SEGUEDALLAPRIMA Lo dimostra il fatto che sembra ignorare come in un mercato libero un surplus nei conti con l'estero è altrettanto nemico dell'equilibrio come un deficit. Questa è una concezione familistica (forse «volk») e non potrà mai concedere un'ovvietà: che il debitore arricchisce, con la sua spesa, il creditore, e non il contrario. Ci si chiederà come abbiano fatto i governi tedeschi a mantenere queste concezioni in tanti anni di giganteschi cambiamenti, e soprattutto come può un Paese solo lavorare sulla propria moneta cercando di renderla forte (e cara) e, nonostante ciò, producendo per se stessa occupazione e benessere. In parte, lo deve all'immigrazione italiana e turca a partire dagli anni 60, se non prima: con lavoratori di seconda classe si poteva svalutare il lavoro senza svalutare il marco. In parte lo deve alla singolare subalternità della sinistra tedesca, e il ‘68 ne rivelò la debolezza: fu movimento di giovani, non di lavoratori, a differenza di ciò che accadeva in Italia. Tuttavia, queste sono riflessioni un po' oziose. Perché vi deve essere una responsabilità anche negli altri Paesi europei, che non hanno mai fatto politica economica e commerciale in concorrenza con la Germania. In fondo, ci faceva comodo: quando il marco si rafforzava, e il dollaro si indeboliva, vendevamo in America; quando il dollaro si rafforzava, vendevamo in Germania svalutando la lira. La nostra responsabilità maggiore, però, è con il Trattato di Maastricht e la paura dell'unificazione tedesca. La paura del loro militarismo, della sempre possibile (e forse reale) bomba atomica tedesca, degli ostacoli che la Grande Germania avrebbe potuto creare contro l'unificazione europea, ci ha fatto cadere nella trappola del deficit e del debito. La Bundesbank è, perciò, il riflesso pavloviano della nostra debolezza. Che oggi la Buba non voglia opporsi alla speculazione contro i titoli di stato degli altri Paesi dell'Euro sembra fuori dal senso comune, né sembra avere una spiegazione razionale che invece si opponga a porre un qualche tetto allo spread, come direttamente o indirettamente vorrebbe la Banca Centrale Europea, anche per evitare lo sfaldamento dell'Euro (e di sé stessa). È anche incomprensibile che non faccia una opposizione discreta e, invece, la faccia a mercati aperti, sapendo di usare una forma di violenza economica. I rischi di questa operazione dichiarati dalla Bundesbank si riferiscono all'inflazione: ma è una scusa. Nessuno può temere l'inflazione, successiva all'emissione di Euro necessaria per acquistare i titoli di Stato dei Paesi in difficoltà, perché si tratterebbe di cifre modeste se poste in relazione alla somma dei prodotti nazionali dei paesi Euro e perché la speculazione non avrebbe gioco contro la Bce. La vera ragione è che la banca centrale tedesca non può abbandonare la politica economica di Adenauer, di Erhard, e dei successori, perché non ne ha mai avuto un'altra; né ritiene di avere cultura e autorità sufficiente per imporre a se stessa e agli altri Paesi una politica diversa. Di fronte a partner, nell'Euro, che sono sempre stati acquiescenti, non ha ragione di commuoversi per i nostri guai, e ritiene di aver un diritto assoluto alla propria sopravvivenza. Perciò, che la Bce si avvii verso una nuova politica europea, più keynesiana e meno tedesca, è considerato dalla Buba un salto nel buio. Del resto, non era questo lo slogan democristiano nell'Europa degli anni '50? E come si fa a negare che la Bundesbank rifletta, pur nei suoi estremismi, il governo democristiano della Cdu e della Csu bavarese, praticamente il partito di Von Papen? Dobbiamo correre a supporto della Bce, praticando una politica più aggressiva, prima di natura culturale, demistificando le ragioni economiche dei conservatori tedeschi, e poi di natura istituzionale, operando nel Parlamento Europeo, nel Consiglio, nella Commissione perché la lotta contro la speculazione avversa ai titoli di Stato divenga la prima riforma europeista. Il commento Il tradimento dei liberali Francesco Cundari SEGUEDALLAPRIMA Tra tanti figli inattesi di quell'antica scuola di pensiero, tutti reclamanti la propria diretta discendenza da John Locke e Benedetto Croce, basta citare due nomi per dare un'idea immediatamente comprensibile di quale deformazione abbia subito il concetto nel corso di questi anni: Silvio Berlusconi e Antonio Di Pietro. Solo se si parte da questo paradosso, alimentato per un ventennio dall'intero circuito del dibattito politico e culturale della Seconda Repubblica, si capisce la ragione dello scontro in atto sulle intercettazioni, che investe oggi persino la presidenza della Repubblica: unica istituzione democratica che in questi vent'anni di sovversivismo istituzionalizzato si era riusciti, seppure faticosamente, a mettere al riparo da quella lotta senza regole e senza principi in cui è precipitato il confronto politico. Il che è peraltro l'esatto contrario di qualunque possibile idea liberale di ordinamento civile, Stato di diritto, equilibrio e divisione dei poteri. Ma per cogliere il senso di questa inesorabile vendetta della storia bisogna prima misurare l'affronto che le è stato fatto. Ridurre tutto allo scontro tra berlusconismo e dipietrismo sarebbe profondamente ingiusto. Né l'uno né l'altro avrebbero avuto il peso che hanno avuto se con il crollo della Prima Repubblica non fosse venuto meno ogni argine e ogni anticorpo, anzitutto tra gli intellettuali. Negli ultimi due decenni in Italia, e forse non solo in Italia, il vero «tradimento dei chierici» è stato infatti il tradimento dei liberali. Non per niente, i più insigni rappresentanti di quella tradizione, specialmente tra i commentatori, si trovano oggi in enorme imbarazzo. E giustamente. Al momento del tracollo della Prima Repubblica, prima hanno favorito la brutale torsione in chiave presidenzialistica e personalistica della Costituzione, dei partiti, di ogni norma, principio o struttura intermedia che si frapponesse alla logica della «governabilità» e dello spoils system; travolgendo così ogni idea di mediazione, compromesso, dialettica e reciproco bilanciamento tra poteri. Poi, quando Silvio Berlusconi raccoglieva i frutti di questa semina, se non gli si accodavano, pretendevano di combatterlo con gli stessi metodi e in nome degli stessi principi, non volendo ammettere nemmeno a se stessi che il Cavaliere rappresentasse la più fedele incarnazione del sistema politico da essi teorizzato e legittimato. Non c'è una sola delle aberrazioni giuridiche e civili ripetute oggi dai sostenitori delle varie teorie del complotto contro il Quirinale e contro la politica tout court di cui il Corriere della Sera non detenga il copyright, dalla campagna contro la «casta» all'uso di verbali di intercettazione penalmente irrilevanti al fine di screditare i propri avversari. La stessa invenzione del genere “articolo di giornale interamente costituito da verbali d'intercettazione” non si deve al Fattoquotidiano, ma al Corriere della sera; in questo, va detto, subito seguito da Repubblica, Stampa e via elencando. La sua data di nascita si può individuare facilmente nell'estate del 2005, quando bersagli della campagna erano il governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio, l'Unipol di Giovanni Consorte e tutti coloro che avevano avuto l'ardire di minacciare il fragilissimo equilibrio di potere del nostro capitalismo finanziario. Come le successive sentenze hanno dimostrato, in quella virulenta battaglia, nessuna deformazione della realtà, nessuna strumentalizzazione, nessuna forma di manipolazione è stata risparmiata al lettore. In nome della trasparenza e del diritto di cronaca si è affermato persino il diritto di riportare sui giornali gli sms personali della fidanzata di un finanziere impegnato nella scalata al Corrieredellasera, per poi farle pure la morale sullo stile e l'ortografia. Simili strumenti sono stati usati e difesi, con ogni evidenza, anche contro Silvio Berlusconi, il quale da parte sua avrebbe ragione di lamentarsene, se non avesse fatto lo stesso con i suoi avversari interni ed esterni, come dimostra la vicenda proprio dell'illegale intercettazione di Piero Fassino al telefono con l'allora capo di Unipol (per non parlare del trattamento riservato a Dino Boffo prima e a Gianfranco Fini poi). Dopo avere fatto un simile commercio di verbali, riempiendoci anche dieci o quindici pagine al giorno, come si può oggi scandalizzarsi dinanzi a chi vorrebbe far valere anche per il Capo dello Stato gli stessi principi fatti valere finora per manager, parlamentari e presidenti del Consiglio? L'uso intimidatorio, ricattatorio o semplicemente denigratorio dei verbali d'intercettazione dovrebbe essere condannato sempre, che ci capiti di mezzo una ballerina o un capo di governo. Ma è una vergogna cui siamo purtroppo abituati, perché in questi anni, in Italia, è stato uno degli strumenti più utilizzati nella lotta per il potere. Una lotta che non ha avuto e non ha ancora oggi nulla, ma proprio nulla, di «trasparente». Rispetto delle isituzioni, senso dello Stato e insieme senso del limite che la stessa autorità dello Stato non può mai valicare, dinanzi all'inviolabilità della persona, della sua sfera più intima, delle sue comunicazioni; rifiuto categorico e persino aristocratico per ogni forma di demagogia e populismo; severa concezione dei diritti e dei doveri di ogni cittadino senza concessioni alle mode o agli interessi contingenti. Non era questa l'essenza della cultura liberale, assai prima e assai più che la fede cieca nel mercato o l'idiosincrasia per i sindacati e ogni forma di intervento pubblico? E non dovrebbero ripartire da qui i tanti liberali di oggi, e prima di tutti coloro che dicono di ispirarsi a De Gasperi e alla tradizione cristiana? SESIDÀCREDITOAQUELCIÈSTATORIFERITODARIMI-NI,ILPREMIERMONTIAVREBBECRITICATOLA(PERICOLOSA) IDEABI-PARTISAN che circola in Germania di un referendum nazionale sull'Euro ma si sarebbe detto anche «contrarissimo» alle proposte di chi chiede un'assemblea costituente europea seguita da un referendum paneuropeo. Vestendo le vesti di sondaggista a posteriori, Monti ci ha poi spiegato che se la Dichiarazione di Schuman del 1950 fosse stata sottoposta a un referendum nei sei Paesi fondatori il risultato sarebbe stato simile a quello conseguito in Francia e nei Paesi Bassi sulla costituzione europea cinquantacinque anni dopo. Dando per certo che così sarebbe stato, Monti sposa la tesi di chi ritiene che per avanzare l'integrazione europea debba indossare il chador e procedere mascherata. Dalle colonne del Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia ci (ri)-spiega dottamente come Il Manifesto di Ventotene del 1941 «accozzasse miti politici senza fondamento e una lettura assolutamente irreale dell'imminente dopoguerra». Sorvolando sull'azzardata licenza storica che dà per «imminente» un accadimento avvenuto quattro anni dopo, Galli conclude la sua dissertazione europea con l'improbabile (e non auspicabile) sogno di una Nazione europea «consapevole di tutto il suo passato, della portata e del significato dei valori e delle potenzialità di questo». Stefano Fassina, infine, dalle colonne del Foglio ci propone un decalogo a metà europeo in cui chiede di «affidare al Consiglio europeo il potere di decidere sulle politiche fiscali nazionali» con scarsa sensibilità sul controllo democratico di decisioni di questa portata. Riflessioni ferragostane, ma a settembre dovremo fare i conti con dossier drammaticamente urgenti che vanno dal rischio del Grexit (l'uscita della Grecia dall'Euro, non prevista dai trattati essendo chiaro che né la Grecia né un altro Paese possano essere espulsi dall'Eurozona e che l'unica uscita volontaria è quella di un recesso unilaterale dall'intera Unione) alla tenuta dell'eurozona, dalle proposte della Commissione sull'Unione bancaria ai negoziati sul bilancio 2014-2020, da una situazione sociale in caduta libera alla crisi dell'industria europea, dal silenzio assordante dell'Unione nei rapporti con i Paesi della primavera araba all'impotenza di fronte ai massacri di Assad. Contrariamente a quel che reitera in editoriali-fotocopia Galli della Loggia, i contrasti sulle scelte europee non sono «politicamente corretti» ma nascono da visioni contrapposte di politica economica o di politica tout court che non sono neutre, ma hanno conseguenze positive o negative sull'azione degli Stati e su quelle dell'Unione. Ai dossier urgenti il trattato consente di rispondere con soluzioni altrettanto urgenti: negoziando un accordo equo con la Grecia per evitare il rischio del Grexit, garantendo la tenuta dell'eurozona attraverso il ruolo della Bce a cui deve essere attribuito il compito della sorveglianza degli istituti di credito secondo il modello delle banche centrali che preesisteva all'euro, rilanciando le priorità dell'Europa 2020 per frenare la caduta libera della situazione sociale e aiutando l'industria manifatturiera europea. Last but not least, fissando una clausola per un aggiornamento del bilancio pluriennale europeo dopo le elezioni europee del 2014. Tutto ciò tuttavia non basta e le opinioni pubbliche attendono il segnale forte che l'Europa ha deciso di imboccare un'altra strada. Contrariamente a quel che pensa il premier Monti, le scelte necessarie di breve periodo non sono in contraddizione con l'avvio contemporaneo e parallelo di un processo costituente che abbia al centro il tema della democrazia europea, Piuttosto che tentare di educare i parlamenti, sarebbe utile ispirarsi a quel che ha scritto Sergio Fabbrini in «addomesticare il Principe»: un leader che vuole innovare svolge una funzione pedagogica nei confronti di chi l'ha eletto, un leader che vuole conservare è prigioniero del suo populismo. Se si apre uno spazio pubblico europeo all'interno del quale il confronto fra diverse concezioni dell'Europa sarà necessariamente aspro, lo strumento costituente sarà inevitabilmente un'assemblea eletta dai cittadini (europei) e la legittimità delle sue scelte potrà solo essere garantita dalla decisione a maggioranza dei cittadini (europei) in un referendum paneuropeo. Noi speriamo ancora che il presidente Monti si faccia portavoce di questi orientamenti – fatti propri dal Parlamento italiano - nei suoi incontri con Angela Merkel e François Hollande. L'analisi I rischi dell'Europa e l'ostinazione tedesca Paolo Leon L'opinione L'Italia dica sì al processo costituente nell'Unione . . . La legittimità delle scelte garantita solo dalla decisione dei cittadini in un referendum paneuropeo PierVirgilio Dastoli COMUNITÀ Maramotti martedì 21 agosto 2012 15
24 martedì 21 agosto 2012
Una sentenza perfetta quella emessa ieri dal tribunale di Hefei a carico di Gu Kailai - moglie di Bo Xilai, il discusso alto dirigente del partito comunista cinese caduto in disgrazia - alla sbarra per aver ucciso l'uomo d'affari britannico Neil Heywood il 14 novembre 2011 in un albergo di Chongqing. Sentenza perfetta perché la condanna a morte, temperata da una sospensione biennale, che in caso di buona condotta sarà commutata in ergastolo, si presenta come una punizione severa ma non feroce, che tiene conto di alcune circostanze attenuanti. In maniera da soddisfare la parte lesa e di essere accettata senza obiezioni anche dall'imputata e dagli ambienti di potere cui è legata. Sentenza perfetta perché ridimensiona a disputa privata, originata da motivi di interesse, una storia che è probabilmente assai più grave e complessa, e coinvolge istituzioni e personalità politiche importanti. E così evita che i riflettori mediatici mettano in luce il marcio che corrode il funzionamento dello Stato cinese e le profonde divisioni nel partito comunista. Troppo perfetto il verdetto, per non suscitare il dubbio che sia il frutto di un accorto dosaggio di elementi diversi, in cui l'accertamento della verità è solo uno degli ingredienti. Una sentenza pilotata insomma, come può accadere in un Paese che, spiega l'avvocato Mo Shaoping, «non si regge propriamente sul rispetto della legge e considera irrilevante il costo di violare le sue stesse regole». L'avvocato Mo è il difensore del dissidente Liu Xiaobo, premio Nobel per la pace nel 2010. Il processo, svoltosi in un'unica udienza il 9 agosto scorso, ha ricostruito la vicenda in questo modo Gu Kailai, moglie di Bo Xilai che all'epoca dei fatti era segretario del partito a Chongqing e astro nascente della politica nazionale, intrattiene rapporti d'affari con l'inglese Neil Heywood, consulente di molte aziende straniere, residente in Cina dagli anni Novanta. Forse i due erano amanti. Nel business comunque è coinvolto il figlio della donna, Guagua, giovane studente universitario che vive all' estero. Non è chiaro in che modo e perché il legame si deteriorò. Heywood, secondo Gu Kailai, la ricattava minacciando il ragazzo, e lei decise di ucciderlo. Le attenuanti: voleva proteggere Guagua e soffriva di un forte esaurimento nervoso. L'imputata ascolta la sentenza e commenta: «È giusta. Rispetta la legge, la realtà, la vita». Da Londra un portavoce di Downing Street ricorda che il governo aveva chiesto a Pechino un'indagine accurata dei fatti, ma «l'esito processuale è competenza delle autorità cinesi». Insomma, per David Cameron va bene così. Anche perché l'ipotesi che Heywood fra le tante attività svolgesse quella di spia non ha trovato conferme, e comunque non se ne è parlato in aula. Il giorno del processo il GlobalTimes, organo del partito cinese in lingua inglese, indicava la via da seguire: «Questo è un caso criminale, e la società deve vederlo come tale». In altre parole, non andate a cercare misteriosi risvolti politici. Che se ci fossero, imbarazzerebbero enormemente i vertici della Repubblica popolare, mentre si avvicina la data del congresso che in ottobre ridisegnerà gli organigrammi dei supremi organismi dirigenti. Bo Xilai, capo della fazione neo-maoista, marito di un'assassina, non entrerà nel Comitato permanente del Politburo, come tutti ritenevano certo sino a pochi mesi fa. In marzo, quando scoppiò lo scandalo, fu destituito da ogni incarico ed è sotto inchiesta «per motivi disciplinari». Ai suoi avversari politici, i guai giudiziari della moglie hanno fatto comodo, togliendo di mezzo un pericoloso rivale. Ma non hanno interesse ad andare troppo a fondo, e mostrare al mondo quanto il partito sia diviso. Insieme a Gu è stato condannato a nove anni il suo aiutante Zhang Xiaojun. Mentre in un processo parallelo lo stesso tribunale ha condannato a pene dai 5 agli 11 anni quattro alti ufficiali di polizia di Chongqing, colpevoli di aver coperto l'omicidio di Heywood. La Cgil di Torino e del Piemonte piangono la scomparsa di FERNANDO BIANCHI Un importante dirigente della Cgil. Un uomo che si è battuto tutta la vita per l'emancipazione dei lavoratori. Con l'Associazione Licenziati per rappresaglia ha lottato, senza risparmiarsi, perchè avessero giustizia. Camera ardente martedi 21 agosto dalle ore 12,30 alle ore 14,00 presso la Camera del Lavoro via Pedrotti 5 Torino Todd Akin è uomo di principi. In corsa per una poltrona al Senato, repubblicano di fede incrollabile, non ha esitato a sfidare il ridicolo per difendere le sue posizioni di anti-abortista ad oltranza. Anche nel caso di una violenza sessuale. «Innanzitutto, da quanto ho appreso dai medici, una gravidanza da stupro è veramente rara - ha detto Akin a una televisione del Missouri - se si tratta di uno stupro legittimo, il corpo femminile ha il modo di cercare di chiudere tutto». Poi certo, se davvero dovesse capitare una gravidanza, «credo ci dovrebbe essere una qualche forma di punizione. Ma per lo stupratore, non bisognerebbe colpire il bambino». Stupro legittimo? Chiudere tutto? Frasi scivolosissime e infatti Akin è andato giù in picchiata. La stampa liberal, le donne e i democratici lo hanno fatto a pezzi. E soprattutto sono stati i repubblicani a marcare le distanze. A cominciare da quelli degli Stati più incerti. Mitt Romney, candidato alle presidenziali, ha subito fatto sapere che sia lui che il suo vice Ryan la pensano diversamente. E che una volta alla Casa Bianca non si opporrebbero all'aborto nei casi di stupro. Akin si è scusato e ha detto di essersi espresso male, ma la frittata ormai era fatta. Tra i suoi qualcuno ha chiesto persino che ritirasse la propria candidatura al Senato. Uno sbarramento di fuoco che si spiega solo in un modo. L'uscita di Akin dà ragione alla campagna dei democratici che accusano i conservatori di aver dichiarato guerra alle donne - su blog e Twitter dilaga l'allarme perché uno capace di tali spropositi è anche membro della Commissione Scienze della Camera dei Rappresentanti. Il fatto è che la questione non riguarda solo Akin. La fiammata di passione scatenata dalla scelta di Paul Ryan per la vice-presidenza repubblicana è stata abilmente giocata sui temi economici e sul fisco. E ha fatto dimenticare il resto. Ma l'uscita improvvida del parlamentare del Missouri ha riportato a galla analoghe espressioni usate da Ryan solo qualche mese fa. Anti-abortista «al 100 per cento», come si è auto-definito, Ryan nel 2011 ha sponsorizzato una legge per ridefinire il termine di stupro, per rendere più difficile alle donne abortire grazie ai fondi federali, nel caso di una gravidanza frutto di violenza. In quel caso si parlava di «stupro convincente», ma anche allora ci fu una levata di scudi. E alla fine l'espressione venne cancellata, dietro pressione dei democratici e dei gruppi per i diritti delle donne. Adesso, il caso Akin ha avuto l'effetto di riportare alla memoria cose che in campagna elettorale Romney avrebbe preferito dimenticare, tanto più che l'elettorato femminile continua a preferirgli Obama. E la stampa Usa si chiede: davvero Ryan ha cambiato idea? O le donne stuprate dovranno essere «convincenti» per poter abortire? «Ci hanno già sparato, che altro può succederci di peggio?». Le minacce della multinazionale britannica Lonmin non sono bastate a far ripartire la miniera di platino di Marikana. Ieri scadeva l'ultimatum dell'azienda ai minatori: chi non si fosse presentato al lavoro sarebbe stato licenziato. Meno di uno su tre si è piegato, costretto dal bisogno e dalla paura di perdere anche quel minimo di sostentamento, ma ieri non è stato prodotta una sola oncia di platino. A metà giornata la Lomnin è stata costretta a fare una parziale marcia indietro. L'ultimatum è stato prorogato di 24 ore, ai minatori «è stato concesso un giorno in più in ragione delle attuali circostanze». Le «circostanze» sono i 34 lavoratori uccisi dalla polizia mentre protestavano rifiutando di tornare al lavoro, i 78 feriti, i 250 arrestati. E sono anche i 10 morti - due erano vigilantes della miniera - uccisi negli scontri dei giorni precedenti. LUTTONAZIONALE Il presidente Zuma ha chiesto una commissione d'inchiesta e deciso una settimana di lutto nazionale, un dolore pubblico dal quale la Lonmin si è sentita esonerata. Una decisione che ha esasperato ancora di più i lavoratori e le famiglie delle vittime, l'ultimatum è stato vissuto come un ennesimo affronto. «Non ci considerano persone. Per loro non siamo altro che cani». Tornare al lavoro dopo la carneficina sembra un'offesa: a quelli che sono morti, ma anche ai vivi che erano al loro fianco. Una paga da fame, in media l'equivalente di 400 euro al mese, per lavorare fino a 14 ore al giorno. Sempre in pericolo, fuori e dentro alla miniera, una vita nelle baraccopoli, tra tetti di lamiera, strade non asfaltate, l'acqua che come l'elettricità va e viene a intermittenza, quando anche c'è. Niente servizi sanitari, niente scuole. Una miseria non diversa dall'epoca dell'apartheid. «I britannici sono proprietari di questa miniera. I britannici ci fanno i soldi. Ma non sono britannici quelli che sono stati uccisi, sono i nostri fratelli neri». Julius Malema, ex leader della sezione giovanile dell'African National Congress, prima di essere messo alla porta per dissidi con il presidente Zuma, nei giorni scorsi si è presentato a Marikana, deciso a tirare la protesta dei minatori dalla sua parte. «Il presidente non è a lutto per i nostri fratelli. Lui va ad incontrare i capitalisti nei loro uffici con l'aria condizionata». Il governo dell'Anc è accusato di stare dalla parte delle multinazionali, di aver fatto troppo poco in questi anni per tirare fuori dalla miseria i minatori. La crisi economica internazionale non aiuta: il settore del platino, utilizzato largamente nelle marmitte catalitiche, risente della contrazione del mercato dell'auto. Il prezzo nell'ultimo anno è sceso del 17%, per recuperare la frenata solo in questi giorni e proprio grazie allo sciopero. L'intero settore minerario si è andato ridimensionando nel corso del tempo. Oggi conta per il 5-8% del Pil, quando cinquant'anni fa valeva il 20%. I minatori sono ancora un esercito di 600.000 persone e non sono molto diversi da allora: sono la fascia più povera. Hanno sindacati di lunga tradizione, ma è proprio qui che il meccanismo si è rotto: nuove sigle più radicali emergono accanto alle vecchie, considerate colluse con l'impresa. Ieri i sindacati si sono riuniti per decidere come affrontare la fase nuova aperta dalla strage, mentre un migliaio di lavoratori si è radunato davanti alla miniera di Marikana. Senza machete, né bastoni stavolta, ma pieni di rabbia. «Possono spararci se vogliono. Non torniamo a lavorare. Zuma dovrebbe chiuderla, quella miniera». Gu Kailai nell'aula del tribunale a Hefei durante il processo FOTO AP/LAPRESSE Lo scandalo più clamoroso degli ultimi 30 anni si conclude con una «sentenza perfetta» Il caso ora è chiuso anche per Londra La moglie dell'ex capo dei neo-maoisti Bo Xilai non sarà giustiziata GABRIEL BERTINETTO gbertinetto@unita.it Senatore Usa: stupro legittimo MONDO . . . Solo il 27% si è presentato dopo le minacce dell'azienda: stop allo sciopero o licenziamento Cina, pena capitale sospesa per Gu . . . «Se c'è vera violenza non si resta incinte» Gaffe repubblicana imbarazza Romney MA.M. mmastroluca@unita.it Sudafrica, i minatori sfidano l'ultimatum Lavoratori armati di lance al picchetto davanti alla miniera di platino FOTO ANSA MARINAMASTROLUCA mmastroluca@unita.it martedì 21 agosto 2012 13
Forse è vero, allora, che negli ultimi tempi l'azienda ha fatto incetta di bramme di acciaio da accumulare per non rimanere senza materia prima. L'Ilva deve aver fiutato che le motivazioni del tribunale del Riesame, depositate ieri dopo la sentenza del 7 agosto scorso, non avrebbero più permesso alla grande fabbrica di macinare come una forsennata, qualcuno ha contato 82 colate il giorno di Ferragosto. Il collegio dei giudici Antonio Morelli, Benedetto Ruberto ed Alessandra Romano ha spiegato con un provvedimento di 123 pagine perché bisogna fermare subito l'inquinamento, «interrompendo la catena dei reati». La fabbrica non va per forza spenta, anzi. Ma non può più produrre finché non avrà risanato i propri impianti. Toccherà ai custodi scegliere le migliori tecnologie e gestire lo stabilimento che ha inquinato terra, aria e mare per una scelta voluta dei vertici dell' azienda, quindi per dolo. Sono duri i giudici e non lasciano spazio all'interpretazione in piena continuità con le ordinanze disposte dal gip Todisco, contro le quali l'azienda aveva sollevato i propri ricorsi. A pagina 117 c'è la parte essenziale che chiarisce una volta per tutte la situazione. «Va dunque condiviso quanto affermato dal gip allorquando viene specificato come la situazione di grave e attualissima emergenza ambientale e sanitaria imponga l'immediata adozione del sequestro preventivo – senza facoltà d'uso – funzionale all'interruzione delle attività inquinanti». Ilva quindi non aveva e non ha la possibilità di utilizzare i sei impianti dell'area a caldo che inquinano e avvelenano in modo così grave Taranto e il suo territorio, da spingere i giudici a far proprie le conclusioni dei periti per quanto riguarda le prospettive di un ritorno al normale regime produttivo. «Solo la compiuta realizzazione di tutte le misure tecniche necessarie per eliminare le situazioni di pericolo (…) potrebbe legittimare l'autorizzazione (…) ad una ripresa della operatività». La strada tracciata dai giudici è chiara: «non è compito del tribunale stabilire se e come occorra intervenire nel ciclo produttivo o, semplicemente, se occorra fermare gli impianti trattandosi di decisione che dovrà necessariamente essere assunta sulla base delle risoluzioni tecniche dei custodi. Al momento lo spegnimento degli impianti rappresenta solo una delle scelte tecniche possibili (...) In nessuna parte della perizia e, del resto, in nessuna parte del provvedimento del gip si legge che l'unica strada perseguibile al fine di raggiungere la cessazione delle emissioni inquinanti, unico obiettivo che il sequestro si prefigge, sia quello della chiusura dello stabilimento e della cessazione dell'attività produttiva. Al contrario si desume la possibilità che l'impianto siderurgico possa funzionare ove siano attuate determinate misure tecniche che abbiano lo scopo di eliminare ogni situazione di pericolo per i lavoratori e la cittadinanza». Si parla anche di «misure imponenti» necessarie per «eliminare il disastro», ossia per rendere la produzione non più capace di causare «morte e malattie», come hanno scritto i periti del tribunale. È del resto altamente improbabile, al di là del linguaggio giuridico e in termini di buon senso, che un mastodontico impianto come quello dell'Ilva – grande quasi tre volte la superficie di Taranto – possa essere messo a norma senza fermare la produzione almeno il tempo necessario per gli interventi che saranno decisi in concreto dai custodi giudiziari. Particolarmente grave, secondo i giudici del riesame, l'atteggiamento doloso tenuto dai vertici dell'azienda in questi anni tanto da ipotizzare una scelta all'origine dei disastrosi dati sull'impatto ambientale e le midiciali emissioni. Il disastro ambientale per cui l'Ilva è accusata è stato «determinato nel corso degli anni, sino ad oggi, attraverso una costante reiterata attività inquinante posta in essere con coscienza e volontà, per la deliberata scelta della proprietà e dei gruppi dirigenti». I quali, tutti insieme, «hanno continuato a produrre massicciamente nella inosservanza delle norme di sicurezza dettate dalla legge e di quelle prescritte, nello specifico dai provvedimenti autorizzativi». Spegnere o lasciare accesi gli impianti dell'acciaieria tarantina? In attesa che i custodi giudiziari trovino la migliore soluzione per salvaguardare ambiente, sicurezza e lavoro, così come chiesto dai giudici del Tribunale del Riesame, le motivazioni della sentenza che conferma il sequestro degli impianti siderurgici pugliesi fanno discutere. Il primo ad intervenire, dal meeting ciellino di Rimini, è il ministro dell'Ambiente Corrado Clini, che rivendica una sorta di continuità tra quanto indicato dai magistrati e quanto detto finora dal governo. E cioè: «L'obiettivo del risanamento degli impianti deve essere portato avanti. Lo spegnimento non è l'unica strada. Adesso tocca all'Ilva fare la sua parte, essere pronta a investire». Anche perché, continua il ministro, l'ipotesi della chiusura della fabbrica avrebbe effetti sociali «drammatici». Il ragionamento ruota proprio sul concetto di difesa dell'ambiente, che per Clini «vuol dire difenderlo con lo sviluppo tecnologico. Difendere l'ambiente bloccando vuol dire bloccare lo sviluppo del Paese aprendo la strada a fenomeni sociali che sarebbero drammatici». Segue una analisi politica che può permettersi chi negli ultimi anni non si è occupato di Italia: l'Ilva, sostiene il ministro, è «la manifestazione ultima di una situazione di conflitto consolidata nel Paese negli ultimi venti anni». Colpevole «l'incapacità dei governi, stretti tra l'industria che non voleva investire e gli estremismi ambientalisti, estremismo che ha impedito soluzioni razionali perché nel conflitto trovava rendite politiche». Qual è dunque la via di uscita, si chiede il ministro. «Fare in modo che l'impresa investa in nuove tecnologie secondo il percorso indicato dall'Europa, da noi e dalla magistratura locale». Di altro avviso il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, che a Taranto si era anche presentato alle ultime elezioni come candidato sindaco: «Le motivazioni del Riesame - sostiene - suonano come una sonora bocciatura della linea del governo, che è più preoccupato di difendere le ragioni della produzione che non di tutelare il diritto alla salute che è un diritto costituzionalmente garantito». Nel chiedere un piano di riconversione industriale che abbandoni il modello basato sulla diossina e l'istituzione di un fondo per le vittime dell'inquinamento, Bonelli attacca il governo, che per bocca del ministro Passera avrebbe tentato «di minimizzare l'emergenza mettendo in discussione il nesso di causalità tra inquinamento, malattie e morti». Anche il titolare dello Sviluppo, anche lui ospite di Cl in Romagna, auspica che le acciaierie «non siano oggetto di decisioni irrimediabili come lo spegnimento». Una linea condivisa dai partiti di maggioranza, dall'opposizione con l'Idv e dai sindacati. Per il Pd è Stefano Fassina, responsabile economico, a sostenere che «senza fermare la produzione, si possono realizzare interventi necessari per lo sviluppo sostenibile e qualità del lavoro. L'azienda deve attuare gli impegni presi con urgenza, il governo predisponga l'accordo di programma per il piano di risanamento e sostenga l'accesso ai finanziamenti europei per le tecnologie innovative». Per l'Idv, con Di Pietro e Zipponi, alla difesa della magistratura («i migliori amici dei lavoratori») si accompagna la necessità di mantenere gli impianti attivi. Necessità condivisa anche da Cgil, Cisl e Uil. Mentre per l'azienda interviene il presidente ex prefetto di Milano, Bruno Ferrante: «È prevalso il buon senso - dice a proposito delle motivazioni - Questo percorso permette di non chiudere gli impianti e ci convince della necessità di accelerare i processi di innovazione tecnologica e riduzione delle emissioni inquinanti». Il Riesame: l'azienda scelse di inquinare Clini: «L'Ilva deve investire e garantire il risanamento» Il ministro dell'Ambiente: «Servono nuove tecnologie come chiesto da noi e dall'Europa» Ferrante soddisfatto «Evitato lo spegnimento» G.VES. g.vespo@gmail.com Fermare la catena dei reati. Occorrono misure imponenti per il disastro L'operatività solo dopo i lavori necessari ILCASO TARANTO Il ministro dell'Ambiente Corrado Clini FOTO DI PASQUALE BOVE/ANSA . . . Passera: «Scongiurare decisioni irrimediabili» Bonelli (Verdi) attacca ancora il governo CALENDARIO EVENTI ORE 21,00 DOMENICA 26 AGOSTO Film L'industriale Giuliano Montaldo regista LUNEDÌ 27 AGOSTO ore 19.00 Democrazia industriale e partecipazione dei lavoratori al governo delle Imprese Emilio Gabaglio resp. Forum nazionale Lavoro PD Pier Paolo Baretta deputato capogruppo PD commissione bilancio Luca Visentini segr. confederale europeo CES Pier Angelo Albini dir. relazioni industriali Confindustria Gaetano Sateriale resp. innovazione Cgil MARTEDÌ 28 AGOSTO film Il muro della Thyssen Krupp Mimmo Calopresti regista MERCOLEDÌ 29 AGOSTO Le buone pratiche di governo regionale: poli e distretti, fondi strutturali, agenzie regionali Introduce: Matteo Tortolini consigliere PD Regione Toscana Enrico Rossi pres. Regione Toscana Piero La Corazza pres. Provincia Potenza Piero Fassino sindaco Torino GIOVEDÌ 30 AGOSTO L'Italia e l'Euro: di austerità si muore Introduce: Valerio Fabiani segr. federazione PD Val di Cornia Elba Enrico Letta vice segretario PD Paolo Guerrieri pres. forum economia PD Paolo Pirani segr. UIL Pietro Modiano pres. Nomisma Gianni Anselmi sindaco Piombino VENERDÌ 31 AGOSTO III repubblica: democratica fondata sul lavoro Coordina: Claudio Sardo direttore l'Unità Stefano Fassina resp. dipartimento economia e lavoro PD Susanna Camusso segr. gen. Cgil Vincenzo Boccia pres. Piccola industria Confindustria SABATO 1 SETTEMBRE ore 10.30 Incontro nazionale con i Circoli del Lavoro Stefano Fassina Armando Cirillo Valentino Filippetti Roberto Guerzoli SABATO 1 SETTEMBRE Giovani e donne: Le vere sfide dell'occupazione Introduce: Annalisa Vittore dip. economia e lavoro PD Roberta Agostini segreteria nazionale PD Fausto Raciti segr. Giovani Democratici Marianna Madia deputata PD Annalisa Rosselli economista università Tor Vergata Roma Salvo Barrano Associazione XX maggio Valentina Settimelli LavoroWelfare giovani DOMENICA 2 SETTEMBRE La politica industriale: da Europa 2020 a una nuova Industria 2015, innovare per crescere Introduce: Enrico Ceccotti dipartimento economia PD, resp. politica industriale Andrea Lulli deputato capogruppo PD commissione attività produttive Claudio De Vincenti sottosegr. Ministero Sviluppo Economico Alessio Gramolati segr. gen. CGIL Toscana Paolo Bonaretti direttore Aster Gianni Anselmi sindaco Piombino INNOVAZIONE, SVILUPPO SOSTENIBILE, LAVORO Piombino, 26 agosto / 9 settembre 2012 Parco 8 Marzo Via Medaglie d'oro della resistenza partitodemocratico.it youdem.tv GLI EVENTI DAL 3 AL 9 SETTEMBRE SARANNO PUBBLICATI DOMANI Dipartimento PD Economia e Lavoro PD Toscana Federazione PD Piombino SALVATOREMARIARIGHI INVIATO A TARANTO 8 martedì 21 agosto 2012
Alejandro Valverde è il nuovo leader della Vuelta a España. Lo spagnolo ha battuto Joaquim Rodriguez conquistando così la maglia rossa. Ma sul primo dei dieci arrivi di montagna, il protagonista è Alberto Contador che, al rientro dopo la squlifica per doping, anima la tappa con i suoi scatti chiudendo quarto dietro a Froome. NON PER VILTÀ, COME IL CELESTINO V DANTESCO, MA PER AMORE. IL GRAN RIFIUTO DI DANIELE DE ROSSI È NELL'ARIA E SI CONSUMERÀ CON OGNI PROBABILITÀ OGGI POMERIGGIO A TRIGORIA NELLA CONFERENZA STAMPA CONVOCATA DOMENICA SERA DOPO L'AMICHEVOLECONL'ARISSALONICCO.Dopo il boato della folla al suo ingresso all'Olimpico, dopo i cori d'amore e l'abbraccio di quella folla che l'ha eletto “Capitan Futuro” e che spera di non dover immaginare un domani completamente diverso. Daniele De Rossi vuol restare a Roma, nella sua Roma. Tanti saluti ai milioni dello sceicco Mansour (8,5 a stagione per quattro anni, una cifra mostruosa) alla corte di Roberto Mancini e alla maglia del City. Perché Manchester non è Londra e neanche Madrid o Parigi, ma soprattutto non è Roma. Non è casa sua e non lo sarà mai. Le sirene estere lo avevano tentato già in inverno, quando il contratto con la Roma stava scadendo, la squadra vivacchiava in crisi di identità nella rincorsa al progetto asturiano di Luis Enrique e Zdenek Zeman era “solo” l'allenatore del Pescara dei miracoli, in corsa per la serie A ma chissà forse vedremo. In quei mesi, dicono alcuni dei pochi che di De Rossi conoscono davvero i pensieri e le confidenze, il centrocampista più corteggiato del mondo aveva pensato davvero che forse il suo tempo a Roma era finito, che era arrivato il momento di togliersi di dosso quella seconda pelle giallorossa e provare ad essere grande altrove, sui palcoscenici dove si punta alla Champions League o al Pallone d'Oro. Lo cercò Mourinho per il suo nuovo Real, lo corteggiò con insistenza Mancini, ancora lui, e persino Leonardo ansioso di fare di Parigi la nuova capitale del calcio europeo. De Rossi tentennò a lungo, poi rinnovò con la Roma. Per i soldi, circa sei milioni di euro fino al 2017 a farne il giocatore giallorosso più pagato anche più del “fratello maggiore” Totti, ma soprattutto per amore. Lo stesso che adesso, spera la sponda giallorossa del Tevere, gli farà rispedire al mittente la proposta oscena del Manchester City. No grazie, io resto qui. A due passi dal mare di Ostia dove è nato e a Trigoria, una seconda casa. «Daniele giocherà qui per sempre», ha scandito lo speaker dello stadio domenica sera mentre lui salutava la Sud. «Per me è un giocatore fondamentale, credo che resterà», ha aggiunto Zeman. E se due indizi fanno una prova, allora il timore può dirsi svanito o quasi. Servirà l'annuncio ufficiale di oggi, ma a Roma la rassegnazione di qualche giorno fa è tornata ad essere convinzione. De Rossi non cambia, resta e rilancia. Una scelta opposta rispetto a quella fatta nei giorni scorsi da Antonio Cassano, che la valigia l'ha già chiusa e aspetta solo un cenno dell'Inter per salutare il Milan e mettersi addosso la nuova maglia, l'ennesima di una carriera da eterno emigrante, promessa mai mantenuta davvero, giuramenti d'amore e fughe a nervi tesi. «Il Milan ha fatto di tutto in questi anni per rilanciarlo - spiegava sabato il tecnico rossonero Allegri - lo scorso anno l'ha guarito, fatto rientrare e mandato all'Europeo, credo che la società abbia dimostrato tutto l'interesse per poterlo trattenere». Ad Antonio, però , non basta. Contano più le cessioni di Ibrahimovic e Thiago Silva e il timore di non essere più al posto giusto nel momento giusto. Scappò dalla Roma del suo grande amico Totti (ma non lo erano già più) che l'aveva prelevato dal Bari per seguire il maestro Capello a Madrid. Litigò col mondo anche lì, col tecnico di Pieris in primis, rimase ai margini della squadra e scelse Genova per rilanciarsi. La Samp del «secondo padre» Garrone lo rigenerò, lui la portò fino ai preliminari di Champions prima delle nuove pazzie, degli insulti e della zuffa furibonda col presidente. E ancora musi lunghi, ancora fuori squadra a immalinconire, più sregolatezza che genio. Scelse il Milan allora, dopo mesi passati in tribuna a Marassi. «Non farò ancora stupidaggini», promise prima di cucirsi al petto lo scudetto. Che era anche suo, talento ritrovato «coccolato» dallo spogliatoio dei senatori rossoneri. Poi il problema al cuore, i mesi lontano dai campi a ricostruirsi la vita prima ancora che la carriera. Le cure, la lunga riabilitazione e il rientro in rossonero per la volata finale. Abbastanza per riacciuffare un posto agli Europei, non per uno scudetto volato beffardamente a Torino. E dopo il cuore la pancia, quei dolori prima accennati alla notizia della cessione di Ibra e Thiago Silva e infine conclamati. «Ha chiesto di andar via, di essere ceduto», ha spiegato Adriano Galliani, che più di ogni altro lo aveva voluto a Milano. Andrà all'Inter, la squadra del cuore, quella tifata da bambino, per l'ennesima scommessa e l'ennesima opportunità. ARRIVA IN UN CONVOGLIO TARGATO FIAT E LETELECAMERESONOTUTTEPERLUI.ANTONIO CONTE C'È, È SCESO A ROMA PROPRIO PER GUARDARE NEGLI OCCHI I GIUDICI CHE DOVRANNOEMETTERESENTENZAPERL'APPELLOSULLEDUEOMESSEDENUNCEACAUSADELLEQUALI -SENULLACAMBIERÀ-DOVRÀ STAR FERMO PER DIECI MESI. Con lui una schiera di avvocati, tra cui Giulia Bongiorno, new entry a prova di pentito che ha passato le ultime due settimane blindata nel suo studio a studiare le carte. La sua arringa era il piatto prelibato del giorno, e l'ex avvocato di Andreotti offre un paio di spunti che a tutti erano sfuggiti e che anche per il pm federale Stefano Palazzi risultano successivamente difficili da replicare. Tra le due gare, AlbinoLeffe-Siena era quella più complicata da risolvere, perché Palazzi si fossilizza sul patteggiamento dell'ex vice di Conte, Cristian Stellini e sul fatto che se Stellini sapeva, anche Conte doveva sapere. Su cosa fa leva? Su una dichiarazione di Perinetti che ritrae Conte come un «accentratore». Ed ecco il coniglio dal cilindro che fa vacillare Palazzi: «Ma se uno è così, un accentratore – si domanda la Bongiorno a Conte non dici nulla della combine. E c'è la prova: Stellini è il soggetto al quale Carobbio si rivolge per discutere del permesso da chiedere a Conte in vista del parto della moglie. Stellini risponde a Carobbio: “Non andare a dire niente a Conte, scappa da tua moglie e fagli trovare la situazione del tutto definita”. Il soggetto che era a conoscenza di questa combine, e che avrebbe informato Conte della combine, era un soggetto che dice a Carobbio di non andare da Conte». Si capisce che è questo il nodo su cui la Bongiorno ha studiato di più, perché quando Palazzi abbozza la sua replica, l'avvocato di Conte inizia a sbracciarsi poi tira un sospiro di sollievo quando il pm federale in sostanza non riesce a sostenere il contrario ma si limita a girarci intorno. Conte si tocca la testa, si massaggia le tempie, strofina le mani, abbassa la nuca e guarda fisso sul banco, chiede all'altro avvocato, Antonio De Rensis, con la mano come per dire: «Ma che cosa sta dicendo?». Le parole di Palazzi lo mandano ancora più in bestia quando il pm federale replica sulla riunione tecnica prima di Novara-Siena, in cui Conte si sarebbe limitato a «un mero discorso motivazionale, laddove contrasta proprio con il carattere di accentratore del tecnico». Entro giovedì le sentenze definitive, intanto oggi si riprende con il filone barese. Vuelta: Contador dà spettacolo, tappa e maglia a Valverde BOLZANO Lapattinatriceazzurraparladellapositivitàdel fidanzato Schwazer,esclusodalleOlimpiadi.«Ammiro il suocoraggio» SPORT «SONOMOLTOARRABBIATACONALEXENONCONDIVIDO CIÒ CHE FATTO NELL'AMBITO SPORTIVO. HA FATTO UNGRANDEERRORE;L'HOVISTOSOFFRIRETANTEVOLTE PER IL SUO COMPORTAMENTO, MA COME PERSONA LO AMMIRO PERCHÈ HA RACCONTATO AL MONDO IL SUO DRAMMA. So che ha pagato, e pagherà per i suoi errori. Spero si sia liberato dai suoi demoni e che torni la persona che ho conosciuto 4 anni fa». Per la prima volta Carolina Kostner parla del fidanzato Alex Schwazer, il marciatore escluso dai Giochi di Londra 2012 per doping, e per farlo ha scelto di indire una conferenza stampa a Bolzano. «Spero che Alex torni presto con umiltà e coraggio a essere la persona che era», ha detto ancora la pattinatrice azzurra. «Mi ha fatto arrabbiare anche un'altra cosa: quando Alex ha vinto la medaglia d'oro a Pechino è stato in prima pagina un solo giorno; adesso, dopo questa vicenda, è stato invece sulle prime pagine per diversi giorni», ha concluso la Kostner. Che invece ha preferito non dire nulla riguardo al suo rapporto con l'ex campione olimpico. Voci provenienti dalla Val Gardena parlano che tra Carolina ed Alex sarebbe in atto una pausa di riflessione. Certo è che Schwazer e Kostner non si vedono da almeno due settimane. Nell'ambiente del pattinaggio si dice che l'ultima volta che si sarebbero visti risale a domenica 29 luglio quando lui lasciò Oberstdorf in Baviera per rientrare a casa in Alto Adige. Inappello Contespera nellacarta Bongiorno Chi scappa e chi resta LescelteoppostediCassanoeDeRossi MASSIMOSOLANI Twitter@massimosolani Oggi laconferenzastampa ilcentrocampistaannuncerà ilnoallesirenediManchester. Intanto ilbaresesceglie l'Inter per l'ennesimonuovoinizio Kostner:«Alexhasbagliato sperosi liberideidemoni» SIMONEDISTEFANO ROMA DanieleDeRossi eAntonioCassanodurante unallenamentocon lanazionale a Coverciano FOTO DI JONATHAN MOSCROP/LAPRESSE ... L'uno,unavita ingialorossoe tanti rifiuti, l'altroècontinua migrazionesenzaspazioper l'affettoolariconoscenza U: 22 martedì 21 agosto 2012
Alejandro Valverde è il nuovo leader della Vuelta a España. Lo spagnolo ha battuto Joaquim Rodriguez conquistando così la maglia rossa. Ma sul primo dei dieci arrivi di montagna, il protagonista è Alberto Contador che, al rientro dopo la squlifica per doping, anima la tappa con i suoi scatti chiudendo quarto dietro a Froome. NON PER VILTÀ, COME IL CELESTINO V DANTESCO, MA PER AMORE. IL GRAN RIFIUTO DI DANIELE DE ROSSI È NELL'ARIA E SI CONSUMERÀ CON OGNI PROBABILITÀ OGGI POMERIGGIO A TRIGORIA NELLA CONFERENZA STAMPA CONVOCATA DOMENICA SERA DOPO L'AMICHEVOLECONL'ARISSALONICCO.Dopo il boato della folla al suo ingresso all'Olimpico, dopo i cori d'amore e l'abbraccio di quella folla che l'ha eletto “Capitan Futuro” e che spera di non dover immaginare un domani completamente diverso. Daniele De Rossi vuol restare a Roma, nella sua Roma. Tanti saluti ai milioni dello sceicco Mansour (8,5 a stagione per quattro anni, una cifra mostruosa) alla corte di Roberto Mancini e alla maglia del City. Perché Manchester non è Londra e neanche Madrid o Parigi, ma soprattutto non è Roma. Non è casa sua e non lo sarà mai. Le sirene estere lo avevano tentato già in inverno, quando il contratto con la Roma stava scadendo, la squadra vivacchiava in crisi di identità nella rincorsa al progetto asturiano di Luis Enrique e Zdenek Zeman era “solo” l'allenatore del Pescara dei miracoli, in corsa per la serie A ma chissà forse vedremo. In quei mesi, dicono alcuni dei pochi che di De Rossi conoscono davvero i pensieri e le confidenze, il centrocampista più corteggiato del mondo aveva pensato davvero che forse il suo tempo a Roma era finito, che era arrivato il momento di togliersi di dosso quella seconda pelle giallorossa e provare ad essere grande altrove, sui palcoscenici dove si punta alla Champions League o al Pallone d'Oro. Lo cercò Mourinho per il suo nuovo Real, lo corteggiò con insistenza Mancini, ancora lui, e persino Leonardo ansioso di fare di Parigi la nuova capitale del calcio europeo. De Rossi tentennò a lungo, poi rinnovò con la Roma. Per i soldi, circa sei milioni di euro fino al 2017 a farne il giocatore giallorosso più pagato anche più del “fratello maggiore” Totti, ma soprattutto per amore. Lo stesso che adesso, spera la sponda giallorossa del Tevere, gli farà rispedire al mittente la proposta oscena del Manchester City. No grazie, io resto qui. A due passi dal mare di Ostia dove è nato e a Trigoria, una seconda casa. «Daniele giocherà qui per sempre», ha scandito lo speaker dello stadio domenica sera mentre lui salutava la Sud. «Per me è un giocatore fondamentale, credo che resterà», ha aggiunto Zeman. E se due indizi fanno una prova, allora il timore può dirsi svanito o quasi. Servirà l'annuncio ufficiale di oggi, ma a Roma la rassegnazione di qualche giorno fa è tornata ad essere convinzione. De Rossi non cambia, resta e rilancia. Una scelta opposta rispetto a quella fatta nei giorni scorsi da Antonio Cassano, che la valigia l'ha già chiusa e aspetta solo un cenno dell'Inter per salutare il Milan e mettersi addosso la nuova maglia, l'ennesima di una carriera da eterno emigrante, promessa mai mantenuta davvero, giuramenti d'amore e fughe a nervi tesi. «Il Milan ha fatto di tutto in questi anni per rilanciarlo - spiegava sabato il tecnico rossonero Allegri - lo scorso anno l'ha guarito, fatto rientrare e mandato all'Europeo, credo che la società abbia dimostrato tutto l'interesse per poterlo trattenere». Ad Antonio, però , non basta. Contano più le cessioni di Ibrahimovic e Thiago Silva e il timore di non essere più al posto giusto nel momento giusto. Scappò dalla Roma del suo grande amico Totti (ma non lo erano già più) che l'aveva prelevato dal Bari per seguire il maestro Capello a Madrid. Litigò col mondo anche lì, col tecnico di Pieris in primis, rimase ai margini della squadra e scelse Genova per rilanciarsi. La Samp del «secondo padre» Garrone lo rigenerò, lui la portò fino ai preliminari di Champions prima delle nuove pazzie, degli insulti e della zuffa furibonda col presidente. E ancora musi lunghi, ancora fuori squadra a immalinconire, più sregolatezza che genio. Scelse il Milan allora, dopo mesi passati in tribuna a Marassi. «Non farò ancora stupidaggini», promise prima di cucirsi al petto lo scudetto. Che era anche suo, talento ritrovato «coccolato» dallo spogliatoio dei senatori rossoneri. Poi il problema al cuore, i mesi lontano dai campi a ricostruirsi la vita prima ancora che la carriera. Le cure, la lunga riabilitazione e il rientro in rossonero per la volata finale. Abbastanza per riacciuffare un posto agli Europei, non per uno scudetto volato beffardamente a Torino. E dopo il cuore la pancia, quei dolori prima accennati alla notizia della cessione di Ibra e Thiago Silva e infine conclamati. «Ha chiesto di andar via, di essere ceduto», ha spiegato Adriano Galliani, che più di ogni altro lo aveva voluto a Milano. Andrà all'Inter, la squadra del cuore, quella tifata da bambino, per l'ennesima scommessa e l'ennesima opportunità. ARRIVA IN UN CONVOGLIO TARGATO FIAT E LETELECAMERESONOTUTTEPERLUI.ANTONIO CONTE C'È, È SCESO A ROMA PROPRIO PER GUARDARE NEGLI OCCHI I GIUDICI CHE DOVRANNOEMETTERESENTENZAPERL'APPELLOSULLEDUEOMESSEDENUNCEACAUSADELLEQUALI -SENULLACAMBIERÀ-DOVRÀ STAR FERMO PER DIECI MESI. Con lui una schiera di avvocati, tra cui Giulia Bongiorno, new entry a prova di pentito che ha passato le ultime due settimane blindata nel suo studio a studiare le carte. La sua arringa era il piatto prelibato del giorno, e l'ex avvocato di Andreotti offre un paio di spunti che a tutti erano sfuggiti e che anche per il pm federale Stefano Palazzi risultano successivamente difficili da replicare. Tra le due gare, AlbinoLeffe-Siena era quella più complicata da risolvere, perché Palazzi si fossilizza sul patteggiamento dell'ex vice di Conte, Cristian Stellini e sul fatto che se Stellini sapeva, anche Conte doveva sapere. Su cosa fa leva? Su una dichiarazione di Perinetti che ritrae Conte come un «accentratore». Ed ecco il coniglio dal cilindro che fa vacillare Palazzi: «Ma se uno è così, un accentratore – si domanda la Bongiorno a Conte non dici nulla della combine. E c'è la prova: Stellini è il soggetto al quale Carobbio si rivolge per discutere del permesso da chiedere a Conte in vista del parto della moglie. Stellini risponde a Carobbio: “Non andare a dire niente a Conte, scappa da tua moglie e fagli trovare la situazione del tutto definita”. Il soggetto che era a conoscenza di questa combine, e che avrebbe informato Conte della combine, era un soggetto che dice a Carobbio di non andare da Conte». Si capisce che è questo il nodo su cui la Bongiorno ha studiato di più, perché quando Palazzi abbozza la sua replica, l'avvocato di Conte inizia a sbracciarsi poi tira un sospiro di sollievo quando il pm federale in sostanza non riesce a sostenere il contrario ma si limita a girarci intorno. Conte si tocca la testa, si massaggia le tempie, strofina le mani, abbassa la nuca e guarda fisso sul banco, chiede all'altro avvocato, Antonio De Rensis, con la mano come per dire: «Ma che cosa sta dicendo?». Le parole di Palazzi lo mandano ancora più in bestia quando il pm federale replica sulla riunione tecnica prima di Novara-Siena, in cui Conte si sarebbe limitato a «un mero discorso motivazionale, laddove contrasta proprio con il carattere di accentratore del tecnico». Entro giovedì le sentenze definitive, intanto oggi si riprende con il filone barese. Vuelta: Contador dà spettacolo, tappa e maglia a Valverde BOLZANO Lapattinatriceazzurraparladellapositivitàdel fidanzato Schwazer,esclusodalleOlimpiadi.«Ammiro il suocoraggio» SPORT «SONOMOLTOARRABBIATACONALEXENONCONDIVIDO CIÒ CHE FATTO NELL'AMBITO SPORTIVO. HA FATTO UNGRANDEERRORE;L'HOVISTOSOFFRIRETANTEVOLTE PER IL SUO COMPORTAMENTO, MA COME PERSONA LO AMMIRO PERCHÈ HA RACCONTATO AL MONDO IL SUO DRAMMA. So che ha pagato, e pagherà per i suoi errori. Spero si sia liberato dai suoi demoni e che torni la persona che ho conosciuto 4 anni fa». Per la prima volta Carolina Kostner parla del fidanzato Alex Schwazer, il marciatore escluso dai Giochi di Londra 2012 per doping, e per farlo ha scelto di indire una conferenza stampa a Bolzano. «Spero che Alex torni presto con umiltà e coraggio a essere la persona che era», ha detto ancora la pattinatrice azzurra. «Mi ha fatto arrabbiare anche un'altra cosa: quando Alex ha vinto la medaglia d'oro a Pechino è stato in prima pagina un solo giorno; adesso, dopo questa vicenda, è stato invece sulle prime pagine per diversi giorni», ha concluso la Kostner. Che invece ha preferito non dire nulla riguardo al suo rapporto con l'ex campione olimpico. Voci provenienti dalla Val Gardena parlano che tra Carolina ed Alex sarebbe in atto una pausa di riflessione. Certo è che Schwazer e Kostner non si vedono da almeno due settimane. Nell'ambiente del pattinaggio si dice che l'ultima volta che si sarebbero visti risale a domenica 29 luglio quando lui lasciò Oberstdorf in Baviera per rientrare a casa in Alto Adige. Inappello Contespera nellacarta Bongiorno Chi scappa e chi resta LescelteoppostediCassanoeDeRossi MASSIMOSOLANI Twitter@massimosolani Oggi laconferenzastampa ilcentrocampistaannuncerà ilnoallesirenediManchester. Intanto ilbaresesceglie l'Inter per l'ennesimonuovoinizio Kostner:«Alexhasbagliato sperosi liberideidemoni» SIMONEDISTEFANO ROMA DanieleDeRossi eAntonioCassanodurante unallenamentocon lanazionale a Coverciano FOTO DI JONATHAN MOSCROP/LAPRESSE ... L'uno,unavita ingialorossoe tanti rifiuti, l'altroècontinua migrazionesenzaspazioper l'affettoolariconoscenza U: martedì 21 agosto 2012 23
L'ALTRAAMERICA Dahomelessastar Lastoriadi Inocente Izucarchea18anni sièsalvata lavita iniziandoadipingere «SONO TORNATA A VIVERE CON MIA MADRE, POI DINUOVOVIAEORAHOUNACASAMIA».INOCENTE IZUCAR È PICCOLINA MA HA MESSO UN PO' DI TACCO e si è dipinta la faccia. Ha 18 anni ed è la prima volta che mette piede a New York. Ci ha passato quasi una settimana per portare in giro il documentario di cui è protagonista. È arrivata alla presentazione del film in un giardino di Brooklyn in metropolitana, l'avevamo vista sulla strada chiedere informazioni. Non sembrava intimorita dalla grande metropoli. San Diego, dove vive e ha vissuto, non è una grande città, ma se passi l'infanzia con tuo padre che pesta tua madre, poi con lei e i tuoi fratellini a dormire sotto i ponti e infine tra un rifugio e l'altro per senza tetto, non sarà una strada di Brooklyn a farti paura. UNA RAGIONEPER SOPRAVVIVERE La storia di Inocente, figlia di messicani senza documenti immigrati in California è in pillole questa qui. Il giorno che si ribellò alle botte e fuggì in strada con la madre fino a quando la polizia non fermò il padre e lo espulse dal Paese, la sua vita cambiò. Dopo di allora sensi di colpa e una quotidianità fatta di rifugi temporanei. Ma la vicenda vera, il motivo per cui il suo film viaggia per l'America e lei se ne va in giro a presentarlo, è il suo rapporto con i colori. La voglia di dipingere e la pervicacia nel perseguire il suo sogno. Un giorno a scuola, una delle nove a cui è andata senza che gli altri sapessero esattamente dove dormiva, viene a sapere di Arts che è un acronimo di «A Reason To Survive», una ragione per sopravvivere. E così, vestita in tutù colorato e con la faccia dipinta, si presenta nei locali dell'organizzazione. «Dal 2001 usiamo ogni forma d'arte come strumento per cambiare in meglio e a lungo la vita di più ragazzi che possiamo – ci spiega Jonathan Wrexler, che ad Arts lavora – Sono persone senza casa o malate, vittime di violenza domestica, passate per il carcere minorile, con problemi comportamentali. Ci lavoriamo in gruppo e individualmente, li incontriamo in strada, nelle scuole, ci vengono spediti dal altre organizzazioni o arrivano da noi grazie al passaparola. E un volta che entrano nel nostro spazio, non sono più homeless, disabili o vittime della loro esperienza. Sono artisti, performer, musicist». L'INCONTROCONIL CINEMA Ad Arts fanno corsi, insegnano la musica e aiutano a cercare borse di studio ai ragazzi nei guai ma con la propensione per l'arte. Li aiutano a proseguire un cammino anche quando non hanno i mezzi per frequentare un college. Giunta ad Arts, Inocente migliora sensibilmente la sua tecnica e si fa convincere: deve provare a fare l'artista. Il che significa che, oltre a fare avanti e indietro dai vari rifugi di San Vincenzo o dell'Esercito della Salvezza o nelle case rimediate dove vive con la madre e due fratelli più piccoli, comincia a dipingere ogni giorno. Con le mani, i pennelli e tutto quel che le capita. «Dipingo sempre cose allegre, specie quando sono triste, funziona». La sua botta di fortuna, quella che la porterà ad esporre a New York, capita quando il regista del documentario, Andrea Fine, chiama Arts e chiede se hanno una bella storia da raccontare. Eccola pronta: una ragazza homeless piena di iniziativa, con la faccia dipinta e il sorriso stampato che si aggira per le strade di San Diego riempiendo tutto quel che può di disegni colorati. E che ha voglia di parlare del tema dei bambini senza dimora fissa - negli Usa dicono i titoli di coda del film, ce ne sono quasi due milioni. Ha voglia di raccontare la sua storia, il suo rapporto difficile con la madre che raccoglie la plastica o fa le pulizie per sbarcare il lunario. E che non capisce i suoi vestiti né la sua voglia di provare un'altra strada, un'altra vita. Il film ha un buon successo di critica e lei ha abbastanza soldi per riuscire ad affittare una casa. E con l'aiuto di Arts riesce a mettersi in regola e a regolarizzare sua madre. Unico problema, nel periodo in cui dietro di lei ci sono le telecamere di Fine, deve inventare che stanno girando un video musicale per non far sapere ai nuovi compagni di classe, quelli della scuola d'arte che frequenta grazie alla borsa di studio, la sua vera storia. Non male per la ragazzina con i grilli per la testa che non sa stare dove il destino l'ha assegnata. Il 17 agosto Mtv ha mandato in onda il film di Fine - che si intitola come lei ed è prodotto dalla Shine Global - negli Stati Uniti. A New York Inocente ha disegnato con i ragazzi durante due workshop organizzati da Rooftop Films, un festival che proietta documentari, corti e film sui tetti delle fabbriche dismesse, di scuole o nelle piazze. Certo, i ragazzi che le hanno fatto domande dopo il film non hanno la sua storia. Sono bianchi, abbronzati e sembrano usciti da una pellicola sui bambini sani e belli. Sono i figli della borghesia alternativa. Ma sono incuriositi da morire. «Dove vai a scuola adesso?», «Qual è il tuo colore preferito?», «Pensi di fare anche delle sculture o solo di dipingere?», chiede il più secchione. Inocente è quasi come loro, ma poco più grande e racconta ogni cosa con un sorriso stampato. Anche di come i rapporti con la madre siano migliorati da quando non ci vive più. «Continuerò a studiare, ma credo che quest'anno cercherò di entrare in un circo». La vita regolare ancora le va stretta, non si fida dei piani a lungo termine. «E poi in un circo ci sono mille cose da disegnare e nessuno avrà nulla da dire se mi dipingo la faccia». MARTINOMAZZONIS NEWYORK CINEMA : SuicidaTonyScott, fratellodiRidley,eregistadi«TopGun» PAG. 18 MUSICA : Centocinquantaanni faDebussy, il cultodellabellezza PAG. 19 LETTURE : Torna in libreria il capostipitedelmodernoromanzodispionaggio PAG.20 U: Inocente con il viso truccato a Brooklyn Dormivasotto iponticon lamadree i fratellini, vittime diunpadreviolento.Poiha iniziatoaseguire icorsi di«Arts»,unascuola dedicataachinoncela fa Avevatalentoper lapittura.Ora il regista AndreaFinehagiratoun cortometraggiosudi lei Inocenteal lavoro martedì 21 agosto 2012 17
U: Igiudici:«L'Ilvasapevadi inquinare» Peril Riesame l'aziendaora deve fermare i reati contestati.«Servono misure imponenti».La Cgil: fare di tuttoper nonchiudere la fabbrica Irrealistica una riforma a fine legislatura Intervista a Onida: il Quirinale ha ragione Lo dice la Costituzione RIGHIVESPOAPAG. 8-9 L'INTERVISTA Berta: «L'Italia ha bisogno dell'economia mista» Inocente ce l'ha fatta: dahomelessa star Mazzonispag. 17 Sulla riforma delle intercettazioni il Pd dice stop: non ci sono le condizioni per farla nel finale della legislatura. Viene considerato irrealistico che si arrivi a un progetto condiviso viste le forzature del Pdl. Il Quirinale con una nota smentisce qualsiasi rapporto anomalo tra l'Avvocatura dello Stato e il Tribunale di Palermo a proposito del conflitto di attribuzione. Intervista a Onida: la Costituzione dalla parte del Colle. FABIANIZEGARELLI APAG.4-5 Intercettazioni, il Pd: ora non si cambia Passera d'accordo con Monti: la fine della crisi è vicina, ora bisogna pensare a ridurre il peso delle tasse Ma sindacati e Confindustria vedono nero: l'ottimismo del governo è incomprensibile CARUSO APAG.3 L'addio tragico diScott Crespipag. 18 PAOLOLEON LAPOLEMICA DOMENICOROSATI Nella crisi rafforzare l'intervento pubblico è una necessità VENTIMIGLIAAPAG.4 L'INTERVENTO MICHELECILIBERTO ILCOMMENTO FRANCESCOCUNDARI Bundesbank all'attacco e lo spread risale MONGIELLO APAG. 2 Solo il 27% a lavoro nonostante le minacce della azienda MASTROLUCA APAG.13 Crisi, il tunnel è ancora lungo Debussy oilculto dellabellezza Montecchipag. 19 POSSIAMO INSULTARE A PIACIMEN-TO I CONSERVATORI TEDESCHI, ED ANCHEUNACERTAPASSIVITÀDEISOCIALDEMOCRATICI,ancora un po' innamorati della terza via di Schroeder (il Cancelliere della riforma del lavoro, non il pianista di Peanuts). Gli uni e gli altri condividono una cultura economica che non è mai cambiata dal dopoguerra ad oggi. Sembra che partiti e economisti tedeschi abbiano sempre ignorato la lezione di un ventaglio amplissimo di concezioni economiche, non ultima quella di Keynes, per le quali l'obiettivo era di tenere alta la domanda effettiva, quella su cui riposano le vendite delle imprese e i salari dei lavoratori. Ma non si può nemmeno dire che la cultura politica ed economica tedesca sia fieramente liberista. SEGUEA PAG.15 L'ostinazione tedesca Effetto-crisi sui reati: dopo 3 anni di flessione tornano a crescere, con un aumento record del 5,4%, i borseggi, i furti in casa e nei negozi. I dati forniti dal Viminale parlano di un trend da ricondurre anche alle attuali difficoltà economiche in cui versa il Paese. Ma nonostante tutto questo i sindacati di Polizia denunciano i pesanti tagli di un miliardo e mezzo del governo alle forze dell'ordine e la mancata assunzione di duemila agenti. SALVATORIA PAG. 12 Aumentano furti e rapine I tagli disarmano la polizia Sono fuori dal tunnel del divertimento Quando esco di casa e mi annoio sono molto contento Quando esco di casa e mi annoio sono molto più contento... Caparezza Staino È tempo che il pensiero cattolico si liberi dall'idea per cui al di fuori del mercato non c'è salvezza. SEGUE APAG.4 Troppi cattolici di fede liberista SUDAFRICA I minatori sfidano l'ultimatum e scioperano È interessante la relazione di Stefano Zamagni pubblicata su l'Unità, nella quale si sottolinea come la «mediazione» di De Gasperi sia stata alla base del grande sviluppo del Paese. Tanto più colpisce se si pensa alla situazione attuale dell'Italia. SEGUEAPAG. 6 Chi ha ucciso la mediazione INGRESSO LIBERO IN CONCERTO(gliam icidelprimotem po) STADIO LUCA C ARBONI SAMUELE BERSAN I PIERDAVIDE CARON E 25 AGOSTO 2012, ORE 21.30 CAMPOVOLOREGGIO EMILIA Esclusi forse soltanto un paio di gruppuscoli nazi-maoisti o anarco-insurrezionalisti, nell'Italia degli ultimi vent'anni non c'è stato partito, rivista, associazione, leader politico o intellettuale che non abbia dichiarato la propria convinta appartenenza alla tradizione liberale. SEGUE APAG. 15 Il tradimento dei liberali EUROPA Anti-spread Berlino ferma la Bce 1,20 Anno 89 n.230Martedì 21 Agosto 2012
L'INTERVENTO MICHELECILIBERTO La polemica sulle intercettazioni imperversa, per il momento, fuori dalle aule parlamentari. Ma il punto è proprio questo: se riforma deve essere, quale? Sarebbero sufficienti i tempi per arrivare a un testo di legge bipartisan? Il capogruppo del Popolo della Libertà a Montecitorio, Fabrizio Cicchitto sostiene che «intercettazioni, anticorruzione e responsabilità civile dei giudici sono tre questioni che, o vanno affrontate con senso di responsabilità e di equilibrio, oppure è molto difficile che possano trovare uno sbocco parlamentare che non abbia conseguenze sulla tenuta della maggioranza». Come dire, difficile trovare un'intesa. Non esclude l'ipotesi invece l'ex ministro Maurizio Sacconi che dalle pagine del Corriere lancia un appello al Partito democratico, al fine di intervenire sul tanto discusso strumento investigativo e modificare nel complesso il quadro della giustizia italiana: «Questa fine di legislatura dovrebbe essere utilizzata anche per verificare se c'è un terreno condiviso tra le grandi forze politiche per consolidare la nazione. Per questo rivolgiamo una sfida al Pd a condividere, da un lato, la soluzione dell'anomalia giudiziaria, dall'altro, il superamento della fragilità politico istituzionale. Da Napolitano, all' Ilva, a Pomigliano, alla Juventus - spiega il senatore pidiellino - sono sempre più frequenti i casi di irragionevolezza e di scelta del conflitto anziché della leale collaborazione con gli altri poteri dello Stato». Un'anomalia, sostiene l'ex ministro del Welfare, che potrebbe essere risolta in primis «con il provvedimento sulle intercettazioni» ma anche «intervenendo sulla responsabilità civile diretta del magistrato, sulla separazione delle carriere, sulla promozione della mediazione, dell'arbitrato e della conciliazione nelle controversie civili e del lavoro». Ma per il Pd non è possibile confondere i piani delle questioni: «La vicenda del Quirinale non ha nulla a che vedere con la nuova disciplina sulle intercettazioni ha precisato a l'UnitàAndrea Orlando deputato e responsabile Giustizia del Pd vanno tenuti distinti i piani. Noi comunque riteniamo che questa riforma non sia tra le priorità, ma siamo disponibili a discutere di una riforma della normativa purché si parta da un nuovo testo e non da quello che giace alla Camera, che non è emendabile in alcune parti da noi ritenute essenziali». Un punto fermo che ribadisce anche Matteo Orfini, esponente della segreteria Pd: «Abbiamo altre urgenze, a cominciare dalle misure economiche e sociali e dalla legge elettorale. Inoltre, non mi sembra realistico che una questione del genere si possa affrontare in una legislatura che sta finendo; è irrealistico pensare di ottenere una soluzione accettabile in un Parlamento dove il centrodestra ha comunque ancora la maggioranza dei voti. Il Pdl mantiene la sua storica posizione: limitare l'uso delle intercettazioni nelle indagini e limitarne la pubblicazione. La nostra posizione al riguardo è diversa e nota - spiega Orfini - l'abbiamo discussa e presentata ma in questo Parlamento non vedrebbe luce». Dunque proposta pidiellina è giudicata dal Pd «irricevibile, schermaglia politica e strumentale». Certo se poi il ministro della Giustizia Paola Severino riuscisse nell'impresa di presentare una legge ex novo, nessuna preclusione a discuterne. «Intercettazioni, responsabilità civile e corruzione. Sono un pacchetto che quando riusciremo, e riusciremo, a sbloccare può un po' cambiare la situazione del nostro Paese», ha detto ieri il ministro Corrado Passera a Rimini. Ma il poco tempo e gli equilibri politici rendono la cosa davvero difficile. E, dopo giorni di polemiche, proprio sul lavoro del ministro Severino e su quello del Parlamento è intervenuto ieri il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia: «Dall'Anticorruzione alla revisione delle circoscrizioni giudiziarie, promuovo a pieni voti il lavoro della Severino. È dal Parlamento che vengono i problemi. Non sono mai stato contrario - ha detto a una riforma delle intercettazioni. Ma va attentamente valutata quale riforma adottare, non certo quella che adesso sta in Parlamento». Nessuna trattativa tra Quirinale e Procura di Palermo. Nessun tentativo di mediazione per scongiurare il conflitto di attribuzione davanti alla Consulta. Da entrambe le parti, Quirinale e Procura, sono arrivate ieri parole nette, ancora sulla vicenda delle intercettazioni delle telefonate tra il capo dello Stato e l'ex ministro Nicola Mancino. Il capo dei pm di Palermo, Francesco Messineo, difende l'operato dell'ufficio e smentisce l'esistenza di un conflitto tra magistrati nella gestione della vicenda. Lo spunto è dato dalle notizie pubblicate da Repubblica circa un tentativo di composizione per evitare che il caso finisse davanti alla Corte Costituzionale. «L'immagine di una parte che cerca di mediare per evitare un conflitto, mentre l'altra (la Procura) oppone un pregiudiziale netto rifiuto è forse suggestiva, ma infondata», spiega Messineo. «Nella realtà - spiega - l'Avvocatura generale dello Stato ha inviato una sola lettera chiedendo soltanto conferma o smentita delle dichiarazioni rilasciate dal dottor Di Matteo (uno dei pm che indaga sulla trattativa Stato-mafia n.d.r.) nell'intervista a Repubblica del 22 giugno». A questa lettera, spiega il capo della Procura, si è data risposta «confermando che le dichiarazioni erano state rese ed allegando una nota di Di Matteo che ne chiariva il contenuto e la portata. A tale lettera non è seguita alcuna comunicazione o interlocuzione e si è successivamente appreso che era stato proposto il ricorso». Messineo smentisce che prima della redazione del ricorso alla Consulta l'Avvocatura abbia incontrato i pm di Palermo e abbia proposto la distruzione delle registrazioni ricevendo in cambio un rifiuto. Il capo dei pm, poi, torna a difendere la linea della Procura intenzionata ad arrivare alla distruzione delle intercettazioni, irrilevanti per l'indagine, solo dopo la celebrazione di un'udienza davanti al gip nel contraddittorio delle parti. «Allo stato della attuale normativa - dice - la distruzione delle intercettazioni senza contraddittorio davanti al giudice non appare ammissibile. Sul punto non vi è mai stato alcun mutamento di opinione, anche se esiste la massima disponibilità ad esaminare soluzioni giuridicamente valide». Una secca smentita arriva anche dalla presidenza della Repubblica. A quanto si apprende in ambienti del Quirinale, in relazione al conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte Costituzionale sulle intercettazioni di conversazioni telefoniche del Capo dello Stato, i termini effettivi dei rapporti intercorsi tra l'Avvocatura Generale dello Stato e la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo sono quelli indicati nel Decreto del Presidente della Repubblica del 16 luglio 2012. Quello cioè in cui il Capo dello Stato, citando Luigi Einaudi, ricordava come sia «dovere del Presidente della Repubblica di evitare si pongano, nel suo silenzio o nella inammissibile sua ignoranza dell'occorso, precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la Costituzione gli attribuisce». E per questa ragione, dopo avere puntualmente ricordato tutte le tappe della vicenda (come si può verificare leggendone il testo pubblicato appositamente sul sito internet del Quirinale) sollevava il conflitto di attribuzione presso la Corte costituzionale. SEGUEDALLAPRIMA Basta guardare alla virulenza con cui è riesplosa in questi giorni la polemica tra politica e magistratura in seguito al conflitto di attribuzione sollevato di fronte alla Corte Costituzionale dal Presidente della Repubblica contro la Procura di Palermo. A Est e a Ovest, ogni parola una fucilata. Non voglio, però, entrare nel merito di questa grave questione ma porre un problema. Se si volesse individuare un elemento importante della crisi attuale della democrazia italiana si dovrebbe, infatti, parlare anche della decadenza della «mediazione». E quando uso questo termine non mi riferisco a una tecnica della discussione o a uno strumento di tipo strettamente politico, ma a una concezione generale, a un modo di considerare la realtà - compresa la politica - e di intervenire in essa. In modo esplicito o implicito, diretto o indiretto, la mediazioneè stata uno dei principi fondamentali che hanno presieduto alla vita della prima Repubblica; mentre nella seconda, soprattuto nella fase della sua decomposizione, sono prevalsi in genere atteggiamenti - e un lessico- che in senso generale si possono definire di tipo «estremistico». Ora, la domanda principale da porsi è questa: perché è tramontata la cultura della mediazione e perché nella seconda Repubblica si è affermata una ideologia «estremistica», fino atrionfare nella fase dellasua decomposizione? In prima approssimazione si può dire che essa è tramontata con la crisi delle culture dell'antifascismo e la fine della politica di massa e dei partiti che hanno strutturato la vita della prima Repubblica. A questi partiti era infatti organico il principio della mediazione per una serie di motivi: erano interclassisti con una forte consapevolezza dell'«intero», ma con una altrettanto vigorosa attenzione per le «parti» e per la loro specifica autonomia. In questo senso erano partiti naturaliter statali, attenti alla complessità e alle dinamiche della società civile (e questo riguardava,sia pure in forme diverse, sia quelli di matrice cattolica che quelli di matrice marxista). Erano poi partiti imperniati nella tradizione dell'antifascismo, e quindi con una forte considerazione per il bene comune, per l'interesse generale e anche per l'etica pubblica. In questo contesto la mediazione operava in due sensi: come strumento di articolazione dell'«intero» e come condizione della sua apertura verso orizzonti più larghi e condivisi. Naturalmente sto parlando dell'epoca aureadi questi partiti, prima dei processi di corruzione e disgregazione che portarono alla seconda Repubblica, quando questo impianto saltò completamente ed il principio della mediazione venne prima contestato in modo frontale, poi ridotto a una caricatura di se stesso. Non intendo però soffermarmi né sulle ragioni di questa degenerazione né sulla fenomenologia, ben nota, di questo ribaltamento. Mi interessa guardare al futuro, non al passato. Quelle che, nel periodo berlusconiano, entrano in profonda crisi insieme al principio della mediazione, sono le forme della rappresentanza e della partecipazione democratica, a tutti i livelli. Il Parlamento viene ridotto a una cassa di risonanza del potere esecutivo, mentre il potere giudiziario, sottoposto a una delegittimazione quotidiana, si difende con tutte la sue forze ingaggiando una dura battaglia. I partiti diventano strumenti in mano ai singoli leader, con l'eccezione del Pd che si sforza di ristabilire un rapporto con il proprio elettorato attraverso lo strumento delle primarie, ricorrendo cioè alla democrazia diretta. Risorsa importante, certo, ma non tale, almeno a mio giudizio, da riuscire da sola a contrastare la crisi della nostra democrazia che oggi è drammatica. Quello che oggi abbiamo di fronte è infatti un terreno pieno di macerie, nel quale la rappresentanza democratica appare, per molti aspetti, disgregata e frantumata. È questo il punto che mi interessa mettere a fuoco: si tratta, infatti, di un fenomeno assai vasto che si è manifestato, in tutta la sua portata, nella fase terminale della seconda Repubblica attraverso un processo di «feudalizzazione» del potere in molti gangli della società italiana. Mentre i partiti e la politica attraversavano una fase di profonda difficoltà - resa poi evidente dall'avvento del governo tecnico (del tutto estraneo, sia detto tra parentesi, alla cultura della mediazione) - nel Paese si è formata una serie di nuovi centri di potere grandi e piccoli che, muovendosi nelle macerie della rappresentanza democratica, procedono in modo autonomo seguendo proprie logiche e propri obiettivi ed usando comportamenti e lessici coerenti e funzionali alle loro strategie. In questa situazione di crisi e di decadenza risaltano con evidenza i compiti che le forze democratiche hanno oggi di fronte, dopo l'incendio appiccato da Berlusconi e alimentato dai suoi vari «epigoni»: ristabilire le fondamenta della democrazia rappresentativa, ridare credibilità e legittimità al Parlamento anche come luogo di formazione delle élite, ricostituire l'equilibrio dei poteri, dar vita a un governo politico chiudendo la stagione dei tecnici e ripensare, anche, in una nuova prospettiva i rapporti tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta. Nel nostro Paese, bisogna prenderne atto, si è riaperto in forme drammatiche il problema della «sovranità», e nel pieno di una crisi internazionale che mette in questione la stessa esistenza dell'Europa, di cui l'Italia è stata, e deve essere, un perno costitutivo. Lo ribadisco perché questo è il problemadi fondo da risolvere se si vuole uscire dalla crisi e evitare la decadenza: un compito immenso. Ma accanto a questi, se si vuole sconfiggere l'ideologia «estremistica», occorre lavorare per ristabilire un altro principio anch'esso travolto dal berlusconismo, a prima vista meno significativo ma decisivo invece se si vuole avviare una nuova fase della Repubblica: il reciproco riconoscimento degli interlocutori, delle loro posizioni, anche dei loro «principi» (quando ci siano, naturalmente, il che non è scontato). Ed è in questo quadro che torna a risaltare la funzione, e il significato, della mediazione. Intendiamoci: mediazione non come rispecchiamento della situazione, né come acquiescenza allo stato di fatto. Ma come capacità di stabilire un punto di equilibrio dinamico tra esigenze e posizioni contrastanti, a volte in modo radicale, producendo una nuova situazione nella quale esse possano essere riconosciute e anche potenziate nella loro specificità e, al tempo stesso, configurarsi come momento di un nuovo più avanzato e condiviso punto di vista. Mediazione, in breve, come strumento per mettere in relazione «opposti» che sembrano irriducibili e incompatibili. E a questo proposito conviene sgombrare il campo da un equivoco concernente il bipolarismo: come non c'è rapporto tra estremismo e bipolarismo, così non c'è contrasto fra mediazione e bipolarismo. Ne abbiamo una verifica precisa sotto gli occhi: il bipolarismo della seconda Repubblica è stato, in effetti, una forma di trasformismo; mentre la mediazione è il contrario del trasformismo perché presuppone il riconoscimento dell'altro nella sua determinazione e specificità per potersi realizzare. Mediazione, dunque, in senso classico: del resto, a che servono i classici se non a farci mettere meglio a fuoco le strutture profonde del nostro tempo e i compiti che abbiamo di fronte? L'ITALIAELACRISI Intercettazioni, il Pd chiude: «Irrealistico prima delle elezioni» Il ministro Passera: «Andremo avanti sbloccando il pacchetto» Andrea Orlando: «Questa riforma non è una priorità. Si può discutere, ma sulla base di un nuovo testo» TULLIAFABIANI ROMA Il Quirinale: «Con la Procura di Palermo nessuna trattativa» GIUSEPPEVITTORI ROMA La mediazione uccisa dal bipolarismo . . . I pm: «Allo stato della normativa inammissibile la distruzione dei nastri senza contraddittorio» . . . Per i Democratici la proposta Pdl è «irricevibile schermaglia politica» 6 martedì 21 agosto 2012
Silvio Berlusconi tra le aiuole ormai non più segrete di Villa Certosa ha fatto le prove generali del suo ritorno in campo, mentre nel vero campo di calcio i tifosi rossoneri lo accusano di mandare a ramengo la squadra. Il Cavaliere, secondo quanto ha scritto il Giornale ieri, è tornato a festeggiare il Ferragosto nella residenza della Costa Smeralda e avrebbe deliziato con il suo discorso del ritorno in campo una settantina di ospiti - assenti i big del Pdl - tra Briatore senza Billionaire, i figli Piersilvio e la giovane Eleonora incinta, col sottofondo di riappacificazione con Veronica. Prove generali per l'autunno e, non si sa mai, per eventuali quanto temute elezioni anticipate. Prima di tutto, il contenitore, il look: nuovo partito e nuovo nome, anagrammando Italia in misure più o meno esaltanti, jogging e dieta per rifarsi una linea. Poi il contenuto, più o meno sempre lo stesso. Perché nel Pdl, in stato alquanto confusionale, non danno per certa la ricandidatura dell'ex premier, salvo Daniela Santanché che dice sicura: «Solo voi giornalisti avete dei dubbi». Certo il Cavaliere vorrebbe avere la certezza di una vittoria quasi plebiscitaria con la quale permettersi un modello putiniano (all'italiana) per la gestione del potere. Perché, sono le considerazioni dell'ex premier ripetute anche agli ospiti di Villa Certosa (in ben due round), solo se avesse il 51 per cento dei consensi potrebbe sì mettere mano alla riforma dello Stato come vorrebbe e avrebbe sempre voluto. IL SOGNO Non solo i blitz sul semipresidenzialismo messi a segno in Parlamento tenendo calda la Lega maroniana, ma realizzerebbe il sogno infranto nei suoi quattro mandati di governo. Se avesse avuto il 51%, la maggioranza assoluta, allora sì che avrebbe riformato le istituzioni, liberandole, secondo lui, dagli ingombranti legacci delle garanzie democratiche e parlamentari. E ancora la giustizia e la legge sulle intercettazioni, ora il Cavaliere trova la sponda persino in Mario Monti, poco importa se sia per tutelare il presidente della Repubblica e non lui. Con i magistrati dovrà avere comunque a che fare, con la sentenza sul caso Ruby; e ora la Procura di Palermo gli ha dato tempo fino al 5 settembre per presentarsi come testimone (ieri non lo ha fatto, per la terza volta) nel procedimento in cui Marcello Dell'Utri è accusato di estorsione ai danni dell'amico Silvio. IL DUBBIO Insomma, Berlusconi sarebbe ancora combattuto: essere o non essere, ricandidarsi o fare il padre nobile che però rischia di essere dimenticato? Sottomano sempre i sondaggi Euromedia che darebbero il Pdl al 28% con il valore aggiunto della sua presenza (lontano dal 51, comunque). La candidatura dell'ex premier però leverebbe di mezzo l'imbarazzo delle primarie, una «ritualità» che sarebbe «ipocrita» rispettare con il numero uno in pista, spiega l'ex ministro Franco Frattini, mentre le consultazioni preventive saranno praticate per «tutte le cariche elettive». In questo momento piuttosto Berlusconi è alle prese con i guai finanziari e gestionali delle sue proprietà, da Mediaset in calo di ascolti e pubblicità (ma con stressanti altalene in Borsa) al Milan con Cassano in fuga. E domenica sera, sugli spalti di San Siro, il Cavaliere ha dovuto subire lo smacco della sconfitta 3 a 2 da parte della Juve proprio nella partita del torneo intitolato al padre, Luigi Berlusconi. Sottotono anche il Ferragosto in Sardegna rispetto a fasti e festini dei vulcanici tempi d'oro. In compenso i russi sono sempre amici e Silvio avrebbe partecipato alla festa di compleanno dell'ottuagenaria sorella di un magnate (o forse della sorella di Putin) nella Villa Violina del patron di Gazprom, Alisher Usmanov, con tanto di (contestata) esibizione di Sting, che giorni prima aveva solidarizzato con le Pussy Riot, condannate a due anni. ILDIBATTITO POLITICA Berlusconi, prove del nuovo partito con amici a cena Silvio Berlusconi lascia la Sardegna con il suo aereo FOTO LAPRESSE L'ex premier a villa Certosa «recita» il ritorno in campo, con Briatore, i figli e senza politici NATALIA LOMBARDO ROMA PdleUdc, lacontesa dellaCosabianca edelvotomoderato Grandediscussioneestiva sulla nascente«Cosabianca»: secondo il Pdl sarebbe «irrilevante»e giàmorta inculla, mentreè il «cantiereper il futuro»pergli ideatori delGrande centro.A litigaresono coloroche si contendono i voti moderati: Pdle Udc.E il leaderUdcPier Ferdinando Casini, lancerà la «cosa»a Chianciano,dal7 al9 settembre:una «Newco»,un soggettounico che aggreghi forze politiche esociali moderateche, se noncon ilpremier MarioMonti, vadanioltre il 2013 con l'agendaMonti. Porte apertea ministridelgovernotecnico (come Passera, ieri al meeting diCl). IlPdlè convinto che la «Cosa Bianca»sia un «modello astratto»e che, sostieneLa Russa, se l'Udcsi alleeràcon Pde Sel«saremo noia pescarenel laghetto delcentro». E perRotondi l'unicoerededella Dcè SilvioBerlusconi.Ribatte l'Udc: sulla nuovaBalenabianca«il Pdlnon dorme il sonnotranquillo», reagisce il segretarioLorenzoCesa contro il titolodi apertura delGiornale. 10 martedì 21 agosto 2012
SPECIALEU: 5-Continua 20 21 22 23 Quinta puntata del fumetto «La marcia di Pio» che racconta la vicenda umana e civile di La Torre. Ieri abbiamo pubblicato le tavole che raccontano l'uscita dal carcere e il ritorno alla vita politica. 14 martedì 21 agosto 2012
CULTURE IL FILOSOFO EDGAR MORIN, IL SOCIOLOGO ZYGMUNT BAUMAN, GLI SCRITTORI PETER BICHSEL E LOLA SHONEYIN E IL PRODUTTORE E TALENT SCOUT JOE BOYD. Questi i nomi internazionali che l'associazione culturale la Casa dei Pensieri è riuscita a riunire per l'edizione 2012 della Festa dell'Unità di Bologna, che si terrà dal 23 agosto al 17 settembre prossimi al parco nord. Si tratta, è il caso di dirlo, di personalità di grandissimo rilievo ciascuna nel proprio ambito. Ma se nel caso dei primi due corteggiatissimi intellettuali abbiamo dei prestigiosi habitué dei Festival culturali nazionali e di alcune edizioni passate della programmazione estiva della Casa dei Pensieri, Bichsel, Shoneyin e soprattutto Boyd sono ospiti nuovi che necessitano di un breve approfondimento. Peter Bichsel è un autore svizzero noto per l'umore grottesco delle sue opere, che lo avvicinano in qualche modo al conterraneo Friedrich Durenmatt, col quale condivide anche l'interesse espressivo per l'ambito dei radiodrammi. Lola Shoneyin è una giovane scrittrice nigeriana, appartenente a quella sorprendente fucina culturale dell'Africa subsahariana, che nel suo Paese di origine ha regalato autori trasgressivi come Olujide Adebayo-Begun, che, immerso nella cultura islamica, scrive di rapporti d'amore omosessuale, o Iheoma Nwachukwu che nel suo ultimo romanzo si esprime in una prima persona al femminile. E infine un agitatore dietro le quinte non solo della cultura popolare ma anche del meglio della musica della fine degli anni 60. Joe Boyd, bostoniano, si trasferisce nella «swinging London» valorizzando e lanciando il meglio della musica inglese. Boyd sarà il produttore per eccellenza della rinascita del Folk britannico, promuovendo i Fairport Convention e i geniali Incredible String Band. Ma sarà l'unico a credere testardamente nel grande talento del fragile Nick Drake, l'incompreso compositore di alcune fra le pagine più delicate e ombrose del cantautorato inglese. Un brano su tutti ThingsBehindtheSun, simbolico della sua vorticosa caduta nel male oscuro che lo portò a togliersi la vita. Joe Boyd fu come un fratello maggiore per l'enigmatico Nick, ed è forse più importante ricordarlo per questo che per l'aver prodotto il primo singolo dei Pink Floyd Arnold Layne. Attraverso il suo locale Ufo club, ospitò oltre alla psichedelia dei primi Pink Floyd di Syd Barrett anche la musica camaleontica dei Soft Machine. Il gruppo del grande Robert Wyatt riuscì a passare dal dadaismo in musica alla lezione del Miles Davis elettrico con una disinvoltura impressionante, imprimendo nella storia del rock un cambiamento radicale. Insomma, non solo grandi intellettuali, autori importanti, ma testimoni fondamentali di quanto di più importante è accaduto negli ultimi 50 anni circa. E tutti saranno presenti nella stessa giornata, in un percorso-dedalo fra alcune librerie di Bologna domenica 9 settembre. Joe Boyd incontrerà il pubblico alla Libreria Coop Ambasciatori alle 17 e 30, con gli interventi fra gli altri di Emidio Clementi dei Massimo Volume e Roberto «Freak» Antoni degli ormai «ex» Skiantos. Peter Bischel sarà alle 18 e 30 alla Libreria delle Moline in compagnia di Beppe Sebaste e Daniele Brolli, mentre Bauman ricorderà alle 18 presso la Sala Forum del Parco Nord la moglie Janina Bauman Lewinson, autrice del Mulino e spesso gradita ospite della città di Bologna dove la casa editrice ha sede. Bisognerà aspettare la sera, le 22, invece per incontrare alla Libreria della Festa al Parco Nord la scrittrice Lola Shoneyin. Unica eccezione quella di Edgar Morin che sarà presente alla Festa dell'Unità lunedì 10 alle 21 nella Sala dibattiti centrale. Tema: «Il sapere, l'educazione: vie di civiltà». Di grande attualità. Il produttoreJoeBoyd, inuna fotodel 1965al NewportFolk Festival BREVI QUELLA COPERTINA LA RICORDO BENE. C'ERA UN PONTE - SCOPRII MOLTO TEMPO DOPOESSEREILGOLDENGATE- e un sacco di fiorellini a coprirne le arcate. E perdonate se nel rendere omaggio a Scott McKenzie, scomparso tre giorni fa, ci metta del mio. Perché San Francisco (Be Sure to Wear Flowers in Your Hair) fu il primo disco comprato da me bambina - un gesto adulto, quindi, e consapevole - in un negozio di elettrodomestici che ogni tanto «spacciava» anche 45 giri. Era un'altra Italia e quella che cantava Scott nel 1967 era l'America hippy del Flower power: amore, pace, fratellanza e un sistema di vita contro le regole imposte. McKenzie, vero nome Philip Wallach Blondheim, è morto a Los Angeles ucciso da un infarto ma di fatto divorato dalla sindrome di Guillain-Barré, una malattia neurologica che porta alla progressiva paralisi e che gli era stata diagnosticata nel 2010. Aveva 73 anni e viveva in solitudine, lontano dalle scene, in compagnia del gatto Spider e dei suoi ricordi. Dicono che una parte di Scott se ne fosse andata il 18 marzo del 2001, il giorno della morte del leader dei Mamas and Papas, John Phillips. Era stato John a scrivere per lui San Francisco, a regalargli quel brano dolce, deliziosamente orecchiabile, che ha venduto oltre sette milioni di copie e che ha lasciato per sempre un fiore nei capelli di un paio di generazioni. Amici dall'infanzia, Scott e John Phillips ebbero per un lungo periodo una carriera parallela, collaborando insieme e dando vita a gruppi minori della scena americana. Poi, il grande passo per Phillips con i Mamas and Papas, mentre Scott rimase indietro, incidendo due dischi pressocché sconosciuti fino al ritiro dalla scena. A tirarlo fuori dal dimenticatoio fu, ancora una volta, l'amico John che nel 1986 aveva dato vita a una rinnovata versione degli stessi Mamas and Papas. Nel frattempo, insieme sempre a Phillips e a Mike Love dei Beach Boys, nel 1988 Scott contribuì alla stesura di Kokomo, ennesima hit della storica surf-band. Dieci anni dopo l'addio definitivo alla musica, salvo una breve apparizione nel 2001 in occasione di un concerto-tributo dedicato all'amico di sempre. Ci lascia un menestrello hippy, passato alla storia per un'unica canzone, simbolo della «Summer of love» americana, una stagione irripetibile. AddioScott McKenzie menestrello hippy DANIELAAMENTA ROMA Joe, il «fratello» diNickDrake IlbostonianoBoydalla Festadell'UnitàdiBologna FEDERICOMASCAGNI Produsse ilprimosingolodei PinkFloyd.Conlui lacasadei pensieriospiteràanche Morin,Baumanegli scrittori PeterBichseleLolaShoneyin ILCASO AssassinoLennon, libertàcondizionata? MarkDavidChapman, l'uomo che l'8dicembre del 1980hauccisoJohn Lennonmentre stavarientrando con lamoglieYokoOnonella suacasa su CentralPark, aManhattan, tornaoggi in tribunaleechiede per lasettima volta la libertàcondizionata.L'udienza dureràdue otre giorni e,come ha spiegatoai mediastatunitensi la portavocedel New York StatePrison Service,LindaFoglia, «ci si aspetta unadecisione per la fine della settimana».Chapman, oggi57anni, fu dichiaratomentalmente instabileesta scontando la suapena al Wende CorrectionalFacility di Alden, New York.L'ultima voltache l'uomo ha fattodomandaper la libertà condizionata(puòchiederlaogni due anni, apartire dal 2000) èstato nel 2010. ILPREMIO Ad Andrea Celeste il «Viadelcampointour» È la giovanecantante jazz e soul AndreaCeleste lavincitricedel Premio «ViaDelCampo inTour 2012». Un premiodedicatoallavia genovese più amatada FabrizioDe Andrè. Il riconoscimento le saràassegnato ufficialmentevenerdì 24agosto alleore 21a Zoagli (Genova). Aconsegnarloalla cantante toscana, in unapausa del concertodel «Palcosul MareFestival» che inizieràalle ore21 inpiazza 27 Dicembre, insieme al ComitatoGianni TasSioe al sindaco Rita Nichel, ci sarà la nipotediLuigi Tenco,Patrizia. Accompagnatadaun gruppo di musicistigenovesi formatoda AlessandroCollinaal piano,Pietro Martinelli al bassoe Andrea Marchesini allabatteria,Andrea Celeste interpreteràanchealcunibranidel cantautoregenovese. AROMA Alvia ilGender DocufilmFest Quest'anno ilGender DocuFilm Fest, giuntoalla terzaedizione,punta la sua attenzionesu untema digrande attualità:«Il corpo politico».Due gli eventi speciali diquest'anno attraverso: lospettacolo didanza Kathakali di JulienTouati nella serata inaugurale,un assolo inanteprima italiana in cui Orientee Occidente, artee recitazione, corpomaschile ecorpo femminilesi fondono liberamente;e il 24 agosto il seminario«Adolescenza e identitàdi generenonconforme» di Jonathan Skurnik - registadel film «Sono Anneke ebasta» (I'mJust Anneke), inconcorso alGender DocuFilm Fest - chepresenta ilprogettoamericano«Youthand GenderMedia Project»voltoa sensibilizzare l'opinione pubblica sull'esistenzadiadolescenti con identità digenerenon conforme. MUSICA PattyPravo,stop aconcerti«peramore» «Lofaccio per amore»:Patty Pravo affidaa questequattroparole la spiegazionedell'improvvisostop al suo estivo«SulLa LunaTour»che, finoa fine settembre,prevedevaaltri 14 appuntamenti,dopo ilpremio Lunezia unmesefa, assegnatole per la seconda voltanella carriera,quest'annoper il brano«La luna», firmato dall'amico VascoRossi con GaetanoCurreri, nuova hitcucita addosso alla«divina» dopo«E dimmichenon vuoi morire». Dopoaver rinviatoadata da destinarsi il concerto del 18agostoa PortoCervo, l'ex ragazza delPiper, 64anni, aveva interrotto lo spettacoloa Roccapalumba(Palermo), sulla terza canzone,«a causadiun lampionechenon leconsentivadi leggerebene ilgobbo», provocando le dimissionidell'assessore.Ma ilmotivo reale,evidentemente, non eraquesto. CINEMA I tre filmitaliani instreaming I tre film italiani in concorso a Orizzonti sipotranno vedereanche nellanuova sala virtualeche quest'anno la Biennalesperimenta per laprima volta.«Gli equilibristi»di IvanDeMatteo(Italia, Francia, 100'), «L'intervallo» diLeonardo Di Costanzo(Italia,Svizzera, Germania, 86')e «Bellasmariposas» di SalvatoreMereu(Italia, 100') figurano nella lista dei 10 lungometraggi diffusaoggi dallaMostra delcinema diVenezia. U: 22 martedì 21 agosto 2012
Il nome del nuovo assessore al Bilancio - annunciato nella conferenza stampa di ieri pomeriggio dopo una riunione di giunta - il sindaco Leoluca Orlando lo ha tirato fuori proprio dal campo di battaglia. È quello di Luciano Abbonato, un commercialista che lo stesso Orlando aveva designato inizialmente come direttore generale del Comune. E che ora invece prenderà il posto di Ugo Marchetti, il generale della Finanza e magistrato della Corte dei Conti che da una manciata di giorni si è dimesso da vicesindaco e assessore al Bilancio, in rovente polemica con il sindaco. Uno scontro tutto centrato sul buco nelle casse comunali che Marchetti avrebbe dovuto risanare - e ieri Orlando ha puntato il dito contro il governo, «il Comune è sull'orlo del default perché i tagli nazionali e regionali hanno sottratto una somma di circa 12 milioni di euro nel 2012 che potrebbero arrivare ad oltre 40 a regime dal 2013» - a suo dire senza però essere messo nelle condizioni di farlo. Scontro nel quale, però, è entrata anche la nomina di Abbonato come direttore esterno all'amministrazione, incarico che sarebbe costato 180 mila euro e che era stato contestato dallo stesso Marchetti. Il nuovo vice sindaco, invece, sarà Cesare Lapiana, assessore alle Aziende partecipate. Anche questa, una scelta per niente casuale rispetto alle acque subito diventate agitate fra il sindaco e il suo - ormai ex - vice. A delineare i motivi dei dissapori fra Orlando e Marchetti è stato un carteggio svelato solo ieri: due giorni prima di Ferragosto, il vicesindaco aveva spedito al primo cittadino la lettera di dimissioni, in cui criticava le scelte compiute: «Non c'è più alcuna corrispondenza tra quanto ci si era ripromessi di realizzare, quanto si sta concretizzando e quanto è invece necessario attuare», aveva scritto, sottolineando la necessità di scelte drastiche e di rigore per operare «una diffusa bonifica di sacche di inefficienza economico-finanziaria» e soprattutto rimarcando la necessità di poter intervenire direttamente sulle società partecipate, indicate come causa del disastro finanziario. Una possibilità negatagli da Orlando, al quale aveva proposto anche l'aumento dell'Imu sulla seconda casa, purché non passasse l'idea di chiedere al governo nazionale i fondi per salvare le società partecipate, ormai in profondo rosso. La lettera doveva rimanere riservata ma Marchetti ha poi ritenuto di non dover rispettare più «il patto», infuriato per il giudizio espresso sul suo conto dall'assessore di Rifondazione Giusto Catania - secondo il quale «nessuno si è accorto che Marchetti ci fosse» - e non da ultimo per gli attacchi dell'Idv al presidente Napolitano. A stretto giro, la replica a distanza di Orlando, che dopo aver parlato della necessità di mettere in salvo il Comune dal rischio default - e dopo aver criticato il commissario governativo Latella che «avrebbe dovuto portare avanti atti più coraggiosi per la messa in sicurezza dei conti» - ieri è tornato a escludere di voler aumentare «al massimo» la pressione fiscale e poi ha reso nota la lettera da lui inviata in risposta a Marchetti. «A meno di un mese e mezzo dal tuo insediamento non era possibile immaginare la concreta realizzazione del progetto di recupero economico-finanziario della città», ha scritto il sindaco, che in merito alle nomine fatte replica semplicemente di aver dotato il Comune «dei vertici burocratici e istituzionali così come previsto dalla vigente normativa e di aver istituito quella cabina di regia che abbiamo definito “holding di fatto”, che mira a porre sotto controllo le scelte e le spese delle partecipate». Un quadro, quello delle partecipate, a tinte davvero fosche, con la Gesip, azienda di servizi, ormai senza più soldi, e con le partecipate per i rifiuti e i trasporti, Amia e Amat, arrivate a 24 milioni di buco, ma dotate di personale per un costdo di quasi 280 milioni l'anno. Alle prese con il colpo di scena che ha toccato le caselle più importanti della sua squadra, il numero due e l'addetto al bilancio, Orlando rilancia quindi il suo impegno politico, guardano anche oltre i dati sulla situazione finanziaria, e assicurando che l'obiettivo sarà «quello di impedire che questa crisi sia pagata da chi già sta pagando. Noi - assicura - faremo di tutto non solo per evitare la macelleria sociale ma anche per evitare che le conseguenze negative del risanamento siano pagate dalle classi sociali già colpite dalla crisi». Ma le responsabilità del disastro che oggi Palermo deve affrontare, ripete il sindaco, sono da imputare all'amministrazione precedente e a «tutti i suoi accoliti, fino agli pseudoamministratori delle partecipate che ancora oggi, protetti da padrini che detengono posizioni di grande rilievo istituzionale, rifiutando di lasciare i loro posti continuano ad alimentare sprechi e inefficienze». L'INTERVENTO FRANCOMONACO VORREI MI SICREDESSE:SONOUNLEALEECONVINTOSOSTENITORE DELGOVERNO MONTI. Come non apprezzare anche la sua persona, il suo aplomb professorale, persino la sua arguzia, specie dopo un premier che ci ha fatto vergognare agli occhi del mondo? Ma non sono politicamente montiano. Anche per la semplice ragione che la natura e la stessa genesi del governo Monti si negavano a una caratterizzazione politica. Lo stesso presidente Napolitano, che lo propiziò e se ne fece garante, all'atto della sua investitura (molti se lo dimenticano), ne rimarcò la singolarità, asserendo esplicitamente che, a valle di esso, la dialettica democratica tra parti politiche avrebbe potuto e dovuto riprendere il suo corso naturale. Dunque, un governo non politico in quanto non espressamente di parte e non oggetto di un'investitura elettorale. Con il che non si negano affatto le seguenti circostanze: che sia governo legittimo e perfettamente conforme alla Costituzione, che operi scelte politiche in quanto discrezionali e che sottintendono giudizi di valore, che la cosiddetta agenda Monti, quella già svolta e quella ancora da svolgere, possa richiedere continuità anche a valle delle elezioni. Solo con l'avvertenza di dichiararlo esplicitamente e lealmente da parte delle forze politiche che ne fossero convinte, in modo da sottoporre tale indirizzo al vaglio del corpo elettorale. Magari spiegando con trasparenza che si teorizza un Monti 2 di nuovo sostenuto da una grande coalizione. Non è la mia opinione, ma è posizione legittima, rappresentata anche dentro il Pd e che dovrebbe essere più apertamente professata. Come ha fatto, per esempio, Michele Salvati, già “ideologo” del Pd veltroniano, che gode del vantaggio di non avere vincoli di appartenenza. Per parte mia, ho trovato conferma ai limiti politici di Monti anche nel suo recente intervento al meeting di Rimini di Cl. Faccio tre soli esempi che concernono la cosiddetta, nel lessico bersaniano, questione democratica (ometto invece i profili, per nulla trascurabili, che attengono alla questione sociale). Non sono dettagli. Penso alla orgogliosa rivendicazione della svolta impressa ai vertici della Rai. Ma quale svolta? Svolta sarebbe stata una radicale riforma della sua governance, peraltro incautamente annunciata, non la modesta “svoltina” in chiave aziendalista, la sola possibile, a fronte della opposizione del Pdl. Perché il problema Rai non è solo dei conti in rosso, ma anche e soprattutto quello della qualità e del pluralism. Penso alla questione giustizia tuttora ostaggio del revanscismo berlusconiano verso la magistratura e che paralizza il ministro Severino. Ma penso soprattutto a quel cenno di Monti al referendum sulla Ue inteso come minaccia. Egli, a Rimini, ha formulato la seguente domanda retorica: si sarebbe fatto il trattato di Roma, vero atto di nascita della Ue, se si fossero interpellati i cittadini? La storia non si fa con i se. Può darsi che Monti abbia ragione, nessuno lo può stabilire con sicurezza. Ma fa riflettere la circostanza che, nel giro di un paio di settimane, Monti abbia proposto per ben due volte la stessa tesi (si veda la sua controversa intervista allo Spiegel circa il primato dei governi sui parlamenti): quella secondo la quale la consultazione dei cittadini ovvero i pronunciamenti delle assemblee elettive nuocerebbero al processo europeo e comunque alle decisioni appropriate e lungimiranti. In questa ottica, la stessa tesi degasperiana più volte evocata da Monti – la differenza di visione tra statista e politico – può assumere un significato meno persuasivo se non decisamente problematico. Anche perché, di norma, gli statisti sono anche politici passati al vaglio del consenso democratico. Del resto, per quanto Monti abbia l'avvertenza di proclamare a ogni passo rispetto e apprezzamento per Parlamento e forze politiche, non è un mistero quale sia il suo effettivo giudizio sui partiti e sui governi del passato. Tra l'altro con un approccio indifferenziato che non rende giustizia alla verità delle cose. In sintesi, non mi sentirei di sostenere che l'approccio di Monti sia estraneo alla cultura democratica tout court. Ci mancherebbe. Ma a una concezione partecipativa della democrazia sì, indulgendo egli semmai a una vena tecnocratica ed elitaria. E mi chiedo, come hanno fatto autorevoli europeisti nostrani e no (da Prodi a Amato), se, al punto in cui siamo nell'impasse del processo europeo, il toro della tensione tra avanzamento del disegno federalista e sua legittimazione democratica, attraverso il coinvolgimento attivo delle opinioni pubbliche, non debba essere preso per le corna. Anche con iniziative referendarie. Le quali possono essere brandite dagli antieuropeisti come Berlusconi e i populisti di vario rito, ma anche, sul fronte opposto, da chi vuole più Europa e un'Europa politica. Un nodo che non si può aggirare con scorciatoie elitario-tecnocratiche. . . . Monti ha dimostrato in varie occasioni una concezione tecnocratica della politica Palermo, cambio in corsa al Bilancio Leoluca Orlando, nuovo sindaco di Palermo FOTO LAPRESSE VIRGINIALORI politica@unita.it Nella sua squadra sogna un Antonio Ingroia. «Lo vorrei assolutamente scandisce Rosario Crocetta, candidato di Pd e Udc alla presidenza della Regione Sicilia, al microfono di Klauscondicio - ma so che non è disponibile perché ha già accettato un incarico internazionale e quindi mi direbbe di no. Ma chi non vorrebbe un magistrato della sua levatura ed esperienza?». Quindi, in seconda battuta, l'ex sindaco di Gela annuncia di puntare a un noto questore siciliano, che moltissimi mafiosi ha arrestato: «Ma per ora non posso rivelare il nome, ci sono ancora passaggi formali che vanno espletati». Dichiara invece, Crocetta, che se fosse eletto «dirò addio al sesso e mi considererò sposato con la Sicilia. Guidare la cosa pubblica è come entrare in un convento e non ho neanche più l'età per certe scorribande. Certamente non farò la fine di Silvio Berlusconi, che si è consumato sia per la sua incapacità politica che per le donne», aggiunge. Quanto al “no” di Nichi Vendola ad appoggiare la sua candidatura, Crocetta bolla come «assurdo» che il candidato di Sel lo definisca come il prolungamento di Cuffaro e Lombardo e sottolinea: «Qualcuno non mi ha perdonato di avere fatto certe scelte e di avere optato per il progetto politico del Pd. Vendola deve capire che è molto più affine a me che non al suo candidato. Non è un appello in quanto gay, ma politico e di stile». Crocetta: «Io più di Fava sono vicino a Vendola» Chi nel Pd vuole rifare la grande coalizione nel 2013, lo dica . . . La scarsa legittimazione democratica dell'Europa è un tema che non si risolve con scorciatoie elitarie Orlando sostituisce l'assessore dimissionario e punta il dito contro il governo: «Comune a rischio default per i tagli nazionali e regionali» martedì 21 agosto 2012 11
«Napolitano ha fatto benissimo non lo dico io, ma la Costituzione» «Questo è un Paese dove sempre più spesso si perde di vista il merito delle questioni e ci si divide su posizioni preconcette. È lo stesso motivo per cui durante gli anni del governo Berlusconi non si è riusciti a fare le riforme di cui c'era bisogno: spesso non si discuteva sul merito delle riforme necessarie perché si viveva in un preconcetto attacco alla magistratura». Il professor Valerio Onida parte da qui per spiegare dal suo punto di vista come sia stato possibile arrivare al livello di polemica (oltre che di conflitto tra poteri) sulla vicenda della trattativa Stato-mafia e le intercettazioni che hanno coinvolto la massima autorità della Repubblica, il presidente Giorgio Napolitano. Sesiguardasse ilmerito, lei sostiene, si vedrebbecheèl'inchiestastessaadessere illegittima.È cosi? «Di cosa stiamo parlando? Di una presunta trattativa tra Stato e mafia che all'epoca avrebbe coinvolto (se non altro per gli argomenti trattati) le massime istituzioni. Il sospetto riguarda ministri allora in carica. Mi sembra che l'indagine sia di competenza del Tribunale dei ministri e non della Procura. Non lo dico io, lo dice la Costituzione». Violante parla di un populismo giuridicochehacomeobiettivoMontieNapolitano.Cosa nepensa? «Può darsi che ci sia questa tentazione di populismo giuridico, ma penso che la sinistra, in generale, dovrebbe evitare di incorrere in automatismi per cui si deve essere o sempre dalla parte dei magistrati o sempre contro qualcun altro». ChidifendelaProcurasostienecheil ricorsodelQuirinaleallaConsultasiauna formadipressione suimagistrati. «Il ricorso, investendo un aspetto molto specifico - le intercettazioni che hanno coinvolto indirettamente il Quirinale - non interferisce sulla sostanza delle indagini. Ma leggo che da alcuni è stato interpretato come una sorta di intimidazione nei confronti della magistratura». Esecondo leiè così? «Direi proprio di no, è giusto che il Presidente della Repubblica abbia posto la questione all'organo competente, la Corte Costituzionale. Ma soprattutto mi sembra che l'indagine stessa invada la competenza del Tribunale dei ministri». Continuanogliappellidipoliticienona Napolitano affinché ritiri il ricorso. Può essere questa la strada per fermare il conflitto incorso? «Non capisco per quale motivo Napolitano dovrebbe ritirare il suo ricorso. Gli scontri fra i poteri dello Stato non sono mai auspicabili ma se c'è un dissenso su un punto specifico è giusto che si arrivi ad una soluzione. E spero davvero che la Corte si pronunci al più presto per fare chiarezza. SecondoleiachidaràragionelaConsulta? «Il tema specifico delle intercettazioni che coinvolgono casualmente il presidente della Repubblica ha dei margini di opinabilità. Ma il punto è un altro: perché nessuno parla della legittimità di questa indagine? Quello che occorre capire, invece di polemizzare tra chi difende i magistrati e chi li attacca, è se la Procura è competente o meno su questa indagine. A me pare non lo sia, perché si indaga sostanzialmente su ipotetici reati ministeriali». Il pm Ingroia si dice preoccupato che dopol'interventodiMontisulleintercettazionerispuntifuori ilddlaccantonato inParlamento. Secondo leic'è il rischio di fare una legge “frettolosa” sull'onda diquestavicenda,dopoanni incuinon siè conclusonulla? «Il tema delle intercettazioni investe diritti e interessi costituzionali diversi e va trovato un punto di equilibrio. Le intercettazioni sono uno strumento importante per le indagini, soprattutto per quei reati che emergono più difficilmente degli altri, e va salvaguardato: ma, dal momento che incide sulla segretezza e libertà delle comunicazioni, va regolato in maniera diverso. Le persone non coinvolte nei reati ma in conversazioni non rilevanti ai fini dell'indagine devono essere tutelate. Poi c'è il diritto di cronaca che, però non è illimitato». Il procuratore di Torino Marcello Maddalenaritienecheleintercettazioninon rilevanti penalmente non dovrebbero esserediffuse. «Oggi si eccede nel pubblicarle. Naturalmente ci sono dei fatti di interesse pubblico e l'informazione deve poterne parlare, ma l'intercettazione di per sé incide sul diritto alla segretezza delle comunicazioni e quindi anche l'informazione deve subire delle limitazioni». Quanto pesa il vuoto della politica in questa vicenda? Anni a discutere di intercettazioni e il ddl non è mai andato avanti. «Non so se siamo di fronte a vuoti della politica o a straripamenti della stessa. Quello che mi sembra chiaro è che negli anni dei governi Berlusconi si sono fatti danni gravi. I tentativi di quei governi e quelle maggioranze di fermare i processi che interessavano Berlusconi, con i vari i “Lodi” Schifani e Alfano, tutte le leggi ad personam e gli attacchi indiscriminati alla magistratura, hanno pregiudicato la possibilità di affrontare i veri problemi della giustizia e il merito delle questioni ha perso rilievo. Questo governo che sta iniziando a fare qualcosa, come il provvedimento sui tribunali che non fa grande notizia ma è forte e giusto. Mi auguro che dopo le elezioni del 2013 ci sia una larga maggioranza di forze in Parlamento che non ispirino la loro azione al muro contro muro ma inizino a confrontarsi con il merito dei problemi e recuperando i ritardi di questi anni». Se le cinque stelle di BeppeGrillo promettono di ridi-segnare la geografia poli-tica del Paese, quello chesi agita attorno, accanto ein alternativa al movimento grillino è molto di più. E finora molto confuso. Liste, movimenti e partiti che aspettano di avere chiare le regole elettorali nella loro versione definitiva (vecchia o nuova) per poter poi decidere alleanze o divergenze. Corse collettive o solitarie. Alleanze abbozzate, pronte ad essere tirate fuori dal cassetto al momento giusto. Il Movimento cinque stelle ha più volte ribadito di non voler avere niente a che fare con i “partiti”; nessuna alleanza, meglio soli che male accompagnati, sostengono i grillini. I sondaggi danno loro ragione e fino adesso nessun corteggiamento politico pare sia stato accolto. Nemmeno quello del leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro che negli ultimi mesi ha virato a tutta forza, nella direzione grillina dimostrando convergenze col movimento di Grillo in stile e contenuti. E vantandone, in certi casi, anche una sorta di copyright. A nulla è servita la crisi nata nel suo partito; le resistenze manifestate da molti dirgenti Idv insofferenti all'idea di fare da sponda a Grillo e tirargli la volata alle elezioni. Di Pietro ha scelto, magari meglio Grillo alleato che avversario, quindi ha fatto dell'asse istituzionale tra il premier Mario Monti e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il suo principale obiettivo politico; così a colpi di post su blog e social network ogni giorni entrambi si dilettano. «In nove mesi di governo il professor Mario Monti ha perso anche la sua proverbiale sobrietà - scrive Di Pietro sul suo blog - adesso Monti somiglia sempre di più al suo predecessore. Trova ogni giorno un colpevole nuovo per i suoi insuccessi, millanta risultati eccezionali dei quali solo lui si accorge e ora, proprio come faceva Berlusconi, si è anche messo a negare l'evidenza». Se l'ex pm costruisce il quadretto “Monti copia di Berlusconi”, facendone fulcro della campagna elettorale d'opposizione, Grillo fa sondaggi sul “peggior presidente della Repubblica” e quando grillini e simpatizzanti votano Napolitano lui esulta e propone festeggiamenti per la fine del settennato. Insomma le malefatte del governo, quelle del Capo dello Stato, l'Europa e l'euro da rivedere e i magistrati da difendere sempre e comunque sono gli argomenti top per il duetto. A sentire le indiscrezioni che circolano nell'Idv, se Di Pietro continua su questa strada è perché potrebbe avere la garanzia di un'alleanza con Grillo, nonostante le smentite, e non rischiare dunque di trovarsi isolato all'appuntamento elettorale. L'altra ipotesi invece è che il M5s vada da solo alla meta, nonostante problemi, “scomuniche”, e cenni di crisi tra i grillini. A quel punto agli altri non resta che farsi, letteralmente, i conti. Da mesi c'è chi promuove e spera nella buona sortita delle liste civiche e a n n u n c i a c a n d i d a t u r e d a i “movimenti” e dalla società civile: dal sindaco di Napoli Luigi De Magistris (e con lui Orlando a Palermo ed Emiliano a Bari), al direttore di Micromega Paolo Flores D'Arcais; dalla Fiom al movimento Libertà e Giustizia di Gustavo Zagrebelsky e Sandra Bonsanti, fino al movimento dei professori battezzato Alba e firmato (dieci anni dopo la stagione dei girotondi) da Paul Ginsborg, Stefano Rodotà, Paolo Cacciari, Luciano Gallino e Ugo Mattei; ciascuno si è fatto promotore di qualche istanza movimentista. E soprattutto della contrapposizione ai partiti. Una galassia facilmente definita “antipolitica”, in cui nessuno però, almeno in questi termini, Grillo compreso, vuole riconoscersi. Certo è che i cambiamenti in atto sono numerosi e stravolgono la mappa politica finora praticata: movimenti e partiti faticano a orientarsi. Le liste guadagnano e perdono appeal in pochissimo tempo. Su quella dei sindaci, ad esempio, rispetto alle aspettative iniziali c'è stata presto una frenata: «Non è una lista dei sindaci, anche un bambino sa che i primi cittadini non si possono candidare», ha detto Luigi de Magistris, qualche giorno fa parlando del “movimento arancione”. «È impensabile che il movimento arancione sia dei sindaci - ha spiegato il primo cittadino di Napoli - è una “rete dei sindaci” dal linguaggio molto simile anche se proveniamo da tradizioni politiche diverse. Io vedo una concentrazione di elite politiche ed economiche, in alcuni casi mediatiche, a queste metteremo contro un movimento di massa e di popolo - ha poi aggiunto - uno spirito che mancava al Paese da un po' di anni uno spirito d'altri tempi». Passati, chissà se futuri. L'INTERVISTA Il torrino del Palazzo del Quirinale FOTO ANSA «Nonvedoalcuna intimidazionenel ricorso allaCortecostituzionale Resto invececonvinto che l'indaginestessa sia illegittima» ValerioOnida Dipietristi, civici e operaisti Tutti i corteggiatori di Grillo . . . Nell'Idv si sussurra che i grillini avrebbero garantito l'alleanza (nonostante le smentite) . . . Attacchi ai pm e leggi ad personam di Berlusconi hanno reso molto difficile riformare la giustizia Dall'ItaliadeiValori agli intellettualidi Micromega,agliausteri professoridiAlba, in tanti sognanoilcolpaccio conuna lista“anti-politica” T.F. ROMA MARIAZEGARELLI ROMA ILRETROSCENA martedì 21 agosto 2012 7
«NONOSTANTEIDISASTRIDELLACIVILIZZAZIONE,CI SONOSTATIECISONOANCORAINCANTEVOLIPOPOLAZIONICHEHANNOAPPRESOLAMUSICASEMPLICEMENTECOMERESPIRARE. Il loro Conservatorio è il ritmo eterno del mare, il vento tra le foglie, e mille piccoli rumori ascoltati attentamente, senza mai consultare trattati discutibili. Le loro tradizioni non sono altro che vecchie canzoni, piene di danze, cui ognuno, secolo dopo secolo, ha dato il suo devoto contributo. Eppure la musica giavanese osserva un contrappunto rispetto al quale quello di Palestrina è solo un gioco da ragazzi. E se ascoltiamo senza pregiudizi europei, il fascino della loro “percussione”, dobbiamo ammettere che la nostra è solo il rozzo rumore di un circo da fiera». Non è la réclame sopra le righe di un nuovo disco di world music, né sono le parole di qualche templare della superiorità culturale terzomondista. È solo un articolo apparso sulla rivista della Société Internationale de Musique, firmato Claude Debussy, 15 febbraio 1913, un secolo fa. Messo qui in apertura, perché nelle parole e fra le righe c'è, se non tutto, molto del carattere e delle idee di questo musicista nato il 22 agosto 1862, centocinquant'anni domani. Non sembra se ne parli molto. Certo, 150 è un numero meno rotondo di 100 (e già il 2013, bi-centenario verdiano, s'annuncia in effetti di preoccupante sfericità). Però Debussy non è Verdi né Puccini, né Mozart o Beethoven, nomi cioè capaci, se adeguatamente lustrati, di far presa sull'immaginario popolare e di avviare la macchina del marketing. No. Non è solo una questione di fama, ma di carattere, di look, di aneddotica più o meno fertile. Non che Debussy risulti necessariamente antipatico, ma certamente è un autore poco incline a tenerezze e smancerie, alle boutades amabili, e soprattutto assolutamente allergico a ogni deriva popolare o populista. Scostante, aristocratico, snob, amante del lusso e delle raffinatezze, insofferente del gossip (che pure lo bersagliò ripetutamente per tristi e non del tutto edificanti vicende familiari), la sua musica gli riuscì ammaliante, capace di stregare i suoi contemporanei e i posteri, ma tutto sommato, musica per pochi, per coloro disposti a seguirlo nel suo culto estremo ed esclusivo della bellezza. Seguirlo dove? Beh, ad esempio nei due libri di Préludes per pianoforte, nell'insinuante erotismo del Préludeàl'après-midid'unfaune, nelle ineguagliabili visioni aquatiche e atmosferiche de Lamer, e poi in una costellazione di pagine pianistiche, vocali e orchestrali che hanno impresso il loro marchio a un'epoca e a una cultura: la Francia del primo Novecento, ossia per molti – da che le azioni del Novecento mitteleuropeo sono scese di parecchio – l'origine stessa del Novecento: «Non possiamo dimenticare che il tempo di Debussy è anche quello di Cézanne e Mallarmé: congiunzione triplice alla radice, forse, di ogni modernità». Pierre Boulez dixit, era il 1958, quando sempre più cresceva il bisogno di un'alternativa agli algoritmi della serialità, e si rimuginava sulla materia sonora, sul suono....il suono? Certo! Eccolo: Debussy! Nessuno come lui ha il chiodo (e il genio) del suono! Perfetto. E poi Debussy non è più tonale (per cui il certificato di morte della tonalità non serve cambiarlo) e, per di più, è musica «bella» nel senso vecchio del termine. Questo può essere un handicap per una musica «veramente moderna», ma tutto sommato può anche fare molto comodo. DALLONTANOORIENTE Per tornare a quell'articolo del 1913, in effetti il grande amore e la grande musa di Debussy furono certe sonorità dell'Oriente più lontano, specie Giava col suo gamelan: un'intera orchestra di vasi di bronzo impegnati in un'ipnotica polifonia i cui suoni non corrispondono per niente alle nostre scale. Era il varco ideale per fuggire da quel «circo da fiera», un mondo musicale che gli riusciva ormai insopportabile. Quel 1913 fu l'anno del Sacre du Printemps, un anno visssuto pericolosamente (c'era chi finiva all'ospedale per certe scazzottate in platea). Per la musica e le arti iniziava il secolo della «ricerca», protesa verso un Eldorado tanto più ambìto, quanto più lievitava il senso di soffocamento per le vecchie regole. E per la sempre più detestata routine accademica, divenuta il capro espiatorio di quella che, proprio in Francia, Baudelaire aveva sarcasticamente battezzato avantgarde. Cerca, cerca, camminando sul filo di un rasoio, Debussy trovò quel che cercava. Tanti, dopo di lui, si limitarono a cercare, convinti che bastasse quello. Per quanto dandy, irrinunciabile era in lui il bisogno di semplicità e istintività: un arduo punto di equilibrio tra il ripudio della complicatezza formale e della precettistica da un lato e, dall'altro, il rigetto del verismo, allora tanto di moda, che sviliva il mistero della musica a banale imitazione. La musica, scriveva nel 1902, deve aspirare «a quella libertà che essa forse possiede più di qualsiasi altra arte, perché i suoi confini non sono la riproduzione più o meno esatta della natura, ma le corrispondenze segrete fra la Natura e l'Immaginazione». Nel suo profondo, come nella sua opera, Debussy fu uno degli artisti più genuinamente simbolisti della sua epoca. Lavorò a lungo su queste sfuggenti correspondances, finché il suo pensiero sbocciò nel 1902 nella sua unica opera lirica: Pelléas et Mélisande. Capolavoro che però svelava un che di antitetico alla teatralità e al dramma, annunciando piuttosto il crepuscolo del genere. Sulle scene Debussy rimise piede dieci anni dopo con la troppo ingombrante compagnia di D'Annunzio. Fu Le Martyre de Saint Sébastien, un mystère oberato dalla logorrea del poeta, ma musicalmente sublime e tutto da ripensare nel bilancio consuntivo di questo autore. Debussy fu tutto tranne un simpatizzante degli impressionisti. E difatti eccolo subito bollato come «impressionista» per quella musica che non si sapeva mai dove andava a parare. Anche per questo si arrabbiava. Il rasoio di Debussy è il camminare sulla lama del simbolico e dell'inesprimibile senza scivolare nella cerebralità, ma anzi salvaguardando scrupolosamente quell'immediatezza estetica della musica che resta per lui imprescindibile: «la bellezza deve essere sensibile, procurarci un godimento immediato, imporsi o insinuarsi in noi, senza che dobbiamo fare alcuno sforzo per coglierla». La musica deve dare piacere a chi l'ascolta: può essere imbarazzante per qualcuno, ma così è. In questo, come nella sua scommessa di bonificare la musica dal vizio di una scrittura troppo intellettualizzata e artefatta, Debussy è forse più post-moderno che moderno. E siamo punto e a capo: nel momento in cui per il post-moderno va di moda suonare la campana a morto, farebbe molto comodo trovare un compositore capace di tirarci fuori dalla sabbia. Debussy? Già, sarebbe perfetto.... PS. Non è che le case discografiche si siano sforzate granché per questo 150° (poverette hanno i loro pensieri!). Allora ecco il mio consiglio: compratevi in rete L'arte di Benedetti Michelangeli (Deutsche Grammophon): otto cd con i due libri dei Préludes, le due serie di Images e la Suitebergamasque: le più belle pagine pianistiche di Debussy suonate dal loro massimo interprete. Ma in più vi ritroverete Mozart, Beethoven, Schubert e Schumann. Il tutto a 33€.Ai tempi dello spread potrebbe essere un buon investimento. MUSICA ... Lesuepaginehanno impresso ilmarchio allacultura francese delprimoNovecento Debussy,o ilculto dellabellezza Centocinquant'anni fa nasceva l'autore de«L'après-midid'unfaune» Scostante,aristocratico,snob lasuamusicagli riuscì ammaliante,capace distregare i suoi contemporaneie iposteri Matuttosommato musicaperpochi GIORDANOMONTECCHI ClaudeDebussy ricordato a150anni dalla suanascita ... Unanniversariodicui nonsiparlamolto... Enonèunaquestione di famamadicarattere U: martedì 21 agosto 2012 19
La sede della Banca centrale europea a Francoforte, in Germania FOTO DI ARNE DEDERT-PAT/ANSA «Sì, vedo l'uscita dalla crisi». Il ministro dello Sviluppo Corrado Passera, impegnato ieri al meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, conferma le parole pronunciate domenica dal premier Mario Monti e prova a seminare ottimismo. Passera, sia nel suo intervento, sia parlando con i giornalisti a margine della tradizionale kermesse ciellina, ha voluto rafforzare i concetti espressi da Monti nella stessa sede. Le loro parole vanno forse intese come un tentativo da parte del governo di provare a tranquillizzare, se non addirittura rigenerare, un'opinione pubblica sempre più delusa e disincantata. «Dipenderà molto da quello che riusciremo a fare» ha spiegato il ministro «ma bisogna sempre ricordarsi come al primo posto debba sempre esserci la coesione sociale. È uno degli elementi portanti della fiducia e della crescita e non è un dato acquisito, non è una zavorra o un costo da portarsi dietro. Se si vuole crescere in modo sostenuto e sostenibile, coesione e competitività vanno insieme. Semmai la zavorra di questo paese è rappresentata da una delle più alte tassazioni al mondo: dobbiamo assolutamente correggere questa situazione, nel più breve tempo possibile». «Il governo Monti» ha proseguito il ministro dello Sviluppo «ha evitato il commissariamento del nostro paese. Ora che quel pericolo è superato, bisogna comunque ricordarci tutti che ci siamo andati molto vicini. Appena Mario Monti si è insediato, la prima cosa che ha fatto è stata quella di salvare l'indipendenza dell'Italia, evitare il fallimento con forti e drastiche azioni strutturali e condivise. Quello che ha cambiato l'umore del mondo intorno all'Italia è stata l'unità delle istituzioni, della politica, delle forze sociali e della gran parte dell'opinione pubblica». PASSATO «Dobbiamo dircelo senza reticenze» ha poi spiegato Passera «la situazione in cui versa l'Italia in realtà è peggiore di quanto uno poteva immaginare. L'eredità degli ultimi venti anni della Seconda Repubblica è molto deludente. Senza evasione e con un debito su livelli europei saremmo oggi un altro paese. La vera interpretazione di quel che è successo in Italia è questa: il debito pubblico era sceso al 100%, avevamo imboccato la strada giusta e poi è risalito al 120%. Ci siamo divorati una serie di risorse che ci avrebbero consentito oggi di essere tra i paesi virtuosi e con bassi spread, con tutti i vantaggi che ne conseguono». Dal palco del meeting poi Passera ha spiegato come l'Italia purtroppo si sia «giocata il dividendo dell'euro e poi per cercare di tenere i conti in ordine, lo Stato ha smesso di costruire futuro, ha sacrificato gli investimenti in conto capitale. Questo perché è sempre più facile tagliare gli investimenti che tagliare la spesa corrente». Ma una dinamica di questo tipo è pericolosissima e può portare ad effetti catastrofici e dai quali poi diventa molto difficile, se non impossibile, riprendersi. «La responsabilità della politica» ha continuato Passera «è stata senza dubbio quella di aver fatto crescere la spesa corrente primaria, dove c'è dentro anche molta inutilità, rispetto a quanto hanno fatto molti altri Paesi europei». E poi c'è l'evasione. Passera fa un esempio emblematico: «Quanto fanno 100 miliardi di evasione per 20 anni? 2000 miliardi, esattamente il nostro debito pubblico. L'evasione fiscale da un parte crea indignazione, ma dall'altra ci dice che ce uno spazio per intervenire e recuperare risorse». Ma non c'è solo l'evasione fiscale. Secondo il ministro infatti esiste «un ritardo che stiamo accumulando e che può essere molto più grave dello spread ed è la produttività. Abbiamo almeno 10 punti da recuperare rispetto all'Europa. C'è un grande spazio da andare a riprendere e una componente importante può venire dalle parti sociali. Sono sicuro che i sindacati avranno il coraggio di aiutare la produttività e questo lo vedremo nelle prossime stagioni contrattuali. Una maggiore produttività ci permetterebbe di recuperare quell'enorme spread in termini di competitività e di andare a redistribuire quanto guadagnato a imprese e lavoratori onesti». . . . «Abbiamo uno dei livelli di tassazione più alta al mondo: una zavorra da correggere» C'è chi dice no. Se il premier Mario Monti e il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, si dicono convinti che la crisi sia alle ultime battute, tanto da poter intravedere la luce in fondo al tunnel, i sindacati e gli imprenditori italiani sono di tutt'altro avviso. «Il Paese è in una situazione disastrosa» spiega il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni «e quindi mi auguro che le parole del ministro Passera, come quelle pronunciate domenica dal presidente del consiglio Monti, siano vere. Ma credo che la fine della crisi la vedremo solo quando tutti tireranno da una sola parte per affrontare i nodi che abbiamo di fronte. Il ministro dello Sviluppo per esempio dice cose molto importanti e mi trova d'accordo. Ha spiegato che la coesione sociale è importate, ma per raggiungerla, la concertazione è l'unica carta da poter utilizzare per tirarci fuori da questi problemi. Le parole di Passera fanno intendere che c'è una volontà da parte del governo nell'indicare la strada per un patto forte». Dello stesso avviso il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, che riferendosi all'invito di Passera alle parti sociali spiega come il problema non sia «solo tra di noi, perché in quel caso lo avremmo già risolto da diverso tempo: abbiamo già fatto molte cose importanti, ma da soli più di tanto non possiamo inventarci. Invito il governo a non tirarsi indietro. Servirebbe un tavolo a tre, ma credo poco che il governo abbia la forza per una operazione di questo tipo. Non ha la forza politica per una vera concertazione e su questo fronte non c'è una convinta consapevolezza di tutti i suoi membri». SOLOPAROLE «La posizione del ministro Passera» continua Angeletti «è condivisibile, ma temiamo che le sue parole non rappresentino la maggioranza all'interno del governo. Non si può non condividere anche la questione relativa all bassa produttività, è il vero problema, e il ministro ha fatto bene a sottolinearlo. Ma è parzialmente vero che sia una questione solo nelle mani delle parti sociali, che hanno già fatto molte cose, modificando i modelli contrattuali, e rilanciando la contrattazione di secondo livello. Il governo non ci ha molto assecondati su questo percorso. Non lo ha fatto, ad esempio, riducendo le deduzioni fiscali legate all'aumento di produttività. Ed ha peggiorato le norme che il precedente governo aveva varato per incentivare la stessa produttività». Anche la Cgil non si discosta dalle posizioni espresse da Cisl e Uil in merito alle parole del ministro Passera. Il sindacato guidato da Susanna Camusso ieri si è espresso per bocca della segretaria confederale Elena Lattuada, che ha definito le parole di Passera «un passo in avanti e noi siamo pronti a collaborare, ma ci deve essere anche un impegno del governo. Ed è singolare che invece l'esecutivo abbia deciso di tagliare gli sgravi fiscali sulla produttività. Non ha senso invocare che le parti debbano lavorare per lo stesso obiettivo, se non lo si persegue». La dirigente sindacale ha poi evidenziato il ruolo delle parti: «Nei contratti si può ragionare di produttività, è un impegno che può anche partire da noi, ma bisogna anche mettere in campo delle risorse economiche. Ed è un percorso che va accompagnato da una politica di carattere fiscale a favore delle imprese e del lavoro. Queste azioni possono favorire una stagione contrattuale che si presenta difficile, molto complicata anche dal numero in continuo aumento delle crisi aziendali». Ma non ci sono solo i sindacati tra gli scettici. Giorgio Guerrini, presidente di Rete Imprese Italia, ha voluto ricordare come «le imprese nazionali macinano e pure tanto, nonostante fattori di competitività sfavorevoli. Il governo adesso deve sfruttare al meglio gli ultimi 3-4 mesi di legislatura per dare una svolta, dalla spending review al capitolo sullo start up per creare condizioni migliori per fare impresa. Ilo ministro Passera sa bene che l'unico modo di sviluppare l'economia è attraverso le imprese e che i posti di lavoro finti e le imprese sostenute non servono, creano solo diseconomia e problemi». IL CASO I segretari di Cgil, Cisl e Uil sono delusi: poche risorse per la crescita. Preoccupati anche gli imprenditori austerità. La cancelliera Merkel ha fatto sapere che non sarà in grado di ottenere un terzo pacchetto di aiuti attraverso il Bundestag. Non più tardi dello scorso mese di luglio, Merkel e Hollande hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui si sono impegnati per «l'integrità» della zona euro. Nel frattempo, la Bce guidata da Mario Draghi continua a considerare le opzioni utili per alleviare il peso dei tassi sul debito di Paesi come la Spagna e l'Italia, prima che divengano insostenibili. La richiesta della destra tedesca di poter esercitare un diritto di veto sulle già limitate decisioni nelle mani del board della Bce è stato un altro preoccupante segnale della deriva disgregatrice che sta maturando in Germania e che alimenta l'anti europeismo annidato nelle forze politiche conservatrici più oltranziste e xenofobe del continente anche in Italia, mettendo seriamente in discussione il futuro del progetto europeo. Dall'inizio della tempesta venuta da Oltreoceano che ha investito l'economia europea, grandi Paesi membri dell'Ue governati dal centrodestra, la Francia di Sarkozy e la Germania della signora Merkel in testa, hanno imposto sullo scenario continentale il peso delle loro istituzioni finanziarie e creditizie sui partner più deboli per salvaguardare il proprio mercato interno e usato l'Ue e la moneta unica come sponda per espandere le loro attività economiche. Il boom delle esportazioni della Germania, che hanno superato in valore quelle cinesi piazzandosi al primo posto della classifica mondiale e la domanda nell'ultima asta dei Bund, che nonostante i tassi negativi ha superato largamente l'offerta, dimostrano che non sono i contribuenti tedeschi a pagare il prezzo della crisi dell'euro ma al contrario ne stanno ampiamente beneficiando. L'Italia sta pressando i suoi contribuenti per mantenere gli impegni assunti in Europa e ha riscosso e accantonato la quota di imposte da versare a quel fondo salva-Stati che potrebbe allontanare la speculazione dal debito sovrano europeo mentre la Germania lo sta boicottando, tenendo in bilico i mercati nell'attesa di un pronunciamento della sua Corte costituzionale. L'attuale classe politica tedesca sta dimostrando di avere una visione pangermanica dell'Europa fondata sulla legge del più forte e delle convenienze del momento che costituisce una pericoloso passo indietro rispetto ai principi di solidarietà e coesione sui quali gli stessi connazionali padri fondatori, da Konrad Adenauer a Walter Hallstein, hanno poggiato i pilastri dell'Unione europea e ai quali hanno ancorato il destino dell'allora giovane democrazia berlinese. Sono comportamenti inaccettabili sui quali i Paesi dell'Ue devono chiedere al più presto un chiarimento definitivo: i tedeschi ci dicano loro se vogliono ancora restare nell'euro e partecipare con passione e convinzione alla indispensabile costruzione degli Stati Uniti d'Europa, oppure no. *Vice presidente del Parlamento europeo Passera ci crede come Monti: «Vediamo la fine del tunnel» Al meeting ciellino di Rimini il ministro dello Sviluppo conferma «la luce» vista dal premier GIUSEPPECARUSO MILANO Tremanagerdell'agenziaFitch indagatiaTrani Laprocura diTraniha depositato ieri gli attidi chiusuradelle indagininei confrontidell'agenzia di ratingFitch. Lo rivela il Tg5. Ilpubblico ministero MicheleRuggieroe gli investigatori dellaGuardia di FinanzadiBari hanno indagatoduemanager dell'agenziache hasedea Parigi e il legale rappresentante in Italia della stessa società.Le ipotesi di reato sono le stessecontestatea Standardand Poor'seMoody's: manipolazione del mercatoazionarioe dellemerci con giudizi falsati, con l'aggravanteper Fitchdi unaagenziache avevaeha un rapportocontrattualecon la Repubblica italiana.Già il 31maggio scorso laProcura diTrani avevachiuso l'inchiestasull'agenziadi rating Standard&Poor's, la multinazionale americanache il 13gennaio scorso, a mercatiancora aperti,declassò l'Italiae altripaesi dell'Europa con untaglio del ratingdaAa BBB+. Manipolazione pluriaggravatae continuatadel mercato finanziario i reati ipotizzatidal pmMicheleRuggiero per i 5 indagati: gli analistiEileen ZhangeFrank Gill, dipendentidell'agenzia consede a Londra,Moritz Kraemer,dipendente di Francoforte, il responsabiledei servizi per l'Europae l'AfricaYeann Le Pallece l'expresidentedi Standard& Poor's, l'indianoDevenSharma. Ilpm contestavaalloraa S&P diaver posto in essere«unaserie di artifici concretamente idonei a provocare una destabilizzazionedell'immagine, prestigioeaffidamentocreditizio dell'Italia suimercati finanziari». In particolare, loStato italianoavrebbe risentitodei giudizinegativi espressi sul debitopubblicodel Paeseperben tre voltedaStandard& Poor's, il 20 maggio, il 23maggio e1 luglio2011, con laFinanziariaancora in discussione. Con l'aggravantedi«aver cagionato allaRepubblica Italiana undanno patrimonialedi rilevantissimagravità». Unpaiodi settimane faunaquarantina diparlamentaridel Pdlhannofatto richiestadicostituzione in partecivile controFitchperaver «creato a livello nazionalee internazionale un'artificiosa delegittimazionedel governo Berlusconi». Critici sindacati e imprese: «Noi siamo sempre al buio» GI.CA. MILANO . . . Angeletti: servirebbe un tavolo a tre, ma credo poco che il governo abbia la forza per convocarlo martedì 21 agosto 2012 3
cento per una precisa scelta militare del governo ,che aveva bisogno di un'industria interna capace di produrre lastre corazzate. E nonostante le molte difficoltà nell'avvio dell'attività, che avrebbero decretato la morte di una qualsiasi azienda privata, lo Stato decise di insistere e questo consentì al Paese di dotarsi di una moderna struttura siderurgica la cui attività si estese in molti settori». Adesso, restando all'acciaio, i problemisono altri: impattoambientale, costodel lavoro... «Ma la soluzione passa sempre dallo stesso punto: una politica industriale di largo respiro che abbia una visione chiara degli obiettivi e del cammino da fare per raggiungerli. Il che, nel caso dell'Ilva, significa calibrare un intervento pubblico per mandare a buon fine la bonifica, ma avendo ben chiaro che cosa si andrà a produrre nei prossimi anni e con quali sinergie industriali e occupazionali. Sono tutti ragionamenti, si badi bene, che sono stati fatti a suo tempo in altre grandi economie europee, mentre da noi si pensava soltanto a privatizzare per il gusto di privatizzare». Comelamettiamoconleagenziedirating, con i moloch della finanza e dei mercati, che tanto condizionano le sceltedei governi? «Il potere politico, se vuole, ha la forza per decidere e per mettere in atto la sua volontà. Negli Stati Uniti, la nazione con il maggior peso della grande finanza, nessuno ha potuto impedire all'amministrazione Obama di salvare i colossi dell'automobile con i soldi dei contribuenti, una scelta che non si può certo definire consona al dettato liberista». Sièperòtrattatodiunprestitodicapitali, per quanto esteso, non di un ingresso diretto dello Stato nell'attività imprenditoriale. «Io non ho un atteggiamento dogmatico sulle forme che può prendere la presenza dello Stato nel sistema industriale. Trovo interessante quanto detto da Giulio Sapelli su un intervento diretto con la creazione di aziende in settori nuovi con grandi potenzialità di sviluppo. Ma sarebbe altrettanto positivo un ruolo di regia con l'elaborazione delle politiche industriale di cui dicevo prima. Con una metafora calcistica, posso dire che non è così importante vedere lo Stato in campo piuttosto che seduto in panchina a dirigere la squadra. L'importante è avere una visione di gioco». Chi pensava che prima o poi i rincari dei carburanti avrebbero allentato la presa è destinato a una cocente delusione. Ribassi non sono all'ordine del giorno, non almeno se le cose continuano così, ovvero col persistere di quella che Paolo Scaroni, amministratore delegato dell'Eni, chiama «miscela esplosiva». «L'euro debole, il prezzo del petrolio che cresce e le accise che aumentano sono una miscela esplosiva per i prezzi dei carburanti. I prezzi rischiano di continuare a salire», è il pronostico del manager. Non c'è da stare allegri: già adesso, durante la settimana, la verde sfiora i 2 euro a litro. Pagarla di più sembra impensabile e sarà un salasso quando a settembre riprenderà la routine del lavoro, dei figli da accompagnare, una quotidianità molto spesso scandita dagli spostamenti in auto o in moto. Scaroni arriva al Meeting di Comunione e liberazione a Rimini per parlare di condivisione di risorse, di Africa e di sviluppo sostenibile. Ma non è proprio possibile evitare di affrontare un argomento cosi (im)popolare. I prezzi continueranno a salire e le famiglie consumeranno sempre meno. «In Italia nei primi sei mesi dell'anno c'è stato un calo dei consumi dei prodotti petroliferi pari al 9%, una cosa mai vista a memoria d'uomo - continua Scaroni - Vuol dire che il consumatore soffre di questi aumenti in modo particolare». Per porre un argine alla “sofferenza” che rischia di avere ricadute anche serie sull'intera filiera, proprio l'Eni ha avviato la stagione dei maxi-sconti nei week-end. Un'iniziativa molto apprezzata dai consumatori che però finirà il 3 settembre, «ma non è detto che non potranno esserci altre iniziative», dice ancora Scaroni. «Noi in Eni siamo determinati a fare la nostra parte», dice l'ad lasciando intravedere possibili mosse «perché l'energia - spiega - tutta quella di cui abbiamo bisogno e a un prezzo ragionevole, sarà ingrediente essenziale della nostra ripresa». «Faccio fatica a immaginare un' Eni che va a gonfie vele mentre il nostro Paese passa da una crisi all'altra», aggiunge. Ma in tutto questo Scaroni si dice «ottimista». Sull'euro, soprattutto, confortato dalla determinazione del pèresidente della Bce Mario Draghi a fare tutto il necessario per evitarne il crollo. Quanto all'Africa, sono ormai 22 i Paesi del continente in cui l'Eni è presente. Non parteciperà invece alle gare per lo sviluppo di giacimenti in Kurdistan: a impedirlo sono gli accordi stretti con l'Iraq per lo sviluppo dello giacimento in Zubair: «Tra le intese - conclude Scaroni - c'è quella di non stringere accordi con i governi regionali, compreso quello del Kurdistan». Al netto delle esage-razioni tipiche delperiodo ferragosta-no, il profluvio dinotizie sul salassoper Imu e imposte varie, mutui, tariffe, benzina a due euro al litro, trova fondamento nel disagio sociale che l'Unitàanche l'altro ieri evidenziava in prima pagina ( «Le famiglie sono in affanno») e con l'analisi di Carlo Buttaroni sui soggetti impoveriti dalla crisi. Il nostro Paese sta purtroppo vivendo un ciclo di impoverimento duraturo, grave e drammatico per i suoi effetti sul piano sociale ed economico. E il soggetto che soffre di più, che ne paga i costi maggiori è la famiglia, come ha ben messo in evidenza il Cer nel suo ultimo rapporto. Il continuo peggioramento della congiuntura riporta le famiglie a una situazione ben più grave di quella del 2009, quando il Pil perse 5 punti e mezzo: IN CADUTALIBERA Il reddito disponibile diminuisce quest'anno in termini reali del 4,3% rispetto al 2,5% del 2009. E, con la crescita che c'è stata del tasso di disoccupazione, non poteva che essere il calo dei redditi da lavoro dipendente (-2,2% in termini reali) a fornire il tributo maggiore. La caduta libera del reddito disponibile manifesta ovviamente il suo effetto depressivo sull'acquisto di beni e servizi, tanto che i consumi delle famiglie, secondo le previsioni di Confcommercio, subiranno nell'anno in corso una contrazione del 2,3%. A conferma della gravità basta ricordare l'indagine Istat, secondo la quale oltre un terzo delle famiglie ha ridotto i consumi alimentari già dal 2011. Contrariamente ai messaggi che sono arrivati agli italiani in questi giorni, l'unico sollievo arriva per coloro che hanno vecchi mutui a tasso variabile le cui rate non sono mai state così leggere, grazie al livello minimo toccato da tassi di interessi (calcolati con Euribor) che proseguirà anche nel 2013. Tuttavia, questo aspetto positivo mette ancora di più in luce la denuncia di Confartigianato sull'impennata del costo dei nuovi prestiti per la casa. È infatti scandaloso che le nostre banche si procurano liquidità con meno dell'1% e poi chiedono a chi si accolla un mutuo un margine di remunerazione che tocca anche il 5%. Insomma la pesante perdita del potere d'acquisto, dovuta anche ad un tasso di inflazione del 3%, l'aumento delle spese non comprimibili, l'impatto delle politiche di rigore del bilancio pubblico (con la conseguente riduzione delle prestazioni sociali) costituiscono una miscela di impoverimento non più sopportabile per le famiglie con redditi bassi e medi che genera recessione e tinge di nero le aspettative. CAUSAEDEFFETTO Esse sono causa ed effetto di quel circolo vizioso (rigore, austerità, recessione) che va al più presto interrotto per rimetterci sul cammino della crescita economica. Non dimentichiamo però l'origine di tutto ciò. Alle prime avvisaglie del trasferimento della crisi dalla finanza all'economia reale, fu detto subito al governo e in Parlamento, (ma solo dal Partito democratico perché all'epoca vigeva il conformismo) che sarebbe stato bene adottare politiche diverse. Invece le scelte di Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti hanno costituito fattori di aggravamento e di accelerazione della crisi del nostro Paese. L'abolizione totale dell'Ici; il folle esborso a carico del bilancio statale per il salvataggio di Alitalia (solo per non accettare la trattativa con i francesi avviata da Prodi); l'allegra gestione dei grandi eventi appannaggio delle grandi cricche; i tagli, fin dalla prima manovra del luglio 2008, agli investimenti (tranne che per il ritorno del nucleare) e agli enti locali che si sono poi tradotti in continui incrementi tariffari (acqua, rifiuti, trasporto pubblico locale, ecc); infine i ripetuti aumenti delle accise sui carburanti, dell'imposta provinciale sulle polizze Rc-auto e quello sull'aliquota Iva di un anno fa (i modi più semplice di fare cassa a scapito dei ceti più deboli e delle piccole imprese): queste alcune scelte compiute da Berlusconi e Tremonti. Proprio gli incrementi tariffari dei servizi pubblici, dell'Iva e delle imposte indirette, oltre al permanere di alcune rendite di posizione, sono la causa del nostro differenziale inflazionistico rispetto alla media dei Paesi Ue che oggi tocca il livello record dell'1,2. Significa che un terzo della nostra inflazione è generata esclusivamente da fattori interni, e questo rappresenta un pesante fardello sul potere di acquisto dei consumatori e sulla competitività delle nostre imprese. C'è oggi nel governo Monti qualcuno sensibile al controllo della dinamica inflazionistica per evitare l'allargamento di questo divario? La leva dell'imposizione indiretta sui consumi e quella tariffaria sono inique, inflattive e depressive. Non basta solo il rigore sui conti pubblici. Per invertire la tendenza all'impoverimento delle famiglie e redistribuire meno iniquamente il carico della crisi, bisogna far arrivare lavoro e soldi in tasca a coloro che oggi hanno meno, recuperando risorse da una lotta più efficace all'evasione fiscale e chiedendo di più ai grandi patrimoni, alle rendite finanziarie e corporative. L'AGENDA Il premier ha ribadito che la riduzione delle tasse e altre riforme strutturali non possono stare nell'agenda di questo governo: quindi proprio sui temi di come fare una riforma del fisco, e in quale modo recupera risorse, si caratterizzerà lo scontro tra gli schieramenti nella imminente campagna elettorale. I Democratici, con la Carta d'intenti presentata da Bersani, hanno già indicato obiettivi, direzione di marcia e strumenti per intervenire, con meccanismi di solidarietà e di redistribuzione a sostegno di coloro che sono ai margini, dei soggetti in affanno, del lavoro e dell'impresa, mettendo al centro l'economia reale e i suoi fattori di sviluppo sostenibile. Scaroni: così il prezzo della benzina salirà RICCARDO VALDESI ROMA . . . Lo Stato può stare in campo o allenare. Ciò che importa è che abbia una visione di gioco Tariffe, imposte indirette, disoccupazione Così le famiglie italiane pagano di più Cisonoragioni interne cheaggravano lacrisi permilionidicittadini IlgovernoMontihafatto alcunecose,masualtri temi l'azionerestacarente ANTONIOLIROSI L'ANALISI martedì 21 agosto 2012 5
Eadesso? Cosa succederàora che al colosso è sta-to imposto di fermare lapropria corsa inquinan-te? In città ronzano an-cora le parole dei ministri che in prefettura, tre giorni fa, avevano sostenuto le ragioni della produzione a tutti i costi, pena il disastro sociale ed economico. Le motivazioni con cui i giudici hanno scritto la sentenza che di fatto blinda le ordinanze del gip Todisco, invece, aprono scenari molto diversi, oltre che molto più chiari dal punto di vista del diritto. Senza tuttavia esprimersi in modo drastico sullo spegnimento degli impianti che non è altro che «una delle scelte tecniche» a disposizione dei custodi. Dopo questo provvedimento, in realtà, sono in molti a pensare che l'azienda provvederà quanto prima ad aprire la cassa integrazione per un numero molto elevato di operai, perché ai costi di esercizio degli impianti comunque aperti, si sommeranno quelli del personale. Girano anche voci di un possibile o probabile disimpegno della famiglia Riva, messa alle strette dall'astronomico preventivo che i custodi giudiziari potrebbero compilare una volta passati in rassegna gli impianti e deciso quali interventi siano necessari. Si parla di uno stabilimento in Russia già attrezzato e magari quasi pronto per essere attivato, altri dicono che l'obiettivo è spostato sulla Turchia dove i costi di produzione sarebbero inferiori di almeno il 20%. Gli scenari del futuro non sono comunque rosei, dal punto di vista occupazionale, a prescindere dal fatto che l'Ilva secondo alcuni esperti – come il chimico ambientale genovese Federico Valerio – andrebbe «rifatta di sana pianta. Ma nessuno andrebbe a casa, in quanto la chiusura, la bonifica e la ricostruzione di nuovi moderni impianti richiede lavoro e operai». C'è comunque un particolare non da poco: la proprietà degli sconfinati terreni su cui è stata costruita la fabbrica risulterebbe essere proprio del gruppo Riva, al quale quindi toccherebbe pagare il salatissimo conto delle bonifiche e quello del risarcimento dei danni, in caso di sentenze di condanna nel procedimento penale che potrebbe cominciare entro l'anno. Dal punto di vista tecnico, intanto, il fermo produzione e la messa al minimo degli impianti, per consentire tutti gli interventi tecnici necessari per eliminare inquinamento e pericoli, è molto più semplice di quello sostenuto a più voci da tanti. Anche perché, dicono alcuni, il problema principale dell'azienda al momento non sono i magistrati e le loro sentenze, ma il fattore tempo: guadagnarne più possibile, in attesa di capire quanti investimenti siano necessari e quindi se il gioco dell'acciaio valga ancora la candela. Il ciclo di vita di un impianto siderurgico, secondo i tecnici, dopo i cinquanta anni comincia a essere sempre più faticoso, e quello di Taranto ha ormai spento 60 candeline. L'area agglomerati e le acciaierie, dicono gli esperti, possono essere spente in tempi rapidi senza conseguenze per gli impianti. Nel caso delle acciaierie, anzi, è già stato fatto quando si è trattato di rifarle. Maggiori cautele sono imposte dai cinque altiforni, perché le altissime temperature di esercizio devono essere abbassate con molta gradualità, per non danneggiare i materiali refrattari di cui sono costituiti È comunque un'operazione di routine per quanto riguarda la manutenzione. Tutti questi impianti possono essere disattivati, in caso di necessità, senza pregiudizio per la struttura dello stabilimento. L'unico impianto dell'area a caldo, quella sottoposta a sequestro, che non può mai essere spenta del tutto, almeno secondo quello che spiegano i tecnici, è la cokeria, dove si brucia il carbon coke per alimentare la produzione. Invece di essere alimentata dal gas dell'altoforno, in stretto collegamento col ciclo produttivo, la combustione può essere tenuta viva – seppure al minimo, in regime definito di preriscaldo – da gas metano o gpl di rete. Anche in questo caso, infatti, l'esigenza è quella di evitare danni o rotture ai mattoni refrattari che, con un calo drastico di temperature, potrebbero scoppiare o spaccarsi. Sarà comunque la nuova Aia, annunciata dal ministro dell'Ambiente per la fine di settembre, a dettare le nuove regole e prescrizioni alle quali dovrà attenersi l'Ilva per poter continuare a produrre acciaio a Taranto. Con la previsione di un sistema di monitoraggio a ciclo continuo che dovrebbe evitare i controlli farsa e le imbarazzanti situazioni che vengono descritte negli atti di inchiesta della magistratura. L'azienda dovrà dotarsi delle migliori tecnologie disponibili, le Bat, per mettersi a norma. Ma dentro la nuova autorizzazione integrata ambientale non è così chiaro quali Bat saranno previste. Secondo il decreto legislativo 59/2005, il criterio di «disponibile» deve essere inteso secondo criteri di «ragionevolezza economica». In pratica, secondo l'Aia, Ilva potrebbe scegliere quali tecnologie adottare in base a propri criteri di spesa e di budget. Le perizie consegnate al gip Todisco, invece, parlano di «migliori tecnologie in assoluto», ossia indipendentemente dal costo. Solo quelle, infatti, secondo gli esperti, garantirebbero la messa in sicurezza del territorio da inquinamento ed emissioni. È il criterio previsto nel codice dell'Ambiente. Ma per le Bat della nuova Aia scritta per l'Ilva, sceglieranno la parola «disponibili» o quella «assolute»? GIUSEPPEVESPO iusve@twitter.com LuigiD'Isabella,segretariogeneraledellaCameradelLavorodiTaranto,ha letto le motivazioni del tribunale del Riesame che confermano il sequestro degli impiantidell'Ilva? «Sì e c'è una grossa novità rispetto a quanto aveva stabilito inizialmente il giudice per le indagini preliminari: l'ipotesi della chiusura degli impianti è solo una delle opzioni possibili, non l'unica. I giudici del Riesame scrivono che i custodi dovranno cercare delle soluzioni per pregiudicare il meno possibile gli interessi in gioco. Che sono la salute, la sicurezza e il lavoro. Per noi è fondamentale che si faccia il possibile per mantenere in attività gli impianti. Anche perché se l'attività produttiva è in piedi si possono trovare le risorse per risanare. Viceversa, quando non ci sono le aziende solitamente le aree vengono abbandonate. Come è successo a Bagnoli (Napoli, dove dopo venti anni dalla chiusura dell'Ilva la bonifica dell'area non è ancora conclusa, ndr)». C'èil rischiocheunpezzodiTarantosiritrovi in cassa integrazione, in attesa dei necessari interventidi bonifica? «È troppo presto per dirlo. Bisogna capire quali soluzioni tecniche verranno adottate. Ma già prima del sequestro della magistratura l'attività era a ritmo ridotto per via della crisi. Noi chiediamo che i primi interventi, già programmati all'Ilva per 146 milioni di euro, siano implementati massicciamente. Sul programma di investimenti la Fiom e la Cgil hanno deciso di aprire una vertenza aziendale». Il sindacato, come la politica, ha qualcosada rimproverarsi inquesta vicenda? «Nel passato non recente il sindacato ha forse sottovalutato qualcosa, così come per esempio rispetto all'ultima Aia (Autorizzazione integrata ambientale rilasciata dal ministero, ndr) si poteva chiedere di più, come ha fatto Legambiente. Ad ogni modo, ci siamo subito schierati contro il ricorso che l'azienda aveva presentato al Tar sull'ultima Aia. Detto questo, non accetto giudizi sommari: nessuno mi venga a dire che ci siamo svegliati adesso. Da tempo mangiamo ogni giorno pane e ambientalismo e negli ultimi anni sono stati fatti passi in avanti enormi. Da quando abbiamo le leggi regionali adeguate e le rilevazioni scientifiche necessarie, le emissioni di diossina sono state abbattute. L'Ilva ha dovuto investire quattro miliardi di euro a Taranto, uno dei quali per migliorare gli impianti. E negli anni abbiamo combattuto una battaglia epocale contro gli infortuni sul lavoro, anche mortali, che all'Ilva erano sopra la media nazionale e che adesso sono ai minimi termini». Eppurelamagistraturaèdovutaintervenire, evidenziando un'emergenza che nonsi scopre oggi. «È chiaro che resta ancora moltissimo da fare. La procura è intervenuta mettendo in luce degli aspetti meno evidenti di altri». Traiqualiunpresuntosistemaperrabbonirechidovevacontrollare? «Questo verrà stabilito alla fine. Non mi sembra corretto commentare delle indagini in corso». Recentementesièscagliatocontroquello che ha definito “analfabetismo industriale”.Che vuoldire? «A Taranto si gioca una battaglia politica. C'è una fetta di società che vorrebbe vedere la fabbrica chiusa, sostenendo che è desueta e che nulla può contro la siderurgia cinese o dei Paesi emergenti. C'è anche chi scrive editoriali sui giornali per dire che i tarantini devono scegliere fra barche a vela o petroliere. Io invece credo che gli impianti debbano restare produttivi e vadano bonificati. Del resto, solo pochi mesi fa, con le perizie dei pm già in corso, sull'Ilva e sull'ambiente si è giocata una dura battaglia elettorale. E i tarantini non hanno scelto chi arrivava a proporre fino alla chiusura dello stabilimento. Taranto ha dato molto all'industria del Paese, con l'Ilva, l'Eni e la Marina militare. Ora è giusto che qualcosa torni indietro: l'Ilva faccia la sua parte e il governo si faccia carico di un grande programma pubblico di risanamento». L'INTERVISTA I costi della bonifica e l'incubo lavoro Una veduta dello stabilimento Ilva di Taranto FOTO DI RENATO INGENITO/ANSA CSM S.M.R. INVIATO A TARANTO «Realizzare subito i primi interventi» Larichiesta: siapra unapraticaatutela delgipTodisco Lagoccia cheha fatto traboccare il vasoè stato quel titolo su«Libero» che la definiva«la zitella rossa che licenzia 11milaoperai». Uncaso non isolatoma inserito in quellacheè apparsacomeuna campagnadi stampa«offensiva»nei confronti del gipdi TarantoPatriziaTodisco. Ecosì treconsiglieridelCsm hannorotto gli indugie presacarta e pennahanno investitodel caso il Comitatodi presidenza,cioè l'organo divertice di Palazzodei marescialli,ponendo sul suotavolo una richiestaprecisa: intervenirea difesadel magistrato con l'aperturadi una pratica atutela. «Aspingerci a intervenire è statauna seriedi articoli e titoli, comequello di Libero,e anchealtri apparsi sul Giornale,decisamente offensivi nei confrontidi Todisco, a livello personaleoltre cheper l'attività svolta», spiega il togatoPaoloCarfì, checon il collega FrancescoVigorito, checome lui appartieneal gruppo di Area(il cartellodelle correnti di sinistra), e il laicodelPdGuido Calvi hapromosso l'iniziativa.«Si è presentatacome responsabilitàdella magistraturaunacrisi economica che poteva investire la zona diTaranto, quandosappiamobenissimo che nonè così». Quanto allo strumento scelto,«èveroche il discorsodelle pratichea tutelaè delicatoammetteCarfì - masecondo noi il Csmdeve dare quantomenoun segnalediattenzione ai magistrati chesi trovano in una situazionedi estremadelicatezza». ILDOSSIER . . . «Forse in passato il sindacato poteva fare di più, ma nessuno dica che ci siamo svegliati ora» L'aziendapagheràun costosalatissimoeinmolti temonolafugadaTaranto mentresiparlagiàdicassa integrazione. Ilnododelle tecnologiedausare. LuigiD'Isabella IlsegretariodellaCamera delLavorodiTaranto:«Per ilRiesameicustodidevono cercare lesoluzioniper pregiudicare ilmeno possibilegli interessi» La protesta di Taranto FOTO ANSA martedì 21 agosto 2012 9
06.30 TG1. Informazione 06.35 Previsioni sulla viabilità. Informazione 06.45 Unomattina Estate. Attualita' 10.10 Unomattina Vitabella. Rubrica 11.05 Un ciclone in convento. Serie TV 12.00 E state con noi in TV. Show. Conduce Paolo Limiti. 13.30 TELEGIORNALE. Informazione 14.00 TG1 - Economia. Informazione 14.10 Don Matteo 7. Serie TV 15.10 Capri. Serie TV 17.00 TG1. Informazione 17.15 Heartland. Serie TV 18.00 Il Commissario Rex. Serie TV 18.50 Reazione a catena. Gioco a quiz. Conduce Pino Insegno. 20.00 TELEGIORNALE. Informazione 20.30 Techetechetè. Rubrica 21.20 Last Cop - L'ultimo sbirro. Serie TV Con Maximilian Grill, Proschat Madani, Robert Lohr. 23.00 Passaggio a Nord Ovest. Documentario 00.00 L'amore è sordo. Con Giuditta Cambieri, Francesco d'Amico. 00.35 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.10 Sottovoce. Talk Show. Conduce Gigi Marzullo. 01.40 Rai Educational - Real School Salute. 07.10 Tutti odiano Chris. Serie TV 07.30 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 10.15 La complicata vita di Christine. Serie TV 11.20 Il nostro amico Charly. Serie TV 12.10 La nostra amica Robbie. Serie TV 13.00 Tg2 - Giorno. Informazione 14.00 Senza Traccia. Serie TV 14.45 Army Wives. Serie TV 15.30 Guardia Costiera. Serie TV 16.15 Blue Bloods. Serie TV 17.00 90210. Serie TV 17.55 Rai TG Sport. Sport 18.15 TG 2. Informazione 18.45 Cold Case - Delitti irrisolti. Serie TV 19.35 Ghost Whisperer. Serie TV 20.25 Estrazioni del lotto. Gioco 20.30 TG 2 - 20.30. Informazione 21.05 La spada della verità. Serie TV Con Craig Horner, Bridget Regan, Bruce Spence. 23.15 Tg2. Informazione 23.30 Rai 150 anni. La storia siamo noi. Rubrica 00.25 Gunrush - Nessuna protezione. Film Thriller. (2008) Regia di Richard Clark. Con Timothy Spall, Deborah Findlay, Aml Ameen, Jacob Anderson. 06.30 Il caè di Corradino Mineo. Attualita' 08.00 A cavallo della tigre. Film Commedia. (1961) Regia di Luigi Comencini. Con Nino Manfredi. 09.45 La storia siamo noi. Rubrica 10.40 Cominciamo Bene. Rubrica 11.15 Agente Pepper. Serie TV 12.00 TG3. Informazione 12.01 Rai Sport Notizie. Informazione 12.15 Per un pugno di libri. Informazione 13.10 La strada per la felicita'. Soap Opera 14.00 Tg Regione. / TG3. Informazione 14.55 La casa nella prateria. Serie TV 15.45 Le massaggiatrici. Film Commedia. (1962) Regia di Lucio Fulci. 17.10 Geo Magazine 2012. Documentario 19.00 TG3. / Tg Regione. Informazione 20.00 Blob. Rubrica 20.05 Un caso per due. Serie TV 21.05 Festival Internazionale del Circo di Budapest. Show. Conduce Ainette Stephens. 23.05 TG Regione. Informazione 23.10 TG3. Informazione 23.45 Correva l'anno. Reportage 00.40 Rai Educational. Documentario 01.15 Fuori Orario. Cose (mai) viste. Rubrica 02.00 Rainews. Informazione 06.35 Media shopping. Shopping Tv 06.50 Magnum P.I. Serie TV 07.45 Più forte ragazzi. Serie TV 08.40 Sentinel. Serie TV 09.50 Monk. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Pacific blue I. Serie TV 12.55 Distretto di Polizia IV. Serie TV 13.52 Poirot. Serie TV 16.05 My Life - Segreti e passioni. Soap Opera 16.50 Posta grossa a Dodge City. Film Western. (1966) Regia di Fielder Cook. Con Joanne Woodward,. 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.10 Siska. Serie TV 21.10 Anna and the king. Film Drammatico. (1999) Regia di Andy Tennant. Con Jodie Foster, Chow Yun-fat, Bai Ling. 23.05 Cinema d'estate. Show. 00.17 Seta. Film Drammatico. (2007) Regia di François Girard. Con Michael Pitt, Keira Knightley, A lfred Molina. 01.43 Tg4 - Night news. Informazione 01.53 Meteo. Informazione 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.35 Finalmente arriva Kalle. Serie TV 09.25 Miracoli degli animali. Documentario 09.40 Una sorellina di troppo. Film Commedia. (2008) Regia di Barbara Bredero. Con Tobias Lamberts. 11.10 I Cesaroni. Serie TV 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.10 Centovetrine. Soap Opera 14.46 Inga Lindstrom Rasmus & Johanna. Film Drammatico. (2010) Regia di Gunter Kraa. Con Julia Engelbrecht. 16.51 Il patto di Cenerentola. Film Commedia. (2010) Regia di Gary Harvey. Con Poppy Montgomery. 18.15 La ruota della fortuna. Show. 20.00 Tg5. Informazione 20.40 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 21.20 Il principe cerca moglie. Film Commedia. (1988) Regia di John Landis. Con Eddie Murphy, Shari Headley, Arsenio Hall. 23.41 Lo Squalo 3. Film Avventura. (1983) Regia di Joe Alves. Con Dennis Quaid, Bess Armstrong, Louis Gossett jr.. 02.00 Tg5 - Notte. Informazione 02.29 Meteo 5. Informazione 02.30 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 06.30 Il mondo di Patty. Serie TV 07.20 Hannah Montana. Serie TV 08.10 Cartoni Animati 10.30 Dawson's Creek. Serie TV 12.25 Studio Aperto. Informazione 13.02 Studio sport. Informazione 13.40 Futurama. Cartoni Animati 14.10 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 Dragon ball. Cartoni Animati 15.00 Hellcats. Serie TV 15.55 Glee 3. Serie TV 16.42 Anteprima Celebrity Games. Rubrica 16.45 Giovani campionesse. Serie TV 18.05 Le cose che amo di te. Sit Com 18.05 Love bugs III. Sit Com 18.30 Studio Aperto. Informazione 19.00 Studio sport. Informazione 19.25 C.S.I. New York. Serie TV 21.10 Top Gun. Film Avventura (1986). Regia di Tony Scott. Con Tom Cruise, Kelly McGillis. 23.15 Champions League Speciale. Sport 00.00 Domino. Film Azione. (2006) Regia di Tony Scott. Con Adam Clark, Keira Knightley,. 02.15 Rescue me. Serie TV 03.00 Studio Aperto - La giornata. Informazione 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus - Rassegna stampa. Rubrica 07.30 Tg La7. Informazione 09.55 In Onda (R). Talk Show 10.35 J.A.G. - Avvocati in divisa. Serie TV 11.30 Agente speciale Sue Thomas. Serie TV 12.30 I menù di Benedetta (R). Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Movie Flash. Rubrica 14.10 La parete di fango. Film Poliziesco. (1958) Regia di Stanley Kramer. Con Tony Curtis. 15.45 Chiamata d'emergenza. Serie TV 16.10 Il Commissario Cordier. Serie TV 18.05 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 In Onda. Talk Show. Conduce Filippo Facci, Natasha Lusenti. 21.10 Prime Suspect. Serie TV Con Maria Bello, Brian F. O'Byrne. 23.40 Tg La7. Informazione 23.45 Tg La7 Sport. Informazione 23.50 N.Y.P.D. Blue. Serie TV 01.35 Movie Flash. Rubrica 01.40 Cold Squad. Serie TV 03.10 In Onda (R). Talk Show. Conduce Filippo Facci, Natasha Lusenti. 21.00 Sky Cine News. Rubrica 21.10 Italians. Film Commedia. (2009) Regia di G. Verones Con C. Verdone S. Castellitto. 23.10 Kung Fu Panda 2. Film Animazione. (2011) Regia di J. Yuh. 00.50 Tutta colpa della musica. Film Commedia. (2011) Regia di R. Tognazzi. Con R. Tognazzi M. Messeri. SKY CINEMA 1HD 21.00 Le cronache di Narnia: Il leone, la strega e l'armadio. Film Fantasia. (2005) Regia di A. Adamson. Con T. Swinton J. McAvoy. 23.25 Una moglie per papà. Film Commedia. (1994) Regia di J. Nelson. Con R. Liotta W. Goldberg. 01.20 I fratelli Grimm e l'incantevole strega. Film Fantasia. (2005) Regia di T. Gilliam. Con H. Ledger M. Damon. 21.00 Il mio nome è Khan. Film Drammatico. (2010) Regia di K. Johar. Con S. Khan Kajol. 23.45 La donna perfetta. Film Commedia. (2004) Con N. Kidman B. Midler. 01.25 Il matrimonio del mio migliore amico. Film Commedia. (1997) Regia di P. Hogan. Con J. Roberts D. Mulroney. 18.40 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 19.15 Ninjago. Serie TV 19.40 Redakai: Alla conquista di Kairu. Cartoni Animati 20.05 Ben 10. Cartoni Animati 20.30 Ninjago. Serie TV 20.55 Adventure Time. Cartoni Animati 21.20 Brutti e cattivi. Cartoni Animati 21.45 The Regular Show. Cartoni Animati 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Come è fatto. Documentario 20.00 Top Gear. Documentario 21.00 Aare fatto!. Documentario 22.00 Las Vegas Garage. Documentario 23.00 Aari a quattro ruote. Documentario 00.00 Come è fatto. Documentario 19.00 Una splendida annata. Musica 20.00 Lorem Ipsum. Attualita' 20.20 Una splendida annata. Videoframmenti 21.00 Fuori frigo. Attualita' 21.30 Iconoclasts. Reportage 23.30 Jack Osbourne No Limits. Reportage 00.30 Fuori frigo. Reportage DEEJAY TV 18.30 Chelsea Settles: Una vita XXL. Serie TV 19.20 Popland. Telenovelas 21.10 Pauly D.: da Jersey Shore a Las Vegas. Serie TV 22.00 Punk'd. Show. Conduce Ashton Kutcher. 22.50 Ridiculousness: Veri American Idiots. Show. Conduce Rob Dyrdek. MTV RAI 1 21.20: Last Cop - L'ultimo sbirro Serie TV con H. Baum. Sindaga per omicidio in un campeggio. 21. 05: La spada della verità Serie TV con C. Horner. Sorella Nikki è costretta a inventare un nuovo piano... 21.05: Festival Internazionale del Circo di Budapest Evento con A. Stephens. Il circo spettacolo che incanta grandi e piccini. 21.10: Anna and the king Film con J. Foster. La giovane inglese Anna, va ad insegnare alla corte del re Mongkut 21.20: Il principe cerca moglie Film con E. Murphy. Akeem in Africa è l'erede al trono e suo padre gli ha combinato il matrimonio. 21.10: Top Gun Film con T. Cruise. Due amici riescono ad essere ammessi alla Scuola di caccia da combattimento. 21.10: Prime Suspect Serie TV con C. Horner. I rapporti tra Jane e i suoi nuovi colleghi non partono bene. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY ARENAUNITÀ OGGIVI CONSIGLIAMO... TV «IL LABIRINTO DEL FAUNO», LA GUERRA DI SPAGNA se-condo la lettura magica del messicano Guillermo Del Toro che, con questa appassionante favola gotica, si è aggiudicato tre Oscar. Sul finire della guerra civile, quando ormai Franco ha sbaragliato la resistenza, una bambina tenta di sfuggire alla crudeltà del patrigno, ufficiale franchista, rifugiandosi in una dimensione fiabesca ed oscura. In un labirinto dove Pan... Laguerracivile spagnola inunhorror gotico pieno di fantasia U: martedì 21 agosto 2012 21
CI SONO SCRITTORI CHE PESCANO NELLA FANTASIA PER CREAREIL LIBRODELLA LORO VITAE CENE SONO ALTRI CHE, INVECE, DEVONO SOLO FRUGARE NEL BAGAGLIO DELLE PROPRIE MEMORIE. Erskine Childers appartiene certamente a questa seconda categoria. L'enigmadellesabbie (Nuova Editrice Berti, pagine 251, euro 17), un romanzo che ha fatto una fugace apparizione negli scaffali italici e a cui finalmente viene data la giusta considerazione, è la storia di una vita, la sublimazione su carta di un'esistenza avventurosa. Oggi si direbbe che la vita stessa di un uomo come Childers è un film. E, in effetti, se Robert Erskine Childers non è stato protagonista di un vero e proprio film basato sulle sue gesta, è comunque apparso in diversi sceneggiati televisivi e programmi radiofonici. D'altro canto, un uomo di cui Winston Churchill in un'occasione disse che era un «grande patriota e statista» e in un'altra che nessuno «aveva fatto più male… al popolo irlandese di questo strano essere, attraverso un odio funesto e malvagio verso la terra dei suoi padri» non può essere anonimo. L'enigmadellesabbie è stato scritto fra il 1901 e il 1903, sulla scorta di un viaggio di mare effettivamente compiuto insieme al fratello, e narra le disavventure di due amici, Carruthers (il narratore) e Davies (un ambiguo avventuriero dei mari) che, a bordo del Dulcibella, attraversano il Mar Baltico e il Mare del Nord e si aggirano fra gli infidi banchi di sabbia delle Isole Frisone tedesche. L'intera storia, contrassegnata da dialoghi eleganti e ironici (un sapiente mix della duplice natura inglese e irlandese di Childers, nato a Londra da madre irlandese e padre britannico della piccola aristocrazia) e da descrizioni dei paesaggi desolati del nord che sembrano rimandare al naturalismo dell'americano Henry David Thoreau, è una lunga attesa, una sorta di avventuroso Aspettando Godot. Il Godot in questione è un presunto piano d'attacco via mare che la Germania starebbe approntando per mettere in ginocchio l'Inghilterra. Chi si attende un libro con inseguimenti mozzafiato e abbondanti scene d'azione si troverà a mal partito. Sono i tempi dilatati, la psicologia dei personaggi e la descrizione degli stati d'animo e degli ambienti naturali a farla da padrone. Qualcuno, non a caso, ha definito L'enigmadellesabbie una sorta di capostipite del moderno romanzo di spionaggio e chi abbia letto qualcosa del suo autore di punta moderno, John Le Carré, avrà ben chiaro il concetto: non tutte le spy story sono scritte nello stile sopra le righe di Ian Fleming e Le Carré ha parecchio in comune con lo stile placido, da bonaccia, di Childers. Come si diceva, la vita di Childers si legge come un bel romanzo d'avventura, con tanto di finale drammatico. Rimasto orfano in giovane età, Childers fu mandato in Irlanda, dove familiarizzò con una cultura fino a quel momento considerata rozza. Da buon cittadino britannico, per molti anni snobbò le pretese indipendentistiche dell'isola di smeraldo, presso cui compì il percorso educativo che lo portò a ricoprire la cattedra di presidente di una prestigiosa società intellettuale del Trinity College di Dublino. Con una brillante laurea in legge, entrò giovanissimo al parlamento inglese come consulente, praticò diversi sport e coltivò la passione per la navigazione. Tutto questo ben prima di essersi votato alla causa irlandese, contro la quale si espresse diverse volte in termini fortemente negativi. Anche l'assunzione di posizioni radicali e il loro ribaltamento è un elemento comune a molte grandi personalità. Fu, infatti, durante la Guerra Boera, in Africa, dopo essere stato ricoverato in un ospedale militare e aver stretto amicizia con un ragazzo irlandese che combattive nelle file dell'esercito britannico e che lo mise al corrente della frustrazione del suo paese, che le simpatie di Childers per l'imperialismo britannico iniziarono a vacillare. Allo scoppiare della Grande Guerra, evidentemente le sue certezze erano andate in fumo, perché Childers sfruttò le sue capacità di navigatore e il suo yacht, il celebre Asgard, per sbarcare sulle coste di Howth, vicino a Dublino, un carico d'armi tedesche destinate ai combattenti repubblicani, in seguito usate contro i soldati inglesi durante la rivolta di Pasqua. Fu proprio la dura repressione di quei disordini, con la condanna a morte di sedici patrioti decisa dalle autorità britanniche a convincere definitivamente Childers della necessità di prendere posizione per gli oppressi. La provenienza di sua moglie, l'americana Molly, da una famiglia inglese che aveva attraversato l'Atlantico a bordo della Mayflower per fuggire dall'oppressione in madrepatria fu un altro corroborante. Dal matrimonio con Molly, nacquero tre figli, uno dei quali, Erskine Hamilton Childers, sarebbe diventato il quarto presidente della Repubblica d'Irlanda. Aver fatto la conoscenza dei due leader del movimento indipendentista irlandese, Michael Collins e Eamon de Valera, gli diede uno slancio in più. Childers fu molto impressionato dalla loro determinazione e ben presto entrò a far parte del parlamento provvisorio irlandese, partecipando con il ruolo di segretario generale alla negoziazione del Trattato anglo-irlandese nel 1921. Allo scoppiare della guerra civile, prese le parti della fazione guidata da de Valera, non intendendo firmare il patto di fedeltà alla corona. Anche in questo caso, l'ambiguità della discendenza anglo-irlandese di Childers gli attrasse scarse simpatie da una parte e dall'altra. Arrestato dalle autorità del Libero Stato di Irlanda, fu condannato a morte e giustiziato il 20 novembre 1922 per possesso illegale di un'arma, una pistola che gli era stata donata proprio da Michael Collins quando i due combattevano ancora dalla stessa parte. In perfetta sintonia con il personaggio sfaccettato e guascone che era, pare che Childers abbia detto al plotone di esecuzione: «Fate un passo o due in avanti, ragazzi. Così, farete meno fatica». Anche la sua presunta richiesta al figlio sedicenne, futuro presidente del paese per cui si era battuto e aveva dato la vita, di stringere la mano a ciascun uomo che aveva sottoscritto la sua condanna a morte è in armonia con il modo in cui aveva sempre vissuto. Eamon de Valera, primo presidente della Repubblica d'Irlanda, disse di lui: «È morto da principe quale era. Direi che, di tutti gli uomini che io abbia mai incontrato, fu il più nobile in assoluto». Un giudizio stridente rispetto a quello al vetriolo espresso da Winston Churchill. Inutile dilungarsi sui perché. A questo punto, sarebbe interessante poter leggere in italiano la sua biografia, The riddle of Erskine Childers, scritta da Andrew Boyle. Chissà che ad accontentarci non sia proprio la Nuova Editrice Berti, che ha già reso disponibili in italiano opere pressoché introvabili di John Buchan, Anthony Trollope Henry James e Mark Twain, fra gli altri. LETTERATURA ROCK REYNOLDS rockreynolds@libero.it ... Arrestatodalleautorità delLiberoStatodi Irlanda, fucondannatoamorte il22novembre1922 Un'illustrazionedi ShaunTan L'enigma ErskineChilders Torna in libreria il capostipite delmodernoromanzodispionaggio Lavitaavventurosadello scrittore, inparticolare unviaggio inmarecompiuto col fratello, ispirò il libro scrittodall'autorebritannico fra il 1901e il 1903.L'intera storiaèuna lungaattesa L'ENIGMA DELLE SABBIE RobertErskine Childers pagine251 euro 17,00 NuovaEditriceBerti U: 20 martedì 21 agosto 2012
Si pensava ad una minoranza, ad un manipolo di «oltranzisti» che di fronte al dilagare dell'ideologia liberista continuava a coltivare in privato il convincimento di uno Stato non nemico ma fautore della crescita. Ed invece dopo la sortita di Susanna Camusso, con la richiesta di un intervento diretto del governo per aiutare aziende ed interi settori industriali ad uscire dalla crisi, sorge il dubbio di essersi sbagliati. Che la minoranza, insomma, non sia tale, composta piuttosto da tanti autorevoli esponenti del pensiero economico italiano che hanno atteso a lungo l'occasione per dare un segnale di rottura rispetto al pensiero egemone. Dopo il professor Giulio Sapelli, a parlare è lo storico dell'economia Giuseppe Berta, che per questo ha una preziosa visione di lungo periodo del rapporto fra Stato ed industria. «È vero - ci dice - la storia non si ripete mai allo stesso modo. Però ha il pregio di insegnarci tante cose, mostrando gli errori del passato e dandoci quindi la possibilità di non ripeterli. Una lezione che in questo drammatico momento di crisi faremmo bene a tenere presente». Inchemodo? «Dopo un secolo nel quale l'Italia ha sviluppato un suo modello peculiare, si è introdotta una cesura nel nostro modo di vedere lo sviluppo industriale. Negli anni Ottanta si è pensato che fosse necessario adeguarsi a modelli provenienti dall'estero, in primis dai Paesi anglosassoni, con il prevalere assoluto dell'attività privata. Il risultato è stato che la crescita si è interrotta mentre le stessa cosa non si è verificata in altre nazioni europee. E dire che allora avevamo già a disposizione un'altra esperienza storica che ci segnalava come quella scelta fosse sbagliata». Ache cosasi riferisce? «A quanto accadde dopo l'Unità d'Italia e la morte di Cavour. Per vent'anni si andò avanti assumendo dall'esterno i canoni del liberismo di allora, senza alcuna forma di protezione dell'attività nazionale. L'effetto fu il blocco della nostra industria manufatturiera finché, intorno al 1885, si voltò pagina e prese forma quell'economia mista, con interazione fra attività pubblica e privata, che ha accompagnato la crescita del Paese per circa un secolo. Cento anni dopo, ripeto, non ci siamo ricordati di quella lezione ed abbiamo proceduto ad una serie di privatizzazioni selvagge e senza una prospettiva industriale di lungo periodo. Una scelta sbagliata che adesso ci fa pagare un conto della crisi ben più salato rispetto a nazioni come la Francia e la Germania». L'obiezionepuòesseresemprelastessa: va bene la lezione della storia, ma siamonel2012. «Il che significa tutto e niente. Io insisto con la storia e con un esempio, la nascita della siderurgia nazionale, che in tempi di Ilva mostra il suo valore attuale. Le acciaierie di Terni nacquero e crebbero alla fine dell'OttoL'ITALIAELACRISI «Solo l'economia mista ha fatto crescere l'Italia» PIÙ STATO NEL MERCATO:COSÌ SUL'UNITÀ L'INTERVISTA ÈGIUNTOIL TEMPOCHEIL PENSIEROCATTOLICO,PERQUELTANTO OPOCOCHEABBIA UN'IMPRONTADI AUTONOMIA, si liberi dall'idea, purtroppo radicata in profondità anche a sinistra, per cui al di fuori del mercato non c'è salvezza. Come dire che la professione evangelica porta al dogma liberista pieno e incondizionato, sia in campo economico che in tutte le manifestazioni del comportamento umano. Dentro tale costruzione ideologica sta il pregiudizio per cui tutto quel che non è riconducibile al libero giuoco della domanda e dell'offerta è da inscrivere nella categoria dello statalismo prevaricatore, e per esso a quella variante di socialismo più o meno reale che avrebbe attecchito in Occidente. Come si sia potuto innestare un processo di deformazione così rilevante è materia di ricognizione storica, non solo con riferimento ai fondamenti della sociologia cristiana (dottrina sociale della Chiesa), ma anche con riguardo ad un'esperienza politica che ha segnato in particolare l'Italia del secondo dopoguerra e della ricostruzione. La figura di De Gasperi, così abbondantemente evocata in quest'estate, andrebbe rimessa a fuoco non per ascriverla forzatamente ad una appartenenza a qualsiasi scuola economica ma per l'equilibrio di una esperienza in cui il rispetto per la libera iniziativa si è coniugato con un intervento dello Stato democratico tanto selettivo quanto incisivo. Quell'esperienza parlava non per enunciazioni teoriche, ma per atti di governo compiuti sulla base di un'autonomia programmatica ispirata ai diritti della persona sia quanto all'ambito civile che quanto - come si diceva all'epoca - alle istanze sociali. Se una memoria «altra» si è sovrapposta abusivamente a tale esperienza, questa va riportata alla luce in una autenticità che interpella sia gli epigoni della destra cattolica che contrastarono le scelte degasperiane, sia quanti altri la sostennero con convinzione. E non appartenevano solo alla sinistra democristiana, come quella che avrebbe imposto la propria linea ad un leader riluttante e diffidente, ma si collocavano nel cuore stesso della sua influenza. Varrebbe davvero la pena di riscoprire i capitoli delle «Idee ricostruttive della Democrazia cristiana» del 1942 e le opzioni dei governi centristi compiute in alternativa alle sinistre dell'epoca, ma sempre con tratti di inconfondibile distinzione dalle richieste della destra economica, che pure si manifestavano in un contrasto senza diaframmi. L'esproprio del latifondo, pagato agli agrari con titoli di Stato, e la distribuzione delle terre ai contadini furono accompagnate da violente polemiche in nome del diritto di proprietà che non si voleva assoggettato alle regole del bene comune. La creazione dell'Eni di Enrico Mattei non avvenne, come si lascia credere, sotto il consolato di Fanfani ma precisamente nell'ambito dell'impulso degasperiano, volto a realizzare quel sistema economico misto che per lungo tempo suscitò attenzione e considerazione in Europa e sotto il quale maturarono il pareggio di bilancio, l'Oscar della Lira e il miracolo economico. Che non fu dunque il frutto degli spiriti animali (che pure si manifestarono nel conflitto sociale e nella lotta politica), ma il risultato del tentativo di utilizzare tutti gli strumenti di governo per realizzare un'economia a servizio dell'uomo, come allora si proclamava. I temi del lavoro e del pieno impiego risentivano giusto tenerne conto - del vento keynesiano che soffiava dagli Stati Uniti, ma non si può ignorare che assai prima della liberazione proprio De Gasperi aveva scritto che potesse essere «bandito per sempre lo spettro della disoccupazione»; ed a tale principio si era rifatto alla fine della sua impresa politica quando nel 1954 aveva affidato ad Ezio Vanoni il compito di definire un piano di sviluppo dell'occupazione e del reddito, nel quale l'intervento dello Stato aveva un ruolo definito come orientamento e stimolo della privata iniziativa. Il catalogo degli spunti potrebbe utilmente continuare, magari con il corollario dei contrasti che opposero alla linea degasperiana la vis polemica di un Luigi Sturzo divenuto l'oppositore senza mediazioni di quello che allora non poteva neppure essere considerato un embrione di degenerazione statalista, ma soltanto un indirizzo i cui difetti potevano essere prevenuti, se si fossero applicate le norme sulle incompatiblità saggiamente predisposte, ma dopo la scomparsa di De Gasperi, dal vecchio fondatore del Partito popolare. I due protagonisti, in questa luce, si integrano a vicenda e non c'è più spazio per la caricatura, circolante anche tra i cattolici nel Pd, per cui c'era una volta lo statalismo democristiano e poi venne la redenzione liberista. Troppo semplice, amici e compagni. MARCOVENTIMIGLIA MILANO ILCASO Dopo l'intervistaa SusannaCamusso ieri sulnostro giornale èproseguito ildibattito sull'interventodiretto delloStato nell'economia.MarcoVentimiglia ha intervistato Giulio Sapelli,docentedi Storiadell'Economia alla Stataledi Milano,per ilquale il modelloa cui ispirarsi«è l'Eni enon l'Iri».Sapelli ha sottolineato: «Vacambiato il pensieroper cui lo Stato imprenditoreènemico dellacrescita». GiuseppeBerta LAPOLEMICA DOMENICOROSATI Alcoa,protestecontro ilbloccodell'impianto Nuovamanifestazione dei lavoratori dell'Alcoadi Portovesme,hanno iniziatoall'alba di ieri, con presidio davantiallostabilimenti e bloccodella stradaprincipale dellazona industriale. Glioperai, supportatidai colleghidelle ditteche lavorano inappalto, hanno protestatocontro l'annunciatoblocco degli impianti chedovrebbe scattare il 31agosto.Lamultinazionale statunitense, infatti, dopo la rottura della trattativa col fondo tedesco Aurelius,haannunciato chese entro la finedel mese non ci saranno nuove manifestazionidi interesse, ilprimo settembreavvierà le procedure per il fermodellostabilimento.Creando 2500nuovidisoccupati. La tensioneè alta, I sindacati parlanodi situazione cherischiadi diventare ingovernabile. Ierinel pomeriggiounariunione tra rappresentantidell'azienda equellidei lavoratori. «Latrattativa con il fondoAurelius, chenon si èconclusa, hadei lati oscuri, chenon conosciamo- dichiara Bruno Usaidella Fiom Cgil - Secondonoiora la responsabilità sta nellemanidel governoedei partiti che losostengono. Tutti si sonospesi con belleparole dicendoquantoè strategicaquesta produzioneper il nostro Paese,ma se la situazionenon cambiaentrodieci giorni in Italia nonsi produrrà più alluminio». Senzaalluminio esenza 2500posti di lavoro inunterritorio, il Sulcis, già martoriatodalla crisi industriale. . . . Negli anni Ottanta l'Italia ha abbandonato il suo modello industriale per prenderlo dall'estero «Sonod'accordocon GiulioSapelli, chepensa allacreazionediaziende pubblicheneisettori apiùaltopotenziale di innovazione» Troppi cattolici sono diventati di fede liberista 4 martedì 21 agosto 2012
L'analisi Il Machiavelli che vale ancora oggi LucaBaccelli Docente di Filosofia del diritto LASOGLIADELLAPOLITICAMODERNAÈSE-GNATADAUNBREVETRATTATO:«ILPRINCIPE»DINICCOLÒMACHIAVELLI.È passato quasi mezzo millennio dalla sua redazione, nel 1513, e in un bell'articolo su la Repubblica del 6 agosto Roberto Esposito ha presentato le iniziative che nel prossimo anno celebreranno la ricorrenza. Esposito segnala tre questioni ancora attuali su cui Machiavelli ha rivoluzionato il pensiero politico: il tema del potere costituente, il nesso fra politica e vita, il nodo ordine-conflitto. Dal canto suo, Giuliano Amato enfatizza il ruolo essenziale di una certa dose di «cinismo» nell'azione politica. È insomma lo snodo fra etica pubblica e conflitto politico, valori e spazi effettivi di azione che continua ad interrogarci. Nei secoli, le interpretazioni dell'opera machiavelliana hanno subito un moto oscillatorio. Da un lato si sono susseguiti gli autori che l'hanno considerata «scritta dal dito di Satana» o comunque da un «maestro del male». Più meditatamente per altri, come Benedetto Croce, Machiavelli «scopre la necessità e l'autonomia della politica che è di là, o piuttosto di qua, del bene e del male morale, che ha le sue leggi cui è vano ribellarsi». D'altro lato c'è la tradizione interpretativa che ha visto Machiavelli come l'anti-Hobbes, e lo stesso «Principe» come il «libro dei repubblicani». Dopo un'eclissi per buona parte del Novecento, questa interpretazione ha conosciuto nuova fortuna con la riscoperta del pensiero politico repubblicano della prima modernità. In questa linea Maurizio Viroli ha sostenuto che «Il principe» e «I discorsi» hanno obiettivi incompatibili ed utilizzano linguaggi diversi: rispettivamente, quello dell'«arte dello stato» e quello della «politica» (classica, o «antica prudenza»). È a partire di qui che Viroli ha elaborato la sua fortunatissima visione del repubblicanesimo come «nuova utopia politica» declinata in termini di bene comune, virtù pubblica, religione civile. Ma ci si potrebbe chiedere: se Machiavelli è il continuatore dell'«antica prudenza», perché ha rappresentato una sfida così radicale per il pensiero politico successivo? E si potrebbe ipotizzare che nella sua opera si ritrovi un'impostazione del rapporto fra etica e politica alternativo sia alla tradizione della politica classica sia quella della ragion di Stato e della moderna Realpolitik. Quentin Skinner ha enfatizzato la reinterpretazione rivoluzionaria del concetto di virtù: Machiavelli lo utilizza in riferimento a qualsiasi qualità necessaria per «mantenere lo stato», «compiere grandi cose» e soprattutto difendere la libertà della repubblica; qualità che possono anche configgere con le virtù tradizionali e con i precetti della morale cristiana. Se è così, Machiavelli non propone affatto una concezione avalutativa della politica: l'azione politica è ispirata a principi e valori, ma tali valori si autonomizzano da quelli morali. Machiavelli lo segnala con un raffinato gusto del paradosso. Nel «Principe» nota in Cesare Borgia la coesistenza di «tanta ferocia e tanta virtù», mentre Agatocle, «accompagnò le sue sceleratezze con tanta virtù di animo e di corpo». Nei «Discorsi» scelleratezza e virtù ritornano insieme in Annibale mentre si diagnostica impietosamente l'inefficacia della bontà di Piero Soderini. E nel capitolo III.41 si afferma: «dove si dilibera al tutto della salute della patria, non vi debbe cadere alcuna considerazione né di giusto né d'ingiusto, né di piatoso né di crudele, né di laudabile né d'ignominioso; anzi, posposto ogni altro rispetto, seguire al tutto quel partito che le salvi la vita e mantenghile la libertà»: il fine della sicurezza collettiva si connette immediatamente a quello della libertà, e questi fondamentali fini politici legittimano la deroga dai precetti morali. Peraltro, «sapere essere non buono, e usarlo o non l'usare secondo la necessità» («Il principe», 15) è necessario, ma non è facile. C'è l'idea di una costruzione consapevole della cattiveria virtuosa; occorre «non partirsi dal bene, potendo, ma sapere intrare nel male, necessitato» (ivi, 18). D'altra parte determinate morali – in particolare, determinate morali religiose – possono contribuire allo sviluppo di un ethos che favorisce l'agire politico virtuoso. Il termine «realismo politico», va riconosciuto, è ambivalente e deve essere specificato. In particolare, sarebbe fuorviante identificare il realismo politico di Machiavelli con il pensiero politico dell'assolutismo, e più in generale con le posizioni politiche conservatrici, nell'idea che «principio di realtà» e «principio speranza», siano – come ha brillantemente sostenuto Pier Paolo Portinaro – assolutamente incompatibili. Per Machiavelli, seguire la «verità effettuale» non significa negare la possibilità del mutamento, dell'intervento creativo e trasformatore. Peraltro, le norme e le istituzioni giuridiche possono svolgere un ruolo importante nell'incanalamento del conflitto e nell'innovazione politica, nella costruzione di «leggi ed ordini in beneficio della publica libertà». Il realismo machiavelliano è insomma assai lontano da quello della Realpolitik, per non dire dal cinismo triviale di certa pratica politica quotidiana («sangue e merda», diceva Rino Formica). In una prospettiva di «realismo repubblicano» ispirata a Machiavelli la nozione di virtù è ancora attuale, ma a patto di declinarla in termini politici, come «astuzia situazionale», cioè come capacità di individuare gli spiragli lasciati dalla «fortuna» e dall'«occasione» nella morsa della necessità; è in questo senso che si deve riconoscere quell'autonomia funzionale alla politica che viene negata nelle filosofie politiche normative contemporanee. E lo stesso neorepubblicaneismo, per quanto si dichiari ispirato a Machiavelli e alla sua concezione della libertà, sembra proporre una forma di ri-eticizzazione della politica. Ma criticare le scorciatoie ideologiche e le illusioni moralistiche, ricercare la «verità effettuale», tentare di cogliere la «qualità dei tempi», non significa negare la possibilità del mutamento, dell'intervento creativo e «trasformatore». Rifuggire l'«impotenza del dover essere» non significa abbandonarsi al dover essere dell'impotenza. Di fronte allo scenario complesso della società globalizzata, alle possibilità che apre, ai drammi ed alle sofferenze che produce, giova ben poco immaginarsi «repubbliche e principati che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero». Machiavelli raccomanda un altro atteggiamento: impegnarsi per i valori ed i principi, mostrarsi responsabili verso i sentimenti e le lealtà di cui avvertiamo l'urgenza, che dobbiamo amare «più della nostra anima», significa cercare di affermarli nell'angusto spazio di possibilità che i processi in atto e le condizioni date aprono, assumendosene l'onere ed il rischio. Nella consapevolezza che comunque, di fronte ad una «universale corruzione» anche le migliori soluzioni istituzionali sono impotenti. Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 «Dopo l'uscita dalla cappa sovietica, è preoccupante che un grande Paese come la Russia torni a dare segni di grave oppressione della libertà di espressione». Lo afferma l'europarlamentare Debora Serracchiani, membro della commissione Libertà civili, commentando la condanna da parte dal tribunale di Mosca del gruppo musicale Pussy Riot a due anni di carcere, per vandalismo e istigazione all'odio religioso. GIANCARLO LANCELLOTTI Che quello di Putin sia un regime in cui non c'è più spazio per un dibattito democratico sembra ormai evidente. La farsa del tempo in cui l'ex presidente si era trasformato in premier prima di ridiventare presidente ha reso evidente la impossibilità, per la Russia attuale, di immaginare delle alternative per un potere raccolto tutto nelle mani di una sola persona e il modo in cui, dall'esterno, sarà possibile aiutare chi, coraggiosamente, tenta di opporsi a Putin ed alla nuova nomenclatura che intorno a lui si è organizzata: in continuità evidente con quella del partito e dei suoi apparati di polizia. Sono stati gli uomini e i gruppi che, da posizioni di potere, hanno avuto la possibilità di appropriarsi della politica e degli immensi patrimoni un tempo pubblici del grande orso sovietico quelli che hanno in mano oggi ricchezze immense e la guida di questo immenso e potentissimo Paese: uomini avidi, corrotti e del tutto disinteressati alla storia del socialismo in cui sono stati educati, quando la mancanza di democrazia corrispondeva, almeno, ad una attenuazione forte delle disuguaglianze sociali e che sembrano aver abbracciato oggi, con l'entusiasmo insano del neofita, i principi del capitalismo «selvaggio» criticato da Marx nell'800. Proponendo un problema grave ad un futuro che ci riguarda molto più da vicino di quello che siamo abituati a pensare. LA SIRIA DIVENUTA IL CAMPO DI BATTAGLIA DI UNO SCON-TROLACUIPOSTAINGIOCOVAORMAIBENALDILÀDELLE SORTIDELL'IMPRESENTABILEREGIMEdi Bashar al-Assad. Israele che sembra accelerare i preparativi di un attacco all'Iran. L'Egitto che invia aerei e blindati nel Sinai per contrastare la penetrazione qaedista. Il Medio Oriente è oggi una polveriera pronta ad esplodere. Una polveriera nucleare. Nelle capitali arabe, come a Gerusalemme, e nelle più influenti cancellerie europee l'interrogativo più in voga è: quale sarà l'episodio che farà esplodere la «polveriera»? L'internazionalizzazione della guerra siriana? I raid aerei israeliani contro i siti nucleari dell'Iran? O una resa dei conti in Egitto tra il «fratello musulmano» divenuto presidente, Mohamed Morsi, e i vertici, vecchi e nuovi, di un esercito che non intende rinunciare agli enormi privilegi economici accumulati nei trent'anni del «regno» di Hosni Mubarak? La storia del Medio Oriente racconta una verità incontestabile: quando la diplomazia abdica, il vuoto lasciato viene puntualmente coperto dai signori della guerra, palesi e occulti. Oggi quel vuoto può essere coperto solo dall'Europa. Così come è avvenuto sei estati fa, quando solo l'iniziativa europea, su pressione italiana, permise di offrire, sul campo, una soluzione di stabilità e di pacificazione dopo la guerra in Libano tra Israele e le milizie hezbollah. Sei anni dopo, la storia si ripete. Ad un Medio Oriente sull'orlo del baratro, l'Europa può e deve offrire una sponda diplomatica che copra l'altro vuoto: quello lasciato dagli Stati Uniti. Gli Usa, ovvero il grande assente sullo scenario mediorientale. Ed è proprio in Medio Oriente, sul Medio Oriente, che si registra, in politica estera, lo scarto più forte tra le aspettative suscitate da Barack Obama e i miseri risultati raggiunti a conclusione dei suoi quattro anni alla Casa Bianca. Il «Nuovo Inizio» nei rapporti tra Occidente e mondo arabo e islamico, evocati da Obama, non è mai iniziato. Della «questione palestinese», che pure il presidente Usa aveva posto, nelle intenzioni, ai primi posti della sua agenda internazionale, si è persa traccia. Quanto alle «Primavere arabe», gli Stati Uniti le hanno più subite che favorite, ed oggi sono spiazzati dalla torsione islamista che quelle rivolte hanno subito. L'inazione americana sarà sempre più palmare quanto più si entrerà nel vivo della campagna presidenziale. I falchi di Tel Aviv - quelli che non nascondono il loro sostegno al candidato repubblicano, Mitt Romney - ne sono consapevoli, e per questo se attacco all'Iran ci sarà, esso è previsto in quella «finestra» temporale, ottobre-dicembre - quando in America non ci sarà un presidente nella pienezza delle sue funzioni e del suo potere (politico) e il nuovo presidente (sia esso Obama o Romney) non sarà insediato alla Casa Bianca. Spesso si discetta su una partnership euroatlantica nel campo della sicurezza e della pace. Mai come oggi questa partnership può nascere solo dall'impulso europeo. A patto che l'Europa riesca a parlare con una sola voce in Medio Oriente, mettendo da parte anguste visioni tardocoloniali e l'illusione di poter rinverdire vecchie logiche di potenza nazionale. Sul fronte economico, si è parlato, e a ragione, di un «Patto euromediterraneo» nato sull'onda della vittoria presidenziale di Francois Hollande in Francia. Questo «Patto» dovrebbe allargare i suoi orizzonti, sviluppando un dialogo attivo con i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo e del Medio Oriente. Il fattore tempo non gioca in favore della pace. Così come si è già rivelata fallimentare l'illusione che in Medio Oriente si potesse perpetrare il vecchio status quo, quello che si fondava su regimi - come quello egiziano - spazzati via dalle rivolte di popolo. Indietro non si torna. Ma sul futuro mediorientale si proiettano venti di guerra. Riprendere l'iniziativa diplomatica è di vitale importanza. Ma il «motore» non può essere americano. Né russo o cinese. Quel motore deve essere europeo. Si tratta di riscrivere l'agenda mediorientale, riportandone al centro la questione colpevolmente dimenticata: quella palestinese. L'intuizione che fu di Obama può rappresentare il perno di quel nuovo «Patto euromediterraneo» di cui l'Italia, assieme alla Francia di Hollande, può essere - come fu sei anni fa - decisiva protagonista. Nonostante tutto, in Medio Oriente, nei Paesi arabi come in Israele, esistono forze politiche, movimenti della società civile, energie intellettuali disposte all'ascolto. Ma hanno bisogno di una Europa che non sia più, in quella cruciale area del mondo, «gigante» economico e «nano» politico. L'Europa è chiamata a tradurre il suo peso economico in nuovo protagonismo politico-diplomatico. Può farlo se - è il caso del conflitto israelo-palestinese saprà praticare il principio dell'«equivicinanza» tra le parti in causa, offrendo impegno concreto sul campo (una forza d'interposizione a Gaza, ad esempio). Le idee non mancano. Ciò che va verificata è la volontà politica di attuarle. L'Europa può provarci. L'America «elettorale» no. COMUNITÀ La tiratura del 20 agosto 2012 è stata di 97.809 copie Dialoghi Le Pussy Riot e la democrazia nella Russia di Putin Il commento Nella crisi mediorientale l'Europa batta un colpo Umberto DeGiovannangeli . . . Non c'è soltanto cinismo ma anche valori nel messaggio dell'autore del Principe . . . È fuorviante identificare il suo realismo politico con il pensiero politico dell'assolutismo 16 martedì 21 agosto 2012
Losport ridottoamera competizioneda imparareascuola.Così ilgovernobritannico scivolasull'asticella È SCONVOLGENTE, LA NOTIZIA DELLA MORTE DI TONY SCOTT: NON LA «NORMALE» SCOMPARSA DI UN CINEASTA, MA UNA STORIA TRAGICA CHE FINIRÀ NEGLI ANNALIDI HOLLYWOOD BABILONIA. Il regista di Top Gun, afflitto da un tumore al cervello, si è suicidato lanciandosi dal Vincent Thomas Bridge, un ponte sospeso alto più di 50 metri fra San Pedro e Long Beach, nella Los Angeles County, California. I passanti l'hanno visto parcheggiare l'auto, scavalcare il parapetto e lanciarsi nel vuoto. Il ponte supera un braccio di mare, nella zona del porto di Los Angeles: il cadavere è stato ripescato alle 15 di ieri, ora locale. Scott ha lasciato un messaggio di addio nel suo ufficio, il cui contenuto è ovviamente riservato. Lascia la moglie, Donna, e due figli gemelli. Se cercate in rete foto di Tony Scott, lo vedrete quasi sempre con un berretto da baseball rosso sbiadito: era una specie di portafortuna, non lo abbandonava mai. La sua è una faccia da inglese lievemente buffa, una vaga somiglianza con Alec Guinness e una più forte, ovviamente, con il fratello Ridley. Nato nel 1944, Tony era il più piccolo di tre fratelli (Ridley è del 1937, il maggiore si chiamava Frank ma è morto giovanissimo, prima che gli altri due diventassero famosi). Rampolli di una famiglia militare, i fratelli Scott non seguirono la tradizione. Tony da ragazzo voleva fare il pittore, ma il suo destino venne deciso quando a 21 anni interpretò BoyandBicycle, uno dei primissimi cortometraggi di Ridley. Subito dopo andò a lavorare con il fratello nella «mitica» Ridley Scott Associates, una società che negli anni '70 produsse migliaia di spot pubblicitari per il mercato britannico e internazionale. Sia Ridley che Tony si fecero le ossa così, come altri registi britannici della loro generazione, da Alan Parker a Hugh Hudson. Lavoravano come pazzi, erano celebri (nel settore) e ricchissimi. Non avevano bisogno del cinema, fu il cinema ad aver bisogno di loro. Tony Scott esordì nel cinema con Miriam si sveglia a mezzanotte, uno stranissimo horror sexy-vampiresco con un cast davvero singolare: David Bowie e Catherine Deneuve. Fu un fiasco notevole, che relegò il regista nella pubblicità per un paio d'anni, finché Hollywood – infatuata, in quegli anni, dallo stile cinetico e vorticoso degli spot – non lo chiamò per dirigere Tom Cruise in un film sui piloti militari. Parliamo ovviamente di Top Gun (1986), film culto per una generazione, decerebrato ma visivamente travolgente. Dopo quel trionfo Tony diventò uno dei nomi di punta del cinema americano d'azione: ricordiamo Giorni di tuono (1990, ancora con Cruise), Una vita al massimo (1993, da un copione di Quentin Tarantino), Allarme rosso (1995), il notevole Spy Game (2001, con Robert Redford), Man on Fire (2004) e altri titoli sino all'ultimo Fuori controllo, con Denzel Washington, uno degli attori con cui ha lavorato più spesso. I film di Tony Scott erano adrenalina pura. Spesso c'era l'adrenalina e poco altro, ma certo con lui non ci si annoiava mai. I superstiti fedeli della «politica degli autori» lo consideravano probabilmente il fratello muscolare di Ridley, che invece faceva «arte» in Blade Runner e vinceva gli Oscar con Ilgladiatore. In realtà, a osservarli bene, erano sostanzialmente identici: due registi puri, alieni da qualunque messaggio o tematica, capaci di impaginare in modo spettacolare anche l'elenco del telefono. Che Ridley abbia fatto oggettivamente film più belli (ma non tutti: anche nella sua filmografia, giunta con Prometheus al ventesimo titolo, ci sono cadute fragorose) potrebbe essere solo questione di fortuna, o di primogenitura. Vietato fare illazioni sul rapporto tra i due, che almeno sul piano professionale è sempre stato di totale complicità: l'unica cosa certa è che Ridley ha perso due fratelli in circostanze tragiche, e nessun film, nessun Oscar glieli restituirà. PIPPORUSSO nedoludiforever@yahoo.it CULTURE CONCLUSA LA XXX OLIMPIADE, SI APRE IN GRAN BRETAGNA L'ANNUNCIATO DIBATTITO SULL'EREDITÀ CHE LA MANIFESTAZIONELASCIAALSISTEMA-PAESEEALSUOPOPOLO. Come ogni appuntamento che dagli esperti viene etichettato Milestone Event, i giochi olimpici imprimono un segno profondo nell'autocoscienza di uno Stato-nazione, e lo sollecitano a interrogarsi sull'esistenza di un destino che nel giro di appena due settimane pare mutare d'orizzonte. A questo rito non si sottrae il Regno Unito, tanto più perché in questo caso la riuscita della manifestazione unisce l'esaltazione al sollievo per la mancata realizzazione dei cattivi presagi della vigilia. E adesso che la terza olimpiade londinese della storia va in archivio, arriva il momento di valutare in che direzione vada sviluppato un lascito che non è soltanto economico, ma anche e soprattutto culturale. Su quest'ultimo aspetto s'è appuntata l'attenzione del primo ministro David Cameron. Che trovatosi a gestire una manifestazione voluta e acquisita dal governo laburista di Tony Blair, e a fare i conti con inattese traversie organizzative (a cominciare da un costo salito a 9,3 miliardi di sterline, rispetto ai 2,3 preventivati), si è giovato infine d'un formidabile strumento di comunicazione e propaganda. Gli eccellenti risultati sportivi degli atleti britannici hanno contribuito a rinsaldare il senso d'appartenenza, e il generale clima di sciovinismo ha determinato pure eccessi da parte dei telecronisti subito stigmatizzati dai settori meno emotivi dell'informazione. Di sicuro, il feelgood factorche l'olimpiade ha generato presso i britannici è un capitale da sfruttare presto e bene. Il premier conservatore l'ha capito perfettamente, e s'appresta a fare dello sport il volano ideologico per la realizzazione di quel progetto di Big Society fin qui rimasto nulla più che un'enunciazione di principio. Già nelle ultime ore della manifestazione, all'approssimarsi della cerimonia di chiusura, Cameron ha lanciato le enunciazioni ideologiche sulla riforma dell'istituzione-base di ogni società: la scuola. Sfruttando il clima simbolico e il codice linguistico dominante in quelle ore, il premier conservatore ha esortato le istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado (ma soprattutto quelle pubbliche, come è ovvio) a accogliere il principio della competizione come elemento-cardine della formazione scolastica. Il primo ministro ha parlato della necessità d'eliminare la mentalità «burocratica e anti-rischio» che pervade la scuola primaria del Regno, aggiungendo che l'introduzione dello sport competitivo nelle classi elementari aiuterà a raggiungere lo scopo. “Vincere e perdere sono parti importanti dell'esperienza di crescita – ha detto Cameron –, e la competizione è una cosa salutare”. Questi principi sono stati esposti in appoggio alla campagna Keep the Flame Alive («Teniamo accesa la fiamma», con riferimento al sacro fuoco di Olimpia che per due settimane è rimasto acceso a Londra) lanciata dal quotidiano conservatore The DailyTelegraph. E i mesi a venire diranno quale seguito sarà dato alle enunciazioni di principio. Tuttavia, qualche valutazione di fondo sull'operazione può già essere effettuata partendo da un assunto: che Cameron pone come elemento cruciale non tanto lo sport, quanto la competizione. Dunque l'obiettivo principale non è promuovere stili di vita attivi, o diffondere la pratica sportiva di base, o migliorare il grado diffuso di salute all'interno della società britannica. Piuttosto, lo sport è un mezzo per restituire valore sociale alla contrapposizione tra forze che si disputano un obiettivo. La competizione, appunto. Che è un principio dinamico delle relazioni sociali, e in quanto tale ha la medesima dignità di altri principi dinamici. Ma che indubbiamente contiene una ben precisa logica di articolazione delle relazioni e delle loro conseguenze. Dire che vincere e perdere fanno parte dell'esperienza di crescere può essere tanto una verità assoluta quanto una banalità. Si tratta piuttosto di stabilire se l'uso di questo principio debba essere pedagogico o ideologico. Perché un conto è far passare in termini educativi l'idea che, crescendo, si debba competere per degli obiettivi; altro è affermare che la competizione sia la dinamica sociale privilegiata, e rafforzare l'assunto prendendo lo sport come metafora. Ciò che rischia di produrre un risultato micidiale dal punto di vista simbolico. Perché nello sport la competizione produce risultati che rischiano d'essere inappellabili, e le sconfitte hanno probabilità di diventare uno stigma. Messa in questi termini, quella prefigurata da Cameron rischia d'essere un'apologia del darwinismo sociale. E allora farebbe bene a specificare il senso delle sue parole. Perché trasmettere ai ragazzini l'idea che si entri a far parte d'una società divisa tra vincenti e perdenti potrebbe causare danni d'incalcolabile effetto. TonyScott muoresuicida Ilregistadi«TopGun», fratello di Ridley si è gettato da un ponte Avevauntumorealcervello il registadi tanti filmd'azione disuccesso. Ilvolodal VincentThomasBridge inCalifornia ALBERTOCRESPI TonyScott parlacon DenzelWashington inuna fotodi scenadel film «Manon Fire - Il fuocodella vendetta»(2004) del registaTony Scott. FOTO ANSA LeOlimpiadidiLondra trasformate da Cameron inunvolanoideologico LoloJones inazionedurante una batteriadei 100m ostacoli FOTO DI JOHN G.MABANGLO/ANSA ... Nonunanormalescomparsa maunastoria tragica chefinirànegliannali diHollywoodBabilonia U: 18 martedì 21 agosto 2012
Tutti, sia l'Italia che la Bce ma anche la Bundesbank, sanno che lo spread è troppo alto rispetto alla realtà attuale dell'economia italiana dopo le riforme-Monti e che quindi sarebbe “giusto” uno spread dimezzato. Il nodo del contendere è come raggiungere questo obiettivo». A sostenerlo è Angelo Bolaffi, filosofo politico e germanista, già direttore dell'Istituto di cultura italiano a Berlino. L'Unità l'ha raggiunto telefonicamente nella capitale tedesca. Come leggere il nuovo braccio di ferro tralaBundesbankelaBancacentraleeuropea? «In Italia viene enfatizzato questo scontro molto più di quanto avvenga qui in Germania. C'è una suscettibilità italiana che spesso tende a iper interpretare, come è avvenuto un paio di settimanefa dopo la conferenza stampa di Mario Draghi, salvo poi essere smentiti il giorno dopo. A ciò va aggiunto che la Bundesbank e il governo tedesco hanno preso male la conferenza stampa che tenne Monti dopo l'ultimo vertice europeo. Detto questo, il punto del contendere è il seguente: tutti, sia l'Italia che al Bce, ma anche la Bundesbank, sanno che lo spread è troppo alto rispetto alla realtà attuale dell'economia italiana dopo le riforme-Monti e che quindi sarebbe “giusto” uno spread dimezzato». Macomesi arrivaaquesto? «La Bundesbank, seguendo l'ortodossia dell'ordo-liberismo tedesco, ritiene che tocchi al mercato, e cioè al ritorno di fiducia degli investitori verso l'Italia. Se questo non avviene, vuol dire che qualcosa ancora non funziona, per esempio l'incertezza sul quadro politico futuro dell'Italia». El'altraposizione? «L'altra, che è quella di Monti e in parte di Draghi, propone una terapia differente, e cioè tramite l'intervento della Bce riportare il differenziale tra Italia e Germania - lo spread, per l'appunto - a corrispondere alla realtà delle due economia. La Bce si muove in questa direzione, ricordando sempre, però, che nel Trattato di Maastricht, il modello della Bundesbank è quello che fu preso come riferimento». Laposizionedelgovernotedescos'identifica in toto con quella della Bundesbank? «Sì e no, Da una parte il governo tedesco rispetta, e non potrebbe fare altrimenti, l'autonomia della Bundesbank, che è un'autonomia anch'essa relativa, data l'esistenza della Bce, così come rispetta l'autonomia della Corte costituzionale. Ma, al tempo stesso il giudizio politico del governo è altrettanto autonomo e indipendente». In Germania è aperto un dibattito sulla cessionedi sovranitànazionale. «La cessione di sovranità è una cosa seria e irrevocabile. Si tocca in questo modo uno dei pilastri della tradizione democratica occidentale, che prevede che spetti al Parlamento, democraticamente eletto dai cittadini, la definizione delle priorità sociali della spesa e dell'organizzazione del bilancio statale. Nel momento in cui, a seguito di una cessione di sovranità, il Parlamento tedesco, come tutti i Parlamenti nazionali, vedesse limitata la sovranità decisione riguardo alla spesa, probabilmente ci sarebbe bisogno di una nuova legittimazione da parte del popolo sovrano. Comunque è di questo che si discute in Germania e non di quello che sostengono certi populismi anti-euro». Suquesti temi esiste una linea didemarcazionenetta tra la Cdu e laSpd? «Direi di no. Per quel che riguarda la prospettiva di un referendum sulla Costituzione europea, in Germania viene argomentata la necessità di un tale referendum, adducendo due motivi: il primo è relativo al fondamento di legittimazione di una Costituzione europea; l'altro motivo è perché la nuova Costituzione europea andrebbe, almeno in parte, a sostituire l'attuale Costituzione tedesca. Rispetto a questi principi non c'è una differenza sostanziale tra destra e sinistra, ma c'è, invece, una differenza tra quelli che potremmo chiamare in termini italiani i “federalisti”, e coloro, come gli esponenti della Csu bavarese, che ritengono il referendum un'arma contro la politica di integrazione europea. Se è così, la prospettiva del referendum va presa con le molle. La spaccatura è trasversale alle aree politiche tradizionali e di questo occorre tener conto quando ci si accosta alla “questione tedesca”». L'INTERVISTA Ancora una volta il sogno di mezza estate di una soluzione definitiva alla crisi dell'euro si infrange contro un nein tedesco. Il governo di Berlino e la Bundesbank si sono dichiarati contrari all'ipotesi del cosiddetto «tetto allo spread» e la stessa Banca centrale europea ha liquidato come una voce «fuorviante» la notizia diffusa nel week end da DerSpiegel. Secondo il maggior settimanale tedesco a Francoforte si starebbe preparando un piano per acquisti illimitati di titoli di Stato dei Paesi il cui differenziale di rendimento con i Bund della Germania - lo spread - abbia superato una certa soglia. Come di consueto il braccio di ferro politico in Europa si consuma a colpi di fughe di notizie pilotate, ballon d'essai e smentite, e ancora una volta a farne le spese sono quelle stesse piazze finanziarie del continente su cui si vorrebbe riportare la fiducia. Lo scorso 2 agosto, dopo una lunga e combattuta riunione del consiglio direttivo della Bce, il presidente dell'istituto di Francoforte Mario Draghi aveva annunciato di essere pronto ad intervenire per abbassare gli spread. Per farlo la Bce avrebbe avviato delle non meglio precisate «operazioni di mercato». Dopo di allora è toccato ai tecnici dell'Eurotower rovinarsi le vacanze per mettere nero su bianco le diverse ipotesi. Tra queste c'è quella rivelata nel week end di acquistare sul mercato secondario, cioè quello della rivendita, i titoli di Stato di un Paese il cui spread abbia superato un tetto, da fissare in segreto per non dare vantaggi agli speculatori. Tutto questo a condizione che il Paese in questione abbia prima chiesto l'aiuto del fondo salva-Stati e abbia firmato un Memorandum of understanding con Bruxelles con le condizioni da rispettare. Il fondo, con le sue risorse limitate, acquisterebbe titoli sul mercato primario, cioè direttamente alle aste dei Paesi in questione, mentre la Bce si limiterebbe al mercato secondario ma con risorse illimitate, visto che la Banca centrale non può stampare moneta. In teoria per quegli speculatori che continuano a scommettere sulla fine dell'euro sarebbe la fine dei giochi, visto che la Bce garantirebbe che in nessun Paese si ripeta la tragedia greca dei rendimenti sui titoli di Stato che salgono al punto da non poter più essere pagati. Sempre in teoria però, un piano simile lascerebbe la porta aperta ad un utilizzo illimitato dei soldi pubblici europei, una cosa da far rizzare i capelli in testa ai rigoristi tedeschi quanto i temuti eurobond. Per questo il governo di Berlino, che nelle settimane precedenti aveva timidamente appoggiato Draghi, ieri ha fatto marcia indietro. «In linea puramente teorica e parlando in astratto», si è affrettato a precisare un portavoce del ministero delle Finanze, «un simile strumento sarebbe ovviamente molto problematico, anche se non siamo a conoscenza di piani che vadano in questa direzione». La Banca centrale tedesca invece è andata meno per il sottile. L'acquisto dei titoli di Stato da parte della Bce «può comportare rischi considerevoli alla stabilità», si legge nel suo bollettino mensile, «la decisione di un'ulteriore e più ampia condivisione dei rischi di solvibilità deve essere ancorata alla politica finanziaria e quindi riguarda i governi e i parlamenti e non deve passare attraverso i bilanci della Banca centrale». Di fronte ad un'opposizione così netta anche la stessa Eurotower ha fatto marcia indietro e un suo portavoce ha inviato un'email ai giornalisti per dire che è «assolutamente fuorviante dare notizia di decisioni che non sono ancora state prese dal consiglio direttivo della Bce» e che «sulla base delle preoccupazioni sollevate da recenti comunicati delle autorità di governo è anche sbagliato speculare immaginando futuri interventi della Bce». Come dire: abbiamo scherzato, si è trattato solo di un dibattito virtuale. Le perdite sui mercati però sono state reali. Dopo un'apertura di settimana all'insegna dell'ottimismo grazie alle notizie dello Spiegel, l'entusiasmo delle Borse europee è stato raffreddato dalle dichiarazioni arrivate da Berlino. A fine giornata il saldo è stato negativo per tutti, a partire da Madrid che ha chiuso a -1,21%, seguita da Milano dove l'indice Ftse Mib ha registrato un -1,01%. Parigi ha lasciato sul terreno lo 0,32% e Francoforte lo 0,1%. Anche lo spread italiano, che in giornata aveva toccato un minimo di seduta di 412 punti, ha finito per risalire a 427, mentre quello spagnolo è risalito a 483 punti. A Madrid il balletto di dichiarazioni è capitato nel momento sbagliato perché proprio per oggi il ministero del Tesoro ha in programma un'asta per collocare fino a 4,5 miliardi di euro di debito pubblico. Ad appesantire il clima nell' eurozona poi resta il problema della Grecia che chiede più tempo per risanare i conti. Ieri il ministro degli Esteri greco Dimitris Avramopoulos è volato a Berlino per incontrare il suo omologo tedesco. «La Grecia dovrebbe essere valutata sui fatti, non sui tempi», ha detto. La questione sarà decisa nelle prossime settimane, ma vista l'aria che tira è probabile che anche il piccolo sogno greco di un allentamento dei tempi si infrangerà contro il nein tedesco. IL COMMENTO GIANNI PITTELLA* Politologo,saggistae germanista,natoaRoma 66anni fa,èstatodirettore dell'Istitutodicultura italianaaBerlino Bundesbank e governo Merkel smentiscono lo scoop dello Spiegel Gelo sulle Borse europee Madrid in difficoltà Missione greca per convincere la Germania L'EUROPA È AL LAVORO PER SALVA-RE IL POPOLO GRECO DA UN ABISSO DI MISERIA MAI SPERIMENTATO PRIMA, e con esso la stessa idea ispiratrice dell'Unione. Rivolgo ancora una volta a tutte le forze che si battono per il progresso civile, la pace, la coesione sociale il mio accorato appello a salvare l'economia e le istituzioni democratiche greche dalla bancarotta. È un grido di dolore davanti alla prospettiva di un drammatico passo indietro nel processo di integrazione europea, che rappresenta l'unica possibilità concreta per noi tutti di non riprecipitare nella logica novecentesca del conflitto tra gli interessi di ristrette oligarchie nazionali. Qualcuno in Europa sta giocando al massacro. L'uscita di Atene dalla zona euro sarebbe una tragedia planetaria che rischierebbe di innescare una crisi apocalittica a livello mondiale. I dubbi piani di salvataggio appioppati ad Atene rispecchiano la logica del “sorvegliare e punire” tanto cara alla Merkel. Alla Grecia si è imposta una cura massacrante di austerità, insostenibile socialmente e politicamente. È questo rigore cieco che ha causato la drammatica recessione che oggi Atene vive e che riduce drammaticamente le entrate dello Stato greco, impedendo il rispetto degli obiettivi di bilancio decisi dalla trojka. Il ministro degli esteri Westervelle ha criticato «gli euro-scettici che creano la paura del tedesco cattivo». Ma è la Germania stessa col suo atteggiamento ottusamente oltranzista ad alimentare queste paure. I leader della zona euro saranno impegnati questa settimana in un tour diplomatico focalizzato sul debito della Grecia. La questione al centro di tutti gli incontri è se si debbano consentire alla Grecia due anni in più per soddisfare le condizioni richieste dai creditori internazionali. In vista della visita a Berlino del primo ministro greco Samaras, tutti i politici tedeschi sono già stati molto espliciti nel dire che non ci saranno più concessioni. Il modo di trattare la situazione finanziaria di Atene continua ad essere una fonte di divisione tra i governi di Francia e Germania. Hollande vuole far godere ad Atene un certo margine di manovra e fa notare che i greci sono stanchi di anni di dure misure di AngeloBolaffi L'EUROPA ELACRISI MARCOMONGIELLO «Nein» da Berlino al tetto degli spread Un colpo per la Bce Salvare Atene seguendo Adenauer . . . Francoforte costretta a correggere il tiro: una decisione simile non è stata ancora presa «C'è una questione tedesca, fuori da destra e sinistra» UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it 2 martedì 21 agosto 2012
Non c'è tregua agli incendi in Italia, complici il gran caldo e la siccità ma anche la mano criminale dei piromani. E l'opera di spegnimento ha fatto ieri una vittima. L'uomo, un operaio di 57 anni della Regione Campania, in servizio presso la Sma (società di servizio antincendio boschivo regionale) è morto soffocato mentre tentava di spegnere un incendio divampato al confine tra le provincie di Avellino e Napoli in un bosco di castagno. Secondo i dati del Corpo forestale dello Stato, solo domenica sono stati 155 gli incendi boschivi divampati in tutto il Paese, ma al numero di emergenza ambientale 1515 sono arrivate ben 747 segnalazioni. Ieri altri roghi sono divampati e nuovi fuochi hanno minacciato boschi e centri abitati. La Campania risulta la regione più colpita dalle fiamme; seguono la Toscana con 19, il Lazio con 18, la Calabria con 13, Basilicata e Umbria con 8. Anche ieri lavoro intenso per elicotteri e canadair della Protezione civile, che sono intervenuti per spegnere una trentina di roghi. Ma gli incendi sono stati molti di più: nel solo Lazio ne sono scoppiati una quarantina. E non è stato ancora spento l'incendio che da alcuni giorni sta divampando in Sila, nel territorio di Longobucco. Decine gli ettari di bosco andati in fumo, con danni incalcolabili al patrimonio boschivo. Nella mattinata di ieri nella zona sono intervenuti un canadair e un elicottero. Al lavoro a terra anche vigili del fuoco, Corpo forestale e Protezione civile, ma le fiamme, estese su un fronte di diversi chilometri, continuano a divampare, anche se vengono tenute sotto controllo. Sono sotto controllo, invece, gli incendi boschivi divampati in provincia di Terni; i vigili del fuoco sono comunque ancora impegnati nelle operazioni di spegnimento dei focolai lungo la Valnerina, in particolare tra Cervara, Marmore e il bivio per Montefranco. Sul posto, oltre ai pompieri, sono al lavoro anche due canadair. La polizia municipale di Terni ha intanto identificato due uomini, sospettati di essere gli autori di un violento incendio divampato sabato scorso nei pressi di Villa Valle-Papigno. È ancora in corso l'intervento dei vigili del fuoco a Poreta, una zona boschiva nei pressi di Spoleto dove ieri pomeriggio è divampato un violento incendio. ECOBALLE INFUMO È invece risolta la situazione ad Acerra, nel napoletano, dove nella notte fra sabato e domenica sono andate a fuoco centinaia di ecoballe di rifiuti: spente le fiamme, ora si sta lavorando per accertare le cause delle incendio, per il quale si segue la pista del dolo. Stessa pista seguita per l'incendio che ha danneggiato la linea del percolato in una discarica di rifiuti vicino a Gela, che ieri ha ripreso a funzionare regolarmente. Vigili del fuoco al lavoro per l'intera notte per domare gli incendi divampati ieri in una fabbrica di Afragola e nella periferia orientale di Napoli. E intanto un'ordinanza firmata dal vicesindaco di Grosseto Paolo Borghi vieta l'accesso alle aree interessate dall'incendio di sabato nella pineta di Marina di Grosseto. Nell'area si erano riversati curiosi e turisti per scattare qualche foto ricordo o semplicemente per curiosare nella zona bruciata, ostacolando così il lavoro di chi, dopo aver spendo le fiamme, si sta occupando di bonificare l'area. Sièdato fuocoperchétravolto dai debitidigioco: èquanto emerso dagli approfondimentieffettuatidalla Questuradi Torino sulbiglietto lasciato daun uomo trovatocarbonizzato domenicapomeriggio inun campoalla periferia settentrionaledel capoluogo piemontese. Inun primomomento sembravache l'uomo avessedeciso di togliersi lavita dopoaverperso il postodi lavoro,ma èstata la stessa Questuratorinese adaccertareche, contrariamentea quanto riferito all'iniziodagli inquirenti, l'uomo continuavaa lavorarecome meccanicodi mezzipesanti in una dittadi Torino. Il quarantottenne-ha accertato la Polizia - si trovava in difficoltà finanziarie a causadi somme cospicueperseal gioco, soprattutto ai videopoker.Nelbiglietto diaddio trovato incasa, non lontano dal luogo del suicidio, ha definito«disastrosa» la suasituazioneeconomica. Se il contratto sociale che stabilisce diritti e doveri di governanti e governati viene violato, allora addio alle regole: si torna a uno stato prepolitico, a uno stato di natura in cui vince il più forte. Probabilmente filosofi contrattualisti come Rousseau e Locke avrebbero letto con pessimismo, in chiave etica, i dati del Ministero degli Interni sul numero dei reati denunciati nel 2011. Magari avrebbero rilevato un nesso tra l'incremento di scippi, rapine e furti in casa e la delusione e lo scoramento sociale diffusi, i patti sociali spezzati di cui spesso parlano i sindacati. Più prosaicamente, guardando i dati con gli occhi di chi vive da secoli in uno Stato di diritto, si correla l'aumento dei delitti del 5,4 % nel 2011 rispetto al 2010, con la crisi economica. A crescere infatti sono soprattutto i reati predatori contro la persona e il patrimonio: al primo posto gli scippi con un più 24%; seguiti dai furti in casa (più 21,1%) e dalle rapine (più 20%). Eppure la crisi non è iniziata nel 2011 ma un triennio prima, proprio quello in cui i crimini calavano, seppur in maniera di anno in anno più contenuta. Le ragioni dell'inversione di tendenza sono da rilevare, secondo gli addetti ai lavori, al radicamento della criminalità in zone d'Italia diverse da quelle in cui storicamente si è consolidata e ai tagli alle forze di polizia. Per dirla usando una metafora dell'ex prefetto di Roma Achille Serra, mentre gli addetti alla sicurezza viaggiano senza benzina, la criminalità organizzata «va in Ferrari». E ci va in ogni zona d'Italia. «Non esistono più isole felici e con un taglio di 18mila unità in tre anni alle forze di polizia, è impensabile assicurare la legalità: una infrastruttura immateriale indispensabile anche alla tanto invocata crescita economica», dice il segretario nazionale della Silp Cgil, Claudio Giardullo. Punta il dito contro la spending review e il blocco del turn over per cui solo il 20% del personale che lascia verrà rimpiazzato. Un guaio per tutti, nessuno escluso. La città in cui è stato denunciato il maggior numero di reati nel 2011 è Milano, seguita da Rimini, Bologna, Torino e Roma. L'incremento più vistoso riguarda gli scippi a Rimini: nella cittadina romagnola, complice il turismo, sono più che raddoppiati (più 108%) pur essendo “solo” 248 cioè 75,3 ogni 100mila abitanti (la maglia nera va a Catania con 1081 scippi denunciati, cioè 99,2 per 100mila abitanti). Per quanto riguarda gli altri reati, in proporzione al numero dei residenti Lucca nel 2011 è prima per numero di furti in casa, Catania è in testa per scippi e furti di vetture, Genova per i borseggi, Napoli per le rapine e le frodi informatiche. Calano i furti di autovetture dello 0,7% nella media nazionale (vanno in controdenza Napoli e Palermo). Le denunce per uno dei reati più temuti, il furto in casa, aumentano in alcune piccole città come Forlì e Pisa. A Roma, dove il sindaco Alemanno ha promesso sicurezza in campagna elettorale i borseggi sono un più 13,4% rispetto al 2010 e le rapine più 8,7%. L'incremento dei reati «indica che c'è un'esigenza di sicurezza da soddisfare e una maggiore domanda di tutela, ma il governo risponde tagliando un miliardo e mezzo ai corpi di polizia». Commentano così i dati del Viminale pubblicati ieri dal Sole 24 Ore Enzo Marco Letizia, segretario nazionale dell'Associazione nazionale dei funzionari di polizia (Anfp), e Giuseppe Tiani, segretario generale del Sindacato italiano appartenenti polizia (Siap). Tagli che si aggiungono ai 3 miliardi decurtati durante l'ultimo governo Berlusconi, a partire dalla finanziaria 2008. E la lotta all'evasione paragonata da Monti a una guerra? «É evidente che senza una retromarcia sui tagli non si riuscirà a vincerla visto che anche garantire la sicurezza nella quotidianità è duro». Il segretario del Silp Giardullo fa un esempio: «20 anni fa a Roma uscivano 24 volanti per turno, oggi sono 12. Inoltre ancora non sappiamo che ne sarà, con l'accorpamento delle province, delle questure di Enna, Caltanissetta e Crotone. Tanto per citarne alcune in zone del Sud ad alta presenza criminale».Fermo restando che isole felici non esistono più. Emergenza incendi: un operaio ucciso dalle fiamme GIOIASALVATORI ROMA TORINO Dopo 3 anni di flessione aumentano i dati sul crimine, frutto delle difficoltà economiche Il Viminale: in crescita i reati predatori I sindacati di polizia: «Ma il governo taglia ancora» Si dà fuoco travolto dai debiti per il videopoker Un rogo anche a ridosso del cimitero di Poggioerale FOTO DI CESARE ABBATE/ANSA ITALIA «Effetto crisi»: crescono scippi e furti nelle case Controlli della Polizia Municipale nelle stazioni romane FOTO DI EMILIO ORLANDO/LAPRESSE . . . Decine e decine gli incendi in tutta Italia, alcuni in Campania di origine chiaramente dolosa R.V. ROMA 12 martedì 21 agosto 2012
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