L'opinione Il rischio di derive razziste nell'Europa di oggi Flore Murard Yovanovitch DOPO IL MURO ANTI-CLANDESTINI, IL 7 AGO-STOSCORSO,NELSILENZIODEIMEDIAITALIANI,LAPOLIZIAGRECA ha organizzato la più grande retata di massa della storia europea del dopoguerra: 4.500 agenti mobilitati per fermare gli stranieri, per strada e dal colore della pelle, e controllare i documenti; denominata incongruamente «Zeus Xenios» (il dio dell'ospitalità), l'operazione ha portato al fermo di 6.000 persone (trattenute in luoghi non identificati) in due giorni e 1.600 migranti irregolari destinati all'espulsione. Il ministro dell'ordine pubblico Nikos Dendias ha giustificato l'operazione dicendo che la Grecia nella presente crisi economica non si può permettere «un'invasione di immigrati» e richiamato alla «sopravvivenza nazionale», in un'aggressiva retorica che risente di quella della neo-nazista Alba Dorata. La retata si deve, infatti, leggere nel contesto dei numerosi e crescenti attacchi e aggressioni ai migranti per strada: nell'esplosione della violenza xenofoba in Grecia. Ma la situazione del nostro vicino, non è caso unico in un'Europa che ovunque espelle deporta e detiene migranti, tenta pogrom anti-rom, ed è gravida di un neo mostro nazionalrivoluzionario. In un'Europa, che ha di nuovo il volto del filo spinato e dell'annullamento del diverso, serpeggia un «disumano» rimosso, tabù. Come se il regime economicista avesse già anestetizzato le menti, incapaci di vedere oltre lo spread, le disuguaglianze, oltre i pareggi di bilanci, le vere pulsioni (non coscienti) in corso. E una classe politica ignorante della tragica storia occidentale, preferisse leggere grafici (di Moody's), quando dovrebbe studiare Erich Fromm e Joseph Gabel e prendere sul serio il monito di Gáspár Miklós Tamás sulla formazione del nuovo fascismo europeo difensivo. La politica, almeno lei, non ha il diritto di fare suo l'assunto assai divulgato stando al quale il nazismo sarebbe cosa del passato e il razzismo «un effetto collaterale della modernità» (Burgio), quando sta risorgendo con nuova violenza dall'Ungheria alla Norvegia, milizie neofasciste e attacchi anti-migranti. La cecità della politica di fronte alle mutazioni in corso - è per non essersi mai interessata (ed esserne ancora terrorizzata) alla dimensione nascosta: al latente; non visibile ai cinque sensi ma che è esistente. Deriva da una cultura razionalista che ha appiattito l'essere umano sulla dimensione unicamente materiale, utilitaristica, dei bisogni, negando la sua dimensione profondamente non materiale e senza coscienza. Anche un bambino coglierebbe che la crisi odierna non è solo economica ma in primis antropologica, e forse peggio, psichica: collasso dell'identità europea. Tutte mutazioni chiavi di cui non si discute, meglio farsi ossessionare da «spread» e «scudo», in un nuovo immaginario di guerra civile suicida, piuttosto che pensare un'alternativa più umana. Intanto quei veri suicidi /omicidi, depressioni, pulsioni e attacchi anti-diversi, appaiono come i segni precursori di una violenza e di una demartiana «apocalisse culturale». La sinistra e la politica tutta non può più, oggi, sfuggire ad un discorso scientifico sulla psicopatologia e la violenza invisibile (il suo studio dovrebbe essere inserito nel curriculum dei leader) e ad una ricerca sul non cosciente delle «pulsioni». Di fronte ai movimenti sotterranei e tellurici in corso nella psiche Europa, sembra urgente interessarsi alla realtà umana (che non è solo bisogni ma esigenze di realizzazione di un'identità sana, in dialettica con il diverso da sé) fare uscire le interpretazioni psichiatriche dai libri, farne uso «politico» per afferrare quello che serpeggia, sotto, nell'inconscio europeo (se un tale esiste). Per interpretare le dinamiche inconsce e le inedite conseguenze sociali, in parte ancora sconosciute delle misure di austerità (salva finanza - ammazza società), che si profilano già come mostruose. Una sinistra davvero nuova deve «reagire», praticare una «contro-cultura» risanante, è una responsabilità e necessità storica che non può più ignorare. LATERRIFICANTEVICENDADELL'ILVADITARANTO,PUÒ SERVIRE ALMENO AD APRIRE UNO SQUARCIO SU UNA QUESTIONE NAZIONALE RIMOSSA. Può essere utile la lettura di un libro che porta uno strano titolo: «Una finestra al quarto piano» (Ediesse).. Trattasi della finestra posta al quarto piano della sede della Cgil di corso d'Italia a Roma. Qui opera, come coordinatore del dipartimento “coesione sociale e Mezzogiorno” l'autore Franco Garufi che, con la collaborazione di Andrea Montagni e Frida Nacinovich, ha dato alle stampe un testo atto a capire queste nostre terre nel loro passato e nel possibile futuro. Lui, Garufi, da quella finestra immagina le terre che si allungano tra il Tirreno e l'Adriatico. È quasi un romanzo, mentre scorrono le sequenze di Bronte, Melissa, Avola, il “piano” di Di Vittorio, i moti di Reggio Calabria, la contrattazione programmata di Trentin la concertazione di Prodi. Fino ai "forconi" di oggi, quando la crisi recessiva che attanaglia il nostro Paese corre a due velocità come spiega Susanna Camusso nella prefazione. È la storia di una terra complessa, ricca di energie vitali, passata da tentativi di industrializzazione (ricordate l'Italsider di Bagnoli?) alle trasformazioni di oggi col rischio che si saldino, spiega Garufi, due estremi: i corporativismi e la disperazione di chi non ha niente. Con un sindacato troppo preso dalla difesa di una cittadella assediata, con le camere del lavoro più ricche di servizi ma non di rappresentanza e capacità contrattuale. Mentre la sinistra politica sembra considerata in preda all'afasia. È urgente correre ai ripari perchè, avverte Garufi, "il punto di rottura è prossimo". Il libro conclude con l'esposizione di tredici idee per un futuro diverso. Anche se, spiega l'autore, il "vero handicap è il vuoto di funzionamento della democrazia". Sono da segnalare nelle 170 pagine del testo le numerose note polemiche nei confronti di quanto si espone, a firma NdaAM ovvero Andrea Montagna, uno dei collaboratori. Una singolarità. che testimonia del pluralismo in casa Cgil. L'obiettivo comune rimane però quello di ridare al Mezzogiorno un ruolo di volano per il Sud. Impresa titanica ma decisiva. Come è stata a suo tempo la citata scommessa, giocata e vinta dai tedeschi con la loro unificazione. Qualche spiraglio lo si può scorgere, come osserva nella postfazione la giovane segretaria confederale Sorrentino, nei progetti del ministro Fabrizio Barca. Ma ci sarà bisogno di una seria mobilitazione nazionale.Almeno in questo possiamo copiare i tedeschi unificanti (e ricordare loro il sostegno a suo tempo ricevuto). http://ugolini.blogspot.com Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta ViaOstiense,131/L 00154, Roma lettere@unita.it Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 Piùattenzioneai deboli occorre dare seguito alla notizia apparsa sui quotidiani circa la situazione dell'avviamento al lavoro delle persone disabili e portatrici di disagio (meno 75% di avviati al lavoro dall'inizio della crisi). Ho piacere di suggerire alcuni temi sui quali dovremmo articolare la riflessione insieme a quelli “storici”. Partiamo dal nomenclatore per gli ausili che ancora non prevede la disponibilità di tecnologie informatiche di ultima generazione per la riduzione dell'handicap. I miei soci disabili con i quali parliamo del nostro futuro, laureati e diplomati, si chiedono come dare dignità al loro lavoro sottopagato e a volte «concesso per solidarietà pelosa» anche da illuminati amministratori di centrosinistra. A questo proposito, per continuare con le riflessioni, varrà la pena chiedersi come mai la maggioranza di governo, che ha accettato in silenzio le modifiche «ideologiche» all'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, non abbia pensato a modificare la legge 68/99 prendendo atto del fatto che il mercato del lavoro è cambiato anche per le cosiddette categorie protette e sicuramente le protegge molto meno di prima e solo quando per le imprese sotto organico scattano le limitazioni per la partecipazione a gare d'appalto. Ed anche in questo caso solo quando i Centri per l'impiego sono attenti e puntuali. Sarebbe giusto cominciare a pensare che non solo l'impresa inadempiente non possa partecipare alla gara d'appalto ma che anche la stazione appaltante non possa proporre alcun appalto in quanto a sua volta inadempiente sul tema delle quote di lavoro riservate alle imprese sociali come sul proprio organico. In questo ambito ci sarebbe da normare «il lavoro da remoto», l'esternalizzazione di lavori di back office e, prima ancora, la diffusione dell'informatica e del suo utilizzo a fini di inserimento lavorativo e, appunto di riduzione dell'handicap, come di progetti formativi atti a qualificare le «categorie del disagio» (disabili, donne, espulsi dai processi ancora in età lavorativa ed altri). Poiché non si tratta di una sfida né di una polemica fine a se stessa ma della possibilità di verificare se la «lettera di intenti» comprenda anche la possibilità per gli ultimi di sentirsi cittadini a tutti gli effetti mi tengo a disposizione per dare il contributo che mi sarà possibile da elettore del centrosinistra ed iscritto al Pd. AngeloFregni È ilmomento dell'unità Non è il momento delle divisioni ma dell'unità. Tutta la sinistra si deve unire e presentarsi compatta alle prossime elezioni. È vero, ci sono incomprensioni e difficoltà; è vero un parte è schierata all'opposizione, un'altra (quella più grossa) appoggia il governo Monti, ma si tratta di una situazione eccezionale e destinata ad esaurirsi tra pochi mesi. Per non far tornare a Palazzo Chigi populisti e demagoghi (che purtroppo tanto imperversano) per dare una speranza al Paese, per impedire che la crisi la paghino sempre i più deboli, è il momento di mettere da parte le cose che ci dividono e sottolineare le cose che ci uniscono. StefanoMartini Ora losviluppo Autorevoli membri del governo hanno recentemente sottolineato come l'esecutivo Monti abbia salvato la situazione da un crollo devastante attraverso una politica di rigore. Insomma, hanno detto che i sacrifici sono stati necessari. Ho i miei dubbi sull'equità della manovra nel suo complesso, ma il ragionamento potrebbe anche funzionare. Quello che invece mi lascia perplessa è il fatto che poco o niente è stato fatto per il rilancio e per lo sviluppo dell'economia. Dovremo aspettare ancora a lungo? FrancescaDeRossi Dachi eravamogovernati? Sento criticare il Pd come se tutto quello che non funziona in Italia sia colpa del partito di Pier Luigi Bersani. A chi ci fa queste critiche ricordiamo sempre da chi eravamo governati fino a poco tempo fa. MassimoBrambilla Civitavecchia, località Pantano. Sgombero senza alcuna alternativa sociale di una comunità Rom in emergenza umanitaria. Per scacciare uomini, donne e bambini, con numerose persone malate, sono stati messi in campo poliziotti, carabinieri e vigili urbani. Scene da film: un film replicato quotidianamente in tutto il Paese, di cui speriamo un giorno l'Italia si vergognerà. ROBERTOMALINI EveryOneGroup. Accade a Civitavecchia ma accade in tutta Italia, da Grosseto a Milano e accade, regolarmente a Ferragosto, quando a vedere queste scene sono in pochi. Perché? Perché il razzismo esiste e del razzismo però ci si vergogna come di un male inconfessabile dell'anima e pochi sono quelli, come i volontari di EveryOne Group, che continuano a guardarne e a denunciarne gli effetti. La legge che regola la situazione degli stranieri in Italia è ancora quella voluta da Berlusconi e Maroni, d'altra parte, e i comportamenti degli uomini in divisa sono legali anche oggi perché il governo Monti è un governo tecnico chiamato a risanare l'economia, non il livello di civiltà di un Paese imbarbarito dal protagonismo dei leghisti e dal cinismo di chi aveva bisogno del loro appoggio. Con due problemi importanti da porre a chi, da sinistra, si candida per governare l'Italia: quello di una revisione rapida, in Parlamento, della legislazione attuale sui diritti di chi entra nel nostro Paese e quello, più complesso, di una iniziativa culturale ed amministrativa forte per l'integrazione delle popolazioni che da nomadi intendono trasformarsi in stanziali. Di scuole c'è bisogno e di assistenza. Facendo tutto quello che per un tempo si è fatto e che oggi, con queste leggi e con questo vuoto culturale ed umano, è sempre più difficile fare. COMUNITÀ La tiratura del 19 agosto 2012 è stata di 102.671 copie Dialoghi Uomini in armi per scacciare famiglie in emergenza Atipiciachi? Da una finestra Cgil un Sud tutto da rifare Bruno Ugolini Giornalista . . . Una sinistra davvero nuova deve praticare una «contro-cultura» risanante, è una responsabilità storica che non può più ignorare CaraUnità 16 lunedì 20 agosto 2012
Non deve meravigliarel'eccezionale moltipli-carsi, in queste giorna-te di mezza estate, del-le iniziative politi-co-culturali attorno alla figura, al pensiero e all'opera di Alcide De Gasperi, nell'anniversario della morte del grande statista trentino (19 agosto 1954). Nel pieno di una crisi comunemente considerata la più grave dalla seconda guerra mondiale a oggi, una crisi non solo economica e sociale, ma anche politica, culturale e morale, non può sorprendere che sia diffusamente avvertito il bisogno di nuove «Idee ricostruttive» e che si vada a cercarle a confronto con chi, come De Gasperi, della grande ricostruzione post-bellica fu il principale protagonista. E tuttavia, il ministro Andrea Riccardi - che insieme ai leader della Cisl Bonanni e delle Acli Olivero è stato ieri a Trento protagonista dell'incontro «per un'area degasperiana», promosso dal presidente Dellai - ha detto qualcosa di più e di nuovo. Ha stabilito un collegamento, per così dire una continuità di ispirazione, tra l'odierna, difficile esperienza del governo Monti e la stagione fondativa e ricostruttiva, segnata dall'impronta di De Gasperi: «In una stagione in cui forse stiamo vivendo una transizione tra la seconda e un nuovo assetto di Repubblica - ha detto Riccardi in un'intervista al quotidiano trentino l'Adige - c'è bisogno della cifra politica che Monti rappresenta e di riportare alla memoria la figura di De Gasperi». E ancora: «Nel governo Monti c'è un tono degasperiano. Ad esempio il legame tra politici e tecnici, il rapporto tra laici e cattolici, un linguaggio politico che parla di cose e che non è emozionale, né centrato sulla demonizzazione dell'altro, ma puntato a creare una sintesi positiva». E soprattutto: «L'eredità di De Gasperi è un'eredità europeista. E oggi è impossibile parlare di politica in Italia senza parlare di politiche europee». Così come è superfluo rimarcare il carattere europeo, più ancora che europeistico, del governo Monti. L'agenda Monti è dunque un'agenda “degasperiana”. Riccardi avrebbe potuto aggiungere che le stesse priorità dell'agenda del nostro attuale governo - risanamento finanziario, crescita economica, uguaglianza sociale - hanno una radice profonda nella stagione ricostruttiva. Perché anche allora, come bisogna fare oggi, furono perseguite insieme e simultaneamente. Al contrario di quanto è avvenuto in fasi successive, crescita e uguaglianza furono ricercate dai governi De Gasperi, attraverso e non contro il risanamento finanziario. Nel pieno dello sforzo ricostruttivo del Paese, il 21 luglio del 1953, parlando alla Camera, De Gasperi annunciava che «il Governo ritiene di dover impegnare se stesso a raggiungere, con la collaborazione del Parlamento, il definitivo equilibrio del bilancio statale - e cioè il pareggio - nel corso normale dell'attuale legislatura». «Per raggiungere tale scopo - spiegava De Gasperi - abbiamo ritenuto indispensabile adottare alcuni criteri che debbono impegnare la nostra attività futura: 1) tutti gli incrementi automatici di entrate che in avvenire si verificheranno rispetto alle previsioni del bilancio 1953-54 dovranno andare esclusivamente a riduzione del disavanzo; 2) tutte le maggiori o le nuove spese rispetto al preventivo 1953-54, derivanti da nuove leggi o da leggi in atto, saranno coperte da corrispondenti riduzioni di altre spese o da nuove entrate tributarie. Naturalmente queste sono direttive di Governo: ma noi confidiamo che il Parlamento vorrà convalidarle e anche per suo conto mantenerle, soprattutto nello spirito dell'articolo 81 della Costituzione. Al quale fine taluni gruppi hanno già adottato nel loro statuto o nella prassi la formula che provvedimenti che comportano nuove spese non si richiedano se non previa la consultazione dei comitati direttivi. Noi speriamo che tale autodisciplina, tradizionale nei migliori Parlamenti, entri anche nel nostro costume». La politica italiana, come si sa, prese ben altra piega. E forse proprio per questo le parole di De Gasperi risuonano così attuali e familiari. Ma il ministro Riccardi e più ancora l'iniziativa promossa da Lorenzo Dellai pongono un interrogativo ulteriore: per dare futuro all'agenda Monti nella prossima legislatura c'è bisogno di un'area “degasperiana” distinta, anche se con esso stabilmente alleata, dal Partito democratico? Nello stesso Pd sono molti quanti rispondono affermativamente, sulla base dell'idea di un'alleanza tra progressisti e moderati. Può darsi che il realismo ci imponga questo ennesimo tornante storico (e il realismo è una componente essenziale della cultura politica degasperiana). Ma è quanto meno dubbio che possa essere considerata questa la via maestra per la ricostruzione del Paese. Poche settimane prima di morire, nel famoso discorso alla Conferenza parlamentare europea, De Gasperi diceva di non credere che una solida architettura dell'Europa possa fondarsi su «una sola delle correnti di idee che ai giorni nostri si sono affermate nella civiltà europea come prodotti della sua evoluzione culturale, sociale e politica»: al contrario, umanesimo liberale, socialista e cristiano «debbono insieme contribuire a creare questa idea e ad alimentarne il libero e progressivo sviluppo». L'idea degasperiana dell'insufficienza delle culture europee del Novecento e della necessità del loro incontro fecondo, in vista di un pensiero nuovo, adeguato alle sfide inedite del nostro tempo, è il fondamento stesso dell'idea originaria, fondativa del Partito democratico, la casa comune dei riformisti italiani. Il fatto che siano passati quasi sessant'anni, da quando quelle profetiche parole furono pronunciate, ci aiuta ad apprezzare la statura storico-politica di De Gasperi, ma anche a capire quanto grande sia il nostro ritardo. La linea degasperiana oggi si chiama Agenda Monti «Interessatissimo» il leader Cisl, Raffaele Bonanni, «interessato» il ministro Andrea Riccardi, ma entrambi decisi a non scendere in campo direttamente, dunque padri nobili della creatura di centro a cui stanno lavorando e che ieri a Trento, in occasione del convegno «De Gasperi, l'Italia, l'Europa. La storia che guarda al futuro», hanno iniziato a plasmare cercando di darle contorni. Interessato e disposto a mettersi in gioco più direttamente, invece, Andrea Olivero, presidente delle Acli. Tutti concordi sulla necessità di archiviare «il bipolarismo muscolare» attraverso una nuova formazione, quella che i giornali hanno giù battezzato «la Cosa bianca», «per evitare che le radici e la rete di un Paese fragile come il nostro si lacerino in un conflitto radicale». Meno concordi sulla strada da intraprendere: se un vero e proprio partito che inglobi i preesistenti o una scesa in campo dei cattolici nella politica, un impegno attivo che attraversi trasversalmente l'arco dei partiti, in difesa di quei principi e valori ritenuti non negoziabili, come ha ribadito monsignor Mariano Crociata, segretario generale della Cei. Dunque, per ora quello che si registra è un grande movimento ma se Gianfranco Fini spinge per la prima opzione, Pier Ferdinando Casini nei giorni scorsi ha frenato quella che sembrava un'accelerazione verso il lancio ufficiale del nuovo soggetto già in ottobre con il relativo scioglimento dei partiti interessati. LANUOVA CREATURA Ieri è stato il ministro Riccardi ad illustrare forme e contenuti che dovrebbe avere la nuova formazione di cui auspicano la nascita i centristi, non servono nuove formule, spiega, «come si è fatto con leggerezza, ammucchiando nomi, negli anni passati, ma innanzitutto una nuova cultura politica», l'appartenenza attiva all'Europa perché «le derive dell'antieuropesimo rischiano di essere irrilevanza e fascismo». Quello a cui pensa Riccardi, come ha spiegato in un'intervista alla Stampa, non è un partito confessionale, ma «un centro che governi una coalizione. De Gasperi coi suoi esecutivi, ha sempre preferito governare con altri partiti, anche quando aveva quasi la maggioranza assoluta». Il ministro legge nell'antipolitica anche «una domanda di politica» per la quale «bisogna avere il coraggio di guardarci dentro», mentre è grazie al governo Monti che si è affermata la volontà generale «di realizzare un'altra dimensione politica» che non è, attraverso la coalizione, la «logica dell'inciucio, del restare al potere, ma del fatto che si può imparare dagli altri». ILLUOGO DELLACULTURAPOLITICA Ma allora cosa sarà la nuova creatura? «Mi attendo un luogo in cui la cultura cattolica si incontra con i laici per trovare una sintesi», spiega Riccardi. Ecco perché, aggiunge, «siamo qui per ricordare De Gasperi ma anche per pensare un linguaggio politico che sia più coinvolgente della gente. Il grande problema di questo periodo è il distacco dei giovani e il distacco della gente dalla politica. Ripartire da De Gasperi per una politica più colta e più rispettosa della gente. Questo è il nostro disegno». «Siamo qui perché crediamo di avere responsabilità politica e di dover mutuare la responsabilità di un rapporto tra le organizzazioni sociali e la politica», spiega Olivero che si dice convinto di poter «contribuire concretamente» chiedendo a tutti di essere «concretamente riformisti». Per Bonanni in questo momento della storia politica del Paese, «nessuno, nelle realtà complesse, ha tanti poteri e tante capacità da riuscire a determinare una condizione nuova. E solo una condizione di consapevolezza, larga, e in accordo con le realtà popolari ci può togliere da guai». Il leader della Cisl, spiega, il nemico è «la politica oligarchica» e per sconfiggerla serve l'impegno diffuso di «tante persone». In allerta Fabrizio Cicchitto, Pdl (nota la grande avversione del suo partito verso questo nuovo centro): «Ci ripromettiamo di ritornare sul tema in maniera più approfondita, ma coloro che stanno usando De Gasperi per coprire l'intesa che intendono realizzare con Bersani e Vendola dimenticano che De Gasperi realizzò uno schieramento centrista con il Pli,il Pri, il Psli poi Psdi e il 18 aprile 1948 mandò il Fronte Popolare di Togliatti e di Nenni all'opposizione che portò avanti con Einaudi e Bella una politica economica liberista e rigorista contro la quale polemizzarono Dossetti, Gronchi, e ovviamente la sinistra dell'epoca». POLITICA Moltipensanocheun'area degasperianadovrebbe esseredistintadalPd, anchesealleata,secondo laformuladelpattotra progressistiemoderati Maèperlomenodubbio chequestapossaessere laviaper la ricostruzione GIORGIOTONINI SENATOREPD Il non-partito della Cosa bianca Il ministro Andrea Riccardi FOTO DI MAURO SCROBOGNA/LAPRESSE MARIAZEGARELLI ROMA ILMINISTRO ANDREARICCARDI, INUN'INTERVISTAA LASTAMPA,HA DETTOMOLTE COSE INTELLIGENTIE CONDIVISIBILI.Ha detto che il bipolarismo della seconda Repubblica è inadeguato per portare l'Italia fuori dalla crisi. Ha detto che la questione democratica - in tutta evidenza aperta davanti a noi - può risolversi positivamente solo in una dimensione europea. Ha detto che i cattolici italiani sono decisivi in un'impresa di ricostruzione culturale del Paese. Ha detto ancora che non c'è spazio per una nuova unità politica dei credenti: «I cattolici sono in tutti i partiti ed è bene che sia così». Riccardi però ha detto anche una cosa che non abbiamo capito (ad essere onesti dovremmo dire che, per come l'abbiamo capita, ci pare incredibile). «C'è bisogno - sono parole di Riccardi - di un soggetto terzo: il centro. Ma non sto pensando a un partito confessionale, bensì a un centro che governi una coalizione». Coalizione di governo, ovviamente, visto che Riccardi si tuffa subito nel ricordo di Alcide De Gasperi. Ecco, questa pretesa ci pare davvero eccessiva, se formulata a priori. Non sappiamo ancora se come speriamo - ci sarà una nuova legge elettorale e quali forme avrà. Ma un punto è chiaro: per uscire dalla seconda Repubblica non si può rinunciare alla stella polare di tutti i sistemi parlamentari europei, al fatto cioè che il governo si formi attorno al leader del partito più votato. Se quello di Riccardi è un auspicio - che il partito di centro arrivi primo alle elezioni - tutto legittimo. Se il suo scenario allude ad altro, allora sono smentiti molti dei propositi in precedenza esposti. L'incidente di Riccardi sul «centro che deve governare» ILCORSIVO CRISTOFOROBONI . . . Accordo unanime sulla necessità di archiviare il «bipolarismo muscolare» di questi vent'anni L'INTERVENTO «Interessatissimo» il segretario Cisl Bonanni «Interessato» il ministro Riccardi, ma nessuno intenzionato a scendere in campo Esclusa da tutti l'ipotesi di un partito dei cattolici lunedì 20 agosto 2012 9
REGGIO EMILIA 24 lunedì 20 agosto 2012
Non solo hezbollah libanesi, miliziani libici, qaedisti ceceni, pasdaran iraniani. In quell'immenso campo di battaglia di nome Siria si muovono anche gli 007 di Sua Maestà britannica e della cancelliera tedesca. I servizi segreti britannici hanno aiutato i ribelli siriani a lanciare devastanti attacchi contro le forze fedeli al regime di Bashar al-Assad. A rivelarlo è il Sunday Times citando una fonte dell' opposizione nella prima conferma di un ruolo giocato dall'intelligence di Sua Maestà nella guerra civile in Siria. La fonte ha detto che le autorità britanniche «sono a conoscenza e approvano al cento per cento» i segnali che le basi dell'intelligence a Cipro passano attraverso la Turchia alle truppe ribelli del Free Syrian Army (Els). «L'intelligence britannica osserva le cose da vicino da Cipro. È utile perché scoprono molto», ha sostenuto la fonte. I britannici passano le informazioni ai turchi e agli americani, ha detto al fonte, «e noi le otteniamo dai turchi». La Gran Bretagna ha due basi militari a Cipro, a Dhekelia e Akrotiri, che raccolgono informazioni di intelligence per il centro di ascolto del Gchq di Cheltenham nel Glouchestershire. Le informazioni finora più utili ai ribelli sono state quelle relative ai movimenti delle truppe di Assad attorno ad Aleppo che è in parte controllata dai ribelli, permettendo al Free Syrian Army di attaccare con successo. La Gran Bretagna ha ufficialmente escluso di dare aiuti clandestini ai ribelli. Gli avvocati del governo hanno informato il ministro degli Esteri William Hague che sarebbe illegale da parte della Gran Bretagna dare aiuti militari diretti ad alcun gruppo armato in Siria, Paese che si trova sotto embargo da parte dell'Unione Europea. Ma secondo esperti non è illegale se la Gran Bretagna agisce da intermediario, mettendo ad esempio i ribelli in contatto con Paesi arabi come Qatar e Arabia Saudita che già forniscono aiuti e armi. SOSTEGNOSULCAMPO Da Londra a Berlino. Navi del Bundesnachrichtendienst (Bnd), i servizi tedeschi di sicurezza esteri, sono ormeggiate davanti alle coste siriane per “spiare” i movimenti delle truppe del presidente Assad e passare informazioni ai ribelli siriani. È quanto rivela poi il domenicale Bil am Sonntag. Il giornale riferisce che gli agenti tedeschi hanno a loro disposizione sofisticati apparecchi tecnologici che consentono di monitorare i movimenti delle truppe di Damasco su una profondità di 600 chilometri in territorio siriano. Una volta ottenute le informazioni, gli agenti del Bnd le girano ai loro colleghi americani e britannici che, a loro volta, le passano ai ribelli. Il giornale ha aggiunto che agenti del Bnd sono stazionati nella base Nato turca di Adana, da dove intercettano le comunicazioni telefoniche e radio in Siria, ma tengono anche contatti informali con fonti vicine al regime di Assad. Uno 007 americano ha affermato al giornale tedesco che «nessun servizio segreto occidentale dispone di fonti di informazione in Siria così buone come il Bnd». Un funzionario del Bnd ha dichiarato alla rivista tedesca che «possiamo essere orgogliosi dell'importante contributo che stiamo fornendo per rovesciare Assad». USCITAPUBBLICA La televisione ufficiale siriana ha mostrato intanto ieri le immagini del presidente siriano nella moschea al Hamad di Damasco in occasione della preghiera per la festività islamica dell'Aid al-Fitr, che segna la fine del Ramadan. Assad, in abito scuro, camicia bianca e cravatta grigia seduto al suolo della moschea, con al suo fianco il primo ministro appena nominato, Wael al-Halaqi, Mohamed Said Bkitan, segretario generale del partito e il presidente del parlamento Jihad Lahham. È la prima apparizione pubblica, all'esterno del Palazzo presidenziale, del raìs siriano dall'attentato del 19 luglio scorso, costato la vita a quattro fra i suoi più stretti collaboratori. Quello siriano è stato un Ramadan di sangue: nel mese della più importante festività islamica, i morti sono stati 4.685 morti. A denunciarlo sono gli attivisti anti-regime dei Comitati di coordinamento locale: tra gli uccisi ci sono anche 445 bambini e 342 donne. Non ha fatto in tempo ad apparire on line che su Twitter si è scatenata una tempesta. «Cos'è, uno scherzo?». La copertina di Newsweek della prossima settimana è di quelle fatte apposta per sollevare un polverone - e far parlare di sé. In foto un Obama sorridente e più bello che mai, con la giacca sulle spalle di chi ha finito il suo orario d'ufficio. Sotto un titolo shock, almeno per i lettori liberal del settimanale Usa. «Abbandona il campo, Barack: ecco perchè abbiamo bisogno di un nuovo presidente». L'articolo è firmato da Niall Ferguson, storico e saggista, professore ad Harvard, uno con un curriculum lungo così, che include anche un periodo in cui è stato consigliere di John McCain. Insomma non esattamente la persona che ti aspetteresti pronta a votare per Obama. E infatti, in una fluviale esposizione - anticipata ieri per la versione elettronica del settimanale - Ferguson elenca tutti i motivi per cui non bisognerebbe votare per Barack. Il che, a 78 giorni dal voto, in una campagna che ha finito per radicalizzare gli elettori da una parte e dall'altra, non è esattamente un esercizio di stile. E infatti i sostenitori di Obama hanno drizzato le antenne e subissato di critiche Newsweek. L'armamentario esposto da Ferguson snocciola le ragioni dei repubblicani. Che si possono sintetizzare così: l'economia andava meglio senza Obama, senza la sua riforma sanitaria, senza gli aiuti all'economia, senza il tentativo di regolamentare la finanze. In questi quattro anni Barack è apparso troppo cervellotico e più incline ai seminari che a prendere decisioni, specie quelle giuste. In casa e in politica estera. Quindi, conclude Ferguson, bisogna cambiare. Perché Paul Ryan ha le carte in regola per raddrizzare la baracca. Sì, Ryan, il candidato alla vice-presidenza repubblicana. Naturalmente Ferguson parla anche di Mitt Romney, che a ben vedere è pur sempre il candidato alla Casa Bianca. Ma per dire che tutto sommato era il migliore tra la rosa dei papabili alla nomination e poi ha fatto proprio bene a scegliere Ryan. Forse, prima di scandalizzarsi, i lettori di Newsweek avrebbero fatto meglio a leggere l'articolo fino in fondo - senza contare che prevedibilmente sul numero successivo si darà conto di tutte le ragioni per votare Obama. Il punto è però che l'entrata in gioco di Ryan - salutata da una pioggia di sottoscrizioni milionarie per i repubblicani - sembra aver fatto sbiadire il vecchio Mitt. Che in più di un'occasione ha dovuto ricordare che se esiste un piano Ryan per l'economia, non bisogna prenderlo per oro colato: ci sarà anche un piano Romney. Non una frase memorabile. Del resto la stampa, si sa, gradisce le novità. E allora ecco Politico.com informa che Ryan ha reso note le sue dichiarazioni dei redditi (cosa che Romney si ostina a non fare, se non parzialmente). Editorialisti e commentatori si chiedono quale sarà, alla resa dei conti, l'effetto Ryan. I giornali pubblicano le sue foto, mentre fa campagna insieme alla madre. Qualcuno scova anche un video di qualche anno fa, in cui il castigatore dei conti pubblici sposava in pieno le politiche di stimolo per l'economia - targate Bush, per l'esattezza. In bene o in male, è tutto un Ryan, Ryan, Ryan. Romney che ha faticato a conquistarsi un posto in prima fila per la nomination, oggi raccoglie il plauso di tutte le anime repubblicane intorno al suo vice. Con il rischio di sembrare un effetto collaterale. Il presidente siriano Bashar al-Assad durante la preghiera al termine del Ramadan FOTO ANSA-EPA VIRGINIALORI ALEPPO La sorpresa di Newsweek: «Obama fatti da parte» La copertina di lancio di Newsweek MONDO In Siria spionaggio di Londra e Berlino UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannageli@unita.it . . . Nave carica di agenti segreti tedeschi a largo delle coste siriane monitora le truppe . . . La Gran Bretagna tramite la sua base a Cipro passa informazioni ai ribelli tramite Turchia e Qatar Tre autobomba sono esplose a Tripoli causando la morte di due persone e il ferimento di altre due. Le esplosioni sono avvenute nella zona del ministero dell'Interno, un'area nel cuore della capitale libica, e nel giorno dell' Eid al-Fitr, la festa che celebra la fine del Ramadan. La prima esplosione è stata vicino gli uffici amministrativi del ministero ma non ha causato vittime. Quando le forze dell'ordine sono arrivate sul posto, hanno scoperto un' altra autobomba che però non è esplosa. Qualche minuto più tardi, altre due autovetture imbottite di esplosivo sono esplose di fronte all'ex quartier generale di una accademia femminile di polizia, utilizzata dal ministero della Difesa come luogo di detenzione e interrogatori. Queste ultime due esplosioni hanno causato la morte di due civili e il ferimento di altri due. Il responsabile della sicurezza libico, colonnello Mahmoud Al Cherif, ha detto in serata in una conferenza stampa che gli ordigni sono stati attivati a distanza con un sistema telecomandato. E ha dato la colpa degli attentati a ex sostenitori di Gheddafi, non meglio precisati, anche se le bombe non sono state rivendicate. All'inizio di agosto - ha detto però Al Cherif - le forze dell'ordine hanno arrestato tre uomini sospettati di preparare degli attentati. E l'attentato di ieri sarebbe, a suo dire, opera «della stessa cellula» che ha ancora membri in libertà e che il 3 agosto aveva già compiuto un attentato al centro di Tripoli. È di due giorni fa l'annuncio del neo-eletto governo libico che intende processare il mese prossimo, nella città di Zintan, Saif al Islam Gheddafi, figlio dell'ex raìs, con l'accusa di aver incitato i suoi sostenitori a uccidere i manifestanti e i rivoluzionari durante la rivolta dello scorso anno. Qualora venisse riconosciuto colpevole, il secondogenito di Muammar Gheddafi potrebbe essere condannato a morte per impiccagione. Stando a quanto riferito dal quotidiano britannico Telegraph, saranno tre i giudici chiamati a presiedere il processo, che dovrebbe durare massimo sei mesi. Secondo un funzionario dell'ufficio del procuratore generale di Tripoli, Taha Naser Bara, la Corte sarà chiamata anche ad assegnare un legale a Saif al Islam, che finora si è rifiutato di dare l'incarico a un proprio avvocato. Tripoli, attacco al ministero dell'Interno da «sostenitori di Gheddafi» «ImilizianidelLibero esercitosiriano applicanolasharia» Donnesemprevelate e accompagnatedamaschiadultidella famigliaper usciredi casa, tribunali religiosicon sentenzeche valgono anchepenalmentee le regole della sharia.È la leggeche -secondo quantoracconta l'inviatodel quotidianospagnolo El Paisad Aleppo- vieneapplicatadal Libero esercitosirianonelle zonesotto il suo controllo.Così, racconta il reportage, èstato per i detenutievasi dal carcerediEl Baba nord diAleppo in seguitoaicannoneggiamenti e ai combattimenti. «Laprocedura legale è la seguente - scriveelPais -di fronteaunadenuncia alle milizie ribelli vienearrestato il colpevole fintantoche nondispone di prove o testimoniasuadiscolpa», lemilizie dell'Els, in mancanzadi giudicicivili, si rivolgono ai tribunali islamici. MARINAMASTROLUCA mmastroluca@unita.it Giornali tedeschi e britannici documentano i sofisticati strumenti e i traffici di informazioni per agevolare i ribelli del Libero esercito siriano Il raìs ricompare in tv durante la preghiera per la fine del Ramadan 10 lunedì 20 agosto 2012
L'ESTATE SAREBBE TRADIZIONALMENTE IL TEMPO DELLALETTURA,MAVUOIperché quest'anno sono molti di meno quelli che sono andati in vacanza non è che in giro si vedano poi tutti questi italiani col libro in mano, né sotto l'ombrellone né all'ombra dei roventi parchi cittadini. Dovrebbe essere anche la prima vera estate dell'ebook ma i dati sono ancora fermi a rilevare una fetta di mercato molto ridotta, soprattutto se confrontata con il mercato anglosassone, e poi si mormora che quei pochi lettori in più stanno leggendo una delle tre colorate versioni delle cinquanta sfumature erotiche della E.L. James. E con il lettore digitale la faccia, almeno quella, è salva. La lettura ai tempi della crisi potrà contare sui prezzi, speriamo, più bassi del libro digitale e per ora di quelli ripescati dall'invenduto delle prime tirature. Siamo andati a Santarcangelo di Romagna, vicino a Rimini, dove ha sede la Opportunity (fa parte del Gruppo Messaggerie), la più grande realtà italiana del secondo mercato editoriale, come si chiama il settore del libro che viene stoccato in migliaia di copie dall'editore e viene poi prezzato, con lo sconto finale al cliente in media del 50%, un segmento di mercato di nicchia rispetto all'intero comparto librario italiano ma che ci porta a fare alcune riflessioni, mentre l'industria editoriale è chiusa per ferie e prima della rentrée di settembre. Vado in questo sterminato magazzino insieme a dei librai romani pessimisti e con dati alla mano sempre più allarmanti. Anche nelle loro librerie che offrono spesso libri di qualità a prezzi super scontati la crisi si fa sentire eccome. Antonio, per esempio, come tanti librai italiani viene qui un paio di volte l'anno, sceglie direttamente le quantità e i titoli dei libri che poi gli vengono recapitati a Roma, in centro dove è situata la sua libreria. Per il resto dell'anno seleziona da un catalogo cartaceo mensile i titoli che di volta in volta arrivano dalle pance piene degli editori italiani. In questo luogo che fa venire in mente insieme il libro di Bohumil Hrabal Una solitudine troppo rumorosa e la temuta era Amazon, arrivano migliaia di pancali (ogni cubo, sfaccettato insieme di titoli e colori, contiene mille copie) che gli uomini della Oppurtunity, diretti da Nicola Tosato, figlio di storici librai, aprono, analizzano e disseminano negli enormi capannoni dove poi sciamano non solo i librai stanziali ma pure quelli stagionali che d'estate, al mare, alle sagre, ai mercatini della domenica, allestiscono quei banchetti in cui trovate di tutto: dalla cucina ai proverbi, dal giallo al libro per bambini, il libro d'arte e quello sui volatili del Po. «Di solito – mi spiega Tosato – lavoriamo soprattutto con i tre maggiori gruppi editoriali, con la Mondadori per esempio abbiamo un accordo in esclusiva per prendere tutto, così arrivano insieme a dei libri che fanno mercato anche sei, sette pancali di manuali di computeristica che mandiamo direttamente al macero. Negli ultimi anni è cresciuta anche l'offerta dei piccoli editori, anche se il grosso dei dieci, undici milioni di pezzi che vendiamo noi, per un valore di circa quaranta milioni di euro è realizzato ancora con i titoli delle grosse realtà editoriali». Passeggiando nell'ala dove è allestita un'esposizione dei titoli (sono circa ventimila) da cui scelgono i librai, ad oggi vedo e leggo che ci sono disponibili 2800 copie del bellissimo romanzo di Nathan Englander, Il ministero dei casi speciali, 1000 del Ribelle in guanti rosa di Giuseppe Montesano, biografia di Charles Baudelaire, 1090 dell'Affinati de Lacittàdeiragazzi. Crescono i numeri per Il fabbricante di eco di Richard Powers (6470), per UnaStoriad'amore di Scurati (6370) e per Assoluzione di Antonio Monda (3390). E ancora Siti, Mistry, Ongaro, Paula Fox, Gore Vidal, Chester Himes e Cabrera Infante, Il diario di un giudice di Dante Troisi nell'edizione Einaudi (è appena riuscito da Sellerio, così consiglio Antonio di prenderne qualche decina di copie, costano 0,75 centesimi l'uno). BUONITITOLI A BASSO COSTOI «Il secondo mercato va meglio se va bene il primo - dice Tosato - il mercato del libro è troppo particolare, in alcuni casi non segue le regole che uno si aspetterebbe, per esempio Vespa e Rampini, per fare due nomi, qui da noi non funzionano, non incontrano l'interesse di questo segmento di lettori e quindi dei librai che riforniamo». Quando Nicola Tosato mi dice che mesi fa hanno mandato al macero 1000 pancali resto più che impressionato, forse al di là degli slogan della decrescita felice o meno una via nuova si dovrebbe ipotizzare, forse l'industria editoriale italiana è malata di sovrapproduzione, in piccolo fa come i Caltagirone e i Ligresti che cementificano l'Italia, con le periferie delle città riempite di case che non abita nessuno eppure non si fermano, non calibrano più la proposta al mercato. Mentre si aspetta uno stoccaggio di un editore di catalogo come Einaudi, «sono un po' di anni che non accade, di solito passano anche sei, sette anni», il secondo mercato reimmette in circolazione, con la sua piccola rete vendita (una decina di agenti) e grazie ad un rapporto personale con tanti librai, migliaia di titoli che nelle librerie di catena del primo mercato hanno vissuto una ribalta effimera, subito soppiantati dai titoli che ogni giorno, come un mostro mitologico, si mangiano i propri simili. Il binomio buoni titoli a prezzi inferiori è un'opzione che può essere praticata e allargata, anche ricordandoci - come lettori - di passare dalle librerie che danno al libro un'altra chance e ad un prezzo conveniente per le nostre tasche in crisi. REPORTAGE IL FESTIVAL ... Tosato:«Disolito lavoriamo coni tremaggiorigruppi editoriali,maècresciuta anchel'offertadeipiccoli» Il librochevisse duevolte ViaggionellasedediOpportunity il cosiddetto secondo mercato editoriale SantarcangelodiRomagna Nelgrandemagazzinoadue passidaRiminiarrivanotutti ivolumi invenduti, chepoi finiscononelle librerie aprezzi superscontati: occasioni in tempidicrisi MICHELEDE MIERI SANTARCANGELODI ROMAGNA InAbruzzotregiorni dedicatiaJohnFante Davenerdì adomenicaa Torricella Peligna, in provinciadi Chieti,paesedi origine delpadre NickFante, si svolgerà la settimaedizionedel Festival letterario «IlDiodi miopadre»dedicato aJohnFante. Numerosi gli incontri e i dibattiti incentrati sulla figura e sull'opera delloscrittore esceneggiatore, grazie allapresenzadel figlio DanFante eprestigiosi ospiti tracui Masolinoe CaterinaD'Amico, IgiabaScego, Federico Mocciae l'attore italoamericanoRay Abruzzo. SandroVeronesi,grandeestimatoredi John Fante, sabato pomeriggio terràuna lectio magistralis sullo scrittoree, la sera,un reading di branidelle opere fantianecon la straordinaria partecipazionediVinicio Capossela, riecheggiando la celebrepuntatadi Magazzini Einstein inonda suRai3 nel 1997, dove i due convinti fantiani intrapresero un viaggio in auto versoTorricella Pelignaalla scopertadei luoghi d'originedella famiglia delloscrittoree del suo immaginario letterario. Il Festivalè organizzato dalComune diTorricella Peligna e diretto da GiovannaDi Lello, giornalistae filmaker abruzzese,con il coordinamentotecnico della ProLocodi Torricella Peligna. ClaudioParmiggiani «Senzatitolo»(2009) ... Antonio,uneditoreromano, vienequialmenoduevolte all'annoperscegliere direttamente i titoli U: lunedì 20 agosto 2012 19
«CYRANOAVEVAUNNASOGRANDE,QUANDOFUMAVA I PELI DELLE NARICI SI BRUCIACCHIAVANO SEMPRE E QUANDO CADEVA LA PIOGGIA I BAFFI NON SI BAGNAVANO MAI. Quando hai un naso grande tutti ti prendono in giro. Per questo Cyrano dovette rapidamente imparare a difendersi dagli scocciatori (uno scocciatore è uno estremamente irritante, talmente irritante che finisci sempre per litigarci. Uno scocciatore è molto più irritante di uno scorbutico o di un attaccabrighe). Spesso lo scocciatore di turno si metteva a ridere e gridava - accipicchia non ci posso credere, ah ah ah! - Cyrano gli rispondeva che il suo naso non era veramente un naso, ma piuttosto un trespolo per gli uccellini, o una canna per pescare le carpe, o un trampolino per i grilli, o una lancia per dare la caccia ai mammuth, un telescopio per osservare la luna. Cyrano era anche un poeta. Ma spesso lo scocciatore di turno non ci capiva niente di poesia. Allora Cyrano gli dava qualche botta in testa per fargli capire bene il senso delle parole». Il dibattito riguardo le riscritture (adattamenti, riduzioni) di classici per bambini, va avanti ormai da decenni e, nonostante ciò, il problema resta acceso: ma come al solito non è nei bambini, né per ciò che viene riscritto, né per la loro capacità di comprenderlo: il problema è solamente in chi scrive. E che i bambini non possono, in qualità di destinatari, essere la giustificazione per qualsiasi porcheria letteraria si voglia buttare giù. D'altronde in poesia, così come nella storia dell'arte, è sempre stato nelle facoltà dell'artista (che sia Dante, Shakespeare, o Benozzo Gozzoli) di riproporre la sua versione di una data storia o scena di per sé già trita e ritrita (la vera grandezza è semmai nel tirarne fuori, ogni volta, un nuovo capolavoro). Ora, non vogliamo addentrarci troppo in una simile discussione, ma leggendo Cyrano di Täi-Marc Le Thanh, (bellissime le tavole di Rébecca Dautremer che lo accompagnano) edito in Italia da Donzelli (36 pagine per 24€)ci sembra che dica una verità (se possiamo scomodare il termine) su questo incredibile personaggio in un qualche modo diversa rispetto a quella di Edmond Rostand. Fermo restando che un'opera precede oltre naturalmente a sopravvivere al proprio autore, l'idea è più o meno quella per cui l'artista più è bravo e più riesce a svelarne la verità attraverso pochi tratti, cioè illuminando solo alcuni particolari. Se è così non c'è motivo per cui un nuovo artista non possa (né debba) fare altrettanto anche se diversamente, con nuovi tratti e nuova luce. Non c'è motivo che ciò possa ledere la grandezza dell'opera o di chi l'ha già scritta. Ecco: questo Cyrano di Täi-Marc Le Thanh offre un'idea della poesia (e dell'amore, della dedizione, dell'onestà e dell'intelligenza) non dico nuova, o diversa, e neanche altra da quella di Rostand: è la stessa, ma illuminata diversamente. È un po' come se, in qualche modo, fossimo talmente abituati a sentirlo parlare in rima che ci eravamo scordati quanto prima di tutto Cyrano sia un poeta (oltre naturalmente ad avere un naso enorme). Ma cosa vuol dire essere un poeta? Sicuramente non solo il saper dire le cose bene, in maniera elegante o convincente (tanto che a ciò gli serve non solo la penna, ma soprattutto la spada - o le bastonate). Ecco un fatto davvero prezioso per i nostri figli e bambini, soprattutto di questi tempi: la poesia è la capacità di vedere le cose diversamente, con un'altra prospettiva, illuminandole di un'altra luce. E se pure questa capacità nasce da una deficienza, dalla sofferenza e dalle difficoltà, porta, alla fine, ad un cambiamento della realtà. Ma ci vuole tempo, e una certa fiducia: la poesia è un investimento nel futuro, significa guardare oltre le contingenze del presente (il proprio naso) per quanto siano difficili e oltre la propria limitata capacità di comprendere il reale. Dando per scontato che, per quanto sia buio questo nostro tempo, vediamo impraticabile la sostituzione degli attuali governanti con dei poeti, nel frattempo varrà la pena insegnare alle nuove generazioni anche quest'altra possibilità (cioè di una lettura poetica del mondo) così da offrir loro qualche chance nella facoltà di cambiarlo. MANCANO LE ALI A QUESTE AUTOMOBILINE DI CARTA MA SONO TALMENTE CREATIVE CHE PERMETTONO LO STESSO DI VOLARE ALTO CON LA FANTASIA. Bastano colla, un paio di forbici e un pomeriggio libero per far divertire grandi e piccini con Auto Futuro di Davide Calì (testi) e Maurizio Santucci (disegni) che su un progetto di Cristiana Valentini si sono prestati a inventare le macchinine più strane, assurde e divertenti del mondo (Zoolibri, pagine 88, euro 20). C'è l'auto naso, utilissima in città per fiutare parcheggi a 200 metri di distanza e quella per ammazzare il tempo in mezzo al traffico pescando pesci oppure la macchinina con le ali di anatra per sorvolare l'ingorgo. L'auto per farsi il bagno se ci si alza tardi, approfittando del tragitto prima di entrare a scuola ma anche quella per andarsi a fare un pic-nic al posto della scuola stessa. Un'esplosione di idee, un arcobaleno di colori, linee curve da seguire e paesaggi da inventare per mille viaggi immaginari. Altro che Salgari! Farete il giro del mondo senza muovervi dal vostro salotto! CULTURE LariscritturadiTäi-MarcLe Thanhdelnotopersonaggio diRostandesalta il talento poeticorispettoaquello dibravospadaccino Cartaequattroruote Arrivano leautomobili diunfantasticofuturo PENSARE ILPRESENTE Averenaso per lapoesia UnCyranoperbambini appassionatodi rime GIOVANNI NUCCI nuccig@gmail.com LACOLLANA LestoriediShakespeare raccontateaibambini Èuna collana fattaapposta per i ragazzi di NuoveEdizioni Romanee si dedicaproprio alla riscritturaeall'adattamento di opere famose, romanzi, raccontie persinopoesia. «Raccontiamoun classico» raccoglie l'eredità delBardo inpillole speciali per i piùpiccini («Le storiediWilliam Shakespeare»di LeonGarfield) maancheattraversamentidell'Odissea (la firma specialedi Roberto Piuminicon «Il re deiviaggi Ulisse»,un“classico” daiclassici). In tutto una trentinadi titolidivulgativi scelti fra il meglio dellaproduzione italiana.Un'«esca» meravigliosaper attirare i ragazzinell'incanto della lettura. Illustrazioni tratte da«Auto Futuro» diDavideCalì eMaurizio Santucci EdizioniZoolibri Dallapoliticaall'ambiente: grandi temiper ipiùgiovani Grandiclassici maancheproblematiche contemporaneepossonotrovare parole più adeguateper essereesposteai giovanissimi lettori: unacollana di manifestolibri curatada SimonaBonsignori si concentra suigrandi temi dioggi «Raccontatia ragazzee ragazzi» dai 10 ai 18 anni. Libri illustrati perparlare di societàe diambiente, di eticae politica,per riflettere su ciòche li riguarda e li circonda, incitando afarsi domandesulpresente piuttostoche adare rispostepreconfezionate.Da «L'acquae ibeni comuni»diUgoMattei, a« Le energie alternativee l'ambiente»di M.Pallante, a«Il femminismo»di S. Bonsignori. U: 18 lunedì 20 agosto 2012
nanziamento, nel caso in questione per procedere ad un'enorme bonifica, la via maestra per fornire le risorse che il privato non è in grado di reperire è semplicemente quella del prestito. Pensiamo ad un esempio che ci è molto familiare, quello della Chrysler salvata da Obama con i soldi dei contribuenti americani e poi rilevata dalla Fiat». Ritorniamoall'evocazionediunoStato imprenditore... «Ecco, su questo Susanna Camusso ha il merito, come ho detto, di aver riproposto una questione finita colpevolmente nell'oblio ed invece di stretta attualità. Il problema è che nelle grandi economie mondiali coloro che prendono le decisioni spesso non leggono testi storici dai quali avrebbero molto da imparare. Si renderebbero conto che nei momenti di grande crisi, come quello che stiamo vivendo ormai da quasi un decennio, ben prima del fallimento della Lehman Brothers, l'intervento dello Stato nell' imprenditoria non è una bestemmia ma una necessità. Diro di più, è il vero volano per fare ripartire la crescita». Ma se è sbagliato rilevare le aziende in crisi, in quale modo deve svolgersi quest'intervento? «In un modo consono ai tempi che stiamo vivendo, un'epoca di grande trasformazione sotto la spinta dell'incessante rinnovamento tecnologico. Ed allora il modello è quello di uno Stato imprenditore che dà vita a nuove aziende in settori con un'elevata potenzialità di sviluppo, ad esempio le attività all'interno della cosiddetta "green economy" piuttosto che quelle legate all'adozione della banda larga su scala nazionale. Tutto questo agendo con degli inderogabili principi di governance grazie ai quali evitare gli errori del passato». Checosa significa? «Occorre che alla guida di queste nuove aziende vengano nominati degli amministratori delegati dotati di un potere monocratico. Manager che devono rispondere del loro operato unicamente sulla base dei risultati ottenuti e non certo per la loro sensibilità alle convenienze della politica». Nonstiamoparlandodiunlibrodeisogni? «Non credo, sia perché ritengo che i tempi, a partire dalla consapevolezza di un profondo cambiamento, sono maturi, sia perché la stessa storia italiana ci fornisce un esempio illuminante dello Stato che si fa imprenditore sulla base di principi giusti e vincenti». Qualè? «L'Eni di Enrico Mattei. Voglio però aggiungere che, oltre al ritorno dello Stato imprenditore, nell'economia italiana è necessario anche il rafforzamento di quello che è un nostro patrimonio peculiare. Mi riferisco alla presenza di imprese la cui priorità d'azione non è il raggiungimento del profitto, in primis le cooperative che vanno in qualche modo “restituite” alla loro missione». Perché? «Perché compito di una cooperativa non è certo quello di evitare il fallimento della famiglia Ligresti, bensì svolgere un'indispensabile azione di sussidiarietà nel contesto economico. È tempo che il movimento cooperativo si scrolli di dosso la subalternità creatasi negli anni rispetto al modello capitalistico». IL CASO Lo spessore di un premier non si misura certo sulla fortuna delle sue uscite mediatiche, ma di certo l'enfasi posta anche negli ultimi giorni da Mario Monti sulla lotta senza quartiere all' evasione fiscale non viene "premiata" dagli sviluppi dell'attualità. Se giusto ieri l'Unità riferiva della concreta assenza di un "tesoretto" derivante dai successi nel recupero tributario, poiché un conto è il risultato degli accertamenti altro il reale versamento del maltolto allo Stato, a stretto giro di posta è giunta dall'estero una notizia che in realtà ci riguarda da vicino. Infatti, mentre il governo italiano stringe i tempi per un accordo sui capitali illecitamente trasferiti dal Belpaese alla Svizzera, un'intesa analoga inizia visibilmente a scricchiolare. Si tratta dell'accordo tra Berna e Berlino, già ratificato ma che entrerà in vigore a partire dal prossimo anno. Un ritardo sufficiente - è l'accusa dalla Germania - per consentire alle banche elvetiche di consigliare i propri clienti tedeschi oggi, e forse quelli italiani domani, a trasferire i propri fondi verso lidi più tranquilli, ad esempio in Asia. C'è poi un'altra situazione anomala: in forza del'accordo i contribuenti tedeschi “infedeli” si troveranno a sanare, nell' anonimato, la loro situazione fiscale pagando decisamente meno (circa il 26%) di quanto versano gli onesti. Non a caso alcune regioni della Germania stanno continuando a raccogliere dati sugli esportatori di valuta. In particolare, l'accusa alla Svizzera arriva dal governatore della Nord Renania-Vestfalia, Hannelore Kraft. Ed è rafforzata dal ministro delle Finanze della Sassonia, Jens Bullerjahn («l'accordo è di fatto morto»). Le banche svizzere, accusa Kraft, stanno suggerendo ai clienti come trasferire contante dai forzieri elvetici a quelli asiatici, prima che l'accordo sulla tassazione dei conti “neri” entri in vigore. Per questo motivo, prosegue il governatore, la Regione del nord della Germania continuerà ad acquisire dati su persone sospettate di nascondere fondi in Svizzera. «L'acquisto di questi dati è legale ed è stato autorizzato dalle più alte autorità». Hannelore Kraft, una socialdemocratica all'opposizione, in un'intervista a Bild ribadisce la sua contrarietà: «Non siamo contrari ad un accordo fiscale di principio. Siamo contrari a questo accordo, perché c'è una questione fondamentale di uguaglianza. Quando entrerà in vigore, i cittadini disonesti tedeschi rimarranno anonimi, pagheranno meno di un contribuente onesto e si ritroveranno i loro redditi non denunciati completamente ripuliti». Un dubbio, questo, che circola anche nell'esecutivo italiano. «Il governo - spiegava a febbraio Mario Monti - sta valutando l'azione per l'attacco alla grande evasione nei paradisi fiscali e in Svizzera. Ma dobbiamo fare attenzione perché quello che può sembrare un attacco può trasformarsi in realtà in un condono». Dalla A di Adelchi alla X di Xerox: in mezzo c'è l'elenco di 86 aziende, l'ordine alfabetico della crisi. Del loro futuro si discute al ministero dello Sviluppo, si cerca una soluzione perché non chiudano, ma i tavoli sono totalmente aperti, e c'è molto (se non tutto) da fare. C'è poi un'altra lista che va dall'A. Merloni alla Yara: 53 tavoli di vecchia data, questi, per i quali è più facile confidare in qualche esito. In tutto 141 imprese che cercano di non sparire e più di 168mila lavoratori che sperano di non diventare esuberi. Va detto che è una parte soltanto del conto pagato alla recessione dal sistema produttivo italiano. Ci sono tutti i settori, nessuno escluso e tutte le regioni sono interessate: dal 2009 ben 30mila imprese hanno chiuso i cancelli. I mali dell'industria sono tornati sul proscenio nelle ultime settimane, il dramma dell'Ilva e di Taranto ha restituito il carattere dell'urgenza alla politica industriale, grande assente degli ultimi anni. OTTIMISMOE OMISSIONI Il laissez-faire del governo Berlusconi, quell'ottimismo a ogni costo mentre tutti gli indicatori suggerivano allerta, ha portato alla situazione attuale. Vertenze come quelle di Vinyls, di Alcoa, di Eurallumina, Videocon sono vecchie di anni, con un maggior dinamismo dei predecessori di Corrado Passera forse sarebbero state risolte. E non c'è, purtroppo, solo l'industria. Sul sito del Mise (che sta per ministero dello Sviluppo economico) l'ultimo comunicato che racconta l'Italia della recessione è su Wind Jet, compagnia aerea low cost arrivata al capolinea: «Ha comunicato di voler ricercare una soluzione per la continuità aziendale», recita la nota. Mercoledì sapremo se ce la farà o se prenderà altre strade. Data di pubblicazione, 14 agosto. Una settimana prima si era discusso del polo tessile di Airola, Campania: si pensa a reindustrializzare, con il contributo degli enti locali. La Confindustria di Benevento farà arrivare il suo progetto dettagliato di investimenti. Se ne riparlerà prima della metà di ottobre. Il 31 luglio a sedersi intorno al tavolo sono stati i protagonisti di un'altra vertenza, quella della Memc Electronic, la sede è a Saint Louis, negli Usa, ma la produzione di silicio iperpuro, monocristallino per l'elettronica e di policristallino per il fotovoltaico è qui. In Europa sono solo due gli stabilimenti di questo tipo, l'altro è in Germania. Si parla molto e si punta sulla green economy, di questi tempi, ma la multinazionale statunitense sembra voler tornare indietro. Gli addetti che rischiano di andare a casa hanno una professionalità altissima: su 550, 300 sono in cassa integrazione, di cui 200 a zero ore. L'indotto conta un altro centinaio di posti, c'è poi un altro stabilimento a Novara, un altro nel reatino. Finiti gli incentivi per il fotovoltaico e con il dumping cinese, produrre a Merano non è più conveniente. Questo in rozza sintesi. Solsonica, Richard Ginori, Valtur, Termini Imerese, Alpitour, Parmalat, Indesit, Italcementi, Alcatel: un comunicato dopo l'altro, un aggiornamento di tavolo dopo l'altro. Soluzioni, purtroppo, poche. Se ne riparla a settembre, intanto le statistiche non perdonano: nel secondo trimestre di quest'anno il calo del prodotto interno lordo (Pil) è stato dello 0,7% rispetto al periodo gennaio-marzo 2012 ed è ormai un intero anno che l'economia del Paese arretra. Confermata dunque la recessione. Su base annua il calo del Pil è stato invece del 2,5%, il peggiore dato dalla fine del 2009. Non si salva nessun settore. Dall'industria arriva anche il dato choc della produzione che in un anno ha lasciato sul terreno l'8,2%. Sono dati Istat, che calcola in sei mesi una perdita dell'1,6% del prodotto interno lordo. Le previsioni non sono buone, il 2012 rischia di chiudersi con un Pil a -1,9%. Colpa della crisi internazionale, d'accordo: però, sempre considerando il secondo trimestre dell'anno, nel Regno Unito che pure non sta benissimo il calo annuo è dello 0,8% mentre negli Usa il Pil aumenta del 2,2%. Ventunomilioni dallaporno-tax Menodelleattese Fisco, vacilla l'intesa fra Svizzera e Germania Latassa sull'hard, suchi producee distribuiscematerialepornografico, maanche suchiproduce materiale che«incitaalla violenza»e sui tele-imbonitori,potrebbesembrare piùun'operazione“etica” che un modoper farcassa. Manon ècosì: solo loscorsoanno,ad esempio,ha fruttatoall'erarioben 21 milionidi euro.Laporno-tax, propostaper la primavolta nel 2002 daldeputato di Forza Italia, EmanueleFalsitta, ed approvatanel 2005grazie all'impegnodi DanielaSantanchè, avrebbedovuto fruttare molto dipiù: 220milioninel 2006. MARCOTEDESCHI MILANO . . . «La nostra storia ha modelli di imprenditori pubblici vincenti, fra tutti Enrico Mattei» Il conto salato della crisi: trentamila attività chiuse In tre anni dal 2009, trentamila imprese hanno chiuso i battenti 141 sono le vertenze in attesa di soluzione FELICIAMASOCCO ROMA lunedì 20 agosto 2012 5
«Per salvaguardare il patrimonio industriale del Paese è bene che, laddove serve, intervenga direttamente lo Stato, rilevando quote di aziende private ed investendo in grandi progetti industriali». Nell'intervista pubblicata ieri, Susanna Camusso ha riportato in vita un concetto che sembrava sepolto in lunghi anni di liberismo: il capitale pubblico al servizio della crescita come antidoto alla crisi. Giulio Sapelli raccoglie quella che non reputa affatto una provocazione. «Tutt'altro - dice il docente di Storia Economica all'Università Statale di Milano - le parole della Camusso hanno il grande pregio di sottolineare la necessità di una svolta rispetto al pensiero a lungo dominante, quello che reputa la presenza dello Stato nell'attività economica un nemico della crescita. Mi permetto invece di dissentire relativamente alla modalità con cui bisognerebbe agire». Perquale ragione? «Se ho ben capito le parole del segretario della Cgil, l'idea è quella di un' azione duplice: da un lato l'assunzione da parte dello Stato di un ruolo attivo in grandi progetti industriali, dall' altro l'ingresso nel capitale di aziende in difficoltà con l'obiettivo di traghettarle fuori dalla crisi. Ecco, se il primo punto mi vede assolutamente d'accordo, sul secondo ho una diversa visione delle cose». Partiamo allora da questa divergenza divedute. «L'idea dello Stato che prende il timone di aziende alla deriva appartiene ad un passato neppure recente. Non è pensabile, per capirci, dare vita ad una nuova Iri, quella che nel pieno della Grande crisi fra le due guerre salvò fabbriche e banche dal fallimento, creando allo stesso tempo i presupposti per la creazione di vari "carrozzoni" assistiti ed infiltrati dalla politica che tanti danni hanno fatto al Paese nei decenni successivi. Con questo non voglio dire che il governo si debba girare dall'altra parte rispetto alle società in difficoltà, ma gli strumenti per intervenire sono altri». Valeadire? «Uno strumento forte è sicuramente il varo di provvedimenti mirati di defiscalizzazione con i quali concedere ossigeno finanziario alle imprese che non hanno liquidità sufficiente per l'attività ordinaria e/o per gli investimenti». Eincasidrammatici,comequelloattualissimo dell'Ilva di Taranto, che cosa si fa? «Di fronte ad un'azienda che ha bisogno immediatamente di un grande fiPiù Stato nel mercato: il modello è l'Eni, non l'Iri Il governo ha risanato il Paese. Ora tocca alle imprese». Così il ministro del Welfare, Elsa Fornero. «L'Italia - spiega - ha sicuramente recuperato maggiore solidarietà finanziaria e immagine. Il nostro compito ora è quello di convincere le imprese a investire». Ma il rigore resta indispensabile: «Le restrizioni finanziarie rischiano di penalizzare la crescita, ma costituiscono un prerequisito necessario. Le crescite basate sul disavanzo di bilancio valgono solo a breve termine». Una posizione che ha suscitato immediatamente le critiche dell'Italia dei Valori: «Come al solito questi professori se la cantano e se la suonano da soli, ignorando completamente il Paese reale - ha commentato il responsabile Lavoro e Welfare, Maurizio Zipponi - . Non si rende conto che, con Monti al governo, la crisi per le aziende medio-piccole, vale a dire per il 95% dell'economia italiana, è diventata ancora più pesante». La sfida - secondo Fornero - è favorire lo sviluppo «essenziale è la riforma del mercato del lavoro, a partire dalla necessità di arginare la precarietà. Ma non esiste una bacchetta magica, occorre agire su diversi fronti: modifica dell'articolo 18 e maggiore flessibilità delle imprese. Ma anche misure come la liberalizzazione, il pacchetto sviluppo, la semplificazione». Se il premier Mario Monti ha sostenuto che sul lavoro «forse andranno aggiornati alcuni aspetti», Fornero aggiunge. «Non esistono dogmi, la riforma va calata nel tessuto sociale per migliorare produttività e la competitività delle imprese. Il governo - assicura Fornero - sta lavorando perché l'Italia non debba ricorrere allo scudo anti spread. E il sottosegretario allo Sviluppo economico, Claudio De Vincenti conferma che ci saranno i fondi alle imprese per ricerca e sviluppo. «Il Mezzogiorno è una priorità fondamentale nel riordino degli incentivi che stiamo realizzando - dice De Vincenti - . I fondi ex 488 destinati al Sud continueranno a essere orientati al Sud, sia quelli basati su risorse comunitarie, che restano vincolati ai programmi di coesione europei, sia quelli basati su risorse nazionali, che sono confluiti nel Fondo per la crescita sostenibile». L'INTERVISTA Con l'emergenza finanziaria e gli scandali di Tangentopoli a dominare le prime pagine dei giornali, per una fetta consistente dei cittadini italiani la liquidazione delle partecipazioni statali - si trattasse di servizi, infrastrutture, assicurazioni o banche - era rapidamente diventata una decisione giusta. Questo non soltanto per risanare il dissestato bilancio pubblico, ma anche per creare le premesse di una nuova stagione della storia nazionale, non più soffocata dalla ossessiva presenza dei partiti corrotti, ma libera, moderna, efficiente e finalmente pronta ad accogliere quei capitali stranieri necessari per finanziare sviluppo e occupazione. L'esperienza storica del nostro Paese ha dimostrato quanto fossero illusorie - se non addirittura ingenue - molte di quelle attese degli anni Novanta. Tuttavia, non è difficile cogliere la metamorfosi che le istituzioni pubbliche hanno subito nel corso dell'ultimo ventennio sulla scorta dell'egemonia cultura e politica del pensiero unico reaganian-thatcheriano. La struttura dello Stato come attore economico - quindi potenzialmente proattivo e redistributivo - è stata scardinata, trasformandola in una mera istituzione regolamentativa, limitata negli strumenti e incapace di incidere con forza sulla vita economica del Paese. Lo Stato ha smesso di «fare» e si è ridotto a controllare e regolamentare i modi e le forme con cui il privato «fa», rendendosi però sempre più dipendente da quest'ultimo. Le conseguenze nefaste di questa mutazione si sono cominciate a misurare proprio con l'arrivo della crisi economica e finanziaria. In mancanza di istituzioni pubbliche capaci di operare direttamente, gli aiuti stanziati dai singoli governi nazionali a sostegno del settore privato sono dovuti transitare necessariamente per quello stesso sistema finanziario privato che era stato corresponsabile della crisi, e che non ci ha pensato due volte ad utilizzare quell'inatteso flusso di denaro pubblico per tornare a speculare, paradossalmente contro gli stessi Stati che li stavano aiutando. Per quanto riguarda il nostro Paese, non si può negare che il processo di smembramento e cessione di attività produttive pubbliche abbia avuto pesanti conseguenze sull'economia nazionale. La media e l'alta tecnologia, per non parlare della ricerca, che per decenni erano rimaste concentrate quasi esclusivamente nel settore delle partecipazioni statali, non hanno trovato capitali privati capaci di garantirne la sopravvivenza sul territorio italiano. Le esternalità positive di cui beneficiava la fitta rete di piccole e medie imprese del settore manifatturiero italiano sono andate progressivamente scemando, lasciando spesso spazio agli enormi danni ambientali e sociali di tecnologie produttive inefficienti su cui una certa imprenditoria privata ha lungamente prosperato e i cui costi sono finiti interamente a carico della collettività. Il caso dell'Ilva di Taranto è in tal senso emblematico. E bene ha fatto Susanna Camusso nella sua intervista di ieri a l'Unità a prendere in considerazione la prospettiva di una proprietà pubblica di alcuni asset strategici per l'interesse nazionale. La ricerca nei settori ad alta tecnologia, la disponibilità di prodotti di base e la fornitura di energia a prezzo contenuto sono necessità irrinunciabili per le industrie manifatturiere italiane. Se il settore privato non è in grado di garantire tali produzioni senza esternalità negative per le persone e per l'ambiente è giusto che ci pensi direttamente lo Stato nelle forme che si riterranno più opportune. La privatizzazione dei profitti e la socializzazione dei costi è stato un binomio che ha caratterizzato a lungo il nostro Paese. Ma è una alternativa che - proprio nell'interesse dell'Italia - non possiamo più prendere in considerazione. L'ITALIAELACRISI MARCOVENTIMIGLIA MILANO VIRGINIALORI ROMA INTERVISTAACAMUSSOSUL'UNITÀDI IERI GiulioSapelli Fornero, ora le imprese investano «LoStato compriquote di aziende in crisi»: cosìSusanna Camusso, ieri sulnostrogiornale, in un'intervistaaMassimo Franchi. «La Cassadepositi e prestitipuò farlo, rivendendo dopola crisi». Grande la preoccupazionedella leaderCgil: «Stiamo affondandodi mese in meseenon basta un decretoSviluppo chedarà risultati tra qualcheanno. Civogliono risposte immediate.Algoverno Camussochiede quindi«un cambio di rottae misure urgenti per il lavoro. I segnali che ciarrivano diun autunno caldosono fortissimi». SEGUEDALLAPRIMA «SusannaCamussoha giustamentesottolineato lanecessitàdicambiare ilpensierodominante,per cui loStato imprenditore èunnemicodellacrescita». . . Non l'Europa ma la nostra sudditanza al liberismo ha cancellato la presenza pubblica Ora la crisi la ripropone Un'ideologia ha cancellato lo Stato-attore L'ANALISI RONNY MAZZOCCHI 4 lunedì 20 agosto 2012
«Non pensavamo che sarebbe arrivato a tanto», dicono i suoi. Non si pensa mai, in fondo, le tragedie hanno sempre un aspetto inatteso anche quando inattese non sono. Ma come andare a pensare che un uomo grande e grosso possa non poterne più al punto da cospargersi di benzina e darsi fuoco: come un monaco tibetano, come un ragazzo che vendeva legumi in Tunisia, diventato da morto un eroe della primavera araba. Come un disoccupato israeliano, che come lui a più di 50 anni non trovava un posto di lavoro. Angelo di Carlo è morto all'alba di ieri, nell'ospedale romano Sant'Eugenio, reparto grandi ustionati. La notte dell'11 agosto si era dato fuoco davanti a Montecitorio, non un luogo qualunque. Più che un suicidio, la sua è stata una protesta estrema, un grido di rabbia e di dolore: l'ultima, luttuosa, manifestazione di dignità. Avvolto dalle fiamme, Angelo ha mosso qualche passo verso l'ingresso del Parlamento, sono stati i carabinieri di guardia i primi a intervenire, per spegnere le fiamme. Un operaio senza un lavoro fisso, da tempo. Precario a 54 anni, troppo vecchio per entrare su un libro paga, troppo giovane per restarne lontano. E infatti Angelo si arrangiava, come poteva. Qualche lavoretto, quando capitava, quando qualcuno lo chiamava. Brevi periodi, niente su cui fare conto davvero. Giorno dopo giorno a tirare le somme, per concludere che un posto vero, di quelli che pagano pranzi e cene ma anche qualche progetto per il futuro, ecco un posto così per lui non sarebbe più arrivato. «SEMPRE INPRIMA LINEA» Non era facile per Angelo, «Sgargy» per molti, che pure aveva le spalle larghe e che era pronto a darsi da fare. Ambientalista, impegnato nella politica dal basso. Il gruppo ClanDestino, poi il Movimento cinque stelle. A cercare sul web lo si vede in una foto neanche troppo lontana nel tempo, mentre distribuisce volantini a Forlì, città d'adozione per lui che veniva da Roma. «Sempre in prima linea, ovunque ci fosse da dare battaglia», scrivono di lui quelli che lo conoscevano e che gli hanno voluto bene. Angelo era uno di quelli che non si arrendeva facilmente, uno che ti esortava «a non mollare». «L'ha fatto per il lavoro», dice il fratello Santino. Il lavoro che non c'era ed era diventato un macigno, un buco nero che aveva finito per inghiottire tutto il resto. Anche se lui non ne parlava. «Se avevamo capito qualcosa? Magari», dicono i suoi. I giornali hanno scritto che c'erano liti in famiglia per un'eredità contesa. «Nessun litigio», dice Santino. «L'ha fatto per il lavoro». Due lutti recenti, la madre la prima ad andarsene, poi sua moglie. Le giornate vuote devono esserlo sembrate ancora di più. I conti da far quadrare, le difficoltà quotidiane. Fino a quando un giorno la sua dose di pazienza, di testardaggine, di forza o comunque si voglia chiamare la molla che ti fa andare avanti, è finita. «Vado a Roma», ha detto Angelo a suo figlio. Non ha spiegato perché, nessuno l'ha neanche immaginato. E invece Angelo ci aveva ragionato sopra. Nello zainetto sulle spalle, una bottiglia piena di liquido infiammabile, in tasca un accendino. All'una di notte è arrivato in piazza Montecitorio, quando è più fresco e c'è ancora gente per le strade. L'ultimo fotogramma è un uomo avvolto dalle fiamme, che sembra correre, il volto è una smorfia di dolore. L'85 per cento del corpo ustionato, una situazione senza ritorno. Lo sapeva dal principio Angelo, che a Roma ci andava per morire. E per dire che non è vita questa, che nel bilancio di un Paese bisogna scrivere anche quanto costa fare finta che la precarietà sia normale. Che nel Pil nazionale bisogna metterci anche il dolore di chi viene tagliato fuori. Angelo lo sapeva che andava a morire. Nello zainetto hanno trovato due biglietti. Uno per il suo avvocato, l'altro per suo figlio. Nel portafoglio 160 euro, tutto quello che gli restava. «Questi sono per mio figlio». La sua eredità. Il punto di piazza Montecitorio dove Angelo Di Carlo si è dato fuoco. Sotto la sua foto su Facebook FOTO OMNIROMA È un cordoglio unanime, forte. È una storia troppo dura, troppo drammatica. È il segno di un Paese veramente in crisi, e disperato. La politica reagisce davanti alla morte di Angelo Di Carlo, l'uomo che ha scelto di darsi fuoco davanti a Montecitorio, ucciso ieri dalle ustioni riportate dopo una lunga agonia. Il segretario del Pd, Bersani commenta con parole sofferte: «Davanti alla tragedia di Angelo Di Carlo dobbiamo, a lui e alla sua famiglia, un pensiero di solidarietà e di cordoglio. I suicidi per motivi di lavoro sono un dramma immenso di fronte al quale possiamo solo chinarci a riflettere. La classe dirigente del Paese ha il dovere di trovare una risposta ai problemi dei cittadini. Occorre assumersi la responsabilità di fare ciò che si può, ciò che si deve, con serietà ed onestà». E il responsabile economico del Pd, Stefano Fassina, aggiunge: «Il suicidio di Angelo Di Carlo è l'ennesimo dramma del lavoro. Operaio cinquantenne, precario da anni, disperato per assenza di lavoro. È una tragica morte che dovrebbe dare a tutti maggiore sensibilità macro numeri della crisi. Gli spread sociali non possono continuare ad avere minore rilevanza rispetto agli spread finanziari. La morte di Angelo Di Carlo dovrebbe anche ricordare a tutti che il dramma del lavoro travolge tutte le generazioni, quelle più giovani e quelle meno giovani, nonostante la retorica giovanilistica così di moda. Senza riportare al centro dell'agenda politica e di politica economica il lavoro,la persona che lavora, non usciremo dal tunnel. I suicidi di operai e imprenditori non possono diventare cronaca minore di una società rassegnata alla marginalità del lavoro». Sul tema interviene anche Antonio di Pietro, leader Idv, con un post sul suo profilo Facebook: «Oggi è un giorno di lutto. È una sconfitta per lo Stato e per le istituzioni. I suicidi tra gli imprenditori e gli operai hanno ormai raggiunto un numero altissimo e questo è inaccettabile. Occorre riportare il lavoro al centro dell'agenda politica - aggiunge - Come stabilisce l'articolo 1 della Costituzione, la nostra è una Repubblica fondata sul lavoro. I nostri governanti ogni tanto se lo ricordino». Sono tante le reazioni. Spesso commosse, come quella del deputato democratico Mario Adinolfi. «È prassi che per ogni deputato o ex deputato deceduto la Camera svolga un in aula un ricordo di chi è morto. Chiederò al presidente Fini di poter commemorare Angelo Di Carlo alla riapertura dei lavori parlamentari. È morto suicida un rappresentante del popolo che soffre». Mario Adinolfi, si dice «sconvolto» in una nota per la morte dell'operaio che si era dato fuoco a piazza Montecitorio il 12 agosto scorso, deceduto oggi dopo una settimana di agonia: «Angelo è diventato una torcia umana di notte, in una Roma quasi deserta, squarciando buio e silenzio. La sua è la morte di un operaio disoccupato, di un precario, che ha scelto per la sua fine un luogo simbolico che non può non interrogare chi in quel Palazzo svolge il proprio ruolo di rappresentante del popolo. Angelo era rappresentante di un popolo che soffre, ha squarciato buio e silenzio. Quella luce e quell'urlo non possono lasciare la Camera indifferente. Io rendo omaggio al suo dolore, abbraccio i familiari che lo hanno perduto, mi farò carico di ricordarlo nell'Aula di Montecitorio, per quel poco che questo gesto può contare davanti all'abisso di un suicidio quanto mai simbolico come questo». ILCOMMENTO ESTERINOMONTINO* . . . Fassina: una tragedia che ci ferisce tutti Di Pietro: oggi è un giorno di lutto per gli italiani Angelo Di Carlo, 54 anni e disoccupato, si era lasciato avvolgere dalle fiamme lo scorso 11 agosto La protesta estrema davanti a Montecitorio. Al figlio ha lasciato 160 euro. Un'agonia di otto giorni ANGELODI CARLO L'OPERAIOCHEL'11AGOSTOSI È DATO FUOCONELLANOTTEIN PIAZZA DEL PARLAMENTO, NONSI ÈSUICIDATO, è morto bruciato dalla disperazione e dalla precarietà. Era entrato per forza dentro il girone infernale del non fare niente, dei senza lavoro che oggi in Italia conta, secondo i dati Istat, 2 milioni e 792 mila persone. È morto perché non reggeva l'espulsione dal lavoro che durava da mesi e dalla vergogna di non poter garantire al figlio, non tanto il futuro, ma nemmeno il presente. Di Carlo aveva solo 54 anni, troppo pochi per accettare la sconfitta, troppi per sperare di ritrovare un contratto. Il tragico epilogo della sua storia mi crea un grande disagio, un malessere profondo. Non è accettabile che la sua morte passi per un semplice fatto di cronaca. È molto di piu: il segnale che la crisi ha raggiunto picchi di devastazione sociale e umana di cui la politica fatica a prendere pienamente coscienza. L'autunno alle porte può produrre altre disperazioni, altri disoccupati, può annichilire il pensiero di presente e futuro a giovani e meno giovani. I dati Istat fotografano la vita di persone con i numeri. Ma Angelo purtroppo non era un numero. Intrappolato in quell'esercito di quasi tre milioni di persone, non riusciva a venirne fuori. Ecco, ho l'impressione che la politica abbia perso la cognizione del reale e che si diletti invece in questioni lontane dal destino concreto di questo mare di disperazione che da maggio a giugno si è allargato di altre 73mila unità. Abbiamo problemi enormi da affrontare, dalla riforma di una legge elettorale vergognosa, al problema delle intercettazioni. Ma ho idea che per Angelo l'urgenza fosse altra, avere un lavoro per garantire al figlio e a se stesso un minimo di dignità. Ha sentito di non avere ascolto, di non avere chance e ha gettato la spugna. Per quelli dell'eta di Angelo il problema è drammatico oltre quello che si può immaginare. Il sentiero del reinserimento è piu angusto, quasi occluso. Il Lazio si presenta all'appuntamento con le difese bombardate, con interi e strategici comparti allo sbando: dalla sanità, ai trasporti, dai rifiuti, alla crisi di liquidità delle imprese grandi e piccole, con il ricorso alla cassa integrazione alle stelle. Aumenta la disoccupazione ed il numero dei cassaintegrati a marzo ha toccato quota 55mila. Nei primi tre mesi del 2012 mentre in Italia la cassaintegrazione è salita del 2,1% nel Lazio si è registrato un +83,6% rispetto al 2011. Cresce anche il numero delle aziende chiuse per fallimento: nel 2011 sono state 1.215 facendo arrivare il Lazio al secondo posto in una classifica dove primeggia in negativo la Lombadia. Siamo all'emergenza sociale ma anche nel caso del Lazio la politica mi pare sia distratta da altro. Non mi pare che i principali rappresentati della Regione abbiano piena consapevolezza della tempesta economica e sociale che si profila all'orizzonte e che invece si facciano troppo distrarre dalle manovre per le prossime elezioni che riguardano solo il loro personalissimo futuro. Non a quello del figlio di Angelo. A lui va la mia solidarietà e vicinanza anche se so che è ben poca cosa. *Capogruppo Pd Regione Lazio Bersani: «Dramma immenso» Morto l'operaio che s'era dato fuoco MARINAMASTROLUCA ROMA È emergenza sociale: dobbiamo ascoltare di più il Paese reale . . . Aveva 54 anni: troppi per trovare un altro lavoro, troppo pochi per accettare la sconfitta . . . I familiari in lutto: «Non pensavamo che potesse arrivare a tanto» RICCARDOVALDESI ROMA lunedì 20 agosto 2012 7
SPECIALEU: 4-Continua 16 17 18 19 Quarta puntata del fumetto «La Marcia di Pio». Le tavole pubblicate ieri, firmate da Lo Bocchiaro e Blunda, raccontavano i giorni drammatici del carcere di La Torre all'Ucciardone nel 1960. 14 lunedì 20 agosto 2012
SUGGESTIVEMATROPPOSCONTA-TE,LEVOCICHESETTIMANEFADAVANO NICOLE MINETTI ricompensata dall'uscita dal Consiglio regionale lombardo con l'ingresso in una trasmissione epocale Mediaset: Uomini eDonne. E qui davvero la suggestione è al top, essendo l'esponente del listino Formigoni reduce dalla conduzione di un analogo format allestito senza telecamere (al più, con qualche ripresa dei cellulari) sul set della Villa di Arcore: Uomo e Donne (titolo eufemistico che edulcora il più esplicito Papi e Olgettine). Eppure, dicevo, l'ipotesi suona ovvia e quindi improbabile, considerata la spiazzante fantasia dell'Uomo, meglio, del Papi, nell'attribuzione di ruoli: uno che ha messo Ferrara ai rapporti col Parlamento, Bossi alle Riforme, Calderoli alla Semplificazione e la Gelmini all'Istruzione, non è proprio uno specialista nell'assegnare posti in base alle competenze. Meglio prendere le voci (poco) fantasiose sulla nuova carriera catodica dell'illustre igienista dentale come spunto per uno sfizioso giochino dell'estate: «Cosa potrebbero condurre?». Dove il Cavaliere potrebbe piazzare altri collaboratori e/o sottoposti politici che ora per Lui, bramoso di rifarsi la faccia (al di là dell'ineluttabile nuovo lifting), sono imbarazzanti? Di Scilipoti si potrebbe sbarazzare affidandogli la conduzione di Scherzi a parte, variante televisiva molto meno surreale delle sue assurde avventure politiche, dalla candidatura con Di Pietro al controllo assoluto della maggioranza parlamentare in Italia. Cicchitto potrebbe approdare ai Cesaroni nel ruolo di amministratore di condominio ciociaro, lamentoso e noioso. Dell'Utri potrebbe condurre Chi vuol essere milionario? in una nuova versione: i milioni non li vincono i concorrenti, ma il conduttore. E paga Papi. TV 06.30 TG 1. Informazione 06.40 CCISS Viaggiare informati. Informazione 06.45 Unomattina Estate. Attualita' 10.10 Unomattina Vitabella. Attualita' 11.05 Un ciclone in convento. Serie TV 12.00 E state con noi in TV. Show. Conduce Paolo Limiti. 13.30 TG 1. Informazione 14.10 Don Matteo 7. Serie TV 15.10 Capri. Serie TV 17.00 TG 1. Informazione 17.10 Che tempo fa. Informazione 17.15 Heartland. Serie TV 18.00 Il Commissario Rex. Serie TV 18.50 Reazione a catena. Show. Conduce Pino Insegno. 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Techetechetè. Videoframmenti 21.20 Pane e libertà. Serie TV Con Pierfrancesco Favino, Raaella Rea, Rubino Giuseppe Zeno. 23.40 Nel cuore dell'Asia centrale. Reportage 00.50 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.20 Che tempo fa. Informazione 01.25 Sottovoce. Talk Show. Conduce Gigi Marzullo. 02.00 Rai Educational. Real School. Documentario 07.00 Sorgente di vita. Rubrica 07.30 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 10.15 La complicata vita di Christine. Serie TV 10.35 Tg2 Insieme Estate. Rubrica 11.20 Il nostro amico Charly. Serie TV 12.10 La nostra amica Robbie. Serie TV 13.00 Tg2 - Giorno. Informazione 14.00 Senza Traccia. Serie TV 14.45 Army Wives. Serie TV 15.30 Guardia Costiera. Serie TV 16.15 Blue Bloods. Serie TV 17.00 90210. Serie TV 17.50 Tg2 - Flash L.I.S. Informazione 17.55 Rai TG Sport. Sport 18.15 TG 2. Informazione 18.45 Cold Case - Delitti irrisolti. Serie TV 19.35 Ghost Whisperer. Serie TV 20.30 TG 2 - 20.30. Informazione 21.05 Squadra Speciale Cobra 11. Serie TV Con Erdoğan Atalay, Johannes Brandrup, René Steinke. 21.55 Una scatenata coppia di sbirri. Serie TV. 22.50 Supernatural. Serie TV 23.20 Tg2. Informazione 23.35 Stracult - Il meglio d. Show. 01.05 Protestantesimo. Rubrica 01.35 Meteo 2. Informazione 08.00 Accadde al commissariato. Film Commedia. (1954) Regia di Giorgio Simonelli. Con Nino Taranto. 10.15 La Storia siamo noi. Documentario 10.30 Cominciamo Bene. Rubrica 11.15 Agente Pepper. Serie TV 12.00 TG3. Informazione 12.01 Rai Sport Notizie. Informazione 12.15 Per un pugno di libri. Informazione 13.10 La strada per la felicita'. Soap Opera 14.00 TG3 Regione. / TG3. Informazione 14.55 La casa nella prateria. Serie TV 15.45 Chasing 3000. Film Sport. (2008) Regia di Gregory Lanesey. Con Ray Liotta. 17.15 Geo Magazine 2012. Documentario 19.00 TG3. / Tg Regione. Informazione 20.00 Blob. Rubrica 20.05 Un caso per due. Serie TV 21.00 Notte brava a Las Vegas. Film Commedia (2008) Regia di Tom Vaughan. Con Cameron Diaz, Ashton Kutcher. 22.55 TG3 Regione. Informazione 23.30 Tg3 Linea notte. Informazione 23.40 FIL - Felicità interna lorda. Rubrica 23.55 Fuori Orario. Cose (mai) viste. Rubrica 00.25 La musica di Raitre. Musica 06.35 Media shopping. Shopping Tv 06.50 Magnum P.I. Serie TV 07.45 Più forte ragazzi. Serie TV 08.40 Sentinel. Serie TV 09.50 Monk. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Pacific blue I. Serie TV 12.55 Distretto di Polizia IV. Serie TV 13.52 Poirot. Serie TV 16.05 My Life - Segreti e passioni. Soap Opera 16.55 Il Commissario Navarro. Serie TV 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.10 Siska. Serie TV 21.10 Caccia mortale. Film Azione. (1993) Regia di Vic Armstrong. Con Dolph Lundgren, George Segal. 23.32 Seven swords. Film Fantasia. (2005) Regia di Tsui Hark. Con Dai Liwu, Kim So-yeon, Duncan Lai. 02.33 Bisturi, la mafia bianca. Film Drammatico. (1973) Regia di Luigi Zampa. Con Gabriele Ferzetti, Enrico Maria Salerno. 04.10 Media shopping. Shopping Tv 07.55 Traco. Informazione 07.57 Meteo 5. Informazione 07.58 Borse e monete. Informazione 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.35 Finalmente arriva Kalle. Film Commedia. (2006) 09.30 Il tesoro dei Templari III. Film Tv Avventura. (2008) Regia di Giacomo Campeotto. Con Nicklas Svale Andersen. 11.10 I Cesaroni. Serie TV 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.10 Centovetrine. Soap Opera 14.46 Olimpiadi di famiglia. Film Tv Sentimentale. (2011) Regia di David S. Cass. Con Marnette Patterson. 16.51 La locandiera. Film Commedia. (2006) Regia di Maurizio Panici. Con Pamela Villoresi. 18.35 La ruota della fortuna. Show. Conduce Enrico Papi. 20.00 Tg5. Informazione 20.40 Veline. Show 21.20 Tra le nuvole. Film Commedia. (2009) Regia di Jason Reitman. Con George Clooney, Jason Bateman. 23.30 The Mexican. Film Commedia. (2001) Regia di Gore Verbinski. Con Julia Roberts, Brad Pitt, James Gandolfi. 01.30 Tg5 - Notte. Informazione 01.59 Meteo 5. Informazione 02.15 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 06.30 Il mondo di Patty. Serie TV 07.20 Hannah Montana. Serie TV 08.10 Cartoni Animati 10.30 Dawson's Creek. Serie TV 12.25 Studio Aperto. Informazione 13.02 Studio sport. Informazione 13.40 Futurama. Cartoni Animati 14.10 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 Dragon ball. Cartoni Animati 15.00 Hellcats. Serie TV 15.52 Anteprima Celebrity Games. Rubrica 15.55 Glee. Serie TV 16.45 Giovani campionesse. Serie TV 17.40 Le cose che amo di te. Sit Com 18.05 Love bugs III. Sit Com 18.25 Anteprima Celebrity Games. Rubrica 18.30 Studio Aperto. 19.00 Studio sport. 19.25 C.S.I. New York. Serie TV 21.10 Plastik - Ultrabellezza. Show. Conduce Elena Santarelli. 00.40 Rookie Blue. Serie TV 01.30 Nip/tuck. Serie TV 02.25 Rescue me - Il ritorno di Janet. Film Drammatico. (2005) 03.05 Studio Aperto - La giornata. Informazione 03.20 Media Shopping. 03.31 Anteprima Celebrity Games. 03.35 Non chiamatemi papà. Film Tv Commedia. (1996) Regia di Ninì Salerno. 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus - Rassegna stampa. Rubrica 07.30 Tg La7. Informazione 09.55 In Onda (R). Talk Show. Conduce Filippo Facci, Natasha Lusenti. 10.35 J.A.G. - Avvocati in divisa. Serie TV 11.30 Agente speciale Sue Thomas. Serie TV 12.30 I menù di Benedetta (R). Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Movie Flash. Rubrica 14.10 La poliziotta. Film Commedia. (1974) Con Mariangela Melato. 15.45 Chiamata d'emergenza. Serie TV 16.10 Il Commissario Cordier. Serie TV 18.05 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 In Onda. Talk Show. Conduce Filippo Facci, Natasha Lusenti. 21.10 Draquila - L'Italia che trema. Film Documentario. (2010) Regia di Sabina Guzzanti. Con Sabina Guzzanti. 23.00 Un capo in incognito - White Castle. Docu Reality 23.45 Un capo in incognito - Churchill Downs. Docu Reality 00.30 Tg La7. Informazione 00.35 Tg La7 Sport. Informazione 00.40 N.Y.P.D. Blue. Serie TV 21.00 Sky Cine News. Rubrica 21.10 I pu. Film Animazione. (2011) Regia di R. Gosnell. Con H. Azaria N. Harris. 23.00 Carnage. Film Commedia. (2011) Regia di R. Polanski. Con J. Foster K. Winslet. 00.25 Salvate il soldato Ryan. Film. (1998) Regia di S. Spielberg. Con T. Hanks M. Damon. SKY CINEMA 1HD 21.00 Un canestro per due. Film Commedia. (1997) Regia di R. Miller. Con M. Wayans K. Hardison. 22.55 African Cats. Film Informazione. (2011) Regia di A. Fothergill K. Scholey. 00.30 Tesoro, mi si è allargato il ragazzino. Film Commedia. (1992) Regia di R. Kleiser. Con R. Moranis M. Strassman. 21.00 Un anno da ricordare. Film Drammatico. (2010) Regia di R. Wallace. Con D. Lane J. Malkovich. 23.10 Sleepwalking. Film Drammatico. (2008) Regia di B. Maher. Con N. Stahl A. Robb. 01.00 Piccolo dizionario amoroso. Film Drammatico. (2002) Regia di G. Jenkin. Con J. Alba H. Dancy. 18.15 Adventure Time. Cartoni Animati 18.40 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 19.15 Ninjago. Serie TV 19.40 Redakai: Alla conquista di Kairu. Cartoni Animati 20.05 Ben 10. Cartoni Animati 20.30 Ninjago. Serie TV 20.55 Adventure Time. Cartoni Animati 21.20 Brutti e cattivi. Cartoni Animati 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Come è fatto. Documentario 20.00 Top Gear. Documentario 21.00 Marchio di fabbrica. Documentario 22.00 Reazione a catena. Documentario 23.00 Crisis Control. Documentario 00.00 Come è fatto. Documentario 19.00 Special Move To The Beat. Musica 19.15 Una splendida annata. Videoframmenti 20.00 Lorem Ipsum. Attualita' 20.20 Una splendida annata. Videoframmenti 21.00 Fuori frigo. Attualita' 21.30 The Middleman. Serie TV 22.30 The Nine Lives of Chloe King. Serie TV DEEJAY TV 18.30 Chelsea Settles: Una vita XXL. Serie TV 19.20 Popland. Telenovelas 21.10 Jersey Shore. Serie TV 22.00 Pauly D.: da Jersey Shore a Las Vegas. Serie TV 22.50 Crash Canyon. Serie TV 23.40 Speciale MTV News: Story of The Day. Informazione MTV RAI 1 21.20: Pane e libertà Film Tv con P. Favino. Giuseppe Di Vittorio dopo la morte di un amico organizza uno sciopero... 21. 05: Squadra Speciale Cobra 11 Serie TV con E. Atalay. Continuano le indagini della polizia autostradale tedesca . 21.00: Notte brava a Las Vegas Film con C. Diaz. Joy e Jack si incontrano a Las Vegas e si sposano da sbronzi. 21.10: Caccia mortale Film con D. Lundgren. Wellman e l'amico Eddie trasportano auto rubate attraverso il deserto. 21.20: Tra le nuvole Film con G. Clooney. Ryan Bingham è un “tagliatore di teste” aziendale. 21.10: Plastik - Ultrabellezza Show con E. Santarelli. Con la prova bikini la chirurgia estetica diventa attuale. 21.10: Draquila - L'Italia che trema Fim di e con S. Guzzanti. Un documentario sul devastante terremoto che ha colpito l'Abruzzo. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY CHIARI DI LUNEDÌ Il nuovogioco dell'estate: dopoMinetti qualipolitici conduttori in tv? Enzo Costa Giornalista U: lunedì 20 agosto 2012 21
Lo«scrivano»Rubini apreCasteldeiMondi ROSSELLABATTISTI PREFERIREI DI NO», DISSE SERGIO RUBINI. O MEGLIO DIRÀ IL 25 AGOSTO A CASTEL DEL MONTEQUANDOaprirà la XVI edizione di Andria Castel dei Mondi leggendo le parole di Bartleby, lo scivano di Melville. È il suo volto scavato e malinconico a dare il via alla kermesse di fine agosto che metterà in scena ben 35 spettacoli tra musica e teatro, di cui quattro anteprime e tre eventi unici. A firmare il cartellone che si estende fino al 2 settembre sono Mario De Vivo che ha curato la sezione off: un fil rouge che accosta volti del cinema e voci della musica, da Anna Pavignano che domenica 26 racconta La mia vita con Massimo Troisi all'orchestra d'archi di Peppe Servillo in Spassiunatamente (30 agosto) per concludere il 1 settembre con la voce tigrona di Sarah Jane Morris. Drammaturgia italiana in primo palco nelle scelte fatte per la sezione Teatro Minimo da Antonella Papaleo. Spicca la presenza dell'ultima, caleidoscopica e scoppiettante produzione dei Corsarini, quel Petitoblok che miscela la commedia d'arte di Antonio Petito e l'avanguardia di Alexander Blok, attraversando i Ballets Russes e le macchiette di Pulcinella e Felice Sciosciammocca. Una chicca. In programma il 26 agosto in una domenica affollata di piccoli e grandi eventi teatrali in tutti i luoghi della città. Torna sotto i riflettori anche quella minuziosa ricognizione di mondi femminili interiori che è l'Origine del mondo di Lucia Calamaro, affidata alla presenza sfaccettatissima e sottotraccia di una stupefacente Daria Deflorian (28 agosto). E ancora il visionario e folgorante AbrameIsaacdei Sacchi di Sabbia, il debutto di Let there be love di Kwame Kwei-Amah per la regia di Vittorio Continelli, Gabriele Vacis con i Cantieri Koreja in La Parola Padre e un insolito Daniele Ciprì nei panni di autore teatrale con Perdere la faccia. Nuovo circo e linguaggi contaminati stanno alla base della parte curata infine da Riccardo Carbutti, dove si affacciano i cantanti acrobati del Circo Klezmer, la Cenerentola al Castello creata appositamente da Michele Campanale per il Festival e un travolgente concerto enigmistico degli Oblivion. A TREDICI ANNI MI SONO SENTITA VITTIMA DI MASSIMA VIOLENZA,QUANDOMIOPADREPRESELAMIAMINIGONNA - che non era neppure tanto mini - e me la tagliò tutta. Fu un gesto di sopraffazione che cambiò la mia vita: per lo meno, da allora non ho mai più messo una gonna, ma solo pantaloni». Nelle inquietudini e nelle prese di posizione nette e definitive, Gianna Nannini ricorda Cosimo Piovasco di Rondò, il barone rampante: li accomunano una famiglia d'origine altolocata da cui prendere le distanze, l'insofferenza nei confronti di regole e convenzioni e l'ansia di costruirsi da sé il proprio destino, senza incanalarsi comodamente in direzioni stabilite da altri. Non soltanto, a partire da quel gesto prepotente del padre, non avrebbe più accettato imposizioni sull'abbigliamento, ma avrebbe resistito ad ogni tentativo di incasellare la sua vita, i suoi gusti e le sue scelte. Sue e di nessun altro, correndo il rischio di essere additata dalla bacchettona borghesia senese come una pecora nera o il frutto malriuscito di un'educazione rigida. Gianna Nannini. Fiore di ninfea, entusiastica biografia scritta da Patrizia De Rossi (ed. Arcana, pp. 189, €16), prende le mosse dal desiderio di indipendenza della giovane Gianna, che va a Milano a sottoporsi, come da buone abitudini dell'epoca (siamo negli anni Settanta), a una gavetta di cui ricordiamo la breve militanza nei Flora fauna cemento di Mario Lavezzi, prima dell'esordio discografico in proprio. Ed è da qui che le sue peculiarità cominciano a farsi notare: benché il periodo sia in assoluto il più creativo della storia recente della musica popolare italiana, una come lei non si è ancora vista. Dettano legge i cantautori, il rock progressivo e interpreti più convenzionali, i testi esaltano figure diverse, ma rigorosamente maschili, come l'impegnato e il cialtrone sentimentale, mentre le donne non si discostano molto dal ruolo dell'angelo del focolare in balia del casanova di turno, a cui le relegano testi scritti da uomini. Gianna Nannini si ritrova così ad occupare una casella vuota: scrive e canta da sola dei brani rock, con cui affronta temi scomodi, come l'aborto, il femminismo, l'autodeterminazione delle donne. E se i suoi testi fanno continuo riferimento all'anima, al cuore e all'amore, il cambio di prospettiva è radicale: stavolta è la donna a scegliersi il (o la) partner, a condurre il gioco, a cercare avventure, relazioni transitorie, storie di una sola notte che non vadano oltre l'attrazione fisica. Il punto di vista di una donna sessualmente libera, che si permette espliciti riferimenti all'autoerotismo e spesso va dritta al bersaglio senza tanti giri di parole («la Madonna non è certo la tua donna, più volgare e più venale con te sarò», canta nel ‘90 in Madonna-Welt, scritta con Piero Pelù), non è previsto nelle canzonissime e nei cantagiri, ma neanche nei festival delle nuove tendenze, che all'epoca spuntano in ogni angolo d'Italia. Gianna funziona e piace perché ha il coraggio di essere sé stessa, scegliendo collaboratori e consiglieri che non soffochino la sua personalità, assecondandone anzi la virata verso quella commistione tra melodismo popolare e arrangiamenti rock, che da Fotoromanza in poi diventerà il suo marchio di fabbrica. Il merito del libro consiste, al netto di qualche evitabile inciampo (c'è persino una «splendida cornice»), nel costante riferimento all'ostinazione di una donna che non permette a nessuno di dirle cosa fare. Ma le pagine più interessanti coincidono con i capitoli finali, in cui si abbandona l'approccio quasi manualistico, perché venga fuori il lato meno pubblicizzato di Gianna: l'impegno civile, le curiosità culturali, il rapporto con l'arte, la viticoltura (produce tre vini), i risvolti spirituali della cura del corpo, le solide e mai rinnegate radici senesi: «Per me la contrada è più d'una casa. Quando vengo a Siena ci torno sempre per visitare la stanza dell'abitazione dove sono nata, in via delle Terme, all'angolo con via Santa Caterina, al secondo piano, e mi pare di ritrovare la sorgente di tutta la mia vita». Gianna è una contradaiola dell'Oca: «E se si vince, vado fuori di me». GiannaNannini inuna fotodel2009 FOTO DI COSIMA SCAVOLINI/LAPRESSE CULTURE VENEZIA Mostra internazionale diArchitettura Nonsolo filma Venezia. Insiemealla mostracinematografica il 29 agosto apreancheun allestimento tutto dedicatoall'architettura.La tredicesima edizionedellaMostra Internazionaledi Architettura,dal titolo«Common Ground»ediretta daDavid Chipperfield.Saranno visibili sinoal 25 novembre lungo un unico percorso espositivodalPadiglione Centrale ai Giardiniall'Arsenale,66 progetti realizzatida architetti, fotografi, artisti. VALLERANO Sabato lanotte dellecandele Cinqueedizionigià alle spalle,quasi centomilacandele acceseper levie del centrostorico,oltre20mila visitatori registratidagliorganizzatori,più di centospettacolidal vivo, tra concerti, allestimenti,proiezionie rappresentazioni... La Notte delle candele,manifestazione conclusiva edi puntadel FestivalPiccole serenate notturne,quest'annotorna, comeda tradizione,nelcentro storicodi Vallerano.L'appuntamento èpersabato. AlfestivaldiAndria ilpopolareattore legge leparoledelBartlebymelvilliano il25agosto BREVI Laguerra diGianna Nannini la rocker ribelle contro leconvenzionisociali Unabiografia ripercorre le tappediunacarrieracontro correnteall'epocadeicantautorimaschiedelledonne angelicate.MentreGiannacantadiabortoesesso libero VALERIOROSA GROTTEDELL'ANGELO Caparezzaospite allarassegna«Negro» Locationsuggestivaper«Negro», festivaldi musicaetnicachesi svolge all'internodelle Grotte dell'Angelo,a Pertosa(Salerno). Undici concerti,dal 22al 25 agosto,cheuniscono le sonoritàmediterraneealla ricerca sperimentaledeinuovi generimusicali. Accantoai classici «live»sul palco centrale, sono previsti concerti acustici nellegrotte per ilprogetto «Antrosuono», tra le stalattiti euna fresca temperaturadi 18gradi. Inagura lakermesse lo showdi Caparezzasul palcocentrale il 22 agosto,alle 22. CINEMA Ilcibo?Unbene comune.Eccoildoc Ventitrè registiper un filmsullo spreco delcibonel mondo.«Food», questo il titolodeldocumentario,coinvolgeartisti di23nazioni e nasceda un'ideaoriginale diMarco Rusca. Il cibo-si racconta nel film- èun benecomune, violato sul nostropianeta, quotidianamente ogni30 secondi. Il film-documentario, realizzato con la collaborazione diVeronica CarboneeLesterPathmaperuma, sarà disponibileonline da oggi. Un'immaginetratta da«Petitoblok» dellacompagnia PuntaCorsara ... Il coraggiodiesseresestessa mescolandoconsuccesso melodismopopolare earrangiamenti rock U: 20 lunedì 20 agosto 2012
Le vie della diplomaziasono davvero infinite.Mentre il premier gre-co Antonis Samarasprepara le valigie per ilsuo giro per le capitali europee alla ricerca di una improbabilissima proroga di due anni del piano di rientro dal debito – il 24 agosto a Berlino, il 25 a Parigi e non sono escluse Bruxelles e Roma mentre dopodomani sarà Jean-Claude Juncker a recarsi ad Atene – ambienti vicini al governo abbozzano uno scenario che potrebbe rappresentare una scappatoia. L'ipotesi sarebbe che Atene chieda sì la proroga che la trojka il governo tedesco per ora non hanno alcuna intenzione di concedere, ma lo faccia, ufficialmente, non nell'Eurogruppo del 14 settembre, ma solo nel prossimo Consiglio europeo, che si riunirà l'8 e il 9 ottobre. A quella data alcuni dei nodi più aggrovigliati potrebbero essere più facili da sciogliere. In particolare l'auspicato (ma tutt'altro che certo) sblocco del fondo di stabilità Esm da parte dei giudici costituzionali tedeschi potrebbe aver delineato una situazione del tutto nuova. È vero che i soldi ad Atene, almeno 31 miliardi della tranche del prestito europeo, non verrebbero dall'Esm, ma del clima più disteso che si determinerebbe nell'Eurozona superata l'impasse del blocco, finirebbe probabilmente per beneficiare anche la Grecia. Sempre che gli analisti della trojka non trovino altri brutti pelacci nell'uovo dei conti ellenici, dopo la scoperta che il fabbisogno delle riforme chieste ad Atene vale due miliardi e mezzo più degli 11 e rotti denunciati dallo stesso governo Samaras. Insomma, rispetto alle cupezze dei giorni scorsi, circola un briciolo in più di ottimismo intorno alle sorti del Paese balcanico. Nonostante il tono drammatico con cui, ieri, il ministro delle Finanze Yannis Stournaras ha detto che si deve assolutamente restare nell'euro se i cittadini greci non vogliono sperimentare una «miseria davvero senza precedenti», Samaras, accompagnato dallo stesso Stournaras, inizia il suo viaggio della speranza con un obiettivo meno ambizioso, ma forse più realizzabile, del rinvio secco dei due anni: in fondo una pausa di un mese e mezzo, fino alla prima settimana di ottobre, potrebbe essere anche negoziabile. Se non con Angela Merkel, certamente con François Hollande. Questi, già nel colloquio a due che avrà con la cancelliera prima di vedere Samaras, potrebbe appoggiare il “rinvio breve” escogitato dalla diplomazia ellenica. L'ANTICIPAZIONE A un certo, moderatissimo, rasserenamento del clima prima della prova del fuoco dei mercati attesa per oggi con la reazione di Borse e spread alle dichiarazioni dell'altro giorno di Wolfgang Schaeuble e di Juncker, ha contribuito, ieri, una anticipazione che il settimanale tedesco Der Spiegel avrebbe raccolto in ambienti della Bce. Si tratta, a dire il vero, di uno scenario un po' confuso, secondo il quale all'Eurotower starebbero lavorando per «introdurre dei limiti alle oscillazioni dei tassi d'interesse sui titoli di stato nell'Eurozona». Il settimanale non spiega in che modo l'istituto di Mario Draghi riuscirebbe ad ottenere questi “limiti”, ma l'indiscrezione pare coerente con la linea sostenuta dallo stesso capo dell'Eurotower sui tassi di Italia e Spagna, dei quali riconosce l'enorme sproporzione negativa rispetto ai dati dell'economia reale. L'effetto calmieratore del freno alle oscillazioni permetterebbe alle autorità politiche di intervenire con più calma in soccorso dei Paesi in difficoltà. Gli investitori saprebbero in ogni momento qual è il livello degli interessi che la Bce ritiene accettabile e, almeno così si spera, sarebbero indotti a tenerne conto. Secondo lo Spiegel, l'idea sarebbe all'ordine del giorno della prossima riunione del board della Banca, prevista per i primi di settembre. I particolari tecnici del piano della Bce non sono per nulla chiari. Ma soprattutto bisognerà vedere quale sarà l'atteggiamento che in merito assumeranno i tedeschi. Se è vero che l'ipotesi è stata messa nell'ordine del giorno del board si può pensare che, almeno finora, non ci sia un veto della Bundesbank. Ma ovviamente è tutto da vedere. L'INTERVENTO EMANUELEMACALUSO Il presidente del Consiglio Mario Monti al Meeting di Rimini FOTO ANSA SEGUEDALLA PRIMA L'argomento, com'è noto, riguarda il ricorso costituzionale del Quirinale nei confronti della procura di Palermo la cui fondatezza è stata documentata da tanti costituzionalisti. Tuttavia, dopo l'intervento del professor Gustavo Zagrebelsky (su la Repubblica, venerdì scorso) la polemica è diventata particolarmente rovente, anche perché investe il ruolo che il quotidiano diretto da Ezio Mauro ha avuto e ha ancora nella vicenda politica italiana, e particolarmente in quella della sinistra. In questo senso la polemica tra Zagrebelsky ed Eugenio Scalfari è significativa perché sono persone che esprimono idee e umori di un vasto ceto che si è riconosciuto, in senso lato, nel centrosinistra. A questo punto le domande che si pongono sono almeno due: perché è stata avviata e alimentata la campagna contro il presidente e quale obiettivo si prefigge; perché il professor Zagrebelsky è sceso in campo con la durlindana politica mortificando la sua nota e apprezzata scienza giuridica. Sia chiaro, non alludo (come fa spesso Antonio Ingroia) a complotti o ad anonimi poteri che vogliono delegittimare il Quirinale. Non vedo trame oscure. Vedo, invece, scenari politici su cui è bene discutere, anche perché, a mio avviso, viene pesantemente usata l'inchiesta della Procura di Palermo sulla cosiddetta «trattativa tra Stato e mafia» e sulla esigenza di operare per fare giustizia e conoscerer la verità. Attenzione a questo slogan «giustizia e verità», di cui sono paladini il Fatto, Di Pietro e Ingroia. Il ricorso costituzionale del Presidente, che non ha nessuna incidenza sull'inchiesta di Palermo (c'è anche una richiesta di rinvio a giudizio del pm per un gruppo di indagati su cui deciderà liberamente il Gip), è stato assunto proprio come atto volto a negare «giustizia e verità». Il Fatto pone ai suoi lettori e ai fan di Di Pietro un quesito che ricorda Catalano. «È meglio una moglie ricca e bella o una brutta e povera?»: diceva il collega di Arbore. «Vuoi verità e giustizia o occultare giustizia e verità?» è il quesito de il Fatto. Una vergogna senza precedenti che, però, ha un chiaro risvolto politico. Travaglio ha già alluso alla nascita del «Partito della Costituzione» e nella rubrica di lettori del suo giornale c'è già chi sollecita di mettere subito in campo quel partito. Io non so se c'è chi progetta un partito. Ma vedo che c'è chi lavora per costruire uno schieramento che vuole condizionare il dopo-Monti. Come spiegare l'ostinata campagna di Di Pietro (nonostante la prudenza di Bersani) che inevitabilmente lo separa dal Pd? Il furbo e opportunista Di Pietro non lascia il certo per l'incerto. E l'uscita politica del professor Zagrebelsky, leader dell'associazione «Libertà e giustizia» (la segretaria Sandra Bonsanti ha già firmato il manifesto elettorale de il Fatto), è un segnale. L'associazione di cui parlo ha come fondatore e sponsor Carlo De Benedetti. I tormenti de la Repubblica sono quindi seri e comprensibili. E si riverberano anche su pezzi del centrosinistra e del sindacato. Chi legge il Fatto (ormai giornale-partito) sa che Flores D'Arcais ha assunto il patronato della Fiom di Landini. Non sto dicendo che il segretario della Fiom sia della partita, ma il tentativo di coinvolgere pezzi della Cgil c'è tutto. Mettere insieme l'opposizione sindacale vuol dire pensare al dopo Monti, puntando a un rapporto non organico ma politico e mediato con Grillo. Questo schieramento già oggi condiziona Pd e Sel nel definire un progetto per il futuro. Ma l'appuntamento sono le elezione del 2013 e il dopo-Monti, su cui questo raggruppamento giocherà una partita non solitaria ma insieme a potentati che da sempre vogliono condizionare la politica. La situazione del Paese è grave, la crisi inevitabilmente provoca rotture nei blocchi sociali che hanno avuto come referenti il centrodestra e il centrosinistra. La crisi berlusconiana e della Lega esprime anche questa realtà. Nel centrosinistra le cose sono più complesse, ma è evidente la difficoltà di ricomporre un blocco sociale e politico in grado di esprimere una nuova politica in Italia e in Europa. Il tema della giustizia in questo Paese è sempre aperto e centrale. E la sinistra, da gran tempo, non ha una linea forte e coerente. Oggi la crisi sociale e politica, offre al giustizialismo nuove carte e la giustizia può essere usata come leva per operazioni politiche più che discutibili. Fu così negli anni '92-'93 e a usufruirne fu il Cavaliere. Attenzione, oggi, comunque vadano le cose, è la destra che alla fine dei giochi, su questo terreno, può avere la meglio. Ilgoverno italianostringe i tempi per unaccordosui capitali illecitamente trasferiti inSvizzera, mentreun altro accordo iniziaascricchiolare,prima ancoradella ratifica parlamentare: quello tra Berna e Berlinoche entrerà invigorea partiredal 2013.Un tempo sufficiente -è l'accusa tedesca - per consentirealle banche elvetichedi consigliare i propri clienti tedeschi oggi, e forsequelli italiani domani,a trasferire i propri fondi verso lidi più tranquilli. InAsia, adesempio. Il dubbioèancheun altro: in forza dell'accordo icontribuenti tedeschi infedeli si troveranno asanare, nell'anonimato, la lorosituazione fiscalepagandodecisamente meno (circa il 26%) diquantopagano gli onesti.Perquesto alcuneregioni stannoraccogliendo dati sugli esportatoridi valuta.L'accusa alla Svizzeraarrivadal governatoredella NordRenania-Vestfalia,Hannelore Kraft.E vienerafforzatadal ministro delleFinanze dellaSassonia, Jens Bullerjahn(«l'accordoèdi fatto morto»).Le banche svizzere,accusa la socialdemocraticaKraft, stanno suggerendoaiclienti cometrasferire soldidai forzierielvetici aquelli asiatici,prima che l'accordosulla tassazionedeicontineri entri in vigore.Come nei dubbiespressia febbraiodaMario Monti -che due giorni fahacomunque incontrato la PresidenteelveticaEveline Widmer-Schlumpfper proseguire l'istruttoriaper l'intesa- l'attaccoalla grandeevasione neiparadisi fiscali e in Svizzerapotrebberivelarsinient'altro cheun condono. La Grecia punta a una proroga «Ma bisogna restare nell'euro» Il primo ministro greco Antonis Samaras FOTO LAPRESSE C'è un disegno politico dietro gli attacchi a Napolitano GRANDEEVASIONE «Banchesvizzerespostanofondineri inAsia» Ilmonitodelministro delleFinanze,Stournaras: «Sennòsaràmiseriasenza precedenti».LaBceintanto lavorerebbeafissare limiti alleoscillazionidei tassi PAOLOSOLDINI ILCASO lunedì 20 agosto 2012 3
L'altra faccia della crisi è in chi ci gua-dagna. Una contraddizione in termi-ni per i più ma, in realtà, nulla di piùconcreto. Per alcuni, infatti, la situa-zione che stiamo vivendo è un veroaffare. Pensiamo al tanto temuto spread, spada di Damocle per banche e imprese: esso misura sì lo stato di salute economica dei Paesi dell'Eurozona (Grecia, Spagna e Italia in testa), ma rappresenta anche una straordinaria opportunità di arricchimento per i grandi investitori. Chi ha elevate quantità di denaro liquido può farle fruttare molto più che in altri periodi, ad esempio prestando il proprio denaro a tassi d'interesse più alti. Oppure, sfruttando la crisi della liquidità che colpisce Stati e imprese, si possono fare affari straordinari acquistando grandi società e patrimoni immobiliari a prezzi molto più bassi rispetto al loro valore reale. Gli speculatori finanziari rappresentano un'altra categoria favorita dal momento attuale. I veri, grandi speculatori non sono tantissimi: una ventina, forse meno, in tutto il mondo. Ma con un potere molto forte: quello di indebolire fino al collasso l'economia di un Paese, di far perdere valore a una moneta, di mettere in ginocchio i governi, di far crollare le borse, di spingere alle stelle i prezzi delle materie prime, di portare al fallimento grandi società. Come i cacciatori, scelgono con cura la “preda” e applicano le loro strategie di aggressione sfruttando i molti coni d'ombra delle legislazioni nazionali, la paura dei piccoli risparmiatori e soprattutto le debolezze politiche di governi e organismi internazionali. Ci sono anche gli speculatori più piccoli, ma non per questo meno agguerriti. Essi si muovono agendo nei termini che la legge gli consente come, ad esempio, vendere ciò che in realtà non hanno. Se nella vita reale qualcuno vendesse qualcosa che non possiede (un'automobile o un appartamento) sarebbe considerato un truffatore. In termini finanziari si chiama, invece, short selling vendita allo scoperto - e in alcuni Paesi, tra i quali l'Italia, è una pratica legale. Chi vende allo scoperto scommette sul ribasso successivo dei titoli, delle azioni o dei beni che offre. In pratica, il venditore mette sul mercato un prodotto (che in realtà non possiede) al prezzo di quello specifico momento (per esempio 100). Poco dopo acquista da chi ha realmente il titolo, l'azione o il bene quando il prezzo è sceso (per esempio a 80), incassando la differenza tra il prezzo di vendita e quello di acquisto. Quella dello speculatore non è, però, una puntata al buio, sul ribasso futuro del titolo. In realtà immette sul mercato grandi quantità del prodotto che offre, per spingerne il valore ulteriormente in basso, alimentando la paura dei piccoli risparmiatori che, per timore di una perdita, si affrettano a vendere a prezzi inferiori rispetto alla quotazione di partenza. Ecco perché speculazione e crisi si alimentano a vicenda. LAFORBICESIALLARGA Totalmente diversa la situazione della fetta più ampia della popolazione, che con la crisi è costretta a stringere la cinghia essendo diventata drasticamente più povera. Enormi quantità di ricchezza stanno, infatti, rapidamente passando da un'ampia fascia di popolazione a medio e basso reddito a una cerchia più ristretta ad altissimo reddito. In sostanza, con la crisi, chi stava molto bene adesso sta ancora meglio mentre tutti gli altri stanno decisamente peggio. La forbice socioeconomica, cioè, si è ampliata e la piramide della ricchezza, oggi, ha una basa più ampia rispetto al passato e un vertice notevolmente più stretto. Circa otto milioni di italiani, in questo momento, vivono in condizioni di povertà. Secondo l'Istat, i poveri rappresentano l'11% della popolazione e sono concentrati soprattutto nel Mezzogiorno (il 23%, contro il 5% del Nord e il 6% del Centro). Ciò che maggiormente preoccupa, però, è la linea di demarcazione tra i poveri e i non poveri: sempre più sottile e sempre meno visibile. Basta la perdita momentanea del lavoro, la cassa integrazione o il sopraggiungere di una malattia per compromettere seriamente questo già fragile equilibrio. Avere un lavoro non protegge più dai rischi dell'impoverimento. Oggi, circa il 10% degli occupati è sotto la soglia della povertà. Sono quelli che le statistiche definiscono i «poveri che lavorano». D'altronde, quasi 14 milioni di lavoratori guadagnano meno di 1.300 euro netti al mese, e di questi circa 7 milioni hanno uno stipendio inferiore ai 1.000 euro al mese. Ultimi tra gli ultimi sono sempre i giovani: se sono fortunati, hanno un lavoro precario e spesso mal retribuito. Lo spettro della povertà, che ha sempre riguardato categorie “tradizionali” come i pensionati, i disoccupati e i sottoccupati, si sta ampliando a macchia d'olio travolgendo fasce di popolazione finora considerate al riparo dalle turbolenze dei mercati. Dopo anni di crescita, impiegati, commercianti, dirigenti e professionisti sono travolti dall'onda anomala della crisi e dalla conseguente messa in discussione degli standard di vita che sembravano acquisiti per sempre. Le prime conseguenze di questo effetto domino sono rappresentati dalla perdita di ruolo, dalla diminuzione del potere di acquisto, dalle incertezze rispetto al futuro. In quella che, per anni, è stata la spina dorsale dell'Italia si diffonde un sentimento di pessimismo. Un sentimento che si trasforma in disillusione politica e che assume i caratteri di un vero e proprio tradimento nel momento in cui, dopo tante parole, nessuno si occupa più di certe istanze. Perché il ceto medio paga, più di altre fasce di popolazione, la mancanza di seri interventi a favore della famiglia e subisce direttamente le debolezze del nostro Paese: nelle infrastrutture, nell'istruzione, nella ricerca, nei servizi. IL RISCHIODITENSIONI Soprattutto nel momento in cui il nostro sistema politico si mostra prigioniero di se stesso e senza alcuna good reputation da spendere in campo internazionale, sostanzialmente incapace di governare i processi che prendono corpo in basso (avendo lasciato il campo al primato del mercato) e in alto (dove inevitabilmente prevale il potere finanziario). E così l'economia virtuale schiaccia progressivamente l'economia reale. Continuare a pensare che i poteri finanziari disegnino lo sviluppo è un'illusione, perché lo sviluppo si fa solo con le idee e con le mobilitazioni collettive. E, soprattutto, se si è in grado di governarne i processi con la politica. Il rischio è, invece, che la crisi diventi il terreno di coltura di tensioni e di conflitti sempre più aspri, alimentati dalle diseguaglianze e dall'emarginazione sociale. Per questo motivo c'è bisogno di più politica. Lo si intuisce nelle forme auto-organizzate ed eterodirette dei nuovi aggregati sociali capaci di supplire alle carenze del welfare (asili nido, mense scolastiche, esperienze mutualistiche) e nella partecipazione comunitaria a livello territoriale di tutti quei soggetti intermedi portatori di interessi o di istanze civili. La crescita economica dell'Italia, per mezzo secolo, è stata alimentata da processi di sviluppo che hanno visto protagonisti l'iniziativa imprenditoriale, la vitalità delle realtà territoriali, la coesione sociale, la forza economica delle famiglie, la diffusa patrimonializzazione, la copertura dei bisogni sociali. Questi fattori sono ancora oggi essenziali per evitare lo sviluppo del conflitto sociale e superare la crisi. Ma occorrono scelte politiche coerenti, capaci di recuperare chi è stato trascinato ai margini della società e dare respiro a quanti oggi vivono in apnea, sospesi tra il sogno della ripartenza e l'incubo della povertà. L'OSSERVATORIO IDATI . . . Sotto la soglia di povertà il 10% dei lavoratori Sette milioni guadagnano meno di mille euro al mese Chi perde tanto e chi guadagna nella lunga crisi GIOVANI, FAMIGLIE, CETO MEDIO SONO IMPOVERITI MA LA SPECULAZIONE DISTRIBUISCE DIVIDENDI CARLOBUTTARONI PRESIDENTEDI TECNÈ 8 lunedì 20 agosto 2012
Ripresi gli sbarchi di migranti a Lampedusa. Dopo l'arrivo nei giorni scorsi di piccoli gruppi, al massimo di 60 persone, sabato c'è stata un'inversione di tendenza: sono arrivati nella maggiore isola delle Pelagie circa 400 extracomunitari. Saranno tutti ospitati nel centro di accoglienza di contrada Imbriacola, nell'ala di ingresso dello stabile che è stata ripristinata nei mesi scorsi dopo l'incendio divampato nella sommossa dei migranti a settembre dell'anno scorso. La struttura può ospitare 350 persone e siamo già oltre la capienza massima, con un caldo atroce da fronteggiare. Al comando generale delle Capitanerie di Porto stanno valutando se si è in presenza di un arrivo sporadico o di una ripresa del fenomeno degli arrivi in massa su barconi stipati di un gran numero di migranti, come avvenuto soprattutto nel 2011. Il sospetto è rafforzato dai fatti degli ultimi giorni, e soprattutto dall'arrivo sabato - nel giro di poche ore di un gommone con 10 tunisini, poi un primo barcone di legno con a bordo 231 migranti di origine sub-sahariana che è stato soccorso a 30 miglia al largo di Lampedusa e dunque di un terzo scafo con oltre cento migranti a bordo. Queste nel dettaglio le operazioni di soccorso del gruppo maggiore: l'imbarcazione, un motopesca di circa 15 metri, è stata avvistata nella tarda mattinata di ieri da un aereo islandese che partecipa alla missione europea Frontex. Il mare era mosso e, visto l'elevato numero delle persone a bordo e le precarie condizioni del mezzo, è scattata l'operazione di soccorso. Coordinati dalla Guardia costiera di Palermo sono intervenuti un elicottero e una motovedetta della Guardia di Finanza, un elicottero e una nave della Marina militare e tre motovedette delle Capitanerie di porto. L'imbarcazione è stata raggiunta alle 14.30 e i migranti - tra cui 33 donne (una incinta) e 4 bambini - sono stati trasbordati sulle motovedette, che hanno raggiunto Lampedusa. Successivamente come si è detto - è giunto un altro barcone con 126 migranti, tra i quali due donne e due bambini, soccorso a 14 miglia ad ovest della piccola isola dalla guardia costiera. Sono tutti di probabile provenienza tunisina. Il barcone in legno di circa 10 metri era stato avvistato nel tardo pomeriggio da un elicottero della marina militare impegnato in attività di pattugliamento. Sotto il coordinamento della guardia costiera di Palermo, sono intervenute due motovedette della guardia costiera di Lampedusa e due unità navali della Guardia di Finanza. Il trasbordo degli occupanti, di origine tunisina, è avvenuto su due unità della guardia costiera e su un mezzo della guardia di finanza. IL CASO Si continua a parlare di intercettazioni a ritmo di rimpallo delle responsabilità. Una parte, la magistratura, imputa all'altra, la politica, omissioni e inadempienze. E l'altra rilancia accuse ai magistrati “politicizzati”, che abusano di ruoli e poteri. I magistrati però non ci stanno a sentire parlare di «abuso» dello strumento investigativo e replicano, a più riprese, all'ipotesi, annunciata nei giorni scorsi dal premier Mario Monti, di un intervento del governo sulla legge che regola le intercettazioni. C'è chi come l'Associazione nazionale magistrati usa toni più moderati per dire che di abusi nemmeno a parlarne, mentre nessuna preclusione c'è sulla legge e sugli eventuali correttivi di cui si può discutere. Altri invece, all'interno della stessa magistratura, considerano troppo accondiscendente la risposta dell'associazione, e giudicano l'intervento politico come un'ingerenza “punitiva” e restrittiva. Un'argomentazione che alcuni magistrati fanno valere a partire dal conflitto di attribuzione sollevato dal Quirinale verso la procura di Palermo (a proposito delle intercettazioni che hanno interessato indirettamente il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano), fino ai propositi annunciati proprio dal premier Monti, che ha fatto della vicenda una sorta di paradigma. «Il riferimento di Monti all'attività della procura di Palermo lo definirei un po' ingeneroso - ha detto il Procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia noi abbiamo sempre rispettato la legge e le regole». L'idea di Ingroia su come si possa essere arrivati a questo punto di scontro e di rottura tra le istituzioni dello Stato è molto chiara, c'è un solo colpevole e il motivo è «perché il Parlamento non ha legiferato - spiega il magistrato - benché vent'anni fa si fosse registrato un caso di vuoto amministrativo. Di fronte a ciò i magistrati altro non possono fare se non applicare la legge così com'è. La politica ancora una volta è stata inerte». Insomma, tutta colpa della politica. Monti, ospite del Meeting di Cl a Rimini, non replica. Si limita a dire che «ci sono temi molto delicati che il governo deve affrontare» in tema di giustizia. «E li stiamo affrontando serenamente», chiosa. Ma se i magistrati se la prendono con i politici, c'è chi se la prende anche un po' con coloro che fanno resistenze di casta. «Se si ammette - afferma l'Unione Camere Penali - come ha fatto il premier, che si registrano numerosi abusi in tema di intercettazioni, non si può nascondere la testa nella sabbia di fronte all'evidenza che dice che quegli abusi, così come quelli che riguardano la custodia cautelare in carcere, nascono in primo luogo dalla mancanza di terzietà dei giudici e in particolare dei gip. Vedremo nei prossimi giorni e con la riapertura del Parlamento - conclude la nota dell'Ucpi - quanto di questi intendimenti saranno mantenuti». Intanto, dopo le prime precisazioni fissa paletti precisi l'Anm: «Le intercettazioni telefoniche e ambientali devono essere salvaguardate perché sono uno strumento irrinunciabile nell'indagine. Per quanto riguarda invece la diffusione dei colloqui intercettati, qui può porsi effettivamente un problema di tutela della riservatezza. Quindi eventuali riforme dello strumento delle intercettazioni potranno intervenire su questo secondo aspetto: tutela della riservatezza dei terzi estranei e dei colloqui estranei al tema di prova del processo», ha spiegato ieri il presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Rodolfo Sabelli al Tg3. E sui tempi, ha aggiunto: «Sulla possibilità che la riforma si faccia davvero prima della fine della legislatura, staremo a vedere. I tempi ci sono anche se sono stretti. L'importante è che se una riforma sarà fatta sia una buona riforma». L'idea però non piace comunque a quella parte della politica che concepisce la riforma annunciata dal governo solamente come “bavaglio”. «Il governo Monti pensa a una legge per limitare le intercettazioni - commenta il leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro - i professori vogliono riuscire dove Berlusconi ha fallito, vogliono nascondere la verità agli italiani, spuntare le armi ai magistrati nella lotta alla criminalità, cancellare la libertà d'informazione e il diritto dei cittadini ad essere informati. L'Idv si batterà in Parlamento e nelle piazze per evitare questo scempio. Siamo contro ogni forma di bavaglio». Lo stesso appoggio, senza se e senza ma, è quello espresso da Paolo Ferrero, leader del Prc: «Governo e maggioranza parlamentare stanno invadendo il campo di azione della magistratura, allargando il proprio potere e il proprio campo di intervento ben al di là delle regole costituzionali». Convinto invece della necessità di trovare un accordo è l'Udc: «Tocca ai partiti trovare rapidamente un'intesa sulle questioni più urgenti che riguardano la giustizia e che sono già da tempo in discussione in Parlamento. Al netto dei pregiudizi, credo che la soluzione di questi nodi sia molto più vicina che in passato, quindi abbiamo il dovere di provarci, diamo prova di unità e troviamo soluzioni», dichiara Roberto Rao, capogruppo in commissione giustizia di Montecitorio. Ma in Parlamento, sul testo, tra Pd e Pdl la discussione è ancora aperta e lontana qualunque intesa. Lampedusa, il centro dei migranti di nuovo al limite Lo sbarco di ieri a Lampedusa FOTO ANSA VALERIORASPELLI PALERMO Il magistrato torna a criticare il premier Il presidente dell'Anm: «Eventuali riforme sulla tutela di terzi estranei ai processi» Di Pietro: «Il governo vuol riuscire dove Berlusconi ha fallito» ITALIA . . . La struttura è predisposta per contenere al massimo 350 persone. Si cercano posti dove trasferirli Intercettazioni Ingroia: Monti ingeneroso Il magistrato Antonio Ingroia FOTO LAPRESSE TULLIAFABIANI ROMA . . . Nell'ultima barca soccorsa in mare dalla Guardia di Finanza c'erano anche 33 donne e 4 bambini Stopalla scorta a Calderoli, costata 900mila euro Ladecisionesarebbestata presaprima dellapolemicache hariguardato l'uso dellascortadaparte delpresidente dellaCamera, Gianfranco Fini.Da lunedì scorso ilpresidio fissodi scortaalla villa diRoberto Calderoli, sui colli di Mozzo, inprovinciadi Bergamo,non c'èpiù. È statotolto. Il serviziovedeva impegnati ognigiornootto uomini tracarabinieri, poliziottie finanzieri, chedovevano restarediguardiadavanti alla villa anchequando l'exministroe senatore leghistanon erapresente. Ilpresidio era statodisposto dal Comitatoprovinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica di Bergamo,essendoCalderoli nel mirino degliestremisti islamici dal 2006. Il servizioavevascatenato leproteste dei sindacatidipolizia Ugle Siulp,poiché negliultimi dueanni era costato 900 milaeuro. Luicommenta: «Sono tornatoun uomo libero. È unadecisione concordataunadecina digiorni fa dal Comitato,giusto così».Resta comunque la scortapersonale formata daaltriotto agenti. . . . L'Udc: i partiti trovino un'intesa sulle questioni più urgenti che riguardano la giustizia» Sono ripresi gli sbarchi nell'isola Più di 400 profughi arrivati nelle ultime ore e se ne attendono altri 6 lunedì 20 agosto 2012
Le due del pomeriggio aLondra. Al balcone dell'ambasciata ecuadoriana siaffaccia l'uomo che qua-ranta poliziotti dispiegatiintorno all'edificio non esiterebbero un secondo a portare via in manette, qualora si azzardasse a varcare il portone d'ingresso. Decine di simpatizzanti attendono di ascoltare le parole di Julian Assange, rifugiato da due mesi nella rappresentanza diplomatica del governo di Quito. Il balcone è una scelta obbligata, non dettata da protagonismo esibizionista. Ma la cornice scenografica si sposa indubbiamente ai toni tribunizi del discorso che l'hacker australiano rivolge al piccolo uditorio fisico di Hans Crescent 3, e alla vastissima platea virtuale procuratagli dalla tv, prima di tutto, e poi, di rimbalzo dai siti online e dalle radio che pure ne trasmettono la voce in diretta. Cravatta rossa su camicia azzurrina, Assange legge da un testo scritto. Evita accuratamente di entrare nei dettagli della mediazione che in queste ore vede impegnate le diplomazie di Londra, Quito e Stoccolma per trovare una soluzione soddisfacente per tutti: il fondatore di Wikileaks verrebbe estradato in Svezia per sottoporsi al processo in cui è accusato di stupro, ma avrebbe la garanzia che dal Paese scandivano non verrebbe trasferito altrove, e in particolare non negli Stati Uniti dove rischia una condanna a morte per divulgazione di segreti di Stato. Lascia ben sperare una dichiarazione del ministro degli Esteri svedese Carl Bildt: «Non possiamo mai estradare verso un dato Paese chi debba affrontare la questione della pena capitale». IL DISCORSO Di tutto questo Assange non parla. Preferisce collocare la sua vicenda personale sullo sfondo della minaccia globale che incombe sul diritto di esprimersi e di informare. Contro Wikileaks è in atto una «caccia alle streghe», e lui chiede al presidente Obama di fermarla. Ma l'attacco riguarda la libertà di tutti i media, «che si tratti del mio sito o del New York Times» (uno dei quotidiani che pubblicarono i documenti riservati di cui Wikileaks era riuscito a impossessarsi). Assange va oltre, e assimila l'offensiva anti-Wikileaks alla persecuzione di cui sono vittima in Russia le Pussy Riot, condannate a due anni di reclusione con il pretesto dell'offesa alla religione per avere osato criticare Putin in uno spettacolo inscenato in chiesa. Accostamento audace che spinge Assange, con semplificazione apocalittica, a immaginare una «unità nell'oppressione» alla quale bisogna contrapporre «l' unità nella risposta». Assange ricorda Bradley Manning, il soldato che avrebbe fornito parte dei materiali scritti e filmati divulgati da Wikileaks, definendolo «un eroe» della libertà di stampa ed esortando Washington a scarcerarlo. Ma gli Usa oltre che per la «caccia alle streghe» in atto, vengono chiamati in causa anche come patria della libertà. Quella nazione è a un bivio: «Tornare ai valori rivoluzionari su cui si fonda, oppure avanzare a tentoni verso il baratro e trascinare tutti in un mondo pericolosamente oppressivo, dove i giornalisti tacciono intimoriti e i cittadini bisbigliano al buio». Per fortuna esistono argini alla deriva della paura e dell'arbitrio. Se la polizia inglese mercoledì scorso ha rinunciato ad assaltare l'ambasciata per arrestarmi -aggiunge Assange- è grazie alla gente e ai rappresentanti dei media che stazionano all'esterno. «Gli occhi del mondo», li definisce, grazie ai quali si è evitato che «Londra buttasse all'aria la Convenzione di Vienna sull'immunità delle sedi diplomatiche». La resistenza ai tentativi di soffocare la libertà mediatica poggia anche sul «coraggio» di alcuni governi. Assange cita e ringrazia per il sostegno ricevuto vari Paesi latino-americani, a cominciare dall'Ecuador del presidente Correas, che lo ospita nella sede diplomatica londinese, e gli ha concesso l'asilo politico di cui non può avvalersi per la determinazione britannica ad arrestarlo non appena esca dall'edificio. Mentre Assange parla, a Guayaquil, in Ecuador, si riuniscono i ministri degli Esteri dell'Unasur (organizzazione dei Paesi del Sud America) proprio per affrontare il suo caso. Sabato nella stessa città i rappresentanti di Alba (di cui fanno parte Cuba, Venezuela e altri Stati retti da governi di orientamento bolivariano) hanno evocato il rischio di «gravi conseguenze in tutto il mondo» se fosse violata l'integrità territoriale dell'Ecuador con l'irruzione degli agenti britannici nell'ambasciata. Baltasar Garzon, il magistrato spagnolo che difende Assange, ha chiesto invano un salvacondotto che consenta al suo assistito di lasciare il Regno Unito e andare in Ecuador. Garzon non esclude un ricorso alla Corte internazionale di Giustizia, qualora ogni altra via legale risultasse preclusa. Ha parlato con Assange trovandolo in uno stato d'animo «combattivo e determinato a proseguire la battaglia legale per difendere se stesso e tutta Wikileaks». Altre persone che hanno incontrato l'hacker australiano negli ultimi tempi descrivono invece un uomo «annoiato e depresso» per il protrarsi del soggiorno in ambasciata. Il Circolo PD Casaralta Bolognina saluta con grande dolore LIVIA VEZZANI deceduta serenamente all'età di 92 anni il 18 agosto 2012. Ne ricorda l'impegno civile e politico nella nostra città che ha amato tanto e per cui ha sempre agito con il fine di garantire una buona qualità della convivenza di chi sarebbe venuto dopo di lei. Grazie Livia Oggi 20 agosto saluteremo Livia dalle 9,30 alle 11,30 presso la camera mortuaria dell'Ospedale Maggiore. Condividiamo con i familiari il dolore per la grave perdita. Bologna 20 agosto 2012 Il Centro Sociale Montanari comunica la dolorosa scomparsa di LIVIA VEZZANI Sua prima donna Presidente di cui rimpiangerà sempre il positivo e battagliero impegno sociale. Esprimendo il nostro cordoglio ai familiari, le porteremo l'estremo saluto oggi dalle 9,30 alle 11,30 presso la camera mortuaria dell'Ospedale Maggiore. Bologna 20 agosto 2012 È morta la MAMMA del compagno Giuseppe Giulietti. Un grandissimo abbraccio a Beppe e a tutti i suoi familiari da Tony Jop, Grazia Barbiero, Silvia Jop. 20 agosto 2010 20 agosto 2012 A due anni dalla morte RENATO POLLINI vive nel ricordo della sua famiglia. Funus Servizi Funebri e Cimiteriali - 800.13.43.19 Molte di queste forze politiche, peraltro, sono o paiono schegge esplose nella confusa instabilità di questi ultimi lustri, in cui si sono susseguite novità continue: il dandy populista libertario Fortuyn, i verdi-animalisti, le scissioni anti-islamiche verso destra generate dal partito liberale e molte altre. Fra cui i più consistenti nazional-populisti di Wilders, che fino a pochi mesi fa reggevano dall'esterno una coalizione di liberali e democristiani. Ora questa coalizione si è infranta, pochi mesi orsono, laddove non possono che infrangersi tutti: un'economia che rallenta (-0,9% quest'anno, massimo uno +0,7% il prossimo anno) a causa di politiche di austerità, rende impossibile tutto, specie i programmi di austerità. Un paio di anni addietro il premier liberale Mark Rutte, dopo trattative di mesi, era riuscito a mettere in piedi questa formula di governo, basata su di un esplicito equilibrio di convenienze. Da una parte Rutte voleva realizzare tagli per 20 miliardi in un quadriennio (circa il 3% del Pil). Dall'altra Wilders, l'ossigenato nazional-populista, a reclamare, garantendo l'appoggio esterno, legislazioni fortemente simboliche, come il divieto del burqae politiche restrittive dell'immigrazione. Ciò serviva, in sostanza, per eseguire la missione fondamentale di tutti i populisti europei in questi anni: dare l'impressione (e poco più) che se non c'è alternativa ai tagli, essi devono però soprattutto ricadere sugli «stranieri». Cercando (da qui l'appoggio solo esterno al governo Rutte) di compiere l'impresa di portarsi al centro della scena ma rimanendo distinti dai partiti tradizionali. Ovvero di rimanere “diversi” pur contribuendo decisivamente ad avallare il ridimensionamento del welfare. Come si diceva, anche questo esperimento di simbiosi neoliberale-populista (come quelli non troppo dissimili tentati da Berlusconi e da Sarkozy) si è rotto dinanzi alle scosse patite negli ultimi mesi in seguito alla richiesta, proveniente da Berlino e Bruxelles, di riportare con immediatezza il deficit di bilancio sotto il 3%. Ciò spiega come mai oggi si accentui una tendenza olandese in atto già da tempo: la trasformazione da Paese iper-europeista a Paese euroscettico. Mentre si preparano le urne, infatti, nei sondaggi il 64% dell'elettorato si oppone al disegno, pur vago, di unione politica graduale che circola da qualche mese. Wilders, dal canto suo, asseconda questi umori come fanno i populisti, cioè estremizzandoli: dopo avere fatto saltare il governo di Rutte col rifiuto dell'austerità aggiuntiva, ora propaganda addirittura l'uscita dall'euro. Ma ad emergere con forza, a quanto dicono i sondaggi, è soprattutto il partito socialista di Roemer: parrebbe capace di divenire il primo partito in assoluto vincendo fra i 30 e i 40 seggi (su 150 del Parlamento olandese). Sono risultati ottenibili in virtù di ben chiare ragioni politiche. Innanzitutto l'abbandono di una marginalizzante identità di “nuova sinistra” maoista. A questo va aggiunta, però, la conferma di un suo tipico lavoro organizzativo di base, nei quartieri, mentre i socialdemocratici del PvdA hanno praticato la moda “blairiana” del leader solo al comando e dell'immagine ben impacchettata dai tecnici. Soprattutto, i socialisti del Sp paiono cogliere il senso politico di quanto accade: diffidenti verso cessioni di sovranità fiscale in sé indeterminate (perché utilizzabili per ulteriori tagli di welfare e quindi di potere democratico) pare vogliano concentrarsi sulla Bce. Roemer e i suoi ribaltano infatti il discorso della sovranità, e chiedono piuttosto un controllo democratico sulla Banca centrale europea. Inoltre, paiono in sintonia con quel 70% di elettorato che oggi (con la disoccupazione in crescita e molti dei tagli possibili, per esempio pensionistici, già realizzati) chiede più stimolo alla domanda e alla crescita. Tuttavia, i socialisti di Roemer non paiono volere essere troppo dirompenti. Per esempio, sul rientro del deficit sotto il 3% sul Pil chiedono solo ragionevolezza: ottenerlo nel 2015 anziché nel 2013. Molto negative paiono le prospettive della socialdemocrazia del PvdA, instabile nella leadership (cambiata assai sovente) e nelle soluzioni politiche (è rimasta fuori solo dall'ultimo esecutivo di Rutte, ma dopo aver governato, in diverse formule, con tutti i partiti che lo componevano ed altri ancora). Ma gli ondeggiamenti sono stati anche più profondi. Dinanzi ai vari populismi anti-islamici, il PvdA ha adottato strategie diverse. Talvolta ha cercato di assumerne i contenuti, concedendo alle ansie di certo elettorato popolare precarizzato regole restrittive sull'immigrazione. Ma facendo così ha perso elettorato “borghese-illuminato”, spostatosi per esempio verso i liberali progressisti di D66. Altre volte ha spostato il dibattito dalle questoni identitarie a quelle, più congeniali, dell'economia. Tuttavia, la natura delle politiche imposta dalla vigente costruzione dell'euro ha concesso pochissimo spazio di recupero verso le classi popolari di riferimento, che, deluse, sono migrate a sinistra (Sp) e a destra (Wilders). Che il PvdA sia in confusione lo si constata da anni, ascoltando suoi esponenti prendersela con i troppi fondi Ue impiegati in Italia. È capitato a chi scrive ricordare che il nostro Paese è in realtà da molto tempo contributore netto della Ue. La confusione della socialdemocrazia olandese, in definitiva, conferma un dato valido per tutti i partiti del socialismo europeo: se appoggiano, a lungo, tagli di welfare e di diritti avranno poi difficoltà estreme a sostenere anche il più legittimo investimento verso altri Paesi membri. Una vera trappola autoprocurata, che impedisce una crescita europea omogenea: l'unica scelta a sua volta capace di tenere insieme un modello sociale prestigioso. E con esso l'Unione europea. A Londra il fondatore di Wikileaks parla in diretta sulle tv di tutto il mondo A Obama chiede di cambiar strada e invita i popoli a difendere la democrazia «ora in ombra» SEGUEDALLAPRIMA Julian Assange parla dal balcone dell'ambasciata dell'Ecuador FOTO DI FACUNDO ARRIZABALAGA/ANSA-EPA IPaesiBassi sipreparano aldelicatoappuntamento elettorale il 12settembre Favorito, il socialistaEmile Roemercercadi svestire ipannidi«maiosta» ILDOSSIER . . . Il ministro svedese Carl Bildt apre al negoziato: non estradiamo dove esiste la pena capitale Olanda, dal populismo anti-migranti a quello anti-euro Assange dal balcone: «È caccia alle streghe» PAOLOBORIONI GABRIEL BERTINETTO lunedì 20 agosto 2012 11
Ai giovani di Cl riuniti a Rimini Mario Monti ha raccontato il suo «imprevedibile istante»: quello dell'esperienza di governo. Il titolo della mostra che il premier ha visitato («imprevedibile istante, giovani per la crescita») appena arrivato al meeting per aprirne la XXXIII edizione gli è rimasto in testa. Tanto da trasformare un suo lungo e dotto intervento scritto in una lunga riflessione sull'esperienza di governo, una sorta di primo bilancio sull'eredità da lasciare all'Italia. Quello del suo governo è «un momento non dei più facili per il Paese – osserva – tanto per usare un understatement». Eppure stavolta il premier non indulge in cupi scenari di recessione. Al contrario, si chiede: «Siamo davvero in crisi?». Il suo messaggio parte da qui, da un confronto tra la sofferta situazione attuale e l'inconsapevolezza acritica di un anno fa, quando «non sapevamo di essere in crisi ma in realtà stavamo peggio». È questo il punto di partenza per rivendicare le cose fatte dal suo governo, per ammonire chi non le vede, per ricordare come molti risultati siano stati «oscurati» dalla grave crisi in atto nell'Ue – crisi politico culturale più che economica – e infine per lanciare un messaggio di speranza: l'Italia può farcela. In questo anno il suo governo ha «gettato il seme per rendere questo Paese più normale, più guardabile in faccia», continua il premier. L'Italia ha recuperato la fiducia degli altri Paesi, ora serve recuperare fiducia in se stessa, nel suo «soft power» fatto di valori come la famiglia, di risparmio, di piccola impresa. Una forza da riscoprire, mettendo subito in chiaro quali sono i paletti da piazzare. Basta chiamare «furbi» gli evasori. «Dirò ai vertici Rai di evitare che nei Tg si usi quell'aggettivo – spiega il premier – per evitare che si trasmetta anche subliminalmente un elemento positivo per un atteggiamento tanto distruttivo per il Paese». Poi Monti si corregge. «Non lo chiederò – spiega – ma lo consiglierò, perché credo che un altro risultato del governo è stato quello di aver invitato la politica ad accomodarsi fuori dai luoghi in cui non può stare. Figuriamoci se ora io mi metto a chiedere qualcosa alla Rai». Il terzo paletto riguarda le scelte economiche, il rigore che non consente di promettere di abbassare le tasse, le liberalizzazioni che «colpiscono le rendite e quindi le tasse occulte», insomma tutto quello che potrebbe metterci su un sentiero che porta «verso il sud est dell'Europa, vicini a un altro Paese molto importante per la sua cultura ma in gravi difficoltà». Non la nomina neanche, la Grecia. Si capisce che Monti non ci tiene proprio ad aggiungersi al bailamme mediatico che in Europa si sta sviluppando sul futuro di Atene. Non era un appuntamento facile quello del premier a Rimini. «Mi aspettavo di essere fischiato», dichiara scherzando all'amministratore delegato delle Ferrovie mentre è lui a fischiare per lo svelamento del nuovo modello Frecciarossa 1000. In effetti quando entra nell'Auditorium un paio ci provano, ma i fischi sono sopraffatti dagli applausi. La crisi morde: la disoccupazione pesa come un macigno tra i giovani. Ma oggi anche i padri perdono il lavoro. Al premier il Meeting ha riservato un ruolo speciale, quello dell'inaugurazione. «Lo stesso che ebbe l'anno scorso Napolitano – dichiara Monti – e questo mi fa particolarmente onore». Solo un accenno per indicare (forse) la sua solidarietà al Quirinale in questi giorni di veleni. Ma aprire una kermesse di questo tipo mentre le famiglie soffrono è quasi un salto triplo mortale. Monti teme che gli sforzi fatti vengano sotterrati dalle difficoltà del presente. Per questo accende i riflettori sull'ultimo anno, su quegli eventi straordinari che sono accaduti, come la collaborazione (a volte difficile) tra le forze politiche che fino a pochi giorni prima si erano ferocemente attaccate. «Un soprassalto di responsabilità», lo definisce Monti. Rispetto a un anno fa oggi «sappiamo quello che deve essere fatto», spiega. Quello di una nuova consapevolezza non poteva che essere il compito di un esecutivo a termine, una parentesi, un istante non ripetibile. Così Monti rintuzza di nuovo tutte le ipotesi di una sua ricandidatura. La politica ora dovrà tornare al timone. Quanto al suo bilancio, il premier è convinto di aver fatto le «politiche che guardano al futuro». La riforma delle pensioni, quella del lavoro, le liberalizzazioni: tutto per ribilanciare un sistema che scaricava sulle nuove generazioni i debiti contratti dai padri. Presto arriverà quell'agenda per la crescita che invertirà l'andamento del Pil, anche se «servono tempi lunghi». Quanto al futuro, si gioca tutto sull'Europa e sull'euro, che rappresenta «il vento che consente alle politiche nazionali di guardare oltre l'immediato». Oggi più che mai serve uno sguardo lungo, per fermare quelle forze populiste e nazionaliste che si stanno rafforzando in Europa. Serve un lascito da statista. Per questo, nel giorno in cui si commemora Alcide De Gasperi, Monti sceglie di chiudere l'intervento con una lunga citazione dell'esponente democristiano. «Non bisogna essere prudenti in politica – legge il premier, aggiungendo – pensate, lo diceva un democristiano». Giovani «Un'intera generazione sta pagando un conto salatissimo» Rai «Dirò ai vertici di non fare usare nei Tg la parola “furbi” a proposito di evasori» LAKERMESSE DICL Si chiama Frecciarossa 1000 e collegherà Roma e Milano in 2 ore 20 minuti. Veloce come il vento - il più veloce d'Europa con i suoi 360 chilometri all'ora, ma potrà raggiungere anche i 400 - il nuovo treno di Ferrovie dello Stato prodotto da AnsaldoBreda e Bombardier è stato presentato ieri alla giornata inaugurale del Meeting di Cl. Dove è arrivato a farsi ammirare con un “mock-up”, un modello nientedimeno che in scala naturale. «Nella mia attuale attività ero pronto a essere fischiato e non a fischiare: e questo mi fa piacere», ha scherzato Mario Monti, soffiando in un fischietto da capotreno mentre svelava il modello. Il Frecciarossa 1000 è una creatura tutta italiana - che si costruisce a Pistoia ed è stata disegnato da Bertone con cui Fs punta a esportare anche in Russia e negli Stati Uniti un modello di servizio dell'alta velocità che il Financial Times ha già promosso come migliore di quello francese e tedesco. «Con questo treno nasce un pezzo di futuro. La progettazione e la realizzazione del Frecciarossa 1000 oltre a rappresentare una commessa di grande consistenza economica e di ampio respiro, capace quindi di attivare un circuito virtuoso per l'industria ferroviaria italiana e per tutto il suo indotto, offrono l'opportunità al made in Italy di competere sui mercati mondiali con un prodotto che non teme confronti», ha spiegato l'ad di Ferrovie dello Stato Mauro Moretti al brindisi inaugurale con il premier e il presidente di Fs Lamberto Cardia. Al momento Trenitalia ha commissionato 50 convogli, per un investimento di circa un miliardo e 500 milioni di euro su un treno che potrà viaggiare su tutte le reti di alta velocità europee, adattandosi ai diversi sistemi di segnalamento e di alimentazione elettrica di ogni Paese. Treno che arriva «come il segnale di un'Italia che vuole crescere», come ha detto Maurizio Manfellotto, amministratore delegato di AnsaldoBreda, e come il simbolo delle eccellenze italiane, aggiunge Roberto Tazzioli, presidente e ad di Bombardier Italia: «Dall'ingegneria al design, fino alla produzione, questo treno esprime il massimo dell'eccellenza del nostro Paese e allo stesso tempo testimonia l'altissimo livello raggiunto dalla nostra industria ferroviaria». A margine del Meeting, Moretti ha parlato anche di Italo e della concorrenza della società privata di alta velocità di Luca Cordero di Montezemolo: «La concorrenza fa bene», ha sottolineato l'ad di Fs, dopo aver ribadito pochi giorni fa la necessità di «rendere più fluido il processo di liberalizzazione», anche a livello europeo. E nonostante in tempo di crisi gli italiani si muovano di meno, Moretti assicura che «sul traffico passeggeri non ci sono stati effetti negativi», mentre qualche criticità si è sentita sul traffico merci». L'ITALIAELACRISI BIANCADIGIOVANNI INVIATA ARIMINI Monti al Meeting: «Siamo vicini all'uscita dalla crisi» Applausiall'arrivodiFormigoni L'Auditoriumdella Fieradi Riminiè giàal completo.La plateaaspetta l'arrivodel premierMarioMonti, impegnato inqueiminutinella visita a unamostra organizzata dalla fondazioneper la Sussidiarietà presiedutada GiorgioVittadini.Poi, nel silenzio della sala, parteun applausochedall'ingresso si dilata, comeuna gocciad'olio, lungo tutte le filedi sedie,per arrivare finoal palco. Qualcunoavràpensato all'arrivo di Monti. Invece a fare il suo ingressoè RobertoFormigoni, non più lastar del meeting,ma pur sempre il presidente dellaRegione Lombardia. IlCelestesi è lasciato accompagnaredall'applausodi incoraggiamentofino alla primafila, doveha presopostoperattendere il premier.Prima di sbarcareal Meeting, però, il presidenteha divulgatouno deisuoi rutilanticomunicato. «Vorrei tranquillizzare tutti i quotidianie Tv checonfanciullesco servilismohanno sottolineatoche partecipoal Meeting diRimini pur avendoricevuto unavvisodi garanzia -dettaalle stampe ilpresidente - Nei miei 17 annidi presidenzadi Regione Lombardiasonostato destinatario di 14avvisi digaranzia. Iprimi 13sono tutti finiti nelnulla, con 11mie assoluzioni». SecondoFormigonianche quest'ultimoavviso finirà nelnulla comei precedenti. Stadi fatto, però, chetra ivolontari del meetingqualche imbarazzo l'hacreato la sua vicenda dicene luculliane e vacanzeesotiche pagateda unfaccendiere. Forsetutti quivorrebberovoltarepagina. . . . Appena un anno fa «non sapevamo di essere in crisi ma in realtà stavamo peggio» Si presenta il Frecciarossa 1000 Il nuovo «Frecciarossa 1000» presentato da Trenitalia al Meeting di Cl FOTO ANSA A Rimini il capo del governo sale sul modello del nuovo treno super veloce Fs GIUSEPPEVITTORI ROMA 2 lunedì 20 agosto 2012
LIGA VINCENZORICCIARELLI ROMA Si lavoraalloscambio Milane Intervicine all'accordo,c'è il sìdei giocatori.L'offertadel City favacillare laRoma I DESTINI DI ANTONIO CASSANO E GIAMPAOLO PAZZINI SI INTRECCIANO DI NUOVO, DOPOL'ANNO EMEZZOPASSATOINSIEME ALLA SAMPDORIA.La trattativa è iniziata e, assicurano gli addetti ai lavori, è già a buon punto: uno scambio a titolo definitivo che porterebbe Pazzini al Milan e Cassano all'Inter. Ai nerazzurri, inoltre, andrebbe anche un conguaglio economico. Del resto, che Antonio Cassano soffrisse di “mal di pancia” dopo le cessioni parigine di Ibrahimovic e Thiago Silva era risaputo, come arcinota era ormai la condizione di separato in casa di Giampaolo Pazzini, reduce da una stagione più che deludente e messo ai margini del progetto tecnico di Stramaccioni. Sabato ci hanno pensato le parole di Allegri in conferenza stampa a spalancare la porta ad una operazione a questo punto in dirittura di arrivo: «Cassano è ancora un giocatore del Milan, ma deve comportarsi da professionista. Il Milan in questi anni ha fatto di tutto per rilanciarlo - aveva spiegato il tecnico livornese - lo scorso anno l'ha guarito, fatto rientrare e mandato all'Europeo, credo che il Milan abbia dimostrato tutto l'interesse per poterlo trattenere. È un giocatore del Milan, ma mancano altri quindici giorni alla fine del mercato, vedremo che cosa accadrà». A questo punto, con l'innesto di Pazzini, Allegri vedrebbe riempirsi quella casella prima punta rimasta sguarnita dopo l'addio di Ibrahimovic nell'impossibilità di arrivare a Matri (che era la prima scelta dell'allenatore) e non confidando a pieno invece nell'opzione Borriello. Soddisfatto dello scambio, poi, è anche Andrea Stramaccioni che a Marco Branca aveva chiesto rinforzi anche dopo l'amichevole vinta contro i tunisini del Bizertin. E Cassano, si sa, è da sempre un vecchio pallino del presidente Moratti. Ma il botto dello scambio Pazzini-Cassano rischia presto di scivolare nei titoli più bassi dei giornali se, come sembra, il City dovesse affondare il colpo con la Roma per avere Daniele De Rossi. Le cifre che ballano sull'asse fra la Capitale e Manchester raccontano che lo sceicco Mansour sarebbe pronto a presentare una offerta monstre, una di quelle «proposte oscene» che potrebbero far vacillare anche la volontà del direttore sportivo giallorosso Sabatini di trattenere Capitan Futuro. Che, da parte sua, avrebbe già detto sì a quei quattro anni di contratto a 8,5 milioni di euro che Roberto Mancini gli ha offerto. Scontento del mercato dei Citizens fin qua, assicura la stampa inglese, il tecnico marchigiano una volta portato a Manchester De Rossi darebbe il via alla campagna per avere dalla Fiorentina anche Stevan Jovetic. Sempre a caccia di una punta invece la Juventus che avrebbe ritoccato al rialzo l'offerta all'Athletic Bilbao per l'attaccante Fernando Llorente (Bielsa non lo ha convocato per l'esordio in campionato contro il Betis). Diciotto milioni la nuova offerta presentata da Marotta, assicura la stampa spagnola, ma per convincere la dirigenza dell'Athletic servirà ancora qualcosa in più. SPORT Nonera un calendario fortunato: per l'esordionella Liga i campioni in caricadelRealMadrid dovevano fronteggiare ilValencia, e cioè la squadrapiù fortedopo ledue inarrivabiliReale Barcellona. Ma l'aria di festae la squadra pressochéal completofacevano pensare adun Realcomunquefacilevincitore, speciedopo il vantaggio in apertura dell'argentinoHiguain, che raccoglievaun crossdi Di Maria. Invece,primadel riposo c'era il pareggiodi Jonasche rinfrancavaun buonValencia.La squadradi Mourinhonon èmai riuscita ad “armare”CristianoRonaldoe l'ultima mezz'oradi assedio si èarrestata sulla traversa di Higuaine sul palodi Benzema. LESOLITESORPRESEDIMEZZAESTATE,QUALCHESCIVOLONE IMPREVISTO E UNA SOLA CERTEZZA DALLA PRIMA GIORNATA DI PREMIER LEAGUE GIOCATA IN QUESTO WEEKEND: Oltremanica l'Italia continua a farla da padrona. Ai nastri di partenza, buona la prima per il Chelsea di Roberto Di Matteo e per i campioni in carica del Manchester City di Roberto Mancini. Campioni in campo prima, di stile in panchina ora. E sempre vincenti. Lo scorso anno hanno monopolizzato le vittorie britanniche: il Mancio regalando finalmente la Premier allo sceicco Mansur, l'italo-svizzero facendo sua la Fa Cup condita da una sorprendente (forse immeritata ma fa lo stesso) Champions League strappata nella tana del Bayern. Novantasei giorni dopo quei festeggiamenti, eccoli di nuovo in campo per la prima giornata di campionato. Ripuliti dai preconcetti e dalle polemiche su rinnovi e mercato. Il Chelsea strapazzando il Wigan in trasferta, uno 0-2 corsaro chiuso già dopo 7' con il raddoppio definitivo siglato da Lampard su rigore seguito al vantaggio di Ivanovic al 2'. Scacciati anche gli ultimi dubbi che aleggiavano su Di Matteo (riconferma quasi honoris causa): i suoi Blues avevano già dimostrato il loro valore giocandosi a viso aperto la Community Shield vinta dal City 3-2. E da ieri c'è un nuovo idolo a Stamford Bridge: Heden Hazard, il campioncino belga che alla fine ha ceduto alla corte di Abramovich, e che ieri ha messo lo zampino in entrambe le reti dei londinesi, prima di darsi il cambio con l'altro gioiello (più opaco) Oscar, ultimo argento olimpico con il Brasile di Menezes. «L'esordio perfetto – dice un raggiante Di Matteo a fine match – era la nostra prima in Premier e per di più in casa, abbiamo segnato subito e da lì la gara si è messa in discesa. Hazard? È stato eccezionale, ha portato un sacco di qualità al nostro gioco e creato un sacco di problemi ai nostri avversari». Prosegue la sua marcia inarrestabile il City che ormai non sembra conoscere altro che la vittoria, come spesso capita ai Mancio Boys anche ieri arrivata in rimonta e strappata con i denti a un intraprendente Southampton. Finisce sempre 3-2, stessa dinamica del match of the season 2012 contro il Qpr, che per poco non infrangeva il sogno Premier ai Citizens, prima del gol vittoria di Aguero al 94'. Ieri al gol di Tevez, hanno risposto le reti di Lambert e Davis per i Saints, prima della rimonta aperta da Dzeko al 72' e chiusa da Nasri a 10' dal termine. Unica brutta notizia per Mancini l'infortunio al ginocchio, in apertura, del Kun Aguero. Si teme un lungo stop. Ma gli italiani d'Inghilterra in panchina sorridono anche grazie alla vittoria in Championship del Watford (della famiglia Pozzo) di Zola in casa del Crystal Palace. Va meno bene a quelli in campo: crolla il Liverpool di Borini, umiliato dal West Bromwich Albion del talentuoso Lukaku (di proprietà del Chelsea), che firma la rete del definitivo 3-0. Una doccia di umiltà per il nuovo tecnico dei Reds, Brendan Rodgers, accostato la scorsa estate a diversi club italiani e definito il nuovo maestro del calcio inglese. Pensare che la sua ex squadra, lo Swansea, con il nuovo tecnico Michael Laudrup (vecchia conoscenza del calcio italiano) passeggia allegramente sulle ceneri del Qpr con un esaltante 0-5. A proposito di (presunti) maestri, in caduta libera Josè Villas-Boas: i suoi Spur steccano la prima superati 2-1 dal Newcastle del nostro Davide Santon. Decisiva la rete di Ben Arfa all'80'. Stecca l'esordio anche l'Arsenal di Wenger (senza reti e senza idee contro il Sunderland) e orfano per la prima volta di Robin Van Persie. L'olandese inizierà stasera contro l'Everton la sua nuova avventura con il Manchester United di Sir Alex Ferguson. Con il suo arrivo, i Red Devils contano di ritrovare quello smalto che era venuto meno lo scorso anno e che ha dirottato la Premier sull'altra sponda della città. Restano sempre i due Manchester, con il Chelsea a fare da outsider, le favorite per la vittoria finale. SamirNasri festeggia ilgoldella vittoriacon una tshirtdiaugurioper imusulmaniper la fine del Ramadan FOTO DI LINDSEY PARNABY/ANSA EPA IlRealdiMourinho cominciàmale: pareggio incasa LaPremier parla italiano City e Chelsea bene all'esordio MancinieDiMatteogià in testa PartenzaarazzodeiBlues conilnuovogioielloHazard Icampioni incaricasoffrono contro ilSouthampton epassanoinrimonta SIMONEDISTEFANO sidistef@gmail.com DeRossisullastrada versoManchester Pazzini-Cassano,si fa GiampaoloPazzinieAntonio Cassano insiemenel ritiro della Nazionale FOTO DI CARLO FERRARO/ANSA EPA U: ... SorridonoancheZolae la famigliaPozzo in Championship. IlWatford supera ilCrystalPalace ... Per ilcentrocampista giallorossoprontoun quadriennaleaoltre ottomilioniall'anno 22 lunedì 20 agosto 2012
ABBIAMO SEMPRE PENSATO (E SCRITTO) CHE, PRESTO O TARDI, IL WEB AVREBBE UCCISO LA TELEVISIONE. Che tutti quei tredicenni che passano il pomeriggio a guardare video su YouTube un giorno sarebbero diventati il pubblico di massa e, una volta messa su casa, avrebbero definitivamente soppiantato il focolare catodico (ormai diventato al plasma) e tutti i riti connessi alla sua devozione. Un fatto nuovo cambia quello scenario e richiede qualche riflessione per ricalibrare analisi e previsioni. Tra pochi giorni (esattamente il 9 settembre) capiremo finalmente perché Dorothy e Toto ci tenevano tanto a lasciare Oz per tornare a casa. Perché Kansas City, la dimora della ragazzina dalle scarpette fatate, sta per diventare la città con le rete web più veloce del mondo. A mettere in piedi il sistema di moderne fibre ottiche, e qui sta la notizia, ci sta pensando direttamente Google. Dunque, il sito web più visitato del mondo sta passando dall'immaterialità dei bit alla concretezza di un cavo, dalla sofisticatezza degli algoritmi matematici alla prosaicità di una bolletta, dalle nuvole di dati informatici alle fognature e alle cantine da dove far passare le arterie del nuovo servizio. Kansas City (sia quella in Kansas che la omonima, e meno nota, in Missouri) sono state scelte per lanciare in via sperimentale la nuova Google Fiber, una rete che consente di trasferire dati 100 volte più velocemente di come si fa ora con le linee più veloci. Per dare un'idea, oggi i servizi di Fastweb vanno dai 10 Mbit al secondo della fibra ottica ai 20 dell'adsl. La punta sperimentale della compagnia italiana è 100 Mbit al secondo per chi è raggiunto dalla “Fibra 100”. Bene, la Google Fiber e il coniglietto multicolore che le fa da logo, viaggiano a 1000 Mbit (o 1 Giga) al secondo. Ora sono a Kansas City, presto in tutto il mondo. E cosa si può fare, viene da chiedersi, con questo super web? La prima, e solo in apparenza, sorprendente risposta arriva direttamente da Google: ci si guarda la tv. È lo stesso colosso di Mountain View a proporre un pacchetto “top” (120 dollari al mese e nessun costo di istallazione) per far apparire nel nostro computer i programmi in altissima qualità HD di oltre 200 emittenti live, notizie e sport, show e film depositati nella banca dati on line Netflix e tante altre chicche televisive. Giusto per rendere l'idea, la prima immagine che appare nel lancio di Google Fiber è una bella partita di football. Poi, certo, Google ci tiene a specificare che grazie ai suoi 1000 Mbit al secondo non vedremo mai più una barretta di scaricamento, che aprire email, scaricare qualsiasi tipo di documento, caricare on line centinaia di foto diventerà un gesto dal risultato istantaneo. Ma i messaggi più esaltanti per convincere i nuovi clienti sono dedicati alle potenzialità dell'incrocio tra web e tv, come la possibilità di registrare i programmi di otto canali contemporaneamente e riguardarli dove vogliamo, computer, tablet, smartphone, ecc.. GLI ADOLESCENTIPROSUMER E i tredicenni tutto YouTube e Social network? Possibile che proprio Google li abbia dimenticati? Assolutamente no. Se mettiamo insieme l'ultima mossa della grande G con le intenzioni sempre più esplicite di Apple di entrare nel mercato tv abbiamo chiare le strategie del prossimo futuro. Il web non ucciderà la televisione, così come la tv non ha ucciso il cinema, la farà prigioniera. I colossi di web e tecnologia puntano alla convergenza. Puntano, per ora, a diventare i veicoli privilegiati su cui far viaggiare i contenuti di intrattenimento. È una questione di posizionamento strategico e di target generazionali. Dopotutto i tredicenni, per ora, restano chiusi nella loro cameretta e a spingere i tasti del telecomando in salotto (nell'offerta di Google Fiber il telecomando viene sostituito da un tablet che all'occorrenza diventa una tv portatile) sono ancora i genitori nati negli '60/'70. Questo è il futuro prossimo. Guardando ancora più avanti possiamo notare che la proprietà di YouTube è proprio di Google e che accanto agli “user generated content” sta iniziando realizzare e finanziare produzioni video e veri palinsesti. E spesso i protagonisti sono proprio i più spigliati tra quei tredicenni. È, infatti, “prosumer” la parola magica che ci illumina sul nostro futuro. È la crasi delle parole “producer” (produttore) e “consumer” (consumatore) ed è il meccanismo che ha visto aziende come Facebook, Twitter e la stessa YouTube generare miliardi di dollari con contenuti prodotti gratuitamente e consumati (non proprio gratuitamente, e qui si torna al costo di accesso alle reti e ai supporti tecnologici) da tutti noi. Magari un giorno, prima che il futuro sia già il presente, fermiamoci a riflettere su questa sorta di schiavitù volontaria a cui ci siamo tutti sottoposti così gioiosamente... COMECAMBIAINTERNET Ecosì laRete simangiò la tv Lacorsadeicolossiweb per diventare medium unico U: CESAREBUQUICCHIO cbuquicchio@unita.it Un'installazione«catodica» inAmerica FOTO DI CAIN PASCOE ILLUNEDÌDEIBAMBINI : UnCyranoper l'infanziaappassionatodi rimeeversi PAG. 18 ILREPORTAGE : Viaggionellasede italianadiOppurtunitydove i librihannouna secondachance PAG. 19 ILLIBRO : BiografiadiNannini, la rockstar ribelle PAG 20 GooglepartedaKansasCitye lanciaFiber(chehaper logo unconigliettomulticolore): Internetsuperveloceper realizzareanche ilpropriopalinsestosulloschermodelpc lunedì 20 agosto 2012 17
SEGUEDALLAPRIMA Una decisione che apre le porte alla privatizzazione proposta da Giuliano Urbani ministro berlusconiano e contro cui insorsero i direttori di tutti i maggiori musei del mondo. Nel torrido agosto 2012 nessuno, o quasi, commenta la clamorosa notizia. Non c'è un ex ministro, un ex sottosegretario, un responsabile culturale di qualche partito importante, nessuna associazione (temo) che alzi un grido di allarme e di dolore. O almeno un vagito. Che il ministro per i Beni culturali, il Magnifico Ornaghi, fosse persino più latitante del mellifluo Bondi lo sapevamo. Ma che lasciasse al più potente collega Corrado Passera il compito di dare il via alla maxi-privatizzazione tutta «politica» di Brera non era prevedibile (il decreto è firmato di concerto coi titolari dell'Economia, del Lavoro, della Giustizia, delle Politiche agricole, della Cooperazione e del Turismo, ma non dei Beni culturali... ). Si crea infatti la «Fondazione la Grande Brera» col compito di «valorizzare» e gestire «secondo criteri di efficienza economica» il museo creato da Napoleone e dal figliastro Eugenio di Beauharneis razziando opere di grande pregio in tutta Italia (Piero delle Francesca a Urbino, Raffaello a Città di Castello, Barocci a Ravenna, ecc.). Il decreto stabilisce «il conferimento in uso alla Fondazione mediante assegnazione al relativo fondo di dotazione, della collezione della Pinacoteca di Brera e dell'immobile che la ospita» (un sontuoso palazzo del Piermarini dal quale tempestivamente il commissario Mario Resca ha cacciato la più antica Accademia di Belle Arti). Nella Fondazione di diritto privato «La Grande Brera» entreranno rappresentanti dei privati e degli Enti locali. Saranno a loro a nominare i tecnici? Pensiamo proprio di sì. Quale primo atto si potrebbe aprire nel cortile piermariniano un bel ristorante tipico meneghino con risòtt e luganeghìn. Quale miglior valorizzazione? Ma è costituzionale affidare ad una Fondazione privata un patrimonio pubblico ingentissimo, anche per qualità, arricchito da donatori privati (soprattutto nel '900) illusi di rendere ancor più grande la principale Pinacoteca statale di Milano e della Lombardia? Noi pensiamo proprio di no e ci meravigliamo che nessuno, sin qui, insorga e se ne indigni. E poi, cosa vuol dire uniformarsi nella gestione ai «criteri dell'efficienza economica»? Che i direttori dei musei italiani sono tutti degli incapaci perché non sanno trasformarli in «macchine da soldi»? Qui bisogna avvertire il ministro Passera (Ornaghi lasciamolo dormire) che i suoi super-ragionieri non sanno nulla della redditività dei musei: non sanno, ad esempio, che lo Stato francese copre ogni anno per il sessanta per cento il passivo del Grand Louvre, dotato di servizi come un ipermercato (forse loro, in vacanza premio, lo credevano in attivo), o che il Metropolitan Museum di New York copre con le entrate proprie soltanto la metà dei costi. Vuol dire che a Brera si faranno mostre decisamente commerciali (magari Caravaggio ch'el tira tant), manifestazioni d'alta moda e simili, presentazioni di auto (se Marchionne ne produrrà ancora in Italia) e non più ricerca, mostre di ricerca, studi e indagini scientifiche? Vuol dire che, invece di far entrare gratis, come avviene, civilmente da noi, circa la metà degli utenti (anziani, giovani, scolaresche, studiosi, ecc.), si esigerà da tutti – al pari dei Musei Vaticani - un salato biglietto d'ingresso? I beni culturali sono il nostro petrolio», lo sentenziò l'onorevole Pedini Mario, ministro dei Beni Culturali, di cui si ricorda soltanto che faceva parte della Loggia P2. Al di là dell'ironia, la decisione del governo Monti, lungi dall'essere «tecnica» (come quella di vendere un po' di gioielli pubblici), realizza in pieno le linee della politica che Berlusconi-Tremonti con la «Patrimonio Spa» e col discusso Museo Egizio di Torino ebbero soltanto modo di abbozzare. Ora essa viene varata con gran pavese. In nome, fate largo, dello Sviluppo. Tutti zitti? L'intervento Sinistra, non chiudersi nella specificità italiana Silvio Pons LA DISCUSSIONE SVOLTASI QUESTAESTATE SULLE COLONNE DE L'UNITÀ A PROPOSITO DEL FUTURO DELLA SINISTRA IN ITALIA è rimasto sottotraccia un tema che è ben far emergere. Si può formulare così: la cultura politica del riformismo progressista si deve fondare sull'eccezionalismo italiano o no? Non stiamo parlando di specificità nazionale, che ovviamente esiste e non va rinnegata, ancor meno in un Paese come il nostro, caratterizzato da forti peculiarità rispetto alla vicenda di altre civilizzazioni europee sin dalla nascita dello Stato unitario. Stiamo parlando della tendenza a vedere la specificità italiana come un aspetto da coltivare e persino da enfatizzare, appunto come un'eccezione identitaria. Nella storia repubblicana questa tendenza è stata ampiamente all'opera nelle culture cattolica e comunista. Al momento del crollo dei grandi partiti di massa, all'indomani del 1989, essa apparve ormai al tramonto, ma le cose sono andate diversamente. Il nuovo bipolarismo nato con la cosiddetta Seconda Repubblica si è caratterizzato all'origine soprattutto per differenza, invece che per analogia, con le principali famiglie politiche europee. Ciò ha favorito le spinte alla reciproca delegittimazione e, di conseguenza, aggravato l'incapacità di fondare un nuovo patto civile. È vero che le principali forze politiche, seppure scontando seri ritardi (molto più gravi nel caso della destra italiana), si sono integrate nel panorama sovranazionale fino a costituire parte organica dei partiti europei. Questo passaggio è stato essenziale, anche se l'inconsistenza dell'Europa come comunità politica non lo rende risolutivo. Eppure l'influenza dell'eccezionalismo italiano si manifesta sino a oggi nelle principali culture politiche, inclusa quella dei democratici e del polo progressista. In questa luce, il tema centrale non è tanto quello delle «due sinistre», una radicale e una riformista. E neppure quello della sintesi presunta o reale tra culture di provenienza cattolica o post-comunista. È il tema di un'identità che fatica a definirsi al di fuori dei confini nazionali e a «inventare» una tradizione lasciandosi alle spalle vecchie appartenenze. Si è giustamente detto che la cultura politica del riformismo progressista deve riferirsi a una storia lunga, capace di individuare le proprie radici guardando all'intera vicenda post-unitaria del nostro Paese. Ma resta il problema sia di compiere delle scelte, sia di non chiudersi nella specificità italiana. Ha senso continuare a elogiare De Gasperi o Togliatti, senza chiarire se stiamo parlando di padri della repubblica (che è legittimo) o di fonti ispiratrici della cultura politica riformista del nuovo secolo (che appare a dir poco improbabile)? Quanto a lungo possiamo continuare a raccontarci la leggenda per cui sarebbe esistito un comune disegno salvifico di Moro e Berlinguer? Ma c'è dell'altro. Sembra diffondersi l'illusione che per innovare la cultura politica progressista sia sufficiente liquidare come «liberiste» le idee della «terza via» coniate da Bill Clinton e da Tony Blair negli anni Novanta, che ebbero una significativa influenza sull'evoluzione della sinistra riformista italiana, usando con disinvoltura la terminologia gramsciana per stigmatizzarne la subalternità alla «destra». Il risultato più probabile di un simile giudizio è quello di smarrire una visione internazionale e di esprimere un'ennesima variante dell'eccezionalismo italiano, vale a dire il contrario di ciò che servirebbe per metterci alle spalle la Seconda Repubblica e per affrontare davvero le nuove sfide della globalizzazione. LASELEZIONEDELLACLASSEDIRIGENTECONTINUAADES-SEREUNTEMAFORTEMENTEGETTONATONENELLAPOLITICAITALIANA.UNTEMAANTICO ma sempre attuale per le modalità concrete con cui si traduce nella concreta dialettica politica. Certo, questo è un nodo che risente delle diverse circostanze storiche. Oggi, tanto per fare un esempio, sarebbe quantomai azzardato proporre un modello che sino a 10-15 anni fa era quasi scontato. E cioè, anche nella politica, anzi soprattutto nella politica. L'improvvisazione e la superficialità non possono e non devono avere il sopravvento. E quindi, radicamento territoriale, rappresentatività sociale, elaborazione culturale e soprattutto militanza. Categorie che oggi appaiono quasi lunari. Elementi che, lo dico con un pizzico di orgoglio autobiografico, erano le «condizioni» che ci ripeteva quasi ossessivamente Carlo Donat-Cattin ai vari corsi di formazione per i giovani della sinistra Dc di Forze Nuove agli inizi degli anni '80. Ma condizioni che, oggi, pur mantenendo una bruciante attualità, rischiano di essere legate solo ad una stagione ideologica e politicamente blindata. Certo, è imbarazzante – almeno per quelli che provengono da un'educazione politica che ho sommariamente richiamato – oggi assistere alle dichiarazioni dei vari leader rottamatori del Pd che annunciano pubblicamente di essere seriamente in difficoltà se «correre» per fare il premier, o il ministro, o il segretario nazionale del partito o il presidente della propria Regione. Con tutto il rispetto del caso, si parla di incarichi politici ed istituzionali come se si discutesse di correre per un presidente della pro loco o di una locale sezione dell'Ana. Trentenni e trentacinquenni che, dando per scontata e ormai acclarata la loro leadership e il loro carisma acquisito, puntano a conquistare le leve del potere a prescindere. Ora, è indubbio che esiste il tema -. Sempre esistito in tutte le fasi storiche e in tutti i regimi politici – del ricambio della classe dirigente e della sua circolarità. Ma colpisce, comunque sia, il cinismo e la freddezza nell'anteporre la conquista del potere personale rispetto a qualsiasi altra valutazione politica e progettuale, se non presentando l'eterna carta di identità come arma rivoluzionaria per spodestare gli «usurpatori» attuali e insediarsi nei luoghi di comando. Certo, il Quirinale per il momento è salvo. Ma solo per impossibilità anagrafica. Salvo repentine modifiche costituzionali… Ora, al di là delle battute, le domande di fondo a cui, credo, occorre dare una risposta seria e convincente sono sostanzialmente due: è sufficiente la sola dinamica organizzativistica – e cioè il ricorso al dio primarie – per sciogliere il nodo della selezione della classe dirigente? E, in secondo luogo, dove e come si forma l'attuale o futura classe dirigente del Paese? Due domande, credo legittime, che rimandano ad una questione che ritengo decisiva per il futuro e la stessa «qualità» della nostra democrazia. E cioè, la politica è appaltata alla sola dimensione «tecnica» o tecnocratica o alla sfrenata ambizione personale dei rottamatori di turno oppure esige e richiede una formazione adeguata e permanente che, suffragata da competenze, specializzazione ed esperienza, continui ad avere una visione generale della società senza ridursi ad un approccio contabile, ragionieristico e vagamente e falsamente efficientista? Se non si affronta di petto questo tema la deriva populista, demagogica e anagrafica della democrazia e dell'intero sistema politico è nei fatti e nessun partito riuscirà a fermarla o ad ostacolarla. Certo, le sole ambizioni personali – in questo caso i vari rottamatori – non sono preoccupanti anche perché la battuta del vecchio Nenni è sempre pronta per l'uso: «C'è sempre un puro più puro che ti epura». È sufficiente, cioè, essere più giovani per scalzarti. Più inquietante, invece, è il modello che si trasmette alle giovani generazioni. E cioè, la politica come investimento tra i tanti, prevalentemente momentaneo, e quindi sganciato da qualsiasi riferimento valoriale e progettuale se non quello ricorrente della carta di identità. Un fatto di marketing, di appeal elettorale e il solito sondaggio che li suffraga. Se questo diventa il parametro da copiare, è la stessa democrazia ad uscirne sconfitta. All'interno e all'esterno del partito di riferimento. Ecco perché il capitolo della selezione e della formazione della classe dirigente non è un tema marginale per le grandi organizzazioni democratiche, popolari e di massa. Come il Pd, appunto. E cioè partiti che non sono plasmati sul carisma e sulla «dittatura democratica» di una sola persona – fenomeno presente, come tutti sappiamo, sia a destra che a sinistra – e che non rinunciano all'idea che il rispetto della pratica democratica è l'unico antidoto contro qualsiasi forma populista e autoritaria. Un tema, quindi, che non si può e non si deve eludere. A cominciare, appunto, dal Pd. Maramotti Il commento Se la pinacoteca di Brera finisce ai privati Vittorio Emiliani . . . È costituzionale affidare ad una Fondazione privata un patrimonio pubblico ingentissimo e di qualità? . . . Da tempo il tema è ormai quello di un'identità che fatica a definirsi al di fuori dei confini nazionali L'opinione La nuova classe dirigente Nodo da affrontare per tutti . . . Colpiscono quei trentenni che puntano con cinismo al potere. La pratica democratica è l'antidoto ai populismi Giorgio Merlo Deputato Pd COMUNITÀ lunedì 20 agosto 2012 15
Il premier al Meeting di Rimini: «Vedo la fine della crisi» «I giovani stanno pagando un conto troppo salato» SONO TRASCORSI QUASI VENT'ANNIDA QUANDO L'ALLORA MINISTRO DEGLIESTERIITALIANO,BENIAMINOANDREATTA,STIPULÒCONILVICEPRESIDENTEDELLA COMMISSIONE EUROPEA, KAREL VAN MIERT,UNACCORDOche vietava ulteriori aiuti di Stato alle aziende pubbliche aprendo la strada alle successive privatizzazioni. Ad essere pignoli le autorità europee non imposero affatto all'Italia di cedere i propri gioielli di famiglia, non avendo il diritto di sindacare la proprietà - privata o pubblica - delle imprese. Eppure le classi dirigenti degli ultimi vent'anni hanno usato quell'accordo come elemento di pressione politica per procedere alla liquidazione di buona parte dell'industria pubblica nazionale. SEGUE APAG.4 RONNY MAZZOCCHI IL DOSSIER PAOLO BORRIONI Ilwebèpronto amangiarsi la tv Buquicchiopag. 17 Nel tempio dei libri invenduti DeMieripag. 19 U: ILCOMMENTO VITTORIOEMILIANI L'INTERVENTO EMANUELEMACALUSO L'INTERVISTA Sapelli: «Non l'Iri ma l'Eni è il modello» Monti: un anno fa stavamo peggio Nannini la rockstar ribelle Rosapag.20 Le conseguenze di una ideologia Le immagini di Mirkana mi hanno devastata. Sono nata in una piccola città mineraria del Sudafrica, miniere d'oro. Mi ricordo di quei minatori, li incontravo spesso. Non avremmo mai dovuto arrivare a questo punto NadineGordimer Chi ci guadagna con la crisi e chi perde? Per alcuni la situazione che stiamo vivendo è un vero affare. Mentre giovani, famiglie e ceto medio si sono impoveriti, la speculazione distribuisce dividendi. Sfruttando la crisi di liquidità che colpisce Stati e imprese, si possono fare affari acquistando grandi società o patrimoni immobiliari a prezzi più bassi rispetto al valore reale. Anche gli speculatori finanziari sono una categoria favorita dal momento attuale. BUTTARONI APAG.8 Senza dubbio è piena di emozioni e colori questa campagna elettorale dei Paesi Bassi: vi partecipano partiti e partitini di ogni tendenza in quantità stupefacente per una popolazione poco oltre i quindici milioni di abitanti. SEGUE A PAG. 11 L'Olanda al voto spaventa l'Ue Angelo Di Carlo è morto all'alba di ieri, nell'ospedale romano Sant'Eugenio, reparto grandi ustionati. Pochi giorni fa, la notte dell'11 agosto, si era dato fuoco davanti a Montecitorio e avvolto dalle fiamme si era scagliato verso l'entrata del Parlamento, per protesta contro il suo stato di disoccupazione: da anni lottava con la precarietà. Nello zainetto che aveva con sé c'erano, due lettere, una per il figlio, a cui ha lasciato 160 euro. MASTROLUCA APAG. 7 In morte di un disoccupato È ormai chiaro a tutti che, sul tema della giustizia, si è aperta una furibonda campagna contro il presidente della Repubblica, condotta da alcuni organi di stampa. Una campagna del tutto infondata e strumentale che in Parlamento si avvale della rozza oratoria di Di Pietro. SEGUEA PAG.3 Il disegno dietro l'attacco al Colle «Uno Stato imprenditore può favorire la crescita» VENTIMIGLIAAPAG.4 Prima l'ottimismo, poi la polemica. Il presidente del Consiglio apre il Meeting di Rimini spiegando che la fine della crisi è finalmente in vista, merito delle misure prese ma anche dell'aver aperto finalmente gli occhi su quello che ci sta accadendo: stavamo peggio, ma non ce ne rendevamo conto. Dalla crisi negata alla crisi affrontata, insomma. E del suo impegno in politica dice: «Un istante imprevedibile della mia vita». DIGIOVANNI APAG. 2 Crisi, più Stato nel mercato La recessione rompe un tabù liberista. Dopo l'intervista di Susanna Camusso a l'Unità si apre il dibattito sull'ipotesi che quote di aziende in difficoltà vengano acquistate da soggetti pubblici APAG.2-3 Dal balcone dell'ambasciata dell'Ecuador Julian Assange parla in diretta sulle tv di tutto il mondo. A Obama dice: «Quella contro di me è una caccia alle streghe». Diplomazie al lavoro. Il fondatore di Wikileaks verrebbe estradato in Svezia per sottoporsi al processo in cui è accusato di stupro, ma avrebbe la garanzia di non essere estradato negli Stati Uniti dove rischia una condanna a morte per divulgazione di segreti di Stato. BERTINETTO APAG. 11 Assange in tv sfida Obama «Stop alla caccia alle streghe» Staino C'è chi paga e chi guadagna Anni fa per Ferragosto impazzava la speculazione di Borsa più folle. Oggi il governo dei “tecnici” nella pancia del Decreto Salvaitalia decide di varare la privatizzazione di uno dei maggiori Musei italiani, la Pinacoteca statale di Brera. SEGUE APAG. 15 Se Brera diventa privata INGRESSO LIBERO IN CONCERTO(gliam icidelprimotem po) STADIO LUCA C ARBONI SAMUELE BERSAN I PIERDAVIDE CARON E 25 AGOSTO 2012, ORE 21.30 CAMPOVOLOREGGIO EMILIA 1,20 Anno 89 n.229Lunedì 20 Agosto 2012
12 lunedì 20 agosto 2012
Il velocistatedescoregola involata ilgrupponellaseconda tappa.Castroviejoresta leader,eoggisi iniziaafaresulserio ANDREAASTOLFI PAMPLONA RESTERÀPROBABILMENTEUNUNICUM,UNHAPAX, QUESTATAPPA PER VELOCISTI IN QUESTA VUELTA MONTAGNOSA, INSENSIBILE AL FASCINO DELLE RUOTE VELOCI. Una tappa per velocisti, corsa alla morte, sotto la pioggia, un puntino tra le tantissime montagne che separano la Navarra da Madrid, e una festa tedesca. A Viana vince John Degenkolb, ragazzone di 23 anni dalla volata potente, stilisticamente inguardabile, però efficace. Oltre l'ultimo km, solo allora, inizia la tappa, e finisce dopo pochi secondi tirati a quasi 70 orari. Degenkolb, un Greipel molto più giovane, cacciatore grossolano di traguardi di secondo piano, ma promettente assai, prende il centro della strada, si muove a testate, agitando il casco e il capo, a destra, a sinistra, si inventa uno spazio e lo percorre, tutto, fino in fondo. Settima vittoria stagionale per il giovane tedesco, la tredicesima da professionista, la più importante. Appartiene alla scuola dei Ciolek, dei Kittel, l'ultima leva ciclistica tedesca, reduci della pista, ragazzi muscolati, cattivi, sgraziati, vincenti nel piccolo, latitanti quando la storia si fa molto grande. Vedasi il Tour di Marcel Kittel, il nuovo Zabel, iniziato e finito dopo 5 tappe senza senso. Vedasi l'apprendistato lunghissimo di Greipel, un lustro senza toccare palla prima di iniziare a vincere cose serie. Inorgoglisce il quarto posto di Elia Viviani, ben presente e autorevole nella volata di Viana, paesello della Navarra, non lontano da Villava, la patria di Miguel Indurain, visto sul traguardo, con le sue manone da fabbro. Ottimo settimo il pistard della Lampre Davide Cimolai, decimo Bennati. Castroviejo resta leader della generale, Froome resta tranquillo, mentre la pioggia, inattesa, improvvisa, sgonfia la fuga a tre di Chacon, Aramendia e Ignatyev. A un traguardo volante si vede anche Alberto Contador, vispo, attento, voglioso di fare la gamba: vince la volata, guadagna 2”, si fa vedere, mancava. La classifica, già instabile, si muoverà moltissimo oggi, primo arrivo in salita, tappa con quattro Gpm e traguardo in quota sopra Eibar, sull'Alto de Arrate, 5 km al 7 per cento di media, non terribile, ma già forte, così presto, in una corsa che non avrà stasi, che non conoscerà momenti morti. È la febbre da spettacolo che attanaglia Giro e Vuelta, tante salite, abbondanza di fatica, molti azzardi. Questa Vuelta tocca livelli inesplorati, con le sue 10 tappe di montagna. Ed è ricca di personaggi nuovi: per la prima volta in una grande corsa a tappe ci sono un eritreo, Daniel Teklehaimanot, e un cinese, Ji Cheng. Il ciclismo è ormai, davvero, uno sport globale. AQUESTOPUNTOPUÒSUCCEDEREDITUTTO.CHEJORGE LORENZO SI DEBBA SOFFRIRE LA VITTORIA DI UN MONDIALE IN CUI PER TIRARLO GIÙ DAL PODIO BISOGNA FISICAMENTE BUTTARLO A TERRA, COME HA FATTOBAUTISTAADASSEN,OADDIRITTURACHEPEDROSA DIVENTI UN AVVERSARIO DAVVERO PERICOLOSO IN CHIAVE IRIDATA PER IL MAIORCHINO DELLA YAMAHA. Un derby tutto spagnolo in una stagione ancora orfana di Valentino Rossi e con un Casey Stoner a intermittenza con la testa proiettata forse già alla pensione prossima ventura e le ossa malconce per qualche caduta di troppo. Psicologia da quattro soldi troverebbe persino un qualche nesso di causa ed effetto fra la scelta del campione del mondo australiano e la ritrovata efficacia del compagno di squadra in Hrc che, dopo troppe stagioni da eterna promessa mai davvero mantenuta, quest'anno ha ritrovato la costanza e la grinta che gli valsero due titoli mondiali in 250 e che raramente invece s'erano visti nelle sue stagioni in classe regina. Fatto sta che dopo la vittoria in Germania Pedrosa fa il bis ad Indianapolis e accorcia a 18 punti di distanza in classifica mondiale dal rivale maiorchino. Un segnale fortissimo che Daniel, nella miglior stagione della sua carriera in MotoGp, spedisce tagliando in solitaria la mitologica brickyarddi Indianapolis dopo una gara in cui soltanto un ritrovato Spies, poi appiedato dalla rottura del motore, sembrava in grado di tenere il ritmo. Non lo è stato di certo Lorenzo, lontano quasi subito e presto lontanissimo. Non lo è stato tantomeno Casey Stoner che sale in moto con le stampelle dopo la frattura al piede rimediata sabato, stringe i denti e alla fine chiude eroicamente quarto e stremato dal dolore. Sul gradino più basso del podio, così, ci finisce di nuovo e per la quarta volta nelle ultime cinque gare, Andrea Dovizioso. Un filotto che varrebbe una Yamaha ufficiale, se dalle parti della casa dei tre diapason non si fosse scelto il ritorno al passato amore Valentino Rossi. Così, per Andrea, resta solo una sella ufficiale per tentare l'assalto al sogno mondiale: quella della Ducati. Una scommessa che in molti prima di lui hanno già perso e che il ravennate si appresta ad accettare comunque. L'entusiasmo del Dovi, si spera, la prossima stagione almeno fara bene al box Ducati dove a questo punto l'umore segna forse il punto più basso della breve storia MotoGp della casa di Borgo Panigale. Con Hayden ingessato e fermo ai box per la caduta di sabato e la notte trascorsa in ospedale, Valentino Rossi resta l'unica freccia Ducati a Indianapolis. Ma è una freccia spuntata da tempo e resa ancora meno pericolosa ora che l'annuncio dell'atteso divorzio è stato dato pubblicamente e non resta altro che il tempo di doversi sopportare reciprocamente fino alla fine della stagione. Valentino alla fine chiude settimo, ma più dei numeri (57 i secondi di distanza da Pedrosa, zero i sorpassi messi a segno dal Dottore) fa male l'ennesima gara senza guizzi a bagnomaria fra i migliori e la mediocrità, questa sì assolutamente legittima, delle artigianali Crt. Continuare così è inutile senza un sussulto di grinta e amor proprio. Serve un accordo reciproco, un impegno che leghi ancora Ducati e Valentino per le ultime sette gare perché la fine di questa stagione, e di questo matrimonio sfortunato, non sia un lungo e triste calvario. Vuelta,vinceDegenkolb Oggi leprimemontagne MotoGp,Stonerèeroico L'australianoèquartodopo lacadutadisabato,maorasi allontana inclassifica.Ora ilmondialeèunacorsaadue MASSIMOSOLANI twitter@massimosolani SO LUZIO N E C 'È UN O SPLEN D ID O M ATTO FO RZATO IN D UE M O SSE:1.D D 7+!!,T:D 7;2. E:D 7 M ATTO ! Pedrosa, il terzo uomo Trionfa a Indy, e nel mondiale minaccia Lorenzo Laseconda giovinezza: Federer dominaNole SCACCHI ADOLIVIO CAPECE Canal Oliveras–Bergez Spagna2012. Il Biancomuovee vince. OLIMPIADI IN TURCHIA Mentre a Praga prosegue l'Europeo Under 18 (www.eycc2012.eu) gli appassionati si preparano a seguire le Olimpiadi degli Scacchi – il campionato del mondo a squadre – che iniziano ad Istanbul in Turchia tra una settimana; l'Italia, presente sia nel torneo maschile, con Fabiano Caruana in prima scacchiera, sia nel torneo femminile, punta a piazzamenti di prestigio. UNALEGITTIMAZIONE NETTA, INDUBBIA. ROGER FEDERER, NUMERO UNO DEL MONDO, HA VINTO IL «WESTERN&SOUTHERN OPEN», PROVA DEI MASTERS 1000ATP, INSCENASUICAMPIINCEMENTODICINCINNATI,NELL'OHIO(STATIUNITI). Il tennista svizzero ha battuto in finale il serbo Novak Djokovic, numero due della classifica internazionale e del seeding, per 6-0 7-6 (7), in un'ora e 20 minuti. Adesso il vantaggio in classifica si dilata verso i mille punti, e con Nadal fermo per i problemi tendinei, il 31enne di Basilea sembra tornato dominante come nelle tre stagioni fra il 2005 e il 2007. Il primo set non ha avuto completamente storia, una volata imbarazzante, con il serbo parso anche abulico. Più combattuta, invece, la seconda frazione, dove il serbo ha sciupato un set ball al tie break (sul 7-6 in suo favore, ma già aveva annullato un match point). È il sesto torneo vinto dall'elvetico in questo miracoloso 2012, cominciato da numero 3 del mondo. È anche la quinta volta che trionfa a Cincinnati e adesso è lui il grande favorito degli Us Open, al via fra una settimana a Flushing Meadows. Per aggiungere un altro record alla sua collezione, va ricordato che questo è il 21esimo torneo vinto fra i Master Series, e raggiunge in questa vetta Rafael Nadal. «Quando arrivi in posti come questo, dove apprezzano il bel tennis, è ancor più bello e semplice giocare. Ringrazio questo pubblico: è stupendo. Merita molti applausi anche Novak Djokovic, per aver giocato così bene in queste due settimane, a Toronto (il serbo vinse il torneo canadese, ndr) ed a Cincinnati. È stato un gran bel torneo: sono felice del successo». Così, ai microfoni del campo centrale di Cincinnati, Roger Federer, dopo la vittoria, in finale su Djokovic, nel «Western&Southern Open». «Non mi aspettavo, comunque, di arrivare in finale qui - ha detto invece Djokovic - a Cincinnati. Oggi, purtroppo, ho iniziato molto male; poi ho provato a lottare nel secondo set; ma Roger Federer ha giocato meglio la finale e merita i miei complimenti». Per dire del dominio assoluto e per certi versi imprevisto: Federer in tutta la settimana non ha mai smarrito un set e nemmeno un turno di battuta. GIANNIPAVESE ROMA PerDaniel Pedrosasecondavittoria stagionale, laquarantesima incarriera EPA/TANNEN MAURY ... Solitascialbaprovadella DucatiediValentinoRossi, settimoall'arrivo. SulpodiovaDovizioso lunedì 20 agosto 2012 23
«I politici coinvolti devono dimettersi» «Premetto che conoscendo molto bene Taranto, da pugliese, e le enormi virtù di quella straordinaria città, so cosa significhi per i tarantini l'Ilva, nel bene e nel male. Ho trovato quindi assolutamente fuori luogo il conflitto scatenato dal livello locale fino a quello nazionale, tra politica e magistratura». L'onorevole Francesco Boccia, economista, fu commissario liquidatore per il crack dell'amministrazione comunale, uno dei più vistosi della storia italiana. Sul caso Ilva può esprimersi da vicino. «Dico subito che nel diritto di un paese avanzato come il nostro, nel 2012, non dovrebbe essere possibile chiudere un'azienda solo in virtù di un'indagine, perché per staccare la spina ad un'impresa ci vuole quantomeno un processo, visto che può sempre trovare il modo per salvare una realtà produttiva. Aggiungo che conosco bene la serietà con cui lavorano e si impegnano i magistrati di Taranto, che ho avuto modo di conoscere da vicino durante la vicenda del più grande dissesto pubblico che ha avuto questo paese. Quindi lo dico chiaramente: senza nulla togliere alle loro capacità e alla loro autonomia, per quanto mi riguarda mi sarei fermato un metro prima». L'Ilva però, come dimostra l'inchiesta, è sempre più un cortocircuito di economiaepolitica. «Sia chiaro che in tutta questa vicenda emerge un grande problema politico perché la normativa industriale ed ambientale in vigore in questo paese, checché ne dica il ministro Clini, è inadeguata. Sono norme con grandi buchi e spazi enormi nei quali si possono infiltrare interpretazioni non corrette e speculazioni, cosicché chi non vuol mettersi a posto, o investire o semplicemente prendere tempo, può farlo tranquillamente. Da questa vicenda, molto delicata e complessa, emerge la povertà della responsabilità politica che è mancata perché tutte le norme non hanno sanzioni e scadenze certe, prescrizioni nette e imposizioni ben definite». Idatisulleemissionielamortalità,intanto, sonoagghiaccianti. «È chiaro che il tasso di inquinamento del 2012 non è quello del 1970 o del 1980, ma il tema vero è se la qualità dell'aria a Taranto sia simile a quella delle altre città industriali. Non è così: è sicuramente peggiore. Ma ripeto che dal caso Ilva non si esce mettendo contro pezzi dello Stato, ma casomai mettendoli insieme. Oggi ci sono macerie e rischiamo un terribile braccio di ferro tra chi sostiene le ragioni del lavoro e chi chiede giustizia per familiari morti o ammalati, per cause in corso di accertamento. La colpa di tutto questo, per usare una sintesi, non è certo del gip Todisco, ma di chi doveva fissare regolare certe e non l'ha fatto». C'èuna viad'uscita? «Ci vogliono i fatti: il decreto che ci accingiamo a discutere in parlamento deve colmare le lacune fissando tempi certi per gli impegni presi dall'azienda, anche se credo che questo provvedimento costituirà un precedente per le altre imprese italiane. Sulla sfondo di tutto questo, tuttavia, oltre all'indagine sull'inquinamento e i veleni, a me inquieta molto quella che relativa a chi ha cercato di intervenire sui processi decisionali della pubblica amministrazione. Mi riferisco a funzionari pubblici e politici che sono stati fin troppo disponibili. Non sappiamo ancora i nomi di tutti gli indagati e mi auguro che quando succederà, queste persone si autosospendano dalle loro funzioni, senza aspettare che intervengano orgamismi istituzionali o partiti a chiederlo». Verbali senza le firme le-gali, tabelle e grafici al-legati alla rinfusa in pa-gine non numerate enon vistate dalle parti,dichiarazioni di impegno totalmente in bianco, senza un limite di emissioni specificato e indicato. L'accordo di programma e la seguente relazione con cui Ilva, insieme ad autorità ed istituzioni, nella primavera dell'anno scorso - con l'Aia in dirittura d'arrivo - ha affrontato il problema dell'inquinamento da polveri sulle banchine e nel mare del porto di Taranto, assomiglia molto a una pila di fogli protocollata alla viva il parroco, senza senso e senza validità, e non solo secondo quanto prevedano i nostri codici. Nessuno degli impegni presi in quel testo che è sostanzialmente carta straccia è stato rispettato, come può confermare non solo chiunque passi in quella zona del porto e veda coi propri occhi tutti i lavori e le opere non fatte, ma anche gli altri soggetti sottoscrittori insieme all'azienda del gruppo Riva che ha sede legale a Milano e, come dicono alcuni piuttosto furibondi in città, non mette un euro di tasse da queste parti. La meraviglia però non finisce qui e non si limita al fatto che si tratta di atti pubblici sui quali nessuno, in oltre un anno, ha sollevato la benché minima obiezione. Questo documento infatti è stato prodotto ai fini dell'autorizzazione integrata ambientale che è stata poi rilasciata dal ministero dell'Ambiente lo scorso 4 agosto. Da quello che risulta, la commissione dell'epoca, finita poi in parte sotto la lente dei magistrati inquirenti con intercettazioni di alcuni membri chiacchierati, lo ha ritenuto valido e attendibile, nonostante al momento in cui l'Ilva ha messo a conoscenza le autorità della relazione integrativa (12 luglio 2011, con raccomandata firmata dall'ingegner Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento), diversi degli impegni presi tre mesi prima, al momento di siglare l'accordo, fossero già finiti nel nulla. Eppure si tratta della materia più delicata del caso Ilva, molto più di cokerie, acciaierie e altiforni, perché «il miglioramento dell'impatto ambientale derivante dalla movimentazione dei materiali polverulenti in ambito portuale», come recita il titolo del verbale di accordo, tocca da vicino il punto nevralgico dell'Ilva. Le polveri di carbone e minerali, i granuli di “loppa”, scarto della lavorazione, che finiscono sulla banchina e in acqua durante le operazioni di scarico delle enormi navi “porta rinfusa”, tutto quello che arrossa l'acqua come fosse insanguinata e si deposita sul fondale, è stato stimato uno strato di fango ferroso di 8 metri, costringendo per giunta gli addetti a lavorare in condizioni piuttosto critiche per la salute (di recente ha formalmente protestato anche il Cocer a nome dei marinai della capitaneria), riguardano appunto l'arrivo delle materie prime al porto. Senza quelle montagne di materiali scaricate dalle benne delle gru, specie di enormi cucchiai che vuotano le stive con copiose dispersioni prima che il nastro trasportatore le sposti ai parchi minerali (nelle giornate di vento vola di tutto), la produzione dello stabilimento si fermerebbe. Proprio l'intasamento dei filtri della banchina, con conseguente tracimazione di acqua torbida e minacciosa in mare, nel 2009 ha spinto la magistratura al sequestro con facoltà d'uso degli sporgenti 2 e 4. Bene. Seduti al tavolo, per firmare il verbale di accordo siglato il 7 aprile 2011, c'erano il sindaco Ippazio Stèfano, di recente eletto per la seconda volta, il contrammiraglio Giuffrè per l'Autorità portuale e il capitano di vascello Paolo Zumbo per la Capitaneria di porto. Per l'Ilva, invece del legale rappresentante che uno ex legis si aspetterebbe di trovare (all'epoca Fabio Riva, figlio di Emilio) ha firmato Girolamo Archinà, indagato nel procedimento per corruzione in atti giudiziari. Di certo non capita tutti i giorni che un addetto alle pubbliche relazioni di un'azienda sigli per conto della stessa, senza una formale delega, un accordo pubblico con istituzioni e autorità. Nelle quattro pagine del verbale, che nessuna delle parti ha siglato (come di solito è previsto), non c'è infatti traccia di procura o mandato dell' azienda a rappresentarla, come previsto dalla legge. Ma se Archinà non aveva la titolarità a sedere a quel tavolo e a firmare, possibile che nessuno se ne sia accorto? Nella sostanza, poi, niente di quello sottoscritto è stato rispettato. Né gli «idonei sistemi e procedure atti ad evitare ovvero contenere la caduta in mare di materiale minerale e fossile». Né «le opportune misure atte ad umidificare i materiali movimentati e/o in sosta». Né gli «adeguati sistemi atti a prevenire lo spolveramento secondo le Bat», ossia le migliori tecnologie che ora il ministro Clini indica come la panacea di tutti i mali, ma che erano disponibili già per l'Aia in corso di rottamazione. Né gli «adeguati sistemi e/o procedure per consentire l'apertura delle benne solo perpendicolarmente al piano di carico e il più vicino possibile ad esso». Né, ultimo ma non meno importante, «la pavimentazione delle superfici degli sporgenti e i relativi impianti per la raccolta e il trattamento delle acque prima dell'immissione nel mare». La relazione integrativa spedita a sindaco, autorità portuale e capitaneria di porto, si conclude con una previsione di 600mila euro di spesa per interventi allo sporgente numero 2, ma l'obiettivo di «ridurre le emissioni diffuso durante lo scarico delle ferroleghe» è affidato alla fantasia di chi legge. Il documento infatti si chiude con una previsione: «Con il suddetto intervento la stima di riduzione delle emissioni delle polveri è pari a ca – spazio bianco – c/ta» chiude il documento. Proprio così: spazio bianco. L'INTERVISTA Verbali in bianco e omissioni nelle carte Ilva DOPOANNI IN CUI LAPUGLIAHAFATTO ICONTI, INPERFETTA SOLITUDINE,CON LA QUESTIONE AMBIENTALEDITARANTO, l'intervento della Magistratura ha acceso i riflettori sulle ricadute che Ilva ha sul territorio ionico e, soprattutto, sulla necessità di colmare un ritardo, accumulato nel tempo, rispetto all'ambientalizzazione degli impianti dell'acciaieria più grande d'Europa. Nel fuoco incrociato di chi ci accusava, da un lato, di fare troppo poco nei confronti delle emissioni e di chi invece, dall'altro, ci indicava come avversari dell'azienda che avrebbero finito con il soffocare l'attività dello stabilimento, abbiamo tirato dritto per la nostra strada: la possibilità di rendere lo stabilimento compatibile con l'ambiente e con questo l'idea che, finalmente, non si dovesse più scegliere tra Lavoro e Salute. Ci siamo mossi secondo due direttive, l'una d'intervento normativo, l'altra di provvedimenti di amministrazione. Al primo ambito fanno capo le leggi sui livelli emissivi di diossine, di idrocarburi policiclici aromatici, di polveri sottili e sulla valutazione del danno sanitario (primi nella legislazione europea); al secondo appartengono le prescrizioni dell'Autorizzazione integrata ambientale del 2011, tutte impugnate dall'azienda, i monitoraggi del benzo(a)pirene, delle polveri sottili e il piano di risanamento per la qualità dell'aria del quartiere Tamburi di Taranto, immediatamente a ridosso dello stabilimento. Fin qui, per le competenze che le sono proprie, la Regione Puglia. È stato, però, necessario l'intervento della Magistratura perché il Governo nazionale prestasse, finalmente, ascolto alle nostre ragioni. La concitazione di questi ultimi mesi, durante i quali si sono susseguiti tavoli politici e tecnici sulla “questione Taranto”, ha prodotto più di un risultato. La città aspetta riscontri ed interventi tangibili e concreti. Venerdì il governo nazionale era a Taranto, mentre la città protestava e rappresentava le proprie ragioni. Da quell'incontro sono emersi elementi che, confermando la congruità degli interventi della Regione, chiedono nuove risorse ad Ilva per le opere di ambientalizzazione degli impianti (in particolar modo cockerie e parchi minerali), il monitoraggio anche perimetrale delle emissioni, il rafforzamento delle prescrizioni per la riduzione del benzo(a)pirene e delle polveri sottili nell'aria. Oggi che l'atteggiamento dell'azienda pare mitigato nei toni e più disponibile all'ascolto, attendiamo che agli impegni assunti seguano rapide e concrete azioni: i 146 milioni messi a disposizione sono un primo passo verso il risanamento degli impianti. Ed è un primo passo: altri dovranno necessariamente seguirne. Il 30 settembre, come stabilito dal governo, Ilva avrà di una nuova Aia che conterrà al suo interno gli aspetti prescrittivi delle leggi regionali di cui abbiamo detto e, soprattutto, le indicazioni contenute nell'ordinanza di sequestro del Gip, con tempi certi e contingentati, con l'utilizzo delle migliori tecnologie disponibili. In parallelo marceranno le attività di bonifica del sito d'interesse nazionale di Taranto: si può scrivere una pagina di storia sociale ed industriale dell'intero Paese. *Assessore all'Ambiente - Regione Puglia SALVATOREMARIARIGHI INVIATO A TARANTO FrancescoBoccia ITALIA L'INCHIESTA Idocumentisuimovimenti nelportodeimateriali inquinanti sonolacunosi anchealpiùgrossolano colpod'occhio Una nave attraccata alla banchina del porto di Taranto . . . Su quei fogli ci sono firme dell'ingegnere, del sindaco, dell'autorità portuale e c'è il via libera del ministero . . . Si indica la spesa ma alla voce «riduzione delle emissioni» c'è uno spazio non compilato Economista, fucommissario dellacittàal fallimento: «IlGipdovevafermarsiun metroprima»,machiha ammorbidito levalutazioni «ha lecolpemaggiori» S.M.R. INVIATO A TARANTO Tutti insieme per scrivere una pagina di storia sociale ILCOMMENTO LORENZONICASTRO* lunedì 20 agosto 2012 13
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20/08/12

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