo sognarci che le correzioni che Fassina propone all'agenda Monti nella seconda parte del suo decalogo facciano la benché minima differenza sui valori ai quali i mercati prestano attenzione, il debito e la crescita». Per concludere che Monti è il leader italiano «nelle migliori condizioni per promuovere in Europa questo passaggio delicatissimo». Se accadesse in Italia, con esponenti autorevoli della maggioranza di governo che sparano ad alzo zero contro la Banca centrale europea mentre il loro premier fa spallucce, lo definiremmo un teatrino grottesco. Ma dato che la cosa accade in Germania, i commenti sono meno caustici anche se è evidente il disorientamento provato ieri in molti luoghi decisionali del Vecchio continente di fronte alle parole del parlamentare della Csu, Klaus-Peter Willsch. Costui, reputato uno dei falchi più intransigenti nella coalizione che sostiene Angela Merkel, si è scagliato con inusitata violenza verbale contro Mario Draghi, accusato di aver compiuto una sorta di colpo di Stato all'interno della Bce per finanziare le nazioni più in difficoltà a causa della crisi dei debiti sovrani. Parole durissime che la Cancelliera ha subito cercato di mitigare dal Canada, dove è in visita ufficiale, affermando che Eurotower «è completamente in linea con la Germania». Parole che comunque non hanno pesato sull'andamento dei mercati, con le Borse europee positive e lo spread stabile, così come non ha influito l'ennesimo ritorno di fiamma della questione greca, con il governo guidato da Antonis Samaras ormai pronto a chiedere più tempo per attuare le misure di austerità. EUROTOWERNEL MIRINO In un'intervista rilasciata all'edizione online del quotidiano economico “Handelsblatt”, l'euroscettico Willsch ha chiesto una riforma della Bce che consenta a Berlino di esercitare il diritto di veto: «Serve un ribilanciamento dei diritti di voto nei corpi decisionali della Banca centrale - ha affermato - in proporzione alle responsabilità che si prendono i paesi; come creditore principale, la Germania deve avere il diritto di veto su tutte le questioni». Poi, l'attacco a Draghi che secondo il politico conservatore sta facendo deragliare Francoforte dal suo mandato, in quanto intervenire sul mercato secondario per acquistare bond equivarrebbe a un sostegno diretto ai governi, il che è proibito dallo statuto dell'Eurotower. «Sotto Draghi la Bce si sta trasformando in un finanziatore di Stati e in una “bad bank” in barba alla legge costituzionale europea». Parole isolate? Non più di tanto, se è vero che sulla stessa linea si è schierato Franch Schaeffler, esponente dei liberali della Fdp, partito che aderisce alla coalizione di maggioranza guidata da Cdu-Csu: «Che Cipro e Malta - ha sottolineato - abbiano gli stessi diritti di voto della Germania è un grave errore». Ma ieri le critiche a Draghi sono arrivate anche dalla sinistra tedesca. Il portavoce della Spd per la politica economica, Carsten Schneider, ha dichiarato che a causa della crisi in corso la Germania si trova a dover garantire per un ammontare di mille miliardi di euro, «due terzi dei quali vanno messi sul conto della Bce, che prende le sue decisioni in maniera assolutamente non trasparente e non democratica». Le turbolenze tedesche, come detto, non hanno guastato l'atmosfera finanziaria, peraltro particolarmente rarefatta come consuetudine delle sedute di metà agosto. Dopo una giornata in progressivo rialzo Piazza Affari ha chiuso con un buon rialzo, +1,86% a 14.930 punti, beneficiando anche della pubblicazione di alcuni dati macroeconomici americani, non eccezionali ma considerati migliori del previsto. Insieme a Madrid (addirittura +4,05%), il listino milanese è stato quello che ha progredito di più, mentre a Francoforte e Parigi si sono registrati rialzi ben più contenuti, rispettivamente dello 0,71% e dello 0,91%. Praticamente invariata Londra con il suo +0,03%. Quanto allo spread, si è rivelato anch'esso impermeabile alle polemiche di giornata. In particolare, il differenziale fra il nostro Btp decennale e l'omologo Bund tedesco ha chiuso su quota 424 punti contro i 422 dell'avvio. Più decisa la riduzione dello spread dei Bonos spagnoli che sono scesi, per la prima volta dallo scorso 4 luglio (quando la Bce aveva annunciato nuove misure), sotto la soglia dei 500 punti a quota 495. Il premier vuol dare un segnale forte ai mercati e all'Ue con il Consiglio dei ministri del 24 agosto Ma sui tagli molti titolari dei dicasteri sono ancora indietro con i loro «compiti a casa» L'ITALIAELACRISI Monti prepara il piano MASSIMOFRANCHI ROMA Il premier Mario Monti con la famiglia in vacanza a Silvaplana, nel Canton Ticino FOTO DI ROBERTO RITONDALE/ANSA In Germania i falchi contro Draghi Merkel li smentisce MARCOVENTIMIGLIA MILANO 2 venerdì 17 agosto 2012
MICHELEPROSPERO Nel trentesimo anniversario dell'omicidio di Pio La Torre e Rosario Di Salvo, un fumetto ne racconta la storia con passione ed impegno civile. Oggi con l'Unità troverete le prime sette tavole di Nico Blunda e Giuseppe Lo Bocchiaro. APAG. 10-11 Censimentoverde dellaNasa Baffonipag. 17 La polizia spara e uccide nella miniera di platino a Mirkana: 18 morti Lavoratori in agitazione da due settimane APAG.7 L'omaggio all'arte diCintoli Barillipag.20 U: Una destra molto malandata perrisollevarsi dalla polvere intende riproporre il suo eterno gioco deviante che mescola populismo e leaderismo. Da una parte tocca a Maroni scaldare gli umori del populismo più sfrenato con la proposta di un referendum sull'euro che taglia la testa alla complessità dei problemi e, in prossimità del baratro, riduce il confronto a opzioni lugubri sulla migliore morte da augurarsi. Dall'altra riappare il Berlusconi di sempre che si incarica di ridestare le ormai spente emozioni riposte sul carisma e ha già prenotato la nave crociera per sperimentare la gestazione di nuovi rapimenti misticheggianti SEGUE A PAG. 12 La marcia di Pio La Torre LAPOLEMICA GIUSEPPE CACCIATORE Sudafrica, sangue in miniera Ritorna l'«Apollo» diEno Montecchipag. 18 Gli ultimi fuochi del populismo L'INTERVISTA Bindi: «Basta scure, il Paese è allo stremo» I Paesi Ue non hanno imparato dall'Argentina Per questo applicano una serie di politiche che peggiorano rapidamente la situazione JosephStiglitz PremioNobelEconomia ILCOMMENTO ANTONIOINGROIA L'INTERVENTO MARCOFOLLINI La sfida dell'Emilia al terremoto Assange: guerra diplomatica Londra-Ecuador Il complesso e articolato ragionamento svolto da Michele Ciliberto (l'Unità del 15 agosto) sugli aspetti teorici, storici e politico-sociali che caratterizzano oggi il delicato nesso tra democrazia e opinione pubblica, merita di essere meditato e discusso. E lo merita non solo perché esso costituisce il nerbo di ogni democrazia degna di questo nome, ma anche per un altro importante motivo. SEGUE APAG. 15 Se prevalgono le urla I ministri resistono ai tagli Il premier prepara il piano anti-debito e conta di lanciare segnali già nel cdm del 24 agosto Smentite le voci di riduzione dell'Irpef In agenda una nuova spending review e misure per la crescita: ma molti titolari di dicastero rifiutano nuove sforbiciate FRANCHI APAG.2-3 «Il Pd è leale ma Monti non ne approfitti: diciamo no a nuove manovre» Staino A tre mesi dal sisma ancora 4300 persone nelle tendopoli in Emilia. Resta incerta la regolare riapertura delle scuole.Cancellieri oggi a Bologna per presentare il gruppo contro le infiltrazioni mafiose. E proprio ieri una nuova scossa ha fatto tremare ancora le zone già colpite. Intervista a Luigi Mai, presidente Cna Modena: «Da soli non possiamo farcela, qualcuno resterà a terra». GENTILE APAG. 9 La chiusura degli stabilimenti Ilva per effetto di un sequestro disposto dalla magistratura ripropone, dietro le apparenze di una vicenda dai contorni certamente drammatici, gli schemi della questione irrisolta dei rapporti tra politica e magistratura. SEGUE APAG. 15 Ilva, la politica genera conflitti Un partito di centro che guarda a sinistra. La definizione che De Gasperi dette della Dc potrebbe essere un'epigrafe da scolpire sotto il monumento alla (Prima) Repubblica. O un riassunto dei motivi che hanno indotto una parte significativa dei democristiani ad aderire al Pd. SEGUE APAG. 15 Il Pd e l'eredità di De Gasperi Contro il tempo e contro il caldo per riprendere le attività Tre mesi dopo ancora scosse Oggi la visita della ministra Cancellieri ILREPORTAGE MASTROLUCA, DEGIOVANNANGELI APAG. 6 Aumenti record: il pieno diventa un lusso I medici dovranno indicare nelle ricette solo il principio attivo PAVESE,VESPOAPAG. 4-5 CONSUMI Benzina verso i due euro Farmaci: via ai generici «Scuola, università, sanità ed enti pubblici non sono in grado di sopportare altre amputazioni». È il messaggio che Rosy Bindi lancia al governo a proposito di una nuova spending review che, questa volta, «dovrà essere una vera revisione di spesa e non un insieme di tagli lineari» ZEGARELLIA PAG.3 1,20 Anno 89 n.226Venerdì 17 Agosto 2012
Ugo Sposetti, le compagne e i compagni della Direzione Nazionale dei Democratici di Sinistra piangono la scomparsa del caro amico e compagno GIANFRANCO ANTONINI un uomo buono, un amico affettuoso, ha speso la sua vita lavorando in modo encomiabile per il Partito. Le sue opere di tipografia resteranno nella memoria di tutti noi per la perfezione e la cura che Gianfranco ha sempre messo nel realizzarle. Non ha mai pronunciato la frase "non si può ", alle richieste più difficili e complicate, spesso fatte con un margine di tempo strettissimo, faceva uno sguardo obliquo, non ascoltava più, aveva già capito cosa fare, aveva già tutto in testa, paziente e perfetto. Ci lascia un uomo dolcissimo, mancherà a tutti noi. I dipendenti della direzione del Partito Democratico si uniscono alla famiglia di GIANFRANCO ANTONINI nel dolore per la sua scomparsa e lo ricordano fraternamente. La tua dedizione al partito e stata di esempio per tanti. Ciao GIANFRANCO Carlo Sargentoni Il 14 agosto, nel tardo pomeriggio, nelle sua casa, all'età di 88 anni è morto SPARTACO FERRI partecipò alla Resistenza, fu uno stimato tecnico nell'edilizia, per tutti sempre una persona per bene. Marco Ferri, Martina Ferri, Elettra Ferri, Alessandra Loffredi. Filippo Cucè. A PIETRO MOLLO Con amore immutato Franca Jean Baptista e Ariel 16 Luglio 2012 GIANFRANCO TOSI Nel dolore della sua mancanza Cristina e Niccolò lo ricordano con amore ad un mese dalla scomparsa Roma, 16 Agosto 2012 Si intensificano le diserzioni dal regime di Bashar al Assad. Anche un cugino del vicepresidente Farouk al Shara è scappato invitando l'esercito a unirsi ai ribelli. Ne ha dato notizia alArabiya, correggendosi dopo aver attribuito il gesto al vicepresidente siriano stesso. E mentre il vertice del regime perde pezzi all'interno, si acuisce ulteriormente il suo isolamento internazionale, anche tra i Paesi vicini. Ieri infatti i paesi musulmani, riuniti in un vertice straordinario alla Mecca, in Arabia Saudita, hanno sospeso la Siria dall'organizzazione per la cooperazione islamica (Oci). I Paesi membri dell'Oci hanno concordato sulla «necessità di fermare immediatamente gli atti di violenza in Siria e di sospendere questo Paese» dall'organizzazione. Parlando in conferenza stampa, il segretario generale dell'Oci, Ekmeleddin Ihsanoglu, ha detto che questa decisione rappresenta «un messaggio forte rivolto dal mondo musulmano al regime siriano». «Questo mondo - ha affermato - non può più accettare un regime che massacra il suo popolo utilizzando aerei, carri armati e artiglieria pesante». «Questo è anche un messaggio indirizzato alla comunità internazionale, che indica che il mondo musulmano è a favore di una soluzione pacifica in Siria, che vuole la fine dello spargimento di sangue e che rifiuta una degenerazione del problema in un conflitto confessionale», ha proseguito il segretario generale dell'Oci. CRONACADI GUERRA Secondo una fonte diplomatica occidentale citata dai media arabi, il fratello del presidente siriano Maher - il capo della temuta 4/a Divisione corazzata, composta da militari di élite quasi tutti alawiti -sarebbe in fin di vita dopo essere stato gravemente ferito nell'attentato del 18 luglio scorso a Damasco.E mentre si continua a combattere ad Aleppo - dove sono 18 i morti - e a Damasco, l'Onu ha lanciato l'allarme emergenza umanitaria. Secondo il Palazzo di vetro, sono infatti circa 2,5 milioni le persone colpite dall'emergenza umanitaria, un numero più che raddoppiato negli ultimi quattro mesi: a tracciare il tragico bilancio della situazione nel Paese mediorientale è il vice segretario generale dell'Onu per gli affari umanitari Valerie Amos. «Le Nazioni Unite stanno raggiungendo sempre più persone per fornire gli aiuti di emergenza, ma non è abbastanza», ha detto Amos da Damasco, sottolineando che la situazione è peggiorata molto dalla sua ultima visita nel marzo scorso. Mercoledì i morti sono stati 172, molti dei quali provocati dal bombardamento aereo effettuato dall'aeronautica siriana contro la località di Azaz, situata nei pressi di Aleppo. Secondo l'Ong con sede in Gran Bretagna, dall'inizio della repressione, nel marzo 2011, sono morte oltre 23.000 persone. Una scia di sangue che si allunga di giorno in giorno. È di 158 morti il bilancio del conflitto ieri in Siria, secondo la stima dei comitati di coordinamento locale anti-regime, che denunciano una nuova strage ad opera del regime in un sobborgo di Damasco. I cadaveri non identificati di 60 persone sono stati trovati in una discarica di Qatana», un sobborgo di Damasco. Gli attivisti accusano il regime della nuova strage. I comitati locali parlano poi di altri 26 morti nei sobborghi della capitale siriana, di altri 50 ad Aleppo, dove molti sono stati uccisi dai colpi di artiglieria mentre facevano la fila per il pane, 12 morti a Idlib, 5 a Dayr az Zor il resto a Homs, Hama e in altre localtà. L'altro ieri il rapporto della commissione indipendente di inchiesta sulle stragi dei civili in Siria ha presentato un rapporto nel quale accusa l'Esercito e le milizie Shabiha di crimini contro l'umanità, puntando l'indice contro il regime in particolare per il massacro di Hula, a maggio scorso, quando vennero uccise 100 persone, la metà bambini, finite sotto i colpi d'artiglieria e poi assassinate a sangue freddo a colpi di arma leggera e coltelli. Dal campo di battaglia al Palazzo di Vetro. La missione di monitoraggio Onu in Siria volge al termine e non verrà rinnovata dopo la scadenza del mandato il 19 agosto»: ad annunciarlo è l'ambasciatore francese Gerard Araud, presidente di turno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Una immagine di una esplosione nel centro di Damasco FOTO SYRIAN NEWS AGENCY SANA/ANSA Il suo nome è Richard Silverstein, «professione» blogger. Un blogger che dall'altro ieri è entrato a pieno titolo negli scenari di una guerra possibile: quella tra Israele e l'Iran. Un attacco coordinato, che includa anche un'aggressione cibernetica senza precedenti in grado di paralizzare totalmente il regime iraniano e la sua capacità di comprendere cosa stia accadendo entro i propri confini. I presunti piani di guerra d'Israele contro Teheran sono stati rivelati dal blogger israelo-americano Richard Silverstein che ha pubblicato sul suo sito «Tikun Olam» («Riparare il mondo», in ebraico) un estratto di un dossier che gli sarebbe stato dato da una fonte israeliana di alto livello che a sua volta l'ha ricevuto da un ufficiale delle Forze di Difesa israeliane. Il documento è stato passato perchè, secondo la sua fonte, «questi non sono tempi normali e temo che Bibi (Netanyahu, premier d'Israele, ndr) e Barak (ministro della Difesa, ndr) facciano maledettamente sul serio». IDOCIMENTI Il dossier rivela il piano di attacco in tre fasi: nella prima si ricorrerebbe alla tecnologia più sofisticata per mettere ko Internet, i telefoni, la radio, la tv, le comunicazioni satellitari, le connessioni in fibra ottica degli edifici strategici del Paese, comprese le basi missilistiche sotterranee di Khorramabad e Isfahan. Per la seconda fase sarebbe previsto il lancio di decine di missili balistici, in grado di coprire una distanza di 300 chilometri, contro la Repubblica islamica dai sottomarini israeliani posizionati vicino al Golfo Persico. Missili «non dotati di testate convenzionali», precisa il documento, «ma con punte rinforzate, progettate per penetrare in profondità». In questo caso, il dossier fa riferimento ai siti sotterranei, come quello di Fordo, forse quello che più preoccupa Israele perchè scavato in una montagna vicino a Qom ad una profondità tale che si presume sia fuori della portata anche delle bombe più perforanti. Infine la terza fase, con il lancio di altri missili - questa volta da crociera - per mettere ko i sistemi di comando e controllo, di ricerca e sviluppo e le residenze del personale coinvolto nel piano di arricchimento dell'uranio. Le informazioni raccolte nel corso degli anni saranno utilizzate per decapitare completamente i ranghi professionali e di comando dell'Iran in questi campi. Dopo la prima ondata di attacchi, che saranno cronometrati al secondo, un satellite passerà sopra l'Iran per valutare i danni agli obiettivi. Le informazioni saranno quindi trasferite agli aerei di guerra dotati di tecnologia sconosciuta al grande pubblico e anche all'alleato americano, invisibili ai radar e inviati in Iran per finire il lavoro, colpendo un elenco ristretto di obiettivi. In concomitanza con la pubblicazione dei presunti piani di guerra di Israele contro l'Iran sul blog di Silverstein, sul quotidiano Maariv l'ex ministro delle Difesa interna Matan Vilnai, in procinto di insediarsi a Pechino come ambasciatore, riferendosi a previsioni di esperti, ha parlato di «una guerra che potrebbe durare 30 giorni su diversi fronti» e almeno 500 morti israeliani. Sul tema è intervenuto ieri il presidente israeliano, Shimon Peres. Israele non può sventare la minaccia nucleare iraniana da solo, ha affermato Peres alla tv Canale2, mostrandosi contrario all'ipotesi di un attacco israeliano non concordato con gli Usa e aggiungendo di avere del resto fiducia nella volontà di Barack Obama di fermare i piani di Teheran. «È chiaro che noi non possiamo fare da soli», ha sottolineato il presidente dello Stato ebraico alla tv. Nel frattempo, si è concluso ieri un test nazionale avviato domenica scorsa in diverse città d'Israele per sperimentare un sistema di allarme che avvisa la popolazione di un ipotetico attacco missilistico in arrivo attraverso una capillare diffusione di sms. Messaggi di allerta in ebraico, arabo, inglese e russo sono stati inviati dal comando dell'esercito ad abitanti di diverse regioni - tra cui quelle di Tel Aviv, Gerusalemme e Haifa - dall'estremo nord della Galilea all'area del Neghev, nel sud. Stando a un portavoce militare, l'esperimento è andato bene. Secondo i media locali, l'esercitazione serve a preparare la popolazione a possibili lanci di missili da parte dell'Iran o degli Hezbollah libanesi, in seguito a un eventuale attacco israeliano contro le installazioni nucleari iraniane. MONDO I Paesi islamici isolano Assad Siria via dall'Oci Il regime perde altri pezzi importanti: diserta il cugino del vicepresidente Farouk al Shara UMBERTODE GIOVANNANGELIU udegiovannangeli@unita.it . . . L'ipotetico attacco in tre fasi. L'ex ministro Vilnai: la guerra potrebbe durare trenta giorni Israele, un blogger rivela i piani d'attacco all'Iran Richard Silverstein li ha pubblicati sul suo sito «Tikun Olam» Peres frena i falchi «Da soli non agiamo» U.D.G. 14 venerdì 17 agosto 2012
CORSARI, FILIBUSTIERI, PIRATI USCITI DALLE PAGINE PIÙ CLASSICHE DELLA NOSTRA LETTERATURA D'AVVENTURA,QUELLESCRITTEDAEMILIOSALGARINATO 150ANNIFA,EPERQUESTOFESTEGGIATODURANTEIL 2012.Cosa potrebbe succedere, oggi, a così tanta distanza, se le sue creature fantastiche, Jolanda figlia del Corsaro Nero, il temibile Morgan, per non parlare del più ancor celebre Sandokan che hanno riempito le fantasie di intere generazioni, prendessero la via del cinema? La risposta è «Cinema corsaro», neonata sezione autonoma (dal 2 al 8 settembre) del Festival di Venezia, ospite delle Giornate degli autori, curata da Giovanni Maderna. Uno spazio per filibustieri dell'audiovisivo, sperimentatori di generi, pirati dell'immagine e dell'immaginario che, trovando sponda su Fuoriorariodi Raitre - li manderà in onda nei giorni del festival -, proporrà un primo ciclo di film firmati da «sperimentatori» di professione, di ieri e di oggi: Giovanni Cioni, Tonino De Bernardi, Alessio Di Zio, Sylvain George, Ugo Gregoretti, Enrico Ghezzi, Corso Salani e lo stesso Maderna. Tra i lavori dei «corsari» che hanno seguito la traccia narrativa lasciata da Salgari - tre nuovi titoli in tutto - spicca sicuramente Iolanda,trabimbaecorsara di Tonino De Bernardi, classe ‘37, decano dell'underground (Appassionate e Rosatigre) e viaggiatore nei territori più vari dell'arte, anche visiva. Un ordito, il suo, in cui si intrecciano fili di presente, personaggi tra i più vari e, soprattutto, l'infanzia. Quella dei suoi nipotini, dei loro amici che, in abiti da pirati ripercorrono nella campagna piemontese, le gesta corsare degli eroi salgariani. Alla spontaneità dell'agire bambino, ripreso in primo piano, nella sua totale e poetica libertà, si annoda il vivere adulto di altri «pirati»: il movimento dei No Tav, un gruppo musicale anarchico, i sindacati autonomi per la difesa della scuola, il ragazzo che è partito per il Laos. La Torino non allineata di oggi, insomma, fa da sfondo (politico) all'universo corsaro di Salgari la cui storia, extra letteraria, fa da contrappunto all'intero film la cui fine coincide, appunto, con la fine dello stesso scrittore. L'AVVICINAMENTOAL SUICIDIO Ecco dunque il percorso di «avvicinamento» al suicidio dello scrittore, strangolato dai debiti: le mura del manicomio femminile di Torino, luogo di orrore e violenza, dove la moglie finì i suoi giorni. I contratti capestro e sottopagati che gli imponevano un'attività forzata, poi l'arrivo dell'esaurimento nervoso. Fino alla celebre lettera agli editori: «A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dati pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna». La mattina del 25 aprile 1911 Salgarì lasciò sul tavolo di casa alcune lettere, per i quattro figli, per gli editori e per i direttori dei giornali e si allontanò portando con sé il rasoio. Senza nessuna incursione nella vita dello scrittore ma piuttosto legato ad un immaginario «piratesco», luminoso e contemporaneo è il viaggio proposto da Giovanni Cioni in Gliintrepidi. Qui si ci avventura nell'Appennino toscano dove sono gli adolescenti ad accompagnarci tra vecchi corsari salgariani, David Bowie e Johnny Depp, il pirata che non c'è. Mentre l'ultimo contributo è quello offerto da Giovanni Maderna e Mauro Santini in Carmela, salvata dai filibustieri, itinerario fantastico nella vecchia Taranto, percorso da due veri pescatori, «pirati contemporanei» sulle tracce di arcani destini evocati dall'anziana Carmela. Completa i titoli salgariani del presente, un «culto» del passato: Le tigri di Mompracen di Ugo Gregoretti del 1974. A vestire i panni di Sandokan è un «irresistibile» Gigi Proietti con l'immancabile turbante, le cui avventure sono affiancate dalle notizie di cronaca, anche le più spicciole, pubblicate sulla NuovaArena di Verona, dove nel 1883 apparve a puntate il romanzo di Salgari. Il risultato è un vero film sperimentale che la Rai fece sparire a lungo, perché apparve involontariamente come una perfetta parodia «preventiva» di quello col celebre Kabir Bedi. «Iolanda, trabimbaecorsara»di DeBernardi, in bassoda sinistra«Gli intrepidi»di Giovanni Cioni,«Carmelasalvatada...» diMaderna-Santini CULTURE INBREVE Filmcorsari perSalgari AVeneziaunasezione omaggio alpapà diSandokan Primaedizioneper ilnuovospaziosperimentaleospite delle«Giornatedegliautori».Tra i registipresenti Gregoretti,DeBernardi,Maderna,Cioni,Salani,Ghezzi GABRIELLAGALLOZZI ggallozzi@unita.it MOWGLIALL'AQUILA Bustric:«Il librodella giungla» inconcerto Questa sera(ore 21.15)nel Chiostro di S.Domenico il «FestivalPietre che Cantano»e l'IstituzioneSinfonica Abruzzesepresentano un divertente «LibrodellaGiungla» interpretatoda Bustrice accompagnatoda musiche direttedaMarcello Bufalini allaguida dell'OrchestraSinfonicaAbruzzese. Unospettacolo tra teatroe circo d'autore, in cui ilmimo,attore, magoe clown,nei pannidi un viaggiatore indiano, inbabbucce d'oro eturbante, insella alla suasplendidabicicletta, narraa modosuo la storia di Mowgli. «ETNA INGIALLO» Festival letterario sotto ilvulcano Letteratura, cinema, filosofia, arte, attualità,gli argomenti sui qualialcuni deiprotagonistidellavitaculturale ed artistica italiana si confrontano al festivaldi Nicolosi. La rassegna,apertasi conDomenicoSeminerio, proseguirà domenicaalle21 con Nino Frassica, per unachiacchierata su letteratura e comicità. Il 23agosto,dibattito con GiovanniCalcagnosu«Il gialloe la storiadei cantastorie»e il 2 settembre chiusuracon loscrittore palermitano SantoPiazzese. Salvo Fallica coordineràtutte leserate. ... Trapresenteepassato l'immaginario cinematografico incerca dinuovi territori UMBRIA FOLK FESTIVAL BregoviceDeGregori sulpalcodiOrvieto Goran Bregovice FrancescoDe Gregori sono i nomidipunta dellasesta edizionedell'UmbriaFolk Festival, la rassegnamusicale inprogrammaa Orvietodal 21 al 26agosto. Il concerto delmusicista ecompositore bosniaco, «ChampagneforGypsiesTour», sarà in apertura,mentreDe Gregori sarà la star del25agosto: il cantautoreparteciperà alconcerto «Vola Vola Vola Canti popolarie canzoni»conAmbrogio Sparagnae L'OrchestraPopolare Italianacimentandosi inun'insolita riletturadantescaal ritmo dellapizzica . ... Tre inuovi titoli sulle tracce delgrandescrittore,glialtri senzavincolinarrativi viaggianointotale lbertà MEDITERRANEO ALLIDO Latragediadeinaufragi in«Marechiuso» AlLidoun film denunciasuinaufragi nelMediterraneo chenel 2011 hanno causatooltre 1500morti: il problema, evidenziatodal Consigliod'Europa, sarà dibattutonel corso dellaMostra del CinemadiVenezia (29agosto-8 settembre) inun incontro pubblico venerdì31 agostodopo la proiezione del film«Mare chiuso»,diAndrea Segre eStefanoLiberti, chedocumenta la tragediadi un gruppodi profughiche, puressendo stati avvistati, nonfurono soccorsi. Laproiezione si svolgerà in salaPerla 2.Seguirà dibattito. GREENDAY Online ilvideo di«OhLove» Èstato diffuso in esclusivasu Mtv on line il video del primosingolo estrattoda «Uno!», il nuovocd deiGreen Day(esce il25settembre)che proseguirà con «Dos»e«Tre». Il tourdellaband toccherà l'Italia aBologna il 2 settembre. U: 22 venerdì 17 agosto 2012
WEEKENDARTE BRUTTA COSA, PER UN ARTISTA, MORIRE GIOVANE. LA CRUDELTÀDELTRISTEEVENTOPUÒESSERE ALLEVIATA SOLO SE, PUR NEL BREVE TEMPO CONCESSOGLI, EGLI È RIUSCITOAESPRIMEREUN'IDEAFORTE,UN'OSSESSIONE TUTTASUA,STRETTAMENTEPERSONALE.Questo è il caso di Claudio Cintoli (1935-1978), che ha coltivato un suo «chiodo fisso», e forse questo era davvero il titolo più opportuno da dare alla giusta e meritata retrospettiva ora dedicatagli dal Museo d'Arte Contemporanea di Roma (Macro), invece de L'immagine è un bisogno di confine, addirittura traditrice, in quanto l'impulso primario di Cintoli era semmai di sconfinare, di lacerare l'immagine per dare libera uscita a quanto essa pretendesse di celare al suo interno; ma l'espressione, per quanto impropria, era sua, e dunque è corretto averla rispettata. Questo esame di una breve ma concentrata produzione deve partire da un suo autoritratto fotografico dove l'artista sembra quasi ispirarsi ai celebri versi di Gozzano, «l'immagine di me voglio che sia/sempre ridente come in un ritratto», ma è un riso venato anche di provocazione, come dimostra proprio il chiodo aguzzo che il protagonista ostenta in primo piano, quasi a infilzarsi, a sfida di sé e degli altri, E quest'idea di un corpo tagliente che minaccia la pienezza di una sfera, di un ammasso di materia, percorre tutta la breve carriera del Nostro, già presente negli anni '60 quando entra in scena a Roma, in un clima tra Pop e Op Art, tra icone sottratte alla pubblicità e qualche pallottoliere puntiforme. Cintoli si trova a costeggiare la gloriosa Scuola di Piazza del Popolo, ma mentre le immagini di Schifano e compagni sono pacate, impegnate a riscattare la qualità stereotipata dell'iconosfera dominante, lui ci mette già la sua cattiveria, basti vedere per esempio una strisciata che coglie il corpo tondo della luna in una fase di eclisse, quando il globo solare via via esorbita, ed è già l'idea-base del saltar fuori da un perimetro prestabilito. E c'è poi anche il volo di un airone, ad ali spiegate, smerigliate, così da risultare ancor più incisive e foranti. Altrove di aironi ce n'è uno stormo, quasi per un omaggio a una visione ecologically correct del mondo animale, ma quel fremere di ali incide la superficie, la manda in briciole. Compare anche qualche volto stereotipato di diva del cinema, magari l'inevitabile Marilyn, infatti nel frattempo Cintoli si è recato anche nella casa madre del Pop, negli Usa, ma anche in questo caso si può star sicuri che interviene un taglio crudele a scindere la popstar, a minacciarne le labbra beanti in un sorriso standard. Non solo, varcato il capo dei '60, e giunti gli anni ‘70 dell'aggressione dei materiali «poveri», Cintoli comincia a gravare le immagini su superficie di un carico di stracci, di oggetti residuali pescati tra gli scarti, è come la pretesa di imbottire delle bambole per poi andare a sventrarle. Un'idea concomitante è pure quella di fabbricarsi una lunga corda, di quelle che devono servire per fuggire da un carcere, poi, in attesa dell'uso, quelle vie di salvezza vanno arrotolate su se stesse, come ciambelle, ma ne deve però emergere il «chiodo fisso», quasi a simboleggiare che si tratta pur sempre di strumenti che servono per evadere, e dunque la loro rotondità resta sempre provvisoria. Funziona molto bene anche il ricorso alla forma archetipa dell'uovo, purché sia pronto a dischiudersi, come già annunciano i forellini che ne costellano la superficie. Ma infine, si sa bene che gli anni '70 sono contrassegnati al comportamento, alla performance, e Cintoli li affronta nel modo migliore, avendo come inserviente di prestigio Fabio Sargentini, il gallerista che, nell'enorme scantinato attiguo a Piazza del Popolo, diviene l' amministratore di tutta quella fase, lanciando in orbita, tra gli altri, De Dominicis, con le sue materializzazioni di frasi fatte, sul tipo della Mozzarella in carrozza. Ed è chiaro che il «chiodo fisso» di Cintoli appartiene alla medesima famiglia concettuale. Ultimo atto, l'artista si racchiude in un enorme inviluppo, una gigantesca crisalide, in rappresentanza di tutti i corpi panciuti fin lì realizzati, e ne esce per gradi, forando la superficie con le unghie, con le mani, spettacolo elementare ma straordinario, che io stesso ho avuto il piacere di registrare proprio agli inizi del '70 in una sequenza video. Squarcio di un involucro, lenta e graduale emersione di un volto e di un corpo. MAGNELLI.OPERE 1910-1970 Acuradi GiorgioAgnisola Gaeta (Lt), PinacotecaComunale Finoal 16/09– cat. Montecarlo Int.Art UNAVISIONE INTERIORE: CHARLESSELIGER Acuradi JonathanStuhlman Venezia, Coll.Peggy Guggenheim Finoal 16/09 ClaudioCintoli: «Crisalidee fuori uscitagraduale» ('72); sotto «Chiodo fisso,pesomorto»('69) Il chiodofisso diCintoli UnaretrospettivaaRoma ripercorre lasuaparabola CLAUDIOCINTOLI L'immagineèunbisognodi confine Acuradi Ludovico Pratesie Daniela Ferraria Roma,Macro Finoal2 settembre RENATO BARILLI ROMA «Hotrovato un'espressione splendida chepensodescriva la naturadella mia artenel modopiù preciso: la struttura deldivenire».Così appuntavanel diario il surrealistaamericanoSeliger (19262009),delquale per la primavolta vieneesposto in Italia un importante nucleodiopere, oltre30, realizzatenel corsodegli anni '40,quelli del suo esordio.Nel periodotra il 1942e il 1950, infatti, l'artistaadotta l'automatismodei surrealisti comeaspetto chiavedel suo processocreativo. F.M. LEALTRE MOSTRE Attraversopiùdi 160opere la mostra rendeomaggio al pittore fiorentino AlbertoMagnelli (1888-1971),grande protagonistadella ribalta internazionale delNovecento. Vissutoa lungo in Francia,Magnelli è statospesso assimilatoallascuola francesee ancora oggiappare assai piùnoto all'esteroche in Italia.Dalla metàdegli anni '30 si è affermatotra gli esponenti di spicco dell'astrazionegeometrica, accantoa personalitàquali i coniugi Delaunay,Arp, Kandinsky,Mondrian ePevsner. F.M. Chearte faaRoma? Attraversopiù di 50artisti, alcuni nati ecresciuti nella capitale,altri che l'hanno eletta tappa importantedel loro lavoro, un panoramaricco e articolatodellostato dell'artecontemporaneanellacittà eterna.Accanto a lavorigiovanili dei maestri storici «romani» (Mauri,Boetti, Ontani,Baruchello,Mattiacci, Pascali), la mostrapresentaopere inediteorecenti dellegenerazioni più giovani.Anche performancee rassegnavideo. F.M. RE-GENERATION Acuradi MariaAlicata e Ilaria Gianni Roma, Macro Testaccio Finoal9/09 –catalogoMacro-Quodlibet U: 20 venerdì 17 agosto 2012
«Sono in montagna e mi creda nonmi sento in colpa». Risponde così, con amara ironia rispetto alle polemiche sulle ferie dei parlamentari, Rosy Bindi, presidente del Pd, in vacanza per una settimana sulle Dolomiti. Monti ha “gelato” le vacanze gli italiani smentendoogniipotesidialleggerimento del peso fiscale. Saranno ancora solo sacrifici? «C'è un solo modo per alleggerire l'Irpef delle famiglie e le tasse sul lavoro e delle imprese: la patrimoniale, o comunque una tassazione molto forte sui grandi accumuli di ricchezza. Se questo non si fa ha ragione Monti, non credo ci siano margini per intervenire, ma il punto resta uno: il Paese non regge più». Anche Napolitano ha chiesto interventi equi. «Nel corso di questo anno grazie al governo Monti sicuramente il nostro Paese ha imboccato la strada giusta rispetto alla deriva dell'esecutivo berlusconiano, tuttavia, tra la crisi che ancora morde e le misure di rigore, l'Italia è stremata. Ci sono settori che stanno pagando prezzi altissimi e non parliamo soltanto di chi perde il lavoro e di chi non lo trova: i redditi delle famiglie sono fortemente colpiti e ridimensionati con evidenti ripercussioni sull'economia. La spinta recessiva delle misure adottate dal governo Monti è indiscutibile». Ilgovernostalavorandoadunaltroprovvedimentodicontenimentodellaspesa. Temealtri “tagli lineari”? «Mi auguro che stavolta non ci sia il sapore dei tagli lineari e affrettati della prima spending review e spero che non si tocchino scuola, sanità, università e enti locali perché non sono più in grado di sostenere altri sacrifici. Si dovrà trattare davvero di spending review e non di un'altra manovra e noi lo abbiamo ribadito durante l'ennesimo voto di fiducia. Il governo ci deve ascoltare perché non stiamo parlando di interessi di un elettorato, il Pd ha votato compatto mentre il Pdl era in ordine sparso. Qui è in gioco il bene del Paese». Sta dicendo che in caso di ulteriori tagli lineari sarebbe difficile garantire compattezzanelvoto Pd? «È arrivato il momento di dire al governo che non deve approfittare della nostra lealtà e del nostro senso di responsabilità. Qualcuno potrebbe rimproverarcelo e non perché, come dice il premier, “gli statisti pensano al futuro e i politici alle elezioni”. Siamo noi in questo momento a pensare come statisti perché a fine legislatura si guarda al futuro eci poniamo il problema di cosa voglia dire il dopo-Monti». Chevuol dire, continuitào cesura? «Rilanciare la continuità con Monti vuol dire rilanciare un forte impegno perché vinca l'Europa e non la lotta di un Paese contro l'altro. E vuol dire un'Italia forte e autorevole in Europa, ciò che siamo oggi e non eravamo un anno fa». Esulle politicheeconomiche interne? «Stiano tranquilli coloro che si preoccupano per il ritorno della politica: noi siamo quelli del rigore dei conti dei governi Prodi-Ciampi e Prodi-Padoa Schioppa. Sotto di noi i parametri macroeconomici erano sempre in linea con l'Europa, quindi ribaltando il discorso possiamo dire che è stato Monti ad essere in continuità con noi. E quando andremo al governo le parole “crescita” e “equità” non staranno al secondo e terzo posto dopo il rigore». Sicuridiriuscireacambiarelaleggeelettoraleprimadella finedella legislatura? «Per noi del Pd era e resta una priorità, ce la stiamo mettendo tutta, nessuno potrà darci la responsabilità di un fallimento. Siamoconvinti che senza una legge elettorale che restituisca la possibilità ai cittadini di scegliere il proprio parlamentare e di sapere chi governerà dopo il voto, l'Italia non farebbe un passo avanti». Sidiscute sul premio di maggioranza: al primopartitoo alla coalizione? «Credo che il premio di maggioranza debba andare alla coalizione, solo in questo modo si garantisce davvero governabilità. C'è invece chi vuole, sapendo che perderà le elezioni, una legge elettorale che renda impossibile governare a chi vince per approdare alle grandi intese. E noi questo non possiamo accettarlo. Il giorno dopo le elezioni ci deve essere una coalizione stabile e sicura, intorno ad un programma condiviso». IlPdnonrischiadichiudersiinunadiscussione estenuante sulle regole delle primariedicuidovreteoccuparvigiàasettembre? «Alla domanda sulle primarie risponde Pier Luigi Bersani. Per quanto mi riguarda si dovrebbero fare di coalizione con un unico candidato del Pd, che è il segretario, ma siccome ha scelto una strada diversa, risponde lui». E sulle alleanze? Casini corre da solo e poisivedrà. La convince? «Non mi sembra abbia più margini di intesa con il centrodestra, quindi Casini potrà anche correre da solo ma non credo che possa sottrarsi alla responsabilità di governare con noi». C'èchi parladiun pattodi sindacato nel Pd:Bersanipremier,leivice,Veltronialla Camera,Casinial Quirinale... «A me nessuno ha notificato questo patto. Beati coloro che sono esclusi... E comunque, anche in questo caso risponde il segretario Bersani». patrimonializzazione dei beni dello Stato e la possibile cessione di quote di società pubbliche «non strategiche», sia possibile anche senza l'emanazione di specifici decreti. Grilli è infatti riuscito a mettere il capitolo in “appendice” alla Spending review: un provvedimento che già contiene misure per facilitare le dismissioni anche attraverso i fondi costituiti alla Cassa depositi e prestiti e al Demanio. Ma Monti ha già sostenuto che il Piano, data la sua importanza, necessita di una sua autonomia. Particolare che porta a pensare che possa essere questo l'asso nella manica che il premier tirerà fuori al prossimo Consiglio dei ministri. E a questo starebbe alacremente lavorando perfino durante la sua settimana di vacanza in Svizzera. NIENTEALLEGGERIMENTO Ieri intanto Monti ha smentito il piano ipotizzato da Repubblica per una riduzione dell'Irpef. «Non ho voluto smentire il giorno stesso, per non amareggiare il Ferragosto degli italiani», ha scherzato il premier. Tornando serio e rigoroso come vuole la sua persona e il suo ruolo, ha poi spiegato come non ci sia spazio per riduzioni del peso fiscale, nemmeno per i tartassatissimi lavoratori dipendenti e pensionati, il cui gettito Irpef rappresenta l'80 per cento del totale. «Il carico fiscale sulle persone fisiche e sulle imprese in Italia è senz'altro eccessivo, ma in questo momento l'attenzione per il riequilibrio della finanza pubblica non può essere allentata». «Un fisco meno gravoso è una sacrosanta esigenza per i contribuenti onesti» e «renderlo concretamente possibile, senza fare promesse irrealizzabili, è un obiettivo», ma, spiega Monti, «iniziare a distribuire i benefici» del risanamento «riducendo ad esempio le aliquote Irpef sarebbe prematuro». Dunque «quando una tale prospettiva verrà delineata e sarà considerata credibile anche dai mercati, ipotesi di un minore carico fiscale saranno non solo auspicabili, ma concretamente realizzabili». Insomma: il calo delle tasse può essere un obiettivo, ma certamente non adesso. L'obiettivo di Monti è ben diverso. Da osservatore e partecipante attivo nel dibattito, non posso non rilevare quanto tale ricostruzione strida con pronunciamenti e analisi dell'ultimo anno e mezzo. Fanno fede in particolare i corposi documenti varati in occasione dei Programmi nazionali di riforma del 2011 e del 2012, in cui l'analisi della crisi europea e l'indicazione delle possibili soluzioni è molto limpida. Mi riferisco ad esempio all'identificazione della crisi come europea prima che nazionale, originata dagli squilibri nei movimenti di capitale prima che da irresponsabilità fiscale. E quindi alla necessità di intervenire ridisegnando l'architettura dell'eurozona, e di distribuire il peso del riequilibrio tra creditori e debitori, utilizzando in modo più flessibile la politica monetaria e trovando strumenti per correggere i divari di competitività. Era ben chiaro insomma fin da subito che dalla situazione attuale si poteva uscire solo in avanti sulla strada dell'integrazione europea e della cessione di sovranità. Stupisce dunque la sorpresa di fronte alla riconferma di tale linea marcatamente europeista nelle scorse settimane. Un europeismo che peraltro non esclude una critica alle politiche troppo spesso avallate anche in sede europea, dall'austerità, di cui si denuncia il carattere autodistruttivo, all'insistenza sulle “politiche strutturali” di deregolamentazione del mercato del lavoro. La questione della «conversione» è del resto parente stretta di quella, altrettanto oziosa, della «continuità» del progetto del Pd rispetto alla cosiddetta agenda Monti. In questo caso c'è l'ambiguità aggiuntiva determinata dal fatto che la linea del governo sembra essersi modificata proprio nel rapporto con l'Europa. Se in una prima fase era stato lanciato un chiaro messaggio di adesione alle politiche dettate a Bruxelles e Francoforte, autorizzando un'identificazione del programma di governo con quello della famigerata lettera della Bce, è seguito un progressivo smarcamento dalla linea tedesca, fino ad arrivare al duro confronto del recente vertice di fine giugno. Questo “secondo Monti”, ben più critico sullo scacchiere europeo con l'impostazione del governo Merkel, si muove senz'altro su una linea coerente con quella del Pd (e ormai di quasi tutti gli addetti ai lavori). Era il “primo Monti”, quello delle riforme strutturali e dello scontro coi sindacati, la condizione per un “secondo Monti”, capace di contrattare da pari a pari con i partner? Può darsi. Ed era tale evoluzione nelle intenzioni iniziali oppure è il risultato di una progressiva presa di coscienza dell'inefficacia delle politiche adottate? Lasciamo la risposta agli appassionati del genere. A chi si diletta di conversioni e continuità consigliamo invece di non fermarsi alle indicazioni sulla linea di azione nello scenario più favorevole. Nessun leader responsabile potrebbe abbandonare, almeno finché l'attuale equilibrio regge, la prospettiva dell'integrazione politica e fiscale e della contrattazione “soft” con i partner. La vera domanda riguarda semmai gli scenari subordinati; qual è il piano B nel caso in cui la situazione dovesse precipitare? Quali interessi sarebbero sacrificati e quali salvati a ogni costo nel caso in cui dovesse verificarsi l'imprevisto? Dubito che Monti o qualsiasi altro leader sarebbe in condizione di rispondere a questa domanda oggi. Tuttavia, se una situazione del genere dovesse realizzarsi, ci sono molte buone ragioni (di cultura democratica, ma anche di natura economica) per augurarsi che al timone si trovi allora un buon politico, consapevole dell'impatto delle sue scelte sulla società, rispetto al migliore e più rispettato dei tecnici. L'INTERVISTA I democratici e la conversione degli opinionisti «L'Italia è stremata, il governo non approfitti della lealtà del Pd» MARIAZEGARELLI ROMA . . . Palazzo Chigi smentisce le indiscrezioni su tagli all'Irpef: «Prima viene il riequilibrio dei conti» anti-debito . . . «Mi auguro che stavolta non ci sia il sapore dei tagli lineari della prima spending review» . . . «Casini? Non mi pare abbia più margini d'intesa col centrodestra. Alla fine dovrà governare con noi» . . . A cambiare è stata la linea politica del nostro governo (almeno in Europa) RosyBindi «C'èunsolomodo peralleggerire il caricosu famigliee imprese: tassare igrandipatrimoni. IlPaese nonreggepiùquesti livelli didiseguaglianza» venerdì 17 agosto 2012 3
IpiùvendutinegliUsa 02EllieGoulding Lights 03Flo Rida Whistle 04KatyPerry WideAwake 05Marron5&WizKhalifa Payphone 06Gotye&Kimbra SomebodyThat IUsedTo Know 07PhillipPhillips Home 08Pink BlowMe(OneLastKiss) 09Rihanna WhereHaveYouBeen 10CherLloyd WantUBack secondo top40-charts.com NEL 1983 BRIAN ENO PUBBLICÒ UN ALBUM DA MOLTI CONSIDERATO UNVERTICENELLA SUAPRODUZIONE AMBIENT: Apollo.AtmospheresandSoundtracks, contenente brani composti per un documentario dallo stesso titolo diretto dal regista Al Reinert. In realtà il documentario verrà completato e distribuito solo alcuni anni dopo, nel 1989, con una colonna sonora un po' modificata, in occasione del ventesimo anniversario dello sbarco dell'uomo sulla Luna. Anche il titolo era cambiato: For All Mankind («per tutta l'umanità»), riprendendo la celebre frase pronunciata da Neil Armstrong quando, con lo storico saltello, pose piede per la prima volta sulla luna. Il lungometraggio (lo si può acquistare o vedere in rete: http://topdocumentaryfilms.com) era stato in effetti commissionato dalla Nasa per celebrare le missioni Apollo che fra il 1969 e il 1972 avevano portato 12 uomini sul suolo lunare. Quella volta l'inventiva di Brian Eno - affiancato dal fratello Roger e dall'ingegneria sonora di Daniel Lanois - svettò in una delle sue creazioni più riuscite: una musica dalle trame al solito dilatatissime, totalmente orizzontale, ma con un'armonia più ricca e raffinata rispetto alle consuetudini del teorico della musicfornon-musicians. Era un'elettronica dalle sonorità golose, profonde, realizzata sfruttando le risorse del nuovissimo Dx7 (la tastiera che allora rappresentava il non plus ultra della nuova tecnologia digitale), e sottoposta poi a una meticolosa distillazione in studio. Ma c'era anche un percorso singolare, con le ultime tracce dell'album cui la chitarra di Daniel Lanois imprimeva una curiosa virata verso un sognante clima country and western forse per l'analogia fra l'inesorabile nudità dei paesaggi lunari e i deserti nel sud degli Stati Uniti. Apollo, coglieva il momento in cui all'immaginario dell'epoca si spalancavano concretamente paesaggi fino ad allora solo sognati, e si collocava come pietra miliare di quel genere che ancora oggi si porta appresso ormai stancamente l'etichetta di ambient music. 1969, 1989, 2009. Di vent'anni in vent'anni la Luna evidentemente non perde appeal - e a quanto pare neppure Brian Eno. Fatto sta che il London Science Museum, per celebrare il quarantesimo del primo allunaggio, si è ricordato di quella musica, e con raffinato aplomb post-digital, di comune accordo con Eno, tre anni fa ha commissionato al compositore coreano Woojun Lee una versione strumentale di Apollo. Affidata all'ensemble britannico Icebreaker con l'aggiunta, per la vernice country, di BJ Cole, vecchio leone della pedal steel guitar, la partitura debuttò a Londra nel 2009 come commento sonoro a un nuovo montaggio di For All Mankind e arriva ora su disco per l'etichetta Cantaloupe Music. Premesso che i tredici musicisti di Icebreaker formano uno degli ensemble «elettro-cameristici», chiamiamolo così, più innovativi e agguerriti in circolazione, il risultato ha qualcosa di memorabile. Non è certo la prima volta che la musica di Brian Eno ripercorre a ritroso l'evoluzione (?) dalla musica «fatta a mano» all'elettronica, ma qui il confronto fra le due versioni dei lavori si svolge a un livello decisamente elevato, e si lascia indietro di molto i tanti resistibili saggi cui la scuderia Cantaloupe è solita imprimere il marchio «doc» del post-modern. Merito del miglior Brian Eno, dell'ottimo Woojun Lee e di una realizzazione sonora magistrale. I new-agers più incalliti e chi ama certa space-sound-fiction rimarranno delusi forse da questa versione più «terrestre» (ma di poco). Per chi ancora si ostina invece a tenere i piedi per terra, questo è un esempio di splendida musica del XXI secolo. PIEROSANTI cultura@radiocittadelcapo.it AidoruLabandromagnolarilegge l'operadiStockhausen esplorandoipuntidicontattotra il rocke lacontemporanea Carly Rae Jepsen WEEKEND DISCHI KARLHEINZSTOCKHAUSEN,SCOMPARSONEL2007A79 ANNI, È SICURAMENTE UNO DEI COMPOSITORI DI AREA CLASSICA PIÙ FAMOSI DEGLI ULTIMI CINQUANT'ANNI E NON SOLO IN AMBITO STRETTAMENTE ACCADEMICO. QUESTANOTORIETÀGLIDERIVADALFATTOCHEÈUNANIMEMENTE RICONOSCIUTO COME UN PIONIERE DELL'ELETTRONICA.Infatti, tutti i musicisti più innovativi e dotati che oggi lavorano con i suoni digitali, considerano il suo insegnamento assolutamente imprescindibile. Musica sperimentale e visionaria la sua, che prevedeva anche l'uso di altre strumentazioni poco ortodosse come, ad esempio, il carillon. L'opera Tierkreis («Zodiaco»), composta nel 1975, è costruita a partire proprio da questo insolito strumento. Sono dodici cellule melodiche che simboleggiano l'omonima mappatura astrale, scritte utilizzando una metodologia che lascia un ampio margine alle capacità creative degli esecutori. L'intento era quello di aprire completamente la partitura a qualsiasi interpretazione, permettendo a qualsiasi tipo di strumento la possibilità di elaborare un proprio senso e di cambiarne, eventualmente, anche l'atmosfera complessiva finale. Una sfida che ha dato luogo a svariati progetti, fino ad arrivare a questo Zodiaco elettrico. Nati nei primi anni '90 come punk band a Cesena, gli Aidoru hanno poi sviluppato uno stile decisamente più elaborato, nel quale si rintracciano echi di improvvisazione radicale e musica concreta. Dal 2001 hanno iniziato una proficua e prolifica collaborazione con i celebri concittadini del Teatro Valdoca. L'operazione che qui hanno tentato è stata quella di utilizzare il suono tipico delle chitarre elettriche, basso e batteria come risorsa timbrica popular per reinventare un testo colto. Non si è trattato, però, di un salto nel buio perché gli interstizi che si sono formati ai confini fra il rock e la musica contemporanea sono parecchi e frequentati ormai da decenni. Tanti gli esempi che si possono fare: i Velvet Underground di Europeanson e SisterRay, gli Henry Cow, i Sonic Youth… buona parte dei cataloghi di affermate etichette indipendenti come la pregevole canadese Constellation. Senza contare che ben due dei fondatori dei Can, gli inventori del krautrock, erano allievi al conservatorio proprio di Stockhausen. È quindi nel solco di questa «tradizione» che si colloca, a pieno titolo, la rilettura elettrica e post rock del Tierkreis degli Aidoru. SINGOLI «Callme maybe» Incopertinacampeggia nontanto il volto,masoprattutto il coloredegli occhi:un verde luminoso la cui tinta sembra irradiarsi nella straordinaria limpidezzasonoradel suo violino. È IsabelleFaust, una delle interpreti oggi piùcompletee sensibili. Il doppiocd raccogliesue interpretazioni registrate fra il 1996e il 2006 (musichedi Beethoven,Schubert,Bartók e Martinu),di cuicolpiscono soprattutto leultime,quelle del2006: il concerto di Beethovene un folgorantesecondo concertoper violinodi Bohuslav Martinu. G.M. Lamusica dellaLuna Cosìsuona l'assenzadi gravità: torna«Apollo»diBrianEno APOLLO IcebreakerwithBJCole MusicbyBrian Eno, DanielLanois eRoger Eno CantaloupeMusic GIORDANOMONTECCHI Dodicimelodieelettriche per reinventare lo «Zodiaco» AIDORU Zodiacoelettrico NdAPress GLIALTRIDISCHI Inmolti ricordiamo iMadredeus, «LisbonStory»di Wenders,nonché TeresaSalgueiro, voceevoltodi una musicapervasa dallasaudade tutta portoghesedel fado. Impallidita lastella deiMadredeus,Salgueiro ha intrapreso lacarriera solistica.Eccola nel nuovissimo«OMistério»:voce ancora immacolata, lirismoa pienemani eun po'di noia in fondo alviale. G.M. TERESA SALGUEIRO O Mistério SudMusic ISABELLE FAUST Violin Concertos& Sonatas Harmonia Mundi (2cd) Unasortadi rivisitazione del jazz trio classicodove lepercussioni sostituiscono la batteriae levoci arricchiscono ilquadro (due cantantie strumenti inusuali per il jazz, come il cornoe l'ud), con cui il contrabbassista diorigini israeliane siavvicinaagli stilemipropri diuna «world music» orientaleggiante, riccadi afflati yiddish equalche accennoancheal contrappuntobarocco. A.G. AVISHAI COHEN SevenSeas BlueNote U: 18 venerdì 17 agosto 2012
1-Continua 4 5 6 7 venerdì 17 agosto 2012 11
Franco D'Alfonso Assessore alle attività produttive Comune di Milano L'intervento La sinistra vada oltre Alcatraz e Macondo AVOLTEPENSOCHELALETTURAPREFERITADI QUALCHE DIRIGENTE DEL CENTROSINISTRA ITALIANO SIA ANCORA «L'ETERNO RITORNO DELL'UGUALE» di Friederich Nietzsche: non si spiega altrimenti la pervicacia con la quale viene riproposta da venti anni a cadenza una strumentale contrapposizione interna, in grado di garantire vita e vegetazione alla destra più improbabile d'Europa per lustri. Ci si basa su pochi assunti sempre uguali e con l'obiettivo di eliminare prima di tutto qualsiasi tentativo eccentrico rispetto all'elementare definizione dei ruoli identica dal 1994, si tratti dei «sindaci cacicchi» del 1996 o dei disturbatori arancioni del 2011, riproponendo sempre due immutabili modelli che chiamerò «Alcatraz» e «Macondo». Il modello Alcatraz è quello sul quale è stato costruito il Pd, a vocazione maggioritaria o minorataria che fosse. L'alternativa alla destra può venire solo in un'area politica che in origine ormai talmente lontana da averne perso sostanzialmente memoria, come non si aveva più memoria della legge vigente nel penitenziario sull'isola - era quella dell'ex Pci - sinistra Dc. Nel territorio sono ammessi anche estranei alle tribù politiche dominanti, ovviamente abitando nelle celle e non certo nei piani istituzionali, godendo anche di qualche libertà di movimento, che trova il suo limite principale nel fatto che non si può andare da nessuna altra parte essendo su un'isola e nell'intervento delle guardie e dei capi reparto che alternano bonarietà piacentina al rigore sabaudo per mantenere la situazione calma ed in ordine, in maniera che il misterioso e distante direttore dalle fattezze ignote (pare in realtà siano due, che si alternano, uno con severi baffetti e sorriso sardonico ed uno con una certa pinguedine che gli attribuisce una inesistente maggiore bonarietà ) possa dedicarsi alle sue altrettanto misteriose incombenze maggiori, interrotte solo di tanto in tanto per ordinare la punizione ed il rientro in cella di qualcuno che si è scordato la sua condizione di detenuto o subordinato. Il modello complementare più che alternativo è quello di Macondo, inesistente città della felicità costruita intorno ad un rispettato e rispettabile combattente di più di cento battaglie tutte rigorosamente perse. La felicità coincide con l'essere in pace con sé stessi, ripetendo sempre le stesse cose avvolti in una nuvola di fumo creativo o seduti intorno ad un sacerdote autoproclamatosi unico interprete del Fatto della Giustizia ovvero all'ascolto di un predicatore urlante dalla montagna web. La sinistra sempre talmente «contro» da non ricordarsi più nemmeno «per» cosa sia nata, al punto da far giustamente dubitare che i suoi predicatori abbiano anche solo a che fare con la sinistra, vive felice così, dividendo il proprio tempo fra il lancio di invettive politiche contro tutti e la ricerca ossessiva dell'inviato del nemico che si è infiltrato nella città felice e che si palesa proponendo orride tattiche di alleanza dopo aver raggiunto un ruolo qualsiasi di responsabilità, fosse quello di sindaco di Parma o di segretario di struttura di Canicattì. Fuori da questi due luoghi, politicamente parlando, non possono esserci per definizione che velleitarismo, personalismo, in una parola disturbo, da eliminare attraverso il ritorno nei confini tracciati o il disconoscimento e l'esilio politico. Nel frattempo però è successo che il mare ha ristretto sempre più il territorio dell'isola di Alcatraz senza che il direttore di turno desse troppo ascolto al capo dei guardiani che si permetteva di segnalare le sempre più frequenti fughe mentre molti abitanti della città di Macondo hanno deciso che cento anni erano abbastanza ed hanno lasciato la città in mano a pochi banditori che la governano sempre più con urla e minacce che con la distribuzione di fiori e collanine. Ed è successo che la gente proveniente tanto da Alcatraz che da Macondo si sia ritrovata nei vari Municipi d'Italia, a partire proprio da quello di Milano, accomunata dal desiderio di scrivere una storia diversa da quelle fino ad allora conosciute e, come per miracolo, abbia scoperto di essere in grado di scriverne, pur con la necessaria fatica e senza trovare scorciatoie effimere, molte di più e diverse, aventi però in comune un fondale color arancione tessuto di volontà di lavorare assieme, scelte di cambiamento molto più pragmaticamente radicali di quelle sognate e mai realizzate, di volti di uomini e donne che decidono di «dare» e non di «chiedere». Al di là della fortuna e della capacità che le amministrazioni ed i singoli sindaci ed amministratori sapranno esprimere, è stato dimostrato che esiste un'altra via, nuova ed antica allo stesso tempo, per essere di sinistra, per una politica fatta di partecipazione e passione, per un senso dello Stato e delle istituzioni che non debba scendere a patti sul piano dell'etica ed al contempo sia in grado di affrontare con realismo e pragmatismo i problemi reali e quotidiani . Einstein disse: «Solo gli stupidi ripetono gli stessi esperimenti con le stesse modalità aspettandosi risultati diversi». E se questa volta si provasse a cambiare metodo, oltre che ricercatore, una occhiata non superficiale ai municipi arancioni potrebbe essere utile. L'analisi Giustizia ordinaria e giustizia sportiva Gianni Borgna CHEL'ITALIANONSIAQUELCHESIDICE UNPAESENORMALEMIPARELODIMOSTRIAMPIAMENTEANCHELAVICENDADELCALCIOSCOMMESSE, CHE TIENE BANCO DA MESI, neanche si trattasse di un affare di Stato. Anormale è certamente il fatto in sé, che, a quanto è dato sapere, non si manifesta, per lo meno con la stessa virulenza e la stessa frequenza, in nessun altro Paese. Ma anormale, almeno a mio parere, è anche il modo in cui si stanno svolgendo le indagini e le relative vicende processuali. Già le inchieste delle procure destano più di un interrogativo. Tutto, ancora una volta, è nato dai cosiddetti «pentiti», il cui ruolo è quanto mai ambiguo e le cui testimonianze, forti di tante esperienze passate (basti pensare al caso Tortora), dovrebbero essere ormai prese con le molle. Mi chiedo quando in Italia si torneranno a condurre, in tutti i campi, inchieste serie e scrupolose che prescindano dalle testimonianze di pentiti veri o presunti e dalle loro non sempre limpide e disinteressate motivazioni. Analoghi interrogativi destano poi, anche in questo caso, arresti «eccellenti», enfatizzati a dismisura dai media, o vicende come quella dell'irruzione all'alba della polizia nel ritiro della Nazionale a poche ore dalla partenza per gli Europei, con avvisi di garanzia per illecito e frode sportiva indirizzati a Criscito e a Bonucci. Il primo (tuttora peraltro in attesa di giudizio) fu depennato dalla lista dei partenti, il secondo, invece, riuscì a scampare da analogo provvedimento, e di recente è stato assolto con formula piena nel primo grado della giustizia sportiva, nonostante il procuratore federale Stefano Palazzi avesse chiesto nei suoi confronti una squalifica di tre anni e sei mesi. Non sarò certo io a negare che la giustizia non debba guardare in faccia a nessuno, ma la domanda che pongo è se l'arresto sia sempre necessario, in particolare quando tutto è ancora da dimostrare e non parrebbe ricorrere alcuno dei presupposti in base ai quali decidere per la carcerazione preventiva. Ma non è tanto su questo che voglio attirare l'attenzione, quanto sul fatto che in questa vicenda quello che proprio non convince è la fretta con cui, parallelamente a quella ordinaria, agisce la cosiddetta giustizia sportiva. Dico «cosiddetta» perché dovrebbe essere chiaro a tutti che di giustizia ne esiste soltanto una, senza ulteriori aggettivazioni, quella «sportiva» essendo conseguenza della prima e dispensatrice di pene nell'ambito, appunto, puramente agonistico. Ma proprio per questo l'iter da seguire dovrebbe essere completamente diverso. Ritengo infatti che prima si dovrebbe esprimere in tutti i gradi di giudizio la giustizia ordinaria, poi, e solo poi, quella sportiva. A questo si obietta che il campionato di calcio comincia a fine agosto e che a quella data tutto deve essere concluso. Ma è un'obiezione talmente debole che per respingerla basta il solo adagio popolare che recita: «La gatta frettolosa fa i gattini ciechi». Quali strumenti ha infatti il giudice sportivo per condannare o assolvere al di là di ogni ragionevole dubbio un giocatore o una società per i quali il giudice ordinario non è riuscito ancora a esprimersi nemmeno al primo grado di giudizio? Con la possibilità, paradossale, che quelli che il giudice sportivo sta in queste ore assolvendo o condannando possano vedere ribaltata la loro situazione dal giudice ordinario. E con il danno economico, anche molto rilevante, che tali decisioni possono recare agli atleti e ai bilanci di società in molti casi perfino quotate in borsa. Ma poi è così certo che la fretta sia dovuta essenzialmente a ragioni tecniche, all'incombere dei campionati di calcio? La mia impressione è invece (si rifletta a molte delle dichiarazioni dei vertici della Federcalcio) che, almeno in parte, dipenda anche dalla voglia di dimostrare che, fatta eccezione per qualche mela marcia, il «sistema» nel suo complesso sia, per così dire, pulito e perfettamente funzionante. E poiché di ciò è lecito dubitare (basti solo pensare a quanto è successo nella recente finale di supercoppa a Pechino), penso che anche per questo motivo si dovrebbe procedere con la dovuta ponderatezza, impiegando tutto il tempo necessario a fare realmente luce sulle singole fattispecie. Le squalifiche possono essere comminate in qualsiasi momento e valere, se non per questo, per il prossimo campionato. Squalifiche certe, cioè rigorosamente accertate, non inflitte in base a teoremi o a indizi spesso assai labili (vedi le ipotetiche ricostruzioni attraverso i tabulati telefonici e le celle dei telefonini). Squalifiche per illeciti anche solo sportivi (qui la distinzione è giusta), ma altrettanto rigorosamente accertati. Per responsabilità personale e diretta, perché (e qui vengo all'ultima nota dolente) ritengo francamente aberrante la cosiddetta responsabilità «presunta», e discutibile e auspicabilmente superabile quella cosiddetta «oggettiva», almeno in quest'ambito. CI SONO DUE QUESTIONI CHE SONO STATE TENUTEFUORI DAL PERIMETRO DI AZIONE DEL GOVERNO MONTI:LARIFORMADEIPARTITIe il loro finanziamento e la legge elettorale. Questi due temi, fin dalla nascita del governo dei tecnici, sono stati considerati materia di esclusiva iniziativa parlamentare. Ebbene, sulla prima - il finanziamento pubblico della politica un importante risultato è stato raggiunto: è stato dimezzato il finanziamento pubblico dei partiti (dagli attuali 180 milioni a 90 milioni a partire dal 2012) e sono stati introdotti rigorosi controlli ai bilanci dei partiti in modo da evitare malversazioni o semplicemente un uso distorto di risorse pubbliche. Non è stato invece mantenuto l'impegno di dare piena applicazione all'articolo 49 della Carta costituzionale, in modo da regolare per legge l'attività dei partiti, trattati finora come semplici associazioni di privati cittadini. Sull'altro tema - la legge elettorale - nonostante i solenni impegni più volte annunciati, continua il balletto delle proposte e delle dichiarazioni, ma è ormai chiaro che la nuova legge elettorale non vedrà la luce prima del mese di settembre. Qui si sono fatti sentire i pressanti e reiterati inviti del Presidente della Repubblica che ha sollecitato i partiti e i presidenti di Camera e Senato a calendarizzare rapidamente nei lavori parlamentari le proposte di riforma della legge elettorale. Nonostante questo, un testo condiviso almeno dalle forze politiche che sostengono il governo, non è ancora stato partorito. Sicuramente Napolitano ha ben interpretato un sentimento diffuso tra i cittadini che può essere sintetizzato con «non vogliamo più andare a votare con il Porcellum». Il «Porcellum» così definito dal suo stesso autore l'onorevole Calderoli -, venne introdotto all'inizio del 2006; così nelle ultime consultazioni politiche nazionali, i cittadini non hanno potuto scegliere il loro rappresentante in Parlamento. Si dovevano limitare ad indicare il partito che, a sua volta, aveva già di fatto stabilito, mediante delle liste bloccate, chi sarebbe stato eletto. Sul «Porcellum» c'è stata anche una richiesta di referendum abrogativo con più di un milione di firme: richiesta poi respinta dalla Corte Costituzionale perché la cancellazione della legge avrebbe prodotto un vuoto normativo non accettabile. Quanto basta per dire che se i partiti non vogliono suicidarsi, debbono assolutamente porre mano a questa riforma. Ma come cambiare la legge elettorale? Maggioritario, proporzionale, modello spagnolo, tedesco oppure doppio turno alla francese: ognuno ha la sua ricetta. Ma al di là dei tecnicismi, una buona legge elettorale deve assicurare due cose: la possibilità di scelta dell'elettore del proprio rappresentante; la certezza che un partito o una coalizione escano chiaramente vincitori dalla consultazione elettorale. Come ottenere questi due risultati? In primo luogo, al cittadino si può dare la possibilità di scegliere attraverso l'utilizzo delle preferenze; oppure con l'introduzione di un collegio uninominale, ovvero un collegio elettorale dove il candidato che ottiene più voti viene eletto. In entrambi i casi non avremo più un Parlamento di «nominati», ma di rappresentanti scelti dai cittadini. Sulla certezza che vi sia un vincitore, l'obiettivo può essere raggiunto mediante due strade: o attribuendo un premio di maggioranza al partito o alla coalizione che conseguono più voti; o con il sistema a doppio turno che, come accade per i sindaci, produce un sicuro vincitore. Resta comunque un imperativo: meglio una riforma anche non del tutto soddisfacente, che mantenere in vita il «Porcellum». Ed è per questo che ho deciso di aderire alla proposta dell'onorevole Benedetto della Vedova di dar vita nel mese di agosto ad una staffetta di sostegno allo sciopero della fame iniziato dall'onorevole Roberto Giachetti. Così il 17 agosto sarà il mio turno. Un gesto per dire con chiarezza che non si può andare a votare nel 2013 con questa legge elettorale. AILETTORI Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 RINVIO RUBRICAFOODE POLITICS COMUNITÀ La tiratura del 15 agosto 2012 è stata di 96.603 copie . . . Ritengo francamente aberrante la responsabilità «presunta» e discutibile quella cosiddetta «oggettiva» L'iniziativa Contro il Porcellum: perché farò lo sciopero della fame Luigi Bobba Deputato Pd Perassolutimotividi spazio siamocostretti a rinviare la rubrica di politicadell'alimentazione«Food e politics» firmatadaMauroRosati.Verrà pubblicatadomani.Chiediamo scusaai lettori eall'autore. . . . Legge elettorale: nonostante gli inviti del Colle ancora niente accordo 16 venerdì 17 agosto 2012
Montepremi 1.627.583,22 5+stella Nessun6-Jackpot 8.535.933,94 4+stella 50.732,00 Nessun5+1 - 3+stella 2.320,00 Vinconoconpunti5 81.379,16 2+stella 100,00 Vinconoconpunti4 507,32 1+stella 10,00 Vinconoconpunti3 23,20 0+stella 5,00 Nazionale 59 25 4 81 37 Bari 29 65 15 3 6 Cagliari 56 1 77 57 5 Firenze 7 88 45 81 83 Genova 46 50 35 63 47 Milano 38 88 76 47 37 Napoli 15 73 35 90 17 Palermo 51 11 13 36 4 Roma 57 65 28 66 71 Torino 41 82 26 30 57 Venezia 46 31 21 10 15 LOTTO 10eLotto 1 7 11 15 29 31 35 38 41 4546 50 51 56 57 65 73 77 82 88 InumeridelSuperenalotto Jolly SuperStar 38 39 46 74 85 89 82 21 LO SCORSO ANNO LI SALVÒ LO SCIOPERO, QUEST'ANNOILCONTRATTOÈFIRMATOEILCAMPIONATOCOMINCERÀ COME PREVISTO. Ma a dieci giorni dall'inizio della serie A, sono ancora tanti, troppi i “mister x” dei presidenti di serie A. Venti club al via e balza subito all'occhio la completezza della Juve rispetto a tutte le altre. A una rosa già vincente, l'ad Marotta ha subito depredato l'Udinese di Isla e Asamoah. Manca l'esterno (Armero?) e un attaccante tra Llorente e Dzeko. In più, all'addio di Del Piero è seguito l'arrivo di Giovinco a riequilibrare le questioni di cuore. In difesa i bianconeri hanno piazzato il colpo Lucio a zero e con l'aggiunta di Bonucci e Barzagli, il reparto arretrato sembra a posto anche per la Champions. Dietro, le pretendenti più illustri (Milan e Inter) sembrano principesse senza dimora, e ai nastri di partenza la più accreditata anti-Juve sembra essere il Napoli. Il presunto smantellamento si è fermato alla cessione di Lavezzi, ma in attacco c'è sempre sostanza tra Pandev, Cavani e Insigne, che potrebbe diventare il giocatore in più di questa Serie A povera di talento. Se aggiungiamo Hamsik, i tre tenori diventano «i fantastici 4». Mazzarri avrà anche un Behrami in più a centrocampo, ma in difesa manca ancora un centrale titolare da affiancare a Cannavaro: l'ultimo nome è Uvini. Tutto da decifrare il mercato del Milan, dopo l'esodo dei vecchietti, Allegri si è visto recapitare Montolivo (l'erede in sedicesimo di Pirlo), e gli altri rinforzi sono da media squadra: Constant, Traoré, Zapata e Acerbi. Se qualcosa non cambia, la difesa del prossimo anno avrà le stesse lacune. Eppure si cerca il colpo davanti tra Matri, Kakà, Quagliarella e un complicato ritorno di Borriello. Anche se nessuno vale quanto Ibrahimovic e Thiago Silva. Ma se Atene piange, Sparta non ride. Tolto qualche senatore, l'Inter di Stramaccioni è lontana anni luce da quella del Triplete. Palacio, Silvestre e Mudingayi adombrano un alone di mistero sul centrocampo di Strama, che perciò chiede a Moratti uno sforzo in più per arrivare a uno tra Paulinho, Fernando e De Jong. Bene in difesa con gli arrivi di Handanovic tra i pali e Silvestre, ma in attacco tutto si reggerà ancora sulla vena intermittente di Sneijder e Milito. Sulla carta, le due milanesi vengono dopo il Napoli ma attenzione alla Roma, alla sua seconda rivoluzione culturale con l'approdo di Zdenek Zeman. Il ds Sabatini è riuscito a cedere 16 giocatori, compresi Juan e Heinze. Zeman avrà l'imbarazzo della scelta in attacco (partito Borini, arrivato Destro), ma in difesa manca ancora un centrale forte (Castan, Burdisso e...) e un terzino destro alla stregua di Balzaretti dall'altra parte. Tra le possibili sorprese, la solita Udinese dei miracoli e – tolto Di Natale - senza attaccanti (ma occhio a Muriel e “O Mago” Maicosuel), e la Fiorentina di Montella. Stravolta per otto undicesimi e con Jovetic sempre lì, la Viola ha cambiato pelo. A centrocampo, se oltre a Cuadrado, Pizarro e Aquilani, funzionerà anche Borja Valero, addio tristezza al Franchi. Incognite da scoprire Lazio e Palermo, i biancocelesti sono quelli dello scorso anno con Ederson e Zarate in più, ma con un Reja in meno: come assorbirà la prima stagione italiana Petkovic? Se il tecnico fa la differenza, con Sannino aumentano invece le quotazioni dei rosanero. Per il resto pochi ritocchi, la struttura è quella dello scorso anno, con Zamparini che sta cercando l'alternativa più giovane a Balzaretti. A destra della classifica, potrebbe essere un campionato senza grosse spaccature, e squadre come Parma (Amauri e Parolo), Torino (se terrà Ogbonna) e l'Atalanta dell'azzurro Gabbiadini, nutrono già speranze di emergere presto dalla zona calda. Subito dietro il Catania di Maran, con l'incognita della Samp di Ferrara la cui leggerezza in attacco (bene Maxi Lopez ma poi?) rischia di pesare. Chi preoccupa di più è il Siena: perso Destro, Cosmi davanti avrà solo Calaiò e Bogdani. Con Pescara, Bologna, Chievo e Cagliari, anche i toscani sono a caccia della punta. SPORT Dietro la Juve ChepoveraA Unasettimanaalvia: solo il Napoli sembra all'altezza Elkann contro Zeman:«Non vinceniente» MASSIMODEMARZI tomassimo@virgilio.it GIOVEDÌ 16 AGOSTO LasquadradiMazzarripiù completadi IntereMilan, e l'entusiasmopuòfare la differenza.Bianconeri semprepiùforti.E laRoma... SIMONEDISTEFANO sidistef@gmail.com Unafasedella tesissimaJuventus-Napoli di Supercoppa,disputataa Pechino,eantipasto delcampionato. FOTO DI ADRIAN BRADSHAW/ANSA «HA VINTO PIÙ CARRERA IN UNA PARTITA CHELUIINUNALUNGACARRIERA». A margine della tradizionale festa in famiglia di Villar Perosa, con la sfida tra Juve A e Juve B, il presidente della Fiat John Elkann ha pesantemente ironizzato su Zeman, che aveva attaccato Conte per la squalifica legata alla vicenda scommesse. La Juve, invece, scherza decisamente meno quando si parla di mercato perché, sfumato Robin Van Persie (passato dall'Arsenal al Manchester United per 23 milioni di sterline), l'obiettivo numero uno, lo spagnolo Fernando Llorente, potrebbe finire proprio all'Arsenal, grazie ai soldi della cessione di Van Persie, anche se Wenger ha smentito. Intanto per il Milan potrebbe riaprirsi la strada che porta a Kakà: ieri il croato Modric è partito per Madrid per sostenere le visite mediche, poi diventerà ufficiale il passaggio al Real (38 milioni di euro al Tottenham). A quel punto Kakà diventerebbe una terza scelta per Mourinho e allora si tornerebbe a parlare di un suo ritorno in rossonero, anche se la sensazione è che qui saranno decisive le ultime 48 ore di mercato. Per questo non è da escludere anche un altro ritorno, quello di Marco Borriello, anche se il centravanti oggi alla Roma gradirebbe l'ipotesi Genoa più di un nuovo approdo a Milanello, dove rischierebbe ancora di partire dalla panchina. Restando in tema di prime punte, sta prendendo quota l'ipotesi di un passaggio di Giampaolo Pazzini al Napoli, possibile lo scambio che potrebbe portare all'Inter il centrocampista Gargano. Intanto, sia i nerazzurri che i partenopei (molto vicini al difensore brasiliano Uvini del San Paolo) seguono il portoghese Alvaro Pereira, anche se non sembrano disposti a sborsare i 12 milioni richiesti dal Porto. U: venerdì 17 agosto 2012 23
SEGUEDALLAPRIMA O magari perfino una convincente spiegazione della più recente dislocazione dell'Udc. Sta di fatto che quella frase contiene una narrazione. Racconta il complesso rapporto che legò i centristi di allora e la sinistra di allora, e che li indusse insieme a combattersi e a rispettarsi, a sentirsi alternativi e nello stesso tempo nobilmente complici; e a disegnare ognuno il proprio profilo anche su quello dell'altro. Quella frase De Gasperi la pronunciò a ridosso della sfida elettorale del 18 aprile 48, credo in un'intervista al Messaggero. Si era dentro la contesa più aspra, nel mondo soffiavano i venti della guerra fredda, i comunisti erano appena stati scomunicati e Togliatti aveva annunciato ai suoi militanti di aver comprato un paio di scarponi chiodati per regolare i conti con i propri avversari. Cosa voleva dire, in quel contesto, «guardare» a sinistra? Da un lato penso che De Gasperi volesse dire al popolo che votava Pci e Psi che anche la Dc guardava ai loro interessi e bisogni con spirito di sollecitudine; dall'altra immagino stesse riconoscendo, quasi freudianamente, che un certo filo comune non si era del tutto spezzato, anche se il nuovo contesto non consentiva di pensare a nessuna collaborazione. Si trattava appunto di una sfida aspra e dura. Che però avveniva dentro il recinto di alcune regole e parole d'ordine d'insieme. In quella Italia la parola «destra» era indicibile. E così, centro e sinistra erano allo stesso tempo confine e passaggio, antagonismo e collaborazione, in qualche misura accomunati dalla stessa sfida che li opponeva. Ora, dalla scomparsa di De Gasperi sono passati 58 anni, e sarebbe bene che le commemorazioni di questi giorni non planassero troppo rapidamente sul presente. Il leader trentino infatti fu il padre fondatore della nostra democrazia, e in quanto tale appartiene a tutti, ed è più che lecito che ognuno vi ritrovi quello che sente in termini di affinità e di esempio. Ne siamo tutti figli, per così dire. E di questo legame col passato abbiamo bisogno proprio perché non riusciamo ancora ad annodare legami più robusti tra di noi. Dunque mettiamo al bando gelosie e sentimenti proprietari. Se il nuovo centrismo guarda a De Gasperi come alla propria fonte di ispirazione, ne ha tutto il diritto. E se perfino il mondo di Berlusconi si leverà il cappello, non glielo si potrà negare. Ogni celebrazione ha le sue buone ragioni, e non c'è troppo da ridire sull'officiante che celebra il rito. Ma appunto per questo è importante che a questo appuntamento non manchi il Pd. Quella divisione delle spoglie, tracciata a suo tempo da Francesco Cossiga, per la quale De Gasperi spettava al centrodestra e Dossetti al centrosinistra, non possiamo farla nostra. È una divisione che echeggia troppo il passato per tener conto di quello che è cambiato, e che rischia involontariamente di consegnare il degasperismo ad uno spirito di parte che non gli appartenne mai fino in fondo. In realtà il solco lungo cui la democrazia italiana si è mossa in questi anni - e noi con lei - è stato soprattutto quello degasperiano, e appunto per questo occorre togliere di mezzo quello che resta delle recinzioni di una volta. La sua vittoria di allora appartiene a tutti noi. E perfino le sue sconfitte meritano oggi un ricordo pieno di gratitudine per i moniti che ci hanno lasciato in eredità. Da europeista De Gasperi fu sconfitto sulla Ced, la comunità di difesa, e la cosa gli bruciò immensamente. Da uomo di governo fu sconfitto sulla cosiddetta (molto cosiddetta) legge-truffa. Da leader democristiano fu sconfitto dal prevalere delle correnti più giovani e meglio organizzate. Ognuna di quelle sconfitte, lo si è visto dopo, ci è costata cara. E ognuna allude a problemi che ci troviamo davanti, non proprio tali e quali, ma ancora largamente irrisolti. Mettiamola così, allora. De Gasperi fu prima europeo e poi italiano. Fu prima uomo di governo e solo dopo, molto dopo, uomo di partito. Fu prima uomo di Stato e poi, in un altro ordine di cose, devoto al suo Papa. Ognuna di queste priorità si rivelò per lui fonte di difficoltà, e perfino di sofferenza. La destra lo odiò, la sinistra lo combattè, il suo stesso partito lo contrastò, e perfino una parte della Chiesa a tratti ne diffidò. Chi lo cerca oggi come un faro ispiratore farebbe bene a tener conto che fu un uomo a quei tempi controverso. E che una parte di quella controversia non è ancora risolta. In quella controversia io dico che ci siamo anche noi. E che affrontarla non sarà come passare su un comodo letto di rose. Il commento È il deficit di politica che genera conflitti Antonio Ingroia Magistrato Maramotti SEGUEDALLAPRIMA Nel caso in questione, come a volte accade, sono venuti in conflitto interessi e beni giuridici eterogenei ma tutti meritevoli di tutela. Di qua il diritto alla salute, messo a grave rischio dagli effetti inquinanti di certe produzioni industriali; di là vari interessi economici, compreso il diritto al lavoro, minacciati dalla chiusura degli stabilimenti inquinanti. Quando un diritto deve essere sacrificato, va operato un equilibrato bilanciamento di interessi. Ed è proprio quello che ha fatto la magistratura tarantina che, dopo vari tentativi di soluzioni alternative risultate infruttuose, anche e soprattutto a causa dell'assenza di una politica che facesse la sua parte, è giunta all'inevitabile conclusione di far prevalere il diritto alla salute cui la Costituzione attribuisce espressamente rango di «diritto fondamentale». Ma ecco che, dopo l'inevitabile provvedimento giudiziario traumatico, è tutto uno stracciarsi di vesti da parte della politica che, a danno fatto, minaccia l'ennesimo conflitto di attribuzioni contro la magistratura accusata (ancora!) di invasione di campo, stavolta nei confronti di una non meglio precisata lesione delle prerogative governative di esercizio del «potere di fare politica industriale». Il tutto arricchito dal solito contorno di denigrazione mediatica del malcapitato di turno, leggasi magistrato autonomo e indipendente, questa volta un Gip tutt'altro che avvezzo ai riflettori ed alle prime pagine dei giornali, e quindi certamente non accusabile di protagonismo politico-mediatico (ed ecco allora che, non potendo funzionare la denigrazione politica, scatta l'insulto personale, del tutto gratuito e discriminatorio). Lo schema, seppur logoro, viene ripetuto eguale a se stesso, attraverso alcuni ineludibili passaggi che vengono adattati alla situazione diversa, caso per caso. Primo passaggio: c'è un grave problema che andrebbe affrontato dalla politica. Una volta è la mafia, un'altra volta è la corruzione, stavolta è la salute dei cittadini e dei lavoratori esposti a gravissimi rischi, e oggi potremmo dire a compromissione certa dello stato di salute, come dimostrato dalle statistiche sulla mortalità per tumore dei lavoratori dell'Ilva. Di fronte a problematiche così enormi toccherebbe alla politica agire, non secondo la logica del conflitto, ma secondo criteri di prevenzione. Prevenire per non punire. Intervenire per contrastare mafia e corruzione con progetti coraggiosi di risanamento della società in tutte le sue articolazioni, mondo politico compreso, cooperando - se necessario - con la magistratura impegnata in difficili indagini per accertare la verità anche sulle vicende più scabrose della nostra storia. Nello stesso modo, elaborare politiche di radicale tutela della salute e dell'ambiente senza se, ma contemperandola con gli interessi economici nazionali e con il diritto al lavoro in un ambiente sano. Invece no. Dalla politica vengono solo silenzi e immobilismo conservatore. A parte qualche timido vagito riformistico, prevale l'accettazione dello status quo, delegando la magistratura a fronteggiare le eventuali emergenze. Ma appena la magistratura interviene con inevitabile mano pesante, usando il cosiddetto «guanto di legno» del diritto penale, la reazione della politica si rivolge contro la magistratura, rea di invasione di campo. Una magistratura costretta invece ad adottare provvedimenti visti come eccessivi ed inopportuni da una politica dimentica che all'applicazione della legge penale sono, devono essere, estranei i criteri di opportunità, propri invece della politica. Paradossi italiani. Ai quali se ne affianca un altro, ancor più grave, che rivela quanto sia rovesciata la realtà nel nostro Paese. Accade, infatti, che la politica, che dovrebbe essere il regno della prevenzione dei conflitti, la sede dove si individuano soluzioni che prevengano il giudiziario, manchi l'appuntamento col suo paradigma identitario per instaurare invece, a posteriori, dannosi conflitti con il potere giudiziario, doverosamente attivatosi quando il conflitto esplode, visto che è proprio alla magistratura che tocca la risoluzione dei conflitti. Ed al contrario, il ritardo della politica viene (solo apparentemente) compensato dalla politica stessa, in autotutela, sollevando conflitti contro la magistratura, a sua volta ripetutamente accusata di invasioni di campo. Una politica che crede così di riuscire ad autoassolversi agli occhi dei propri cittadini, elevando un conflitto dopo l'altro contro il potere giudiziario, all'interno di nuovi disegni egemonici ostili a quella vera separazione dei poteri su cui deve fondarsi uno Stato di diritto. Così continuando, mi pare fondato il timore che siamo rimasti dentro quel tunnel senza uscita dal quale sembrava fossimo venuti fuori appena qualche mese fa, quando si insediò fra grandi aspettative e speranze il governo Monti. SEGUEDALLAPRIMA Oltre a quell'aspetto, sostenuto con forza da classici del pensiero politico come Lippmann e Dahrendorf, Habermas e Sartori tra gli altri, vi è un'altra tesi che condivido: dal cattivo funzionamento e dal trasfigurarsi del rapporto tra democrazia e opinione pubblica discendono, in modo speciale nella realtà italiana, elementi di fondata preoccupazione per la tenuta e la forma stessa della democrazia. Certo, il problema non è nuovo e anche in Italia se ne è discusso a lungo, ma si ha l'impressione che si sia rimasti alla superficie e non si siano fino in fondo indagati i modi, i luoghi e le fenomenologie del formarsi e del consolidarsi dell'opinione pubblica, specialmente nell'ultimo ventennio della nostra storia. Questi luoghi (le televisioni, facebook e suoi derivati, i rotocalchi, i giornali e i talk-show che si contano ormai a decine) e queste fenomenologie (il ricorso quasi permanente alla parola urlata più che ragionata, l'insulto, il gossip, l'effetto scandalistico, la ricerca dell'applauso da stadio) sono all'origine di un mutamento profondo nel concetto e nella pratica stessa dell'opinione pubblica. Da fattore consustanziale della democrazia, fino a costituire il connotato maggiore della sua modernità illuministica, l'opinione pubblica è diventata progressivamente serbatoio passivo di un senso comune, effimero ed estemporaneo, di volta in volta creatosi - osserva Ciliberto - intorno a un nuovo modello di secolarizzazione, basato non più sui grandi blocchi ideali (socialista, liberale e cattolico) della società civile, delle sue linee di tendenza ideologiche e dei suoi programmi politici, ma sull'individuo, sul singolo come icona del successo o comunque come oggetto di attrazione da parte di una opinione pubblica che non è più soglia critica e limite positivo della democrazia, ma acquiescenza, abitudine alla politica come insulto, come iperbole continua, come ricerca non del consenso ragionato, ma dello stordimento populistico. La democrazia è certo la forma di governo che si qualifica prima facie come ricerca e costruzione del consenso, ma quando le forme di autonomia di questo consenso vengono capovolte ed annullate perché dipendenti non dalla libertà di espressione e di scelta, ma dal comando carismatico o dall'effetto di trascinamento del leader populistico di turno, allora si logora quel nesso originario tra essa e l'opinione pubblica. Era un pericolo che esattamente cinquant'anni fa (1962) Habermas paventava nel suo libro sull'opinione pubblica, quando, con straordinaria capacità anticipatrice, metteva in guardia dal fatto che la sfera pubblica da momento di massima manifestazione della libertà di critica e di possibilità di intervento trasformatore delle strutture sociali, stava, già allora, lentamente trasformandosi in materia malleabile e manipolabile, talvolta addirittura incontrollabile, e tuttavia indispensabile alla costruzione di consensi acritici veicolati in primo luogo dai mezzi di comunicazione di massa. Gli effetti, però, più evidenti della manipolazione della sfera pubblica si possono individuare nella assoluta arbitrarietà e precarietà dei significati che hanno assunto alcune delle più classiche categorie della politica. Si pensi alla parola riforme (e ai suoi derivati: riformismo, riformisti, riformatori, etc.) e ci si accorgerà che la sua usura e la sua continua manipolazione ne hanno fatto un termine ormai slegato dalla sua originaria radice semantica, un termine buono per tutti i leader e tutti i programmi di destra, centro e sinistra. E tutto ciò non fa invero bene alla già malferma salute della democrazia italiana. Forse sarebbe il caso di incominciare con una proposta a costo zero: la costituzione di una commissione, per esempio congiunta, tra Accademia della Crusca e Accademia dei Lincei, incaricata di controllare (un controllo, per carità, non censorio, ma semplicemente linguistico-concettuale) usi e abusi delle parole della politica. Chissà se non sia il caso di dare avvio a quell'invito alla riflessione, proposto da Ciliberto, proprio da questo compito di difesa e ripulitura del lessico di una sana e plurale «sfera pubblica». L'intervento Il Pd e l'eredità di De Gasperi Marco Follini Senatore Pd L'analisi Quale opinione pubblica se la politica grida . . . Rischia di logorarsi il nesso con la democrazia . . . Un pericolo segnalato da Habermas Giuseppe Cacciatore Ordinario di Storia della filosofia COMUNITÀ venerdì 17 agosto 2012 15
Diciotto morti, una carneficina. La polizia sudafricana ha aperto il fuoco sui lavoratori della miniera di platino di Marikana, in sciopero da sei giorni per ottenere aumenti salariali. Le forze dell'ordine hanno iniziato a sparare dopo la scadenza dell'ultimatum con il quale avevano intimato ai minatori di deporre le armi, bastoni e machete, con i quali questi si era asserragliati in cima ad una collina, determinati ad ottenere paghe più giuste. La miniera di Marikana, un centinaio di chilometri a nord-ovest di Johannesburg, è la terza più grande al mondo per la produzione di platino. Metallo nobile, che frutta ai proprietari degli impianti proventi colossali. Ma ben poco arriva nelle tasche dei minatori: il salario medio è l'equivalente di 400 euro al mese, quanto basta per vivere una vita di miseria. SEI GIORNI DISCONTRI Già nei giorni scorsi c'erano stati feroci episodi di violenza. Una decina di lavoratori erano rimasti uccisi in quella che inizialmente è sembrata una resa di conti tra due organizzazioni sindacali diverse. L'esplosione di violenza sarebbe stata innescata da un dissidio tra la National Union of Mineworkers (Num), un'associazione sindacale di lunga data e la nuova sigla, Association of Mineworkers and Construction Union (Amcu), considerata più combattiva e radicale. Quest'ultima ha chiesto aumenti salariali pari a 12.000 rand: il triplo della baga base. Domenica scorsa due vigilantes della miniera erano rimasti uccisi negli scontri, insieme a due lavoratori. Dopo giornate ad alta tensione, ieri la situazione sembra essere completamente sfuggita al controllo. Alcuni leader sindacali, insieme alla polizia, hanno cercato di allontanare dalla collina, non lontana dalla miniera di Marikana, la folla esasperata. Ma è stato inutile, molti lavoratori hanno gridato in risposta di essere pronti a morire. Sono scoppiati scontri violentissimi. La reazione degli agenti anti-sommossa è stata feroce, hanno sparato sulla folla con armi automatiche. Dalla collina i lavoratori hanno lanciato proiettili contro le forze di polizia, tutto quello che capitava a tiro. «Ci sono morti a terra. Ne ho visto uno con un foro da proiettile in piena fronte», ha raccontato un testimone alla Bbc. La Lonmin, società proprietaria dell'impianto minerario, ha dichiarato illegale lo sciopero, ha minacciato di non riammettere nella miniera chi non si fosse presentato regolarmente al lavoro stamattina. Tremila i lavoratori a rischio. La società lamenta di aver già perso sei giorni di produzione e subito il crollo in borsa delle proprie azioni - fino al 13 per cento. Ma le perdite in borsa non bastano a giustificare la carneficina. L'esplosione di violenza ha scioccato il Sud Africa. La carneficina ha riportato alla mente scene di un passato che si credeva sepolto, la ferocia dei tempi dell'apartheid, quando la polizia apriva regolarmente il fuoco contro i manifestanti anti razzisti negli anni Sessanta e Settanta. Dalle immagini diffuse dalla tv all news non è stato possibile capire che cosa abbia spinto i responsabili delle forze dell'ordine, armati fino ai denti e protetti dalle tute anti-sommossa, a sparare sulla folla. Le immagini - diffuse in tutto il mondo - hanno mostrato ad un certo punto un ufficiale che gridava il «cessate il fuoco». Subito dopo, in mezzo alla polvere, le telecamere hanno inquadrato corpi riversi al suolo, poveri fagotti di stracci coperti di sangue. Altre immagini hanno catturato gli sguardi stupiti ed impauriti dei minatori, che non si aspettavano una reazione così radicale da parte della polizia. E restavano immobili, incapaci persino di scappare. Erano anni che non si registravano in Sudafrica tensioni di tale intensità, il Paese ha vissuto anni di relativa stabilità dopo le prime elezioni multi razziali del 1994. Ma anche se la stampa ricorda la violenza dell'apartheid, oggi sia i poliziotti sia i manifestanti sono quasi tutti neri. Da due parti diverse della barricata. Non è la prima volta che la protesta per i salari o per miglori condizioni di lavoro in Sudafrica finisce nel sangue. Mai però come ieri. Nel gennaio scorso c'erano stati almeno tre morti in una disputa analoga in un'altra località. Gli impianti erano rimasti chiusi per sei settimane alla miniera gestita dall'Impala Platinum, il prezzo del platino era salito del 15%. La Lonmin, che ha base a Londra, sostiene che a Marikana si concentri il 96% della sua produzione. Barnard Mokwena, vicepresidente della società, ha escluso la ripresa dell'attività per il momento. «Finché il posto non sarà sicuro, non riprenderemo la produzione». ma 2 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche, prevede espressamente che: “Nessuna disposizione della presente Convenzione può essere intesa come vietante l'esercizio di funzioni consolari da parte di una missione diplomatica”. Del resto, la stessa legge invocata dalle autorità britanniche, indirettamente riconosce che l''immunità non può essere revocata per censurare l'esercizio di attività consolari. Fra queste rientrano concedere passaporti, stipulare atti notarili, celebrare matrimoni, ma anche vagliare le domande di asilo presentate dai rifugiati; pertanto l'Ecuador non ha commesso alcuna violazione delle consuetudini internazionali che possa consentire alla Gran Bretagna di revocare l'immunità e irrompere nella sede diplomatica per esercitare la propria giurisdizione. Del resto, la facoltà di concedere l'asilo politico è stata frequentemente utilizzata da tutti gli Stati occidentali, compreso il Regno Unito, in favore di persone che si erano rifugiate nelle sedi diplomatiche per sfuggire alla giurisdizione del loro Paese, come in Cile, in Argentina e in quelli che una volta erano i Paesi socialisti». Sulpianodeldirittointernazionali,esiste unaviad'uscitadal«contenzioso-Assange»? «Le parti si potrebbero rivolgere alla Corte Internazionale di Giustizia per chiedere di risolvere la controversia tra i due Stati. Tuttavia, la pretesa di Londra è manifestamente contraria al diritto internazionale e, se portata avanti, esporrebbe le sedi diplomatiche britanniche in tutto il mondo a gravissimi rischi». Valeadire? «Pensiamo cosa potrebbe succedere se una donna condannata alla lapidazione in Iran, si rifugiasse nell'ambasciata inglese a Teheran. Seguendo il precedente fornito dall'Inghilterra, la polizia iraniana potrebbe violare l'ambasciata inglese, catturare la rifugiata e metterla a morte». Siamodunquenelvivodiunacrisi irrisolvibilesulpiano strettamente giuridico? «Naturalmente no. Il principio dell'inviolabilità delle sedi diplomatiche è un principio antichissimo, che precede la stessa Carta delle Nazioni Unite, e dovrebbe essere rispettato da tutti i Paesi. L'opinione pubblica deve far valere l'interesse al rispetto del diritto internazionale, fondamento della pace e della convivenza pacifica tra le nazioni». La polizia inglese circonda l'ambasciata ecuadoriana. Assange è dentro. Come potrebbe uscirne senza essere arrestato? «Il riconoscimento dello status di rifugiato da parte dell'Ecuador dovrebbe essere rispettato dal Governo inglese che dovrebbe concedere ad Assange un salvacondotto di rifugiato per raggiungere Quito, come in passato fece il regime di Pinochet con i cileni che si erano rifugiati nell'ambasciata inglese». JulianAssange«dovrebbe essereascoltato dai giudici in Svezia così come le le sue vittime, perché anche loro meritano dipresentarsidavantiadunacorte».Asostenerlo è la portavoce di Viviane Reding, vicepresidente della Commissione UeresponsabiledellaGiustizia,ricordandocheilfondatorediWikileaksè«oggettodiunmandatodicatturaeuropeo che èlostrumentodautilizzareperpermettere ad Assange di rispondere alle accuse nella giurisdizione in cui si sono svolti gli attiall'originedelle accuse». «Questo è un problema inerente la situazione presa in esame in Ecuador per concedere l'asilo politico. Se non può essere contestato il diritto ad un giusto processo in Svezia, risulta però che le autorità svedesi non abbiano garantito all'Ecuador che Assange non sarebbe stato estradato negli Stati Uniti, dove rischia la vita. E quindi nel bilanciamento tra questi due differenti valori giuridici, non può essere deprecata la scelta di Quito di riconoscere l'asilo politico ad Assange». Qualeconsiderazionedifondoèpossibile trarreda questa vicenda? «Una considerazione inquietante: il ritorno alla legge del più forte, alla logica di quella che nel secolo scorso era la cosiddetta “politica delle cannoniere”, che vedeva alcune potenze europee imporre con la forza agli Stati più deboli il loro punto di vista sulle questioni internazionali e sui contenziosi aperti». Anche Paul McCarthney si è aggiunto alla lista dei sostenitori. Oggi il verdetto contro le tre ragazze delle Pussy Riot, il gruppo punk-rock accusato di teppismo e istigazione all'odio anti-religioso per aver cantato una preghiera anti-Putin nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca. L'accusa ha chiesto tre anni di carcere, per un reato che ne prevede fino a sette. Il mondo della musica, da Madonna agli ex Beatles, a Sting - in Italia «Elio e le storie tese» - si è schierato dalla loro parte. La loro storia ha fatto il giro del mondo, Amnesty International ieri ha presentato una petizione a loro nome nell'ambasciata russa di Londra, in calce 10.000 firme. Loro, le Pussy, hanno tenuto la testa alta, limitandosi a chiedere scusa per aver involontariamente offeso i sentimenti religiosi. Ma non hanno ceduto di un millimetro nel rivendicare il loro diritto di stare all'opposizione, di criticare il regime e anche la Chiesa ortodossa che ne ha sposato la causa. Hanno finito per catalizzare l'attenzione e diventare delle star, mentre accusavano la Corte e il regime di usare metodi di staliniana memoria. Soprattutto la più giovane - e bella Nadia Tolokonnikova, giovane mamma, laureanda in filosofia, 22 anni appena. In poche settimane, i suoi amici su Facebook sono saliti a 5.000 e il New Yorker ha definito la sua dichiarazione di difesa, in cui cita Pitagora, Dostoevsky e Solzhenitsyn, «un classico nell'antologia della dissidenza». La stampa è andata a scavare nella sua vita, per scoprire che la Nadia fa anche parte del gruppo artistico di protesta Voina (Guerra), balzato alla notorietà per aver disegnato un enorme fallo su un ponte mobile di fronte alla sede dei servizi di sicurezza Fsb (ex Kgb) a San Pietroburgo. Nel 2008, incinta di nove mesi, Tolokonnikova ha posato nuda insieme al marito per protestare contro l'elezione di Dmitri Medvedev alla presidenza russa. Nel febbraio scorso si è infilata calzamaglia e passamontagna per cantare la sua protesta contro la rielezione di Putin, arrivato ormai al terzo mandato presidenziale. Playboy Ucraina la trova irresistibile: vorrebbe dedicarle una copertina. IL PATRIARCAALL'ESTERO Nell'attesa del verdetto, le autorità di Mosca hanno deciso di mettere sotto scorta il giudice Marina Syrova, che ha denunciato di essere stata minacciata. Il patriarca ortodosso Kirill, che aveva chiesto pene esemplari, ha prudentemente preferito un invito della Chiesa polacca - viaggio inedito, che la stampa definisce storico - allungando le distanze con una vicenda che ha finito per dividere la stessa Chiesa ortodossa: tra chi grida all'oltraggio e chi invoca invece un gesto di perdono. «È una vergogna per la Chiesa aver mandato della persone in galera. La Chiesa definisce il loro gesto un sacrilegio. Ma il vero sacrilegio è di processarle in nome di Cristo. La fede cristiana è misericordia e amore» ha scritto sul sito Grani.ru un sacerdote moscovita, padre Viacheslav Vinnikov, 74 anni. Professore all'accademia teologica, padre Andrei Kurayev, anche lui noto blogger ortodosso, ha chiesto clemenza per le Pussy Riot, malgrado abbia definito il loro gesto «una cosa esecrabile». Nessuno azzarda pronostici sulla sentenza, dopo che lo stesso Putin ha detto di ritenere ammissibile «una condanna mite»: una dichiarazione che paradossalmente, secondo i sostenitori delle tre ragazze, potrebbe preludere ad una pena severa, lasciando così alla magistratura il margine per definire la propria autonomia, a dimostrazione che il potere politico non è assoluto. Per oggi è stata annunciata una giornata mondiale di solidarietà per il gruppo. «Ci saranno iniziative in favore delle Pussy Riot a Parigi, Berlino, Londra e naturalmente a San Pietroburgo e Mosca» ha detto uno dei legali del gruppo, Mark Feigin. Altre manifestazioni sono in programma a New York, Madrid, Barcellona, Praga, Edinburgo e Dublino. Nella maggior parte delle città russe ed europee le manifestazioni inizieranno alle 12 italiane, un'ora prima della lettura della sentenza. Chiesti tre anni per le ragazze che hanno cantato una preghiera anti-Putin Solidarietà dal mondo VIRGINIALORI La manifestazione dei sostenitori di Assange davanti all'ambasciata dell'Ecuador a Londra FOTO DI SANG TAN/AP-LAPRESSE MA.M. Sudafrica, minatori in sciopero La polizia spara: 18 vittime Pussy Riot, oggi la sentenza Playboy pensa alla bella Nadia deve rispettare il diritto» . . . E se una condannata alla lapidazione in Iran si rifugiasse nell'ambasciata britannica a Teheran? . . . Sembra prevalere la legge del più forte che impone le proprie scelte ai deboli . . . Già nei giorni scorsi altri gravissimi incidenti Gli operai armati di machete, sindacati divisi Le forze dell'ordine fanno fuoco ad altezza d'uomo La protesta per ottenere salari più alti venerdì 17 agosto 2012 7
SPECIALE COMEUNQUARTO STATO Il fumettoè statopubblicato da «asud'europa», settimanale diculturaed economia realizzatodal CentroLaTorre NELTRENTESIMOANNIVERSARIODELL'OMICIDIODIPIO LATORREEROSARIODISALVO,un fumetto vuole raccontarne la storia. E ci riesce con passione ed impegno civile. «La marcia di Pio» racconta ai ragazzi (e non solo) la vicenda umana e politica del deputato del Pci ucciso da Cosa Nostra il 30 aprile del 1982. E lo fa grazie al contributo del Centro Pio La Torre e alla sensibilità degli autori dell'opera: lo sceneggiatore Nico Blunda e il disegnatore Giuseppe Lo Bocchiaro. Il soggetto è liberamente ispirato al testo «Pio La Torre, orgoglio di Sicilia» scritto da Vincenzo Consolo. Nelle 40 tavole che, a partire da oggi l'Unità pubblicherà, si scoprono gli anni della militanza nel Pci e nel sindacato, le lotte per l'assegnazione delle terre ai contadini contro lo sfruttamento dei proprietari terrieri, la protesta contro l'installazione dei missili Nato nella base militare di Comiso, in provincia di Ragusa, fino alla proposta di legge che introdusse il reato di associazione mafiosa e la norma per la confisca dei beni agli uomini dei clan. Come scrive Franco La Torre, il figlio: «Mio padre sapeva di essere in pericolo. ma questa evidenza non gli aveva impedito (....) di tornare in Sicilia a combattere, in prima linea, la battaglia politica per il riscatto della sua terra». U: Pioètornato amarciare Atrent'annidall'omicidio unfumettoraccontaLaTorre Daoggi finoasabato25agosto l'Unitàpubblicherà letavole di«LamarciadiPio»,disegnid'azionecivilediNicoBlundae GiuseppeLoBocchiaro,colcontributodiAntonellaLombardi 1 2 3 10 venerdì 17 agosto 2012
TV «IL FALÒ DELLE VANITÀ» DI BRIAN DE PALMA Nei ram-panti anni Ottanta a New York un arrogante operatore di Wall Street in piena carriera ha un incidente di percorso che rischia di ribaltargli la situazione. Avidità, cinismo, giochi di interesse e mancanza di umanità: tratti di un'epoca di ieri che assomiglia molto all'oggi. Da un romanzo di Tom Wolfe, con una spettacolare sequenza iniziale. RETE4 ORE23,10 ARENAUNITÀ OGGIVI CONSIGLIAMO... Il finanziere rampante nellaNewYork dabere degli anni 80 06.30 Tg 1. Informazione 06.40 CCISS Viaggiare informati. Informazione 06.45 Unomattina Estate. Attualita' 10.10 Unomattina Vitabella. Rubrica 11.05 Un ciclone in convento. Serie TV 12.00 E state con noi in TV. Show. Conduce Paolo Limiti. 13.30 TG 1. Informazione 14.10 Don Matteo 7. Serie TV 15.10 Capri. Serie TV 16.51 Previsioni sulla viabilità. Informazione 17.00 Tg 1. Informazione 17.15 Heartland. Serie TV 18.00 Il Commissario Rex. Serie TV 18.50 Reazione a catena. Show. Conduce Pino Insegno. 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Techetechetè. Rubrica 21.20 Me lo dicono tutti. Show. Conduce Pino Insegno. 23.40 TV 7. Informazione 00.40 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.10 Che tempo fa. Informazione 01.15 L'Appuntamento. Rubrica 02.05 Sottovoce. Talk Show. Conduce Gigi Marzullo. 02.20 Rai Educational In Italia. Educazione 07.10 Tutti odiano Chris. Serie TV 07.30 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 10.15 La complicata vita di Christine. Serie TV 10.35 Tg2 Insieme Estate. Rubrica 11.20 Il nostro amico Charly. Serie TV 12.10 La nostra amica Robbie. Serie TV 13.00 Tg2. Informazione 14.00 Senza traccia. Serie TV 14.45 Army Wives. Serie TV 15.30 Guardia Costiera. Serie TV 16.15 Blue Bloods. Serie TV 17.00 90210. Serie TV 17.50 Tg2 - Flash L.I.S. Informazione 17.55 Rai TG Sport. Informazione 18.15 TG 2. Informazione 18.45 Cold Case - Delitti irrisolti. Serie TV 19.35 Ghost Whisperer. Serie TV 20.30 TG 2 - 20.30. Informazione 21.05 N.C.I.S. Serie TV Con Mark Harmon, Micheal Weatherly, Pauley Perrette. 23.25 TG 2. Informazione 23.40 Presunto colpevole. Rubrica 00.30 Base Luna. Show. Conduce G-Max, Francesco Pannofino. 01.05 Hawaii Five-0. Telefilm 01.50 Meteo 2. Informazione 01.55 Appuntamento al cinema. Rubrica 06.30 Il caè di Corradino Mineo. Attualita' 08.00 La Superstoria. Rubrica 08.45 L'ombrellone. Film Commedia. (1965) Regia di Dino Risi. Con Enrico Maria Salerno. 10.20 La Storia siamo noi. Documentario 11.15 Agente Pepper. Serie TV 12.00 TG3. Informazione 12.01 Rai Sport Notizie. Informazione 12.15 Per un pugno di libri. Informazione 13.10 La strada per la felicita'. Soap Opera 14.00 Tg Regione. / TG3. Informazione 14.55 Ciclismo: Coppa Agostoni. Sport 17.00 Geo Magazine 2012. Documentario 19.00 TG3. / Tg Regione. Informazione 20.00 Blob. Rubrica 20.15 Cotti e mangiati. Sit Com 21.05 La Grande Storia. Documentario 23.05 Tg Regione. Informazione 23.20 Tg3. Informazione 23.10 Meteo 3. Informazione 23.25 Lucarelliracconta. Informazione 00.25 Appuntamento al cinema. Rubrica 00.30 Rai Educational Zettel - La filosofia in movimento. Rubrica 06.35 Media Shopping. Shopping TV 06.50 Magnum P.I. Serie TV 07.45 Più forte ragazzi. Serie TV 08.40 Sentinel. Serie TV 09.50 Monk. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Pacific blue I. Serie TV 12.55 Distretto di Polizia IV. Serie TV 13.50 Poirot. Serie TV 16.05 My Life - Segreti e passioni. Soap Opera 16.35 Speciale Tierra de Lobos. Show. 16.40 Per pochi dollari ancora. Film Western. (1966) Regia di Giorgio Ferroni. Con Montgomery Wood (Giuliano Gemma), Dan Vadis, José Calvo. 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.10 Siska. Serie TV 21.10 Julie Lescaut. Serie TV Con Mouss Diouf, Jennifer Lauret, Véronique Genest. 23.12 Il falò delle vanità. Film Grottesco. (1990) Regia di Brian De Palma. Con Tom Hanks, Bruce Willis, Melanie Grith. 01.25 Tg4 - Night news. Informazione 01.48 L'Italia che funziona. Rubrica 02.05 Navigare informati. Informazione 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.35 Belli dentro. Sit Com 09.10 La vela strappata. Film Drammatico. (2006) Regia di Joseph Greco. Con Joe Pantoliano, Marcia Gay Harden, Devon Gearhart. 11.10 I Cesaroni. Serie TV 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.45 Centovetrine. Soap Opera 14.45 Tornado Valley. Film Drammatico. (2009) Regia di Andrew C. Erin. Con Meredith Monroe. 16.15 Rosamunde Pilcher: L'arco di Cupido. Film Sentimentale. (2007 Regia di John Delbridge. Con Angela Sandritter. 18.30 La ruota della fortuna. Show. 20.00 Tg5. Informazione 20.40 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 21.21 A & F - Ale e Franz Show. Show. 23.31 Il bambino e il poliziotto. Film Commedia. (1989) Regia di Carlo Verdone. Con Carlo Verdone, Federico Rizzo, Adriana Franceschi. 01.30 Tg5 - Notte. Informazione 01.59 Meteo 5. Informazione 02.00 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 06.30 Il mondo di Patty. Serie TV 07.20 Hannah Montana. Serie TV 08.10 Cartoni Animati 10.30 Dawson's Creek. Serie TV 12.25 Studio Aperto. Informazione 13.02 Studio sport. Informazione 13.40 Futurama. Cartoni Animati 14.10 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 Dragon ball. Cartoni Animati 15.00 French kissing - A caccia di baci. Film Commedia. (2006) Regia di Konrad Sattler. Con Kristina Angenendt. 16.45 Giovani campionesse. Serie TV 17.40 Anteprima - Celebrity Games. Show 17.40 Love bugs III. Sit Com 18.30 Studio Aperto. 19.00 Studio sport. 19.25 C.S.I. New York. Serie TV 21.10 Prey - La caccia è aperta. Film Drammatico. (2007) Regia di Darrell Roodt. Con Bridget Moynahan, Peter Weller, Carly Schroeder. 22.50 Apocalypse: l'apocalisse. Film Commedia. (2005) Regia di John Lafia. Con Melissa Sue Anderson, Garcelle Beauvais. 23.47 Tgcom. Informazione 23.50 Navigare informati. Informazione 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus - Rassegna stampa. Rubrica 07.30 Tg La7. Informazione 07.50 In Onda (R). Talk Show. Conduce Filippo Facci, Natasha Lusenti. 08.30 Ultime dal cielo. Serie TV 09.30 J.A.G. - Avvocati in divisa. Serie TV 11.30 Agente speciale Sue Thomas. Serie TV 12.30 I menù di Benedetta (R). Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Movie Flash. Rubrica 14.10 Everest. Serie TV 15.40 Chiamata d'emergenza. Serie TV 16.30 Il Commissario Cordier. Serie TV 18.05 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Cash Taxi (R). Game Show 21.10 Missione Natura. Documentario. Conduce Vincenzo Venuto. 23.15 Tradimento mortale. Film Tv Thriller. (2002) Regia di Jason Hreno. Con Nicollette Sheridan, Andrew Jackson. 01.00 Tg La7. Informazione 01.05 Tg La7 Sport. Informazione 01.30 Il papavero è anche un fiore. Film Avventura. (1966) Regia di Terence Young. Con Trevor Howard. 21.00 Sky Cine News - Videogame Tomb Raider. Rubrica 21.10 Anni 90. Film Commedia. (1992) Regia di E. Oldoini. Con C. De Sica M. Boldi. 22.55 Tutta colpa della musica. Film Commedia. (2011) Regia di R. Tognazzi. Con R. Tognazzi M. Messeri. SKY CINEMA 1HD 21.00 Tesoro, mi si è allargato il ragazzino. Film Commedia. (1992) Regia di R. Kleiser. Con R. Moranis M. Strassman. 22.35 Jo e la figurina dorata. Film Commedia. (2010) Regia di A. Andresen. Con C. von der Hagen S. Boucher. 00.05 Goose! Un'oca in fuga. Film Commedia. (2004) Regia di N. Kendall. Con C. Chase J. Plowright. 21.00 Come lo sai. Film Commedia. (2010) Regia di J. Brooks. Con R. Witherspoon J. Nicholson. 23.05 Figlia del silenzio. Film. (2008) Regia di M. Jackson. Con H. Thompson O. Pattison. 00.40 Vite parallele. Film Commedia. (2010) Regia di N. Fearnley. Con D. Zuniga K. Clements. 18.40 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 19.15 Ninjago. Serie TV 19.40 Thundercats. Cartoni Animati 20.05 Level Up. Serie TV 20.30 Ninjago. Serie TV 20.55 Adventure Time. Cartoni Animati 21.20 Brutti e cattivi. Cartoni Animati 21.45 The Regular Show. Cartoni Animati 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Come è fatto. Documentario 20.00 Top Gear USA. Documentario 21.00 Miti da sfatare e la sporca dozzina. Documentario 22.00 Come è fatto. Documentario 23.00 Dynamo: Magie impossibili. Documentario 19.00 Una splendida annata. Musica 20.00 Lorem Ipsum. Attualita' 20.20 Una splendida annata. Videoframmenti 21.00 Fuori frigo. Attualita' 21.30 Fino alla fine del mondo. Reportage 23.30 Jack Osbourne No Limits. Reportage DEEJAY TV 18.30 Chelsea Settles: Una vita XXL. Serie TV. 19.20 Popland. Telenovelas 21.10 Teenager in crisi di peso. Docu Reality 22.00 Prof Sex. Docu Reality 22.50 The Buried Life: cosa faresti prima di morire?. Reality Show. 23.40 Speciale MTV News: Story of The Day. Informazione MTV RAI 1 21.20: Me lo dicono tutti Show conduce P. Insegno. Si spogliano dei panni di divi per calarsi in quelli della gente comune. 21. 05: N.C.I.S. Serie TV con M. Harmon. Tre episodi con le intricate vicende del Naval Criminal Investigative Service. 21.05: La Grande Storia Documentario. Prosegue il percorso attraverso i luoghi che sono stati teatro di importanti vicende storiche. 21.10: Julie Lescaut Serie TV con V. Genest. Un nuovo episodio in compagnia del commissario di polizia Julie Lescaut, 21.21: A & F - Ale e Franz Show Show con Ale e Franz. Otto puntate con gli sketch più esilaranti del duo comico. 21.10: Prey - La caccia è aperta Film con B. Moynahan. Tom Newman si è da poco sposato in seconde nozze con Amy. 21.10: Missione Natura Documentario conduce V. Venuto. Nuova edizione del programma condotto dal biologo. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY U: venerdì 17 agosto 2012 21
Ha parato in modo contraddittorio l'autogol messo a segno dal consigliere regionale a 5 stelle, Beppe Grillo, paragonando il «lecito» pagamento dell'intervista sulla tv locale (con i soldi del finanziamento pubblico) a quello del «proprio funerale» (una spesa privata, generalmente...). La polemica è scoppiata anche sui social network tra fan di Giovanni Favia, il consigliere che sbaglia, chi sul blog di Grillo non concede indulgenze e chi, invece, critica il «dispotismo» del leader, il suo dettare legge sull'operato di chi è stato eletto. Così, per annebbiare il campo interno, Grillo lancia un fumogeno al veleno contro l'intera categoria dei giornalisti, accusati di «far carriera sull'Odio a 5 stelle», di vivere con notizie “copia e incolla”» che diffonderebbero solo «menzogne» e «odio su di me e sul MoVimento 5 Stelle», è la linea dettata dal comico sul blog con il post del giorno. Si paragona a Giovanni Falcone, i grillini spinti «all'esilio come Ingroia». Perseguitati dai media fin «dalla vittoria di Parma». Ma gli stessi blogger gli rispondono, come Donato, «ma scusami Beppe scendi in guerra e speri che dall'altra parte non sparino?». Un vittimismo alimentato per rafforzare quel senso di appartenenza all'esercito «rivoluzionario» del «vaffa» qualunquista, al punto da paragonare i grillini agli «scarafaggi» da sterminare nell'atroce pulizia etnica in Ruanda nel 1994 ordinata dalla «Radio delle Mille colline». E, con gusto dell'orrido, l'appello radio al massacro dei Tutsi è stato ripescato su you tube e pubblicato a Ferragosto sul blog, impressionando molti fan. E Roberto Maroni su Facebook manda un «bel “vaffa” alla nuova ipocrisia grillesca», dei grillini che «si adeguano in fretta a quei comportamenti che in pubblico tanto criticano», accusa il segretario della Lega, sempre nel mirino dei cinque stelle sul blog. ILVESTITODA VITTIMA Enzo Iacopino, presidente dell'Ordine dei giornalisti, ha reagito su Facebook: «Beppe Grillo usa il web per le sue battaglie politiche, puntando a portare il M5S in Parlamento», un suo diritto, mentre non lo è la «denigrazione degli altri, conseguenza inevitabile del suo ragionare per mucchi»; chiede «rispetto per chi guadagna anche molto meno di 15, 20 euro ad articolo» bollati come «servi» dal comico, «sono in migliaia che onorano questo dovere costituzionale ogni giorno», continua Iacopino, che lo invita semmai a denunciare «le vergogne» degli editori e dica all'Ordine chi «si vende l'anima». Ma dietro i proclami cuciti sulla forma della vittima predestinata, c'è la contraddizione del caso bolognese. Giovanni Favia smentisce che Grillo lo abbia «scomunicato» per aver pagato la tv bolognese con i soldi pubblici rifiutati dai 5 Stelle. E se al telefono con lui il comico «si è messo a ridere per la campagna mediatica», racconta il consigliere, sul blog ha ribadito la posizione: «Pagare per andare in televisione per il MoVimento 5 Stelle è come pagare per andare al proprio funerale, anche se è certamente lecito», ma il movimento «ha rifiutato ogni contributo elettorale», ribadisce Grillo che giustifica il peccato di vanità con un'acrobazia propagandistica degna di Berlusconi: «L'eventuale spesa per inserzioni televisive è coperta dalla differenza tra lo stipendio “auto ridotto” di un consigliere regionale del M5s, circa 2.500 euro, e lo stipendio “normale” di 10.000 euro, da fondi regionali e altri benefit». Ne parleremo «con la base, decideremo con i cittadini che ci seguono», gli ha risposto Favia. Soldi pubblici e 5 stelle «sono inconciliabili», prosegue il comico che proporrà alle liste regionali di impegnarsi a «restituire alla Regione la differenza tra lo stipendio percepito e quello regionale». Proposta «inutile», lo blocca Raimondo. Roeffe non ci va leggero: «I soldi Beppe del movimento 5 stelle chi li gestisci te !?» e ancora «Beppe tu la consideri la base?» alla quale «devi delle risposte le stiamo aspettando invece di stare bello in Sardegna» che «anche te hai sbagliato eccome». Non a caso una signora di Parma scrive: «Provo un fastidio enorme per le sue continue intromissioni sull'operato dei sindaci eletti. Se vuole davvero intercettare il partito dei non votanti comprenda che un movimento non può basarsi sopra un'unica mente pensante». «Ribadisco di avere piena fiducia nei confronti del ministro Cancellieri, e non solo per la questione delle scorte. Pertanto non condivido quanto dichiarato da Bocchino». Se il vicepresidente di Fli Italo Bocchino ieri ha sfiduciato il ministro dell Interno, giudicando Anna Maria Cancellieri inadeguata al suo ruolo, secca arriva la replica di Gianfranco Fini, presidente della Camera e di Futuro e Libertà che “sfiducia” il suo vice. Tutto comincia con un albergo a Orbetello e nove stanze prenotate per la scorta. Fini viene accusato, dal quotidiano Libero, di avere speso 80 mila euro per la trasferta degli uomini che ne garantiscono la sicurezza; il presidente annuncia querela, mentre il giornale continua a denunciare presunti sprechi e abusi del leader di Fli. Partono indagini sull'utilizzo e sulle spese relative alle auto blu. Il ministro dell'Interno chiede chiarimenti al capo della Polizia: «un'approfondita relazione sulle modalità del dispositivo di sicurezza predisposto». Dal Viminale arrivano precisazioni, una nota nella quale si sottolinea che «la gestione, l'organizzazione e l'esecuzione del servizio non rientrano nelle competenze della Camera ma fanno capo all'ispettorato di pubblica sicurezza di Montecitorio». Si spiega, tra l'altro, che il dispositivo di tutela del presidente della Camera è «normativamente fissato al massimo livello di rischio che impone la necessità di assicurare la protezione della personalità in tutti gli spostamenti sul territorio nazionale». Insomma è la Polizia che decide e organizza gli spostamenti. Il ministro però torna sulla vicenda e commenta, il giorno di Ferragosto, su Repubblica: «Sicuramente è uno spreco da eliminare e da non ripetere. Per me è l'occasione per rilanciare quella battaglia sull'uso e l'abuso delle scorte. Il regolamento deve cambiare - precisa il ministro - e anche la sensibilità dei singoli deve entrare in sintonia con la sensibilità dei tempi, perché il denaro dei cittadini può e deve essere speso meglio». Queste parole però irritano il vicepresidente di Fli, Italo Bocchino, che ieri replica duramente al ministro, arrivando a evocarne le dimissioni. «Il ministro dell'Interno Cancellieri ha dimostrato di essere inadeguata al ruolo - dichiara Bocchino - Prima il suo dicastero ha diramato un comunicato pasticciato e poi è venuta meno alla doverosa leale collaborazione tra poteri dello Stato». Un'accusa grave, che il vicepresidente di Fli ammanta di significati politici (o meglio antipolitici): «La Cancellieri per seguire la scia dell'antipolitica ha violato i suoi doveri - continua Bocchino - dimostrando che un funzionario di provincia in pensione non può guidare il Viminale. Monti farebbe bene a prenderne atto e a valutare per quel ministero i profili di veri e leali servitori dello Stato come De Gennaro o Manganelli, lasciando al suo destino chi ha dato pessima prova si sé». Un giudizio senza appello per il ministro, e una presa di posizione netta a favore degli “uffici del Viminale”; una mossa però che oltre a imbarazzare lo stesso Fini, ha stupito e lasciato perplessi altri esponenti di Fli. «Secondo me il ministro ha ribadito ciò che era già chiaro - nota il vice-coordinatore nazionale di Fli, Fabio Granata chi è sotto tutela, me compreso, non dispone di discrezionalità circa le misure di sicurezza. Decide la Polizia e chi è tutelato accetta e a volte subisce alcune scelte. Per il resto penso che ci siano state alcune dichiarazioni ambigue del ministro; ha prestato forse il fianco a certe polemiche maliziose, ma non credo alla sua cattiva fede. Né credo che non sia adeguata al suo ruolo. Finora è stata un ottimo ministro». Ironizzano e attaccano gli avversari: «Fini ribadisce piena fiducia nella Cancellieri e dice di non condividere quanto detto da Bocchino. Se litigano li separerà la scorta», nota il leader de La Destra, Francesco Storace; di una dimostrazione di «arroganza della politica» , parla invece Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo del Pdl al Senato. Il segretario della Lega Nord Roberto Maroni FOTO DI MAURIZIO BRAMBATTI/ANSA Il comico paragona i media alla radio che in Ruanda incitava al genocidio Favia: «Nessuna scomunica per me» Maroni: «Vaffa» ai grillini Anche Antonio Di Pietro si sente sotto attacco e accusa l'Unità. La maggioranza, trovandosi «in un vicolo cieco» avrebbe individuato l'Idv come «capro espiatorio», scrive il leader Idv sul blog. «Lo sport preferito dei politici di questa assurda maggioranza e dei giornali che gli fanno da grancassa è quello di attaccare l'Italia dei Valori». Di Pietro aggiunge: «Tra questi giornali ci dispiace molto vedere l'Unità, che un tempo difendeva e praticava la libertà d'informazione e ora è pronta a tutto per compiacere il proprio datore di lavoro politico. Tanto che ieri ha addirittura accusato noi dell'Idv di difendere il Porcellum. Ma di cosa stanno parlando?». Ricorda la raccolta di firme per abolirlo, poi il referendum mancato, poi una proposta di legge: «Non è certo la mancanza dei nostri voti parlamentari a impedire che si faccia una nuova legge elettorale: il Pd avrebbe tutta la forza per cambiarla anche senza di noi. Se non lo fa è per le sue profondissime divisioni interne». Rassicuriamo Di Pietro: se si impegnerà nella riforma elettorale, ora che siamo al passaggio decisivo, non mancheremo di rendergli merito. Nella sua dichiarazione purtroppo già si prepara a negare i voti dell'Idv. Grillo: «La stampa diffonde odio e falsità per colpirmi» NATALIA LOMBARDO ROMA SCRIVEBEPPEGRILLO SUL SUOBLOG:«DA MESI,CON UNRITMO SFIANCANTE, i quotidiani, e le testate on line che vivono di notizie copia e incolla e rimbalzano le falsità, insultano, diffamano, spargono menzogne, inventano fatti, creano dissidi inesistenti, diffondono odio su di me e sul MoVimento 5 Stelle». È la versione vittimista del comico, ormai vestito coi panni del leader politico. Qual è stata la causa scatenante di tale reazione? Il fatto che i giornalisti hanno trovato un suo rappresentante a Bologna con le mani nella marmellata, avendo pagando (con i soldi pubblici) cospicue tariffe per alcune comparsate in tv. E Grillo si paragona nientemeno che a Giovanni Falcone, o ai perseguitati del Ruanda: «Mi trovo in un'arena scrive ancora - con gli altoparlanti che incitano gli avversari, ma anche il pubblico, a colpire il MoVimento 5 Stelle...» Il suo è sempre uno scenario estremo. Di guerra e di morte. Anche quando sostiene la più ordinaria delle banalità politiche: che i 5 Stelle sono, secondo la sua propaganda, diversi da tutti gli altri partiti e non, come gli avversari pretendono di dimostrare, che sono uguali (o peggiori) degli altri. Ma il vittimismo è solo l'altra faccia del populismo. Come Berlusconi, ahinoi!, ci ha insegnato per vent'anni. La violenza estrema, invece, resta la cifra unificante dei messaggi di Grillo. Di quelli in cui aggredisce, insulta, diffama, sparge menzogne, etc, come di quelli in cui denuncia di essere aggredito, insultato, diffamato, etc. Per documentarsi basta leggere gli ultimi blog da lui postati. Per condannare il rappresentante del M5S preso con le mani nella marmellata Grillo usa queste parole: «Pagare per andare in televisione per il MoVimento 5 Stelle è come pagare per andare al proprio funerale». Sì, funerale. Dunque morte. E per denigrare i parlamentari, scaricando su di loro tutto l'odio e il disprezzo di cui è capace, Grillo applaude addirittura a Benito Mussolini: «Chiudete il Parlamento, sgombrate i loro uffici. Camera e Senato sono ormai ridotti peggio dell'“aula sorda e grigia” evocata da Mussolini. I parlamentari a larve di democrazia ben pagate». Non è la prima volta che accade, non sarà l'ultima. Il populismo si nutre di parole estreme. Per imporsi nella babele delle lingue. Grillo ha costruito così il suo successo. Ma in questi anni, in cui siamo stati governati dall'antipolitica, abbiamo capito che le parole non passano invano. Come l'acqua scavano e lasciano il segno. Chi sottovalutava le parole estreme della Lega si è dovuto ricredere, osservando poi i danni prodotti. Ora queste sentenze di morte e di condanna irrevocabile, che Grillo rilancia ad ogni fiato, sono per lui una modalità normale di propaganda politica. Del resto, deve dimostrare di essere solo lui il Bene e tutti gli altri il Male assoluto. Se qualcuno dei suoi dubitasse appena un po', crollerebbe l'intero castello. Ma la violenza, anche quella verbale, genera mostri. Dio non voglia che i mostri prevalgano sulla ragione. Non bisogna sottovalutare la violenza delle parole ILCORSIVO CRISTOFOROBONI Di Pietro attacca l'Unità: mi critica per piacere al Pd Scorte, Fli contro Cancellieri Ma Fini li stoppa: piena fiducia Gianfranco Fini FOTO ANSA Bocchino all'attacco: «Con le sue dichiarazioni si è dimostrata inadeguata al ruolo» Granata: «Per me è un buon ministro» T.F. ROMA venerdì 17 agosto 2012 13
«I nostri scioperi sono in continuità con quelle di fine luglio e del 3 agosto: non sono contro la magistratura. È la Fiom che ha cambiato idea. La realtà è che non c'è alternativa all'esistenza dello stabilimento, all'intervento di bonifica e alla siderurgia, settore per cui un Paese come l'Italia non può prescindere». Beppe Farina, segretario generale della Fim-Cisl oggi sarà a Taranto ad incontrare lavoratori, ministri e azienda. Farina, voi parlate di successo per i vostriscioperi.Maattaccarelamagistraturaèuno deicompiti del sindacato? «Noi non abbiamo scioperato contro la magistratura. Le iniziative del gip mettono oggettivamente a rischio la vita dello stabilimento e il futuro economico della città di Taranto. Noi ci siamo limitati a portare avanti la mobilitazione che fino al 3 agosto è stata unitaria. In verità è la Fiom che deve spiegare perché ha cambiato idea e perché anche oggi quasi tutti i suoi lavoratori hanno scioperato con noi, non seguendo le sue indicazioni con un'adesione totale nei vari reparti». Ma quindi qual è l'obiettivo del vostro scioperoassiemealla Uilm? «Serve trovare un punto di equilibrio fra ambiente e lavoro ma questo equilibrio non può prescindere dalla continuità della produzione. L'obiettivo dello sciopero è quindi quello di sostenere l'azione di chi cerca questa mediazione lasciando che la produzione non si interrompa». Unsostegnoal governo quindi? «Beh, in qualche modo sì. L'arrivo a Taranto di tanti ministri è un segnale forte che apprezziamo. Speriamo che possa, assieme magari alle motivazioni del Tribunale del Riesame che dovrebbero arrivare, risolvere la situazione per rassicurare i 15mila lavoratori e le loro famiglie». Il rapporto con la città però continua ad esseredifficile.Veniteaccusatidimettere insecondopianol'ambienteelasalute.Ec'èchisostienechenelleintercettazionicisianosindacalisti implicaticonle “malefatte”dell'azienda... «Non ne so niente. Se ci saranno responsabilità personali vanno sanzionate e punite. Noi la nostra parte l'abbiamo sempre fatta e con grande fatica. Negli ultimi anni il clima di collaborazione con l'azienda è migliorato così come l'infortunistica interna. Le responsabilità ambientali e sanitarie ricadono anche nella nostra responsabilità ma in maniera molto inferiore rispetto alle responsabilità delle istituzioni». Non può negare però che problemi di “tenuta”conilavoratoricisiano.Fraicapideicomitatiedeicontestatorici sono vostri iscritti... «Non faccio fatica a riconoscere che ci siano problemi. Alcuni nostri iscritti facevano parte dei contestatori del 2 agosto, ma non mi risulta facciano parte di alcun comitato. Con loro abbiamo discusso e hanno riconosciuto l'errore. Al di là delle polemiche però è ora di rimboccarsi le maniche, per prima l'azienda, ma il problema principale è quello di trovare le risorse per la bonifica e lo Stato dovrà fare la sua parte». Farina, converrà però che fa specie vedervi scioperare mentre, ad esempio in Fiat,non protestate neanche... «Il problema non è nostro, è della Fiom. La cosa paradossale è che la Fiom proclama scioperi in Fiat e i lavoratori vanno a lavorare lo stesso; noi li proclamiamo all'Ilva senza la Fiom e i loro iscritti scioperano con noi. Verrebbe da chiedersi se la Fiom vive la realtà dei metalmeccanici in Italia o vive su un altro pianeta». La «Cape Elise» è ormai svuotata, le altri grandi navi attendono nel solito carosello di versare dalla loro pancia migliaia di tonnellate di minerali e ferro, al tramonto a Taranto sembra tutto come sempre. Tutto, come sempre, ruota intorno alla grande fabbrica e il cielo pulito, senza fumo dalle ciminiere, secondo Cataldo Ranieri ha una sola spiegazione: «Adesso dentro l'Ilva ci potremmo fare la gita di pasquetta, vorrei portarci mio figlio in bicicletta - spiega uno dei lavoratori diventati volto della protesta - ma appena andate via voi giornalisti e le telecamere, tutto tornerà come prima». Al Comitato dei cittadini liberi e pensanti, di cui lui è uno dei simboli, hanno il dente avvelenato perché il questore Enzo Mangini ha vietato manifestazioni e cortei vicino e nei paraggi della prefettura. «Ci hanno costretto a spostarci verso piazza Maria Immacolata da dove non potremo muoverci, come le pecore al pascolo che poi hanno abbattuto per la diossina, scombussolandoci tutti i piani. Noi rispettiamo le prescrizioni e le misure che hanno preso, perché siamo gente civile, però ci chiediamo come mai sia stato possibile che nei giorni scorsi l'azienda e i sindacati abbiano bloccato la città con manifestazioni di chiara provenienza, perché giravano camion senza targa con le insegne dell'Ilva e hanno sparso anche copertoni per strada». Loro sì e noi no, questo dice l'operaio Ilva che suo malgrado, visto che non vuole essere un capopopolo, è diventato uno dei leader dell'altra città. Quella che, come in gioco dell'oca che potrebbe replicare anche sul Mar Piccolo più o meno lo stesso scenario della Valsusa, di questo passo. Mentre le istituzioni hanno deciso di impedire al Comitato di sfilare per le vie, oggi Taranto vivrà comunque una giornata storica. «Tre ministri a Taranto non li abbiamo mai visti», dissero quando il governo annunciò l'arrivo di Clini, Passera e Severino per un vertice sul caso Ilva. Saranno due e non ci sarà la fermata in procura che tanti cattivi pensieri aveva suscitato in qualcuno, ma lo stesso il ministro dell'Ambiente e quello dello Sviluppo intendono approfittare della serie di incontri in programma per ribadire una volta di più l'intenzione dell'esecutivo di permettere che l'acciaieria continui la sua produzione, anche se - come dicono in coro ministri e mondo politico - dovrà adeguarsi alle prescrizioni di legge per smettere di causare, come dicono i magistrati nelle loro ordinanze, «malattia e decessi» nella popolazione. Due morti al mese, una trentina all'anno, almeno quelli accertati dalle perizie degli esperti, sono la macabra contabilità con cui si dovrà confrontare anche il governo che, per bocca di Clini, ha promesso una nuova Aia, l'Autorizzazione integrata ambientale, per il prossimo 30 settembre. Oggi, intanto, l'agenda dei due ministri è molto fitta. A partire dalla tarda mattinata sono previsti incontri con Regione, enti locali e autorità portuale. Poi un altro summit con i vertici dell'Ilva, prima di vedere nel pomeriggio Confidustria e sindacati. Una sorta di stati generali in attesa di leggere le motivazioni con cui si espresso il tribunale del Riesame lo scorso 7 agosto, prendendo una decisione a cui il gip Todisco ha dato seguito con un'ordinanza interpretativa molto criticata dal punto di vista procedurale, e che ha mandato su tutte le furie non solo il presidente dell'Ilva, Bruno Ferrante, ma anche governo, sindacati e la gran parte delle forze politiche. In mattinata, per chiudere il programma di una giornata che si annuncia molto complicata, nonostante il ponte di Ferragosto, un'altra manifestazione indetta da Fim Cisl e Uilm Uil. Altre due ore di sciopero tra le 10 e mezzogiorno con gli operai in strada davanti ai cancelli sull'Appia, al varco principale. L'ennesima replica di quello che si è visto anche ieri, quando un migliaio di lavoratori ha bloccato la statale 106 e la via Appia. Un «rito» al quale però dall' inizio della settimana non aderisce più la Fiom, in aperto dissenso con le altre sigle e per sostenere pubblicamente l'opera della magistratura. Non tutti gli operai sono entusiasti di questa tattica di scioperi a singhiozzo quasi quotidiani, se non altro per i retroscena: «A parte che non servono a molto, comunque mi risulta che mentre a noi operai ci vengono tolte le due ore dalla busta paga, ai capireparto e altri responsabili, che pure sono fuori con noi, non viene fatta nessuna trattenuta», racconta uno dei lavoratori che con la tuta blu e il simbolo in bella vista presidia quasi quotidianamente l'ingresso della fabbrica. A gettare altra benzina sul fuoco, poi, ieri nel secondo sporgente del Mar Grande sono stati versati in mare quattro metri cubi di olio combustibile da una nave turca che caricava scarti dell'Ilva. L'area di circa 300 metri quadri è stata delimitata con panne assorbenti ed è stata eseguita un'ispezione subacquea. In aprile, incidente molto più grave, era toccato ad una nave panamense da cui erano fuoriuscite tonnellate di carburante. PINOSTOPPON TARANTO «Tante pressioni sui controllori» Vietati i cortei nell'area intorno alla prefettura per l'arrivo di Passera e Clini. Ancora blocchi e proteste Sversamenti in Mar Grande: una nave turca che prelevava scarti dall'Ilva perde petrolio Oltre ai tre filoni d'inchiesta della procura di Taranto per disastro ambientale ed inquinamento, sfociati nella richiesta di sequestro dell'area a caldo degli stabilimenti Ilva e di arresto per otto indagati, c'è un'altra inchiesta sull'ipotesi di corruzione in atti giudiziari, dall'eloquente nome di «Ambiente venduto», che vede indagati Fabio Riva, l'ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso, il professore universitario Lorenzo Liberti, ex consulente della procura e l'ex responsabile dei rapporti istituzionali di Ilva Girolamo Archinà, licenziato nei giorni scorsi dal neo-presidente Bruno Ferrante. Dalle intercettazioni telefoniche della guardia di finanza, depositate nei giorni scorsi dalla procura nel corso dell'udienza di Riesame a sostegno delle esigenze cautelari per dimostrare il rischio di inquinamento probatorio, emerge che l'Ilva attraverso il dirigente Archinà faceva insistente e sistematica azione di pressione e controllo su consulenti, ispettori e rappresentanti di enti pubblici, dall'Arpa, alla Regione Puglia, al ministero dell'Ambiente al fine ottenere il rilascio dell'Autorizzazione integrata ambientale, ammorbidire i controlli ambientali e ridimensionare i dati sulle emissioni inquinanti. Fra gli episodi contestati nella stessa ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Patrizia Todisco ce n'è anche uno, risalente al marzo 2010, riguardante la presunta corruzione di un professore, Lorenzo Liberti, già preside della facoltà di ingegneria dell'Università di Bari, che per conto della procura si stava occupando insieme a due suoi colleghi di una perizia sulle emissioni inquinanti. Secondo gli investigatori il docente avrebbe ricevuto una busta contenente 10mila euro dal dirigente Archinà per edulcorare i risultati del suo studio da consegnare ai pm. La consegna della busta sarebbe stata ripresa dalle telecamere a circuito chiuso di una stazione di benzina sull'autostrada che collega Taranto a Bari e confermata da una testimone. Subito dopo la consegna del denaro Archinà telefona al direttore Capogrosso per dirgli «che sta con quella persona». Le operazioni di preparazione del denaro, il giorno prima dell'incontro, sono raccolte nelle intercettazioni delle fiamme gialle che hanno ascoltato la telefonata fra Archinà ed il contabile di Ilva. «Archinà: “Per domani mi prepari dieci?”; Contabile: “dieci?... per domani?”; Archinà: “Si”; Contabile: “Da cento? Da cinquecento?; Archinà: “Eh, se sono da cinquecento è meglio”». Secondo l'accusa si tratta della consegna di una mazzetta per ammorbidire il consulente della procura, che nei giorni precedenti aveva consegnato una prima parte del suo lavoro in cui «scagionava» l'Ilva per quanto concerne le emissioni di diossina dal camino E312. In aula al Riesame l'Ilva s'è difesa spiegando che i soldi erano un regalo per la curia locale. Il professor Liberti ha ammesso l'incontro ma negato di aver ricevuto denaro. L'INTERVISTA «L'azienda non può chiudere. Non c'è alternativa» ITALIA Ministri a Taranto, operai in piazza Una delle occupazioni degli operai dell'Ilva di Taranto FOTO DI RENATO INGENITO/ANSA SALVATOREMARIARIGHI INVIATO A TARANTO BeppeFarina IlsegretarioFim-Cisl: «Nonscioperiamocontro lamagistratura,però vatrovataunamediazione fra ildirittoallasalute equelloal lavoro» . . . Negli atti depositati dai pm al Riesame la sospetta corruzione di un perito nominato dalla Procura MASSIMOFRANCHI ROMA 8 venerdì 17 agosto 2012
«È dura, ma l'essenziale è tenersi stretto il lavoro. Altrimenti i problemi diventerebbero inaffrontabili. Avevo speso tre milioni di euro per un capannone nuovo, sette anni fa, che devo ancora finire di pagare con un mutuo. Ora quel capannone è stato completamente spazzato via dal terremoto. Noi la nostra parte la facciamo, e abbiamo riaperto quasi subito per non perdere i clienti. Ma adesso ci aspettiamo che anche lo Stato faccia la sua, da soli non ce la possiamo fare». Luigi Mai, presidente della Confederazionenazionaledell'artigianato(Cna)di Modena e patron della Ptl di Mirandola, qual è lo stato di salute della piccola e media impresa nelle zone colpite dal sisma,aquasitremesidallaprimascossa? «Di circa 4500 imprese artigiane del Modenese, ben 500 hanno avuto le proprie sedi seriamente danneggiate. La metà di queste, circa 250, sono già in moto, noi compresi». Sietestati velocissimia rialzarvi. «Diciamo che siamo stati molto nervosi e determinati, troppa era la paura di perdere i clienti. Facendo carpenterie in ferro lavoriamo in rete, e chi ci aveva già chiesto dei lavori non avrebbe aspettato più di tanto prima di commissionarli ad altre aziende. Ma alla fine, siamo riusciti a tenere chiuso solo 15 giorni di calendario, grazie anche all'aiuto di una ditta concorrente. Che subito dopo la scossa del 29 maggio ci ha offerto una sistemazione temporanea per non bloccare la produzione». Orasiete tornatinella vecchiasede? «La vecchia sede, che poi aveva solo sette anni di vita, è stata completamente distrutta. Ora siamo in un capannone in ferro, a pochi chilometri». La situazione è simile per le altre impreseartigianedella zona? «Molte aziende stanno terminando i lavori di ristrutturazione, alleggerendo i tetti e mettendo delle “staffe” nelle strutture. Gran parte di loro riusciranno a riaprire i battenti a settembre. Ma diverse sono state anche le ditte che non si sono mai fermate durante l'estate, e hanno continuato a lavorare malgrado i 40° sotto delle tensostrutture sistemate nei cortili». C'èchi nonriuscirà piùa riaprire? «Inevitabilmente qualcuno morirà. Le aziende che già prima del terremoto soffrivano la crisi, difficilmente saranno in grado di reggere i costi della ricostruzione e le perdite per lo stop della produzione. Secondo la Cna modenese saranno circa il 20%». Oltre alle difficoltà del lavoro c'è chi ha persoanche lacasa. «Fortunatamente a me e ai miei figli è andata bene, ma una decina dei miei dipendenti dorme ancora in roulotte o nei container. È faticosissimo, ma senza il lavoro i problemi si moltiplicano». L'INTERVISTA «Soli non possiamo farcela, qualcuno resterà a terra» Siamo subito scappati instrada, ma per fortuna que-sta volta non abbiam fattoin tempo ad uscire di casache era già tutto finito.Ogni volta si torna a pensare a quello che è successo, ma ormai guardiamo avanti. E ci ripetiamo che è solo qualche scossetta di assestamento». Mario, capelli bianchi e canottiera d'ordinanza per ammazzare i quaranta gradi della “bassa” sanfeliciana, sorride a chi gli chiede se ha avuto ancora paura. Alle 7.42 di ieri mattina, una scossa di terremoto di magnitudo 2.8 e con profondità di 7.2 chilometri, epicentro tra Poggio Rusco e San Giovanni del Dosso, nel Mantovano, e Cavezzo, Medolla, Mirandola, e San Felice sul Panaro, nel Modenese, l'ha fatto scattare in piedi con la stessa velocità di quel drammatico 20 maggio. A quasi tre mesi dal primo sisma che, fra Bologna, Ferrara e Modena, ha seminato morte e distruzione, la terra non smette di ballare. E se, complice la calura ferragostana, «la voglia di ricominciare non manca», come sottolinea il sindaco di Finale Emilia (Mo) Fernando Ferioli, resta difficile guardare con un sorriso alla leggerezza dell'estate, mentre gran parte dei centri storici porta visibili le ferite delle scosse, e 4300 persone sfidano ancora l'afa in 27 tendopoli. Martedì, l'assessore regionale alla Protezione civile Paola Gazzolo ha annunciato che la giunta del presidente e commissario straordinario Vasco Errani chiuderà i campi entro la fine di settembre, sistemando chi è rimasto senza un tetto in appartamenti sfitti o in container e casette in legno. E a dare forza alle popolazioni colpite dal terremoto oggi arriverà il ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri, che in Prefettura a Bologna presenterà il Gruppo interforze ricostruzione Emilia-Romagna (Girer) contro le infiltrazioni mafiose, prima di partire per un incontro con i sindaci del cratere, e i rappresentanti delle province e delle forze economiche e sociali dell'Emilia-Romagna, fissato per le 15.30 al distaccamento dei Vigili del fuoco di San Felice. A Cancellieri, l'esecutivo di Errani e i primi cittadini metteranno «fretta per ottenere al più presto ulteriori risorse fondamentali», annuncia l'assessore regionale alle Attività produttive, Gian Carlo Muzzarelli. Ferma a 11.5 miliardi la stima dei danni subìti. Ergo: se 8 sono già stati promessi, «ne servono almeno altri tre e mezzo, per la ricostruzione completa». Inutile dire che, per i primi cittadini, il punto dolente resta sempre quello dei soldi che non ci sono. «Il lavoro di Errani è ottimo - alza le braccia Alberto Silvestri, sindaco di San Felice, ancora ospite con gli uffici del Comune di una tenda nel cortile della Municipale -, ma la preoccupazione è forte e la crisi generale non ci aiuta». Così, «chi da Roma deve “sganciare” i fondi ci penserà su non due volte, ma tre». Ad oggi, la torre più grande della trecentesca Rocca estense è stata messa in sicurezza, e una parte della zona rossa del centro storico è stata restituita ai cittadini. Ma tante sono ancora le macerie da raccogliere, e su «7 milioni» già sborsati dal Comune per le prime 48 ore di emergenza successive alle scosse più violente, e per i primi lavori di ripristino, da Roma via Regione sono arrivati solo 830mila euro. Come fare? «Purtroppo pagheremo quando ci arriveranno i soldi - sospira Silvestri - non abbiamo alternative». Intanto, per venire incontro alle esigenze di privati e aziende, la Regione ha siglato un accordo con le banche, che anticiperanno a chi ne faccia richiesta (e con un tasso di interessi del 2%) a prima di gennaio i risarcimenti pari all'80% dei danni subiti, garantiti dal governo per gennaio. Nel paese della “bassa” modenese sono rimasti 600 gli ospiti forzati dei tre campi ancora aperti. Mentre a Crevalcore, il comune del Bolognese più colpito dalle scosse, le ultime tende saranno smantellate all'inizio della prossima settimana. «Un lavorone - sottolinea il sindaco Claudio Broglia - considerato che, due mesi fa, le persone senza un tetto erano ben 11150». Ma se il fronte “casa” avanza a grandi falcate, grazie anche alle tre nuove ordinanze firmate martedì da Errani, incerta resta la regolare riaperture delle scuole il 17 settembre. Ovunque i cantieri per il ripristino degli istituti inagibili sono stati aperti. Ma «penso che sarà molto difficile un avvio regolare dell'anno scolastico - riflette Maria Antonella Rolfini, assessore alla Scuola di Cento (Fe) -: anzi, sarebbe bene ragionare ad una proroga per tutti i paesi del cratere». Intanto, «quello che possiamo aprire lo apriremo, anche per venire incontro alle esigenze delle famiglie». E poi c'è la partita lavoro: molte aziende, compresi i grossi gruppi del Biomedicale intorno a Mirandola (Mo), sono riusciti a fermarsi poco più di un paio di settimane, per poi riprendere la produzione in tensostrutture o in capannoni lontani dall'epicentro, nel cuore l'angoscia di perdere i pochi clienti rimasti in tempo di crisi. Ma per Barbara Antonelli, dipendente della Cps Color di San Felice sul Panaro ed Rsu della Fiom-Cgil, «oltre il 70% delle aziende della zona è ancora fermo, per i lavori di ristrutturazione, le difficoltà della burocrazia, e la mancanza dei fondi» con cui pagare i lavori. Restano le eccezioni, come la sua azienda, multinazionale scandinava che all'inizio di giugno era già ripartita. E che per recuperare in pieno la produzione persa nelle due settimane di chiusura causa sisma ha assunto tramite agenzia interinale una ventina di operai. «A luglio abbiamo fatturato 700mila euro sottolinea Antonelli, che causa terremoto vive ancora in un container a Massa finalese (Mo) -: ora ci aspettiamo che la proprietà ci riconosca questo impegno, con delle garanzie a lungo termine sulla volontà di non delocalizzare». LuigiMai IlpresidentedellaCna diModena:«Di4500 imprese,ben500hanno avuto lesedidanneggiate: 250sonogià inmoto. Il20%nonsi rialzerà» G.G. BOLOGNA Nessunaulteriore proroga, perchi vive neipaesicolpitidal sisma dimaggioe giugno,per il versamentodelle tasse.La scadenzadel termine di sospensione degliadempimenti e deiversamenti tributari in EmiliaRomagna,Lombardia eVenetoresta fissata al 30 settembre 2012,«fermo restando la possibilitàdi regolarizzareentro il 30 novembre 2012, senza applicazione disanzioni e interessi,gli adempimenti concernenti le ritenutee relativi al periodo dal 20 maggioall'8giugno 2012».Lo chiarisce l'Agenziadelle Entrate, facendo presentecheci saranno provvedimenti «acuradegli organicompetenti» con «piùdettagliate istruzioni». In ogni caso, «l'Agenziavaluterà la possibilità di disapplicare,perobiettive condizionidi incertezza, le sanzioni previste per eventuali ritardi nell'effettuazionedegli adempimentie versamenti». La sospensioneriguardava icontribuenti delleprovincedi Bologna,Ferrara, Modena,Reggio Emilia,Mantova e Rovigo. GIULIAGENTILE BOLOGNA Quel che resta della torre dell'orologio a Novi di Modena. FOTO DI ELISABETTA BARACCHI/ANSA A tre mesi dal sisma ancora 4300 persone nelle tendopoli in Emilia Resta incerta la regolare riapertura delle scuole Cancellieri oggi a Bologna per presentare il gruppo contro le infiltrazioni mafiose Restaal30settembre lascadenzaper le tasse Ieriunanuovascossaha fattotremare ipaesigià colpitidal terremoto in maggio.E laRegione decide:asettembre sarannochiusi tutti i campi La ricostruzione va ma servono fondi AGENZIADELLE ENTRATE . . . Stanziati 8 miliardi, ne mancano altri 3,5 Il 70% delle aziende è ancora chiuso per lavori ILREPORTAGE venerdì 17 agosto 2012 9
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