SEGUEDALLAPRIMA Non bastassero Marcegaglia e Passera, entrambi più che interessati alla leadership della nuova Cosa bianca, ieri si sono fatti sentire Montezemolo e Oscar Giannino, grandi assenti alla kermesse centrista di Chianciano, che dal web hanno lanciato un diluvio di critiche contro Casini e i suoi (e anche contro i due “pesi massimi” che su quel palco hanno furoreggiato, Passera e Marcegaglia). Sul sito di Italia Futura è apparso un durissimo post. «Da Chianciano sono usciti messaggi che appaiono sommamente confusi, un fritto misto che non serve all'Italia», attaccano i montezemoliani. E accusano: «Dall'Udc solo buone intenzioni a parole, mentre la società civile ha dimostrato ancora una volta la sua subalternità alla politica, anche quella indebolita di questo finale di seconda repubblica». E via con le ironie sulla prima fila dei De Mita e dei Pomicino, e le stoccate alla «classe dirigente locale Udc che, soprattutto nel Meridione, incarna abitudini e comportamenti lontanissimi dal rappresentare quello che l'Italia chiede oggi alla politica». Parole dure anche contro i ministri tecnici che hanno sfilato (soprattutto Passera, additato come campione del «politichese»), colpevoli di non aver valutato «la reale concretezza dell'operazione prima di spendere il loro piccolo o grande patrimonio di credibilità». L'accusa, neanche troppo velata, è quella di essersi venduti «un tanto al chilo» in cambio di una candidatura, senza pretendere «un vero rinnovamento». Bocciato anche il programma all'insegna del «Monti dopo Monti»: «Davvero troppo scarno per una grande nazione». ANCHEGIANNINO Anche «Fermare il declino», il gruppo di Giannino, che marcia sempre più compatto con i montezemoliani, lancia strali contro l'Udc, chiedendo una svolta liberale all'insegna del “meno Stato” e delle privatizzazioni e un reset del ceto politico centrista. L'Udc per ora fa spallucce. Casini posta su twitter una sua foto a bordo del treno Italo e commenta: È la concorrenza bellezza...». Il segretario Cesa s'incarica di tenere le porte aperte ai riottosi “cugini”: «Abbiamo prodotto l'unica novità politica di questi mesi. Poco importa che vi siano critiche o evidenti gelosie: ringraziamo tutti e continueremo a lavorare. Non c'è spazio per personalismo, ma solo per chi ritiene di mettersi in gioco con generosità». Del resto, al di là dei battibecchi e delle gelosie, sia i centristi che gli uomini del patron Ferrari sono consapevoli che le loro strade potrebbero presto incontrarsi di nuovo. Se resterà il Porcellum, la soluzione più probabile è un'alleanza esplicita, o dentro la stessa Lista per l'Italia o con un apparentamento tra la Cosa bianca e il polo liberista. Anche nel caso di una nuova legge proporzionale, l'obiettivo di non disperdere le forze potrebbe fare comunque premio sulle rivalità tra primedonne. Anche perché, quando si tratta di indicare le prospettive future le distanze si accorciano. Anche in Italia Futura, dopo che Montezemolo ha più volte ribadito di non volersi candidare, la carta da giocare per palazzo Chigi resta quella di Passera. O in alternativa della Marcegaglia, che era stata una delle promotrici del manifesto di Giannino, salvo poi ritirare la firma all'ultimo minuto. Casini, dal canto suo, punta a superare il 10% col nuovo listone. E spera in un risultato deludente del Pd, per costringere Bersani a sostenere Monti dopo Monti, con o senza il Pdl. Un Monti più politico e meno tecnico, più in grado di fare le riforme strutturali e impopolari che finora sono rimaste nel cassette. O, nel caso di un trasloco del Prof al Quirinale, l'opzione è quella di Passera, che gode di buoni rapporti col Pd, e che alla festa democratica di Reggio Emilia è stato pubblicamente incoraggiato da Marini a un impegno politico, mentre D'Alema l'ha paragonato addirittura a Ciampi. Nel caso invece di un evidente successo del Pd, i centristi sono pronti, nonostante le sparate contro Vendola, anche a sostenere un governo Bersani. «Non si potrebbe certo ignorare la volontà degli elettori...», spiegano da via due Macelli. E lo sgambetto di Casini a Bersani? «Non c'è, ma è fuor di dubbio che di qui al voto le nostre strade si separano», spiega una fonte centrista. Per poi ritrovarsi la sera del voto. In una grandissima coalizione con dentro anche il Pdl, se l'esito sarà molto frammentato. Oppure in una alleanza Pd-centro. E ad indicare il futuro inquilino di palazzo Chigi saranno i numeri delle urne. GIUSEPPECARUSO MILANO «Rimarrò in carica fino al 2015 e la Lega può scordarsi la Lombardia». È un Roberto Formigoni aggressivo e dalla memoria corta quello che ieri ha voluto comunicare il proprio pensiero ai cronisti, a margine di un incontro del Pdl. Aggressivo nei confronti di Roberto Maroni, che lo invitava a scegliere se candidarsi alle Politiche del 2013 ed in tal caso a togliere il disturbo, mandando alle urne i lombardi, magari per scegliere un presidente leghista. Dalla memoria corta perché non ricorda, o sarebbe meglio dire che finge di non ricordare, come la sua permanenza al Pirellone sia legata soprattutto all'esito dell'inchiesta sulla Sanità lombarda e sui viaggi a lui pagati dal faccendiere Pierangelo Daccò. Formigoni infatti è stato iscritto nel registro degli indagati e le possibilità che l'inchiesta lo possa disarcionare sono molte. «Ho già detto forse una ventina di volte» ha dichiarato ieri il governatore «ma quindici le ho contate, che io rimango in carica fino al 2015. Quindi non mi candiderò alle politiche del 2013. La Lega chiede la presidenza della Lombardia per rinnovare l'alleanza con il Pdl? Non se ne parla nemmeno. Credo sia pura propaganda». «L'accordo che abbiamo stipulato con Maroni» ha continuato Formigoni «è chiaro e semplice: Lombardia, Piemonte e Veneto procedono di pari passo. Simul stabunt, simul cadent (come insieme staranno, insieme cadranno ndr), quindi noi continueremo da alleati a governare in Piemonte, in Veneto e in Lombardia fino al 2015. Se per ipotesi, ma è un'ipotesi del quarto tipo, cadesse uno di questi governi, cadrebbero subito gli altri due. Ma è un'ipotesi irreale. Nel 2015, quando avremo finito questa esperienza insieme di buon governo, decideremo chi saranno i candidati governatori». RAPPORTI «Con la Lega» ha concluso il governatore «abbiamo argomenti simili, c'è una base comune e i nostri rapporti dove governiamo insieme sono ottimi e abbondanti. L'intesa tra Pdl e Lega è molto forte e collaborativa, ma è chiaro che nel momento delle elezioni poi saremo in competizione. Poche settimane fa con Maroni abbiamo rinnovato l'impegno a governare insieme fino al 2015». Le parole di Formigoni hanno inevitabilmente provocato diverse reazioni all'interno del mondo politico. Il segretario regionale della Lega, Matteo Salvini, ha invitato il governatore «a preoccuparsi di lavorare per il bene dei lombardi e per difendere i cittadini dalle nuove tasse statali, non è stato eletto per polemizzare o litigare. Anche perché a noi non interessa fare polemica, siamo impegnati su temi concreti come la riduzione dei ticket e il sostegno alle aziende agricole e la difesa del territorio da ulteriore cemento. Pensiamo alle nostre battaglie». Il capogruppo in regione del Pd, Luca Gaffuri, ha invece espresso un desiderio: «Vorrei tanto che il governatore Formigoni e la Lega ci risparmiassero questo teatrino. Più che una coalizione, quella tra Pdl e Lega sembra ormai un vero pollaio, con battibecchi continui e minacce esplicite di ritorsioni politiche. Se nei giorni scorsi era la Lega a lanciare diktat a Formigoni, oggi è il governatore a minacciare i colleghi Zaia e Cota». «Ma siamo seri» ha continuato Gaffuri «se il Pdl non è in grado di far dimettere nemmeno la Minetti, come si può pensare che possa far cadere due giunte regionali in un colpo solo?» Chiara Cremonesi, capogruppo di Sel nel Consiglio regionale della Lombardia, non crede a Roberto Formigoni e lo dichiara con ironia: «Formigoni non si dimette? Evidentemente starà trattando anche lui per condurre una trasmissione televisiva. Chissà? Magari insieme a Nicole Minetti. Possa piacere o meno al presidente di Regione Lombardia, di fatto è ormai sfiduciato dai cittadini. I battibecchi con la Lega non ne sono che un evidente corollario. La crisi economica della Regione Lombardia necessita di un nuovo governo, che sappia e possa affrontare la situazione». ANDREACARUGATI ROMA «Frittomisto indigeribile»: MrFerrari liquida l'operazioneGrande Centro. Il leaderUdcpunta aun listonedel 10percento mala leadershipèunrebus ILRETROSCENA . . . Gaffuri, Pd: «Più che una coalizione, quella tra Lega e Pdl è un vero e proprio pollaio» L'iter parlamentare del ddl anticorruzione ricomincia oggi dal Senato, spinto dal pressing delle più alte cariche istituzionali, a partire dal presidente Napolitano. Ma le posizioni fra Pdl e Pd restano lontane non solo sui contenuti ma anche sull'ipotesi di una eventuale questione di fiducia e sulla possibilità di una terza lettura in Parlamento. «Nella giustizia non esistono scambi, non esiste il venir meno a un obiettivo per raggiungerne un altro», dice intanto il ministro della Giustizia, Paola Severino, in una video-intervista a Report. Mentre, spiega, «è possibile realizzare due o più provvedimenti contemporaneamente», ma è chiaro che i tre provvedimenti insieme non vogliono dire né uno scambio né un'assoluta contemporaneità». In merito al ddl anticorruzione, il ministro aggiunge poi che «al Senato ho intenzione di continuare sulla stessa strada seguita alla Camera (ovvero cercando condivisione sul testo, ndr). Ma non sulla conclusione (alla Camera il governo mise la fiducia, ndr)». «Ho letto le parole del ministro e credo siano assolutamente corrette ed opportune», commenta Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd. «L'insistenza del Pdl nel voler affiancare alla questione della corruzione il tema delle intercettazioni e quello della responsabilità civile dei magistrati (contenuta nella Legge comunitaria) - aggiunge però Finocchiaro - in un non bene identificato “pacchetto giustizia” è irragionevole e ricattatoria nei confronti del governo e del Parlamento. Il ministro ha sottolineato che sulla giustizia non ci sono scambi da fare ma priorità da perseguire. Il Pd si riconosce nelle priorità del governo». Il Pdl però, attraverso una nota del gruppo al Senato, torna all'attacco: Finocchiaro «telefoni al segretario del Pd che le potrà confermare che a marzo, al termine di una lunga riunione tra Monti, Alfano, Bersani, Casini e Severino, si decise allora, e la cosa fu resa nota, che sarebbero state portate all'approvazione le leggi su intercettazioni, responsabilità civile, corruzione», insistono. Ma a distanza l'Idv, per voce del suo capogruppo al Senato, Felice Belisario, replica parlando dell'«indegno e intollerabile ricatto berlusconiano». Anticorruzione, Severino: «Sul ddl niente scambi» . . . «Non mi presenterò alle Politiche del 2013 e quindi non lascerò la poltrona di presidente» La Lega chiede la Lombardia. Formigoni: se la scordi Il governatore minaccia: se cade la mia giunta cadono anche quelle di Piemonte e Veneto Montezemolo apre la guerra contro Casini Il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini, l'altro ieri alla festa del partito a Chianciano FOTO ANSA martedì 11 settembre 2012 7
Veltroni è meglio come romanziere che come politico. Matteo Renzi non si smentisce e alla guida del suo Caterpillar puntato sul gruppo dirigente del Pd travolge anche l'ex segretario dei democratici. Che però non replica spiegando ai suoi collaboratori di non voler rispondere «per non alimentare questo clima folle che rischia di danneggiare il Pd proprio ora che ha il dovere e l'opportunità di dare risposte alla situazione difficile del Paese». Ai microfoni della nuova trasmissione radiofonica di Chiambretti su Radio2 Renzi non abbandona il suo refrain rottamatore nemmeno di fronte all'ex sindaco di Roma che pure per alcuni avrebbe nutrito “simpatie” renziane. Renzi Veltroni lo manderebbe a casa «come tutti quelli che hanno fatto più di quindici anni di Parlamento» per «lasciare spazio ad altre persone». E quando Chiambretti gli chiede se preferisce il politico o il romanziere (la coincidenza vuole che “L'Isola e le rose” Veltroni a Firenze lo presenterà domenica sera alla festa del Pd, proprio assieme a Renzi), il sindaco spiega che Veltroni «i successi maggiori li ha avuti come romanziere. Gli auguro tanti romanzi belli per il futuro». Una battuta? Certo, ma che ha l'effetto del secchio d'acqua gelata gettato su quel gruppo di veltroniani che di fronte alla scelta secca Bersani-Renzi opterebbero per il sindaco di Firenze. «Queste affermazioni non aiutano - spiega il senatore Stefano Ceccanti - perché appiattiscono tutto sul confronto vecchio-nuovo e una distinzione che non contribuisce a fare passi in avanti». Quei passi verso Renzi che alcuni veltroniani spiegavano come conseguenza dello loro scelta a favore di una necessaria continuità con l'agenda Monti anche dopo le elezioni politiche. Non a caso qualche giorno fa Renzi aveva detto che in caso di vittoria alle primarie avrebbe potuto fare un passo indietro a favore della conferma di Monti. Insomma per quei parlamentari Pd come lo stesso Ceccanti, ma anche Enrico Morando, Salvatore Vassallo, Umberto Ranieri, Pietro Ichino e Paolo Gentiloni che assieme a altri (tra cui Antonello Cabras e Marco Follini) avevano sottoscritto il documento dello scorso luglio “pro-Monti”, il sindaco di Firenze è l'opzione più vicina alle proprie idee. Una scelta che avrebbero dovuto esplicitare a fine mese, subito dopo il loro convegno del 29 settembre. Ma le parole di Renzi quella scelta ora non l'aiutano. Certo tra i veltroniani c'è chi non si meraviglia. «Queste cose Renzi le dice da sempre, fanno parte del personaggio, spero solo che si esca dagli insulti reciproci e si parli di programmi», dice il senatore Achille Passoni che per Veltroni mise in piedi la mega-manifestazione del Circo Massimo (dopo aver organizzato la famosa marcia in difesa dell'articolo 18 quando alla Cgil lavorava a fianco di Cofferati). Ma Passoni non è “un montiano” e a Renzi il voto non lo darà. Però fra gli amici dell'ex segretario Pd c'è anche chi si sente spiazzato da Renzi. Come ad esempio il senatore Ichino, che alcuni indicano come uno degli estensori della parte economica del programma di Renzi. «Se lui è sindaco di Firenze, e oggi può competere con successo per la leadership del Pd, lo deve a una concezione e struttura del partito stesso, imperniata sulle primarie, che dobbiamo interamente al suo fondatore e primo segretario» spiega Ichino che al sindaco di Firenze consiglia (anche con una telefonata privata) «di non perdersi in invettive e polemiche» e di «concentrarsi sul programma». E come il deputato Salvatore Vassallo, che si definisce «suo sostenitore», che reputa «inutilmente sgradevoli» le parole di Renzi su Veltroni, ricordando che l'ex segretario «quando ha ritenuto di avere fallito, sotto gli attacchi martellanti di chi lo aveva ipocritamente sostenuto, si è dimesso senza cercare rivincite personali». Vassallo concorda sul limite delle tre legislature, ma aggiunge che se Renzi vincerà le primarie non comporrà «personalmente» le liste per il Parlamento. Critiche a cui Renzi risponde dalla festa de l'Unità di Bologna (dove ad ascoltarlo tra i tanti oltre al fidato Matteo Richetti, si nota anche la parlamentare Pd nonché ex portavoce di Prodi Sandra Zampa) con un invito rivolto «a tutti» a «essere meno permalosi», ma riconfermando la sostanza del suo messaggio: «se vale il principio, che dopo tre mandati si va a casa, questo vale anche per Veltroni, non solo per D'Alema». Del resto l'antidoto all'antipolitica e al grillismo per Renzi sta nel rinnovamento e nella «cura dimagrante» della politica. A Bologna Renzi era arrivato nel tardo pomeriggio dopo aver firmato “l'adozione” da parte di Firenze del Comune terremotato di Finale Emilia. Stasera sarà alla prima puntata di Ballarò. «Nel Partito democratico esiste già una classe dirigente nuova, più giovane, e formata metà da donne e metà da uomini. Ora si deve fare avanti, senza rottamare nessuno»: lo sostiene Roberta Agostini, della segreteria nazionale, coordinatrice della conferenza delle donne Pd. Comevede leprimarie «allargate»? «Mi sembrano una risposta buona alla perdita di credibilità, alla faglia che ha separato i partiti dai cittadini. Le primarie possono creare partecipazione, sollecitare un dibattito sui contenuti, un grande appuntamento di popolo. È quello che Bersani ha già indicato a luglio nella carta di intenti. Per me è il candidato “naturale” del Pd e ha annunciato che, se vincerà, leverà il suo nome dal simbolo: ecco, in questo c'è un'idea alternativa di partito che svolge un lavoro collettivo, non un uomo solo al comando». LasfidaconRenzipuò esserepositiva o pericolosaper ilPd? «Le competizioni sui contenuti sono positive. Se, come ha detto Bersani alla chiusura della Festa di Reggio Emilia, al primo posto c'è il “progetto Italia”, al secondo il Pd e al terzo le “ambizioni personali”, va bene, se invece si colloca per primo il numero tre... allora no». Bindipotrebbe candidarsi alle primarie, manon ci sonoaltre donne.Perché? «La marginalizzazione delle donne dai vertici della politica è un problema italiano, in altri Paesi è stato risolto in anni lontani. Però la strategia di Bersani ci ha consentito, insieme, di mandare a casa Berlusconi e appoggiare un governo che portasse l'Italia fuori dal baratro. Come donne abbiamo raccolto le firme per mandare a casa il governo precedente, che consegnammo a Gianni Letta, a Palazzo Chigi, l'8 marzo del 2011. Insomma, con il segretario è stato perseguito un progetto collettivo». Il rinnovamento della classe dirigente è comunqueun'esigenza tra gli elettori. «Ma nella segreteria Pd il rinnovamento c'è: è quasi tutta formata da persone intorno ai quarant'anni, metà donne e metà uomini che lavorano insieme per un fine comune. E poi, Bersani ha parlato di rinnovamento ma non solo generazionale, anche di genere, perché la mancanza di donne dai vertici della politica è sempre stato un gap. Così come nelle liste elettorali la metà dei candidati dovrà essere donna. E speriamo di riuscire a cancellare il Porcellum». Però questa nuova classe dirigente non ha molta visibilità. Colpa di un sistema mediaticosbilanciato? «Magari non vanno troppo in tv, ma ci sono tanti amministratori giovani sul territorio, segretari regionali, di federazione. Le donne dovrebbero essere più presenti, anche se ce ne sono tante attive, quelle che hanno investito su di sé, o al Sud, dove sono più scolarizzate degli uomini, per la prima volta. Come partito dobbiamo dare corpo alle loro esigenze sul lavoro, sul welfare, sul ruolo nella società e fare spazio alle donne in ruoli di responsabilità. Del resto i sindaci, a Torino, Bologna, hanno formato giunte con il 50 per cento di donne, Hollande in Francia lo ha fatto nel governo. Insomma, si può fare». Ma secondo lei D'Alema, Veltroni o altri dovrebberofare unpasso indietro? «Abbiamo bisogno che la classe dirigente nuova si faccia avanti, ma senza rottamare nessuno. Ognuno è una risorsa da impegnare in versanti diversi della politica, sono figure autorevoli che fanno parte della nostra storia». L'intervento del segretario Pier Luigi Bersani in chiusura della festa Nazionale Pd FOTO LAPRESSE . . . Ichino: se lui è sindaco lo deve alle primarie, merito interamente del primo segretario Pd portare frammentazione, di avere ripercussioni sullo stesso profilo identitario dei democratici, anziché essere lo strumento mediante cui rilanciare il programma di governo del Pd. «Mi chiedo per quanto tempo ancora dovremo sopportare questo Stil Novo», dice di fronte agli attacchi di Renzi a Veltroni e D'Alema. Bindi aveva espresso a Bersani le sue perplessità sulla piega presa dalle primarie già nei giorni scorsi, e il discorso che il segretario ha fatto chiudendo la Festa di Reggio Emilia a suo giudizio non è servito a fare chiarezza e dare rassicurazioni. Ora Bindi sta valutando l'ipotesi di scendere in campo. E bisognerà vedere se un incontro con Bersani, al quale pure aveva chiesto una difesa dagli attacchi dei giovani dirigenti di “Rifare l'Italia” (in sintesi: non sarebbe credibile un governo con gli stessi ministri degli anni 90), basterà per convincerla a rinunciare a correre. IPOTESICANDIDATURACIVATI Non sarebbe tra l'altro, quella di Bindi, la sola ipotesi di candidatura. Pippo Civati sta prendendo in considerazione la cosa perché - è il ragionamento che fa - queste primarie più che per scegliere il candidato premier sembrano fatte per decidere chi sarà il leader del centrosinistra. «Ma quale centrosinistra?», è la domanda che pone il consigliere regionale della Lombardia. Che tra l'altro oggi avvia insieme agli altri animatori di «Prossima Italia» una raccolta di firme tra gli iscritti al partito per far svolgere insieme alle primarie un referendum tematico. Si tratta di uno strumento previsto dallo statuto del Pd, che Civati e soci intendono utilizzare per far emergere quale sia la posizione maggioritaria su matrimoni gay, reddito minimo, incandidabilità dei condannati, ambiente, riforma fiscale e anche alleanze in vista delle prossime politiche. Il quesito, per quest'ultimo tema, chiede se si voglia un'intesa tra forze progressiste e moderate «a patto che dette forze non abbiano sostenuto i precedenti governi Berlusconi e tutt'ora non siano alleate nelle amministrazioni locali con Pdl e Lega». Ogni riferimento all'Udc è tutt'altro che casuale. L'INTERVISTA Matteo Renzi alla Festa dell'Unità ai non iscritti . . . Alla Festa di Bologna il «rottamatore» invita tutti a essere «meno permalosi» NATALIA LOMBARDO ROMA «Il Pd ha una nuova classe dirigente, si faccia avanti» Duro affondo contro l'ex segretario: via dal Parlamento Si rompe l'asse con i veltroniani: «Sei un ingrato» VLADIMIROFRULLETTI vfrulletti@unita.it . . . Più donne ai vertici della politica? Si può Lo hanno fatto i sindaci e Hollande in Francia... RobertaAgostini Coordinatricedelledonne delPd, fapartedella segreterianazionale Renzi a Veltroni: dedicati ai libri La replica: clima folle, non ci sto martedì 11 settembre 2012 5
Si chiama Mobile User Objective Sistem (Muos) il nuovo sistema di comunicazioni satellitare a microonde che deve essere istallato nei pressi di Niscemi in Sicilia, nella riserva naturale della Sughereta, tre ettari di verde nei quali trovano rifugio specie di uccelli a rischio estinzione. Le potentissime antenne, sotto il controllo del 50th Space Communications Squadron, lo speciale squadrone di telecomunicazioni spaziali dell'US Air Force, sono parte delle nuove infrastrutture da guerre stellari che la Us Navy ha deciso di installare nel Mediterraneo. Ma finora (il progetto è in piedi dal 2009) è stato impossibile verificare quali i rischi per l'ambiente e per la salute delle persone, questi potentissimi trasmettitori a microonde possano rappresentare per le popolazioni e per l'ambiente. Eppure già le motivazioni per cui è stata scelta la stazione di telecomunicazioni dell'US Navy di Niscemi al posto della base di Sigonella, suscita un notevole allarme: uno studio sulle onde elettromagnetiche dell'antenna Uhf del sistema dei Mobile User Objectiv Sistem aveva determinato che «esse potevano causare la detonazione dei sistemi d'arma e creare gravi pericoli al traffico aereo dello scalo militare siciliano». L'assenza di dati attendibili ha provocato la protesta degli scienziati nominati come periti dal sindaco di Niscemi Francesco La Rosa, tanto che oggi La Rosa e il sindaco di Vittoria, Giuseppe Nicosia, saranno ascoltati, insieme ai rappresentanti dei comitati “No Muos” che da mesi si battono contro la realizzazione, dalla commissione Difesa della Camera e da quella sull'uranio impoverito del Senato. Non saranno invece presenti il professor Massimo Zucchetti e il dottor Massimo Coraddu del Politecnico di Torino. I due esperti protestano e denunciano di avere scoperto, grazie ai comitati “No Muos” che ne sono venuti in possesso, l'esistenza di relazioni preliminari dell'Arpas (l'Agenzia siciliana per la protezione ambientale) risalenti al 2009 e controdeduzioni della stessa Agenzia alla analisi dei rischi redatta dal Politecnico di Torino. «Non siamo stati messi nelle condizioni di lavorare al meglio - dicono - abbiamo dovuto procedere per ipotesi, abbiamo anche suggerito di fare ricerche che sono state già realizzate, nonostante l'incarico ufficiale datoci dal sindaco». Nel merito ciò che si desume dalle relazioni dell'Arpa Sicilia non è per niente tranquillizzante: in primo luogo, sintetizzano Zucchetti e Coraddu, «le informazioni tecniche relative agli impianti trasmittenti già operanti alla base Nrtf-Niscemi risultano in buona parte secretate dall'attività militare», dunque è impossibile valutare «la distribuzione sul territorio limitrofo dei valori di campo elettromagnetico generato». L'Arpas per misurare le emissioni già presenti non ha potuto «azionare tutti i trasmettitori alla potenza massima, dovendo accettare le configurazioni di antenne funzionanti stabilite autonomamente dai militari Usa». In secondo luogo c'è una «grande antenna funzionante nella banda delle basse frequenze (LF)» che da sola contribuisce alle emissioni in quantità «persino superiore a quelle di tutte le altre antenne in alta frequenza (HF) messe assieme». Inoltre «la carenza di informazioni sui trasmettitori del sistema Muos» impedisce di effettuare una valutazione sugli effetti nell'area vicina (sino a 67km di distanza secondo i calcoli dei due esperti torinesi). Ciò nonostante l'Agenzia propone «di portare a compimento la realizzazione dell'opera, per affidare la valutazione delle reali emissioni a misure “post-installazione”». Infine, si desume dai documenti Arpas rimasti inspiegabilmente segreti, che «le emissioni del Muos danneggieranno l'habitat della riserva naturale Sughereta». Tanto che «Arpas, preoccupata, ha inviato una nota apposita all'Assessorato Regionale Territorio e Ambiente già nel febbraio 2009». Antonio Mazzeo è un pacifista siciliano dai tempi della battaglia contro i missili a Comiso, blogger e ricercatore sui temi della pace, e anche lui sarà oggi nella delegazione alla commissione Difesa: «È inspiegabile - dice - l'omissione della diffusione dei dati in possesso dell'Arpas, anche perché si tratta di informazioni della massima importanza e di interesse per i cittadini». L'impossibilità, a causa del segreto militare, di conoscere i dati tecnici delle antenne dei Muos, la presenza, già ora, di emissioni elettromagnetiche, talmente forti da superare talvolta in intensità quelle di tutte le altre sorgenti della base messe assieme: «Ne risulta - sostiene Mazzeo - che l'irraggiamento subito dalla popolazione è superiore a quello registrato dalle centraline di monitoraggio, che già raggiungevano il limite di legge fissato a 6 V/m». Lo scorso 16 giugno ha compiuto 32anni, ma è uccel di bosco da quan-do ne aveva 24. La vigilia dell'Immacolata del 2004 sfuggì al blitz che rase al suolo il potere criminale della sua famiglia, e da allora è un fantasma. Per gli inquirenti napoletani Marco Di Lauro è una sigla, «F4». Cioè il figlio numero 4 di Paolo Di Lauro, «Ciruzzo 'o milionario», ex capoparanza del Rione dei Fiori di Secondigliano, tra i fondatori dell'Alleanza poi sbriciolata dalle raffiche di kalashnikov della grande mattanza di otto anni fa, esplosa per l'«insurgencia» degli Spagnoli, i cosiddetti Scissionisti. Dopo essersene stato «in sonno» per qualche anno, il fantasma ha ripreso a volteggiare sulle notti di sangue di Scampia. Inserito nella lista dei trenta latitanti più pericolosi, Marco Di Lauro è ripartito da Secondigliano, il rione di famiglia. E ora vuole riprendersi il controllo integrale delle piazze di spaccio del più grande supermarket della droga dell'Italia meridionale. Di lui si dice che è velenoso come una serpe e astuto come una faina. Sei mesi fa, racconta un rapporto della polizia giudiziaria, si è spinto al punto di mandare in giro un suo avatar. Un affiliato che si è spacciato per il giovane padrino in un ristorante del centro: aveva il compito di attirare l'attenzione su di sé. Arrivarono, fortunatamente per lui, prima i poliziotti. A Secondigliano «F4» ha tessuto una rete di alleanze tra gli ex nemici della sua famiglia, asserragliati nel bunker di Vanella Grassi, un budello fetido e oscuro che corre parallelo al corso principale del rione, roccaforte del triumvirato Mennetta-Petriccione-Magnetti, gangster usciti vincenti dalla guerra del 2004, quando con i capi scissionisti Cesare Pagano e Lello Amato formarono un cartello che comprendeva anche gli avversari di oggi. Un quadrumvirato: Abete-Aprea-Notturno-Abbinante. Capo indiscusso, quell'Arcangelo Abete a cui hanno ammazzato un fratello, Raffaele, due notti fa, e che prima di finire al 41 bis, era riuscito a stringere patti anche fuori dal perimetro del quartiere della droga e dello scannatoio continuo. Due anni fa, di questi tempi, una telecamera dell'Espresso immortalò l'omaggio tributatogli dalla paranza del boss Angelo Cuccaro nel corso della tradizionale Festa dei Gigli di Barra. La nuova guerra che insanguina Scampia, e che vede coinvolti ormai i livelli apicali delle gang che si contendono il controllo delle piazze di spaccio, sarebbe partita, secondo una prima ipotesi investigativa, proprio dall'ex quartiere operaio di Napoli, nella zona orientale. C'è una data che fa da spartiacque: il 21 giugno di quest'anno. Quel giorno, in corso Sirena, la strada principale di Barra, un commando partito dalla periferia nord abbatte Franco Gaiola, detto «'o fachiro», legato ai Cuccaro-Aprea, e Ciro Abrunzo, un incensurato che, però, sarebbe stato il vero obiettivo del raid. Abrunzo, alias «'o cinese», era imparentato con gli Abete, legato a filo doppio a Mariano Abete, figlio di Arcangelo, che, nonostante abbia solo 20 anni ha preso in mano le redini della famiglia da quando il capofamiglia è in carcere. Un segnale di guerra lanciato, secondo gli investigatori, direttamente da Marco Di Lauro, che in quel momento avrebbe deciso di elevare il livello dello scontro. La risposta al massacro di corso Sirena sarebbe stata l'eliminazione, a fine agosto sul litorale di Terracina, di Gaetano Marino, fratello di Gennaro, alias «Genny McKay», storico capo degli Scissionisti. Ma l'omicidio di «Moncherino» avrebbe anche un'altra lettura, in parte avallata dalle dichiarazioni del suo ex braccio destro, quel Gianluca Giugliano costituitosi al commissariato di Secondigliano 48 ore dopo l'esecuzione del suo capo. Marino stava drenando autonomi spazi di agibilità criminale, e potrebbe essere stato “punito” dai suo stessi alleati per aver alzato troppo la cresta. Sullo sfondo, resta il disegno egemonico dell'ultimo figlio ancora in libertà di Paolo Di Lauro. L'unico a mantenere la testa “fredda” in un momento di grande scomposizione dei vecchi equilibri criminali, che vede un gruppo storico dell'alleanza scissionista, gli Amato – Pagano, starsene alla finestra, apparentemente non coinvolto nello scontro in atto. L'assassinio di Raffaele Abete, fratello di Arcangelo, sarebbe l'ultimo segnale in ordine di tempo che la strategia di «F4» va avanti spedita. Per ammazzare, il suo cartello si serve ormai della «terza generazione» di gangster: giovani killer ancora bambini ai tempi della grande guerra del 2004. Ma, tra le pieghe di indagini complesse, mentre il quartiere della faida si sforza di agganciare una parvenza di normalità (ieri hanno riaperto quasi tutte le scuole), si affaccia una seconda, inquietante, ipotesi investigativa: che sulle Vele, approfittando della confusione e dell'estrema labilità degli equilibri criminali, stiano calando clan provenienti da altre zone della regione. La camorra, insomma, quella vera degli appalti e dei grandi business internazionali, attratta dai ricchissimi proventi dello spaccio. I prossimi morti ci diranno da dove è partita la nuova stagione di sangue di Scampia. Alcune delle antenne del sistema Muos in uso all'esercito statunitense ITALIA Pergli investigatoriMarco DiLauroèripartito daSecondigliano, il rione di famiglia,per riprendersi ilcontrollo integrale dellepiazzedispaccio MASSIMILIANO AMATO NAPOLI Quelle antenne top secret nella base Usa di Niscemi La protesta: il Muos è un sistema da guerre stellari che sfrutta le microonde Segreto assoluto sui rischi per la salute e l'ambiente JOLANDABUFALINI ROMA Un'esecuzione in piena regola, così viene descritto l'assassinio di un uomo e il ferimento di sua moglie, avvenuto ieri sera a Milano. La sparatoria è avvenuta in via Muratori, in zona Porta Romana, poco dopo le ore venti. Un uomo, un imprenditore di 43 anni, Massimiliano Spelta, è morto, la compagna di 21 anni è stata ferita ed è stata ricoverata al Policlinico in condizioni gravissime. La bambina, Silvia, di un anno che stava con lei è rimasta illesa, ma è stata comunque portata al pronto soccorso della clinica pediatrica De Marchi. In tarda serata si è appreso che la bambina sta bene. La polizia è arrivata immediatamente sul posto con numerose volanti, anche perché via Muratori è in una zona centrale, popolare, densa di locali e ristoranti, molto frequentata. La prima ricostruzione dei fatti dimostra che si sarebbe trattato di un agguato in piena regola, realizzato da professionisti. I killer sarebbero due e si sarebbero mossi a bordo di uno scooter di cui nessuno dei testimoni avrebbe preso il numero di targa. Davanti al numero civico 3 di via Muratori, uno è sceso dallo scooter, con una pistola ha prima sparato e ferito alla testa la donna e poi ha sparato almeno tre colpi all'uomo, uccidendolo sul colpo. Subito dopo è scappato in moto, senza lasciare tracce. La vittima è incensurato. La donna è una sudamericana, di origine domenicana. Secondo i testimoni che hanno assistito all'agguato si sarebbe trattato di «una vera e propria esecuzione». Alcune persone hanno raccontato di aver sentito almeno dieci colpi di pistola. La polizia, fino a tarda sera, ha raccolto le testimonianze dei passanti per ricostruire la dinamica dell'agguato feroce. Nessuna indiscrezione è emersa sul possibile movente dell'assassinio. Sicari a Milano Un uomo ucciso, grave una donna Il fantasma del boss Di Lauro dietro la guerra a Scampia Un'immagine di Scampia, quartiere di Napoli FOTO ANSA L'ANALISI martedì 11 settembre 2012 11
In c oll ab or az io ne co n l'U nio ne Ita lia na R ist or ato ri Nei punti vendita Gusti ritrovati, sapori autentici, profumi che credevi perduti. Conad ti viene incontro con Sapori&Dintorni Conad: prodotti.tipici italiani da gustare e degustare. da Gustare e deGustare 14 martedì 11 settembre 2012
GUARDATE COSA È ACCADUTO OGGI SUL VOLO ROMA-TUNISI DELLE 9,20ALITALIA. Due cittadini tunisini respinti dall'Italia e trattati in modo disumano. Nastro marrone da pacchi attorno al viso per tappare la bocca ai due e fascette in plastica per bloccare i polsi. Questaèlaciviltàelademocraziaeuropea.Malacosa piùgraveèstatachetuttoèaccadutonellatotaleindifferenza dei passeggeri e alla mia accesa richiesta di trattare in modo umano i due mi è stato intimato in modoarroganteditornarealmiopostoperchésitrattava di una normale operazione di polizia… Normale??? Sono riuscito comunque a rubare una foto! Fate girare e denunciate! È un post che il film-maker Francesco Sperandeo mette sulla sua pagina Facebook il 17 aprile 2012. Il 20 aprile il ministro dell'Interno, Anna Maria Cancellieri, risponde alla Camera e fornisce delle spiegazioni in merito a quello specifico trattamento. Al di là delle spiegazioni date a posteriori dal ministro, resta tuttavia il problema rappresentato dal silenzio di tutti coloro che assistono direttamente alla scena sul volo. Quell'atteggiamento ci riguarda e chiama in causa la fragilità della nostra idea del diritto e della tutela delle garanzie. Quella scena, infatti, comunica l'essenza della deportazione: qualcuno prelevato a forza da dove si trova, privato delle garanzie e dei diritti che si riconoscono a un prigioniero, intorno a cui si fa il vuoto e il silenzio in nome dell'ordine. Noi siamo abituati a scandalizzarci per la violenza che il corpo subisce in lager, in gulag, dovunque il potere di controllo sui corpi degli altri avvenga in un «luogo di detenzione», costruito a quel fine, senza che noi lo vediamo. In breve noi siamo abituati a scandalizzarci dopo che un fatto è avvenuto e senza che sia possibile fermarlo. Il fatto che avvenga in un luogo dotato di mura, e dunque invisibile per noi, in fondo ci tranquillizza perché non dobbiamo scegliere su come rispondervi immediatamente. Viceversa, vedere in diretta l'esercizio della violenza sul corpo degli altri, vederlo ed esser lì intendo (non essere di fronte a uno schermo grazie al coraggio o all'audacia di un reporter che lo filma per noi), come appunto è accaduto il 17 aprile 2012, ci chiama in causa. Vedere l'esercizio della violenza e reagire è un modo per comunicare a chi la esercita, non solo che c'è un limite, ma che noi, gli spettatori, non siamo acquiescenti. Non reagire indica che siamo indifferenti. Tertium non datur. C'è ritrosia o imbarazzo a usare il termine di «deportazione» per la scena del 17 aprile 2012. Perché? Forse perché riportare a casa qualcuno non è deportazione e con questo termine intendiamo, invece, portare via qualcuno «lontano da casa sua»? Non nego che questa sia l'immagine più consueta, ma non ne è l'essenza. Deportazione, in senso generale, è impadronirsi del corpo di un altro, trasferirlo laddove più ci aggrada e decidere della sua sorte. Più precisamente: ricorrere all'esercizio della forza e della violenza sul corpo degli altri senza che questi siano in grado di opporsi, per portarli comunque dove i proprietari di quei corpi non vogliono assolutamente andare. Rimaniamo all'immagine canonica della deportazione praticata nel corso della seconda guerra mondiale. In che cosa consiste quell'atto se non nel prelevare qualcuno da un luogo, trasferirlo di forza altrove in base al fatto che per lui non ci sono diritti? Chi era oggetto di quei trasporti non sapeva dove andava, non sapeva come sarebbe finita, o quale sarebbe stato il probabile epilogo e la mèta di quel viaggio. Intorno a lui la massa infinita di spettatori, se anche vagamente sospettava qualcosa, preferiva non fare domande. Deportati si diventa, non si nasce. È una condizione che vive di vari passaggi e l'esperienza del viaggio costituisce una tappa fondamentale di quel processo. Ma quella scena che dura vari giorni, in cui gli individui coabitano come una massa compatta, senza mai assumere quella dimensione, non è mai diventata un momento essenziale della memoria degli stermini. Fatta eccezione per Il grande viaggio di Jorge Semprún, quel momento denso di storia, se è stato memorizzato, non ha avuto l'attenzione che merita. Questo libro ci costringe a misurarci con quel fatto e a valutarlo nella sua originalità e nella sua specificità. Tutto è stato «ingoiato» nell'epilogo. Da parte di chi è tornato, spesso quei giorni passati in una condizione di costrizione sono stati «svalutati» nel confronto con ciò che accade dentro il campo e poi da tutti gli sforzi per provare a riprendere la propria vita dopo il campo, al ritorno, nel tentativo di trovare il giusto equilibrio tra diritto all'oblio e memoria, tra torto subito e ritualizzazione, e dunque «neutralizzazione », della memoria. ILRACCONTODI GREPPI Carlo Greppi, con questo libro, riapre quel dossier e contemporaneamente ci dice che il tempo della commemorazione, se è in grado di definire l'archeologia delle nostre emozioni, non è capace di costruire la sensibilità civile per il «nostro tempo», un tempo pieno di «non luoghi » che spesso stentiamo a riconoscere. Che cos'è un «non luogo»? È quella porzione di tempo-spazio tra un luogo noto e uno ignoto, uno spazio fisico condiviso senza che si diano relazioni. Un tempo in cui fisicamente molte persone stanno insieme, ma vissuto in solitudine, senza comunicare. Non solo perché non si conoscono tra di loro. Ma perché quel luogo li annichilisce e li inibisce. La deportazione è una condizione di «non luogo». Infatti, nel caso in cui essi si conoscano, è il caso della deportazione che coinvolge interi gruppi famigliari, né matura, né si ritrova una dimensione comunitaria. Al centro di questo libro sta la fisionomia delle sensibilità (in termini di emozioni, sensazioni, riflessioni) che si condensano in una condizione di eccezionalità – il viaggio di deportazione – e che poi si dissolvono perché la mèta del viaggio, il luogo di destinazione assorbono per intero sia i ricordi di chi ha vissuto quell'esperienza – e ha avuto la fortuna di tornare, e la capacità di parlarne o di scriverne, i «testimoni-autori», come li denomina Carlo Greppi – sia di chi la indaga come «situazione estrema»5. In tutti e due i casi il risultato è l'arretramento dell'esperienza del viaggio di deportazione come spazio-tempo vissuto, specifico, singolare. Come costruzione di una comunità – cercata, voluta oppure subìta – di uomini e donne, vecchi e bambini, improvvisamente costretti a condividere anche ciò che non vorrebbero condividere. In una parola: a sopportarsi. Il mondo visto e dipinto dagli occhi di Ennevù Ladeportazione Greppi racconta ilviaggioverso i lager Cosìsimilealla traversatasuibarconi LUCA DELFRA La realtà filtrata dall'Informale nei quadri materici di Natalia Lombardo; le metamorfosi fotografiche di Valentina Talamonti, impressioni raccolte nel «giro del mondo» e ricomposte in un nuovo racconto. In mostra Ennevù al Colosseo. Galleria Atelier Vanio via Ostilia 43 - Roma. (fino a venerdì ore 16 -19,30) CULTURE DAVIDBIDUSSA TREIDEEFORTI,RAPIDAMENTETRADUCIBILIINFARE POLITICO SONO EMERSE DALL'INCONTRO SUI BENI CULTURALI IN ITALIA CHE SI È TENUTO DOMENICA SCORSA ALLA FESTA DEMOCRATICA DI FIRENZE, con Rita Borioni del dipartimento cultura del Pd, Roberto Cecchi, sottosegretario ai Beni e alle Attività Culturali (Mibac), e Sergio Givone, filosofo e da giugno assessore alla Cultura del Comune fiorentino. Come spesso capita anche domenica i partecipanti parevano troppo d'accordo, almeno sullo stato molto precario dei beni culturali nel nostro Paese e del Mibac, ridotto a corpo martoriato dai tagli e dall'assenza di politiche culturali. Ma sono emerse delle idee sul «da farsi», a cominciare da Givone che ha mostrato una intelligente passione per il suo nuovo ruolo di assessore. Si prenda la promozione culturale, normalmente sinonimo dell'applicazione, spesso dilettantesca, delle strategie di marketing alla cultura: per Givone invece è cura, restauro, ricerca, informazione, divulgazione che facciano «innamorare» i cittadini del loro patrimonio artistico. Difficile concretizzare oggi queste idee ma, dopo un decennio di bolso marketing, sarebbe una novità positiva se si cominciasse a farlo. La riforma di tutti i ministeri, imposta dalla «spending review», è secondo Roberto Cecchi un'occasione unica per il Mibac: compito arduo, vuoi per le resistenze interne dell'apparato, vuoi perché sarebbe la quarta riforma del ministero in dieci anni e le precedenti non hanno dato esiti rilevanti se non il solito valzer delle poltrone. Tuttavia Cecchi stavolta vede un'ultima occasione per il Mibac di trasformarsi da corpaccione ministeriale un po' ottocentesco, a un moderno ministero di un Paese che possiede un patrimonio culturale immenso. E visto che l'attuale è un governo tecnico, sarà fondamentale il ruolo di indirizzo dei partiti: da questo punto di vista Rita Borioni ha ribadito come la cultura svolga un ruolo centrale nelle politiche del Pd, l'ha definita «l'urbanistica delle idee e della creatività di un paese». Ma soprattutto, facendo l'esempio di Brera, ha messo l'accento su quello che sarà un tema centrale nei prossimi anni ovvero il rapporto tra pubblico e privato. Se Brera sarà trasformata in una Fondazione di diritto privato, ha spiegato Borioni, potrebbe arrivare a costare di danaro pubblico dai 6 agli 8 milioni di euro, mentre oggi vivacchia con appena 600 mila euro di fondi per il funzionamento. Sono davvero questi i modi per investire proficuamente in cultura? ... L'opera, in libreriadapochi giorni, raccoglienumerose testimonianzecherisalgono albiennio1943-1945 Pubblichiamounostralciodell'introduzionediDavidBidussa allostudiostoricochericostruisce l'esperienzadi trentamila personecheneivagonipiombati furonomandateOltralpe L'ideadimarketingsièdimostrata inadattaaibeniartistici Dallaspendingreviewunostimoloariformare ilministero Promozionedellacultura èrestaurare ilpatrimonio L'ULTIMOTRENO RACCONTI DELVIAGGIO VERSOIL LAGER CarloGreppi pag282 euro 18,00 Donzelli U: 22 martedì 11 settembre 2012
Alla vigilia della senten-za della Corte costitu-zionale tedesca sul Fi-s c a l c o m p a c t esull'Esm, i sondaggi di-cono che la grande maggioranza dei tedeschi ha più fiducia nei giudici di Karlsruhe che nel Bundestag e la politica. Il rapporto sarebbe 79 a 35%, e non è poca cosa. D'altra parte, ai sei ricorsi che la notte tra il 29 e il 30 giugno arrivarono in tutta fretta alla Corte (qualcuno portato addirittura a mano) si sono aggiunte, negli ultimi tempi, 37 mila firme. Un sussulto di partecipazione popolare che non s'era mai visto, in Germania. Certo, non sono i numeri a fare giurisprudenza, ma questi dati fanno correre un brivido per la schiena di chi ha sempre pensato, o almeno sostenuto pubblicamente, che non ci sarebbero dubbi sul via libera della Corte agli strumenti scelti dal governo per contrastare la crisi dell'euro. Ultimo, l'altro giorno, il ministro federale delle Finanze Wolfgang Schäuble. Come se non bastasse, nelle ultime ore è piovuto su Karlsruhe un nuovo ricorso della vecchia volpe della Csu Peter Gauweiler, vòlto a guadagnare altro tempo, con l'argomento che dal 29 giugno la situazione è cambiata, non fosse altro che per la decisione della Bce sugli acquisti di titoli. La Corte avrebbe cominciato ad esaminarlo già ieri e oggi dovrebbe annunciare se lo ritiene fondato. Nel qual caso tutto scivolerebbe ancora. Il dubbio durerà ancora per qualche ora e conviene, nell'attesa, ragionare sui motivi che spingono la grande maggioranza dei tedeschi dalla parte dei giudici e una maggioranza più ristretta ad augurarsi che dicano «no» alle ragioni del governo di Berlino e a quelle di tutti i governi dell'Eurozona, i quali soprattutto dell'Esm non possono a questo punto fare a meno. L'opinione corrente è che il «tifo» per i giudici costituzionali coincida con l'opposizione all'intera strategia anti-crisi della cancelliera Merkel e del suo governo. Ma la natura di questa opposizione non è affatto univoca. Dentro c'è, evidentemente, l'opinione di chi ritiene, come Gauweiler e tanti altri, che la Germania dovrebbe smettere di preoccuparsi dei guai degli altri e, soprattutto, di spendere miliardi per risolverli. Mollare la Grecia, ritirarsi dall'impegno sui fondi, porre ai «paesi della Dolce Vita» l'alternativa secca: o imparate a risparmiare come noi oppure tornate alle vostre monete. La Corte, per chi la pensa così, dovrebbe rimettere sulle gambe gli «interessi della Germania». Esattamente come farebbe, se le si concedesse piena libertà, la Bundesbank. DEFICIT DEMOCRATICO Ma c'è anche l'opinione di chi, come l'associazione «Più democrazia», pensa che i giudici di Karlsruhe siano motivati da qualcosa che va ben al di là della difesa di interessi della bottega tedesca. La Corte difende un principio che dovrebbe essere condiviso da tutti coloro cui sta a cuore il rispetto della democrazia e della rappresentanza popolare e non è la prima volta che da Karlsruhe viene al governo di Berlino il monito a non ignorare o comprimere i diritti del Parlamento. Questo è il punto e non è solo una questione «tedesca». Non c'è alcun dubbio che la deriva verso un monopolio governativo delle iniziative di contrasto alla crisi del debito si manifesti in modo massiccio in tutti i paesi. I parlamenti hanno sempre meno voce, compressi dal carattere «tecnico», indiscutibile e (così si sostiene) senza alternative, delle misure anti-crisi adottate dai governi e, al massimo, da Bruxelles. C'è un deficit di democrazia a livello europeo, con le istituzioni comunitarie sottratte al controllo del parlamento europeo, ma c'è anche, e sempre più, un deficit di democrazia al livello dei singoli stati. Ed è il deficit che si manifesta qui e ora in Germania a preoccupare i giudici costituzionali, chiamati ad esprimersi sulla conformità o meno delle scelte governative ai criteri stringenti che la Legge Fondamentale. Che il problema esista non c'è dubbio e dovrebbe far riflettere i tanti che, in Germania e fuori, considerano l'atteggiamento dei giudici costituzionali e il tempo che si sono presi per decidere una specie di improprio boicottaggio. Il Fiscal compact, con le sue sanzioni automatiche nei confronti dei paesi che «sgarrano», espropria di fatto la politica degli stati senza che ci sia alcun altro e superiore livello di governo politico. L'Esm, con il suo meccanismo praticamente automatico di incremento dei fondi a disposizione, si presenta come una scelta compiuta una volta per tutte, senza che nessuno possa, poi, mettere bocca sulla sua efficacia. Né sui costi che comporterà quello che persino il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble definì, tempo fa, «un barile senza fondo». A guardar bene, i giudici costituzionali si trovano anche loro a fare i conti con uno dei tanti aspetti negativi del paradosso d'una moneta comune senza una politica comune. Non si sa che decisione uscirà domani da Karlsruhe. È possibile che i magistrati mettano sul piano della bilancia anche una loro impropria responsabilità: la consapevolezza degli enormi problemi che un «no» aprirebbe in Europa. E che questa faccia aggio sulle forti e ben motivate obiezioni di costituzionalità che la maggioranza dei giuristi riconosce fondate. Quel che è certo, comunque, è che non solo il problema esiste, ma che tende ad aggravarsi continuamente. La decisione di intervenire sul mercato dei titoli presa recentemente dalla Bce è, a suo modo, un salto di qualità. Dall'avocazione delle decisioni economiche da parte dei governi, ignorando le prerogative dei parlamenti, si passa all'avocazione da parte di un organismo non politico per definizione e del tutto estraneo ad ogni possibile controllo da parte di istanze parlamentari. La cosa potrà scandalizzare qualcuno, ma bisogna riconoscere che, sia pure in forma distorta e con finalità discutibili, il capo della Bundesbank Jens Weidmann ha sollevato sulla mossa di Mario Draghi un'obiezione che ha un suo qualche fondamento. La Corte di Karlsruhe non potrà certo risolvere la contraddizione e sarebbe in qualche modo scusata se non volesse neppure affrontarla. Non tocca a loro, ma ai parlamenti, ai partiti, ai movimenti della società civile, alle opinioni pubbliche rimettere la democrazia europea sui piedi e accelerare il passo verso l'Unione politica. Non con la logica degli accordi tra i governi, come propone Angela Merkel, ma con la partecipazione popolare, a cominciare dall'elezione diretta di un'assemblea costituente europea. È difficile, ma c'è un'alternativa? GRECIA Bernard Arnault con una valigia in mano e un titolo fin troppo esplicito: «Levati di mezzo ricco coglione». Liberation mette alla gogna il più ricco della République, scoperto giorni or sono a preparare le carte per acquisire la cittadinanza belga e - sospettano i maligni - sfuggire così agli strali del fisco di Hollande. Dubbi affiorati anche sulle labbra del presidente francese che, in tv, nell'ora di massimo ascolto domenica sera, ha dovuto spiegare alla Francia che il prossimo biennio non sarà facile. Nemmeno per i Paperoni di turno. Non ha parlato di lacrime e sangue, dopo aver puntato tutta la campagna elettorale sulla necessità di non soffocare l'Europa nel rigore. Ma insomma, quello che il capo dell'Eliseo prospetta è una finanziaria che per sua stessa definizione ha il carattere dell'eccezionalità nella storia francese: 30 miliardi di euro, una cifra da capogiro. Da ramazzare per un terzo con tagli alla spesa, un terzo dalle imprese e la restante parte dalle imposte sulle famiglie - specie quelle con un reddito al di sopra di un milione di euro. Per i super-ricchi resta la temuta aliquota del 75 per cento, quella per la quale appunto il patron di Lvmh, Louis Vuitton Moët Hennessy, il sessantatreenne francese con un patrimonio che Forbes stima attorno ai 41 miliardi di dollari è sospettato di guardare oltre confine. Hollande in tv aveva chiamato in causa il sentimento patriottico, l'orgoglio di essere francesi, che non significa solo prendere ma anche, ha detto, ricambiare quando ce n'è necessità. Per due anni almeno, questa è l'agenda. «Si tratta di imposte dolorose, di un sacrificio senza precedenti», ha detto il presidente che nei sondaggi scontenta il 59% dei francesi. Ma le prospettive di crescita per la Francia nel 2013 sono state ridimensionate dall'1,2 allo 0,8 per cento e la coperta si è fatta ancora più corta. Per l'anno che verrà l'Eliseo punta a non spendere nemmeno un euro in più del 2012. E per quanto si cercherà di fare cassa con i più ricchi, le ripercussioni ci saranno, i conti dello Stato andranno ridimensionati. Il polso della crisi si misura anche nei tagli che la ministra della cultura Aurelie Filippetti ha appena annunciato: i primi da un decennio a questa parte, un evento che da solo in un Paese come la Francia denuncia la gravità della crisi. Alcuni giornali parlano di tagli pari al 3%, la ministra conferma per il momento solo una sforbiciata da 1 miliardo di euro ad alcuni progetti definiti come «non prioritari», come la creazione della Maison de l'Histoire de France, una nuova sala per la Comedie Francaise, un museo della fotografia. Evitati invece i tagli a formazione e insegnamento, salvi i teatri, le compagnie di danza e i festival «almeno fino al 2013». «La cultura è l'attrattiva della Francia. L'arte è lavoro, la cultura è occupazione», ha detto Filippetti. Ma la crisi morde e «tutti devono contribuire». Anche Bernard Arnault. Che - dopo essersi visto in prima pagina - ha denunciato Liberation. La sua residenza fiscale, ha precisato, è in Francia e non intende cambiarla. Senza volere ha finito per fare un favore ad Hollande: dal piano da 30 miliardi la polemica vira sui Paperoni disertori. Atenedovrà presentare il nuovo pacchettodimisure di rigoreentro il 14 settembre.Sarebbequesta, secondo una fontedel ministerodelleFinanze la richiesta fatta dallaTroika,al termine del lungo incontro con il premier ellenicoAntonisSamaras. In occasione della riunione informaledei ministri delle finanzedella zonaeuro che si terràa Nicosiavenerdì, la Greciadovrà presentareun«progetto definitivodimisure per il 2013e il 2014».Nonèchiaro se ilprogetto possacontemplare unadilazione dei tempicome richiesto daAtene. Con l'acquaalla gola, la Grecia si è dotata intanto diun «gruppodi lavoro» pervalutare l'ammontare dei risarcimentiper i crimini nazisti che potrebbereclamarea Berlino: lo ha annunciato il ministerodelleFinanze greco. Il gruppoèformatoda quattro esperti, i qualidovranno pronunciarsial più tardialla fine dell'anno.Atene ha ribaditopiùvoltenegli ultimimesidi riservarsi il diritto di rivendicarequesti indennizzia Berlino, stimati incirca7,5 milionidi dollari (5,8milionidi euro). «Laquestione è ancora oggi in sospeso.La Grecianon ha mai rinunciatoai suoidiritto», ha ribadito il ministrodelle finanzeStaikouras davantial parlamento,mentreBerlino ritiene il dossier chiusoda lungotempo. . . . L'Esm si presenta come una scelta compiuta una volta per tutte, senza che si possa ridiscuterla Bernard Arnault sulla prima pagina di Liberation: «Levati di mezzo coglione» Sacrifici francesi, alla gogna il Paperone con la valigia LACRISIEUROPEA . . . Nelle ultime ore è piovuto un nuovo ricorso di Peter Gauweiler (Csu) Obiettivo: prendere tempo I giudici tedeschi e l'Euro(pa) Angela Merkel e Mario Draghi FOTO ANSA DavantiallaCorte Costituzionalenonsolo la legittimitàdelFondo salva-Stati. Iprocessi decisionalichestanno cambiandolaUe PAOLOSOLDINI LatroikaadAtene:nuovemisureentrovenerdì MARINAMASTROLUCA mmastroluca@unita.it IL CASO martedì 11 settembre 2012 9
LUCA DELFRA Unditticoaffidato aLucioGregoretti per«NordEst»eaCera per«SudOvest» QUALCUNO LA DEVE PAGARE PER QUESTO!».INUNAFRASESICONDENSAILDRAMMAFORSEPIÙAUTENTICODELLAIMMIGRAZIONEINOPERAMIGRANTE, il primo lavoro di teatro musicale di Mario Perrotta, un dittico affidato a due compositori Lucio Gregoretti, per la prima parte, e Andrea Cera per la seconda, che ha inaugurato venerdì la stagione del Lirico Sperimentale di Spoleto. Due storie allo specchio, giustapposte: quella di Nord Est, personaggio interpretato dallo stesso Perrotta, un veneto arricchito e qualunquista, che sfoglia il giornale solo per leggere i «numeri» - vale a dire borsa e obbligazioni -, e tutto il resto «ghe venga un canchero», soprattutto a quell'extracomunitaria che dorme sulla panchina dove lui va a leggere e che caccia a male parole. Ecco un bello stereotipo, che però ha accanto a sé la coscienza e il suo assistente che, al contrario di Nord Est che recita, cantano sommergendolo con la memoria di quando era minatore in Belgio, trattato come una bestia. E qui la vicenda si accende, perché la violenza subita è per Nord Est la ferita le cui secrezioni purulente riversa sugli attuali migranti: «Qualcuno la deve pagare per questo!». Specularmente la seconda parte ci narra di Sud Ovest, una immigrata marocchina interpretata da Paola Roscioli. Anche lei è sommersa dalla sue coscienze con il ricordo del terribile viaggio dal deserto verso il bengodi, quell'Italia che la spreme fino a lasciarla disoccupata a dormire sulla panchina. Anche lei è una pila carica di violenza. Non è scontato mettere in musica canto e recitazione che spesso coesistono allo stesso tempo: Gregoretti cerca con convinzione, e trova, una drammaturgia musicale nitida, con un linguaggio in superficie semplice, sotto cui si muovono umbratili echi. Quella di Cera invece è una musica più di sfondo, un insinuante controcanto a quanto succede in scena. Nel dirigere le due partiture sbalzandone le qualità, Marco Angius alla testa di un ensemble Otlis si dimostra un sensibilissimo interprete di musica contemporanea, in grado di condurre con sicurezza Chiara Osella e Marco Rencinai, i giovani cantanti dei corsi dello Sperimentale spoletino nei ruoli di Coscienza e dell'assistente, entrambi bravi. Perrotta torna sul tema dell'emigrazione e delle sue tragedie che stavolta sono identificati nella ciclica lotta tra poveri ed ex-poveri. È un bel lavoro realizzato con cura che, con qualche aggiustamento, meriterebbe una più ampia circuitazione, ed è tanto più convincente quanto meno si lascia andare al lirismo, sfoderando un piglio grezzo, duro senza troppo sentimentalizzare sui drammi dei migranti cercando la lacrima dello spettatore. MUSICA NESSUNMUSICISTAAFFRONTACONLEGGEREZZAILSECONDOALBUMEQUESTOACCADE,ANCHESEPUÒSEMBRARE STRANO, A PRESCINDERE DAI RISULTATI OTTENUTI CON IL PRIMO. Reduce dal successo di critica che aveva accolto due anni fa il suo disco d'esordio, Paupers Field, Dylan LeBlanc, classe 1990, ha cercato di non ripetersi e di non rifugiarsi in un rassicurante «già sentito». Uscito alla fine dello scorso agosto, Cast The Same Old Shadow sembra destinato a consolidare un consenso che farebbe preoccupare chiunque. Come si può rispondere, per esempio, all'affermazione categorica del quotidiano britannico The Guardian, che parla di lui come del «nuovo Neil Young»? Forse ricordando che anche il grande cantautore canadese era giovanissimo all'epoca delle prime incisioni con i Buffalo Springfield e che il paragone, come spesso accade in questi casi, lascia un po' il tempo che trova. Nato in una città di medio-piccola grandezza, Shreveport, in Louisiana, Dylan è figlio di James LeBlanc, musicista molto bravo e versatile, nonché autore di canzoni di grande esperienza, arruolato e lanciato dai famosi studi di registrazione di Muscle Shoals, i primi fondati e guidati da musicisti nella storia della musica pop e rock. Dylan è cresciuto dunque fra la Louisiana e l'Alabama, e il contratto firmato direttamente con Geoff Travis, il «capo» dell'etichetta inglese Rough Trade, lo ha subito catapultato in una dimensione nazionale ed europea, fuori dal circuito del Profondo Sud degli Stati Uniti che pure rimane un suo punto di riferimento preciso. Ha sempre vissuto in mezzo alla musica, LeBlanc, ma il suo stile è molto originale, diverso anche da quello del padre, che peraltro suona spesso con lui, passando dal basso alla chitarra e alle tastiere. Discreto e orgoglioso di Dylan, come del resto la first lady del country rock, Emmylou Harris, che in Paupers Field aveva cantato da par suo in The Creek Don't Rise, senza che questo fatto fosse segnalato con particolare evidenza nei credits dell'album. L'impatto con il pubblico europeo è stato finora molto positivo e d'altra parte già negli anni '70 in paesi come l'Olanda, la Germania e la Gran Bretagna esisteva una sorta di predilezione per il folk e il country rock. «Credo che il pubblico europeo sia forse un po' più attento e mostri più educazione durante i concerti», ci dice LeBlanc nella breve intervista che gli abbiamo fatto via posta elettronica. E se Paupers Field aveva creato intorno a lui un alone di mistero - gli ovvi riferimenti letterari e musicali non bastavano e non bastano a spiegare il fascino delle sue canzoni - CastTheSameOldShadow ha aggiunto colori e sfumature a una scrittura già matura e riconoscibile. Scorriamo i nomi e gli strumenti dei musicisti coinvolti nelle session, ma non troviamo i responsabili dei cori e degli arrangiamenti degli archi. Qui riemergono come metro di paragone i nomi di Neil Young (pensiamo a ExpectingToFly, arrangiata e prodotta con Jack Nitzsche) o di Gene Clark (con tutto l'album No Other), e LeBlanc ci conferma quello che pensavamo e cioè che quei suoni sono opera sua: «Ho scritto quasi tutto io, ma ho collaborato con la mia band. Io e il mio bassista, Mus Gillum, abbiamo fatto tutte le armonie vocali, e Ben Tanner (piano, Hammond B3, mellotron, vibrafono) ed io abbiamo fatto tutti gli arrangiamenti d'archi». LAPEDAL STEELGUITAR Se dovessimo tuttavia individuare un suono che caratterizzi la visione musicale di LeBlanc, non potremmo fare a meno di parlare della pedal steel guitar. «Penso che sia uno strumento dal suono seducente e meraviglioso. Può riempire molto spazio in una canzone, ma nelle mani giuste basta a creare un po' di mistero e di simmetria», dice LeBlanc e tra i musicisti che suonano nell'album spiccano ben tre pedal steel player, mentre in qualche sua intervista ci ha colpito un richiamo a Pete Drake, che oltre ad essere uno dei sessionmen più richiesti della scena country di Nashville, ha suonato anche con Bob Dylan e George Harrison. Possiamo dire che è il suo favorito a confronto con Buddy Emmons, Sneaky Pete Kleinow, Al Perkins o Jerry Garcia? «Sì, potrebbe essere. Mi piacciono le sue cose da solo. Una sua canzone del 1964, Forever, è tra le mie preferite in assoluto». La pedal steel, dunque, ma anche una sensibilità melodica e armonica che rende LeBlanc differente da tutti i cantautori del nuovo folk d'oltreoceano. Gli chiedo da dove vengano gli accordi che usa e Dylan tende a eludere la domanda con una modestia che gli rende comunque onore: «Non lo so. Volevo scrivere canzoni più interessanti, canzoni che sarebbe stato più divertente suonare dal vivo». È tuttavia difficile coniugare il divertimento con il tono malinconico di Cast The Same Old Shadow e non siamo di sicuro i primi a farglielo notare. Anche Paupers Field era un po' cupo, ma adesso sembra che neppure i viaggi e le nuove esperienze siano stati capaci di mettere in fuga i demoni che lo perseguitano. «Non ero consapevole di avere un tema prima di aver finito il disco. Non intendevo averne uno, ma mi capita di basare molto del mio lavoro sulle emozioni e in quel momento è capitato che fossero emozioni negative». Cast The Same Old Shadow, con le sue splendide melodie e con la voce fragile e appassionata di Dylan LeBlanc, è la conferma di un talento fuori dal comune. «Mi è stato dato il privilegio di scrivere canzoni che vengono dal cuore e sono riconoscente per questo». Un'operamigranteemusicaleperMario PerrottaaSpoleto Dylan LeBlanc chitarrad'oro Parlauntalentoprodigioso alsuosecondoalbum GIANCARLOSUSANNA LochiamanoilnuovoNeil Young,percertohastoffa il ragazzoamericano conmelodiechevengono dalcuoreeunavocesofferta Un'immagine da «Opera Migrante» Il giovanechitarristaamericano DylanLeBlanc ... Appenauscito«CastThe SameOldShadow»,album riccodi tonimalinconici edisplendidecanzoni U: 20 martedì 11 settembre 2012
CLAUDIAFUSANI ROMA L'ex premier sentito in commissione: «Durante il mio governo non è mai stato attenuato il 41 bis» Se anche il dottor Sottile perde le staffe, vuol dire che la situazione per quello che riguarda la presunta trattativa tra Stato e Cosa Nostra nel biennio '92-'94 produce tensioni insopportabili. È il tardo pomeriggio quando al quinto piano di San Macuto, sede della Commissione Antimafia, l'allora presidente del Consiglio Giuliano Amato alza la voce e paragona il senatore Li Gotti a Michail Suslov, il custode dell'ortodossia comunista, epuratore sotto Stalin ed eminenza grigia dell'invasione armata di Budapest. Tutto perché, dopo oltre un'ora in cui l'ex premier scansa da sé ogni minimo sospetto di aver anche solo saputo qualcosa circa i contatti tra apparati dello Stato e boss di Cosa Nostra in quel biennio di bombe e stragi, il senatore dell'Idv gli “contesta” di aver sostenuto il contrario quando fu interrogato, mesi fa, dai pm di Palermo nel dibattimento contro il generale Mori sul ritardato arresto di Provenzano, da cui poi hanno preso forma i 120 faldoni del processo sulla trattativa (29 ottobre udienza preliminare, 12 richieste di rinvio a giudizio tra politici, ufficiali e boss di Cosa Nostra). Siamo alla fase conclusiva della lunga indagine che la Commissione presieduta da Giuseppe Pisanu ha - per la prima volta in vent'anni - portato avanti nella legislatura sulla presunta trattativa che avrebbe portato lo Stato a scendere a patti con Cosa Nostra pur di spezzare la sequenza di bombe in tutto il Paese, dalla Sicilia a Milano passando per Firenze e Roma. Una bozza della relazione conclusiva, curata dai consulenti, è già pronta. Pisanu dovrà completarla o anche solo approvarla. Sarà un po' la “sentenza storico-politica”, la lettura di quegli anni e di quei fatti a opera del Parlamento. E potrebbe anche succedere che si arrivi a due sentenze, diverse ma non opposte. Le audizioni erano state concluse in primavera. Ma Pd e Idv hanno fatto pressione per un altro giro di giostra. E che giro. Ieri Giuliano Amato, premier dal 28 giugno 1992 al 22 aprile 1993, ha raccontato – lo aveva già fatto al processo a Palermo - i nove mesi più duri del secondo dopoguerra. La mafia aveva cominciato a uccidere a marzo '92, a maggio firma la strage di Capaci, a luglio quella di via d'Amelio. E ha negato di aver mai avuto sentore che fosse in atto una trattativa. «Se ci sono stati uomini dello Stato che hanno trattato con la mafia nessuno è venuto a dirlo a me. Io l'avrei fermata nel giro di trenta secondi». Amato è stato perentorio. «Non mi risulta che, durante il mio governo, ci sia stata un'attenuazione del 41 bis. Anzi, la mia posizione sul carcere duro fu sempre più rigida di altri». E circa il cambio dei ministri – via Martelli dalla Giustizia in favore di Conso e soprattutto Scotti dall'Interno, in favore di Mancino – e la girandola ai vertici dei servizi segreti («decisamente inefficaci») per favorire – questa è l'ipotesi dell'accusa – un cambio di linea nei confronti di Cosa Nostra, «non ci sono mai state pressioni». Conso invece ha ammesso, un anno e mezzo fa, di aver tolto il 41 bis a ben 334 boss. Amato ha poi negato contatti con Mori e Subranni, gli alti ufficiali dell'arma dei carabinieri per cui la procura di Palermo ha chiesto invece il giudizio. I miei problemi, ha aggiunto Amato, erano ben altri, di tipo economico e «in ogni caso la risposta dello Stato arrivò perché a gennaio 1993 arrestammo Riina». A questo punto sono cominciate le domande dei membri della Commissione. Veltroni (Pd), che ha insistito nel chiedere l'audizione dei pentiti Brusca e Spatuzza, ha chiesto all'ex premier se, in quei mesi, avesse avuto il sentore, ma anche qualcosa di più, che fossero in azione strutture parallele a quelle dello Stato. «Non sono in grado – ha risposto Amato – di escluderlo. Certo il modus operandi è stato tipico di altri terrorismi. Mi fu chiaro da subito che la mafia uccideva in un altro modo». Poi ha preso la parola Li Gotti, e la tensione è salita alle stelle. Il senatore dell'Idv ha contestato ad Amato il fatto che non sapesse nulla circa i contatti del generale Mori con Ciancimino, l'ex sindaco di Palermo che avrebbe gestito la trattativa per conto dei boss in quel biennio. «Pagina 21 e seguenti del suo verbale di interrogatorio a Palermo», ha incalzato Li Gotti. «Qui dice che il suo segretario generale a Palazzo Chigi, Fernanda Contri, faceva da ponte con Mori e che c'era la ricerca di sostegno politico a un contatto con Cosa Nostra». Assai diverso rispetto alla versione appena resa in Commissione. Amato perde le staffe. E alza la voce. «È spaventoso il castello che ha costruito sulle mie parole. Rileggerò gli interrogatori che Suslov faceva negli anni '30 a Mosca. Lei fa ricostruzioni capziose…». Ieri sera l'audizione del prefetto Gianni De Gennaro. In quel biennio era a capo della Dia. E in due relazioni, nel 1992 e nel 1993, aveva scritto, sulla base di precise informazioni, che Cosa Nostra aveva dichiarato guerra alla Dc e che era in cerca di un nuovo interlocutore politico. LegaNordPadania: torna lavecchia scritta inviaBellerio ILCASO TALKSHOW L'accusa era stata dura e pubblica. Così come la soluzione proposta per risolvere i problemi di democrazia del Paese. Dai Pm di Palermo, Antonio Ingroia e Nino Di Matteo, dal palco della festa del “Fatto quotidiano” domenica era arrivata sia l'accusa all'Associazione nazionale Magistrati e al Consiglio superiore della Magistratura di aver reagito «con un silenzio assordante» agli attacchi giunti da più parti ai magistrati palermitani impegnati nella difficile inchiesta sulla trattativa tra Stato e mafia all'inizio degli anni Novanta che l'invito esplicito a «cambiare la classe dirigente e questo ceto politico. Si deve voltare pagina». L'Anm ha scelto di non lasciar correre le accuse e gli atteggiamenti dei due Pm che in più, a proposito delle intercettazioni delle telefonate tra il presidente della Repubblica e Nicola Mancino, ci avevano tenuto a rivendicare la loro cautela nell'affrontare la vicenda, certamente maggiore «di quelle dei colleghi di Milano che quindici anni fa depositarono e trascrissero intercettazioni di Scalfaro». Per il presidente dell'Anm, Rodolfo Sabelli, il Pm Antonio Ingroia ha fatto un'affermazione «politica» invitano i cittadini a cambiare la classe dirigente. Ed in più, con il collega Di Matteo avrebbe dovuto «dissociarsi» dal «plateale dissenso» espresso nel corso della Festa del Fatto nei confronti del Presidente della Repubblica da parte di partecipanti all'evento che non hanno nascosto la loro avversione all'azione e ai comportamenti del Capo dello Stato. E non solo a proposito della questione intercettazione culminata nellla richiesta da parte del Quirinale alla Corte Costituzionale di decidere sul conflitto di attribuzione. «In una situazione così un magistrato deve dissociarsi e allontanarsi», ha osservato Sabelli, invitando quindi tutti i colleghi a «evitare sovraesposizioni» e a «non mostrarsi sensibili al consenso della piazza». «Tutti i magistrati, e soprattutto quelli che svolgono indagini delicatissime - ha sottolineato Sabellidevono astenersi da comportamenti che possono offuscare la loro immagine di imparzialità, cioè da comportamenti politici». E con il suo invito a cambiare la classe dirigente del Paese, «Ingroia si è spinto a fare un'affermazione che ha oggettivamente un contenuto politico» con il rischio così di «appannare» la sua immagine di «imparzialità». IMAGISTRATI NON SONOSOLI Ingroia ha dunque sbagliato, come pure Di Matteo, a assistere in silenzio alla «manifestazione plateale di dissenso nei confronti del capo dello Stato». Ed a proposito dell'assenza del sindacato dei magistrati al fianco di quelli di Palermo Sabelli ha voluto ricordare che l'Anm «ha difeso ed espresso sostegno più volte nei confronti dei Pm della Procura di Palermo. Non capisco perché il collega Nino Di Matteo, stando a quanto riportano alcuni organi di stampa, abbia lamentato il nostro silenzio», ha lamentato ancora il presidente del sindacato delle toghe. «Ci sono dichiarazioni mie e della giunta sulla questione ripetute più volte nelle ultime settimane. L'Anm - ribadisce Sabelli - difende da sempre l'autonomia e l'indipendenza della magistratura e, nel caso specifico di Palermo, ha difeso sin da subito l'esercizio della funzione giudiziaria, senza alcun indugio. L'affermazione di Di Matteo mi è sembrata un poco generica». Così l'altolà del presidente dell'Anm. «Appunto, ha parlato il collega Sabelli» ci tiene a puntualizzare Antonio Ingroia. Che però risponde al richiamo di quello che è, comunque, il presidente dell'Associazione. Parole probabilmente «frutto di una insufficiente conoscenza del mio intervento». «Io non ho parlato -ha spiegato il magistrato- della contingenza politica ma ho fatto un intervento sul rapporto tra potere mafioso e politica e ho parlato di un certo modo di essere della classe dirigente che, invece di attuare una politica di annullamento, ha attuato una politica di contenimento della mafia e ho detto che per recidere i legami tra Cosa Nostra e certa classe politica occorre rinnovare la classe politica». Di qui l'invito a cambiare, a «voltare pagina» perché non bastano buone leggi ma è necessaria una politica diversa. «La mia era una valutazione storica e sociologica - ha proseguito Ingroiache rivendico». Quanto alle critiche di Sabelli sulla mancata presa di distanza dei tre magistrati presenti sul palco, lo stesso Ingroia, Nino Di Matteo e Giancarlo Caselli- dal palese dissenso mostrato durante la festa del Fatto quotidiano nei confronti del Presidente della Repubblica il Pm ha detto: «In un dibattito ognuno si assume la responsabilità personale delle proprie opinioni. Se si partecipa a un dibattito a più voci ciascuno dice quello che pensa e ne risponde» Nessuna critica al Capo dello Stato è stata quindi avanzata dai magistrati che sono intervenuti nel corso dell'iniziativa. Loro hanno assistito al dibattito. Giuliano Amato FOTO LAPRESSE POLITICA . . . Ingroia: «La mia era una ricostruzione storica e sociologica che rivendico» Èricomparsa la scritta “Lega Nord-Padania”, sul murodi cinta dellasede federaledella Lega Nord inviaBellerio. Lasettimana scorsa lo sloganerastato copertoe imbianchini si erano messi al lavoro persostituirlocon lascritta “Prima il Nord”, lo slogandel nuovo segretarioRoberto Maroni. In realtà lanuova parolad'ordine, tracciata in verde,non èmai statacompletata. Primaè stato dipinta laparola “Nord”,quindigli imbianchini hanno cominciatoascrivere le lettere,ma si sonofermati.Da ieri sul muroè ricomparsa in blu la vecchiascritta “LegaNord-Padania”. Riapre Ballarò con Renzi, Maroni e il caro benzina Ripartestuzzicando ildibattito con MatteoRenzi ospite sullepoltrone di cartone,GiovanniFloris:da stasera riprende la stagionedi Ballarò in direttaalle21,05suRaiTre. Siparlerà di tasse, dibenzina allestelle e dicasa (di Imu e di crollodelmercato).Di problemi reali , insomma e l'invitoa MarioMonti è giàpartito. Undiciannidi collaudato talkshow cheè andatovia viaconsolidandosi, oraanche instreamingsul web.Nonsi senteaffatto «orfano diBerlusconi» («potrebbetornare...), il conduttore che ierihapresentato la nuova edizione insiemeal direttoredi RaiTre, AntonioDiBella. Anzi, il record di ascolti inassoluto, il 24% l'ha raggiuntocon«i tecnici» eElsa Forneroneoministra. Nessun «fuori onda»chenon sia contestualizzato, spiegaFloris, «pernoiè importante informaree creare consapevolezza, contro i qualunquismi». Ese Grillonon vorràparlare, sarà rappresentato comunque.Tre le certezze: la copertinasatiricadi MaurizioCrozza, i sondaggi Ipsos diPagnoncelli, tanto più inun anno elettorale, l'ominoa uovonellasigladi LorenzoTerranova. Ballaròriapre con Renzi ma«non siamoun talentshow», precisa il conduttorechesta«sulla notizia»,né si sente la «terzacamera» in stile Vespa. Instudioanche il segretario leghistaRoberto Maroni, l'economista IreneTinaglidi «ItaliaFutura», Luigi Abete, il viceministro Martone, Elena LattuadadellaCgil,AlessandroSallusti ePaoloMieli. N.L. Amato all'Antimafia: non sapevo della trattativa . . . Veltroni chiede: «Era a conoscenza dell'azione di strutture parallele?» Tensione con Li Gotti . . . Sabelli: «I titolari di indagini delicate devono evitare qualsiasi sovraesposizione» L'Anm a Ingroia: basta atti politici Criticato l'intervento dei pm alla festa del Fatto: «Dovevano dissociarsi dalle contestazioni a Napolitano» Il magistrato: «Le mie frasi estrapolate dal contesto. Confermo la mia analisi» MARCELLACIARNELLI ROMA 8 martedì 11 settembre 2012
«Non sussistono più le condizioni per una attività in proprio». Con un solo rigo il colosso francese dei meganegozi di musica e video, Fnac, fa piombare nel panico i 600 dipendenti italiani del gruppo. 8 negozi di altrettante città potrebbero chiudere perché non considerati più strategici per il colosso francese. Nonostante i bilanci in attivo degli ultimi anni. E i lavoratori sono all'oscuro della loro sorte. «Da gennaio scorso chiediamo di sapere il nostro destino, nessuna risposta. Abbiamo anche chiesto, tramite i sindacati, contatti diretti con la Francia, siamo stati ignorati», dicono Enrico Calligari e Andrea di Eva, rappresentanti sindacali Filcam Cgil Fnac di Roma. I mesi passano, i lavoratori sono senza risposta. «Sappiamo che Fnac non ha intenzione di investire, se al 31 dicembre non compare un compratore siamo a casa. Saremo dismessi. Noi ci auguriamo si palesi qualcuno perché i nostri negozi sono realtà consolidate nelle città dove sono presenti, ma chi investe in cultura oggi?». I lavoratori hanno dunque intrapreso una serie di iniziative. La prima a Genova dove i dipendenti Fnac stanno già in cassa integrazione perché lo store ha subito danni pesantissimi durante l'alluvione. Poi, la settimana scorsa a Milano, durante la Fashion Night. «Il motivo è semplice – spiegano Calligari e Di Eva - il gruppo Ppr di Francois-Henri Pinault che detiene Fnac ha anche marchi del lusso italiano, da Gucci a Bottega Veneta a Brioni, l'orientamento è più lusso e meno grande distribuzione ma ci chiediamo perché la multinazionale compra marchi italiani senza investire in Italia né in termini di lavoro né in quelli di cultura. Compra, non lascia nulla e fa terra bruciata». I lavoratori però, tramite i gruppi creati sui social network (come “Salviamo la Fnac”) sperano di creare intorno alla vertenza il consenso dei tanti consumatori e appassionati che in questi anni hanno trovato nella Fnac un punto di riferimento. A partire da personaggi delle musica e dello spettacolo che, lanciati magari proprio dal colosso francese, secondo i dipendenti non esiterebbero a schierarsi con loro. «SALVIAMO LAFNAC» «Fnac in alcune città è uno dei pochi avamposti culturali. A Napoli è una delle pochissime librerie rimaste in centro, a Milano è un punto di riferimento per la musica e la tecnologia da 10 anni, a Roma l'apertura è recente ma già è un successo. E' una presenza non neutrale sul territorio, ha una forte identità, è una mancanza che potrebbe diventare rumorosa». Ora i giovani dipendenti (età media 35 anni, contratti sui 1100 euro al mese) stanno pensando a nuove iniziative: il 13 settembre a Roma, il 18 a Firenze. «Abbiamo fiducia nella vendita ma non ci facciamo illusioni, siamo consapevoli che è un modello particolare ma anche c'è passione intorno a Fnac e noi ci faremo sentire». 11/9/2003 11/9/2012 CARLO GILARDENGHI A nove anni dalla scomparsa la moglie Tilde la figlia Roberta con Giuliano lo ricordano con amore e infinito rimpianto a quanti lo hanno conosciuto e stimato per l'impegno politico, culturale e umano Alessandria 11/9/2012 E' morto ENZO ROSCANI Per lunghissimi anni militante e dirigente del Pci. Lo piangono la figlia Daniela, il fratello Bruno, la cognata Gianna e le loro famiglie Si è spenta la compagna ADELE BRUGNONI Solidarietà del Circolo PD San Basilio FONDAZIONIBANCARIE EDITORIAEBORSA Completate lenomine in Consiglio generaledellaCompagnia diSan Paolo diTorino, la fondazionebancaria primo azionistadi IntesaSanpaolo. Nel ConsiglioGeneraledella Compagniadi SanPaolo, presiedutoda Sergio Chiamparino,hanno fatto il loro ingresso:Stefano Ambrosini (designatodalla Provinciadi Torino), FabrizioCellino(Camere diCommercio diTorino),Gian GiacomoMigone (ComunediTorino), GiorgioPalestro (RegionePiemonte)e GiulioSapelli (Cameradi CommerciodiMilano). Il ConsiglioGeneraleha inoltre cooptato FrancaFagioli. IlConsiglioGenerale per ilquadriennio 2012-2015 risultacosì composto:StefanoAmbrosini, Amalia Bosia,Maria Caramelli,Alessandro Cavalli,Fabrizio Cellino,Alberto Dal Poz,GianfrancoDe Martini,DanielaDel Boca,Franca Fagioli, GiulianaGalli, GiorgioGroppo, ErnestoLavatelli, IsabellaMassabòRicci, GianGiacomo Migone,GiorgioPalestro, PietroRossi, GiulioSapelli,Marco Staderini, Roberto Testore,Roberto Giovanni Timossie AdrianoZecchina. Dalle maglie della serie A a quelle della rete lanciata dalla procura di Torino. È lo strano caso dell'Aws, corriere espresso con sede a Trofarello e controllato dal gruppo Gleiscar. A luglio un'inchiesta della procura piemontese su una presunta evasione fiscale milionaria ha decapitato l'ex vertice della società, oggi sostituito da un amministratore unico. Ma al loro rientro dalle ferie, a settembre i dipendenti già rimasti senza stipendio hanno trovato gli uffici vuoti. Mentre il nuovo amministratore della società risultava irreperibile. In questo limbo il sindacato parla di «azienda fantasma ma di lavoratori veri. Senza una controparte non è possibile chiedere neanche gli ammortizzatori sociali». È il primo problema da risolvere, dice la Filt-Cgil che sta seguendo la vicenda che interessa i circa trecento dipendenti diretti di Aws: «Al di là dell'inchiesta, il nostro obiettivo è la tutela dei diritti dei lavoratori, di tutte le spettanze maturate e l'attivazione della cassa integrazione con lo scopo di garantire una continuità di reddito». Sul tavolo del ministero economico giace una richiesta fatta dalle segreterie nazionali dei sindacati dei trasporti. La pratica è ancora ferma. I rappresentanti dei lavoratori si stanno muovendo anche attraverso le Regioni, Lombardia e Piemonte in testa. Chiedono che si attivino per contattare il nuovo amministratore unico di Aws, nominato dopo le dimissioni dei vertici coinvolti nell'inchiesta torinese. Secondo l'ipotesi accusatoria il corriere avrebbe fatto lavorare alle proprie dipendenze personale che risultava assunto da società fittizie o compiacenti. Queste non avrebbero versato le imposte e i contributi, avrebbero invece inventato i crediti Iva e fatturato alla capofila Aws delle inesistenti prestazioni di servizi. Nello schema ricostruito dai pm piemontesi, dopo un paio d'anni le aziende fittizie fallivano o chiudevano i battenti, mentre il personale veniva girato in altre ditte, perdendo spesso trattamento di fine rapporto e scatti di anzianità. La guardia di finanza torinese, che ha iniziato a indagare dopo una normale verifica fiscale, calcola dal 2003 al 2010 un giro di fatture false oltre per venti milioni di euro, detrazione indebita dell'Iva per quattro milioni, nove milioni in meno di Ires e Irap; al totale si deve aggiungere il risparmio creato dal mancato versamento dei contributi. SPONSORDI SERIEA L'azienda si è subito detta «incredula» e i vertici hanno sempre negato ogni accusa. Tra quelli coinvolti anche il presidente di Aws, Francesco Masera, autotrasportatore che in pochi anni ha creato un impero che conta 32mila clienti, un giro d'affari di 90 milioni di euro, dodici hub di smistamento e oltre 2.500 collaboratori. Aws è stata, tra le altre cose, official supplier della Juventus e top sponsor istituzionale del Milan. Ora invece rischia di sparire. E con il corriere, anche i diritti di tutti i lavoratori. ECONOMIA La Fnac taglia l'Italia, a rischio 600 dipendenti Fnac, la catena francese è arrivata alla fine della sua avventura italiana Il proprietario mette in vendita la rete di negozi Ai lavoratori non è stata data alcuna spiegazione Prossime proteste pubbliche a Roma e a Firenze, appello sui social network LUCIANACIMINO ROMA Rcs,dopo lacorsaal rialzoarriva il crollo Ancorauna seduta in forte ribassoper RcsMediagroup in PiazzaAffari,dove il rally iniziato a fine agostosi sta sgonfiando: il titolo dellasocietà editricedel CorrieredellaSera, cheha passatoquasi tutta lagiornata in asta divolatilità, hachiuso incalodel 16,52%a1,294euro. Elevatimanon eccezionaligli scambi: sonostati pari a 2,2milionidi azioni, sulla media quotidianadell'ultimomesedi Borsa. Peroggipomeriggio, intanto,è stato fissatoun consiglio diamministrazione straordinariodiRcs. All'ordinedel giornoci sarebberosolo temi tecnici, ovveroalcunipassaggi amministrativi legati aipiani di stockoption.Non è comunqueesclusoche la riunione possaessere l'occasioneper uno scambiodi opinioni sualtrinodi, come quellodi una possibile ricapitalizzazione, in vistadelnuovo piano industrialeche il neo amministratoredelegato PietroScott Jovaneha preannunciatoper l'autunno. I socidelpattodi sindacato diRcsdovrebbero incontrarsi il 21 settembreprossimo. SapellieMigonenellaCompagniaSanPaolo Aws, un'inchiesta decapita l'impresa Pagano i lavoratori Trecento addetti restano senza lavoro I sindacati: «Va attivata la cassa integrazione» MARCOTEDESCHI MILANO martedì 11 settembre 2012 13
Un incendio è scoppiato ieri nella raffineria Eni di Taranto. Ferito un operaio. Un'impressionante nube nera si è alzata nel cielo della città. Il rogo si è sviluppato nella zona delle grosse cisterne della raffineria situata nella zona industriale del capoluogo pugliese. In una scuola su tre (su due al sud) mancano i certificati di sicurezza. Migliaia stanno su territori a rischio sismico o idrogeologico. Non è solo l'intonaco che cade, l'infiltrazione d'acqua, l'umidità. Lo stato dell'edilizia scolastico nel nostro Paese è drammatico, al punto che in alcune città le amministrazioni si trovano nel dilemma se aprire una scuola non a norma o lasciare a casa i bambini. Casi come quello di Catanzaro, dove 5 scuole hanno chiuso perché inagibili negli ultimi due anni e dove solo questa estate il prefetto ha sospeso l'ordinanza che avrebbe impedito le attività in altre due primarie del centro, o come quello di Campobasso, dove il sindaco qualche giorno fa ha minacciato di rinviare l'apertura delle sue 30 scuole se non avesse avuto dal ministero la deroga sulla certificazione anti incendio, fotografano una realtà al limite dell'emergenza. Una situazione con la quale il governo Monti ha iniziato a fare i conti: fra pochi giorni il Ministero dell'Istruzione presenterà un rapporto sulle condizioni degli edifici scolastici, una sorta di mappatura ufficiale con relativi interventi. Intanto è già stato destinato un miliardo di euro per la messa in sicurezza degli edifici. Altri fondi specifici per 4 regioni con condizioni particolarmente problematiche (Calabria, Campania, Puglia, Sicilia) arriveranno a breve. «Soldi veri sottolineano al Miur - che partono subito». Anche perché il quadro che Cittadinanza Attiva, Legambiente e Fcl Cgil, che ogni anno stilano rapporti sulla sicurezze degli istituti, è da vera e propria «emergenza nazionale». Dei 42mila edifici scolastici presenti in tutta Italia il 29% non ha il certificato di agibilità sanitaria, il 42% quello di agibilità statica, il 47,81% non rispetta le norme anti incendio. Più del 60% non è dotato neppure di scale di sicurezza o porte anti panico (elaborazione Flc Cgil su dati Miur e Lega Ambiente). E poi ci sono le strutture con l'amianto (11,13%) e quelle con il radon, un gas radioattivo. «Se poi aggiungiamo che per via della loro ubicazione territoriale le nostre scuole sono soggette al rischio sismico, idrogeologico, vulcanico, industriale, il panorama assume tratti drammatici tanto da connotarsi come una emergenza», commenta Massimo Mari, responsabile nazionale edilizia scolastica Flc Cgil. Ma non è solo la messa in sicurezza straordinaria a mancare. Gli enti locali non hanno più i fondi neanche per la manutenzione: crescono infatti fino a costituire il 56% del totale gli edifici che negli ultimi 5 anni non hanno goduto di nessun tipo di intervento. «A fronte di questa situazione - spiega Adriana Bizzarri, responsabile scuola di Cittadinanza Attiva - le risorse messe in campo finora sono state totalmente inadeguate e poi la lentezza nell' erogazione dei fondi non aiuta gli enti locali. Noi chiediamo per prima cosa al Ministro Profumo di rivedere il numero di alunni per classe, il sovraffollamento aggrava il quadro ed è un rischio». Intanto partiranno a breve i primi cantieri previsti dal governo. «C'è un grande lavoro da fare, la situazione è nota: oltre il 60 per cento delle scuole ha più di 40 anni ma stiamo facendo di tutto per velocizzare», spiega il sottosegretario all'Istruzione Marco Rossi Doria aggiungendo che l'esecutivo sta seguendo due direzioni: «La messa in sicurezza delle scuole che ne hanno bisogno e la costruzione di nuovi edifici, ecocompatibili, a risparmio energetico. Nuove anche come impostazione, con laboratori e spazi di aggregazione, aperte al territorio anche in orario di chiusura delle normali attività». «Il ministro Profumo lo ripete da tanto tempo: questo è la nostra idea di scuola, poi con la crisi non è una cosa che si può far rapidamente ma c'è un segnale di forte inversione di tendenza che arriva con questi fondi». I fondi sono quelli stanziati dai Ministri Barca (Coesione territoriale) e Profumo e concertati con gli enti locali. «Tutti soldi che non erano stati utilizzati e che invece adesso vengono riallocati sulle scuole e resi immediatamente disponibili». Le tipologie di interventi individuate da Barca e Profumo nel Piano di Azione e Coesione riguardano soprattutto l'efficienza energetica, la messa a norma degli impianti, l'abbattimento delle barriere architettoniche, la dotazione di impianti sportivi e il miglioramento dell'attrattività degli spazi. «Il fine - spiegano nel documento - è quello di incidere sugli attuali aspetti di criticità dell'edilizia scolastica». «Non solo materne o licei ma anche strutture professionali con esigenze specifiche - spiega Rossi Doria - Il numero di scuole da mettere in sicurezza è una delle partite che giochiamo di concerto con le Regioni a questo si aggiungono le scuole di nuova concezione sulle quali puntiamo molto come modello del futuro. La cosa interessante è che ci sono consorzi di comuni o singoli enti locali che stanno venendo da noi disposti a dismettere le vecchie scuole e a partecipare alla spesa, stiamo pensando insieme come finanziare nuove scuole e di che tipo. Per questo in questi giorni stiamo approntando una squadra specifica al Ministero voluta da Profumo proprio per aiutare questo processo negli enti locali». Fiamme nella raffineria, paura a Taranto Freud aveva definito la professione dell'insegnante impossibile, insieme a quella del genitore e dello psicoanalista. È uno dei mestieri più difficili perché al maestro o maestra che sia è affidato una parte dell'educazione dei ragazzi. È impossibile perché spesso, come tutte le figure con un minimo di autorità, incute timore che può generare conflitti con gli studenti. Ma c'è sempre un limite che non si può superare. Uno in particolare è stato segnalato ieri dalla Corte di Cassazione. Secondo la Suprema Corte gli insegnanti non possono rispondere con metodi prepotenti agli atteggiamenti di «bullismo» degli allievi perché, così facendo, «finiscono per rafforzare il convincimento che i rapporti relazionali (scolastici o sociali) sono decisi dai rapporti di forza o di potere». E con questa motivazione la Cassazione ha confermato la condanna a 15 giorni di reclusione nei confronti di una prof che, per punire uno studente di 11 anni, gli aveva fatto scrivere per cento volte sul quaderno la frase «sono un deficiente». Ad avviso della Suprema Corte sentenza 34492 - l'insegnante Giuseppa V., docente di una scuola media statale di Palermo, è senz'altro colpevole «di aver abusato dei mezzi di correzione e di disciplina» ai danni dello studente G.C., per averlo «mortificato nella dignità» venendo così meno al «processo educativo in cui è coinvolto un bambino», ossia - aggiunge la Cassazione rifacendosi alla convenzione Onu sui diritti dell'infanzia «una persona sino all'età di 18 anni». «Non può ritenersi lecito l'uso della violenza, fisica o psichica, distortamente finalizzata a scopi ritenuti educativi», afferma la Cassazione, «e ciò sia per il primato attribuito alla dignità della persona del minore, ormai soggetto titolare di diritti e non più, come in passato, semplice oggetto di protezione (se non addirittura di disposizione) da parte degli adulti». E sia perché - prosegue la sentenza «non può perseguirsi, quale meta educativa, un risultato di armonico sviluppo di personalità, sensibile ai valori di pace, tolleranza, convivenza e solidarietà, utilizzando mezzi violenti e costrittivi che tali fini contraddicono». Insomma la professoressa merita il carcere per aver punito in una maniera così «umiliante» l'allievo che, secondo lei, stava tenendo «un atteggiamento derisorio ed emarginante nei confronti di un compagno di classe». «Costituisce abuso punibile anche il comportamento doloso che - come in questo caso - umilia, svaluta, denigra o violenta psicologicamente un bambino, causandogli pericoli per la salute anche se è compiuto con una soggettiva intenzione educativa o di disciplina». I giudici, però, hanno concesso alla prof uno sconto di pena - rispetto alla condanna d'appello pari a 30 giorni di reclusione - eliminando l'aggravante di aver provocato nell'adolescente un «disturbo del comportamento», ipotesi avanzata dallo psicologo, ma non provata con certezza. Il verdetto è stato scritto dal consigliere Francesco Ippolito, segretario generale della Cassazione, e componente della Sesta Sezione Penale, presieduta da Nicola Milo. In primo grado la prof era stata assolta dal tribunale di Palermo. In appello, il 16 febbraio del 2011, il proscioglimento fu annullato. Ora la Cassazione ha confermato. Togliendo la libertà alla professoressa. ITALIA Una scuola su tre a rischio sicurezza Il primo giorno di scuola a Torino. Secondo i dati Cgil il 30% degli istituti non è sicuro FOTO ANSA LUCIANACIMINO ROMA . . . Il sottosegretario Rossi Doria: i fondi subito disponibili. Il 60% degli edifici ha più di 40 anni Se il «bullo» è la prof 15 giorni di carcere a un'insegnante Cassazione: «Abusò dei mezzi di correzione» A uno studente aveva fatto scrivere 100 volte «sono deficiente» PINOSTOPPON ROMA Il governo presenterà in settimana la mappatura degli interventi. Pronti fondi per un miliardo Al sud la situazione più drammatica A Campobasso c'è il rischio che l'attività didattica non parta 10 martedì 11 settembre 2012
TV FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO 06.30 TG1. Informazione 06.35 Previsioni sulla viabilità. Informazione 06.45 Unomattina. Rubrica 10.00 Unomattina Verde. Rubrica 10.25 Unomattina Rosa. Rubrica 11.00 TG 1. Informazione 11.05 Unomattina Storie Vere. Rubrica 12.00 La prova del cuoco. Game Show 13.30 TELEGIORNALE. Informazione 14.10 Verdetto Finale. Show. Conduce Veronica Maya. 15.15 La vita in diretta. Rubrica 16.50 Rai Parlamento Telegiornale. Informazione 17.00 TG1. Informazione 18.50 L'Eredità. Gioco a quiz 20.00 TELEGIORNALE. Informazione 20.30 Qualificazione Mondiali 2014 - Italia - Malta. Sport 23.20 Porta a Porta. Talk Show. Conduce Bruno Vespa. 00.55 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.25 Che tempo fa. Informazione 01.30 Sottovoce. Talk Show. Conduce Gigi Marzullo. 02.00 Rai Educational - Real School Si parte! Studiare all'estero. Rubrica 06.45 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 10.15 Incinta per caso. Serie TV 10.35 Tg2 Insieme Estate. Rubrica 11.20 Il nostro amico Charly. Serie TV 12.10 La nostra amica Robbie. Serie TV 13.00 Tg2 - Giorno. Informazione 14.00 Senza Traccia. Serie TV 14.45 Army Wives. Serie TV 15.30 La valle delle rose selvatiche. Film Western. (2008) Regia di Michael Keusch. Con Mirko Lang. 17.00 90210. Serie TV 17.50 Tg2 - Flash L.I.S. Informazione 17.55 Rai TG Sport. Sport 18.15 TG 2. Informazione 18.45 Cold Case - Delitti irrisolti. Serie TV 19.35 Squadra Speciale Cobra 11. Serie TV 20.25 Estrazioni del lotto. Gioco 20.30 TG 2 - 20.30. Informazione 21.05 Criminal Minds. Serie TV Con Shemar Moore, Joe Mantegna, Thomas Gibson. 23.25 Tg2. Informazione 23.40 La storia siamo noi. Reportage 00.40 Rai Parlamento Telegiornale. Informazione 00.45 Hollywood Palms. Film Commedia. (2001) Regia di Jerey Nachmano. Con Jack Lord, James Mc Arthur. 06.30 Il caè di Corradino Mineo. Attualità 08.00 Akiko. Film Commedia. (1961) Regia di Luigi Filippo D'Amico. Con Akiko Wakabayashi. 09.35 La Storia siamo noi. Documentario 10.40 Cominciamo Bene. Rubrica 12.00 TG3. Informazione 13.10 La strada per la felicità. Soap Opera 14.00 Tg Regione. / TG3. Informazione 15.00 La casa nella prateria. Serie TV 15.50 Il pistolero di Dio. Film Western. (1969) Regia di Lee H. Katzin. Con Barbara Hershey. 17.25 Geo Magazine 2012. Documentario 19.00 TG3. / Tg Regione. Informazione 20.00 Blob. Rubrica 20.15 Cotti e mangiati. Sit Com 20.35 Un posto al sole. Serie TV 21.05 Ballarò. Attualità. Conduce Giovanni Floris. 23.15 TG Regione. Informazione 23.20 TG3 Linea notte estate. Informazione 00.00 Correva l'anno. Reportage 00.55 Rai Educational. Documentario 01.20 Fuori Orario. Cose (mai) viste. Rubrica 02.00 Rainews. Informazione 02.45 News. Informazione 06.35 Media shopping. Shopping Tv 06.50 Magnum P.I. Serie TV 07.45 Pacific Blue. Serie TV 08.40 Hunter. Serie TV 09.50 Carabinieri. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Detective in corsia. Serie TV 12.55 La signora in giallo. Serie TV 14.00 Tg4 - Telegiornale. Informazione 14.45 Lo sportello di Forum. Rubrica 15.30 Hamburg distretto 21. Serie TV 16.37 Una ragione per vivere e una per morire. Film Western. (1972) Regia di Tonino Valeri. Con James Coburn. 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.10 Siska. Serie TV 21.10 Forrest Gump. Film Dramma romantico. (1994) Regia di Robert Zemeckis. Con Tom Hanks, Robin Wright Penn, Gary Sinise, Sally Field, Mykelti Williamson. 00.05 I Bellissimi di Rete 4. Rubrica 00.10 Il ladro di orchidee. Film Grottesco. (2002) Regia di Spike Jonze. Con Nicolas Cage, Tilda Swinton. 01.27 Tg4 - Night news. Informazione 01.37 Meteo. Informazione 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.40 La telefonata di Belpietro. Rubrica 08.50 Mattino cinque. Show. Conduce Federica Panicucci, Paolo Del Debbio. 11.00 Forum. Rubrica 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.10 Centovetrine. Soap Opera 14.46 Inga Lindstrom - Matrimonio a Hardingsholm. Film Sentimentale. (2008) Regia di Karola Meeder. Con Alissa Jung, Florian Weber, Tom Beck. 16.30 Pomeriggio cinque. Talk Show. Conduce Barbara D'Urso. 18.50 Avanti un altro!. Gioco a quiz 20.00 Tg5. Informazione 20.40 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 21.10 L'onore e il rispetto - Parte terza. Serie TV Con Gabriel Garko, Laura Torrisi, Giuliana De Sio. 23.31 L'amore e altri luoghi impossibili. Film Drammatico. (2009) Regia di Don Roos. Con Natalie Portman, Lisa Kudrow, Lauren Ambrose. 01.31 Tg5 - Notte. Informazione 02.00 Meteo 5. Informazione 02.01 Veline. Show 06.40 Cartoni Animati. 08.45 E.R. - Medici in prima linea. Serie TV 10.35 Grey's anatomy. Serie TV 12.25 Studio Aperto. Informazione 13.02 Sport Mediaset. Informazione 13.40 Futurama. Cartoni Animati 14.10 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 Dragon ball GT. Cartoni Animati 15.00 Fringe. Serie TV 15.50 Smallville. Serie TV 16.35 Merlin. Serie TV 17.20 Tutto in famiglia Sit Com 17.45 Transformat. Serie TV 18.28 Studio Aperto. Gioco a quiz 19.20 C.S.I. - Scena del crimine. Serie TV 21.10 Kung Fu Panda. Film Animazione. (2008) Regia di Mark Osborne, John Stevenson. 23.00 Hulk. Film Fantascienza. (2003) Regia di Ang Lee. Con Eric Bana, Jennifer Connelly, Sam Elliott. 01.40 Nip/tuck. Serie TV 02.30 Rescue me. Serie TV 03.15 Studio Aperto - La giornata. Informazione 03.30 Media Shopping. Shopping Tv 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.45 Coee Break. Talk Show. Conduce Tiziana Panella. 10.55 J.A.G. - Avvocati in divisa. Serie TV 11.45 Agente speciale Sue Thomas. Serie TV 12.30 I menù di Benedetta (R). Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Cristina Parodi Live. Talk Show. Conduce Cristina Parodi. 15.50 Movie Flash. Rubrica 15.55 Il Commissario Cordier. Serie TV 17.55 Cristina Parodi Cover. Talk Show. Conduce Cristina Parodi. 18.25 I menù di Benedetta. Rubrica 19.20 G' Day. Attualità 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Otto e mezzo. Rubrica 21.10 Bat 21. Film Guerra. (1988) Regia di Peter Markle. Con Gene Hackman, Danny Glover, Jerry Reed. 23.10 Un capo in incognito. Docu Reality 00.00 Omnibus Notte. Informazione 01.05 Tg La7 Sport. Informazione 01.10 Movie Flash. Rubrica 01.15 N.Y.P.D. Blue. Serie TV 02.10 G' Day (R). Attualità 21.00 Sky Cine News. Rubrica 21.10 Anonymous. Film Drammatico. (2011) Regia di R. Emmerich. Con R. Ifans V. Redgrave. 23.25 Amici di letto. Film Commedia. (2011) Regia di W. Gluck. Con J. Timberlake M. Kunis. 01.20 Manuale d'amore. Film Commedia. (2005) Regia di G. Veronesi. Con C. Verdone S. Muccino. SKY CINEMA 1HD 21.00 Save the Last Dance. Film Commedia. (2001) Regia di T. Carter. Con J. Stiles S. Thomas. 23.00 La fortezza nascosta. Film Avventura. (2001) Regia di R. Cantin. Con M. Dupuis R. Gaudette-Loiseau. 00.40 Il mio cane Skip. Film Drammatico. (2000) Regia di J. Russell. Con D. Lane K. Bacon. 21.00 A proposito di Steve. Film Commedia. (2009) Regia di P. Traill. Con S. Bullock B. Cooper. 22.45 Courageous. Film Drammatico. (2011) Regia di A. Kendrick. Con A. Kendrick K. Bevel. 01.00 Masai Bianca. Rubrica 01.15 Il padre e lo straniero. Film Drammatico. (2011) Regia di R. Tognazzi. Con A. Gassman A. Waked. 18.10 Adventure Time. Cartoni Animati 18.45 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 19.10 Ninjago. Serie TV 19.35 Redakai: Alla conquista di Kairu. Cartoni Animati 20.00 Lanterna verde. Cartoni Animati 20.25 Ben 10. Cartoni Animati 20.50 Adventure Time. Cartoni Animati 21.15 The Regular Show. Cartoni Animati 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Come è fatto. Documentario 20.00 Top Gear. Documentario 21.00 Aare fatto!. Documentario 23.00 I segreti di Bin Laden. Documentario 00.00 Come è fatto. Documentario 01.00 Top Gear. Documentario 19.00 Una splendida annata. Musica 20.00 Lorem Ipsum. Attualità 20.20 Una splendida annata. Videoframmenti 21.00 Fuori frigo. Attualità 21.30 Iconoclasts. Reportage 23.30 Jack Osbourne No Limits. Reportage 00.30 Fuori frigo. Reportage DEEJAY TV 18.30 Ginnaste: Vite parallele. Docu Reality 19.30 Greek: la confraternita. Serie TV 20.20 Scrubs. Sit Com 21.10 Voglia di vincere. Film Fantasia. (1985) Regia di Rod Daniel. Con James Hampton, Susan Ursitti. 22.50 True Blood. Serie TV 01.10 South Park. Serie TV MTV RAI 1 20.30: Italia - Malta Sport. Seconda partita valida per le qualificazioni ai mondiali che si svolgeranno in Brasile nel 2014. 21.05: Criminal Minds Serie TV con S. Moore. I profiler dell'Fbi sono alle prese con un serial killer che uccide ballerine. 21.05: Ballarò Attualità con G. Floris. Si tratta dei temi più scottanti dell'agenda politica italiana. 21.10: Forrest Gump Film con T. Hanks L'ingenuo Forrest Gamp ripercorre la sua vita. 21.10: L'onore e il rispetto - Parte terza Serie Tv con G. Garko. Tonio, risvegliatosi dal coma, decide di chiudere con la sua vita passata. 21.10: Kung Fu Panda Film di M. Osborne, J. Stevenson. Po è un panda imbranato con la passione per le arti marziali. 21.10: Bat 21 Film con G. Hackman. Un aereo viene abbattutto in Vietnam. L'unico superstite è il colonnello Hambleto. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY QUESTA È UNA SETTIMANA DECISI-VA PER IL RITORNO alla normale programmazione, se può dirsi normale l'impasto, cui siamo ormai assuefatti, di miss Italia e Bruno Vespa, i cadaveri squartati nei (peraltro bellissimi) telefilm americani e la Ghigliottina di Carlo Conti, che resta comunque la punta più alta degli ascolti, quindi il fine ultimo di tutta la programmazione Rai. Comunque, insieme a «Porta a porta», torna anche Ballarò, dal quale ci aspettiamo sempre che faccia il miracolo di spiegarci come va l'economia e che cosa ci sarà oltre lo spread. Essendo il meno «populista» dei vari talk show, ma anche quello che continua a puntare sulla partecipazione dei politici contrapposti. Così, lo spietato e serissimo Giovanni Floris continuerà a offrirci, anche suo malgrado, la dose di Gelmini e Gasparri che potrebbe esserci letale. Con, magari, chissà, anche una porzione di antipolitica grillina o dipietresca, tale da far impazzire la maionese e far alzare l'audience. Più la diretta con qualche piazza piena di operai incazzati che, come ieri quelli dell'Alcoa, pretendono di continuare ad esistere anche dopo che in troppi hanno decretato la loro fine, sprecando anni a discutere di come facilitare i licenziamenti, anziché cercare di salvare le fabbriche e il lavoro. In modo che poi la rabbia spinga i lavoratori a non fare distinzioni tra i politici, le istituzioni o le parti sociali. Tutti alla fine grillescamente colpevoli; quelli che da sempre difendono la Costituzione e quelli che da decenni la attaccano nei suoi principi fondamentali, a cominciare dall'articolo 1 («L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro»). Quelli che hanno resistito come hanno potuto al berlusconismo, ingiustamente accomunati a quelli che hanno sfruttato anche i terremoti per farsi gli affari loro, mentre il Paese andava a rotoli, a cominciare dalla Sardegna. Primo, saper distinguere gli amici dainemici U: martedì 11 settembre 2012 21
«Troppa politica»: scontro Anm-Ingroia Dylan LeBlanc l'uomodalla chitarrad'oro Susannaapag.20 U: STEFANOFASSINA Fumetti per bambini: l'eroeèun serial killer Fantozziapag. 17 Alcoa, disperazione lavoro Smemoranda: inagenda c'èFeltrinelli Vespoapag. 18 NOI SIAMO IL PARTITO DEL LAVORO.NOISAREMOSEMPREILPARTITODEL LAVORO. SIAMO ESAREMOSEMPRE CON IL LAVORO CHE C'È, IN TUTTE LE FORME: con l'operaio e con l'insegnante; con il piccolo imprenditore e con il giovane professionista precario. E siamo e siamo e saremo sempre con il lavoro che non c'è: con le ragazze e i ragazzi smarriti, senza speranza nel Mezzogiorno; con gli «esodati», persone, non un numero della Relazione Tecnica del Decreto «Salva-Italia», traditi dal lavoro, colpiti da un intervento iniquo soltanto in parte corretto. Ieri, a via Molise, di fronte al ministero dello Sviluppo Economico, in mezzo ai lavoratori dell'Alcoa, le tensioni sono state verso di noi perché noi c'eravamo. Perché noi ci siamo sempre stati. SEGUEAPAG. 2 PARTITIPERSONALI Grillo vuole cacciare Favia: «La porta è aperta» Staino PRIMARIE PD Comitati per Bersani aperti ai non iscritti ELEZIONEDOPOELEZIONE,DALLADANIMARCA ALLA GRECIA, DALLA FRANCIA ALL'OLANDA, un'Europa che non vuole decidersi a diventare istituzione comune scopre di essere però, già ora, un'arena politica unica. Ormai l'incombente elezione nei Paesi Bassi ricorda da vicino quella recente greca, nonostante i due Paesi siano incomparabili in quanto a benessere, ortodossia finanziaria, vicinanza ai favori della signora Merkel. SEGUEA PAG.15 PAOLO BORIONI IL RETROSCENA ANDREACARUGATI Marazziti: Sarajevo diventi città del dialogo Tensione altissima davanti al ministero Bombe carta e cariche Spintonato Fassina Si tratta ancora: rallentata la chiusura degli impianti Crolla la spesa delle famiglie: - 3,5% Tafferugli e feriti a Roma Il Pil scende ancora: -2,6% Noi stiamo con gli operai Tutta l'Europa deve dare asilo e protezione ai profughi perché questa povera gente non va in Italia né in Turchia: fugge dalle guerre, dalle epidemie, dalla fame. Non possiamo restare a guardare TinekeStrik «Tutti ci ascoltano ma nessuno risponde»: è la rabbia dei 550 operai Alcoa arrivati a Roma dalla Sardegna per assistere a un incontro che doveva essere decisivo e si è invece risolto in un nulla di fatto. Una giornata interminabile, con forti momenti di tensione davanti al ministero dello Sviluppo con scoppio di bombe carta e cariche della polizia. Una ventina i feriti, tra cui quattordici tra le forze dell'ordine. Alla sera arriva la notizia che la chiusura dell'impianto verrà rallentata e che il tavolo, forse, sarà spostato direttamente a Palazzo Chigi. FRANCHIAPAG. 2 Dopo la chiusura della Festa democratica si apre la campagna per le primarie. Bersani è deciso a mentenere il carattere aperto della consultazione e si studia la possibilità di inserire il doppio turno, nel caso nessun candidato raggiunga subito il 50%. Renzi intanto polemizza con Veltroni. Rosy Bindi e Civati non escludono di partecipare alla sfida. COLLINIAPAG.4-5 Renzi attacca Veltroni: dedicati ai romanzi La replica: non voglio alimentare questo clima folle Bindi e Civati non escludono di candidarsi ILRAPPORTO Sicurezza: a rischio una scuola su tre Il 60% degli edifici ha oltre quarant'anni CIMINO APAG. 10 Il presidente dell'Associazione magistrati critica il pm di Palermo dopo il suo invito ai cittadini perché «cambino la classe politica». «Tutti i magistrati ha detto Rodolfo Sabelli - devono astenersi da comportamenti che possono offuscare la loro immagine di imparzialità». Immediata la risposta di Ingroia: «Sabelli mi ha criticato per una frase estrapolata». CIARNELLI APAG.8 Sabelli: avrebbe dovuto dissociarsi dagli attacchi al Colle Il Pm: rivendico la mia analisi della mafia Il voto olandese pesa sull'Europa Il comico cita De André: «Non riesci più a volare» APAG. 6 Lampedusa, atroce ipotesi: gettati in mare dagli scafisti E ora per il Grande Centro di Casini il rischio più grosso è di avere troppi galli nel pollaio. Pronti a scannarsi l'un l'altro per l'egemonia nell'area montiana che punta ai voti in uscita dal centrodestra. SEGUE APAG.7 Montezemolo, guerra a Casini MONTEFORTEA PAG. 12 Nessuna traccia del barcone «affondato» e con il passare dei giorni prende il corpo un'ipotesi atroce: gli 80 migranti scomparsi giovedì scorso al largo di Lampedusa sarebbero stati gettati in mare dagli scafisti. Nonostante il pattugliamento senza sosta, la Guardia Costiera non ha trovato finora tracce del relitto né chiazze di carburante. DE GIOVANNANGELI A PAG. 12 1,20 Anno 89 n.251Martedì 11 Settembre 2012
Lampedusa, gettati in mare LONDRA Aveva,probabilmente, tentatodi lasciare il suo paesenascondendosi nella«pancia»di un aereo involo per Londra.Maquando il velivolo ha aperto il vanocarrello, nella sua discesaversoHeathrow, l'uomo è cadutogiù.Edè precipitato suuna stradadi Londra, suscitando l'orrore inuna tranquilladomenicamattina, perquell'uomoletteralmente «cadutodal cielo». «Il caso è trattato almomento comemorte inspiegata»,hadetto inun comunicatoScotland Yard spiegandoche«l'autopsia verrà svoltaquanto prima:almomento stiamocercando di stabilire l'identità delcadavere». Che siaveramente un clandestinopiovutodal cieloè considerata«una delle ipotesi». La scelta della città di Sarajevo per il Meeting dialogo e religioni organizzato quest'anno dalla Comunità di sant'Egidio non è certo casuale. «Quella città è una ferita per l'Europa, ed è un luogo di convivenza dove si gioca la sfida del futuro» spiega Mario Marazziti, portavoce della Comunità, impegnato nei numerosissimi dibattiti organizzati nella città bosniaca. Èunastoria dolorosadaricordare? «È stato un paradigma della convivenza di religioni ed etnie diverse. Vi è stata la guerra sino agli accordi di Dayton e poi un'altra guerra silenziosa che è continuata in questi anni. Ma venire a Sarajevo non è un viaggio nel passato. È entrare nei segni dell'ultimo conflitto di Europa per cercare il modo di costruire il futuro. Perché Sarajevo diventa il paradigma di tutte le città del mondo che hanno il problema della complessità e della convivenza». Unasfidadalcuoredelvecchiocontinente proprio ora che l'Europa solidale pare esseremessa indiscussione? «Paradossalmente l'Europa solidale messa in discussione dalle tensioni centrifughe legate alle difficoltà della crisi, è un problema da ricchi. Credo che l'Europa debba rapidamente passare da questo lusso capriccioso, anche se radicato in alcune difficoltà economiche attuali, ad una fase nuova». Aldialogo non sipuò rinunciare? «È quello che è successo a Sarajevo. Per la prima volta dalla fine della guerra conclusasi con gli accordi di Dayton le quattro comunità religiose - ortodossi, musulmani, cattolici ed ebrei - con la comunità di sant'Egidio si sono ritrovate assieme. Con il patriarca ortodosso serbo Irinej che partecipa alla liturgia presieduta dal cardinale Puljic e lascia un messaggio significativo: “I troppi e lunghi secoli di divisione ci impongono di essere vicini” e aggiunge “Non ci sia mai una Sarajevo senza cristiani”. Perché è questa pluralità che garantisce anche le altre minoranze e maggioranze. Non era mai successo. Questi sono fatti che rendono possibile passare dall'idea della convivenza come fatto del passato a costruzione stabile del presente e del futuro. Ma diventa un problema quando le leadership politiche sono bloccate dai nazionalismi». UnpreoccupazioneespressaanchealvostroMeeting. «In contro tendenza con la dimenticanza del mondo verso la Bosnia e Sarajevo, il primo ministro italiano Mario Monti e il presidente del Consiglio d'Europa, van Rompuy, e quindi l'Europa, sono venuti a Sarajevo. È stata una scelta politica importante che apre uno scenario e offre un respiro alla costruzione di soluzioni che vadano oltre Dayton». Come coniugare «l'amore dei poveri» con «l'imperativo del dialogo» che pure richiamate? «Nella città bosniaca i segni delle ferite sono infissi in ogni muro. Lo sono ancora di più nelle coscienze e nei cuori. Non ci sono più poveri dei poveri che i figli della guerra. Da qui diventano importanti tutte le riflessioni su vecchie e nuove povertà in Europa, su come non dimenticare l'Africa, sulla crescita della violenza nelle grandi città latino americane e asiatiche. Perché il dialogo diventa la lingua del futuro. Siamo in un sistema abbastanza bloccato nel linguaggio politico, nei modelli di convivenza, sullo scacchiere internazionale. Pensiamo anche alla crisi in Medio Oriente, al rischio di una quasi guerra fredda che si gioca attorno alla Siria, all'incertezza attorno agli sviluppi della Primavera araba. Il dialogo è la chiave per un mondo che sta soffrendo nel trovare le strade per una globalizzazione della solidarietà che si accompagni ad un minimo di giustizia sociale». NelsuomessaggioalvostroMeeting Benedetto XVI richiamava anche il valore deldialogocomeinsegnamentodelConcilioVaticanoII, ricordandolagiornatadi preghiera di Assisi. È il vostro impegno. Quali fruttiha dato? «Per gli scettici il dialogo è un gioco da bambini. Le cose vere sarebbero le guerre, gli scontri, la voce grossa, i muscoli. In realtà negli ultimi venti anni la via dei muscoli è stata fallimentare. L'Iraq, le guerre del Golfo, l'Afghanistan ed ora la Siria dimostrano non solo quanto sia difficile esportare la democrazia, ma come le ansie di maggiore giustizia e dignità con le armi si difendano male, perché spappolano le società. Se, invece, si lavora per l'integrazione e la convivenza tra i popoli che include anche il dialogo culturale, i bisogni spirituali e le ferite da sanare, si integra il linguaggio politico. Lo si rende meno asfittico. Gli si dà una visione. Non è già un grande risultato? Si vede così come il dialogo sia una necessità storica. Questo crea fatti. Non si improvvisa, ad esempio, che per la prima volta dopo oltre vent'anni a Sarajevo si ritrovino assieme le quattro comunità religiose. È così che il Concilio Vaticano II riacquista forza e mostra come dopo 50 anni i cristiani possano essere ponte in situazioni difficili. Penso in particolare al Medio Oriente, dove i cristiani sono una risorsa a cui il mondo non può rinunciare. Altrimenti diventa più facile la polarizzazione. Vi è grande attesa per il viaggio del Papa in Libano e forte la domanda di una visione diversa: le armi non sono l'unica soluzione». L'ipotesi si rafforza col passare delle ore, e delinea una verità atroce. Gettati in mare a ridosso della costa. In molti, tra cui donne e bambini, non ce l'hanno fatta a salvarsi. La corrente ha portato via i loro corpi. Fuori dall'ufficialità, e dal necessario riserbo, è questo il quadro della tragedia di Lampedusa che l'Unità ha potuto tratteggiare ascoltando fonti informate. «È già successo in passato che le “carrette del mare” andassero a fondo, ma qualcosa doveva restare, un pezzo del relitto, una chiazza di carburante, stavolta invece non c'è traccia», rimarca una delle fonti. «Di certo - aggiunge - chi gestisce questo traffico non si fa scrupoli e se per farla franca deve sacrificare vite umane, non ci pensa due volte, tanto i soldi li ha già intascati...». D'altro canto, a fronte di un «barcone fantasma», è la stessa Capitaneria ad avvalorare lo scenario dei migranti gettati in mare dagli scafisti. La Guardia Costiera che pattuglia senza sosta un ampio tratto di mare vicino alla zona dell'incidente, sta utilizzando delle motovedette e mezzi aerei dotati di una strumentazione speciale per le ricerche. Nonostante il pattugliamento senza sosta di un'area di mare di oltre 400 miglia quadrate, sono stati solo due i corpi recuperati. Gli extracomunitari salvati hanno raccontato di essere partiti in 136, quindi all'appello mancherebbero 80 persone. Due soli finora i cadaveri recuperati, mentre dell'imbarcazione che sarebbe affondata non c'è traccia. Altra ipotesi che prende corpo è quella che il naufragio sia una versione concordata dagli extracomunitari trovati a Lampione che, invece, sarebbero stati abbandonati sull'isolotto dagli scafisti. Intanto, i familiari dei tunisini originari del governatorato di Zaghouan che risultano dispersi per il naufragio di Lampedusa hanno dato vita ieri ad una serie di vivaci manifestazioni di protesta contro la mancanza di notizie sulla sorte dei congiunti. Teatro delle proteste più violente è stata la città di El Fahs, dove le principali strade sono state bloccate con massi e pneumatici dati alle fiamme, prima dell'intervento delle forze di sicurezza. Nel pomeriggio, la protesta dei familiari dei dispersi del naufragio si è spostata a Tunisi, davanti al Ministero degli Esteri. Di certo, siamo di fronte ad un esodo incessante. La Guardia costiera ha soccorso 76 migranti che si trovavano su un'imbarcazione di 12 metri alla deriva nel Canale di Sicilia, a circa 30 miglia da Malta e 45 dalle coste siciliane. Ad avvistare il natante in difficoltà, un peschereccio di Porto Empedocle che ha quindi avvertito la Guardia costiera. Già in mattinata quarantacinque migranti, che si sono dichiarati tunisini, sono stati avvistati ed agganciati da una motovedetta della Guardia costiera di Porto Empedocle, mentre con il loro barcone tentavano di approdare nella zona della Scala dei turchi a Realmonte (Agrigento). DENUNCIA «Una nuova intimazione per l'Europa. Altri naufragi nel Mediterraneo. Decine di morti annegati: molte donne, tanti bambini. Ecco che cosa succede quando si lascia passare sotto silenzio tragedie umane come quelle dei mesi scorsi». A denunciarlo, ieri a Strasburgo, è la parlamentare olandese Tineke Strik, che, per conto dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa, condusse lo scorso anno l'inchiesta sul naufragio non soccorso, nonostante l's.o.s. e l'avvistamento del natante in avaria da parte di militari della Nato. Erano 72 eritrei che fuggivano dall'inferno libico. Ne sopravvissero solo 9. L'inchiesta non raggiunse alcun risultato. Non furono determinate né le cause della negligenza, né i responsabili. «Non vogliamo colpevolizzare nessuno - disse allora la Strik - ma fare in modo che simili tragedie non abbiano più a verificarsi». Invece, è accaduto nuovamente. Altri morti al largo delle coste turche e in prossimità di Lampedusa. «È un problema di cui deve farsi carico tutta l'Europa - aggiunge la parlamentare olandese - perchè questa povera gente non va in Italia né in Turchia: fugge dalla violenza e dalla guerra, dalle epidemie e dalla fame. Lasciano i Paesi in guerra, in Siria o altrove, e sbarcano nei Paesi più vicini, che, però, non sono la loro meta. Cercano un Paese dove non ci siano guerra nè persecuzione. Ecco perchè tutta l'Europa deve contribuire a dare asilo e protezione ai profughi, non possiamo stare inerti a guardare e limitarci a dire poverini». «Sotto i nostri occhi distratti, nelle acque del Mediterraneo le tragedie si susseguono senza soluzione di continuità. I morti chiamano altri morti e quanto avvenuto a Lampedusa, purtroppo, non è frutto del caso», scrive in una nota il vescovo delegato per le Migrazioni della Conferenza Episcopale Siciliana, monsignor Calogero La Piana, che insieme all'ufficio regionale Migrantes lancia un appello «all'umanità di ciascuno e dell'intera società». E fa una proposta: «Per strappare all'ineluttabilità della tragedia il viaggio di tanti migranti - prosegue - ci chiediamo se non sia il caso di attivare corridoi umanitari ed evitare la strage di innocenti che ormai da anni ha trasformato il Mediterraneo in un cimitero». L'INTERVISTA UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it Da Sarajevo la forza del dialogo contro le armi Un momento del recupero dei naufraghi a Lampedusa in una foto di venerdì scorso FOTO ANSA Si rafforza l'ipotesi che i migranti scomparsi giovedì scorso siano stati abbandonati in acqua dagli scafisti: nessuna traccia del barcone Altri «boat people» verso le coste italiane . . . Per la prima volta in 20 anni qui di nuovo insieme cattolici, ebrei ortodossi e musulmani Clandestino precipita daunaereo . . . È una città paradigma di tutte le altre che hanno il problema della convivenza MarioMarazziti È ilportavocedella ComunitàdiSant'Egidio chehapromosso l'incontro internazionale «Religioni eculture indialogo» ROBERTOMONTEFORTE MONDO 12 martedì 11 settembre 2012
Sulla legge elettorale ètutto ancora in alto ma-re ma gli sherpa biparti-san sono convinti che seci fosse la volontà politi-ca l'accordo si potrebbe raggiungere in brevissimo tempo. Oggi al Senato ci sarà un ufficio di presidenza probabilmente ancora interlocutorio. «Il Pdl ha impantanato tutto» è l'accusa del Pd, che sospetta un disegno per facilitare la prospettiva di un Monti-bis dopo le urne di primavera. Il Pdl, in effetti, è in letargo estivo. Attende il ritorno sulle scene politiche di Berlusconi, che non ha ancora deciso cosa fare nella sua terza vita: tentato tra candidarsi in prima persona o delegare l'onere (ma a chi?) e molto concentrato sulla reale fattibilità di un'Operazione Grande Coalizione. Non è detto che la riserva sul futuro sia sciolta nemmeno ad Atreju, la manifestazione dei giovani a cui l'ex premier dovrebbe partecipare venerdì prossimo. Nel partito c'è molta fibrillazione per evitare di fornire una vetrina agli ex-An (la kermesse è stata per anni organizzata da Giorgia Meloni) e lo stesso Cavaliere non ha voglia di esporsi prematuramente, al punto che in ogni caso non ci sarebbero le consuete domande dei ragazzi della platea. Ma Silvio potrebbe anche servire un forfait nudo e crudo ai suoi giovani fan. TENTAZIONEPROPORZIONALISTA Si vedrà. Nell'attesa del verbo, via dell'Umiltà si è settata sull'ipotesi, non lontana da quella di partenza della discussione, di una legge proporzionale di impostazione tedesca, ferma restando la diatriba su collegi piccoli o preferenze (queste ultime caldeggiate dagli ex-An, anche se i cugini ex-forzisti malignano che «ormai i voti non ce li ha più nessuno ed è tutta ammuina»). Scenario proporzionalista che a Casini piacerebbe secco, mentre Berlusconi è disponibile ai correttivi. Ma su questa versione di «tedesco corretto», secondo gli azzurri, ci sarebbe un'intesa preliminare anche con il Pd, data la somiglianza con la proposta formulata da Enzo Bianco in commissione Affari Costituzionali. Un terzo di collegi; un terzo di seggi attribuiti in base ai migliori perdenti dei collegi e un terzo su liste bloccate corte (che potrebbero addirittura essere scritte sulla scheda) e sarebbe previsto uno sbarramento al 5%. Il braccio di ferro, adesso, si gioca sul premio di maggioranza. Il Pd, tendenzialmente, lo vorrebbe alto e alla coalizione «perché gli italiani devono sapere chi ha vinto la sera del voto, prima di andare a letto». Per contro, il Pdl si oppone a un premio di maggioranza troppo elevato per il primo partito (che, stando ai sondaggi, al momento è il Pd con 4-5 punti di stacco sul Pdl). Sullo sfondo resta, infatti, un sistema che garantisca un sostanziale “pareggio” elettorale, che a sua volta porterebbe dritto a una grande coalizione: male minore rispetto a una sonora sconfitta per i berluscones (nonché sogno selvaggio di Casini). Da giorni, dunque, il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto cannoneggia il premio al 15%: «Bisogna fare attenzione al premio di maggioranza, se fosse del 15% sarebbe eccessivo. Una parte del Pd credo che voglia cambiare la legge elettorale, un'altra credo che insista su un premio così forte che rischia di far saltare tutto» ha mandato a dire al Pd Stefano Fassina. Che replica: «Cercano scuse per non cambiare l'orrendo Porcellum». PREMIO«LEGGERO» Di fronte ad Anna Finocchiaro che chiede una riforma tale da «garantire la governabilità», Cicchitto rilancia la condizione di un premio “leggero”. «Non può essere da solo la metà di ciò che - stando agli attuali sondaggi - possono raccogliere sommati insieme Pd e Sel, perché allora varrebbe il motto: troppa grazia Sant'Antonio». Ma di che percentuale si ragiona? Ieri a un convegno con Enrico Letta, lo sherpa Gaetano Quagliariello ha ipotizzato un premio del 12%. Tre punti percentuali che varrebbero una cinquantina di seggi. Una variabile rilevante. E Letta si è detto disposto ad «andare in aula e discuterne». Nella questione però entra a gamba tesa Alemanno punzecchiando il suo partito: «Il centrodestra non giochi sulla difensiva, soprattutto nella sfida fondamentale per la riforma della legge elettorale. Ai cittadini interessa poco il premio di maggioranza ai partiti o alle coalizioni e la soglia di sbarramento per entrare in Parlamento. Interessa molto, invece, non avere più un Parlamento di nominati». Insomma, le differenze di pensiero tra le due principali anime pidielline covano sotto la cenere. Fatto sta che i tempi per sbrogliare la matassa sono molto stretti. Se Napolitano sciogliesse le Camere a febbraio per il voto ad aprile, per varare la riforma resterebbe un pugno di mesi. Al netto dell'ipoteca che grava sulle primarie Pd: senza una legge elettorale certa, si rischia il caos totale. Comitati elettorali aperti ai non iscritti al Pd. È la carta che Pier Luigi Bersani intende giocarsi in vista delle primarie per la scelta del candidato premier. Per ora il leader democratico ne ha parlato con i segretari regionali e i responsabili nazionali e territoriali per l'Organizzazione. Nessun parallelo col partito, è il ragionamento che si sono sentiti fare, meglio evitare strutture regionali, provinciali, comunali e puntare invece a dar vita a comitati aperti anche ai non tesserati in ogni Comune (anche più d'uno nelle grandi città) e anche sui luoghi di lavoro più simbolici, per la crisi con cui devono fare i conti o per l'eccellenza che rappresentano, perché come ripete in ogni occasione Bersani, «al centro delle primarie c'è l'Italia». Questa sarà ancora una settimana di preparativi, poi la prossima ci sarà il lancio dell'operazione. PRIMARIEAPERTEE DOPPIOTURNO Un'operazione di apertura che nello spirito rispecchia i desiderata, circa le regole per le primarie, di Bersani, che oggi sarà in Veneto (dove domani arriverà col camper Matteo Renzi per ufficializzare la sua candidatura), dopodomani riunirà una platea di cento economisti per discutere della crisi e di come uscirne, e sabato sarà insieme al leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini al convegno organizzato ad Orvieto dalle Acli col titolo «Cattolici per il bene comune». Bersani non è tra quanti, che pure nel Pd ci sono, spingono per un albo degli elettori a cui iscriversi prima di andare a votare ai gazebo: sarebbe sì un modo per evitare infiltrazioni da parte di elettori di centrodestra e grillini, però rischierebbe anche di restringere la platea dei partecipanti. Per ottenere una legittimazione forte in vista della sfida per la conquista di Palazzo Chigi, Bersani vuole primarie «aperte» e il doppio turno, nel caso al primo non venga raggiunta la soglia del 50%. Il modello è quello Francese, che il leader democratico giudica «sensato» ai fini di un'investitura pesante. Tutto però è ancora formalmente da decidere, e il primo passaggio normativo sarà comunque tutto interno al Pd, visto che alla prossima Assemblea nazionale (che verrà convocata entro trenta giorni) si approverà una norma ad hoc che permetterà a Renzi di sfidare Bersani ai gazebo: in pratica, una deroga transitoria allo Statuto (secondo il quale può essere soltanto il segretario a partecipare a primarie di coalizione per la premiership) che consentirà a ogni iscritto di correre. L'IRRITAZIONEDI BINDI Una mossa che non convince Rosy Bindi, che ha chiesto un chiarimento a Bersani. Per la presidente del Pd queste primarie, per come si sta sviluppando il confronto, rischiano di provocare conseguenze devastanti sul partito, di «Premier a tutto campo. Sul suo futuro politico che «in questa strana occupazione finsce ad aprile 2013. Sul futuro dell'Italia che in quello stesso anno «ricomincerà a crescere». Sull'abbassamento della pressione fiscale, dato che l'esecutivo è fiducioso di non dover aumentare l'Iva. Insomma, l''aumento di due punti che è già stato rinviato, se continua nel modo previsto la spending review, potrebbe essere scongiurato anche l'anno prossimo. Lo ha detto Mario Monti in una lunga intervista, ieri, a Cnbc Class. «Il mio orizzonte è di lungo termine per quanto concerne le riforme che abbiamo «impiantato»nell'economia italiana per generare benefici anche negli anni a venire, ma il mio orizzonte personale in questa attuale e «strana» occupazione finisce ad aprile del 2013». Parole di Monti. NESSUNAREAZIONE Che sulle tentazioni di ritorno in campo del Cavaliere non si scompone. Su Silvio Berlusconi ha aggiunto: «Non devo esprimere nessun tipo di reazione rispetto a qualsiasi candidatura. Se deciderà di candidarsi, mi sembrerebbe alquanto normale. È a capo di un partito, un partito che lui stesso ha deciso di guidare. Non sarebbe un fatto nuovo per lui». E ancora: «Sono fiducioso nel ritenere che la parte del programma relativa all'austerità si ridurrà gradualmente. Serviva ridurre rapidamente il deficit. Quando l'anno prossimo l'Italia raggiungerà l'obiettivo di un bilancio in equilibrio nei termini di un aggiustamento ciclico, allora bisognerà restare su questa strada, ma non si dovrà più essere sottoposti al trattamento necessario per imboccarla». Poi il Professore ha precisato i termini della politica economica del governo, che non si limita al rigore. Austerità sì, ma non come unica ricetta per il Paese. «L'Italia tornerà a crescere «nel 2013. Questa è la mia attesa». Ancora: «Stiamo svolgendo una profonda spending review nell'ambito dell'amministrazione pubblica italiana, il cui obiettivo è precisamente evitare di dover aumentare l'Iva nei prossimi trimestri o nel prossimo anno». OTTIMISMO Un cauto ottimismo che l'ex rettore della Bocconi così spiega: «Questa fu una necessità che dovemmo introdurre a livello legislativo all'inizio del nostro governo, nel novembre del 2011 come parte del contenimento del bilancio per infondere fiducia nei mercati, ma tale esercizio di spending review in atto sta ora offrendoci risorse alternative che possono evitarci di dover incrementare l'iva. Questo è il nostro obiettivo. Ritengo inoltre - conclude il presidente del Consiglio - che riusciremo ad evitare anche altri incrementi della pressione fiscale». L'ITALIAELACRISI Legge elettorale Il Pdl blocca tutto in attesa del Cav Tempistrettiper la riforma IlpartitodiBerlusconi puntaaun impianto proporzionale evuoleun«premio leggero». Ipotesi:del 12% FEDERICAFANTOZZI Twitter@Federicafan . . . Fassina: «In realtà stanno cercando scuse per non cambiare l'orrendo Porcellum» Il segretario prepara le primarie Bindi irritata, non esclude di correre Anche Civati tentato dalla sfida SIMONECOLLINI ROMA Bersani, comitati aperti Monti: «Berlusconi si candida? Normale» Il premier ribadisce che il suo orizzonte è il 2013 Fiducioso sulla ripresa: l'austerità si ridurrà gradualmente VIRIGINIALORI ROMA . . . «L'Italia tornerà a crescere nel 2013» L'aumento dell'Iva? «Ho fiducia che sarà evitato» ILCASO 4 martedì 11 settembre 2012
24 martedì 11 settembre 2012
Peggio del previsto. Il premier Monti prevede il ritorno alla crescita dall'anno prossimo, ma per ora l'economia italiana sprofonda nella recessione più rapidamente di quanto le stime dell'Istat, pur poco ottimistiche, avevano predetto. Nel secondo trimestre del 2012, infatti, il prodotto interno lordo è calato dello 0,8% rispetto al trimestre precedente e del 2,6% rispetto al 2011, secondo la revisione al ribasso apportata dall'istituto di statistica ai propri dati preliminari, rispettivamente, dello 0,7% congiunturale e del 2,5% su base annua. A determinare la peggiore flessione del Pil dalla fine del 2009 è il crollo della spesa delle famiglie, che nel periodo aprile-giugno ha registrato una discesa del 3,5%. Abbastanza da giustificare l'allarmismo con cui i consumatori parlano di numeri «drammatici» e i commercianti della «peggiore caduta reale della spesa per famiglia da quando si dispone di dati affidabili». LERASSICURAZIONIDI GRILLI Ancora una volta, tocca al governo adottare toni rassicuranti, almeno per escludere manovre aggiuntive. Prima, nel corso di una conferenza stampa congiunta a Parigi con il suo omologo francese, il ministro dell'Economia Vittorio Grilli assicura che l'esecutivo italiano «non intende prendere altre misure» in materia di bilancio. Certo i dati Istat, che rispondono «sicuramente alla congiuntura negativa di rallentamento globale dell'economia», non fanno ben sperare per il breve termine. Ma «oggi non abbiamo questa esigenza» insiste il ministro e l'attuale situazione di crisi non intaccherà «il raggiungimento degli obiettivi strutturali» che l'Italia si è data. Senza ulteriori aggiustamenti. Poi il presidente del consiglio Mario Monti, ai microfoni di un'emittente radiofonica, si sbilancia sul futuro a breve-medio termine: «L'Italia tornerà a crescere nel 2013. Questa è la mia attesa». Secondo il premier, «la crescita avverrà attraverso un declino dei rendimenti dei titoli di stato italiani», visto che quegli attuali «non riflettono ancora i nuovi e migliori fondamentali dell'economia e delle finanze pubbliche italiane, penalizzando sia il governo che ha dovuto pagare alti tassi d'interesse sul proprio debito sia le banche a causa dell'elevato costo del credito». Ad oggi, però, l'ultimo aggiornamento statistico fotografa un paese fanalino di coda rispetto alle grandi economie del pianeta, per le quali il Pil è tornato a crescere, registrando in termini tendenziali incrementi del 3,6% in Giappone, del 2,3% negli Stati Uniti, dell'1% in Germania e dello 0,3% in Francia. Non conforta nemmeno il confronto con tutta l'area Euro, dove il ribasso del Pil si è fermato allo 0,2% rispetto al trimestre precedente e allo 0,5% in confronto allo stesso periodo del 2011. LASPESA DELLE FAMIGLIE E non potrebbe essere diversamente, con un crollo dei consumi del 3,5%. Tra aprile e giugno, infatti, la spesa delle famiglie è diminuita del 10,1% per gli acquisti di beni durevoli, del 3,5% per quelli non durevoli, e dell'1,1% per gli acquisiti di servizi. Le associazioni dei consumatori tornano così a criticare il governo, dicendo che «non basta non aumentare l'Iva» per rilanciare la spesa, ma «occorre un decreto salva-consumi». Per questo è stata organizzata la giornata nazionale di protesta del 19 settembre, a cui sono invitati a partecipare anche i commercianti, «tenendo per un'ora le serrande a mezz'asta ed effettuando sconti alla clientela, come forma di protesta contro l'immobilismo del governo di fronte al drastico calo dei consumi. Solo rilanciando la capacità di spesa delle famiglie e del ceto medio, ad esempio riducendo i costi e le tariffe dei servizi pubblici, i consumi potranno risalire e le imprese avere ossigeno con nuovi ordinativi». Altrettanto preoccupata la reazione dell'ufficio studi di Confcommercio, secondo cui l'andamento del Pil «fornisce un quadro molto preoccupante sulla situazione economica italiana», visto che il 2012 «si avvia a segnare la peggiore caduta reale della spesa per famiglia da quando si dispone di dati affidabili». Nemmeno la tenuta delle esportazioni - unico elemento positivo registrato dalle ultime rilevazioni Istat grazie ad un aumento dello 0,2%, a fronte di una diminuzione dello 0,4% delle importazioni di beni e servizi può bilanciare «la contrazione straordinariamente accentuata» della domanda interna. «E la prevedibile stabilizzazione dei consumi» a fine anno «non muta il quadro assolutamente negativo tracciato fin qui dalle statistiche ufficiali». LAURAMATTEUCCI lmatteucci@unita.it Detassare le tredicesime e incentivare i premi di produttività: saranno le due principali proposte che Cgil, Cisl e Uil avanzeranno al governo, oggi nel corso dell'incontro convocato da Mario Monti. Proposte che partiranno dalla necessità di abbassare l'imposizione fiscale sul lavoro, come ripetuto più volte dai segretari confederali, cui è legata la possibilità dello sciopero generale della Cgil. «Stiamo perdendo mille posti di lavoro al giorno», lancia l'allarme il segretario Uil Luigi Angeletti, parlando di «autunno drammatico». Il leader Cisl Raffaele Bonanni da giorni insiste su un Patto che aumenti la produttività, chiedendo al governo di riportare all'insù i tetti per la detassazione del premio di produttività (al 10% per un massimo di 6mila euro l'anno per redditi sotto i 40mila euro). E la segretaria Cgil, Susanna Camusso, spinge per un abbassamento delle tasse per le tredicesime. «Prima di parlare di riduzione del cuneo fiscale - dice - credo che si debbano ridurre le tasse sui lavoratori e pensionati. Serve un segnale di discontinuità, per dare un po' di soldi ai lavoratori e rilanciare i consumi. E questo si può realizzare detassando le tredicesime fino a 150mila euro di reddito». Dall'incontro di oggi con il governo, Camusso conta possano arrivare delle prime risposte nella direzione di equità e crescita, «visto che finora ci sono state solo scelte di rigore, pagate prevalentemente dai dipendenti e dai pensionati». RUOLOPROPOSITIVO Camusso ne parla al Direttivo della Cgil, ieri, elencando una piattaforma di obiettivi raggiungibili su redditi e lavoro. Per sostenerli, prospetta una «mobilitazione di lunga durata» fino allo sciopero generale. Nella relazione che ha aperto i lavori in Corso d'Italia, Camusso mette in cantiere lo sciopero dei lavoratori pubblici, già proclamato dalle categorie di Cgil e Uil per il 28 settembre; una grande iniziativa di mobilitazione per il lavoro, che riunifichi le tante vertenze aperte, da tenersi in ottobre; infine lo sciopero generale se nella Legge di stabilità non ci saranno risposte positive su redditi e lavoro. Reddito e lavoro sono i temi al centro della piattaforma. Innanzitutto con la richiesta di una «riforma fiscale, che parta dalla patrimoniale - dice Camusso - ma è difficile immaginare che possa essere realizzata. Per questo è necessario utilizzare subito le risorse recuperate con la lotta all'evasione fiscale per detassare le tredicesime dei dipendenti e dei pensionati e ridare così un po' di ossigeno a coloro che in questi ultimi mesi hanno visto aggravare pesantemente le loro condizioni materiali, pagando più di altri il rigore imposto dal governo e salvando il Paese dal baratro». Il lavoro, ribadisce Camusso, necessita di «un intervento pubblico immediato da parte del governo per riunificare le tante vertenze aperte, a cominciare da Alcoa, e trovare soluzioni di tutela delle attività produttive accompagnandole fuori dalla crisi». Tra l'altro, proprio ieri è stato diffuso uno studio dell'Ires Cgil, secondo il quale sono quasi 4 milioni e mezzo le persone nell'area della «sofferenza occupazionale». L'inattività - si legge nella ricerca - è un fenomeno molto più diffuso in Italia che nel resto d'Europa, dentro al quale si trova una parte rilevante di esclusi dal lavoro (scoraggiati e i cassaintegrati) non formalmente riconosciuti come disoccupati. Inspiegabile, altrimenti, un tasso di disoccupazione nella media e un tasso di occupazione molto più basso di quello europeo. Si arriva alla enorme cifra di 4 milioni e 392mila persone (nel secondo trimestre del 2007, prima della crisi, erano 2 milioni e 475mila, con un aumento del 77%). «Sono necessarie - prosegue Camusso nella sua relazione al Direttivo - politiche industriali e per il lavoro da parte del governo, considerando chiusa la stagione del mercato regolatore». Fondamentale definire le direttrici del Paese, stabilendo «in quale direzione dobbiamo andare». La segretaria rileva il ruolo propositivo della confederazione, che sta realizzando un «Piano per il lavoro» che contiene un'idea per il Paese e il suo assetto strategico, aperto anche al contributo di esterni e che il sindacato conta di varare in occasione della prossima Conferenza di programma. Nella relazione Camusso ha parlato anche delle riforme avviate, delle pensioni e del lavoro: «Nella prossima legislatura - dice andranno cambiate». SARDEGNAIN LOTTA Dueoperai dellaVinyls sono saliti ieri sulla torcia spentadelVcm acirca 100 metridi altezzanel polopetrolchimico diPorto Torres.L'ennesima azione eclatante(glioperai avevanodato vita perun anno all'occupazione dell'Asinara, “Isola deiCassintegrati”) arrivaapoche oredell'iniziativa dei commissariche presentano al Tribunaledi Venezia l'offertadi una aziendachimicabrasiliana che ha manifestato interesseper gli impianti. Per la lungavertenza dellaVinyls di PortoTorres vi saràun incontro a Romanei prossimigiorni.Dalla capitalesi attendedi sapere quale sarà ildestinodei lavoratori sardi legato all'offertadiacquisto di unasocietà brasilianaper il riavviodegli impianti Vcme Pvc.Lasocietàchimica del sud America,dicui sinorasi sa pocoha formalizzatonei giorni scorsi la propostaperVinyls facendosi accreditaredall'ambasciatadelBrasile in Italia chehatrasmesso referenze positive.L'offerta, arrivata nellemani deicommissari straordinari, farebbe riferimento inmodo specifico all'interesseper la produzionedi Pvc. Masul futuro di Vinyls, sia pergli impiantidi Porto Torreschedi Venezia,non ci sono al momento sostanziali novità enon sono previsti depositidi atti in tribunale: adirlo i commissari incaricati dellacessione dei ramidell'azienda chimica.Per Vinylsa Porto Torressarebbe confermatoun interessamentoda partediuna società brasiliana -ma tuttoè tenutosottostretto riserbomentre, secondo i commissari, per Venezia«nullaè giunto aldunque; siamoancora in fasedi incontri al ministero»,con sul tappeto due otre ipotesidi cessione. Secondofonti sindacaliveneziane, i destini di Porto TorreseMarghera sonocomunque separati. Camusso: risposte concrete o sarà sciopero generale Gli scontri tra i lavoratori dell'Alcoa e le forze dell'ordine sotto la sede del ministero dello Sviluppo FOTO ANSA Vinyls,dueoperaisulla torrediPortoTorres Il Pil (-2,6%) peggio del previsto Grilli: non ci saranno manovre È il peggior dato dalla fine del 2009 In crisi il reddito delle famiglie: consumi meno 3,5% LUIGINAVENTURELLI MILANO . . . «La crescita avverrà nel 2013 con il declino del rendimento dei titoli di Stato italiano» Il direttivo Cgil indica una mobilitazione «di lunga durata» Oggi l'incontro governo-sindacati martedì 11 settembre 2012 3
IL BAMBINO CHE SAREBBE DIVENTATO UNO DEGLI UOMINI PIÙ RICCHI E FAMOSI D'AMERICA AVEVA SOLOSEIANNIQUANDOVIDEUCCIDERESUOPADREDA UNBRACCIANTEAGRICOLOche voleva 2 dollari in più sulla sua paga. Era il 1876. Ai poliziotti che presto accorsero nella minuscola casa vicino a San Francisco il piccolo Amadeo Peter disse che doveva ora occuparsi del fratellino minore, Attilio. Non disse, forse non sapeva, che la mamma, 22 anni all'epoca, aspettava il terzo figlio. Né poteva sapere quanto grintosa fosse quella giovane donna, nata anche lei in Liguria come il marito. Per quattro anni riuscì ad accudire i bambini mentre coltivava e vendeva carciofi e fragole, trovando anche il tempo per assicurarsi che i due maggiori facessero i compiti e frequentassero regolarmente una scuola insieme a bambini francesi, tedeschi, armeni, giapponesi e inglesi, figli dei tanti stranieri che erano immigrati in America per la caccia all'oro. Mamma Virginia era una gran bella ragazza e, come prevedibile, un altro uomo, immigrato anche lui dall'Italia, s'innamorò di lei e volle sposarla. Quello che era meno prevedibile è che tra il patrigno, Lorenzo Scatena, e i tre piccoli Giannini si creasse subito un forte affetto: il patrigno rimase per loro, per tutta la vita, semplicemente Pop e Amadeo Peter (che presto tutti semplificarono in A.P.) lo volle nel consiglio d'amministrazione delle sue banche. POCOAMANTE DELLOSTUDIO Il maggiore dei Giannini a 14 anni non prometteva niente di buono. A. P. non aveva voglia di studiare: aveva voglia di fare e di vivere in mezzo alla gente. Ma era tutt'altro che uno sfaticato. Spesso alla notte usciva di casa in punta di piedi, per non svegliare la mamma, e raggiungeva Pop al porto. Quella era la scuola che gli piaceva, qui osservava con grande attenzione gli scambi, i patteggiamenti, le transazioni. E ricordava tutto: i nomi, le fisionomie, il modo di parlare, i nomi delle mogli e dei figli. La straordinaria capacità di ricordare tutto questo gli fu poi di grande utilità nel corso della vita. La mamma non era contenta di queste inclinazioni: lei attribuiva il massimo valore agli studi e avrebbe voluto che A.P. li completasse. Fu invece il secondo ad accontentarla: Attilio. Si laureò in medicina e a San Francisco, quando scoppiò un'epidemia di vaiolo, fu un medico apprezzato e amato. Solo molti anni più tardi abbandonò la professione per entrare nel consiglio d'amministrazione della grande impresa del fratello, la Bank of Italy. Fu il patrigno, Pop, assai più della mamma ad aver fiducia nelle qualità di Amadeo adolescente e lo fece lavorare con sé: la grinta del ragazzo generò profitti, Pop allargò la sua attività, il denaro compensò l'attivismo di entrambi. A vent'anni A.P. era un gran bel ragazzo: molto alto, atletico, una folta capigliatura nera e baffi assortiti, un sorriso che conquistava. Quando aveva 22 anni una domenica a messa adocchiò una bella ragazza, anche lei di padre italiano. Era fidanzata con un medico che studiava in Germania: il povero giovane non poteva certo immaginare l'intraprendenza del rivale. Per tre mesi Giannini bombardò la ragazza con fiori, regali, lettere, inviti a teatro (e lui, al ritorno, si cambiava la tenuta da sera e andava a lavorare al porto), fino a quando Clorinda troncò il fidanzamento e accettò di sposarlo. Il primo figlio nacque dopo un anno, altri sette ne seguirono nei successivi dodici anni. Quando il suocero morì, A.P. si trovò a dover amministrare un vasto patrimonio, da dividere tra i quattordici figli. Diventato a 32 anni amministratore di una piccola banca, dove già sedevano alcuni amici del defunto, preferì mettersi in proprio bruciando le tappe. Con 300 mila dollari fondò a San Francisco nel 1904 la Bank of Italy. I suoi primi clienti erano immigrati, quasi sempre incapaci di capire e parlare l'inglese. Lui se li andò a cercare nei campi, spiegando a ciascuno che mettendo i soldi nella sua banca potevano «far soldi senza faticare». E diversamente dalle altre banche, la Bank of Italy prestava soldi anche ai nullatenenti, con quelli che Giannini chiamò «prestiti sul carattere». Il drammatico terremoto del 1906 rischiò di mandare all'aria ogni sogno di prosperità. Ma A.P. riuscì fortunosamente a salvare i risparmi dei suoi clienti prelevandoli la notte stessa del terremoto, mentre quasi tutta la città andava a fuoco, nascondendoli sotto una montagna d'arance in una carretta trainata da un asino. Per tutta la vita Giannini fu una miniera di idee. Quando, dopo il terremoto, i clienti affollavano le banche per chiedere contante, lui suggerì ai suoi correntisti di procurarsi da soli la metà della cifra: era convinto che molti non avessero perso l'abitudine di nascondere i soldi nel materasso. Funzionò, i clienti restarono. Quando, nel 1921, l'ultimo stato americano approvò la legge di parità che autorizzava le donne ad amministrare da sole i propri averi, lui dedicò alle donne un intero piano, opportunamente arredato, della banca di San Francisco e nominò una donna ad esserne direttrice. Nel 1930, con 250 filiali in tutti gli Stati Uniti, decise di cambiare nome a una banca che aveva clienti nati in ogni dove: la Bank of Italy diventò Bank of America. DALPONTEAI FILM Amadeo Peter era noto anche per ascoltare tutti e prendere in considerazione qualsiasi proposta. Così quando l'ingegner Joseph Strauss gli chiese un appuntamento lo ricevette cordialmente con il consueto «Come posso aiutarLa?». L'aiuto consisteva ovviamente in denaro: molto denaro, quanto ne serviva per costruire il ponte sopra la Baia di San Francisco. Giannini, che aveva una mente matematica ma anche grande attenzione per i benefici di un'impresa, rifletté per qualche minuto, poi accettò di anticipare i fondi per la costruzione del Golden Gate. Un imprevisto successo per Giannini venne da un film che il fratello Attilio (che aveva lasciato la medicina e da tempo lavorava con lui) aveva invece sconsigliato: il primo lungometraggio di cartoni animati mai realizzato: Biancaneve. A.P. prestò a Walt Disney 1.700.000 dollari, il film ne incassò 22. Ne seguì la partecipazione della Bank of America in Dumbo, Fantasia, Pinocchio. La guerra, l'enorme sforzo economico che gli Stati Uniti dovettero sostenere, mobilitò nuovamente tutte le energie di Giannini, impegnato a far arrivare puntualmente gli stipendi dei soldati in lontane parti del mondo. Nel dopoguerra la Bank of America trovò nuove possibilità di crescita e diventò la più importante banca privata del mondo. L'uomo che non volle mai vivere da ricco («Nessun uomo possiede la ricchezza, è la ricchezza che possiede lui», diceva) donò la metà dei suoi beni a una fondazione per l'istruzione e alla ricerca. Nel 1931Walt Disney chiese unprestito pera Giannini realizzareun cartoneanimato intitolato «LittleSnow White (Biancaneve)» .Forse fu la primavolta incui l'intuitodiGiannini vennemeno: «Machi vuoiche vada al cinema pervedere un cartoondi un'ora?», fu la sua prima risposta.Ma Disney insistette e lo convinsea finanziare anche altri cartoni. In seguitoGiannini fece amiciziacon CecilB.DeMille ealtri personaggidiHollywood e permise la realizzazionedi film come «I 10 comandamenti»,«King Kong»,«Viacol vento». CULTURE L'ideadi«Biancaneve» all'iniziononglipiacque Giannini, l'impero diunemigrato Lasagadiunafamiglia ligure diventatapadronadiunabancaUsa Amedeocominciòa lavorare alportodiS.Francisco,poi fondòlaBankof Italy.Fece creditoalledonneeaipoveri Finanziò ilGoldenGate eDisney.Metàdellasua ereditàandòalla ricerca ELENADONI Asinistra la Bankof Italy,poidiventata Bank ofAmerica. Qui sopraA.P.Giannini inaltoun francobollo a luidedicato LACURIOSITÀ U: martedì 11 settembre 2012 19
Così, Grillo quando sceglie la lineamorbida cita l'amico De André, siaffida ai malinconici bagliori del più acceso titolare della sensibilità artistica anarchica nel panorama italiano. Il leader esce, in questo modo, dal post-politichese del socio Casaleggio che nei giorni scorsi con un colpo di scure aveva ribadito sul suo blog, ma con la marmellata sul naso, che lui e il comico c'entrano niente con le pressioni e i condizionamenti sulla composizione delle liste elettorali lamentati da Favia. In secondo luogo, il padre-padrone del Movimento con questa uscita si allinea allo stile tardo-poetico e metaforico che infittisce la comunicazione, spesso cicisbea, dei salottoni del web. La situazione complicata: cosa gli serviva più di ogni altra cosa? Togliere Favia da quella deriva, sempre meno solitaria, che lo sta ponendo in netto contrasto politico con lui e con Casaleggio? Quasi impossibile. Convincerlo a lasciare il Movimento con un gentile gesto d'imperio? Magari, ma poi i cocci del front-end amministrativo del Movimento dove finiscono? Allora, Grillo verosimilmente gioca di sponda: scrive quel post non tanto per parlare a Favia, a poche ore dalla sua comparsa “illecita” davanti alle telecamere di “Otto e mezzo”, quanto piuttosto per parlare ai suoi e non solo. Pensa alla sua immagine: Favia accusa la leadership binaria del Movimento di intimidire, e lui risponde con una metafora poetica dolente, degna di un padre che si rivolge al figlio senza mai nominarlo. E pesca nei cassetti di De André, al quale strappa, a sua volta, una certa paternità morale e, all'orizzonte, perfino politica nei suoi confronti. Non è Grillo che sostiene il superamento della rappresentatività in politica e l'affermazione della democrazia diretta, uno schema di autogoverno in cui uno è uguale a uno? Non sono forse questi dispositivi i figli di una cultura anarchica che ha una sua grande nobiltà? Il problema è, al solito, “come” si fa tutto questo ed è in questo vallo metodologico, che la parentela con le visioni di De André invocata per sé da Grillo va a farsi benedire. De André avrebbe potuto spiegare all'amico come stanno le cose, le sue cose: che un nome è potere, che il nome “Movimento Cinque stelle” è potere, tanto più grande quanto più vasto è il suo richiamo popolare. Che se lui è titolare di quel nome, o marchio, il potere sta tutto nelle sue mani, al pari di un proprietario d'azienda. Che la convivenza tra un potere singolare e la partecipazione popolare alla costruzione di una prospettiva politica che frammenti il potere in tante parti uguali quanti sono gli “uno” è un mix tanto antitetico da risultare esplosivo. Che il web è una cloaca molto infida. Che un venditore di sistemi di controllo e persuasione di massa on line, come Casaleggio, non può che difendere il suo armamentario mentre fa il piccolo jedi. Che l'anarchia non è neppure parente della zia di questa storia. Scene da un matrimonio (in crisi). Dopo giorni di silenzio, Beppe Grillo risponde, pur senza citarlo, al suo ex pupillo, il consigliere ribelle dell'Emilia Romagna Giovanni Favia, che in un fuori-onda su La7 aveva denunciato la mancanza di democrazia nel Movimento 5 stelle e aveva accusato il guru Casaleggio di manovrare dall'alto i grillini in un clima «vendicativo». Grillo, dopo aver ospitato sul suo blog una serie di accuse a Favia, dal complotto fino al desiderio di emigrare verso altri partiti, ieri è uscito allo scoperto e citando una vecchia canzone di De Andrè, si è rivolto al reprobo: «Perché non riesci più a volare?». L'invito è esplicito: «Ti senti rinchiuso senza vie di uscita, ma la porta del piccolo locale dove ti trovi (da quanto tempo?) non ha serrature. Se abbassi quella maniglia potrai uscire fuori, ma non lo fai». Prosegue il capo dei 5 stelle: «Ti aspettano due ali, un cielo da esplorare. E se poi aprissi quella porta cosa penserebbero di te? Cosa farebbero di te? L'alba ha già ceduto il posto al tramonto e ci sarà un'altra notte. Senza sogni sarà perfetta». Favia, disobbedendo a un vecchio diktat del comico genovese, ieri ha scelto di andare in tv a Otto e mezzo per raccontare la sua verità. «Sono stato trattato come un Giuda da un blog seguitissimo come quello di Grillo, avevo il diritto di dare la mia versione». Il giovane consigliere ritratta sui toni, parla di uno «sfogo privato e scomposto avvenuto in un momento di grande amarezza e stress, che è stato carpito a mia insaputa». Rifiuta ogni accusa di “combine” con l'inviato di Piazzapulita come «infamante», ma ribadisce la sostanza delle sue accuse. «Non posso nascondermi: il problema c'è, in particolare in Emilia. Nel movimento ci sono delle lacune, predichiamo la democrazia e a livello delle liste civiche la applichiamo. Ma è dal 2009 che ci era stata promessa una nuova organizzazione nazionale, anche in vista delle elezioni politiche, e quella promessa non è stata mantenuta». Nel mirino c'è sempre il guru Casaleggio, accusato di aver «strozzato» la discussione in Emilia, boicottando e iniziative spontanee degli eletti che «lui non gradiva». «Non ce l'ho con la persona, ma con il suo ruolo. E comunque ormai i rapporti tra noi sono compromessi». Mentre i suoi giovani eletti sgomitavano per auto-organizzarsi, Grillo stava alla finestra. «Io ho parlato più volte dei problemi con Beppe », dice Favia, «ma lui ha risposto che temeva che così facendo diventassimo come un partito...». Nel frattempo, è arrivata l'espulsione del ferrarese Valentino Tavolazzi, una ferita mai rimarginata. Dopo il fuorionda del 6 settembre, racconta Favia, «ho cercato di parlare con Grillo ma lui non ha mai risposto». Anche con Casaleggio impossibile parlare. Fino al post di ieri, con cui Beppe invita l'ex pupillo a fare le valigie. Favia rimette il suo mandato, ma solo nelle mani degli elettori. «Ogni sei mesi io e il mio collega in Regione rimettiamo il mandato nel corso di assemblee pubbliche in ogni provincia. Siamo dei co.co. pro. della politica», e dunque «io sono pronto a dimettermi, ma saranno i cittadini a decidere e a giudicare». «Non penso che mi cacceranno», insiste Favia, che un paio di giorni fa aveva postato su Twitter un sarcastico “invito” a Grillo in stile Fini: «Che fai, mi cacci?». Ospite di Lilli Gruber, Favia replica con un'altra citazione di De Andrè: «Da tutto il letame che ci è arrivato addosso può nascere un fiore. Spero che tutto questo serva ad aprire una vera discussione su chi decide le strategie a livello nazionale nel M5S e su chi deve essere espulso. Il movimento non può essere gestito solo da 2 teste. Se falliamo in questa occasione delle politiche perderemo ogni credibilità. E siamo indietro». Ieri Favia ha ricevuto la solidarietà del suo capogruppo in regione, Andrea Defranceschi: «Già nella scorsa primavera la base chiedeva risposte a Grillo e Casaleggio. Ma non ne abbiamo avute». Anche la consigliera comunale di Forlì Raffaella Pirini, in una videointervista, dice: «Il M5S sta facendo di tutto per suicidarsi se in piena corsa verso le politiche parte un attacco così dal blog verso l'Emilia-Romagna, dove c'è forse il più grosso bacino di voti». Insomma, quello svelato dal fuorionda, il malessere dei grillini per il padre-padrone, «non era un segreto». «Lo sapevano tutti, se ne discuteva sui forum», spiega Favia, «e mi hanno dato fastidio i tanti che condividono da tempo queste idee ma si sono subito schierati con il “Potere”». Quanto a lui, assicura, «non ho intenzione di candidarmi in Parlamento. Meno che mai col Pd. Io resto qua». A.C. ROMA POLITICA Ma con De André nessuna parentela Beppe Grillo in un comizio in Sardegna, in una immagine d'archivio FOTO ANSA Favia accusa ancora Grillo: puoi andartene Il comico cita De André: «Perché non riesci più a volare?» In tv il consigliere non arretra: nel movimento non c'è democrazia Il comicosi richiama aFaberperdifendere lapropria immagine, maquellestrofedi libertà eanarchiapoco siadattanoaquestastoria TONIJOP partitodemocratico.it youdem.tv BERSANI ALLE FESTE DEMOCRATICHE GIOVEDÌ 11 SETTEMBRE 2012 MESTRE, ORE 18.30 Spazi degli Impianti Sportivi Via Castellana - Zelarino Festa Democratica PADOVA, ORE 20.30 Parco delle Mura Festa del PD ILCASO 6 martedì 11 settembre 2012
CON I DISCORSI DI MESTRE E DI CERNOB-BIO, ILPRESIDENTEDELLAREPUBBLICAHA PRECISATOLASUAROADMAPPERL'UNIONEPOLITICA indicando i contenuti del progetto, il metodo e l'agenda. «Il vero problema - ha detto Giorgio Napolitano - è quello della democraticità del processo di formazione delle decisioni dell'Unione». Al rafforzamento della democrazia sovranazionale non è estranea, anzi ne è parte essenziale, l'europeizzazione della politica non solo attraverso la condivisione del potere costituente fra Parlamenti nazionali e Parlamento europeo, ma anche attraverso un diverso modo di agire dei partiti europei non più portatori di ideologie bensì di programmi di governo a livello dell'Unione per dare sostanza a quella che i politologici chiamano «legittimità democratica in entrata» nel momento elettorale. Il terreno della democrazia sovranazionale rischierebbe di diventare scivoloso se si scegliessero scorciatoie come quella di trasporre a livello europeo modelli presidenziali caratteristici di alcuni paesi membri ma non di tutti. O di rafforzare la dimensione dei parlamenti nazionali in una agorà senza poteri e senza legittimità che rappresenterebbe un sostanziale passo indietro rispetto alla conquista delle elezioni del Parlamento europeo e del suo potere legislativo che dovrà invece essere esteso a settori che appartengono ancora ai soli governi nazionali. La condivisione della sovranità parlamentare - nazionale ed europea - si potrebbe invece estendere dalla dimensione costituente a quella finanziaria e di bilancio con una conferenza quinquennale sulle prospettive finanziarie pluriennali come fu proposto da Spinelli arrivando fino a pensare a un unico corpo elettorale chiamato a eleggere il presidente dell'Unione in una fusione personale fra presidente della Commissione e presidente del Consiglio europeo. Qui si dovrebbe tuttavia fermare la condivisione della sovranità lasciando a ciascuna dimensione la legittimità che è propria della constituency all'interno della quale essa si forma: quelle nazionali in rapporto ai governi nazionali e quella europea in rapporto al futuro governo europeo che dovrà avere poteri limitati ma reali. La democrazia rappresentativa europea dovrà essere accompagnata da forme più articolate di democrazia partecipativa previste con strumenti ancora embrionali dal Trattato di Lisbona. Il presidente Napolitano ha ricordato i tre momenti per uscire dalla crisi: l'applicazione integrale delle decisioni del Consiglio europeo di fine giugno a trattato costante (ma portando a termine la modifica dell'art. 136, l'entrata in vigore del Meccanismo Europeo di Stabilità e dunque il Fiscal Compact per il quale mancano ancora almeno quattro ratifiche nazionali nella zona Euro fra cui la Francia e la Germania) che riguardano non solo l'Unione bancaria ma anche il piano per la crescita (e, ha aggiunto Napolitano, per l'occupazione) nel quadro di una cooperazione leale fra gli Stati membri. Le misure decise dalla Bce non bastano, sottomesse a condizionalità che rischiano di aumentare i rischi di una recessione europea, né bastano i project bond ma serve un bilancio europeo con funzioni allocative per garantire beni comuni a dimensione europea e funzioni di redistribuzione per garantire la coesione sociale e territoriale. Gli addetti ai lavori sanno che il risultato del negoziato intergovernativo sulle prospettive finanziarie 2014-2020 porterà a un bilancio pluriennale a crescita zero: usando il suo potere di veto, il Parlamento europeo dovrebbe esigere che venga iscritta nell'accordo interistituzionale una clausola che fissi sin d'ora un momento di aggiornamento quando ci saranno nel 2014 un nuovo Parlamento europeo e una nuova Commissione (una fase che coinciderà con la presidenza semestrale italiana del Consiglio), A medio termine - ha sostenuto il presidente Napolitano - sarà necessaria una «riforma organica» dei trattati che riguardi non solo l'unione monetaria ma la ripartizione delle competenze fra Stati e Unione e l'insieme del quadro istituzionale. Questa riforma esige una Convenzione che dovrà lavorare su progetti preparati dal Parlamento europeo e/o dalla Commissione (Barroso ha dato recentemente il suo personale sostegno alla necessità di rivedere i trattati) e/o da uno o più governi nazionali. Si porrà certamente il problema di una riforma organica condivisa da una maggioranza e osteggiata da una minoranza e dunque del superamento dell'ostacolo di una decisione unanime. Per questa ragione ma anche per creare un vero dibattito europeo, il Movimento europeo ha lanciato l'idea di un'assemblea costituente eletta dai cittadini nei paesi che lo vorranno. Si imporrà poi un referendum pan-europeo che fu chiesto nel 2003 dalla maggioranza dei membri della Convenzione europea ma fu respinto dal Consiglio europeo. Secondo il Presidente Napolitano, la riforma organica dovrà essere preceduta da limitate modifiche al trattato sul funzionamento dell'Unione (e dunque non alla parte propriamente costituzionale e cioè alla ripartizione delle competenze e al sistema istituzionale). Se questa fase apparisse necessaria e propedeutica alla riforma organica, le forze politiche europee dovranno battersi per garantire al Parlamento europeo - con procedure e accordi straordinari - un ruolo effettivo che vada ben al di là della sola consultazione prevista dal Trattato di Lisbona. L'analisi Il voto in Olanda, rimonta socialista Paolo Borioni SEGUEDALLAPRIMA Il tratto comune è nondimeno che, come la sinistra radicale di Syriza (sconvolgendo un sistema partitico ultra-stabile come quello greco) ha umiliato la socialdemocrazia del Pasok, così per mesi gli ex-maoisti del Sp sono stati, e di gran lunga, davanti alla gloriosa socialdemocrazia olandese del PvdA. Fino a insidiare il primo posto dei liberal-conservatori al governo, anch'essi lungamente in caduta libera. Eppure, dalla fine dei comunismi dell'Est la realtà di una socialdemocrazia trionfante a sinistra pareva irreversibile. Pareva, solo ad alcuni però, persino inevitabile un destino blairiano e moderato senza ritorno per le stesse socialdemocrazie. Ma, evidentemente, la crisi attuale è devastante oltre l'atteso, e le ricette promosse per scongiurarla ottengono effetti di destabilizzazione crescenti ovunque. Tutto torna in discussione, a partire da gerarchie politiche tanto consolidate da essere parse tutt'uno con la storia. Il terreno smotta, come si è visto, anche nei Paesi più ricchi: in altri sondaggi, per esempio danesi, i socialdemocratici al governo per la prima volta in assoluto nella storia (rilevamenti inter-elettorali compresi) sono oggi superati dai post-comunisti. Ora, di certo la spiegazione sta anche nel fatto che la sinistra radicale è maturata: per fare un esempio, il simbolo dei socialisti olandesi, il pomodoro, simbolizza il metodo politico scarsamente governativo di lanciare il succoso ortaggio all'indirizzo degli avversari politici. Una pratica «gruppettara» ormai in disuso, c'è da sperare, anche se i dubbi sulla loro spendibilità ministeriale permangono: avvicinandosi alla scadenza delle urne l'Sp arretra, e il PvdA sembra rimontare, grazie alle virtù innovatrici del nuovo leader Diederik Samsom. Forse il tradizionale riformismo operaio è riuscito in extremis a dissociarsi dalla natura controproducente dell'austerità economica. L'affermazione dell'Sp pare in ogni caso profilarsi (tra il 15 e il 20% dei suffragi con il 40% di elettori ancora indecisi), e le ragioni della sua comunque elevata popolarità non si dissolveranno magicamente. Del resto, lo stato di emergenziale difficoltà in cui versano le democrazie europee è rivelato, sempre nei Paesi Bassi, anche dalla precipitosa inversione di rotta dei nazional-populisti di Geert Wilders. La loro strategia, solo due anni fa, era quella cinica, ma di lungo periodo, appresa in appositi incontri dalla destra populista danese: appoggiare il governo di centro-destra privo di maggioranza propria, ma dall'esterno. Si mirava così a ottenere risultati simbolici contro l'immigrazione dal ministero liberal-conservatore, ma rimanendo distinti, appunto, dal neoliberismo sempre più elitista dei nostri tempi. E distinti, anche, dalla socialdemocrazia, sempre meno popolare nell'insediamento organizzato come nel sentimento diffuso. I disastri dell'austerità europea hanno però condotto Wilders a dissociarsi precipitosamente dal governo, da cui le elezioni anticipate di domani. Ma, questo il punto, la cosa non pare pagare nei sondaggi: gli ex-maoisti, ancora e da sempre più lontani dal potere, sono preferibili per chi è mosso dal malcontento. Il punto allora è: cosa verrà in mente a Wilders (o ad altri della sua risma) per recuperare la sua credibilità populista? Cosa gli suggerirà la stizza per non vedere premiato il suo gioco spregiudicato? Inquietante, ma di nuovo utile, il collegamento con la Grecia: le immagini dei fascisti di Alba Dorata che spaccano le bancarelle degli immigrati possono suggerire delle agghiaccianti soluzioni. Alla sinistra europea, e al nuovo leader del PvdA Diederik Samson, dimostrare che si può cambiare rotta, che il neoliberismo non è un destino, che la spirale può essere fermata. E che la democrazia europea (in Olanda come in Scandinavia, in Francia come in Italia) può essere salvata dall'elitismo e dal populismo: a volte strumentalmente alleati, a volte ferocemente contrapposti. A CERNOBBIO IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO MONTI HAPROPOSTODI CONVOCAREUNSUMMITDICAPIDISTATOE DIGOVERNOSULRISCHIODIDERIVApopulista in Europa, che si trova a suo dire in una situazione pericolosa, di crescente «antagonismo» e populismo con il rischio di disintegrare l'Unione, proprio quando si pensava di poter invece andare in una direzione diversa. Certo è vero che dà molta tristezza il riemergere di vecchi stereotipi con i tedeschi alla Sturmtruppen e gli italiani o i greci pronti alla fregatura. Ma quando egli parla di «antagonismo» non vorrei che si mettessero sullo stesso piano i leghisti e i True Finns e coloro che, come noi, sono convinti che l'Ue stia mettendo in atto politiche che hanno fortemente contribuito a peggiorare la situazione e che solo con un deciso cambio di rotta sarà possibile recuperare consenso e adesione al progetto europeo. Se è indubbio che il richiamo ad una decisa azione contro i populismi anti-europei che approfittano del disagio per diffondere messaggi allo stesso tempo semplici e profondamente errati sia condivisibile, mi pare che nel discorso di Monti venga molto sottovalutato il fatto che il sentimento di timore e scetticismo nei confronti dell'Ue (e dei governi) non è casuale. Non è che gli europei siano diventati nazionalisti o scettici per caso. Anzi: l'Eurobarometro uscito proprio in questi giorni dice che per la maggioranza degli europei l'Ue è una fatto positivo, anche se sentono che non hanno voce in capitolo. Ma è indubbio che a 4 anni dal suo inizio, l'Ue nel suo insieme non ha saputo affrontare e risolvere una crisi che continua ad essere da molti considerata semplicemente come una crisi del debito sovrano. Quindi si continua a tagliare, e a sprofondare nella recessione. Insomma, non si può considerare estraneo allo sviluppo di sentimenti anti-europei il fatto che da 4 anni l'Ue nel suo insieme sostiene delle opzioni di politica economica che non funzionano. Certo, ci sono forze politiche e media che alimentano forti risentimenti, da un lato quello del «povero» che si sente ingiustamente punito e dall'altro quello del «ricco» che ha penato per risolvere le sue difficoltà (vedi Finlandia negli anni '90 e la Germania negli anni 2000) e al quale viene detto giorno e notte che non bisogna continuare a buttare soldi in un pozzo senza fondo. Ma mi pare davvero difficile superare questi «sentimenti» senza prendere una strada decisamente diversa. I Verdi europei insieme a molti altri hanno fatto parecchie proposte. La contro-Cernobbio, organizzata da Sbilanciamoci ne sta discutendo animatamente; http://www.sbilanciamoci.org/controcernobbio/): nuove e stringenti regole dei mercati finanziari, un bilancio comunitario più ampio che permetta investimenti in green economy, green jobs e ricerca, un riequilibrio della politica fiscale, ma anche il rilancio del lavoro interrotto sulla Costituzione europea. Il punto centrale è che domare i mercati e lo spread nel brevissimo periodo è una cosa; mettere in atto politiche economiche che diano lavoro e creino attività e sviluppo in modo stabile e sostenibile è tutta un'altra. Ed è soprattutto su questo secondo punto che é necessario prendere atto che bisogna cambiare strada se vogliamo battere il populismo. In secondo luogo, è del tutto illusorio pensare che 28 signori e una signora possano affrontare questo problema senza coinvolgere cittadini, parlamenti, (a partire dal Parlamento europeo), forze politiche. Dunque mi permetto di suggerire che in questa iniziativa venga coinvolto il Pe; penso inoltre che il Parlamento italiano dovrebbe proporre di portare a Roma nello stesso momento delegazioni dei vari parlamenti nazionali oltre che del Pe. Naturalmente chiederò anche ai miei colleghi Presidenti dei Partiti europei di pensare ad un'iniziativa a ridosso del vertice, se si farà. E so che organizzazioni e gruppi della società civile stanno mobilitandosi per una campagna sulla democrazia europea, anzi sull'Assemblea Costituente; perché non organizzare allora una mobilitazione intorno al vertice a Roma? Nelle conclusioni del Vertice di giugno si diceva molto che gli Stati sono «i proprietari» del processo di integrazione europeo. Io sono convinta che anche questo approccio contribuisca a quella «deriva populista». Non possiamo salvare l'Europa senza coinvolgere i cittadini. E non possiamo salvarla nemmeno senza discutere possibili alternative alla strategia che la maggioranza dei governi e la Commissione hanno condotto finora. Magari dimostrando che, contrariamente forse agli anni '50, oggi è perfettamente possibile vincere il consenso dei cittadini su un progetto europeo forte, ambizioso, efficace e risolutamente federalista. Maramotti Il commento La road-map per gli Stati uniti d'Europa PierVirgilio Dastoli L'intervento Crescita e sviluppo sostenibile contro il populismo nella Ue . . . Giusto il richiamo del presidente Monti . . . Ma sbagliate le politiche di soli tagli Monica Frassoni Presidente dei Verdi europei COMUNITÀ martedì 11 settembre 2012 15
«MAMMA, SCUSA, COS'È UN SERIAL KILLER? E MI SPIEGHICOMEFAUNRAGAZZOCOMEMEATRASFORMARSI INASSASSINO A PAGAMENTO?».SEVOSTROFIGLIO DI6ANNI,invece di interrogarsi sull'esistenza terrena dei draghi o sulla gamma di poteri delle bacchette magiche, vira su questioni che dovrebbero essere di gran lunga fuori dal suo orizzonte mentale, la ragione c'è: gli piacciono i Bakugan. È un cultore (uno dei tantissimi) di quelle piccole sfere di plastica colorata che, una volta lanciate a terra, si aprono in mostri dalle varie abilità. Trasposizione giocattolo di un cartone di origine (ovviamente) giapponese dalla complicatissima trama: alcuni ragazzini, giocando con sfere e carte, aprono la porta di collegamento verso un'altra dimensione. Un universo dove Bakugan buoni e malvagi, lucenti e oscuri, si combattono senza tregua a colpi di energia, potenza e silenzi. Tra combattenti in erba e creature a più teste, la saga va avanti da anni con tutto il corollario di attività e relativo merchandising. Sito, videogiochi, personaggi, gadget. In vendita per i piccoli consumatori si trovano orologi, capsule, armi, valigette portabakugan. Figurine e personaggi, di cui solo i pargoli conoscono gli impronunciabili nomi, vengono scambiati a raffica negli asili. Non può mancare, naturalmente, il «magazine ufficiale» - il BakuMag - edito da Grani & Partners Spa, con il logo di Giochi Preziosi e di Cartoon Network (uno dei canali tv, con Italia1 e Boing, che hanno trasmesso la serie per il pubblico italiano). In edicola a 11 euro e spicci, insieme a due veri bakugan in plastica e ossa. Dentro la rivista si trova molta pubblicità, fumetti giochi, la posta dei lettori. Più qualche sorpresa. Nel numero 20 di settembre, scrive Mattia, 6 anni e mezzo, da Vicenza: «Io seguo ogni giorno le puntate dei Bakugan e non perdo neanche un'uscita del vostro magazine. Siete fantastici. Ma vorrei sapere come finisce l'ultimo episodio». Francesco, 7 anni, da Ancona, manda un bel disegno di Dragonoid Colossus, rosso «come le fiamme dell'universo». E Michele, 8 anni, dalla provincia di Napoli, che ritrae un drago, con il Bakumag sullo sfondo. Bambini capaci di leggere, e dunque in grado di sfogliare da soli anche senza la supervisione di un adulto la rivista. Che, nello sfoglio centrale, propone «i consigli di SuperBabo», il «paladino dei fumetti da una terra lontana fatta di nuvole». Quali sono i superpoteri del ragazzino occhialuto con il mantello? «Vi consiglio i fumetti più belli del mondo. Per esempio ve lo immaginate un manga con protagonista un vero killer spietato e senza scrupoli? Vi sfido: provate a leggerlo e poi a dirmi che non vi siete divertiti». Ed ecco, presentato con lo strillo «imperdibile», Waltz. In copertina un ragazzo con una giacchetta e un cappuccio in testa. Didascalie: «Cosa porta un ragazzo qualunque a trasformarsi in un killera pagamento? Cosa lo spinge a uccidere senza alcuna esitazione? Il valzer degli assassini inizia qui». Non è l'unico manga consigliato dal simpatico SuperBabo. C'è Medaka-Box 5: «Un ragazzo normale riuscirà a sconfiggere un serial killer?». E Coelacanth 1: «Un inafferrabile omicida». E Devil & Devil 14: «Satana è morto». Fumetti adatti a (e probabilmente apprezzati da) un pubblico di adolescenti. Non certo a bambini che, perplessi, chiedono lumi precoci a genitori infuriati: «Mamma, se un assassino si fa pagare vuol dire che è bravo?». MODE Serialkiller versione baby In un giornalino per bambini assassiniprezzolatipereroi U: IBakugan,mostri diplasticachefanno impazzire ipargoli, hannonel loro merchandisinganche unmagazine incui si trovanoiconsigli diSuperBabo, chesuggerisce letturemangadove iprotagonisti sono giovanisicari spietati FEDERICAFANTOZZI Twitter@Federicafan Sopra e sotto, due illustrazioni dei Bakugan A destra, la pubblicità del manga contenente le avventure del giovane ed efferato serial killer LALETTERA DI MATTIA EDITORIA : SmemorandasialleaconFeltrinelli PAG. 18 ILLIBRO : LaRoma«pulp» diTommasoPincio PAG. 18 ILPERSONAGGIO : Giannini, l'imperocostruito daunemigrato PAG. 19 MUSICA : LachitarraprodigiodiDylanLeBlanc PAG. 20 «Ciao,hoseiannienonperdounnumero» «Ciao,mi chiamoMattia,ho sei annie mezzo,vi scrivo daVicenza inVeneto. Ioseguoognigiorno lepuntatedei Bakugane non perdonemmeno un'uscitadelvostro magazineufficiale. Èbellissimo,questa è la primavolta che vi scrivo, siete fantastici!!!!.Volevo farvi unadomanda: nell'ultimo episodio cosa accade?». Poici sono i disegni inviatida Francesco,7anni,di Ancona «giovanissimolettore dellanostra rivistae coloristanato»e da Michele,8 anni,dallaprovincia diNapoli, che «pareabbiaancheuna passione per il nostroBakuMag». MentreAndrea, 10anni,di Stagno Lombardo inprovincia diCremona, scrive:«Ciao, sono un giovane lettoree mipiacerebbesapere quanti Mechtogansi possonotenere inun solo Deck» martedì 11 settembre 2012 17
DARIOPELLIZZARI dariopelizzari@gmail.com Ilpresidente Igoresonera l'allenatore(efratello)Nicola dopolaterzasconfittaconsecutivacontro ilNovara TRE MEDICI SONO INDAGATI PER LA MORTE DI PIERMARIO MOROSINI, IL CALCIATORE DEL LIVORNO DECEDUTOIL14APRILESCORSO,ALLOSTADIOADRIATICODIPESCARA, MENTRE ERA IN CAMPO CON LA MAGLIA DELLA SUA SQUADRA. Per i medici sociali del Livorno, Manlio Porcellini, e del Pescara, Ernesto Sabatini, e per Vito Molfese, il medico del 118 in servizio quel giorno allo stadio, l'accusa è di omicidio colposo. La richiesta, firmata dal pubblico ministero della Procura di Pescara, Valentina D'Agostino, con ogni probabilità sarà seguita dall'istanza per l'effettuazione dell'incidente probatorio. Occorrerà chiarire se l'utilizzo del defibrillatore, di cui i medici non si sono serviti, pur essendone dotati, avrebbe potuto salvare la vita dello sportivo. Il cuore di Morosini impazzisce improvvisamente il pomeriggio del 14 aprile scorso, alle 15.31, mentre è in corso la partita Pescara-Livorno. Il calciatore inizia a barcollare in mezzo al campo, prova più volte a rialzarsi, ma non ce la fa e si accascia al suolo. L'arbitro è di spalle e non se ne avvede. Gli uomini delle due panchine capiscono subito e schizzano in campo per soccorrere il giocatore. Sugli spalti cala il gelo: Morosini è immobile, riverso sul terreno di gioco, con gli occhi sbarrati. Porcellini, Sabatini e Molfese provano a rianimare il ragazzo. Sul campo c'è un defibrillatore, ma nessuno lo usa, mentre si invoca l'arrivo dell'autoambulanza. Passano attimi preziosi, ma il mezzo di soccorso non arriva, perché ostacolato da una Fiat Croma dei vigili urbani parcheggiata nell'antistadio. Riuscirà ad entrare in campo solo dopo quattro minuti, tra gli applausi colmi di speranza dei 10mila presenti. Una speranza che purtroppo, poco più di un'ora dopo, si rivelerà vana. Nelle ore successive infuriano le polemiche per la tragica morte di uno sportivo di soli 26 anni. Inizialmente finisce sotto accusa il maggiore dei vigili urbani che, parcheggiando incautamente l'auto di servizio, ha ritardato l'ingresso in campo dell'ambulanza. Il sindaco di Pescara, messo alle strette dall'opinione pubblica, apre un procedimento contro l'ufficiale, che sarà sospeso per sei mesi dalla commissione disciplinare del Comune, per poi essere reintegrato dal giudice del lavoro. Subito dopo l'attenzione si sposta dall'abuso del vigile alle negligenze dei medici. Le immagini, le testimonianze e le indagini avviate dalla procura di Pescara aiutano a fare chiarezza: in campo il defibrillatore c'era, non è stato usato, nonostante il protocollo prescriva che in casi simili venga usato. I risultati dell'autopsia, resi noti nel luglio scorso, chiariscono che Morosini è morto per una cardiomiopatia aritmogena, una malattia genetica del muscolo cardiaco che determina l`insorgenza di aritmie ventricolari fino alla fibrillazione e all'arresto cardiaco. Al termine delle indagini, che sono ancora in corso, i magistrati dovranno stabilire se i medici, agendo diversamente, avrebbero potuto salvare la vita del giocatore. LADIFESA DI SPINELLI Ma la notizia dell'iscrizione nel registro degli indagati del medico sociale del Livorno Manlio Porcellini ha suscitato la protesta del presidente amaranto Aldo Spinelli. «Noi siamo solidali con il nostro medico - ha dichiarato Spinelli - tanto che abbiamo subito incaricato un nostro avvocato per la difesa. L'ambulanza è stata chiamata immediatamente e il nostro medico, insieme agli altri due colleghi professionisti che sono intervenuti, ha fatto tutto quello che c'era da fare; poi, se il pronto soccorso non è arrivato in tempo, che possiamo farci?». «Sono molto dispiaciuto - ha proseguito Spinelli - che tre medici professionisti che vivono del loro lavoro debbano prendersi colpe che non hanno». DUEFRATELLI,UNOCONTROL'ALTRO.PERLAGIOIADEITIFOSI DI UNA SQUADRA DI CALCIO, PERCHÉ ALTRO, DICONODAQUELLEPARTI,NONSIPOTEVAFARE.Igor Campedelli, anni 38, imprenditore e presidente del Cesena dal 2007, ha dato ieri mattina il benservito al fratello Nicola, anni 33, che da qualche settimana era alla guida del club romagnolo retrocesso in serie B al termine dell'ultimo campionato. «Era la miglior decisione che potessimo prendere - aveva detto il numero 1 dei bianconeri nel giorno della presentazione ufficiale del nuovo tecnico -. Se finirà male, vorrà dire che papà e mamma non ci hanno tirato su bene». Tempo tre partite, meglio, tre sconfitte, e tutto è finito. Il Cesena cambia pagina. Chiusa la breve, brevissima esperienza con l'allenatore di famiglia, il presidente Igor Campedelli ha deciso di affidare la squadra a un tecnico che possa cambiare l'inerzia della stagione. Nelle prossime ore sarà reso noto il nome del sostituto, che certamente nulla avrà a che fare con casa Campedelli. Non si sa mai, meglio non rischiare. A decidere le sorti di Nicola, ex centrocampista dai piedi buoni ma pure dalle tante sfortune, è stata la recente sconfitta casalinga contro il Novara per 4-1. Gara praticamente archiviata dopo i primi 45 minuti di gioco e delusione che diventa rabbia sugli spalti del Manuzzi per il nuovo ko dell'allenatore che si ispira a Zeman e si vede. «Il mio obiettivo non è sull'attacco o sulla difesa. Il mio obiettivo è dare un equilibrio e spingere a manetta», dichiarò il tecnico prima di mettersi alla prova nel campionato di B. Detto, fatto. In tre partite, il Cesena ha subìto 10 gol (3 dal Sassuolo, 3 dal Vicenza e 4 dal Novara) e ne ha realizzati soltanto 2. Doveva essere la stagione del rilancio, quella della conferma dei buoni propositi della gestione Campedelli dopo il ritorno nella serie cadetta. Si stava trasformando in una discesa senza fine, anche se la stagione era appena iniziata. «Non abbiamo gioco, non abbiamo verso», pare abbia ammesso il presidente ai tifosi che gli chiedevano conto della terza sconfitta in tre gare. La barca cominciava a incamerare acqua, era arrivato il momento di trovare una soluzione che mettesse d'accordo tutti, o quasi. «Prenderò una decisione senza pensare che si tratta di mio fratello», le ultime parole di Igor Campedelli prima dell'uscita di scena e del comunicato che in due righe ha sancito la fine del mandato dell'altro Campedelli, Nicola. L'esperienza della squadra di calcio gestita in famiglia è crollata miseramente sotto il peso di una piazza che non aveva alcuna intenzione di aspettare che le cose migliorassero. Il calcio non fa sconti a nessuno. Il refrain è noto: se vinci, sei un eroe. Se perdi, vali meno di nulla. E sei sacrificabile, pure se sei il fratello del presidente. Anzi, soprattutto se sei il fratello del presidente. È LO SFOGO NECESSARIO DI UN LEGITTIMO DOLORE CHE HA SPINTO LA FENOMENALESARITAERRANI,COLSUOACCENTO IMPASTATO DI VALENCIANO, A SOSTENERECHESERENAWILLIAMSSAREBBECOMPETITIVACONTROLASECONDAFASCIADI PROFESSIONISTI MASCHI, QUELLI CHE RACCOLGONO UN MAGRO SALARIO NEI TORNEIDA10.000DOLLARI.L'ultima sfida dei sessi si risolse con Venus e Serena maltrattate da un doppista tedesco bohémien, Karsten Braasch, che giocò sbadigliando tra un frizzo e un lazzo. Una così elementare considerazione di ragionevolezza biologica nulla può togliere alla circostanza emersa dagli ennesimi Open del maltempo: fino al primo set della finale di Flushing Meadows l'espressione di gioco della pantera Williams ha incarnato quanto di più vicino il tennis muliebre abbia mai presentato al cospetto dell'omologo maschile. Serenona è la donna più forte che si sia dedicata alla racchetta e quel ranking bugiardo, un intatto numero 4, ha il gusto dello sberleffo ai danni della prima tennista al mondo per il computer, Victoria Azarenka. Le finali rosa di New York avevano dimenticato di offrire spettacolo per un quindicennio: ogni match, qualcosa di simile a una farsa. Quest'ultima sfida, giocata a velocità siderali, no. Il servizio di Serena, spesso inquadrato dal radar oltre i duecento chilometri orari, ha dettato il ritmo di una rivalità che tale è stata solo nel momento in cui la signorina Tyson si è persa nei meandri del suo dritto, ne ha spediti una trentina tra rete e tribuna e s'è ritrovata, sotto 3-5 nel terzo set e 30 pari, a due punti da un'altra stecca nello Slam di casa. Come quella dello scorso anno contro Sam Stosur, pur senza le sceneggiate e minacce ai giudici che hanno accompagnato i suoi più recenti Us Open. Nel perdere il senno sportivo senza spiegazione apparente anche Serena è genuinamente donna, eppure ha ritrovato la forza per incollare gli stracci del suo gioco e legare i polsi alla sua nemica, defunta su quel gioco e sconfitta per la decima volta (su undici!) dalla vera regina. Il tennis nasce come sport eminentemente individuale, eppure una terza mano ha condizionato lunghi spezzoni della finale. Si chiama Samuel Sumyk, è stato un giocatore della domenica ma la laurea l'ha conquistata sul campo minato del tennis femminile, un circo troppo popolato da fidanzati e cialtroni in cerca di percentuali. Azarenka, in mano a Sumyk, ha messo sul tavolo il miglior antidoto al Serena show. Ci ha provato con cambi di ritmo, smorzate, discese a rete: niente a che vedere col solito picchiare ululato. Ce l'ha messa tutta e si consoli, se può: delle umane, è lei la prima. È che quando miss Williams, ancora nello scorso millenio, vinse il primo Us Open aveva le treccine ossigenate e sfidava a duello i colleghi maschi. Tredici anni e quattordici Slam dopo - un impressionante computo di 15 in singolare, 13 in doppio - è tornata a essere lei: la democrazia è degenerata in dittatura, la concorrenza si è sciolta ed ecco perché, in fin dei conti, un grottesco tentativo col tennis virile avrebbe un suo senso. Quello di farle subire i supplizi che oggi riserva alle disperatissime ex primedonne. Cesena, un divorzio in famiglia Campedelli caccia Campedelli Dopo lo stentato pareggio per 2-2 contro la Bulgaria a Sofia, nella prima gara valida per le qualificazioni mondiali, l'Italia torna in campo stasera a Modena contro Malta. Prandelli cambia annunciando il ritorno alla formula con quattro difensori. FOTO ANSA CALCIOSCOMESSE SPORT L'allenatoredella Juventus,AntonioConte, è statoascoltatogiovedì scorsodaimagistrati dellaProcura diBari, come persona informata sui fatti, nell'ambitodell'ultimofilonedi inchiesta sul calcioscommesse.L'audizione, duratapiùdi tre ore,èavvenuta inunacasermadei carabinieri a Monopoli.Conte, a quantosi è appreso,è stato sentitodalprocuratore dellaRepubblica, AntonioLaudati,dal sostituto procuratoreCiro Angelillisedal maggioredei carabinieri Riccardo Barbera.C'è massimoriserbo sulcontenuto dell'audizione.Lepartite oggetto d'indagine,al centrodipresunte combine, riguardano i campionatidi serie B 2007-2008(Bari-Treviso 0-1)e2008-2009 (Salernitana-Bari3-2), nei quali il tecnico guidava il club pugliese. UsOpen, Serena equel tennis senzarivali ... Sotto5-3al terzoset laWilliamsrecupera ebatte lan. 1almondo VikaAzarenka Morosini, tre indagati Imedici diLivorno ePescara e l'operatore 118 VINCENZORICCIARELLI ROMA Omicidiocolposo l'ipotesi di reatocontestatadalpm: nonusarono ildefribillatore chepotevasalvare lavita algiocatoreamaranto ContesentitodaipmdiBari Secretato l'interrogatorio Oggi Italia-Malta, Prandelli torna alla difesa a 4 FEDERICOFERRERO f.ferrero@libero.it U: martedì 11 settembre 2012 23
Più che un successo, un onorevole compromesso. Alle 9 della sera il lungo tavolo si chiude con un verbale. Non con un accordo. La mediazione del governo prevede un allungamento dei tempi di spegnimento delle celle dal 15 ottobre al primo novembre e la fonderia rimarrà in attività fino al 30 novembre, e lo spostamento (possibile, non certo) della trattativa a palazzo Chigi, come chiesto dai sindacati. Che non fosse la giornata decisiva ne erano consapevoli tutti gli attori in gioco. La conferma arrivava con la notizia che la Glencore, la multinanzionale svizzera che nei giorni scorsi aveva avanzato una manifestazione di interesse al ministero, non era presente al tavolo. L'obiettivo dei manifestanti era chiaro: congelare o almeno rallentare lo spegnimento dello stabilimento. «Se ci sono compratori interessati, Alcoa congeli lo spegnimento e tratti con loro», sintetizzavano all'ingresso i sindacalisti. Ma l'azienda da subito ha fatto capire di «non voler rimanere con il cerino in mano». «Già a marzo - faceva sapere l'ad Alcoa Italia Giuseppe Toja - abbiamo accolto le richieste di Passera di lasciare la fabbrica accesa due mesi in più. Ora non possiamo allungare ulteriormente i tempi perché significherebbe prenderci il rischio, senza sapere se gli interessamenti sono reali e da noi accettabili». La resistenza è fortissima. In più Alcoa fa presente che Glencore non ha mai bussato alla sua porta e, come sintetizza un sindacalista, «non puoi comprare un negozio chiedendo di trattare solo con il Comune». L'unica proposta che Alcoa prende in considerazione è dunque quella di Klesh, altra multinazionale svizzera che già il 7 giugno si era ritirata dalla trattativa. Klesh si è detta disponibile a rivedere la sua proposta iniziale che prevedeva l'acquisto praticamente gratis dello stabilimento e la garanzia che l'approvvigionamento di materie prime fosse garantito proprio dai contratti sottoscritti da Alcoa per ben 7 anni. Le nuove proposte sono più ragionevoli, ma siamo ancora lontani dall'inizio di una vera e propria trattativa. Da parte sua Glencore ha continuato a porre condizioni al sottosegretario Claudio De Vincenti. Il quale ha risposto ribadendo il via libera (che dovrebbe arrivare ad ottobre) dell'Unione europea ad una estensione di tre anni della cosiddetta superinterrompibilità, una procedura che consentirebbe alla società di avere l'energia al prezzo di 33-34 euro al chilowattore, contro i 30 che Alcoa ha strappato finora. C'è poi da sottolineare come entrambe le trattative prevedono una riduzione della forza lavoro che, fra diretti e indotto, calerebbe dagli attuali 850 lavoratori a 500-550. Nel pomeriggio l'arrivo di Corrado Passera al tavolo plenario produce una accelerazione: «Alcoa è uno dei casi aziendali che seguo più da vicino. Vi garantisco il mio impegno personale diretto a trovare una soluzione». Lo ha detto il ministro Passera al tavolo sulla vertenza: «È una delle vertenze più lunghe e difficili che abbiamo. Dobbiamo impegnarci tutti in parallelo per trovare un investitore. Faremo molta pressione sui due gruppi che hanno manifestato interesse: vi garantisco il mio impegno personale diretto a trovare una soluzione». L'intervento produce una crepa nel muro Alcoa: l'azienda accetta un rallentamento (in pratica una sola settimana in più) dei procedimenti di spegnimento delle celle elettriche (che doveva concludersi il 15 ottobre) e di messa in sicurezza dei processi (che dovevano terminare il 20 novembre). I sindacati non sono però soddisfatti. E rilanciano con una controproposta: congelare tutto fino al 27 settembre quando è già previsto un altro tavolo sul Sulcis o il rallentamento dello spegnimento di un mese. L'azienda non ci sta, ma il governo riesce a convincerla almeno ad allungare lo spegnimento delle celle al primo novembre e la possibilità di traslocare il tavolo da via Molise, direttamente a palazzo Chigi. Un'altra lunga giornata di attesa e tensione. Che si somma a quella del 27 marzo, alle tre di giugno, a quelle di luglio e di una settimana fa. Tutte dovevano essere “decisive” e non lo sono state. I 550 operai dell'Alcoa di Portovesme alle 9 e venti di sera ascoltano i loro rappresentanti spiegare i termini del verbale: rallentamento dello spegnimento al primo novembre e possibilità di un tavolo a palazzo Chigi. Urla, lacrime, spintoni. Molti esponenti dei Cub urlano: «No, noi rimaniamo qua». Gli altri cercano di farli ragionare per tornare a casa con la nave che alle 22 e 30 parte da Civitavecchia. Tornano a casa ancora una volta con pochi risultati e molte promesse. Con frustrazione, insofferenza e tensione sempre più grandi. Un sentimento riassunto bene dalle parole di Gianni, operaio di 35 anni degli appalti «con due figlie e un solo stipendio»: «Ci ascoltano tutti, non ci risponde nessuno». CARICHE E RAZZI Un sentimento racchiuso nelle magliette nere preparate per l'occasione: “Disposti a tutto” davanti, “Sulcis in lotta” dietro. Sentimenti che si sono scaricati sulle forze dell'ordine con varie cariche, con petardi e razzi lanciati contro il ministero e case antistanti. Il bilancio a fine giornata è comunque contenuto: una ventina di feriti tra cui 14 uomini delle forze dell'ordine curati sul posto o subito dimessi dal Pronto soccorso. Il viaggio della speranza era approdato sulla terraferma all'alba. Da Civitavecchia a Roma sui pullman, mentre una cinquantina di sono invece arrivati in aereo a Fiumicino. Assieme a loro lavoratori del Sulcis, minatori della Nuraxi Figus. Con loro hanno portato il simbolo della protesta della giornata: i 'provinì, dischetti in alluminio prodotti nello stabilimento per l'analisi del materiale in laboratorio. Carico di alluminio, ma anche di tanti, troppi petardi, fumogeni e razzi. Il breve corteo partito da piazza della Repubblica ha raggiunto a metà mattina la sede del ministero dello Sviluppo economico di via Molise. A scortarli e attenderli almeno un migliaio di forze dell'ordine che hanno blindato piazza Barberini e “racchiuso” gli spazi della protesta fra la stessa via Molise e via San Basilio con i furgoni schierati a protezione dei passaggi. Poco dopo che la folta delegazione di sindacalisti, sindaci del Sulcis era entrata dal portone del ministero, la tensione è iniziata a crescere. A farne le spese anche il responsabile Economia del Pd Stefano Fassina. Presente al presidio, stava parlando con alcuni sindaci quando un contestatore isolato (secondo alcuni non un lavoratore Alcoa) ha iniziato a contestarlo. A quel punto altri lavoratori lo hanno raggiunto, costringendolo ad allontanarsi, scortato dalla Polizia. È comunque rimasto, spiegando come continuasse ad appoggiare le ragioni dei lavoratori, anche di quelli che lo hanno contestato, spiegando che «noi contestiamo tutti quelli che appoggiano il governo Monti». Nel pomeriggio è poi salito al tavolo in corso per assicurarsi in prima persona di come stava andando la trattativa. FASSINASPINTONATO? UN ERRORE La “cacciata di Fassina” è stata subito stigmatizzata da gran parte dei manifestanti e dai rappresentanti sindacali: «È stato un errore compiuto da qualche cane sciolto o mal informato: la gran parte di noi e degli operai sa che Fassina appoggia la nostra lotta e si è speso, tra i pochi, in prima persona per trovare una soluzione, ricevendoci personalmente nella sede del Pd la settimana scorsa», spiegano all'unisono rappresentanti di Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm. Il servizio d'ordine preparato dai sindacalisti non ha potuto fare molto contro il migliaio di petardi lanciati e la buona parte di “cani sciolti” fra gli operai e i tanti «imbucati» fra No Tav e contestatori vari. La ventina di ragazzi con la pettorina con su scritto “Servizio d'ordine ex Alcoa” («Così siamo già pronti per le altre volte che torneremo», scherza Davide) ha assistito impotente quando verso le 14 una parte del presidio ha certo di “sfondare” per raggiungere prima via Veneto e poi, dopo essere stati respinti da una carica della Polizia, scendendo verso piazza Barberini. Lì è partito un fitto lancio di bottiglie, mele e tondini di metallo verso le forze dell'ordine e le finestre del ministero. Il lungo pomeriggio è poi proseguito con l'alternarsi di notizie e smentite con vari oratori che si alternavano alla guida dei cori. Al centro di tutto c'è l'ossessivo sbattere dei caschetti in terra e i coro: “Noi la cassa integrazione non la vogliamo”, “Un operaio, una famiglia”. I bersagli della protesta è soprattutto Corrado Passera: la sua assenza viene contestata dai lavoratori e, quando nel pomeriggio il ministro si palesa al ministero, i lavoratori lo sbeffeggiano: “Era ora”. Alcoa, dramma lavoro Scontri e feriti a Roma LA TESTIMONIANZA STEFANOFASSINA SEGUEDALLAPRIMA C'eravamo giovedì scorso, a Portovesme, davanti ai cancelli della multinazionale americana, unico produttore nazionale di alluminio. C'eravamo, per dare solidarietà e per ascoltare la rabbia e la fame di lavoro dei tre operai saliti su un Silos a 70 metri di altezza. Come c'eravamo nei mesi scorsi e ancora prima, nei viaggi della speranza a Roma, sotto Palazzo Chigi. Noi ci siamo. Con i minatori della Carbosulcis. Con gli operai dell'Ilva di Taranto. Con le 70 donne, coraggiose mamme, figlie, nonne, senza stipendio da mesi chiuse giorno e notte dentro la Icb a Legnaro, nel profondo Nord. Con i “piccoli” assediati nella Val di Susa, “colpevoli” di voler lavorare. Con i “collaboratori” di Almaviva, call-center romano in bilico. Con gli uomini e le donne di Eutelia, derubati del loro futuro da banditi travestiti da imprenditori. Gli spread della finanza accecano chi guida a Berlino, a Francoforte, a Bruxelles, quindi a Roma. Gli interessi più forti rimuovono le lezioni della storia. Andiamo in testa coda senza vedere il fossato dell'economia reale. La disperazione del lavoro diventa acuta e rianima i populismi. No, noi non siamo venduti, come mi è stato sputato in faccia ieri. No, non siamo tutti uguali. Noi ci siamo e ci saremo. Quando c'è il sole, purtroppo sempre più raramente. E quando c'è tempesta, come è nella livida stagione in corso. Noi siamo impegnati, con voi, a cambiare rotta. È una sfida di portata storica per rigenerare da un'Europa oggi matrigna la madre della civiltà del lavoro. Combattiamo, come voi, a mani nude, contro chi vuole riportare indietro la storia. Insieme, soltanto insieme, possiamo farcela. La lunga giornata dei lavoratori sardi A sera molti, delusi, vorrebbero restare «Tutti ci ascoltano nessuno ci risponde» Bombe carta, petardi e scontri: 20 feriti Rallentata la chiusura dell'impianto Passera chiede che la trattativa per la cessione parta subito L'ITALIAELACRISI MASSIMOFRANCHI ROMA . . . Un compromesso finale al ministero. La trattativa potrebbe essere spostata a palazzo Chigi M.FR. Twitter@MassimoFranchi L'offerta Klesch lascia aperto uno spiraglio Noi siamo e saremo con gli operai . . . I 550 operai sbarcati nella capitale scortati e fronteggiati da 1000 agenti di polizia 2 martedì 11 settembre 2012
GianGiacomo Migone L'intervento Italia-Germania I nodi da sciogliere DOPO LA PROVIDENZIALE FORZATURA DIDRAGHI HA RAGIONE MONTI QUANDO AFFERMACHEOCCORREBBEattutire l'urto con la Germania, tenendo conto che, in questi giorni, la Merkel si è molto esposta a favore dell'Europa e anche dell'Italia. Un modo per farlo è di guardare alle nostre carenze con uno sguardo che vada oltre la congiuntura economica. Forse esiste qualche compito di altro tipo che, se venisse svolto o almeno enunciato, inietterebbe fiducia nei rapporti con i nostri interlocutori non soltanto tedeschi, con effetti positivi anche di ordine economico. Primo compito: dare il buon esempio. Donato Menichella, mitico successore di Luigi Einaudi alla Banca d'Italia così ragionava con un gruppo ristretto di persone (cito ovviamente a memoria): «Mentre nella mia Napoli del dopoguerra la buona borghesia mangiava paste alla crema da Caflisch sul Lungomare Caracciolo, gli inglesi, che la guerra l'avevano vinta, continuavano ad accettare il razionamento senza mercato nero. Perché avevano la certezza che le loro principessine avevano a disposizione esattamente lo stesso numero di grammi di zucchero che spettava ai loro figli!». Malgrado gli sforzi di Monti, qui di principessine sacrificate il popolo italiano non ne vede come non ne vedono i tedeschi che ci osservano. Il tetto agli stipendi pubblici, pur molto alto, è stato subito platealmente violato per le alte cariche della Rai; lo spending review assomiglia troppo ai tagli lineari di Tremonti: raramente i ministri prendono di mira i privilegi dei loro alti funzionari. Proviamo poi a fare un confronto tra le retribuzioni di dirigenti e salariati italiani e tedeschi; lo stipendio di Marchionne con quello del suo collega della Volkswagen. C'è da arrossire due volte! Mi vengono in mente quei managers americani che per un simbolico dollaro all'anno si misero a disposizione di Roosevelt per gestire settori pubblici cruciali per uscire dalla crisi. Un esempio all'onore della cronaca? Una medaglia d'oro italiana viene premiata dal Coni con un bonus di 140.000 euro mentre una medaglia d'oro tedesca ne vale 12.000. Insomma, il buon esempio dovrebbe venire dall'alto. Secondo compito: la riforma fiscale. Il dentista tedesco incontra in vacanza un suo collega italiano (o greco) che spende e spande perché, diversamente da lui, non paga le tasse. Occorrerebbe un'alleanza tra il dentista tedesco, un'infermiera italiana, e un operaio greco che, volenti o nolenti, le tasse le pagano e si vedono costretti, ingiustamente, ad accollarsi il grosso delle misure di austerità. Sarebbe questa l'Europa unita. Altro che fiscal compact! Cosa fa il nostro governo per evitare che le misure di austerità non risultino intrinsecamente inique? Ci sono state le razzie a Cortina e a Courmayeur, simbolicamente utili, ma non bastano. Quanti scontrini deve fare un commerciante per compensare l'elusione fiscale di un manager che intesta il suo yacht e altri fringe benefits alla sua ditta in quanto spesa di rappresentanza? Che fine hanno fatto le così dette lenzuolate contro i privilegi delle corporazioni e l'accordo antievasione con la Svizzera che altri Paesi europei hanno già concluso? Terzo compito: un diverso rapporto con il mondo che ci circonda. Per decenni la Germania ha accolto immigrati, riconosciuto loro diritti di cittadinanza a tempo debito, si è dimostrata rispettosa dei diritti di asilo. Oggi, nella sua maggioranza, essa si scandalizza e protesta nelle sedi opportune (Alto Commissariato per i rifugiati, Consiglio d'Europa con relativo tribunale) perché l'Italia non riconosce diritto di cittadinanza neanche a chi è nato su suolo italiano, a non tutelare adeguatamente diritti d'asilo e, fino a ieri, a praticare respingimenti indiscriminati. Ma vi è di più. Esiste un supercaccia, l'F-35 Joint Strike Fighter che un editoriale del New York Times (16.7.2012) citando la Government Accountability Office, definisce «dalle prestazioni deludenti», con costi superiori del 40% rispetto a quelli calcolati, e che non sarà in piena produzione prima del 2019 (con sette anni di ritardi rispetto al previsto). Il governo Merkel ha deciso che non se lo può permettere; come la Francia preferisce puntare sull'Eurofighter costruito in Europa da ingegneri ed operai europei, con caratteristiche diverse ma non tali da precluderne l'uso in missioni multilaterali alla sua portata. In questo come nel caso della guerra libica, di quella tuttora in corso in Afghanistan, il governo Merkel non si lascia impressionare dalle pressioni di cui indubbiamente è stato oggetto da parte degli Stati Uniti. Quello italiano, malgrado la conclamata revisione della spesa, riduce l'ordine di quei velivoli da 130 a 90, ma difende con le unghie e con i denti un acquisto che costerà circa 10 miliardi di euro negli stessi anni in cui, in virtù del fiscal compact imposto dalla Germania, dovrà ridurre il debito accumulato del 50%. Il ministro, in quanto ex capo di stato maggiore della Difesa, in fatto di JFS-35 ha un conflitto d'interesse chiamiamolo tecnico-politico. La portaerei da lui ma non soltanto da lui voluta rischia di arrugginire prima che quei velivoli a decollo verticale siano pronti per l'uso. Le forze politiche in questione, salvo eccezioni, non aprono bocca. Non si sono accorti che la guerra fredda è finita e che l'Italia potrebbe anche non preoccuparsi troppo se qualcuno a Washington aggrotta le sopraciglia, quale che sia la scelta da effettuare, imparando a ragionare in termini di interesse nazionale, conti compresi. Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta ViaOstiense, 131/L 00154 Roma lettere@unita.it Lastoriadel talidomide La storia del talidomide inizia alla meta degli anni 50. È un farmaco commercializzato per contrastare le nausee in gravidanza ma in 7anni è stato capace di fare danni mostruosi. Si attestano a circa 20 mila i bambini nati, dopo l'assunzione di questo farmaco da parte della mamma, con malformazioni gravissime. Molti di loro non sopravvivranno. L'azienda implicata è un'azienda tedesca che ha mantenuto il silenzio per 50 anni fino alle pubbliche scuse recenti in una cerimonia di inaugurazione di un monumento in onore delle vittime. L'associazione delle persone colpite in Germania sostiene che le pubbliche scuse sono poco ma servirebbe un impegno in termini di risarcimento più importante. In altri Paesi non c'è stato alcun risarcimento da parte dell'azienda tedesca. Tra questi Paesi l'Italia che conta 300superstiti con gravissime malformazioni. Altre 300 persone circa sono morte. Credo che la Germania debba porre, per quanto possibile, rimedio a questo danno enorme. AlessandroBovicelli LaChiesa pagaononpaga l'Imu? Nei giorni scorsi Repubblica ha di nuovo posto l'attenzione sul problema Imu alla Chiesa, un vero problema che sta crescendo non tanto per l'aspetto economico, (la cifra gira intorno secondo l'Anci ai soliti 600 mln di euro, mentre la Chiesa sembra non dare nessuna cifra, semplicemente non ne parla) quanto per quello etico. Questo è un tema che non vede mai seguire alle parole i fatti, sia che si tratti di governi di centrodestra che di centrosinistra. Ed anche oggi, purtroppo, non sento voci. Non so se sia più deplorevole il fatto che non ne parlino i partiti per un loro tornaconto di tipo elettorale, o il governo tecnico per piaggeria o la chiesa per un calcolo economico ma, in ogni caso, la sensazione che se ne ricava è che nei momenti di difficoltà il Paese è solo. SilvanaStefanelli Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 La tiratura del 10 settembre 2012 è stata di 86.132 copie C'ÈSCARSAATTENZIONESULLASTAMPAENELL'OPINIO-NE PUBBLICA SUI GRAVI PROBLEMI CHE STANNO EMERGENDODOPOLAPUBBLICAZIONEa metà agosto dei nuovi criteri da adottare per valutare nei prossimi concorsi per professore universitario sia chi aspira a essere membro della commissione esaminatrice sia chi si candida al passaggio da ricercatore a professore associato o da associato a professore ordinario. Solo l'Unità nell'articolo di Mario Castagna ha fatto riferimento al possibile accoglimento da parte del Tar Lazio del ricorso subito presentato dall'Associazione Italiana dei Costituzionalisti in merito ai parametri (in particolare, le mediane) che avrebbero dovuto imprimere una svolta al sistema di valutazione della ricerca scientifica nel nostro Paese (anche ai fini della progressione nella carriera dei docenti universitari) e che invece si stanno dimostrando un nuovo pasticcio. Al di là della fondatezza dei valori statistici introdotti, vanno messi in evidenza tre aspetti generali di questo cosiddetto nuovo sistema che dimostra quanto invece esso conservi vecchie impostazioni. In primo luogo, permane una gerarchia nei tre gradi della carriera universitaria rispetto al valore internazionale della produzione scientifica che è inverosimile: secondo il Dm del 7.6.2012 n. 76 per divenire professore ordinario bisogna avere prodotto «risultati di rilevante qualità e originalità, tali da conferire una posizione riconosciuta nel panorama anche internazionale della ricerca»; invece per divenire professore associato i risultati devono essere tali «da conferire una posizione riconosciuta nel panorama almeno nazionale della ricerca». Quindi scendendo dall'«anche internazionale» all'«almeno nazionale», ci si domanda poi se a un dottore di ricerca che aspiri a diventare ricercatore si chiederanno risultati «almeno regionali o provinciali». Ci si aspettava che qualsiasi risultato scientifico, al di là del grado burocratico di carriera di chi lo ha prodotto, dovesse avere sempre un valore internazionale. Comunque (secondo punto) lo stile commissione-di-una-volta resta garantito dalla frase finale del documento ministeriale che spiega i criteri di valutazione: «Il superamento del numero richiesto di mediane non è affatto una condizione sufficiente per ottenere l'abilitazione, concorrendo alla valutazione finale il giudizio delle commissioni su una serie di criteri e parametri». Poiché non risulta che questi «criteri e parametri» (la condizione necessaria, ahimè) siano quantificabili, siamo punto e a capo: a parità o quasi di valori numerici, tra il candidato A e il candidato B chi sarà scelto? Infine, il pezzo più forte è l'autoreferenzialità della valutazione. Si è scritto che sono stati adottati riferimenti internazionali. È vero solo a metà. Per ogni area scientifica è stato calcolato il numero delle pubblicazioni negli ultimi dieci anni, certamente su quali riviste internazionali di prestigio o no, ecc., ma all'interno del gruppo relativo dei docenti italiani (ripeto: italiani). Quindi un commissario X o un candidato Y sono giudicati non su parametri internazionali in assoluto, ma relativamente a quanto produce il loro gruppo di colleghi italiani. Quindi X e Y possono risultare bravissimi perché la maggior parte dei colleghi di una settantina di atenei italiani è mediocre sul piano della produzione, ma ciò non significa che X e Y potrebbero mantenere il loro primato se fossero confrontati con i colleghi stranieri. Immaginiamoci cosa succederà (lasciamo perdere cosa è già successo nella storia dell'università italiana) in quei settori dove oggi la mediana è risultata 0 (non è un refuso). In breve siamo stati di nuovo molto originali, creando un modello di valutazione scientifica unico al mondo: internazionale sì, ma tra di noi. COMUNITÀ Senza giustizia non c'è crescita economica. Vediamo. Per arrivare a una sentenza, il tempo della giustizia civile per controversie commerciali tra due imprese è da capogiro: 1.210 giorni è la media. In Francia 331, in Germania 394. Ci batte anche la Grecia. Altro fardello, la corruzione. Per capitalizzare, occorre trasparenza. Gli illeciti allontanano gli investitori, danneggiando tutto il sistema produttivo. FABIO SICARI Il modo in cui la corruzione incide nei conti pubblici è immediatamente evidente per chi riflette sul modo in cui funziona la Pubblica Amministrazione nel nostro Paese. Costruito con cura nel tempo della Democrazia Cristiana e del «miracolo economico», diminuito ma non interrotto da mani pulite, eretto di nuovo a sistema nel tempo di Berlusconi, il sistema delle tangenti grava pesantemente sui costi delle opere e delle forniture di servizi perché chi le paga le fa rientrare sempre nel conto: dal momento in cui ci si convenziona se non c'è gara o con opportune varianti nel tempo se per vincere una gara ci si è presentati con un preventivo «al massimo ribasso». Se le tangenti gonfiano i costi, d'altra parte, e se tanta parte del sistema partitico si regge, come i magistrati denunciano di continuo, proprio sulle tangenti, il ministro Severino ha ragione: l'incidenza della corruzione sul Pil arriva almeno al 2% e merita un intervento urgente. Ad esso si oppone solo il Pdl chiedendo, «in cambio» del suo voto in aula, una legge che «regoli» le intercettazioni: rendendo più difficile il lavoro dei giudici che si battono contro la corruzione e che soprattutto delle intercettazioni si sono serviti in questi anni per inchiodare i corrotti. Quello che cerca il Pdl con il suo catenaccio è un bel pareggio insomma, 1- 1, fra chi combatte e chi difende il sistema delle tangenti. Un pareggio di cui tutti i corrotti renderebbero grazie domani, in vario modo, a Berlusconi ed ai suoi amici. Dialoghi La legge anticorruzione e il catenaccio del Pdl L'analisi Nuovi concorsi universitari, la valutazione è fai-da-te Luciano Mecacci Già professore ordinario e prorettore dell'Università di Firenze CaraUnità . . . Sui parametri un vero pasticcio . . . I tre limiti del nuovo sistema 16 martedì 11 settembre 2012
ZONACRITICA TRENTACINQUEANNI,TANTAVOGLIADITORNARETRA I BANCHI MA NON SOLO. NEL MEZZO DEL CAMMIN SMEMORANDATROVANUOVIAMICI,SIRIFÀBELLASULWEB EAPRELEPORTEDELLASUAEDITRICE,LAGUTEDIZIONI SPA,ALLA FELTRINELLI. Nico Colonna, tra i fondatori (insieme a Gino & Michele)edirettoredella«Smemo»,avetesiglatol'accordoconFeltrinelli. In cosa consiste? «Si tratta di un'operazione più industriale che finanziaria. Noi siamo tra i leader nella cartoleria, un settore che per loro è molto importante. Feltrinelli è da tempo uno dei nostri partner più grossi e crediamo che la sinergia possa facilitare la crescita di entrambi. D'altra parte tra i due gruppi c'è un'affinità politico culturale che rende la collaborazione molto naturale. Quando abbiamo firmato l'accordo ci siamo resi conto che forse arriva un po' in ritardo». Cosacambia? «Feltrinelli acquisisce per otto milioni di euro il venti per cento di Gut e ottiene l'opzione di poter aumentare la partecipazione fino al quaranta per cento nei prossimi cinque anni. Nel nostro consiglio d'amministrazione entrano Carlo Feltrinelli e Dario Giambelli, che sono il presidente e l'amministratore delegato di Effe 2005, la holding della casa editrice. Mentre un altro manager Feltrinelli, Roberto Ghiringhelli Cavallo, diventerà il nuovo direttore commerciale di Gut». Quest'annoiltemadellaSmemorandaè«Friends». Ci saranno nuoviamici tra i collaboratori? «Sì, la nuova edizione sarà firmata tra gli altri da don Gallo, che venerdì sarà con noi a Genova alla presentazione dell'agenda 2013 (alla libreriaFeltrinellidiviaCeccardi16, ndr). Tra i nuovi amici ci sono anche J-Ax e due sportivi di grande spessore e di grande simpatia, come il nostro rappresentante all'Nba, Marco Belinelli, e il rugbista della nazionale italiana Martin Castrogiovanni. Enell'edizioneadodicimesi?C'èunraccontochesi intitola«Checosasuccederànel2012:nulla!»Siparladiprofezie e fine delmondo? «Esatto. Margherita Hack manderà a quel paese i Maya e le loro previsioni...Scherzi a parte, quest'anno l'introduzione della Smemo 12Mesi è affidata all'astrofisica, alla quale siamo affezionatissimi, e al giornalista storico scientifico Viviano Domenici». Epoi c'è il web. Anche lì ci sono incantiere diverse novità. «A fine settembre dovremmo lanciare il nuovo portale, che integrerà il sito ai social network. Vorrei partire però da una certezza: nei prossimi anni non rinunceremo alla carta. Noi facciamo un diario e continueremo a lavorare al meglio perché possa avere sempre lo stesso successo. È chiaro che le potenzialità del web sono un terreno da esplorare, non solo per la velocità e l'immediatezza nei contatti e nelle relazioni, ma anche come strumento di marketing. Per cui stiamo ricostruendo la nostra presenza su internet, dove già contiamo quattrocento mila amici su Facebook e un milione di contatti alla settimana sul sito. Del resto, come diceva qualcuno, con i suoi novecentomila amici la Smemoranda è stata il primo social network italiano». Sulsitoci saranno nuove rubriche? «Ce ne saranno nove. Una di queste la vorrebbero curare i Finley. E tra gli altri si dovrebbero alternare anche i nostri amici e vignettisti storici, come Altan, Staino e Vauro, e tanti altri giovani». Ma non pensate di distrarre troppo i ragazzi dallo studio? «Bè se le distrazioni fossero quelle che proponiamo noi sarebbe un gran cosa!» Torniamoalla carta. Fate un'agendae ne utilizzate molta ma vi definite anche «Emission Free», zero emissioni. «Ci proviamo. Con la tutela della fondazione Terra Onlus, negli ultimi anni tra Milano e Pavia abbiamo piantato quasi duecentomila alberi in sei boschi. Questo ci permette di assorbire più di 1.200 tonnellate di Co2 all'anno e restituire all'atmosfera una grande quantità di ossigeno». QUALCUNO HA DETTO, E HA RAGIONE, CHE PINCIO È OGGI IL PIÙ INTERESSANTE SCRITTORE ITALIANO. NON SO SE IL PIÙ INTERESSANTE,certo il più consapevole. Tempo fa (anzi a suo tempo) io lessi il suo romanzo cinese (Cinacittà) senza capirlo tanto che ne scrissi una recensione di cui percepivo la vaghezza già mentre la scrivevo. Cercavo di dare un senso a quella sua Roma occupata dai cinesi arrampicandomi a ipotesi freddamente fantascientifiche dibattendomi affannosamente tra le tecniche e gli abusi imposti dal genere. Dunque un prodotto di buona costruzione appartenente al catalogo di una letteratura da noi poco frequentata e che per contro contava molti titoli esteri (soprattutto americani). Mi sfuggiva che era tutt'altra cosa come ho capito leggendo il libercolo -così Pincio stesso lo chiama - Pulp Roma), che oggi l'autore scrive proprio per spiegarci come nacque quel suo ormai vecchio romanzo cinese , chiarendo lo spunto e le motivazioni di origine. Intanto mi sento sollevato e non più totalmente colpevole di quella mia lettura allora incerta e approssimata (e altrimenti perché l'autore è tornato sull'argomento?) e mi si fa chiaro ciò che al momento della mia prima lettura era macchiato di nero e cioè che Cinacittà non era un romanzo fantascientifico ma un romanzo realistico. Intendiamoci. Il romanzo ha per protagonista Roma, la città in cui l'autore è nato e che ama e insieme odia. Ma Roma, ci spiega Pulp, è una città irraccontabile, la sua eternità è la sua precarietà, la sua bellezza è la sua decadenza. È una città contenitore che ha raccolto e raccoglie storie diverse, confondendo nell'irriconoscibilità del tutto la propria identità. Se è la città delle rovine (pur nobili) lo é nel senso che ha trasferito la sua morta sopravvivenza a tutto ciò che contiene e le appartiene. Di qui il languore, la mollezza, la vanità,la strafottenza, il cinismo dei romani che amano e partecipano alla rappresentazione dei loro vizi in cui tuttavia si rifiutano di riconoscersi. Come allora raccontare una città così contraddittoria, così imprendibile , così inesistente ( priva di limiti che la definiscano), così misteriosamente bella (sfuggendo a qualunque modello di bellezza), cosi oscenamente esibizionistica, così sfacciata e pulp (nel senso che non fa altro sforzo oltre quello di esserci) dunque come raccontarla questa città se non ricorrendo a metafore o forse più che a metafore a trasferimenti nel sogno e nel delirio? LANTERNE ROSSEA VIAVENETO Peraltro in una città così inguaribilmente precaria la distanza tra realtà e sogno è cosi labile da risultare quasi inavvertibile. Cosi basta un non voluto errore di strada per aprirti prospettive inimmaginabili per esempio la visione di masse di cinesi che, incorniciate da inserti di lanterne rosse, sciamano per Via Veneto e occupano Roma che i romani hanno abbandonato fuggendo (per il Nord) dalla calura (in una estate come questa ultima che abbiamo appena attraversato). La nuova Roma cinese (Cinacittà) si riassesta ne gli spazi che trova, ripetendo, moltiplicandone l'intensità, il tradizionale torpore , l'ozio si propaga come attività definitiva; nei numerosi locali, tutti all'insegna della Città proibita, giovani bellezze silenziose e cattive ballano dolcemente scivolando su una asta. Fiumi di denaro vinto e perso al gioco scorrono sulla carta appuntate nel elenco di creditori e debitori. Un aria di irrealtà, di solidarietà impossibili e di astuzie nascoste, s'impossessa e governa la città. Quel che c'è non ha altro destino che di essere visto. Ma il destino dell'apparenza non è quelloche pesa ancora oggi sulla Roma in cui viviamo? Non è per caso che Roma è amata da sommi artisti quali De Chirico e Fellini ai quali «non interessa tanto di dipingere il mondo quanto crearne uno alternativo fatto di pittura, un vero mondo dipinto che può anche assomigliare al mondo reale ma che segue regole interne, un mondo cui è consentito fregarsene delle leggi fisiche». Fellini non ha mai fatto un film sull'America, nonostante i corteggiamenti di produttori da tutto il mondo, perché pretendeva ricostruire New York nello studio 5 di Cinecittà. La Dolce vita non è mai esistita, è stata un delirio di Federico. Lo abbiamo sempre saputo ma non volevamo arrenderci al sospetto Finalmente è arrivato Pulp Roma a rassicurarci e darci certezze. CULTURA L'ECCEZIONEMICHELEPERRIERA,DUEGIORNATEDELL'ISTITUTOGRAMSCISICILIANO OGGIEDOMANI,ai Cantieri culturali della Zisa, due giornate dell'Istituto Gramsci Siciliano per ricordare Michele Perriera. Una mostra fotografica di Letizia Battaglia, Shobha e Franco Zecchin; due video: Michele Perriera parla con gli studenti dell'Accademia di Belle Arti occupata, il 18 febbraio 1990 e Il profumo della fuga, backstage dell'ultima sua regia “Come, non lo sai?” presentato da Giuditta Perriera; una rassegna di libri di Perriera. E due incontri-dibattito. Il primo, martedi 11, sul perché ricordarlo, con Salvatore Nicosia, il sindaco Orlando e l'assessore alla cultura Giambrone, e con Letizia Battaglia, Giuseppe Campione, Gianfranco Perriera, Guido Valdini. Il secondo incontro mercoledi 12 coordinato da Simona Mafai : «Il sottosuolo e il cielo di Michele Perriera». Vi interverranno Roberto Andò, Domenico Calcaterra, Maria Cucinotti, Gabriello Montemagno, Ignazio Romeo, Federico Vercellone. Smemo s'allea conFeltrinelli La casa editrice rileva il 20% dell'agendacheha35anni IldirettoreNicoColonna spiega l'accordo: ilgruppo editorialepuòsalireal40% incinqueanni.«Friends»2013 firmatoanchedaDonGallo GIUSEPPEVESPO MILANO L'eccezioneMichelePerreira ai cantieri della Zisa di Palermo 35anni insieme.Gino eMichele con ildirettore diSmemoranda NicoColonna UnaRoma«pulp» elanguida dopol'Apocalisse PULPROMA TommasoPincio pag.136 euro 12.00 Il Saggiatore ANGELOGUGLIELMI U: 18 martedì 11 settembre 2012
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