Per la prima volta il Paese vive unprocesso di impoverimento,mentre la democrazia repubblicana soffre di un indebolimento pericoloso. Ecco allora la semplice e drammatica domanda. Siamo pronti noi, Partito democratico e noi democratici e progressisti italiani, con i nostri valori di uguaglianza, di civismo, di libertà? Siamo pronti a prenderci la responsabilità di governare l'Italia nel suo momento più difficile? È questo che vogliamo, con convinzione, proporre agli italiani? O invece vogliamo sottrarci, vogliamo scansare? O invece ci spaventa scalare la montagna? Ve lo dico col cuore: chiariamo bene questo prima di metterci in marcia. È una domanda vera, quella che faccio. Ci sono mille modi, anche dal lato delle culture democratiche, per sfuggire a questa responsabilità. Li conosciamo. Sono i modi dell'ambiguità e degli eterni distinguo, della divagazione, della testimonianza purista che non conosce mediazione, o sono i modi di quel massimalismo che salva la coscienza e allontana il calice amaro delle responsabilità e dei doveri. Io dico che se i riformisti italiani si sottraessero oggi all'appuntamento più difficile non avrebbero diritto ad averne altri. Dunque, diremo al Paese che vogliamo prenderci le nostre responsabilità. Diremo al Paese che conosciamo il nostro compito: farlo uscire da un destino di arretramento e farlo uscire con meno disuguaglianza, con più lavoro e con una democrazia funzionante e pulita. E diremo al Paese che non sarà il compito di un giorno, che ci vorrà una riscossa collettiva che vada oltre la politica. Rimetteremo in cammino la fiducia, rimetteremo in cammino un'idea di futuro senza sbandierare favole o miracoli e mettendoci a muso duro contro gli imbonitori, i venditori di fumo che porterebbero il Paese alla catastrofe. LACOSTITUENTE EUROPEA Noi progressisti europei dobbiamo dire a piena voce quello che vogliamo, dire quale è il primo passo sulla nuova strada e dire anche dove deve portare la nuova strada. Il primo passo è rompere la spirale fra austerità e recessione (...). Noi proporremo che a compimento degli interventi contro la crisi e dell'impostazione del nuovo patto fiscale, all'appuntamento del prossimo Parlamento europeo, si lanci una fase costituente, una Convenzione per un nuovo Trattato che rafforzi il processo unitario europeo e il suo assetto democratico. I progressisti europei e il nuovo governo italiano dovranno farsi protagonisti di questa iniziativa e cioè di un rilancio coraggioso e ineludibile della prospettiva europea e proporre un nuovo patto costituzionale fra le grandi famiglie politiche e i paesi europei; e su questo combattere davvero e non lasciare più, davanti alle opinioni pubbliche l'iniziativa a chi lavora a rovescio verso la disgregazione. DOPO ILVOTO SICAMBIA Il governo Monti ci ha ridato dignità nel mondo e ci ha tenuti fuori dal baratro (...). La nostra parola verso il governo Monti è stata, è e sarà: lealtà. Una parola che dice l'onestà del sostegno e dice anche della franchezza delle nostre idee e delle nostre posizioni, in quel che ci piace e non ci piace, in quel che faremmo o faremo diversamente. Noi trucchi non ne facciamo, imboscate non ne facciamo, ricatti non ne facciamo. Siamo anzi a chiedere, con ogni forza, che Monti non ceda ai quotidiani ricatti altrui. Noi diciamo la nostra e diamo il nostro contributo fin dove i numeri ci consentono di arrivare. Noi diciamo da qui, all'Europa e al mondo, davanti a mesi cruciali, che garantiremo la stabilità del governo Monti. E tuttavia parliamo senza ambiguità della prospettiva delle elezioni, sempre naturalmente che Moody's o Standard & Poors non ce le aboliscano sostituendole con una consultazione fra banchieri. E chiediamo: ma qualcuno pensa davvero che noi si possa stare dentro la moneta comune e fuori dalla comune democrazia europea? (...) Qui non si tratta di misurare il tasso di presenza tecnica in un governo. Qui si tratta di riconoscere o no le fondamenta basiche di una democrazia. Le elezioni, dunque. Tocca agli italiani, solo agli italiani e a tutti gli italiani decidere chi governerà. Noi siamo pronti a prenderci le nostre responsabilità davanti all'Italia e al mondo. Con parole chiare. Noi consideriamo la credibilità e il rigore che Monti ha mostrato davanti al mondo un punto di non ritorno. Ma vogliamo metterci dentro più lavoro, più uguaglianza, più diritti. Questo è quello che vogliamo. «SE TOCCAAME...» Da Reggio Emilia lanciamo la nostra sfida. Fin qui, dentro a questo rapporto di forze, si è vista chiara comunque la nostra responsabilità. Con il nuovo rapporto di forze che chiederemo, con la maggioranza al partito democratico e a un centro sinistra di governo si vedrà il cambiamento. Il cambiamento, a cominciare dalla politica, dalle istituzioni, dai diritti, dalla nostra democrazia. È difficile cambiare finché i numeri ce li hanno quelli che non vogliono cambiare. A cominciare dalla questione cruciale della sobrietà della politica. Si dica finalmente la verità. Quel che si è fatto fin qui, dall'abolizione dei vitalizi al dimezzamento del finanziamento ai partiti, lo si è fatto su proposta e iniziativa nostra. Quel che non si è potuto fare e si dovrà fare, a cominciare dalla riduzione del numero dei parlamentari, non lo si è fatto perché gli altri hanno ribaltato il tavolo. Questa è la verità. E non accettiamo più, ad esempio, che parlando di legge elettorale si dica: la politica non riesce a cambiare. Non esiste «la politica!». Esistono le forze politiche, e ce n'è una, la nostra, che ha consegnato nel tempo la sua proposta e che ha reso trasparenti anche i punti di un possibile compromesso. I paletti che abbiamo messo a quel compromesso non riguardano i nostri interessi. Riguardano l'Italia. Che la sera delle elezioni si sappia chi può governare, interessa o no l'Italia? E che un cittadino possa aver voce nello scegliere il suo parlamentare, riguarda o no l'Italia? E che si affermi la parità di genere, o che non si possano inventare dalla sera alla mattina dei finti gruppi parlamentari, interessa o no l'Italia? Non si dica dunque: la politica! Non si metta tutti nel mucchio. E si riconosca finalmente, anche per il futuro, che la garanzia per le riforme può venire solo dalla presenza di una maggioranza riformatrice, univoca e determinata. È questo che ci manca! Noi chiederemo quella maggioranza agli italiani e ci impegneremo al cambiamento (...) Noi cominceremo dalla democrazia e dal civismo, perché senza democrazia e civismo nuovi non potrà esserci risposta economica e sociale. E cominceremo da cose che si capiscano. Se tocca a me si comincia dal primo giorno col chiamare italiani i figli di immigrati che studiano qui e che oggi non sono né immigrati né italiani; si comincia (se non ce lo fanno risolvere adesso come fermamente vogliamo) rendendo ineleggibili corrotti e corruttori e andandogli a prendere il maltolto, come per i mafiosi e introducendo e rafforzando il falso in bilancio; si comincia non accettando più che la Fiat o l'Eni possano prendere miliardi di finanziamenti dalle banche senza andare dal notaio mentre una famiglia che si fa il mutuo per la casa deve lasciare dal notaio qualche migliaio di euro, e si comincia decidendo che ogni euro ricavato dall'evasione fiscale andrà al lavoro, all'impresa che investe, al welfare. E così via, con cose che si capiscano e che parlino finalmente di un'Italia diversa, di un'Italia che cambia. Un cambiamento per la democrazia, dunque, e un cambiamento per l'economia e la società. LE NOSTREPRIMARIE A proposito di chi è nuovo e di chi non lo è, provino a fare come noi: si mettano in gioco con una partecipazione vera, a viso aperto e a faccia a faccia con cittadini veri. E discutano finalmente di Italia con gli italiani in carne ed ossa. Questo saranno le nostre primarie per la scelta del candidato dei progressisti alla guida del governo. Si discuterà di Italia non di noi. Per discutere di noi ci sarà l'anno prossimo un libero congresso. Per discutere dei parlamentari del Pd ci saranno forme vere di partecipazione. Non ci sono qui, adesso, bilance, bilancini o tribunali da allestire. Qui si parla di Italia e di come portarla fuori dalle più gravi difficoltà da sessant'anni a questa parte. Di questo si discuterà stringendo un patto non ambiguo con le forze politiche progressiste disposte a costruire un centrosinistra di governo. Le stiamo incontrando in questi giorni. E si discuterà come abbiamo già largamente cominciato a fare con tutte quelle formazioni sociali, civiche, culturali che vorranno darci in piena autonomia il loro contributo davanti ad una politica, la nostra, che rivendica il suo ruolo, assume le sue responsabilità ma riconosce il suo limite. E vogliamo che il grande campo progressista si rivolga in modo aperto a tutte le forze moderate, costituzionali ed europeiste disposte a mettere un argine alle destre e alle tendenze regressive e populiste che minacciano l'Europa e l'Italia, disposte ad impegnarsi per la ricostruzione del Paese e per il rilancio del progetto europeo. IL RINNOVAMENTODEL PARTITO Il rinnovamento del nostro partito è una necessità e una straordinaria opportunità (...). Nelle organizzazioni territoriali del partito e nelle esperienze di governo locale si è largamente messa in campo e si è sperimentata una generazione nuova (...). Detto questo, noi siamo adesso in condizione di spingere avanti questo rinnovamento e di portarlo a nuove responsabilità nella politica, nelle istituzioni, e, come tutti vogliamo, nel governo del Paese. Chiederò l'impegno e la generosità di tutti perché il processo cammini e io stesso mi faccio garante che dal prossimo anno le responsabilità verranno messe via via e ampiamente sulle spalle della nuova generazione. Siatene certi, questo avverrà. Rinnovare è un fatto generazionale e un fatto di genere, ovviamente, che va tuttavia collegato, altrettanto ovviamente, a criteri di qualità e di merito (...). Generosità vuol dire una cosa semplice. Prima c'è l'Italia, poi c'è il Pd e il suo progetto per l'Italia poi ci sono le ambizioni personali. Questo vale per tutti, a cominciare dal segretario, che anche per questo non ha voluto mettere se stesso al riparo di una regola. E con la stessa determinazione ripeto quel che ho già detto: la ruota girerà ma nel rispetto di tutti, di tutti quelli che ci hanno portati fin qui, di quelli che hanno avuto la forza di portarci in Europa e di immaginare e costruire quel nuovo partito dei riformisti che noi siamo oggi. I principi che ho richiamato e che riguardano il senso stesso della politica devono accomunarci tutti; tutti, comunque la pensiamo, se vogliamo che chi è lontano dalla politica o addirittura la disprezza abbia almeno il sospetto, il dubbio che una politica seria ed onesta possa esserci e che il Pd possa essere il barlume di speranza di quella politica. L'Unità e i suoi lettori. Si ride alle battute di Sergio Staino, si ascoltano il direttore Claudio Sardo e l'amministratore delegato Fabrizio Meli parlare del lavoro di oggi e delle prospettive per il domani, ci si applaude a vicenda quando dalla platea qualcuno racconta che non può mangiare se prima non ha comprato il giornale, dei tanti anni passati a fare la diffusione, di quel che piace e di quel che si vorrebbe di più. PRIMADEL COMIZIO Prima del comizio finale di Pier Luigi Bersani, ieri alla Festa del Pd a Campovolo c'è stato un incontro particolarmente affollato, col papà di Bobo che applauditissimo ha iniziato col punzecchiare «il nostro pagatore» Meli («Meno male che ho anche una striscia sul Venerdì perché se aspetto i soldi da lui...»), bastonato quell'«incolto caudillo di provincia» di Beppe Grillo, rivelato che Antonio Padellaro gli aveva offerto di passare al Fatto,salvo sentirsi rispondere che «Bobo non potrà mai lasciare l'Unità», al di là della cosa che «a Bobo importa 'na sega veder finire Berlusconi in carcere, va bene la giustizia ma Bobo non è ossessionato dalle manette, vuole il sol dell'avvenire». Applausi e ancora applausi. Il sole, quello vero, di mezzogiorno, picchia duro sulla “Sala cento passi” in cui ci sono solo posti in piedi. Bruna, la moglie di Staino, da in fondo lo sfotte: «Stai facendo un comizio, lascia parlare gli altri». «Ha ragione Bibi, faccio vignette corte ma quando inizio a parlare...». E però nessuno si annoia. «Abbiamo deciso di passare al formato più grande per riportare Staino in prima pagina», scherza Sardo. «Hai fatto bene, ma dovevi darmi uno spazio quadrato e non rettangolare», la replica. Meli racconta della difficile gestione dei conti ma anche dei progetti di rilancio, per il giornale di carta e per il web: «Senza l'Unità il Paese sarebbe più povero, voi sareste più poveri». DIFFUSIONESTRAORDINARIA Quelli che sono qui, che applaudono, che raccontano del loro rapporto con l'Unità, della loro speranza di cambiamento riposta nella buona politica, nel centrosinistra, nel Pd, quelli che questo giornale magari lo comprano poco e che però ieri se lo sono trovati tra le mani grazie alla diffusione straordinaria fatta a Campovolo, sembrano saperlo bene che senza Unità l'Italia sarebbe più povera. Con Ambra, quattro anni, Bersani ha concluso il suo intervento a Campovolo FOTO LAPRESSE Dibattito alla Festa con Sergio Staino, il direttore Claudio Sardo e l'ad Fabrizio Meli S. C. INVIATO A REGGIOEMILIA Faremo le primarie per parlare al Paese, non al nostro interno PIERLUIGI BERSANI Pubblichiamoalcuni stralcideldiscorso pronunciato ieri aReggioEmilia, aconclusione dellaFestademocratica Incontro con i lettori «Meno male che abbiamo l'Unità» L'INTERVENTO lunedì 10 settembre 2012 3
Due settimane senza tregua per non lasciare nulla d'intentato. L'autunno caldo della scuola pubblica è già cominciato. Gli insegnanti precari che in questi giorni sono stati in presidio sotto al Miur per protestare contro il concorso previsto dal ministro Profumo e i tagli passati, si sono riuniti ieri in assemblea e hanno stilato documento e calendario delle mobilitazioni. L'appuntamento centrale è per il 22, giorno in cui hanno indetto una grande manifestazione nazionale a Roma, alla quale hanno chiamato a partecipare con un appello le organizzazioni sindacali e politiche. «Chiediamo appoggio fattivo al corteo e alle sue rivendicazioni», spiega Massimo, del Coordinamento precari scuola di Roma. Questi i punti: «chiediamo di convergere non solo sul “no” al concorso ma anche sulla contrarietà alla legge “ex –Aprea”, sul ritiro dei tagli, sull'assunzione dei precari». Al corteo ci arriveranno dopo una serie di iniziative: domani saranno in presidio sotto Montecitorio con altre sigle del mondo scolastico e con il movimento degli studenti, per protestare «contro il ddl Aprea che prevede l'ingresso dei privati nei consigli d'istituto» (hanno già aderito Sel, Fds, Idv e Prc, si attende la risposta del Pd). Il 13 pomeriggio, primo giorno di scuola nel Lazio, torneranno a viale Trastevere sotto la sede del ministero dell'Istruzione con gli studenti medi in protesta; per il 15 settembre hanno invece pensato a piazze tematiche in tutto il Paese, e poi altre iniziative intermedie per il lancio della manifestazione del 22: volantinaggi e assemblee nelle scuole, banchetti nei territori, «e azioni eclatanti e visibili». Durante l'assemblea è stato forte l'invito da parte dei professori a coinvolgere tutti: genitori, studenti e lavoratori. «Perché si capisca che non è solo un danno ai precari, è l'ennesimo scippo che viene fatto alla funzione fondamentale della scuola pubblica», dice Romolo da Latina. Carlo, professore di filosofia, rivolge il suo appello soprattutto al Pd: «si schieri senza tentennare con noi, tra i suoi militanti ci sono tantissimi insegnanti». Arianna spiega che a Napoli stanno volantinando pure nelle università, «perché va bene l'emergenza concorso ma dobbiamo unirci con gli studenti su dei punti condivisi per la riqualificazione della scuola e della ricerca: le radici della lotta in comune sono i tagli della Gelmini, l'int r o d u z i o n e d i u n m o d e l l o “marchionesco” ai lavoratori della conoscenza». Per Marco, insegnante di sostegno di 46 anni, che la situazione sia drammatica «è evidente soprattutto dal trattamento riservato agli studenti disabili che hanno perso le ore e questo è un tema che deve riguardare tutta la società». Marco ribadisce anche di credere «in questo tipo di mobilitazioni, ma a patto che siano unitarie, che si capisca che non siamo noi precari storici contro i neolaureati ma insieme, le cattedre ci sono per tutti». ILNOAL CONCORSO Poi c'è il fronte di chi ha già deciso che non farà il concorso: rinuncia alla professione come estremo atto di protesta. Tra di loro Manuel, insegnante veneto di 52 anni e quinto in graduatoria da 7 anni. «Non sono riuscito a entrare per i tagli, ma mi rifiuto di fare questa prova che è in realtà una tagliola, serve solo a far fare agli insegnanti la parte degli incompetenti», dice. E continua: «non ho un problema a farmi valutare, io sono un valutatore dei miei alunni, ma perché umiliare 250mila precari in questo modo? Siamo invecchiati dentro la scuola, senza neanche la possibilità di fare un mutuo, umanamente hanno ucciso una generazione di insegnanti che poi però in classe si mettono la maschera e fanno finta di essere tranquilli per insegnare ai ragazzi che esiste un mondo migliore, anche se loro hanno capito cosa sta succedendo in Italia e sono sempre più diffidenti verso la politica, lo Stato, sono sempre più cinici». È d'accordo anche Maria, 39 anni, professoressa ad Aversa. Anche lei è una di quelle che rinunceranno al concorsetto. « Concorsetto perché rispetto alle qualifiche e agli studi dei professori italiani, la maggior parte plurititolati, è una retrocessione, una mortificazione». «Sono uscita dalla Siss - spiega dove mi hanno insegnato che i programmi vanno tarati sulle esigenze della classe e del singolo alunno, per non lasciare nessuno indietro, per aiutare ogni studente a ragionare con la sua testa; adesso mi chiedono di dimenticare tutto e mi propongono un metodo di selezione e di insegnamento per nozioni e per crocette. Io rifiuto questo tipo di scuola, a costo di essere costretta a cercare un altro lavoro». SCIENZEDELLA FORMAZIONE Si è accasciata all'improvviso in mezzo alla gente che affollava la discoteca e non si è più ripresa. Vani i primi soccorsi portati dagli amici e dal fidanzato, inutile l'intervento dei medici del 1898 e il trasporto in ospedale. Si chiamava Rosa Diciolla la ventiduenne che ha perso la vita sabato sera all'“Autodromo Club” di Monopoli durante una normalissima serata trascorsa in discoteca con gli amici. A stroncarla, forse un malore, anche se soltanto l'autopsia che la procura disporrà oggi potrà dare risposte più precise sulle cause della morte. E escludere, eventualmente, che la ragazza possa essere stata uccisa dall'alcool o da qualche sostanza. Un possibilità che, almeno in base alle prime testimonianze raccolte dai carabinieri, gli amici di Rosa escluderebbero senza alcun dubbio. Per questo allora, in attesa delle risposte della scienza, per gli inquirenti è ancora più importante ricostruire la serata che Rosa ha trascorso sabato. Nella discoteca che sorge lungo la litoranea a sud di Bari la giovane di Noicattaro, che avrebbe compiuto 22 anni il 6 ottobre, era arrivata in compagnia del fidanzato e di altri quattro amici. Assieme, secondo quanto raccontato ai militari che conducono l'indagine, i ragazzi avrebbero bevuto alcuni cocktail: «Ma niente di particolarmente alcoolico», hanno spiegato. Poco più tardi però, quando erano quasi le cinque, Rosa si è improvvisamente accasciata a terra senza aver dato prima alcun cenno di malessere o senza mai essersi comportata in modo strano. Ad intervenire per primi sono stati gli amici della ragazza e alcuni dei presenti nel locale mentre tutto intorno alla pista la musica continuava a suonare e in pochi si sono accorti della gragità di quanto stava succedendo. Rosa, infatti, non ha mai ripreso conoscenza, nemmeno dopo l'arrivo dei degli operatori del 118 che hanno provato a rianimarla per oltre un'ora direttamente sulla pista. La ragazza, infatti, era già morta e a nulla è servito neanche il trasporto all'ospedale, prima a Monopoli e poi a Bari, dove il cadavere è ora a disposizione della magistratura che dovrebbe decidere già oggi sulla possibilità di disporre l'autopsia o gli esami tossicologici. Nel frattempo una prima ispezione cadaverica condotta dal medico legale ha escluso la presenza sul corpo di segni di violenza o lesioni di alcun tipo. E ieri mattina all'alba, davanti all'obitorio dell'ospedale di Bari, si sono precipitati amici e parenti di Rosa. Sconvolti da una tragedia inspiegabile e inattesa la mamma e il fratello della ragazza hanno raccontato in passato Rosa non aveva mai avuto problemi di salute. LUCIANACIMINO ROMA . . . Rosa Diciolla era con il fidanzato e amici che avrebbero escluso l'uso di alcool o droghe Quei18milaesclusidallegraduatorie Un morto e tre feriti. Investiti da un'auto mentre rientravano a casa in bicicletta. È tragico il bilancio dell'incidente stradale avvenuto all'alba di ieri in provincia di Ravenna. Un ragazzo di origini marocchine di soli 17 anni è morto, altri tre connazionali - un maggiorenne e due minorenni - sono rimasti feriti. Illeso un quinto ciclista, scampato allo scontro. L'incidente - il secondo nelle ultime 24 ore dopo che ieri a Firenze un camion per la raccolta dei rifiuti ha travolto e ucciso una donna di 48 anni - intorno alle 4.30 sulla statale Ravegnana, nel territorio del comune di Reda di Faenza. Mohammed El Zahid, questo il nome della vittima, tornava a casa in compagnia degli amici con cui aveva trascorso il sabato sera. Tutti in bici, mezzo di trasporto molto diffuso nelle province dell' Emilia-Romagna, non a caso la regione italiana con il più alto tasso di incidenti che coinvolgono ciclisti. All'improvviso sono spuntati da dietro i fari di una Volkswagen Golf di colore chiaro, guidata da un cinquantenne faentino. L'auto, che viaggiava nella stessa direzione, ha travolto la comitiva, scaraventando i ciclisti tra l'erba al ciglio della strada. L'impatto, violentissimo, non ha lasciato scampo a Mohammed El Zahid, residente nella vicina Faenza ma nato a Lamezia Terme (Catanzaro) da genitori marocchini. All'arrivo del 118 i soccorritori non hanno potuto fare altro che constatarne il decesso: il giovane è infatti morto sul colpo. Meno preoccupanti, invece, le condizioni degli altri tre feriti, che sono stati trasportati all'ospedale di Faenza e, dopo le medicazioni del caso, già dimessi. Sul luogo dello schianto è iniziato di prima mattina il via vai degli amici della vittima con fiori e biglietti, mentre il carro attrezzi rimuoveva l'auto. Accanto i carabinieri, che hanno sottoposto l'automobilista all'alcoltest. I risultati dell'esame hanno però dato esito negativo. La tragedia di ieri ha riaperto la questione della sicurezza per chi gira in bici nelle strade italiane. Oltre 1.514 morti dal 2005 al 2010, anno a cui si fermano i dati Istat, e quasi 71mila feriti. Un trend che, a giudicare dagli ultimi episodi, non sembra diminuire. Dopo i pedoni, sulle strade italiane la categoria più vulnerabile è quella dei ciclisti. L'anno horribilis per gli appassionati dei pedali è stato il 2007, con 352 vittime, il migliore il 2010, quanto i ciclisti morti sono stati 263. Tra questi gli otto ciclisti uccisi nei pressi di Lamezia Terme nel mese di dicembre, una strage senza precedenti. Secondo agli ultimi dati elaborati dall'Associazione sostenitori della Polstrada (Asaps), l'indice di mortalità medio per categoria di veicolo è pari allo 0,9%, ma risulta più che doppio per le biciclette (1,9%). Gli incidenti sono più frequenti soprattutto lungo le strade del Nord e del Centro Italia, specie nei piccoli centri dove la bici è di uso quotidiano. In testa, secondo un recente studio della compagnia Das, c'è l'Emilia-Romagna con un incidente ogni 1.314 abitanti. Seguono a distanza il Veneto con un incidente ogni 2.261 abitanti e la Lombardia, con 1/2.410. Il problema è molto sentito anche a livello europeo. ITALIA La discoteca dove ha perso la vita Rosa Diciolla FOTO ANSA Parte l'autunno caldo della scuola italiana L'assemblea di ieri a Roma degli insegnanti precari della scuola Ieri l'assemblea degli insegnanti precari per fissare gli appuntamenti e le iniziative di lotta Il 22 settembre a Roma una grande manifestazione L'appello ai partiti contro il concorso, i tagli e i nuovi cda scolastici Sono18 mila insegnanti, e sono esclusidalle graduatoriead esaurimento.Sono i laureatiegli iscritti alla facoltà diScienze della Formazionedi tutta Italia, istituite assiemealleSiss eanch'esse con valoreabilitante. «Solo che leSiss nel 2006sono state soppresse– spiega PaolaRicci,del Comitato nazionale esclusidalle graduatorie–aScienze dellaFormazione inveceogni anno continuaa iscriversigente, non sapendo la situazione incui si mettono». Lamaggiorpartenonsono semplici studenti,ma insegnanti alla seconda laureache speravano inun titolo con valoreconcorsuale.Sono invece rimastibloccati fino al 2014,quando ci sarà il rinnovo dellegraduatorieea quelpunto loroverranno immessi solo in quelle“d'istituto”, cioè in codaatutti gli altri. Madicono un secco“no” al concorso.«Questa laureapuò servire soltantoa insegnare,civogliono direche stiamosprecando 2500euro l'anno di tasse? noivogliamo essere immessi in graduatoria, del resto se ognianno siamochiamatiper le supplenzevuoldire che iposti ci sono». Monopoli, a 22 anni muore in pista in discoteca VINCENZORICCIARELLI MONOPOLI(BARI) . . . Primo appuntamento domani al Miur: presidio organizzato con il movimenti degli studenti Auto investe ciclisti Un morto e tre feriti PINOSTOPPON ROMA 10 lunedì 10 settembre 2012
Oggi leali con Monti. Domani toccherà non ai banchieri ma agli italiani decidere chi deve governare. E il Pd è pronto a farlo. Bersani chiude la Festa di Reggio Emilia con un discorso che di fatto apre la campagna elettorale in vista delle prossime politiche. Di primarie il leader democratico parla dopo cinquanta minuti abbondanti che ha iniziato, per dire che serviranno a discutere dell'Italia, non degli equilibri interni al partito perché per questo ci sarà l'anno prossimo un apposito congresso. C'è l'appello alle forze moderate per un impegno comune contro destra e populismi di vario genere e c'è la garanzia che in caso di vittoria una generazione nuova e sperimentata verrà portata al governo. L'area centrale di Campovolo è invasa da militanti e simpatizzanti arrivati da tutta Italia. Il gruppo dirigente del partito è sotto il palco. Sopra, accanto al segretario, ci sono i volontari della Festa e i sindaci dei Comuni colpiti dal terremoto. C'è da ricostruire lì e c'è da ricostruire l'Italia, ed è di questo che Bersani vuole parlare. Renzi non viene mai citato, anche se è abbastanza chiaro il riferimento, quando il leader democratico dice che il rinnovamento si farà sulla base della qualità e del merito, delle capacità, delle competenze e anche della generosità, «che vuol dire una cosa semplice: prima c'è l'Italia, poi il Pd e il suo progetto per l'Italia, poi ci sono le ambizioni personali». Berlusconi, Bossi, Tremonti vengono liquidati con poche battute, giusto per ricordare di chi sono le responsabilità di un Paese economicamente stremato, perché i veri avversari con cui bisognerà fare i conti a questo giro sono altri, a cominciare da chi «comanda stando in un tabernacolo e non risponde a nessuno» (leggi Beppe Grillo) e ai tanti interessati a che nulla cambi. Avversari non sempre dichiarati, magari gli stessi che fino a un anno fa per opportunismo «hanno finto di prendere per buone le castronerie di imbonitori prepotenti e rozzi, sperando che i buchi nella nave facessero bagnare solo la terza classe». Avversari che, è già chiaro, nei prossimi mesi «non lasceranno nulla di intentato» pur di impedire la nascita di un governo a guida Pd. Per questo Bersani lancia dal palco della festa nazionale del suo partito un richiamo «alla responsabilità e all'unità». Perché l'impegno assunto dal centrosinistra questa volta «non potrà tollerare né incertezze né ambiguità né divisioni» e perché «tutti devono avere cura del bene comune e della speranza per l'Italia che è il Pd»: «A tentare di demolirci ci pensano gli altri. È il loro mestiere, non il nostro». Sventolano le bandiere, scattano gli applausi, ma a nessuno sfugge qui a Campovolo quanto sarà dura la sfida. RIGOREMA CONPIÙ LAVORO Bersani parla mentre sia da Cernobbio che dalla festa dell'Udc di Chianciano si invoca un Monti bis. Il leader del Pd ripete che il suo partito garantirà la stabilità dell'attuale esecutivo e però senza precludersi la possibilità di parlare della prospettiva delle elezioni: «Sempre naturalmente che Moody's o Standard and Poors non ce le aboliscano sostituendole con una consultazione fra banchieri». Una frase provocatoria, ma visto il dibattito in corso, solo fino a un certo punto surreale. «Tocca agli italiani, solo agli italiani e a tutti gli italiani decidere chi governerà». Ancora applausi e sventolio di bandiere per un concetto che dovrebbe essere assodato e che invece evidentemente non è. Tutta la discussione sulla continuità con l'agenda del governo Monti, che agita le acque all'interno dello stesso partito, viene liquidata così da Bersani: «Noi consideriamo la credibilità e il rigore che Monti ha mostrato davanti al mondo un punto di non ritorno. Ma vogliamo metterci dentro più lavoro, più uguaglianza, più diritti». Poche parole ma che significano una serie di profonde riforme che il Pd, assicura Bersani, realizzerà una volta al governo. A partire da questa: «Se tocca a me si comincia dal primo giorno col chiamare italiani i figli di immigrati che studiano qui e che oggi non sono né immigrati né italiani». E non è casuale la scelta di chiudere il discorso prendendo poi in braccio una bimba nata a Reggio Emilia da genitori del Ghana: Ambra, quattro anni, che fa ciao con la manina mentre il segretario sembra il più emozionato tra i due. Ma ci sono anche altri diritti oggi negati che domani dovranno essere riconosciuti per sostanziare quell'aspirazione al cambiamento che promette Bersani («noi ci metteremo dal lato del cambiamento»). «Non c'è ragione che si neghi agli omosessuali italiani il diritto all'unione civile o a una legge contro l'omofobia», scandisce il leader del Pd dal palco mentre di nuovo parte forte l'applauso. Oggi sono ancora troppi i diritti negati, gli sfregi all'articolo tre della Costituzione, le discriminazioni nei confronti delle donne e anche di lavoratori che scelgono di farsi rappresentare da un sindacato piuttosto che da un altro (leggi Fiom e vicenda Fiat): «Non c'è ragione che vengano negati nei luoghi di lavoro diritti di partecipazione e diritti sindacali». Il cambiamento dovrà passare però anche per una legge che riduca il numero dei parlamentari e una sui partiti («non è stato fatto perché la destra ha ribaltato il tavolo»), una legge elettorale costruita sull'interesse comune (e quindi no a leggi che paralizzano e non consentono agli elettori di scegliere i parlamentari) e anche interventi per la regolazione della finanza: «Deve pagare un po' di quel che ha provocato, non deve più avere licenza di uccidere, deve mettersi a servizio e non a comando delle attività economiche e produttive». È di questo che parlerà durante le prossime settimane Bersani, anche in vista delle primarie. E se la destra già va all'attacco, se i grillini sparano dal web, se il tentativo di inquinare il risultato non mancherà, il leader democratico avverte: «Chi ci dà lezioni di morale organizzi le primarie, anche i loro elettori hanno voglia di partecipare, o pensano di mandarli alle nostre? Noi faremo le nostre primarie, chi non le fa si riposi». Il segretario Pd chiude davanti a una grande folla la Festa di Reggio Emilia «Decidono gli elettori e non i banchieri» Prime sfide immigrati cittadini e unioni civili Bersani presidente lo voglionola gggente!!!», c'è sullo striscio-ne che si sono portati da casa. E poi i cori: «Un segretario, c'è solo un segretario, un segretarioooo». Giusto per rendere chiaro che non apprezzerebbero né un Monti bis né primarie che assomiglino più a un congresso interno che a una sfida per chi dovrà candidarsi alla premiership. I tanti militanti e simpatizzanti che sono arrivati alla Festa nazionale del Pd da tutta Italia sono un campione assai poco rappresentativo dei sondaggi che sono stati fatti circolare in questi giorni: quelli che davano quasi metà elettorato democratico favorevole a un reincarico a Monti anche nel 2013, sostenuto di nuovo da una maggioranza Pd-Pdl-Udc, o quelli che davano Bersani e Renzi testa a testa in vista del confronto ai gazebo. «Vai avanti», gli urlano, oppure «l'anno prossimo ti vogliamo ascoltare da premier», mentre con la moglie Daniela, tramontato il sole, entra in uno dei ristoranti della Festa. A chi nel pomeriggio lo ha ascoltato è piaciuta l'impostazione del discorso, tutto orientato verso la sfida di governo. È piaciuta la grinta nel dire che «contro il Pd ci sono forze vecchie e nuove ma non passeranno», e poi l'impacciata commozione con cui ha salutato tutti tenendo in braccio Ambra, la bimba nata a Reggio Emilia da genitori ghanesi, il simbolo dell'Italia nuova a cui dovrà portare un governo a guida Pd. Ma a quelli arrivati a Campovolo è piaciuta anche la scelta di far salire sul palco col segretario i volontari della Festa e i sindaci dei Comuni colpiti dal terremoto. I dirigenti del partito ci sono, sotto il palco. Tutti commentano positivamente il discorso di Bersani: da Finocchiaro che vede nelle parole del segretario l'agenda giusta per il dopo Monti, a Franceschini che guarda la folla e parla di «grande partito di popolo», a Letta, Fassino, Chiti, Castagnetti e tanti altri. Rosy Bindi lascia invece Reggio Emilia senza nascondere un certo nervosismo: devono essere gli attacchi che via twitter le rivolgono (per le critiche che a sua volta la presidente del Pd ha espresso nei confronti di chi ha detto che nel prossimo governo non ci devono essere i ministri degli anni 90) gli esponenti di Areadem Giacomelli e Picierno, e poi anche Gozi. Come che sia, in serata fa diramare questa nota: «Nel discorso di Bersani a Reggio Emilia ci sono aspetti apprezzabili. Nelle prossime settimane valuterò insieme agli amici con i quali ho condiviso il percorso politico di questi anni le scelte da fare e il contributo da offrire alle prossime primarie». Parole chiare fino a un certo punto, tanto che tra gli addetti ai lavori ci si domanda se la presidente del Pd, che nei giorni scorsi aveva chiesto a Bersani di difenderla dagli attacchi «irrispettosi» dei giovani dirigenti della segreteria (in particolare Orfini), non sia tentata da correre in prima persona alle primarie. Un'eventualità che non viene smentita dallo staff di Bindi. I prossimi mesi saranno tutt'altro che semplici per Bersani, ed è chiaro il valore dell'appello all'«unità» del partito, quel ricordare che «a tentare di demolirci ci pensano altri, non è il loro mestiere, non il nostro» è tutt'altro che secondario. Il leader del Pd, se voleva fare una prova di forza in vista delle primarie, l'avrebbe fatta già ieri, chiedendo a tutte le federazioni di mobilitare i circoli per portare a Campovolo quanti più pullman possibile. Non lo ha fatto. Da Roma ne sono partiti due, come due erano quelli partiti da Firenze quando è venuto qui alla Festa Renzi. È in altro modo che andranno utilizzati militanti e simpatizzanti, per Bersani: avviando una grande mobilitazione per vincere la gara decisiva, quella della primavera prossima. La forza d'urto non dovrebbe mancare, guardando a quello che i settemila volontari che hanno lavorato in questa e in altre duemila feste sparse in tutt'Italia sono riusciti a fare quest'estate. E non sono soltanto i 34 quintali di tortelli preparati e venduti a Campovolo in queste due settimane. Dice Bersani dal palco: «Grazie ancora ai volontari che con uno sforzo immenso hanno saputo ripetere il miracolo e ci hanno regalato il più grande appuntamento di popolo che si svolga in Italia». In primavera non servirà magari proprio un miracolo. LAPICCOLA SUL PALCO ILCENTROSINISTRA SIMONECOLLINI INVIATO A REGGIOEMILIA Bersani: siamo pronti a guidare il governo La carica del popolo Pd e le riserve di Rosy Bindi S.C. INVIATO A REGGIOEMILIA ÈAmbra,4anni, il simbolodelnuovoPaese ÈAmbra il simbolodellanuova Italia chePier LuigiBersani ha disegnato dalla festanazionale di ReggioEmilia. Quattroanni, nataa Reggioda genitoridel Ghana, la piccolaè salita sulpalco e il segretario l'hapresa in braccioalla finedel suodiscorso. Lei affatto turbatasi è lasciata tranquillamenteportare ingiro in braccioal leader Pd.VersoAmbra e i tanti figli di stranieri nati in Italia il segretarioharinnovato oggi l'impegnosullacittadinanza:«Se toccaa me si cominciadal primo giornocolchiamare italiani i figli di immigrati che studiano qui». . . . A Renzi: il rinnovamento si farà. «Ma prima c'è l'Italia, poi il Pd, poi le ambizioni personali» Militantiesimpatizzanti datutta Italiaper il comizio del leader.«L'anno prossimovogliamo ascoltartidapresidente delConsiglio» ILCASO . . . Il presidente Pd: «Contenuti apprezzabili Valuterò cosa fare alle prossime primarie» 2 lunedì 10 settembre 2012
ALMENO A ORIGLIARE LE CHIACCHIERE DA BAR PER LE VIEDIMANTOVA,DOVESIÈAPPENACHIUSOILFESTIVALETTERATURA, DI NORMA I LETTORI VERI (CIOÈ QUELLI CHE LEGGONO I LIBRI) SONO ABBASTANZA INFASTIDITI DAGLISCRITTORIFASULLI(non quelli che non scrivono i libri, ma quelli che li scrivono più per vedere il loro nome anche sulla copertina di un libro che per un'esigenza, come dire, narrativa). Naturalmente i festival (e quello di Mantova non c'è motivo che faccia eccezione) hanno una forte componente spettacolare che deve coesistere con l'aspetto del dibattito, discussione, formazione. Dunque i lettori veri fanno male ad infastidirsi dei tremila fan che hanno assediato l'incontro con la pop-star che ha scritto un libro perché bastava andare ad uno degli altri sei incontri che quasi contemporaneamente offriva il festival, oppure riposarsi soddisfatti per le centinaia di incontri passati, o da venire, e andare a farsi un gelato o dei maccheroni allo stracotto giacché a Mantova, è noto, si mangia benissimo. Poi ci sarebbe da discutere non tanto sul perché le pop-star facciano le pop-star anche nello scrivere i libri, quanto sul perché gli scrittori, che normalmente scrivono libri, lo facciano con l'aspirazione a voler diventare delle pop-star. (Per dire: Ermanno Cavazzoni in un interessantissimo incontro sul racconto breve ad un certo punto si è chiesto con quale criterio gli scrittori vengono definiti tali - e come ci possano essere delle scuole che insegnano a essere scrittore - quando al pari della santità scrivere un racconto è una grazia, e che bisogna meritarsela vivendo, quindi le scuole di scrittura, o di santità, dovrebbero insegnare semplicemente a vivere. Ma forse, aggiungiamo noi, l'aspirazione a una fama da pop-star, come quella alla santità, non vale, non può essere considerato vivere, e quindi non aiuta nella scrittura). Ecco: in tutto ciò, questo discorso per i bambini non conta. Gli incontri per bambini ai Festival, per quanto di norma considerati minori, minoritari e minormente importanti, sono tutta un'altra cosa. Perché i bambini sono intelligenti, ma mostrano la loro intelligenza allo scopo di alimentarla, non di metterla in bella mostra o di accattivarsi la pop-star del caso. E, di conseguenza a ciò, sono molto più pronti a volersi divertire, vogliono imparare veramente delle cose che siano diverse da quelle che già sanno, sanno stupirsi con una certa sincerità e non hanno nessuna venerazione per gli altri esseri umani, cioè venerano più che altro le imprese, ciò che gli esseri umani hanno effettivamente fatto. L'INTERROGATORIO DIBONINSEGNA Per dire: l'incontro di Andrea Valente con Boninsegna (tra l'altro disponibilissimo) è cominciato con una domanda a bruciapelo su chi fosse a fare quell'incredibile rovesciata nella foto che sta su tutti i pacchetti delle figurine Panini. E fin qui Boninsegna ha retto: Carlo Parola, ha risposto. Quando poi gli è stato chiesto in quale partita fosse, ha vacillato, non lo sapeva. Al che un ragazzino ha alzato la mano: Fiorentina-Juventus del 15 gennaio 1950. Boninsegna lo ha guardato perplesso. Il giochetto è andato avanti: quanti anni aveva Carlo Parola, che numero di scarpe portava, ecc. ecc. C'era sempre un bambino che sapeva la risposta. Alla fine Boninsegna è stato allo scherzo che Valente gli aveva tirato complice alcuni ragazzi del pubblico, ed è stato tutto molto divertente. Ma ancora dopo, quando si parlava di cosa mangiano i giocatori ed è stato chiesto ai bambini se sapevano cosa mangiava Pippo Inzaghi (pasta al burro e bresaola, sembra sia cosa nota) un ragazzino ha risposto: i difensori. Ecco: tutta questa elasticità ed ironia mica si è vista molto spesso negli altri incontri del festival, ma in quelli per ragazzi sì: in quello di Luisa Mattia e Tito Faraci sui libri della loro formazione, da Matteo Corradini sull'alfabeto ebraico o da Roddy Doyle, che con i ragazzi ha dato il meglio di sé. Com'è, come non è, quando ci sono di mezzo dei bambini (e degli scrittori seri, perché gli scrittori per bambini e ragazzi sono molto più seri di quello che sembra e di quelli per grandi) gli incontri vengono molto più interessanti, non suonano mai celebrativi né per chi sta sul palco, né per chi gli sta davanti. FESTIVALETTERATURA Dibattitivivaci trascrittori ebambinisi sonosvolti alFestivaletteratura: daRoddyDoyleaCorradini sull'alfabetoebraico NONSOLOCOPIONIESILARANTIINCOPPIACONAGE:FURIOSCARPELLIAVEVANELCASSETTOILSOGNODIILLUSTRATORE.Ereditato dal padre, Filiberto, che è stato uno dei più famosi disegnatori per l'infanzia del suo tempo. E tradotto in carta, colori e matita per il figlio Giacomo, con il quale è nata quest'avventura in parole e fumetti che rivisita allegramente L'isola del tesoro di Stevenson. A due anni dalla scomparsa di Furio, Giacomo Scarpelli è riuscito a dare alle stampe il frutto di un desiderio tardivo, portandoci sull'isola con nuovi personaggi, come Estella, graziosa e bisbetica, destinata a mettere un po' di sale in zucca a quell'esercito di maschi che popola il romanzo. Così come i due nuovi amici di Jim, il topolino Cook e il Pellicano, mascotte della goletta «Hispaniola». Un libro che si trasforma in caccia al tesoro nascosto e ritrovato: quell'angolo creativo di Furio Scarpelli, tra echi del padre e richiami del figlio. Tre generazioni che si sono dedicate alla fantasia. Estella e Jim nella meravigliosa Isola del Tesoro di Furio e Giacomo Scarpelli, pagine 166, euro 15 Gallucci. LETTURE /2 Ledomande dei ragazzini ConloroaMantova gli incontrimigliori GIOVANNINUCCI nuccig@gmail.com LETTURE /1 «Lagitadimezzanotte» per parlare di vita edi morte Dopo«Il trattamento Ridarelli»e «Paddy Clarke abah ah!»,ecco unromanzoche attraversa le barrieredel tempoeracconta la vitae la morte in ogni loroaspetto piùprofondo:«La gitadi mezzanotte»di RoddyDoyle (Salani,pagine 158, euro11,00). Lanonnaè all'ospedale,Mary, sua nipote, levuole molto bene,ma è duraper lei andarlaa trovare.Durante le visite la nonna dormequasi sempre eMarysache la suavita è prossimaalla fine. Ungiorno, tornando dascuola, Mary incontraunadonnamisteriosa. Si chiama Tanseyeaiuterà Maryad accettare l'inevitabile, accompagnando lei, la madree la nonna in un'ultima,gloriosa,avventura dimezzanotte. Carta,coloriematita: il tesoronelcassetto diFurioScarpelli Storie fiabesche per leggere ilmondo «Alfabetoebraico.Storie per impararea leggere la meravigliadelmondo»di Matteo Corradinie GraziaNidasio (Salani,pagine 96, euro 18,90) raccoglie le ventidue lettere dell'alfabetoebraicostudiatee spiegate attraversoventidueracconti illustrati dauna maestradell'illustrazione italiana. Una lettura insiemefiabesca eprofonda,poetica e semplice,peravvicinare ibambini alle meravigliedell'alfabetoper eccellenzae per scoprireununiverso di significati incuiciascuno dinoipuò riconoscere ilproprio. L'alfabeto è il tramitetra i pensierie lecose, è lastrada di sassi inun fiumeche collega duesponde. U: 18 lunedì 10 settembre 2012
Il presidente del Consiglio ha promosso una svolta di governo: «da agenda ad acta», dalle cose da fare alle cose fatte. Verrebbe voglia di chiedere i tempi, il “calendario”, ormai stretto, ahinoi. Ma alla fine, alla vecchia maniera, un po' bizantina un po' democristiana, ci si è ritrovati sempre attorno allo stesso interrogativo: che farà il presidente del Consiglio? Monti, chiudendo il workshop Ambrosetti, con il suo garbo, con la su retorica sotto traccia, ha lasciato intendere tutto e, quasi, il contrario di tutto. E cioè che il suo mandato scade nel 2013, che il suo governo è un «episodio», è «transeunte», che non può «credere che in Italia non possa essere eletto un leader in grado di guidare il Paese», ma che la linea del risanamento non si può interrompere, che il popolo lo vuole, che i tecnici (i «professori») hanno arricchito grazie a «competenze specialistiche» la cultura amministrativa del paese e che non si può disperdere tanta grazia di Dio, che lo stesso popolo italiano ha inteso il senso del «suo» rigore, che gli italiani non sono «ingovernabili», anzi che gli italiani chiedono di essere governati, chiedono governance, purtroppo «qualche volta, per colpa dei meccanismi istituzionali, è mancata l'offerta», ovvero l'offerta non è stata all'altezza... prima di lui, naturalmente, che la «politica degli annunci» non è sua ma è dei giornali (forse si rivolgeva a chi gli sedeva sulla sinistra, il direttore del quotidiano di via Solferino). Ha spiegato che un conto è candidarsi e un conto è saper governare e quanto lui sia bravo a governare, come l'Europa gli riconosca ampi meriti e sappia darsi grazie a lui strategie meno ripiegate sul giorno per giorno dello spread. Vedi il consenso - citato - «dei capi di Stato e di governo e dello stesso presidente della commissione europea alla proposta riunione di Roma per riflettere su una crisi che dà corpo a tante forme di populismo». DA AGENDA ADACTA Più che convegni servirebbero «acta», ma Cernobbio è il luogo delle belle idee, che non è detto siano pure utili, e delle simpatie. Indubbiamente in quell'ambiente che Monti ha diretto per decenni come relatore, presentatore, moderatore, il professore bocconiano di simpatie ne ha raccolte tante. È vero che la sua fama nel vecchio continente s'è rafforzata, è vero che i banchieri italiani e gli imprenditori (soprattutto i primi) ormai pendono dalle sue labbra, ma questi, come già s'è scritto, stanno sempre dalla parte giusta (e stupisce piacevolmente che in questo consesso di signorsì non si sia visto o sentito, almeno noi non l'abbiamo visto o sentito, il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi). Quelli che contano o credono di contare, in passerella, hanno sposato l'ottimismo di Monti, dopo aver sposato quello di Berlusconi. Ma è altrettanto vero che tanti (lui per primo e, a Cernobbio, Alfano e poi Bersani a Reggio) hanno assicurato che il nuovo capo del governo dovrà essere indicato dagli elettori. Però un ex capo del governo assai esperto, Romano Prodi, ha fatto notare in riva al lago che, qualora i risultati elettorali non indicassero un vincitore, beh, in questo caso, ci si potrebbe rivolgere ancora a un governo tecnico e quindi a un “Monti-bis”, al professore insomma in veste di ri-salvatore. Per mettere le mani avanti Monti ha ringraziato ufficialmente (cioè in seduta pubblica) i partiti (che dovrebbero riformarsi, ma che hanno saputo resistere all'influenza delle lobby) e i capi dei partiti (uno, Alfano, presente, gli altri due no, come non ha mancato di puntualizzare, dimenticandosi di Enrico Letta), che lo stanno sostenendo e poi parole particolari ha usato per Berlusconi, che «ha vissuto mesi delicati», ricordandogli però che la legge anticorruzione si farà: «Patroni Griffi e il ministro Severino sanno quanto tengo a questo provvedimento che vale per innalzare la competitività del Paese». Insomma il futuro politico non ci priverà di Monti. Per capire quale strada sceglierà, c'è qualche mese in mezzo. Per ora siamo alla stagione delle chiacchiere in chiaro e dei propositi sotterranei (manovre, non chiamiamoli progetti), con una riforma elettorale a mezz'aria che potrebbe essere decisiva per capire il destino nostro e quello di Monti. Sul futuro concreto, per passare ai “fatti”, Monti s'è affidato ai suoi ministri (Passera, assediato dai fotografi e dagli operatori tv in una improbabile e poco istituzionale conferenza stampa, ha garantito tutto il suo impegno a trovare investitori per l'Alcoa) e non ha detto nulla, a parte i riferimenti alla importante legge anticorruzione: niente a proposito di investimenti, poco a proposito di welfare, i salari possono attendere. Il montismo di Casini e dell'Udctracima da ogni sedia del PalaMontepaschi di Chianciano, do-ve ieri si è chiusa la festa annualedello scudocrociato. Tanto che illeader, dal palco, si permette addirittura di «contraddire» il premier tecnico, che continua a ripetere di voler lasciare palazzo Chigi nel 2013. «Per noi dopo Monti c'è Monti, il cammino non va interrotto». Certo, la festa dell'Udc, vera e propria levatrice del listone «Per l'Italia» che verrà, ha visto sfilare altri potenziali leader o candidati premier. La star Emma Marcegaglia, accolta sabato da un'ovazione. E poi Corrado Passera, meno a suo agio sul palco, ma comunque dotato di un know how che lo colloca in pole position per un montismo senza Monti, anche perché - come è emerso chiaramente dalla sua ospitata alla festa Pd di Reggio Emilia - il ministro dello Sviluppo sarebbe assai meno sgradito ai democratici rispetto all'ex leader di Confindustria, nel caso di un nuovo governo tecnico. E tuttavia Casini, pur soddisfatto per la presenza di «Emma» e «Corrado», nel suo intervento finale di ieri ha voluto ribadire la strada maestra dei centristi: una legge elettorale proporzionale che renda inevitabile il ritorno alla Grande coalizione. Una legge diversa da quella che ha in mente Bersani. Se il leader Pd insiste nel chiedere un premio di governabilità «che consenta la sera del voto di sapere chi governerà», “Pier” ribalta del tutto il ragionamento, e ricorda come chi, in questi anni di Seconda Repubblica, ha potuto festeggiare la sera del voto e «poi non è riuscito a governare». Anche sulle preferenze, da sempre osteggiate dal leader Pd, Casini tira dritto: ricorda di averne discusso faccia a faccia proprio con Bersani e spiega: «Prendiamo tutte le contromisure per evitare degenerazioni, compresi i tetti di spesa: ma facciamo le preferenze per far scegliere ai cittadini la classe dirigente, perché questo è uno dei motivi dell'antipolitica, la gente vuole qualcuno con cui prendersela». «La pantomima è finita», incalza Casini, «ora si vada in Aula per vedere chi vuole davvero cambiare il Porcellum». Un tema su cui si registra una convergenza con Angelino Alfano, che proprio ieri ha ribadito che «senza intesa si va in Aula e si vota» e anche il sostegno all'ipotesi delle preferenze. Ma sul Monti bis Udc e Pdl sono assai distanti. «Chi vuole Monti dovrà trovare il suo nome sulla scheda elettorale. La democrazia ha il suo sale nella celebrazione delle elezioni e nella consacrazione al governo di chi le vince», ha insistito il segretario del Pdl. Per uno strano contrappasso della cronaca, proprio l'Udc e Casini sono stati il bersaglio dell'ironia del Professore al workshop Ambrosetti. «Nel 2004 era in scadenza il mio mandato da commissario europeo e Berlusconi mi disse che non poteva confermarmi per il no dell'Udc, che voleva Buttiglione», ha ricordato Monti. «Questo mostra come cambiano le cose in politica...». Dal palco di Chianciano, Casini insiste: «Non può andare disperso lo spirito di collaborazione repubblicana che deve essere alla base della prossima legislatura; non può essere dispersa la capacità di guida italiana della politica europea; non può essere dispersa la politica di risanamento e di rigore che, grazie al sacrificio degli italiani, ha evitato un disastro annunciato». Per questo invoca «un governo di politici e tecnici» e anche la trasformazione in “politici” di alcuni ministri tecnici, come Passera e Riccardi, presenti alla festa Udc insieme a Ornaghi, Clini, Catania e Patroni Griffi. Oltre al segretario della Cisl Bonanni, al numero uno delle Acli Andrea Olivero e ai vertici di Confagricoltura, Confcooperative, Coldiretti e Confartigianato. Un parterre di tutto rispetto, che sconta però l'assenza di Montezemolo e del gotha di Italia Futura. La cui ambizione era di fare da perno del futuro rassemblement al posto dell'Udc. Ma Casini, dal palco, ha lasciato le porte aperte agli «altri» che vorranno unirsi al progetto. Anche se, per ora, gli uomini del patron Ferrari sembrano orientati a una lista liberale con Oscar Giannino (mentre Montezemolo sembra sempre più convinto di non candidarsi) che dovrebbe vedere la luce in novembre. L'obiettivo dell'Udc è raccogliere nelle urne almeno il 10%. Sotto quella soglia sarebbe un flop, la doppia cifra consentirebbe invece a Casini di condizionare pesantemente la scelta del prossimo inquilino di palazzo Chigi. Il ministro dello Sviluppo ha invitato chi lo spronava a scendere in campo ad «avere pazienza». Ma il suo piano per restare in politica è già in elevata fase di elaborazione. E non solo per un futuro da ministro tecnico di un eventuale governo di centrosinistra. L'obiettivo di Passera è quello di andare a Palazzo Chigi con l'appoggio del Pd e del nuovo centro. E per questo si impegnerà ventre a terra per il successo della nuova lista centrista, contando sui due deficit di Marcegaglia: i problemi a lasciare la guida delle imprese di famiglia e la freddezza del Pd. Mentre lui, quando il governo arriverà a fine corsa, avrà le mani del tutto libere. Casini, dal canto suo, lancia anche un pacchetto giustizia: ribadisce la necessità di una legge anti-corruzione, ma al Pdl offre in cambio una norma sulle intercettazioni e una norma sulla responsabilità civile delle toghe «non vendicativa ma in linea con quelle dei grandi Paesi europei». Il premier al workshop di Cernobbio ribadisce di non essere in campo: «Il mio governo? È solo un episodio». Ma poi aggiunge che si tratta anche di un'esperienza da non disperdere. . . POLITICA . . . Sulla legge elettorale sfida al Pd: «Vogliamo le preferenze Ora si voti in aula» Monti: «Ci sarà un nuovo leader dopo il voto» Il presidente del Consiglio Mario Monti durante il suo intervento conclusivo a Cernobbio FOTO ANSA ORESTEPIVETTA CERNOBBIO Il leaderUdcchiude lafesta diChianciano.L'obiettivo listoneèpiùvicino.Ma nonostanteMarcegaglia ePassera, il cuorecentrista batteper ilProfessore ILCASO . . . Il grazie ai capi dei partiti che lo sostengono e poi a Berlusconi: «Ha vissuto mesi delicati» Casini ultramontiano. Alfano: «Bis solo se si candida» ANDREACARUGATI INVIATOA CHIANCIANO 4 lunedì 10 settembre 2012
24 lunedì 10 settembre 2012
LAMOSTRAALL'INDOMANIDELPALMARÈS.ILGIORNO DELLO «SCONTENTO» PER GLI ITALIANI RIMASTI A BOCCA ASCIUTTA. LE TIRATE POLEMICHE CONTRO IL PRESIDENTE DI GIURIA MICHAEL MANN ACCUSATO DI ESSERSTATO«DITTATORIALE».Di aver persino zittito il giurato italiano Matteo Garrone mentre si rivolgeva ai giornalisti sulla «querelle», perché l'Italia niente. E ancora Marco Bellocchio che nonostante il silenzio osservato a caldo alla fine commenta: «Ho partecipato alla competizione e sono stato sconfitto». Mentre Daniele Ciprì sfoggia comunque il sorriso di circostanza: «Non sono due premi di “consolazione” o due “contentini”» dice riferendosi all'Osella d'oro per la fotografia del suo È stato il figlio e al Mastrianni per il giovane interprete Fabrizio Falco. «È stato apprezzato il lavoro fatto - prosegue - e di questo ringrazio la giuria, il direttore Alberto Barbera e i selezionatori tutti». Come ogni anno, nei secoli dei secoli, alla chiusura di Cannes e Venezia il rituale è sempre lo stesso. Polemiche, sfoghi e risposte «distensive» da parte di chi è al timone delle manifestazioni. Così ieri Barbera ha rispedito le accuse al mittente: «Non è vero» che l'atteggiamento di Mann sia stato dittatoriale, ribatte il direttore della Mostra nel corso della consueta conferenza stampa di fine festival. Quella dei bilanci e dei numeri. «Ho seguito la giuria - prosegue - che è stata di una tranquillità eccezionale, una giuria democratica e rispettosa. Mann non ha imposto nessun premio, ma casomai ne ha subito qualcuno. Anche per quanto riguarda la vicenda di Matteo Garrone, Mann aveva detto già prima ai giurati che non voleva si parlasse dei criteri della scelta». Matteo Garrone, torchiato dai cronisti, ha ben altra versione dell'accaduto. Macchè zittito dal presidente Mann e dalla giurata Samantha Morton: mi hanno difeso - sbotta - hanno capito che si cercava di mettermi in mezzo sui premi». Del resto per lui «due premi su otto» all'Italia, «ci sono» dice. «La giuria è un lavoro complicato, d'insieme e non è niente di oggettivo. Con un'altra giuria di quei 18 film in concorso avrebbero potuto vincere altri completamente diversi. Che so... ThyWombdi Mendoza che noi invece non abbiamo premiato affatto. Ho incontrato Ermanno Olmi prima, mi ha detto che a lui non era piaciuto Pietàdi Kim Ki Duk. Ecco, fosse stato lui il presidente, il Leone d'oro sarebbe andato ad altri». Ma i cronisti insistono e Garrone è «costretto»: «Chiariamo che sono amico di Marco Bellocchio e lo ammiro - conclude -. Nel volersi sentire delusi per un mancato premio all'Italia siamo provinciali, perché un film in una giuria deve trovare più di un consenso e non è che ci mettiamo a leggere le recensioni o ci possiamo far influenzare dagli applausi. Le decisioni sono di pancia, di gusti personali e io sono stato solo uno degli otto giurati. A Cannes sono stato fortunato nel trovare in giuria persone che si sono trovate d'accordo nell'apprezzare Gomorra o Reality, ma ad esempio agli Oscar no: Gomorra aveva vinto tutti i premi possibili eppure non entrò nella rosa dei dieci. Che dovevo dire? Ho accettato, i festival sono un po' una lotteria». Nel complesso, insomma, «è stata un'esperienza faticosa - conclude Garrone -. Non voglio fare più il giurato, soprattutto in un festival italiano». E visto il tenore delle polemiche, come dargli torto? ROSSELLABATTISTI rbattisti@unita.it TheCountry intricata piècesullamenzogna elacolpadebutta staseraaSolomeo.Ce neparla il regista CULTURE SLITTATOASTASERA,PERUNASPERICOLATACADUTADELLAPROTAGONISTA, LAURA MORANTE, DEBUTTA «THE COUNTRY» di Martin Crimp al Teatro Brunello Cucinelli di Solomeo per poi arrivare in cartellone a Roma all'Eliseo il prossimo 27 novembre. Ne parliamo con Roberto Andò, vestito stavolta dei panni di regista teatrale che alterna a quelli di cineasta, direttore artistico, sceneggiatore e, non pago, anche di scrittore «fresco» di Campiello per il suo primo romanzo, Il trono vuoto. MartinCrimpèunautore introdottosullenostrescenedaFabrizioArcuriedagli Artefatti inallestimenticheinsistonosugli aspetti strutturali della drammaturgia.Qualèstatoinveceilsuoapproccio? «Il mio incontro con questo testo - scritto una dozzina di anni fa da Crimp corrisponde alla maturità del drammaturgo inglese, dove sono evidenti le discendenze pinteriane ma anche le ribellioni. Mi affascina la drammaturgia del nascosto che questo Crimp porta alle estreme conseguenze. Vicina a Pinter, appunto, attraverso certi stilemi di linguaggio, ma anche con assonanze ai film di Michael Haneke, un regista intento a scovare ciò che è in agguato nella vita delle persone». «The Country» è una storia di menzogne e di persone legate da rapporti sbilanciati:maritoemogliechehannoscelto di vivere in campagna quando una notteluiportaacasaunagiovanechedicediavertrovatosvenutaperstrada.Ma lamogliesospettachesiaunasuaamante...Lasuaregiasceglieunpianoprivato persvelarelemanipolazionineirapporti dicoppiao facenno anche alle formedi controllodella società? «C'è un riflesso di controllo sociale delegato a un personaggio che in realtà non compare in scena, il dottor Morris, una sorta di invasiva presenza invisibile che ti fa pensare a una società vigilata. Però l'azione è scandita dal tempo in una suddivisione in quattro movimenti, per prendere spunto dalla musica: cesure temporali di pochi minuti, ore o mesi nei quali succede qualcosa che non vediamo. Un'ellissi che crea delle voragini dove può succedere di tutto, anche che la ragazza, Rebecca, improvvisamente sparita, possa essere stata uccisa. L'aspetto interessante nella scrittura di Crimp è che radicalizza le ambiguità senza volerle conciliare». Unaltrotemacrucialedi«TheCountry» èlacolpa: lacollegaaicomportamentia cuiassistiamooggi,dovenessunovuole assumersilaresponsabilitàdiciòchefa? «Nella pièce il tema della colpa è dato da un movimento inquisitorio che cerca di stanare la colpa che i protagonisti condividono. C'è un legame con l'incapacità di addossarsi le responsabilità ma nel senso che la vita stessa è un carico da portarsi addosso». Ricorda certe atmosfere di «Match Point» di Allen. E in generale, il cinema ama appropriarsi negli ultimi tempi di scenari teatrali, penso a «Carnage» di Polanskioa«Cenatraamici»diLaPatellière, tratti appunto da testi teatrali. Per lei,cheèspessoanchedietroallamacchinadapresa,c'èstatalatentazionediusarequalche sguardo cinematografico? «Resto molto teatrale. Tutto quello che muove l'immaginario è teatro. Le luci, forse, che uso danno una dimensione fantastica, trasognata, irreale. Quasi una penombra della mente». ÈriuscitoariportareLauraMoranteateatro.Comeha fatto? «È stato un incontro molto gratificante. La trovo un'attrice particolare, capace di portare in scena la sua intelligenza, cosa non scontata. La sua vocazione antinaturalistica e allo stesso tempo la naturalezza con la quale abita il palcoscenico la rende “complice” ideale di questo lavoro. Altro attore molto eccentrico è Gigio Alberti, adattissimo a tramutare il concettualismo di Crimp in un labirinto di parole ed emozioni. Non si trovano molti interpreti italiani capaci di trasporre certi umori della drammaturgia inglese». Ha appena ricevuto il Campiello per la suoprimoromanzo,«Iltronovuoto».Comemaiundebuttocosì«tardivo»nelromanzo per chi, come lei, è stato spinto daSciasciastessoa scrivere? «Diciamo una forte autocensura protratta per molto tempo...Ma è servito a trovare la storia giusta, a decantare quella leggerezza che considero un approdo finale alla scrittura». Pronto già a portarla sul grande schermo,però... «Sì, comincerò a Roma le riprese alla fine di ottobre. Il film sarà prodotto da Angelo Barbagallo e da Raicinema con una partecipazione francese. Ma non posso ancora dire nulla sul cast. Top secret». «Mann?Giurato imparziale» Barberadifendeil lavoro di tutta lagiuria LepolemichedopoVenezia «Nessunatteggiamento dittatoriale»dice ilpresidente.Garrone: «Un'esperienzafaticosa» GABRIELLAGALLOZZI Il registacoreano KimKi-dukdurante lapremiazioneal FestivaldiVenezia FOTO ANSA Andò:«Crimpateatro scova ilnascosto nellenostrevite» StefaniaUgomari Di Blas,Laura MoranteeGigioAlbertiprotagonisti di«TheCountry»direttida Andò ... Il registadi“Gomorra”: «Ledecisioni sono dipancia,digustipersonali, iosonosolounodegliotto» U: 16 lunedì 10 settembre 2012
RIPROPORRE ROBERT SHECKLEY È D'OBBLIGO OGGI CHEMOLTESUEPREVISIONISIAVVERANO.SPECIALMENTEL'USOORGANIZZATODELLAVIOLENZAcome fonte di profitto negli spettacoli televisivi e di controllo delle pulsioni e del comportamento nell'assetto sociale. E sono questi i due punti di forza dell'antologia La settima vittima (Nottetempo, pp. 408, euro 18,50), la nuova traduzione italiana, curata da Moira Egan e Damiano Abeni, dei racconti più rappresentativi del canone Sheckley. In particolare quello del titolo, apparso nel 1965 come Ladecima vittima, ricalcato sul film che ne aveva tratto Elio Petri. Qui si ha una civiltà del futuro che ha legalizzato l'omicidio per incanalare l'aggressività in una gara di sangue, evitando così la guerra e lo sterminio su scala biblica. Ci si iscrive alla caccia e si ottiene il permesso di uccidere una persona a sua volta selezionata fra i concorrenti. Se si riesce ad eliminarla, tocca fare il turno di vittima. Per il protagonista, un imprenditore di mezza età, Stanton Frelaine, giunge la settima, Janet-Marie Patzig, un'indifesa ragazza di New York che evita di fuggire o ricorrere agli inganni di prassi, determinata ad essere un mero bersaglio… L'ironia ed il fatalismo di Sheckley sono strumenti di lettura e interpretazione della natura umana. Per lui, la specie intelligente del pianeta non ha scampo dalle proprie tendenze distruttive. Così in La settima vittima Stanton e Janet assistono a cruenti spettacoli di gladiatori. Quali poi effettivamente si terranno negli Stati Uniti del presente. Questo scenario trova corrispondenza nei reality. Sheckley li anticipa inscenando un altro tipo di caccia all'uomo, quella de Il prezzo del pericolo, dove un concorrente accetta di sopravvivere per soldi una settimana braccato dai peggiori delinquenti, che otterranno l'amnistia se lo uccideranno. L'idea fu plagiata da Stephen King per L'uomo in fuga, poi portato sullo schermo nel 1987 da Paul Michael Glaser con il titolo italiano de L'implacabile. Molto meglio, peraltro, la versione cinematografica fedele a Sheckley, Ilprezzodel pericolo, di Yves Boisset, del 1983. Ancora, un'estrema deriva civile nella New York del XXI secolo de La trappolaperuomini. Steve Baxter deve superare prove di coraggio e di forza per raggiungere Times Square ed ottenere un appezzamento di terreno solo per lui e la famiglia, fra selvaggi metropolitani e ordalie incredibili. Un po' come in Requiem per un cacciatore, di Henry Kuttner, dove appaiono i famosi tagliatori di teste del Central Park. Ma Sheckley conferisce risonanze sociologiche anche alle ambientazioni spaziali. Un'astronave vivente ha bisogno di un terrestre per funzionare, alieni di un pianeta ventoso non ne comprendono il pericolo per gli umani, un gas dà allucinazioni orribili a chi si avventura sul mondo denominato Fantasma V, subdoli tentativi di colonizzazione tramite acquisti immobiliari, partite a scacchi con paradossali pedoni e un pellegrinaggio alla Terra divenuta parco tematico per i nati fra le stelle. La vena di Sheckley scaturisce dalla svolta della fantascienza negli anni '50. Quando le bombe atomiche ed i primi lanci spaziali rendevano obsoleta l'estrapolazione scientifica, gli scrittori cercarono nuove strade, che videro la luce in romanzi e racconti pubblicati specialmente sulla rivista Galaxy, diretta da Horace Gold. L'approccio era l'opposto di quello propugnato da John W. Campbell jr. su AstoundingScienceFiction. Non interessava più l'esplorazione del cosmo nei millenni distanti del futuro remoto, bensì la rappresentazione dell'avvenire più immediato sulla buona vecchia Terra. Nella società statunitense, il dopoguerra aveva portato mutamenti enormi, che non lasciavano presagire niente di buono. Criminalità giovanile, bande di teppisti, opulenza diffusa e nel contempo sfuggente per gli emarginati, di qui la necessità di proteggere la sicurezza delle città. Il tutto contornato da nuove tecnologie e da sistemi di organizzazione complessa. Dati i presupposti già sconcertanti di una società talmente diversa, si arrivò alla descrizione di un domani caratterizzato dalla violenza pervasiva. Segnali analoghi se ne potevano cogliere anche nella solare e paciosa Italia, ormai colonia americana a sovranità limitata. Il boom economico, l'ascesa di nuovi soggetti, la televisione, la cultura di massa, formavano un blob in perenne metamorfosi. Quasi perfetto da rappresentare sul grande schermo, con la voga di film camp, colorati, grotteschi ed erotici. Elio Petri, regista intelligente e lucido osservatore, non poteva astenersi dal contribuirvi. Cercò dunque la traccia ideale nella fantascienza d'oltreoceano. La sua prima scelta fu L'anno del diagramma, del sulfureo Robert A. Heinlein, tacciato ora di fascismo, ora di anarchismo. Era un racconto del volume Minacciaalla Terra, edito dalla splendida e mai più rinata «Gamma». In quelle pagine brevi e trascinanti, un matematico prediceva la fine del mondo a partire dagli episodi monstre che si susseguivano dappertutto: omicidi, strani comportamenti pubblici, catastrofi. Poi Petri lesse La settimavittima e capì di avere fra le mani il capolavoro su cui far esercitare il genio anticonformista di Ennio Flaiano, che ne firmò la sceneggiatura insieme a Tonino Guerra, a Giorgio Salvioni ed al regista. Il risultato fu un'impagabile Roma del 2000 dallo stile degli anni '60 ed ancora priva del divorzio! Peccato per gli ultimi dieci minuti del film, che lo trasformano in una commedia su misura per la produzione Ponti. Meno male che la copertina dell'edizione Nottetempo recupera lo spirito vero del racconto, quello di Sheckley, con un cupo Marcello Mastroianni e dietro di lui la moglie, Elsa Martinelli, e la «vittima», Ursula Andress, all'epoca legata al bikini che indossava uscendo dall'acqua in Licenzadi uccidere, il primo film della serie di 007. Due donne e un bivio per un uomo che non può permettersi dei sentimenti in un futuro più decomposto di certe figure della geometria frattale. L'INTERVISTA : RobertoAndòdebuttaateatroconCrimp PAG. 16 ILDOCUMENTO : Il reportagesulla fabbricadiSevesodiVincenzoConsolo PAG. 17 FESTIVALDI MANTOVA : Ledomandedei ragazzinie ilnuovoromanzodiEshkolNevo PAG. 18-19 U: SCRITTUREVISIONARIELeprofeziediSheckleyCosìanticipava l'uso dellaviolenzaorganizzata Dalla locandina del film «HungerGames» FOTO ANSA Un'antologiadellesueoperepiùrappresentativeriappare inunanuovatraduzione italiana,doveèpossibile riscontrare l'incredibilecorrispondenzacon i realitydioggi ENZOVERRENGIA CHI È Iniziòascrivereneglianni50 surivistedi fantascienza NatoaNewYork nel 1928e mortonel 2005, RobertSheckleyè stato un scrittoreamericanodi larga fama. Iniziòa pubblicare i suoi raccontinelle rivistedi fantascienzadegli anniCinquanta. Si trattavadi storiestimolanti, imprevedibili, dai risvolti assurdinon privedi ironia.Tra la sua produzione,anchesceneggiature per la televisione,adattamenti di lavori dialtri autorie una lunga seriedi raccontibrevi. lunedì 10 settembre 2012 15
UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it Il loro collante politico è l'avversione all'«Europa dell'omologazione e degli affaristi». Il loro collante ideologico rispolvera ideologie e pratiche di un passato che non passa: l'odio verso gli immigrati, l'antisemitismo, la xenofobia. Cercano di cavalcare l'insicurezza sociale prodotta dalla crisi, indirizzandola contro i «palazzi del potere» che «affamano il popolo» e contro «gli scippatori di lavoro»: neri, asiatici, i «diversi» che vanno «rispediti a casa», con ogni mezzo. Il nemico viene individuato nelle classi politiche nazionali cosmopolite e liberiste «traditrici» dei valori tradizionali della nazione e l'Unione Europea, concepita come una creazione figlia della cultura che loro rifiutano. Un populismo aggressivo, in crescita politica ed elettorale, che attraversa l'Europa da Nord a Sud, da Est a Ovest. In questo contesto, annota in un recente saggio Francesco Violi (Il Populismo in Europa e nell'Unione Europea), «l'Ue è un nemico da abbattere, il ladro della sovranità violata, colei che vuole annacquare, omologare o cancellare le tradizioni e le culture differenti, colei che vuole rubare ai popoli la loro sovranità col placet dei burocrati e delle classi dirigenti decadenti e corrotte, colei che fa l'interesse dei grandi multinazionali e delle grandi lobby finanziarie contro il benessere della gente comune...». L'euroscetticismo è il terreno su cui il populismo nazionalista e dichiaratamente di destra incontra quello di movimenti e partiti «nuovi», adeologici». A sottolinearne la pericolosità è stato recentemente Mario Monti. In Europa si sta diffondendo un «pericoloso fenomeno» con «populismi che mirano alla disgregazione» nei diversi Stati membri. È l'allarme lanciato, l'altro ieri, dal premier italiano dopo il bilaterale con il presidente del Consiglio europeo Herman van Rompuy a Cernobbio. «Siamo in una fase pericolosa» perché «in Europa c'e molto populismo che mira a disintegrare anziché integrare e sono molto lieto che il presidente Van Rompuy abbia colto la mia idea di un vertice ad hoc», in cui si parli del fenomeno di «rigetto a cui stiamo assitendo», ha aggiunto Monti. «Ho proposto al presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, che la riunione straordinaria» per affrontare i populismi e l'antieuropeismo «abbia luogo a Roma, in Campidoglio» dove fu firmato il Trattato europeo, ha concluso il Professore. MAPPA Per contrastare un fenomeno in preoccupante crescita, occorre analizzarlo, conoscerlo, radiografarlo. L'Unità ha dedicato a questo complesso tema un documentato articolo di Paolo Soldini. Ritornare sull'argomento è utile per comprenderne innazitutto il radicamento. Tra i pionieri dell'euroscetticismo, c'è il francese Front National (Fn) guidato da Marine Le Pen. Legato alla Destra sociale, nazionalista e con chiare derive xenofobe, il Fn negli anni si è liberato dalle sue tendenze più estremiste guadagnando terreno tra giovani e operai fino alle presidenziali dello scorso aprile, quando la Le Pen ha ottenuto il 18% dei voti, piazzandosi al terzo posto dopo Hollande e Sarkozy e facendo scattare l'allarme a Bruxelles, preoccupata dalla «minaccia populista» portata avanti in Francia e non solo. Una minaccia che, infatti, si estende a macchia di leopardo in tutta Europa e che in Ungheria è il segno distintivo del partito al governo, Fidesz, e del premier Viktor Orban. Nei suoi confronti l'Ue ha aperto una procedura di infrazione per leggi giudicate in contrasto con i trattati europei nel campo dell'indipendenza della Banca centrale, della giustizia e dei media, certificando la deriva autoritaria di un premier che più volte si è scagliato contro l'euro e l'Ue. Tra i partiti populisti di destra estrema, attualmente presenrti al Parlamento europeo e nel proprio Parlamento nazionale che portano avanti questi «valori», ci sono: DirittoeGiustizia in Polonia, l'Ataka - Attacco Unione Nazionale in Bulgaria, Jobbik - Movimento per una Ungheria Migliore, il Partito della Grande Romania, il Partito Nazionale Britannico, AlbaDorata in Grecia, il PartitoNazionale Slovacco. A questi si uniscono movimenti europei che si muovono in una ottica antistatalista e antiomologazione europea, senza raggiungere l'estremismo ideologico della destra radicale: tra questi, il Partito della Libertà in Olanda, in Austria il PartitodellaLibertà e la Lega per il futuro dell'Austria entrambi creazione del defunto Jörg Haider. Si va dal partito irlandese Libertas, che ha guidato il voto contrario al referendum sul Trattato di Lisbona in Irlanda nel 2008, allo Ukip nel Regno Unito, un partito che ha al centro del suo programma politico l'uscita della Gran Bretagna dall'Ue. Nella realtà scandinava troviamo il Partito del Popolo Danese, i DemocraticiSvedesi, i VeriFinlandesi e il PartitodelProgressoinNorvegia, di cui è stato membro Breivik, l'autore del massacro di Utoya. «L'unica forma di europeismo che unisce alcune di queste forze - riflette ancora Violi - è l'europeismo alla Breivik. l'europeismo dell'odio, l'europeismo del “noi, società aperta e libera” contro loro, “chiusi e pericolosi”., l'europeismo del bene contro il male. Una visione inconciliabile contro una visione universalistica dell'umanità, come vuol essere la propsta federalista» L'ESCALATION Non siamo di fronte solo a movimenti marginali. Dal 2008 ad oggi - gli anni della crisi più dirompente - il Fn francese ha ottenuto il 18% alle presidenziali dell'aprile scorso. Nello stesso periodo in Belgio, nonostante il protrarsi della crisi di governo, l'Alleanza Libera Fiamminga continuava a mietere consensi nei sondaggi. In Svezia, per la prima volta i DemocraticiSvede\si riuscivano ad entrare in Parlamento, in Finlandia i Veri Finlandesi di Timo Soini ottenevano il 19% risultando il 3° partito più votato e scavalcando il Partito di centro. In Ungheria, lo Jobbik otteneva il 16,6% ed è il terzo partito. In Olanda, a 4 giorni dalle elezioni anticipate, sembra invece aver perso colpi l'euroscettico Partito per la libertà, guidato da quel Geert Wilders che nel 2010 conquistò gli olandesi con le sue crociate anti-immigrati. Dopo aver staccato la spina al governo conservatore di Mark Rutte, Wilders ora ha trasformato l'appuntamento al voto in un referendum sull'Europa, reclamando perfino il ritorno al fiorino. L'ANALISI MICHELECILIBERTO LA CRISISOCIALE Dalla Francia all'Ungheria, dalla Romania alla Norvegia: il populismo aggressivo è in crescita elettorale Come collante l'avversione all'Unione europea «colpevole di cancellare le tradizioni» SEGUEDALLAPRIMA Discutere di questo significa parlare sia del destino della democrazia, sia del futuro del nostro continente. È sbagliato infatti pensare che il populismo riguardi solo il nostro Paese, così come è stato un errore ritenere che il berlusconismo fosse un fatto solo italiano. Quella che è stata definita «democrazia dispotica» è infatti qualcosa che riguarda molti Paesi europei e una generale patologia della democrazia; non è, come qualcuno ha detto, la pura e semplice «autobiografia» della nazione italiana. Risiede qui il primo merito della iniziativa di Monti: spingere tutti ad uscire da una veduta provincialistica e a misurarsi con un fenomeno che sorge dal fondo della storia europea. Il secondo merito consiste nel costringere tutti a definire con precisione cosa si intenda per populismo. Le parole, infatti, quando vengono usate in modo generico e approssimativo perdono forza analitica, anzi servono a confondere le acque invece di chiarirle. Da questo punto di vista ci sono alcuni elementi preliminari. Anzitutto è da tener presente che i blocchi sociali e politici che hanno caratterizzato ampia parte della storia del Novecento, compresa quella della cosiddetta prima Repubblica, sono venuti meno. Nel definire queste trasformazioni si sono impegnati sociologi (la società liquida) ma anche psicologi (la crisi della figura del padre, la caduta del principio di autorità), ma il «fatto» nella sua durezza è sotto gli occhi di tutti. Non esistono più blocchi sociali compatti che si esprimono, organicamente e in modo diretto, in partiti e in scelte politiche. Tanto meno vi sono organizzazioni politiche che siano nomenclature delle classi. Il che non significa che non esistano più classi o che non ci sia più lotta di classe. Ma come è cambiata la configurazione delle classi, così è mutato il rapporto tra economia e politica, e soprattutto è mutata la relazione tra dinamiche economico-sociali e rappresentanza politica. Questo credo sia il problema di fondo su cui occorre riflettere. Questi processi in Italia sono stati ampiamente rappresentati, e potenziati, dal berlusconismo, il quale è al tempo stesso un effetto e una concausa di questa situazione. Ma non si tratta di un fenomeno solo italiano; anche nelle periferie parigine, e in parti della classe operaia francese, ci sono state scomposizioni dei vecchi blocchi sociali, con forti spostamenti dei flussi elettorali da sinistra verso destra, evidenti nel successo del Fronte di Le Pen. In Italia questi processi si sono accompagnati alla fine della politica di massa, delle culture politiche dell'antifascismo, e all'imporsi sia di nuove modalità della lotta politica (il leaderismo) sia di nuovi e inediti modelli di relazioni con le parti sociali. Ciò ha comportato anche il consumarsi, nelle vecchie forme, del concetto di destra e di sinistra. È un fenomeno di vasta portata, anche sul piano strettamente ideologico e culturale . Alcuni giorni fa, Luigi Manconi in un articolo assai interessante, si è chiesto come sia possibile che un giornale che si proclama di sinistra diffonda una ideologia di destra. Credo che per capirlo sia necessario inserire questo singolare fenomeno nel contesto generale del populismo e delle molte configurazioni che esso è in grado di assumere. Se questo è infatti possibile è perché, oltre a coloro che fanno il giornale, sono cambiati soprattutto quelli che lo leggono. E questo cambiamento è stato possibile dal venire meno, e poi dal dissolversi anche a sinistra, dei criteri di un'analisi materiale della situazione e dei rapporti sociali e politici e dall'imporsi di un sistematico rovesciamento del rapporto tra apparenza e realtà. Si è persa la capacità di distinguere, cioè di capire. Sta qui una delle radici essenziali del populismo sul piano ideologico. Ne è conseguito un offuscamento nella capacità di comprendere, afferrare e contrastare la sostanza dei processi storici sia in Italia che a livello mondiale, con il diffondersi di un forte provincialismo sul piano politico e culturale. Soprattutto ne è conseguito, specie a sinistra, un progressivo ritirarsi verso impostazioni e prospettive di tipo moralistico, che, se da un lato possono garantire consenso, dall'altro sono del tutto impotenti come «strumenti» di trasformazione della realtà: si finisce, infatti, con il guardare alla realtà dal «buco della serratura». Esistono molte forme di populismo, ma esse hanno tutte alcuni elementi in comune: la critica, anzi il disprezzo, verso la democrazia rappresentativa e i suoi strumenti; il rigetto della mediazione e quindi della politica; l'identificazione dell'avversario con il nemico; la riduzione del lessico a puri insulti, su cui si è soffermato Carlo Galli in un recente articolo. Per questo parlare del populismo significa affrontare il problema della democrazia e del suo destino; e per questo ha fatto bene Monti a proporre questo vertice. Se si vuole prospettare il futuro occorre sollevare lo sguardo ai grandi problemi e ricordarsi, ogni tanto, che c'è anche quella che si chiama «alta politica». Marine Le Pen, leader del Front National in Francia FOTO ANSA Estremisti in ascesa L'Europa è bersaglio . . . Monti aveva lanciato l'allarme: «Stiamo assistendo a un fenomeno di rigetto» . . . Presto a Roma un vertice per affrontare i problemi di questa allarmante ondata antieuropeista . . . I blocchi sociali e politici che hanno caratterizzato ampia parte del ‘900 sono venuti meno Lo spettro della «democrazia dispotica» tra di noi . . . Questi processi sono stati potenziati in Italia dal berlusconismo che è stato insieme effetto e concausa 8 lunedì 10 settembre 2012
«Mille posti al giorno». Nella ridda di dati sulla disoccupazione, quello usato da Luigi Angeletti ha il pregio comunicativo di essere conciso e di riassumere efficacemente la drammaticità della situazione: «Ci aspetta un autunno drammatico, la perdita di posti di lavoro non si arresterà, ci aspettano mesi peggiori - ha detto - di quelli che sono passati». Il segretario generale della Uil ne parla alla vigilia della ripresa autunnale e dell'incontro di palazzo Chigi con Mario Monti e il governo sul tema della produttività. Proprio sul confronto di domani Angeletti si è detto poco ottimista: «Servono risorse economiche e politiche - ha detto il leader Uil - il governo non ha nessuna delle due. Non ha soldi e non ha, a fine legislatura, la forza politica per cambiare le norme». Il centro del confronto di domani dovrebbe essere comunque su come dare slancio alla produttività del lavoro con l'invito del governo anche ai sindacati (come alle imprese nell'incontro di mercoledì 5) di lavorare a un patto che il governo potrebbe poi sostenere con agevolazioni fiscali. Ma il governo ha già avvertito che le risorse per le agevolazioni saranno molto limitate. Sul tema Angeletti rinnova la richiesta di calo della tassazione del lavoro: «La vera rivolta fiscale la devono fare i lavoratori dipendenti che le tasse le pagano prima di prendere lo stipendio attacca - . Tutte le risorse recuperate dall'evasione devono esser utilizzate per ridurre le tasse a chi le paga». CONFRONTOINCGIL La settimana sindacale si apre comunque oggi con il Direttivo della Cgil. L'attesa mediatica è tutta per la questione “sciopero generale”, ma nella relazione introduttiva Susanna Camusso affronterà i temi dell'attualità politico-economica, le critiche al governo e alla riforma Fornero e le proposte alternative della Cgil, a partire dal “Piano per il lavoro”. Se la sinistra interna guidata dalla Fiom chiede di fissare la data di «uno sciopero generale che abbia un carattere riunificativo delle iniziative aperte», la segreteria invece punta forte sul valore di «prova generale» dello sciopero dei lavoratori pubblici fissato per venerdì 28 settembre. La macchina organizzativa della Cgil si sta spendendo molto per la riuscita della mobilitazione che riveste un valore ancora più grande in quanto è stato indetto assieme alla Uil e al quale parteciperà anche l'Ugl. PUBBLICICOMEPROVA GENERALE Proclamare uno sciopero generale prima di quella data depotenzierebbe la protesta e le ragioni della mobilitazione dei lavoratori pubblici contro la Spending review e i tagli del 10 per cento alle piante organiche di tutti gli uffici. D'altro canto, fissare una data vicina significherebbe chiedere agli stessi lavoratori di rinunciare a due giornate lavorative nel giro di poche settimane. Nonostante la Cgil non si aspetti molto dall'incontro con il governo, Camusso ribadirà la richiesta di una «svolta» in politica economica e sul tema della produttività rilancerà la richiesta di applicare l'accordo del 28 giugno, rimasto lettera morta e che puntava sulla contrattazione aziendale accanto ad una specifica del ruolo del contratto nazionale e normava rappresentatività e certificazione degli iscritti. La discussione si annuncia profonda e per questo motivo non si esclude di proseguirla anche domani. La minoranza punterà sulla richiesta di mobilitazione sui referendum abrogativi dell'articolo 8 e delle modifiche all'articolo 18 proposti dal Sel e Idv su cui la Fiom ha anticipato che raccoglierà le firme. È il giorno della protesta nella capitale. Tenuta in piedi da un filo di speranza. Il giorno dei cinquecento lavoratori, diretti e indiretti, dello stabilimento Alcoa di Portovesme e dei numerosi amministratori del Sulcis Iglesiente che oggi sbarcheranno a Roma per difendere il lavoro. L'attenzione è tutta per l'incontro che si svolgerà a mezzogiorno al Ministero dello sviluppo economico. Al tavolo del Mise si dovrà discutere, come spiega Salvatore Cherchi, presidente della provincia di Carbonia Iglesias, «dell'accordo siglato il 27 marzo scorso a Roma con Alcoa». Che tradotto significa discussione sul futuro dello stabilimento di Portovesme che l'Alcoa vuole chiudere. «Chiederemo ad Alcoa un atto di responsabilità e di distensione - argomenta Cherchi - tanto più motivati perché la situazione non è irreversibile e senza prospettive». Il riferimento di Cherchi è alla manifestazione di interesse condizionato ( energia, infrastrutture e numero maestranze) per l'acquisizione dello stabilimento che la Glencore ha presentato al Governo ma non ad Alcoa. La speranza e la richiesta dei sindacati e dei lavoratori è che cessi la fermata degli impianti dello smelter di Portovesme e che il Governo si pronunci sui tre punti. Quanto sia importante il vertice lo sanno bene gli operai che da Portovesme partono per viaggiare tutto il pomeriggio sino a Olbia dove è previsto l'imbarco per Civitavecchia. Il raduno dei lavoratori è alle 16.30 a Portovesme. «C'è una speranza, ma anche tanta preoccupazione - dice Renato Tocco, operaio del reparto fonderia da 24 anni - se si ferma lo stabilimento noi siamo morti. Per questo motivo chiediamo al Governo di fare la sua parte». Quale sia la parte da svolgere lo spiega senza mezzi termini Franco Bardi, segretario della Fiom Cgil:. «La speranza è l'ultima a morire anche se non sono rassicuranti le dichiarazioni del ministro Passera rilasciate in questi giorni, ci auguriamo che da parte sua ci sia un impegno forte». In che modo? «Deve intervenire ed far si che si blocchi la fermata degli impianti». Il sindacato, per evitare e prevenire eventuali infiltrazioni intanto ha organizzato anche un servizio d'ordine per la manifestazione. Rino Barca, segretario Fim Cisl porta con sé un centinaio di bandiere, serviranno per colorare il corteo. «Siamo preoccupati ma anche determinati - dice - chiediamo risposte». Il ministro Corrado Passera non ha la formula magica, dice che «ci vorranno mesi per trovare una soluzione» C'È ANCHEIL SINDACO ZEDDA A Portovesme arriva anche il sindaco di Cagliari Massimo Zedda, porta solidarietà e sostegno. «Ho voluto salutare i lavoratori - spiega - perché non partiranno da Cagliari e domani ho un altro impegno istituzionale». Il sindaco di Cagliari, che già a febbraio aveva manifestato attenzione per la protesta degli operai del Sulcis e la scorsa settimana aveva portato la sua solidarietà ai minatori in occupazione a Nuraxi Figus spiega i motivi della sua presenza e del suo sostegno. «Non si può parlare di crescita e sviluppo di Cagliari - dice se negli altri territori della Sardegna c'è il deserto economico e industriale». I lavoratori salgono sugli autobus. Con loro ci sono anche alcuni dei sindaci della provincia di Carbonia Iglesias, consiglieri comunali. Sfileranno e marceranno a fianco ai lavoratori con la fascia tricolore. «Una parte degli amministratori viaggerà con noi - spiega Franco Porcu, sindaco di Villamassargia e portavoce del movimento - gli altri arriveranno domani o stanotte in aereo». Il fronte in difesa della fabbrica è compatto. «Non possiamo permettere che la provincia più povera d'Italia possa perdere un solo posto di lavoro - prosegue - la nostra mobilitazione sarà forte e determinata». Qualcuno nella capitale ci è arrivato da ieri mattina in aereo. «Non c'erano posti - spiega al telefono Alberto Cacciarru che è anche un delegato Cgil - abbiamo quindi deciso di anticipare la partenza». Questa mattina a Roma arriveranno anche gli altri amministratori locali. In tutto saranno oltre cinquecento, sfileranno in una Roma blindata. In marcia per il lavoro. Alcoa, il viaggio della speranza L'INTERVISTA ECONOMIA . . . Oggi il direttivo Cgil per discutere dello sciopero generale e le richieste da avanzare al governo Lavoratori dell'Alcoa durante una protesta al Ministero dello Sviluppo FOTO ANSA Roma, arrivano questa mattina dalla Sardegna lavoratori e amministratori Il corteo e l'incontro al ministero dello Sviluppo Passera avverte: «Per una soluzione ci vorranno dei mesi» DAVIDEMADEDDU PORTOVESME «Da Cernobbio non viene nulla di nuovo. La nostra classe dirigente che si ritrova ogni anno là ha rifiutato di fare investimenti nelle imprese ed ha usato il patrimonio per spostarsi sulla finanza a caccia di facili guadagni speculativi, saccheggiando letteralmente l'economia reale. Noi da Capodarco, come da dieci anni, proponiamo tutt'altro. Ma non veniamo mai ascoltati». Il professor Mario Pianta, docente di Politica economica con esperienze alla Columbia University, alla London School of Economics, all'Université Sorbonne, è uno dei promotori di “Sbilanciamoci”, la campagna che unisce 50 associazioni. Ieri, in parallelo al Workshop Ambrosetti, ha chiuso la tre giorni di Capodarco, ospitata dalla Comunità di Don Vinicio Albanesi. Professor Pianta, com'è andata la “controCernobbio” quest'anno? «Molto bene: 500 iscritti, tanta attenzione e partecipazione. Conferma la soggetività civile dicendo la nostra sui temi di attualità politica ed economica. Proposte completamente diverse da quelle rilanciate a Cernobbio, dove si è fatta solo una operazione di facciata: lanciare il Monti-bis significa aggrapparsi all'elemento più credibile che il paradigma conservatore ha prodotto. Noi invece, davanti alla crisi sempre più grave, rifiutiamo le politiche governative di un neo-liberismo ideologico che aggrava i problemi». Ci può anticipare i punti del vostro documentofinale? «Sono sette e tutti molti precisi. Il primo riguarda il ridimensionamento della finanza: tassare la transazioni, no al Fiscal Compact, una Bce che sia prestatore di ultima istanza per abbattere realmente gli spread che ci costano solo quest'anno 15 miliardi di interessi in più. Il secondo su crisi e lavoro chiede l'utilizzo della spesa pubblica per piccoli investimenti e green economy che possono portare alla creazione di 500mila nuovi posti. Il terzo punta riguarda le protezioni sociali con l'estensione degli ammortizzatori ai precari e un reddito di cittadinanza. Il quarto si rivolge ai giovani: diffusione della conoscenza per percorsi di lavoro di qualità e prospettive di carriera, spostando i 700 milioni di sussidi alle scuole private verso il diritto allo studio. Cambiare produzioni e modello di sviluppo è il quinto punto: riconversione ecologica e innovazione di qualità utilizzando i troppi incentivi alle imprese. Il sesto riguarda la cancellazione del programma militare sugli F-35 che permette di avere 12 miliardi di fondi pubblici da utilizzare. L'ultimo riguarda la redistribuzione del reddito: l'Italia è uno dei Paesi più diseguali al mondo, bisogna spostare la tassazione dal lavoro e spostarla sulla ricchezza finanziaria, che è adesso a livelli ridicoli». Prodi a Cernobbio a parlato di rilancio dellamanifattura.È d'accordo? «La nostra produzione industriale è calata del 25% dall'inizio della crisi. La Cina ormai produce innovazione, ma noi dobbiamo guardare alla Germania che durante la crisi ha investito in formazione e non ha licenziato». Cernobbio è un fallimento, abbandoniamo il neoliberismo MASSIMOFRANCHI ROMA MarioPianta “Sbilanciamoci” proponedi ridurre ilpeso della finanza,piccoli investimentiegreen economy,estendere leprotezionisociali . . . I lavoratori vogliono capire se esiste lo spazio affinché Glencore prenda il controllo «Perdiamo mille posti di lavoro al giorno» Il mondo del lavoro si prepara a un autunno difficile FOTO LAPRESSE M.FR. Twitter@MassimoFranchi 12 lunedì 10 settembre 2012
LO. BAS. SPORT@UNITA.IT SPORT CHISSÀSE DAVVEROQUEST'ANNO ALONSORIUSCIRÀ A CONCRETIZZAREILSUOSOGNODISEMPRE,OVVEROVINCEREUNCAMPIONATODELMONDODIF1ALVOLANTEDI UNA FERRARI, DOPO I DUE FIRMATI RENAULT. Dopo la gara di Monza, va detto che la Dea Bendata, da parte sua, ci ha già messo lo zampino. I fatti sono sotto gli occhi di tutti: il nostro che parte decimo e arriva terzo, Button (McLaren) che si ritira a metà gara quando era secondo (una vita davanti a Fernando), Vettel (Red Bull) che deve pure lui cedere per un guasto meccanico a cinque giri dalla fine, anche se già superato dal pilota della Ferrari e per giunta sanzionato con un discutibile «drive trough», reo di essersi difeso dal sorpasso da parte del pilota della rossa. Completa il quadro il ritiro all'ultimo giro dell'altro driver del team «bibitaro», ovvero Mark Webber, che resta anche lui pur sempre in lizza per il titolo. Insomma i soli che salvano la pelle sono Lewis Hamilton (con la McLaren-Mercedes per il terzo Gp consecutivo migliore di tutti), che vince senza alcuna ombra, dominando un Gran Premio d'Italia, e Sergio Perez, quel ragazzino messicano che con la Sauber ha letteralmente umiliato la Ferrari, privando Alonso di un secondo posto certo. Per non parlare del povero Massa, costretto alla quarta posizione dal prevedibile ordine dei box (della serie «guarda che stai finendo le gomme e hai dietro Fernando») mentre era comodamente davanti alla prima guida di Maranello. Il risultato finale che conta è però quello di vedere ora Alonso a quota 179 punti, con Hamilton che diventa il più diretto inseguitore a 142 punti, seguito da Raikkonen (quinto con la Lotus davanti ad un mai domo Schumacher, con la Mercedes) a quota 141 e Vettel che resta a 140 punti. Più staccato Webber, a 132. Il tutto a 7 Gran premi dalla fine con ben 175 punti in palio. Come dire che Alonso ha sì un certo vantaggio (37 punti su Hamilton contro i 24 che aveva alla vigilia di Monza su Vettel), ma che tutto può ancora succedere. «È stato come in un film - il primo commento a caldo di Fernando - una giornata tutto sommato quasi perfetta. Ora il mio rivale diretto è Hamilton, gli altri hanno perso punti importanti. Sarebbe stato impossibile vincere, ma il podio era il mio obiettivo e ci sono riuscito. Non molliamo e andiamo avanti così». Meno contento, Alonso, lo è a proposito del sorpasso subito da Perez prima della Parabolica. E per giunta con quella stessa Sauber (ironia della sorte motorizzata Ferrari) che già aveva rischiato di portargli via la vittoria in Malesia, a inizio stagione: «Quel sorpasso ha anche privato Massa di un possibile podio, se lo meritava». Parole di circostanza, degne del più consumato politico. Come il suo «non commento» a proposito della penalizzazione subita da Vettel. Più secca l'opinione di Sebastian: «Mi pareva ci fosse spazio, non credo di aver fatto nulla di pericoloso. Lo scorso anno successe la stessa cosa e sempre alla Curva Grande. Ma fui io a finire sull'erba nel tentativo, riuscito, di passare Alonso, senza che lo spagnolo subisse alcuna penalità». Una opinione che va registrata, perché se in F1 continua questa logica, allora i sorpassi verranno tra breve permessi solo mettendo la freccia e magari rispettando il…limite di velocità! E non vogliamo credere che la presenza del plurivincitore di Le Mans, l'italiano Emanuele Pirro, tra gli steward, abbia influito sulla decisione. Lasciando le polemiche, passiamo al vincitore Hamilton. «Fantastico successo, il mio primo a Monza - le parole del pilota McLaren -. Ho disputato una gara perfetta davanti ad un pubblico unico. Peccato per Button, visto che la doppietta sul traguardo sarebbe stata sicura». Ovviamente a mille Perez, secondo dopo essere partito 12°: «È stata una gara importante, in cui sono riuscito a tenere il passo degli altri con una fantastica strategia, montando prima le gomme dure, poi le medie, che mi hanno fatto volare negli ultimi venti giri». Alla fine della fiera, va detto che la Ferrari torna a casa con il massimo risultato possibile dopo delle prove critiche, proprio per Alonso, un pilota comunque sempre in grado di trovare il risultato migliore anche nella giornata più storta. «Abbiamo avuto dei problemi, ma adesso dovremo mettere in fila le priorità, stare calmi e preparare bene il Gp di Singapore, che ci aspetta tra due domeniche», conferma Stefano Domenicali. Tutti al lavoro, dunque, a Maranello. Per riportare a casa un titolo che manca dal 2007. INCREDIBILE ROBERT KUBICA, AL RITORNO IN UNA COMPETIZIONEAUTOMOBILISTICAADISTANZADI19MESIDAL TERRIBILE INCIDENTESUBITO AL RALLYDIANDORA,DAL QUALEUSCÌAPEZZI,CONILRISCHIODIPERDEREL'USODI UNBRACCIO E DI UNAMANO. Il polacco ha infatti vinto, al volante di una Subaru Impreza WRC, il Rally della Ronde del Gomitolo di Lana, che si è disputato ieri nella zona di Biella. Insieme al navigatore Giuliano Manfredi, Kubica ha dominato la gara dal primo all'ultimo chilometro, vincendo tutte le quattro prove speciali. Al secondo posto è arrivato Omar Bergo, su Mini Cowntry e al terzo un'altra Subaru, quella dell'equipaggio composto da Franco Uzzeni e Danilo Fappani. Non vi erano dubbi sulle qualità intatte di guida dell'ex pilota della Lotus F1, che in questo periodo di assenza dalle corse ha subito moltissime interventi chirurgici, sottoponendosi contemporaneamente a durissime terapie di riabilitazione. Per non parlare della caduta nel giardino di casa sua, che qualche mese gli procurò ulteriori fratture. «Non sono un pazzo - il primo commento di Kubica -. Sono nato per correre e questo mio ritorno in una gara di rally è solo un primo passo per poter programmare qualcosa di più costante nel 2013. Anche in pista, pur se l'ipotesi di rivedermi costantemente al volante di una F1 è ancora lontana, non prima del 2014. Quante gare ci sono ora in calendario nel circus? Venti? Davvero tante, mi devo riabituare, anche se sono stati proprio venti gli interventi chirurgici che ho subito finora.». Come noto la Lotus, team per il quale corrono attualmente Kimi Raikkonen e Romain Grosjean, non ha mai chiuso definitivamente la porta in faccia a Kubica, tanto che già un paio di mesi fa si era parlato di un possibile test. Test che avverrà nel corso del 2013, visto che il polacco cresciuto agonisticamente in Italia - è considerato uno dei piloti più talentuosi in circolazione. E la grande competitività mostrata proprio dalla Lotus quest'anno (Raikkonen è pur sempre terzo nella classifica provvisoria del mondiale) ha certamente suscitato in lui una grande voglia di rivalsa. «Ci sono però aspetti che non dipendono solo da quanto posso impegnarmi e lottare e non so davvero cosa mi può riservare il futuro - ha poi precisato il pilota nato a Cracovia il 7 dicembre del 1984 -. Quell'incidente mi è costato parecchio, ho subito danni gravissimi e probabilmente non sarò mai come prima. Ma l'obiettivo è quello di tornare nel circus. In questi mesi, peraltro, si sono dette tante cose sbagliate, mentre io parlo solo quando sono sicuro. Ora la certezza è questo rally e poi quello di San Martino di Castrozza. Finalmente, dopo ospedali, sale operatorie e studi fisioterapici, torno alle curve, ai controsterzi e all'odore di benzina». Il suo ritorno in gara, per la cronaca, è avvenuto alla «007», visto che per difendersi dall'attenzione di tv e stampa, ha escogitato un sotterfugio. Sulla macchina in gara è stato iscritto un altro pilota, nome Andrea Crugnola, per nascondere l'identità del vero protagonista. Poi all'ultimo istante rivelatosi, appunto, Robert Kubica. ÈHamilton l'antiAlonso AMonzavince l'inglese Il ferraristabeffatodaPerez ... Vettel (RedBull), sanzionato, devecedereperunguasto meccanicoacinquegiri dalla fine RobertKubica festeggia la vittorianel rallydella Rondedel GomitolodiLanaa Biella. Ilpilotaè tornatoacorreredopo 19mesi dall'incidente Ilpilotaspagnolorimonta finoal terzoposto,Massa quarto. Inclassificasono34 ipuntidivantaggiocon ancora7garedadisputare LODOVICOBASALÙ sport@unita.it LewisHamilton eFernandoAlonso, primoeterzo, sulpodio delGran Premiod'Italia ieri aMonza FOTO ANSA Dopoventi interventi chirurgici Kubicatornaalvolanteevince Ilpilotapolaccosièaggiudicatounagaradi rallyguidando unaSubaru Impreza. 19mesi fa il terribile incidenteadAndorra U: 22 lunedì 10 settembre 2012
«Bene ha fatto il premier italiano Mario Monti a mettere in guardia sul rischio dei populismi in Europa. Da questo punto di vista, l'Ungheria rappresenta un osservatorio tristemente privilegiato. Perché nel mio Paese, il populismo si sta facendo dittatura. Una dittatura istituzionalizzata». A denunciarlo è Attila Mestherhàzi, 38 anni, leader del Partito socialista ungherese (Mszp). Per la sua opposizione al «governo-regime» di Viktor Orbàn, Mesterhazy ha conosciuto il carcere. A l'Unità, il segretario del Mszp racconta cosa sia un populismo che si fa regime: «Ogni misura presa da Orbàn - dice - è ispirata da una logica autarchica che non guarda al futuro ma trova radice e ispirazione in un passato oscuro, funesto, segnato da una politica liberticida, in ogni campo: dai diritti civili a quelli sociali». Quanto a l'idea di democrazia che ispira Orbàn, Mesterhazy ricorda le amicizie personali e i modelli a cui l'uomo forte dell'Ungheria si ispira: «Putin e Berlusconi». Comedefinire il populismodi cui Orbàn e il suo partitoFideszespressione? «Una dittatura istituzionalizzata. Per la quale le libertà, in campo politico, culturale, dell'informazione, sono concepite come una minaccia da neutralizzare. Non c'è un atto legislativo, non c'è provvedimento preso da Orbàn che non vada in questa direzione. I fondi alla cultura sono stati ridotti ai minimi termini, le università dimezzate. Quella ungherese è una situazione particolarmente unica, con una coalizione di centrodestra che ha più di due terzi del Parlamento. Non hanno bisogno di negoziare alcunché con l'opposizione. Possono cambiare la Costituzione, cancellare o stravolgere tutte le leggi precedenti. Non è solo una questione numerica. Il fatto è che la loro linea politica non prevede il dialogo. Non c'è alcun tipo di scambio, di confronto. Nulla. Solo l'imposizione. Èunapraticacheriguardasoloilrapporto con le forze politiche e parlamentari diopposizione? «No, la stessa cosa avviene nella società. Questo è un governo che non dialoga con le forze della società civile: l'associazionismo, i sindacati, le organizzazioni non governative. Non solo il loro populismo emerge sempre più minaccioso. Ciò che emerge è anche l'estremismo e la radicalizzazione delle opposizioni. Non c'è più una linea di demarcazione tra quello che è un partito di centrodestra - quale tradizionalmente dovrebbe essere Fidesz (il partito di Orbàn, ndr) - e quello che è l'estremismo di destra di un partito quale Jobbik, un partito che ha posizioni marcatamente fasciste». In questo contesto, cosa rappresenta l'Europa per i populisti al potere in Ungheria? «L'Europa è concepita, vissuta come una minaccia da combattere. L'Europa come nemica e non come opportunità di crescita. Cosa pensi dell'Europa, Orbàn lo ha chiarito in un recente discorso in Parlamento: “Noi non crediamo nell'Unione europea, crediamo nell'Ungheria...”, esaltando un deteriore populismo nazionalista. Un populismo che i progressisti europei devono contrastare con una strategia comune, facendo vivere una idea di Europa che offre un futuro alle giovani generazioni, che dimostra come sia possibile coniugare crescita e giustizia sociale. Una Europa inclusiva, laddove i populisti tendono ad escludere, emarginare. Guardo al mio Paese e dico che possiamo vincere il populismo che si fa dittatura solo se non saremo lasciati soli». Qualè l'ideologiachesottende lepolitichedeipopulistiungheresi? «È una ideologia che ricorda, riprende la retorica fascista. Dio e Patria, l'orgoglio della nazione magiara, lo Stato definito nella sua essenza nazionale, etnica, non più come Repubblica, meno poteri alla Consulta, più poteri dell'esecutivo su magistratura e media. È un ritorno al passato. Inquietante, anche perché questo “modello” può divenire un punto di riferimento per i partiti e i movimenti populisti antieuropei che si stanno radicando nell'Est europeo ed oltre ad esso». «Non crediamo all'Europa, crediamo all'Ungheria», insiste Orbàn. «Se c'è una lezione che si deve trarre dalla crisi in Europa è che nessun Paese, neanche il più forte, può farcela da solo. Non può riuscirci la Germania, figuriamoci l'Ungheria...Orbàn lo sa bene, ma cinicamente preferisce cavalcare il più becero nazionalismo: gli ungheresi contro tutti. A pagarne il prezzo sono le classi lavoratrici, le fasce sociali più deboli, le giovani generazioni: i populisti evocano il popolo ma poi, nel concreto, finiscono per favorire ristrette oligarghie economiche». Cosacontrapporea tutto ciò? «I valori di solidarietà, giustizia, equità , inclusione che vanno tradotti in politiche europee. È questa la grande sfida dei progressisti europei. Una sfida di cui noi socialisti ungheresi ci sentiamo parte». «Qui in Ungheria il populismo è diventato dittatura» U. D.G. ROMA La tensione continua a crescere, con conseguenze che, purtroppo, nessuno è in grado di prevedere. «Alba Dorata» continua a mostrare il suo vero volto, fatto di odio e razzismo senza limite: a ventiquattro ore di distanza, si sono succedute due aggressioni contro venditori ambulanti, che cercavano di sbarcare il lunario, in una situazione sempre più difficile. La prima, a Rafina, a circa trenta chilometri di distanza da Atene, nel corso di della festa organizzata dalla parrocchia locale, in onore della Madonna. Un militante del partito neonazista, ha da prima, fingendosi poliziotto chiesto i documenti a un immigrato proprietario di un piccolo stand. Subito dopo ha chiamato una decina di complici, sempre membri di Chrysi Avghì («Alba Dorata»), che hanno distrutto tutta la merce degli immigrati. Al raid hanno preso parte anche due deputati del partito, Yorgos Ghermenìs e Panayotis Iliopoulos, che si sono affrettati a dichiarare: «Abbiamo fatto il nostro dovere». Stessa scena, a ventiquattrore di distanza, in un mercato per le vie di Missolungi, nella Grecia occidentale: con a capo un altro deputato, Kostas Varvarousis, militanti della stessa formazione politica di estrema destra, hanno preso di mira i banchi che a loro avviso «non erano in regola», appartenenti a piccoli commercianti stranieri. In una nuova esplosione di violenza, li hanno distrutti, buttando a terra tutta la merce. Le immagini delle aggressioni razziste hanno fatto il giro del mondo, portando di nuovo alla ribalta la fortissima tensione sociale che caratterizza la Grecia ai giorni della crisi, e le incredibili isterie neonaziste a cui può condurre. La polizia ha reso noto che è stata aperta un' indagine, e alcuni commentatori riferiscono della possibilità che venga chiesta l'espulsione dal parlamento dei deputati che hanno preso parte ai raid. Una mossa che al momento, tuttavia, appare alquanto improbabile. La disoccupazione prevista, per l'anno prossimo, in Grecia, sfiora il 35%. La recessione potrebbe superare il 12%, e il governo si prepara ad annunciare il nuovo pacchetto di tagli da almeno undici miliardi e mezzo di euro. In questa situazione mai vista prima in tempo di pace, il partito del generale in pensione Yorgos Michaloliakos, con un simbolo che ricorda moltissimo la croce uncinata cerca di avvantaggiarsi in ogni modo dalla crisi che attanaglia il paese. Gli iscritti distribuiscono viveri nelle piazze delle città, «ma solo per i greci», il portavoce, Ilias Kassidiaris, in piena campagna elettorale, ha aggredito la deputata comunista Liana Kanelli, altri parlamentari vanno nelle zone degradate di Atene, insistendo per accompagnare gli anziani a riscuotere la pensione. E ci si scaglia contro gli extracomunitari che capitano a tiro. Un incubo, dovuto, in gran parte, alle feroci politiche di austerità, imposte dalla Troika, ed, in primis, dal Fondo Monetario Internazionale. Chrysì Avghì, pesca tra la disperazione della gente, parla di “patria”, “dignità”, “sicurezza”, a chi non ha più nulla in cui sperare, nulla da perdere. E nei sondaggi, continua a salire: secondo una delle ultime rilevazioni demoscopiche, dal 6,9% delle elezioni di giugno, questo partito xenofobo e violento, sarebbe riuscito ad arrivare al 9,5%, diventando, al momento, la terza forza politica del Paese. Alcuni analisti aggiungono che rilevazioni non ancora pubblicate, darebbero percentuali ancora più alte, vicine al 12%. Il ministro degli interni, Nikos Dendias, ha ripetuto più volte che «non verranno tollerate ronde d'assalto e che qualunque fenomeno di questo tipo, sarà disintegrato». Ma il portavoce dei rondisti, Kassidiaris, sprezzante, gli ha risposto: «Ogni volta che il ministro prende la parola per occuparsi di noi, guadagniamo un punto percentuale nei sondaggi». PERICOLO DICORTO CIRCUITO Gli eurocomunisti di Syriza -principale partito di opposizione- denunciano “il tentativo di imporre un clima da terrorismo fascista” e chiedono al governo di intervenire con assoluta decisione. Ma il pericolo del corto circuito, è fortissimo: la polizia, che in una sua buona percentuale (forse anche del 40%) appena tre mesi fa, ha votato questo partito, rischia, ora, di essere neutralizzata dal mix esplosivo di populismo e violenza di «Alba Dorata». Gli aiuti in generi alimentari e medicine e la retorica contro «i politici ladri e corrotti», adottata da tutti i membri di questa formazione razzista, hanno creato una realtà non facile da contrastare. E più passa il tempo, peggio è. Una delle possibili soluzioni, potrebbe essere ordinare lo scioglimento del partito, per incompatibilità coi principi costituzionali? Un interrogativo a cui la Grecia sta cercando, disperatamente, delle risposte. Per non permettere a questi individui, di dividere definitivamente il paese tra greci poveri e immigrati poverissimi. Anche perché, come osservano molti in Rete, i responsabili dei raid, si guardano bene dal prendersela con il racket della prostituzione e dei locali notturni, saldamente in mano alla mafia russa ed ai greci del Ponto. Si è violenti e arroganti, come sempre, solo con i deboli. L'INTERVISTA Raid e crisi L'alba «nera» della Grecia Esponenti di «Alba dorata» manifestano ad Atene FOTO AP Il partito di estrema destra cresce ancora nei sondaggi e i suoi deputati si rendono protagonisti di pestaggi contro gli immigrati La situazione è esplosiva, tra disoccupazione e guerra tra i poveri TEODOROANDREADIS ATENE . . . Viene instillato un furore nazionalista. L'attacco principale è al concetto di Unione europea . . . Hanno cominciato l'opera di destrutturazione delle coscienze tagliando i fondi alla cultura e alla scuola AttilaMestherhàzi Ha38anni, leaderdel Mszp, ilPartitosocialista ungherese.Per lasua opposizioneal regime diViktorOrbànèfinito anche incarcere lunedì 10 settembre 2012 9
ALTNEULAND È L'OPERA UTOPICA DI THEODOR HERZL, FONDATORE DEL SIONISMO, TRADOTTA IN EBRAICO DA NAHUM SOKOLOW COL TITOLO TEL AVIV, «COLLINA DELLA PRIMAVERA»,così come sette anni dopo, nel 1909, sarebbe stata chiamata la futura città giardino di Israele. Neuland (Neri Pozza, pp.637, euro 18, traduzione dall'ebraico di Ofra Bannet e Raffaella Scardi), il nuovo romanzo di Eshkol Nevo, quarantunenne scrittore israeliano, prende nome dalla comunità ideale, una specie di nuovo Israele, chiamata così per assonanza, che uno dei suoi personaggi, l'ex-comandante Meni, sessantenne eroe traumatizzato della guerra del Kippur, dopo la morte della moglie fonda in America Latina. Neuland racconta il viaggio che il figlio Dori compie alla ricerca di questo padre e, lì, il suo incontro con la giovane Inbar, anche lei israeliana, ma piovuta in quel luogo da Berlino, dove, senza avvertire alcuno scandalo per l'eco nazista della città, vive sua madre. E intorno a questo viaggio e a questo incontro si dilatano altri tempi e altri luoghi: la Shoah in cui è perito con le altre figlie il padre di Lili, nonna di Inbar arrivata in Israele negli anni Trenta, quel treno diretto verso il porto da cui imbarcarsi per la Terra Promessa in cui si erano amati la stessa giovane Lili e il nonno di Dori, il futuro di un'utopia rifondata in cui è immerso al presente nella sua Neuland Meni Peleg e l'oggi - il 2006 - sotto i razzi hezbollah in cui trascorre la vita di Roni, l'emancipatissima moglie di Dori, col piccolo Neta, problematico figlio di tre anni. Cresciuto tra Israele e Stati Uniti, già pubblicitario, autore di altri due romanzi usciti da noi, Nostalgia e La simmetria dei desideri, Nevo qui concentra questa operazione, radiografare «tutto» Israele e rendercene l'immagine, e vedere oltre: c'è un futuro - una nuova utopia possibile oltre l'avvelenato stallo degli ultimi sessant'anni? Narratore abile, è un uomo non alto ma forte, con occhi grigio-verdi dallo sguardo notevole. Il suo precedente romanzo, «La simmetria dei desideri»,potevaessereambientatodovunque, avevapocoonulladi israeliano.Questoèilcontrario: di Israele dice tutto. Come è avvenuto, dentro il suo laboratorio interiore di scrittore, questopassaggio? «Dal 2007, accompagnando i miei libri, ho cominciato a viaggiare e ho potuto osservare il mio paese dall'Europa e dagli Stati uniti. Con Neuland, è la mia sensazione, per la prima volta ho abbandonato Haifa, Tel Aviv, Gerusalemme, luoghi che conosco come il palmo della mia mano e ho detto addio a una zona di sicurezza. Il risultato è stato che ho avuto di nuovo occhi per la nostra casa privata e la casa nazionale, la famiglia e il Paese. E mi sono trovato a comunicare con l'ebreo errante che c'è in tutti noi». Nella sua opera è centrale il tema della coppia amorosa:Noarmirèl'esserebifronte,quasimitologico, che i giovanissimi Noa e Armir creano in «Nostalgia», Yuval fallisce la fusione con Yaara nella«Simmetriadeidesideri»,quicisonoledue coppiepossibili perDori, conRoniecon Inbare soprattuttoc'èquellameravigliosachecostituivanoisuoigenitori,MenieNurit.Anchequestoè molto israeliano: altrove, da noi, i romanzi della coppia raccontano piuttosto le macerie. Sa dirceneunperché? «Io scrivo della coppia perché non la capisco. Per me rimane misteriosa. Nei miei libri, dall'uno all'altro, cambia però il tipo, i due studenti, poi i due trentenni e qui la famiglia, con il rebus costituito dall'arrivo del figlio e l'allargarsi del rapporto a due in un triangolo. Scrivo di ciò che non comprendo. Non potrei più scrivere dell'enigma costituito dalla prima convivenza, come ho fatto in Nostalgia, perché oggi quel passaggio mi è chiaro. Qui il mistero che esploro è anche quello della coppia perfetta: come si affaccia al mondo chi è vissuto all'ombra di una magnifica coppia genitoriale?». In Israeleancoraprimeggia ildoveresuldesiderio,alcontrario cheda noi? «Da noi è tuttora egemone la famiglia tradizionale: perfino nelle aree più liberal, intorno a Tel Aviv, in pochi si sottraggono al modello padre, madre, figli». E qual è il noto, e l'ignoto, da cui è nato «Neuland»? «È un romanzo che si svolge per il 90% in America Latina. Sono andato lì la prima volta nel 1995, nel classico viaggio dopo il servizio di leva. Nei primi istanti trascorsi ho pensato “Ma quando ci sono già stato?” perché ho avuto una sensazione di déjà-vu. Così, dall'assoluta familiarità di un luogo estraneo, è nata la voglia di scriverne. Uscendo dai confini di Israele si riesce a sottrarsi alla palude della disperazione, al conflitto coi palestinesi e alla situazione sociale, al fatalismo del “così vanno le cose”. Neuland è un tempo e un luogo dove provare a sognare cosa potrà esserci oltre il conflitto continuo». UNPO' DINUMERI Centomilapresenze complessive inquesta sedicesimaedizione QUANDOALBERTOBURRINACQUE,IL12MARZODEL 1915A CITTÀ DI CASTELLO,L'EUROPA ERA IN PIENA GUERRA. Russi e austriaci si battevano sui monti Carpazi e le truppe anglofrancesi continuavano con la loro offensiva nei Dardanelli. A 24 anni vide ricominciare la guerra e a 29 fu fatto prigioniero in Tunisia dagli americani, recluso nel campo di Hereford in Texas dove produsse le prime opere, la fortunata serie dei sacchi. Normale, con una storia simile, che diventasse uno dei maestri dell'Informale, la vasta corrente artistica durata dieci anni e così chiamata dai critici per l'esplicito rifiuto della forma e delle geometrie utopiche del modernismo, compromesse con la violenza e l'ideologia dei regimi fascisti. Una lezione visibile nella sofferenza della materia, da lui deformata con abrasioni, strappi, combustioni e montata al posto delle tele, che resta patrimonio culturale su cui si è costruito il progetto dell'Europa unita e che un gruppo di deputati umbri, primo firmatario l'onorevole Walter Verini, vuole celebrare nel 2015 in occasione dei 100 anni dalla nascita dell'artista. PROBLEMIDICONSERVAZIONE Il progetto è tanto più utile dato che l'opera di Burri, fatta di sacchi di iuta, plastica bruciata, pannelli industriali Cellotex, è soggetta a problemi del tutto specifici di conservazione - come spesso avviene per l'arte contemporanea -, e si trova stratificata in forte connessione con alcune realtà locali che potrebbero trarre beneficio dalle celebrazioni. Per lo più Città di Castello che la ospita in due vasti musei, Palazzo Albrizzini e gli ex stabilimenti di essiccamento del tabacco, entrambi bisognosi di una revisione museografica, o luoghi di interventi site specific come l'enorme Cretto di Gibellina, sudario di cemento bianco con cui, nel 1973, venne ricoperta l'intera città terremotata della valle del Belice a cinque anni dal sisma. Proprio per il Cretto, che necessitava da decenni di un serio restauro, e in vista della ricorrenza dalla nascita dell'artista, è arrivato quest'anno un finanziamento condiviso Mibac-Regione Sicilia grazie alla mobilitazione di critici e artisti, capeggiati da alcuni giovani intellettuali gibellinesi che hanno incoraggiato un protocollo d'intesa tra i sindaci di Città di Castello e di Gibellina, Luciano Bacchetta e Rosario Fontana. Il disegno di legge presentato alla Camera e che porta le firme, tra gli altri, degli ex ministri Walter Veltroni, Giovanna Melandri e Rocco Buttiglione, propone l'istituzione di un Comitato nazionale per le celebrazioni presieduto dal presidente del Consiglio, dal ministro della Cultura, dal presidente della Fondazione Burri e dagli enti locali allo scopo di «promuovere e diffondere la figura e l'opera» dell'artista e di coordinare tutte le iniziative come mostre, attività editoriali, congressi, interventi di recupero delle strutture museali e studi sullo stato di conservazione delle opere. L'obiettivo, è di lavorare a ciò che raramente riesce in Italia, e cioè che la ricorrenza diventi un pretesto per rilanciare il monitoraggio e la ricerca critico-scientifica. Obiettivo fallito persino per i 400 anni dalla morte di Caravaggio, salutati due anni fa da una serie di iniziative improvvisate, da una mostra discussa alle Scuderie del Quirinale di Roma. Il ruolo di supervisione a tutte le iniziative verrebbe conferito alla Fondazione che troverebbe sostegno, così, nei programmi già avviati in vista del centenario. Tra questi, una piazza dedicata a Burri e un Centro per la documentazione dell'arte contemporanea, istituzione chiamata a documentare tutto ciò che in Umbria avviene nel settore. Celebrare Burri preservando lesueopere SIMONEVERDE Eshkol Nevo Terranuova Israelevistada lontano: parla l'autore di «Neuland» AMantovaLoscrittore 41enneracconta lacittà idealedoveprovarea sognarecosacipuòessere oltre ilconflittocontinuo MARIASERENA PALIERI MANTOVA Civitadi Bagnoregio,città visionaria lacui esistenzaè inbilicosublocchi di tufo in lentoslittamento IlFestivaletteratura diMantova, tiene, aldi là di ogniaspettativa,nonostante la crisi economica e il terremoto delloscorsomaggio. La sedicesimaedizionehavisto complessivamente 100mila presenze. Daregistrare una diminuzioneconsistente deglieventi a pagamento- sono 72 inmeno rispettoal 2011. Il totaledegli incontri realizzatinel 2012 somma i 240appuntamenticon biglietto ai 96a ingresso libero- quelli senzaspesa sono dunque 23 inpiù delloscorsoanno. Circa62.000 il numerodei biglietti staccati.Oltre40.000 lepartecipazioni stimateagli eventi senza ticket.Molto seguito il Festivalanche in rete– sonooltre 70.000 i visitatoriunici chesi sonoconnessi al sito. lunedì 10 settembre 2012 19
Non sono un ministrosotto ricatto ma assolu-tamente libero. Un mi-nistro che deve dare ri-sposte tecniche e anda-re avanti con i progetti del governo e quelli calendarizzati dal parlamento». Paola Severino è signora gentile, professoressa puntuta, abile avvocato. Quando decide di levarsi fastidiosi sassolini dalla scarpe lo fa in modo chiaro. Quasi perentorio: sulla Giustizia decido io, almeno finchè sono ministro. I ricatti sono irricevibili. Ha taciuto qualche giorno mentre Pdl e Lega hanno tramato la loro rete di veti incrociati mettendo tutto insieme, anticorruzione, intercettazioni, responsabilità civile dei magistrati ma anche la riforma forense e quella dei distretti giudiziari. Un pasticcio strumentale e assai poco onorevole. Poi ha parlato il Presidente della Repubblica,«a lotta alla corruzione è prioritaria». E dopo di lui il premier Monti dicendo che quelle norme sono un pilastro delle riforma del sistema Paese. Una di quelle voci che fanno andare su e giù lo spread. CRESCENDOCOLLE-PREMIER Sembrava un crescendo organizzato. L'intervento del ministro Guardasigilli lo ha confermato e sigillato. Ha scelto il palco di Cernobbio, il workshop Ambrosetti che è come dire l'Accademia della Crusca dell'economia e della finanza nazionale. E ha parlato qui, a loro, a chi il sistema Paese lo deve tenere in piedi anche con la concorrenza e la trasparenza oltre che con la competitività. Prima sul piano politico mettendo in chiaro che la sua azione è fuori da ogni tipo di ricatto. E rilanciando che «il governo si spenderà moltissimo per approvare il disegno di legge contro la corruzione. E' una delle nostre priorità». Se ne facciano una ragione Pdl e Lega. Certo, è vero, ci sono anche le intercettazioni, un testo fermo da quasi un anno alla Camera. Certo, c'è anche la richiesta dell'ex maggioranza di approvare il disegno di legge sulle intercettazioni che giace da oltre un anno alla Camera. E l'altro sulla responsabilità civile dei magistrati, da mesi pronto sull'ultima rampa del Senato e già corretto da un emendamento dello stesso ministro. «Ma - ha voluto tagliar corto il Guardasigilli - occorre valutare le fattibilità concrete». Come dire: non mescoliamo il diavolo e l'acqua santa, una cosa è l'anticorruzione, il resto è tutta un'altra partita. Siccome parla agli industriali, Severino esce dalle battaglie parlamentari e cerca di misurare l'impatto economico della corruzione. «Combattere la corruzione significa far aumentare il reddito tra il 2--4% ed eliminare uno dei principali ostacoli allo sviluppo e all'attrazione di investimenti, anche stranieri. Basti pensare - ha aggiunto il Guardasigilli - che secondo stime della banca mondiale la corruzione rappresenta una tassa del 20% sugli investimenti esteri». Non solo: «Altera il flusso del denaro in entrata ed in uscita generando una sorta di effetto domino». Per misurare l'effetto delle parole del ministro occorre aspettare domani quando la Commissione Giustizia del Senato riprende l'esame del disegno di legge. Basta poco per vedere se scattano gli annunciati veti incrociati di Pdl e Lega. Il ministro ha ribadito che «c'è la disponibilità al confronto, a modificare qualcosa». Solo che Pdl e Lega chiedono di snaturare il provvedimento eliminando nei fatti la parte penale, i due nuovi reati che preoccupano assai gli onorevoli avvocati: la corruzione tra privati senza querela di parte; il traffico di influenze. Con un blitz in Commissione alla Camera, era passato anche l'aumento della prescrizione per gli stessi reati. Alla Camera il testo è stato votato con la fiducia e tra le ire del Pdl che avvertì: al Senato deve cambiare tutto o non se ne fa nulla». L'IPOTESI DELCOMPROMESSO Ora da qualche giorno sta girando in Parlamento l'ipotesi che gli uffici di via Arenula possano prendere in considerazione l'ipotesi di cancellare il reato di corruzione tra privati, o almeno vincolarlo alla querela di parte. È il compromesso a cui punta il Pdl. Basterebbe per togliere dal tavolo le intercettazioni e sbloccare la responsabilità civile dei magistrati? O sarebbe un prezzo troppo alto per il corpo della legge visto che i due nuovi reati sono stati richiesti dalla Comunità europea per adeguare l'Italia agli standard internazionali nella lotta alla corruzione? Per il Pdl risponde il segretario Alfano. Nei modi suoi, che non sono certo quelli del falco alla Cicchitto o alla Gasparri che tengono invece il punto e alzano la posta ogni giorno. Alfano dice e non dice. «Un primo passo è stato fatto sul ddl anti-corruzione che è stato approvato alla Camera» ha commentato. «Ora speriamo che il governo batta altri due colpi, sulla responsabilità civile dei magistrati e sulle intercettazioni». Certo lo scenario di un Monti bis, o di qualcuno che ne prenda l'eredità e la porti avanti; lo scenario insomma di un pareggio politico che tanto piacerebbe al Cavaliere, potrebbe anche sciogliere veri e ricatti. Purchè il compromesso non sia troppo alto. La ministra della Giustizia Paola Severino ieri a Cernobbio FOTO ANSA ILCOMMENTO ANTONIOINGROIA CLAUDIAFUSANI ROMA SEGUEDALLAPRIMA Sappiamo che nel testo di legge ci sono disposizioni che necessitano di miglioramenti e che residuano importanti perplessità su alcune scelte. È legittimo chiedersi, ad esempio, quale sia l'impatto dell'estensione della punibilità del concusso nel caso della concussione per induzione. Insomma, non tutto è ottimale e tutto è perfettibile. Ma la sensazione è che i lavori parlamentari su questo terreno siano entrati, da mesi ormai, in una fase di stallo, dove prevalgono i veti incrociati che certamente non fanno bene. Non fanno bene alla materia da disciplinare che necessita di una normativa nuova, organica ed efficace. E non fanno bene soprattutto alla politica stessa, la prima a dover essere interessata a una rapida soluzione al problema, anche superando le resistenze al suo interno da parte di chi cerca di mantenere a tutti i costi le più ampie zone di impunità per quella corruzione sistemica che sta strangolando la nostra democrazia. Il punto è proprio questo. Questa corruzione sta strangolando, innanzitutto, la nostra economia. Non solo per i costi diretti per la comunità che comporta ogni forma di corruzione, ma anche per i suoi costi indiretti. In fondo, è proprio la diffusa corruzione dei pubblici funzionari, percepita come un costo d'impresa supplementare e permanente, al pari del peso delle imposizioni del racket mafioso, che scoraggia gli investitori stranieri, ed impedisce la crescita della nostra economia. Sicché, nel momento in cui strangola la nostra economia e deprime i cittadini, la corruzione finisce per strangolare anche la nostra democrazia. Perché la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche va sempre più deperendo e l'istinto di ribellione cresce. È questa la prima ragione che dovrebbe far comprendere ai settori più consapevoli del nostro ceto politico l'urgenza e la necessità di un intervento legislativo forte nella lotta alla corruzione. Tutti sanno che la credibilità della classe politica ha raggiunto negli ultimi anni la punta più bassa della storia della nostra Repubblica agli occhi dei propri elettori. E si sa pure che questo effetto dipende certamente dalla crisi finanziaria che ha esasperato la sfiducia del cittadino medio nel proprio futuro. Ma a questa crisi finanziaria non è affatto estraneo l'impatto del fenomeno corruttivo che ormai in Italia ha assunto una dimensione endemica. Il diffondersi della cultura della irresponsabilità, penale, politica ed etico-morale, ha avuto un peso rilevante. L'etica della responsabilità si è definitivamente dissolta. Se si vuole recuperare un circuito di fiducia democratica, se si vuole salvare l'Italia, occorre allora uno spirito «patriottico». Uno spirito patriottico che tolga di mezzo gli interessi di parte e i tatticismi pre-elettorali. Perché tutti rischiano di perdere. Agli occhi della gente non sono sufficienti dichiarazioni di intenti e affermazioni di principio. I cittadini esigono fatti e provvedimenti concreti. Sotto questo profilo, una legge anticorruzione, purché efficace, può costituire per il Parlamento un'occasione storica e, nel contempo, l'ultima spiaggia. L'occasione di iniziare un percorso inverso rispetto a quello finora tracciato. Un'inversione di senso di marcia verso la cultura della responsabilità. Se si considera che questo Parlamento è lo stesso che, sotto il passato governo, ha approvato tante leggi ad personam e di privilegio, e che ha messo ulteriori tasselli a supporto della cultura dell'impunità, la sfida va raccolta e diventa una priorità assoluta. Importante quanto la riforma elettorale. Come lo è ogni provvedimento che dimostri una nuova eticità della politica. Solo questo può riavvicinare i cittadini alla politica di cui hanno visto troppo a lungo il «lato b», la parte peggiore. Si tratta dunque di un'occasione storica. Occasione storica perché costituirebbe il primo mattone della costruzione di un nuovo itinerario, per fare crescere la cultura istituzionale della responsabilità e la fiducia dei cittadini. L'ultima spiaggia per riacquistare credibilità agli occhi dei propri elettori che tornerebbero a partecipare con maggiore convinzione alla politica. Ma anche l'ultima spiaggia per conquistare maggiore fiducia dagli investitori e così contribuire alla crescita della nostra economia. Non c'è alternativa e bisogna fare in fretta. Lo stallo e i veti incrociati fanno male al Paese . . . Basta con i tatticismi pre-elettorali, questa riforma è importante come la legge sul voto Rosario Crocetta non farà «accordi sottobanco» con nessuno e, di sicuro, «non basta una cravatta simile» per poter ipotizzare un'intesa con Gianfranco Micciché. Lo afferma l'europarlamentare democratico, candidato d Pd e Udc alla presidenza della Regione Sicilia, smentendo nettamente alcune indiscrezioni giornalistiche: «Mi spiace doverlo ribadire, anche perché sono certo che i siciliani siano più interessati a capire quali proposte saranno contenute nel mio programma. Ma mi vedo costretto a ripetere che accordi sottobanco non ne faccio, perché si tratta di una pratica politica che appartiene ad altri. E poi mi sia consentito aggiungere che di sicuro una cravatta, dalle tonalità simili ma di colore diverso da quella di Gianfranco Miccichè, non fa un patto elettorale. Né presente, né futuro». «La mia candidatura - ha aggiunto ancora Crocetta - è sostenuta da forze che hanno scelto il cambiamento e l'innovazione, come il Pd, l'Udc, l'Api, i socialisti e le tante realtà dei movimenti. E sono sicuro che avranno la maggioranza in Assemblea. Se però così non fosse, l'ho detto e lo ripeto - conclude il candidato democratico alla guida della Regione Sicilia -, mi rivolgerò ai tanti deputati onesti che di sicuro i siciliani eleggeranno». Crocetta: niente accordi sottobanco IlministroSeverino lancia l'allarmeaCernobbio Siapre l'ultimomatch inParlamento:PdleLega voglionosnaturare il testo cancellandolapartepenale ILCASO . . . L'illegalità strangola la nostra economia La politica deve capire l'urgenza di queste misure «Più 4% del Pil se battiamo la corruzione» lunedì 10 settembre 2012 5
Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta Dialoghi SEGUEDALLAPRIMA Ne segue che dobbiamo la maggior recessione, rispetto a ciò che sarebbe successo se le decisioni fossero state prese un anno fa, proprio alla cieca resistenza della Bundesbank. In attesa della decisione della Corte costituzionale tedesca sul fondo salva stati (Esm) è però ancora tutto in sospeso. Vorrei ricordare cosa è stato deciso, sperando di non commettere errori e chiedendo venia se uso concetti complicati. Primo: il Paese in difficoltà chiede aiuto al fondo salva stati che pone le condizioni da rispettare. Secondo: con queste condizioni, il fondo compra titoli nuovi del Paese, mentre la Bce compra titoli vecchi sul mercato. Terzo: la Bce può chiedere al Fondo Monetario Internazionale di intervenire; è una novità, perché solo gli stati membri del Fmi sarebbero titolati a chiedere il suo intervento, non le banche centrali. Quarto: indipendentemente da questo meccanismo, se la Bce nota che la propria politica monetaria non funziona (come quando i tassi di interesse dell'Eurozona sono troppo diversi, troppo alti in Italia, per esempio, e troppo bassi in Germania), allora può comprare tutti i titoli che ritiene necessario, indipendentemente dalla condizionalità posta dal fondo salva stati. Quinto: se l'emissione di euro derivante dall'acquisto di titoli dovesse avere un seguito inflazionistico, la Bce «sterilizzerà» la parte eccedentaria degli acquisti (ovvero, vende altri titoli di stato, recuperando parte della moneta emessa). A questo disegno, manca ancora un tassello: supponendo che la Corte tedesca approvi l'Esm, non è stato deciso se questo fondo, a sua volta, può vendere le proprie obbligazioni alla Bce, così aumentando la propria potenza di intervento senza dover chiedere ai singoli stati membri di contribuire al proprio capitale. Questa condizione è decisiva, perché una volta consumato il capitale del fondo salva stati, questo cesserebbe di operare, e la speculazione si ritroverebbe in vantaggio. Vorrei affrontare un altro aspetto, anche questo decisivo. Tutta la manovra è fatta per battere la speculazione, in assenza di una qualsiasi regolazione internazionale sui flussi di capitale a breve termine: non c'è stata una nuova Bretton Woods dopo il 2008, né è stata istituita la tassa sui flussi giornalieri (Tobin tax). Gli interessi degli Usa e dell'Inghilterra, sedi dei mercati finanziari mondiali, hanno impedito il progresso necessario. Così, le uniche autorità internazionali con poteri sufficienti per sostituire la mancata regolazione, erano la Bce e il Fmi. Se questo è chiaro, non è tanto l'indisciplina nei bilanci pubblici dei Paesi mediterranei più l'Irlanda, a causare la speculazione contro i loro titoli pubblici, quanto l'assenza di un freno alla speculazione. Quanto più libera la speculazione, infatti, tanto più questa si accanisce contro i Paesi più deboli, ben sapendo che le misure di austerità necessarie per pagare il debito penalizzeranno la crescita, il gettito tributario e la stessa capacità dei governi di ripagare il debito. In questo circolo vizioso si è svolta tutta la vicenda di questo anno terribile. Ne derivo che, posto un argine impenetrabile alla speculazione dalla Bce, le condizioni che dovranno rispettare i Paesi che chiedono l'aiuto del fondo salva stati non possono essere così severe da precipitarli nella recessione, e tutti si augurano che la troika (Bce, Fmi, Unione Europea) l'abbia capito. Ora, supponendo che tutto fili, bisogna dare atto a Monti di aver costruito alcune delle condizioni del successo: le tremende misure recessive, la distruzione del patto sul lavoro, le ingiustizie operate sulle classi medie e basse, e le norme impossibili, come quelle sul pareggio di bilancio o la riduzione del debito pubblico con tagli alla spesa, servivano per colpire ai fianchi il governo tedesco, separandolo dalla Bundesbank. Queste misure e queste norme possono essere cambiate, dopo la sconfitta della speculazione, ma non da Monti che, come Churchill, potrebbe aver vinto la guerra, ma non può governare la pace. È il momento quindi di un'alternativa di governo che sia capace di ricostruire il Paese. Al contrario Monti, da salvatore dell'Europa, si trasformerebbe nel capo di un vero partito conservatore. MI SCRIVE ANTONIETTA: È SALTATO IL MIOCONTRATTO, SIA PURE PRECARIO. AVEVA SPERATO CHE CON LA TANTO DECANTATA «RIFORMA»SIAPRISSERONUOVEPORTEPERUNFUTURO MENO ANSIOSO. Non è andata così. La porta di quello che la Cgil ha chiamato un «labirinto», si è chiusa. La scelta è presa perché le nuove regole contro quella che chiamano «flessibilità cattiva» pongono dei paletti sull'uso dei contratti flessibili. Non possono durare a vita, ha sostenuto la ministra Fornero giustamente. Ma non ha indicato, magari discutendo, magari «concertando» il da farsi con i rappresentanti del mondo del lavoro, sindacati e imprenditori. Non ha avuto sentore della realtà, cioè dei rischi che si correvano, se non si prendevano altre misure che aiutassero la stabilizzazione del lavoratore «scaduto» o perlomeno una protezione sociale adeguata in termini di tutele economiche e non solo (formative magari per aumentare le possibilità di nuovi impieghi). È il rischio, anzi il fossato, in cui è caduta Antonietta. Ora sola e senza lavoro. Un'esperienza desolante che dovrebbe essere corretta perché le Antoniette sono una moltitudine. E a me torna in mente quanto avvenne anche col centrosinistra, con tanti, a sinistra, che rivendicavano la cancellazione pura e semplice della legge 30 (quella che diede origine a 40 diverse forme contrattuali) senza indicare le contemporanee misure capaci di impedire la trasformazione dei contratti brevi in contratti nulli. Fu il ministro Damiano, a quell'epoca, a cercare soluzioni intermedie. Ora siamo al punto che un ministro di quel centrodestra che ha devastato il campo del lavoro, Giulio Tremonti, parla inorridito di come «'un milione di persone nei prossimi mesi rischiano di rimanere senza lavoro perché non si vedranno rinnovare il contratto a termine». E un altro autorevole commentatore del centrodestra Giuliano Cazzola osserva: «Il timore diffuso è che molti datori interrompano i rapporti di collaborazione con effetto immediato, evitino di rinnovare quelli scaduti, in attesa di comprendere quali siano le conseguenze effettive dei cambiamenti...». C'è poi il caso di una categoria, quella degli stagionali. Qui in trecentomila, denuncia la Cgil, a contratto scaduto non avranno più un reddito. Niente indennità di disoccupazione e la cosiddetta mini Aspi, solo nel 2013. Un anno senza una lira. C'è già chi, come il CorrieredellaSera fa un primo bilancio citando una serie di casi: la Rai, l'Aspen Institute Italia, le compagnie aeree, dove si pongono questi nuovi problemi al popolo dei precari. Certo talvolta si è trovato un rimedio con accordi sindacali. Come alla Golden Lady, al Credito valtellinese. Sarebbe utile, però, che la proposta della Cgil («Questa legge va cambiata») trovasse un coinvolgimento unitario. Con la consapevolezza che lo stesso problema della crescita, della produttività, della democrazia economica, oggetto di prossimi incontri, ha bisogno di essere sostenuto da un mondo del lavoro aperto alla fiducia. http://ugolini.blogspot.com Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 La tiratura del 9 settembre 2012 è stata di 86.550 copie I partiti in Italia sono semplici associazioni, come le bocciofile. È urgente che si dotino di regole e strutture ben più stringenti di quella associativa e che venga approvata una ferrea norma anticorruzione, affinché diventino soggetti costituzionalmente compiuti, dove i cittadini possano «concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale» (art. 49 Costituzione). MASSIMO MARNETTO Al tempo di mani pulite ad andare in galera o sotto processo furono soprattutto i responsabili economici dei partiti. Il caso Lusi ci ha riproposto di recente, però, una situazione in cui la relativa libertà di cui godono quelli che hanno in mano la gestione dei rimborsi elettorali funziona come una valvola di protezione per quelli che nei partiti hanno responsabilità soprattutto politiche. Se quelle cui ci troviamo di fronte non fossero semplici «strutture associative», gli statuti affiderebbero naturalmente al gruppo dirigente, oltre ai compiti di definire gli obiettivi e le scelte più politiche, la responsabilità della gestione patrimoniale. Difficile pensare davvero che una legge anticorruzione possa liberarci dai mali della politica se i partiti non si doteranno di regole e di strutture più stringenti di quelle associative: diventando soggetti costituzionalmente compiuti attraverso cui i cittadini possono, obbedendo alla norma contenuta nell'articolo 49 della Costituzione «concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Passa soprattutto da qui la possibilità di contrastare la stupidità dell'antipolitica, da una capacità di rinnovare i partiti. Organizzandosi in modo davvero chiaro trasparente. Ricordando Carlo Alberto Dalla Chiesa Trent'anni fa la mafia tagliò fuori dal gioco dell'onestà il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Con lui veniva massacrata la moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente Domenico Russo. Era andato troppo in là. Stava scavando in mezzo alla sporcizia di connessioni tra mafia, imprenditoria e politica. Stava per individuare la linea di confine che separa lo Stato sano dalla criminalità. Uomini da non dimenticare. FABIO SICARI Una autocandidatura che non mi piace Sto seguendo con non poca preoccupazione l'autocandidatura di una persona dotata di una eccessiva presunzione, di un esagerato narcisismo, di una irragionevole ambizione che, a mio avviso, sta strumentalizzando il Pd per fini personali. Temo che nell'uno o nell'altro esito delle primarie, il Pd resterà segnato in modo molto negativo. In un momento così difficile per il Paese e per il nostro Partito, per Matteo Renzi occorrerebbe un impegno vero per i gravi problemi che tutti conosciamo, meno astio verso le persone e anche minore visibile sensibilità per tanti, troppi «pelosi» elogi che ci lasciano perplessi. GIULIANOPAVANELLI Paolo Leon Maramotti Anche i partiti andrebbero riformati L'analisi Fermare la speculazione . . . Monti come Churchill Potrebbe aver vinto la guerra, ma non può governare la pace... Atipiciachi Il labirinto senza porte della ministra Fornero . . . Ad Antonietta è saltato il contratto precario . . . E la riforma Fornero non le lascia speranze Bruno Ugolini Giornalista COMUNITÀ 14 lunedì 10 settembre 2012
«DIVILLE,DIVILLE;DIVILLETTEOTTOLOCALIDOPPISERVISSI, DI PRINCIPESCHE VILLE LOCALI QUARANTA AMPIOTERRAZZOSUI LAGHI...».COSÌGADDA, NELDESCRIVERE LA SUA BRIANZA, «ARRONDIMIENTO DEL SERRUCHÒNÄ, NELLA REGIONE KELTIKÉ (Lombardia) della nazione Maradagal (Italia), in una amara e beffarda parodia sudamericana, in quel capolavoro che è La cognizione del dolore. «Di ville! di villule!, di villoni ripieni, di villette isolate, di ville doppie, di case villerecce...di rustici delle ville, gli architetti pastrufaziani avevano ingioiellato, poco a poco un po' tutti i vaghissimi e placidi colli..». Verrebbe voglia ancora di continuare con questi passi gaddiani almeno fino alla descrizione degli stili che gli architetti milanesi avevano saputo inserire nel verde di quella cmpagna, un'antologia completa del cattivo gusto più squillante. Ma questa Brianza di Gadda-don Gonzalo Pirobutirro d'Eltino è degli anni intorno al 1920. Che Gadda già vede profanata e irrimediabilmente perduta. Rispetto a prima, forse alla Brianza letterariamente visitata dal Parini, Foscolo, Nievo, Stendhal, Fogazzaro. Un Eden oggi per noi quella campagna di Gadda, quella borghesia, della professione e della rendita, con gli anni si è aggiunta o sotituita un'altra, piccola e piccolissima, di ex contadini e artigiani trasformatisi in imprenditori, industriali, dei mobili, dei tessuti, del cemento. La Brianza diviene così il paradiso degli affari, la provincia serena e opulenta. I brianzoli sono famosi per la loro intraprendenza commerciale, per la loro capacità di fare i dané. Desio, Seveso, Meda, Cantù hanno riempito le case medie d'Italia prima con i loro mobili in “stile” e oggi con quelli in serie creati dai cosiddetti designers. E man mano che gli opifici, le fabbriche aumentavano, e aumentavano le case e le ville, decresceva il verde, spariva. I giornali milanesi di tanto in tanto pubblicavano anonimi trafiletti con inviti come questo, del 1968: «Affrettatevi a visitare la Brianza finché ne resta ancora un po' ». E l'ultimo grido è quello di Leonardo Borgese che veniva dalle colonne di un settimanale, nel 1970, si proclamva la fine della Brianza: i laghi divenuti ecologicamente defunti, le colline tagliate a fette dai cementifici e, per non far vedere gli squarci, verniciate di verde Ma è ancora tutto casereccio, brianzolo, paleocapitalistico, ancora tuttavia vivibile e quasi umano: Eden ancora, e doppiamente, se si pensa al lavoro che vi hanno trovato gli operai immigrati, e le “cattedre” i maestri e i professori qui venuti sù dal Sud. Un Eden fino a venerdì 9 luglio 1976. Il giorno dopo, sabato 10 luglio, questo Eden si rivela improvvisamente un inferno metafisico. Da una di queste fabbriche del lavoro e del benessere, di questo amaro e fittizio benessere per i lavoratori, vantato sempre come miracolo e da sempre sfacciatamente esibito come alibi alle incapacità, agli errori e alle malefatte di una classe politica da troppi anni al potere, da una fabbrica di Seveso, nella bassa Brianza, si sprigiona quella nuvola bianca che porta la morte, impalpabile, incontrollabile, imprevedibile. Il micidiale TCDD, la diossina dalla nuvola distrugge colture e animali, colpisce bambini e adulti. La fabbrica è l'Icmesa, controllata dalla multinazionale Hoffman-La Roche, che produce tricloro fenolo per la casa madre di Ginevra e per la Givaudon Corporation degli Usa. Da sabato 10 luglio, l'allarme scatta una settimana dopo, il sabato 17 luglio, quando gli operai della Icmesa si rifiutano di lavorare. Ma lo sgombero della zona contaminata si decide dopo 14 giorni, sabato 24 luglio, dopo due settimane di dichiarazioni e controdichiarazioni, di rassicurazioni recitate «con faccia di tolla», dicono a Milano, dagli schermi della Tv da tecnici e autorità. In questi 14 giorni, e ancora fino a oggi, in cui sempre più si constata che la pericolosità è grave e investe sempre zone più ampie, in cui altra gente viene fatta sgomberare da altri paesi e bambini e adulti vengono ricoverati d'urgenza in ospedale, in questi giorni abbiamo potuto provare quanto la parodia di Gadda, di cui si diceva all'inizio, della Brianza, della Lombardia e dell'Italia tutta (Maradagàl) come un Paese del Sud America, non è più tanto una parodia, una finzione letteraria, ma una realtà. Il nostro si rivela sempre più un paese dell'America Latina, nel Sud della depressione e del colera, nel Friuli del terremoto e nella Lombardia industrializzata e ricca del veleno. Paese latino americano per la disorganizzazione, l'incompetenza e l'incoscienza che dimostrano ogni volta le autorità e i burocrati che dovrebbero essere responsabili. Paese latino americano soprattutto per il cacicchismo dei nostri governanti che consegnano la salute e la vita nostra e dei nostri bambini nelle mani di queste società multinazionali, la cui unica morale è il profitto, i cui metodi sono brutali e disumani: che permettono a fabbriche come la Icmesa, che produce elementi base per i defolianti come quelli impiegati dagli americani nel Vietman, che in ogni momento, per un incidente, possono spandere veleni i cui effetti si protraggono non si sa quanto nello spazio e nel tempo, permettono a queste fabbriche di installarsi nel nostro territorio. E c'è da chiedersi quante Icmesa ci sono oggi in Italia, e dove; quante altre fabbriche di aziende multinazionali e no spandono dentro le loro mura e fuori quanti altri veleni di cui non sappiamo, noi incompetenti e forse neanche i chimici e i tecnocrati che organizzano e ordinano la produzione.«Recentemente è stato accertato, dopo la scoperta, due anni fa, che gli operai addetti alla produzione di plastica a base di polivinilcloruro contraggono cancro al fegato, che tra gli abitanti di zone circostanti queste fabbriche si ha una più alta incidenza di tumori al cervello, di malformazioni congenite e di aborti spontanei», ha dichiarato il professor Maccacaro. Il fatto è che viviamo oggi in mezzo a una nuova peste, portataci da questi veri e visibili untori, aiutati da allegri manutengoli nostrani. Ma a questi, al contrario dei due innocenti di piazza della Vetra, di Giacomo Mora e di Guglielmo Piazza, nessuna casa, nessuna “officina scellerata” verrà “adeguata” al suolo: nessuna Colonna Infame sarà issata. Ecologia, inquinamento, polluzione: di queste parole si sono riempiti la bocca re in esilio e ameni principi consorti, uomini politici screditati e proprietarie di giornali, scappando subito in luoghi puliti di villeggiatura non appena un odore ripugnante ha sfiorato i loro nasi. Gli hanno subito fatto eco scrittori angosciati e artisti d'avanguardia scrivendo romanzi ecologici e disegnando foglie e pampini. Altri, disperati per la cattiveria dei loro padri inquinatori sono fuggiti piangendo verso Indie dipinte e nuovi paradisi artificiali. Come se il problema non fosse ancora economico, non fosse ancora politico. CULTURE Lafabbrica deiveleni Il reportagedaSeveso maipubblicato VINCENZOCONSOLO Seveso10-07-1976:case evacuateper lanube tossicadell'Icmesa FOTO LAPRESSE Era il lugliodel 1976quando loscrittoresicilianopropose questoarticoloa«Paese Sera».L'alloradirettore ArrigoBenedetti lo rifiutò IGIORNI DELDISASTRO Lanubetossicadell'IcmesasullaBrianza Era il 10 luglio del 1976 quandodall'Icmesa di Meda, un incidente al reattore dell'industriachimica, sprigionò una nube tossicadi diossina. ColpìSeveso, maancheCesano Maderno,Meda eDesio. Moltissimianimalidomestici e di allevamentomorirono,diversi bambini siammalarono di cloracne. Il 17 luglio 1976 tutti igiornali nazionali riportarono la notiziadeldisastro. Alla finedi luglio diquell'anno 676abitantidi Sevesoe 60di Meda furono evacuatidalle lorocase, 200personenon vi rientraronopiù. L'areadovesi depositòmaggiormente ladiossina fu bonificatae circadiecianni dopo l'incidentesorse ilBosco delle Querce.Nel 1982, laCEE haapprovato la direttiva82/501/CEEdetta Seveso-1, in relazioneai rischidi incidenti industrialidi una certa portata.Tra i diversi obblighiprevisti, quello del superamentodel segreto industrialee l'estensionedelcampo di applicazionedeicontrolli. Inparticolare, la divisione in treclassi aseconda dellaquantitàe della pericolositàdelle sostanze utilizzateo prodotte. LASENTENZA DEL2009 LaCassazionericonosce ildannomorale L'ultimostudio sugli effettidelladiossina è statopubblicato nel 2008 sulla rivistaPLoS MedicinedaAndrea Baccarelli dell'Universitàdi Milano.È emersauna netta associazionetra esposizione materna a 2,3,7,8-Tetraclorodibenzo-p-diossina(TCDD), la piùpericolosa tra le diossine,ed alterazioni della funzione neonatale tiroidea in una ampia popolazioneespostadopo l'incidente .Gli esperti hanno coinvolto 1772 donnedellezone AeB di Seveso, lezonepiùcontaminate (A, contaminazionemolto alta;B,contaminazionealta). Èemerso cheancora adistanza didecenni dal disastro, ibimbi delle donnedella zonaAhanno unrischiodi 6,6 voltemaggiore didisfunzioni tiroidee(alti livellidi TSHnel sangue); anchenei bimbidi donnedellazona B i livellidiTSHsono risultati piùelevatidella normaanchese con valori intermedi rispetto aquelli della zona.Nel 2009 la Cassazione harisarcito 86cittadiniper dannomorale e hariconosciuto5.000 eurociascuno. U: lunedì 10 settembre 2012 17
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«Sui costi della politica non siamo all'anno zero. A luglio abbiamo riformato radicalmente il sistema. L'ammontare del finanziamento pubblico è stato dimezzato. Sono stati rafforzati i controlli, la trasparenza, le sanzioni e oggi abbiamo la disciplina più severa d'Europa. I vitalizi sono stati aboliti dal primo gennaio scorso. Si lavora per lasciare le scorte solo a chi ne ha effettivamente bisogno. Ma il vento dell'anti-politica cancella queste notizie. Non se n'è accorto nemmeno un autorevole esponente del mio partito che va in giro a raccogliere applausi proponendo misure che sono già state decise». La frecciata a Matteo Renzi la manda Antonio Misiani, deputato e tesoriere del Partito democratico. L'occasione è l'incontro alla festa dell'Unità di Bologna, sabato sera, terzo appuntamento di Unitalia dedicato ai costi della politica. Misiani da una parte e il segretario dei radicali italiani, Marco Staderini, dall'altra. A moderare il dibattito ci sono il direttore de l'Unità, Claudio Sardo, e il direttore di left, Giommaria Monti. Al centro del confronto il finanziamento pubblico della politica e la riforma elettorale. «I soldi dello Stato ai partiti alimentano la corruzione e penalizzano la democrazia interna - sostiene il segretario radicale - chi tiene i cordoni della borsa rafforza il potere dei gruppi dirigenti e non solo, come dimostrano i casi Lusi e Belsito. Chi dice che abolendo il finanziamento pubblico si lascia la politica solo ai ricchi, dimentica che in questi anni abbiamo avuto comunque Berlusconi e le lobbies all'opera». «Noi siamo per un sistema di finanziamento misto, come del resto avviene in gran parte dei Paesi europei - ribatte il tesoriere del Pd -. Siamo per affiancare all'autofinanziamento - e noi in gran parte ci finanziamo già con le feste dell'Unità, le tessere e le donazioni - una quota ragionevole di contributo pubblico, con una gestione trasparente e verificabile. Negli Stati Uniti, dove il finanziamento è totalmente privato, tutti possiamo osservare come la politica sia condizionata dalle corporations, a cominciare dalla campagna presidenziale in corso». Si passa alla riforma elettorale. «Il referendum del 1993 contro il proporzionale - sostiene Staderini - è stato sabotato dal Mattarellum. Oggi col tentativo di reintrodurre il proporzionale siamo tornati al punto di partenza». «Noi lavoriamo per una riforma elettorale che premi la governabilità e che dia la possibilità ai cittadini di scegliere i parlamentari, possibilmente nei collegi uninominali - spiega invece Misiani - ma dobbiamo fare i conti con un Parlamento ancora con una maggioranza di destra che non la vuole, o la vuole fare solo a suo tornaconto». Infine il rapporto tra radicali e democratici. Dice Staderini: «Sono grato al Pd e alla festa di Bologna per questo invito. Altrove non è così. In generale i vertici del Pd mantengono verso di noi lo stesso trattamento di insofferenza che nella III Internazionale i comunisti avevano con i trotskisti». «Mi sembra un atteggiamento vittimistico - ribatte Misiani - non vedo nel Pd veti e chiusure nei confronti dei radicali. Io rispetto le loro posizioni, li considero portatori di una cultura compatibile con la nostra, tanto che ho firmato con loro alcune proposte di legge. Ma sui diritti civili loro non possono pensare di avere il monopolio. In campo ci siamo anche noi, eccome». La guerra è aperta, gli schieramenti chiari: Giovanni Favia (almeno a parole) vuole rimanere perché «questa è casa mia», Beppe Grillo riflette se sia meglio espellerlo o confrontarsi, la base dibatte via social network. E mentre resta in sospeso la domanda dell'irrequieto e ambizioso consigliere regionale emiliano - «Che fai mi cacci?» - formulata sperando in destini migliori di quelli finiani, e il Movimento 5 Stelle testa il proprio tasso di democrazia interna, il leader apre opportunamente un altro fronte: il referendum sull'euro. Saldandosi nell'asse euroscettico con il segretario della lega Bobo Maroni. ATTACCO APRODI Proposta, quella della consultazione popolare, già lanciata, su cui da Cernobbio è stato lapidario Romano Prodi: «Se lo promuovesse, lo perderebbe». Il leader del M5S replica con un post sul suo blog che l'ex premier «non ha capito. Se il referendum si tenesse, io avrei già vinto». A dire che l'obiettivo risiede già nello strumento: «Voglio che siano gli italiani a decidere su temi fondamentali e non delegare le decisioni e il loro futuro a un gruppo di banchieri e di politici. Il M5S vuole la democrazia diretta. La voce deve tornare ai cittadini. Quando entrammo nell'euro chi decise a nome loro?». Altre proposte: «Referendum propositivi senza quorum. Elezione diretta del candidato. Obbligo della discussione parlamentare su iniziative di legge popolare in Parlamento con voto palese». Grillo, insomma, accarezza a modo suo le perplessità sulle istituzioni europee, che già cavalcano sia il Carroccio che l'anima populista di Berlusconi (quella moderata, a giorni alterni, invece sostiene «reponsabilmente» il governo Monti a vocazione europeista). Ha detto infatti Maroni: «Monti ha una concezione della democrazia un po' particolare: non è populismo chiedere che il popolo dica la sua sull'euro e sull'Europa. È democrazia». E dunque le camicie verdi hanno depositato una proposta di legge di iniziativa popolare «che chiede di abbinare alle prossime elezioni politiche un referendum sull'euro e sull'Europa». REGOLEDI INGAGGIO Saranno indubbiamente temi di campagna elettorale. Ma intanto il Movimento 5 Stelle ha qualche problema molto più piccolo ma tutto da risolvere. Valentino Tavolazzi, l'ex consigliere ferrarese tra i primi ad essere espulso, ha teso la mano a Favia. Obiettivo: combattere dall'interno per «democratizzare» la loro creatura. Decisioni da prendere «in rete con votazioni aperte e trasparenti». A partire dal programma, che deve essere completamente condiviso. Ma in soldoni, si tratta soprattutto di entrare nella partita della composizione delle liste per il prossimo Parlamento. Molti dei dirigenti sul territorio, chi apertamente chi sotto sotto, ci sperano: «Chi ha fatto la gavetta se lo merita». Con la consapevolezza che, di questi tempi, uno scranno è un paracadute. E il sospetto che a provocare il duello al calor bianco sia stata l'ipotesi - pur smentita da Casaleggio - di formare le liste attraverso primarie online, resta. Uno scenario “dirigista” che ha spiazzato anche i fan più calorosi dell'esperienza grillina, che adesso vogliono capire come finirà. Così come spinosa resta la questione dei due mandati, che precludono la candidatura. Lo ha sperimentato a sue spese Filippo Boriani, consigliere di quartiere bolognese, cacciato e diffidato dall'usare il logo del Movimento. Lui, in effetti, i due turni li ha già fatti: però vent'anni fa con i Verdi. Non sono questioni teoriche. L'ultimo sondaggio Swg accredita il M5S di un tesoretto di voti pari al 18,5% (meno 1 punto rispetto ad agosto). Le elezioni di ottobre in Sicilia saranno un test importante per tutti i partiti. La legge elettorale con cui si andrà alle urne è ancora un'incognita. Ma l'eventualità di essere la seconda forza del Paese è uno scenario a cui loro stessi cominciano a prendere le misure. POLITICA CLAUDIOVISANI BOLOGNA Costi della politica: il duello Pd-radicali Grillo e la Lega alleati: via l'euro Il leader del Movimento 5 stelle Beppe Grillo FOTO ANSA Dopo Favia, il comico prende di mira Prodi e la moneta unica Ma in casa 5 stelle crescono i dissensi e timori FEDERICAFANTOZZI Twitter@Federicafan . . . Anche Maroni vuole il referendum sull'euro da abbinare alle elezioni politiche 6 lunedì 10 settembre 2012
SASSUOLOELIVORNOAFORZA9.CONLA SERIEAFERMAPERGLIIMPEGNIDELLENAZIONALI, IL CAMPIONATO CADETTO SI È PRESOILPALCOSCENICODELLADOMENICA, CONFERMANDO LA LEADERSHIP DELLEDUE SQUADRE CHE AVEVANO ESPRESSOILMIGLIORCALCIONEIPRIMI180MINUTI. Negli anticipi del sabato il Varese aveva ribadito le sue ambizioni di vertice andando a sbancare Modena nei minuti di recupero, mentre il favoritissimo Verona si era portato a casa il primo successo stagionale a spese della Reggina, ieri è arrivata la risposta da parte di Sassuolo e Livorno, capaci di andare a vincere d'autorità in trasferta: alla squadra di Eusebio Di Francesco sono bastati 40 minuti per andare a segno tre volte con lo scatenato Leonardo Pavoletti (l'attaccante chiamato a sostituire il ‘bomber tascabile' Sansone, passato al Torino), mettendo k.o. un Empoli molle e fragile in difesa, mentre quella di Davide Nicola è passata sul neutro di Piacenza contro la Pro Vercelli grazie alle reti di Paulinho (rigore) e Siligardi. Nel finale il Livorno ha abbassato la guardia, subendo il gol di De Silvestro e venendo salvata nei minuti di recupero dal portiere Mazzoni, decisivo sul calcio di punizione di Bencivenga. BARISCATENATO Non avesse dovuto partire con il –6 di penalizzazione, in vetta alla classifica oggi ci sarebbe anche il Bari di Torrente, che ha battuto 2-0 una Ternana, che al San Nicola ha fatto harakiri dopo appena 30 secondi, con il clamoroso svarione del portiere Brignoli che ha consentito a Iunco di portare subito in vantaggio i galletti. Poi un altro erroraccio della difesa ha spianato la strada del raddoppio a Caputo, che poi ha festeggiato con i compagni riproponendo il ‘trenino' famoso ai tempi di Igor Protti e in anni più recenti con il Bari di Ventura. I galletti nel secondo tempo sono rimasti in dieci per il doppio giallo rimediato da Bellomo, ma hanno controllato senza problemi la sterile reazione di una Ternana ancora malinconicamente a zero punti e zero gol segnati. E la panchina di Mimmo Toscano forse inizia a traballare. QUARTOD'ORADIFUOCO Alle spalle delle migliori ecco spuntare il Crotone di Drago, che ha conquistato il secondo successo casalingo del campionato con le stesse modalità della vittoria sul Brescia al debutto. I calabresi, in svantaggio nel primo tempo per il gol firmato da Di Carmine, hanno rimontato e battuto nell'ultimo quarto d'ora il Cittadella grazie ai lampi di Torromino e Calil, poi nel recupero è arrivata la gemma di Gabionetta, che ha firmato il 3-1 dopo una fuga palla al piede di 70 metri, che ha ricordato i gol di Maradona contro l'Inghilterra e di Robi Baggio contro il Napoli (ai tempi della Fiorentina). LEALTRESFIDE Nel resto del programma da segnalare il pareggio per 1-1 tra le penalizzate Padova e Grosseto (al vantaggio ospite di Olivi ha risposto nella ripresa Cuffa), identico risultato è maturato tra Juve Stabia e Vicenza (botta e risposta Malonga-Scognamiglio) e tra il neopromosso Lanciano e l'Ascoli, nella gara disputatasi sul neutro di Pescara. MASSIMODEMARZI sport@unita.it TENNIS- USOPEN SO LUZIO N E C 'È M ATTO IN 3 M O SSE: 1.A G 6+!,R:G 6(SE RF6;SUBITO 2.D F5 M ATTO);2.D F5+,RH6;3.D H5 M ATTO . ISEGNIDELSISMACOMINCIANOADESSEREEVIDENTI PERCORRENDO LA STATALE «DELL'ABETONE E DEL BRENNERO», LA SS 12: È IL MODO PIÙ DIRETTO PER RAGGIUNGERE DA MODENA LA BASSA MODENESE, EDÈPROPRIOQUELLACHEILPULLMANDELLANAZIONALEHA PERCORSOIERI PERARRIVARE AMEDOLLA. Per alcuni chilometri, la campagna lascia intravedere solo qualche casolare pericolante. Poi, dal comune di San Prospero in avanti, è uno stillicidio: il capannone sventrato di un'azienda alimentare sulla sinistra, una tendopoli sul lato opposto, decine di edifici puntellati in ogni dove. Uno si affaccia proprio sulla strada: ha subito il crollo dell'intero muro e mostra l'interno, in un doloroso fermo immagine di vita vissuta. Cose è accaduto all'Emilia, gli azzurri, l'hanno capito in quel tratto di strada. A Medolla Buffon e compagni sono arrivati poco dopo le cinque del pomeriggio, ed è stata festa. Diverse centinaia di bambini, sin dalla mattina, avevano preso d'assalto uno dei campi del centro sportivo in cui la Figc e lo sponsor tecnico della Nazionale avevano riservato loro iniziative ludiche e sportive, quindi l'arrivo dei calciatori ha spostato l'attenzione sul terreno adiacente: il campo sportivo della cittadina, per una volta, pareva uno stadio vero e proprio. Circa quattromila persone hanno affollato le tribune (di cui tre, metalliche, approntate apposta per l'evento) per applaudire il gruppo azzurro: un successo di pubblico forse inaspettato, se è vero che in tanti sono rimasti fuori perché non in possesso del biglietto gratuito necessario per assistere all'evento. All'ingresso in campo, il primo coro è per Buffon, poi ce n'è per tutti: Pirlo, Diamanti, Insigne e Cesare Prandelli. Il prato dello stadio di Medolla è una mosca bianca nella zona: è uno dei pochi che non ha ospitato tendopoli, né ha subito il fenomeno della risalita in superficie delle sabbie liquefatte. Eppure, oltre il lato corto, si scorge una palestra comunale che ha perso parte della copertura: è solo uno degli 84 impianti sportivi inagibili del territorio, 17 dei quali andranno totalmente ricostruiti. L'argomento è uno di quelli sensibili, e proprio per questo l'applauso più convinto del pubblico arriva quando il presidente federale, Abete, annuncia di avere rimpinguato, con una parte dei premi in denaro ricevuti dai calciatori dopo l'Europeo, il fondo della Lega Dilettanti per il ripristino di alcuni di questi impianti. La Figc poi si impegnerà per la ricostruzione della palestra delle scuole medie ed elementari di San Possidonio e per le strutture del centro sportivo di via Posta a Mirandola. Perché la visita azzurra non deve essere solo una passerella. L'allenamento può iniziare, e il pubblico se lo gode come fosse una festa di paese. In fondo, di questo si tratta: un sorriso dopo il dramma, in un pomeriggio di sole che in tanti ricorderanno a lungo per la sua unicità. Di certo, l'era Prandelli ha portato in Nazionale aria nuova: l'iniziativa di ieri ha rappresentato per gli azzurri l'ennesima operazione simpatia, apprezzata ed apprezzabile. In precedenza c'erano stati l'allenamento a Rizziconi, su un terreno confiscato alla ‘ndrangheta, le visite ad Auschwitz e al carcere di Sollicciano e il sorriso portato sui volti dei bambini ricoverati all'ospedale pediatrico Meyer di Firenze: «Si è creata una importante sintonia con la gente da alcuni tempi a questa parte - racconta Buffon - e anche oggi abbiamo avuto la conferma che gli italiani ci vogliono bene. Ecco perché spetta a noi essere vicini alle popolazioni che subiscono tragedie come questa». «Per me è una giornata emozionante - gli fa eco Prandelli - perché ho visto bambini felici e sorridenti. Noi abbiamo mantenuto una promessa, ed era doveroso per questa gente che, nella sofferenza, mostra una grande dignità». A tre mesi e mezzo dal sisma, gli ospiti dei 18 centri di accoglienza ancora attivi sono 2988. Si tratta di quelli censiti, perché la cifra non tiene in considerazione coloro che hanno cercato rifugio da amici o parenti, o semplicemente lontano. Il presidente della regione, Errani, ha l'ambizioso obiettivo di chiudere tutte le tendopoli entro ottobre. Per farlo, serve che i riflettori sull'Emilia non si spengano. In fondo, la visita della Nazionale a Medolla è servita soprattutto a questo. FantasticiUS Opendi SaraErrani e Roberta Vinci.La coppiaazzurrahavinto ildoppio battendocon ilpunteggiodi 6-4,6-2 la coppia cecacompostadaAndrea Hlavackova e Lucie Hradecka,numero3 del tabellone. Quelladi ieri sera è stata la a terza finaleSlam diquesto straordinario2012, dopoquella dell'AustralianOpene quellavinta a Parigi. Erranie Vinci si sono giàassicurate la prima posizionemondiale allaconclusione degliUS Open.Sarà la primacoppia tutta italiana sul tettodelmondo,dopo cheFlavia Pennetta era arrivata in vetta in compagnia dell'argentina GiselaDulko. Il sorpasso, cheavverrà ufficialmente lunedì 10settembre,coronauna stagione straordinaria, iniziata con la finaleagliAustralian Openeproseguita con bensette affermazioni, tra lequali svetta lo splendidotitolo conquistatoal RolandGarros. ISTANBUL, ITALIA MOLTO BENE Concluse a Istanbul in Turchia le Olimpiadi degli Scacchi - il campionato del mondo a squadre. Nel maschile vince l'Armenia per spareggio tecnico sulla Russia, terza l'Ucraina; l'Italia si piazza brillantemente 15ª. Nel femminile vince la Russia per spareggio tecnico sulla Cina, l'Italia si piazza al 33° posto. Sito www.chessolympiadistanbul.com. SCACCHI Gustafsson-Vedmediuc Olimpiadi, Istanbul2012. IlBianco muoveevince. ... LaRegioneha l'obiettivodi chiudere letendopolientro ottobre.Domani l'impegno aModenaconMalta SassuoloeLivorno lastranacoppia domina laSerieB Tregareetrevittorie Apunteggiopieno ancheilBarichesconta ilmenoseidipartenza Male laTernana IldoppioaErranieVinci Lacoppiaazzurra èprimanellaclassificaWta ADOLIVIOCAPECE Campioni disolidarietà LaNazionale tra i terremotati Prandelli: ho visto tanta dignità Circaquattromilapersone hannoaffollato letribune dell'impiantosportivodi Medolla.Buffon:c'èsintonia con lagente LORENZOLONGHI MODENA Prandelli firma autografinelcampodi allenamentodiMedollaaModena FOTO LAPRESSE lunedì 10 settembre 2012 23
Non farsi fermare dalle difficoltà, non rassegnarsi alla violenza e all'esasperazione delle tensioni. Insistere perché si costruiscano spazi per una pace durevole, di dialogo e giustizia. Sarà questo uno degli obiettivi del prossimo viaggio apostolico di papa Benedetto XVI in Libano che lo porterà a Beirut dal 14 al 16 settembre. Sarà l'occasione per parlare all'intero Medio Oriente e per spronare tutte le parti in causa a percorre vie di pace, malgrado la tensione nell'area pare accrescersi con il conflitto che insanguina la Siria che ha già coinvolto il nord del Libano e lo scontro politico tra Iran e Stato d'Israele si faccia sempre più preoccupante. Lo ha chiarito lo stesso pontefice ieri da Castel Gandolfo, alla fine dell'Angelus, nel saluto pronunciato in francese e diffuso anche in arabo. Non ha negato le difficoltà del viaggio in un'area da tempo segnata da sanguinosi conflitti. Proprio per questo il suo viaggio è importante, essenziale per la Chiesa. Lo ha voluto confermato malgrado l'estendersi a Tripoli, nel nord del Libano, della violenta crisi siriana, con lo scontro tra sunniti e alawiti che si è esteso nel Paese dei Cedri, con gli alawiti libanesi schierati con il presidente siriano Bashar al Assad, anch' egli alawita. «Non ignoro la situazione spesso drammatica vissuta dalle popolazioni di questa regione - ha scandito il pontefice - da troppo tempo straziata da incessanti conflitti». «Comprendo ha aggiunto - l'angoscia dei molti medio-orientali quotidianamente immersi in sofferenze di ogni tipo, che affliggono tristemente, e talvolta mortalmente, la loro vita personale e familiare». Quindi ha rivolto il suo «preoccupato» pensiero agli esuli, che hanno abbandonato famiglie e lavoro «alla ricerca di uno spazio di pace». Ma alle istituzioni e alla comunità internazionale che Papa Ratzinger è tornato a lanciare il suo appello. «Anche se sembra difficile trovare delle soluzioni ai diversi problemi che toccano la regione - ha sottolineato -, non ci si può rassegnare alla violenza ed all'esasperazione delle tensioni». «L'impegno per un dialogo e per la riconciliazione - ha affermato deve essere prioritario per tutte le parti coinvolte, e deve essere sostenuto dalla comunità internazionale, sempre più cosciente dell'importanza per tutto il mondo di una pace stabile e durevole nell'intera regione». Il suo viaggio apostolico in Libano e nel Medio Oriente lo ha ribadito - sarà «sotto il segno della pace». Lo ha pure confermato nel messaggio inviato al meeting per la Pace della Comunità di sant'Egidio apertosi ieri a Serajevo, augurandosi che «tutte le terre bisognose di riconciliazione e tranquillità, trovino presto la pace in una serena convivenza, nella stabilità e nel rispetto dei diritti dell'uomo». LASFIDA DELLAPRIMAVERAARABA Quello del ruolo che i cristiani e la Chiesa sono chiamati a svolgere in quell'area è l'altro oggetto del viaggio papale. Papa Ratzinger a Beirut consegnerà alle Chiese medio orientali l'«esortazione» con cui ha concluso il Sinodo dei vescovi dl 2010 dedicato proprio al Medio Oriente. Allora il punto centrale era fermare l'esodo dei cristiani dalla Terra santa, garantire il dialogo tra le Chiese cattoliche dei diversi riti presenti in quell'area e assicurare la convivenza tra diversi gruppi confessionali e religiosi, compreso il dialogo con l'islam e con l'ebraismo e la difesa della libertà religiosa e delle democrazia. Ora a questo si aggiunge l'esplosione della «Primavera araba». Come porsi di fronte alla rivoluzione democratica che in forme contraddittorie sta attraversando una dopo l'altra le società arabe? Il dramma della Siria che rischia di infiammare tutta l'area interroga tutti. Va accompagnata la domanda di democrazia e di futuro espressa in particolare dai giovani, malgrado i suoi esiti incerti? O va prestata maggiore attenzione alle preoccupazioni per le possibili derive fondamentaliste islamiche che una radicalizzazione del conflitto potrebbero favorire, finendo per mettere a rischio in quelle società una presenza cristiana consolidata e in parte favorita anche dai regimi come quello di Assad, ora in crisi? Tutti attendono le parole che il Papa pronuncerà. Parlerà alle comunità cattoliche d'Oriente (melkiti, armeni, caldei, siri, copti, latini), ai cristiani ortodossi e delle altre non in piena comunione con Roma. Parlerà anche ai giovani e ai leader islamici e delle altre confessioni religiose. Parlerà a tutto il Medio Oriente. Tutta la società libanese, compresa la maggioranza islamica, compresi gli Hezbollah, è impegnata per la riuscita di questo viaggio. Orrore e morte contro il messaggio di pace di cui Benedetto XVI intende farsi portatore nel suo imminente viaggio in Libano. Orrore e morte uniscono Siria e Iraq. Weekend di sangue in Iraq dove in due giorni una ventina di attacchi di qaedisti ed estremisti sunniti ha fatto 51 morti e 250 feriti. Il bilancio più grave si è registrato in un mercato vicino alla moschea sciita dell'Imam Ali al-Sharqi, ad Amara, nel sud, dove l'esplosione di due autobombe ha ucciso 16 persone e ne ha ferite altre 60. A Balad, a nord di Baghdad, 11 soldati sono stati uccisi e altri 8 feriti nell'attacco contro una postazione militare. Un commando ha aperto il fuoco e lanciato razzi contro un posto di blocco e ha fatto esplodere una bomba al passaggio dei soldati giunti in soccorso dei commilitoni sotto attacco. Vicino a Kirkuk, nel nord, un'autobomba è esplosa davanti alla sede della compagnia petrolifera North Oil causando 7 morti e 17 feriti. Le vittime cercavano un impiego come guardie per la sorveglianza degli impianti petroliferi. ORRORESENZAFINE Nel sud, infine, una autobomba è esplosa davanti al consolato onorario francese a Nassiriya, uccidendo un poliziotto di guardia e ferendone altri quattro. La deflagrazione è avvenuta prima dell'arrivo del console onorario, un cittadino iracheno, e ha danneggiato l'edificio. Sempre a Nassiriya è esplosa un'altra autobomba che ha fatto due morti e tre feriti. Altri attentati con morti sono stati segnalati a Samarra, Bassora e Tuz Khurmato. In Iraq le violenze sono in calo rispetto al 2006 e al 2007, ma le forze di sicurezza sono ancora bersaglio di frequenti attacchi. Nel mese di agosto ci sono stati 278 morti. Parigi ha condannato «con la massima fermezza gli attentati compiuti in Iraq», in particolare quello «davanti al consolato onorario di Francia» a Nassiriya. «Noi condanniamo in modo particolare l'attentato davanti al consolato onorario di Francia a Nassiriya, nel corso del quale un poliziotto iracheno e un passante sono rimasti feriti», ha dichiarato un portavoce del Quai d'Orsay. DOPPIO FRONTE Dall'Iraq alla martoriata Siria. Combattimenti tra soldati e ribelli infuriano in varie località della Siria, colpite inoltre dai bombardamenti delle truppe del regime. Un attentato contro un bus nel centro del Paese ha poi provocato, secondo la televisione ufficiale siriana e l'Osservatorio siriano dei diritti umani (Osdh), almeno quattro morti. Un raid aereo contro un quartiere residenziale di Aleppo ha provocato decine tra morti e feriti. Lo affermano attivisti dell'opposizione dalla città. Il bombardamento aereo, secondo le fonti, ha distrutto un edificio di abitazioni nel quartiere Hananu, uno dei vari distretti della parte orientale della città sotto il controllo dell'opposizione. Il regime di Bashar al-Assad sarà rovesciato al massimo in quattro mesi. Ne è convinto il generale Mustafa al-Sheikh, capo del consiglio militare dell'Esercito libero siriano (Esl), che sottolinea l'unità dell' opposizione armata che opera all'interno del Paese. «Quattro mesi è il tempo massimo se consideriamo i danni irreversibili che abbiamo inflitto all'esercito regolare e il morale sotto i tacchi dei suoi ufficiali», ha detto al-Sheikh alla tv AlArabiya. «Ma potremmo rovesciare il regime anche in due mesi», ha aggiunto il generale, spiegando che l'Esl sta diventando sempre più potente contro un esercito regolare ormai incapace di operare all'interno delle città siriane. «L'esercito del regime riesce solo ad attaccare per via aerea o con i carri armati, ma ormai è veramente difficile per le forze di terra aggirarsi per le città, con l'eccezione di Damasco». Le violenze in Siria hanno provocato la morte di 27.379 persone, oltre il 70 per cento civili, una parte dei quali avevano però preso le armi. Lo ha affermato il presidente dell'Osservatorio siriano per i diritti dell'Uomo, Rami Abdel Rahmane. Delle vittime, 19.499 erano civili, ma il dato comprende anche coloro che avevano preso le armi contro il regime baathista. Sono stati uccisi inoltre, 1.113 disertori e 6.767 governativi. L'esercito ha parlato recentemente di oltre 8 mila morti tra i suoi ranghi. Si tratta comunque di dati impossibili da verificare. Con l'elezione del nuovo Presidente della Repubblica fissata per oggi dall'appena nominato Parlamento la Somalia si avvia a completare la road map che concluderà la transizione iniziata nel 2004. La figura del Presidente della Repubblica mostrerà fino a che punto potrà avvenire il cambiamento radicale delle istituzioni ma formidabili interessi economici anche della comunità internazionale sono in agguato per proseguire i facili dialoghi con chi ha retto sin qui il potere del Paese. Nulla è scontato e lo dimostra la nomina del professor Jawari a speaker del nuovo Parlamento sul quale la comunità internazionale non avrebbe mai scommesso e che, invece, è stato eletto dopo la prima votazione per rinuncia dell'avversario. Sono venticinque, tra cui anche Maslah Mohamed Siad, uno dei figli dell'ex dittatore Siad Barre, i candidati alla massima carica dello Stato che si sono alternati nei giorni scorsi esponendo i rispettivi programmi ai parlamentari che dovranno votare il presidente. I candidati più accreditati sono tre: l'ex Presidente della transizione Sheikh Sharif Ahmed, l'ex Primo Ministro della transizione Abdiweli Mohamed Ali e l'altro ex Primo Ministro della transizione Mohamed A. Mohamed. Proprio l'inaspettata elezione di Jowari alla carica di speaker del nuovo Parlamento ha tagliato fuori dai giochi per la presidenza della Repubblica l'altro Sceicco della transizione Hassan, in quanto appartenente allo stesso clan di Jawari. È infatti escluso che uno stesso clan possa avere due sulle tre massime cariche dello Stato. Tuttavia è stato diffuso dal sito Internet Kismayo24 il testo dell'accordo tra Hassan e Ahmed stipulato a Dubai in questi giorni assieme a politici e affaristi che, in cambio della presidenza ad Ahmed, assicurerebbe ad Hassan la carica di vicepremier e di ministro dell'economia oltre alla scelta del primo ministro. L'intero potere verrebbe così lottizzato tra i due con i finanziamenti stranieri ad Hassan di tre milioni di dollari subito, per dirottare su Ahmed i 70 voti di cui dispone in Parlamento, e altri tre dopo l'elezione di Ahmed alla presidenza. Ma nessuno dei due Sceicchi, Ahmed e Hassan, è gradito alla popolazione che ha già subito la loro lunga, inutile e dannosa permanenza al potere con una dissennata gestione dei fondi pubblici, alla quale non viene ritenuto estraneo neppure Abdiweli al quale si rimprovera che, nell'anno di Presidenza del Consiglio dei Ministri transitorio sin qui vissuto «non ha alzato uno straccio da terra» limitandosi a viaggiare ovunque senza combinare nulla in patria. Del terzetto della transizione che sta per andare in archivio, Abdiweli è il volto più presentabile: è stato docente di economia nelle università americane e interlocutore rassicurante della comunità internazionale che da lui ha attinto non pochi benefici. In particolare il Kenya. Un fiume di denaro scorre in questi giorni per le strade di Mogadiscio affinché nulla cambi. Tutto è in vendita compresa la presidenza della Repubblica. U.D.G. MONDO . . . Le violenze in Siria hanno provocato la morte di 27.379 persone oltre il 70 per cento civili Benedetto XVI a Beirut per parlare di pace I manifesti di Papa Benedetto a Dora, nord di Beirut FOTO ANSA All'Angelus invita la comunità internazionale a non rassegnarsi Il messaggio alla Comunità di sant'Egidio ROBERTOMONTEFORTE CITTÀDELVATICANO . . . Un fiume di denaro scorre per le strade di Mogadiscio affinché nulla cambi Weekend tragico tra autobombe, raid e bombardamenti Si allunga l'elenco delle vittime e dei feriti Oggi al voto: presidenziali in Somalia Sfida a tre SHUKRISAID www.migrare.eu . . . «Il Medio Oriente trovi la pace in una serena convivenza, nella stabilità e nel rispetto dei diritti» Nell'inferno di Siria e Iraq: escalation di sangue e morte lunedì 10 settembre 2012 13
U: Corruzione, basta veti «Vale 4 punti di Pil» Il ministro Severino insiste sulla legge anticorruzione: è urgente, vale dai due ai quattro punti di Pil. Ma il Pdl continua a porre veti sia sulle intercettazioni che sulla responsabilità civile dei magistrati. Ma il ministro dice: sulle regole per gli ascolti nessun tabù dal governo. FUSANI APAG.5 Il ministro Severino lancia l'allarme. Ma il Pdl insiste su intercettazioni e responsabilità dei giudici ALCOA Lavoratori a Roma: non ci arrendiamo «Decide l'Italia, non le banche» Sheckley unautore dareality Verrengiapag. 15 Corteo di operai e amministratori contro la chiusura: incontro al ministero Cgil e Uil preparano lo sciopero degli statali. Angeletti: perdiamo mille posti al giorno Staino Razzismo e odii sociali minaccia per l'Europa L'ANALISI MICHELECILIBERTO PAOLOLEON ILCOMMENTO ANTONIOINGROIA La fabbricadei veleni Reportage da Seveso VincenzoConsolopag. 17 Bersani chiude la Festa: siamo pronti a guidare il governo. La sfida della cittadinanza e della Costituente europea Monti: impensabile che dopo le elezioni non ci sia un leader vincitore CARUGATICOLLINI PIVETTAA PAG.2-4 Ibambini fandel festival diMantova Nuccipag. 18 È il giorno della protesta. Con un filo di speranza i lavoratori dell'Alcoa oggi arrivano a Roma per difendere la fabbrica. Sfileranno insieme con i sindaci, poi incontro al ministero dello Sviluppo. Intanto la Cgil riunisce il direttivo e prepara lo sciopero degli statali per il 28 settembre. Angeletti: ormai perdiamo mille posti al giorno. FRANCHIMADEDDUA PAG. 12 In Europa servono politiche di giustizia sociale per garantire i diritti fondamentali, previsti da tutte le Costituzioni, a una vita dignitosa, alla salute, al lavoro e alla cultura GuidoRossi Dall'Ungheria alla Norvegia fino alla Grecia: xenofobia e odio sociale minacciano l'Europa. Ad Atene Alba Dorata cresce nei sondaggi e dà la caccia agli immigrati. Intervista al leader socialista ungherese Mestherhàzi: c'è un furore nazionalista pericoloso. ANDREADISDEGIOVANNANGELIAPAG.8-9 Dopo l'appello di Monti viaggio nei populismi che agitano la Ue. E Alba Dorata cresce in Grecia È molto importante l'iniziativa di Monti di promuovere un vertice europeo a Roma sul populismo. SEGUE APAG.8 Emergenza democratica VALEVA LA PENA AVER ATTESO TANTIMESIPRIMACHELACORAZZATABCEsi armasse per combattere la speculazione internazionale contro i titoli pubblici? La domanda si pone perché le misure di austerità, che hanno inflitto un duro colpo alla crescita europea, compresa quella tedesca, dipendono in buona parte da quel ritardo. Il grande merito della Bce, e di Draghi in particolare, va riconosciuto, nonostante il ritardo, perché questo periodo era necessario per ottenere l'unanimità o, com'è successo, per isolare la Bundesbank nel consiglio di amministrazione della Bce. SEGUEAPAG.14 Fermare la speculazione CRIMINALITÀ Scampia, guerra di camorra: ucciso il fratello del boss Da mesi si fa un gran parlare del disegno di legge anticorruzione. SEGUE APAG.5 Perché la legge è urgente LONGHI APAG.23 Calcio, gli azzurri tra i terremotati: quanta dignità Pier Luigi Bersani al termine dell'intervento conclusivo della Festa Nazionale del Pd a Reggio Emilia FOTO LAPRESSE MANIFESTAZIONI Dai cortei alle proteste: è l'autunno della scuola Studenti, precari e insegnanti: l'anno comincia in salita CIMINO APAG. 10 AMATO APAG.11 OSSERVATORIODIBUTTARONI APAG.7 Il Pd stacca il Pdl ma aumenta la frammentazione 1,20 Anno 89 n.250Lunedì 10 Settembre 2012
Colpo su colpo. All'omicidio di Gaetano Marino, avvenuto il 23 agosto scorso al lido La Serenella di Terracina, bisognava rispondere con quello di un «pari grado». Il fratello di un boss rivale. Sono codici non scritti a cui le bande di gangster della periferia nord di Napoli si attengono scrupolosamente. Impensabile che Raffaele Abete, 41 anni, precedenti per associazione a delinquere, rapina e lesioni risalenti al 1986, ma soprattutto fratello di Arcangelo, uno dei capiparanza di Scampia in carcere da anni, lo ignorasse. Girava di notte disarmato e senza scorta per le strade del quartiere, insanguinate da una nuova faida per il controllo degli stupefacenti. Probabilmente si sentiva al sicuro. Protetto dalle invisibili complicità del quartiere. O forse pensava che i fuochi della nuova guerra esplosa nella periferia nord mai avrebbero raggiunto la sua famiglia. Lo hanno freddato poco prima delle due di notte accanto alla sua auto, in via Roma verso Scampia, davanti al bar «Zeus», dal quale era appena uscito dopo aver sorbito un caffè. Casa sua non era molto lontana: il famigerato Lotto T/A di via Ghisleri, una delle piazze di spaccio storiche controllate dalla mala napoletana, un centinaio di metri dal luogo dell'agguato. Sono bastati tre colpi di pistola, tutti alla testa, ai sicari - secondo un'ipotesi investigativa inviati dai «girati» di via Vanella Grassi a Secondigliano - per chiudere (provvisoriamente) i conti con il gruppo Abete-Notturno-Abbinante. Tra i due omicidi «eccellenti» se ne colloca un terzo, il 29 agosto nel cuore della Vela Celeste: quello di Gennaro Ricci, 36 anni, considerato un «capopiazza» della banda della Vanella Grassi. Ma una “lettura” abbastanza plausibile delle tre esecuzioni potrebbe averla fornita agli inquirenti, prim'ancora che la spirale di violenza si allargasse, il braccio destro di Gaetano Marino, Gianluca Giugliano, costituitosi al commissariato di Secondigliano due giorni dopo l'agguato di Terracina per paura di essere ammazzato. Nel grande droga market della periferia nord le alleanze, ha raccontato Giugliano, sono a geometria variabile. Dopo la vittoria nella guerra contro la famiglia Di Lauro, i Marino si sarebbero impossessati della piazza di spaccio delle Case celesti, una delle più redditizie, «consegnandola» al gruppo di via Vanella Grassi, dietro il quale si muoverebbe l'ultima, inafferrabile, primula rossa del clan un tempo egemone nella zona: Marco Di Lauro, figlio di Paolo, il boss conosciuto con il soprannome di «Ciruzzo ‘o milionario». Gaetano Marino, fratello di Genny MacKay, al secolo Gennaro Marino, sarebbe caduto quindi per ordine degli ex alleati Abete – Notturno – Abbinante, e in questo contesto l'omicidio di ieri notte suonerebbe come la vendetta dei «girati» di Secondigliano, così chiamati spregiativamente dagli «Scissionisti» duri e puri perché tornati, a faida conclusa, sotto l'ala protettrice dei Di Lauro. Ma Giugliano insinua il sospetto che l'esecuzione di Marino sarebbe il frutto di una «purga» interna alla gang, scatenata dal desiderio dei vertici del gruppo Di Lauro-Mennetta-Trepiccione di ridimensionare il potere che «moncherino» e i suoi avevano assunto negli ultimi tempi in una zona ritenuta strategicamente fondamentale per il controllo dello spaccio. Uno scenario complesso, tutto da decifrare, sul quale la Mobile e la procura antimafia si muovono con cautela. Soppesando con cura le «rivelazioni» del neo collaboratore, a cui peraltro non sono stati ancora riconosciuti i benefici previsti dalla legislazione premiale. Di certo c'è che Scampia è tornato teatro di guerra: appena quattro giorni fa 400 tra poliziotti, carabinieri e finanzieri hanno cinto d'assedio il quartiere, rinvenendo armi e munizioni e smantellando numerosi «fortini» delle gang. Ma il ministro dell'Interno Annamaria Cancellieri avverte: «Dovremo fare di più». E il presidente della Municipalità, Angelo Pisani, torna alla carica con la richiesta di «misure eccezionali». Da Sarajevo, nel giorno in cui il numero di omicidi complessivi nell'anno solare sale a 42 (21 in città e altrettanti in provincia) fa sentire la sua voce anche il cardinale di Napoli, Crescenzio Sepe: «La camorra è un tumore, è come quegli animali a cui tagli la testa e ne nascono due. La guerra tra i clan – rivela il presule – era stata prevista». LAMEZIA TERME Ciao compagno RENZO SAVINO Dopo una vita di lavoro in Alfa Romeo con la tua Pia, l'instancabile impegno profuso per il partito e per tutti, senza pretesa di apparire ma proprio per questo più prezioso, ci fanno dire ancora grazie. Non ti dimenticheremo mai. I compagni della Di Vittorio Pci-Ds e Quarenghi Pd. Non solo delitto d'onore ma la necessità di ristabilire, con le regole della 'ndrangheta, gli equilibri mafiosi tra famiglie. Per questo morirono nel marzo 1994 Maria Teresa Gallucci vedova Alviano, 37 anni, sua madre Nicolina Celano di 72 anni e sua cugina, Marilena Bracalia, 22 anni. Erano di Rosarno (Reggio Calabria), vivevano a Genova Pegli e furono massacrate a colpi di calibro 22 e calibro 33 special. Per quel triplice omicidio gli inquirenti genovesi indagarono il figlio della donna, Francesco Alviano, allora accusato da un altro pentito di 'ndrangheta, Francesco Ciccio Facchinetti. Ma qualche mese fa la deposizione di Giuseppina Pesce, collaboratrice di giustizia che era stata intima della cosca Pesce della Piana calabrese, resa durante il processo All Inside ha rivelato che le tre donne sono morte per mano di Domenico Leotta e Francesco Di Marte, killer per non obbligare Francesco Alviano, figlio di Maria Teresa e del boss Alviano, a uccidere la madre. Per questo la procura di Genova ha deciso di riaprire il caso. Francesco, allora ventunenne, era però troppo giovane per uccidere la madre, colpevole di avere avuto per amante Francesco Arcuri, un altro ‘ndranghetista che morì, dopo 11 giorni di agonia a Rosarno dopo esser stato crivellato di colpi. Chi uccise Arcuri? La «famiglia» ha sempre sostenuto che a uccidere 'l'uomo d'onorè fu Francesco e per questo chiese la testa del ragazzo, richiesta alla quale la cosca Pesce si oppose. Ne fecero le spese Maria Teresa, Nicolina e Marilena che erano già scappate a Genova. Qui, secondo Giusy Pesce, vennero uccise da Leotta e Di Marte. Leotta e Di Marte godevano di grande fiducia da parte delle famiglie ‘ndranghetiste della Piana di Gioia Tauro tanto che furono intermediatori nell'incontro tra i vertici delle famiglie mafiose Bellocco e Pesce in guerra dopo l'omicidio di Domenico Sabatino, fedelissimo della cosca Pesce, che determinò una frattura tra le famiglie della Piana. I Pesce ritennero autori del'omicidio Sabatino i membri della cosca Ascone, fedele ai Bellocco. Se non si fosse verificato quel vertice, con l'aiuto di Leotta e Di Marte, la conseguenze della guerra di mafia sarebbero state gravissime. Riaperto il fascicolo, a 18 anni di distanza, gli inquirenti genovesi dovranno compiere accertamenti, trovare riscontri alle dichiarazioni di Giuseppina Pesce e soprattutto ricostruire l'ambiente in cui maturò quel triplice omicidio. Non è l'unico omicidio di ‘ndragheta per una relazione sbagliata. Sempre nel 1994 Angela Costantino, la moglie del pregiudicato Pietro Lo Giudice, quattro figli e un marito in galera quando, scomparve da Reggio Calabria il giorno in cui stava andando al carcere di Palmi per far visita proprio a suo marito. Il marito Pietro Lo Giudice, 46 anni, è il figlio del boss della ‘ndrangheta Giuseppe (ucciso in un agguato nel 1990) e fratello di Vincenzo: una famiglia che si distingue come una delle principali protagoniste della guerra di mafia avvenuta a Reggio Calabria tra la metà degli anni '80 e l'inizio degli anni '90. La donna avrebbe pagato per una relazione extraconiugale con un altro uomo. Un «crimine» che non poteva essere perdonato e che ha indotto i capi della cosca Lo Giudice a ordinare l'assassinio della donna. Due giorni dopo la scomparsa di Angela, fu ritrovata la sua automobile a Villa San Giovanni. Agenti di Polizia durante una perquisizione alle 'vele' di Scampia a Napoli FOTO ANSA Bombacontro la famiglia diunpentito ALameziaTerme lecosche della ‘ndranghetahannodeciso di sferrareun duroattacco contro i familiarideicollaboratoridi giustizia.L'ultimo episodio ieri mattina.Unabomba è stata fatta esploderecontro lapizzeria di proprietàdella sorelladi Angelo Torcasio, il pentito lecui dichiarazionihannoportato all'arrestodi numerosi esponenti dellecosche lametine. L'ordignoesplosoha provocato ingentidanniallapizzeria della sorelladiTorcasio, ad un'automobileparcheggiata apoca distanzae ad alcuneabitazioni. IMMIGRAZIONE Lampedusa,cresconoidubbisulnaufragio Quattromotovedettedella Guardia Costierae unadellaGuardiadi Finanza hannosoccorso nellanotte di sabato,a largodi Pantelleria,un gommone in difficoltàcon abordo 11 tunisini.Alle 1.15 l'arrivonelporto dell'isola: i migranti, tutti uomini, erano provatima in apparentebuono stato di salute. All'originedell'operazione di recupero numerosetelefonate giunte, intorno alle 15.00disabato,alla Centrale Operativa dellaGuardiaCostiera diRoma, da partedicittadini tunisini che segnalavano loroparenti, imbarcati su ungommone diretto verso lecoste italiane in un puntonon precisato acirca 4/5oredallecoste di MazaradelVallo, ingrande difficoltà.Gli stessihannopoi fornito inumeridi telefonodi alcune dellepersone abordo delgommone. Nel frattempo, aLampedusa, procedonosenza sosta le ricerche dei dispersidel naufragiodi giovedì.La GuardiaCostierasta proseguendocon il lavoro,ma prendesempre piùcorpo l'ipotesiche quella fornitadagli extracomunitari siauna versione falsa e che, in realtà, imigranti sianostati abbandonativicinoalla scogliera dagli scafisti,poiallontanatisi. Finora, infatti, nel trattodi mare in cui èavvenuto il salvataggio,pattugliato dagiorni, è statotrovato un solo corpo, mentre il cadaverediunadonna èstato ripescato aCapoGrecale epergli investigatori difficilmente lecorrenti avrebbero potutoportare lì uno deidispersi a Lampione. I«naufraghi» hannoriferito diesserepartiti in 136 daSfaxquindi all'appellomancherebbero78 persone. Tre donne uccise La pentita Pesce fa riaprire il caso Furono massacrate a Genova nel 1994 La ‘ndrangheta doveva punire una relazione extra coniugale NICOLALUCI CATANZARO Riesplode la guerra a Scampia Ammazzato Raffaele Abete fratello dell'omonimo capoclan scissionista Tre colpi alla testa fuori da un bar. Una risposta all'agguato di Terracina dello scorso 23 agosto MASSIMILIANO AMATO NAPOLI lunedì 10 settembre 2012 11
Il Partito democratico consolida la sua posi-zione nei confronti del Pdl. Lo fa in terminipolitici prima ancora che elettorali, giocan-do il ruolo di playmaker rispetto alla confi-gurazione delle prossime alleanze politi-che. Che sia con il baricentro spostato a sinistra (con Sel e Idv) oppure orientato verso l'Udc e Casini, poco importa. Il Pd sta dimostrando di esserci. E di avere - in questa fase - molte carte da giocare. Le critiche, le divisioni, le polemiche interne, anche quando sono aspre, danno comunque l'idea di essere iscritte nello stesso perimetro, dove riescono a convivere posizioni anche molto distanti tra loro, qualche volta persino opposte. Il Partito democratico rappresenta, in questo momento, la principale polarità sulla scena politica. E, dopo molto tempo, nel centrosinistra si respira l'odore di avvicinamenti e confluenze anziché di scissioni o allontanamenti. ILSOGGETTORIFORMISTA Più che come un partito tradizionale, in questo momento, il Pd è vissuto come una “scelta di campo”, rispetto alla quale le sole alternative sono rappresentate dalla galassia in dissolvenza del centrodestra, dall'astensionismo e dalla “grillo-ribellione”. L'immagine che Bersani ha dato al partito è quella di un'organizzazione distante da quella dei soci fondatori (ex Pci ed ex Dc) e assai vicina, nelle forme e nei modi, ai democratici americani. Il partito di Bersani non è un monolite da cui discendono le scelte, ma un luogo di confluenze, con una cifra politica di stampo riformista. L'incompiutezza di alcune scelte di fondo, che darebbero ai democratici italiani un'identità più definita e nitida, come quelle su temi etici, del lavoro e dello sviluppo, per adesso non costituiscono un limite. Sembrano soltanto rimandare a un'altra fase politica. Nel frattempo, il Pd ha comunque una sua atmosfera da offrire mentre, dall'altra parte, prevale la rarefazione. Il prezzo che Bersani paga alla coabitazione forzata con il Pdl è ricompensato dal ruolo di crocevia di ciò che accadrà nei prossimi mesi. E l'appoggio a Monti non è visto come un allontanamento dalle aspirazioni fondanti, nonostante gli orientamenti, le scelte e le azioni del governo si collochino, spesso, assai lontano dai codici iscritti nel dna del Pd. Il sostegno al governo è visto, semmai, come una necessità contingente alla situazione specifica e Bersani è stato bravo nel contenere le inevitabili spinte cetrifughe rispetto alle scelte che ha dovuto compiere. Nell'opera di costruzione del nuovo Pd, Bersani è stato facilitato dal dissolvimento del centrodestra e dallo spegnimento della stella polare rappresentata da Silvio Berlusconi. Per quasi vent'anni Berlusconi ha rappresentato l'unità di misura della politica italiana. Nel bene e nel male. Nel bene perché ha indubbiamente avviato una fase di trasformazione del sistema politico italiano dopo il terremoto tangentopoli. Nel male, perché la tessitura del nuovo è stata caratterizzata da una degenerazione che si è riflessa nelle forme espressive di un potere che ha trasferito la democrazia nel perimetro tecnologico dei media. Un regime spettacolare che ha cambiato il modo stesso di governare, mettendo, al posto della dialettica politica, nuovi apparati e procedure ispirate alle tecniche del marketing: alimentare i sogni trasformandoli in necessità e verità assolute, sostituire il ragionamento con le emozioni, sedurre anziché convincere. Un contagio che, in forme e modi diversi, ha infettato tutto e tutti, dando corpo a una rappresentazione pornografica della politica che si è via via popolata di personaggi improbabili, testimoni di un nuovo miracolo annunciato in maniera ipnotica dagli schermi televisivi. Oggi quel sogno si è rivelato un incubo: per i lavoratori dipendenti, compresi quelli pubblici, che non hanno più la sicurezza del posto fisso; per gli studenti, che vivono l'ansia di un futuro incerto; per i disoccupati, la cui prospettiva di riscatto si è trasformata in rassegnazione. La delusione del sogno tradito non ha fatto, però, migrare masse di elettori da uno schieramento all'altro. Tant'è che la quota di quanti si collocano nel centrosinistra è di poco superiore a quella di coloro che si collocano nel campo opposto. Il dissolvimento del Pdl e l'eclissi della leadership di Berlusconi non hanno cambiato la collocazione politica degli italiani, ma soltanto modificato il rispecchiamento in termini elettorali. L'AGODELLA BILANCIA Se si potesse tracciare una linea immaginaria che divida il Paese in due campi politici, la popolazione di una parte equivarrebbe all'incirca all'altra. È così, da moltissimi anni: tratto distintivo del nostro Paese. Ogni volta che ha vinto una coalizione sull'altra, le ragioni sono da rintracciare nella scelta delle alleanze e nella quota di astensione, elementi che hanno fatto spostare l'ago della bilancia quel tanto da cambiare il punto di ricaduta in termini istituzionali. Anche il vantaggio attuale del Pd sul Pdl, nelle intenzioni di voto, non nasce da un'espansione dei consensi vera e propria, quanto dalla capacità del partito di Bersani di offrire ragioni sufficienti ai sostenitori di centrosinistra per restare nel loro campo, e a non alimentare l'invaso degli incerti e dei potenziali astensionisti. Intanto, proprio la riconquista degli elettori disillusi pare alla base della nuova strategia di Berlusconi. Lo si intuisce nella scelta di ricandidarsi come leader, rifondando il partito – e forse addirittura “liquidandolo” - per dare corpo a un movimento leggero, senza una dirigenza politica vera e propria, ma con una leadership forte. Impossibile dire se questa possa essere la soluzione alla crisi del centrodestra. Non lo è sicuramente per il Paese, rinnovando soltanto l'incompiutezza di quelle riforme del sistema politico di cui si sente la necessità, e oltremodo necessarie per recuperare una good reputation da poter spendere in campo europeo. L'anomalia di un sistema che, oggi, soffre l'assenza di alternative e di una reale dialettica politica, rappresenta, purtroppo, solo l'ennesima tappa della lunga transizione italiana verso una nuova normalità. E il rischio è che nemmeno le prossime elezioni rappresenteranno quel ritorno al futuro più volte annunciato. Un pericolo, questo, che richiama i partiti all'urgenza di un rovesciamento di missione: far tornare la politica a favore dei cittadini, visti non più come strumento per raggiungere le istituzioni, ma come fine ultimo di azioni ispirate al bene comune. Perché anche quando parole come crisi e degenerazione, riferite al sistema politico, s'ispirano a un sentire collettivo, esse non segnano lo spartiacque di un abbandono, semmai il contrario, ossia la consapevolezza della necessità di un ritorno ai valori condivisi di un ethos civile. Il tracciato di riforma del sistema politico non può che essere quello di dialogare con i mille rivoli in cui sono confluiti i grandi invasi politici del Novecento e che hanno dato corpo a nuove forme di partecipazione diffusa, dove il confronto delle idee e i processi di apprendimento collettivo ricoprono ancora un ruolo fondamentale nella costruzione della rappresentanza sociale e una costante tessitura del loro significato politico. Ciò che serve al Paese per uscire dall'infinita transizione politica non è un atto isolato, che conferisca un mandato al quale rispondere solo a tempo debito, ma l'attivazione di un processo in grado di attingere dalla ricchezza delle esperienze che vivono nei territori, capace di fecondare a sua volta, e immettere, in un circuito più ampio, saperi e pensieri condivisi. La democrazia, oggi, ha ancora più bisogno dei partiti perché la crisi impone di dare risposte forti alle domande che nascono dalle spinte inevitabilmente divergenti. E una democrazia che sceglie e decide può farlo solo se i partiti sono in grado di articolare, convogliare e orientare le istanze della società intorno a un progetto. Ma per farlo i partiti devono recuperare autorevolezza e credibilità, avere il coraggio di rompere i cerchi magici e rinnovarsi al loro interno, aprendosi a processi democratici reali. Il tempo sta per scadere e occorre che s'imponga la volontà e la determinazione di fare quelle scelte che il Paese non può più attendere. L . . . Bersani sembra riuscire a trattenere i possibili astensionisti, mentre Berlusconi va a caccia dei «disillusi» L'OSSERVATORIO LOSCENARIO Il Pd stacca il Pdl Ma l'Italia è più frammentata IL CENTROSINISTRA GUADAGNA TERRENO ANCHE SE RESTA L'INCOGNITA DEGLI INDECISI CARLOBUTTARONI PRESIDENTEDI TECNÈ La ricerca è stata realizzata per l'Unità prendendo come campione la popolazione maggiorenne dell'intero territorio nazionale Metodo: interviste telefoniche (Cati); interviste realizzate: 1.000 Data di realizzazione delle interviste, effettuate attraverso l'estrazione casuale dagli elenchi telefonici: 4-5 settembre 2012. lunedì 10 settembre 2012 7
TV CHIARI DI LUNEDÌ 06.30 TG 1. Informazione 06.40 CCISS Viaggiare informati. Informazione 06.45 Unomattina Estate. Attualita' 10.00 Unomattina Verde. Rubrica 10.25 Unomattina Rosa. Rubrica 11.05 Unomattina Storie Vere. Rubrica 12.00 La prova del cuoco. Game Show 13.30 TELEGIORNALE. Informazione 14.10 Verdetto Finale. Show. Conduce Veronica Maya. 15.15 La vita in diretta. Rubrica 16.50 Rai Parlamento Telegiornale. Informazione 17.00 TG 1. Informazione 18.50 L'Eredità. Gioco a quiz 20.00 TELEGIORNALE. Informazione 20.30 Miss Italia 2012. Evento 00.45 Miss Italia notte. Evento 01.20 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.50 Che tempo fa. Informazione 01.55 Sottovoce. Talk Show. Conduce Gigi Marzullo. 02.25 Rai Educational. Real School. Documentario 02.55 Mille e una notte - Cinema. Rubrica 06.45 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 10.05 Protestantesimo. Rubrica 10.35 Tg2 Insieme Estate. Rubrica 11.20 Il nostro amico Charly. Serie TV 12.10 La nostra amica Robbie. Serie TV 13.00 Tg2 - Giorno. Informazione 13.30 TG 2 E...state con Costume. Rubrica 14.00 Senza Traccia. Serie TV 14.45 Army Wives. Serie TV 15.30 Blue Bloods. Serie TV 17.00 90210. Serie TV 17.45 Tg2 - Flash L.I.S. Informazione 17.50 Rai TG Sport. Sport 18.00 TG 2. Informazione 18.20 Calcio: Amichevole Under 21 Italia - Repubblica d'Irlanda. Sport 20.30 TG 2 - 20.30. Informazione 21.05 N.C.I.S. Los Angeles. Serie TV Con Linda Hunt, LL Cool J, Chris O'Donnell. 21.50 Blue Bloods. Serie TV 23.20 Tg2. Informazione 23.35 Almost true. Show. Conduce Carlo Lucarelli. 00.25 Rai Parlamento Telegiornale. Informazione 00.35 Sorgente di vita. Rubrica 01.05 Hawaii Five-0. Serie TV 06.30 Il caè di Corradino Mineo. Attualita' 08.00 Cerasella. Film Commedia. (1960) Regia di Raaello Matarazzo. Con Claudia Mori. 09.40 La Storia siamo noi. Documentario 10.40 Cominciamo Bene. Rubrica 12.00 TG3. Informazione 13.10 La strada per la felicita'. Soap Opera 14.00 TG3 Regione. / TG3. Informazione 15.00 La casa nella prateria. Serie TV 15.50 Il giorno prima. Film Drammatico. (1987) Regia di Giuliano Montaldo. Con Burt Lancaster. 17.30 Geo Magazine 2012. Documentario 19.00 TG3. / Tg Regione. Informazione 20.00 Blob. Rubrica 20.15 Cotti e mangiati. Sit Com 20.35 Un posto al sole. Serie TV 21.05 Il viaggio. Show. Conduce Pippo Baudo. 23.05 TG3 Regione. Informazione 23.10 Tg3 Linea notte estate. Informazione 23.35 Meteo 3. Informazione 23.45 FIL - Felicità interna lorda. Rubrica 00.50 Fuori Orario. Cose (mai) viste. Rubrica 06.35 Media shopping. Shopping Tv 06.50 Magnum P.I. Serie TV 07.45 Pacific Blue. Serie TV 08.40 Hunter. Serie TV 09.50 Carabinieri. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Detective in corsia. Serie TV 12.55 La signora in giallo. Serie TV 14.00 Tg4 - Telegiornale. Informazione 14.45 Lo sportello di Forum. Rubrica 15.30 Hamburg distretto 21. Serie TV 16.35 My Life - Segreti e passioni. Soap Opera 16.47 Il comandante Florent. Serie TV 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.10 Siska. Serie TV. 21.10 Quinta colonna. Attualita'. Conduce Paolo Del Debbio. 23.55 I Bellissimi di Rete 4. Rubrica 00.00 United 93. Film Drammatico. (2006) Regia di Paul Greengrass. Con J.J. Johnson. 02.05 Tg4 - Night news. Informazione 02.28 Pianeta Mare. Reportage 03.35 Per amore di Cesarina. Film. (1976) Regia di Vittorio Sindoni. Con Walter Chiari. 08.01 Tg5 - Mattina. Informazione 08.40 La telefonata di Belpietro. Rubrica 08.50 Mattino cinque. Show. Conduce Federica Panicucci, Paolo Del Debbio. 11.00 Forum. Rubrica 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.10 Centovetrine. Soap Opera 14.45 Il fantasma di San Valentino. Film Commedia. (2007) Regia di Mark Jean. Con Emma Caulfield, Barbara Niven, John Reardon. 16.30 Pomeriggio cinque. Talk Show. Conduce Barbara D'Urso. 18.45 Avanti un altro!. Gioco a quiz 20.00 Tg5. Informazione 20.40 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 21.10 Squadra antimafia 4 Palermo oggi. Serie TV Con Simona Cavallari, Giulia Michelini, Marco Bocci. 23.31 Palermo Milano solo andata. Film Drammatico. (1996) Regia di Claudio Fragasso. Con Giancarlo Giannini, Raoul Bova, Ricky Memphis. 01.31 Tg5 - Notte. Informazione 02.00 Meteo 5. Informazione 06.40 Picchiarello. Cartoni Animati 06.55 Pokemon. Cartoni Animati 07.25 Dragon Ball. Cartoni Animati 07.55 Georgie. Cartoni Animati 08.20 Heidi. Cartoni Animati 08.45 E.R. - Medici in prima linea. Serie TV 10.35 Grey's anatomy. Serie TV 12.25 Studio Aperto. 13.02 Sport Mediaset. Informazione 13.40 Futurama. Cartoni Animati 14.10 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 Dragon ball GT. Cartoni Animati 15.00 Fringe. Serie TV 16.00 Smallville. Serie TV 16.50 Merlin. Serie TV 17.20 Tutto in famiglia. Sitcom 17.45 Trasformat. Gioco a quiz 18.30 Studio Aperto. Informazione 19.20 C.S.I. - Scena del crimine. Serie TV 21.10 Una settimana da Dio. Film Commedia. (2003) Regia di Tom Shadyac. Con Jim Carrey, Morgan Freeman, Jennifer Aniston, Philip Baker Hall. 23.10 Norbit. Film Commedia. (2007) Regia di Brian Robbins. Con Eddie Murphy, Thandie Newton, Terry Crews. 00.07 Tgcom. Informazione 00.10 Meteo. Informazione 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.45 Coee Break. Talk Show. Conduce Tiziana Panella. 10.55 J.A.G. - Avvocati in divisa. Serie TV 11.45 Agente speciale Sue Thomas. Serie TV 12.30 I menù di Benedetta (R). Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Cristina Parodi Live. Talk Show. Conduce Cristina Parodi. 15.50 Movie Flash. Rubrica 15.55 Il Commissario Cordier. Serie TV 17.55 Cristina Parodi Cover. Talk Show. Conduce Cristina Parodi. 18.25 I menù di Benedetta. Rubrica 19.20 G' Day. Attualita' 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Otto e mezzo. Rubrica 21.10 L'Infedele. Talk Show. Conduce Gad Lerner. 23.45 Omnibus Notte. Informazione 00.50 Tg La7 Sport. Informazione 00.55 Madama Palazzo. Rubrica. Interviste di Silvia Gernini. 01.30 Movie Flash. Rubrica 01.35 N.Y.P.D. Blue. Serie TV 02.20 G' Day (R). Attualita' 03.00 Otto e mezzo (R). Rubrica 21.00 Sky Cine News. Rubrica 21.10 Il gatto con gli stivali. Film Animazione. (2011) Regia di C. Miller. 22.50 L'amore che resta. Film Drammatico. (2011) Regia di G. Van Sant. Con M. Wasikowska H. Hopper. 00.30 30 Minutes or Less. Film Azione. (2011) Regia di R. Fleischer. Con J. Eisenberg D. McBride. SKY CINEMA 1HD 21.00 Il signore dello zoo. Film Commedia. (2011) Regia di F. Coraci. Con K. James R. Dawson. 22.45 I fantastici viaggi di Gulliver. Film Avventura. (2010) Regia di R. Letterman. Con J. Black E. Blunt. 00.15 Jo e la figurina dorata. Film Commedia. (2010) Regia di A. Andresen. Con C. von der Hagen S. Boucher. 21.00 Innamorarsi. Film Metrica/Poesia. (1984) Regia di U. Grosbard. Con R. De Niro M. Streep. 22.55 Freedom Writers. Film Drammatico. (2007) Regia di R. LaGravenese. Con H. Swank P. Dempsey. 01.05 Spara che ti passa. Film Drammatico. (1993) Regia di C. Saura. Con A. Banderas F. Neri. 18.45 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 19.10 Ninjago. Serie TV 19.35 Redakai: Alla conquista di Kairu. Cartoni Animati 20.00 Lanterna verde. Cartoni Animati 20.25 Ben 10. Cartoni Animati 20.50 Adventure Time. Cartoni Animati 21.15 The Regular Show. Cartoni Animati 21.40 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Come è fatto. Documentario 20.00 Top Gear. Documentario 21.00 Come è fatto. Documentario 22.00 L'invasione delle meduse. Documentario 23.00 River Monsters. Documentario 00.00 Come è fatto. Documentario 19.00 Una splendida annata. Videoframmenti 20.00 Lorem Ipsum. Attualita' 20.20 Una splendida annata. Videoframmenti 21.00 Fuori frigo. Attualita' 21.30 The Middleman. Serie TV 22.30 Chi se ne frega della musica. Show 23.30 Jack Osbourne No Limits. Reportage DEEJAY TV 18.30 Ginnaste: Vite parallele. Docu Reality 19.30 Greek: la confraternita. Serie TV 20.20 Scrubs. Sit Com 21.10 Jersey Shore. Serie TV 22.50 Una Notte con Beth Cooper. Film Commedia. (2009) Regia di Chris Columbus. Con Hayden Panettiere. 00.35 South Park. Serie TV MTV RAI 1 20.30: Miss Italia 2012 Show con F. Frizzi. La finalissima eleggerà la più bella d'Italia. 21. 05: N.C.I.S. Los Angeles Serie Tv con C. O'Donnell. L'unico sopravvissuto di una sparatoria è un ex uciale della Marina... 21.05: Il viaggio. Show. Con P. Baudo. Il presentatore girerà tutto lo stivale per intervistare personaggi famosi. 21.10: Quinta colonna Attualità con P. Del Debbio. Grandi storie di cronaca e attualità analizzate e ricostruite dal giornalista. 21.10: Squadra antimafia 4 Palermo oggi Serie Tv con S. Cavallari. Ritornano le avvincenti storie della squadra Duomo. 21.10: Una settimana da Dio Film con J. Carrey. Bruce ha successo sul lavoro e in amore, ma non fa altro che lamentarsi. 21.10: L'Infedele Attualità con G. Lerner. Tornano i dibattiti con un'attenzione particolare al confronto tra culture e religioni. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY MI DICO: «E RENZI?». MI RISPONDO:«ECHILOSA?». E già nel mio non rispondermi mi sento in colpa, o perlomeno in discussione: non sarà, la mia estrema difficoltà nel definire, decifrare, valutare la figura umana e la caratura politica del sindaco di Firenze, un segno della mia vecchiaia anagrafica (navigo spedito verso i 50, significativamente nato l'anno remoto in cui Gigliola Cinquetti cantava Non ho l'età), un sintomo della mia decrepitezza culturale, un indizio della rottamabilità delle mie idee politiche? Insomma, Renzi mi sfugge, e temo sia perché - come diceva Celentano - non sono rock, ma lento. In pubblico, con gli amici e i compagni, specie con quelli giovani (nati da L'estate sta finendo in poi), cerco disperatamente di nascondere l'arretratezza del mio decoder ricorrendo a espressioni neutre e vaghe: «Certo, in tv funziona…», «Sa comunicare con le nuove generazioni…», «Esilarante come Crozza lo raffigura a Ballarò, però lui è abile, fa vedere che si diverte…», e via non dicendo. Se poi qualcuno, senza un briciolo di pietà, mi chiede «Ma tu lo voteresti?», rispondo «E perché no?», aggiungendo per onestà intellettuale (pur se, disonestamente, a bassa voce) «e perché sì?». Doppia domanda retorica che annulla il quesito annichilendomi, ossia facendomi sentire una nullità, e quel che è peggio stagionata: sono così insignificante e superato che non so rispondere. Eppure ce la metto tutta: lunedì scorso non solo ho visto Ilviaggio, la nuova trasmissione di Pippo Baudo, perché avevo letto che fra gli ospiti ci sarebbe stato anche lui, Renzi. Ho fatto molto di più: per qualche minuto, ero riuscito a trovarlo, dirò così, interessante. Ma poi mi sono detto «però non quanto l'ospite precedente, Jovanotti». Qualunque cosa significasse. www.enzocosta.net enzo@enzocosta.net Signori, loconfesso: sono troppo lentoper MatteoRenzi Enzo Costa Giornalista U: lunedì 10 settembre 2012 21
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10/09/12

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