INNANZITUTTOINUMERI:QUATTROPUNTI,ILPRIMOPOSTONELGIRONEDOPODUEPARTITE,4GOLFATTI,2SUBITI. Bottino buono, non esaltante, tutt'altro che disastroso per la nazionale di Cesare Prandelli dopo le prime due partite di qualificazione a Brasile 2014 contro Bulgaria e Malta. Pareggiare in Bulgaria non è un disonore - però due gol presi sono troppi -, vincere di due con Malta è il minimo sindacale, ma non il minimo storico: nel dicembre del '92 Sacchi vinse 2-1 sugli isolani, in una partita passata alla storia come l'ultima in azzurro di Gianluca Vialli. Palese però, dopo il match di Modena, l'insoddisfazione di Prandelli: «Dobbiamo ritrovarci, e ritrovare quelle certezze che avevamo, il gioco e l'entusiasmo soprattutto». 180 minuti in affanno costante, senza una parvenza di idea, con parecchi uomini fuori fase e probabilmente ancora a corto di minuti giocati sono il povero spettacolo mostrato dall'Italia nelle due partite settembrine, le prime ufficiali dopo l'Europeo. «In questo mese - analizzava il ct - storicamente soffriamo molto, molti ragazzi non sono ancora al top della forma». Già, la vera Italia è già un ricordo piuttosto lontano. Due partite e tre moduli diversi (3-5-2, 4-2-3-1 e 4-3-3) sono decisamente troppi, anche per una squadra abituata, come dimostra l'ottimo Europeo, a metamorfosi repentine, a cambi improvvisi di assetto. Gli uomini a disposizione di Prandelli erano, eccetto Balotelli e Chiellini, il meglio che il calcio italiano può attualmente offrire. Ma in campo hanno regnato per larga parte dei 180 minuti confusione, approssimazione e improvvisazione. Male, nonostante il gol prodotto, la coppia d'attacco Osvaldo-Destro, mai davvero omogenea, per troppi minuti vista al centro a litigarsi la posizione. Male, anche a giudizio del ct, Diamanti nel ruolo di trequartista. Piuttosto duro a fine partita Prandelli: «Io non voglio più trequartisti in squadra, non mi interessa quel tipo di giocatore, ma uomini capaci di attaccare lo spazio, di andare in profondità, di creare superiorità». Non polemica, ma velatamente stizzita la risposta del focoso numero 23 del Bologna: «Non avevo spazio in quella difesa “vigliacca”, ci marcavano a uomo, non ci facevano respirare, non ci permettevano di costruire. Potevo fare meglio, è evidente. Se ho perso un'occasione? Questo deve dirlo lo staff tecnico». Il “mai più” di Prandelli sui trequartisti dimostra la tendenza del ct a un gioco d'insieme, basato sul movimento, sugli scambi e non sulle trovate estemporanee del singolo. Meglio di Diamanti, anche se in una posizione simile, ha fatto nel secondo tempo modenese Lorenzo Insigne, più dinamico, anche più voglioso probabilmente di guadagnarsi spazi e scalare posizioni. La coppia d'attacco, aiutata dal movimento del napoletano, si è mossa meglio. A quel punto la squadra era passata al 4-3-3, con Destro largo e Osvaldo (e poi Pazzini) a fare da boa al centro. Scarso, poi, nei 180 minuti il contributo dagli esterni: Maggio lontano da Napoli è un altro giocatore, Giaccherini nella Juve non fa quasi mai tutta la fascia, Cassani male contro Malta, Abate e Balzaretti erano out, si è salvato, gol a parte, solo l'esordiente Peluso. Contro Malta, con una squadra chiusa a tripla mandata, l'abbiamo buttata troppo spesso lunga, sperando nella carambola, nel colpo d'istinto. Gioco quasi zero, spettacolo inesistente. L'analisi del giorno dopo di Prandelli è impastata di buoni propositi: «Siamo ancora un cantiere aperto, troppa gente non era al cento per cento. Da ottobre dovremmo cercare di proporre un gioco piacevole, spettacolare, dovremmo provare a osare di più». Lo spettacolo, parola storicamente quasi del tutto sconosciuta alla nazionale italiana, dunque come obiettivo. Il tempo però, come ricorda il ct, «è poco, troppo poco». Poco lo spazio da qui a ottobre, quando affronteremo l'Armenia in trasferta (il 12) e la Danimarca in casa (il 16), pochissime le ore di lavoro sul campo per Prandelli con gli azzurri alla vigilia delle due partite. Impensabile vedere una nazionale tutta velocità, scambi, spettacolo e gol. Ci provò Sacchi, e si scontrò contro il naturale limite di ogni ct, proprio il tempo. Del resto ricavare una finestra nel calendario per gli stages pare impossibile, convincere le società a rinunciare a qualche spazio per il bene della nazionale ancor più impossibile. Accontentiamoci allora, come sempre, di un'Italia che vince - o al peggio pareggia - senza convincere. E “accontetiamoci” di guidare la classifica di un girone molto difficile, l'unico con tre squadre reduci dagli Europei - Italia, Cechia e Danimarca -, più una outsider come la Bulgaria, spesso vista ad alti livelli, la pericolosa Armenia e Malta, allenata da un italiano, Ghedin. Abbiamo cavato quattro punti dal nostro peggio, anche questo è un merito, in attesa che rientrino Balotelli, Chiellini e De Rossi, punti fermissimi del ct, che tornino entusiasmo, grinta e voglia degli Europei e che le gambe riprendano a girare al massimo. E, anche e soprattutto, che il campionato e l'Under 21 diano nuovi suggerimenti a Prandelli. SCONTRIGENOA-SIENA SPORT TRENT'ANNI FA DICEVI FALCAO E PENSAVI ALFUORICLASSEBRASILIANOCHECONDUSSELAROMAAUNOSTORICOSCUDETTO.Oggi se dici Falcao non pensi ad un grandissimo centrocampista ma (secondo molti) al miglior attaccante che c'è al mondo. Radamel Garcia, difensore colombiano di buon livello negli anni Settanta e Ottanta, volle chiamare il figlio in onore del fuoriclasse giallorosso ma neppure lui pensava di aver dato i natali ad un centravanti che oggi tutto il mondo invidia all'Atletico Madrid. Soprannominato “El Tigre”, Falcao è cresciuto nelle giovanili del Lanceros ma è con gli argentini del River Plate che ha conosciuto la grande ribalta. Nel 2009 sbarca in Europa con la maglia del Porto, e la formazione allenata da Villas Boas vince tutto in patria e conquista l'Europa League, grazie proprio a un gol di Falcao nella finale contro i “cugini” del Braga. In estate viene avvicinato dagli emissari dell'Atletico Madrid che decidono di investire su di lui i 35 milioni incassati dal Manchester City per Aguero (il genero di Maradona) e gli spagnoli fanno un affare clamoroso, perché oggi Falcao ne vale almeno 60. Roman Abramovich avrebbe infatti deciso di spendere questi soldi dopo aver visto l'attaccante colombiano demolire con tre gol nel solo primo tempo il suo Chelsea nella Supercoppa lo scorso 31 agosto a Montecarlo. Ma ormai era tardi perché il mercato stava per chiudere i battenti… Tre mesi prima il colombiano aveva vissuto un'altra notte da favola, stendendo l'Atletico Bilbao nella finale di Europa League, diventando il primo a segnare in due finali consecutive (e con maglie diverse) della vecchia Coppa Uefa. Il suo sogno ora è arrivare a giocare in Champions, insieme alla possibilità di condurre la Colombia al Mondiale del 2014. Una possibilità sempre più vicina e concreta, perché anche con la propria nazionale Falcao sta facendo mirabilie, come ha dimostrato l'ultima settimana. Per lui gol uno più bello dell'altro e prestazioni super che hanno consentito di mandare ko nel giro di quattro giorni prima l'Uruguay vincitore dell'ultima Coppa America (4-0) e poi il Cile (1-3). Destro, sinistro, colpo di testa, tecnica raffinata: al suo repertorio non manca davvero nulla. Uno così avrebbe giocato titolare anche nel grande Brasile di Paulo Roberto Falcao. Italia cantiere aperto Bilancio in chiaroscuro dopo due gare CesarePrandelli a colloquiocon il capitano azzurroGigiBuffon durante l'allenamentodella nazionalea Medolla FOTO ANSA DeferitoPreziosi e16giocatoridelGrifone IlGenoa, il presidente EnricoPreziosie 16 giocatori rossoblùsono stati deferitiper la vicendadellemaglie sfilateeconsegnate ai tifosi inoccasionedella partitacontro ilSiena dello scorsocampionatodopo la duracontestazione diungruppo diultras. Igiocatori deferiti sono SebastienFrey,Andreas Granqvist, Marco Rossi, RodrigoPalacio, GiandomenicoMesto, Cesare Bovo,JurajKucka,Alberto Gilardino,Davide Biondini, LuisMiguel PintoVeloso, Jose Eduardo Bischofe,ValterBirsa,KahkaKaladze, Jorquera TorresCristobal, GiuseppeSculli e Luca Antonelli. I fatti risalgonoal 22aprile scorso, quando, in occasionedella garaGenoa-Siena, i giocatorigenoanisi erano tolti lemaglie digioco e leavevano datea un gruppodi tifosi che avevano interrotto il matchcontestando la squadraechiedendo la consegnadelle casacche. I tesserati sono stati deferitiper risponderealla violazionedell'art.1del Codicementre la società dovràrispondere per responsabilitàdiretta. Falcaonon si fermapiù LaColombia adessovola MASSIMODEMARZI tomassimo@virgilio.it Prandelli soddisfattoametà dopoilpareggioconla Bulgariae lavittoriadimisura suMalta.Moltiesperimenti, davveropochiquelli vincenti COSIMOCITO citocosimo@hotmail.com ... LacoppiaDestro-Osvaldo nonhaconvinto,bocciato Diamanti trequartista Condizioneancorascarsa U: giovedì 13 settembre 2012 23
«Mi auguro che non ci siano altri motivi di divisione nel Pd». Almeno non sui referendum, spera Cesare Damiano che sulla riforma del Lavoro non è mai stato tenero con il governo ma non per questo condivide l'iniziativa. Damiano, lei non era d'accordo con la modifica dell'articolo 18 ma non le piaccionoquesti referendum. Perché? «Intanto non commettiamo l'errore di confondere i referendum, presentati tra gli altri anche da Sel, con le alleanze del Pd. Noi dobbiamo continuare sulla strada della costruzione di una proposta politica progressista e Sel è un interlocutore fondamentale. Detto questo ritengo la scelta dei referendum inopportuna e sbagliata». Perché? Non si deve cambiare l'articolo 18? «Prima di tutto perché i promotori sanno perfettamente che nel 2013 ci saranno le elezioni politiche e quindi non si potrà tenere alcun referendum. Non condivido una posizione di bandiera e propagandistica perché prediligo la soluzione reale dei problemi. Inoltre, trovo questa scelta contraddittoria con la prospettiva di governo. Il Pd vuole governare il Paese ed è la via legislativa quella da privilegiare per correggere le riforme sociali di questo governo, come pensioni e mercato del lavoro, nelle parti che peggiorano la condizione di vita dei lavoratori». Manelmeritodeiquesiti,leinoncondividenulla? «Penso, a differenza di Vendola, che il compromesso raggiunto, grazie a un'iniziativa politica forte del Pd e di Bersani, sull'articolo 18 non sia più da modificare. Sulla riforma del mercato del lavoro non ho mancato di far sentire la mia opinione critica, ma credo sia necessario un vero monitoraggio dell'impatto della riforma sul mercato reale per poi procedere con le correzioni, sentendo le parti sociali, sindacati e imprese». Eppurefinoranonrisultachelamodifica dell'articolo 18 abbia provocato tanti cambiamentinelmercato del lavoro. «Voglio ricordare che la proposta iniziale del governo era quella di non consentire la reintegrazione nel posto di lavoro in seguito a un licenziamento per motivi economici. Noi abbiamo imposto una profonda correzione che ha reintrodotto, accanto al risarcimento, la possibilità di reintegrare il lavoratore, ossia una soluzione alla tedesca. Mi sembra si sia raggiunto un buon compromesso e se ci saranno delle correzioni da fare, sulla base dei casi che la magistratura esaminerà e sulla base dei suggerimenti delle parti sociali, allora affronteremo la questione». Leidice:“alleanzeereferendumnondevono essere confusi”. Ma si è creato un problemaconVendola? «Sarebbe stato meglio non presentarli, ma non possiamo inibire una autonoma iniziativa di partito. Aggiungo che l'articolo 8, voluto da Sacconi, andrebbe cancellato perché affidare la derogabilità di leggi e contratti alla contrattazione di azienda di territorio vuol dire distruggere un quadro di normativa nazionale. Ma non voglio aspettare l'esito di un referendum: vorrei fosse uno dei primi atti legislativi di un governo di centrosinistra». «Che volete da me, il sangue?». Pierferdinando Casini è inquieto sulla nuova legge elettorale. Da un lato rassicura il Pd, «non abbiamo alcun accordo segreto col Pdl», dall'altro incalza «l'amico Bersani», propone una mediazione, e cioè «sì al premio di governabilità alla coalizione», ma in cambio ci devono essere le preferenze, il vero chiodo fisso dell'Udc. «Ho letto le dichiarazioni di Bersani riferite all'Udc che suonano come un richiamo. Ma noi dobbiamo solo sostenere le nostre idee, siamo da sempre per una legge proporzionale alla tedesca e per le preferenze». «Il Pd non può chiederci nulla, men che meno di rinnegare le nostre posizioni», insiste il leader centrista. «A me il premio di coalizione non piace perché può favorire coalizioni eterogenee, ma si può venire incontro al Pd. Sulle preferenze penso che non si possa cedere: al popolo va restituito lo scettro con preferenze di genere per aumentare la presenza delle donne in Parlamento». Insomma, per Casini il Pd «deve rinunciare a qualcosa». Sulle preferenze, nonostante le smentite di un accordo sottobanco, l'asse col Pdl e pure con la Lega è pronto. «Bene Casini, andiamo avanti», fa sapere Gasparri. Ma ormai sembra che dentro al Pdl l'idea di tornare alla preferenze abolite nel 1993 stia guadagnando terreno. Anche Berlusconi, dopo lunghe riflessioni, avrebbe dato il suo benestare. Al Pd ufficialmente non piacciono affatto, anche se dentro il partito, soprattutto tra gli ex Dc, in tanti non farebbero le barricate. Anzi. Il punto, per Bersani e i suoi, è sempre lo stesso, e riguarda la possibilità di sapere, già la sera del voto, chi andrà a palazzo Chigi. Su questo le aperture di Casini vengono prese con molta diffidenza. Resta il timore che l'Udc si accordi con la destra per un sistema proporzionale con un premio irrilevante al primo partito, che renderebbe inevitabile il ritorno della grande coalizione. Sulla legge elettorale «devono stare attenti a quel che pensano perché il paese va governato, noi non scherziamo», fa sapere Bersani. «Qui nessuno ha voglia di scherzare», è la secca replica del capo Udc. IL CENTRISTA SMEMORATO Anna Finocchiaro prima ricorda a Casini di essere stato uno degli autori del famigerato Porcellum. Cosa che fa anche Follini, oggi nel Pd, (nel 2005 era nell'Udc) che maliziosamente ricorda l'attivismo di Pier nel «confezionare» la legge Calderoli. Poi, la capogruppo dei senatori Pd ammorbisce i toni, spiegando che i democratici potrebbero andare a vedere le carte di Casini. «Il Pd rimane contrario alle preferenze, anche per motivi legati alla corruzione, ma potrebbe essere disposto a discuterne se servirà a superare l'impasse che si è creato. Vedremo...». E tuttavia tra i democratici il rischio di un ritorno alla prima Repubblica è ben presente. «Una legge proporzionale con preferenze e sbarramento al 5% è un ritorno indietro. Ci ricordiamo i guasti di allora. Oggi sarebbero ancora più gravi», dice Vannino Chiti, vicepresidente del Senato. «I cittadini non vogliono rinunciare a scegliere le maggioranze di governo. Mi auguro che l'Udc non voglia assumersi la responsabilità di una rottura non risanabile». Nonostante le smentite di Casini, le reazioni Pdl alle sue parole fanno capire che le posizioni tra gli ex alleati da tempo non erano così vicine. La Russa definisce quella del leader Udc una «ragionevole apertura al Pd» e «sproporzionata» la reazione di Bersani. «Se davvero si vuole fare in fretta una legge elettorale il percorso è quello indicato da Casini: verificare la possibilità di andare incontro al Pd su altri temi ma tenendo fermo il sì alle preferenze», insiste il coordinatore Pdl. Giuseppe Calderisi, uno dei tecnici più ascoltati da Berlusconi, la mette giù così: «Cosa pretende ora Bersani, che Pd e Sel, vincendo le elezioni con il 30-33%, ottengano un premio del 55% dei seggi? È una pretesa inammissibile». La soluzione possibile, secondo Calderisi, è un premio al primo partito del 10%. «Oltre non si può andare. Il Pd non può pretendere un sistema per governare con i voti degli altri», insiste. Già, ma lo scoglio più insidioso sulla strada della riforma del Porcellum non sono le pretese di Bersani di assicurare la governabilità. Ma l'assenza di una prospettiva chiara da parte del Pdl, che continua a dire e non dire, a stracciare accordi, ad attendere che Berlusconi sciolga le sue riserve. Il Cavaliere infatti da settimane continua a minacciare blitz a maggioranza in Senato con l'aiuto della Lega, più per prendere tempo che per una reale di intenzione di confezionare una nuova legge senza il Pd. L'Idv, dal canto suo, ha inviato una lettera ai presidenti delle Camere chiedendo che «si inizi finalmente a discutere in Parlamento» «Il punto è - spiega Di Pietro- che qui nessuno vuole discutere nessuna legge elettorale, vogliono mantenere il Porcellum per una porcilaia, come il Parlamento non può essere». Oggi il presidente del Senato Schifani vedrà il presidente della commissione Affari costituzionali Carlo Vizzini per fare il punto sulla riforma. E ai capigruppo ha detto che bisogna arrivare in fretta a «un momento di decisione». Stando così le cose, l'ipotesi di un ritorno delle preferenze pare sempre più vicina. 2013 la riforma potrà essere migliorata in Parlamento». VENDOLANONRETROCEDE Il problema è però tenere salda la barra oggi, perché Bersani intende andare avanti nella costruzione della coalizione progressista insieme a Vendola, lasciando fuori Di Pietro e tutti gli altri con cui il leader di Sel si è lanciato nella raccolta di firme (che si estenderà a quesiti referendari sugli stipendi dei parlamentari, il finanziamento pubblico ai partiti e anche la riforma delle pensioni). Il governatore pugliese rivendica la scelta e conferma che non vuole arrivare a un'alleanza di governo con l'Udc: «Insieme a Bersani e al Pd possiamo costruire una coalizione e un programma - dice al Tg3 della sera - io mi alleo, non è che mi arrendo, non è che cedo il bagaglio di programmi, idee, valori di Sel. Bersani dice prima di tutto il lavoro? Per me prima di tutto il lavoro significa ripristinare il principio che nessuno può essere licenziato senza giusta causa». Quanto alla «carta d'intenti», che verrà presentata nella stesura definitiva a metà novembre, Vendala frena, e fa capire che non necessariamente vedrà la luce così com'è stata scritta da Bersani. «Non ho firmato alcuna carta di intenti del Pd - dice il governatore della Puglia - ad agosto ho presentato una carta d'intenti - “È tempo di cambiare” - di Sel». EFFETTOFORNERO La battaglia referendariaviene viene guardata con favore da quanti denunciano l'«effetto Fornero» sui posti di lavoro. Ieri si è svolto uno sciopero di protesta di due ore nell'azienda Design, dopo che tre iscritti alla Fiom sono stati licenziati alla Model Master di Moncalieri. In virtù della nuova normativa sui licenziamenti individuali - spiega la Fiom - l'azienda aveva infatti deciso di lasciare a casa tre lavoratori, giustificando il provvedimento con i cali produttivi, anche se l'azienda non ha mai fatto ricorso alla cassa integrazione o ad altre forme di ammortizzatori sociali. I tre lavoratori licenziati sono tutti iscritti alla Fiom-Cgil, e due di questi sono anche stati delegati. «Quello di Torino - dice Edi Lazzi, responsabile Fiom-Cgil della Quinta lega - è il primo caso di ricorso ai licenziamenti individuali secondo quanto previsto dalla riforma Fornero». Il ministro del Lavoro, dal canto suo, annuncia un monitoraggio «serio e scientifico» della sua riforma, che è fatta «di tante norme»: «Magari qualcuna funzionerà bene, qualcuna meno bene, guardiamo con animo sgombro da pregiudizi cosa funziona». Parlando alla festa movimento giovanile del Pdl, Atreju, Fornero dice che ci sarà un monitoraggio per poi giocare il suo pacchetto di norme «in modo neutro, con una valutazione scientifica, senza ascoltare le posizioni ideologiche di chi dice pregiudizialmente questo ci piace e questo no». L'APPUNTAMENTO . . . La replica del leader centrista al segretario del Pd: «Qui nessuno ha voglia di scherzare» L'INTERVISTA Hapreso il via ieriaPerugia la Festa nazionalesocialista,che prevede cinquegiorni didibattitoe che spieganogliorganizzatori -vuole essere«anche il cantiere incui progressisti, riformisti, socialisti e il mondocattolico democratico, si potrannoconfrontare perpreparare il terrenodellealleanze in vistadelle prossimeelezionipolitiche». Appuntamentocentrale dellagiornata dioggi, alleore 17.30, ildibattito su “Popolarie socialisti:per amore dell'Italia”,con il leader dei socialisti RiccardoNencinie ilpresidente dell'UdcPierFerdinando Casini. Domani invece(sempre alle 17.30), l'appuntamentocon Pier LuigiBersani, chesarà intervistatodal direttore del Tg3,BiancaBerlinguer, inun faccia a facciacon RiccardoNencini. «Perché riaprire una battaglia già vinta?» «Nientepropaganda, noisiamogiàriusciti a farcambiare la legge GoverneremoilPaese e leriformesocialidiMonti lecorreggeremoinAula» Il leaderdelPd conNencini alla Festa dei socialisti ANDREACARUGATI ROMA . . . La denuncia della Fiom: «A Torino già tre iscritti licenziati grazie alla riforma Fornero» MARIAZEGARELLI ROMA CesareDamiano . . . Schifani: «Arrivare in fretta alla decisione» Calderisi, Pdl, ipotizza il premio al 10% al partito Preferenze, Casini rilancia Bersani: «Niente scherzi» Il leader Udc esclude accordi segreti con il Pdl e apre al premio alla coalizione chiesto dai democratici Il centrodestra applaude alla proposta centrista e spera in un riavvicinamento con la Lega giovedì 13 settembre 2012 5
GIULIOFERRONI ITALIANISTA Pubblichiamo unostralcio dellarelazionediGiulio Ferroniall'incontro sugliartisti inVersilia IL TRADUTTORE VANNI BIANCONI E IL PREFATORE MARCO MISSIROLI SONO DUE OTTIME GUIDE ALLA LETTURA DIQUESTAsilloge di Poesie del Mississippi di William Faulkner (Transeuropa, 2012, pp. 72, euro 9,90). Entrambi però corrono il rischio di un eccessivo e non sempre incontestabile uso di definizioni dovute alla volontà di classificare la vena e lo stile di questo grande romanziere (ma non altrettanto grande poeta) americano. Ad esempio, Bianconi scrive così, nella conclusiva «Nota del traduttore»: «La poesia di Faulkner, di stampo decadente e simbolista, è criptica nelle immagini e sintatticamente ambigua»; a sua volta, Marco Missiroli, a p. 7, dice: «La poesia dello scrittore di Albany è anche epica sentimentale»: entrambe le definizioni sono abbastanza condivisibili, ma a volte accade di leggere, in questa agile raccolta di versi, poesie che a tali definzoni riluttano, anche perché, a mio parere, Faulkner, nell'espressione del suo estro ricco e mutevole - e forse proprio per questo - finisce per essere un poeta indefinibile. ATMOSFERE PASCOLIANE Per procedere ancora con esempi, mi sembra eccessivo definire «criptico» il modo faulkneriano di presentare le immagini, laddove invece accade di leggere versi di una trasparenza e semplicità che possono addirittura far pensare all'esemplare chiarezza delle Myricae del nostro Pascoli: leggiamo, a prova di ciò, alcuni versi della poesia a p. 21, ed esattamente nelle ultime due strofe: «…scampanii di pecore / lente come nuvole su verdi pendici; / acque gorgheggiano sopite dietro / i paraventi di foglie dei salici. // Vento e sole e sonno: il bruno suolo / lui può arare, dolce doppiamente / per un cuore semplice …». Accade poi, a volte, (ad esempio a p. 13, nella seconda e terza strofa), a proposito dell'«epica sentimentale» di cui, in parte giustamente, parla Missiroli, che l'eros più violentemente osceno si trasformi in una sorta di tragedia a sfondo religioso immediatamente cristiano con vaghe reminiscenze bibliche: «Quante volte dovrò destarmi all'agonia / della piaga che nel mio fianco sanguina / come se scambiato il posto con il Tempo stessi / nel luogo freddo dove Egli è crocifisso? // Giacerà là il Tempo, dove mi accostai da giovane / appresso a un corpo per accesa estasi del cuore, / tra le cosce dove bramai morte senza fine? / Prosciugherà la bocca a cui fusi la mia?». Del resto non è neanche raro che questo singolare e indefinibile poeta rovesci in negativo nel finale una poesia per tutto il resto gioiosa. Ciò accade proprio nei versi (a p. 33) in cui la madre rivendica a sé la capacità e il merito di avere partorito e poi educato un figlio in modo tale da farlo diventare unico al mondo, così che alla morte di lui «il mondo sarà preso dal rimorso / quando sarà ombra nella tomba». Ma c'è anche un punto fermo nella critica «interna» di questo libro così fluttuante e, ripeto, indefinibile. E ce lo indica Missiroli a p. 6: «Il Faukner letterato nacque dai versi, “Sono dell'opinione che in principio ogni scrittore voglia essere poeta”, era una convinzione cresciuta ai tempi in cui il padre inculcava al giovane William “l'amore per la natura che ci sta intorno, da scrutare e da trascrivere”. L'istinto faulkneriano ha questa matrice, raccontare con impeto il creato partendo dall'occhio di chi lo vede, dando nuovi muscoli al sentimento». E poi a p. 8: «Si consuma una legge umana, crudele e autentica, Faulkner ce lo dimostra, come dimostrerà il modo in cui la ferocia contro i neri d'America non ricadrà sui bianchi che li appendevano “come mele marce” in terra assolata. Per Faulkner non c'è spinta più potente di quella naturalistica: la passione conterebbe meno se non si legasse al territorio: “… il sonno invernale spezza il rigoglio del diluvio / e nella terra cavernosa lo strepito di primavera s'agita, / come tra i suoi fianchi il seme dissodato e vivo”». IlMississippi diFaulkner Il romanziere volle cimentarsi con iversi,nonsemprefelici LUOGODIVACANZELETTERARIEEARTISTICHE, PER ITALIANI E STRANIERI, la Versilia sarà del resto per gran parte del Novecento: vero cenacolo letterario multiplo che richiama, tra gli anni del fascismo e nel successivo dopoguerra, scrittori, pittori, critici, editori, oltre a rampolli della grande borghesia. I maggiori esponenti della vivace cultura fiorentina della parte centrale del secolo si riversano variamente sulle spiagge versiliesi, incontrandosi con altri intellettuali di diversa provenienza e con gli originari di quei luoghi, mentre nel 1929 sorge il premio Viareggio, che viene in parte a far da raccordo per così dire istituzionale tra queste presenze. Nomi e presenze che richiedono di essere seguiti nelle loro diverse ragioni culturali, in tutto ciò che ricavano dalla frequentazione dei luoghi, nella particolare proiezione che quei soggiorni danno della realtà italiana, nei progetti, nelle idee, nelle opere che ne vengono alimentate e lì talvolta realizzate: Antonio Delfini, Carlo Carrà, Eugenio Montale, Carlo Emilio Gadda, Curzio Malaparte, Leonida Repaci, Alessandro Parronchi, Piero Bigongiari, Roberto Longhi, Anna Banti, Giuseppe De Robertis, Luigi Russo, Lanfranco Caretti, Alberto Mondadori (il coltissimo editore, la cui Villa Medusa a Camaiore è un frequentato punto d'incontro e di discussioni culturali e vede nascere la prestigiosa collana delle Silerchie) e tanti altri. Immagini molteplici della Versilia si affacciano negli scritti di questi personaggi: e mi limito a ricordare le tante pagine redatte a Viareggio e su Viareggio dei Diari di Delfini, o certi soggetti della pittura di Carrà, o liriche di Montale come Proda di Versilia (scritta a Viareggio nel 1946, poi nelle Silvae de La bufera e altro: e si ricordi che già ne Le occasioni c'era la lirica BagnidiLucca, datata 1932). Tra le varie pagine di questi visitatori si impone per il suo inimitabile stile uno scritto di Carlo Emilio Gadda (che già negli anni Trenta aveva svolto una sorta di inchiesta sulle cave di marmo delle Apuane, con due testi, Carraria e Sull'Alpe di marmo, raccolti nel volume del 1939 Le meraviglie d'Italia), uscito col titolo Dolce Versilia su «Il Popolo» del 29 agosto 1950 e poi raccolto col più breve titolo Versilia nel volume del 1961 Verso la Certosa. Gadda si appresta a «recitare le lodi» della ninfa Versilia nel tempo «dell'auto e dell'elettrico»; e si rivolge agli amici che sostano con lui in un caffè sotto quello che è il quarto platano di Forte dei Marmi (chiamato Battifredo, con il nome che gli attribuisce Riccardo Bacchelli nel romanzo del 1942 IlfioredellaMirabilis, lì ambientato, come lo stesso Gadda spiega più avanti): Qui, al quarto platano del Battifredo, gli amici dall'alto intelletto, onorandomi della loro conversazione, mi assistono misericordi, confederati in una specie di crocerossa balnearia:Pea, Carrà,DeRobertis,Angioletti, Caretti, Anna Banti, Bigongiari, Piccioni, Roberto Longhi,gli altritutti, le gentilissimelordonne. Lo scrittore si dilunga poi in un elogio dei platani (ricordando anche di aver firmato, lui che non ama le petizioni, su richiesta del versiliese Pea, una petizione «per la salvezza del quarto platano») e in una manifestazione d'amore per i platani, insistendo sulla loro presenza nella zona ed evocando lo spirito della napoleonica duchessa Elisa: Qui al Battifredo, e a Viareggio, a Massa, alleFocette,aMonsummano,aMontecatini,a Lucca,(iplatani)sonounpo'comelapersistente memoria, la continuità coerente del tempo, di un tempo estivo e caldo, e lietamente civile e polveroso,dicui lacicalanoveraibattiti,come la terza sfera i secondi: ci fanno pensare alla Baciocchi, sì, all'Elisa, al «rifiorire delle arti e delle scienze» da lei patrocinato e promosso: e quel tanto di civico, di napoleonico e di statale ch'essicontengonoespiranociparechesegnilo svariare dell'epoche e degli anni: dai signoreschi lecci della Toscana granducale, siamo venuti ai platani d'Elisa. Ora quei platani parlano d'un tempo tanto diverso dal presente, di cui Gadda indugia a descrivere la lenta pesantezza, con il suo tipico gusto per gli oggetti desueti: Eiplatani,allora,sonolavoced'unvecchio tempountantinoassonnato,pienodizanzare, di sudori, di colli d'amido, di abiti accollati nell'agosto, neri: privo, se Dio voleva, di motori,l'agosto:conradispacciditabaccoedichininodello Statosullavia polverosa,dove glionesticavallipungolatidaitafànitrainavanotentennanti giardiniere, cigolanti e dondolanti carri e barocci con su il conduttore sdraiato, assopitooltre i fiocchi rossiadispettodelsonàgliolo: e regalavano alla polvere gli onesti residui della digestione. Si susseguono poi, come conviene a un «pedante dalla penna incatramata» qual si sente l'autore, i cenni a riferimenti e presenze letterarie, dal già ricordato romanzo di Bacchelli al Moscardino di Pea, al Carducci versiliese, a D'Annunzio e al suo esuberante trascorrere nel paesaggio, al suo folgorante cavalcare e al suo esaltato immergersi nelle acque. Ma il richiamo alla vacanza dannunziana non può non suscitare un scatto parodico (verso la celebre Pioggia nel pineto) e un ironico confronto con le ben diverse abitudini contemporanei (in cui Gadda coinvolge se stesso cinquantottenne): I pini superstiti (alla lottizzazione e alla guerra)eccoli, comeallora invecenel folto,scagliosi ed irti: le ginestre, i mirti, i ginepri puntuati di coccole: le tamerici, non meno di allora,salmastreedarsenellibeccioonellospirodi maestro: maledettamente arse, quest'anno, lungo lo stradale a mare dove gli scrittori cinquantottenni vanno in bicicletta in tenuta da bebè, e in auto gli «industriali» e le belle. No, nonilcavalsauro,pernoi,maunavolgarebicicletta noleggiata da Beppino, quaranta lire all'ora. (...) LUCA CANALI CULTURE Anchei traduttori sonodivisi sulsuostile.Lepoesie vengonodefinitetalvolta criptiche,altrevolte ispirate aun'epicasentimentale Gaddae lapetizione per ilquartoplatano diFortedeiMarmi ILCONVEGNO «Lacasa diunpescatore» operadell'impressionista americano ChildeHassam Uncrocevia diartisti e intellettuali Carducci,Catalani,Huxley, Tobino, Monicelli.Cosa legaquestigrandi nomi, insieme,alla terra toscana? L'intrecciodelle lorovite, sullo sfondodelmarTirrenoe delle Alpi Apuane,emerge dalprogettodella FondazioneMario Tobinocuratoda GiulioFerroni, «Culturae arte: l'identitàdel territorio», che aun annodalla suapresentazione porta alla luce i primi risultatinel convegno «Questa finestrad'Italia - Peruna storiadella culturadell'alta Toscana dall'Ottocentoad oggi», ieri e oggia Lucca(Palazzo Ducale). I lavori aprirannocon l'interventodel coordinatoredelprogetto,Giulio Ferroni,e proseguonocon gli interventidegli studiosi chestanno contribuendoall'analisi dell'intreccio divitae opere discrittori, artisti, giornalistie musicistinatividel territorioo in essooperanti, che nella Toscananord-occidentalehanno lasciatouna profondatraccia culturaledi scrittori, artisti, giornalisti emusicisti natividel territorioo in essooperanti, chenella Toscana nord-occidentalehanno lasciatouna profondatracciacheancor oggi riverberanellanostra cultura. U: 18 giovedì 13 settembre 2012
Un incontro in Confindustria già la prossima settimana. Così parte la trattativa sulla produttività chiesta l'altroieri dal governo alle parti sociali. Per la verità i contatti tra sindacati e associazioni datoriali non si sono mai interrotti. In occasione della riforma del lavoro ci sono stati un paio di confronti, che hanno prodotto le modifiche approvate in luglio scorso. Quanto all'intesa del giugno 2011, richiamata dal premier e dal ministro Corrado Passera durante l'ultimo incontro, in alcune parti è stata già attuata. Di deroghe ai contratti nazionali se ne sono viste diverse, a partire da quelle più «famose» alla Fiat, a quella sul salario d'ingresso in Banca Intesa. Insomma, nulla di assolutamente nuovo. La stessa Confindustria conferma che «l'invito del governo non ci coglie impreparati» (lo dice il direttore generale Marcella Panucci). «Con i sindacati abbiamo incontri costanti - aggiunge - un confronto sempre aperto, e su vari temi». Esattamente quello che aveva dichiarato a Palazzo Chigi la segretaria Cgil Susanna Camusso. A cosa si punta allora? È chiaro che stavolta si vuole stringere su due punti: contratti aziendali con un meccanismo di deroga più oliato, su tre temi: prestazioni lavorative, organizzazione del lavoro e orari di lavoro. Anche se molto dovrà passare attraverso il primo punto dell'intesa del 2011: la certificazione della rappresentanza. «Su quello l'intesa c'è già - dichiara Giorgio Santini (Cisl) - basta solo attuare il percorso attraverso l'Inps. Ma sulle modalità siamo già d'accordo, non vedo cosa si debba fare di più». Il dato è irrinunciabile, visto che gli accordi aziendali saranno validi erga omnes solo se firmati dalle sigle più rappresentative. Passare dal primo punto a quelli successivi non sarà facile, visto che in tempi di crisi profonda non è affatto facile parlare di orari e flessibilità. Anzi, la realtà sembra imporre altre priorità, con aziende che chiudono e lavoratori in cassa integrazione. Ecco perché c'è chi insiste per un altro ordine di priorità, come sostiene la Cgil. Non solo lavoro, ma anche costi dell'energia, fisco, infrastrutture. A sottolineare l'importanza di questi fattori è stata ieri la Confesercenti. «La produttività è un tema reale però la vera priorità in questa fase è evitare la chiusura di migliaia di aziende. Il grande problema da affrontare è la stabilizzazione delle pmi, la cui esistenza garantisce il mantenimento dei livelli occupazionali», dichiara il presidente Marco Venturi presentando il rapporto sulle previsioni economiche. «Il governo chiede alle parti sociali un impegno maggiore, noi chiediamo al governo di fare la sua parte, a cominciare dal rispetto dell'impegno preso a riversare il gettito proveniente dalla evasione fiscale su imprese e famiglie. Chiediamo inoltre che Palazzo Chigi convochi le parti sociali per un confronto sulla delega fiscale. Per noi i tagli alla spesa pubblica e i tagli alla pressione fiscale vanno di pari passo». COSAMETTE ILGOVERNO? Insomma, il governo chiede l'impegno delle parti, ma dovrà mettere qualcosa sul tavolo. Un po' di più di quanto già promesso. Si sa che l'esecutivo non punta a sgravi indiscriminati (anche perché non se lo può permettere), ma a meccanismi premiali. Un'ipotesi è ristabilire i parametri originari dell'aliquota flat al 10% sul salario di produttività, che sono stati ristretti a causa della crisi. Un altro disegno è collegato alle start up. Tutti interventi parziali: difficilmente potranno accontentare la Cgil che chiede tredicesime più pesanti. Un'ipotesi scartata dal Tesoro, non solo per ragioni di disponibilità di risorse. Vittorio Grilli ha già spiegato che distribuire risorse in quel modo alla fine non ha effetti. Sarebbe vero, se i lavoratori italiani non avessero sopportato aggravi fiscali senza precedenti negli ultimi mesi. E non solo. A pesare sono anche i dati sui consumi, che resteranno negativi anche nel 2013, per il sesto anno consecutivo. «Il bilancio di questo periodo è drammatico - spiega Venturi presentando le previsioni economiche dell'associazione - dall'inizio della crisi avremo perso il 7% del Pil, il 23% degli investimenti e il 3% degli occupati, pari a 800.000 persone». LUIGINAVENTURELLI MILANO LAPRODUZIONE INDUSTRIALE Restano da chiarire gli ultimi dubbi in fatto di risorse disponibili, ma entro l'inizio della prossima settimana il nuovo decreto per lo sviluppo dovrebbe essere definito e quindi presentato in consiglio dei ministri. Un insieme di provvedimenti - riguardanti semplificazioni per le imprese, agenda digitale, start up, attrazione degli investimenti esteri e assicurazioni - a cui il governo affida il compito di stimolare la ripresa, dopo la recente ammissione del premier Monti sul rigore, pur necessario, che «ha contribuito ad aggravare la crisi». PAGAMENTIELETTRONICIE WEB Dalle ultime indiscrezioni, resta confermato un ampio capitolo dedicato all'agenda digitale. Tra le novità introdotte ci sono un pacchetto di misure per la giustizia telematica e un alleggerimento dell'obbligo degli esercenti e dei professionisti di accettare pagamenti elettronici, via bancomat o carta di credito: la misura entrerà in vigore a gennaio 2014 e non più a luglio 2013, e soprattutto non è indicata alcuna soglia, mentre la precedente bozza parlava di spese per almeno 50 euro. Tutto viene rimandato a un decreto ministeriale, sentita la Banca d'Italia, a cui spetterà estendere gli obblighi anche ai pagamenti via cellulare. Sempre in tema di innovazione tecnologica, per completare il piano nazionale banda larga, presupposto indispensabile per sfruttare appieno le nuove possibilità offerte dalla rete, il decreto sviluppo stanzierà 150 milioni di euro nel 2013, risorse «da utilizzare nelle aree dell'intero territorio nazionale definite dal regime di aiuto». Arriverà, inoltre, uno sconto fiscale per favorire lo sbarco delle medie imprese nel settore dell'e-commerce: per ora non è stata specificata l'entità dello sconto, ma si sa che per usufruirne le operazioni di cessione dovranno avvenire sui mercati internazionali tramite transazioni di commercio elettronico e il pagamento relativo dovrà avvenire tramite pagamento elettronico. Altro provvedimento che coinvolgerà la maggioranza dei cittadini italiani, la cancellazione della possibilità di rinnovo automatico della polizza Rc auto: «Il contratto di assicurazione obbligatoria della responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti - si legge nella bozza non può essere stipulato per una durata superiore all'anno e non può essere tacitamente rinnovato». INFRASTRUTTUREE START UP Ma la misura più d'impatto, probabilmente, è il credito di imposta per favorire la realizzazione d'infrastrutture, per un limite massimo che sarà pari al 50% del costo dell'investimento. La norma aiuterà la costruzione di nuove opere infrastrutturali di importo superiore ai 500 milioni di euro, mediante l'utilizzazione dei contratti di partenariato pubblico-privato. Infine, ci saranno detrazioni Irpef pari al 19% per le somme investite in start-up innovative con costituzione semplificata e online. Sarà poi istituita una sezione speciale del Fondo di garanzia per le pmi a favore della nascita di imprese innovative con una dotazione iniziale di 50 milioni di euro. Un “No” grande come una casa al disegno di legge sul cumulo dei contributi pensionistici. Quello che permetterebbe di risolvere delle ricongiunzioni onerose (che impedisce a migliaia di italiani di andare in pensione) e allevierebbe il (lontano) futuro pensionistico dei milioni di precari che ad oggi versano alla gestione separata Inps e non potranno ricongiungerli quando (si spera) non saranno più precari. Ieri pomeriggio il viceministro del Welfare, Michel Martone, ha formalizzato in commissione Lavoro alla Camera il parere della Ragioneria dello Stato sul disegno di legge (proposto da Marialuisa Gnecchi del Pd e Giuliano Cazzola del Pdl). «Il provvedimento non può avere ulteriore corso», visto il costo stimato di 2,5 miliardi. Firmato Mario Canzio, Ragioniere generale dello Stato. Fu Giulio Tremonti a prevedere le ricongiunzioni onerose con la manovra 2010. La “scusa” fu che senza troppe donne del settore pubblico sarebbero scappate per paura dell'aumento dell'età pensionabile. Giuliano Cazzola già a luglio 2011 riconobbe l'errore: con un ordine del giorno votato all'unanimità dalla Camera. Nella relazione l'Inps stessa stima in ben 600mila le persone investite dal problema. «È la conferma che bisogna risolverlo - spiega Maria Luisa Gnecchi - . Il problema è la copertura, ma dovrebbe essere il governo a risolverlo, non possiamo sempre essere bloccati dalla parola magica copertura o da numeri volutamente ingigantiti come quelli che lo stesso governo ha dato sull'altro problema dei lavori usuranti». Sul tema il co-promotore Giuliano Cazzola è quasi fatalista: «La copertura è un problema reale, con gli esodati siamo riusciti a risolverlo con i giochi on-line, ma stavolta mi sembra dura riuscirci». I dati forniti dall'Inps sono precisi: «i soggetti aventi posizione contributiva in almeno due gestioni» che andranno in pensione tra il 2013 e il 2022 sono circa 600mila, di questi 360mila «troveranno conveniente la nuova disciplina», di cui 20mila nel 2012 per “soli” 200 milioni. Gnecchi però non molla: «Certamente la questione va risolta. C'è un impegno del ministro Fornero a ridiscuterne nel Comitato ristretto. Oppure, si può tornare al sistema vecchio, consentendo a titolo gratuito il ritorno verso l'Inps dei contributi pagati ad altri Enti. Ma di certo il governo non può fermarci». Continua il crollo dell'industria.La produzione industriale a luglio registra unnuovo calodello0,2%su giugno. Su baseannua l'indice corretto pergli effettidi calendario restaampiamente negativoa -7,3%, la contrazione prosegueormai ininterrotta daundici mesi.Lo rileva l'Istat.Nellamedia del trimestremaggio-luglio l'indiceregistra una flessionecongiunturale dell'1,2%, mentreguardandoalla media dei primi settemesidell'anno la produzione risultadiminuitadel 7,0%su base annua.Cali significativi si registranoper ibeni strumentali (-9,7%) eper i beni intermedi (-7,7%), mentresegnano un calopiùcontenuto i beni diconsumo (-6,8%).L'unicosettore increscita a luglioèquello della fornitura dienergia elettrica,gas,vaporeedaria (+3,6%). Laproduzione diautoveicoli a luglio segnaunacontrazione annua del 9,9%, mentreneiprimi settemesi del 2012 la cadutarisulta parial 18,7%. Banda larga e start up: in arrivo il decreto sviluppo Tra le novità 150 milioni per internet veloce e credito d'imposta del 50% per le infrastrutture ECONOMIA BIANCADIGIOVANNI bdigiovanni@unita.it Susanna Camusso, al termine dell'incontro a Palazzo Chigi FOTO ANSA Pensioni, battaglia sul cumulo MASSIMOFRANCHI ROMA . . . Confesercenti: serve un tavolo sul fisco. Anche il 2013 sarà negativo per i consumi del Paese . . . Slitta al 2014 l'obbligo per professionisti ed esercenti di accettare pagamenti elettronici Il crollocontinuadaundicimesi In Confindustria il primo round sulla produttività Incontro con i sindacati la prossima settimana Si punta agli accordi aziendali e alle deroghe giovedì 13 settembre 2012 13
Non è una vittoria folgorante, ma Angela Merkel può essere contenta, così come tutti coloro i quali in Europa avevano temuto che la Corte costituzionale tedesca mandasse all'aria in un soffio la strategia messa tanto faticosamente a punto per salvare l'euro e allentare la crisi del debito. Ci vorrà qualche giorno per valutare pienamente le implicazioni del «via libera condizionato» che i giudici di Karlsruhe hanno dato ieri all'Esm e al Fiskalpakt. Anche se il presidente dell'Eurogruppo Jean-Claude Juncker ha cercato di forzare i tempi, annunciando di voler convocare lui stesso il consiglio del nuovo fondo di stabilità per l'8 ottobre prossimo sotto la presidenza del tedesco Klaus Regling, già capo del vecchio Efsf, che affiancherà l'Esm fino al giugno 2013. Per ora, la cancelliera è felice e non lo ha nascosto nel dibattito al Bundestag che si è tenuto subito dopo l'annuncio. Per Mario Monti la sentenza è «un'ottima notizia» e le condizioni poste dagli otto giudici del secondo Collegio della Corte di Karlsruhe «non sono un problema». I commenti sui media e quelli degli esperti, pur se in generale soddisfatti, sono più cauti. Il sì dei giudici è un fatto positivo che non era affatto scontato, ma non è ancora per niente chiaro quale impatto avranno i «ma» e i «purché» che il presidente del Tribunale Andreas Voßkuhle ha pronunciato ieri spiegando la decisione presa. Il meccanismo, in effetti, è abbastanza complicato. La Corte autorizza la firma del presidente della Repubblica Joachim Gauck sulle due leggi approvate all'ultimo minuto il 29 giugno scorso (e subito bloccate dalla pioggia dei ricorsi) a condizione che venga fissata una garanzia giuridica internazionale la quale indichi chiaramente come il contributo tedesco all'Esm non debba superare gli attuali 190 miliardi, ovvero il 27% dei 700 che il fondo stesso può mobilitare sulla base di una disponibilità attuale, garantita dagli Stati, di 500 miliardi. Non è chiaro, però, come possa o debba essere stabilita questa garanzia. Con un accordo internazionale, che rischierebbe di aprire defatiganti negoziati? Oppure con un atto unilaterale, che comprometterebbe però una caratteristica essenziale del fondo, e cioè la sua elasticità in relazione alle emergenze che si dovrebbero affrontare? Per intenderci: se si trattasse di salvare la Spagna (ipotesi nient'affatto remota) o magari l'Italia, i 500 miliardi attuali non basterebbero mai, e neppure i 700 mobilitabili. Come farebbe la Germania ad aumentare nella misura necessaria la propria quota? La Corte non dice che quel «coperchio» non possa essere sollevato, ma indica la via obbligata dell'intervento del Bundestag, il quale dovrà avere non solo un potere decisionale su eventuali aumenti della quota tedesca, ma anche, addirittura, una piena e completa informazione di tutte le deliberazioni, anche riservate, prese dal consiglio dell'Esm. Ciò significa che di fronte a eventuali emergenze, la cancelliera Merkel dovrebbe presentarsi con il cappello in mano davanti a un parlamento nel quale, tra fronda a destra e opposizione della sinistra, non ha più una sua propria maggioranza. I giudici costituzionali, in sostanza, hanno confermato il principio del controllo parlamentare sugli impegni finanziari che hanno sempre sostenuto, talvolta anche contro il governo. Una sacrosanta difesa d'un principio di democrazia che confligge però con la logica su cui si è mossa, finora, la strategia anti-crisi: le decisioni le prendono i governi e, se necessario, anche organismi che, come la Bce, sono del tutto sganciati da ogni possibile controllo parlamentare o popolare. E proprio la questione-Bce sarà la prossima prova del fuoco. La Corte ha respinto l'istanza presentata all'ultimo minuto dall'esponente della destra Csu Peter Gauweiler perché ci fosse un altro rinvio motivato dalla circostanza che la recente decisione di Mario Draghi di intervenire sul mercato secondario dei bond «ha di fatto modificato la situazione». Ma Voßkuhle non ha taciuto che quando tra qualche mese si pronuncerà la vera sentenza definitiva (quella di ieri riguardava solo le richieste di bloccare le firme del Capo dello Stato) il nodo della legittimità costituzionale dell'operato della Bce andrà posto e risolto. Si potrebbe, allora, ricominciare daccapo. PARTITAPOLITICA Insomma, come è accaduto sempre nella complicata storia del contrasto europeo alla crisi, il grosso della partita si gioca sul campo della politica interna tedesca. Frau Merkel è contenta, ma sa che l'obbligo di presentarsi al Bundestag ogni volta che dovesse essere necessario intervenire sul contributo tedesco al fondo può rivelarsi in futuro una trappola. Ieri il capo del gruppo parlamentare socialdemocratico Franz-Walter Steinmeier ha avuto buon gioco nel denunciare la mancanza di una linea chiara e condivisa in una coalizione di centro-destra che si avvia verso le elezioni dell'anno prossimo come «un pugile suonato». Poche settimane fa la cancelliera escludeva l'assenso tedesco ad interventi sul mercato della Bce che ora, invece, accetta che avvengano senza alcun controllo democratico. È proprio la questione sulla quale ha discusso e deliberato la Corte di Karlsruhe, chiudendo con una sentenza giustamente attenta alla politica, tedesca ed europea, una partita destinata, però, a riaprirsi presto se non si troverà il modo di assicurare legittimità democratica alle misure messe in campo contro la crisi. Perché non c'è dubbio: un problema di democrazia c'è e va risolto. Dalla politica, non da un consesso di giudici. All'Italia costerà ancora risalire la china ILCOMMENTO EMILIO BARUCCI La Corte costituzionale tedesca dà il via libera, ma con il tetto da 190 miliardi Democrazia I nuovi contributi dovranno passare dal Parlamento SEGUEDALLAPRIMA Sul primo fronte il quadro è chiaramente migliorato. Il vero punto di svolta è stato a fine luglio con la decisione della Banca centrale europea di intervenire per comprare i titoli di Stato dei Paesi in difficoltà. Seppur con tanti distinguo, è stato messo in campo l'unico possibile big bazooka per frenare la speculazione: l'acquisto di titoli di Stato da parte della Bce. Era ora che ci si arrivasse e si deve riconoscere a Mario Draghi di aver agito con grande maestria per raggiungere l'obiettivo. Un risultato che deve molto anche alla copertura politica che Angela Merkel ha dato all'operazione. Bene, dispiace solo che ci sia voluto così tanto tempo per imboccare questa strada. Su questo fronte i rischi non sono finiti. Fino ad ora l'Europa e la Bce hanno messo in campo soltanto una minaccia. La sua efficacia dipende dalla sua credibilità. A giudicare dalla riduzione dello spread di 200 punti, la minaccia è stata giudicata credibile dai mercati, ma bisogna stare a vedere cosa succederà lungo il cammino: la Grecia avrà bisogno di altri fondi o di una dilazione nei tempi dell'aggiustamento dei conti pubblici, la Spagna idem, la situazione economica di molti Paesi (inclusa l'Italia) non promette nulla di buono, anche la loro instabilità politica può essere un problema. Cosa succederà di fronte a un intoppo significativo? Reggerà l'impegno politico a salvare l'euro se il Fondo salva Stati e la Bce dovessero davvero intervenire? Difficile da dire. Una credibilità da guadagnare lungo il cammino fa sì che il nostro Paese rischia di dover continuare a fare i «compiti a casa». La maggiore integrazione politica ed economica andrà con ogni probabilità nella direzione di mettere in sicurezza l'euro agendo sui conti pubblici così come è già avvenuto con il Fiscal compact. Forse sarà per la miopia dei mercati finanziari, ma la stabilità dell'euro è infatti legata al fatto che i conti siano in ordine piuttosto che alla crescita dell'economia italiana. Estremizzando, nello scenario attuale l'euro sarebbe più in sicurezza con i Paesi deboli dell'Unione commissariati piuttosto che con un loro rilancio attraverso l'allentamento dei conti pubblici. È da prevedere che il prezzo da pagare sarà l'adesione (forzata) a questa posizione da parte dei Paesi deboli. Niente di nuovo sotto il sole, si tratta della strategia messa in pratica dal governo Monti: austerità, nonostante aggravi la crisi, per guadagnare credibilità. Uscire da questa morsa sarà complicato. Si deve andare in due direzioni. Primo, cercare di allentare il vincolo sull'austerità dei conti pubblici. Questo deve essere fatto in sede europea. Occorre però battere i tasti giusti: la strada sarà ancora una volta quella degli accordi tra governi. Per raggiungere l'obiettivo occorre che un governo credibile esca dalle prossime elezioni. In secondo luogo, il Paese ha bisogno di riforme per portare avanti una ristrutturazione dell'apparato produttivo. Fino ad oggi, erroneamente, si è pensato che questa potesse venire dall'accoppiata liberalizzazioni-privatizzazioni. Sappiamo che non è questa l'unica strada, c'è bisogno soprattutto di istituzioni più forti che siano in grado di far sviluppare i germogli della crescita. Un percorso complicato, lungo il quale occorre stare attenti a non cadere nella trappola delle politiche keyensiane di rilancio della domanda interna. Queste sono necessarie per uscire dalla crisi ma non ce le possiamo permettere per i vincoli europei e, soprattutto, non aiuterebbero a ristrutturare il nostro apparato produttivo. La vera sfida si giocherà ancora dal lato dell'offerta. Su questo fronte occorre proseguire sulla strada delle riforme che non possono ricondursi soltanto alle liberalizzazioni. Il vero nodo è piuttosto quello del funzionamento dell'apparato pubblico e della qualità della spesa pubblica. Le Borse europee salgono ai massimi da 14 mesi, lo spread cala ai minimi da cinque, l'euro tocca la quotazione più alta da maggio, l'oro vola. E il Tesoro fa il pieno in un'asta di Bot a 3 mesi e ad un anno con tassi in forte calo. Il via libera della Corte Costituzionale tedesca al Fondo salva-Stati Esm (European Stability Mechanism) è una sferzata di energia per i mercati, dopo un momento di incertezza per le condizioni poste dai giudici in toga rossa. Le Borse del Vecchio Continente in chiusura limano i rialzi iniziali, appesantiti da un avvio fiacco a New York. Milano va bene con un rialzo dell'1,19%, seguita da Madrid (+0,78%), Francoforte (+0,46%), Parigi (+0,18%), mentre Londra più diffidente archivia la giornata in calo dello 0,17%. L'indice Stoxx 600, che fotografa l'andamento dei principali titoli quotati in Europa, balza ai massimi da 14 mesi a questa parte a 272,91 punti. Sul fronte dei titoli di Stato, lo spread tra il Btp e il Bund tedesco scende a 339 punti base, ai minimi dal 3 aprile scorso, col tasso sul decennale al 5%. Il differenziale della Spagna scende sotto i 400 punti base, a 394, col tasso sui Bonos al 5,55%. Il Tesoro coLACRISIEL'EUROPA PAOLO SOLDINI Sì al fondo salva-Stati Sollievo in Europa . . . La vera sfida si giocherà dal lato dell'offerta Occorre proseguire sulla strada delle riforme . . . Per il momento Angela Merkel si è detta molto soddisfatta . . . Ma ora dovrà presentarsi al Bundestag ogni volta che sarà necessario e non ha una maggioranza solida I giudici tedeschi piacciono alle Borse EMIDIO RUSSO . . . Si deve riconoscere a Mario Draghi di aver agito con maestria per raggiungere l'obiettivo 6 giovedì 13 settembre 2012
Libia, attacco agli Usa La doppia sfida salafita:all'Occidente «aposta-ta», e all'Islam politicoche, come in Egitto e Tur-chia, ha scelto la stradadell'«istituzionalizzazione». La Libia del dopo-Gheddafi è il fronte più avanzato, e penetrabile, di uno scontro che va ben al di là dei confini del Paese nord africano. Dalla Tunisia al Mali, dalla Libia alla Mauritania, puntando alla Siria e ai Paesi del Golfo: è l'immenso campo di battaglia su cui si dipana l'offensiva del network jihadista denominato «Al Qaeda». A Bengasi è entrato in azione il gruppo salafita di Ansar al-Sharia, punta di diamante di quel variegato arcipelago di milizie dell'Islam radicale armato che mina la transizione democratica in Libia. Un attacco pianificato, in una data fortemente simbolica: l'11 Settembre. Nulla è stato lasciato al caso. Il film «blasfemo» è solo l'innesto di una strategia che mira a destabilizzare il Vicino Oriente, a influenzare le elezioni presidenziali americane e cancellare le «Primavere arabe» in un «Inverno jihadista». ATUTTOCAMPO Ansar al-Sharia, «i partigiani della legge islamica», è una milizia attiva nell'est della Libia che fa base nei dintorni di Beida, la città della Cirenaica che, secondo un rapporto dell'accademia militare Usa di West Point, ha dato i natali a numerosi kamikaze jihadisti entrati in azione in Afghanistan e Iraq. La sigla è diffusa anche nel Maghreb e in Yemen, e sono provati i legami con il ramo nordafricano di al Qaeda, l'Aqmi, e quello saudita-yemenita, l'Aqap. Nel giugno scorso, lo stesso giorno in cui l'antiterrorismo Usa aveva confermato la morte del numero due di Al Qaeda, il libico Abu al-Libi nell'attacco di un drone, una bomba ad alto potenziale esplose lungo il muro di recinzione della sede di rappresentanza americana a Bengasi, la stessa assaltata l'altro ieri. In quell'occasione, la rivendicazione era arrivata dal «gruppo del prigioniero Omar Abdel-Rahman», lo sceicco cieco che sta scontando l'ergastolo in Usa per una serie di piani di attacchi terroristici. La stessa sigla avrebbe rivendicato anche l'attacco a colpi di razzi contro la sede locale della Croce Rossa internazionale, il 22 maggio scorso sempre a Bengasi. L'attacco al consolato Usa a Bengasi è stata una «vendetta per l'uccisione di Abu Yaya al-Libi, numero 2 di Al-Qaeda (originario della Libia, ndr)», ferito mortalmente da un drone in Pakistan nel giugno scorso. Lo sostiene il think tank londinese Quilliam, ripreso dalla Cnn, secondo il quale «è stato il lavoro di una ventina di miliziani, preparati per un assalto armato». LAMENTE La data. L'obiettivo. La dinamica. Il luogo: tutto pianificato. Il capo di Al-Qaeda, Ayman al Zawahiri, avrebbe spedito uomini esperti in Libia durante il caotico periodo della guerra civile e nel momento in cui i lealisti fedeli a Gheddafi cominciavano a perdere il controllo di ampie aree del territorio. La penetrazione avviene in Cirenaica, vasta regione oggi in gran parte fuori dal controllo governativo che vide nascere negli anni '90 il Gruppo Combattente Islamico Libico (che aderì ad Al-Qaeda) e che negli anni scorsi ha visto moltissimi militanti islamisti libici (per lo più salafiti) raggiungere l'Iraq per combattere gli statunitensi nelle fila dell'organizzazione Al-Qaeda in Mesopotamia. La «trincea qaedista» tende a unificare il «fronte libico» a quello siriano. Dal dicembre 2011 sono scoppiate in territorio siriano almeno 35 autobombe e sono stati compiuti dieci attentati suicidi, quattro dei quali rivendicati dal gruppo AlNursa che è legato ad Al-Qaeda. A questo gruppo si aggiungono altre due milizie armate attive in Siria, le Brigate Abdullah Azzam ) e le Brigate dei martiri di Al Baraa ibn Malik di cui si conosce ancora molto poco. A dare ulteriore credito alla tesi di un incremento di infiltrazioni jihadiste in Siria, vi sono le dichiarazioni di al-Zawahiri, che ha più volte esortato i seguaci a recarsi in Siria per aiutare i ribelli, elogiati da lui come i «leoni del levante». Il timore è che questi gruppi mirino a fomentare lo scontro etnico-religioso in Siria per radicalizzare le posizioni, con sviluppi simili a quanto avvenuto in Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein. La sfida è iniziata. Ed è una sfida mortale. SEGUEDALLA PRIMA Mentre per altri fonti il diplomatico sarebbe morto per asfissia nel consolato. Oltre a Stevens, 52 anni, sono morte altre tre persone, tra i quali due uomini della sicurezza (due marines), che accompagnavano Stevens da Tripoli. Un quarto morto è un impiegato del consolato. Diciotto i feriti. L'attacco alle sedi diplomatiche americane è stato sferrato nella notte dell'11 settembre da un gruppo di manifestanti che protestavano contro un film «blasfemo» sulla vita del profeta Maometto, prodotto negli Usa. AZIONEDIGUERRA A fornire i primi dettagli dell'attacco sono stati il vicepremier libico Mustafa Abushagur e il viceministro dell'interno Wanis al-Sharif. Le immagini di un uomo, corrispondente nelle fattezze all'ambasciatore Stevens, trasportato in spalla da soccorritori, con la camicia bianca alzata sulla schiena e una ferita sul volto, sono circolate sul web dando in anticipo la conferma della morte. L'ambasciatore, profondo conoscitore del mondo arabo e inviato speciale presso il Consiglio nazionale transitorio a Bengasi durante la rivolta contro Muammar Gheddafi, sarebbe morto durante l'evacuazione dell'edificio dopo l'incendio: la sua auto forse colpita da un razzo, anche se la dinamica non è ancora molto chiara. Il diplomatico era arrivato nel pomeriggio di martedì nella «capitale» della Cirenaica»per raccogliere gli umori alla vigilia della nomina del nuovo premier libico. In serata, poco dopo le 21.30, una folla inferocita e armata ha preso d'assalto l'edificio: dopo una prolungata e intensa sparatoria a colpi di Rpg e armi automatiche, i dimostranti hanno appiccato le fiamme alla struttura, che si trova all'interno di un compound, e issato la bandiera nera islamica dopo aver strappato e bruciato quella americana. I violenti scontri a fuoco sono andati avanti per diverse ore, almeno tre. L'ambasciatore Usa è spirato dopo 90 minuti di tentativi di rianimarlo, non presentava ferite ed è morto per asfissia. Lo conferma in serata il medico che ha tentato di rianimarlo, citato dalla stampa locale. Il viceministro degli interni libico Wanis Al-Sharif ha riferito, in conferenza stampa, che due dei quattro americani uccisi sono morti in una sparatoria avvenuta in una casa considerata sicura dove era stato trasferito lo staff del consolato dopo l'assalto alla sede diplomatica nel corso del quale è morto l'ambasciatore. La sparatoria nella «casa-rifugio», di cui le forze americane non conoscevano ancora le coordinate, è avvenuta durante il tentativo della sicurezza Usa di evacuare tutto il proprio personale. «Doveva essere un luogo segreto e siamo rimasti sorpresi che i gruppi armati ne siano venuti a conoscenza. C'è stata una sparatoria», ha concluso al-Sharif. L'ambasciatore libico all'Onu, Ibrahim Dabbashi, riferisce che nell'assalto sarebbero morti anche 10 uomini delle forze di sicurezza libiche: «La gran parte di loro è stata uccisa nelle prime fasi dello scontro».,ha spiegato il diplomatico libico. I miliziani islamici «erano armati fino ai denti, avevano bloccato tutte le strade di accesso alla sede Usa e dicevano di voler uccidere tutti quelli che si trovavano dentro»: lo racconta un testimone ai media francesi. «Quando ho visto il caos sono andato lì con il mio Ak47, faccio ancora parte di una milizia per la sicurezza a Bengasi», dice Sofian Kadura, un pilota di aerei. DallaLibiaallaSiria, l'arcipelagojihadista confusamente legato adAlQaedahanelmirino l'Islammoderatoe l'Occidenteche losostiene UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it IL PUNTO LUIGIBONANATE L'ANALISI ILRITORNODI ALQAEDA U.D.G. Fiamme e fumo a Bengasi in un fermo immagine tratto da Sky Tg24 FOTO ANSA SEGUEDALLAPRIMA Dovremo constatare anche che da alcuni giorni circolano notizie e racconti su come davvero Bin Laden fu scovato ed eliminato? A parte la brutalità dei racconti e delle descrizioni dettagliate di ciò che sarebbe successo (che sarebbe stato bene non divulgare, per l'immagine statunitense nel mondo), come mai non se ne parlò nell'anniversario (cioé nel maggio scorso) dell'uccisione di Bin Laden ma proprio ora che ci stiamo avvicinando alle elezioni presidenziali americane? Un complotto, un nuovo complotto, dopo i tanti che abbiamo già visto, e sui quali non abbiamo mai saputo la verità? Si direbbe che il vero e più geniale complotto sia quello di far circolare voci di complotto, togliendoci l'onere di voler sapere! Troppo comodo: dobbiamo renderci conto che non possiamo far finta di non capire o non averne neppure voglia; addirittura, se siamo arrivati a questo punto o a questi eventi scoordinati, caotici e inspiegabili, ebbene non è perché una sofisticatissima e diabolica mente abbia tessuto le sue trame, ma perché tutti insieme abbiamo lasciato andar le cose per il loro verso, senza preoccuparcene, senza cercare di dirigerle verso dei fini significativi. Alla politica tocca (sotto qualsiasi regime e qualsiasi cielo) di prendere decisioni razionali intese a realizzare ciò che si ritiene sia bene, senza distrarsi né cadere preda di emozioni. Ora invece la politica sembra essersi ritratta, incapace di svolgere i suoi compiti. Ogni giorno ci facciamo sorprendere da una nuova drammatica notizia, inspiegabile, come se a essere impazzito fosse tutto il mondo e non soltanto qualche sua scheggia. La politica internazionale ha perso il suo centro, non geo-politico ma logico: vi sembra che sia sensato o normale (coerente con una visione della politica mondiale) che gli Usa abbiano speso in Afghanistan finora 4.000 miliardi di dollari con l'unico risultato di causare la morte all'incirca di 230.000 persone? Perché questo è stato il seguito della "guerra al terrorismo" voluta da Bush e di cui Obama - dobbiamo ammetterlo non ha saputo liberarsi. Ma a ben pensarci, il terrorismo di al-Qaeda si era già bell'e sconfitto da solo con azioni talmente insensate ed eccessive da non aver avuto più alcun margine di innovazione o di sviluppo strategico. Quando dietro all'avanguardia non esistono migliaia o milioni di aderenti, ma un pugno di esaltati che oggi assomigliano molto più a bande criminali che non a eroi di un mondo nuovo, significa che la partita è perduta. Il mondo attuale mostra sgradevolissimi sintomi di incapacità a vivere in pace: non è la grande guerra che si avvicina, ma l'imbarbarimento della società planetaria. Pensiamoci bene, prima che sia troppo tardi: bando alle emozioni, ben venga il regno della ragione. Se si addormenta la politica La sfida salafita alle primavere arabe e a Washington Una recente immagine di Chris Stevens, il diplomatico ucciso FOTO AP La rivolta sarebbe scoppiata dopo la proiezione di un film giudicato «blasfemo» Il diplomatico ucciso mentre era in fuga: altre 4 vittime e 18 feriti Per l'intelligence Usa agguato programmato da Al Qaeda 2 giovedì 13 settembre 2012
TV FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO 06.30 TG1. Informazione 06.40 CCISS Viaggiare informati. Informazione 06.45 Unomattina. Rubrica 10.00 Unomattina Verde. Rubrica 10.25 Unomattina Rosa. Rubrica 11.05 Unomattina Storie Vere. Rubrica 12.00 La prova del cuoco. Game Show 13.30 TELEGIORNALE. Informazione 14.10 Verdetto Finale. Show. Conduce Veronica Maya. 15.15 La vita in diretta. Rubrica 16.50 Rai Parlamento Telegiornale. Informazione 17.00 TG 1. Informazione 18.50 L'Eredità. Gioco a quiz 20.00 TELEGIORNALE. Informazione 20.30 Aari Tuoi. Show. Conduce Max Giusti. 21.10 Il commissario Nardone. Serie TV Con Sergio Assisi, Anna Safroncik, Stefano Dionisi. 23.20 Porta a Porta. Talk Show. Conduce Bruno Vespa. 00.55 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.25 Che tempo fa. Informazione 01.30 Sottovoce. Talk Show. Conduce Gigi Marzullo. 02.00 Rai Educational In Italia. Educazione 06.45 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 09.55 Eppur si muove - Galileo. Serie TV 10.15 Incinta per caso. 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Conduce Federica Panicucci, Paolo Del Debbio. 11.00 Forum. Rubrica. Conduce Rita Dalla Chiesa. 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.10 Centovetrine. Soap Opera 14.46 Rosamunde Pilcher: Vento sul lago. Film Sentimentale. (2007) Regia di Thomas Herrmann. Con Daniela Ziegler. 16.30 Pomeriggio cinque. Talk Show. Conduce Barbara D'Urso. 18.50 Avanti un altro! Gioco a quiz. Conduce Paolo Bonolis. 20.00 Tg5. Informazione 20.40 Veline. Show 21.10 Lo Show dei Record. Show. Conduce Teo Mammuccari. 23.50 No problem. Film Commedia. (2008) Regia di Vincenzo Salemme. Con Vincenzo Salemme, Giorgio Panariello. 01.31 Tg5 - Notte. Informazione 02.00 Meteo 5. Informazione 02.01 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 02.34 Media shopping. Shopping Tv 06.40 Picchiarello. Cartoni Animati 06.55 Pokemon. Cartoni Animati 07.25 Dragon Ball. Cartoni Animati 07.55 Georgie. Cartoni Animati 08.20 Heidi. Cartoni Animati 08.45 E.R. - Medici in prima linea. Serie T 10.35 Grey's anatomy. 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Conduce Cristina Parodi. 15.50 Movie Flash. Rubrica 15.55 Il Commissario Cordier. Serie TV 17.55 Cristina Parodi Cover. Talk Show. Conduce Cristina Parodi. 18.25 I menù di Benedetta. Rubrica 19.20 G' Day. Attualità 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Otto e mezzo. Rubrica 21.10 Piazzapulita. Talk Show. Conduce Corrado Formigli. 23.45 Omnibus Notte. Informazione 00.50 Tg La7 Sport. Informazione 00.55 Movie Flash. Rubrica 01.00 N.Y.P.D. Blue. Serie TV 01.55 G' Day (R). Attualità 02.25 Otto e mezzo (R). Rubrica 03.05 Omnibus (R). Informazione 21.10 Le regole della trua. Film Azione. (2011) Regia di R. Minko. Con P. Dempsey A. Judd. 22.45 Ex - Amici come prima. Film Commedia. (2011) Regia di C. Vanzina. Con A. Gassman E. Brignano. 00.30 Fright Night - Il vampiro della porta accanto. Film Horror. (2011) Regia di C. Gillespie. Con C. Farrell A. Yelchin. SKY CINEMA 1HD 21.00 Mamma, ho perso l'aereo. Film Commedia. (1990) Regia di C. Columbus. Con M. Culkin J. Pesci. 22.50 Tommy e il mulo parlante. Film Commedia. (2009) Regia di A. Stevens. Con Ice-T G. Barker. 00.30 Gnomeo e Giulietta. Film Animazione. (2011) Regia di K. Asbury. 21.00 La casa degli spiriti. Film Drammatico. (1993) Regia di B. August. Con M. Streep J. Irons. 23.30 Il mio piccolo genio. Film Commedia. (1991) Regia di J. Foster. Con J. Foster D. Wiest. 01.15 Amori e disastri. Film Commedia. (1996) Regia di D.O. Russell. Con B. Stiller P. Arquette. 18.45 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 19.10 Ninjago. Serie TV 19.35 Redakai: Alla conquista di Kairu. Cartoni Animati 20.00 Lanterna verde. Cartoni Animati 20.25 Ben 10. Cartoni Animati 20.50 Adventure Time. Cartoni Animati 21.15 The Regular Show. Cartoni Animati 21.40 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Come è fatto. Documentario 20.00 Top Gear. Documentario 22.00 Gli eroi dell'aria: Alaska. Documentario 23.00 La febbre dell'oro. Documentario 00.00 Come è fatto. Documentario 01.00 Top Gear. Documentario 19.00 Una splendida annata. Musica 20.00 Lorem Ipsum. Attualità 20.20 Una splendida annata. Videoframmenti 21.00 Fuori frigo. Attualità 21.30 Lincoln Heights. Serie TV 23.30 Jack Osbourne No Limits. Reportage 00.30 Fuori frigo. Reportage DEEJAY TV 18.30 Ginnaste: Vite parallele. Docu Reality 19.30 Greek: la confraternita. Serie TV 20.20 Scrubs. Sit Com 21.10 I Soliti Idioti. Sit Com 22.50 Jersey Shore. Serie TV 00.35 South Park. Serie TV 01.30 Speciale MTV News: Story of The Day. Informazione MTV RAI 1 21.10: Il commissario Nardone Serie TV con S. Assisi. Mario Nardone indaga su una donna trovata morta in un luogo per coppiette. 21. 05: Pechino Express Reality show con E. Filiberto. L'adventure-reality di Raidue mette alla prova 10 coppie in Oriente. 21.05: Agente 007 – Goldeneye Film con S. Bean. 007 stavolta ha a che fare con un pericoloso sistema satellitare. 21.10: The Mentalist Serie TV con S. Baker. Jane deve dimostrare di aver ucciso Red John per non essere condannato. 21.10: Lo Show dei Record Show con T. Mammucari. Gli ospiti del programma sfidano se stessi per entrare nel Guinness dei Primati. 21.10: Hitch - Lui sì che capisce le donne Film con W. Smith. Alex è un famoso consulente sentimentale per uomini. 21.10: Piazzapulita Attualità con C. Formigli. Nella terza puntata si tornerà a parlare del caso di G. Favia. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY PURTROPPO, SEMBRA PROPRIOCHE NON SI POSSANO FARE TALK SHOW POLITICI senza la partecipazione obbligatoria di Belpietro o Sallusti, rispettivamente direttore di Libero e Il giornale. Cioè le due (diverse) testate di stretta ordinanza berlusconiana, sopravvissute allo stesso Berlusconi e al suo partito già di plastica, oggi di burro. Così, martedì sera, Sallusti presidiava Ballarò e Belpietro Portaaporta. Ovviamente tutti e due insieme non li reggerebbe neanche la pazienza di Giobbe, cosicché abbiamo visto e sentito solo Sallusti, che per l'occasione, per qualche secondo, ha perfino riso. E - non lo ammetteremmo neanche sotto tortura!- ma quasi quasi Sallusti ci sta diventando simpatico, se non altro per la coerenza con cui interpreta il ruolo del cattivo, come in un film americano. In una tv e in una politica in cui tutti fanno i piacioni, sorridendo senza ragione, ecco uno che punta sulla sgradevolezza e non si lascia sfuggire occasione per rendersi odioso agli altri (e forse anche a se stesso). L'altra sera, per esempio, si è esibito nell'elogio dei ricchi evasori, quelli che, se appena si cerca di far pagare loro il dovuto, fuggono nei paradisi fiscali. Addirittura, per la rabbia, rinunciano a comprarsi la Ferrari, danneggiando così anche Montezemolo (come ha fatto notare perfidamente Floris). Perciò, secondo Sallusti, i ricchi bisogna lasciarli scialacquare a piacere, alla faccia degli operai che, benché versino al fisco anche il sangue, in tempi di crisi vanno spremuti ancora di più; per salvare la patria, abbassare lo spread e aumentare la produttività. E, mentre Sallusti difendeva i ricchi, il leghista Maroni diceva di difendere il Nord, senza chiamarlo neanche una volta Padania. Soprattutto senza ricordare il danno mortale prodotto dalla Lega al Sud, al Centro e allo stesso Nord. Il ritorno della staffetta: Belpietro eSallusti come Mazzola-Rivera U: giovedì 13 settembre 2012 21
Dopo due anni e mezzo di crisi dell'euro cade anche l'ultimo tabù: l'Unione europea deve evolversi verso una “federazione di Stati nazione”. Le parole che solo fino a qualche anno fa sarebbero state bollate come fantapolitica sono state pronunciate ieri davanti all'Europarlamento di Strasburgo dal presidente della Commissione europea José Manuel Barroso nel suo “discorso sullo Stato dell'Unione”. Inoltre, cavalcando l'euforia per il via libera della Corte costituzionale tedesca al fondo salva-Stati, Barroso ha presentato la sua proposta per affidare alla Banca centrale europea la supervisione delle 6000 banche dell'eurozona e porre così le basi per una vera unione bancaria. Da Berlino sono già arrivati i primi segnali di malumore, ma per la Commissione si tratta solo di un primo passo nella strada che dovrebbe portare nel 2014 ad eleggere una convezione per la modifica dei trattati e alla creazione di una vera unione economica e politica. «La globalizzazione richiede più unità europea», ha spiegato il capo dell'esecutivo Ue, «più unità richiede più integrazione. Più integrazione richiede più democrazia». Ma «una profonda e genuina unione economica e monetaria, un'unione politica, con una politica estera e di difesa coerenti, alla fine significa che l'Unione europea attuale deve evolversi» e quindi, ha scandito Barroso, «non facciamoci spaventare dalle parole: abbiamo bisogno di andare verso una federazione di Stati nazione». L'idea di una vera e propria federazione europea è stata delineata in modo articolato per la prima volta nel 1941 da Altiero Spinelli ed Enrico Rossi nel celebre Manifesto di Ventotene. Per decenni però l'ipotesi di cedere più sovranità a Bruxelles ha suscitato le ire delle cancellerie europee e la parola “federazione” è stata bandita dai discorsi ufficiali. Nel ventesimo secolo, ha spiegato Barroso, un Paese di 15 milioni di abitanti poteva essere una potenza globale, ma oggi «anche il più grande di Paesi europei corre il rischio dell'irrilevanza tra giganti globali come Usa o Cina». «Oggi è davvero l'Europa Day: con la decisione della Corte Costituzionale tedesca e il discorso di Barroso sull'Europa federale si apre una nuova pagina per l'Europa dei cittadini», ha esultato David Sassoli, capodelegazione degli eurodeputati Pd. Secondo il vicepresidente del Parlamento europeo, l'eurodeputato Pd Gianni Pittella, è però sbagliato l'ordine delle priorità: «non si può partire dal tetto della moneta per poi occuparsi delle fondamenta politiche» perché «il peccato originale dell'euro è stato proprio questo». Barroso si è impegnato a presentare delle linee guida per un nuovo Trattato Ue prima del 2014 e intanto ha invitato i partiti europei a indicare il proprio candidato a prossimo presidente della Commissione già per le prossime elezioni, una cosa possibile senza fare modifiche ai trattati. Ma per passare dalle parole ai fatti non bisognerà attendere il 2014. A novembre ci sarà un vertice straordinario per decidere il bilancio dell'Ue per il periodo 2014-2020 e questo, ha messo in guardia Barroso, «sarà un test di credibilità per molti dei nostri Stati membri. Voglio vedere chi appoggerà un bilancio per la crescita a livello europeo». In realtà visto il clima di austerità e tagli il vertice di novembre si annuncia complicato. Eppure secondo il leader dei Verdi Daniel Cohn-Bendit «fino a che avremo un bilancio comunitario pari solo all'1% del Pil dell'Ue non potremo avere politiche sociali e di crescita coerenti. Dobbiamo portarlo al 5% entro i prossimi anni, questo è il vero dibattito». Non meno difficile è il percorso per arrivare ad una vera unione bancaria. Questa permetterebbe al fondo salva-Stati di salvare anche le banche e spezzare così quel circolo vizioso che costringe i Paesi, come oggi la Spagna, a rischiare il fallimento per soccorrere i propri istituti di credito. Per la Germania cedere un altro pezzo di sovranità economica a favore della poco amata Bce è traumatico e ieri la cancelliera tedesca Angela Merkel ha ribadito che l'Eurotower «non deve aspettarsi di supervisionare tutte le banche europee». Harlem Dèsir, un europeista alla guida del Ps francese Angela Merkel e il ministro delle finanze Wolfgang Schaeuble al Bundestag FOTO ANSA OLANDA AL VOTO glie la giornata giusta per piazzare sul mercato Bot a tre mesi e a un anno per complessivi 12 miliardi di euro. Via XX Settembre assegna 3 miliardi di euro di Bot trimestrali con un rendimento medio in calo allo 0,7% dallo 0,865% dell'asta di maggio. Vende anche 9 miliardi di euro di titoli a un anno con un tasso medio in picchiata all'1,692% dal 2,767% spuntato nell'asta del mese scorso, il livello più basso dal 13 marzo scorso. L'EURO RECUPERA Sui mercati valutari l'euro scavalca la soglia di 1,29 dollari a 1,29, segnando la quotazione più forte nei confronti del biglietto verde dall'11 maggio scorso. La moneta unica riaggancia anche quota 0,80 pence contro la sterlina inglese e ritorna sopra i 100 yen a 100,65, registrando il valore più alto dal 4 luglio contro la valuta del Sol Levante. ATTESAPER LA FED Nemmeno il tempo di tirare il fiato e l'attesa dei mercati è ora tutta per la Federal Reserve. La Banca Centrale americana oggi dovrebbe annunciare nuove misure di stimolo a sostegno dell'economia Usa. Ieri ci sono già stati rialzi anche Wall Street negli scambi mattutini, dopo il via libera della corte Costituzionale tedesca. Ma a sostenere gli ottimismi degli operatori è soprattutto la prospettiva di nuovi provvedimenti espansivi, a sostegno della crescita e il nuovo stimolo atteso da Bernanke per rivitalizzare l'occupazione (e già contestato dai repubblicani). Gli ultimi dati sul lavoro sembrano aver creato le condizioni per quei provvedimenti «non convezionali» preannunciati dalla Fed. Un amico dell'Italia. E del Pd. Convinto che la sfida decisiva di un futuro che si fa presente è quella di affermare, nell'agire politico, un punto di vista progressista sull'Europa. È il profilo di Harlem Dèsir, prossimo segretario nazionale del Ps francese. «La nostra scelta va su Harlem Désir come primo segretario», annunciano il segretario uscente, Martine Aubry, e il premier Jean-Marc Ayrault, in un comunicato congiunto diffuso a Parigi. «Se i militanti aderiranno l'11 ottobre, e voteranno per il nostro candidato il 18 ottobre aggiungono i due socialisti - Harlem Désir sarà il primo segretario del Ps conformemente alle nostre regole». Il voto dei militanti dovrebbe essere solo una formalità: tutti gli osservatori sono infatti concordi nel dire che cinque mesi dopo l'elezione di Hollande all'Eliseo, i 175.000 aderenti del Ps si pronunceranno per la mozione Aubry-Ayrault, scegliendo Desir. Il congresso di Tolosa (26,27,28 ottobre) sarà poi l'occasione per il passaggio dei poteri. Numero 2 del Ps, Desir, 53 anni, sembra dunque aver avuto la meglio sull'altro sfidante, il deputato Jean-Christophe Cambadèlis. BIOGRAFIA Prima di fare carriera con i socialisti, in particolare al Parlamento europeo - dove è parlamentare dal 1999 e dove è specializzato di questioni legate alla globalizzazione - Desir è stato presidente dell'associazione Sos Racisme negli anni 80. All'europarlamento, è stato membro di diverse commissioni, tra cui quella del commercio internazionale dal 2009. Nel 1998, è stato condannato a 18 mesi con la condizionale e a 30.000 franchi (4.500 euro) di multa per salari fittizi in un'associazione di Lille. Una vicenda che risale al biennio 1986-1987. Désir - che si è detto «fiero e onorato» per la sua nomina - sostituirà dunque la Aubry. Quest'ultima ha avuto il merito di rinnovare il partito organizzando le primarie dello scorso autunno, prima tappa della vittoriosa campagna presidenziale di Hollande. L'Europa deve essere al centro dell'iniziativa politica dei progressisti. Un concetto che Dèsir ribadito solo una settimana fa, in una intervista concessa a l'Unità: «Non può essere altrimenti. Cercare soluzioni nazionali per uscire dalla crisi non è solo sbagliato, è qualcosa di anacronistico. Vuol dire non fare i conti con i processi di globalizzazione, le cui dimensioni sono tali da non permettere a nessun Paese europeo, da solo, di poter competere. L'Europa è al centro della crisi mondiale, perché la destra non è stata capace di attaccare la speculazione, smantellando così lo stato sociale e aggravando la situazione. Abbiamo una grande responsabilità verso la Grecia, la Spagna e gli altri Paesi attaccati dalla speculazione finanziaria e la risposta a questa crisi deve essere europea, un'Europa differente che discuta di crescita e solidarietà, che disponga di una moneta comune e di una finanza comune, partecipe di un'avventura comune: non vogliamo un'Europa del nord contro un'Europa del Sud», aveva sostenuto il neo segretario «in pectore del Ps». Una visione e una politica conseguente: «Assieme al Pd e alla Spd - aveva ricordato in quell'intervista Dèsir abbiamo messo in campo una proposta relativa alla emissione di project bond e alla mutualizzazione dei prestiti, per finanziare iniziative per la crescita in settori strategici, come è quello, ad esempio della green economy, un campo nel quale l'Europa dovrebbe essere pioniera». Anche per questo suo profilo marcatamente europeista, Harlem Désir è stato scelto da Francois Hollande. L'europarlamentare ha una assidua frequentazione, un rapporto privilegiato, con il Pd, e il suo leader, Pier Luigi Bersani. «L'Europa deve ricominciare ad essere sinonimo di speranza, di solidarietà, di nuove prospettive in un mondo messo in crisi dal dominio dei mercati finanziari. In questo senso, registro con soddisfazione che l'elezione di Francois Hollande ha permesso di spostare il dibattito in Europa sul tema della crescita. È questo il terreno su cui deve sempre più caratterizzarsi l'iniziativa dei progressisti europei», aveva sostenuto, sempre con l'Unità, nel giugno scorso, Désir, in missione a Roma, dove aveva incontrato Bersani, il presidente del Gruppo Pd alla Camera, Dario Franceschini, e il capogruppo Spd al Bundestag, Frank-Walter Steinmeier. Un patto d'azione che Dèsir intende sviluppare ulteriormente. Da numero uno di Rue de Solférino. L'idea: affidare alla Bce la supervisione delle 6mila banche europee. «Per l'unità economica» Ricetta Barroso contro la crisi: nella Ue federazione di Paesi MARCOMONGIELLO BRUXELLES . . . «Abbiamo una grave responsabilità nei confronti dei Paesi che sono in difficoltà» Testaatesta liberalie laburisti filo-europei Iprimiexitpolls danno i liberali davantiai laburisti nelle elezioni olandesi.Per unsolo seggio,41 contro40. Allavittoria deipartiti europeisti, si accompagna il crollo dell'ultradestraeuroscetticadi Geert Wilders (Pvv) , che haaperto la crisi eaccelerato leconsultazioni ma avrebbeperso la metàdei seggi. Standoalla tv Nos, restano sostanzialmentestabili i socialistidi EmileRoemer (anche loro euroscettici,madaposizionidi sinistra).Dovrebberomantenere le stesseposizioni che nelprecedente parlamento,con15 seggi. Nettaquindi l'affermazione delle forze filoeuropee,d'impronta liberalee laburista. Iprimi dati ieri seradavano in lievevantaggio il premieruscente MarkRutte, 45anni, seguitoa unpasso daDiederik Samsom,41 anni, divenuto in questa campagnaelettorale la star dei dibattiti televisivi. Exattivistadi Greenpeace,capacedi risalire dal quartoal secondo postonei sondaggidelle ultime settimane, sembradestinato adun governodi coalizionecon i liberali. GrandesconfittoGeert Wilders, cheaveva innescato lacrisi politica rifiutando il suosostegno allemisure diausterità. Il pericolodi una deriva islamica,evocato inpassato d Wilders,è infatti oramai lontanoe i nuovi sloganeurofobici sonorisultati deboli agli occhidell'opinione pubblica.L'Olandarappresentaoggi laquinta economia dellazona euroe sta ricevendo i primi colpidellacrisi. Ladisoccupazione, la piùbassa d'europa,è insalita, mentre ilwelfare staaccusandodecisi tagli. Bruxellesstima che l'economia delpaesesubiràuna contrazione stimatadello 0,9%,anche se il rapportodeficit-pil rimane nell'ambitodeiparametri di Maastricht. . . . Wall Street confida nel pacchetto di stimolo che la Fed potrebbe annunciare oggi L'annuncio del segretario uscente Martine Aubry e del premier Jean-Marc Ayrault Parlamentare europeo dal '99 ha militato in Sos Racisme Guarda con attenzione al nostro Paese e al Pd U.D.G. giovedì 13 settembre 2012 7
24 giovedì 13 settembre 2012
VITAEOPERE Pennaepennelli: ladoppiaartedellascrittrice ... «Erounabambina diprovincia,vivevo inunmio mondofattodi letture famelicheedisegni» Dicedisé:«Cercavoun registropiù libero,piùvivo evolevoeliminare dalla letteratura femminile il lato lacrimoso.Affrontando temicomesessoeamore inmodoscapigliato» RossanaCampoesordisce nel 1992con un racconto,La storia della Gabri, pubblicato nell'antologiaNarratoridelle Riserve acura diGianni Celati, editacometutti i lavori successividaFeltrinelli. Inquello stesso anno,appare il romanzod'esordio: In principio erano le mutande, dacui è stato tratonel 1999 il filmomonimo, direttoda AnnaNegri ealla cui sceneggiatura l'autrice stessahacollaborato. L'editoreFeltrinelli ha inoltrepubblicato una commedia radiofonica, Il matrimonio di Maria (1998), euna favolaper bambini,La gemella buona e la gemella cattiva (2000).Nel 2002 l'autricedebutta comeartista figurativacon una personale allagalleria Pintapiumadi Genova.Del2003 è la personale:Bambine chiuse, ragazze chiatte, mamme bisbetiche, dicui le EdizioniLoplop hannopubblicato Rossana Campo, Arte/corpo/colore, a curadi CarlaSubrizie TeresaMacrì.Nel giugno del 2012 Il Cannetohapubblicato uncatalogo completodelle sue operepittoriche. ... Da16annièbuddista attrattadalloZen come«ideadialleggerire lavitaenoistessi» HAUNARISATACONTAGIOSA,SOLARE.ROSSANACAMPO NASCONDE CON MODI LEGGERI LA TURBOLENZA CHEANIMAOGNISCRITTOREECHEANIMAISUOIPERSONAGGI.Teneri, complicati, feriti, allegri e disperati. Vagabondi, romantici, carichi di desiderio. «Ho scritto i libri che volevo scrivere, non posso lamentarmi. Nessuno mi ha mai spinto in una direzione che non fosse quella che avevo in mente». L'esordio all'inizio degli anni Novanta, con In principio erano le mutande, spiazzò molti lettori e molti critici: era una voce nuova, inedita. «Mi interessava che l'oralità facesse irruzione nella lingua troppo “scritta” e pulita, letteraria in un senso che a me disturba, della narrativa di quegli anni. Cercavo un registro più libero, più vivo, e volevo eliminare dalla cosiddetta letteratura femminile - il lato lacrimoso e lacrimogeno. Argomenti come l'amore, il sesso, il desiderio, volevo affrontarli in modo scapigliato, corporeo, mescolando l'allegria alla disperazione - come accade nella vita. Ma quando qualcuno scambia questa scelta di una scrittura “parlata” per qualcosa di scritto di getto, resto delusa. È un'operazione stilistica pienamente consapevole». ALLEORIGINI LALIGURIA Alle origini di lei c'è la Liguria. «Ero una bambina di provincia problematica, dalla timidezza patologica. Vivevo in un mio mondo parallelo fatto di letture fameliche e di disegno, passione che per anni ho dimenticato e poi ripreso». Tanto è vero che molte copertine dei suoi romanzi sono disegnate da lei, e lo studio in cui parliamo è una girandola di colori. Pastello e colori a olio. Un tratto volutamente infantile che - spiega - vuole far affiorare «la parte maldestra, a disagio di ciascuno di noi, e insieme una zona di follia bambinesca, vitale». La ragazzina appassionata di libri, quando si presentò anni dopo la fine delle elementari alla vecchia maestra, per poco non le provocò uno choc. «Continuavo a leggere di tutto e in modo disordinatissimo, dai romanzi rosa a Moravia, a Gita al faro, ma ero diventata un'adolescente ribelle e hippy». L'università a Genova è stata fondamentale. «Per tanti incontri, conoscenze, scambi di esperienza, ma soprattutto per il magistero di Edoardo Sanguineti. Pronuncio sempre un po' a fatica la parola maestro, o meglio non la uso mai a caso, essendo buddista. Però lui aveva una forte vocazione didattica, era una persona di rara intelligenza, sensibilità, apertura verso il nuovo. Quando per l'ambiente universitario era ancora quasi scandaloso, dedicava corsi ad autori che si erano appena affacciati sulla scena. Scarpa, Culicchia, Nove. Li invitava a parlare con gli studenti, offriva consigli e raccomandazioni: «Cercate di essere sempre brutti sporchi e cattivi». Lei non ha dimenticato la lezione e, di romanzo in romanzo, ha continuato la sua ricerca di storie e personaggi che vanno incontro alla vita con l'intenzione di abbracciarla, di non sottrarsi a nulla. «Nelle giornate si mescolano piacere e dolore, momenti di “adultità” a momenti in cui torniamo un po' bambini. Mi piace raccontare questo, persone/personaggi anche molto fragili, “borderline” direbbe qualcuno, ma a loro modo coraggiosi, autentici, eterni principianti dell'esistenza». Quando, nel 2007, con il romanzo Più forte di me ha messo in scena una vicenda di dipendenza dall'alcol, ha temuto le reazioni dei lettori. Se lo è chiesto, sì, ma non si è fatta influenzare dal timore. «In effetti c'è stato qualcuno che mi ha rimproverato di avere esagerato un po', ma la letteratura non dovrebbe occultare nulla. Molti scrittori ormai ragionano come esperti di marketing: questo funziona, questo forse no. Ma sono libri esangui». Cerco da sempre l'autenticità, dice, «fin da quando a tredici, quattordici anni buttavo giù le prime prove di racconto. Storie ambientate magari ad Albissola e con qualche eco letteraria di troppo». Poi si è liberata di qualche zavorra: il peso della tradizione e dell'ideologia, cercando modelli o anti-modelli come Tondelli, Busi, Celati. Proprio quest'ultimo (Rossana Campo ne parla come di un suo mito) si accorse del talento della giovane scrittrice e la segnalò a Feltrinelli. Oggi è seguita da una vera e propria «comunità» di lettori, che dialogano con lei su Internet, la seguono, le fanno domande. «Alcuni sono entrati a tal punto nella mia vita da diventare amici». TRAROMA EPARIGI Vive tra Roma e Parigi. Nell'una e nell'altra città ha cercato le zone più vitali, più affacciate sul futuro. I quartieri multiculturali. «C'è una tale vitalità a Piazza Vittorio, è una continua sorpresa in fatto di volti, di voci. Quando mi immalinconivo per certe vicende politiche italiane o mi faccio braccare dall'ansia della crisi economica, lì ritrovo un sovrappiù di energia». Da sedici anni pratica il buddismo, e ha dedicato a questa esperienza il nuovo libro. «Ero attratta dallo Zen, dall'idea che si possa togliere, volendo, l'apparato concettuale del pensiero. Alleggerire la vita e noi stessi di molta zavorra. Porsi la domanda delle domande come si può soffrire il meno possibile? Come si può uscire dal dolore? - con lo spirito più semplice, più puro. Quello che appartiene ai bambini». Camminando verso la stazione Termini, dentro «questo movimento della folla che mi piace», dice di sentirsi a volte un po' perplessa di fronte alle tendenze editoriali degli ultimi anni. «In libreria bisogna farsi largo tra le pile dei volumi da supermercato, libri così prevedibili da essere, almeno per me, noiosi, privi di attrattiva». Si riferisce alle tanto celebrate sfumature di grigio (il tormentone erotico dell'estate 2012)? «Anche. In quel caso mi chiedo proprio cosa possa suscitare una scrittura tanto piatta e dozzinale. Raccontare il sesso è una delle imprese letterariamente più complicate. Bisogna andare a scuola da Henry Miller e da autori come lui. Autori che le sfumature loro sì - sapevano davvero cosa fossero». RossanaCampo Spiritoallegro Autricedipersonaggi teneri ecomplessi, vagabondie romantici L'estatescorsa imperversò la polemica letteraria sullagenerazioneTQ,quella dei trenta-quarantenni.Chiedevano piùspazio editoriale, istituzionale, politicoall'Italia gerontocratica, con toni veementi.A luglio scorso( il 17 ), con MelaniaMazzucco,«l'Unità» haaperto unagalleriadi ritrattidella generazione chesi può chiamareQC, i quaranta-cinquantenni. Cosasignifica,perunoscrittore, esserenel pieno dellapropria maturità? Quantoconta il «percorso»di unautore inunmercato editoriale chebrucia tutto troppo in fretta,diviso tra esordientigiovanissimievenerati maestri?La generazionedimezzo puòfornire indicazioni interessanti.Oggi la parolavaa RossanaCampo chechiude la seriedelle interviste. CULTURE PAOLODIPAOLO GENERAZIONEQC Lascrittrice RossanaCampo © FOTO DI LEONARDO CENDAMO / BLACKARCHIVES U: 20 giovedì 13 settembre 2012
«Non c'è mai stata alcuna interferenza sulle indagini, tanto che le indagini sono arrivate a conclusione con la richiesta di rinvio a giudizio. Ora ci sarà il dibattimento, si valuteranno le prove, si arriverà a sentenza». Così il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia a proposito dell'esposto-denuncia presentato dall'avvocato Carlo Taormina al Comitato per i procedimenti d'accusa che questa mattina, presieduto dal senatore Marco Follini, si riunirà a San Macuto per decidere in merito all'iniziativa contro Napolitano dell'ex parlamentare di Forza Italia, con cui neanche uno dei più diretti interessati sembra volere avere nulla da condividere. L'avvocato Taormina per confezionare le sei pagine di esposto ha messo insieme, per sua stessa affermazione, stralci di quanto pubblicato dai giornali che hanno condotto la campagna sulle intercettazioni delle telefonate tra Napolitano e Mancino e sulle presunte ingerenze del Quirinale sulla Procura di Palermo, poi si è rivolto all'organismo bicamerale cui, per Costituzione, è demandato il compito di «azionare le procedure per l'incriminazione del presidente della Repubblica per il delitto di attentato alla Costituzione a norma dell'articolo 90» invitandolo a «procedere a tutti gli accertamenti necessari» sulle circostanze da lui esposte «tratte da fonti giornalistiche da verificare» e, «in caso positivo», di procedere seguendo le norme previste. Sono due i punti su cui l'avvocato, che annovera al suo attivo la difesa di Priebke, il capitano tra i protagonisti delle Fosse Ardeatine e di Annamaria Franzoni, la mamma di Cogne, di alcuni imputati di Tangentopoli tra cui Craxi e di Mario Placanica accusato per l'omicidio di Carlo Giuliani al G8 di Genova, il legale che è stato sottosegretario all'Interno di uno dei governi Berlusconi ma anche commentatore sportivo al processo di Biscardi su 7Gold e poi principe reggente di Filettino (comune del frusinate che, contro Monti, ha avviato la procedura di secessione), ha lavorato su quanto pubblicato. LE ACCUSEAL COLLE Riflettore puntato sul Quirinale, chiamando in causa anche lo scomparso consigliere giuridico del presidente, Loris D'Ambrosio «che non si sarebbe mai mosso senza l'ordine di Napolitano» ed è «forse morto per la vergogna di aver eseguito un ordine illecito come l'intervento effettuato sul «procuratore generale della Corte di Cassazione Vitaliano Esposito con la richiesta di intervenire sui Pm siciliani affinché non avvenisse il noto confronto con Nicola Mancino». Una circostanza mai smentita, si legge nell'esposto «la prova di un chiaro intento di boicottatore degli sforzi dei magistrati per accertare la verità fino a poterne determinare l'insabbiamento». Napolitano, secondo Taormina, avrebbe violato i principi di indipendenza e autonomia della magistratura ma anche favorito «un oggettivo quand'anche non voluto vantaggio patrimoniale per la mafia». Ed avrebbe anche sbagliato a ricorrere alla Corte Costituzionale. Nessun commento dal Quirinale «anche per rispetto all'impegno del Comitato» i cui membri sembrerebbero orientati all'archiviazione. Si vedrà nel dibattimento che, comunque sarà un momento utile di confronto e di chiarezza anche per sgomberare il campo dalle illazioni e dalle strumentalizzazioni. Dopo il sindacato delle toghe, anche il Csm prende posizione sul caso Ingroia-Di Matteo, i pubblici ministeri di Palermo titolari dell'inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia nel biennio delle stragi e al centro, dalla primavera, di tensioni istituzionali e furori popolari di ampio gradimento. L'organo di autogoverno dei magistrati si è riunito ieri per la prima volta dopo la pausa estiva. E una presa di posizione era nell'aria. Non sono stati aperti, «almeno per ora» si fa notare a Palazzo dei Marescialli, pratiche o fascicoli in relazione alla presenza dei due magistrati alla festa de Il Fatto in cui Ingroia ha invitato il pubblico presente «a cambiare questa classe dirigente e questo ceto politico» e durante la quale si sono alzati cori contro il Quirinale. «Nessuno ha chiesto l'apertura di una pratica» fa notare il vicepresidente Michele Vietti. Il caso non è stato ufficialmente posto in sede di plenum. Ma il vicepresidente ha voluto comunque prendere posizione a mezzo stampa. È necessario, ha detto «uscire dalla psicosi degli attacchi ed entrare nella logica del servizio al cittadino. Il magistrato deve assicurare, anche al di fuori delle sue funzioni e come ricorda il Capo dello Stato fin dal 2007, condotte basate sui criteri di misura, riservatezza e imparzialità, senza cedere ad esorbitanti esternazioni. Bisogna uscire dalla psicosi degli attacchi ed entrare nella logica del servizio al cittadino». E visto che i magistrati palermitani, proprio durante la festa de Il Fatto, hanno accusato il Csm di «averli lasciati soli davanti agli attacchi», Vietti replica: «A volte il silenzio è d'oro». Parole pesanti visto che richiamano a concetti chiave della magistratura come imparzialità e terzietà. E che non sono da meno rispetto a quelle scritte lunedì del presidente dell'Anm Rodolfo Sabelli in un comunicato di fuoco. «Ingroia - aveva scritto l'Anm - ha fatto un'affermazione di tipo politico» e i magistrati titolari di indagini delicate «che hanno provocato accese discussioni sul piano politico devono evitare comportamenti che possono avere ripercussioni sulla loro immagine di imparzialità». Membri togati e non aggiungono, in via anonima, che «dopo il can can mediatico contro il Consiglio per aver aperto la pratica nei confronti di Scarpinato (aveve attaccato i politici ipocriti durante le celebrazioni per il ventennale di Borsellino, ndr) adesso siamo tutti molti cauti. Va notato però che, visto che Ingroia lamenta di essere stato lasciato solo, nessun membro del Consiglio ha chiesto in questi mesi di aprire una pratica a tutela». Non lo ha ritenuto quindi al centro di attacchi. «DOBBIAMOFARE PULIZIA» Il Consiglio ieri mattina ha invece aperto una pratica a tutela del gip di Taranto Patrizia Todisco (offesa e denigrata su alcuni quotidiani in agosto). Ma nella magistratura associata si stanno muovendo molte tensioni, anche nelle correnti della cosiddetta sinistra che vedono come un pericolo certi protagonismi e la mancanza di cambiamenti. E di segnali di trasparenza. Di alcuni si è fatto portavoce, tra i mugugni generali, Nello Nappi, il giudice costituzionale arrivato a palazzo dei Marescialli in quota Area, il cartello che ha sommato Md e Movimenti, con un plebiscito di voti e nonostante qualche sgambetto. Nappi ieri mattina in plenum ha preso la parola per denunciare lentezze e il mancato rispetto di alcune regole. Il consigliere infatti ha sollecitato Vietti e l'ufficio di presidenza perché mettano finalmente all'ordine del giorno pratiche e questioni sollevate da mesi. Richieste che scottano. Ad esempio, quella di «un apposito archivio informatico con l'elenco nominativo di tutti i magistrati collocati fuori ruolo e con l'indicazione specifica degli incarichi ricoperti e della relativa durata». Quello dei “fuori ruolo” è un argomento delicatissimo tra i magistrati. Il disegno di legge contro la corruzione contiene (articolo 9) la norma che impedisce ai magistrati di stare fuori ruolo più di cinque anni. È molto facile che quella norma sparirà al Senato perché la lobby dei magistrati “fuori ruolo” da decenni presso Quirinale, Consulta, Csm e Parlamento è assai potente. Il consigliere Nappi avverte: «Non possiamo pretendere di fare pulizia in casa altrui se non mettiamo prima ordine in casa nostra. Non è possibile invocare contro gli altri le regole che si è pronti a eludere o violare per sé». Nappi si riferisce al fatto che proprio a palazzo dei Marescialli sono in servizio ben oltre il mandato temporale consentito (una consigliatura e mezzo) sia il segretario che il vicesegretario generale. «Ho presentato da tempo - ha detto Nappi - la richiesta di sostituire il segretario e il vicesegretario generale, il dottor Visconti e il dottor Patarnello. Si tratta di magistrati di sperimentata professionalità ma entrambi sono giunti al sesto e al nono anno consecutivo di esperienza consiliare». Ben oltre, quindi, i termini fissati dalla legge. Il vicepresidente del Csm, Michele Vietti FOTO ANSA POLITICAEGIUSTIZIA Esposto Taormina al vaglio del Comitato Vietti: «I giudici siano sempre imparziali» Il plenum del Csm interviene sul caso Ingroia ma non è stata aperta alcuna pratica Nappi: «È ora di fare pulizia in casa nostra» CLAUDIAFUSANI ROMA MARCELLACIARNELLI ROMA 8 giovedì 13 settembre 2012
SEGUEDALLAPRIMA Oggi si impone una vigorosa reazione atta a ricercare nuove convivialità, a ricreare uno spirito di solidarietà, a intessere nuovi legami sociali, a fare affiorare dalla nostra e dalle altre civiltà quelle fonti spirituali che sono state soffocate. Questa sfida deve essere integrata nella politica, che deve porsi il compito di rigenerarsi in una politica di civiltà. Le visioni della politica e dell'economia si sono basate sull'idea, che risale al settecento e all'ottocento, del progresso come legge ineluttabile della Storia. Questa idea è fallita. Soprattutto, è fallita l'idea che il progresso segua automaticamente la locomotiva tecno-economica. È fallita l'idea che il progresso sia assimilabile alla crescita, in una concezione puramente quantitativa delle realtà umane. Negli ultimi decenni la storia non va verso il progresso garantito, ma verso una straordinaria incertezza. Così oggi il progresso ci appare non come un fatto inevitabile, ma come una sfida e una conquista, come un prodotto delle nostre scelte, della nostra volontà e della nostra consapevolezza. VEDIALLA VOCESVILUPPO Altrettanto discutibile è la nozione tradizionale di sviluppo, definita in una prospettiva unilateralmente tecno-economica, ritenuta quantitativamente misurabile con gli indicatori di crescita e di reddito. Ha assunto come modello universale la condizione dei Paesi detti appunto «sviluppati», in particolare occidentali, alla quale si dovrebbero ispirare tutti gli altri Paesi del mondo (detti perciò «sotto-sviluppati» o «in via di sviluppo»). Così si è arrivati a credere che lo stato attuale delle società occidentali costituisca lo sbocco e la finalità della storia umana stessa, trascurando i tanti problemi drammatici, le tante miserie, i tanti sotto-sviluppi, non solo materiali, provocati dal perseguimento degli obiettivi di una crescita tecno-economica fine a se stessa. Ma le soluzioni che volevamo proporre agli altri sono diventate problemi per noi stessi. L'iperspecializzazione disciplinare ha frammentato il tessuto complesso dei fenomeni e ha modellato una scienza economica che non riesce a concepire e a comprendere tutto ciò che non è calcolabile e quantificabile: passioni, emozioni, gioie, infelicità, credenze, miserie, paure, speranze, che sono il corpo stesso dell'esperienza e dell'esistenza umana. Oggi siamo chiamati a respingere quello che continua a essere in primo piano: la potenza della quantificazione contro la qualità, la dissoluzione della pluralità di dimensioni dell'esistenza umana a poche variabili, la razionalizzazione che è l'opposto della razionalità critica e che è il tentativo cieco di rifiutare tutto ciò che le sfugge e che non riesce a comprendere a prima vista. Uno dei tratti più nocivi di questi ultimi decenni è l'esasperazione della competitività, che conduce le imprese a sostituire i lavoratori con le macchine e, ove questo non accada, ad aumentare i vincoli sulla loro attività lavorativa. Allo sfruttamento economico, contro il quale hanno sempre lottato i sindacati, oggi si aggiunge un'ulteriore alienazione in nome della produttività e dell'efficienza. Abbiamo urgente bisogno di una politica di umanizzazione di quella che è ormai un'economia disumanizzata. CAMBIARESTRADA Se si vogliono seriamente realizzare gli obiettivi di «sostenibilità» e di «umanizzazione», non basta spianare la via con qualche levigatura: bisogna cambiare via. La necessità di cambiare via, naturalmente, non ci impone di ripartire da zero. Anzi, ci spinge a integrare tutti gli aspetti positivi che sono stati acquisiti nel nostro difficile cammino, anche e soprattutto nei Paesi occidentali, a cui dobbiamo i diritti umani, le autonomie individuali, la cultura umanistica, la democrazia. E tuttavia la necessità di cambiare via diventa sempre più urgente, nel momento in cui il dogma della crescita all'infinito viene messo drasticamente in discussione dal perdurare della crisi economica europea e mondiale, dai pericoli prodotti di certo sviluppo tecnico e scientifico, dagli eccessi della civiltà dei consumi che rendono infelici gli individui e la collettività. Certamente, la crescita deve essere misurata in termini diversi da quelli puramente quantitativi del Pil, mettendo in gioco gli indicatori dello sviluppo umano. Ma la cosa più importante è superare la stessa alternativa crescita/decrescita, che è del tutto sterile. Si deve promuovere la crescita dell'economia verde, dell'economia sociale e solidale. Un imperativo ineludibile dei prossimi decenni è l'accelerazione della transizione dal dominio quasi assoluto delle energie fossili a un sempre maggiore sviluppo delle energie rinnovabili. Anche questa transizione impone di cambiare via, paradigma: dall'attuale paradigma imperniato su un sostanziale monismo energetico (le fonti di energia fossile) a un paradigma imperniato su un pluralismo energetico, nella cui prospettiva si deve sostenere simultaneamente la crescita di molteplici fonti rinnovabili di energia (solare, eolico, biogas, idroelettrico, geotermico…), che possono avere un valore non solo additivo ma moltiplicativo, se messe in rete e se condivise da ambiti internazionali sempre più ampi. In questo senso, la realizzazione di un pluralismo energetico è indissociabile dalla realizzazione di una democrazia energetica: la condivisione energetica risulta un valore fondante delle politiche internazionali, su scala continentale come su scala globale. Nello stesso tempo si deve sostenere la decrescita dei prodotti inutili dagli effetti illusori tanto decantati dalla pubblicità, la decrescita dei prodotti che generano rifiuti ingombranti e non riciclabili, la decrescita dei prodotti di corta durata e a obsolescenza programmata. Si deve promuovere la crescita di un'economia basata sulla filiera corta, e promuovere la decrescita delle predazioni di tutti quegli intermediari che impongono prezzi bassi ai produttori e prezzi alti ai consumatori. E per imboccare una via nuova bisogna concepire una nuova politica economica che possa contrastare l'onnipotenza della finanza speculativa e mantenere nello stesso tempo il carattere concorrenziale del mercato. Nello stesso tempo, si rivela sterile anche l'alternativa globalizzazione/deglobalizzazione. Dobbiamo globalizzare e deglobalizzare in uno stesso tempo. Dobbiamo valorizzare tutti gli aspetti della globalizzazione che producono cooperazioni, scambi fecondi, intreccio di culture, presa di coscienza di un destino comune. Ma dobbiamo anche salvare le specificità territoriali, salvaguardare le loro conoscenze e i loro prodotti, rivitalizzare i legami fra agricoltura e cultura. Questo andrebbe di pari passo con una nuova politica nei confronti delle aree rurali, volta a contrastare l'agricoltura e l'allevamento iperindustrializzati, ormai divenuti nocivi per i suoli, per le acque, per gli stessi consumatori, e a favorire invece l'agricoltura biologica basata su stretti legami con il territorio. Certo, quando parliamo dell'attuale fase della globalizzazione, non possiamo certo sottovalutare il fatto che Paesi solo poco tempo fa definiti sottosviluppati abbiano decisamente migliorato i loro livelli di vita: sotto questo aspetto le delocalizzazioni della produzione hanno sicuramente svolto un ruolo importante. Ma dinanzi all'eccesso di queste delocalizzazioni, e di conseguenza all'annientamento dell'industria europea, dobbiamo certamente prevedere interventi protettivi. Per quanto riguarda il destino particolare dell'Europa nell'età della globalizzazione, è decisivo il fatto che tutte le nazioni siano oggi diventate multiculturali. L'Italia stessa è entrata appieno in questo processo, anche se con un certo ritardo rispetto ad altre nazioni storicamente più ricche di legami con il mondo intero: Francia, Gran Bretagna, Olanda, Germania… Le nuove diversità conseguenti alla globalizzazione si sono aggiunte alle diversità etniche e regionali tradizionalmente costitutive dei nostri paesi. Oggi non basta dire che la Repubblica è una e indivisibile, bisogna anche dire che è multiculturale. Concepire insieme unità, indivisibilità e multiculturalità significa far sì che l'unità eviti il ripiegamento delle singole culture su se stesse e nello stesso tempo riconoscere la diversità feconda di tutte le culture. Anche in questo caso dobbiamo superare le alternative rigide. Dobbiamo superare l'alternativa fra l'omologazione che ignora le diversità, che è stata la politica prevalente negli stati nazionali europei degli ultimi due secoli, e una visione del multiculturalismo come semplice giustapposizione delle culture. Per evitare la disgregazione delle nostre società abbiamo bisogno di riconoscere nell'altro sia la sua differenza sia la sua somiglianza con noi stessi. Rendere le diversità interne non un ostacolo, ma una ricchezza per la nazione: questo è un compito essenziale per la ricostruzione civile dell'Italia e di tutte le nazioni europee, nel momento in cui le sfide globali possono essere affrontate solo da società che siano nello stesso tempo aperte e coese. UNNUOVOPENSIERO Oggi il pensiero politico deve riformularsi sulla base di una diagnosi pertinente del momento storico dell'era planetaria che stiamo vivendo, deve concepire una via di civiltà, e deve di conseguenza trovare un percorso coerente sul piano nazionale, europeo, mondiale. Attualmente, siamo in una situazione contraddittoria: c'è un mondo che vuole nascere e che non riesce a nascere, e nel contempo questa nascita incipiente è accompagnata da uno scatenamento di forze di distruzione. Questa situazione contradditoria ci impone di superare anche un'altra falsa alternativa classica, basata sulla contrapposizione fra conservazione e rivoluzione. Dobbiamo fare nostra l'idea di metamorfosi, combinando insieme conservazione e rivoluzione. Questa metamorfosi ci appare ancora improbabile, anzi quasi inconcepibile. Ma questa constatazione a prima vista disperante comporta un principio di speranza, motivato dalla consapevolezza che ci viene dalla conoscenza delle grandi soglie della storia e dell'evoluzione umana. Sappiamo che le grandi mutazioni sono invisibili e logicamente impossibili prima della loro attuazione; sappiamo anche che esse compaiono quando i mezzi dei quali un sistema dispone sono divenuti incapaci di risolvere i suoi problemi all'interno del sistema stesso. Così siamo inclini a sperare che, pur ancora improbabile e inconcepibile, la metamorfosi non sia impossibile. EdgarMorin, fra imassimi pensatoricontemporanei, sociologoefilosofo dellacomplessità, direttoredi ricercaemerito delCnrs francese MauroCeruti, filosofo, teoricodelpensiero complesso,ordinario di filosofiadellascienza, coautorenel2007del ManifestodeivaloridelPd . . . Oggi siamo ancora legati all'idea settecentesca del progresso come legge ineluttabile della Storia MAUROCERUTIEDGARMORIN L'INTERVENTO Il progresso è fallito: ora una nuova civiltà IDEE . . . L'alternativa tra crescita e decrescita è sterile Promuovere l'economia verde, sociale e solidale . . . È urgente cambiare via ma senza partire da zero: ci sono aspetti positivi da salvare e da integrare Proteste a Hong Kong dopo il fallimento in America della banca d'investimenti Lehman Brothers FOTO AP 14 giovedì 13 settembre 2012
UN CANE SCIOLTO, DI ORIGINI MERIDIONALI, CON UNA SMACCATA TENDENZA A INFISCHIARSI DELLE REGOLE, UNA MALCELATA SFIDUCIA (peraltro perfettamente ricambiata) nella rettitudine dei suoi superiori e un certo ascendente sulle donne. Gli ingredienti base del poliziesco all'italiana di successo ci sono tutti, eppure Il commissario Nardone (stasera su Rai1 la seconda puntata, dopo il pieno di ascolti cinque milioni - della prima) mostra alcuni segni di originalità, oltre a un livello complessivo decisamente superiore alla media della malandata fiction di casa nostra. Sergio Assisi, il protagonista della serie, ci scherza su: «In effetti, nella vita di un attore prima o poi un commissario arriva. Nella cultura cinematografica e televisiva non solo italiana, ma anche americana, i ruoli fondamentali sono tre: il commissario, il medico e il prete. Solo che questa è una storia vera. Mario Nardone è realmente esistito, ha inventato la squadra mobile ed è sfuggito al fuoco amico di chi voleva farlo fuori: lo avevano mandato a Milano per punirlo per avere denunciato dei colleghi. Ma tu immagina un campano sbattuto nella Milano degli anni 50, con la mala che si sta organizzando». Un ambiente difficile, in cui però Nardone riesce a cavarsela? «A costo di sembrare campanilista, geneticamente i popoli del sud hanno uno spirito di adattamento superiore, come i giamaicani nella corsa veloce o i kenioti nel fondo. Certo, può diventare un'arma a doppio taglio, perché a forza di abituarti a tutto ti abitui anche al male. E qui ci starebbe bene una metafora». Coraggio… «Quando sta per scapparmi una metafora mi viene sempre in mente una frase di Jack Nicholson in Qualcosaècambiato: la gente che parla per metafore dovrebbe farmi uno shampoo allo scroto. E io parlo solo per metafore! Ad ogni modo, mi sento come una pianta, con le radici ben piantate nella mia Napoli e i rami e le foglie liberi di espandersi altrove. Così posso essere, nella mia piccolezza, un esempio per qualcuno, anche per una persona sola. Mi ispiro a Gandhi: se hai salvato una persona, hai salvato il mondo». TorniamoaNardone:all'inizio imilanesi loguardanostorto, maanche lui ha i suoipregiudizi. Ono? «Sì, ma i suoi non sono pregiudizi territoriali. Ha un residuo di conservatorismo meridionale che però supera, dimostrando anzi una grande apertura mentale. Lui ottiene risultati straordinari nonostante i pochi mezzi a disposizione. Certo, all'inizio ha un'idea della donna un po' all'antica, l'angelo del focolare che sta a casa e cresce i figli, ma poi sposa una donna milanese autonoma, indipendente, che lavora. Un percorso in fondo normale, e forse è proprio questo che il pubblico ha apprezzato: Nardone non è un supereroe, ma si fa forte della sua normalità e della sua passione per il lavoro e per la giustizia. Ha piccoli ideali molto semplici. L'impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale” Edègrazieaquestanormalitàcheimilanesialla fine loaccettano? «Esatto, anche se in fondo i pregiudizi territoriali esistono da sempre. In un certo senso, nascondono un lato positivo, l'attaccamento alla propria terra, così come una bestemmia ha senso perché dietro c'è una grande fede. Quanto a me, sono felice quando mi chiamano terrone: tutto viene dalla terra» Imilanesi accetteranno anche imigranti dioggi? «L'uomo è migrante per sua natura. Se il mondo è di tutti, io non vedo confini, muri, dogane, ma c'è poco da fare: l'essere umano è ‘na chiavica e sente la necessità di confini, muri e dogane. Non nego che anch'io, quando succede qualcosa e i responsabili sono extracomunitari, cado nella tentazione di augurarmi che vengano mandati via. Penso che ci vorranno almeno 5 o 600 anni per raggiungere un livello di civiltà accettabile». EtracinquesecoliiposteriricorderannoIlcommissario Nardone come una delle poche fiction in cui sonostatiazzeccatituttigliinterpreti:chenepensa il bravo Luigi Di Fiore, che interpreta il milanesissimobrigadiere Muraro, bracciodestro diNardone? «Dopo dieci giorni di lavorazione abbiamo avuto la stessa sensazione: ognuno era giusto nel suo ruolo. Forse si sono distratti e, per una volta, è stata fatta una scelta solo artistica» INBREVE CULTURE VALERIOROSA ROMA PROGETTOJDPL Il registaPortaLopez per25giovaniattori Un'iniziativa privataper offrire lavoroa 25 giovaniattori, scelti per formareuna compagniadiretta dal registacolombiano JuanDiego Porta Lopez.Per loroduespettacoli scrittida LucaDe Beie Giampiero Rappa, in tournée ingrandi Festival e in vari teatri.È questo ilprogetto capeggiato daPortaLopez impegnato anche con ClaudioSantamaria inOccidente solitario di McDonaghe conMonica Guerritore inun lavoro suJudy Garland,The end of the rainbow di PeterQuiller. .. . «Laprimapuntataèpiaciuta perché ilprotagonistanonè unsupereroemaunocheama il suo lavoroe lagiustizia» ComeTex nessuno mai Ricordodoc perBonelli PREMIOTUTINO Ospited'onore NanniMoretti Un«festa dellamemoria», la «celebrazionedella scrittura di sé raccontataattraversodiari, memorie ed epistolariche narrano la storia vista dallepersonecomuni»: è questo lo spiritochecaratterizza la 28ªedizione delPremioPieve Saverio Tutino. Quest'annosarà Nanni Moretti l'ospite d'onoredella manifestazione, in programmadal 14 al 16settembre a PieveSanto Stefano(Ar): al regista sarà consegnato il «Premio Cittàdeldiario». Ildiario vincitore (sono8 i finalisti) sarà proclamatodomenica 16settembre. MILANO Inricordo diRaboni MaurizioCucchioggi, conPiero Gelli eRanieri Polese, ricorderà ilpoeta scomparso8 anni fa: «La Milanodi GiovanniRaboni»è il titolo dell'incontro organizzatodallaFondazioneCorriere dellaSeraallaSalaBuzzati. FUMETTI AddioaBagnoli detto«Henry» Sièspento aMilano l'8 settembre EnricoBagnoli, disegnatoree sceneggiatoreche dal 1985 firmavacon lopseudonimodi«Henry» il fumetto MartinMystère.Lo riferisce la redazione dellaBonelliEditore. Bagnoli aveva87 annie solo sei mesi fa erauscito l'ultimo albodedicato al «Detective dell'impossibile»con la sua firma. Nel dopoguerra eraentrato nello staff dell' «Intrepido».Negli anni 60era stato assuntodalla Mondadori come responsabiledi testate quali «Superman» e«Batman», «CorrieredeiPiccoli». Benvenuto alNord Fictiontvsuuncommissario finitoaMilanoperpunizione ParlaSergioAssisiche interpretaunpersonaggiostorico, MarioNardonecheneglianni50combattè lamala Enonostante ipregiudizicontro i terronisi feceapprezzare CORTI & CIGARETTES Cortometraggi: festivalaRoma Si svolgerà sabatoe domenicaa Roma,presso l'Auditorium Conciliazione, la Vedizionedel FestivaldelCortometraggio «Corti andCigarettes». Lamanifestazione - a ingresso libero- punta a ricercaree promuovere imigliori corti sulla scena nazionalee internazionalecon una due-giornidi proiezioni e incontri con gli autori, scandita dalleduesezioni in concorso- Corti Internazionali eCorti Sperimentali - affiancate da MedShort, rassegna dicorti del Mediterraneo. SergioAssisi, protagonista della serie «IlCommissario Nardone»,nuova fictiondiRai1 FOTO ANSA IL26 SETTEMBRE SARÀUNANNODALLAMORTE DISERGIO BONELLI EGIÀSIMOLTIPLICANO GLIOMAGGI, I RICORDI,LEMEMORIE IN NOME DIUN PROTAGONISTADELFUMETTO ITALIANOEMONDIALE. Cominciamo da qui, da questa piccola colonna di parole, per annunciare due iniziative. La prima è fresca di stampa ed è uscita ieri in edicola: si tratta del settimanale Topolino che a Tex dedica una storia, disegnata e sceneggiata da Corrado Mastantuono, dal titolo Bum un ranger in azione. Lo stile è quello umoristico, delle parodie Disney e i protagonisti si chiamano Bum Willer, Archtiger e Pap Carson. Il trio riuscirà a smascherare il misterioso cavaliere Teschio Nero, che minaccia il ranch di Lovely Pat, dopo una serie di sparatorie e agguati della tribù indiana dei Becchi Bucati. Non mancano le tipiche imprecazioni texiane: Fulminacci! Tizzone d'inferno! Per la barba di Satanasso! Una storia divertente che Bonelli avrebbe sicuramente apprezzato, anche se il Tex parodiato sembra un po' tontolone. Ma l'omaggio più importante arriva dal bravo regista (appassionato di fumetti e amico di Sergio Bonelli) Giancarlo Soldi che ha realizzato un bel documentario dal titolo Come Tex nessuno mai. Attraverso una serie d'interviste allo stesso Bonelli, a suoi amici, collaboratori e ammiratori (Bernardo Bertolucci, Milo Manara, Tiziano Sclavi, Luca Raffaelli, Ricky Tognazzi, Steve della Casa e altri), Soldi ci restituisce un ritratto affettuoso e inconsueto del ranch bonelliano e del suo capo indiscusso, custode come dice un intervistato - «di un diritto-dovere che è quello di sognare e di vivere l'avventura». Il trailer del film si trova su YouTube, mentre per vedere l'integrale bisognerà aspettare l'anteprima, il 20 settembre, al Milano Film Festival; e la serata unica per l'anniversario della morte, il 26 settembre, che si svolgerà alla Sala Umberto a Roma. r.pallavicini@tin.it ILCALZINODI BART RENATO PALLAVICINI U: 22 giovedì 13 settembre 2012
Duecento marine in Libia, forse l'invio di droni Romney sugli scudi: «Risposta troppo debole» Levignetteblasfeme elamaglietta diCalderoli Duecento marines sono in partenza per la Libia. Obiettivo, «rafforzare la sicurezza nelle sedi diplomatiche di Tripoli e Bengasi», altre unità sarebbero dirette a Kabul e a il Cairo. Stando alla Cnn si prepara anche l'intervento di droni. L'11 settembre si è macchiato di altro sangue americano. Il candidato repubblicano Mitt Romney non perde un secondo per attaccare la Casa Bianca: troppo morbida la risposta ai morti nella sede diplomatica Usa. «È vergognoso che la prima risposta dell'amministrazione Obama non sia stata quella di condannare gli attacchi, ma di simpatizzare con chi li ha condotti», dice. Sottintesa la critica alle aperture del presidente in carica verso il mondo arabo, la politica di questi anni che confusamente Romney ha attaccato in campagna elettorale senza mai dire chiaramente che cosa farebbe davvero se toccasse a lui «ILEGAMIRESTANO» È una giornata dura per Obama, ma la Casa Bianca non intende trasformarla nel proprio 11 settembre. «Vogliamo che sia fatta giustizia e giustizia sarà fatta», ha detto il presidente americano nel suo discorso alla nazione. Ma senza smentire se stesso, la sua politica. «State tranquilli - ha detto Obama con Hillary Clinton al suo fianco -. Lavoreremo insieme con il governo libico per portare davanti alla giustizia coloro che hanno assassinato la nostra gente». Come dire che l'America non è sola, neanche in Libia. Mohamed al-Megaryef, presidente del Congresso Nazionale Generale, la più alta autorità politica a Tripoli, è stato tra i primi a offrire le proprie condoglianze. «Presentiamo le nostre scuse agli Usa, al popolo americano e al mondo intero», ha detto. Tutta la regione è a rischio contagio, Washington ha messo in allerta le proprie ambasciate e i cittadini statunitensi - un allarme che Algeri ha considerato esagerato perché «l'Algeria non è la Libia. La società algerina non ha alcun problema, né con il popolo americano, né con le istituzioni Usa». E da Tunisi, dove pure c'è stato qualche fermento per il film blasfemo che ha fatto da pretesto all'attacco a Bengasi, il presidente tunisino Moncef al Marzouki parla di attacco terroristico contro gli Usa. L'America non è sola in questa porzione di mondo, questa è la linea, in questi anni non ha seminato la tempesta che sta raccogliendo. E che, secondo l'amministrazione Usa, rimane confinata in un gruppo minoritario. Obama ringrazia la sicurezza libica che ha cercato di respingere l'attacco e recuperato il corpo dell'ambasciatore Steven. «Questo attacco non spezzerà i legami tra gli Stati Uniti e la Libia», dice. Legami che lo stesso ambasciatore ucciso - ricorda il presidente - ha contribuito a creare lavorando sul terreno durante la rivolta contro Gheddafi. Le bandiere Usa resteranno a mezz'asta fino al 16 settembre. Ci sarà una risposta, ma non sarà una crociata come avrebbe detto Bush. «Respingiamo tutti gli sforzi per denigrare il credo religioso di altri - ha detto Obama -. Ma non c'è nessuna giustificazione per questa violenza senza senso. Il mondo dovrebbe unirsi per respingere insieme questo genere di attacchi brutali». Parole tagliate per rispondere indirettamente all'attacco di Romney, ai twitter che accusano il presidente di replicare la disfatta di Jimmy Carter per salvare gli ostaggi Usa in Iran. La campagna democratica sarà più esplicita nell'accusare il candidato repubblicano di aver tentato di trasformare una tragedia americana in uno spot elettorale. Bengasi ha avuto comunque l'effetto di accendere i riflettori sulle politica estera di Obama, scivolata in subordine sotto la pressione della crisi economica. Romney era già passato all'attacco 24 ore prima della strage, denunciando la freddezza della Casa Bianca nei confronti di Israele e il mancato incontro tra Obama e Netanyahu. Il candidato repubblicano in campagna elettorale si è detto favorevole ad un intervento più netto contro l'Iran, capitolo di una politica più ruvida che riguarda anche altri punti sul mappamondo, come la Cina e la Russia. Ma i rimproveri ad Obama, davanti al cadavere dell'ambasciatore Stevens, potrebbero rivelarsi un passo falso. Il senatore Mitch McConnel, leader repubblicano alla Camera dei Rappresentanti sceglie un profilo diverso. «Onoriamo gli americani caduti e saremo uniti nella nostra risposta». IPRECEDENTI Lasatirasull'Islam haspesso provocatoreazioniviolentenel mondomusulmano,per ilquale ogni raffigurazionedi Maometto è consideratablasfema.Tra gli eventi piùdevastanti, la pubblicazione il 12 settembre2005sulquotidiano daneseJyllands-Posten compaionodi 12caricaturesu Maometto, firmatedal vignettistaKurt Westergaard. In una delle immagini, il profeta è disegnato conuna bombaal posto del turbante. Nell'ondatadiviolenze ci saranno oltre 50morti. Nel febbraio2006 inun'intervista tv, ilministroRoberto Calderoli indossaprovocatoriamenteuna magliettadove sonoraffigurate le caricaturesuMaometto. Il gestofa esplodere la rabbia deimusulmani libici: aBengasi il consolato italiano vienesaccheggiatoe bruciato; muoiono11persone. Meno tragiche le conseguenzenell'aprile2010per i creatoridelcartone animato South Park:minacciati dimorte dai fondamentalisti islamici peraver rappresentatoMaomettovestito da orsodecidonodicensurare la puntata. «Avevano bloccato tutte le strade, avevano Ak47, Rpg, mitragliatrici pesanti montate sui Pick-up». «Erano certamente miliziani islamici. Non mi hanno fatto passare. Alla gente che diceva loro di fermarsi gridavano: “Vogliamo uccidere tutti quelli nella sede Usa”. Qualcuno ha fatto notare che nell'edificio lavoravano anche dei libici: «Hanno risposto che non avrebbero mai dovuto accettare di lavorare per gli americani». «Sono andati via verso mezzanotte. Le milizie delle brigate libiche, di cui faccio parte, non hanno ricevuto nessun ordine, nessuna indicazione sul da farsi. C'era un gruppo di miliziani (non islamici, ndr) poco distante, ma non hanno mosso un dito. Non è per questo che abbiamo combattuto Gheddafi», conclude Kadura. L'attacco alla sede Usa era «stato pianificato da al Qaeda» e il film su Maometto «è stata una diversivo». Lo scrive la Cnn citando funzionari Usa. La sfida jihadista a Obama è iniziata. E non si fermerà a Bengasi. Razzo uccide l'ambasciatore Il nuovo clima di violenza che da Bengasi a Il Cairo rischia di infiammare l'intero Medio Oriente proprio alla vigilia della visita apostolica di Benedetto XVI che sarà a Beirut dal 14 al 16 settembre. Il viaggio in Libano viene confermato, i preparativi continuano regolarmente, ma - spiega il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi - la Santa Sede «continua a seguire» gli eventi che hanno portato agli attacchi contro le ambasciate Usa in Egitto e in Libia, per «comprendere meglio la situazione e le sue varie ramificazioni». A questa conferma seguono le parole molto nette, diffuse anche in arabo, di ferma condanna per quel film che attaccando l'Islam ha finito per innescare la miccia di violenze che vengono, comunque, definite «inaccettabil»i. «Il rispetto profondo per le credenze, i testi, i grandi personaggi e i simboli delle diverse religioni - afferma Lombardi - è una premessa essenziale della convivenza pacifica dei popoli». «Le conseguenze gravissime delle ingiustificate offese e provocazioni alla sensibilità dei credenti musulmani - continua - sono ancora una volta evidenti in questi giorni, per le reazioni che suscitano, anche con risultati tragici, che a loro volta approfondiscono tensione ed odio, scatenando una violenza del tutto inaccettabile». Quindi ricorda come il pontefice con la sua visita in Libano, si faccia portatore di un «messaggio di dialogo e di rispetto per tutti i credenti delle diverse religioni». Sottolineando come indicherà «la via che tutti dovrebbero percorrere per costruire insieme la convivenza comune delle religioni e dei popoli nella pace». L'APPELLO DI RATZINGER Ma è stato Benedetto XVI in persona, in un appello pronunciato in francese alla fine dell'udienza generale in Vaticano, a ribadire il carattere del suo prossimo viaggio in Libano. «Chiediamo a Dio di dare a questa regione del mondo la pace tanto desiderata, nel rispetto delle legittime differenze» ha scandito, ricordando che durante la sua permanenza a Beirurt incontrerà «numerosi componenti della società libanese: responsabili civili ed ecclesiali, fedeli cattolici di diversi riti, altri cristiani, musulmani e drusi della regione». Papa Ratzinger ha esortato tutti i cristiani del Medio Oriente «ad essere costruttori di pace e attori di riconciliazione». Il pontefice invita alla speranza. Li ringrazia per la loro presenza in quell'area, per la loro testimonianza resa, da ricercare «nella comunione e nell'unità» delle diverse tradizioni cristiane. Incoraggia l'insieme della Chiesa ad essere solidale con queste comunità. Ringrazia tutte le persone e tutte le istituzioni che in molti modi le aiutano a restare in quei luoghi. Infine sottolinea il «ruolo importante e spesso primordiale rivestito dalle diverse comunità cristiane nel dialogo interreligioso e interculturale» in Medio Oriente. ROBERTOMONTEFORTE CITTÀDELVATICANO IL FILM La condanna del Papa prima del viaggio in Libano Girato inCalifornia «L'innocenza deimusulmani» Del film «Innocenceof Muslims»è statoper il momento diffuso su YouTubesoloun trailerdi 14minuti, suuntotale didue ore.È stato prodottodal 52enne israelo-americanoSamBacile, che dichiaradi aver raccolto5 milionidi dollarida uncentinaio didonatori ebrei.Sarebbestato girato l'anno scorso inCalifornia e intendeessere unasatirasulla vitadi Maometto, descrittocomeun impostore. Il trailerèdiqualità infima: i dialoghie la recitazione sono goffi, mentre le scenee leambientazioni sono inattendibili ebizzarre.Terry Jones, il pastoredella Florida famosoper averbruciato ilCorano, si è impegnatonella suapromozione. NegliUsa, il film è statosostenutoda ungruppodi copti, tra iqualiMorris Sadek,a capo dell'associazione NationalAmerican Coptic Assembly, cheperò èminoritaria tra icopti americani.Secondo Bacile, intervistatodal WallStreetJournal, «l'Islamèuncancro». Dopo il clamoresuscitato dal trailer, il regista siè nascosto in una località segreta. Obama e il segretario di Stato Hillary Clinton danno l'annuncio del raid contro l'ambasciata FOTO ANSA L'11 settembre di Bengasi Obama: «Giustizia sarà fatta» MARINAMASTROLUCA mmastroluca@unita.it giovedì 13 settembre 2012 3
Il consigliere regionale del Lazio (capogruppo fino a due mesi fa) Franco Fiorito verso la sospensione. Se non addirittura l'espulsione dal partito. Oggi il vertice nazionale e regionale formalizzerà la decisione, dopo che il politico è stato indagato per peculato. L'inchiesta terremota il Pdl, che parla di «questione morale» in Regione. Ieri l'uomo che gestiva i conti alla Pisana è stato iscritto nel registro degli indagati per peculato dalla Procura di Roma: i magistrati indagano, dopo una segnalazione di Unicredit a Bankitalia, su molte «anomalie» nelle movimentazioni dei conti correnti del politico. Tra queste: 750mila euro trasferiti attraverso 109 bonifici, a titolo di rimborso spese, su conti spagnoli a lui intestati. Ma anche due auto “fantasma”, bollette telefoniche monstre e la fattura di un soggiorno estivo in un resort a cinque stelle di Porto Cervo. Finora, Fiorito ha respinto tutti gli addebiti e smentito le ricostruzioni fatte dai media su quelle operazioni. Nato in sordina come una faida tra correnti (ex aennini, di cui fa parte Fiorito, vicino ad Augello e allo stesso sindaco Alemanno, contro ex forzisti, come il suo successore Franco Battistoni), lo scandalo sta terrorizzando il Pdl romano e laziale. Ieri i senatori eletti in queste aree (Allegrini, Augello, Cursi, Cutrufo, De Lillo, Fazzone, Gramazio, Tofani) hanno scritto una lettera collettiva per smentire «scontri di corrente» e auspicare «sanzioni esemplari e in tempi rapidi per chiunque si sia reso responsabile di una gestione meno che cristallina delle risorse del gruppo». Poi il capogruppo alla Camera Cicchitto ci mette il timbro: «Condivido, c'è stata una serie di errori comportamentali e politici che richiede una risposta incisiva ed equilibrata». Molto duro il deputato piemontese Guido Crosetto: «Provo sconcerto e disgusto, questa gentaglia va cacciata con disonore. In un momento di crisi, di famiglie in ginocchio, chi approfitta di soldi pubblici merita la gogna, il disprezzo di tutti». Agitata anche la governatrice Renata Polverini, già sotto attacco per la gestione finanziaria. Il Democratici del Lazio si dicono «sgomenti» e Gasbarra informa che il loro bilancio è consultabile online. Oggi il Pdl dovrebbe sancire la sospensione di Fiorito fino a conclusione dell'inchiesta. Meno probabile l'espulsione, che pure qualcuno vorrebbe. Ma la frittata è fatta. A una manciata di mesi da elezioni politiche su cui soffia il vento del livore «anti-casta» e dalle comunali che vedono Alemanno in forte svantaggio. E con la Regione Lazio soffocata dalle polemiche per i costi oltre ogni limite. Il consiglio regionale costa 140 milioni di euro all'anno: «Quanto la nuova stazione Tiburtina» ha calcolato il Messaggero. Il suo presidente, l'ineffabile Abbruzzese, guadagna 21mila euro lordi al mese, ha 18 segretari che ne costano 900mila e 9 consulenti per 178mila. Spende un milione e mezzo di euro per le spese di rappresentanza. I suoi consiglieri guadagnano 13mila euro netti al mese. I partiti hanno 19 milioni di euro da spendere senza che ci sia una stringente contabilità: lo statuto infatti non prevede la fatturazione delle spese ma solo la rendicontazione mediante autocertificazione. In questa “zona grigia” si inserisce il caso Fiorito. 109 bonifici effettuati negli ultimi 2 anni dai conti del partito ai suoi per un totale di oltre 750mila euro. Due auto, una Bmw X5 da 90mila euro e una Smart: veicoli che al gruppo non hanno mai neppure visto. Poi una bolletta telefonica da 11mila euro, un soggiorno in resort sardo da 30mila (ma Fiorito sostiene che sia costato la metà e che si sia trattato solo di un anticipo già restituito), circa 600mila euro per «collaboratori e consulenze». Ora i pm dovranno scoprire, se possibile, che fine hanno fatto questi soldi e se le spese siano giustificabili con la carica ricoperta. Si attende l'informativa della Guardia di Finanza. Mentre gli avvocati spulciano il bilancio del gruppo in cerca di altre «anomalie». Secondoun'indagine dell'Ipsosper leAcli le forzedicentrosinistra (34%)superanoquelle dicentrodestra(31%) Il 16%sceglie icentristi Oggi il vertice del partito: Fiorito indagato per peculato verso la sospensione Sui suoi conti esteri i soldi della Regione FEDERICAFANTOZZI Twitter@Federicafan Lo spirito «grillino» circolaallegro tra gli elettori cat-tolici che, in particolare se«praticanti», sono forte-mente tentati dall'asten-sionismo. Ben il 43% degli intervistati, infatti, avrebbe l'intenzione di disertare i seggi, mentre il 14% mostrerebbe interesse verso il Movimento 5 Stelle. Parlano chiaro i risultati dell'inchiesta realizzata dall'istituto Ipsos per le Acli in vista del prossimo 45° incontro nazionale di studi che si terrà ad Orvieto il 14 e 15 settembre al quale parteciperanno anche il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini e il segretario Pd, Pier Luigi Bersani. Nelle intenzioni di voto dei cattolici l'Ipsos segnala la progressiva perdita di consenso del centrodestra (Pdl e Lega): dal 45% del 2006 all'attuale 31%; la tenuta del centrosinistra (nella formula di Vasto: Pd, Idv, Sel): 34%. La crescita del centro (Udc, Fli e altri) al 16%. Ma ciò che più colpisce è il 14% di consensi “cattolici” al Movimento 5 stelle, e soprattutto l'elevato livello di incertezza e astensionismo (43%). La lontananza dei cattolici dalla politica si evince anche dalla scarsa propensione all'impegno diretto (15% contro il 30% del campione). Una non propensione al voto spiegata più che per disinteresse, per delusione verso i politici, anche quelli cattolici. Dal sondaggio emerge lo scarso interesse per un partito dei cattolici. La domanda, invece, è per una maggiore capacità di incidere e visibilità dei politici cattolici nei diversi partiti. Ben il 56% degli intervistati e il 62% dei cattolici «impegnati» ritiene che gli attuali partiti siano destinati a scomparire, cambiando radicalmente lo scenario come sin qui l'abbiamo conosciuto. Ci si aspettano novità o con la nascita di un nuovo partito (25%) o, soprattutto, con una lista espressione della società civile (32%). L'attesa di un nuovo partito è nettamente più elevata tra i cattolici impegnati (42%), tra i quali si raggiunge il livello più basso di consenso per gli attuali partiti. Dall'indagine emerge che nell'agenda che motiverebbe l'elettorato cattolico al voto vi sono in testa la lotta agli sprechi e alla corruzione (21%), il rafforzamento dell'economia e la difesa del potere d'acquisto di lavoratori e famiglie (18%). Con buona pace della gerarchia ecclesiastica risultano in coda i temi «etici»: compresa la difesa della vita e il tema delle coppie di fatto (7%). L'indagine Ipsos rivela come le parole che suscitano sentimenti fortemente positivi, sono quelle che richiamano «comunità e coesione»: famiglia, solidarietà, partecipazione, lavoro e bene comune. Segno che è ancora forte la tensione per una risposta solidale e non individualistica alla crisi. Non vi è neanche rassegnazione, ma domanda di cambiamento. Interrogati dall'Ipsos sul dopo Monti, la preferenza degli intervistati va a «governi competenti e orientati al bene comune»: la riproposizione di un governo tecnico (23%) accompagnato da una grande coalizione (27%). In netto calo sarebbe l'interesse per governi di centrodestra (14%) e di centrosinistra (15%). Il presidente delle Acli, Andrea Olivero, alla mano i dati del sondaggio, osserva come per l'elettorato cattolico siano una priorità «trasparenza, legalità e buona politica». «Nel nostro mondo sembra esserci spazio e voglia per una sorta di grillismo “bianco”, un grillismo cattolico. Un'attesa di discontinuità, cambiamento e trasparenza della politica - osserva - che non può essere trascurata se si vuole andare incontro alle richieste e alle attese degli elettori». Sul calo di interesse per i temi etici invita a considerare la necessità che il «ricatto della crisi» che «non faccia perdere di vista l'importanza decisiva delle questioni della vita ma anche dell'ambiente». «È inimmaginabile – aggiunge il presidente delle Acli – che i partiti non tengano conto di questa esigenza radicale di cambiamento. L'offerta politica attuale è evidentemente insufficiente. Non servono operazioni di maquillage, non bastano cambi di nome. È necessario lanciare segnali concreti di rinnovamento delle classi dirigenti, della modalità stessa di fare politica e di costruire il rapporto con cittadini e società civile, a partire dalla riforma della legge elettorale e dalla trasparenza nel finanziamento dei partiti». Senza segnali visibili e credibili di cambiamento, continua Olivero, qualsiasi alleanza o proposta politica alle prossime elezioni si rivelerà «inutile e velleitaria, allontanando i cittadini dal voto. Serve un salto di qualità nella presenza dei cattolici in politica. Non una cosa bianca, ma una cosa nuova». Vari i commenti all'indagine Ipsos. Giorgio Merlo (Pd) invita i partiti, la politica e l'area cattolica a riflettere sul quel quasi 15% di cattolici che «solidarizza e condivide l'atteggiamento, il linguaggio violento e un po' squadrista e la proposta politica di Grillo». È bene chiedersi, osserva, «che cosa sia oggi il mondo cattolico» se segue « questa progressiva deriva qualunquista». Scandalo alla Pisana Il Pdl sotto choc Anche l'Italia avrà, nel suo codice penale, il reato di tortura. Mancava da sempre e più volte, soprattutto negli ultimi dieci anni, le Nazioni Unite ci hanno richiamato come inadempienti su questo punto. E troppe volte nelle motivazioni delle sentenze le ultime quelle sugli incidenti al G8 di Genova - i giudici hanno osservato amaramente l'impossibilità di condanne per via dell'assenza del reato di tortura. La voragine, in termini di tutela dei diritti, sembra essere finalmente colmata. Ieri la commissione giustizia del Senato ha approvato all'unanimità i disegni di legge sull'introduzione del reato di tortura in Italia e sullo Statuto della Corte penale internazionale. «È un passo importante - spiega la senatrice Silvia Della Monica, capogruppo Pd in commissione - si tratta di testi che avevamo proposto come Pd e quello sulla Cpi è già stato calendarizzato per l'aula. Potranno così finalmente essere approvate norme di civiltà e che fanno fare un notevole passo in avanti nella tutela dei diritti fondamentali al nostro Paese, che era in ritardo dopo la ratifica Onu sulla tortura». Della Monica sottolinea come il testo, un solo articolo, persegue la tortura «sia fisica che psicologica». Risale addirittura al 1984 la convenzione Onu che imponeva al nostro Paese l'adeguamento all'ordinamento internazionale. «Ora - commenta il senatore Felice Casson - anche in Italia si riconoscerà che si tratta di un delitto contro l'umanità. Il provvedimento deve andare in aula il prima possibile». Il testo approvato ieri era in discussione in Parlamento dal 2009. La lista di disegni di leggi ad personam o di riforme epocali della giustizia l'hanno nei fatti spostato fino a oggi. Patrizio Gonnella di Antigone, l'associazione che più di tutte si batte contro la tortura, si augura che «a questo punto il Parlamento faccia presto e senza modifiche». ILSONDAGGIO Franco Fiorito FOTO ANSA La sede della Regione Lazio FOTO DI VINCENZO CORAGGIO / LAPRESSE Senato, ok dopo 28 anni al reato di tortura C.FUS. ROMA ROBERTOMONTEFORTE ROMA Voto cattolico, centrosinistra in testa e cresce Grillo . . . Dalla ricerca risulta un astensionismo al 43% Il movimento 5 Stelle raggiunge quota 14% giovedì 13 settembre 2012 9
David Sassoli e i colleghi della Delegazione del Pd al Parlamento europeo sono affettuosamente vicini alla carissima Patrizia Toia e alla sua famiglia per la perdita della adorata mamma TERESA I compagni della Di Vittorio PCDS addolorati per la scomparsa di GIACINTO GASCHIERI si stringono con affetto alla famiglia. Di nuovo a settanta metri d'altezza per difendere il lavoro. E di nuovo disposti a tutto. Riesplode la rabbia dei lavoratori e dei sindacati dell'Alcoa di Portovesme. Sale il livello della protesta e questa volta a metterci la faccia, salendo a settanta metri, sono i segretari della Fiom Cgil Fanco Bardi e della Fim Cisl Rino Barca. Sono passati pochi minuti dalle 18.30 quando a Portovesme, i due lasciano la riunione con il resto delle organizzazioni sindacali e la direzione dell'azienda e si arrampicano sul pilone in cima al quale c'è la riserva d'acqua. È l'inizio di una nuova protesta. ALCOANON MANTIENE LA PAROLA «Si sono rimangiati tutto - dice al telefono Franco Bardi -, ci hanno preso in giro Roma hanno detto che avrebbero rallentato lo spegnimento e invece oggi scopriamo che non c'è più l'allumina, la nostra materia prima. Da qui non si scende». Sono dure anche le parole di Rino Barca, il sindacalista della Cisl che divide lo spazio a settanta metri d'altezza con Franco Bardi.«Abbiamo deciso di salire noi segretari per dare un segno - dice Barca al telefono - ci sentiamo presi in giro dall`Alcoa che ha preso degli accordi che non sta rispettando. Avrebbe dovuto rallentare lo spegnimento delle celle, invece l`ha anticipato». Ricorda la protesta di Roma il sindacalista e aggiunge: «Abbiamo convinto la gente a lasciare via Molise proprio per l`accordo preso, ma l`azienda anticipa lo spegnimento prendendo in giro Regione e Governo. Siamo disposti a tutto, adesso basta». Un colpo di scena di una giornata iniziata con il rientro in fabbrica dei lavoratori dopo la trasferta romana e la notizia che il numero delle aziende interessate allo smelter è salito a tre. Alla Glencore, che ieri ha visto il suo rappresentante incontrare i rappresentanti della Regione, e alla Klesch si è aggiunta, come anticipato in mattinata dal Sole 24 ore, la Kite Gen Research, un'azienda torinese che sostiene di voler alimentare il sito di Portovesme con ‘energia da fonte eolica troposferica' e di poter acquisire lo stabilimento senza esuberi. Nel pomeriggio i sindacati lanciano un appello affinché intervenga il Governo. Il resto è il blitz e l'apprensione degli altri lavoratori che stazionano davanti all'entrata secondaria della fabbrica. Non tardano ad arrivare i commenti e le prese di posizione. Dura Laura Spezia, segretaria nazionale della Fiom:«Alcoa non rispetta gli impegni presi col governo - fa sapere - la presidenza del consiglio deve intervenire subito se non vuole essere corresponsabile». Chiede di agire anche Cesare Damiano.«Il governo deve intervenire subito - dice -. Se l'azienda si è rimangiata le promesse, come affermano i dirigenti sindacali del territorio che hanno deciso di compiere un forte gesto dimostrativo salendo a 70 metri dal'altezza, allora siamo di fronte ad una situazione inaccettabile. Alcoa va costretta a tenere l'impianto in funzione per il tempo necessario alla conclusione di una trattativa che abbia l'obiettivo di trovare una nuova proprietà». Ecco l'iPhone 5. In fondo la notizia sta proprio nel nome, o meglio nel numero che l'accompagna, visto che cinque versioni dello stesso prodotto, non a caso il telefono più celebre del pianeta, sono una fortunata anomalia nell'iperveloce e stramiliardario mercato dell'elettronica di consumo. Il velo all'attesissimo apparecchio è stato tolto ieri da Apple nella tradizionale sede del "Yerba Buena Center for the Arts" di San Francisco. Nessuno stravolgimento delle linee e delle caratteristiche, in ossequio alla filosofia del prodotto che vince non si cambia, ma una prevedibile pioggia di migliorie che non mancheranno di essere apprezzate dalle decine di milioni di adepti della "Mela morsicata". Innanzitutto lo schermo, le cui dimensioni e la cui risoluzione salgono per stare al passo con la concorrenza. Questo significa un display da 4 pollici che “contiene” 1.136x640 pixels (formato 16:9), il che significa una fila di icone in più a disposizione dell'utilizzatore. Per accogliere lo schermo maggiorato è stata rivista pure la scocca, realizzata in vetro e alluminio. L'iPhone 5, infatti, ha una forma più allungata, il che però non va a scapito di peso e spessore. Il primo è di 112 grammi, il 20% in meno rispetto al modello 4, mentre di profilo si contano appena 7,6 millimetri, il 18% in meno. Altro mutamento significativo, il diverso tipo di alloggiamento, più stretto, per accogliere il nuovo connettore, il che rischia di mettere fuori gioco tutta una serie di accessori progettati per i precedenti modelli, sebbene sia già stato annunciato un salvifico adattatore. Ai cambiamenti esterni corrispondono mutamenti nell'hardware interno e nel software. Il nuovo processore A6 ha una velocità ed una capacità di elaborazione grafica doppia rispetto al precedente. Quanto al chip per la connessione telefonica, supporta tutti gli standard più diffusi compreso il collegamento ultraveloce LTE (noto anche come 4G), anche se per la compatibilità in Italia bisognerà attendere. La batteria dovrebbe garantire 8 ore di autonomia in chiamata sulla rete telefonica, che salgono a 10 ore in modalità Wi-Fi. La risoluzione dell'obiettivo fotografico, 8 megapixels, non cambia, ma migliora la qualità delle immagini, così come quella dei video Full HD, in virtù di varie implementazioni tecniche. Sull'iPhone 5, poi, girerà una nuova versione del sistema operativo iOS, la numero 6. Detto che nell'evento californiano sono stati presentati anche i rinnovati iPod, resta da riferire della data di arrivo in Italia, il 28 settembre, mentre i prezzi dovrebbero ricalcare quelli del modello precedente. Il debutto dell'iPhone 5 segna un ritorno dell'attenzione sul prodotto dopo le recenti vicende che hanno visto Apple protagonista vincente della controversia legale con Samsung sull'utilizzo indebito di brevetti. Nonché le ancor più recenti polemiche, rilanciate ieri dall'Herald Tribune, sullo sfruttamento dei lavoratori, nell'ultimo caso migliaia di studenti reclutati per stage malpagati, impegnati nella produzione degli iPhone negli immensi stabilimenti cinesi dell'appaltatrice Foxconn. Una pressione che la società fondata da Steve Jobs deve sopportare sempre di più considerata la sua importanza globale, testimoniata dalle recenti stime di JpMorgan, secondo le quali l'iPhone 5 aiuterà sostanziosamente la crescita americana, spingendo il Pil fra lo 0,25% e lo 0,50% nel quarto trimestre. SETTOREAGROALIMENTARE Massimo Ippolito, fondatore della Kite Gen FOTO ANSA . . . I segretari di Fiom e Fim denunciano che l'azienda non rallenta lo spegnimento Due sindacalisti salgono per protesta sulla torre Alcoa ECONOMIA iPhone 5 la febbre planetaria L'azienda non rispetta i patti e vuole chiudere subito Un'offerta del gruppo Kite Gen DAVIDEMADEDDU PORTOVESME . . . La “Mela” è reduce dalla guerra legale con Samsung e da nuove polemiche sui lavoratori sfruttati in Cina Scioperoper ilcontratto il 18ottobre Sonounesercito di unmilione lavoratoriai quali bisognaaggiungere i400mila che lavoranonella industria agroalimentare:operaiagricoli, della cooperazione, impiegati e forestali più iconsorzi dibonificae l'associazione degli allevatori. Personeche lavorano inun settore difficile, cheha vissutoun annushorribilis fra neve,alluvioni, bestiameucciso dai cataclisminaturali esiccitàche haresoesiguie ritardati i raccolti.Tutte coseche isegretario di FlaiCgil, FaiCisl e Uilaconosconoe tengonopresenti.Però ildatodi fatto èche nonc'è ancora il rinnovo del contrattonazionale, scadutonel dicembre2011 e, soprattutto,non ci sono i contratti provinciali, ancorapiù importantinel mondodell'agricoltura, dove lecondizioni cambiano dazona azona, dove il lavoro stagionaleè la regola. “Abbiamo deciso, nelcorso dell'Assembleadeiquadrie delegatidi Fai,Flai e Uiladel settore agricolo,una giornatadi mobilitazione con8 oredi scioperoper il 18 ottobreperdire bastaall'immobilismo chesta caratterizzando il rinnovo del Contratto”dice Stefania Crogidella Flai. “Sono10mesi che segniamoil passo,èora di avere risposteper il milionedi lavoratori del settore». Cia, Coldirettie lealtre organizzazioni datorialidevono capire, sostiene AugustoCianfoni (FaiCisl), che l'obiettivodellacrescitadella produttività“si raggiungenella piena condivisionediobiettivi e metodi organizzatividentro la dinamicadei contratti“.StefanoMantegazza (Uila) sottolineache ilpoteredi acquistodei salariè sceso drammaticamente. A San Francisco Philip Schiller, vicepresidente di Apple, presenta iPhone5 FOTO ANSA La nuova versione del popolare smartphone prodotto da Apple si caratterizza per uno schermo più grande Secondo le stime potrebbe aumentare dello 0,5% il Pil degli Stati Uniti MARCOVENTIMIGLIA MILANO 12 giovedì 13 settembre 2012
SEGUEDALLA PRIMA Ma cosa si è deciso, in effetti, a Karlsruhe? Il lungo comunicato stampa fa immaginare una motivazione della decisione che (sebbene, si badi, si riferisca a richieste di misure d'urgenza) sarà molto corposa, ma all'osso si può dire che i nuovi accordi hanno avuto via libera a due condizioni: che la responsabilità finanziaria della Germania non superi i 190 miliardi di euro già oggi previsti, a meno che non lo consenta il Parlamento tedesco; che il Parlamento tedesco, appunto, non sia privato dei suoi poteri di determinare la politica di bilancio, per il cui esercizio è necessario, fra l'altro, che sia adeguatamente informato dalle istituzioni europee. A questo si aggiunge che il Bundesverfassungsgericht si riserva di verificare il corretto esercizio da parte della Bce delle sue attribuzioni, in particolare per il profilo dell'acquisto dei titoli di Stato dei Paesi membri dell'Unione. Lasciamo da parte quest'ultimo aspetto, certamente molto delicato politicamente, ma per il quale si pongono non meno delicati problemi di tecnica giuridica, sui quali si potrà prendere posizione solo dopo che la compiuta motivazione della sentenza sarà resa nota, e vediamo la questione del rapporto fra parlamenti e decisione di bilancio. Ebbene: è noto che al cuore stesso della storia del parlamentarismo sta proprio la lotta delle assemblee rappresentative per la conquista del potere di determinare le decisioni sulla scelta e sull'entrata. Questa lotta si è conclusa con la loro vittoria, anche se è facile notare come in quelle decisioni il ruolo dei governi sia centrale, sia dal punto di vista della determinazione del loro contenuto, sia da quello del loro «peso» nel procedimento legislativo. Che il Tribunale di Karlsruhe abbia inteso conservare al Parlamento tedesco le prerogative costituzionali che gli sono proprie non può, dunque, non deve sorprendere e, anzi, deve considerarsi in armonia con i consolidati princìpi cui si ispirano le forme di governo democratiche, in particolare parlamentari. Ogni costituzione nazionale, però, definisce in modo diverso lo spazio disponibile per le assemblee rappresentative e i limiti che esse incontrano nella decisione di bilancio. Da questo punto di vista, è molto importante registrare che la recente riforma costituzionale italiana, sebbene delimiti in modo più rigoroso che in passato l'ambito della discrezionalità legislativa, è meno costrittiva della legge fondamentale tedesca e, comunque, certamente non stabilisce limiti costituzionali così astrattamente rigidi da essere incompatibili con quel primato della politica sull'economia che i nostri costituenti diedero per scontato. Parlamento e governo sono responsabilizzati nella prospettiva della salvaguardia della sicurezza economica del Paese, ma l'equilibrio del bilancio non è concepito come un fine in sé, bensì come un mezzo per la realizzazione di quegli scopi economico-sociali che i costituenti identificarono, e che continuano ad essere costituzionalmente pregevoli. Questa, almeno, è la sola interpretazione della riforma che la metta in armonia con i princìpi fondamentali della Costituzione, che debbono essere rispettati anche dalle leggi di revisione costituzionale. Pena la loro illegittimità. Il commento Ma chi sono i moderati italiani? Pietro Barcellona IL TEMA DELLE ALLEANZE POST MONTI SISTA GIOCANDO SU FORMULE VUOTE, SENZA ALCUN TENTATIVO DI AFFRONTARE LA COMPLESSITÀ DELLA SOCIETÀ: sembra che la proposta politica debba ruotare su un'alleanza fra riformisti e moderati, ma nessuno riesce a definire chi siano i moderati italiani. Il concetto di moderato appare sempre più fumoso e ideologico, capace solo di confondere le idee in una discussione sterile. Chi segue le raffinate lezioni di Scalfari viene indotto a pensare che il comune denominatore dell'elettorato sia la «rabbia»: gli italiani sono arrabbiati contro lo Stato, le istituzioni, l'informazione ed emotivamente disponibili a una protesta anarcoide. Per altri commentatori, una grande maggioranza è indignata, e sente di essere governata da un personale indifferente alla vita reale; o ancora depressa, fondamentalmente fatalista e priva di fiducia nell'iniziativa dello Stato. Molti si ritrovano nell'analisi di Carlo Galli che dichiara inutilizzabile la distinzione fra destra e sinistra e immagina un popolo della rete che trasmette il proprio malessere e desiderio di rivolta post-politica. Nonostante sforzi di immaginazione, non riesco, tra questi stati d'animo difficilmente localizzabili nella geografia sociale, a individuare l'elettorato moderato di Casini. Secondo la vulgata sul moderatismo, parte della popolazione si identifica con le questioni della bioetica e, in nome di un cattolicesimo rattrappito, pensa di contrapporre il matrimonio ordinario alle coppie di fatto e si oppone ancora al divorzio e all'aborto. Certo, si fatica ad immaginare come l'elettorato del Pdl, così come il grillismo - col suo spirito di rivolta da ceto medio incline a contestare ogni forma di organizzazione della democrazia - possano essere inquadrati nello schema del moderatismo. Sergio Romano ha osservato come si stia delineando una radicalizzazione del conflitto tra neoliberisti, che vogliono portare alle estreme conseguenze il paradigma dell'economia globale, e difensori delle conquiste socialdemocratiche, che continuano a puntare sull'equità sociale e sull'intervento redistributivo dello Stato. Chi legge le cronache della battaglia politica in corso negli Usa può cogliere nei discorsi di Obama la prevalenza del tema della giustizia sociale rispetto all'esasperazione liberista della destra repubblicana che, fra l'altro, tifa visibilmente per la distruzione dell'Europa e dell'economia sociale che ne caratterizzava il modello. I moderati di Casini sono forse l'equivalente dei repubblicani americani, che bramano la liberalizzazione di ogni aspetto della vita e che sognano un'autarchia nazionale rispetto alle politiche di integrazione mondiale? Andrebbe fatta un'analisi attenta dell'ideologia del ceto medio italiano, un'area molto composita, in cui convivono persino fantasie razziste con furori liberisti che non riescono a trovare, proprio a causa della crisi politica, nessuna mediazione ragionevole. Il nuovo assemblaggio che Casini sta tentando, con la partecipazione di esponenti dell'attuale governo e di Confindustria, come Marcegaglia, è una versione edulcorata del rilancio dell'ideologia neoliberale, che prova a unificare pezzi di capitalismo, parti del mondo cattolico e intellettualità storicamente formatesi all'anticomunismo, e appare tutt'altro che ispirata da una logica di moderazione e riconciliazione nazionale. Il vero obiettivo del pressing che il mondo economico sta esercitando, anche sui media, è volto a escludere ogni ipotesi in cui il mondo del lavoro possa, sia pur in modo assai relativo, essere presente nel governo del Paese per correggere l'attuale politica economica. La frase di Monti, riportata da Barbara Spinelli, che per salvare l'Italia si debba dar per scontato che intere generazioni siano per sempre perdute e che ci si trovi di fronte ad un dilemma insolubile tra massacro delle nuove generazioni e tenuta dell'ordine contabile, è una falsificazione della realtà, che non attribuisce nessuno spazio politico ad una forza autenticamente riformatrice. Una forza alternativa alla proposta di un Monti perpetuo dipende dalla capacità di gestire questo dilemma senza ricorrere al massacro sociale; quindi chi propone un proseguimento ad oltranza dell'esperienza Monti non esprime la moderazione del compromesso, ma la continuazione di una volontà perversa di ridurre il mondo del lavoro a marginalità insignificante. Il dibattito sui moderati non riflette alcuna volontà di nuova coesione nazionale attorno a principi di equità e giustizia condivisi, ma prosegue la volontà di rivalsa nei confronti delle organizzazioni dei lavoratori che ha caratterizzato gli ultimi trent'anni di politica mondiale. Per queste ragioni non credo che il problema sia immaginare un polo moderato, arbitro dei rapporti tra le altre forze politiche, il problema è rappresentare in modo adeguato il conflitto tra la grande maggioranza che vive la crisi come disperazione quotidiana, e coloro che, per collocazioni istituzionali ed economiche, riescono a farla franca rispetto ai cosiddetti «sacrifici» cui siamo chiamati. Solo un'analisi delle dinamiche sociali e delle tendenze in atto può aiutare ad uscire dalla crisi politica, attraverso un ripristino del rapporto fra rappresentanza degli interessi effettivi e valori ideali che sostengono la spinta a produrre riforme adeguate alle istanze profonde. Prendiamo un tema che è stato oggetto di furibonde polemiche: la riorganizzazione federale dello Stato. La politica della Lega è stata devastante e continua ad esprimere emozioni primitive e spirito di divisione tra Nord e Sud, ma il problema del decentramento e di una nuova politica delle autonomie locali è una questione reale cui dare una risposta chiara. Il pericoloso mix di statalismo protettivo e rivendicazionismo liberale può solo produrre ulteriori frantumazioni geografiche. Un partito che vuole governare deve proporre una sintesi che tenga conto delle spinte espressive di un bisogno di riappropriazione del potere pubblico da parte della società che trascorre la maggior parte della propria vita nei territori. SEGUEDALLAPRIMA Una legge per la democrazia la potremmo definire, perché fu proprio Pio la Torre ad affermare come «dobbiamo considerare la lotta alla mafia un aspetto molto importante e decisivo, non a sé stante, ma nel quadro della battaglia più generale per la difesa dello stato democratico». Anche il figlio Franco La Torre, in occasione di un recente dibattito in memoria del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ha ricordato come quello di suo padre fu l'impegno di una vita per il riscatto della propria terra e delle persone dalla loro posizione di subalternità democratica. Alcuni magistrati siciliani impegnati nel contrasto alle organizzazioni mafiose contribuirono alla stesura e alla formulazione tecnica della legge. Fu Rocco Chinnici uno dei primi a tradurre in azioni giudiziarie quei nuovi strumenti normativi, insieme con il pool investigativo dell'ufficio istruzione del tribunale di Palermo. Dopo la sua tragica morte, l'applicazione della legge proseguì grazie all'impegno di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, uniti attorno alla nuova guida di Antonino Caponnetto. In Sicilia, in quegli anni, ricordiamo anche il giudice Rosario Livatino che aveva iniziato le indagini patrimoniali alla mafia agrigentina. Oggi quei beni confiscati, dopo anni di abbandono, sono gestiti dai soci della cooperativa nata con bando pubblico e dedicata al giovane magistrato ucciso il 21 settembre 1990. La valorizzazione dei beni confiscati alle mafie, quindi, costituisce un'opportunità unica e irrinunciabile per creare lavoro pulito, esperienze concrete di buona economia che offrono segnali di fiducia in un periodo di crisi etica ed economica, su cui innescare un processo di sviluppo partecipato. Per generare reti di comunità e di infrastrutturazione sociale, per togliere il consenso alle mafie. La prossima settimana, in un bene confiscato diventato base scout dell'Agesci, nel comune di Naro, si svolgerà la prima summer school intitolata «Giovani, innovazione e imprenditorialità», nella convinzione che la linfa vitale di qualunque programma di coesione territoriale, si genera con le migliori energie, passioni, intelligenze e volontà per il cambiamento. E tutto questo è stato reso possibile grazie alla partecipazione democratica di tanti cittadini in tutta Italia, più di un milione furono infatti coloro che nel 1995 firmarono una petizione popolare - promossa dall'associazione Libera - per far approvare la legge 109/96 sul riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie. Un principio che deve restare una priorità assoluta per affermare che la legalità conviene. I tanti beni confiscati e assegnati alle associazioni, alle cooperative e ai giovani, rappresentano un «bene comune», un patrimonio da difendere e rafforzare per far rivivere la memoria di chi ha perso la vita in nome di quei valori sanciti dalla Costituzione e che alimentano la nostra democrazia. Oggi la legge Rognoni-La Torre e la legge n.109/96 sono confluite nel nuovo Codice delle leggi antimafia. Un'iniziativa legislativa positiva nelle premesse, ma che alla fine si è rivelata una raccolta normativa incompleta e con molte lacune ed ombre. In questi mesi tante sono state le voci provenienti dalla magistratura, dalle forze investigative, dagli enti locali, dal mondo accademico, economico e sociale, che si sono alzate per chiedere un intervento correttivo al testo approvato lo scorso anno, al fine di superare le criticità presenti e rendere pienamente operativa e funzionante l'Agenzia nazionale. A partire da quel salto di qualità richiesto nella gestione dei beni aziendali, per riportare nella legalità intere filiere produttive (ad esempio, nel settore del calcestruzzo, dei trasporti, dell'agroalimentare) ancora condizionate e inquinate dalla presenza mafiosa. Oggi risultano solo 35 aziende ancora attive sul mercato e in cerca di una destinazione diretta alla prosecuzione dell'impresa, su un totale di circa 1600 confiscate dal 1982 ad oggi. Il resto per la gran parte fallite, chiuse e liquidate. Così come ci sono più di 1500 beni immobili ancora bloccati dalle ipoteche bancarie. Già alcuni istituti di credito di rilevanza nazionale hanno dimostrato che si può trovare una soluzione adeguata per la loro cancellazione. Ma non bastano esempi isolati. Su questo tema è in gioco la credibilità del sistema creditizio che può e deve fare la sua parte nel contrasto alle organizzazioni mafiose. Ne è convinta anche la Commissione europea che, nella proposta di direttiva presentata nel marzo scorso, ha scritto «la confisca dei beni viene inclusa tra le iniziative strategiche nell'ambito di un'iniziativa politica più ampia destinata a tutelare l'economia lecita da infiltrazioni criminali, contribuendo alla crescita e all'occupazione in Europa». Principi che sono stati alla base della nascita di Flare la prima rete europea per i diritti, la legalità e la giustizia, contro le mafie e la corruzione transnazionali - che ha portato tanti giovani a rafforzare il senso di appartenenza all'Unione europea. Riscoprendo le sue radici in quei valori di pace e democrazia post conflitto mondiale dei padri fondatori e, allo stesso tempo, rinnovando il proprio impegno e responsabilità di cittadini europei. Maramotti L'analisi I poteri irriducibili del Parlamento Massimo Luciani L'intervento Lotta alla mafia a trent'anni dalla legge Rognoni-La Torre Davide Pati Associazione Libera COMUNITÀ giovedì 13 settembre 2012 15
Barbarie nell'estrema periferia della capitale. Una prostituta rumena di 22 anni è stata brutalmente picchiata e poi cosparsa di liquido infiammabile mentre si trovava come ogni notte sul marciapiede, nella zona Borghesiana, su una strada di campagna, via di Rocca Cencia, popolata di notte soltanto dalle lucciole e dai loro clienti e distante alcune centinaia di metri dal centro abitato. La poveretta è stata soccorsa che bruciava come un carbone ardente e ora sta lottando tra la vita e la morte, nel reparto di rianimazione del centro grandi ustionati dell'ospedale romano Sant'Eugenio. Quando è arrivata l'ambulanza era ancora cosciente, ma ha perso i sensi durante il trasporto in ospedale. Era circa mezzanotte quando due uomini dal volto semi-travisato da un cappuccio in testa, sono stati visti da altre due ragazze rumene avvicinarsi spediti alla giovane. Immediatamente i due hanno iniziato a picchiarla, selvaggiamente, a mani nude. Le due testimoni, terrorizzate, si sono subito allontanate, per poi ritornare sul posto e trovare la ventiduenne avvolta dalle fiamme. Le ustioni riportate dalla vittima, secondo il referto medico, sono del terzo grado e riguardano più del 50% del corpo della ragazza, dalla vita in giù. Un quadro clinico di estrema gravità che pone a serio rischio la vita della ragazza, che ieri ha ripreso coscienza pur essendo sotto choc: se la poveretta riuscirà a sopravvivere sarà sottoposta, in seguito, a una lunga serie di interventi chirurgici. Sul posto sono intervenuti i carabinieri del nucleo investigativo di Frascati, che stanno conducendo le indagini. Nel mirino l'ambiente degli sfruttatori delle lucciole, nella speranza che qualcuna di loro decida di collaborare con gli inquirenti. Le due testimoni oculari sono state interrogate a lungo: sono state loro a chiamare il 112 e una gazzella è arrivata sul posto in pochi minuti, dal momento che quella è una zona notoriamente degradata e sono quotidiani i pattugliamenti del territorio. La ragazza rumena, tuttavia, non era mai stata segnalata nel corso dei servizi antiprostituzione né è chiaro se appartenga alla “scuderia” di cui fanno parte le due prostitute che hanno assistito alla scena. Al vaglio le immagini registrate dalle telecamere di video sorveglianza, che sono piuttosto lontane dal luogo dell'aggressione ma che potrebbero aver comunque immortalato gli aggressori. Vicino ad alcuni cassonetti di rifiuti, sono state trovate delle bottiglie di plastica, che forse contenevano il liquido infiammabile utilizzato dagli sfruttatori. PUNIZIONEORAPPRESAGLIA? Secondo i carabinieri, il possibile movente è uno sgarro commesso dalla lucciola e così punito in maniera esemplare. Ma c'è anche un'altra ipotesi, ancor più agghiacciante: potrebbe essere in corso una guerra tra bande rumene su quel territorio e la donna potrebbe essere stata scelta, a caso, da un gruppo, per dare all'altro un segnale inequivocabile, a mo' di rappresaglia Diversi, nell'ultimo periodo, gli atti di violenza commessi ai danni di prostitute nel territorio romano. Nel maggio scorso i carabinieri sgominarono un'organizzazione che aveva base a Tivoli e che usava marchiare a fuoco le sue donne, come si fa con gli animali da stalla. «Il grave fatto di sangue è l'ennesima dimostrazione di come la prostituzione a Roma sia sempre più un fenomeno dilagante e in crescita. Occorre prendere atto che la piaga della prostituzione è molto spesso legata alla criminalità organizzata ed al racket. È necessario ora dare impulso alla lotta, che non è solo di ordine pubblico, contro questo fenomeno sempre più diffuso», ha dichiarato in una nota il segretario del Pd Roma, Marco Miccoli. Il sindaco Gianni Alemanno, dal canto suo, ha espresso «vicinanza e solidarietà alla donna vittima dell'atto di barbarie animalesca», invocando una legge nazionale sulla prostituzione. La polizia avrebbe individuato, tra i 56 migranti soccorsi venerdì notte sull'isolotto di Lampione, tre scafisti. Nelle prossime ore gli inquirenti potrebbero disporre i provvedimenti di fermo. «Ci sono elementi che fanno emergere un quadro dei fatti diverso da quello prospettato finora», ha infatti commentato il procuratore di Agrigento, Renato Di Natale. I tre scafisti sarebbero stati indicati da alcuni dei migranti salvati dopo il tentativo di mischiarsi agli altri naugraghi. L'individuazione degli scafisti alimenta ulteriormente i dubbi degli investigatori sulla prima versione fornita dai 56 tunisini che avevano parlato di un naufragio con 79 dispersi e di un barcone affondato. L'imbarcazione non è mai stata trovata e sono solo due i cadaveri ripescati, uno dei quali a grande distanza da Lampione. Prende sempre più corpo, dunque, l'ipotesi che gli extracomunitari siano stati abbandonati da un barcone vicino all'isolotto e che uno degli scafisti abbia chiesto aiuto con il cellulare fingendo che ci fosse stato un naufragio. Ad aumentare i dubbi anche il racconto che due dei soccorsi hanno fatto, per telefono ai familiari in Tunisia. Ai parenti i due nordafricani hanno raccontato di essere stati scaricati dagli scafisti, poi allontanatisi, vicino Lampione. Nel tratto di mare percorso a nuoto fino all'isolotto due tunisini - un ragazzo e una ragazza - sarebbero annegati. Intanto le autorità consolari tunisine, arrivate a Lampedusa per seguire la vicenda, hanno consegnato un elenco coi nomi di 36 connazionali che risultano «dispersi». ITALIA Roma, prostituta picchiata e bruciata I carabinieri sul luogo dove la giovane romena è stata aggredita FOTO ANSA Vittima una ventiduenne cittadina rumena Due le ipotesi: guerra fra bande o uno sgarro ANGELACAMUSO ROMA Lampedusa, individuati i tre scafisti Ancora dubbi . . . Nel maggio sgominata una organizzazione che marchiava a fuoco le lucciole «di proprietà» 10 giovedì 13 settembre 2012
Rognoni-La Torre trent'anni dopo UMBERTODE GIOVANNANGELI La nostra crisi è una crisi di civiltà, dei suoi valori e delle sue credenze. Ma è soprattutto una transizione fra un mondo antico e un mondo nuovo. Le vecchie visioni della politica, dell'economia, della società ci hanno resi ciechi, e oggi dobbiamo costruire nuove visioni. Ogni riforma politica, economica e sociale è indissociabile da una riforma di civiltà, da una riforma di vita, da una riforma di pensiero, da una rinascita spirituale. La riuscita materiale della nostra civiltà è stata formidabile, ma ha anche prodotto un drammatico insuccesso morale, nuove povertà, il degrado di antiche solidarietà, il dilagare degli egocentrismi, malesseri psichici diffusi e indefiniti. SEGUEAPAG. 14 L'INTERVENTO EDGARMORIN -MAURO CERUTI REFERENDUM L'art. 18 resuscita la Sinistra arcobaleno LUIGI BONANATE L'«11SETTEMBRE»DIBARACKOBAMASICONSUMA A BENGASI,LA CITTÀ DA CUI PARTÌ LA RIVOLTA CONTRO MUAMMAR GHEDDAFI.In una notte di sangue il fronte qaedista rilancia la sua sfida mortale contro il «Grande Satana» americano. Chris Stevens, ambasciatore americano in Libia, era l'uomo del dialogo: è morto nei pressi del Consolato Usa di Bengasi, insieme a Sean Smith, agente dei servizi segreti e due marines. Secondo una prima ricostruzione l'ambasciatore e tre cittadini americani erano in auto quando il loro mezzo è stato centrato da un razzo. SEGUEAPAG. 2 L'11 settembre di Obama Staino Un uomo armato durante l'assalto di martedì sera al consolato americano di Bengasi FOTO EPA L'INTERVENTO DAVIDEPATI Il progresso è fallito. Reagiamo EMILIOBARUCCI MASSIMOLUCIANI La Corte Costituzionale di Karlsruhe promuove il Fondo Salva-Stati e i mercati reagiscono subito positivamente. Gli otto giudici tedeschi hanno tuttavia precisato che il contributo della Germania non potrà superare i 190 miliardi di euro e che ogni aumento dovrà prima essere approvato dal Bundestag SOLDINI MONGIELLO APAG. 6-7 Sì tedesco, l'Europa respira Salva-Stati: i giudici promuovono il Fondo ma pongono condizioni Merkel: una buona giornata per la Ue L'Euro vola, lo spread scende, bene le Borse Geografia: iconfini dellastoria Valeriopag. 19 U:Bambini ecibo:la tavola sbagliata Pulcinellipag. 17 Torna il terrore di Al Qaeda Bengasi, assalto al consolato Usa: uccisi l'ambasciatore e tre dipendenti La protesta innescata da un film «blasfemo» Inviati 200 marine MASTROLUCAAPAG. 2-3 Trent'anni fa, 13 settembre 1982, veniva approvata la legge 646, nota come legge Rognoni-La Torre, che introdusse per la prima volta nel codice penale il delitto di associazione a delinquere di tipo mafioso (art. 416 bis) e la confisca dei beni alle organizzazioni criminali. Due disegni di legge, presentati da Pio La Torre e da Virginio Rognoni, confluirono in un testo normativo che ha segnato una svolta decisiva nella lotta alle mafie nel nostro Paese. SEGUEAPAG.15 CARUGATI APAG.5 LEGGE ELETTORALE Bersani a Casini: non fare scherzi con il Pdl Campo: io, scrittrice scapigliata A dispetto del periodo in cui viviamo noi olandesi siamo e restiamo un popolo tollerante e pragmatico. E profondamente europeo CeesNooteboom scrittoreolandese COLLINI APAG.4 A CHI CREDERE, A CHE COSA CREDE-RE?LANOTIZIACHEÈCOSTATAABENGASILAVITAALDIPLOMATICOAMERICANO è basata su un «sentito dire» (che qualcuno stia girando un film anti-islamico). Nello stesso momento i giornali di tutto il mondo ci informano che i Servizi di sicurezza statunitensi avevano avuto, nell'estate del 2001, non pochi indizi di un qualche grave rischio che gli Usa stavano per correre, ma qualcuno aveva suggerito a Bush che quelle notizie fossero inattendibili... Insomma, siamo all'undicesimo anniversario dell'attacco alle Twin Towers e l'ombra lunga di quelle Torri defunte si proietta nuovamente sulla nostra vita. SEGUEAPAG.2 Il sonno della politica GRAZIE ALL'INTERVENTO DELLA BCEEALLADECISIONEDIIERIDELLACORTE COSTITUZIONALE TEDESCA SUL FONDO SALVA STATI, lo spread è destinato a ridursi, almeno nel breve termine. Questo potrebbe far pensare che la crisi dell'euro e i problemi per la nostra economia siano ormai alla nostre spalle. Le cose non stanno così. Dobbiamo distinguere i due piani: il rischio di implosione dell'euro e il rilancio dell'economia italiana che affronta una crisi paragonabile a quella del '29. SEGUEAPAG.6 Ci costerà ancora risalire la china SI SONO REALIZZATE LE PREVISIONIPIÙ RAGIONEVOLI SULL'ESITO DEI RICORSIALTRIBUNALECOSTITUZIONALETEDESCO nei confronti del Fondo salva-Stati e del Fiscal compact. Ragionevoli non soltanto perché in prospettiva politico-istituzionale si poteva immaginare che la soluzione adottata dal Tribunale sarebbe stata prudente, ma anche perché lo stesso giudice, poco tempo fa, aveva seguito una strada simile nella sentenza sul Trattato di Lisbona e in quella sugli aiuti alla Grecia. SEGUEA PAG.15 I poteri irriducibili del Parlamento ALCOA Patti violati E sulla torre ora salgono i sindacalisti Due segretari Fiom e Fim sul silos. «Fermiamo lo sfascio» MADEDDU A PAG. 12 DiPaolopag.20 1,20 Anno 89 n.253Giovedì 13 Settembre 2012
Milano è una città vio-lenta, ma è prestoper definirla crimina-le: ce ne corre primache possa reggere ilc o n f r o n t o c o n Gotham City e l'ottimo Pisapia non sarà mai Batman, l'uomo pipistrello nemico dei cattivi, modello cui già si ispirò il figliuolo della Moratti, riuscendo solo a eludere alcune regole edilizie. Che a destra si drammatizzi, di fronte all'omicidio di via Muratori o alla sparatoria di via Padova (la celebre “via Padova”, divenuta un simbolo di integrazione e di buoni sentimenti, per un morto accoltellato dopo uno scontro “per futili motivi” tra alcuni immigrati), è naturale come è ovvio che, a destra, si rinfacci al sindaco la rinuncia ai presidi militari. Non vale però sommare alcuni episodi di vita e non vita cittadina e proporli come la sintesi definitiva di una condizione urbana. Tuttavia i dati sarebbero chiari: secondo quelli diffusi nel luglio scorso dal Viminale Milano starebbe in testa alla lista nera, con settemila e più delitti ogni centomila abitanti (quasi trecentomila il totale dei crimini), seguita da Rimini, Bologna e Torino, Roma è solo quinta. Ancora quei numeri ci direbbero che stiamo assistendo ad una inversione di tendenza rispetto alle annate passate, che segnalavano una diminuzione, e che a salire sarebbero soprattutto i cosiddetti “reati predatori”, tipici di tempi di crisi e di recessione. Gli anni settanta segnarono l'epoca d'oro delle rapine in banca, c'erano paura, preoccupazione, ansia, giornate in cui gli assalti agli sportelli si contavano a decine, ma erano episodi. Si sapeva come rimediare: bastò blindare le banche e poi fu la diffusione del bancomat e di internet a dare il colpo definitivo. Turatello è morto, Dragomir Petrovic è morto, Angelo Epaminonda (il primo pentito di mafia) vive sotto falso nome, Vallanzasca insegna informatica. S'erano battuti l'uno contro l'altro per controllare la prostituzione e le bische clandestine. Non ricordo chi ne avesse organizzata una al parco Sempione, ancora non cintato, in un'aiuola a pochi passi da via Legnano. Quando la polizia intervenne arrestando un po' di biscazzieri e di giocatori, l'Unità titolò: “Come ti spenno il pollo al tavolo verde dei poveri”. Presto venne la droga, quella tagliata male che faceva stragi. Si teneva la statistica mensile dei morti. Ora il business credo si chiami “cocaina”. Non muore quasi più nessuno, si spara relativamente poco, in compenso ne succedono di tutti i colori (si sospetta che la droga c'entri anche con il delitto di via Muratori). La criminalità, di cui le percentuali non riferiscono a sufficienza, è quella “bene” organizzata, quella della ‘ndrangheta o di altre mafie (non dimentichiamo morti in strada cinesi nei quartieri cinesi di Milano o gli importatori peruviani di cocaina), che prospera grazie alle connivenze, agli intrecci con la politica, alla corruzione, ai silenzi, gestendo una infinità di traffici e di lavori persino leciti: soprattutto cantieri edili, manodopera, macchine movimento terra e tra i quattrini delle più belle finanziarie si potrebbero ritrovare anche quelli che provengono da quel giro d'affari. L'altro giorno una operazione di polizia ha colpito la ‘ndrangheta: “trentasette le misure di custodia cautelare eseguite”, hanno scritto i giornali. Non stupisce che nelle cronache di ieri (e dell'altro ieri) si scoprano nomi di politici, consiglieri, ex consiglieri, assessori, mediocri ras di paese, o di piccoli imprenditori, che, stanchi di essere taglieggiati da una cosca, decidono di fare il salto nell'altra. Il potere criminale sembra diffondersi ovunque e non si vede a quale livello del potere politico e amministrativo la sua penetrazione si fermi. Le rapine in banca sono preistoria. Incroci una staccionata della nuova metropolitana e ti devi chiedere se l'escavatore all'opera non appartenga per caso a una famiglia della Locride. Procedi alla selezione delle imprese destinate a lavorare sull'area dell'Expo e già si sa che alcune sono colluse. Ma persino il chiosco delle bibite è nel mirino dei mafiosi. Loreno Tetti, che abbiamo conosciuto grazie all'Infedele di Gad Lerner, aveva un furgone sistemato vicino a Politecnico. Vendeva panini con il salame e acqua minerale. Il furgone l'hanno incendiato, perché Loreno Tetti s'era permesso di denunciare i malviventi che gli avevano chiesto soldi. Straordinaria testimonianza la sua: il pizzo lo pagano tutti, quando però sono andato in tribunale per ripetere la mia denuncia, nessuno mi ha seguito, tutti hanno negato (per fortuna Loreno Tetti ha riavuto un furgone, è tornato a vendere panini e i suoi persecutori sono stati condannati). Ilda Boccassini, pubblico ministero antimafia, ha denunciato: troppa omertà da parte delle stesse vittime, gli imprenditori tacciono. Poi a destra, sui giornali, hanno acc u s a t o l a B o c c a s s i n i d i “criminalizzare” gli imprenditori. Se la pensano così, non c'è speranza. Però Milano non è ancora “criminale”: è solo teatro di una criminalità che sta dove te l'aspetti, ma che è difficile sconfiggere senza l'onestà e il coraggio, mostrati da Loreno Tetti. Milano, la criminalità è ben educata e organizzata ORESTEPIVETTA MILANO ILDUPLICE OMICIDIO Sono cadaveri medievali non vittime dei partigiani Un ricercatore tiene in mano una delle cassette rinvenute nel 1962 a San Giovanni in Persiceto (Bologna) FOTO ANSA San Giovanni in Persiceto Era stata definita la strage della «corriera fantasma», un eccidio di fascisti compiuto dalla Resistenza Gli esami fugano leggende e speculazioni: sono morti intorno all'anno Mille Inquirenti sul luogo della sparatoria di lunedì a Milano FOTO ANSA Nonostante lepolemiche diquestigiorni, si spara pocoe lamalavitaconta sugrandicoperture. Aumentanoipiccoli reati dellacrisi,della recessione «Esecuzione legataal trafficodistupefacenti» ILDOSSIER Quelle ossa risalgono a un periodo che va dal X al XII secolo e sarà anche interessante indagare l'origine di quell'antico cimitero. Ma non si tratta del “sangue dei vinti”, non aggiungono nulla alla tragica storia del nostro recente passato, quello che con la guerra di liberazione dal nazifascismo ha portato alla nascita della Repubblica e della Costituzione che ripudia il fascismo. Per anni qualcuno ha pregato, davanti a quegli scheletri credendo fossero i resti terreni dei propri cari. Furono anche celebrati dei funerali solenni immaginando quelle ossa appartenti a vittime di un eccidio partigiano. Dopo decenni di polemiche, l'oggettività scientifica ha chiuso un capitolo tra i più discussi del dopoguerra in Emilia riconsegnandolo al suo ambito di appartenenza, quello della storia medievale. Non appartengono al periodo della resistenza le ossa rinvenute nel 1962 a San Giovanni in Persiceto (Bologna). A dirlo è la prova del carbonio 14 che ha datato le ossa tra il X e il XII secolo. «Il rinvenimento di questi scheletri - ha detto il sindaco di San Giovanni Renato Mazzuca in una conferenza stampa durante la quale sono stati presentati i risultati delle analisi - si inseriva al termine di un periodo che aveva prodotto fratture profonde nella nostra comunità. Ferite che solo con il tempo è stato possibile ricucire». Gli scheletri erano stati attribuiti (tesi smentita già da una sentenza del 1965) alle vittime della cosiddetta “Corriera fantasma”, un pullman con a bordo repubblichini partito da Brescia e che, secondo alcune ricostruzioni, sarebbe stato vittima di un assalto partigiano proprio nei pressi di San Giovanni. Oppure, secondo un'altra versione, di prigionieri. A distanza di anni, l'episodio era citato tra le violenze contro i “vinti” che seguirono la Liberazione, il luogo del rinvenimento considerato una fossa comune. Alla fine la sezione Anpi di San Giovanni si è decisa, in accordo con quella di Bologna, e ha investito una somma non piccola per le sue finanze, alcune migliaia di euro, per l'analisi al carbonio di quelle ossa, conservate nel cimitero del Comune dopo un rinvenimento casuale. Il 23 aprile scorso, le 32 cassettine sono state riesumate, tre sono state aperte e sono stati prelevati campioni di ossa. Questi sono stati studiati dall'Università di Bologna e dal Museo Archeologico Ambientale di Persiceto per poi essere inviati al Cedad (Centro di Datazione e Diagnostica dell'Università del Salento - uno dei due centri specializzati in Italia) per la datazione. I due campioni esaminati, attribuiti a “sconosciuto 4” e “sconosciuto 29”, risalgono rispettivamente a un'età compresa tra l'890 e il 1050 e tra il 990 e il 1160. «Quello che abbiamo - ha detto Maria Giovanna Belcastro, docente di antropologia fisica con applicazioni forensi a Bologna - è un dato importante, che indirizza l'interpretazione di questa vicenda. Ora, il protocollo scientifico prevede un confronto con altre analisi che verranno svolte ad Oxford sugli stessi campioni». C'è però chi non considera chiuso il capitolo, Fabio Garagnani, parlamentare Pdl del luogo, considera «troppo comodo per i post comunisti annegare in queste analisi quanto accaduto nel 1945-1948 nelle nostre terre». Lui vorrebbe una commissione parlamentare d'indagine «sulle vittime della violenza in Emilia-Romagna nel periodo 1945-1948», vorrebbe mettere sotto processo la Resistenza. Ma, dice Gianluigi Amadei, dell'Anpi di Bologna, «noi abbiamo bisogno di una storia seria della Resistenza, non di revisionismi montati sui miti di parte». E invece di quella presunta strage non c'era nessuna traccia nella storiografia locale, non si erano trovati riscontri né ricordi, al loro posto era cresciuto il mito, ad uso politico della memoria. JOLANDABUFALINI jbufalini@unita.it L'omicidiodellacoppia in via Muratori «èmaturato in un contestoche riguarda il trafficodi stupefacenti».Lo hadetto il prefettodi Milano,Gian Valerio Lombardi,a marginedella riunionedel Comitatoper l'ordine pubblicoe la sicurezza.Lombardiha inoltreescluso che i killerpossanofar partedella criminalitàorganizzata. In attesa dell'esitodell'autopsia di oggisui corpi diMassimilianoSpelta,43 anni, e di sua moglie, la 21ennedominicanaCarolina Payano,gli investigatori intensificano le indagini sullavitadegli Spelta. Nella loro abitazionedi viaMecenate, oltreai 47 grammidi cocaina, sonostati trovati tremilaeuro in contanti.Continua l'analisideicellularidella coppiae lo scambiodi informazioni con la poliziadi SantoDomingo. giovedì 13 settembre 2012 11
L'intervento I punti per ripartire con l'Agenda Bersani PietroFolena SergioGentili CarloGhezzi L'INTERVENTODIPIERLUIGIBERSANIALLACONCLUSIONE DELLA FESTA DEMOCRATICADIREGGIOEMILIA,dopo settimane di discussioni e conflitti incomprensibili, mette al centro del confronto i contenuti del lavoro e della lotta alla speculazione. «Occorre levare alla finanza la libertà di uccidere»: parole che ricordano da vicino quelle di François Hollande all'inizio della sua vincente campagna presidenziale. L'associazione Laboratorio Politico per la Sinistra, che alla vigilia dell'intervento di Bersani ha tenuto un seminario con molti interlocutori esterni su quella che abbiamo chiamato “Agenda Bersani”, è nata proprio con l'obiettivo di far diventare la candidatura alle primarie del segretario del Pd lo strumento per la costruzione di un programma di svolta progressista per l'Italia. Creare ottimismo e produrre speranza, in un Paese colpito dalla recessione e da una depressione psicologica e morale, vuol dire far propri due capisaldi di analisi. Il primo è che la morsa della crisi mondiale, che ha colpito soprattutto le grandi economie occidentali, e che si sta stringendo sulla vita di milioni di lavoratori, con un carico di paure inedito, apre una nuova domanda di sinistra: una sinistra diversa da quelle del XX secolo, ma una sinistra nel senso di una forza che faccia suoi i valori dell'uguaglianza, della responsabilità verso la natura e della dignità della persona. Il secondo è che la disaffezione ai partiti e alle forze organizzate, soprattutto in Italia - Paese che ha già conosciuto il trauma del '92, e che ha vissuto sospesa nella dialettica pro o contro Silvio Berlusconi per vent'anni -, scarica una critica più generale alla democrazia rappresentativa investendo dal basso all'alto, dai Comuni al Parlamento, le fondamenta repubblicane, col rischio che i senza voce e i senza rappresentanza, a cominciare dai più colpiti dalla crisi economica, si infatuino di scorciatoie populistiche e antidemocratiche. C'è, come non mai, bisogno di democrazia. Il Laboratorio non ha nulla a che vedere con le numerose e legittime correnti del Pd. È un'associazione di iscritti al Pd e di non iscritti al Pd che riconoscono che solo con un successo di questo partito le cose possono cambiare. Abbiamo tre semplici convinzioni: 1) la partita di fondo si gioca in Europa e il campo del Pd è quello socialista e democratico, a cui spetta, dopo il quindicennio di dominio delle destre, la ricostruzione di un'idea comune; lo scontro, è fra questo campo e quello moderato e di centro-destra, guidato dal Partito Popolare Europeo; 2) in Italia, con questa legislatura, finisce -dopo il centrodestra- l'epoca dei governi tecnici; la parola torna al popolo e alla politica, e va respinta in radice ogni ipotesi di grandi coalizioni che mescolino programmi e visioni alternative; 3) la legge elettorale deve salvaguardare un principio maggioritario, che permetta ai cittadini di scegliere. La scelta che Bersani ha fatto di volere le primarie - né obbligata né comoda - è stata una scelta coraggiosa e generosa. Non bisogna avere paura. Ma mettere al centro l'affidabilità della persona e un'agenda corrispondente ai sentimenti e ai bisogni del Paese. Sul piano dell'affidabilità, Bersani non è secondo a nessuno. Ma è sul terreno dell'agenda che, senza disconoscere nell'emergenza post-berlusconiana i meriti di Mario Monti (che tuttavia non ha nascosto le sue simpatie per il PPE), occorre una discontinuità netta rispetto all'Agenda Monti. Noi abbiamo indicate, nel solco della carta di intenti del Pd, indichiamo dieci punti di un'Agenda Bersani: 1) gli Stati Uniti d'Europa, come patria allargata in cui la generazione Erasmus si può riconoscere; 2) il nostro avversario è la finanza speculativa, e l'economia deve tornare ai valori reali del lavoro, dell'impresa e di un sistema bancario trasparente al servizio della collettività; 3) una vera patrimoniale, che chieda un contributo alto ai piùì ricchi, come base di una nuova giustizia fiscale; 4) lo sviluppo sostenibile, scelta obbligata per creare lavoro, innovare l'ìmpresa e salvaguardare suolo, acqua, aria e clima, facendo della significativa riduzione della dipendenza nazionale in campo energetico dai combustili fossili l'obiettivo strategico della prossima legislatura; 5) il valore del lavoro, alleggerendo la pressione fiscale, cancellando per via legislativa i guasti delle riforme Fornero e trasformando il contratto a tempo indeterminato nella forma ordinaria di lavoro per liberare i giovani dalla precarizzazione; 6) l'asse tra Mezzogiorno, Europa e sviluppo euromediterraneo, con le grandi opportunità delle aperture democratiche e dei mercati nei paesi arabi; 7) liberare la vita delle donne dagli ostacoli e dai vincoli che impediscono l'uguaglianza e la libertà; e così di tutte le persone che, per ragioni diverse (orientamento sessuale, diverse abilità), sono ancora discriminate; 8) mettere al centro le città, contro gli effetti devastanti del patto di stabilità, come motore di un'altra crescita e di un moderno stato sociale; 9) difendere scuola pubblica, università e ricerca e fare dell'industria della cultura il volano economico del futuro; 10) praticare e allargare la democrazia, muovendo da una nuova concertazione allargata alle associazioni e al volontariato e dalla riforma democratica dei partiti. Per fare questo l'Agenda Bersani, nella rappresentanza parlamentare, deve proporsi, accanto ad alcuni presidii di esperienza, di costruire un profondo rinnovamento, che affermi generazioni, donne e uomini, lavori, professioni, culture e competenze davvero rappresentative di un'Italia nuova. Fin da ora proponiamo e intendiamo praticare la costruzione di Comitati Bersani nei paesi, nei quartieri, nei posti di lavoro, di studio attorno a interessi e temi specifici: Comitati che non solo si propongono di sostenere apertamente Pierluigi Bersani alle primarie, ma che intendono proporre un'Agenda Bersani, di profondo rinnovamento, e trasformare le primarie stesse e poi le elezioni in un grande confronto sul futuro del Paese. Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta ViaOstiense, 131/L 00154 Roma lettere@unita.it Graziediesistere L'Unità e l'incontro alla festa di Reggio con i suoi lettori, un rapporto intenso fatto di affetto e stima reciproca, con la consapevolezza da parte nostra che «senza l'Unità l'Italia sarebbe più povera», più ipocrita, più qualunquista, con meno conoscenza della realtà e meno consapevolezza; senza il nostro giornale saremmo più soli, più deboli, più «ricattabili». In un mare di opportunismi l'Unità è un punto di riferimento che ci aiuta a tenere la rotta, è il nostro «alfabeto democratico» che ci aiuta a leggere la realtà, a saperla interpretare e affrontare. Cara Unità: grazie di esistere. ClaudioGandolfi Ilgioco èaperto Da Bill Emmot che stimo a Mario Monti che pure stimo (con riserve...) chiedono alle imprese di investire per il futuro e creare posti di lavoro. Io ho una piccola impresa con dieci famiglie più la mia a cui pensare. Ora, per stare al passo con i tempi e per un cospicuo risparmio energetico dovrei cambiare il mio taglio laser con un nuovo taglio in fibre ottiche. Già questa estate con previsioni scarse ho preso una ragazza in più in officina (per ora ho scommesso giusto) ma per comperare questo nuovo attrezzo devo investire centinaia di migliaia di euro che non ho, Le mie carte in mano sono, promesse di commesse, richieste di calo prezzi a fronte di più qualità e calo dei lotti minimi, per capirci: una commessa di 2500 euro che mi viene fatta è composta da 90/120 codici diversi da gestire, max 10 pezzi tutti uguali e sporadicamente qualche centinaio, ma molto sporadicamente, poi ci sono le dieci famiglie più la mia e quella di mio padre. Sul piatto c'è il taglio a fibre ottiche e il futuro dell'azienda. Il mio avversario invece in mano ha la mia azienda che viene da 4 anni di lacrime e sangue, ha i soldi da darmi a un tasso del 6.7% anziché il 4.2% di Germania e Francia e ogni settimana mi spulcia il previsionale. Il gioco è aperto. RudiToselli Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 La tiratura del 12 settembre 2012 è stata di 84.648 copie LA FORTISSIMA MOBILITAZIONE DI OPERAI E POPOLA-ZIONIDELSULCISINSARDEGNAEQUELLE, meno intense ma continue ormai da mesi, di cassintegrati della Fiat e cittadini a Termini Imerese, di cassintegrati dell'Irisbus Fiat e di Sindaci nell'Avellinese, degli operai della Fincantieri a Castellammare di Stabia - per non parlare dei dipendenti dell'Ilva di Taranto, anche se la loro vicenda ha connotazioni diverse dalle precedenti - se da un lato evidenziano uno scenario di irriducibile combattività operaia cui tutti (governo, Enti locali, sindacati, partiti, Confindustria) possono e devono offrire risposte utili, dall'altro focalizzano problemi ma anche opportunità e convenienze di politica industriale per l'intero Paese. Nei siti prima richiamati infatti - checché ne pensi qualche osservatore - non si stanno affatto combattendo disperate battaglie di retroguardia, ma, al contrario, si vogliono salvaguardare segmenti manifatturieri utili al sistema industriale italiano che hanno anche forti capacità esportative. Difendere la produzione di alluminio in Sardegna - e nulla vieta di pensare che si possa anche potenziarla con idonei investimenti pubblico-privati - significa lavorare per la filiera utilizzatrice a valle in Italia del semilavorato. E lo stesso dicasi per la costruzione di autobus nell'unica fabbrica nazionale che li produceva (Irisbus) e per il rilancio della cantieristica a Castellammare con un nuovo bacino di carenaggio - per il quale (finalmente) starebbe partendo lo studio di fattibilità finanziato dalla Regione Campania - mentre, per la produzione di auto a Termini Imerese, si potrebbe incentivare l'arrivo dei Cinesi della Chery insieme a Di Risio e per quella dell'acciaio a Taranto bisognerebbe difenderla, in logica di ecosostenibilità, dall'estremismo ecologista che vorrebbe cancellarla, danneggiando così gravemente vasti settori dell'industria meccanica italiana. Rilanciare poi - in esclusive logiche di mercato - quei siti manifatturieri significherebbe coniugare difesa dell'occupazione di operai, tecnici, quadri e dirigenti di grandi fabbriche con le convenienze di tutte le aziende piccole, medie e in qualche caso grandi di imprenditori privati, attivi nelle rispettive filiere degli indotti, con beneficio delle stesse associazioni locali della Confindustria che, altrimenti, rischierebbero di perdere molte società loro iscritte se crollassero definitivamente quei poli produttivi. Allora, si potrebbero affrontare le problematiche settoriali dei vari siti facendo assolvere al capitale pubblico nell'ambito di una nuova visione dell'interesse generale del Paese - funzioni di promozione e aggregazione di investimenti privati? Con l'eccezione di Castellammare ove è già presente il pubblico con la Fincantieri, io ritengo di sì e parlo (ovviamente) non di aiuti di Stato, esclusi da normative comunitarie - si rassicuri in proposito il ministro Clini ma di risorse pubbliche che parteciperebbero al capitale di rischio di newco, con rigorosi businessplan, in grado di mobilitare capitali privati italiani ed esteri in nuove joint-venture. In tale direzione un ruolo fondamentale dovrebbero essere chiamati ad assolvere sia l'Fsi, il Fondo Strategico di investimenti, che il Fii, Fondo per gli investimenti industriali, gestiti entrambi dalla Cassa Depositi e Prestiti. Si potrebbero poi stabilire solo quote di minoranza del capitale pubblico nelle nuove joint-venture, con obbligo - o almeno facoltà del suo riscatto da parte dei privati, dopo un certo numero di anni, a condizioni da stabilirsi nei patti parasociali. E se alcuni liberisti (in servizio permanente effettivo) potrebbero ritenere inaccettabili tali ipotesi, costoro dovrebbero poi spiegare al contribuente perché nella conversione del Decreto legge sulla spending review sia stato approvato l'articolo che consente alla Banca Monte dei Paschi di Siena di emettere obbligazioni speciali a favore del Tesoro, per garantire il rafforzamento patrimoniale dell'istituto di credito, come richiesto dall'Autorità bancaria Europea. Fino alla fine dell'anno, pertanto, il ministero dell'Economia - alla luce di un profondo piano di riassetto del gruppo creditizio senese - potrà acquistarne obbligazioni sino ad un massimo di 2 miliardi, ovvero di 3,9 miliardi se si includono 1,9 miliardi di Tremonti bond, emessi da Mps nel 2009 e rimborsati con l'emissione di nuovi titoli per pari importo. Allora, per rafforzare (giustamente) il patrimonio di una grande banca italiana quotata in borsa si può assentire alla partecipazione di capitale pubblico e, invece, per promuovere sviluppo industriale strategico per il nostro Paese non potrebbero favorirsi joint-venture fra risorse pubbliche e capitali privati? E su questo tema, qualche partecipante alle prossime primarie nel Pd potrebbe dire parole chiare, invece di limitarsi a minacciare rottamazioni (in quantità industriali) di dirigenti del suo partito ? COMUNITÀ Ho 26 anni, sono laureata in Antropologia Culturale ed Etnologia con 110/110 lode, sogno di poter fare il dottorato in Italia e sono nata democratica. Vista la crisi, mi sono trasferita negli Stati Uniti come ragazza alla pari, in altre parole, come baby sitter e in Maine faccio la volontaria per America for Obama. Cosa dobbiamo fare per cambiare l'Italia? SARAHSCIÒ La lettera che ho riassunto qui per motivi di spazio, dice molte altre cose: di un passato nella Sinistra Giovanile prima e nei Giovani Democratici poi oltre che di una partecipazione entusiasta alla nascita del Pd. Di un sogno nel cassetto che è quello del dottorato di ricerca e della prosecuzione degli studi. Di una famiglia normale che non può aiutarla più di quello che ha già fatto. Ma di uno smarrimento, soprattutto, che non dipende solo dalle difficoltà concrete legate alla crisi economica ma anche alla mancanza di prospettive. Di che cosa ha bisogno l'Italia? Che contributo posso dare io tornandoci, se ci tornerò come vorrei? La paura agghiacciante che traspare dalla lettera, è quella di una politica vecchia, conflitto fra persone che badano al proprio particolare, entusiasmi mai contagiosi di gruppi contrapposti, necessità di gente che sappia portare in primo piano al governo e in Parlamento i problemi reali e le persone che hanno le competenze per risolverli. Al di là dell'emergenza, quello di cui c'è bisogno sono persone capaci di dare a Sarah delle risposte concrete. Di acquisire il suo entusiasmo e di metterlo a frutto in un progetto in cui lei si riconosca. Al di là degli slogan e delle enunciazioni di principio della vecchia politica come del battage pubblicitario, aggressivo e inconcludente, dei «rottamatori». Dialoghi Una lettera dal Maine Laproposta Pubblico più privato: joint-venture per lo sviluppo Federico Pirro Università di Bari Centro studi Confindustria Puglia CaraUnità 16 giovedì 13 settembre 2012
MontidaNapolitano «Ilmio futuropolitico finiscenel2013» «Ilmio futuro politico finisce con le elezioninellaprossimaprimavera». Loha detto ilpremier Monti in un'intervistaal WashingtonPost realizzatasabato scorsoa Cernobbio.Troppo impegnato a governarenon hapensato a unsuo bis.Nel 2011 nonhaesitato ad accettare l'incarico(e si rammarica per i sacrifici imposti), ed è convinto che«alQuirinale oggici sia la personapiùadatta»,e inserata è salitoal Colle perun colloquiocon il CapodelloStato. Civorranno «anni percompletare le riforme», spiega il premier,«preoccupato» che ipolitici possanovanificare il suo lavoro, anchese«stanno lavorando per il ringiovanimento». InfineMonti è sicuroche dalleelezioni usciràun premierche continuerà il suo lavoro. Dice Paolo Ferrero che se veramente la riforma Fornero dovesse essere cambiata in Parlamento nel 2013, rendendo inutile il referendum, lui ne sarebbe ben felice: «Ma la vedo dura». Dice anche, il segretario di Rifondazione comunista, che «la Cgil sbaglia a non sostenere la raccolta di firme» e che forze di sinistra possono partire da questa operazione sull'articolo 18 per andare alle elezioni con una «lista unitaria». C'è chi sostiene che questa operazione siapiùchealtrofunzionaleadapriredelle contraddizioninelcentrosinistraecreare problemial Pd... «Ma figuriamoci, io faccio politica per tentare di dare una risposta ai problemi del Paese, non per aprire contraddizioni in casa d'altri. La sinistra ha il dovere politico e morale di prospettare un cambiamento radicale, deve smetterla con l'atteggiamento minoritario, magari accettando uno strapuntino pur di stare dentro una coalizione». Èun riferimentoaVendola? «Vendola lavora per un accordo col Pd e dice che non vuole governare con l'Udc, ma Bersani ha detto molto chiaramente che invece vuole anche Casini, che a sua volta vuole Monti. Mi sembra tutto contro natura, mentre registro che tra Sel, Idv, Federazione della sinistra e il complesso delle forze sociali c'è una convergenza contro il Fiscal compact e le politiche recessive di questo governo che dovrebbe determinare un'unica lista di sinistra che si candidi a governare il Paese su una piattaforma radicalmente diversa da quella che va avanti a livello europeo». Tornando al referendum: ha senso presentarloquando ilPdhagiàdettoche intende modificare la riforma Fornero in Parlamento nel 2013, mentre se tutto va bene i quesiti si voteranno nel2014? «Guardi, sull'articolo 18, dieci anni fa, ci fu l'iradiddio e riuscimmo a bloccare Berlusconi. Oggi invece le modifiche sono passate con l'appoggio del Pd. Il referendum è uno dei pochi strumenti che permette alla gente di esprimersi liberamente. Se poi veramente il lavoro in Parlamento renderà inutile il referendum, tanto meglio, stapperò una bottiglia di spumante. Però la vedo difficile». Maperchépresentareunreferendumsullemodificheall'articolo18enonsullariformadellepensioni? «Ma infatti nei prossimi giorni presenteremo un referendum anche su quest'altro meccanismo infernale ideato dal governo Monti, che ha determinato un allungamento dei tempi che non ha paragoni in Europa». Non le è venuto il dubbio che forse state sbagliando qualcosa, se la Cgil non appoggiaquesta iniziativa? «Intanto, una bella fetta della Cgil, dalla minoranza di Rinaldini alla componente della maggioranza di “Lavoro e società”, l'apoggia. E comunque penso che la Cgil stia sbagliando non solo a non sostenere questo referendum, ma anche a mantenere un profilo così poco autonomo rispetto al governo». Mase siparladi sciopero generale? «Non è questione di sciopero generale o di dichiarazioni. Serve un impegno sindacale vero, un protagonismo come c'è in Francia, Spagna, Grecia. Con Berlusconi c'era, ora assistiamo a una drammatica perdita di autonomia». ILCOMMENTO MICHELEPROSPERO Attorno al referendum sulla riforma Fornero si ricostruisce la sinistra arcobaleno. E l'operazione di Bersani per guidare la coalizione dei progressisti e poi siglare nel 2013 un patto di legislatura con Casini si fa ancora più complicata. Vendola, Ferrero, Diliberto, Bonelli, Di Pietro: la foto di gruppo davanti alla Corte di cassazione, dove martedì sono stati depositati i quesiti sul mercato del lavoro, ha dato fiato non solo a un Pdl assente dalla scena politica da tempo immemore e che invece ora si rifà vivo per esultare di fronte allo «svelamento del grande inganno dell'alleanza Pd-Sel» (Gasparri dixit), ma ha spinto anche Casini ha lanciare un aut-aut a Bersani, della serie o me o Vendola: «Chi, dopo il governo Monti, si vuole assumere la responsabilità di guidare il Paese, non può avere niente a che fare con chi ha presentato i referendum dal contenuto antitetico a ciò che si è fatto in questi mesi», dice il leader dell'Udc in una conferenza stampa convocata appositamente alla Camera. OGNIGIORNO HALA SUA PENA Bersani è distante pochi metri, e ai giornalisti che lo incrociano in Transatlantico a Montecitorio risponde con un laconico «ogni giorno ha la sua pena». Poi allarga le braccia, e abbozzando un sorriso: «Da qui alle elezioni ogni giorno ci sarà magari Casini che ci dà ‘un bacino' e Sel che ci critica, e il giorno dopo il contrario...». Insomma, il leader del Pd derubrica il movimentismo di Vendola insieme a Idv, Verdi, Pdci e Prc, da un lato, e i moniti lanciati da Casini, dall'altro, a pura tattica preelettorale finalizzata a posizionarsi e fare il pieno di voti nei rispettivi campi. Però Bersani sa bene che sarebbe deleterio dare l'impressione di voler governare con una compagine in stile Unione, composta da partiti eterogenei e perennemente a rischio paralisi a causa di veti incrociati. Per questo, rispetto al principio generale, il segretario del Pd mette in chiaro che nella «carta d'intenti», che andrà sottoscritta da chi vuole entrare a far parte della coalizione progressista, ci sarà un capitolo dedicato alla «responsabilità» e per il quale si prevede che i gruppi parlamentari decidano a maggioranza come votare, nel caso ci siano posizioni diverse su taluni temi. Mentre sul caso particolare del referendum riguardante la riforma Fornero spiega: «Non si può spaccare il Paese su una materia così delicata, la strategia referendaria non è quella giusta. Inoltre la legge prevede che nessun referendum possa svolgersi nell'anno delle elezioni politiche, mentre già dal QUESTA STORIADEIREFERENDUMRISCHIA DI COMBINAREGUAI SERI. LA DESTRAHA LASCIATOINEREDITÀLA DECOMPOSIZIONEDELLAPOLITICA E LOSFILACCIAMENTO DELLASOCIETÀ. L'UNICO ARGINEALLA CADUTADEL PAESEPASSA ORA attraverso la ricostruzione di una sinistra coesa che tamponi la cecità rovinosa mostrata dalla borghesia italiana. Con i loro media omologati, i poteri economici e finanziari civettano sempre più con l'antipolitica. Anzi, la alimentano per servirsene come un'arma per bloccare il cambiamento e ottenere, in nome dell'emergenza, il commissariamento del governo. Oltre che dai nemici esterni, che sono ricchi, agguerriti e capaci di costruire con la loro fabbrica della deviazione semantica un senso comune ostile alla politica, la sinistra deve però guardarsi anche dai suoi brutti malanni interiori. Le primarie, così come sono da taluni interpretate, cioè come un duello tra rottamazione e referendum di classe, non mostrano un senso costruttivo e rigonfiano anzi un male oscuro pronto a favorire la perdizione. La ragione sobria della politica, che persegue una sintesi culturale alta per governare una ardua transizione di sistema, è sfidata dal virus dell'antipolitica. Con il vento maligno delle primarie trionfano uno stile falso della semplificazione e un dialetto della banalizzazione, figli di un tempo degenerato da combattere. Le metafore sulla rottamazione o l'uso della clava referendaria appartengono entrambe a questa deriva populistica che strapazza l'analisi politica e amplifica la ricerca di una visibilità a buon mercato. Dominano perciò il gesto plateale, le scappatoie furbesche che più assicurano la differenziazione su temi simbolici. Il referendum sull'articolo 18 non solo reintroduce i macabri squarci che nel 2008 provocarono la caduta di Prodi (con ministri di piazza e di palazzo) ma manipola il corso reale degli eventi. Mette infatti in sordina i significativi miglioramenti che, dopo un duro braccio di ferro con il governo, portato da Bersani ai limiti della crisi, il Pd riuscì a ottenere, ispirandosi al modello tedesco. In generale, lo spazio della legge, dell'intervento autoritativo, andrebbe ridimensionato per affidare le relazioni sindacali al libero conflitto tra le parti sociali o alla pratica della concertazione. Certo il referendum sulle materie del lavoro non può essere uno strumento agitato per accaparrarsi qualche manciata di voti ai gazebo. Non si gioca in maniera così spregiudicata sulla pelle del lavoro, che versa in una condizione drammatica. Le classi lavoratrici hanno bisogno di unità, non sanno che farsene di una artificiale linea di rottura tra i partiti e i sindacati. La sinistra radicale sembra essere caduta nella trappola tesa da Di Pietro. Con il terzo referendum per ora tenuto in ombra, ma che in realtà diventerà presto qualificante per attirare la partecipazione dei cittadini alle urne, quello contro la casta, contro il finanziamento pubblico della politica, la sinistra radicale accetta di tramutarsi in una imbarazzante ruota di scorta del populismo. Che tristezza vedere il nucleo più combattivo della classe operaia italiana, la gloriosa Fiom, arruolato nella banda dell'antipolitica che, con il referendum contro la casta, marcerà di sicuro al fianco di molti imprenditori già ora con l'elmetto pronto! Di Pietro, si sa, non è di sinistra, e nemmeno di centro o di destra. È solo un populista astuto che sa giocare il suo ruolo di guastatore per sopravvivere ancora un po' sulla scena. Per questo, mentre in Italia recita le prove tecniche di un biennio rosso alle porte, in Europa fa parte organica del gruppo liberale. A Bruxelles è in compagnia delle formazioni più ultraliberiste e antisolidaristiche del vecchio continente, che sono al governo con la Merkel e con Cameron. La sinistra non può stare al gioco del populista. La sua leadership più seria deve in gran fretta recuperare il mestiere della grande sintesi, della proposta politica innervata dalla analisi e dal pensiero. Per sconfiggere il populismo che è fuori e che dal governo ha distrutto l'Italia, occorre anche guardarsi dal populismo che cerca di insinuarsi dentro, e che pretende di trasformare le primarie in una grande opera di distruzione nichilista. L'articolo 18 resuscita la Sinistra arcobaleno SIMONECOLLINI ROMA ALQUIRINALE Vendola, Di Pietro, Bonelli, Ferrero e Diliberto insieme per la consegna dei quesiti referendari FOTO MASSIMO PERCOSSI/ANSA L'INTERVISTA L'ITALIAELACRISI Attorno ai quesiti contro la riforma Fornero si raccolgono Idv, Sel, Verdi, Rifondazione e Pdci Il leader del Pd: «Non è la strategia giusta per affrontare una materia così delicata» «Se il referendum è inutile, tanto meglio» Il rischio dell'autogol S.C. scollini@unita.it PaoloFerrero «Leforzedisinistra possonoandare alleelezioniconuna lista unitaria.LaCgil sbaglia anonsostenere laraccoltadelle firme» 4 giovedì 13 settembre 2012
«GLI SNACK SALATI SONO PRODOTTI SEMPLICI COSTITUITI DA POCHE MATERIE PRIME DI ORIGINE AGRICOLA.SONOFONTEDICARBOIDRATICOMPLESSI,GRASSI, EQUINDIDI ENERGIA.La notevole varietà di gusto e di consistenza li rende adatti a tutti i palati e a tutte le esigenze perché si parte da una notevole varietà di ingredienti... Si adattano a momenti diversi e piacevoli della nostra vita». Azzardiamo una traduzione: evviva le patatine che sono buone, fanno bene e mettono allegria!! Se si trattasse di uno slogan pubblicitario, non ci sarebbe niente di strano. Ma le parole vengono da un portale web sull'alimentazione destinato ai bambini, alle loro famiglie e ai loro insegnanti e che porta anche la firma del ministero dell'istruzione. Il portale «Il gusto fa scuola» fa parte di una iniziativa più vasta che da quest'anno scolastico verrà estesa a livello nazionale grazie a un protocollo d'intesa firmato il 25 luglio scorso dal ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca Francesco Profumo e dal presidente di Federalimentare Filippo Ferrua Magliani con l'obiettivo di rafforzare la diffusione dell'educazione alimentare nelle scuole. Federalimentare e Miur vogliono insegnare ai bambini «modi e tempi di assunzione dei cibi, la storia dei processi produttivi e l'importanza di seguire corretti stili di vita» attraverso alcune iniziative che prevedono una maggiore interazione tra mondo scolastico e industria alimentare, come spiega lo stesso ministero. In altri termini, l'industria alimentare entrerà nelle scuole, sia attraverso i contenuti del sito, sia con progetti da realizzare con le scuole stesse, sia con visite nelle aziende, sia con corsi di formazione al personale scolastico. Il sospetto che alla volpe sia stato lasciato in custodia il pollaio è legittimo. E, in effetti, a qualcuno è venuto. Un gruppo di esperti di nutrizione, sanità pubblica e obesità infantile ha lanciato un appello in cui si sottolinea come «questa iniziativa non può essere considerata appropriata per promuovere una sana alimentazione, anzi rappresenta un ostacolo a causa delle informazioni fuorvianti che contiene, per i gravi conflitti di interesse esistenti e per la confusione dei ruoli tra enti pubblici e aziende». Il primo problema, dunque, è che l'industria alimentare è portatrice di interessi che possono entrare in conflitto con l'educazione dei bambini. Come scrive Kelly Brownell del Rudd Center for Food Policy and Obesity dell'università di Yale in un articolo pubblicato su «Plos Medicine», per far dimagrire la popolazione si dovrebbero vendere meno prodotti, mentre l'industria alimentare deve massimizzare il profitto vendendo più prodotti. Il secondo problema è la confusione dei ruoli e la mancanza di trasparenza. «Come si deve interpretare un messaggio dato da Federalimentare in collaborazione con il Miur a proposito, ad esempio, dell'alta qualità e salubrità del salame, tale per cui può essere consumato quotidianamente? È pubblicità o è una raccomandazione basata su prove scientifiche supportata dal ministero?» si chiedono i firmatari dell'appello (che si può sottoscrivere sul sito www.scienzainrete. it). Il problema non è solo teorico. Anche in Italia, come in Europa, esiste infatti un problema di obesità infantile: tre bambini su 10 nel nostro paese sono da considerare obesi o in sovrappeso. E bambini obesi hanno un'alta probabilità di diventare adulti obesi, con le conseguenze per la salute che questo comporta. Quali sono le misure di politica sanitaria efficaci per contrastare questo fenomeno? Sulla rivista «The Lancet» è uscito uno studio che individua le più importanti in termini di anni di vita guadagnati senza disabilità e di risorse finanziarie risparmiate. Eccole: introduzione di tasse su cibi e bevande insalubri; etichette a semaforo che segnalano utilizzando i colori rosso, giallo e verde se il contenuto di grassi o zuccheri è eccessivo o giusto; riduzione della pubblicità di cibi e bevande spazzatura ai bambini; programmi scolastici finalizzati alla riduzione del consumo di bevande zuccherate. Ma l'industria alimentare non ci sta (come si è visto dalle ultime vicende sulla proposta del ministro della salute di imporre una tassa sulle bibite gasate, subito ritirata) e mette in moto una serie di strategie. Quali siano lo spiega un articolo di Jeffrey Koplan, direttore del Global Health Institute dell'università Emory di Atlanta, uscito sulla rivista «Jama», ne citiamo alcune: inquadrare l'obesità non come problema legato all'alimentazione, ma alla mancanza di attività fisica; sostenere che non esistono cibi cattivi, ma quello che conta è la moderazione da parte degli individui; accusare di paternalismo e anti-liberismo coloro che richiedono interventi governativi per regolare le attività industriali; acquisire credibilità attraverso accordi con partner rispettabili della sfera pubblica. Il sito «Il Gusto fa Scuola» dà un bell'esempio di tutto ciò: nella sezione dedicata ai ragazzi, la prima cosa che si incontra è «palestra fai da te», uno spazio in cui si danno consigli su alcuni esercizi da fare in casa, peccato che non si dica quante calorie si consumano con gli esercizi proposti. Forse pochi sanno che per smaltire un pasto completo fast food bisognerebbe correre una maratona. Nella sezione dedicata all'informazione per le famiglie, parlando di bibite gassate, troviamo invece un esempio di come utilizzare la tesi secondo cui non è il prodotto la causa del male, ma l'individuo che ne abusa: «è facile argomentare che la quantità di zucchero presente nelle bevande zuccherate può essere perfettamente accettabile, ed inserirsi senza difficoltà in una dieta equilibrata, o essere invece eccessiva, a seconda dei livelli di consumo». Per quanto riguarda gli accordi con i partner rispettabili, il protocollo con il Miur parla da sé. Quello che non dice è perché il ministro Profumo lo abbia voluto firmare. POESIA : IlMississippidiFaulkner PAG. 18 TERRETOSCANE : LapetizionediGadda per ilplatanodiFortedeiMarmi PAG. 18 GEOGRAFIA : Lemappecomestoria discopertedelmondo PAG. 19 SCRITTORIQC : RossanaCampo,spiritoallegro PAG. 20 Tramarketingeprogetti tipo: unamerendinaalgiorno LEOPZIONI SUL WEB STRANESCELTE Ciboperbambini: lamalaeducazione I consigli di un portale su come alimentarsi Promossigli snacksalati e il salametutti igiorni: ecco isuggerimenti di«Ilgustofascuola» Malacosapiùcuriosa èchefacciaparte diun'iniziativasiglata dalministrodell'Istruzione edalpresidente diFederalimentare Quandosiaccede al portale«Ilgusto fascuola» ci si trova di fronte treopzioni: insegnanti, famiglie, ragazzi.Purtroppo le linee guidanon sono per ragazzi,maper la popolazione in generale, inoltre presentate in formato Pdf: un noiosissimotesto lungoe senza figurechea nessunbambino verrebbe in mentedi leggere.Nella sezione «Famiglie»prevale ilmarketing. Nella sezione «Insegnanti», troviamo progettie opuscolida diffonderecome«Una merendinaal giorno...». U: CRISTIANAPULCINELLI giovedì 13 settembre 2012 17
«SIÈVISTOPERLUNGOTEMPOILVIAGGIOD'ESPLORAZIONECOMEUNATTODIEROICAFOLLIA,ILFRUTTO DELLE ARDIMENTOSE IMPRESE DI ULISSIDI DELLA MODERNITÀ, DIMENTICANDO CHE QUELL'ATTO È CERTAMENTE LA CONSEGUENZA di un'audace proiezione ideale, ma anche lo strumento attraverso il quale le potenze europee si accingevano a dare una non disinteressata forma al resto del mondo, determinandone i confini e tracciandone per la prima volta le mappe». In Dove finiscono le mappe di Attilio Brilli (Il Mulino, 2012) è possibile leggere la storia delle scoperte geografiche e delle conquiste coloniali a esse connesse, in maniera manifesta o nascosta, così come manifesti o nascosti sono, sovente, i sentimenti umani legati al potere e alla conoscenza. La caratteristica principale di questo saggio, scritto e commentato col tono spesso spavaldo e sempre incantato dell'epica, è difatti la profondissima relazione che leggendo prende corpo - corpo celeste e corpo cartaceo - tra l'idea di nuovo mondo, la realtà del nuovo mondo e le proliferazioni narrative legate al nuovo mondo che spesso servivano da captatiobenevolentiaeper ricevere fondi per nuovi viaggi: «Ralegh si dilunga con toni seduttori sulla descrizione, sempre per sentito dire, delle ricchezze della mitica capitale Manoa e di una corte dove ciascun esemplare dell'intero universo sensibile fatto di uomini, cose, animali, erbe, piante si sarebbe specchiato in un suo aureo doppione a grandezza naturale…». Nel saggio, documentato, accorto, appassionato di Brilli si comprende bene perché la storia delle scoperte geografiche è una buona sintesi della storia dell'uomo. Dal punto di vista tecnico, per la misura del mondo attraverso le carte, dal punto di vista scientifico, per la fauna e la flora mai vista che gli esploratori - conquistadores, mercanti o altro - incontravano spingendosi verso un oltre che rimane per lungo tempo indefinito, dal punto di vista antropologico, sia per le ossessioni, più feroci delle malattie, sia per i profondi cambiamenti di natura spirituale a causa dei quali i conquistatori rimanevano conquistati. «In breve tempo i quattro vengono restituiti alla civiltà d'origine. Ma proprio quando il governatore di Compostela offre ai sopravvissuti un comodo giaciglio e quegli abiti occidentali di cui avevano quasi perso la memoria, Núñez, che per anni era vissuto nudo come gli indigeni e aveva fatto del suolo il suo letto, annota: “Ma io, per molti giorni, non potei indossare quegli abiti, né dormire se non per terra”». ILSOGNO DIELDORADO E ancora, il sogno di Eldorado che rimane intatto per generazioni e generazioni di esploratori, e che, in qualche modo, continua, le navi coi loro diari di bordo preda di bottino al pari degli ori e dei viveri e che sono microcosmi, l'acquiescenza al potere consolidato del vecchio mondo – «Credano le Vostre Altezze che quest'isola (Hispaniola) e tutte le altre sono altrettanto loro quanto la Castiglia, che qui c'è solo da stabilirsi e comandare loro di fare ciò che si voglia» - il mito del cannibalismo delle popolazioni native e il tabù del cannibalismo per gli equipaggi di terra che, in cerca di ricchezza o di gloria, o di entrambe, rimanevano, dopo aver mangiato cavalli e cani, a mangiare loro stessi, la ricerca di zone geografiche che nascono miti, quanto e più di Eldorado, come le sorgenti del Nilo, i legami, talvolta foschi, tra missioni cattoliche, schiavitù e colonizzazione, le vie per l'India, le esplorazioni dell'Africa nera e le avventure di Livingstone o di Blunt, mancate sovrapposizioni tra viaggi immaginati come quelli di Gulliver, o Isole come quella di Robinson e corrispettivi reali e, anche, «Elenchi sardonici, quelli di Twain, che invitano a ripercorrere, anche oltre l'equatore, gli aspetti più abietti degli imperi occidentali nella loro fase espansiva, dalla ferocia gratuita dei conquistadores che saggiavano il filo delle lame sulla carne viva degli indi, alla diffusione del vaiolo fra gli indiani della Nuova Francia, promossa nel 1760 dal generale Jeffrey Armherst distribuendo le coperte infettate dei lazzaretti, ai pudding all'arsenico offerti dai coloni australiani agli ignari aborigeni». Dovefinisconolemappe ha il fascino dell'atlante che improvvisamente ci arriva in mano da bambini, quando, da soli, si capisce che le linee azzurre sono i corsi d'acqua, che le pozze azzurre sono laghi o bacini che l'azzurro intorno al verde al marrone o al bianco, è il mare, che la grandezza dei pallini neri è indice della grandezza di una città. Improvvisamente e da soli si capisce come leggere una mappa, come orientarsi. E il perché questo accade, si intuisce nel libro di Brilli. Le carte non sono state disegnate da un uomo solo a un certo punto della nostra storia di specie, ma sono cresciute, cambiate, si sono specializzate ed evolute con l'uomo stesso fino ad arrivare a quella sintesi simbolica che, come o più della matematica, è universale, comprensibile da tutti, a qualsiasi latitudine. «Proiettato verso nuovi orizzonti, assetato di terre vergini e desideroso di incontrare altri popoli, il viaggiatore europeo, che con le sue esplorazioni inaugura l'età moderna, è latore di una scienza nuova, empirica, giudicante, tecnicamente attrezzata e fatalmente portata a imporsi sulle culture dei nuovi mondi che va scoprendo per terra e per mare». JavierMarías azonzoperVenezia MICHELEDE MIERI CULTURE ÈPRIMADI TUTTOUN LIBRO,UN CATALOGO, PERDUETIPICERTIDICOLLEZIONISTI: ILPRIMOÈQUELLOCHESEGUEil rapporto fecondo tra artisti e scrittori stranieri in relazione ad una città unica, città esperienza com'è Venezia; il secondo, più ristretto ma non meno ferreo, è quello dei lettori accaniti di Javier Marías, quel gruppo man mano più ampio che nel corso degli ultimi due decenni ha eletto, a ragione, l'autore di Un cuore cosi bianco e Domani nella battaglia pensa a me (solo per stare a due titoli imprenscindibili) a scrittore feticcio, a simbolo del potere della letteratura di escludere e di includere, stare con il suo mondo, col suo passo, oppure fuori di esso forse fino a detestarlo, a considerarlo un impostore: si esistono, poveretti, anche dei critici e dei lettori che possono avere di Marías un'opinione cosi negativa. Il piccolo libro da poco uscito dall'editore Mavida di Reggio Emilia si chiama Venezia,uninterno (corredato da 32 foto di Hervé Bordas, pp. 90, €25), è un cimento di ormai 24 anni fa, quando l'autore del futuro trittico spionistico speculativo, Il tuovolto domani, s'aggirava per la Serenissima per motivi privati e sentimentali. Sono 5 testi apparsi nell'agosto del 1988 per le pagine di El País, a cui si aggiunge un testo del 14 giugno del 2009, un ritorno ai luoghi che lo avevano visto giovane scrittore, guardato dall'autore ormai affermato e certo del suo percorso. Sono pagine che pedinano, in alcuni casi anche in maniera elementare, lo sguardo di un non veneziano, notazioni e descrizioni che danno conto dello straniamento che Venezia induce nel visitatore di lungo corso, colui che la vive, la abita intensamente per un lungo periodo, lasciandosi portare dalle sue vie più che cercare di dominarle, essere attraversato da Venezia più che attraversare la sua mappa. A Venezia Javier Marías scrisse buona parte di L'uomo sentimentale e di Tutteleanime, ora come sanno i suoi lettori più attenti, a tutta la sua opera non è estranea una certa atmosfera di sospensione, un clima da racconto di fantasmi, è poco importa se questi si svolgano a Oxford o in una Madrid delatinizzata e notturna, un clima che pare arrivare direttamente da certe serate consumate ascoltando il rumore dei passi sui selciati dei ponti veneziani o valutando la possibile biografia del dirimpettaio scorto alla finestra di fronte di un silenzioso campo lagunare. Guardare e passeggiare sono per esempio i due imperativi da flaneûr del pezzo «La passeggiata notturna», tempo e spazio si stimolano reciprocamente nelle riflessioni di Marías e tutto si fissa dentro ogni attento visitatore di Venezia ben oltre il senso archeologico, o quello ormai da parco tematico del Tempo della Serenissima, che sembra animare la scelta di venire a Venezia. Da Canaletto a Carlo Scarpa, un itinerario che Marías riesce a rendere non banale in poche pagine e se non siamo alla bellezza scolpita per sempre da Josif Brodskij in Fondamenta degli incurabili pure ci soddisfa questo piccolo Marías in attesa di divorarne l'ormai prossimo volume Einaudi, traduzione del recente spagnolo, Los enamoramientos. DOVE FINISCONO LEMAPPE.STORIE DIESPLORAZIONI ECONQUISTE AttilioBrilli pagine233 euro 16 IlMulino (2012) Altrimondi altrecarte Lemappecomestoria dellescopertegeografiche NelsaggiodiAttilioBrilli sicomprendecome iviaggidiesplorazionesiano statiunmodoperdefinire iconfinidei territori CHIARAVALERIO Un'anticaepreziosa mappadel mondo Unaraccoltadi scritti sullacittà lagunare dovel'autorehacompostoalcunedellesueopere U: giovedì 13 settembre 2012 19
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13/09/12

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