SPECIALEU: 2-Continua 8 9 10 11 Altre quattro tavole (ieri abbiamo pubblicato le prime sette che raccontavano gli inizi della carriera politica di La Torre) tratte dal fumetto «La marcia di Pio», a trent'anni dalla morte del politico siciliano 10 sabato 18 agosto 2012
FOODPOLITICS Ora l'Esercito frena e con una nota spiega che la direttiva «non è ancora stata diramata» e i suoi contenuti «sono ancora oggetto di approfondimento e valutazione», ma il documento che ieri è rimbalzato su Internet contenente la nuova «regolamentazione dell'applicazione di tatuaggi da parte del personale militare dell'Esercito» fa già discutere. Diciassette pagine protocollate (n° 3039/010/1.6/17) che lo scorso 26 luglio il capo ufficio generale dell'Esercito, il generale Carmine Masiello, ha inviato a tutti i comandi e che ieri sono state rese note dal sito specializzato forzearmate.org. Una direttiva, si legge, che vieta ai militari «i tatuaggi sulle parti visibili del corpo» e su qualsiasi altra parte del corpo «che abbiano contenuti osceni, con riferimenti sessuali, razzisti, di discriminazione religiosa o che comunque possano portare discredito alle istituzioni e alle forze armate». Vietati, tout court, anche i piercing. La valutazione sulla liceità dei tatuaggi, la casistica di quelli vietati è spiegata punto per punto, spetterà al «comandante di corpo per il personale in servizio e alla commissione concorsuale in sede di selezione». Il che vuol dire che per il futuro «in sede di selezione la presenza di tatuaggi può comportare un giudizio di esclusione», mentre il personale già in servizio dovrà «sottoscrivere obbligatoriamente» una dichiarazione in cui certifica la presenza dei tatuaggi fornendone anche una «dettagliata descrizione». Una sorta di censimento a cui dovranno sottoporsi tutti gli oltre centomila effettivi in divisa. Dal momento dell'entrata in vigore della direttiva, poi, «per il personale in servizio vige il divieto di farsi applicare nuovi tatuaggi non consentiti» e spetterà al comandante di corpo «verificare la veridicità della dichiarazione» presentata dal militare e intervenire nel caso di violazioni con sanzioni disciplinari». In ogni caso, specifica la direttiva, «non può essere sollecitata o suggerita al militare direttamente o implicitamente la rimozione del tatuaggio, tenuto conto dell'invasività dei trattamenti medici richiesti e dei possibili esiti del trattamento stesso». Ma quali sono i tatuaggi d'ora in poi vietati nell'Esercito anche se fatti in zone coperte dalla divisa? Sono da considerarsi «osceni», spiega la direttiva, quei disegni che «secondo il comune sentimento, offendono il pudore, la decenza, il decoro e la convenienza ovvero risultino ripugnanti e volgari». Della categoria, secondo le regole dello stato maggiore dell'Esercito, fanno parte anche quelli «con incitamenti lussuriosi o contenuti libidinosi o amorali». Caratteristiche ravvisabili anche nei tatuaggi «con riferimenti sessuali», anche questi vietati, che comprendono però anche quelli che «tendono a discriminare gli individui sulla base delle tendenze sessuali». Vietati anche quelli «razzisti o di discriminazione religiosa» o i disegni «che fanno riferimento, ovvero identificano l'appartenenza a gruppi politici, ad associazioni criminali o a delinquere, incitano alla violenza e all'odio ovvero alla negazione dei diritti individuali». Una casistica indubbiamente spinosa su cui certo non mancheranno i dubbi, le polemiche o le valutazioni discordanti. Una regolamentazione decisa però, è spiegato, per «prevenire e contenere situazioni che possano incidere sul decoro dell'uniforme e sull'immagine dell'Esercito» considerati «i riflessi negativi che il ricorso a tatuaggi o piercing può avere sulla capacità del singolo di assolvere determinati incarichi operativi». Soprattutto nel caso di impiego in teatri operativi all'estero dove, spiega lo stato maggiore, «l'eventuale presenza di segni esteriori potrebbe ingenerare un senso di diffidenza/discredito da parte di appartenenti ad altri paesi che per motivazioni religiose o culturali disapprovino la pratica dei tatuaggi». Non trascurabili secondo la direttiva anche le questioni sanitarie visto che, spiega, «è stata osservata una correlazione tra l'applicazione di tatuaggi/ piercing e malattie infettivo-trasmissibili quali in particolare epatite B e C, Hiv e sifilide. Rischio che aumenta in relazione alla minor professionalità del tatuatore». Ma il rischio principale, in fin dei conti, resta sempre uno: «la percentuale di persone che si pentono del proprio tatuaggio - scrive infatti l'esercito - vara dal 26% al 44%. Circa il 10% delle persone tatuate - prosegue decidono di rimuovere i propri tatuaggi». Nel periodo in cui il Made inItaly enogastronomico godedella sua massima reputazione grazie ai confortanti dati dell'export agroalimentare e la presenza costante di programmi culinari in tv, la Confcommercio evidenzia nel suo Rapporto sulle economie territoriali, la chiusura di circa 9000 ristoranti solo nel 2011. Un dato preoccupante che associato a quello della Coldiretti che plaude alle Sagre paesane piene di gente porta in evidenza una delle criticità del settore come ci afferma Carlo Cambi autore de «Il Mangiarozzo», anti-guida alle trattorie d'Italia: la banalizzazione attraverso le sagre paesane, per le quali sarebbe indispensabile arrivare ad una certificazione di qualità in modo da separare quella storiche, identitarie dalla paccottiglia gastronomica. Che la cucina e i prodotti agroalimentari, e quindi la ristorazione come summa dei due elementi, rappresentano una delle principali attrazioni italiane per i turisti di tutto il mondo. Non solo noi attiriamo con questi plus il turista gourmet ma, nell'immaginario collettivo mondiale, il nostro Paese rappresenta una sorta di terra promessa della buona tavola. Un valore aggiunto che andrebbe di più salvaguardato essendo un asset rilevante del sistema Paese. Se analizziamo attentamente però quanta Italia è rimasta veramente in cucina ci renderemo conto che in realtà il problema è molto più profondo di quello che ci possiamo immaginare. Aprendo la porta di un ristorante oggi si sentono parlare tutte le lingue del mondo. Gli egiziani forse sono diventati i miglior pizzaioli italiani, i rumeni e gli albanesi sono la maggioranza dei camerieri che servono ai tavoli. Ma anche le materie prime spesso non sono italiane ed in alternativa gli asterischi del surgelato sono diventati una costante ripetitiva nei menù. Abbiamo assistito negli ultimi anni all'affermazione di talentuosissimi chef stranieri nei più prestigiosi ristoranti italiani; la loro cucina è elegantissima ed equilibrata frutto di studio e perfezionismo. «Ritengo però - e non me ne vogliano i miei amici chef commenta Francesca Riganati responsabile della formazione del Gambero Rosso - che il dna dei sapori che per nascita possiedono alcuni cuochi italiani renda lo loro cucina insuperabile e più emozionale». Una cucina che perde occupazione, qualità ma anche primati. In questi anni altri Paesi come la Spagna ad esempio, hanno fatto della ristorazione autoctona un fiore all occhiello e un elemento fortemente identificativo. Noi, che partivamo con un netto vantaggio, in questa gara continuiamo a perdere posizioni. Occorre recuperare credibilità e bisogna farlo attraverso un recupero di passione e di metodo ma anche di professionalità. Per questo osservo con estrema soddisfazione la nascita di alcune scuole di cucina di alto livello, come quella di Niko Romito in Abruzzo e Coquis, l'Ateneo creato dai fratelli Troiani a Roma, ci confida Stefano Carboni giornalista ed esperto del settore, che sembrano destinate a formare una nuova pattuglia di professionisti che potranno portare la ristorazione italiana ai livelli che le competono. Torna prepotente il richiamo della cucina di tradizione, di territorio, legata alle stagioni e all'agricoltura di specialità e di qualità. Ma questa cucina per essere al meglio ha bisogno di una trasmissione del sapere e di una rispondenza identitaria tra il cibo e chi lo agisce, tra la ricetta e l'ingrediente. Purtroppo per i costi crescenti, ma anche per un deperimento dell' istruzione professionale degli alberghieri, si assiste ad una cucina di tradizione realizzata da cucinieri che nulla hanno a che vedere con la nostra identità gastronomica, che manipolano materie prime che poco hanno a che spartire con i territori agricoli di qualità. Tutto questo si traduce in una parola: valore. Che l'Italia sta inesorabilmente perdendo La perdita di questo valore non riguarda più solo i critici gastronomici o gli chef. Riguarda tutti: dalla filiera agricola fino al consumatore. In questa logica anche l'iniziativa sulla gastronomia italiana organizzata da «Vedrò» dal 26 al 29 agosto alla Centrale di Fies di Drò, dove un gruppo di lavoro molto eterogeneo composto dal ministro Catania, lo chef Massimo Bottura, il direttore editoriale di Slow Food Marco Bolasco, l'esperto di marketing Fulvio Zendrini e molti altri, cercherà di dare risposte concrete. Lui, 19 anni, egiziano, in pantaloncini e canottiera viste le giornate di caldo torrido che ora, dopo Nerone e Caligola, è portato da «Lucifero». Lei, la moglie ventenne nata a Porto Empedocle in provincia di Agrigento da padre tunisino, incinta di pochi mesi, vestita secondo i precetti dell'Islam, col velo a coprirle la testa. La ragazza chiede al marito se può far circolare l'aria sul capo, liberare i capelli, respirare un po'. Lui si agita e ribatte aggressivo. Ma il caldo è troppo forte e la donna per un attimo non pensa a leggi religiose ma solo a sentirsi meglio: si scopre il capo. E allora il ragazzo non capisce più nulla: picchia selvaggaiemnte la moglie, schiaffi, pugni, senza pensare neanche un momento al piccolo nel ventre materno. Una vicenda accaduta giovedì pomeriggio in via Crispi nel centro di Porto Empedocle dove la giovane ha vissuto per anni senza curarsi della religione vestendo all'occidentale e frequentando i ragazzi della città, con usi e costumi occidentali, fino al matrimonio che, forse, è stato riparatore. Alla scena hanno assistito numerose persone. Alcune hanno anche tentato di intervenire per impedire al giovane invasato di malmenare la sua donna ma lui ha continuato minacciando anche i passanti. Dopo il pestaggio l'egiziano è andato via. Poi è stato fermato dalla polizia. È stato identificato e denunciato per lesioni personali. La vittima è stata portata nel reparto di Ginecologia dell'ospedale agrigentino «San Giovanni di Dio» dov'è tenuta sotto osservazione. I medici vogliono monitorare il feto e capire se ha risentito delle violente botte. La coppia vive a Torino per motivi di lavoro. Era rientrata a Porto Empedocle per una breve vacanza, e dopo aver fatto visita ai genitori di lei, stava percorrendo via Crispi quando si è scatenata la furia dell'uomo. «Non riuscivo a respirare - ha raccontato la ventenne ai poliziotti - e ho chiesto a mio marito di poter togliere il velo qualche minuto. Lui ha cominciato a gridare arrabbiato. Ma io non potevo resistere e l'ho tolto. Lui mi ha picchiata perché si è sentito offeso». Si toglie il velo per il caldo, botte dal marito Ora l'Esercito dichiara guerra a tattoo e piercing ACURADI MAURO ROSATI maurorosati.it Figurava nell'elenco dei nove latitanti più pericolosi Francesco Matrone, 65 anni originario di Scafati (Salerno) e ricercato dal 2007, il boss arrestato ieri dal Ros dei carabinieri. Matrone è stato condannato a due ergastoli. FOTO DI CESARE ABBATE/ANSA Ristorazione in crisi chiusi 9mila locali solo nell'ultimo anno Confcommercio La commistione di Paesi diversi in cucina non favorisce la qualità ITALIA . . . È successo ad Agrigento. «Non riuscivo a respirare gli ho chiesto di toglierlo ma è diventato una furia» La direttiva: vietati in parti del corpo visibili Lo Stato Maggiore «Non ancora diramata, norme in fase di studio» MASSIMOSOLANI Twitter@massimosolani Camorra, arrestato il super latitante Matrone . . . Via al censimento per tutti gli effettivi. Al bando quelli politici, amorali, sessuali o razzisti sabato 18 agosto 2012 13
SEGUEDALLAPRIMA Sarebbero sempre quattro punti di Pil di maggiori entrate. Non solo, ma si tratterebbe di quattro punti permanenti e non «una tantum» come avverrebbe con la vendita di patrimoni pubblici. Sarebbe possibile quindi realizzare l'avanzo primario necessario alla diminuzione del debito pubblico, e allo stesso tempo diminuire la pressione fiscale sui contribuenti onesti (per vocazione o per impossibilità di fare altrimenti), ed anche di avere qualche risorsa da destinare ad investimenti su istruzione e ricerca. L'aspetto macroeconomico è sicuramente molto importante, vista la situazione drammatica in cui si trova il nostro Paese, ma ve ne sono altri parimenti importanti dal punto di vista della crescita della qualità del tessuto sociale e di quello che è definito come capitale sociale. L'evasione infatti costituisce una arma concorrenziale impropria tra gli operatori economici, che in alcuni settori (basta citare l'edilizia) costringe qualunque imprenditore a «sottofatturare» per non dover uscire dal mercato. L'effetto è negativo anche dal punto di vista della produttività, analogamente a quanto accade per tutte le posizioni di rendita; anzi potremmo definire la rendita da evasione come una di quelle più dannose per l'economia. Vi è poi un aspetto distributivo. È ben noto che l'evasione si concentra nei settori del reddito d'impresa e nelle professioni, anche se è presente nel settore del lavoro dipendente privato (si pensi agli straordinari). Tuttavia in quest'ultimo caso se il lavoratore evade è sempre perché indotto o costretto a farlo dal datore di lavoro, il quale evaderà a sua volta. Una riduzione dell'evasione determina anche una redistribuzione di reddito disponibile a favore dei lavoratori dipendenti, i quali hanno visto peggiorare nel tempo in modo significativo la loro quota di reddito. Il discorso di Monti tocca una questione che definire vitale per il nostro Paese non sembra esagerato, però fa nascere qualche perplessità. Sembra più un discorso d'inizio mandato, piuttosto che una riflessione su quanto fatto finora. E invece è opportuno tornare indietro al Salva Italia, e alle misure contro l'evasione contenuto nel decreto. L'impressione era stata positiva, perché vi erano misure che potevano in prospettiva incidere in modo significativo sul comportamento dei contribuenti disonesti: basti pensare alla possibilità da parte dell'Agenzia delle Entrate di controllare i conti finanziari dei contribuenti. Tuttavia nel prosieguo dell'attività del governo e dell'amministrazione non si è percepito quello sforzo straordinario per rendere operative le misure indicate dal decreto, anche in termini di organizzazione delle banche dati e del lavoro degli uffici. Si è data una inusuale pubblicità ad operazioni di controllo che Agenzia e Guardia di Finanza hanno sempre fatto, che possono anche svolgere un ruolo sulle aspettative dei contribuenti, ma che rischiano di rimanere fuochi d'artificio. A peggiorare la situazione sono spuntate le misure di accorpamento e riorganizzazione delle Agenzie, che hanno lasciato di stucco molti osservatori non prevenuti aprioristicamente verso il governo Monti: cosa c'entrano misure di questo tipo con la lotta all'evasione? Vi è il rischio che vengano assorbite molte energie che dovrebbero essere indirizzate alla riorganizzazione del lavoro delle Agenzie. Per far parlare tra loro Entrate e Territorio non è necessario fonderle: basterebbe collegare adeguatamente in rete i loro computer. Moni Ovadia Musicista e scrittore Vocid'autore Crimini e pagliacciate Adesso basta LANOTIZIACHEILCOMUNEDIAFFILE,PAE-SEDI1600ANIMEALLEPORTEDIROMA,HA DEDICATO UN SACRARIO alla memoria del proprio illustre concittadino, il generale Rodolfo Graziani, ha in prima istanza tutto il sapore della bufala ferragostana. Ma non è così. L'Italia è un Paese in cui è considerato ragionevole erigere un sacrario alla memoria di un criminale di guerra e aguzzino fascista, perché la condanna morale del fascismo non è autenticamente condivisa dalle forze politiche, perché il fondamento antifascista della Costituzione repubblicana è considerato da molti un dettaglio irrilevante, ma soprattutto perché il male più diffuso nel Belpaese, è la totale mancanza di serietà. Tutto alla fine deve finire a tarallucci e vino, anche i crimini del fascismo, le stragi di Stato, i massacri della mafia. In merito al fascismo e alla sua natura criminale, la retorica da bar dello sport ha sempre cercato di mitigare le responsabilità diffuse nell'Italia del Ventennio con lo stereotipo fradicio degli «Italiani brava gente». Beh! Fatemelo dire come ebreo: se l'Italia fosse stato un Paese di brava gente, non avrebbe lasciato espellere dalle scuole bambini e bambine con il grembiulino e il fiocco solo perché ebrei, per poi collaborare alla loro deportazione e al loro sterminio. Un Paese di brava gente si sarebbe opposto come fecero i bulgari e i danesi. L'esercito di un Paese di brava gente non si sarebbe macchiato di efferati crimini contro l'umanità nelle terre slave del sud, in Grecia e in Albania, in stretta alleanza con i criminali nazisti. Non avrebbe perpetrato forme di genocidio in Cirenaica e in Africa orientale. Anche oggi, un Paese di brava gente non lascerebbe strumentalizzare le vittime italiane delle foibe e il dramma degli esuli istriani per riabilitare quel regime liberticida, colonialista e genocida che fu il fascismo. L'Italia, per aspirare a diventare un Paese di brava gente, deve trovare la via maestra a quel principio di serietà che edifica una nazione sulla base di valori condivisi. E quei valori si trovano nella Costituzione Repubblicana, questo documento sacro ci è stato donato dalla brava gente del nostro Paese, la gente che si oppose alla barbarie nazifascista, la gente che sacrificò le proprie vite per darci libertà, democrazia, uguaglianza, parità di diritti. La brava gente che scelse la Resistenza. Oggi più che mai abbiamo bisogno di prenderci sul serio se non vogliamo essere identificati con la corruzione, con la connivenza con il crimine organizzato o con le pagliacciate retoriche. Facciamo rimuovere quello scempio senza troppe chiacchiere televisive e consegnamo il criminale Graziani al giudizio della Storia. . . . Il caso di Affile e del sacrario dedicato al generale Graziani dimostra che la condanna del fascismo non è condivisa Maramotti . . . Le parole di Monti toccano una questione di vitale importanza. Ma sembra un discorso da inizio mandato Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 ILCAMMINOVERSOLARIPRESADELNOSTROSISTEMAPAESE È ANCORA LUNGO E SONO FORTI, AD OGNI LIVELLO, LE RESISTENZE AL CAMBIAMENTO. Spesso troppo impegnati a litigare e a demonizzare gli avversari di casa nostra, non ci accorgiamo che la sfida del mercato è globale, non legata solo ai nostri guai nazionali e se vogliamo rimanere a galla dobbiamo cambiare, radicalmente. L'ubriacatura finanziaria è finita mostrando quanto fosse erroneo affidarsi alle mere dinamiche del mercato per costruire un nuovo sviluppo. Il sistema del welfare state, che fu una grande conquista, è degenerato in statalismo e, a partire dagli anni 80, ha raddoppiato il debito pubblico portando le tasse a un livello insostenibile. E allora quali possono essere le coordinate di un cambiamento necessario per garantire il futuro del nostro popolo? A questa domanda cerca di rispondere la mostra «L'imprevedibile istante. Giovani per la crescita» che sarà inaugurata domani al Meeting di Rimini dal premier Mario Monti. Video, grafiche, animazioni, racconteranno esperienze nate da «imprevedibili istanti» in cui dei giovani, nella scuola, in università e nel mondo del lavoro hanno deciso di non lasciarsi trascinare dal flusso delle cose e hanno preso iniziativa seguendo con tenacia e creatività un'intuizione che li ha portati a esplorare soluzioni nuove nell'affronto dei problemi. Rispetto agli altri Paesi dell'Ocse in Italia si spende molto per la scuola primaria e secondaria e molto poco per l'istruzione universitaria, ma è provato che maggiori risorse non significano necessariamente migliori risultati, che sono favoriti invece da reale autonomia, competizione tra scuole e tra atenei, valorizzazione del merito, fattori assolutamente trascurati nel nostro sistema. Sistema che però non è neppure impostato per contrastare l'ingiustizia sociale, se è vero che gli abbandoni scolastici (195.000 l'anno) si verificano tra i più poveri, che la scuola professionale e i mestieri sono mortificati, che la selezione a riguardo di iscrizioni all'università e possibilità di lavoro avviene in base al censo (a cinque anni dalla laurea sono soprattutto i giovani di famiglie ricche ad avere contratti stabili). Perché non ammettere finalmente che l'incapacità della scuola italiana di creare maggiore mobilità sociale è dovuta al centralismo burocratico e statale che ha livellato e abbassato la qualità degli studi, ha mortificato gli insegnanti e non valorizza i capaci e meritevoli non dotati di mezzi, troppo spesso segnando l'avvio a dispersione ed emarginazione sociale da cui gli alunni più abbienti sono comunque maggiormente tutelati? Una politica non di schieramenti vuoti dovrebbe porsi queste domande e affrontarle. Ma la politica non basta: per vedere la crisi come opportunità occorre avere un'idea diversa di se stessi, riscoprire la natura profonda del proprio io come desiderio insopprimibile di bene che non viene vinto da nessuna circostanza avversa, ma può invece far riscoprire nuove risorse da mettere in azione. Nel nostro Paese questo ha prodotto anche ingegno, conoscenza, creatività, forza di aggregazione, ricerca della bellezza per sé e per gli altri. La mostra documenta l'impegno di operai, imprenditori, insegnanti, studenti, operatori sociali, semplici padri e madri di famiglia, delle più diverse estrazioni culturali e sociali, che si sono rimessi in azione senza aspettare che altri, «sempre altri», risolvano i problemi. Stanno già cambiando la scuola italiana i docenti e quelle aggregazioni di studenti che dentro la scuola dialogano per partecipare attivamente e criticamente al lavoro della conoscenza. Stanno già cambiando l'università italiana studenti e docenti impegnati in iniziative libere nate dal basso nell'orientamento, nella didattica, nella ricerca, nell'internazionalizzazione, nel rapporto con le imprese. Non c'è altra strada che quella segnata dalla sussidiarietà, la via tesa a liberare la creatività, i desideri, lo spirito di iniziativa della gente e che fa di queste energie diffuse il motore di un nuovo sviluppo e di un equilibrio sociale più giusto. La tiratura del 17 agosto 2012 è stata di 96.504 copie Il commento Quel male che divora il Pil Ruggero Paladini Economista . . . L'evasione fiscale è un nodo cruciale che va tagliato se l'Italia vuole avere una prospettiva di crescita L'evento Quando irrompono i giovani e cambiano le cose . . . Imprevedibili istanti: è la mostra che domani il premier Monti inaugurerà al Meeting di Rimini Giorgio Vittadini Presidente Fondazione per la sussidiarietà COMUNITÀ 16 sabato 18 agosto 2012
Le intercettazioni da ri-formare; le intercetta-zioni da non toccare; leintercettazioni da ascol-tare quando sì quandono. Una questione politico-giudiziaria mai del tutto risolta; uno di quegli argomenti «sensibili» che basta nominare per raccogliere fiotti di reazioni e commenti. Se già la vicenda relativa alla trattativa Stato-mafia, con la Procura di Palermo che ha intercettato (indirettamente) il Capo dello Stato Giorgio Napolitano, il quale a sua volta ha sollevato sul caso il conflitto di attribuzione presso la Consulta, ha riportato in auge il dibattito sulle intercettazioni e la relativa legge, ieri una dichiarazione del premier Mario Monti ha rilanciato la questione, con l'annuncio di provvedimenti. Il presidente del Consiglio, nella sua intervista a Tempi, ha affermato che ci saranno «numerose novità» sul fronte della giustizia alla riapertura dell'attività politica; ha definito «grave» il caso delle telefonate del Capo dello Stato intercettate dalla procura palermitana. E poi ha aggiunto: «È peraltro evidente a tutti che nel fenomeno delle intercettazioni telefoniche si sono verificati e si verificano abusi», per cui «è compito del governo prendere iniziative a riguardo». Quanto basta per rianimare il fronte dei pro e dei contro. «Purtroppo si sente sempre parlare delle solite questioni», sostiene Cosimo Maria Ferri, segretario generale di Magistratura Indipendente. «Una nuova normativa sulle intercettazioni non serve per accelerare e migliorare la qualità e i tempi della risposta di giustizia - sostiene Ferri - è assurdo parlare di modifica dei presupposti. È giusto, invece, vigilare sulla corretta applicazione e intervenire con nuove norme sul divieto di pubblicazione degli atti coperti da segreto, sulla distruzione delle telefonate non rilevanti penalmente e di quelle che riguardano persone estranee al procedimento». Il governo, secondo quanto dichiarato dal ministro della Giustizia Paola Severino, vorrebbe muoversi in questa direzione. «Il caso che ha riguardato il Quirinale non ha nulla a che vedere con la nuova legge – ha spiegato il ministro – il cui punto definitivo dovrebbe essere comunque quello di creare un filtro affidato al magistrato e idoneo a tracciare una separazione netta tra le intercettazioni penalmente rilevante e quelle irrilevanti. In ogni caso il primo nodo da sciogliere - ha osservato Severino - è quello legato alla modificabilità di quelle parti della legge che hanno avuto già una doppia approvazione. Solo quando sarà superato questo dubbio, si potrà procedere ai necessari emendamenti». L'intenzione di apportare correzioni alla legge in discussione in Parlamento (dopo una serie di rinvii) c'è. Monti ne dà conferma, ma il riferimento fatto alla vicenda che ha interessato il Capo dello Stato non piace a molti. «La vicenda non può essere usata come pretesto per varare una legge che restringa gli spazi della cronaca giudiziaria», dichiara il presidente della Fnsi, Roberto Natale. L'accusa al governo è quella di aver affrontato la questione «in modo univoco. Parlare di intercettazioni solo in termini di abuso, come fa anche Monti, rivela tutta la strumentalità dell'approccio al tema. Politico o tecnico che sia - conclude Natale - il bavaglio non è accettabile». Antonio Di Pietro leader dell'Idv, coglie invece l'occasione per tornare alla carica: «Sono inaccettabili le parole di Monti che, pur di difendere l'indifendibile Capo dello Stato manipola la realtà, affermando che Napolitano sia stato intercettato, invece a essere intercettato è stato soltanto Mancino. Monti mente sapendo di mentire, come avrebbe fatto un Berlusconi qualsiasi. Ribadiamo la totale inopportunità - continua Di Pietro dell'intervento preannunciato da Monti, volto a fermare le indagini della magistratura e a delegittimare il suo operato». Per il Pd è però sbagliato confondere i due piani. «La vicenda del Quirinale non ha nulla a che vedere con la nuova disciplina sulle intercettazioni - precisa Andrea Orlando, deputato e responsabile Giustizia del Pd - vanno tenuti distinti i piani. Detto ciò, noi riteniamo che questa riforma non sia tra le priorità, ma siamo disponibili a discutere di una revisione della normativa purché si parta da un nuovo testo e non da quello che giace alla Camera e che non è emendabile in alcune parti da noi ritenute essenziali». Di pregiudizi parla il capogruppo Udc in commissione giustizia a Montecitorio, Roberto Rao: «Le parole di Monti dovrebbero essere accolte senza pregiudizi da tutte le forze politiche. Chi non lo farà, perderà un'occasione storica di riforma bipartisan». Basterebbe un mese, dice Enrico Costa, capogruppo Pdl in commissione Giustizia alla Camera e relatore del ddl: «Se c'è la volontà politica basta un mese per avere una buona legge sulle intercettazioni». A volerlo, però. ILCOMMENTO MASSIMOLUCIANI L'aula di Montecitorio in una immagine di repertorio FOTO ANSA L'AMPIO ARTICOLOCHE GUSTAVOZAGREBELSKYHA PUBBLICATOIERI SUREPUBBLICASOLLECITA QUALCHE RIFLESSIONEDI SISTEMA. La sostanza della tesi è questa: il conflitto proposto dal presidente della Repubblica contro la Procura di Palermo per la nota questione delle intercettazioni cosiddette «indirette» sarebbe destinato a un sicuro accoglimento da parte della Corte costituzionale, che, custode della Costituzione come il capo dello Stato, non potrebbe dargli torto senza determinare effetti «devastanti». La soluzione di quella questione, però, sarebbe oggettivamente incerta, visto il sostanziale silenzio serbato in proposito dalla Costituzione, sicché sarebbe opportuno evitare di mettere in imbarazzo la Corte, mentre l'opzione migliore sarebbe rinunciare alla via del ricorso e risolvere il contrasto «attraverso il procedimento ordinario e con le garanzie di riservatezza previste per tutti». Più che sul tema delle scelte sin qui compiute dal presidente o su quelle che potrebbe compiere in futuro, questa opinione invita a ragionare sul ruolo della Corte costituzionale, tanto più che lo stesso Zagrebelsky ne è stato presidente, per alcuni mesi, nel 2004. Soltanto un ingenuo potrebbe pensare che i tribunali costituzionali, ormai sparsi un po' ovunque nel mondo, adottino le loro pronunce senza badare ai loro effetti politico-istituzionali: se lo facessero rinnegherebbero proprio la loro funzione di garanzia della Costituzione, che implica la massima attenzione per gli equilibri e il funzionamento complessivo delle istituzioni. La nostra Corte non può fare eccezione. Di qui a dire che un conflitto, però, sol perché proposto dal capo dello Stato, sia ad esito scontato, ce ne corre. Se così fosse, la considerazione degli effetti di sistema non sarebbe soltanto lo sfondo sul quale il ragionamento giuridico della Corte si articolerebbe, ma diverrebbe la sostanza stessa di quel ragionamento, al di là di qualunque dato di testo o di contesto giuridicamente rilevante. Non può e non deve essere così. Da qualche tempo, anche negli ordinamenti che - come il nostro hanno radici nella tradizione del diritto romano, la giusta consapevolezza dei margini di opinabilità dell'interpretazione del diritto si è trasformata nel convincimento che il giudice possa fare, in buona sostanza, quel che crede, purché la soluzione finale del caso concreto sottoposto al suo giudizio sia «giusta». È nell'interesse del legislatore, ma anche dei giudici e della loro legittimazione di sistema, che questo convincimento sia al più presto abbandonato e che, pur dando per scontato il rigetto del mito dell'«unica» interpretazione «vera» (che fu coltivato dal positivismo giuridico dell'Ottocento) si approdi ad una concezione più corretta del rapporto fra legislazione e giurisdizione, che non confonda la seconda con la prima. Nemmeno alla Corte costituzionale è consentito farsi, davvero, legislatore; nemmeno la Corte costituzionale può decidere solo sulla base di argomenti politico-istituzionali o della sua soggettiva concezione della giustizia. Ora, se esaminiamo in questa prospettiva la questione del conflitto fra il capo dello Stato e la Procura di Palermo, a me sembra chiaro che non potrà certo essere solo il maggior peso istituzionale del primo a decidere delle sorti della controversia: la Corte dovrà raccogliere tutti i dati giuridicamente significativi e dovrà spiegare perché avrà dato ragione all'uno o all'altro dei contendenti. Sostiene Zagrebelsky che la sentenza del 2006 sulla spettanza del potere di grazia non sarebbe un vero precedente, perché allora si sarebbe discusso «solo» delle attribuzioni e non anche della posizione, istituzionale e addirittura personale, del Presidente. Non credo che sia così. Il potere del quale si discuteva allora era un retaggio dell'antica prerogativa regia e la soluzione del conflitto dipendeva largamente dalla complessiva concezione della posizione costituzionale del capo dello Stato. Certo, il ricorso del presidente, allora, fu accolto, ma non è affatto detto che la sentenza della Corte sia stata, per lui, una vera vittoria: ricostruendo la grazia come un potere propriamente presidenziale, il Quirinale veniva lasciato solo non soltanto nella sua gestione, ma anche nella conseguente responsabilità davanti all'opinione pubblica, con tutte le implicazioni del caso. Le cose, dunque, sono sempre più complesse di quanto non sembri a prima vista. Deciderà liberamente Giorgio Napolitano, è ovvio, se e come proseguire sulla via del conflitto di attribuzione. E potrà farlo, appunto, liberamente, perché la sua iniziativa non può, non deve, mettere in imbarazzo la Corte costituzionale. Da questa si pretende, come da qualunque autorità investita di una funzione giurisdizionale, che decida secondo diritto. Nulla più e nulla meno di questo le ha domandato di fare il presidente della Repubblica. . . . Di Pietro: «Il premier manipola la realtà per difendere l'indifendibile Capo dello Stato» Le parole di Monti riaprono lo scontro sulle intercettazioni La Corte costituzionale deve decidere secondo diritto . . . I margini di opinabilità del giudice non posso dilatarsi fino a cercare il «giusto» oltre la legge commenti (quasi tutti di approvazione) da segnalare quelli di un altro magistrato, Desirèe Digeronimo: “Clem è una battaglia persa. Non fanno che mistificare i provvedimenti della magistratura. Siamo all'arroganza del più forte e la stampa non è da meno”». Desirèe Digeronimo, ricorda ancora il Fatto, è il magistrato che «indagava sulla sanità in Puglia e su presunte lottizzazioni che coinvolgevano anche Vendola». La conclusione dell'articolo è che «il sentimento di solitudine» che oggi patisce il gip di Taranto, Patrizia Todisco, «non dev'essere molto diverso da quello che hanno provato le sue due colleghe». E probabilmente da ciò è nata una solidarietà che si è spinta fino a giudizi politici, che destano una certa sorpresa se pronunciati da magistrati in carica. La solidarietà, ovviamente, resta un sentimento positivo. Il problema si pone quando un giudice arriva a definire un governo «illegittimo» e dice di un leader politico che non ha etica e che è arrivata l'ora di mandarlo a casa, per di più con l'approvazione (o almeno la benevolenza) di una collega che su quel leader politico ha effettivamente indagato. Siamo nell'ambito della libertà di espressione, che va garantita a tutti cittadini indipendentemente dal loro ruolo pubblico? Oppure simili espressioni, nel mettere in discussione la terzietà e l'imparzialità di un magistrato, ledono quel diritto ad un giudizio sereno che uno Stato dovrebbe sempre garantire a tutti i suoi cittadini? Non sappiamo se quelle parole su Facebook volevano avere tutta questa pubblicità. Ma ora un problema serio si pone. A meno che il Fatto non sia caduto in un infortunio. Sinceramente lo speriamo. E non solo per ragioni di concorrenza. Magistratura indipendente eFnsicontro l'ipotesi dimisurerestrittivesull'uso delle registrazioni Orlando(Pd)«Questa riformapernoinonè prioritaria» TULLIAFABIANI ROMA . . . Non convincono i giudizi di Zagrebelsky sul conflitto di attribuzione sollevato dal Quirinale ILCASO sabato 18 agosto 2012 9
ÈVERO CHE MOLTI CLASSICISEMBRANO ALLONTANARSI DA NOI, ISOLARSI IN UNA TRANSLUCIDA LONTANANZA: PIÙEVOCATIECITATICHELETTI,HANNOPERÒUNALORO VITA PERSISTENTE E UN PO' OMBROSA NELL'EDITORIA (ma perfino nelle Facoltà di Lettere, in cui il rapporto con i classici dovrebbe avere un rilievo istituzionale, il sistema dei crediti e l'assurda quantificazione delle ore di studio viene spesso ad ostacolare ogni lettura integrale). Bompiani propone ora una collana particolarmente originale, un'autentica novità nello spazio che ai classici riserva l'editoria italiana. Si tratta dei «Classici della letteratura europea», collana ideata e diretta da Nuccio Ordine, che offre traduzione italiana con testo originale a fronte: ne sono usciti i primi due volumi, GargantuaePantagruele di François Rabelais, a cura di Lionello Sozzi, con il testo dell'edizione critica francese di Mireille Huchon (pp. 2175, euro 35), e Saggi di Michel de Montaigne, a cura di Fausta Garavini e André Tournon, con il testo critico curato in Francia dallo stesso Tournon, ma qui arricchito in modi che ne fanno l'edizione di referenza (pp. 2503, euro 40). Rigorosa la cura filologica dei testi e ottime le traduzioni: nuova è quella di Rabelais, dovuta ad un'équipe diretta da Sozzi; già «classica», ma ora accuratamente rivista, quella di Montaigne, dovuta a Fausta Garavini. Se la struttura bilingue ricorda quella di un'altra prestigiosa collana della Bompiani, «Il pensiero occidentale», è vero peraltro che per i capolavori letterari di grandi dimensioni si tratta di un'assoluta e coraggiosa novità: e a breve usciranno due novità forse ancora più eccezionali, l'edizione del Don Chisciotte, a cura del maggior studioso cervantino, Francisco Rico e con nuova traduzione di Angelo Valastro (mai finora era uscita un'edizione bilingue di questo immenso romanzo), e quella della The faerie queene (La regina delle fate), poema allegorico di uno dei fondatori della moderna poesia inglese in età elisabettiana, Edmund Spenser, a cura di Luca Manini con testo di Thomas Roche. Non è un caso se tutte e quattro queste grandi opere risalgono ad un arco cronologico che va dal 1532 (prima stampa del Pantagruel) al 1615 (stampa della Seconda Parte del Don Chisciotte): è l'epoca della nascita delle moderne letterature europee, per cui la letteratura italiana fu determinante punto di riferimento. Insomma classici europei nutriti di cultura italiana, frutto di scambi che poi nei secoli successivi si sarebbero spesso svolti in direzione contraria (perlopiù sarebbero stati i nostri autori a nutrirsi dell'Europa). E in fondo, anche per il contributo di studiosi di diversi paesi, questa collana viene ad offrire un'immagine essenziale dell'unità culturale europea, di quell'unità a cui oggi sarebbe tanto più necessario guardare, per superare gli egoismi e le chiusure particolaristiche che si stanno variamente riproponendo sull'onda della crisi. ILRAPPORTOCONLA NOSTRA CULTURA Il rapporto con la cultura italiana agisce in modi diversi nei due grandi francesi che aprono la collana: autori che da una comune passione per le radici classiche e per l'esperienza umanistica e rinascimentale traggono una problematicità che li conduce molto al di là rispetto all'orizzonte classicistico che veniva ad imporsi in Italia nel corso del Cinquecento; due classici a loro modo «estremisti», in fondo, pur nella loro radicale diversità. Rabelais ci cattura con la forza della sua invenzione sempre dilatata, rivolta verso l'eccesso, con quei giganti in cui ogni possibilità umana viene come potenziata, aperta alla conquista gioiosa della realtà e della cultura, col sostegno di uno spirito polemico rivolto contro ogni uso asfittico, pedantesco, formalistico del sapere. Siamo stati abituati da un grande libro del russo Michail Bachtin, che ha fatto furore negli anni '70, a vedere nel gioco comico di Rabelais la traccia di una sotterranea cultura popolare, delle tradizioni del carnevale, di una realtà materiale e corporale opposta a tutti i valori ufficiali. Qui Lionello Sozzi, in accordo con la critica più recente, corregge in parte questa prospettiva, mettendo in luce l'impegno di Rabelais nella ricerca di un superiore equilibrio etico e spirituale, in consonanza con la maggiore cultura del Rinascimento, nel quadro di un cristianesimo aperto e tollerante, assai vicino alle posizioni di Erasmo da Rotterdam: nel comico di Rabelais, nei suoi formidabili eccessi verbali, si riconosce in effetti una piena apertura agli aspetti più vari del reale, nella convinzione che Rire est le propre de l'homme (è il riso che contraddistingue l'uomo). All'invenzione di Rabelais, tutta rivolta all'esterno, verso un pieno dominio umano sul reale, fa riscontro in Montaigne l'indagine entro la propria individualità, continuamente confrontata con l'insegnamento degli antichi, con la problematicità dell'esperienza, con la continua inafferrabilità, contraddittorietà del reale: i suoi Saggi aprono la strada al moderno, ad un rapporto con la realtà non modellato su categorie ideologiche precostituite, ma rivolto a «saggiare» le forme del vivere in rapporto al punto di vista di un soggetto che interroga e riflette in sé i variabili caratteri del mondo. Strumento di indagine in ogni direzione, il saggio è forma in movimento, come in movimento è il giudizio che esso prospetta su tutte le forme dei comportamenti umani. L'edizione di Tournon rende conto splendidamente di questo movimento, dando piena riconoscibilità al diverso configurarsi dei vari saggi nelle diverse redazioni curate dall'autore: la filologia qui non è solo un dato tecnico, ma il quadro entro cui trova evidenza il movimento dell'opera e del pensiero. Un pensiero che si confronta con tutta la realtà contemporanea, con la radicale e turbinosa incertezza del mondo storico, con le illusioni su cui gli esseri umani fissano valori e significati. Che dire, ad esempio, del saggio Della vanità, che riflette sulla inutilità dell'eccessivo proliferare di scritture e scrittori, di «tante parole per le sole parole»? Non è qualcosa che ci riguarda ancora oggi? Lapartecipazione dell'atletaallegare deinormodotatipone il problemadel rapporto tranaturaecultura GIULIOFERRONI TERESANUMERICO CULTURE Unaautenticanovità ideata edirettadaNuccioOrdine cheoffretraduzioneitaliana contestooriginaleafronte OSCARPISTORIUSÈ STATOELIMINATODALLE SEMIFINALIDEI400METRIPIANI,ULTIMODELLASUABATTERIA,ma nella retorica giornalistica che ha preceduto e seguito la sua prestazione aveva già vinto la sua battaglia delle olimpiadi, quella della partecipazione. Al di là dell'attenzione al caso personale dell'aver subito una doppia amputazione alle gambe a soli 11 mesi, incluso tra gli atleti della corsa delle olimpiadi, forse vale invece la pena chiedersi di cosa si stia parlando quando si discute se far partecipare l'atleta, trionfatore delle paraolimpics anche alle gare dei normodotati. Pistorius pone una questione alla società e non solo alle International Association of Athletics Federations (Iaaf) che riguarda il rapporto tra natura e tecnologia o meglio, più in generale, quello tra natura e cultura. Una questione al centro del dibattito filosofico del '900. L'atleta fu escluso dalle olimpiadi disputate in Cina nel 2008 perché secondo la Iaaf «le sue gambe non tradizionali lo avvantaggiano rispetto agli altri atleti». Le protesi di carbonio insomma sarebbero state un illecito vantaggio competitivo rispetto agli altri concorrenti, e ne avrebbero falsato i risultati «umani». Successivamente il verdetto della Iaaf fu riformato dalla Court of arbitration for sport, ma Pistorius non fu in condizione di partecipare, come invece è avvenuto in occasione di queste olimpiadi londinesi. La questione, però, non riguarda tanto Pistorius in sé o il suo diritto di partecipare a gare con i normodotati, ma di stabilire cosa significhi considerare qualcuno o qualcosa come propriamente umano. È su questo nodo che le discussioni si accendono anche sotto l'ombrellone, e ci si accalora incuranti delle temperature sahariane. Secondo una delle definizioni dell'essere umano fornita da Aristotele, «bipede implume» è evidente che Pistorius non vi può essere incluso. Ma possiamo noi indicare con certezza cosa sia la norma dell'umano, come si riprometteva Aristotele, ritenendo di essere nel giusto? È ancora possibile definirla univocamente dopo Foucault e l'identificazione della natura umana con una dimensione culturale e sociale? La sua teoria, sostenuta tra l'altro, in un interessante confronto con Noam Chomsky, in una storica trasmissione televisiva olandese del 1971, consiste nel sostenere che non esista una verità sulla nozione di natura umana, ma che essa si costituisca storicamente di volta in volta determinando le condizioni di costituzione dell'umanesimo. Tale posizione, apparentemente relativista, concede una grande libertà alla definizione delle possibilità dell'umano. Foucault, tuttavia, non è l'unico ad aver modificato il concetto di natura umana e la sua relazione con la tecnica. L'abbattimento della barriera tra meccanico e umano/animale viene da un'altra fonte culturale per nulla accusabile di relativismo, la Cibernetica. Norbert Wiener e altri colleghi scienziati interdisciplinari dopo la Seconda Guerra Mondiale misero a punto una teoria del controllo e della comunicazione che, a loro parere, poteva valere sia per organismi naturali che per dispositivi artificiali. Fu a partire dalla Cibernetica che si studiarono le possibili interazioni tra organismi viventi e macchine. Non è un caso che Wiener si interessò di progetti protesici, lavorando sui meccanismi di feedback che avrebbero permesso una completa integrazione tra componenti artificiali e organismi fisici. Un altro punto di riferimento del dibattito sulla possibile integrazione tra animale e artificiale è il Manifesto Cyborg scritto da Donna Haraway nel 1985, nel quale, sulla scorta di Foucault e della cibernetica si sosteneva che l'assenza di confine tra natura umana e componente tecnologica, tra materiale e immateriale sarebbe stata un'opportunità per cancellare il confine anche tra uomo e donna, e disapplicare ogni discriminazione che separa e identifica le molteplici attitudini sessuali degli individui. Il cyborg come esperimento di libertà. Mentre Pistorius fa uso delle sue famose protesi chiamate Cheetah (ghepardo), gli altri potenziano i propri muscoli attraverso tecniche di allenamento sempre più avanzate. Tuttavia c'è qualcosa che non siamo disposti ad accettare nell' integrazione tra uomo e macchina. Che succederebbe se protesi meccaniche o altre integrazioni tecnologiche permettessero agli esseri umani che le adottassero prestazioni più competitive rispetto agli altri? Forse il cyborg finirebbe per aprire nuovi conflitti e creare nuove discriminazioni e contribuire alla costruzione di altre diversità da stigmatizzare, invece di abbattere antiche discriminazioni. Forse è questo il pensiero che ci rende inquieti di fronte a Pistorius. Classicieuropei a volte ritornano NellanuovacollanaBompiani alviaconRabelaiseMontaigne LegambediPistorius e il cyborgcome esperimentodi libertà Pistoriusalle OlimpiadidiLondra Gargantua in una stampa d'epoca U: 18 sabato 18 agosto 2012
BIANCADIGIOVANNI bdigiovanni@unita.it Si dichiara soddisfatto e fiducioso al termine della «maratona» di Taranto. Oggi sarà in canoa a divagarsi, ma lunedì ha già fissato un incontro importante: avrà i risultati dell'indagine interna sulle ipotetiche «commistioni» del ministero dell'Ambiente con l'Ilva in occasione del rilascio dell'Autorizzazione integrata ambientale (Aia) del 2011. Corrado Clini reagisce con energia al «ciclone Ilva». Non vuole «convincere i giudici» («non sono loro il nostro oggetto del desiderio»), ma neanche fare la guerra alla magistratura. La sua strategia è: proseguire sulla sua strada, per le vie ordinarie. D'altro canto la rotta è segnata dall'Unione europea: subito una nuova Aia con prescrizioni più stringenti sulle tecnologie per la tutela ambientale, e l'adeguamento graduale dell'azienda alle nuove regole. «Nel merito si tratta delle stesse cose che chiede il gip - spiega il ministro - a parte la chiusura». Ma allora, si chiude o non si chiude? «I due percorsi, quello del ministero e quello della magistratura, sono paralleli - continua - Spero che si incontrino presto e che la questione si risolva». Tuttomoltologico.Macomemaiunaparte della città vi contesta? Come mai non riusciteaconvincerla? «Non so darmi una spiegazione esauriente. Prendo atto che in primavera con una amplissima maggioranza ha vinto un sindaco che ha detto di voler risanare la città lasciando aperta l'Ilva. Contro di lui ha perso l'altro candidato, il verde Angelo Bonelli, che chiedeva la chiusura. Ho l'impressione che chi sta strillando oggi sia quella parte di popolazione, minoritaria, che non si è rassegnata alla sconfitta. L'altra parte, quella che lavora tutti i giorni e vive vicino all'impianto vivendo difficoltà e spesso veri e propri drammi, ritengo condivida gli sforzi che le istituzioni, unite e senza divisione di parte, stanno facendo per coniugare ambiente, sviluppo e salute. Non credo che Taranto meriti un proseguimento di campagna elettorale giocato sulla sua pelle». Cosa pensa dell'indagine delle Fiamme Gialle, che coinvolge esponenti del suo ministero. «Sono un cittadino rispettoso della legge. Non ho avuto alcuna comunicazione in proposito dal procuratore della Repubblica, né formalmente né informalmente, ma ho letto le intercettazioni pubblicate sui giornali. Ho chiesto al direttore generale un rapporto soprattutto per sapere se esistono dati che confermino eventuali pressioni in occasione del rilascio dell'Aia del 2011. Il punto non è se ci fossero contatti fra amministrazione e impresa, che sarebbe del tutto fisiologico. Ciò che bisogna accertare è se invece tale relazione sia stata opaca. Comunque, le persone coinvolte nella vicenda mi hanno comunicato che si ritengono a disposizione». Quantesono? «Sono due oggi quelle rimaste nelle posizioni precedenti. Lunedì farò il punto, avendo il risultato dell'indagine, e deciderò se cambiare i membri della commissione. In ogni caso dovrò aumentare il numero di membri, perché il lavoro è lungo e noi abbiamo solo 30 giorni di tempo. Credo che oggi, con un rapporto esplicito e franco con l'Ilva, non corriamo rischi. Non c'è lo spazio né il tempo per ombre». Giàtra una settimanasapràcosa fare? «Certo, tra sette giorni. Poi valuterò con il procuratore che oggi non sono riuscito a incontrare. Ci siamo sentiti per telefono e abbiamo deciso di vederci più in là». Non crede che l'immagine del governo sia stata danneggiata da questa vicenda? «Io credo di no, stiamo lavorando alla luce del sole. Quanto all'autorizzazione del 2011, sappiamo che non ha favorito l'Ilva, tant'è che l'azienda ha fatto ricorso al Tar sostenendo che quelle prescrizioni erano troppo rigide e ha vinto. Io distinguerei la vicenda in due aspetti: i tentativi dell'Ilva di ottenere «sconti» e i risultati della procedura. Al momento non mi risultano zone grigie in quel documento». Con le sue mosse spera di convincere i magistratia cambiare idea? «No, i magistrati non sono l'oggetto del nostro desiderio. Noi attuiamo la legge. In 5 mesi ho riaperto una procedura e disegnato nuove prescrizioni per dare un quadro certo all'azienda. All'interno della nuova procedura c'è il recupero delle prescrizioni date dal gip, esclusa quella della chiusura. Nel merito c'è convergenza tra i due atti. Il gip ha regole diverse, segue un diverso percorso, tra l'altro c'è un conflitto con il Tribunale del riesame in cui noi non entriamo. Insomma, sono due strade diverse, ma un punto è certo: nel momento in cui io rilascio l'Aia, quello è il documento che autorizza il funzionamento dell'impianto». Duestradeche non si incontrano mai? «Spero che si incontrino presto. Io conflitti di competenza con la magistratura non ne apro. Non sono d'accordo con il gip sulla chiusura, ma lo sono sulle indicazioni date per risanare l'Ilva». I 146 milioni messi sul tavolo da Ilva le sembranosufficienti? «La questione non è questa. Quelle risorse servono per rispondere alle vecchie e alle nuove prescrizioni. Ci saranno altre cose da fare, che saranno indicate nella nuova Aia. Per l'azienda non si tratta di costi, ma di investimenti, necessari a rispondere alle richieste europee. La finalità resta quella di migliorare il processo produttivo». L'INTERVISTA SEGUEDALLAPRIMA E hanno affrontato la stessa questione in modo assai concreto sia come teoria che come pratica. La teoria, tanto per essere chiari, dice che non esiste alternativa al lavoro fondato su una produzione industriale che non tenga conto dei vincoli ambientali e sanitari definiti al meglio delle conoscenze scientifiche. E dice che se pongo sui piatti della bilancia, da una parte l'economia e dall'altra l'ecologia, è la bilancia che si rompe. La teoria, infine, dice che i vincoli ambientali non sono necessariamente dei limiti, ma possono diventare fattori di innovazione e di sviluppo (sì, sviluppo non solo crescita) sostenibile sia da un punto di vista sociale che ecologico. Cerchiamo di applicare la teoria punto per punto al caso Ilva, agganciando il nostro ragionamento a fatti empirici verificabili. 1) L'analisi scientifica dei dati ci dice che l'Ilva di Taranto ha inquinato nel passato e tuttora inquina, sia pure in misura molto minore. I chimici hanno verificato che ci sono ampi spazi contaminati: non solo in aria, ma anche in terra e in mare. E che le aree contaminate sono da bonificare. Gli epidemiologi hanno verificato che questo inquinamento ha prodotto in passato e continua a produrre effetti sanitari seri, anzi tragici. E che le cause di malattie gravi e di morti vanno rimosse. Questa è la realtà scientifica, verificata dai migliori esperti italiani. In ogni altro Paese europeo e - come si diceva una volta - occidentale, non si fa a pugni con la realtà: la si accetta e si cerca di costruire, sui dati di fatto, un futuro desiderabile. Da noi c'è chi, pur di non riconoscere di avere la febbre, rompe il termometro. E così si cerca di gettare discredito su scienziati di grande valore, che il mondo spesso ci invidia e che lavorano a stretto contatto con organizzazioni internazionali. 2) Non è affatto scontato che una fabbrica che produce acciaio del tipo di quella di Taranto - a ciclo integrale, con convertitore a ossigeno - sia necessariamente inquinante: esistono tecnologie in grado di abbattere il tasso di emissioni di sostanze tossiche e pericolose entro i limiti fissati dalle norme europee. 3) Non è vero che la produzione “pulita” di acciaio è impossibile in un Paese a economia matura, con alto costo del lavoro e stringenti vincoli ambientali. Le tecnologie pulite vengono comunemente impiegate sia in Giappone, sia negli Stati Uniti, sia in Germania: rispettivamente al secondo, terzo e quarto posto nella classifica dei maggiori produttori mondiali (il primo produttore mondiale è la Cina). La Germania, in particolare, produce circa 45 milioni di tonnellate di acciaio, contro i 29 milioni di tonnellate dell'Italia (dati 2007). Il 70% della produzione, oltre 30 milioni di tonnellate, avviene con il sistema utilizzato all'Ilva di Taranto. Ebbene, anche questa produzione tedesca di acciaio non solo rispetta le normative europee, ma è assolutamente competitiva sui mercati mondiali. Tant'è che, assicura l'agenzia Fitch, è in aumento, dopo la crisi del 2008. Dunque, produrre acciaio nel rispetto dell'ambiente e della salute umana è possibile. Anche in Paesi a economia matura, con alto costo del lavoro e vincoli ambientali stringenti. 4) Altro dato empirico: abbiamo appreso nei giorni scorsi che l'economia tedesca ha ripreso a crescere, anche a ritmi più sostenuti del previsto, nonostante il resto d'Europa, Italia in testa, sia in recessione. Perché la Germania cresce e gli altri no? Il motivo non risiede nella politica finanziaria del Paese: l'economia tedesca cresce perché la sua industria tira. Sono aumentati, infatti, sia i consumi interni che le esportazioni di beni prodotti dalle industrie. Ma perché il sistema produttivo del primo Paese industriale d'Europa, la Germania, tira e quello del secondo Paese industriale d'Europa, l'Italia, no? I motivi sono diversi, ma di gran lunga il principale è che il sistema industriale tedesco punta sulla qualità, anche ambientale, del prodotto, mentre il sistema industriale italiano - dalla Fiat all'Ilva - cerca di competere muovendo, verso il basso, le leve del costo del lavoro e dei diritti sul lavoro delle deroghe alle norme ecologiche e sanitarie. In Germania il sistema industriale ha effettuato un salto culturale, accettando di fare i conti con la realtà: se una produzione inquina se ne prende atto e si cerca di intervenire senza nascondere la polvere sotto il tappeto, ma trasformando i “vincoli” in “opportunità di innovazione”, sia nei processi sia nei prodotti. Il che non significa “maggiori spese”, ma “maggiori investimenti” in ricerca e sviluppo. I frutti di questi investimenti e di questa cultura si vedono. Il Paese riesce ad avere, nel medesimo tempo, un ambiente migliore, minore disoccupazione, maggiori salari e a far crescere la propria economia mentre il resto d'Europa affonda. «Accolte tutte le indicazioni del Gip, tranne la chiusura degli impianti» . . . «Nessuna guerra alla magistratura. Sono due percorsi paralleli che spero si incontreranno» Impariamo la lezione tedesca CorradoClini Ilministrodell'Ambiente: «Lunedìavrò i risultati dell'indaginesulle commistioni fraaziendae commissione.Duemembri hannorimesso ilmandato» ILCOMMENTO PIETROGRECO sabato 18 agosto 2012 5
L'ESORDIO,NEL1997,NONPASSÒINOSSERVATO.ERANO GLI ANNI DEI «CANNIBALI» E PASSÒ PER TALE. IN REALTÀ, LA SUA STRADA - COME PER I MIGLIORI DI QUELL'ONDATA-SISAREBBERIVELATAPERSONALISSIMA, SOLITARIA E SORPRENDENTE. IL ROMANZO, «DEI BAMBININON SI SA NIENTE», PRESENTAVAUNO SGUARDOSULL'INFANZIAINCONSUETO,BRUCIANTE, SUISEGRETIDIUN'ETÀDELLAVITACHEDISOLITO,ANCHE IN LETTERATURA, SI EDULCORA. E UNA LINGUA ACIDA, RALLENTATA, TESA FINO ALLO SPASMO. «La parentela con i cannibali è solo anagrafica. Le voci più interessanti - penso ad Aldo Nove, a Niccolò Ammaniti - si sono progressivamente smarcate dall'etichetta e sono durate nel tempo. Certo, ci accomunava anche un terreno culturale: il cinema, la televisione, i fumetti ci influenzavano anche linguisticamente. Siamo stati bambini negli anni Ottanta, questo ha contato. Non è solo questione di tinte pulp, uno scarto effettivamente c'è stato, rispetto alla narrativa più in voga. Se penso a un autore come Marco Lodoli, che stimo e che a metà degli anni Novanta aveva già una sua riconoscibilità, sento che la ricerca di molti di noi andava verso zone diverse, forse più buie. Era guidata da un gusto dell'estremo che a scrittori come lui non apparteneva». La prima versione del romanzo d'esordio di Simona Vinci fu letta da Carlo Lucarelli, allora consulente per Einaudi. «Avevo venticinque anni e di editoria non sapevo nulla. Non ero smaliziata come sono gli esordienti di oggi, né in grado di gestire la visibilità che mi piovve addosso. Mi fa sentire vecchissima dire che le cose, in passato, andavano in modo diverso. Certo, il livello di competizione non era così esasperato, ma mi rendo conto che gli spazi sono sempre più angusti e si fatica a difenderli. Per quanto mi riguarda, non riuscivo a sentirmi un personaggio mediatico, mi imbarazzava tutto ciò che non fosse strettamente legato alla scrittura, e perciò ho rifiutato molto di quanto mi si offriva». Ho continuato, dice, un percorso solitario. Nata a Milano, ha vissuto per pochissimo tempo nella grande città ed è cresciuta a Budrio, in provincia di Bologna. Oggi vive da quelle parti, in una casa in collina, «quasi montagna». La posizione periferica non le pesa. Tutt'altro: «Sono “costruita” come una persona di periferia. Le città mi piace visitarle da turista, ma fatico ad abitarle. Mi spaventano. Per concentrarmi sulla scrittura ho bisogno del margine, della libertà che il margine offre. Stare alla giusta distanza dalle cose che succedono, per esempio. Non entrare nei circoli ristretti della mondanità». La campagna, il contatto con la natura caratterizzano lo sguardo, il modo di sentire. «Il tempo della terra è diverso. Ti fa sentire piccolo, sì, ma anche protetto. Un piccolo orto, un noce, la legna senti che puoi sopravvivere. Mentre ogni volta che entro in un supermercato, mi chiedo: e quando le scorte finiranno? Forse ho un'immaginazione un po' apocalittica». Le piace, dell'abitare in piccoli paesi, anche il senso di comunità che resiste. «Con le sue chiusure, sì, ma anche con la sua capacità di condivisione. Nella grande città hai l'impressione che la libertà individuale venga prima di tutto, ma in realtà io sono libero se l'altro è libero, se la terra è libera, se le risorse sono ripartite con equità». Quando, qualche anno fa, un editore le chiese di scrivere un libro su New York, sulle prime accettò volentieri. «Poi mi sono resa conto di non avere uno sguardo così particolare su quella città tanto frequentata letterariamente. Rinunciai e decisi che sarei partita per la Groenlandia. Neve a perdita d'occhio, il luogo meno costruito del mondo». Nacque da quell'esperienza di viaggio lo strano racconto-reportage che è Nel bianco, dove una scrittrice associata di solito a tinte «nere» si confronta con quel candore assoluto e abbagliante. Quando alcuni colleghi dicono di aver cominciato a scrivere presto - e si riferiscono agli anni delle scuole superiori - Simona Vinci sorride. «Ho cominciato alle elementari. Se mi guardo indietro, mi sembra di avere scritto sempre, e comunque di avere sempre saputo che questa sarebbe stata la mia vita. Non ho mai capito cosa esattamente cercassi. La scrittura è uno stato in cui sono immersa da sempre». Le letture fondamentali? I fratelli Grimm, le fiabe per bambini, «il loro gusto per il macabro». Ha letto moltissima poesia. Tra i prosatori italiani, cita a sorpresa Giovanni Arpino («frequentava il grottesco, come pochissimi in Italia»). Ha una passione per Elsa Morante, cui deve il titolo dell'affascinante romanzo Come prima delle madri («la rileggo di continuo»), e per Lalla Romano, «una scrittrice estranea alle mode, con un senso della lingua, direi proprio della costruzione sintattica della pagina, impressionante». Fondamentale la lezione di Marguerite Duras. L'allarmante verità che «dei bambini non si sa niente» viene da lei, e forse anche la spinta a cercare spie del malessere anche nella quiete apparente. I corpi di Simona Vinci stanno spesso male, chiedono al tempo di essere guariti, ma le ferite non si ricuciono facilmente: restano segni che bruciano sulla pelle (basta leggere un racconto a caso da Intutti i sensicomel'amore, o affrontare la tensione di amore-disamore in Stanza 411). LAMATERNITÀ «In letteratura detesto le dichiarazioni programmatiche. Ho un'allergia per quel tipo di scrittore che si definisce “civile”, impegnato. Mi sembra più una moda che altro. Risponde a un bisogno di molti di sentirsi dire le cose faccia a faccia, di guardare un autore negli occhi. Ma lei ce lo vede, che so, Cormac McCarthy che sale su un palco e scalda una folla su temi d'attualità? Io no. Ogni scrittura, che muova da un impulso intimo, autentico, porta con sé un desiderio di condivisione. Non credo che lo scrittore debba indossare i panni di profeta o di agitatore di popolo. Preferisco chi resta nell'ombra e si affida esclusivamente alle proprie parole scritte, alle proprie pagine, alle proprie storie. Che anche quando sono ambientate nel passato, possono dirci qualcosa sull'oggi». Il romanzo a cui sta lavorando da quattro anni mescola «un reportage a una storia gialla con elementi gotici, il tutto seguendo una linea anche autobiografica. Nel paese in cui sono cresciuta, Budrio, c'erano tre istituti psichiatrici. Quando i manicomi furono aperti, si mescolava alla folla delle strade questa strana umanità. Sono fotogrammi scolpiti nella mia mente, e da lì sono partita. È come costruire un mosaico. Può capitare di passare mesi su un singolo tassello, ma non devi mai perdere di vista l'insieme. Ci vuole una pazienza certosina. Scrivere - scrivere sul serio - è una gran fatica». Da poco più di due mesi è diventata mamma. «Sono cambiati gli orari, naturalmente. Si sono accentuate alcune paure. Come moltissimi italiani, vivo questo momento senza grande ottimismo. E mi chiedo quale mondo abiterà mio figlio. Talvolta vengo presa dall'angoscia. Poi penso che è un dovere, aver fiducia nell'umanità». SimonaVinci è nata aMilano nel 1970. Il suo primoromanzo,«Deibambini non si sa niente» hariscossoun grande successo.Caso letterario dell'anno,è statotradotto innumerosi altri paesi, tra i quali gli StatiUniti. Sempreper Einaudi sono usciti la raccolta di racconti«In tutti i sensicome l'amore»(1999) e i romanzi «Comeprimadelle madri» (2003), «Brother andSister»(2004),«Stanza 411»(2006) e «StradaProvinciale Tre»(2007). Lascrittrice emilianaSimonaVinci L'estatescorsa imperversò lapolemica letterariasulla generazione TQ, quelladei trenta-quarantenni.Chiedevano più spazio editoriale, istituzionale,politico all'Italia gerontocratica,con toni veementie parecchie contraddizioni. Lasettimana scorsa(17 luglio), conMelania Mazzucco,«l'Unità»haaperto una galleriadi ritrattidella generazione chesi può chiamareQC, i quaranta-cinquantenni. Cosa significa,per unoscrittore, esserenel pieno dellapropria maturità? Quantoconta il «percorso»di un autore inun mercato editorialechebrucia tutto troppo in fretta, divisotra esordienti giovanissimie venerati maestri?Dopo UgoRiccarelli,Andrea Carraro e AurelioPicca, oggi la parolavaa SilviaBallestra. Raccontieromanzi viagginellanaturaumana ... «Sono “costruita” come una persona di periferia. Le città mi piace visitarle da turista, ma fatico ad abitarle. Mi spaventano» SimonaVinci Lazonad'ombra «Mi interessasolo lascrittura Ilmioèunpercorsosolitario» Passòper«cannibale» masoloperché il suoprimo romanzouscìneglianni Novanta:«Deibambininonsi saniente»si fecesubito notare,per il suosguardo bruciantee inconsueto CHIÈ ... «Ilmioprossimoromanzo nascedal ricordodiquando aBudrio, ilmiopaese, venneroaperti imanicomi» CULTURE GENERAZIONEQC PAOLODIPAOLO dipaolo.paolo@gmail.com U: 20 sabato 18 agosto 2012
Accolgo, convinto, l'invito di Giu-seppe Tognon quando, nell'in-troduzione alle Lezioni degasperiane 2004-2009, scrive: «Ciò di cui si sente la mancanza è una lettura più libera e profonda della figura di De Gasperi, che sappia aprire nuove piste interpretative e soprattutto che liberi la sua figura da quel paludamento retorico in cui è tipico isolare le grandi personalità, soprattutto politiche». È quel che cercherò di fare. È quanto meno strano che la storiografia su Alcide De Gasperi si sia soffermata più sui temi di politica interna ed estera che non su quelli di politica economica (proprio il contrario di quanto è accaduto ad un'altra grande figura di statista, quella di Konrad Adenauer). Eppure, il pensiero e l'opera di De Gasperi in ambito economico non meritano l'oblio, perché hanno ancora tanto da dirci per l'oggi. Su tre questioni specifiche, ma di ampio spessore, desidero qui fissare l'attenzione. Prima, però, un'avvertenza. È certamente riduttivo e perfino rischioso separare le diverse dimensioni del contributo di un personaggio della statura di De Gasperi. Ma ovvie ragioni di spazio non consentono di fare diversamente. PERCHÉNOAMODELLO TEDESCO Una prima questione può essere posta nei seguenti termini: perché lo statista trentino, che pure conosceva bene e giudicava positivamente l'economia sociale di mercato (Esm) tedesca, non ritenne di tentarne un'applicazione al caso italiano? Prima di rispondere, conviene richiamare, in breve, le caratteristiche essenziali dell'economia sociale di mercato, espressione per primo coniata da Alfred Müller-Armack. Per Eucken, uno dei pensatori che forgiarono il quadro concettuale dell'Esm, il sistema economico va guidato a partire da «principi formativi» - che definiscono la natura e l'essenza dell'economia di mercato - e da «principi regolativi» che ne fissano i modi di funzionamento. Nei primi sono inclusi il primato della politica monetaria, che deve assicurare la stabilità del valore della moneta, l'apertura dei mercati alla libera concorrenza, la tutela dei diritti di proprietà, la libertà d'impresa, la continuatività dell'azione di politica economica da parte dello Stato. I principi regolativi riguardano invece la lotta contro i monopoli naturali; la politica dei redditi allo scopo di assicurare un'equa distribuzione delle risorse; l'intervento statale volto a correggere per mezzo di un sistema di tasse e sussidi le varie esternalità negative; l'intervento governativo in tema di lavoro, che non può essere lasciato ai dettami delle leggi di mercato. Sulla medesima linea si muove Wilhelm Röpke, quando invoca un «forte Stato» capace di garantire la sicurezza e «l'intelligente polizia dei mercati» (sic!), dato che questi non sono in grado di autogovernarsi, né di autocorreggersi. Ebbene, conoscendo in profondità la realtà del Paese e quanto era accaduto durante la tragica esperienza del fascismo, De Gasperi aveva abbondanti ragioni di ritenere che la proposta del modello dell'Esm sarebbe stata presa a significare una riedizione dell'ordine sociale corporativista, tanto ampio e invasivo è il ruolo affidato dall'economia sociale di mercato allo Stato (giova ricordare che tale modello venne fatto proprio dalla Cdu - Cristiano democratici tedeschi - nel 1949 e poi viene adottato dalla Spd - Socialdemocratici - nel 1959). Per un verso la Confindustria non voleva sentir parlare di cogestione, di monitoraggio dei comportamenti, di scambio di informazioni tra gli attori economici, elementi questi costitutivi dell'Esm (anche Pasquale Saraceno non vedeva di buon occhio il partecipazionismo operaio). Per l'altro verso, i tre principali partiti dell'epoca non nascondevano la loro diffidenza nei confronti dell'impresa privata: Pci e Psi per ragioni ideologiche; la sinistra Dc perché il capitalismo veniva percepito come contrario alla Dottrina sociale della Chiesa. Al tempo stesso, De Gasperi non poteva certo spendersi - e pour cause - per il modello di economia liberale di mercato di tipo anglosassone. Come è noto, la chiave della distinzione tra i due modelli è nella diversa modalità con cui gli imprenditori si coordinano fra loro per controllare la dinamica salariale, per incoraggiare l'innovazione e per favorire l'aggiustamento alle mutate condizioni di mercato. L'ECONOMIAMISTA DIMERCATO Di qui quello che è stato chiamato - a mio giudizio impropriamente - il compromesso degasperiano, e cioè l'«economia mista di mercato»: nella sfera privata si accolgono i principi liberali; nella sfera pubblica si applica la nozione di Stato limitato. Quest'ultimo è uno Stato né minimo (come volevano i liberali), né interventista su tutti i fronti (come volevano gli statalisti); ma uno Stato che può essere anche forte purché si mantenga entro limiti ben definiti. Quello limitato è dunque uno Stato abilitante che promuove e incoraggia ANNIVERSARI Il “miracolo” di De Gasperi: la politica sopra il mercato Sistudiapoco lapolitica economicadellostatista trentino.Eppurehamolto dadircisull'oggi:né statalismo,né liberismo,né economiasociale.Lasua mediazionefuallabasedel grandesviluppodelPaese STEFANOZAMAGNI Economista LA RELAZIONE 14 sabato 18 agosto 2012
ARENAUNITÀ OGGIVI CONSIGLIAMO... TV «THE HURT LOCKER» DI KATHRYN BIGELOW Sei premiOscar nel 2010 (quando usciva Avatar) ma non un grande successo al botteghino per questo film che Bigelow ha girato in collaborazione con il giornalista Mark Boal. Incentrato su un gruppo di artificieri e sminatori dell'esercito statunitense in missione in Iraq, il film combina sequenze spettacolari ai comportamenti adrenalici del protagonista, James. SKYHITS ore21.00 L'Iraq daOscar diKathryn Bigelow la ribelle 08.00 Tg 1. Informazione 08.20 La piccola moschea nella prateria. Sit Com 09.10 Pongo & Peggy. Rubrica 10.15 Road Italy - Day by day. Documentario 10.25 La casa del guardaboschi. Serie TV 11.10 Un ciclone in convento. Serie TV 12.00 La prova del cuoco. Show 13.30 TG 1. Informazione 14.00 Linea Blu. Documentario 15.30 Quark Atlante - Immagini dal pianeta. Documentario 16.15 Dreams Road 2011. Reportage 17.00 Tg 1. Informazione 17.15 A Sua immagine. Religione 17.45 Homicide Hills - Un Commissario in campagna. Serie TV 18.50 Reazione a catena. Show 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Rai Tg Sport. Informazione 20.35 Techetechetè. Rubrica 21.20 The young Victoria. Film Dramma romantico. (2009) Regia di JeanMarc Vallée. Con Emily Blunt, Paul Bettany, Mark Strong. 23.20 Speciale per me Souvenir. Show. Conduce Renzo Arbore. 00.55 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.05 Che tempo fa. Informazione 01.10 Cinematografo Estate. Attualita' 02.10 Sleepwalking. Film Drammatico. (2008) 07.00 Cartoon Flakes Week End. Cartoni Animati 09.25 The latest Buzz. Serie TV 09.50 Elephant princess. Cartoni Animati 10.15 Sulla Via di Damasco. 10.50 Benvenuti a “The Captain”. Serie TV 11.30 Sri Lanka. Film Tv Drammatico. (2004) Regia di Karola Meeder. Con Siegfried Rauch. 13.00 Tg2 - Giorno. Informazione 13.30 Sereno Variabile Estate. Informazione 14.00 Un trofeo per Kylie. Film Tv Azione. (2008) Regia di Peter Werner. 15.30 Squadra Speciale Lipsia. Serie TV 16.15 Squadra Speciale Stoccarda. Serie TV 17.00 Chaos. Serie TV 17.40 Due uomini e mezzo. Serie TV 18.05 In Buona Salute. Rubrica 18.35 Sea Patrol. Serie TV 19.30 Il Clown. Serie TV 20.25 Estrazioni del lotto. Gioco 20.30 TG 2 - 20.30. Informazione 21.05 L'anello di Sophia. Film Tv Thriller. (2009) Regia di Jean-Claude Lord. Con Rebecca Mader, Cameron Bancroft, Claudia Ferri. 22.40 Cold Case - Delitti irrisolti. Serie TV 23.20 TG 2. Informazione 23.30 TG 2 - Dossier. Informazione 00.20 TG 2 Storie - I racconti della settimana. Rubrica 01.00 TG 2 Mizar. Rubrica 07.50 Rai Educational Magazzini Einstein. 08.35 Rai Educational Gate C Letter from my child. 09.05 Rai Educational - Cult Book. Reportage 09.40 Zum zum zum 2. Film Commedia. (1969) Regia di Bruno Corbucci. 11.10 Agente Pepper. Serie TV 12.00 Tg3. Informazione 12.10 Rai Sport Notizie. Informazione 12.15 TGR L'Italia de Il Settimanale. Informazione 12.45 Timbuctu: I viaggi di Davide. Rubrica 13.10 14° Distretto. Serie TV 14.00 Tg Regione. / Tg3. Informazione 14.45 Ciclismo: Trittico Lombardo Tre Valli Varesine. Evento 17.15 Risate di gioia. Film Commedia. (1960) Regia di Mario Monicelli. Con Anna Magnani, Totò. 19.00 Tg3. / Tg Regione. Informazione 20.00 Blob the Bestial. Rubrica 20.10 Un caso per due. Serie TV 21.05 007 Octopussy - Operazione piovra. Film Spionaggio. (1983) Regia di John Glen. Con Roger Moore, Maud Adams. 23.25 Tg3. / Tg Regione. Informazione 23.45 Sirene. Rubrica 00.38 Meteo 3. Informazione 00.40 Tg3. Informazione 00.50 TG3 - Salute informa estate. Informazione 06.50 Tg4 - Night news. Informazione 07.10 Media Shopping. Shopping Tv 08.05 Gsg9 - Squadra d'assalto. Serie TV 09.50 Monk. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Pacific blue I. Serie TV 12.55 Distretto di Polizia IV. Serie TV 13.50 Suor Therese. Serie TV 15.40 Lie to me. Serie TV 17.25 Ieri e oggi in tv. Show 17.45 Speciale Tierra de Lobos. 17.55 Il grande squalo bianco. Documentario 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Colombo. Serie TV 21.10 The mentalist. Serie TV Con Simon Baker, Robin Tunney, Amanda Righetti. 23.05 The closer. Serie TV 01.02 Thief. Serie TV 01.50 Tg4 - Night news. Informazione 02.13 Ieri e oggi in tv special. Rubrica 03.25 Don Chisciotte e Sancio Panza. Film Comico. (1969) Regia di Giovanni Grimaldi. Con Franco Franchi, Ciccio Ingrassia, Fulvia Franco. 07.55 Traco. Informazione 07.57 Meteo 5. Informazione 07.59 Tg5 - Mattina. Informazione 08.35 Belli dentro. Sit Com 08.51 Circle of life. Serie TV 11.15 I Cesaroni. Serie TV 13.00 Tg5. Informazione 13.40 Belli dentro. Sit Com 14.10 Non smettere di sognare. Serie TV 15.50 Belli dentro. Sit Com 16.10 Benedetti dal signore. Serie TV 18.30 La ruota della fortuna. Show. Conduce Enrico Papi. 20.00 Tg5. Informazione 20.40 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 21.20 Ciao Darwin 5 - L'anello mancante. Show. Conduce Paolo Bonolis, Luca Laurenti. 00.15 Avvocati a New York. Serie TV 01.15 Rubicon. Serie TV 02.15 Tg5 - Notte. Informazione 02.46 Veline. Show 03.17 Avvocato per amore. Film Commedia. (2006) Regia di Oliver Dommenget. Con Eva Hassmann, Raphaël Vogt. 06.35 Drake & Josh. Sit Com 07.00 Il mondo di Patty. Serie TV 07.40 Cartoni Animati 11.00 The Looney, Looney, Looney Bugs Bunny movie. Film Animazione. (1981) Regia di Friz Freleng. 12.25 Studio Aperto. Informazione 13.02 Studio sport. Informazione 13.40 $#* my dad says. Serie TV 14.06 Anteprima - Celebrity Games. 14.10 Bowfinger. Film Commedia. (1999) Regia di Frank Oz. Con Eddie Murphy. 15.57 Anteprima - Celebrity Games. 16.00 Doc Hollywood - Dottore in carriera. Film Commedia. (1991) Regia di Michael CatonJones. Con Michael J. Fox. 18.00 Anteprima - Celebrity Games. 18.03 Le cose che amo di te. Sit Com 18.30 Studio Aperto. 18.55 Prove G.P. Indianapolis Moto3. Sport 19.55 Prove G.P. Indianapolis MotoGP. Sport 21.10 Campionato Mondiale Motociclismo - Prove G.P. Indianapolis Moto2. Sport 22.00 Waterworld. Film Fantascienza. (1995) Regia di Kevin Reynolds. Con Kevin Costner, Jeanne Tripplehorn, Dennis Hopper. 00.30 Thor - Il martello degli Dei. Film Azione. (2009) Regia di Todor Chapkanov. Con Zachery Ty Bryan, Mac Brandt. 00.58 Tgcom. Informazione 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus - Rassegna stampa. Rubrica 07.30 Tg La7. Informazione 07.50 Un pezzo da 20. Film Commedia. (1993) Regia di Keva Rosenfeld. Con Linda Hunt. 10.00 That's Italia. Reportage 11.00 Agente speciale Sue Thomas. Serie TV 11.50 Noi siamo angeli. Serie TV 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 L'ultima spiaggia. FilmDrammatico. (1959) Regia di Stanley Kramer. Con Gregory Peck, Ava Gardner. 16.20 Regina di spade. Serie TV 18.00 Movie Flash. Rubrica 18.05 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Cash Taxi. Game Show 21.10 Atlantide - Storie di uomini e di mondi (R). Documentario. Con G. Mauro, M. Tozzi. 23.10 Pane, burro e marmellata. Film Commedia. (1977) Regia di Giorgio Capitani. Con Enrico Montesano. 01.10 Tg La7. Informazione 01.15 Tg La7 Sport. Informazione 01.20 Movie Flash. Rubrica 01.25 Il serpente. Film Spionaggio. (1973) Regia di Henri Verneuil. Con Henry Fonda. 21.10 Ma come fa a far tutto?. Film Commedia. (2011) Regia di D. McGrath. Con S.J. Parker P. Brosnan. 22.45 Mi presenti i tuoi?. Film Commedia. (2004) Regia di J. Roach. Con B. Stiller R. De Niro. 00.45 Fright Night - Il vampiro della porta accanto. Film Horror. (2011) Regia di C. Gillespie. Con C. Farrell A. Yelchin. SKY CINEMA 1HD 21.00 Missione 3-D - Game Over. Film Avventura. (2003) Regia di R. Rodriguez. Con A. Banderas C. Gugino. 22.30 I mattacchiorsi. Film Commedia. (2002) Regia di P. Hastings. Con C. Walken S. Tobolowsky. 00.05 Detective a 2 ruote. Film Azione. (2005) Regia di M. Siega. Con N. Cannon R. Sanchez. 21.00 Heaven. Film Drammatico. (2002) Regia di T. Tykwer. Con C. Blanchett G. Ribisi. 22.45 Becoming Jane - Il ritratto di una donna contro. Film Metrica/Poesia. (2007) Regia di J. Jarrold. Con A. Hathaway J. McAvoy. 00.50 Cupido a Natale. Film Commedia. (2010) Regia di G. Junger. Con C. Murray C. Milian. 18.45 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 19.10 Ben 10 Ultimate Alien. Cartoni Animati 19.35 Young Justice. Serie TV 20.00 Ninjago. Serie TV 20.25 Redakai: Alla conquista di Kairu. Cartoni Animati 20.50 Adventure Time. Cartoni Animati 21.15 The Regular Show. Cartoni Animati 18.00 Storie mai raccontate - I Navy Seals. Documentario 19.00 American Guns. Documentario 20.00 Sons of Guns. Documentario 21.00 Carfellas: quei bravi ragazzi. Documentario 22.00 Aari a quattro ruote. Documentario 23.00 Frontiera criminale. Documentario 19.00 Deejay Music Club. Musica 20.00 Shuolato 2.0. Rubrica 21.00 Jack on tour 2. Reportage 22.00 Iconoclasts. Reportage 23.00 DVJ. Musica 01.00 Deejay Night. Musica 06.30 Coee & Deejay Weekend. Musica DEEJAY TV 18.30 Teen Cribs. Rubrica 19.20 I Soliti Idioti. Sit Com 20.20 Pauly D.: da Jersey Shore a Las Vegas. Serie TV 21.10 Guida galattica per uomini veri. Tutorial 22.00 Ridiculousness: Veri American Idiots. Show 22.50 Punk'd. Show MTV RAI 1 21.20: The young Victoria Film con E. Blunt. Un film sulla giovinezza della Regina Vittoria. 21. 05: L'anello di Sophia Film con R. Mader. Madison decide di aiutare Jack a scoprire il mistero di un anello antico. 21.05: 007 Octopussy - Operazione piovra Film con R. Moore. L'agente 007 deve indagare su un traco di gioielli. 21.10: The mentalist Serie TV con S. Baker. Nell'episodio “Flusso rosso” il CBI indaga sull'omicidio di un dottore. 21.20: Ciao Darwin 5 - L'anello mancante Show con P. Bonolis. Riviviamo le esilaranti prove del programma. 21.10: Camp. Mondiale Motociclismo G.P. Indianapolis Sport. I centauri della MotoGp si sfidano sul tracciato americano. 21.10: Atlantide - Storie di uomini e di mondi (R) Documentario. Si va alla scoperta dei segreti legati al nostro pianeta. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY U: sabato 18 agosto 2012 21
LUCAMANES lmanes@recommon.org SEGNATEVIGIÀLEDATEPERCHÉÈLÌLAFIESTA:7OTTOBRE2012E3MARZO2013.PROBABILE,ANZIQUASICERTO, CHE LA LIGA SPAGNOLA SI DECIDA IN QUELLE DUE SFIDE(L'ANDATAALNOUCAMP),NEANCHEADIRLO.Sono i “clasicos” che metteranno di fronte le due squadre più forti del campionato spagnolo che prenderà il via oggi. Il Real Madrid di Josè Mourinho, campione di Spagna in carica e forte dei 100 punti conquistati nell'arco della scorsa stagione regolare, e il Barcellona dell'erede designato di Pep Guardiola, quel Tito Vilanova che ancora si strofina l'occhio dopo che Morinho gli ficcò il dito nella retina. Prima di quelle sfide, i due si incroceranno di nuovo nella doppia sfida di Supercoppa in programma il 22 e 29 agosto. Restano loro i futuribili campioni, come un campionato nel campionato, il bello e il calvario della Liga impari ma comunque spettacolare e al momento senza eguali. In quelle due gare, il succo e l'essenza del calcio stesso: Leo Messi e Cristiano Ronaldo, gli ultimi 4 palloni d'oro a confronto e probabilmente anche il prossimo che si contenderanno, con il portoghese in leggero vantaggio sulla pulce dopo lo splendido Europeo. D'altronde la statistica è dalla loro, con il 73% di scudetti per il Real e il 70% per il blaugrana. Negli ultimi 9 anni: Barcellona 5 vittorie, Real 4, e per risalire all'ultimo successo franco, bisogna tornare al Valencia di Rafa Benitez, che adesso è allenata da Mauricio Pellegrino, che con quella squadra vinse in campo. Dopo il terzo posto conquistato lo scorso anno, si potrà misurare subito il suo spessore, domani, quando il Valencia farà il suo esordio al Bernabeu contro i campioni di Spagna. In qualche modo, con le briciole rimaste, i castigliani si sono aggiudicati l'ex romanista Gago, oltre a Joao Pereira, Haedo Valdez, Guardado e Sergio Canales. Per il resto, benvenuti nella Liga in formato spread, con la recessione che si è fatta sentire con tutta la sua forza e ha già mietuto la prima vittima: il Malaga dello sceicco Al Thani, ora costretto a svendere a causa dell'enorme difficoltà a vincere al cospetto delle due big di sempre. Il mercato di quest'anno rispecchia però le difficoltà di tutti: 40 milioni di euro spesi tra tutte le venti squadre al via. L'unico colpo finora Jordi Alba, pagato dal Barça 14 milioni, ma sono otto ancora le squadre di Liga (Deportivo, Espanyol, Real Madrid, Malaga, Mallorca, Osasuna, Rayo Vallecano e Valladolid) a non aver effettuato nessun acquisto finora. Complessivamente sono stati spesi solo 63,8 milioni di euro contro i 470 milioni investiti in ingaggi nel 2009. In attesa dell'arrivo di Modric al Real, unico vero rinforzo chiesto dallo Special One che costerà alle casse dei blancos circa 38 milioni, il dato aiuta a far comprendere come anche il torneo iberico stia pagando dazio alle folli spese passate. Dopo un lustro di successi ovunque, il Barcellona senza Guardiola forse torna umano, con un allenatore che promette continuità ma senza confronti con il suo predecessore. A far finire l'era del Barça invincibile (lo scorso anno -9 dal Real), ci ha pensato proprio Mourinho, che vinta l'ennesima sfida, già medita l'impresa successiva: diventare il primo allenatore a vincere la Champions con tre squadre diverse. Si parte oggi con gli anticipi Celta-Malaga, Siviglia-Getafe e Mallorca-Espanyol, subito all'insegna delle polemiche. Per favorire le dirette tv, alcune gare sono state fissato con orario di inizio alle 23, e i club sono andati su tutte le furie minacciando anche lo sciopero. Con il Valencia a fare da collante tra le due lepri e il resto del circus, a lottare per l'Europa (quattro i posti per la Champions) dovrebbero esserci l'Atletico Madrid di Simeone, la rivelazione Levante e l'Athletic Bilbao di Bielsa. E magari anche il Deportivo La Coruna, fresco di promozione dopo un anno passato in Segunda. Dove dopo 12 anni è tornato invece il Villarreal di Pepito Rossi. C'ERAUNAVOLTALAFIRSTDIVISION,DOVE I GRANDI CLUB FACEVANO COMUNQUE LA VOCEGROSSA,MALEPICCOLENONMANCAVANO MAI DI STUPIRE. Anche negli anni Settanta e Ottanta, quando le neo-promosse vincevano i campionati (e anche le Coppe dei Campioni, come nel caso del Nottingham Forest di Nigel Clough) o si piazzavano al secondo posto (nel 1983 capitò al Watford, ora italianizzatosi con la famiglia Pozzo sul ponte di comando e Gianfranco Zola in panchina). Ora c'è la Premier League, e l'imprevedibilità sembra persa per strada. Certo, almeno sulla carta, il campionato che parte oggi non dovrebbe essere un affare privato dei due squadroni di Manchester, come accaduto nella scorsa stagione. Molto probabilmente sarà una corsa a tre, con i campioni d'Europa del Chelsea a dire in maniera prepotente la loro, dal momento che si sono rinforzati parecchio. Il club del confermatissimo Roberto Di Matteo ha ringiovanito la rosa non badando a spese, questa volta senza incorrere negli strali di Michel Platini, forse perché i francesi del Paris St Germain hanno staccato assegni ancora più cospicui. Perso Didier Drogba, andato a svernare in Cina, e con veterani come Frank Lampard e Michael Essien ormai sul viale del tramonto, saranno soprattutto le stelle emergenti del brasiliano Oscar e del belga Eden Hazard a garantire freschezza e imprevedibilità a un team che spera nel definitivo ritorno ai fasti del recente passato del Niño Torres. Poche, pochissime le chance di trionfo per Arsenal e Liverpool, dove però l'arrivo del giovane allenatore nord-irlandese Brandan Rodgers ha risvegliato l'entusiasmo di una tifoseria che dal 1990 non riesce a festeggiare una vittoria in campionato. Ceduto il mai troppo amato Alberto Aquilani, i Reds hanno messo sotto contratto Fabio Borini, che Rodgers aveva apprezzato ai tempi dello Swansea. Proprio alla sua ex squadra, rivelazione della scorsa Premier per i risultati e il gioco “Barcellona style”, il manager ha sfilato il talentuoso centrocampista Joe Allen. E pensare che Rodgers lasciando il Galles aveva promesso di non portare con sé alcun componente della rosa dello Swansea… A secco di trofei da sette anni, l'Arsenal non andrà oltre la lotta per un posto in Champions League, specialmente dopo aver visto la sua stella Robin Van Persie abbandonare l'Emirates per rafforzare il Manchester United. L'olandese ha preferito il corteggiamento dei Red Devils a quello della Juventus – forse non ritenuta un vero “top team” – e con Wayne Rooney formerà una coppia esplosiva. Lo United rimane quindi molto competitivo nonostante i 500 milioni di euro di debiti sul groppone causati dalla dissennata gestione dei Glazer, ai quali la manovra di quotare il club a Wall Street non sembra essere riuscita appieno – le azioni sono state vendute a un prezzo inferiore a quello previsto è gli analisti già parlano di “effetto Facebook”. Chi non ha problemi finanziari è il Manchester City. Dopo anni di spese folli – che hanno prodotto il primo titolo di campioni d'Inghilterra a seguito di un'attesa durata 44 anni – la proprietà pareva aver chiuso i cordoni della borsa, tanto da far indispettire Roberto Mancini. «Con la rosa attuale in Champions non siamo competitivi» aveva tuonato il tecnico. Nelle ultime ore però radio mercato ipotizza il clamoroso ingaggio a suon di milioni di Daniele De Rossi da parte dello sceicco Al Mansour. Ma anche senza il forte centrocampista della Roma il City si è aggiudicato lo stesso il primo trofeo della stagione battendo il Chelsea per 3-2 nel Community Shield. Le “altre” proveranno a raccogliere qualche briciola dal piatto delle grandi. Il Tottenham a corto di attaccanti e rassegnatosi a perdere Luka Modric tenta il super-azzardo con André Villas-Boas. Se il portoghese dovesse ripetere gli errori in serie commessi al Chelsea, per gli Spurs saranno dolori. Ad altre nobili decadute del calcio inglese come Everton e Aston Villa toccherà vivacchiare in campionato per poi cercare gloria nelle coppe nazionali, mentre almeno 7-8 compagini lotteranno per non retrocedere, comprese le neo-promosse Southampton, Reading e West Ham. È stato calcolato che sprofondare nella divisione inferiore equivale a perdere circa 50 milioni di euro l'anno. Una cifra destinata ad aumentare, poiché dal 2013 al 2016 i club della Premier League incasseranno l'astronomica cifra di tre miliardi di sterline (circa 3,7 miliardi di euro) dalla cessione dei diritti televisivi sul territorio nazionale. Un bel più 70% rispetto al contratto in vigore fino al giugno prossimo, in attesa della vendita dei diritti all'estero, che pure si prevede possa fruttare più denaro rispetto alla precedente. Questo fiume di denaro dovrebbe servire a ripianare un po' di debiti visto che gli ultimi dati disponibili, relativi alla stagione 2010-11, ci raccontano infatti di 12 club di Premier su 20 (il 60%) in perdita. E invece molto probabilmente finirà nelle tasche dei giocatori. Sempre che, come chiedono a gran voce molti addetti ai lavori e tra questi anche il tecnico dell'Arsenal Arsene Wenger, non si decida di imporre un tetto salariale. ILCOMMENTO Meno di un Southampton qualunque SPORT C'è qualcosa di impietosamente triste nella possibile cessione di Gaston Ramirez dal Bologna al Southampton. Il fantasista uruguaiano vorrebbe lasciare l'Italia dopo essere stato a lungo corteggiato da molte società di serie A, l'Inter su tutte, scegliendo di volare in Inghilterra. Non è il primo, per carità, e non sarà l'ultimo. Piuttosto è la dimostrazione di quanto la serie A di oggi sia lontana da quel campionato che soltanto dieci anni fa era ancora in grado di attirare campioni. In questo, il trasferimento di Ramirez è una fotografia impietosa, più dei soldi russi che hanno portato Eto'o all'Anzhi di Makhachkala o dei petroldollari che sotto la Torre Eiffel hanno fatto dimenticare l'Italia a Ibrahimovic e Thiago Silva. Ramirez, nella povertà del campionato italiano, era una degli ultimi pezzi pregiati rimasti. Volerebbe in Inghilterra non con una squadra di prima fascia, ma con una neopromossa in Premier che solo due anni fa languiva nella serie C inglese. Sarà il caso di accettare con onestà, e le coppe ce lo ricordano, che il nostro valore ora è questo. MancinicontroDi Matteo,unaha vinto lascorsa Premiercol City, l'altro laChampions League con ilChelsea FOTO DI ROBIN PARKER/ANSA EPA LaPremier riparte MaoraèManchester lanuovacapitale Duellocittadinofra i favoritiCityeUnited, conMancinichetenta DeRossieFerguson allepreseconidebiti MASSIMOSOLANI Ligaannozero senza Guardiola Saràancoratestaatesta fra RealeBarça.Ma lacrisi si sente L'eternasfidaMourinhocerca ilbisesfida l'esordienteTito Vilanova.Maanche il calcio paga ledifficoltàspagnole: zerosoldiemercatofermo SIMONEDISTEFANO sidistef@gmail.com U: sabato 18 agosto 2012 23
TRICARICO, IN PROVINCIA DI MATERA, È IL PAESE DI ROCCOSCOTELLARO, ILMAGGIOREPOETANEOREALISTADEGLI ANNI ‘50 (TRALE SUERACCOLTERICORDIAMO «È FATTO GIORNO» E «MARGHERITE E ROSOLACCI») E IL LEGGENDARIO SINDACO SOCIALISTA MORTO,NEL1953, ASOLI TRENT'ANNI. NEL DOPOGUERRA FINO AGLI ANNI '70, ANCHE GRAZIEALLASCITOCULTURALEEPOLITICODISCOTELLARO,TRICARICOÈSTATOUNOSTRAORDINARIOLABORATORIO SOCIO-POLITICO DELLA BASILICATA E DELL'INTEROSUD,e ritornare a Tricarico, a quasi sessant'anni dalla tragica morte dell'autore di Contadini del Sud, significa inevitabilmente domandarsi cosa rimane in vita di quella lunga stagione di studi e di partecipazione democratica. Mi aiuta a rispondere a questa domanda Pancrazio Toscano (1943), maestro elementare di fama regionale, ex sindaco socialista di Tricarico (è stato a capo di una giunta di sinistra dal 1980 al 1988), autore di un bellissimo libro di conversazioni (Iconfinidelpossibile, editore L'Ancora del Mediterraneo, 2009) con Rocco Mazzarone, medico epidemiologo e grande amico di Scotellaro. Incontro Toscano in piazza Garibaldi, lì dove un altro poeta tricharicese, Mario Trufelli - a proposito dell'orologio della chiesa di S. Francesco, della cui manutenzione si occupava il nonno - ha scritto pagine intense, raccolte nel libro di memorie L'ombra di Barone.Viaggio in Lucania (Osanna editore, 2003), e ovviamente Barone era il nome del cane che Carlo Levi adottò durante il suo confino lucano. Pancrazio Toscano si accende in volto e, con parole a lungo meditate, ripercorre le ragioni di quello che ne Iconfinidelpossibileha definito «medioevo moderno»: «Rocco Scotellaro non è stato un fiore nel deserto, ma è stato il frutto di una comunità viva e democratica. Qui c'era stato il mio omonimo Don Pancrazio Toscano, che già negli anni '20 aveva aperto un ospizio per poveri. E qui, caso unico, i poderi della riforma agraria non erano stati abbandonati come altrove. Cosa voglio dire? Che nemmeno la Repubblica Popolare di Irsina poteva vantare un nesso così stretto tra contadini e impegno politico. Per non parlare della presenza attiva, in passato, della Chiesa, tanto che l'allora vescovo di Tricarico, Raffaello Delle Nocche, concesse a Scotellaro, nonostante avversasse le sinistre, il palazzo vescovile per permettergli la fondazione dell'ospedale di Tricarico. Tutto questo s'interruppe grazie a due fenomeni precisi: il primo, alla metà degli anni '50, quando con l'emigrazione migliaia di pregiati artigiani e contadini della Basilicata verranno messi, in seguito a una scellerata politica industriale, alle catene di montaggio delle fabbriche del Nord, interrompendo di fatto la trasmissione del sapere tra generazioni; e il secondo, intorno alla metà degli anni '70, quando le tanto attese autonomie regionalistiche degenerarono in sistema di potere clientelare e in pura organizzazione del potere. Fiumi di soldi statali, in assenza di cultura del territorio e di capacità progettuale d'insieme, hanno determinato l'attuale impoverimento delle aree interne e la diffusione del terziario statale, tanto che gli attuali politici della Regione, che ignorano completamente la storia lucana, io li definisco tutti poveri figli del terziario». Pancrazio Toscano non è un nostalgico, è solo molto arrabbiato con l'incultura dominante: «Dico sempre ai giovani di Tricarico che il nostro futuro è alle nostre spalle. E lo dico con pragmatismo, non con nostalgia. Provo a dimostrartelo. Nel 1966 qui in paese avvenne una cosa straordinaria. Un gruppo di architetti e urbanisti dell'Università di Venezia, con a capo il grande sociologo del territorio Aldo Musacchio, colpevolmente dimenticato da tutti, venne qui per redigere il piano regolatore generale. Contadini e urbanisti, la sera, si confrontavano sul piano regolatore, e questa partecipazione permise di tutelare l'antichità del centro storico e la conformazione originaria di Tricarico. Figurati che, nel 1968, quando il piano fu approvato, questi urbanisti distribuirono un “Quaderno del Piano” grazie al quale tutti i cittadini avevano la possibilità, con piantine e fotografie chiare, di capire cosa si era deciso di fare. Una cosa inconcepibile, oggi. Piccola parentesi: il fotografo del gruppo era un giovane che poi sarebbe diventato uno dei più grandi fotografi italiani. Il suo nome era Mario Cresci». Senza entrare nel merito giudiziario, ma questa stagione di democrazia partecipata stride non poco con la vicenda dell'attuale sindaco di Tricarico, Antonio Melfi (creatore di un movimento politico che si chiama «Cristianamente riprendiamo a dialogare»), sospeso dalle sue funzioni per decisione prefettizia, perché condannato in Appello per concussione e turbativa d'asta. Pancrazio Toscano si accende di nuovo in volto: «Non c'è bisogno che io commenti la vicenda di Melfi, ma ora capisci perché sostengo che il futuro è alle nostre spalle? La memoria non è una cosa consolatoria, ma aiuta a vivere meglio il presente e a progettare il futuro. Qui i ragazzi trascorrono le giornate a scrivere cavolate su facebook e i contadini, per la prima volta, si stanno ponendo il problema di vendere i poderi ottenuti con la riforma agraria. Si sta tutto spappolando. E intanto la Regione, che non ha una progettualità d'insieme per la Basilicata, continua a non avere cultura del territorio e ad annaspare sprecando inutilmente danaro pubblico. Credo che sia urgente una riforma radicale del regionalismo, altrimenti vivere nei piccoli paesi e nelle aree interne della Basilicata diventerà sempre più difficile, a differenza di quel che accade nelle aree interne della Svizzera e della Francia». CULTURE ... Invisitacon l'autore c'èunaltropoetatricaricese, ilmaestroelementare PancrazioToscano Viaggio a Tricarico con«fantasma» Cosa rimane della stagione democratica delpaesediRoccoScotellaro ANDREADI CONSOLI TRICARICO(Mt) L'exsindacodiTricarico PancrazioToscano ... «Dicosempreaimieigiovani che il futuroèallenostre spalle: lamemoriaaiuta aprogettaremeglio» Aquasi sessant'annidalla mortedelpoeta e leggendariosindaco socialista, ilpaesechefu laboratoriosocio-politico dellaBasilicatastentaa conservare lasuamemoria VedutadiTricarico U: sabato 18 agosto 2012 19
LUCAMANES lmanes@recommon.org SEGNATEVIGIÀLEDATEPERCHÉÈLÌLAFIESTA:7OTTOBRE2012E3MARZO2013.PROBABILE,ANZIQUASICERTO, CHE LA LIGA SPAGNOLA SI DECIDA IN QUELLE DUE SFIDE(L'ANDATAALNOUCAMP),NEANCHEADIRLO.Sono i “clasicos” che metteranno di fronte le due squadre più forti del campionato spagnolo che prenderà il via oggi. Il Real Madrid di Josè Mourinho, campione di Spagna in carica e forte dei 100 punti conquistati nell'arco della scorsa stagione regolare, e il Barcellona dell'erede designato di Pep Guardiola, quel Tito Vilanova che ancora si strofina l'occhio dopo che Morinho gli ficcò il dito nella retina. Prima di quelle sfide, i due si incroceranno di nuovo nella doppia sfida di Supercoppa in programma il 22 e 29 agosto. Restano loro i futuribili campioni, come un campionato nel campionato, il bello e il calvario della Liga impari ma comunque spettacolare e al momento senza eguali. In quelle due gare, il succo e l'essenza del calcio stesso: Leo Messi e Cristiano Ronaldo, gli ultimi 4 palloni d'oro a confronto e probabilmente anche il prossimo che si contenderanno, con il portoghese in leggero vantaggio sulla pulce dopo lo splendido Europeo. D'altronde la statistica è dalla loro, con il 73% di scudetti per il Real e il 70% per il blaugrana. Negli ultimi 9 anni: Barcellona 5 vittorie, Real 4, e per risalire all'ultimo successo franco, bisogna tornare al Valencia di Rafa Benitez, che adesso è allenata da Mauricio Pellegrino, che con quella squadra vinse in campo. Dopo il terzo posto conquistato lo scorso anno, si potrà misurare subito il suo spessore, domani, quando il Valencia farà il suo esordio al Bernabeu contro i campioni di Spagna. In qualche modo, con le briciole rimaste, i castigliani si sono aggiudicati l'ex romanista Gago, oltre a Joao Pereira, Haedo Valdez, Guardado e Sergio Canales. Per il resto, benvenuti nella Liga in formato spread, con la recessione che si è fatta sentire con tutta la sua forza e ha già mietuto la prima vittima: il Malaga dello sceicco Al Thani, ora costretto a svendere a causa dell'enorme difficoltà a vincere al cospetto delle due big di sempre. Il mercato di quest'anno rispecchia però le difficoltà di tutti: 40 milioni di euro spesi tra tutte le venti squadre al via. L'unico colpo finora Jordi Alba, pagato dal Barça 14 milioni, ma sono otto ancora le squadre di Liga (Deportivo, Espanyol, Real Madrid, Malaga, Mallorca, Osasuna, Rayo Vallecano e Valladolid) a non aver effettuato nessun acquisto finora. Complessivamente sono stati spesi solo 63,8 milioni di euro contro i 470 milioni investiti in ingaggi nel 2009. In attesa dell'arrivo di Modric al Real, unico vero rinforzo chiesto dallo Special One che costerà alle casse dei blancos circa 38 milioni, il dato aiuta a far comprendere come anche il torneo iberico stia pagando dazio alle folli spese passate. Dopo un lustro di successi ovunque, il Barcellona senza Guardiola forse torna umano, con un allenatore che promette continuità ma senza confronti con il suo predecessore. A far finire l'era del Barça invincibile (lo scorso anno -9 dal Real), ci ha pensato proprio Mourinho, che vinta l'ennesima sfida, già medita l'impresa successiva: diventare il primo allenatore a vincere la Champions con tre squadre diverse. Si parte oggi con gli anticipi Celta-Malaga, Siviglia-Getafe e Mallorca-Espanyol, subito all'insegna delle polemiche. Per favorire le dirette tv, alcune gare sono state fissato con orario di inizio alle 23, e i club sono andati su tutte le furie minacciando anche lo sciopero. Con il Valencia a fare da collante tra le due lepri e il resto del circus, a lottare per l'Europa (quattro i posti per la Champions) dovrebbero esserci l'Atletico Madrid di Simeone, la rivelazione Levante e l'Athletic Bilbao di Bielsa. E magari anche il Deportivo La Coruna, fresco di promozione dopo un anno passato in Segunda. Dove dopo 12 anni è tornato invece il Villarreal di Pepito Rossi. C'ERAUNAVOLTALAFIRSTDIVISION,DOVE I GRANDI CLUB FACEVANO COMUNQUE LA VOCEGROSSA,MALEPICCOLENONMANCAVANO MAI DI STUPIRE. Anche negli anni Settanta e Ottanta, quando le neo-promosse vincevano i campionati (e anche le Coppe dei Campioni, come nel caso del Nottingham Forest di Nigel Clough) o si piazzavano al secondo posto (nel 1983 capitò al Watford, ora italianizzatosi con la famiglia Pozzo sul ponte di comando e Gianfranco Zola in panchina). Ora c'è la Premier League, e l'imprevedibilità sembra persa per strada. Certo, almeno sulla carta, il campionato che parte oggi non dovrebbe essere un affare privato dei due squadroni di Manchester, come accaduto nella scorsa stagione. Molto probabilmente sarà una corsa a tre, con i campioni d'Europa del Chelsea a dire in maniera prepotente la loro, dal momento che si sono rinforzati parecchio. Il club del confermatissimo Roberto Di Matteo ha ringiovanito la rosa non badando a spese, questa volta senza incorrere negli strali di Michel Platini, forse perché i francesi del Paris St Germain hanno staccato assegni ancora più cospicui. Perso Didier Drogba, andato a svernare in Cina, e con veterani come Frank Lampard e Michael Essien ormai sul viale del tramonto, saranno soprattutto le stelle emergenti del brasiliano Oscar e del belga Eden Hazard a garantire freschezza e imprevedibilità a un team che spera nel definitivo ritorno ai fasti del recente passato del Niño Torres. Poche, pochissime le chance di trionfo per Arsenal e Liverpool, dove però l'arrivo del giovane allenatore nord-irlandese Brandan Rodgers ha risvegliato l'entusiasmo di una tifoseria che dal 1990 non riesce a festeggiare una vittoria in campionato. Ceduto il mai troppo amato Alberto Aquilani, i Reds hanno messo sotto contratto Fabio Borini, che Rodgers aveva apprezzato ai tempi dello Swansea. Proprio alla sua ex squadra, rivelazione della scorsa Premier per i risultati e il gioco “Barcellona style”, il manager ha sfilato il talentuoso centrocampista Joe Allen. E pensare che Rodgers lasciando il Galles aveva promesso di non portare con sé alcun componente della rosa dello Swansea… A secco di trofei da sette anni, l'Arsenal non andrà oltre la lotta per un posto in Champions League, specialmente dopo aver visto la sua stella Robin Van Persie abbandonare l'Emirates per rafforzare il Manchester United. L'olandese ha preferito il corteggiamento dei Red Devils a quello della Juventus – forse non ritenuta un vero “top team” – e con Wayne Rooney formerà una coppia esplosiva. Lo United rimane quindi molto competitivo nonostante i 500 milioni di euro di debiti sul groppone causati dalla dissennata gestione dei Glazer, ai quali la manovra di quotare il club a Wall Street non sembra essere riuscita appieno – le azioni sono state vendute a un prezzo inferiore a quello previsto è gli analisti già parlano di “effetto Facebook”. Chi non ha problemi finanziari è il Manchester City. Dopo anni di spese folli – che hanno prodotto il primo titolo di campioni d'Inghilterra a seguito di un'attesa durata 44 anni – la proprietà pareva aver chiuso i cordoni della borsa, tanto da far indispettire Roberto Mancini. «Con la rosa attuale in Champions non siamo competitivi» aveva tuonato il tecnico. Nelle ultime ore però radio mercato ipotizza il clamoroso ingaggio a suon di milioni di Daniele De Rossi da parte dello sceicco Al Mansour. Ma anche senza il forte centrocampista della Roma il City si è aggiudicato lo stesso il primo trofeo della stagione battendo il Chelsea per 3-2 nel Community Shield. Le “altre” proveranno a raccogliere qualche briciola dal piatto delle grandi. Il Tottenham a corto di attaccanti e rassegnatosi a perdere Luka Modric tenta il super-azzardo con André Villas-Boas. Se il portoghese dovesse ripetere gli errori in serie commessi al Chelsea, per gli Spurs saranno dolori. Ad altre nobili decadute del calcio inglese come Everton e Aston Villa toccherà vivacchiare in campionato per poi cercare gloria nelle coppe nazionali, mentre almeno 7-8 compagini lotteranno per non retrocedere, comprese le neo-promosse Southampton, Reading e West Ham. È stato calcolato che sprofondare nella divisione inferiore equivale a perdere circa 50 milioni di euro l'anno. Una cifra destinata ad aumentare, poiché dal 2013 al 2016 i club della Premier League incasseranno l'astronomica cifra di tre miliardi di sterline (circa 3,7 miliardi di euro) dalla cessione dei diritti televisivi sul territorio nazionale. Un bel più 70% rispetto al contratto in vigore fino al giugno prossimo, in attesa della vendita dei diritti all'estero, che pure si prevede possa fruttare più denaro rispetto alla precedente. Questo fiume di denaro dovrebbe servire a ripianare un po' di debiti visto che gli ultimi dati disponibili, relativi alla stagione 2010-11, ci raccontano infatti di 12 club di Premier su 20 (il 60%) in perdita. E invece molto probabilmente finirà nelle tasche dei giocatori. Sempre che, come chiedono a gran voce molti addetti ai lavori e tra questi anche il tecnico dell'Arsenal Arsene Wenger, non si decida di imporre un tetto salariale. ILCOMMENTO Meno di un Southampton qualunque SPORT C'è qualcosa di impietosamente triste nella possibile cessione di Gaston Ramirez dal Bologna al Southampton. Il fantasista uruguaiano vorrebbe lasciare l'Italia dopo essere stato a lungo corteggiato da molte società di serie A, l'Inter su tutte, scegliendo di volare in Inghilterra. Non è il primo, per carità, e non sarà l'ultimo. Piuttosto è la dimostrazione di quanto la serie A di oggi sia lontana da quel campionato che soltanto dieci anni fa era ancora in grado di attirare campioni. In questo, il trasferimento di Ramirez è una fotografia impietosa, più dei soldi russi che hanno portato Eto'o all'Anzhi di Makhachkala o dei petroldollari che sotto la Torre Eiffel hanno fatto dimenticare l'Italia a Ibrahimovic e Thiago Silva. Ramirez, nella povertà del campionato italiano, era una degli ultimi pezzi pregiati rimasti. Volerebbe in Inghilterra non con una squadra di prima fascia, ma con una neopromossa in Premier che solo due anni fa languiva nella serie C inglese. Sarà il caso di accettare con onestà, e le coppe ce lo ricordano, che il nostro valore ora è questo. MancinicontroDi Matteo,unaha vinto lascorsa Premiercol City, l'altro laChampions League con ilChelsea FOTO DI ROBIN PARKER/ANSA EPA LaPremier riparte MaoraèManchester lanuovacapitale Duellocittadinofra i favoritiCityeUnited, conMancinichetenta DeRossieFerguson allepreseconidebiti MASSIMOSOLANI Ligaannozero senza Guardiola Saràancoratestaatesta fra RealeBarça.Ma lacrisi si sente L'eternasfidaMourinhocerca ilbisesfida l'esordienteTito Vilanova.Maanche il calcio paga ledifficoltàspagnole: zerosoldiemercatofermo SIMONEDISTEFANO sidistef@gmail.com U: 22 sabato 18 agosto 2012
tutte quelle forme di azione collettiva che generano effetti pubblici attraverso la promozione di assetti istituzionali che facilitano la «fioritura» dei corpi intermedi della società (art. 2 della Costituzione). Nell'Esm non v'è spazio né per il principio di sussidiarietà né per il principio di fraternità, ma solo per il principio di solidarietà. Ciò non sorprenderà se si considera che l'impianto filosofico dell'Esm è il deontologismo kantiano, mentre la bussola di De Gasperi fu piuttosto il personalismo di Mounier, Maritain, Sturzo, Toniolo. IL COMPROMESSODEGASPERIANO La sintesi mirabile fra solidarismo cristiano e libero mercato è il vero capolavoro di De Gasperi, pari, per importanza, al capolavoro di Parigi del febbraio 1947 nella circostanza del Trattato di pace, quando lo statista trentino riuscì a far accogliere l'Italia nel novero delle democrazie occidentali. Mantenendo le due sfere in equilibrio dinamico, De Gasperi ha dimostrato di saper fare tesoro delle complementarità istituzionali. (Due istituzioni si definiscono complementari se la presenza dell'una accresce il rendimento dell'altra: è in ciò il segreto del nostro «miracolo economico»). È anche per questa sua proverbiale capacità mediatoria - conseguenza del prolungato esercizio della virtù della pazienza - che De Gasperi veniva considerato punto di riferimento anche dagli altri interlocutori della classe politica del tempo (Bonomi, Croce, Sforza, La Malfa, Amendola, etc.). La seconda questione concerne il modo in cui De Gasperi interpreta i principi della Dottrina sociale della Chiesa con specifico riguardo al tema della giustizia sociale. Quest'ultima viene vista come un meccanismo di correzione e di compensazione dei risultati di mercato, come vuole il liberalismo di marca anglosassone, e non come un insieme di regole e provvedimenti che valgano a far funzionare in modo più equo il mercato. La società giusta, per De Gasperi, non è solamente quella che garantisce l'equità intesa come eguagliamento dei punti di partenza, ma anche quella che assicura un certo grado di uguaglianza dei punti di arrivo del gioco di mercato. E ciò per la fondamentale ragione che la democrazia che mira al bene comune non può tollerare di assistere passivamente all'aumento sistemico delle diseguaglianze. Di qui la lotta dello statista trentino contro i monopoli (privati), il latifondo, le varie forme di rendita parassitaria. Nel programma della Dc del 1943, predisposto da Da Gesperi, si legge: «La giustizia vuole l'eliminazione delle eccessive concentrazioni di ricchezza, l'eliminazione del feudalesimo (sic!) finanziario, industriale, agricolo che ostacolano la piccola proprietà (p. 28). L'argomento, in breve, è che, come la democrazia politica è la difesa del cittadino dall'invadenza dello Stato dirigista, così la democrazia economica è la libertà del salariato dal potere del capitalista. E come “Pio XI rivendicò lo spazio vitale della persona rispetto allo Stato”, del pari la politica economica deve rivendicare lo spazio vitale del produttore rispetto al proprietario (p.43)». GLI INTERESSICOSTITUITI Si trattava dunque di battere le numerose èlites che cercavano il controllo del potere economico per esaltare la loro avidità. Disoccupazione strutturale e povertà estrema furono sin da subito i principali cavalli di battaglia di De Gasperi, il quale aveva ben compreso che sono i vested interests, gli interessi costituiti, quando danno vita a forti coalizioni distributive a rappresentare la più grave minaccia alla crescita. Il grande merito del Nostro fu quello di essere riuscito a far sì che le coalizioni distributive non prevalessero su quelle produttive. Come? Applicando la democrazia effettiva per contrastare le politiche (fiscali, finanziarie, industriali) di conquista del potere. Per De Gasperi la democrazia è effettiva quando riesce ad impedire che le diseguaglianze sociali si trasformino in diseguaglianze di potere politico. Ecco perché la libertà economica è fondamentale, perché consente a tutti di beneficiare delle condizioni per lo sviluppo delle proprie capacità. Il riferimento al principio di sussidiarietà - di cui Pio XI (1931) aveva fornito la definizione canonica nella QuadragesimoAnno - è al riguardo esplicito. Infine, non si può non fare parola della straordinaria intuizione di De Gasperi a proposito della distinzione tra istituzioni economiche estrattive e inclusive: le prime sono quelle che concentrano ricchezze e poteri nelle mani di pochi; le seconde tendono a ridistribuire il potere, a realizzare cioè la poliarchia. Sono infatti le istituzioni economiche a promuovere lo sviluppo assai più e meglio delle condizioni geografiche e delle stesse matrici culturali. Ma le istituzioni, in quanto regole del gioco, nascono dalla politica. Dunque senza un mutamento politico adeguato, a poco serve cercare di applicare ricette o modelli che pure hanno dato buona prova di sé in altri contesti. Una sola citazione di De Gasperi. Il 9 agosto 1951, alla presentazione del suo settimo governo, questi afferma, in esplicita risposta ai sostenitori di sinistra della linea keynesiana (si pensi al Piano del lavoro della Cgil del 1949 e a documenti come quello di Giorgio La Pira dell'aprile 1950, L'attesa della povera gente): «La teoria della massa consumatrice è difficile da applicare dove la materia prima bisogna importarla!». Se si vuole crescita con sviluppo - e non solo crescita - occorre allora puntare ad istituzioni economiche inclusive. Quelle estrattive possono, al più, assicurare crescita, ma di corto respiro. Ecco perché De Gasperi si batté con decisione contro quel modo di fare politica oggi indicato con l'espressione di private politics, la politica, cioè, di rappresentanze extra-parlamentari che esercitano pressione su organi dello Stato, disintermediando così la politica democratica. Facendo propria la nozione di Johannes Althusius di democrazia come consociatio symbiotica, De Gasperi nei suoi innumerevoli discorsi non perde occasione per ricordare che l'uomo non è una monade e che la società non è un aggregato di identità separate. Ebbene, il centrismo degasperiano da tanti criticato trova qui il suo fondamento di filosofia politica: ci vuole una simbiosi per realizzare la convivenza sociale e l'amicizia politica. Un esempio per tutti: è noto l'atteggiamento di De Gasperi nei confronti del comunismo; ma mai volle assumere l'anticomunismo come posizione aggregante per il suo partito. De Gasperi si battè sempre, con decisione, a favore dalla public politics. IL PARADOSSO DIBÖCKENFÖRDE Ritengo si possa ragionevolmente sostenere che De Gasperi ha anticipato quello che trenta anni dopo sarà chiamato il paradosso di Böckenförde, secondo cui lo Stato liberale secolarizzato vive di presupposti che esso non può garantire. Il cuore del paradosso sta in ciò che lo Stato liberale può esistere solo se la libertà, che esso promette ai suoi cittadini, è inscritta nella costituzione morale dei singoli e in strutture sociali tese al bene comune. Se invece lo Stato liberale tenta lui stesso di assicurare tale presupposto, avvalendosi del suo potere di coercizione, esso rinuncia alla sua cifra, finendo col ricadere in quella stessa istanza di totalità da cui afferma di emanciparsi. De Gasperi dimostra di afferrare appieno antelitteram il senso di tale paradosso quando osserva che il mercato postula l'eguaglianza tra tutti coloro che vi prendono parte, ma al tempo stesso genera ex-post disuguaglianze di risultati. E quando l'eguaglianza nell'essere diverge troppo e troppo a lungo dall'eguaglianza nell'avere, il mercato produce effetti perversi. Ecco perché la sfera economica ha bisogno della guida politica, proprio per conservare la sua autonomia. Alla luce di quanto sopra, si possono capire le incomprensioni, le critiche e le accuse, spesso ingenerose, avanzate anche da taluni settori della Dc, nei confronti del disegno degasperiano di politica economica. Il fatto è che De Gasperi, al pari di chi è parte di minoranze profetiche, pensa e si esprime in anticipo sui tempi. Ecco perché i contemporanei del celebre trentino non hanno saputo far di meglio che occuparsi del gioco sterile della catalogazione e della attribuzione di appartenenza. Non si è voluto - ed in parte ancor oggi non si vuole - riconoscere l'originalità di un pensiero che aveva bensì radici profonde, ma che per la sua novità spingeva più avanti la frontiera delle conoscenze e dei modi di intervento. Si pensi alle fatiche che De Gasperi incontra nella mediazione tra la linea Sturzo-Pella e quella della Comunità del Porcellino (Dossetti, La Pira, Fanfani, Lazzati). Penso, in particolare, al dibattito spesso aspro a proposito dell'art. 41 della Costituzione. Il contrasto che oppose Dossetti a De Gasperi riguardò la formulazione del comma 3 dell'art. 41, che alla fine risultò così: «La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica, pubblica e privata, possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali». Non ci vuole molto a capire come a De Gasperi una tale formulazione non potesse andare a genio. Ciò soprattutto dopo la dichiarazione di Dossetti del 3 ottobre 1946 alla Commissione per la Costituzione: «Il dilemma che si pone ha due sole alternative … e cioè che la vita economica si debba svolgere spontaneamente, ritornando al sistema fondamentale dell'ottimismo liberale. Ora, l'esperienza storica insegna che il lasciare il libero gioco alle forze naturali e economiche porta ad una sopraffazione». TOGLIATTISULLE SINISTREDC Si pensi, anche, all'accusa di austriacentrismo nell'occasione del patto De Gasperi-Gruber sull'Alto Adige; e da ultimo, la svolta che si consuma a fine 1953 quando nasce, sulle ceneri del dossettismo, la corrente Iniziativa Democratica (Rumor, Taviani, Galloni, Moro, Fanfani) che porrà definitivamente in ombra l'esperienza della prima fase della Dc, portando quest'ultima su una linea di avanzato statalismo. Può essere di interesse ricordare che Togliatti nel discorso del 10 febbraio 1950 alla Camera definì reazionario questo programma che prevedeva un forte intervento dello Stato: «Quanto alle cosiddette sinistre democristiane, la riserva deve essere forte e per quel che riguarda gli uomini e per quel che riguarda le idee, che fanno di questo gruppo uno dei più reazionari fautori di una sorta di corporativismo feudale». Con un commovente e generoso intervento, De Gasperi cercò fino all'ultimo di trovare una mediazione, come si trae dal suo ultimo discorso pubblico del 27 giugno 1954, meno di due mesi prima della sua dipartita: «Anche per la scuola cristiano-sociale mi pare che le conclusioni della contemporanea esperienza si possano formulare così: né capitalismo, né comunismo ma solidarismo di popolo in cui lavoro e capitale si associno, con crescente prevalenza del lavoro sotto il controllo, e ove occorra con la propulsione, dello Stato democratico … Si tratta di una linea mediana, di un incontro tra due esigenze e due interessi». (Una linea, questa, che verrà poi ripresa al n. 172 del Compendio della Dottrina sociale della Chiesa). Vado a chiudere. «Hanno spine le rose, fango gli argentei rivi» (William Shakespeare, Sonetto 35). Ritengo che queste parole bene sintetizzino la vicenda umana di De Gasperi. Tutte le grandi idee vanno soggette all'eterogenesi dei fini e tutti i grandi uomini cadono vittime di incomprensioni e travisamenti. Sappiamo che senza memoria il pensiero non può volare alto, perché la memoria è la permanenza del passato capace di orientarci. Non è vero che il pensiero si muove più liberamente nel vuoto. Senza memoria, il pensiero tende a riprodurre acriticamente errori, come quelli di chi, sebbene in buona fede, pur di veder avanzare il proprio particolare punto di vista - non dico interesse - è disposto a mettere a repentaglio il bene comune della civitas. Viene alla mente, a tale proposito, l'aforisma di David Hume: «Piuttosto che farmi male all'unghia del mignolo, perisca il mondo intero». A ciò conducono i tanti personalismi e gli egoismi di gruppo - fenomeni questi che hanno tristemente connotato di sé l'esperienza politica dei cattolici italiani dal dopoguerra ai giorni nostri. Ravvivare oggi la memoria di De Gasperi è allora operazione tutt'altro che oziosa o retorica. OGGIA PIEVETESINO Un'immagine di Alcide De Gasperi nella propria abitazione A58annidallamortedellostatistatrentino Il tradizionaleappuntamento in memoriadi AlcideDe Gasperi farà pernoquest'anno sugli interventidei coniugiStefano eVera Zamagni, entrambieconomistidell'universitàdi Bologna,che approfondiranno l'impiantoe l'originalitàdella politica economicadegasperiana. L'Unitàanticipa inqueste pagine la lectiomagistralisdi StefanoZamagni. Si trattadi un'ampia ricostruzione storico-politica,proiettatacomunque sull'oggi, vistochegli effettidella crisi e lemaceriedella SecondaRepubblica ripropongono il temadella «ricostruzione».L'eventoè organizzato,comesempre, dalla FondazionetrentinaAlcide De Gasperi, presiedutada GiuseppeTognon.Lo scorsoanno la lectiomagistralis fu affidataa GiuseppeVacca. L'incontrosi svolgeràa Pieve Tesino, provinciadi Trento, cheè ilpaese nataledi De Gasperi.Alla cerimonia di oggisaràpresente e interverrà anche il presidentedella Camera, Gianfranco Fini. Le celebrazionidella morte diDe Gasperi (58 anni fa)hannoofferto anchespuntiper rilanciare il tema diun nuovoCentro. Domani infatti a Trento si terrà unariunionepromossa dal presidentedella Provincia Dellai con il ministroRiccardi e i leaderdi Cisl eAcli, Bonannie Olivero. LaFondazione comunquetienea distinguere rigorosamentegli ambiti. sabato 18 agosto 2012 15
Sono passati poco più di sette me-si dal blitz di Cortina e dai mira-bolanti annunci di lotta dura senza quartiere agli evasori, ma alle parole non sono seguiti i fatti. Negli ultimi provvedimenti del governo dei tecnici non c'è traccia di misure di contrasto all'evasione fiscale, che continua a prosperare impunemente. Le ultime misure elaborate da via 20 Settembre, inconcludenti sotto il profilo dei risparmi ed equivoche per quanto riguarda il contrasto all'evasione, sembrano riportare indietro le lancette rispetto ai timidi tentativi fatti con il dl Salva Italia. La necessità di razionalizzare le amministrazioni Statali per ridurre la spesa pubblica ha portato al varo dei recenti decreti-legge 83 e 95, in corso di conversione. Si tratta di misure che attraverso accorpamenti illogici e irrazionali e altri interventi organizzativi peggioreranno l'efficacia operativa delle Agenzie e quindi il contrasto all'evasione fiscale. Il primo decreto, nell'ambito della riorganizzazione dell'amministrazione economico–finanziaria, prevede, tra l'altro, il singolare ed eccentrico accorpamento delle agenzie delle entrate e del territorio. Nonostante le immediate critiche della stampa specialistica (2) dei tecnici del settore e di gran parte del mondo politico, sembra che la misura non sarà emendabile in sede di conversione . Di conseguenza, mentre dilaga l'evasione fiscale, la governance dell'Agenzia dell'entrate dovrà preoccuparsi di procedere on the job all'integrazione di due realtà organizzative totalmente diverse e incompatibili . L'una, l'Agenzia dell'entrate, composta da circa 33.000 funzionari e dirigenti preposti alla gestione dei tributi e al contrasto all'evasione fiscale, l'altra, l'Agenzia del territorio, costituita da circa 9.000 dipendenti, per lo più tecnici, preposti alla rilevazione e misurazione del patrimonio immobiliare. Tutto questo consentirebbe – come emerge dalla relazione tecnica - un risparmio immediato di appena 466.414 euro annui, pari,cioè, agli emolumenti degli organi di gestione dell'agenzia soppressa; mentre è da escludere che si possano realizzare ulteriori risparmi dalle operazioni di razionalizzazione delle attività, tratta dosi, come detto, di attività e missioni del tutto eterogenee. Lo stesso decreto-legge prevede, poi, la riduzione delle posizioni dirigenziali di seconda fascia delle Agenzie fiscali secondo un rapporto di 1 a 40 rispetto al contingente del personale non dirigente in servizio. La disposizione, che segue una precedente stretta sugli organici dei dirigenti delle Agenzie fiscali, comporta per l'Agenzia delle entrate la soppressione di ben 400 posizioni dirigenziali, pari ad oltre il 25% di quelle attuali, con la sostituzioni di altrettante posizioni di livello non dirigenziale. In concreto, per meri motivi di cassa, una parte considerevole degli attuali incaricati con funzioni dirigenziali verranno declassati, ma gli interessati dovranno comunque svolgere le stesse funzioni (tutte di elevatissima qualificazione professionale), con evidente perdita economica e di motivazione. Il Governo, facendo carta straccia della legge istitutiva che attribuisce alle Agenzie fiscali piena autonomia (gestionale, amministrativa, organizzativa, contabile, ecc.), detta specifici principi per la loro riorganizzazione sul territorio. In particolare, prevede la modifiche delle strutture territoriali delle Agenzie fiscali, affinché gli incarichi di funzioni di livello dirigenziale generale non abbiano competenze infraregionali e quelli di livello dirigenziale non generale non abbiano competenze infraprovinciale (fatti salvi gli uffici con sede nelle città metropolitane), e attribuzione della reggenza degli uffici infraprovinciali a funzionari. Tali misure minano ulteriormente l'autonomia organizzativa delle Agenzie fiscali, riducendole a mere appendici del Ministero dell'economia. In concreto, per l'Agenzia delle entrate la disposizione non potrà che indebolire ulteriormente la presenza degli uffici fiscali in sede locale. A questo punto delle due l'una: o la lotta all'evasione fiscale non è più considerata una priorità per l'uscita dalla crisi, oppure in via 20 settembre urge un presidio tecnico–fiscale più adeguato di quello attuale che una nuova strategia anti evasione basata su poche efficaci misure di sicuro valore dissuasivo e di agevole applicazione, quali, ad esempio, l'obbligo di utilizzazione del bonifico bancario per i pagamenti tra soggetti Iva, la tracciabilità dei compensi riscossi dai professionisti l'aumento delle risibili sanzioni attualmente applicate agli evasori in caso di concordato o di acquiescenza. Con un'evasione fiscale pari al 18 per cento del Pil (quasi duecento miliardi di euro), a giugno la Corte dei Conti ci dava al secondo posto nella classifica europea dei furbetti delle tasse, secondi solo alla Grecia. Adesso pare che il sorpasso sugli amici ellenici sia avvenuto. Secondo uno studio commissionato da Contribuenti.it, in fatto di tasse non pagate l'Italia sembra avere una marcia in più: nei primi sei mesi dell'anno, l'evasione sarebbe cresciuta del 14 per cento, spingendo il nostro Paese sulla cima dell'olimpo dei furbi. Ma c'è poco da festeggiare. Vuol dire che l'azione repressiva messa in campo dal governo, con la Guardia di Finanza e l'Agenzia delle Entrate, non ha funto neanche da deterrente. In realtà non è proprio così, perché qualche passo in avanti negli ultimi mesi, e negli ultimi anni, è stato fatto. Secondo l'Agenzie delle Entrate, nel 2011 sono stati recuperate entrate per 11,5 miliardi di euro, mentre dal 2006 all'anno scorso - secondo la giustizia contabile - i miliardi ritornati in cassa sono stati 73. Però non basta. ZOCCOLOSCALFITO È sempre la Corte dei Conti, a giugno di quest'anno, a ricordarci che «sul piano della lotta all'evasione e della riscossione coattiva è stato dispiegato uno sforzo straordinario e sono stati conseguiti risultati altrettanto straordinari, ma lo zoccolo duro è stato appena scalfito». Il vero nemico da abbattere in questa guerra del nuovo Millennio, che è tutta economica, in Italia si chiama evasione fiscale. «Produce un grosso danno nella percezione del Paese all'estero», dice il presidente del Consiglio intervistato da Tempi. «L'Italia si trova in uno stato di difficoltà soprattutto a causa di questo fenomeno e si trova da questo punto di vista in uno “stato di guerra”», spiega il premier, soprattutto perché «la notorietà pubblica del nostro alto tasso di evasione contribuisce molto a indisporre nei confronti dell'Italia quei Paesi verso i quali di tanto in tanto potremmo aver bisogno di assistenza finanziaria». Davanti al persistere della crisi e a una pressione fiscale ormai pesantissima l'evasione resta uno dei maggiori bacini da cui attingere risorse per poter alleggerire il carico che pesa sui soliti noti (richiesta che ormai diventa pressante anche dal Pd), quegli «italiani ricchi o medi che sistematicamente non pagano le tasse». Per questo anche l'uso di «strumenti forti» è giustificato e sarà inevitabile, di conseguenza, vivere momenti «di visibilità che possono essere antipatici», proprio come in guerra. E ieri il premier, in vacanza a Silvaplana, in Svizzera, ha incontrato il Presidente della Confederazione Elvetiva Eveline Widmer-Schumpf, per uno «scambio di opinioni sulla situazione economica e finanziaria internazionale e sulle sfide che questa pone all'Ue, all'Italia e alla Svizzera», come ha puntualizzato una nota di Palazzo Chigi. Ed è stata proprio la lotta all'evasione il centro dell'incontro, durante il quale è stato ribadito che l'obiettivo prioritario, «per entrambi i governi» è vincere la battaglia. Dopo un punto sui «lavori in corso e i progressi registrati» nel gruppo di lavoro tra Italia e Svizzera, i due capi di governo hanno confermato la loro intenzione ad affrontare tutte le questioni aperte (soprattutto i depositi italiani nei forzieri svizzeri) «in modo costruttivo» e per le quali sono attese proposte dal gruppo bilaterale di lavoro in autunno. LEMISURE D'AUTUNNO Il premier nella lunga intervista annuncia «numerose novità legislative» nel campo della giustizia, dal sovraffollamento delle carceri, alla lentezza dei processi. «Penso - dice - ad esempio, al filtro in appello per le cause civili, all'istituzione di un tribunale per le imprese, alla riforma del risarcimento danni da eccessiva durata dei processi oppure alla recisione della geografia giudiziaria». Assicura finanziamenti alla scuola privata, prende le distanze dal federalismo così come inteso dai precedenti governi, «siamo convinti che il federalismo deve essere solidale» e alla domanda se si sente orgoglioso del lavoro svolto risponde: «Orgoglioso di nulla, soddisfatto e grato, della conseguita possibilità di far lavorare per uno scopo convergente forze politiche divergenti». Monti si dice anche convinto di riuscire da qui alle elezioni del 2013 di poter mettere in campo e realizzare tutte «le iniziative in materia di risanamento dei conti pubblici e di contenimento del disavanzo che sono state già decise ma che devono essere attentamente sorvegliate nella loro esecuzione», oltre alla «messa in opera» e «aggiornamento» di alcune riforme strutturali a partire da quella del lavoro. I prossimi sei mesi, dunque, saranno dedicati ancora alla riduzione del debito, anche attraverso la dismissione di una parte del patrimonio pubblico. «Abbiamo preferito - spiega - nella prima parte di vita del governo concentrarci sulla attività di contenimento del disavanzo e di riforma, mentre adesso che abbiamo compiuto passi che hanno dimostrato all'Europa e al resto del mondo la capacità e la volontà del Paese di operare cambiamenti nel profondo delle sue strutture, è bene accompagnare queste riforme con una riduzione del debito pubblico attraverso la cessione di alcuni attivi». Escluso un Monti-bis dopo il 2013, «mi rifiuto di pensare che un grande Paese come l'Italia non sia in grado, attraverso libere elezioni, di scegliere una maggioranza di governo efficace e, indirettamente, un leader adeguato a guidarla». Per questo, aggiunge, crede e spera di lasciare Palazzo Chigi a un politico eletto del popolo. Ma larga parte della lunga intervista il premier la dedica anche ai rapporti con l'Europa, alla necessità di confermare la proposta fatta in sede Ue da Romano Prodi e Quadrio Curzio di trasformare il fondo Salvastati in Fondo Finanziario europeo che emetta eurobond e rilevi così parte dei debiti pubblici nazionali chiedendo agli Stati garanzie. «Questa degli eurobond - dice il premier - è una proposta articolata e intelligente che contiene anche elementi che da tempo il governo italiano ha portato al tavolo europeo. Abbiamo visto tutti che alcuni Paesi (certamente la Germania, ma anche alcuni Paesi nordici) non sono disposti in questo momento a dare il loro consenso agli eurobond. Ciò significa che probabilmente essi verranno ma un po' più avanti, quando si saranno fatti verso una maggiore messa sotto controllo delle finanze pubbliche dei singoli Paesi da parte delle istituzioni comunitarie». Il premier promette il ricorso a strumenti «forti» per arginare una piaga che danneggia l'immagine del Paese Poi annuncia: nel 2013 una maggioranza di governo dalle urne L'ITALIAELACRISI MARIAZEGARELLI ROMA Monti e il fisco: «Stato di guerra contro chi evade» Il premier Mario Monti con la scorta a Silvaplana, Canton Ticino, Svizzera FOTO DI ROBERTO RITONDALE/ANSA «Di fatto lemodifiche organizzative delleAgenziefiscali introdottecon ildecreto indebolisconola lotta alsommerso» ORESTESACCONE www.fiscoequo.it G.VES. MILANO . . . Con la presidente svizzera Widmer-Schlumpf un accordo che potrebbe valere per l'Italia 40 mld Il tesoro da 200 mld sottratto al Paese . . . Servono poche misure, semplici ed elementari, per dissuadere chi cerca di non pagare le tasse Ma la spending review è stata un passo indietro IL PUNTO 2 sabato 18 agosto 2012
L'INTERVISTA «Queste tre ragazze pagano il fatto di aver sfidato due totem: la Chiesa ortodossa e la presidenza Putin». A sostenerlo è Riccardo Noury, portavoce e direttore dell'Ufficio Comunicazione della Sezione Italiana di Amnesty. Qualèilsegnodellacondannaadueanni delle tre Pussy Riot Maria Alekhina, Ekaterina Samutsevich e Nadezhda Tolokonnikova? «Un segno duplice. Intanto, si tratta di una punizione sproporzionata e inaccettabile nei confronti delle tre ragazze. E in secondo luogo, questa sentenza rappresenta un monito a chi intendesse criticare le autorità russe. Il messaggio è chiaro: questo tipo di sentenza è ciò a cui rischiate di andare incontro. Con questo processo, il presidente Putin ha fissato il limite della libertà di espressione in un punto sbagliato: le opinioni che in Russia sono lecite, ci sembra dire questa sentenza, sono quelle che vanno bene al presidente e alle alte cariche della Chiesa ortodossa». Ildispositivodellasentenza,chemotiva lacondannadelletrePussyRiotfariferimentoal villipendiodella religione. «La lettura della sentenza, che è durata oltre due ore, è stato un elenco di “reati” e di “peccati”. Le Pussy Riot sono state definite come il “simbolo del decadimento della morale pubblica”, come “vandali” che “hanno messo in pericolo la pace sociale”. Nel corso della sentenza, è stato più volte fatto riferimento al sentimento religioso offeso, ciò che le Pussy Riot non intendevano colpire essendo il loro destinatario il presidente Putin». MalaChiesaortodossaèstatacompatta nella«lineadura»? «No, perché il 20 giugno più di cento fedeli ortodossi avevano scritto al patriarca Cirillo invocando la sua clemenza. Il rappresentante ufficiale del patriarca, però, aveva fatto sapere che non poteva rispondere in quanto la lettera non era stata inviata direttamente a lui ma pubblicata sui media». Siè trattatodiun processoregolare? «Per molti versi no. Già nella fase istruttoria, la difesa aveva trovato ostacoli nell'acquisire i materiali dell'accusa, consistenti in oltre tremila pagine e in dieci ore di filmati. Gli avvocati avevano denunciato che questo materiale era stato messo loro a disposizione per un massimo di quattro ore al giorno con una penuria di fotocopiatrici da poter utilizzare. Va anche ricordato che durante le indagini, alle tre ragazze è stata costantemente negata la libertà provvisoria perché il reato era ritenuto così grave che, se scarcerate, le tre avrebbero potuto entrare in latitanza. Una ipotesi inverosimile considerando anche il fatto che due delle tre ragazze sono madri di bambini piccoli». Altre irregolarità? «Durante il processo, la maggior parte dei testimoni di cui la difesa aveva chiesto la convocazione, non è stata autorizzata a deporre. E questo ci porta a concludere che oltre ad essere stato un processo politicamente influenzato, le modalità dello svolgimento sono state al di sotto degli standard internazionali sul giusto processo». All'internodell'establishmentrussocisono state voci discordanti rispetto alla lineapunitiva? «Alcune e neanche secondarie. Se da un lato, dopo l'esibizione nella chiesa, l'addetto stampa di Putin aveva affermato che la vicenda sarebbe stata seguita “con tutte le conseguenze necessarie”, dall'altro, il ministro della Giustizia, il presidente della Camera alta del Parlamento e quello del Consiglio presidenziale per i diritti umani, hanno criticato la decisione di processare le tre ragazze». Il processo alle Pussy Riot ha riacceso i riflettori sullo stato della democrazia e «Una sentenza per piegare le voci libere» L'assedio è iniziato, e potrebbe durare mesi, anche anni. L'assedio a Julian Assange. La primula rossa di Wikileaks «ha passato una buona notte» nell'ufficetto-dormitorio, racconta una fonte dell'ambasciata ecuadoriana che si trova alle spalle di Harrods, in una palazzina che ospita anche la missione colombiana e gli appartamenti di membri della famiglia reale saudita. Il tutto da due mesi guardato a vista da Scotland Yard che ne presidia tutti gli ingressi, gli ascensori e l'accesso al tetto, con una spesa per il contribuente britannico stimata dal Daily Mail in 50 mila sterline al giorno. Assange «sta bene», conferma una fonte diplomatica citata dal Guardian, ma l'impasse che riguarda l'hacker australiano di cui la Svezia ha chiesto l'estradizione per reati sessuali potrebbe durare mesi o addirittura anni. Vicende analoghe in cui il rifugiato ha cercato protezione in una sede diplomatica dal processo legale nel paese ospite si sono protratte a lungo e il fattore tempo, secondo esperti citati dai media britannici, potrebbe fare il gioco della Gran Bretagna: «Basta che i britannici aspettino, con Scotland Yard fuori dalla porta, e prima o poi o Assange o gli ecuadoriani si stancheranno», ha detto al Financial Times Carl Gardner, un ex avvocato del governo. PARTITADIPLOMATICA A Londra replica Quito. Il presidente dell'Ecuador, Rafael Correa, ha detto ieri i un'intervista radiofonica che il suo governo ha concesso asilo al fondatore di Wikileaks, per evitare la sua consegna alla Svezia. Paese, quest'ultimo, dal quale «non sarebbe garantita la sua non estradizione verso un Paese terzo», gli Stati Uniti, dove Assange - a parere di Correa - rischia di «essere condannato a morte o all'ergastolo». «Il problema è che non esistono garanzie sul fatto che se esce dall'ambasciata e va in Svezia non venga estradato verso un paese terzo, e in questo caso porrebbe in pericolo la sua vita o la sua libertà per il resto della sua vita: è per questo che l'Ecuador ha deciso concedergli l'asilo politico», rimarca Correa dalla città di Loja, dove ha partecipato a una riunione del governo. Il presidente ecuadoriano ha precisato che «noi non abbiamo mai detto che tutto quello che ha fatto Julian Assange è stato per la libertà di espressione, è possibile che abbia commesso qualche infrazione, ma quello che stiamo dicendo è che ha diritto a un giusto processo, e da come vediamo che si profilano le accuse negli Stati Uniti questo potrebbe implicare perfino la pena di morte, o l'ergastolo». Correa ha inoltre criticato il sistema giudiziario svedese, affermando che in quel Paese i procuratori sono nominati dal potere esecutivo e consentono le estradizioni anche solo per portare avanti un'inchiesta, anche in assenza di una sentenza. «Quando uno critica sistemi giudiziari che risulterebbero inaccettabili in America Latina, questi Paesi si offendono ma, con tutto il rispetto verso la Svezia, almeno in questo caso la loro procedura risulterebbe inaccettabile in qualsiasi Paese latinoamericano», ha sottolineato. Secca la replica di Stoccolma. Il ministro degli Esteri svedese, Carl Bildt, che ha accusato l'Ecuador di vivere in un «mondo di fantasia» alla luce delle motivazioni addotte per concedere asilo diplomatico al fondatore di Wikileaks. Il ministro degli Esteri di Quito, Ricardo Patino, ha infatti dichiarato che Assange teme «repressione e intimidazione» qualora venisse estradato in Svezia, dove è accusato di aggressione sessuale. E ha poi aggiunto: «L'Ecuador è certo che sia reale la minaccia che venga estradato in un Paese terzo, senza alcuna garanzia. Sarebbe vittime di un trattamento crudele». Ieri la replica sulla Bbc del ministro svedese, secondo cui Patino vive in un «mondo di fantasia». «Il fatto è che c'è una vicenda di aggressione sessuale denunciata da due donne. Un caso che la nostra procura vuole approfondire con Assange, per sapere cosa è realmente accaduto. Non riesco a capire perchè Assange, se è innocente come dice, non risponda a questa richiesta». Bildt ha quindi respinto l'accusa di voler estradare Assange negli Stati Uniti, sottolineando come in Svezia esistano leggi che vietano l'estradizione nei casi giudiziari che prevedono la pena capitale. MONDO In manette, nella gabbia di vetro, con un'eterno sorriso a fior di labbra. Ci vogliono tre ore perché la giudice, Marina Syrova, finisca di leggere la sentenza di condanna contro le tre Pussy Riot, la band punk rock che ha sfidato Putin con le sue performance persino davanti al Cremlino e che dal carcere ha finito per mostrare di che stoffa è fatto il regime dell'ex colonnello del Kgb. Due anni da passare in una colonia penale, per aver inscenato una preghiera di protesta anti-Putin nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca. «Colpevoli di teppismo a sfondo religioso», tanto da non poter essere rimesse in libertà, data la gravità del loro gesto: «la correzione è possibile solo attraverso una vera punizione». Qualcuno in aula grida «vergogna». Nadejda Tolokonnikova, 22 anni, Nadia come ormai la chiama la stampa che la considera la leader del gruppo, Ekaterina Samutsevic, 30 anni, Maria Alekhina, 24 anni, sono in carcere da cinque mesi per una canzone, ma la condanna se l'aspettavano. «Tutto quello che Putin vuole lo ottiene, non aggiungo altro», dice Piotr Verzilov, il marito di Nadia, che alla vigilia della sentenza da dietro alle sbarre aveva lanciato il suo grido di libertà. «Qualunque sia il verdetto, noi e voi stiamo vincendo - ha scritto la ragazza, madre di una bambina di 4 anni - perché abbiamo imparato ad essere arrabbiati e a dirlo politicamente». «Una vendetta di Putin», sentenzia il blogger Navalny. Non solo contro le Pussy, ma contro l'opposizione che ha denunciato la farsa delle elezioni, i brogli, il valzer di poltrone tra Medvedev e Putin. Mentre il giudice legge la sentenza, fuori dall'aula del tribunale la polizia arresta decine di sostenitori delle ragazze. C'è anche l'ex campione di scacchi Garry Kasparov e uno dei leader dell'opposizione, Sergei Udaltsov. «Smettetela di disturbare l'ordine pubblico», gridano gli agenti. «Smettete di disturbare la costituzione», replicano i manifestanti. «MANCANZADIRISPETTO» Il pubblico ministero aveva chiesto 3 anni, per un reato che ne prevede fino a sette. Il presidente Putin si era magnanimamente augurato che il verdetto non fosse «troppo severo», per disinnescare un processo diventato un boomerang. La giudice Marina Syrova ha avuto l'accortezza di epurare di qualunque conteRiccardoNoury Fapartedal 1980di Amnesty International, l'organizzazioneper idiritti umani.Èportavoce edirettoredella comunicazioneper l'Italia Julian Assange FOTO ANSA-EPA UMBERTODE GIOVANNANGELI Pussy Riot condannate Assange, l'Ecuador insiste: «Rimarrà nell'ambasciata» U.D.G. L'assedio al fondatore di Wikileaks potrebbe durare anni La Svezia: «Non lo estraderemo negli Usa» Teppismo religioso, le ragazze condannate a due anni per l'esibizione anti Putin Usa e Ue: sentenza sproporzionata Proteste a Mosca, arrestato Kasparov La Chiesa ortodossa chiede clemenza Le Pussy Riot durante il processo a Mosca FOTO DI MISHA JAPARIDZE/AP-LAPRESSE MARINAMASTROLUCA mmastroluca@unita.it 6 sabato 18 agosto 2012
RICORDATEDIQUANDODABAMBINIVICAPITAVADI PASSARE DEI POMERIGGI INTERI AD ANNOIARVI DA MORIRE?AINVENTAREEPOPEEDENTROUN'AIUOLA O TRA UN ARMADIO A MURO E UN SOTTOSCALA? Cain, nove anni, vive a East Los Angeles e oltre a fantasticare, mette in pratica. Suo padre ha un negozietto di ricambi per auto di quelli tutto bancone, praticamente sulla strada. O meglio, aveva. Perché da queste parti certi acquisti si fanno quasi solo online e il padre di Cain si è spostato a lavorare a gestire il sito al computer nel retrobottega. Una strada di scorrimento in una zona industriale. Un'estate nel negozio del padre senza clienti in carne e ossa. E un bambino che inventa un gioco niente male per passare il tempo. A Cain piacciono le Arcades, le sale giochi dove non ci sono solo i video, che anche quelli ormai sono roba da salotto di casa. Dove c'è la gru per pescare i premi, si tira la palla a canestro, si gioca a biliardino o simili. E ne vuole una sua. E così passa i mesi di scuola a costruirla, per prepararsi a quando avrà clienti in estate. Ogni sabato per mesi lavora con scatole di cartone, nastro adesivo, palline, soldatini, pupazzetti per i premi, «i primi erano i miei giochi». E infine studia un sistema per i biglietti. È tutto come in un Arcade: cartelli colorati, giochi, la cassa per i gettoni. Ma tutto di cartone. Prima è un pezzetto del bancone, poi, pian piano, con l'estate che avanza, diventa tutto il negozio. E all'ingresso, sugli scalini che danno in strada c'è Cain, con una maglietta azzurra indosso che aspetta il suo primo cliente. Sistema, crea nuove attrazioni, mette in ordine. E aspetta. Quando i rari clienti del padre accostano con l'auto prova a convincerli. Niente. Pianti? Sconforto? Macché, nuovi giochi e idee. «Fino a quando un giorno, guardo verso lo schermo collegato con la telecamera qui fuori e vedo mio figlio che vende un biglietto. Ero molto contento, mi dispiaceva proprio vedere tanto impegno non premiato», racconta il padre George Monroy, che una volta aveva istruito la sua ex segretaria a comprare un cartello con il nome di una squadra di baseball, la trovata precedente di Caine. Stavolta però il cliente è vero. «Ero passato a cercare una maniglia per la mia auto e mi trovo davanti questa Arcade di cartone e un bambino che mi chiede se voglio giocare». Cain ha anche una maglietta azzurra con su scritto «Cain's Arcade» davanti e «Staff» sulla schiena - che non sa bene cosa significhi, ma chi lavora negli arcade dove il padre lo porta ogni tanto a giocare hanno una maglietta così. «Ho chiesto quanto costasse giocare. Con un dollaro hai diritto a due giochi, con due dollari compri il Fun Pass, 500 giochi. Ho comprato la tessera». La fortuna di Cain è stata che il suo primo cliente fosse un regista, Nirvan Mullick. Uno bravo a trovare soldi e far crescere le idee. Nirvan sta cercando di finanziare un suo film da pochi secondi con il crowdsourcing (ma questa è un'altra storia e la trovate qui http://www. the1secondfilm.com/). Un po' di star, lavoro in rete e un sito che chiede donazioni da un dollaro per diventare produttori di cinema. Mentre guarda Cain spiegargli i giochi, infilarsi negli scatoloni per riprendere la palla che ha messo a canestro, o per far scorrere lo scontrino di carta che significa che potrai ritirare un premio, a Nirvan viene l'idea di girare un documentario breve su Cain. E di fargli una sorpresa. Un appuntamento su Facebook, un tam-tam tra gli amici e il lancio di una flashmob in rete. Tutti a giocare da Cain il 6 ottobre. Era il 2011 e quel pomeriggio Cain, tornando al negozio del padre trova una massa di gente ad accoglierlo. Tutti vogliono giocare. E lui, raggiante, accontenta tutti. Staccando biglietti, infilandosi nelle scatole, spiegando le regole dei giochi. Un momento fantastico per Cain e una delle scene belle del corto da 11 minuti diretto da Mullick. Il corto si vede sul sito del film o su You Tube e ha avuto un successo enorme. Centinaia di scuole americane lo hanno proiettato ai loro alunni. E più giocatori per Cain. Mullick ha messo su una fondazione, la Imagination Foundation, per pagare l'università a Cain - che come creatore di idee non è niente male - e magari anche ad altri ragazzini. Poi, mettendo assieme educatori da diversi Paesi, la fondazione ha sviluppato un kit per incentivare la creatività nelle scuole che si scarica da internet. E infine organizza una giornata mondiale del gioco creativo per il prossimo 6 ottobre. Un anno dopo la sorpresa a Cain. Che nel frattempo sta per compiere dieci anni e ha paura di invecchiare perché, come scrive su un tema pubblicato sul blog del film, «Quando sei un ragazzino giochi e vai in bicicletta. E non devi andare a lavorare o fare le altre cose che fanno i più grandi. Io oggi ho tempo. E posso dedicarmi a rendere più creativa la mia Arcade». ILCASO Lasalagiochi dicartone Cain,noveanni, l'hacreata nel retrobottegadelpadre LETTERATURA : Classicieuropei inunanuovacollanabilingue P.18 REPORTAGE : CosaèrimastodellapassionecivilenelpaesediScotellaro? P.19 GENERAZIONEQC : Elogiodell'ombradiSimonaVinci,exragazza«cannibale» P.20 U: Unregistahascoperto l'attivitàdel ragazzinoehagirato undocumentariochespopolasulweb.Tanti«clienti» sisonouniti:unaFondazioneglipagheràgli studiuniversitari MARTINOMAZZONIS NEWYORK Domani il videodiCain suUnita.it sabato 18 agosto 2012 17
«Un primo intervento, del valore di 3 miliardi di euro, volto a migliorare drasticamente l'infrastruttura digitale italiana. Ma sarà solo il primo passo perché a seguire verranno lanciati altri progetti di portata persino superiore». Il ministro Corrado Passera, è ormai acclarato, ama mettere la faccia su qualche cosa di importante. Lo ha fatto con il decreto Sviluppo, rischiando di perderla fino alla sofferta approvazione, e adesso è pronto a ripetersi per un altro provvedimento, l'Agenda Digitale, il cui varo è previsto già a settembre. A dispetto del nome, che non ha il pregio dell'immediata comprensione popolare, stiamo parlando di qualcosa di essenziale per il futuro del nostro Paese, ma che non per questo è scontato diventi una priorità della politica, ed anzi, ammesso che il varo avvenga effettivamente all'inizio dell'autunno, potrebbe incontrare ostacoli palesi e nascosti nella sua attuazione. COMPLESSOD'INTERVENTI Che cos'è l'Agenda Digitale? In estrema sintesi, si può definire come quel complesso di interventi volti a mettere l'Italia al passo con le gradi economie del pianeta in fatto di banda larga, infrastrutture digitali, e-commerce, e-government... In sintesi ancor più estrema, permettere a tutti i cittadini di beneficiare delle enormi agevolazioni nella vita quotidiana permesse dalla diffusione capillare di Internet. Non a caso lo stesso Passera ha più volte affermato che a godere dei frutti dell'Agenda Digitale non sarà soltanto l'economia italiana nel suo complesso, a partire dalle aziende e dall'apparato dello Stato, ma anche e soprattutto i cittadini che potranno beneficiare di un accesso più veloce ed efficace ai servizi pubblici, al sistema sanitario ed alla pubblica amministrazione. Fin qui tutto bello e più che condivisibile, anche da parte di coloro che sono rimasti fin qui estranei alla rivoluzione digitale. Ma analizzando più nel dettaglio gli ambiti operativi dell'Agenda Digitale ci si rende conto dei potenziali e non trascurabili ostacoli. In una recente intervista radiofonica il ministro Passera ha identificato una prima serie di obiettivi da raggiungere: sviluppo della banda larga su tutto il territorio nazionale, conseguente riduzione del cosiddetto "digital divide", diffusione del "cloud computing" con lo spostamento direttamente dentro la Rete di una serie di dati e attività che prima risiedevano all'interno di server e computer, creazione di città intelligenti (smart cities). Obiettivi molto ambiziosi, senonché il loro efficace conseguimento passa inevitabilmente dalla primaria realizzazione del primo, ovvero la diffusione della banda larga. Senza la creazione di autostrade digitali dove far passare dati, immagini, suoni e filmati, per portarli dentro le case, gli uffici, i luoghi di svago, non si va lontano. Al riguardo, già entro il 2013 il governo conta di raggiungere con collegamenti veloci di Rete tutte quelle aree che ne sono rimaste fin qui escluse, il tutto attraverso fondi già stanziati sia per il Settentrione che per il Centro e il Meridione, quest' ultimo in condizioni d'arretratezza anche sotto il profilo digitale. Ai problemi che tutto ciò comporta in fatto di investimenti e complessi lavori infrastrutturali, in Italia se ne somma uno peculiare e da lungo tempo irrisolto. Si tratta della rete fisica di telecomunicazione che tuttora fa capo all'ex monopolista Telecom nonostante si parli da anni della necessità di uno scorporo. Il perché è abbastanza evidente: a parte l'anomalia di affidare ad un'azienda privata un compito di enorme rilevanza pubblica come la diffusione della banda larga, Telecom non dispone delle risorse economiche per svolgere un'attività del genere, anche a causa dell'enorme debito interno accumulato negli anni Novanta in seguito alle battaglie per assicurarsi il suo controllo. Ma mentre cercherà di superare lo scoglio della Rete, il governo rischia di andare a sbattere contro un altro ostacolo, meno evidente ma altrettanto pericoloso: il conflitto d'interesse. Banda larga significa, fra le altre cose, poter fruire con velocità e qualità di servizi d'intrattenimento che prima viaggiavano fuori da Internet, in primis la tv. Una grande opportunità per i cittadini, sicuramente una minaccia per chi ha costruito un impero sulla fruizione televisiva tradizionale, quella Mediaset che già sta scontando non pochi problemi per il passaggio dall'analogico al digitale terrestre. Gran brutta storia, se la convenienza di pochi dovesse ancora una volta prevalere sull'interesse di tutti. Il varo è atteso già a settembre, ma la sfida per modernizzare il Paese deve affrontare ostacoli palesi e nascosti Telecom e il nodo della proprietà della Rete ancora irrisolto ILCORSIVO Il «governo illegittimo», secondo Forleo CRISTOFOROBONI POLITICA MARCOVENTIMIGLIA MILANO Agenda digitale L'ombra del conflitto di interessi Nel dibattito sui molti complessi problemi etici, giuridici e deontologici posti dall'utilizzo (e dall'eventuale pubblicazione) delle intercettazioni telefoniche, almeno finora, è rimasto decisamente in ombra il tema della pubblicazione di conversazioni intercettate via Facebook. Come considerarle? Un personaggio pubblico che sulla sua pagina, o sulla pagina di un amico o collega, si abbandoni a giudizi e considerazioni sopra le righe, ha diritto a veder rispettata la sua privacy, il contesto informale e privato di quelle conversazioni, o deve invece risponderne come fossero dichiarazioni alle agenzie di stampa? Nel caso dei magistrati Clementina Forleo e Desirèe Digeronimo, a tagliare il nodo ha pensato il Fatto quotidiano - giornale certamente insospettabile di intenti persecutori verso la magistratura pubblicando il seguente scambio di battute avvenuto su Facebook. Scrive sulla sua pagina il giudice Forleo, a proposito della polemica sull'Ilva: «Siamo alla frutta, anzi all'amaro. La magistratura che fa il suo dovere paralizzata da interessi politici trasversali avallati da questo governo illegittimo. Forza Taranto, la salute non si può barattare con nulla». Forleo, secondo quanto riferisce il Fatto, si spinge fino ad un attacco diretto al governatore della Puglia: «Scusate, ma qualcuno crede ancora nell'etica di Vendola? Mandiamolo a casa». Quindi, prosegue il giornale: «Tra i . . . La diffusione della banda larga porterà sempre più la tv sul Web: una seria minaccia per il duopolio 8 sabato 18 agosto 2012
delrispettodeidirittiumaninellaRussia di Vladimir Putin. Vista da Amnesty, cosaè laRussia oggi? «Un Paese nel quale lo spazio per la libertà di espressione e di manifestazione è sempre più limitato. Non dimentichiamoci delle leggi che recentemente hanno imposto fortissime limitazioni alle libertà di scendere in piazza, così come delle ordinanze che in alcune importanti città, in primo luogo San Pietroburgo, hanno vietato la cosiddetta “propaganda omosessuale». Tuttoquestononsembradestaremolta preoccupazione inEuropa... «Pare proprio di no. Del resto, non è il 2012 il primo anno in cui il tema dei diritti umani in Russia è così in evidenza, ma in passato come oggi si preferisce la stabilità nei rapporti politici e commerciali piuttosto che sollevarlo in maniera seria». Un'altravicendapolitico-legale-haconquistato le prime pagine: quella legata adAssangeealbracciodi ferrotraGran Bretagnaed Ecuador. «Si tratta di una vicenda molto complessa. Da un lato, viene difficile immaginare come un interrogatorio in Svezia avrebbe potuto causare una violazione dei diritti umani di Assange. Dall'altro lato, si può presumere che le autorità dell'Ecuador abbiano voluto tutelare Assange dal rischio di un procedimento nei suoi confronti negli Usa, che nel caso in cui fosse avvenuto o avverrà in futuro, potrà porre rischi di violazione dei diritti umani di Assange». Cantano le donne dei minatori. Le canzoni della protesta contro l'apartheid, sulla collina del massacro. Neri i poliziotti come i lavoratori uccisi, non sono più le leggi dei bianchi a creare l'ingiustizia. Ma la vita dei minatori è ancora una lotta, le loro case hanno tetti di lamiera, i loro figli - lamentano - non hanno da mangiare. Trentaquattro morti, settantotto feriti, il bilancio di un giorno di guerra davanti alla terza miniera di platino del mondo, a Marikana. Il Sudafrica è sotto shock, le tv mandano a ripetizione le immagini della strage, quei poliziotti che aprono il fuoco come un plotone d'esecuzione. «È stata legittima difesa», sostiene la polizia. «Un gruppo di militanti si è scagliato contro gli agenti sparando e brandendo armi pericolose». I 500 poliziotti che da giorni intimavano ai minatori di deporre machete e bastoni e di tornare al lavoro, avrebbero tentato di disperdere la folla usando cannoni ad acqua, granate assordanti e proiettili di gomma, prima di tirare fuori le armi automatiche. Ai manifestanti sarebbero state sequestrate sei pistole, una delle quali apparteneva ad un poliziotto ucciso negli scontri dei giorni scorsi. Legittima difesa. Una risposta che non basta alle molte domande che la strage solleva. La stampa sudafricana punta il dito contro i dissidi tra diverse sigle sindacali che hanno inasprito lo scontro. Ma si chiede anche che cosa facessero sulla collina 500 agenti armati di tutto punto, ago della bilancia in un conflitto che aveva come obiettivo l'aumento dei salari e il riconoscimento di una nuova sigla sindacale, l'Amcu: più radicale delle organizzazioni tradizionali, critica con il governo. Il presidente Jacob Zuma, in visita in Mozambico, è rientrato in Sudafrica in anticipo, per visitare la collina della strage. Non ha sposato nessuna tesi, si è limitato a ricordare che il Sudafrica di oggi è un Paese che ha spazio abbastanza perché una disputa salariale non si tramuti in un campo di battaglia. Ci sarà una commissione d'inchiesta. La chiedono anche i sindacati, ma da posizioni distanti. La Num, National Union of Mineworkers, vicina all'African National Congress al governo del Paese, difende la polizia. «È stata paziente, ma questa gente era pesantemente armata», ha detto il segretario generale dell'organizzazione, Frans Baleni. Quella che è sotto agli occhi di tutto è e resta una tragedia. Anche politica, perché nel sangue dei minatori uccisi si allarga un solco sempre più evidente tra il governo della Anc e il resto del Paese, le classi più povere, quelle che hanno visto i loro diritti scritti sulla carta ma che faticano a vivere, e considerano il governo troppo amichevole con le imprese dei bianchi. E che come uno dei minatori in sciopero se la prendono con il sindacato maggiore, la Num. «Ci ha traditi. Lavora con i bianchi e fa soldi. Si sono dimenticati dei lavoratori». UNOSPARTIACQUE La multinazionale britannica Lonmin, che gestisce la miniera di Marikana, ha sospeso le attività, in attesa che ritorni la calma. Aveva minacciato di licenziare in tronco chiunque non si fosse presentato al lavoro, interrompendo immediatamente la protesta - già nel maggio del 2011 aveva tenuto fede ad un'analoga minaccia, mandando a casa 9000 persone. Oggi esprime cordoglio per le vittime e cerca di distinguere le proprie responsabilità da quelle della polizia. «È chiaramente una questione di ordine pubblico piuttosto che di conflitto sociale», ha detto il presidente Roger Phillimore. La carneficina di Marikana appare oggi come uno spartiacque, un confine tra prima e dopo. Non solo per la brutalità della violenza - diversi quotidiani accusano la polizia di aver ucciso deliberatamente i lavoratori - ma per i semi di diffidenza che lascia germogliare. Il quotidiano Business Day, che pure guarda dalla parte delle imprese, scrive che la strage «ha cambiato per sempre i rapporti di lavoro nell'industria mineraria»: d'ora in avanti le cose saranno più difficili. La polizia del Sudafrica post apartheid si è spesso mostrata violenta, ma mai come in questa circostanza, che appare all'opinione pubblica come un salto indietro nel tempo. Solo che ora la discriminazione non passa sul colore della pelle, ma ha un confine sociale. «Abbiamo fatto dell'Anc quello che è oggi, ma non hanno tempo per noi - dicono nel nuovo sindacato dei minatori -. Niente è cambiato, solo le persone al potere. E quelle continuano a fare soldi». Per chi ha superato i qua-rant'anni, le immagini degliscontri tra polizia che arrivano dalla miniera di Marikana, presso Rustenburg, nella provincia sudafricana del North-West, hanno fatto l'effetto di un balzo indietro nel tempo. Il numero dei morti (34 uccisi dalla polizia, dopo che altri 10 tra manifestanti, poliziotti e vigilantes avevano perso la vita nei giorni precedenti) ci ha riportato agli anni 80, quando gli scontri tra i lavoratori neri e polizia rimbalzavano sugli schermi di tutto il mondo marcando la lenta agonia del regime bianco. Ai tempi della guerra fredda, le risorse minerarie del Sudafrica e la sua posizione strategica sulle rotte della grandi petroliere ne facevano uno dei punti caldi a cui erano appese le sorti del mondo. Uscito dalle carte geopolitiche e situato all'estremità sbagliata del continente più dimenticato del dopo guerra fredda, il Sudafrica di oggi si guadagna le prime pagine soltanto quando pare che nulla sia cambiato, oltre che per qualche periodica incursione nel grande mercato mediatico degli eventi sportivi globali. Eppure, al di là delle analogie con il passato, l'incidente è emblematico del nuovo Sudafrica uscito dalla transizione democratica dei primi anni 90. Un paese che, sotto la guida dell'African National Congress, il partito di Mandela e dei suoi successori Mbeki e Zuma, ha scelto con decisione e senza ripensamenti la via di una piena integrazione nell'economia mondiale, accettando le regole del mercato e ponendo l'obiettivo della crescita come precondizione per una redistribuzione della ricchezza che attenuasse le enormi disparità tra il Sudafrica bianco (le grandi aree metropolitane) e il Sudafrica nero (le township urbane e le aree rurali più periferiche). Da un lato, la rigida ortodossia finanziaria dei governi Anc, pur molto apprezzata dai mercati finanziari e dalla stampa internazionale, ha ridotto le risorse disponibili per politiche di cittadinanza sociale ambiziose ed incisive; dall'altro, le difficoltà del continente africano e la fedeltà dell'Anc alle sue radici socialdemocratiche ed «europee» (il welfare ereditato dall'apartheid, paradossalmente, era il più generoso del Terzo mondo e il sindacato Cosatu mantiene una forte influenza sulla politica dei redditi e ampi spazi di concertazione) hanno impedito al paese di inseguire gli altri Bric e le economie emergenti dell'Asia nella loro crescita impetuosa. Il risultato è stato un quadro in chiaroscuro e pieno di contraddizioni. Da un lato, la derazzializzazione dei settori più avanzati e moderni dell'economia ha portato alla formazione di una borghesia e di un ampio ceto medio neri pienamente inseriti e fortemente interessati al mantenimento del nuovo status quo. Dall'altro, la sfida di una competizione internazionale sempre più aggressiva, che ha messo in difficoltà l'industria sudafricana, ha prodotto una disoccupazione attestata stabilmente sul 30% e una underclass in cui si trova intrappolata una fetta molto ampia della gioventù nera. Come in altri paesi dell'Europa e delle Americhe, questo malessere ha trovato sfogo alla sinistra del partito di governo, in un'area «antagonista» marginale ma vivace, capace di aprire linee di tensione all'interno dell'Anc e del sindacato ma priva di un progetto realistico per mettere in questione l'«egemonia neo-liberale». La saldatura con la violenza endemica nel Sudafrica più povero e periferico, che dalla fine dell'apartheid aveva trovato sfogo in un tasso di criminalità tra i più alti del mondo, spiega i morti di Marikana. Ma spiega anche perché i riflettori su di essi si spegneranno presto, prima che conseguenze troppo pesanti si facciano sentire sui listini della borsa di Johannesburg. I corpi dei minatori uccisi FOTO ANSA Se il mercato produce l'apartheid sociale nuto politico la sentenza. Le tre ragazze, ha detto, hanno cantato una canzone «blasfema, insultante, commettendo una grave violazione dell'ordine pubblico e mostrando mancanza di rispetto per la società». Hanno offeso i credenti, la Chiesa e le istituzioni, nulla che abbia a che vedere con la protesta politica. Durante la performance, secondo il giudice, non è mai stato neanche pronunciato il nome del presidente russo, l'invocazione «Vergine Maria, liberaci da Putin» sarebbe stata aggiunta in un secondo momento al video postato sul web. Anche l'abbigliamento delle ragazze calzamaglie e vestiti colorati, un passamontagna in testa - sarebbe stato «inappropriato per una chiesa». E proprio dalla Chiesa ortodossa, che si è profondamente divisa sulla vicenda, ieri è arrivato un segnale d'apertura. «Chiediamo alle autorità dello Stato di dar prova di clemenza, nella speranza che esse rinuncino a qualsiasi ripetizione di questo genere di sacrilegio», scrive l'Alto consiglio della Chiesa ortodossa russa. Un appello a riconsiderare la vicenda arriva anche dagli Stati Uniti, che hanno definito la condanna «spropozionata». Il Dipartimento di Stato ha chiesto a Mosca «di rivedere il caso e assicurare che il diritto alla libertà d'espressione sia garantito». Critiche anche dalla Ue, secondo Catherine Ashton la condanna delle tre ragazze «solleva alcuni interrogativi sul rispetto da parte della Russia delle condizioni internazionali di un processo equo e trasparente». La lettura del verdetto è stata seguita in 54 città con manifestazioni di solidarietà, ci sono stati sit-in a Parigi, Londra, Belgrado, Berlino, Barcellona. A Kiev un gruppo di attiviste ha danneggiato una croce ortodossa. L'avvocato delle ragazze ha annunciato il ricorso in appello, spera di riuscire ad ottenere almeno la libertà condizionale. In un messaggio su Twitter, tramite il legale, la bella Nadia dice che non le importa del carcere. Ma alza il tiro. «Politicamente sono furiosa». . . . Sotto accusa il sindacato vicino al governo dell'Anc «Sta con le multinazionali e tradisce i lavoratori» Sudafrica sotto shock 34 i minatori uccisi Per la polizia è stata «legittima difesa» La stampa: «È come un salto indietro nel tempo» MA.M. mmastroluca@unita.it Vergogna russa Lasocietàmultirazziale hacreatouncetomedio dineri.Macompetizione internazionaleepolitiche dibilanciohanno lasciato aimargini ipiùpoveri ROCCORONZA docenteUniversità Cattolicadi Milano L'ANALISI sabato 18 agosto 2012 7
24 sabato 18 agosto 2012
Italia Germania quattro pari. Almeno sul campo delle esportazioni (e in termini percentuali), dove i due Paesi fanno segnare un più quattro per cento a testa nei primi cinque mesi dell'anno. Ma in generale sono tutti i prodotti made in Eurolandia a viaggiare a ritmi crescenti, spinti anche dagli effetti collaterali della crisi: euro debole e importazioni in rallentamento. Ad ogni modo, l'Eurostat registra a giugno il record storico della bilancia commerciale, che segna un incremento di quasi il 15 per cento (14,9), frutto di esportazioni complessive per 161 miliardi di euro ed importazioni per 146 miliardi. Mai saldo era stato così alto da quando è cominciata la raccolta europea dei dati, nel 1999. Tra gennaio e maggio in Italia le esportazioni totali sono cresciute del quattro per cento rispetto allo stesso periodo del 2011, passando da 154,7 miliardi a 160,8 miliardi. In termini percentuali è lo stesso incremento della Germania, che però vende nel resto del mondo tre volte i prodotti venduti dall'Italia, per un totale di 454,8 miliardi. Mentre nel 2011 si era fermata a 436. Spia della crisi italiana è però la brusca frenata delle importazioni, che vanno sotto del cinque per cento (da 172,9 a 163,4 miliardi). Anno su anno, però, la bilancia commerciale del nostro Paese è passata da un saldo passivo di 18,2 miliardi ad appena 2,6 miliardi. E prendendo in esame il solo giugno, l'export italiano rispetto a maggio è cresciuto del due per cento, mentre quello tedesco di oltre il sei per cento. Nel complesso, secondo Eurostat, le esportazioni della zona euro a giugno sono cresciute - anno su anno - del dodici per cento (da 143,8 a 161,5 miliardi) e in una prima stima del primo semestre l'istituto di statistica europea indica una crescita dell'otto per cento dell'export (da 851,2 a 821,5 miliardi) a fronte di un import in salita del due per cento (da 874,2 a 895,3 miliardi). Ma se l'euro in calo sul dollaro può aver dato una spinta alle esportazioni del manifatturiero, i dolori arrivano quando si valutano le importazioni di energia. Il saldo negativo per la Ue a 27 è stato di 176,6 miliardi tra gennaio e maggio di quest'anno, circa venti miliardi peggio dello stesso periodo del 2011 (-156,8 miliardi). Pare una follia. Investire in un settore, il trasporto pubblico locale ramo autobus, abbandonato dalla politica e dalla Fiat (con la chiusura dell'Irisbus) e in pieno deserto produttivo. A Grosseto però la pensano diversamente. E con il progetto italo-cinese Rama Elife (ovevro Rete Automobilistica Maremmana Amiatina ed Electric Life) puntano a diventare leader in Europa nella progettazione, produzione e commercializzazione di una nuova generazione di autobus elettrici collaborando (e rilanciando) l'unica azienda italiana rimasta nel settore: la storica BredaMenarini di Bologna. Il tutto per un giro d'affari che nei soli primi due anni si aggira già sui 50 milioni e, oltre a “salvare” i circa 600 posti di lavoro della BredaMenarini, punta a crearne di nuovi nel Grossetano. DA GROSSETOA SHANGAI La storia di questo lucido e folle progetto industriale parte nel 2008. «Eravamo andati in Cina per comprare autobus diesel», racconta l'allora 35enne Marco Simiani, presidente di Rama e Tiemme, l'azienda dei trasporti di Grosseto con 1.100 dipendenti, allargatasi progressivamente a tutta la Toscana del Sud. «E invece a 400 km da Shangai scoprimmo questa fabbrica che produceva un autobus elettrico di 12 metri, 230 km di autonomia e 82 km/h di velocità». Simiani vide subito in quell'autobus una gallina dalle uova d'oro: «Aveva caratteristiche uniche e sconosciute in Europa, dove esistono solo autobus di 6-8 metri con soli 150 km di autonomia e velocità basse e, particolare fondamentale, praticamente allo stesso prezzo. In quattro e quattro otto decidemmo di firmare un accordo di esclusiva per la commercializzazione in Europa» con la Ruihua New Energy Auto di Shangai e la Alfabus Co di Jiangsu. Ad oggi, la domanda di acquisto per autobus ad alimentazione tradizionale di 12 metri in Europa è di circa 8mila unità annue: di queste, si stima siano attualmente operativi solo un 3 per cento di mezzi elettrici. I quattro anni intercorsi sono passati per rendere l'autobus cinese omologabile in Europa «con il grande problema di rendere certificate le batterie e allungare a 7 anni la loro durata», specifica Simiani E così, ora che il primo autobus è arrivato in Italia, Simiani ha potuto, alla presenza del ministro dell'Ambiente Corrado Clini durante Festambiente, il festival di Legambiente, battezzare la sua new-co Rama Elife. Niente a che vedere con la Fip di Marchionne a Pomigliano: qua si tratta di capitali nuovi con l'aiuto dei partner finanziari importanti (Banca dell'Etruria e Banca della Maremma) per «progettare, costruire e gestire le infrastrutture necessarie come le postazioni di ricarica» per i nuovi autobus. E qui entra in ballo BredaMenarini. L'azienda del gruppo Finmeccanica di Bologna se la passa parecchio male. Produzione praticamente ferma per mancanza di commesse, voci di dismissioni ad un concorrente turco o di interessi di Guidalberto Guidi di Ducati Energia ma con l'interrogativo su possibili speculazioni immobiliari. «Sono loro ad averci cercato - rivela Simiani - e da subito abbiamo apprezzato la professionalità dei lavoratori e del management dell'azienda bolognese. A loro spetterà il compito di re-ingegnerizzare gli autobus cinesi, di dargli quel tocco di made in Italy che può farci fare un ulteriore salto di qualità potendo sfruttare la loro rete commerciale e l'assistenza: dovranno modificare molte parti dei prototipi e, se le cose andranno bene, negli anni prossimi potremo anche produrre direttamente e in toto gli autobus e magari usare questa tecnologia per altri settori dai compattatori dei rifiuti alle ambulanze, alle gru per le costruzioni creando una vera filiera produttiva che andrà dalla progettazione alla realizzazione, all'assistenza». Giovanni Pontecorvo, presidente di BredaMenarinibus, spiega il ruolo di partner in questo modo: «Contribuire allo sviluppo di questo nuovo autobus elettrico ci permette di mettere a fattor comune l'esperienza maturata in tanti anni di lavoro sulle trazioni elettriche. Siamo sempre stati convinti che solo attraverso uno stretto rapporto di collaborazione tra operatori di Tpl e costruttori di autobus si possono sviluppare veicoli sempre più rispondenti alle esigenze del servizio e tali da rendere il Trasporto Pubblico più attrattivo e competitivo nei confronti della mobilità privata». TECNOLOGIAGEOPOLITICA E proprio sul tema della tecnologia geopolitica punta il presidente della provincia di Grosseto Leonardo Marras, socio con il 10 per cento di Rama. «Noi e il Comune siamo pienamente soddisfatti di far parte di questa nuova iniziativa industriale anche perché Tiemme in 10 anni non c'è mai venuta a chiedere un solo euro. In più sposiamo in pieno “il matrimonio” con i cinesi perché oramai dobbiamo renderci conto che in campo tecnologico ci hanno sorpassato ed è necessario interloquire con loro anche per rilanciare la nostra industria che diversamente è destinata a perdere. Con questo progetto - continua Marras - pensiamo di poter avere ricadute occupazionali importanti per il territorio, confermandoci leader in Italia nel settore del Trasporto pubblico locale dei bus». «È una dimostrazione - gli fa eco Emilio Bonifazi, sindaco di Grosseto delle capacità che il nostro territorio sa esprimere: la Rama, grazie ad una tecnologia all'avanguardia ecologica ed efficiente, per la prima volta può guardare ai mercati europei puntando su un elemento ormai imprescindibile per tutte le città moderne, la mobilità sostenibile». VISIONIEOBIETTIVI «Non siamo dei visionari - chiosa Simiani - siamo consapevoli che il settore del Tpl è stato ammazzato dai tagli statali che hanno ridotto i servizi e dall'aumento del costo del gasolio. Ma noi puntiamo ad aumentare la produttività del settore facendo risparmiare le amministrazioni: con il nostro autobus, le sue caratteristiche uniche, un Comune risparmia 110 euro al giorno rispetto ai bus usati oggi. L'obiettivo è di vendere 100 autobus nei primi due anni per mantenere l'esclusiva sul continente». Per farlo serve partecipare ai bandi di gara: molti in continente, pochissimi in Italia anche se quello della Regione Toscana è molto vicino. Facebookcrolla inBorsa,Zuckerberg perde600milioni Rama, azienda pubblica di Grosseto, si allea con partner cinesi per produrre bus a zero emissioni Un giro d'affari di 50 mln e una chance anche per la BredaMenarini BENZINAWEB ECONOMIA . . . Bilancia commerciale: a giugno più 14,9 miliardi È un record storico per Eurolandia Trasporto pubblico, c'è chi punta sul verde Rama Electric Life è un progetto per l'ingegnerizzazione, la realizzazione, e la distribuzione nel mercato europeo di autobus totalmente elettrici MASSIMOFRANCHI ROMA . . . Alla BredaMenarini il compito di modificare parti dei prototipi e dare un tocco di made in Italy I supersconti diEni sono legittimi Lacampagnasconti carburantidi Eni nonè un caso didumping. È la sentenzadel tribunaleCivile di Lancianocheharespinto il ricorso urgentepresentatoda un distributoreprivato cheriteneva l'iniziativa«Riparti conEni» un caso diconcorrenza sleale, e perquesto avevachiestodibloccare lavendita dicarburanti in seidistributoriEni di Lancianoe zone limitrofe, scontati di circa20 centesimi nei weekend da giugnoa settembre. Il ricorsoè l'unico registrato in Italia. Il tribunale, cheharespinto leeccezioni di incompetenzaterritoriale avanzata daEnie Codacons, nel dispositivodi sentenzahaevidenziatoche la campagnaEninon rappresenta concorrenzasleale in quantonon ha prezzidiscriminatori, ovvero sottocosto,che risultanoallineati con i limiti tabellari minimi-massimiper il mercatodelCentro Italia. Agiugno, neiconfronti della stessacampagna scontiera statasegnalata all'Antitrust laposizione contrariadi Assopetroli-Assoenergiaper la quale l'iniziativa rappresentava«un'azione didumping nei confrontidei piccoli imprenditori indipendenti». Facebookcrolla in borsa, eMark Zuckerbergci rimette altri600 milionididollari. Secondoquanto riportatoda Bloomberg, il nuovo minimostoricotoccato dalsocial networka WallStreet, chea tremesi dallaquotazionevale la metà,è costatoparecchio ancheal suo fondatoree amministratore delegato. Il valoredei titolidi Zuckerberg infattiha toccatoun nuovorecordnegativo, e la sua fortunaè scesa a10,2miliardi di dollari.E dopogiovedì, giornata in cuiè scaduto ildivietodi venditaper alcuni investitori, durante la quale Facebookhaceduto il6,7%sul listino diWall Streetarrivando a19,79 dollariper azione, il crollononsi è fermatoneppurenella giornatadi ieri.Ametàmattina leazionihanno già registrato un meno2,97%, scendendoa19,27dollari. Lapioggia divendite è statascatenata dalla scadenzadelprimo lock-up dell'azienda,cheha concesso la possibilitàadalcuniazionisti di vendere271 milionidi titoli.Così la corsaal riparodegli azionisti nonsi è fermataneanche ieri. . . . La newco si chiama Rama-Elife: conta di vendere 100 autobus nei primi due anni L'export italiano cresce del 4% MARCOTEDESCHI MILANO 12 sabato 18 agosto 2012
Le primarie sono, ufficial-mente, un tema al momen-to in stand by: prima laCarta di Intenti, poi il peri-metro del campo dei pro-gressisti democratici, il patto con i moderati e, alla fine, il tavolo dei saggi (di coalizione) che stabiliranno le regole. In realtà si lavora e anche tanto perché il Partito democratico le regole le ha già, ma per decisione dello stesso segretario dovranno essere modificate con una norma transitoria prima che si arrivi all'appuntamento con i gazebo. Pier Luigi Bersani ha infatti annunciato di non volersi blindare dietro lo Statuto che prevede che il segretario sia anche il candidato premier e dal momento che il sindaco di Firenze ha tutta l'intenzione di volersi candidare, il Pd ha un problema. «È una questione che affronteremo alla fine del percorso indicato da Bersani», dice il responsabile Organizzazione Pd, Nico Stumpo, ma ai piani alti del Nazareno stanno già iniziando a ragionare sulle modifiche. LANORMA TRANSITORIA La strada sembra appunto quella di una norma transitoria che permetta, oltre al segretario, anche ad altri candidati - ma con il supporto di un consistente numero di dirigenti - di partecipare. C'è chi ipotizza lo sbarramento al 10% e chi al 35% e sin da ora è chiaro che non sarà una passeggiata dentro il partito, motivo per cui oggi parecchi dirigenti - anche quelli che qualche mese fa sostenevano la modifica della norma e l'apertura a più candidati - alla luce dei nuovi scenari politici ne farebbero volentieri a meno. «Viviamo una situazione molto complessa - dice Beppe Fioroni - durante la quale stiamo cercando di costruire una coalizione partendo dalla nostra Carta di intenti ma se poi, per soddisfare la pruderie di qualcuno dobbiamo modificare il nostro Statuto si farà anche questo». Inevitabile il riferimento a Renzi, che già scalda i muscoli e ha contattato come braccio destro Roberto Reggi, l'ex sindaco di Piacenza, per curare l'aspetto più squisitamente politico della campagna elettorale, di cui si sta già occupando anche Giorgio Gori per il coordinamento dei comitato territoriali. «Vedremo se il livello delle ambizioni personali di qualcuno sarà adeguato al delicato compito che si deve assumere chi si candida a governare il Paese», conclude Fioroni. La presidente del partito Rosy Bindi, ieri in un'intervista a l'Unitàè stata chiara: «Per me il candidato premier deve essere il segretario», ma il vice, Ivan Scalfarotto, pensa che invece le primarie siano fondamentali. «L'ultima volta le abbiamo fatte dice - nel 2009: il mondo da allora è completamente cambiato. Quindi fa bene Bersani a chiedere una nuova legittimazione anche se io avrei preferito le primarie di partito, come avviene in America, e non di coalizione. Siamo stati noi il primo partito in Italia a introdurre questa novità e non capisco perché dobbiamo ricorrere a primarie di coalizione». Ma anche in questo caso ogni discorso sembra prematuro perché fino a quando non si conoscerà la legge elettorale sarà difficile anche delineare nitidamente il quadro delle alleanze e dunque tutto sembra rimandato a fine settembre. «Entro fine ottobre - dice Stumpo - dovremmo aver definito la modifica dello Statuto da sottoporre all'Assemblea e le regole delle primarie insieme agli altri partiti della coalizione» per arrivare alla consultazione entro dicembre. E se sulla candidatura di Pier Luigi Bersani dubbi non ce ne sono, Matteo Renzi dovrebbe ufficializzare la sua a settembre, mentre l'attuale assessore alla Cultura al Comune di Milano, Stefano Boeri, ha annunciato che potrebbe scendere in pista perché il suo partito «non può rimanere schiacciato tra il conservatorismo di Bersani e il liberismo di Renzi». Nichi Vendola sarà il candidato di Sel, Riccardo Nencini per il Psi, e l'assessore al Bilancio del Comune di Milano, Bruno Tabacci per l'Api di Rutelli. Pier Ferdinando Casini non sarà della partita, neanche se dovesse annunciare prima del voto di governare con il centrosinistra, perché sul punto è sempre stato chiaro: no alle primarie. Ma basta fare qualche telefonata tra i dirigenti del partito per capire che nessuno avrebbe voluto dover passare per una modifica, seppur con una norma transitoria e dunque ad hoc, dello Statuto per aprire le primarie a più candidati del partito. Il sospetto che il sindaco di Firenze partecipi alla competizione più che altro per stabilire il suo peso specifico dentro il Pd, e poi rivendicarlo durante la formazione delle liste, è piuttosto forte. NATALIA LOMBARDO ROMA Un colpo a sorpresa, esploso in verità due giorni dopo, avvolto da un giallo sulle motivazioni, tenute segrete: si è dimesso Ugo Marchetti, vicesindaco di Palermo, nonché assessore al Bilancio, un ex generale della Guardia di Finanza che è già tornato al suo posto di magistrato della Corte dei Conti. Un «tecnico», quindi, che lascia due ruoli così importanti nella giunta di Leoluca Orlando a soli tre mesi dall'insediamento. Una scelta «sofferta, dolorosa ma ben ponderata. Mi dispiace moltissimo ma non potevo fare altro», spiega Marchetti a un'agenzia di stampa. Quanto al motivo ufficiale delle dimissioni sono gli stessi protagonisti a circondarlo di mistero, quasi a «secretarlo», salvo far sapere che le ragioni «sono state preventivamente comunicate al sindaco». Orlando e Marchetti infatti hanno «concordato che le motivazioni non saranno rese pubbliche», comunica l'ufficio stampa di Palazzo delle Aquile. Slittata a mercoledì la conferenza stampa indetta per martedì, è stata invece convocata d'urgenza la giunta lunedì, scomodati dalle spiagge gli assessori per affrontare il «terremoto» che potrebbe smuovere la terra sul «buco» in bilancio. Già la scure della spending review ha tagliato 20 milioni di euro dal bilancio 2012, lamentano dal Comune. Difficile chiedere un ripensamento all'ex vicesindaco, già tornato al suo lavoro di magistrato. Marchetti, 65 anni, romano ma con cittadinanza onoraria di Palermo, è stato comandante regionale delle Fiamme Gialle in Sicilia prima di lasciate il Corpo e diventare consigliere della Corte dei Conti. Ha anche un rapporto personale con Leoluca Orlando il quale lo ha designato vicesindaco già il 12 maggio, prima del ballottaggio del 20 e 21 che lo ha eletto, una new entry nella squadra presentata ai cittadini come slegata dall'appartenenza all'Italia dei Valori. Ma qualcosa si è inceppato, probabilmente sul bilancio stesso e sulle partecipate. «Divergenze di vedute con il sindaco», è una delle voci che il giallo alimenta. Così il 14 agosto Marchetti ha comunicato a Orlando la sua volontà di lasciare (e in città si presume sia nata da un forte scontro), a Ferragosto le dimissioni formalizzate al segretario generale senza spiegazioni e protocollate, poi ieri la notizia bomba che ha lasciato tutti basiti. Marchetti mantiene il riserbo: sono «ovviamente ragioni connesse al mio incarico, ma per un preciso impegno preso con il sindaco» e per coerenza non «mi sento di svelarle», dice soltanto. «Orlando ha il dovere di dire ai cittadini quali sono le ragioni delle dimissioni del vicesindaco», chiede Giuseppe Lupo, segretario regionale del Pd. Marchetti come assessore al Bilancio, patrimonio e risorse finanziarie si occupava anche della gestione delle società partecipate e delle nomine. Forse questo il nodo, mentre Orlando ha appena nominato il direttore generale del Comune. La notizia ha sorpreso anche il capogruppo dell'Idv in Comune, Aurelio Scavone, che intervistato da Linksicilia. it racconta come Marchetti, in procinto di mettere a punto il bilancio preventivo, dopo quello consuntivo «aveva accertato che il “buco” di bilancio era più ampio di quanto certificato dal commissario del Comune, il Prefetto Silvia Latella», mandata a Palermo dalla ministra dell'Interno Cancellieri dopo le dimissioni dell'ex sindaco del Pdl, Cammarata. Una discrepanza non da poco, sempre secondo il capogruppo Idv: Latella aveva «certificato un ammanco di circa 104 milioni di euro», mentre «dovremmo essere ben oltre i 600 milioni». Ma i dati reali nessuno li conosce. Primarie, nuove regole per la sfida MARIAZEGARELLI ROMA POLITICA . . . Fioroni polemico: «Questo percorso serve solo a soddisfare ambizioni personali» . . . Scalfarotto: «Dal 2009 il mondo è cambiato Bersani fa bene a chiedere una nuova legittimazione» LoStatutoPdprevede cheil segretarionazionale sia ilcandidatopremier, maèallostudio lamodifica perconsentireanche adaltridiscendere inpista ILCASO Con una lettera appello prova a mettere la parola fine a una vicenda che gli ha procurato se non disagio istituzionale, sicuramente imbarazzo politico. Il presidente della Camera Gianfranco Fini, e presidente di Fli, dopo la polemica sollevata da alcuni articoli pubblicati dal quotidiano Libero in cui veniva “accusato” di far spendere allo Stato cifre sproporzionate per la scorta durante le vacanze estive, in una lettera pubblicata sulle pagine di Repubblica si è rivolto ieri al ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri chiedendo che vengano riviste le norme «per consentirmi di non godere più di un “privilegio legale”». Una mossa quella di Fini praticamente dovuta, come la sua presa di distanza dalle parole che il giorno prima il vicepresidente di Fli Italo Bocchino aveva usato proprio per criticare l'operato del ministro, accusando la Cancellieri di essere «inadeguata al suo ruolo». Da Bologna, il titolare del Viminale ha comunque lodato la presa di posizione di Fini: «Trovo molto bella questa volontà di rivedere, tutti insieme, alcune posizioni. Ci stiamo lavorando», ha commentato Cancellieri. L'obiettivo del presidente della Camera è, come ha spiegato nella lettera, evitare che la scorta si trasformi per lui in una «corte» che lo «omaggia». Fini chiede anche «ai tanti esponenti politici scortati di far sentire la loro voce e di agire contro quel muro di gomma e di ipocrisie che fa sì che in Italia cambiare le cose sia impossibile, a tal punto che perfino per vivere senza essere scortati pur non avendolo mai chiesto, occorre un trattamento di favore, una vera e propria raccomandazione! Può apparire una piccola questione - insiste il presidente della Camera - ma non lo è, perché dietro all'estetica della scorta c'è la credibilità della nostra democrazia e la sua capacità di migliorarsi». Apprezzamento per l'appello è arrivato dal Pd, ma a condizione che dalle parole si passi ai fatti: «Non si può non apprezzare la sua proposta di rivedere l'intera questione per rimuovere privilegi garantendo, al contempo, la sicurezza - dice Giorgio Merlo, vicepresidente della commissione Vigilanza Rai - purché adesso non ci si limiti alle enunciazioni». Mentre il deputato del Pdl Settimo Nizzi, ha invitato il governo Monti a «intraprendere un'azione concreta di riduzione degli sprechi di denaro pubblico», altrimenti «deve andare a casa prima delle ferie». Fini prova a liquidare la sua scorta: basta privilegi . . . Stumpo: «La revisione delle norme presto in assemblea. Ai gazebo entro dicembre» . . . Marchetti, ex assessore al Bilancio ed ex generale della Finanza, è tornato già alla Corte dei Conti Palermo: caos sul buco in bilancio, il vicesindaco lascia Dopo tre mesi scontro col sindaco Orlando Silenzio sulle motivazioni, lunedì la giunta Un seggio per le precedenti primarie del Pd FOTO ANSA sabato 18 agosto 2012 11
Vent'anni, incinta, si sentiva male: «Ho chiesto il permesso, si è offeso» APAG. 13 RUGGERO PALADINI AGRIGENTO Si toglie il velo per il caldo Picchiata dal marito I giocattoli geniali delpiccolo Cain Mazzonispag. 17 Missione dei ministri a Taranto. Ferrante: pronti a risanare Passera ai giudici: no a decisioni irrimediabili SimonaVinci: m'interessa soloscrivere DiPaolopag.20 U: QUANDOSIPARLADELL'EVASIONEFI-SCALENONÈIMPROPRIOUSAREPAROLEFORTI,COMEQUELLEDIMONTI. L'evasione è uno dei nodi cruciali che il nostro Paese deve tagliare se davvero intende avere una decente prospettiva di crescita. Vi è innanzitutto un aspetto macroeconomico: l'evasione si può calcolare nell'ordine di otto punti di Pil. Ammettiamo subito che è irrealistico pensare di eliminarla totalmente (forse anche in Finlandia qualche baby sitter non dichiara un paio di ore settimanali). Ma se ci ponessimo almeno l'obiettivo di dimezzarla? SEGUEAPAG.16 ILPUNTO PIETROGRECO Clini: «Accolte tutte le richieste del Gip tranne una. La chiusura» Dall'Ilva 146 milioni per la bonifica Che piacere rileggere iclassici Ferronipag. 18 Quel male che divora il Pil L'ANALISI EMILIOBARUCCI La crisi non è il sintomo di un fallimento degli Stati ma di un fallimento del mercato che a sua volta è stato salvato dagli Stati AmartyaSen premioNobel per l'Economia Platino e sangue: 34 morti negli scontri in Sudafrica Il dibattito che si va sviluppando in questi giorni in Italia intorno all'Ilva di Taranto (o l'industria o l'ambiente, o il lavoro o la salute) è drammaticamente vecchio. E mentre noi ripetiamo da anni gli stessi concetti, altri Paesi sono andati avanti. SEGUE APAG.5 La lezione tedesca Due anni alle Pussy Riot Ue: sentenza esagerata ILCOMMENTO MASSIMOLUCIANI Evasione,laguerraitaliana Monti: un danno enorme Va combattuta con «strumenti forti» Dopo il voto un governo politico Sulle intercettazioni a Napolitano: abusi gravi, interverremo APAG.2-3 Come un fiume carsico, riemerge sistematicamente la tentazione di ricorrere a misure straordinarie per abbattere il debito pubblico. Partiamo da qualche numero. Il debito pubblico è pari al 125% del Prodotto interno lordo e il suo finanziamento costa tra i 5 e i 6 punti di Pil. Questa situazione ovviamente non appare sostenibile: il debito dovrà essere ripagato dalle generazioni future. SEGUEAPAG. 4 Lotta al debito e strani rimedi Staino Trentaquattro morti, 78 feriti, il bilancio di un giorno di guerra davanti alla terza miniera di platino del mondo, a Marikana. Il Sudafrica è sotto shock, le tv mandano a ripetizione le immagini della strage, quei poliziotti che aprono il fuoco come un plotone d'esecuzione. «È stata legittima difesa», sostiene la polizia. Rocco Ronza, docente alla Cattolica di Milano: «Se il mercato produce l'apartheid sociale». APAG.7 Due segnali di pace da Taranto. Il primo è il governo che rinuncia al conflitto di attribuzione con il Gip, il secondo l'assegno da 146 milioni che l'Ilva promette di staccare per iniziare le procedure di risanamento. E il ministro dello Sviluppo Passera, inviato da Monti insieme al collega dell'Ambiente Clini, si appella ai giudici perché nei confronti dell'azienda non vengano «prese decisioni irrimediabili». RIGHI APAG.4-5 Il responsabile dell'Ambiente racconta a l'Unità la «maratona» dei ministri inviati da Monti a Taranto e anticipa che a breve riceverà i risultati della indagine interna sulla possibile commistione tra ministero e Ilva in occasione dell'autorizzazione Aia del 2011: «Lunedì prenderò le decisioni del caso: due membri hanno già rimesso il mandato». E i 146 milioni promessi da Ferrante? «Non sono un costo ma un investimento per riportare l'azienda dentro i criteri europei». DIGIOVANNI A PAG.5 REGGIO EMILIA CAMPOVOLO ROBERTO BENIGNI VENERDÌ AGOSTO27 Le tre cantanti russe condannate per «istigazione all'odio religioso» Critiche dagli Usa Amnesty: processo irregolare DEGIOVANNANGELI,MASTROLUCA APAG.6-7 CASTIGOSENZA DELITTO: PROTESTE A MOSCA DOPO LA DECISIONEDELTRIBUNALE INGRESSO LIBERO IN CONCERTO(gliam icidelprimotem po) STADIO LUCA C ARBONI SAMUELE BERSAN I PIERDAVIDE CARON E 25 AGOSTO 2012, ORE 21.30 CAMPOVOLOREGGIO EMILIA L'articolo che Gustavo Zagrebelsky ha pubblicato ieri su Repubblica sollecita qualche riflessione di sistema. La sostanza della tesi è che il conflitto proposto dal Capo dello Stato contro la Procura di Palermo sarebbe destinato a un sicuro accoglimento. APAG.9 La Consulta secondo diritto 1,20 Anno 89 n.227Sabato 18 Agosto 2012
A fine agosto riparte la «campagna europea» di Mario Monti. Al primo consiglio dei ministri della riapertura, fissato per il 24, i ministri Vittorio Grilli e Enzo Moavero faranno il punto sullo «stato delle cose»: si vaglierà l'andamento degli spread sui mercati nel mese d'agosto, per decidere la strategia da adottare. Obiettivo: rendere attuabile l'intesa politica di fine giugno sullo scudo anti-spread. Il premier e i suoi ministri economici sanno bene che settembre è il mese che molti a Bruxelles chiamano del «crunch time», cioè del momento decisivo sulle sorti dell'Unione. Molto si muove in questi giorni nelle cancellerie del vecchio continente. E non solo lì: molto è anche in mano ai cittadini. La «rigorista» Olanda andrà alle urne il 12 settembre, e nell'agone politico sta guadagnando terreno il partito socialista, grazie alla battaglia contro il «fiscal compact» e l'eccessivo rigore dei conti. In Germania il sommovimento è continuo. Lo dimostra l'altolà dell'altroieri di Angela Merkel contro chi attaccava le scelte di Mario Draghi. La prima tappa europea del premier sarà il 29 agosto proprio a Berlino, dove vedrà Merkel e riproporrà la sua tesi sulle «condizionalità» meno vessatorie per quei Paesi che hanno fatto riforme e ridotto il deficit. TAPPEEUROPEE Una settimana dopo, il 6 settembre, si riunirà il consiglio direttivo della Bce. Da quella riunione i mercati si attendono i dettagli tecnici sui possibili interventi della Banca in soccorso dei Paesi periferici annunciati da Mario Draghi a inizio agosto. Su questo si è scatenato l'assalto dei «falchi» tedeschi al presidente dell'istituto di Francoforte: ma a ben guardare proprio il vincolo posto da Draghi di una richiesta d'aiuto al Fondo Esm prima di far scattare l'intervento (con il suo «carico» di condizionalità) è un paletto piazzato proprio dai «falchi». Quello del 6 settembre è il primo snodo d'autunno. Il secondo sarà la decisione della Corte costituzionale tedesca sulla legittimità dell'Esm il 12 settembre. Si capirà solo in quei giorni come davvero reagiscono i mercati. Per ora gli investitori sono rimasti in attesa: la speculazione non si è scatenata nel mese tradizionalmente più esposto a variazioni repentine dei valori di Borsa. Evidentemente la guerra è stata solo rinviata. Per questo sarà cruciale l'Ecofin informale a Cipro di metà mese. Per quella data si verificheranno i progressi fatti sul percorso della costruzione europea. Un capitolo decisivo che Monti ha intenzione di portare al tavolo europeo è quello sul debito. Gli uffici del Tesoro stanno ancora verificando le proposte che si sono moltiplicate durante l'estate. La mossa di ieri in Svizzera fa pensare a una possibile intesa con la confederazione per la tassazione dei capitali esportati, il cui gettito potrebbe essere destinato all'abbattimento del debito proprio come prevede il piano Astrid inviato al governo a inizio mese. Una cosa è certa. Monti è determinato a varare un piano pluriennale, da presentare in Parlamento per ottenere il sì di tutte le forze politiche. In questo modo il professore riuscirebbe a schivare il rischio che la speculazione si scateni sull'onda dell'incertezza politica in vista delle elezioni. Allo stesso tempo, però, questa partita non è priva di trappole: è assai probabile che la «strana» maggioranza diventi ancora più instabile, se le misure proposte appariranno come un cappio per il futuro governo. NUOVAMAPPA DEIMINISTERI La prossima riunione del consiglio dei ministri dovrà «completare» quella tenuta prima delle ferie: ciascun ministero dovrà fare un rapporto sull'attuazione della spending review all'interno del proprio bilancio. Le misure già varate, infatti, riguardano sia il personale (con l'obiettivo di riduzione delle piante organiche) sia la spesa per beni e servizi, su cui il piano Bondi definisce criteri e obiettivi. Quello che ancora manca è la riorganizzazione funzionale della spesa dei ministeri, con una revisione della loro presenza sul territorio. In questo caso è impossibile dare direttive «centralizzate»: ciascuno dovrà ridisegnare il proprio perimetro, sul modello di quanto già fatto dalla Giustizia. Per l'autunno si prepara anche un fitto pacchetto fiscale. Al tesoro stanno già preparando tre decreti delegati per l'attuazione della delega fiscale, già depositata alla Camera. La riforma dovrebbe essere completata entro l'anno. Nel testo, tra le altre cose, la revisione del catasto, con l'aggiornamento delle misurazione (niente più vani, ma metri quadrati) e delle rendite. L'altra partita riguarda il riordino delle agevolazioni fiscali. Una materia difficilissima, si aspetta già da un anno (l'aveva aperta già Tremonti). Sarà sempre il sottosegretario Vieri Ceriani a seguirla, ma non è affatto detto che si arriverà a conclusione entro la legislatura: troppi gli interessi in campo delle varie lobby. Al tesoro si «combartte» anche la guerra per evitare l'aumento dell'Iva a metà anno. Servono almeno 6 miliardi. Finite le sperimentazioni, vedremo l'effetto che avranno sui furbi gli ultimi strumenti a disposizione degli 007 di Finanza e Entrate: redditometro, spesometro, tutoraggio dei grandi contribuenti, si affiancheranno ai blitz dei finanzieri negli ambienti vip e meno vip del Paese. Nella circolare dell'Agenzia delle Entrate in cui si parla delle linee guida antievasione per il 2012, si fa riferimento a «più di tremila grandi contribuenti sotto tutoraggio», ad «un quinto delle medie imprese nel Radar del Fisco (una sorta di mappa dettagliata delle imprese)», e ancora alle «persone fisiche ad alto potenziale contributivo», ovvero coloro i quali possiedono un patrimonio mobiliare e immobiliare che supera i cinque milioni di euro. E chissà se anche da noi si replicherà l'iniziativa britannica di qualche giorno fa, quando su un sito dell'ufficio delle tasse sono comparsi volti dei venti maggiori evasori: «Aiutateci a catturarli», chiedeva l'agenzia. Perché «l'evasore è un parassita della società», recita un noto spot televisivo. ILCASO L'ANALISI EMILIOBARUCCI Befera pronto a scendere in campo per l'Udc Ha lanciato una massiccia campagna mediatica contro gli evasori, inviando «truppe» di finanzieri nei posti più chic del Paese. Ormai Cortina non è più sinonimo di vacanze da vip, ma di scontrini non pagati. Ponte Vecchio, poi, con le sue bottegucce di orafi conosciute in tutto il mondo, si è trasformato in un campo di battaglia tra commercianti e Fiamme Gialle. Stesso dicasi per il centro di Milano, per via Condotti a Roma, per i luoghi di villeggiatura estiva. Una cavalcata fatta di visite-lampo dei militari e di interviste sui mass media del Direttore dell'Agenzia delle Entrate Attilio Befera. Il quale da qualche tempo, però, si è ritirato dal proscenio della comunicazione. Pochi interventi, solo rigorosamente ufficiali. Il dubbio sulle sue scelte per il futuro ha iniziato a serpeggiare tra gli addetti ai lavori e nei palazzi della politica. Oggi in molti danno Befera pronto a scendere nell'agone politico alle prossime elezioni. Il tam-tam delle indiscrezioni indica l'Udc come approdo. O per lo meno quella «cosa bianca» che potrebbe unire industriali (Emma Marcegaglia) e banchieri (Corrado Passera), economisti e studiosi di prestigiosi think tank. Ma le voci che si rincorrono sul nome di Befera dicono anche di più. Per esempio che molti partiti lo avrebbero voluto tra le loro file. Avrebbe ricevuto proposte a destra e sinistra. Alla fine ha scelto il centro. Per il momento, tuttavia, più che alla campagna elettorale il Direttore delle Entrate dovrà pensare alla campagna d'autunno. Si cercano risorse per evitare l'aumento Iva a metà anno, e magari per limare qualche aliquota Irpef. Da dove prenderle se non da chi non paga le tasse? Vista la «caccia all'evasore» inaugurata da Befera nell'ultimo anno, prima o poi le risorse per abbassare le tasse dovranno pur arrivare. Si spera. SEGUEDALLAPRIMA Già oggi, per finanziarlo, lo Stato italiano drena ingenti risorse dall'economia. La non comprimibilità di larga parte della spesa pubblica fa sì che lo Stato in queste condizioni non sia in grado di svolgere un ruolo adeguato nel welfare, negli investimenti e nella politica industriale. Nelle ultime settimane sono fiorite tutta una serie di proposte per abbattere il debito. Quelle avanzate da personalità di grande rilievo appaiono per lo più boutade estive, frutto della pochezza del dibattito politico o dell'acume di qualche commentatore con la verità ‘‘facile'' in tasca. Un'ancora importante per orientarci è rappresentata dal fatto che le privatizzazioni e tutte le manovre straordinarie dal 1994 a oggi hanno fruttato meno di 250 miliardi di euro. Considerando il fatto che si è partiti dismettendo le cose più facili, appare alquanto improbabile riuscire a privatizzare attività per 400 miliardi come vorrebbero Alfano e Brunetta. Spararla grossa può far colpo sull'opinione pubblica ma è anche un sintomo di poca serietà. Il secondo elemento che lascia perplessi è il meccanismo messo in campo. Spesso la valutazione degli asset non tiene conto della capacità del mercato di assorbire le operazioni (in momenti di crisi non è facile privatizzare). Per sopperire al problema si disegnano veicoli e incentivi che dovrebbero garantire il successo dell'operazione e si finisce spesso per fare appello allo spirito patriottico dei risparmiatori e delle istituzioni finanziarie che in modo più o meno volontario dovrebbero aderire al progetto. La proposta più articolata e ricca di spunti è quella di Astrid (detta Amato-Bassanini) che prevede operazioni per 174 miliardi in cinque anni. Seppur gonfiata nell'importo, la proposta ha il merito di partire da una valutazione degli asset realistica e di non trascurare il rischio esecuzione del progetto. Le linee di intervento sono cinque: dismissioni di immobili (72 miliardi), dismissioni di aziende pubbliche (40 miliardi), valorizzazione delle concessioni (30 miliardi), tassazione dei capitali in Svizzera (17 miliardi), gestione del debito (15 miliardi). Le cifre sono ottimistiche ma alcune linee di intervento appaiono condivisibili e praticabili. Visto l'ingente - e mal utilizzato patrimonio pubblico immobiliare, puntare sulla sua dismissione appare corretto, gli ostacoli vengono dal fatto che il grosso degli immobili è in possesso degli enti locali e che la loro valorizzazione necessita di un non facile coordinamento con le politiche urbanistiche. Occorre creare i giusti incentivi per gli enti locali. Condivisibile appare anche l'idea di passare tramite fondi immobiliari che alla prova dei fatti si sono dimostrati essere lo strumento più efficace. Interessante appare anche l'idea di cartolarizzare i proventi delle concessioni anche se deve essere chiaro che si anticipano entrate (certe) future. Mentre l'idea di passare tramite vincoli e incentivi sulla gestione del debito per ridurne il costo appare pericoloso e dalla dubbia efficacia, sicuramente praticabile è la proposta di un accordo con la Svizzera simile a quello stipulato da Germania e Inghilterra sui capitali non scudati. Un'ultima considerazione sulla dismissione delle imprese pubbliche: sarà difficile raggiungere 40 miliardi senza cedere Eni e Enel, ciò non toglie si possa dismettere qualche azienda (un pezzo di Poste ad esempio). Anche la privatizzazione delle ex municipalizzate appare complicata senza prima mettere mano a una loro aggregazione. Cassa depositi e prestiti, previa una più precisa definizione della sua missione e della struttura proprietaria, può giocare un ruolo importante. Nessuno ha la ricetta magica ma un piano per dismettere asset per 15 miliardi all'anno nei prossimi 10 anni, come auspicato dal ministro Grilli, è fattibile e il progetto Astrid (diluito nel tempo) rappresenta una buona base di partenza. Visto che un progetto del genere non giungerà a maturazione prima delle elezioni, sarebbe bene che gli aspiranti leader si esercitassero sulla materia sin d'ora evitando le boutade estive. B.DI G. L'agenda d'autunno: cruciale l'appuntamento con l'Europa A fine mese il premier incontra Merkel I mercati aspettano le decisioni della Bce e dell'Ecofin BIANCA DIGIOVANNI ROMA Obiettivi realistici e sparate estive del piano antidebito . . . La proposta più chiara è quella di Astrid, ma certo non si realizzerà prima delle elezioni . . . I ministeri lavorano a una riforma funzionale con la revisione delle sedi sul territorio sabato 18 agosto 2012 3
FLAVIAMATITTI FIRENZE È PROPRIO VERO CHE L'ARTE NASCE DALL'ARTE? CHE NESSUNO PUÒ PARTIRE DAL NULLA MA SOLO DA CIÒ CHE È GIÀ STATO FATTO? NELL'ILLUSTRARE L'IMPORTANZA DELLA TRADIZIONE, AI FINI DELLA CREAZIONE artistica, Ernst H. Gombrich era solito ricorrere al paragone col gioco della «culla di spago», quel gioco che si fa da bambini e che consiste nel passarsi una forma, realizzata con lo spago, che ciascuno riceve tra le dita, modifica e poi consegna nelle mani di un altro. Ma non si rischia di trovarsi, alla fine, con le mani legate? Certo doveva pensarla così Boccioni, capofila dei futuristi, quando sosteneva che il passato va dimenticato, perché «dimenticare in arte vuol dire rinnovarsi». E in effetti è ormai da molto tempo che il delicato equilibrio fra tradizione e innovazione, per secoli alla base dello sviluppo dell'arte occidentale, appare in crisi. Ma allora quale rapporto intrattengono col passato gli artisti di oggi? Una ricca e variegata panoramica sui diversi modi di accostarsi agli antichi maestri è offerta in questi giorni dalla bellissima mostra Arte torna arte (Firenze, Galleria dell'Accademia Fino al 4 novembre; catalogo Giunti), curata da Bruno Corà, Franca Falletti e Daria Filardo, che riunisce oltre quaranta lavori di trentadue artisti contemporanei posti a dialogare con le opere conservate nella Galleria dell'Accademia di Firenze. CORRISPONDENZEEAFFINITÀ Certo detta così l'operazione può sembrare azzardata, perché stiamo parlando di sale che custodiscono il David e i Prigioni di Michelangelo, preziose pale d'altare medievali e rinascimentali, delicati gessi neoclassici. Invece, in questo caso, l'esperimento appare pienamente riuscito. Corrispondenze e affinità formali o simboliche si vengono infatti a creare, come per incanto, tra la Venere del Pontormo e la contorta figura maschile sospesa di Louise Bourgeois; tra il gesso del RattodelleSabine del Giambologna e il Carrosolare di Eliseo Mattiacci; tra la Pietà di Andrea del Sarto e l'ascetica installazione di Kounellis; tra il possente David di Michelangelo e quello kitsch ed effeminato di Feldmann; tra le tavole a fondo oro del trecento fiorentino e i monocromi di Yves Klein o il pavimento specchiante fratturato di Alfredo Pirri. Grazie al sapiente allestimento, le opere entrano dunque in risonanza fra loro dando vita a un cortocircuito fra antico e moderno che, da un lato, offre l'occasione per avvicinare al contemporaneo un pubblico più vasto del solito, dall'altro, parafrasando Croce, ci ricorda che tutta l'arte è arte contemporanea, perché il punto di partenza da cui noi la guardiamo è sempre l'oggi. E questa era anche la convinzione di Luciano Fabro, artista tra i più noti del panorama italiano, scomparso nel 2007, cui la mostra rende omaggio attraverso il titolo, che cita appunto quello di una sua raccolta di interventi uscita nel 1999. E così l'esposizione è anche un invito a guardare l'arte del passato con gli occhi degli artisti contemporanei. La pittura sacra, per esempio, attraverso Burri o Bill Viola. Insomma, un gioco di continui nessi e rimandi, tanto più affascinante perché come osservava Luigi Ghirri: «Noi probabilmente non ce ne accorgiamo, ma abbiamo la testa piena di relazioni». LaNottedellaTaranta arriva inAfghanistan conBregovice lemondine VALERIATRIGO ROMA INBREVE CULTURE Quegliantichi contemporanei Igrandimaestridelpassato edioggi insiemeinmostra «Artetornaarte»allaGalleriadell'AccademiaaFirenze dovelaVeneredelPontornoriviveal fiancodellacontorta figuramaschilesospesadiLouiseBourgeois LA NOTTE DELLA TARANTA ARRIVA AD HERAT IN AFGHANISTAN, DOVE È STANZIATO IL CONTINGENTE MILITARE ITALIANO. È LA NOVITÀ DI QUESTA QUINDICESIMA EDIZIONE DEL FESTIVAL CHE SI CONCLUDE IL 25 AGOSTO col tradizionale Concertone di Melpignano che sarà trasmesso in chiaro in diretta nazionale su Cielo (canale 26 del digitale terrestre). Il collegamento in video via satellite permetterà ai salentini (e non solo) impegnati in missione di poter seguire la manifestazione. «Per La Notte della Taranta si tratta di un tassello importante nella creazione di un legame sempre più stretto con il territorio e con gli abitanti del Salento, anche con quelli che, per un lavoro così difficile, sono lontani migliaia di chilometri dalla loro casa», spiega il presidente della Fondazione La Notte della Taranta, Massimo Bray. «Come istituzione impegnata nello studio e nella diffusione della cultura popolare salentina, abbiamo condiviso con entusiasmo la proposta di questo gruppo di giovani desiderosi di stringersi alla loro terra durante questo appuntamento così sentito per il territorio». L'edizione 2012 de La Notte della Taranta è interamente incentrata sul progetto musicale di Goran Bregovic, che ha scelto di fare del palco di Melpignano il territorio di incontro artistico e umano tra le due sponde del Mediterraneo. Un ritorno alle origini per il festival salentino, con Bregovic che arriverà a Melpignano con la sua Wedding & Funeral Band, per scrivere, insieme con i virtuosi dell'Orchestra «La Notte della Taranta», una partitura in cui le musiche del vasto repertorio della musica popolare salentina dialogheranno con le atmosfere fortemente evocative delle brass band balcaniche. La cultura bandistica ha infatti un ruolo chiave nella costruzione delle musiche che animeranno il palco il 25 agosto; non a caso Bregovic ha voluto con sé sul palco il Concerto Bandistico di Racale, interprete di una maniera sociale del fare musica, che nel Salento ha ispirato generazioni di musicisti, cresciuti grazie alla formazione all'interno delle bande. Sul palco, tra le note della pizzica, salirà anche il Coro delle Mondine di Novi. VASTOFILM FESTIVAL Un'edizione tutta«rosa» Saràtutta al femminile l'edizione numero17 delVastoFilm Festival, 30 pellicole inproiezione nellacittadina abruzzese finoal 23agosto.Quest'anno il temadell'eventoè «LaRinascita». Quattroprotagonistedelcinema italianoriceveranno ilpremio del festival: staseraValentinaLodovini, il 19 ValeriaSolarino, il 20 StefaniaSandrelli e il 21 Valeria Golino. La formulasarà quellacollaudata delle precedenti edizioni:nel cortile diPalazzo d'Avalos sarannoaccolti gliospiti e proiettati i filmprincipali e leanteprime; lealtre duesalecinematografiche sono all'aperto. SopraBillViola, «Surrender»(2001) Inquesta immagineLouise Bourgeois, «Arch of Hysteria»(1993) FOTO DI RABATTI & DOMINGIE, FIRENZE LAMOGLIE DIBRESSON Addioalla fotografa MartineFranck Èmorta all'etàdi74 anni la fotografa belgaMartine Franck,exmembro dell'agenziaMagnumeseconda moglie diHenriCartier-Bresson. Nata in Belgio nel 1938, la Franckera arrivata a Parigi neglianniSessanta eaveva lavorato comeassistente didiversi fotografi. Nel 1966,mentrerealizzava foto dellamoda pariginaper ilNew York Times, conobbe Cartier-Bresson;quattroannidopo idue si sposarono. Dopo la morte delcelebre fotografo, fu co-fondatrice della Fondazionecheporta il suonome,di cui erapresidente. I funerali si terrannooggi aLuberon,nel sudest dellaFrancia, dovegiàèsepolto ilmarito. ILBASSISTA DIELTON JOHN Forsesuicida RobertWayneBirch L'exbassista di EltonJohn, il 56enneRobertWayneBirch, èstato trovatomortoconun colpo d'arma alla testanei pressidella sua abitazione,presso Los Angeles.La poliziasipensa aun suicidio, anchese nonèstata ritrovataalcuna notasu questa intenzione. Birch lavoravacon EltonJohn dal 1992, ehapartecipato a quattrodegli albumdel cantante britannicoea uno dei suoimaggiori successi internazionali,Candle in the Wind. Il bassista hasuonatoanche conTina Turner,StevieWonder, Eric Clapton,John Mayer,Cher,Sting, The BackstreetBoyseTheSpice Girls. U: 22 sabato 18 agosto 2012
Il sole buca ancora le finestre nonostante il crepuscolo, ma al terzo piano della prefettura i ministri sorridono e rassicurano: pace fatta col mondo, garantiscono loro per il futuro dell'Ilva. Sul passato, appunto, non è che ci si può mettere una pietra sopra. Ci penseranno, appunto, i magistrati e le loro inchieste. «Non c'eravamo e non ci riguarda», dicono quasi all'unisono Passera e Clini, seppellendo l'ascia di guerra che sembrava mulinare sulla testa dei giudici di Taranto. Al piano di sopra ci sono belle foto in bianco e nero di Uliano Lucas, c'è Paolo VI che passa e saluta tra due ali di operai dentro l'Ilva, e c'è un altro operaio che bacia la mano di Woytila. Istantanee a ricordare che da queste parti la grande acciaieria è una cattedrale laica da tempi molto più remoti di questi in cui si parla di autorizzazioni, tecnologie, tavoli tecnici e investimenti. Tocca a Vendola, perché l'abbraccio che vuole salvare la fabbrica parte da Bari e finisce a Roma. È proprio il governatore che sottolinea la pace, o la tregua, col palazzo di giustizia: «Abbiamo sgombrato il campo da un conflitto inutile e pericoloso, percorrendo la strada del dialogo ma anche dell'eliminazione delle ragioni che hanno portato ai provvedimenti di sequestro. Ilva deve esorcizzare l'inquinamento, non la magistratura». Prima di lui, Bruno Ferrante ha spiegato che Ilva metterà in campo 146 milioni, 90 più altri 56, per l'ambiente: in parte secondo quanto prevede l'autorizzazione integrata ambientale 2011, in parte per gli accordi presi con la Regione e il resto «per propria iniziativa». Non è il plafond che sistemerà l'emergenza ambientale di Taranto, come ammette il governatore, anche perché le stime parlano di un ricorso al portafogli per svariati miliardi di euro, ma sono tutti d'accordo a dire che è un inizio. Un atto di buona volontà, diciamo. Corrado Clini lo sottolinea e racconta la giornata fitta di incontri, tra enti locali, azienda e sindacati, per fare il punto di un percorso iniziato nel maggio scorso, «col progetto di riqualificazione ambientale del territorio di Taranto» che comporterebbe anche finanziamenti europei e un progetto per far finalmente decollare il porto. Il ministro spiega che entro il 30 settembre ci sarà una nuova Autorizzazione integrata ambientale (Aia), perché quella rilasciata il 4 agosto di un anno fa con la firma del ministro Prestigiacomo – oggetto peraltro di un'inchiesta su presunti aggiustamenti e favori fatti all'azienda dagli organismi tecnici – deve essere rivista per le decisioni del Tar, ma anche per quello che dice l'indagine della procura e i responsi delle perizie, così come le osservazioni della regione sul tema benzoapirene e polveri sottili. Ma soprattutto, come ripete più volte Clini, per quello che dispone l'Unione europea che ha fissato al 2016 l'adeguamento della produzione siderurgica secondo le Bat, Best available technologies, in pratica i migliori standard disponibili per ridurre o azzerare l'impatto ambientale, e nello stesso tempo per rendere le imprese manifatturiere sempre più competitive. È questo, spiega Clini, l'obiettivo che il governo si è dato «perché l'Ilva è una grande impresa europea e noi vogliamo che ottenga questi obiettivi quattro anni prima del termine che ha dato l'Europa». Per fare questo, nella nuova Aia saranno recepite anche le prescrizioni del gip Todisco: tutte, a parte lo stop agli impianti, dicono in coro le istituzioni. Le Bat, in realtà, erano disponibili molto tempo fa, anche quando è stata redatta l'Aia che verrà archiviata tra un mese e mezzo. Così come parte della commissione che l'ha compilata e che, a quanto pare, è finita nel mirino degli inquirenti: «Alcuni membri hanno dato la loro disponibilità a rimettere il loro mandato e comunque ci saranno contributi da Ispra e altre competenze nei gruppi istruttori» spiega il ministro. La prima riunione del tavolo tecnico è prevista per lunedì, la Regione fa sapere che la cabina di regia funziona già a pieno ritmo, ma le questioni sul tavolo restano tante e con loro i dubbi. I parchi minerali, per esempio, e l'enorme quantità di polveri che si sollevano verso il Tamburi e la città. Sarà sufficiente il barrieramento che vuole predisporre l'Ilva, 21 metri di altezza per due chilometri, per coprire 78 ettari di minerali e ferro a cielo aperto? L'Arpa Puglia aveva detto che non è sufficiente, ma le istituzioni sembrano convinte dall'azienda. Il ministro Passera ha sottolineato che è stata una giornata importante, e che «si sono scongiurati provvedimenti irreversibili». «Non ci sono chiare evidenze tra le emissioni attuali e i danni alla salute» ripete il ministro dello Sviluppo, ma i magistrati e i periti dicono esattamente il contrario, parlando più volte di «malattia e morte» nel ciclo produttivo dell'acciaio. La pace è fatta, ma durerà? L'INCHIESTA Nell'informativadellaGdf il ruolodiArchinàe lasua retedi favoriecorruzione Isospetti sull'Aiadel2011 concessadalministero Il fascicolopassaaRoma? S.M.R. INVIATO A TARANTO LAMANIFESTAZIONE Un piccolo mondo mamolto potente, fatto diamici, favori e rapportistretti. L'inchiesta“Ambiente venduto”che per l'ipotesi di corruzione in atti giudiziari mette sotto accusa i vertici dell'Ilva, pare si stia espandendo verso i confini della politica e delle istituzioni. L'informativa della Guardia di Finanza allegata al fascicolo aperto dal pm Remo Epifani ha messo sotto accusa la rete di complicità costruita da Girolamo Archinà, l'ex uomo delle pubbliche relazioni di Ilva, per garantire sonni tranquilli all'azienda. Ma non è l'unico filone sul quale sono al lavoro gli inquirenti, perché il numero degli indagati pare molto superiore ai cinque presenti negli atti depositati dalla procura al tribunale del Riesame, lo scorso 7 agosto scorso, in una discovery che secondo i magistrati doveva servire per dimostrare la capacità di corruzione ambientale del gruppo Riva. C'è a quanto pare anche un secondo livello, che riguarda politici ed istituzioni, visto che la lente degli investigatori si è posata sull'Autorizzazione ambientale integrata rilasciata il 4 agosto 2011. Su quel documento, per cui l'Ilva ha fatto ricorso al Tar perché troppo «severo», ci sono forti sospetti di aggiustamenti coi tecnici e i funzionari incaricati di prepararla. I reati ipotizzati infatti sarebbero corruzione e concussione e, siccome si parla di un provvedimento emanato dal ministero dell'Ambiente, non è detto che il fascicolo non finisca – o sia già finito – sul tavolo della procura di Roma, che avrebbe una competenza per le indagini. A maggior ragione se, come trapela da indiscrezioni, in questa vicenda sia davvero coinvolto anche qualche parlamentare. Erano tanti e molto altolocati, a quanto filtra dagli ambienti investigativi, gli amici dell'Ilva. Tra di loro, secondo l'informativa della Gdf, c'è sicuramente il professor Lorenzo Liberti, ex preside del Politecnico di Taranto. È lui l'uomo a cui Archinà consegna una busta bianca dopo aver prelevato 10mila euro dalle casse dell'Ilva. A quei tempi, marzo 2010, Liberti faceva parte del collegio di esperti scelti dalla procura per una perizia sull'inquinamento da diossina a Taranto. Le conclusioni del professore hanno di fatto assolto l'azienda e il camino 312, insieme a lui hanno lavorato anche il professor Cassano e l'ingegner Roberto Primerano. Tra le numerose intercettazioni compiute dalla Gdf, alcune riguardano proprio Liberti e Primerano e si riferiscono all'incarico avuto dai magistrati. In una conversazione del settembre 2010, Primerano dice al professore: «La prima mancano, manca la mia firma, su questa ci sta solo la mia, onde evitare che...». Liberti risponde a quello che viene considerato il suo pupillo: «Metti tu la firma per tutti e tre, fai uno scarabocchio, per tutti e tre! Chi cazzo va a controllare?». Come ricostruiscono gli inquirenti, il dialogo si riferisce alla stesura definitiva della perizia firmata il 2 settembre 2010. I due ne avevano già parlato nel maggio precedente, discutendo di valori di campioni che avrebbero poi rivisto, consegnando un dossier con “errata corrige”. Liberti infatti all'epoca dice a Primerano: «(...) Insomma, evidentemente il colpevole sta altrove e noi continuiamo ad accanirci con questi (l'Ilva ndr)». E poi poco dopo, nella stessa conversazione: «Se l'oggetto del contendere non c'è, son polveri normali, che cazzo ce ne frega delle polveri!». Il professore è stato poi smentito clamorosamente da una successiva perizia e dall'Arpa. Questi dati, insieme a quelli sul benzoapirene e sulla presenza di polveri al Tamburi, sono stati infatti l'architrave su cui la procura ha poi costruito l'impianto accusatorio che accusa l'Ilva di disastro ambientale doloso e colposo. Per una coincidenza, nel dicembre 2010, il professor Liberti fonda poi la Teta, spin off del politecnico di Bari che si occupa di ingegneria ambientale e che ha tra i suoi clienti proprio l'Ilva. E alla Teta e ad una strana triangolazione di rapporti pare ricondurre anche la vicenda di una discarica realizzata a Statte, comune alle porte di Taranto. Rappresentava l'Arpa, nella commissione sul progetto, l'ingegner Roberto Primerano, il pupillo di Liberti. È poi venuto fuori che Primerano sarebbe stato collegato in qualche modo alla stessa Teta. Ma, soprattutto, che tra i clienti della Teta c'era e c'è ancora l'Italcave, ossia proprio la società che ha realizzato la discarica. Tra dubbi e sospetti di sovrappozioni e incompatibilità, dicono che Primerano ha smesso di partecipare ai lavori per la discarica, sostituito dall'Arpa con un altro tecnico. ILCASO TARANTO SALVATOREMARIARIGHI INVIATO A TARANTO Aria di tregua, Ilva promette «146 milioni per l'ambiente» La città protesta in piazza: «Basta con le morti» «Afebbraioscorso eragià tutto pronto per il suo funerale,poi per fortuna le cosesonomigliorate». Nondeveessere facilegirare tra la gente con unagrande fotodel tuobambino in un letto di ospedale, tra tubi, sondeemacchinari. EppureMauroZaratta, anni 34, gli ultimi nonpropriamente indimenticabili per viadelle terapie edel calvariodel figlio Lorenzo, tre anni, non si stanca di ripetereche luioggi èqui proprioper questo.«Perché lascienza non può dirmicon certezza che il tumore cheha colpitomio figliosia dovuto all'inquinamentodiquestacittà, dell'Ilva edi tutte lealtre cose,ma non può nemmenoescluderlo.Quindi a tutte questepersone, alla gente dellamia città,vogliodire che devonoapriregli occhiperché certecosesuccedono di continuo,enon devono succedere più». Maurogira gliocchi verso la foto di Lorenzo,appesasu un cartelloche porta ingiroperpiazza Maria Immacolata, dovedi buon mattinosi sonoradunati tuttiquelli che non vogliono la stessa cittàalcui capezzale, qualche centinaio dimetri oltre,dentro la prefettura, si sonoprecipitate istituzionie politici tra divise, transenne, elicotteri, caschi, manganelli,giubbotti eocchiali scuri. La prefetturacome Fort Apache epoi centinaiadipersone, giovani, adulti, coppie, famiglie, ragazzi, bambini in passeggino,un fiumepacificoche è ormai irrimediabilmente l'altraTaranto. Il “Comitato cittadinie operai liberie pensanti”,come dicono i fondatori, ha “spezzato lecatene”ed ecco lestorie e le faccecome quelledi Mauroche nel frattempoè andatovia, aFirenze,e dice chenon è venuto inpiazza perLorenzo, «perchése fossecosì dovrei esserecon lui cheoggi avevaun'altra sedutadi chemio».Sta inmarinae sì, annuisce quandoglidicono cheanche l'Arsenale ha fatto probabilmente la sua parte, per ridurrequestacapitaledella Magna Greciaaduna speciedi Bhophal italiana. Sulpalcosialternano levoci e le parole chehanno tutteunadedica,uno dei grandistriscioni bianchipiantati come croci:«Todiscoresisti». Nonè stato facile, lodicono pochi ma lopensano quasi tutti,perché daqueste partiun anticoadagiorecita ancora «ceme ne futt»,e sechiedi in giro ti diconoche forseè proprioquesto ilproblema di Taranto,molto oltre la diossina, la disoccupazionee idisastridelle ultimi amministrazioni«I nostrimorti, ce vestr muert»dice un altrostriscione dispiegatoper terra, senzabisogno di traduzionequando l'ironiadiventacosì amara.Arrivaun signore sui sessanta, cominciaa bisticciarecon dei ragazzi, la piazzarumoreggia, si sposta inun corteoche fa poche decinedi metrie si devefermare di fronte al cordonedelle forzedell'ordine.Raffaele eAmadeo sonofratelli ecoltivavano cozze insieme,hanno imparato dabambini a farlo,come tanti qui. «Abbiamodovuto chiuderetutto dueanni fa, senza un soldodanessuno,e adessodobbiamo inventarcicome campare. Nemmeno permare sipuòandare, finoaCrotone nonsipesca più nulla»dicono quasi insieme,altre due vite in bilico da raddrizzare. S.M.R. Il corteo che ha attrversato Taranto, durante il vertice in Prefettura FOTO DI RENATO INGENITO/ANSA L'inchiesta punta a svelare le complicità politiche . . . Vendola: «Sgomberato il campo da un conflitto pericoloso, percorrendo la strada del dialogo» . . . «L'azienda eliminerà i motivi alla base del sequestro, si combatta l'inquinamento non i pm» L'incontro a Taranto fra i ministri Clini e Passera, gli enti locali, i sindacati e l'azienda Il titolare dello Sviluppo si appella ai giudici: «Scongiurare provvedimenti irreversibili» 4 sabato 18 agosto 2012
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