28 venerdì 14 settembre 2012
DOMANDAPRELIMINARE:COMESIGIUDICAUNDECENNIO? VOGLIO DIRE: DA UN PUNTO DI VISTA PERSONALE?STORICOEPOLITICO?CULTURALE?Per esempio, fossi stato adulto negli anni Trenta, pur standomene buono buono tra le orride adunate e gli alalà, probabilmente sarei dovuto andare in guerra (Spagna, Etiopia) restandoci (probabilmente) secco. Se sopravvivevo mi aspettavano, per via del cognome, rogne tremende con le infamità antisemite del '38. Quindi lasciamo perdere, meglio essere nati dopo. Più a largo raggio e storicamente, gli anni 30 stanno tra la crisi economica del '29 e lo scoppio della seconda guerra mondiale. In mezzo: nazismo, stalinismo, fascismo. Anche messa giù così, puro raccapriccio. Solo che poi la vita passa e chi se la ricorda più, dopo. Perde di concretezza, si dissolve il suo «corpo» e con esso le ferite, si estinguono i diretti testimoni, però ricomincia a scorrere densamente nei libri, riappare meravigliosamente nitida nei quadri, prende risonanze misteriose in una specie di memoria collettiva, di immaginazione potente e impersonale. La storia si reincarna (anche) in questa esistenza fantastica. Non finta, ma fantastica, che è tutta un'altra cosa. Quindi con un alto tasso di precisione ottica, mentale. Mode e voghe culturali nel corso del tempo hanno visto nei nostri «annitrenta» prima il massimo dello schifo e poi l'apoteosi del rigore e dello stile, con mostre, rivalutazioni e rivisitazioni che hanno coinvolto l'arte, l'architettura, il cinema di allora, la scena di un'Italia non ancora scempiata dai decenni democristiani, tra il vuoto e il nitore di piazze e edifici di progettisti razionalisti, interiors e oggetti di designer sobrissimi, bianchi ponti e Giò Ponti, Casabellae Domus, Canali Mussolini e Signori Max, Sabaudia e Littoria, con Quadriennali e Sindacali piene zeppe di artisti di prima grandezza e frequenti libri di Montale, Moravia, Ungaretti, Longhi, Cardarelli, Delfini, Cecchi, Landolfi, Savinio, Palazzeschi, Gadda... A paragone, decenni recenti non proprio all'altezza inducono a magnificare ulteriormente tutto un mondo di opere e varie genialità dimenticando fasci, gerarchi e balilla. Così si andrà a Firenze, per risentire quell'aria lì in occasione della grande mostra Anni Trenta, arti in Italia oltre il fascismo (Palazzo Strozzi, dal 22 settembre al 27 gennaio). I 96 dipinti, 17 sculture e 20 oggetti di design selezionati da Antonello Negri sono quasi tutti italiani. Di sicuro non lo è, per dire, il quadro di Adolf Ziegler, amatissimo da Hitler che infatti se lo teneva in salotto e che ora è per la prima volta qui: quattro spilungone nibelungiche impersonano i quattro elementi, terra, acqua, aria e fuoco. Piaceva soprattutto il fuoco (erano nazi!) e infatti il dipinto finì riprodotto su scatole di fiammiferi. Non che sia brutto, è che ti girano se pensi a pittori sommi e perseguitati come Kirchner, Beckmann, Schwitters, o Dix e Grosz (in mostra con acquerelli). Pittura e scultura italiane di quegli anni sono una meraviglia. Astrattismi superbi tutti rette, piani, cerchi di Melotti, Reggiani, Radice, melanconie sensuali e romane di Mafai e Scipione, intimi palpiti già gobettiani dei torinesi Menzio e Chessa, ebollizioni di Birolli e Guttuso, fosche mitografie di Cagli, Muri ai pittori! del numero uno Sironi, e una stanza liquida per il soldatino di De Pisis. E poi alte presenze attonite di Campigli, De Chirico, Savinio. Classicità primaria nei pescatori dipinti da Carrà e in uno (stupendamente scolpito e polimaterico) di Fontana. A questo punto della storia evolutiva (o involutiva) italiana contano più le città delle opinioni politiche. Con focalizzazioni su, che so, Torino o Firenze più che su fascisti e antifascisti? In quel contesto, ormai si sa, le linee non si poterono mai tirare proprio dritte. Però se la mostra si ferma idealmente a Roma (e in qualche modo si estende con Ilmodernoattraversol'antico:sculturaitalianadeglianniTrenta, al Museo Nazionale Romano fino al 6 gennaio, piazzato sulla linea M della plastica italiana: Martini, Marini, Manzù, Messina, Mirko) a Napoli l'Istituto per gli Studi Filosofici pubblica un documentatissimo libro di Federica De Rosa, IlsistemadelleartiaNapoli durante il ventennio fascista (pp. 347, euro 20) con steccati forse più netti: di qua i celebrati e i coccolati, di là i sovversivi. Ma allora, perché ci piacciono i Trenta? Forse perché siamo ammalati da evanescenze e tante virtualità, e invece quello era ancora il decennio dove il pensiero e l'intuizione diventavano forma, la narrazione romanzo, il project una casa o una piazza. C'è un che di solido che arriva da lì. E anche di semplice, di materialmente vero. Confusamente, sono questi i motivi che ci spingono verso le storie di Sandor Marai, Somerset Maugham, Irène Nèmirovsky. O di Simenon. Ci sediamo volentieri ai tavoli della Brasserie Dauphine con Maigret. Ci piace quella noia così fisicamente percepibile. A proposito, per denigrare (senza riuscirci!) il periodo, Moravia diceva che le serate a Roma si trascinavano al Caffé Aragno contando le macchine che passavano in via del Corso. E alle Giubbe Rosse, a Firenze, come si ammazzava il tempo? TENDENZE Ledueanime deglianni30 Ilfascinodiundecennio di raccapriccioestile UnagrandemostraaFirenzeracconteràdal22settembre l'ingegnooltre il fascismo. IntantoRomaespone lesculture diquelperiodoeunsaggiosiconcentrasullearti aNapoli ILNOSTROWEEKEND : ConRidleyScottsi torna indietronel futuro P.20 : Musica: rieccoiDeadCanDance P.21 : Il teatroèdonnaconCrescenzaGuarnieri P.22 : La memoriadascriverediEnglander P.23 : L'arte«illesa»aSassuolo P.24 U: MARCODICAPUA marco.dicapua@libero.it RenatoGuttuso, «Amici nello studio»(RitrattodiGuttuso, Franchina,Barbera), 1935 venerdì 14 settembre 2012 19
Montepremi 1.941.275,29 5+stella Nessun6 5.434.524,00 4+stella 32.566,00 Nessun5+1 - 3+stella 1.786,00 Vinconoconpunti5 41.598,76 2+stella 100,00 Vinconoconpunti4 325,66 1+stella 10,00 Vinconoconpunti3 17,86 0+stella 5,00 Nazionale 26 37 56 61 48 Bari 3 9 15 84 34 Cagliari 66 57 82 65 84 Firenze 61 15 16 55 56 Genova 86 23 69 2 11 Milano 83 10 49 53 43 Napoli 5 64 50 83 43 Palermo 41 90 39 44 43 Roma 11 25 86 10 24 Torino 5 43 22 39 79 Venezia 49 79 59 55 61 LOTTO 10eLotto 3 5 9 10 11 15 23 25 41 4349 57 61 64 66 79 82 83 86 90 InumeridelSuperenalotto Jolly SuperStar 12 26 27 46 65 77 15 50 MASSIMILIANOAMATO NAPOLI Il campionatodell'integrazione.Daoggi a domenica l'Acqua Acetosa di Romaospita le finali nazionalidella WindIntegration Cupe il convegno“losport come incontro dicomunità”. LaWindIntegration Cup, in collaborazionecon la Uisp,èun torneo dicalcio a5al quale,provenienti daben30 etnie differenti, partecipanoformazioni composteal 60%da giocatorimigranti. Tra giugnoe lugliosi sono giocate le fase localidel “campionatodell'integrazione”. Queste le8 squadre finaliste: “Il Sogno”daFirenze (giocatori daAlbania, Costad'Avorio,Ghana, Italia, Marocco ePakistan); “Olympic Maghreb”daGenova (Italia,Maghreb, Senegal); “AmelioConvey Italia SanRomano”da Milano(Brasile, CapoVerde, Italia); “CostaD'avorio” daParma(Costa d'Avorio e Italia); “Marocco”daReggioCalabria (Marocco, Moldavia); “D'.K.Che”da Roma(Ecuador, Italia, Perù); “Colombia”daTorino(Colombia); “Nigeria 1”da Udine(Nigeria). SPORT DOPO LA PAUSA PER LE NAZIONALI, A MERCATO CHIUSO,AROSEFATTE,FINALMENTEDOMANIÈDINUOVOSERIEA.Due le giornate giocate finora, l'ultima l'ormai lontanissimo 2 settembre, se ne conteranno cinque fino alla prossima interruzione. In questa tranche il campionato dirà sicuramente molte delle sue verità. Domani si giocano due anticipi, Palermo-Cagliari alle 18 e Milan-Atalanta alle 20.45. Tra le quattro solo il Milan ha ottenuto più di un punto nelle prime due giornate. Il Palermo è al palo, Cagliari e Atalanta hanno pareggiato tra loro due settimane fa al termine di una partita incredibile. I rosanero, schiantati da Napoli e Lazio, sei gol incassati, pessimismo generale ai massimi livelli, hanno un solo risultato per proseguire a lavorare senza scossoni. Sannino si gioca parecchio contro il Cagliari, ma anche Ficcadenti ha all'incirca le stesse urgenze. Il capitano rosanero Miccoli in settimana ha parlato di «salvezza, da raggiungere il prima possibile». Poche e modeste per i siciliani le alternative in difesa, dove i disastrosi Von Bergen, Cetto e Muñoz si giocano un posto, e davanti, con Brienza ancora out. Piuttosto collaudato il Cagliari, cui il mercato estivo ha portato poco. Il pareggio casalingo con l'Atalanta però, con i due rigori sprecati in otto minuti da Larrivey e Conti, ha alimentato malumori. Pinilla torna da ex al Barbera. È uno snodo fondamentale per entrambe. Anche il Milan, nonostante la vittoria di Bologna, è in cerca di conferme, in attesa dell'esordio in Champions, martedì contro l'Anderlecht. Ai rossoneri tocca un compito particolare, violare San Siro: in questo inizio di stagione, tra coppe e campionato, le due milanesi hanno sempre perso sul terreno amico. Pare tornata la pace tra Galliani e Allegri, ma il tecnico è sulla graticola da inizio stagione. Giocherà Pazzini, in coppia con El Shaarawy, Bojan in panca, in difesa Acerbi e Bonera sono un muro ancora troppo morbido, contro il quale Colantuono scaricherà le sue munizioni, Denis e Moralez, con l'interessante De Luca possibile innesto a partita in corso. Il meglio del menu di giornata è domenica, a Marassi. Genoa-Juventus, col suo carico di storia, mette di fronte due squadre in un buon momento. L'ex Immobile affronta la Signora per la prima volta, Conte potrebbe far riposare Giovinco in vista della battaglia di Stamford Bridge di mercoledì contro i campioni d'Europa del Chelsea. Matri-Vucinic al centro del 3-5-2, con l'obiettivo, non semplice, di allungare oltre 41 la striscia senza sconfitte dei bianconeri in serie A. Non impossibili gli impegni delle alte due capoliste: il Napoli ospita il Parma, la Lazio affronta in trasferta il Chievo nel primo lunch-match della stagione. Il San Paolo è stato completamente rizollato, per gli azzurri sarà più facile metterla sul piano della tecnica e avere ragione di una squadra ancora alla ricerca della sua identità. Al Bentegodi Petkovic potrebbe lanciare il centrale Ciani. Contro Atalanta e Palermo la Lazio ha stupito per velocità, movimento, capacità di andare alla conclusione con uomini diversi: difficile scovare in Italia una squadra più tecnica. C'è fibrillazione a Roma per il match dell'Olimpico tra giallorossi e Bologna. Totti è probabilmente out a causa di una contusione alla caviglia destra, De Rossi è sicuramente fuori. Però Zeman - protagonista dell'ennesima polemica, stavolta contro Abete e la Figc «nemici del calcio» ha molta scelta e un Destro gasatissimo dopo il gol in nazionale. Pioli ha sempre perso nelle prime due uscite: sembra tutto scontato. L'Inter gioca a Torino nel posticipo domenicale e non avrà vita facile contro i granata, imbattuti finora e molto convincenti nonostante i mugugni della piazza e un mercato non stellare. Stramaccioni sceglierà in extremis il compagno di reparto di Milito, Palacio è favorito su Cassano. Ventura butta nella mischia dal primo minuto Alessio Cerci, esterno nell'ardito 4-2-4. Incroci interessanti a Firenze, dove Montella da ex affronta il Catania, e A Siena, con Cosmi, ultimo a -5, che chiede strada alla brutta Udinese di questo inizio di stagione, falcidiata dagli infortuni - Muriel fuori tre mesi - e col morale ancora bassissimo dopo l'eliminazione dalla Champions e la dura sconfitta interna contro la Juventus. Stroppa si gioca il posto all'Adriatico contro la Sampdoria e contro Ferrara, sei punti su sei per l'ex juventino in questo splendido avvio di campionato. Lichsteinersi congratulacon Giovincodopo il secondo goldel fantasista inUdinese-Juve1-4 FOTO ANSA COMUNQUE VADA, SARÀ UN SUCCESSO. GIOVE PLUVIO (CHE GIÀ SI È MESSO DI TRAVERSO DURANTE L'AMERICA'S CUP) PERMETTENDO.Dalla grande vela al grande tennis, il “lungomare liberato” torna sotto i riflettori e, con enfasi tutta partenopea, si grida, cinque mesi dopo la Louis Vitton Cup, a un nuovo miracolo. Nella capitale delle esagerazioni, il match di Coppa Davis tra Italia e Cile, in programma da stamattina e fino a domenica, ha già acquistato un significato che va parecchio al di là dell'evento agonistico vero e proprio. Toccherà agli azzurri, capitanati in campo da Andreas Seppi e guidati da fuori da Corrado Barazzutti, riportare le cose nella loro esatta dimensione. Magari, regalando all'Italia una bella vittoria e la permanenza nel World Group. I precedenti in Campania sono incoraggianti, ma fino a un certo punto: tre vittorie (con Monaco nel 1939, la Repubblica Ceca nel 1995 e Lussemburgo nel 2006), ma anche due sconfitte (col Brasile nel 1967 e la Spagna nel 2005), a testimonianza che puoi anche ingraziarti San Gennaro, ma poi in campo devi tirare fuori il massimo se vuoi evitare brutte figure. È per questo che Corrado Barrazzutti, che 36 anni fa l'insalatiera la vinse sul campo in una Santiago del Cile sconvolta dal golpe militare, non ha lasciato nulla al caso. Ha convocato quanto di meglio (o di meno peggio) offre il panorama nazionale. Fiducia, quindi, a Seppi e a Fabio Fognini nel singolare, nel doppio spazio alla coppia Simone Bolelli-Daniele Bracciali. Tramontati gli astri Rios, Gonzalez e Massu, il Cile appare tutt'altro che irresistibile. Il numero uno della squadra di Davis, Paul Capdeville, fa molta fatica a restare nella top 150 delle classifiche mondiali, il suo compagno di singolare, Guillermo Hormazabal, è alla sua terza convocazione in nazionale (con pessimi precedenti: due sconfitte su due), nonostante la non più giovanissima età. Qualche sorpresa potrebbe arrivare dal doppio e dall'eventuale impiego di Christian Garin, un sedicenne molto promettente. Anche se non sarà esattamente una passeggiata di salute, i presupposti per una vittoria italiana, insomma, non mancano del tutto. Anche se Barazzutti, scaramantico manco fosse nato in riva al Golfo, si è guardato bene dal lanciarsi in pronostici avventati. Gli azzurri contano ovviamente sul calore degli appassionati napoletani, che già ieri si sono riversati in massa nel Villaggio del Tennis sul lungomare. L'Arena del Mare, allestita nel tempo record di un mese, sarà esaurita nei tre giorni di gara: letteralmente andati a ruba tutti i biglietti disponibili. Quattromila posti, che saranno smontati subito dopo l'evento, la struttura è il fiore all'occhiello del Tennis Club Napoli, una dei più antichi e prestigiosi sodalizi sportivi cittadini. Si comincia stamattina alle 11.15 con il match Seppi- Hormazabal, a seguire l'altro singolare Fognini-Capdeville. Domani, dalle 13.30, in programma il doppio Bolelli-Bracciali contro Capdeville-Aguilar. Domenica, gli ultimi due singolari, sempre a partire dalle 11.15. Daoggiadomenica aRomalefinalidel campionato dell'integrazione GIOVEDÌ 13 SETTEMBRE ... Inaugurato ieri sul lungomare“liberato” ilvillaggiodel tennis Biglietti introvabili Si riparte, tutti dietro alla Juve La A di nuovo in campo dopo lapausaper leNazionali Domani idueanticipi Palermo-Cagliarie Milan-Atalanta.Bianconeri in trasfertacontro ilGenoa Torino-Interè ilposticipo COSIMOCITO citocosimo@hotmail.com Dopol'America'sCup Napoli scopre la febbredaDavis Oggi Italia-CileSeppi eHormazabalaprono lospareggiosalvezza Tuttoesauritonella nuovaArenadelMare WINDINTEGRATION CUP ... Invetta laLaziocerca la terza vittoriaaVerona,mentre ilNapoliospita ilParma Montellacontro ilpassato U: venerdì 14 settembre 2012 27
WEEKENDARTE IL TERREMOTO CHE HA COLPITO MOLTE ZONE DELL'EMILIA INGENERE NON HAFATTO DANNI NEI CAPOLUOGHI, SE SI ECCETTUANO ALCUNI EDIFICI STORICI,tra cui l'antico Ospedale modenese che da tempo è sede delle preziose opere della Galleria Estense. Da qui l'eccellente idea della soprintendenza locale e delle altre istituzioni del territorio di trasferire una eletta selezione di dipinti, dodici per la precisione, nella dimora estiva degli Este, il Palazzo Ducale di Sassuolo. È una magnifica occasione per visitare questa costruzione, non per nulla classificata, come si faceva allora, tra le «delizie», luoghi di svago e di vacanza delle grandi dinastie. Avevano dato il buon esempio i Gonzaga col Palazzo Te di Mantova, ma, eretta un secolo dopo, la «delizia» di Sassuolo non è certo da meno. Bisogna ricordare qualche dato storico, nel 1598 il ramo principale degli Estensi si era estinto senza eredi legittimi, il che aveva dato il destro alla Chiesa, con la cosiddetta Devoluzione, di riprendersi Ferrara, da quel momento il ramo collaterale dell'illustre casato si era trincerato a Modena e Reggio Emilia, dove un volitivo Francesco I aveva voluto rinverdire gli antichi fasti disponendo che dal 1634 partisse la ricostruzione di un'antica dimora a Sassuolo, sulle orme del barocco romano, con affido dei lavori a Bartolomeo Avanzini, assunto dalla capitale, e a una squadra di decoratori e stuccatori locali. Ne è venuto un luogo d'incanto, soprattutto al piano nobile, da percorrere con rapimento, rivolgendo gli occhi affascinati su pareti e soffitti. E dunque non si poteva trovare una sede provvisoria più degna per i dodici «ospiti» di cui si è detto, concentrati a rifulgere in poco spazio. Si parte da un S. Antonio da Padova, opera sul finire del 400 del caposcuola ferrarese Cosmé Tura, che più che dipingere, sembrava intagliare nel legno ricavandone una tormentata orografia di muscoli facciali, di pieghe di stoffe accartocciate, dove del resto l'asprezza tagliente del legno risulta subito ammorbidita come da uno strato di cera, irrorato di luce lunare. Ne viene una sorta di enorme reliquia, da conservare in una teca quanto mai protetta, inviolabile. Già più umano è un CompiantosuCristomorente di Cima da Conegliano, siamo anche qui tra 400 e 500, ma l'artista ha ormai il presentimento che il destino dei Veneziani sia di scongelare le sacre immagini, di intenerirle con qualche incursione di cieli sereni, di tiepidi raggi solari. E così si naviga già verso la «maniera moderna», di cui è eccelso esempio una Madonna con il Bambino del Correggio, del momento decisivo quando il pittore emiliano raccoglie l'insegnamento di Raffaello e gareggia con lui nello stemperare le anatomie in un dolce e malinconico chiaroscuro. Ma la gloriosa «maniera moderna» non fa a tempo ad affermarsi, a Roma e a Venezia, che già viene contrastata e scavalcata dalle falcate e dagli ardimenti del Manierismo di cui, qui, è campione estremo un figlio della Laguna in rivolta contro Tiziano come il Tintoretto, pronto a gonfiare i corpi in eccesso, quasi a farli uscire dalle cornici che invano tentano di contenerli. GLISTRANIERI Poi, la tempesta manierista si placa e, in vista del 600, la maniera moderna riparte in pieno, merito dei Carracci, tra Ludovico e Annibale, di cui vengono dati due buoni campioni. E c'è pure un valido esempio di un loro allievo quale il Guercino, che esegue un tema biblico con fragore di chiaroscuri tempestosi, avendo accolto pure qualche tratto della rivoluzione caravaggesca. Compare anche questa attraverso due opere di un seguace del Merisi, il francese Nicolas Tournier, a dire il vero alquanto declinanti nello stereotipo dei frequentatori di osteria, Soldato con calice, Bevitore con fiasco. Ma a proclamare la piena validità del naturalismo del 600 compare poi uno dei suoi migliori rappresentanti, Diego Velàzquez, con un ritratto dedicato proprio al forte rilanciatore delle fortune degli Estensi, a Francesco I, che riesce nel suo intento di dialogare con i maggiori della terra, quali i sovrani di Spagna, e si fa ritrarre dal loro pittore di corte, in una posa piena di ardore temerario, con i baffi di conquista, quasi un Don Rodrigo manzoniano, ma del tutto riscattato da un basso stato ed elevato alla massima pompa concepibile in quegli anni. Chiude una decorosa natura morta di Cristoforo Munari, a ricordarci che anche questo genere compariva nell'albo d'oro del Grande Secolo. Diego Rodriguez de Silva y Velázquez «Ritratto di Francesco I d'Este» dalla Galleria Estense Capolavori in trasferta Dopoterremoto,aSassuolo 12 tele provenienti da Modena UNOSPITE ILLUSTRE LAGALLERIA ESTENSE ASASSUOLO Sassuolo,PalazzoDucale Finoall'11 novembre RENATO BARILLI «Lamacchina fotografica deveessere usataper registrare la vitae per rendere lavera sostanza, la quintessenzadelle cose insé, sia si trattidi acciaio lucidoo dicarnepalpitante». Sonoparole del grandemaestrodella fotografia (1886-1958),cheriflettono il suo ideale diuna resa perfetta dell'immagine.La retrospettiva riunisce 110 opere fotografiche, scattate dai primianni20 finoai 40. Lamostrasaràpoi ospitata al Ciacdi Foligno, dal 16/12al 17/2. Quantisono i«Warholiani»! LEALTRE MOSTRE L'11marzo 2011 il terremotoe lotsunami hannosignificato la devastazione umanae materialedella regione del Tohoku.Subitodopo lacatastrofeda ognipartedelPaese gli architetti hanno rispostoall'emergenza progettando alloggi temporaneie pianidi recupero. Lamostradocumentaquesto sforzo, in sintoniacon ilprogetto«Home-for-All», concui ilPadiglione del Giapponesi è aggiudicato il Leone d'OroallaBiennale diArchitettura ora incorsoa Venezia. IL GRANDETERREMOTO DELGIAPPONE ORIENTALE Acuradi Taro Igarashi Roma, Ist. GiapponesediCultura Dal20/09 al 24/10 EDWARD WESTON Acuradi FilippoMaggia Modena,ExOspedale Sant'Agostino Finoal9/12 – CatalogoSkira APROPOSITODI WARHOL 60ARTISTI,50 ANNI NewYork MetropolitanMuseum Dal 18settembre al31 dicembre Per la primavolta ilMetropolitan hadecisodi inaugurareuna mostra sull'influenzache Warholha esercitatosull'artecontemporaneaproponendo le operedi 60di artisti chehanno avuto in lui la loro musa ispiratrice. FLAVIAMATITTI «Misono ripromesso diadorare la natura, di lasciarmiemozionare dalla bellezza dellavitadivenendoun interprete dello splendoresotto leonde». Figlio d'arte, Akiyoshiha iniziato la sua originale attivitàdi fotografocirca 40 anni fa addentrandosi tra lebellezzenaturalidei fondalimarinia luivicini, nell'arcipelago diOkinawa nel suddel Giappone;poi ha esploratoaltri ecosistemimarini. In mostrasonoesposte48 opere(tra fotografiee lightboxes). AKIYOSHI ITO. SOGNI SOTT'ACQUA Firenze,Museo Alinari dellaFotografia Finoal 14/10 U: 24 venerdì 14 settembre 2012
«LEDONNEODIAVANOILJAZZENONSICAPISCEILMOTIVO»,CANTAVAPAOLOCONTEEAQUANTOPARENEPPUREALMINISTEROPERIBENIELEATTIVITÀCULTURALI LO AMANO TROPPO: nei finanziamenti dello Stato per la musica del 2012 infatti questo genere musicale, e in particolare i festival, ha subito notevoli tagli. E anche stavolta è difficile comprenderne le ragioni. Azzerati per esempio i finanziamenti a «Umbria Jazz Winter», una rassegna di riferimento per il jazz in Italia: costola della storica «Umbria Jazz» –oggi divenuta mainstream– ne rappresentava ancora lo spirito originario dedicato alla musica di maggiore qualità, dimostrando anche la capacità di innovarsi. Ma tutto il settore è colpito: oltre a «Umbria Jazz Winter» altri tre festival, «Jazz Expò» a Cagliari, «Angelica» a Bologna e «Una Striscia di Terra Feconda» a Roma, sono stati esclusi dai finanziamenti per vari motivi, come i vizi di forma nelle domande che la burocrazia nostrana è abilissima a trovare in certe situazioni. In particolare «Jazz Expò», con la sua forma disinvoltamente fieristica, si è distinta per una programmazione niente affatto scontata con un notevole riscontro di pubblico e di critica. Occorre anche considerare che pur centrate sul jazz queste iniziative davano spazio anche ad altre musiche non accademiche, come è il caso di «Angelica» e di «Una striscia di Terra». Altri infine si sono visti diminuire i fondi: è il caso di Roccella Jonica e «Berchidda» (-2000 euro, quasi uno sfregio vista la scarsa entità del taglio). A ciò si aggiunga che Roma, per decisione del Comune, perde anche il Festival di Villa Celimontana. Di questa acrimonia verso il jazz, per dirla con la canzone di Paolo Conte, «Non si capisce il motivo»: dei 45 Festival finanziati dallo Stato 9 erano dedicati al jazz –ora ne sono rimasti 4– e forse andavano stimolati più che puniti. Inoltre nel triennio 2009 - 2011 le politiche economiche del governo Berlusconi avevano diminuito i finanziamenti per le attività culturali, il Fondo Unico per lo Spettacolo (Fus): dunque era comprensibile che si raschiasse il fondo del barile. Nel 2012 invece il Fus è aumentato, anche se di pochissimo, così il colpo di forbice alle rassegne jazz si comprende poco. Infine, e questo è il dato più bizzarro, questi tagli un po' inconsulti ammontano ad appena 70/80 mila euro: un risparmio ridicolo perfino per un municipio di periferia di una grande città. Peraltro proprio l'esiguità della cifra mostra in modo inequivocabile che siamo di fronte a rassegne tutt'altro che spendaccione, ma portate avanti dai loro organizzatori non certo per fare lauti guadagni, ma con ogni probabilità per profonda convinzione. Naturalmente il jazz in Italia non morirà per questo e anzi i motivi di crisi per questo come per altri generi musicali sono diversi, e in molte rassegne che adottano la programmazione pot-pourri il concerto di jazz non manca mai. Tuttavia per i festival jazz italiani è un brutto colpo, e anche inspiegabile, forse uno dei «2000 enigmi del jazz» di cui canta Paolo Conte. RENATO PALLAVICINI ROMA SUTUTTOETUTTI ILSUOSORRISO,BELLO.TIACCOGLIEE TI SEGUE NELLE FOTO CHE SCORRONO SULLO SCHERMO APPESO IN QUEL CIRCO ECLETTICO CHE È L'ACQUARIO ROMANO, SEDE DELLA CASA DELL'ARCHITETTURA. Lì, l'altra sera, si è ricordato Renato Nicolini con un affollato - di presenze e d'interventi - reading per l'architetto e celebre assessore alla Cultura di Roma. «Mio padre era una rockstar» era il titolo scelto dal figlio Simone per definire un padre le cui idee sono diventate luce, musica, spettacolo, gioia per molti, per folle, per la città di Roma. E poi sono andate in tournée per il mondo. Introdotti da Alfonso Giancotti, presidente della Casa dell'Architettura (organizzatrice della serata, assieme a Prospettive Edizioni e all'Ordine degli Architetti di Roma e provincia) hanno provato in tanti (una trentina) a «definire» Nicolini, ciascuno dal suo angolo, traguardando con sensibilità diverse, perfino opposte, un protagonista complesso, non riducibile a una dimensione e, tanto meno, a quella categoria dell'effimero appiccicatagli come un'etichetta. Onesto, autonomo, calmo, ironico, eclettico, inclusivo, umanista, scapigliato, vitalista, impavido, moderno, postmoderno... il taccuino si riempie di aggettivi che dovrebbero fissare Renato e non ci riescono. Meglio lo fanno, le sue parole, lette (in effetti a rispettare l'invito al reading, cioé a leggere suoi scritti sono stati in pochi, avendo preferito, i più, il ricordo personale e anche qualche elucubrazione di troppo), quasi declamate nell'appassionato intervento di Marilù Prati, attrice e compagna di Nicolini, che ha scandito i passaggi più importanti dell'introduzione di Nicolini stesso al suo libro Estate Romana: quasi una filippica in difesa di una cultura distante, anzi avversa, alla dominante idea mercatistica di valorizzazione; cultura, invece, come acqua, bene comune prezioso e al tempo stesso senza valore. La persona e le sue idee, ma anche la sua formazione, il suo essere profondamente architetto, capace di guardare e leggere la città, propugnando il «meraviglioso urbano», costruendo un immaginario di Roma, dei Fori, del Colosseo, di Massenzio che convive e si esalta, magari con l'aiuto del Napoléondi Abel Gance, forse l'evento e la cifra distintiva dell'Estate nicoliniana. Architetto per scelta, agli inizi sofferta, con un padre che lo ammoniva: «l'architetto fa poesia, l'ingegnere guadagna». E lui, poesia, la fece davvero, in quel «rischioso» appuntamento che fu il Festival di Castelporziano. E fece architettura, mettendo in moto la città, scollando le aderenze malsane di un ruinismo, neanche più romantico ma soltanto incistato. Leggendo una delle sue «cartoline» (brevissime riflessioni e interventi, apparsi in rete e ora raccolti in un libro) Luigi Prestinenza Puglisi ha citato questa frase: «pensare di meno a che cosa dire, e dire di più a che cosa si pensa». Renato Nicolini, architetto, quello che pensava lo ha, soprattutto, fatto. CULTURE BOBDYLANrisponde ai critici in un'intervista a Rolling Stone (che verrà pubblicata oggi) difendendosi dalle accuse di plagio ricevute dai critici dei suoi lavori chiamandoli «femminucce che si lamentano». Dylan sostiene che nel folk e nel jazz citare un altro autore «fa parte di una tradizione ricca e che arricchisce. Ma questo vale per tutti, ma non per me». Sul poeta del 1800 Henry Timrod, dai cui versi Bob Dylan ha attinto e per questo è stato criticato, Dylan ha detto: «Avevate mai sentito parlare di lui? Qualcuno ultimamente lo aveva letto? E chi lo ha portato a essere conosciuto? Se pensate che sia così facile citarlo e questo possa aiutare il vostro lavoro, fatelo e vediamo cosa riuscite a ottenere». LUCADELFRA ROMA Unreadingper l'architetto I ricordidi tantiamici ... IlFondoper lospettacolo nel2012è leggermente aumentato,quindi nonsicapisconoi tagli SI CHIAMA «I SESTANTI» LANUOVACOLLANADI SAGGISTICADELLA RIZZOLI,CURATA DAPAOLOMIELI,CHEDECOLLA ALL'INSEGNADELLA «GODIBILITÀ». Saggistica di taglio medio-alto, con una qualità di scrittura tale da potersi rivolgere a una fascia più larga dei duemila lettori cui, in genere, si rivolge la non-fiction colta in Italia. Il primo titolo, presentato al Festivaletteratura, Il manoscritto in cui Stephen Grenblatt ricostruisce il ritrovamento del De rerum natura di Lucrezio a opera di Poggio Bracciolini; seguiranno Dolce vita di Stephen Gundle, sul caso Montesi, L'anima di Leonardo di Fritjof Capra e La seconda guerra mondiale di Anthony Beevor. Cosa c'è da notare? Il predominio di firme anglosassoni, da un lato, e il predominio di «misteri italiani», dall'altro. Accoppiata vincente: pensiamo a Dan Brown e al suo Codice… Il motivo non è così oscuro: gli anglosassoni hanno una tradizione di saggistica affabile, anche quando di taglio accademico; e, quanto a noi, abbiamo come Paese il brevetto nel campo del mistero, il segreto, la dietrologia. La cosa strana è che quasi nessun editore, in Italia, abbia pensato di sfruttare in proprio, con firme nostrane, il filone dei Da Vinci, Caravaggio & C. che tanta materia offre – e vendite planetarie - a chi vuol imbandire saggistica e romanzi di effetto. Fatta salva Newton Compton, col suo «misteriologo» italiano, Francesco Fioretti, medievista da due anni al lavoro sui «segreti» di Dante e Caravaggio in forma romanzesca. E fatta salva la stessa Rizzoli che, con I misteri d'Italia (dopo quelli del Vaticano e di Roma) di Corrado Augias, è ora in top ten. Ma insomma, col bendidio che abbiamo, i Borgia e la papessa Giovanna, carbonerie e massonerie, non sarebbe ora di combattere lo spread anche qui, fabbricando collane formato esportazione? Imisteri li abbiamo Eun Dan Brown? LAFABBRICA DEI LIBRI MARIASERENA PALIERI Dylanplagiatore? «Tradizionedel folk» Ilministero odia il jazz... Azzerati i fondia4festival sforbiciateper tuttiglialtri Pagapegno, fra lealtre, la rassegna invernaleumbra diventataormaiunavetrinadi riferimento PenalizzateancheRoma,Bolognae l'ExpodiCagliari RenatoNicoliniLesue ideesonodiventate luce,musica, spettacolo,gioiapermolti,per lacittàdiRoma Renato Nicolini Unapassata edizionedel festival «UmbriaJazzWinter» U: 26 venerdì 14 settembre 2012
A.C. ROMA L'INTERVISTA «Visto che la lira non si può più svalutare, evidentemente il presidente Monti ritiene che la soluzione alla nostra crisi di competitività sia svalutare il lavoro...». Pierre Carniti, ex segretario generale della Cisl negli anni Ottanta, non è più di tanti stupito delle affermazioni del premier Monti a proposito dello statuto dei lavoratori come freno alla creazione di nuovi posti. «Nel 1992 la lira fu svalutata del 30%, e dunque lui, ma non è il solo, pensa che la soluzione per acquisire competitività sui mercati sia far lavorare di più gli italiani e pagarli meno. A me pare solo un'illusione, credo che con queste ricette non si potrà far altro che aggravare il clima sociale che è già drammatico». Comemaiilpremiertirafuoridalcassettoqueste valutazioni? «A me pare che, anche in buona fede, lui non veda altre strade, visto che per ora la lotta all'evasione stenta a dare frutti. Il vero problema è che non vedo nel dibattito politico e culturale ricette alternative di politica economica. Per questo le tesi di Monti assumono un qualche fondamento, un'apparente razionalità. Dalla crisi del ‘29 si uscì con una modifica radicale delle concezioni precedenti, grazie alle dottrine di Keynes. Oggi non c'è nulla di tutto questo». LericettediMontisipossonodefinireliberiste? «Lo definirei più che altro un economista neoclassico, un liberista non fanatico che si sforza di avere il senso della misura. E tuttavia, con i liberisti più aggressivi, condivide l'idea che il mercato si autoregoli, che vi siano delle leggi di natura. Eppure, se siamo finiti in questa situazione, la ragione è che per anni sono state consentite delle scorribande alla speculazione». RischiamodirincorrerelaCinasulterrenodel costodel lavoro? «Più che una rincorsa mi pare una camminata... diciamo che quella di comprimere il costo del lavoro appare a chi governa come l'idea più “a buon mercato”. Certo più semplice da realizzare che investire in ricerca e innovazione...». Vede una sintonia tra le tesi di Monti e quellediMarchionne? «In realtà la battuta più azzeccata, quando Monti parlò poche settimane fa di una luce in fondo al tunnel della crisi, la fece proprio Marchionne: è la luce del treno che ci sta arrivando addosso... L'obiettivo della Fiat, come dimostrano gli annunci di voler rivedere al ribasso il piano “Fabbrica Italia”, è quello di ridimensionare la produzione in Italia, dunque chiudere uno o due stabilimenti. Ma la Fiat è solo la punta dell'iceberg: al ministero dello Sviluppo ci sono 150 situazioni di crisi aperte di grandi aziende. In questo autunno rischiamo di perdere decine di migliaia di posti di lavoro, e non c'è coscienza del dramma. E neppure i rimedi. Non dico le grandi strategie, ma neanche un piano di “pronto soccorso”». Qualèl'errorepiùgravechevienecommessodalgoverno? «In una congiuntura recessiva grave come questa, le politiche deflazioniste possono solo peggiorare la situazione, è come togliere sangue a un anemico. Lo stesso Monti ha ammesso che la recessione è peggiorata. Eppure finora si sono adottate solo misure di questo tipo: contratti non rinnovati e interventi come quelli sul mercato del lavoro, dal contenuto puramente simbolico. L'articolo 18 è stato modificato, ben sapendo che avrebbe toccato solo poche decine di casi l'anno. Più che una riforma, è stata una strizzata d'occhio all'establishment italiano e internazionale, nell'illusione, come disse il ministro Fornero, che questo avrebbe attratto investitori stranieri. I risultati li vediamo con il caso Alcoa». Quale può essere una soluzione di “prontosoccorso” adeguata? «Se avessi una responsabilità politica, bloccherei subito alcuni investimenti come la Torino- Lione, le missioni internazionali e l'acquisto di 35 aerei militari. Non per ragioni ideologiche, ma perchè non ci sono i soldi. La priorità è utilizzare questi fondi per un piano di lavori diffusi per la messa in sicurezza delle scuole e per sbloccare i pagamenti alle imprese da parte della PA. Si tratterebbe di sforzi minimi per tentare di invertire la congiuntura, eppure non vengono fatti...». Mario Monti lancia una provocazione sullo Statuto dei lavoratori. «Alcune disposizioni dello Statuto ispirate ad un intento nobile di difendere i lavoratori hanno determinato un'insufficiente creazione di posti di lavoro», ha spiegato ieri intervenendo a un convegno all'Università di Roma Tre. Il premier non entra nel merito delle disposizioni che avrebbero nuociuto alla crescita dell'occupazione. Lascia cadere la frase in mezzo a un discorso più ampio, in cui sfida chi parla di «governo dei banchieri». «Inviterei coloro che coltivano questa suggestiva caccia alle streghe a guardare in faccia i provvedimenti presi», attacca il Prof. Poi ribadisce che «se non fossimo passati all'euro i prezzi di beni e servizi in Italia sarebbero più alti di quelli che sono», ammette gli «alti prezzi» che il risanamento ha imposto al Paese e spiega di non aver mai voluto essere un «tecnico d'area» perché «il prestigio a 360 gradi si conquista se si è fuori dalla politica». E tuttavia è quella breve frase sullo Statuto dei lavoratori che accende la polemica. Dura la reazione di Susanna Camusso: «Penso che sia la dimostrazione che questo governo non ha idea su cosa fare per lo sviluppo e la crescita». «Pare che il governo abbia esaurito qualunque spinta propulsiva», attacca la leader Cgil. «La battuta sullo statuto è la ripetizione di un film che abbiamo già visto». Netta anche la reazione del Pd. Per Rosy Bindi lo statuto è una «grande conquista di civiltà», e semmai bisogna concentrarsi sulle «politiche industriali» per creare posti di lavoro. «La priorità dell'esecutivo non è promuovere discutibili interpretazioni della storia» spiega la presidente dei democratici. «Lo Statuto resta un patrimonio democratico della nazione, espressione di un Se non è un addio, poco ci manca. Fiat è pronta a chiudere uno o più stabilimenti in Italia, con Cassino primo indiziato. E a confermare la gravità della situazione ci sono le prese di posizione allarmate dei sindacati che hanno appoggiato in tutto e per tutto la strategia di Marchionne. Un comunicato inusuale, per mettere le mani avanti. Preparare il terreno in vista dell'annuncio ufficiale, previsto per il 30 ottobre. A metà pomeriggio il Lingotto fa uscire una nota dal titolo “Precisazione della Fiat”. Non c'è una ragione particolare, solo rispondere «alle dichiarazioni» fatte «nei giorni scorsi» da «esponenti del mondo politico e sindacale». E anche questa è una prima volta: mai Torino aveva risposto alle prese di posizione più dure dei vari Camusso, Landini, Bersani, Vendola. Il comunicato puntuto ribadisce un “fatto”: fin dal «27 ottobre 2011» la stessa Fiat ha comunicato che il «piano Fabbrica Italia» era stato messo in soffitta («non avrebbe più utilizzato la dizione») perché non era «un impegno». Il perché del frettoloso pensionamento del piano lanciato in pompa magna ad aprile 2010 che prevedeva 20 miliardi di investimenti (di cui solo 700 milioni sono stati avviati a Pomigliano) è presto detto: «il mercato dell'auto in Europa è entrato in una grave crisi e quello italiano è crollato ai livelli degli anni ‘70». La ratio di Marchionne è: «gli investimenti» vanno «adeguati all'andamento dei mercati». Ai più distratti, poi, si ricorda un passo del comunicato del primo agosto, a seguito dell'ultimo incontro con i sindacati firmatari, in cui si annuncia come «informazioni sul piano prodotti/stabilimenti saranno comunicate in occasione della presentazione dei risultati del terzo trimestre 2012», il 30 ottobre, appunto. L'ultimo paragrafo è il più denso di segnali sul sempre più probabile addio. Si ricorda come «Fiat con Chrysler è oggi una multinazionale» ed «ha il diritto e il dovere di compiere scelte industriali in modo razionale e in piena autonomia». E la «razionalità» per Marchionne è spingere sull'America e lasciare l'Europa, dove il mercato «non tira». Forse consci di essere stati troppo diretti, l'ultimo paragrafo non manca di fare un (piccolo) accenno alle radici italiane di una azienda che si chiama sempre Fabbrica Italiana Automobili Torino: gestiremo «questa libertà» «per non compromettere il proprio futuro, senza dimenticare l'importanza dell'Italia e dell'Europa», in rigoroso ordine di importanza. Dunque, spiega il Lingotto, noi non parleremo più fino al 30 ottobre, quando Sergio Marchionne annuncerà al mondo e all'Italia le sue decisioni. Il «grande capo», come lo chiamano anche al Lingotto, l'altro giorno era a Las Vegas dove ha esaltato «i 66 nuovi modelli Chrysler». Un numero impressionante che stride se confrontato con l'unico nuovo modello di Fiat: la 500L, peraltro costruita in Serbia. ANCHEFIM E UILMPREOCCUPATE Tra le reazioni, come successe per quelle di un mese fa all'annuncio della nuova cassa integrazione a Pomigliano, a colpire di più sono quelle di Uilm e Fim-Cisl. Se quella volta arrivò la svolta-presa d'atto che «solo producendo un altro modello oltre alla Panda, sarebbe potuti tornare al lavoro tutti gli ex dipendenti», ieri sono arrivate dichiarazioni allarmate: «Non bisogna praticare scelte strutturali che pregiudichino il progetto della produzione automobilistica italiana», si limita a dichiarare il segretario generale della Uilm Rocco Palombella. «Le difficoltà di mercato non possono pregiudicare il piano d'investimenti - spiega il segretario nazionale della Fim Cisl, Ferdinando Ulinao - è necessario che anche il governo faccia la propria parte a sostegno e difesa delle aziende che investono nel nostro Paese». «A noi interessa il mantenimento dei posti in Italia», spiega Antonio D'Anolfo (Ugl). Per chi, come la Fiom, da anni denuncia la situazione, il comunicato di ieri è una conferma: «Siamo di fronte a un problema molto serio - attacca Maurizio Landini - . Non aver fatto gli investimenti ha determinato che Fiat venda meno di altri perché non ha nuovi modelli e c'è il rischio che in Italia un sistema industriale dell'auto, non solo Fiat e componentistica, salti. Governo e politica devono evitare che il sistema industriale imploda e si perdano nuovi posti». Dal Pd è il responsabile Economia Stefano Fassina a commentare: «Il comunicato di Fiat è molto preoccupante e porta a chiedersi se il programma Fabbrica Italia sia mai esistito». «Montipensache lasoluzioneperacquisire competitivitàsia far lavoraredipiùgli italiani epagarlimeno.LaFiat? Puntaatagliare l'Italia» L'ITALIAELACRISI Operai della Fiat di Termini Imerese FOTO ANSA Monti contro lo Statuto Secondo il premier «alcune disposizioni danneggiano la creazione di posti di lavoro». Poi Palazzo Chigi precisa: stesse tesi sostenute nell'85 Il Pd: quelle norme sono una conquista di civiltà ANDREACARUGATI ROMA Marchionne: Fabbrica Italia non è un impegno, non c'è più M.FR. Twitter@MassimoFranchi PierreCarniti «Così il premier svaluta il lavoro» Il presidente del Consiglio Mario Monti FOTO ANSA «Gestiremo le scelte in modo responsabile» Sindacati allarmati Il 30 ottobre la decisione 2 venerdì 14 settembre 2012
Continua il viaggio di Unitalia che oggi arriva a Milano ospite della Festa democratica metropolitana al Carroponte di Sesto San Giovanni (appuntamento alle ore 21.30). Questa a volta, al centro del dibattito, il tema «Corruzione, legalità e diritti», argomento centrale nel dibattito politico e istituzionale di questi giorni. Ne discuteranno Antonio Ingroia e Giovanni Pellegrino. A guidare il confronto il direttore de l'Unità Claudio Sardo e quello di Left Giommaria Monti, la rivista che ogni sabato trovate allegata al nostro quotidiano e con cui abbiamo stabilito, già da tempo, un percorso di idee e collaborazione in comune L'incontro sarà visibile sul nostro sito, unita.it, in streaming a partire dalle 21. Con questo dibattito continuano le iniziative di Unitalia, all'interno delle feste democratiche, che hanno già raccolto una forte partecipazione di pubblico. Il 31 agosto abbiamo trattato il tema del lavoro a Piombino con Stefano Fassina, Susanna Camusso e Vincenzo Boccia. A Pisa, lo scorso 6 settembre, abbiamo discusso di un tema scottante per migliaia e migliaia di giovani: «Come fermare il sapere in fuga». Con Sardo e Monti sono intervenuti Francesco Profumo, ministro dell'Istruzione, Università e Ricerca e Paolo Valente, fisico, rappresentante nazionale ricercatori Infn. Una fuga che si paga anche in termini economici, quella dei nostri migliori cervelli. E se il calcolo non è facile, il danno prodotto da questa emorragia negli ultimi 20 anni è stato stimato in 4 miliardi di euro, una cifra pari all'ultima finanziaria. Un argomento scottante in un Paese che ha un tasso di disoccupazione giovanile altissimo e dove le migliori forze, il futuro della nostra Italia, sono costrette a guardare, cercare altrove. Con una perdita di intelligenze che ormai non riguarda più soltanto i ricercatori, ma anche gli studenti. Infine, l'8 settembre a Bologna, è stata la volta dell «Costo della politica», dibattito alla presenza di Antonio Misiani, deputato e tesoriere Pd e Mario Staderini, segretario Radicali italiani «Il Pd è alternativo alla destra». Dovrebbe essere un'osservazione scontata, ma evidentemente così non è se Matteo Renzi si è candidato a guidare il Paese strizzando l'occhio ai delusi dal centrodestra e da Berlusconi. Ieri Pier Luigi Bersani è stato praticamente tutta la giornata chiuso al terzo piano della sede de Pd ad ascoltare le relazioni di un centinaio di economisti chiamati a raccolta da tutt'Italia (o collegati via Skype da Washington e altri paesi stranieri). Dieci ore a parlare della crisi e a definire i pilastri della proposta di politica economica con cui il Pd si candiderà a governare. In estrema sintesi, il messaggio consegnato dagli economisti nell'incontro a porte chiuse è che bisognerà puntare su crescita e sviluppo e contribuire a cambiare rotta nell'area Euro per spezzare la spirale tra austerità, recessione e aumento del debito pubblico. Una discussione che ha fatto emergere, qualora ce ne fosse bisogno, il fallimento delle politiche neoliberiste e la necessità di mettere in campo un modello alternativo a quello perseguito dalla destra a livello nazionale e non solo. Così, anche se ieri Bersani ha evitato qualunque commento circa la prima uscita di Renzi col camper («questo è il suo giorno») anche la discussione sulle politiche economiche è servita al leader Pd per ribadire quello che dovrebbe essere scontato e che invece per qualcuno scontato non è: «Noi siamo alternativi alla destra». Il punto insomma non è recuperare i delusi da Berlusconi, come se il problema fosse solo l'ex premier. E anche la scelta di Renzi far anticipare il suo discorso da un filmato in cui comparivano anche Margaret Thatcher e di Ronald Reagan ha fatto storcere la bocca. Il Pd, nel ragionamento di Bersani, si deve candidare a governare l'Italia proponendo un modello di sviluppo diverso da quello della destra, centrato su lavoro e diritti, redistribuzione sociale, riequilibrio fiscale, senza rincorrere ricette che hanno una responsabilità determinante nello scoppio della crisi attuale. Le stesse iniziative che il leader del Pd ha messo in agenda per i prossimi giorni vanno in questa direzione. A cominciare dagli incontri per discutere della «carta d'intenti» con sindacati, imprenditori, amministratori locali e dalla stessa decisione presa ieri di dare un seguito all'appuntamento con i cento economisti con incontri tematici, e di dar vita a un network economico che accompagni la definizione delle proposte programmatiche per il 2013. LEFIRME PERLE CANDIDATURE Bersani insomma non si sposta dal registro seguito fin qui. Ovvero «le primarie servono a parlare del Paese, non del Pd», anche se tra poco bisognerà affrontare anche una questione tutta interna, cioè le regole per la sfida ai gazebo. Il 6 ottobre si svolgerà l'Assemblea nazionale che voterà la norma transitoria che potenzialmente permetterà a ogni iscritto al Pd di partecipare alla sfida per scegliere il candidato premier. Lo statuto del partito prevede infatti che possa correre soltanto il segretario, ma Bersani ha chiesto e ottenuto di far votare una deroga ad hoc. Le candidature, in casa democratica, fioccano, perché oltre al leader del partito e al sindaco di Firenze si sono fatti avanti Stefano Boeri e Laura Puppato (che ieri era a Roma a spiegare a Bersani il perché della sua candidatura), mentre ancora Rosy Bindi e Pippo Civati non hanno rinunciato all'idea di correre. Candidature che difficilmente vedranno veramente la luce se all'Assemblea del 6 ottobre verranno approvate regole simili a quelle che valgono a livello territoriale. Lo statuto del Pd prevede infatti che per candidarsi a sindaco sia necessario raccogliere il 35% delle firme dei delegati dell'assemblea comunale o il 20% degli iscritti di quel territorio. Il che significa, se trasposto a livello nazionale, che gli aspiranti concorrenti alle primarie dovrebbero raccogliere 350 firme tra i membri dell'Assemblea nazionale o circa 120 mila firme tra i tesserati (gli iscritti al Pd sono attualmente più di 600 mila). Bisognerà vedere quanti riusciranno nell'impresa. E comunque, visto che ogni delegato all'Assemblea nazionale può sottoscrivere al massimo una candidatura, sarà difficile che il 25 novembre si sfidino ai gazebo più di tre esponenti del Pd. SWG: ILSEGRETARIO TRA 55E 61% Come che sia, è evidente che la sfida sarà tra Bersani e Renzi. Un sondaggio Swg pubblicato ieri da Affaritaliani.it dà il segretario al 55% fra gli elettori del partito e addirittura il 61% fra quanti dichiarano un'alta probabilità di partecipare alle primarie. Il sindaco di Firenze si attesta, invece, rispettivamente, sul 27 e 26%. Più staccati Nichi Vendola (7% e 5%) e Bruno Tabacci (1% e 2%). Dice Massimo D'Alema arrivando a Firenze poco dopo che viene reso noto il sondaggio: «Questa è la tendenza, io mi riconosco nel sentimento dei più». E Dario Franceschini (che da un mesetto si è fatto crescere la barba) ironizzando sul fatto che Renzi gli ha copiato non solo lo slogan delle primarie del 2009, «Adesso», ma anche la mise camicia bianca e cravatta senza giacca: «Matteo, prossima tappa la barba?». Matteo Renzi durante il suo comizio presso l'auditorium a Verona, 13 settembre 2012 FOTO ANSA Confronto Ingroia-Pellegrino stasera a Milano con «Unitalia» IL CASO/1 SIMONECOLLINI ROMA «Sondaggio Swg: col segretario il 55% degli elettori. D'Alema: «Mi riconosco nel sentimento di più» Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani FOTO LAPRESSE . . . Il leader dei Democratici a confronto con un centinaio di economisti sul programma .. . Il 6 ottobre le regole: deroga allo Statuto, ma le firme per candidarsi non saranno poche ILCASO/2 R.V. Camper indoppia fila E laprotesta finiscesulweb Il camper di MatteoRenzi èappena partito,ma ègià oggetto di polemiche,esoprattutto di ironia, specialmentesui socialnetwork.Colpa diun inconvenienteche si sarebbe verificatoproprio nelleprimeore di ieri alla partenza.Prima dipartire il veicolosarebbe statoparcheggiato in doppia fila aPontassieve, in piazza Gramsci,bloccandocosì duevetture regolarmenteposteggiate. Il proprietariodi unadelle automobili ha dovutosuonare il clacson a lungo, svegliando i residenti dellazona. Un abitantedellazona, dalla finestra,ha immortalato la scena.La foto è finita suvari socialnetwork inqualche caso conscritte ironiche, come suun profilo facebook : «Adesso!Renzi, il camper spostaloadesso!». SimonaBonafè responsabiledell'organizzazionedella campagnaper leprimarie del sindaco -haspiegato che il camper èstato parcheggiato in doppia fila, solo per pochiminuti. Bersani al sindaco rottamatore «Il Pd è alternativo alla destra» Antonio Ingroia FOTO ANSA Giovanni Pellegrino FOTO ANSA Checi fa ildirettore commercialeRai? «Èsolounamico» «DopoGiorgioGori, nello staffdi MatteoRenzi vi sarebbe ancheLuigi DeSiervo, figliodell'ex presidente dellaCorte CostituzionaleUgo,e cheattualmentericopre l'incaricodi direttorecommercialedella Rai». Lo diceOriano Giovanelli (Pd),che aggiunge:«Gori, sollecitato a chiarire lapropria posizione,ha annunciato ledimissioni daqualsiasi incaricoe lavendita di tutte leazioni possedutenellaZodiac». «La presenzadi DeSiervo - prosegue -, sedavverofosse confermata, solleciterebbeuna riflessione ulteriore.Sidice sempre fuori ipartiti dallaRai. Edè giusto.Masarebbe giustoanche l'inverso: fuori la Rai dallapolitica».Dallo staff diRenzi il casovieneridimensionato. DeSiervo nonfarebbe partedella squadra del sindaco impegnata nellabattaglia delleprimarie. «Èuno deisuoi più cari amicie si limita adargliqualche consiglio». L'incontro pubblico organizzato da l'Unità e Left Appuntamento alla festa democratica di Sesto San Giovanni venerdì 14 settembre 2012 5
Rassicua e ammonisce. Il «doppiovolto» di Mohamed Morsi, primopresidente dell'Egitto nell'era post-Mubarak, primo presidente espressione dei Fratelli Musulmani. Inizia da Bruxelles e prosegue a Roma, il tour europeo di Morsi. Il Profeta è «una linea rossa che nessuno deve toccare», avverte il presidente egiziano, in una dichiarazione diffusa dall'agenzia Mena sul film che ha scatenato le proteste in Egitto e Libia. Il Profeta è «una linea rossa per tutti i musulmani e respingiamo ogni attacco», insiste Morsi. Noi ci sacrificheremo con le nostre anime e i nostri cuori», sottolinea il presidente egiziano citando un espressione musulmana di professione di fede. Il film anti-Islam diffuso su internet è «inaccettabile» e costituisce «un crimine contro l'umanità e contro i musulmani», insiste a Bruxelles Morsi, al termine di un incontro con il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy. Il presidente egiziano ha detto di avere fiducia nell'Amministrazione americana affinchè ponga fine a iniziative del genere «che offendono le religioni». Al tempo stesso, Morsi ha sottolineato che «non ci sono giustificazioni alla violenza contro gli innocenti». Per questo motivo, l'Egitto difenderà le sedi diplomatiche estere presenti nel Paese. DOPPIOMESSAGGIO Dosa toni e contenuti, Mohamed Morsi, sapendo di parlare all'opinione pubblica musulmana e a quell'Occidente del cui sostegno economico, l'Egitto non può fare a meno. «I diritti e i doveri dei musulmani e dei cristiani sono uguali»: con queste parole Morsi si è impegnato a garantire i diritti delle minoranze cristiane in Egitto, parlando in una conferenza stampa congiunta con il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso. «Garantiremo i diritti di tutti gli egiziani. Non faremo alcuna distinzione», ha detto il presidente egiziano, assicurando, tra l'altro, anche che le donne egiziane godono ora di maggiori libertà. L'Unione europea «ribadisce il proprio impegno a lavorare al fianco delle autorità democraticamente elette in Egitto per costruire una società democratica, libera, e prospera», dichiara il presidente della Commissione Ue, annunciando un contributo di 449 milioni da Bruxelles alle autorità egiziane fino al 2013, 130 milioni per la creazione di nuovi posti di lavoro e un'assistenza macrofinanziaria di 500 milioni «a condizione che i negoziati avviati con il Fondo monetario internazionale su un prestito di 4,8 miliardi di euro si materializzino». Il collasso del settore turistico, la caduta degli investimenti stranieri, gli stock di valuta estera ridotti ai minimi rispetto al pre-Mubarak e l'alto tasso di disoccupazione costringeranno Morsi a chiedere anche il recupero dei patrimoni dell'ex regime attualmente all'estero, in Paesi Ue e non solo. Gli esperti assicurano che l'egitto ha bisogno di soldi - esattamente di almeno 9 miliardi di euro - se vuole evitare la svalutazione della sua moneta. il deficit previsto per il budget dell'anno fiscale 2012-2013 è del 7,9% del prodotto interno lordo. il debito sfiora i 190 miliardi di euro, mentre la crescita egiziana stimata dalla Banca mondiale sarà del 2,5% per l'anno corrente (il ritmo più lento dal 1992) e del 3,5% per il successivo. ASSEPRIVILEGIATO In serata, Morsi è giunto a Roma, e subito ha avuto il suo primo incontro, a Villa Madama, con il presidente del Consiglio, Mario Monti: sul tavolo, tutti i dossier più caldi sull'infuacto scenario mediorientale, oltre che lo sviluppo delle relazioni, politiche, economiche e commerciali tra i due Paesi. Oggi, l'atteso colloquio al Quirinale con il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. «Il colloquio consentirà di affrontare i principali temi dell'agenda internazionale e di approfondire le relazioni bilaterali». Italia ed Egitto hanno tradizionalmente ottime relazioni politiche ed importanti scambi economici», si legge sul sito della Presidenza della Repubblica. Oltre duecento feriti in Egitto. Due morti in Yemen. Proteste, scontri di piazza e bandiere a stelle e strisce bruciate in Tunisia, Marocco, Iraq, Iran, Nigeria, Afghanistan. Le ambasciate Usa sono sotto assedio, mentre due navi da guerra statunitensi costeggiano la Libia. È massima allerta, dall'Europa ai Paesi islamici, per l'ondata di proteste contro gli Stati Uniti che continuano a susseguirsi dopo il trailer del film blasfemo su Maometto prodotto in America. A Sanaa due manifestanti sono stati uccisi da proiettili sparati dalla polizia durante un tentativo di assalto all'ambasciata Usa. Centinaia di persone avevano lanciato pietre e dato alle fiamme automobili davanti alla rappresentanza diplomatica americana. «Stiamo facendo tutto il possibile per proteggere e garantire la sicurezza del personale americano in Yemen che al momento è al sicuro», afferma il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, spiegando come «il governo yemenita ha inviato a protezione della nostra ambasciata ulteriori forze di sicurezza», «promettendo come nessuna violenza sarà tollerata». In Afghanistan il presidente Hamid Karzai ha annullato una visita all'estero per seguire la situazione e ha disposto il blocco definitivo di YouTube per evitare la diffusione del trailer del film blasfemo. A Teheran 500 giovani si sono radunati davanti all'ambasciata svizzera, che cura gli interessi americani in Iran, urlando «Morte all'America» e scandendo minacce contro il regista della pellicola. Un massiccio schieramento di polizia protegge da ieri mattina la sede diplomatica. Centinaia di agenti con caschi neri e scudi di plastica trasparente hanno bloccato la strada di fronte all'edificio, già protetto da alte inferriate con anelli di filo spinato in un quartiere benestante della zona nord di Teheran e hanno impedito ai manifestanti di avvicinarsi. Molti di questi brandivano esemplari del Corano e fotografie della Guida Suprema, l'ayatollah Ali Khamenei, gridando «Morte all'America» e «Morte a Israele». Personale dell'ambasciata è stato evacuato per precauzione. In Iraq centinaia di persone sono scese in strada a Baghdad, nel quartiere di Sadr City, a Bassora e a Najaf.Cortei si sono svolti anche a Gaza e in Cisgiordania. In Egitto, i manifestanti hanno lanciato pietre contro un cordone della polizia fuori dall'ambasciata Usa al Cairo, dopo aver stracciato e dato fuoco alla bandiera americana issata sul tetto della sede diplomatica: sono almeno 224 i feriti negli scontri tra polizia e manifestanti nella capitale egiziana, secondo quanto riferisce il ministero della Salute. Rafforzata la sicurezza nei pressi dell' ambasciata Usa in Nigeria e allertati i cittadini americani che si trovano in Indonesia e Malesia. A Berlino, è stato parzialmente evacuato il consolato: secondo i vigili del fuoco tre uomini hanno avvertito difficoltà respiratorie dopo aver aperto un plico, nel quale era contenuta una sostanza sospetta. «Prendiamo molto sul serio questo incidente», aveva detto un portavoce della rappresentanza. Ma dopo qualche ora, l'emergenza è rientrata: «È stato un falso allarme - ha detto un portavoce della polizia - non c'è alcuna sostanza pericolosa». Gli agenti hanno effettuato controlli anche su un uomo ritenuto sospetto, liberato poi in serata. AMACCHIA D'OLIO L'attenzione resta puntata ovviamente sulla Libia, dove le autorità hanno affidato a un pool indipendente di magistrati l'indagine sull'attacco al consolato di Bengasi in cui sono morti l'ambasciatore a Tripoli, Chris Stevens, e altri tre americani. La pista privilegiata è sempre quella di Al Qaeda mentre un gruppo salafita, Katibat Ansar al-Sharia, ha negato il suo coinvolgimento. Le autorità libiche stanno facendo «importanti passi avanti» nell'inchiesta sull'assalto al Consolato Usa di Bengasi. Lo ha detto all'Afp il neo premier libico, Musfafa Abu Shagur, nella prima intervista dopo la sua elezione mercoledì scorso a capo del futuro governo. «Abbiamo dei nomi e delle foto», ha aggiunto confermando che sono stati compiuti degli arresti. Shagur non ha fornito dettagli sul numero delle persone arrestate né sulla loro eventuale appartenenza. «Non vogliamo categorizzare queste persone prima di conoscerle con precisione», ha spiegato Shagur. «Non abbiamo fino ad ora prove di una presenza di al Qaeda in qualità di organizzazione nel Paese», rimarca il neo premier libico, specificando tuttavia che «Ci sono alcuni giovani influenzati dall'ideologia estremista di al Qaida» e che gli estremisti sono una minoranza in Libia con un «numero che non supera i 100 o 150». In mattinata, il portavoce dell'Alta commissione di sicurezza del ministero dell'Interno, Abdelmonem al Horr, aveva annunciato la formazione di una commissione indipendente per indagare sull'attacco. Secondo Horr, l'inchiesta è «molto complicata» dato che la folla presente all'interno del consolato «non era omogenea». «Vi erano estremisti, semplici cittadini, donne, bambini e criminali», ha aggiunto. «Ci sono stati anche degli spari provenienti da una fattoria in prossimità. Abbiamo bisogno di tempo per stabilire le responsabilità», ha aggiunto. Ma le due navi da guerra Usa che da ieri costeggiano al Libia «dicono» che il tempo non è infinito. Il generale Dempsey ha provato a convincere il reverendo Terry Jones che non è il caso di insistere. E che continuare a far circolare il film in cui Maometto è un donnaiolo, truffatore e anche pedofilo non rientra nell'interesse nazionale. Il pastore anti-islamico della Florida, divenuto celebre per i suoi ripetuti roghi del Corano, si è preso del tempo per pensarci, in nome della libertà di parola. Jones in queste ore era stato indicato come co-produttore del film che sta infiammando l'islam. Lui si ritaglia una parte minore in commedia, sarebbe stato contattato solo qualche giorno fa e martedì scorso, l'11 settembre, avrebbe postato il trailer di «Innocence of muslims». Regista, produttore e sceneggiatore sarebbe un Sam Bacile, che si è lasciato intervistare dal Wall Street Journal al telefono, ma che richiamato al numero è risultato inesistente: ha risposto un giovane, da poco insediato nell'appartamento, dove precedentemente viveva un tal Nakoula Basseley. Sam Basseley e Nakoula sono anche i nomi usati per il casting del film (60 attori, tre mesi di riprese, costo 5 milioni di dollari). Negli Usa non risulta nessuna persona con il nome di Sam Bacile, mentre un Nakoula sembra sia stato in carcere fino al giugno del 2011 per truffa. Singolarmente, per i suoi affari, il tipo in questione usava nomi come Mark Basseley Youssef e Youssef Basseley. Sam Bacile (un cognome che suona nella pronuncia americana assai simile a Basseley) ha tutta l'aria di uno pseuLa prima volta di Morsi in Europa «Il Profeta è una linea rossa» Oltre cento feriti in Egitto, due morti in Yemen, proteste in Iran Il governo libico apre un'inchiesta: decine di arresti Falso allarme a Berlino, evacuato il consolato PAKISTAN MARINAMASTROLUCA mmastroluca@unita.it IL PUNTO L'INCUBOALQAEDA Ambasciate sotto tiro sale la febbre anti-Usa UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it . . . La pista privilegiata è quella di Al Qaeda I salafiti di Ansar al-Sharia: «Non siamo noi» Rapitoamericano chiedeaiuto inunvideo WarrenWeinstein, l'operatore umanitariostatunitense sequestrato daal Qaida inPakistan piùdi un anno fa,hachiesto inun video di contattare lecomunità ebraiche americaneaffinché queste sollecitino ilpresidente UsaBarack Obamaa muoversiper favorire il suo rilascio. Loriporta Site,un sitodi intelligence specializzatonel controllodei forum islamisti sulweb. Il video, pubblicato ieri sui siti web islamisti, è il secondo diffuso in pochi mesi.Weinstein affermadi essere trattatobene dai suoi rapitori. «Hachiestoasua mogliedimettersi incontattocon le comunitàebraicheper farepressioni sulpresidente Obama e sulgoverno americano,affinchéaccettino le richiestedi al Qaida» Ilpresidenteegizianoa BruxellesepoiaRoma: l'Egittodifenderà lesedidiplomatichema l'Islamnonvaoltraggiato Oggi incontraNapolitano U.D.G. Troppi nomi per un regista I misteri del video-trash 6 venerdì 14 settembre 2012
Lavoro, Monti inciampa sullo Statuto FEDERICOROMERO Il premier: «Intenti nobili ma effetti negativi» Dura risposta Cgil Poi Palazzo Chigi precisa CARUGATIAPAG. 2 RINALDO GIANOLA L'ANALISI NICOLACACACE FUSANI APAG. 11 LUIGI MARIUCCI Viminale: alte tensioni sociali Dialogare con gli operai L'Emilia post terremoto sidàall'arte Barillipag.24 DOMENICA SCORSA ALL'AUTODRO-MO DI MONZA, al Gran Premio di Formula Uno, il ministro del Lavoro Elsa Fornero ha incontrato l'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne. Si sono salutati calorosamente, ma la signora Fornero non è riuscita a fissare, nemmeno questa volta, un appuntamento con il capo del Lingotto per discutere delle strategie del gruppo in Italia. Sono mesi, da prima dell'estate, che il ministro auspica un incontro con Marchionne, magari a Torino, in collina, nel week end. Ora la prof. Fornero può stare tranquilla. La Fiat ha ufficializzato ieri che il piano “Fabbrica Italia” non esiste più, anzi non è mai esistito. SEGUEA PAG.3 Chi ha ingannato i lavoratori Rabbia anti-Usa dallo Yemen al Cairo U: Inflazione In un anno fare la spesa costa 4,2% in più Prometheus, ritorno al futuroperScott Zontapag.20 Fiat rottama Fabbrica Italia Un comunicato anticipa l'annuncio ufficiale previsto per il 30 ottobre Annullato il piano di rilancio varato solamente due anni fa A rischio due impianti italiani Landini: situazione preoccupante Fassina: ma il piano di Marchionne è mai esistito? FRANCHI APAG.2-3 Renzi lancia la sfida a Bersani: voglio i voti di centrodestra LACRISIAPERTASICONL'ASSALTODIBENGASI SEGNERÀ LA CAMPAGNA ELETTORALE STATUNITENSE, soprattutto se rappresentasse l'avvio di un offensiva di Al Qaeda su diversi obiettivi americani. Ma essa influirà in modi ancora imprevedibili. SEGUE APAG.17 La corsa di Obama e l'ombra libica L'Italia è il Paese con i peggiori servizi del mondo avanzato. La bassa crescita di produttività e Pil ne sono conseguenza, perché le imprese italiane devono sopportare costi e tempi di, energia, trasporti, comunicazioni, burocrazia, peggiori dei concorrenti. Ancora negli ultimi 10 anni il peso dei servizi in Italia è cresciuto la metà che negli altri Paesi industriali. SEGUEA PAG. 17 Terziario arretrato Glianni30 trafascino e raccapriccio C'è un vento molto forte che rende difficile restare quassù. Sono sceso al riparo a dare assistenza al collega che soffre di vertigini. Ma noi non molliamo FrancoBardi unodeidue sindacalisti sulla torre Alcoa CHE LO STATUTO dei lavoratori ab-bia costituito un freno alla occupazione, come ha sostenuto il premier, è una affermazione tanto infondata sul piano storico quanto sbagliata concettualmente. SEGUE APAG.18 Errore contro errore MATTEUCCIA PAG. 12 Due morti nello Yemen, cento feriti in Egitto, proteste in Iran: è il ritratto di una giornata ad alta tensione in tutto il Medioriente dopo l'assalto al consolato Usa di Bengasi in cui hanno perso vita l'ambasciatore e tre funzionari. Hillary Clinton ha criticato duramente il video «blasfemo» che sarebbe alla base delle rivolte anti-Usa. Il presidente egiziano Morsi, oggi a Roma, dopo un colloquio con Obama ha definito inaccettabili gli attacchi a Maometto ma ha garantito che verranno impediti «gli assalti alle sedi americane e gli atti fuorilegge». BERTINETTODEGIOVANNANGELI APAG.6-7 Staino LEPRIMARIE DELCENTROSINISTRA TAGLI ASCUOLA Niente insegnanti nei piccoli Comuni E qualche città cancella le attività pomeridiane per la spending review CASTAGNACIMINO APAG. 10 Il sindaco apre a Verona la sua campagna per le primarie: «I delusi del Pdl votino per me» «Se perdiamo sosterremo il vincitore» Bersani: «Il Pd è alternativo alla destra» Tra i candidati outsider Stefano Boeri e Laura Puppato COLLINIFRULLETTI APAG.4-5 DiCapuapag. 19 1,20 Anno 89 n.254Venerdì 14 Settembre 2012
SEGUEDALLAPRIMA Quei famosi venti miliardi di euro di investimenti da realizzare in Italia entro il 2014, annunciati in pompa magna da Marchionne al Lingotto nell'aprile 2010 davanti agli investitori di mezzo mondo, non ci sono, non ci sono mai stati. Il progetto “Fabbrica Italia” non era «un impegno assoluto dell'azienda» ma era «un'iniziativa del tutto autonoma che non prevedeva tra l'altro alcun incentivo pubblico» ha precisato ieri la Fiat. E questo accenno al contributo pubblico, agli aiuti di Stato, sembra quasi voler denunciare la mancanza del governo, l'assenza di una mano, di un sostegno che avrebbe potuto attutire gli effetti della crisi e favorire il rilancio industriale della Fiat in Italia. Perché se un manager ambizioso riceve sei miliardi di dollari di aiuti da Obama può salvare la Chrysler e fare il fenomeno, ma se non riceve nemmeno un euro dal governo italiano allora può decidere di portare la nuova 500 in Serbia. NONDISTURBAREMARCHIONNE La signora Fornero e il premier Monti, comunque, possono restare sereni, lasciare che la Fiat decida in piena autonomia se abbandonare l'Italia oppure mantenere un simulacro di presenza produttiva. Perché mai un governo serio e responsabile dovrebbe chiamare la Fiat al rispetto dei suoi programmi? Il retaggio di un neoliberismo di serie B, coltivato alla Bocconi, sperimentato con danni ciclopici dalle nostre imprese e dalle nostre banche, danni pagati ovviamente oggi dalla comunità, rende innocuo il governo davanti all'arbitrio delle grande impresa che fa quello che vuole. Perché l'esecutivo dei prof dovrebbe intervenire? Forse perché su quei piani della Fiat non solo è stato richiesto l'impegno totale e acritico di sindacati e dipendenti, ma anche perché gli annunci di Marchionne al Lingotto hanno indotto, allora e dopo, movimenti sensibili delle quotazioni dei titoli in Borsa, hanno orientato gli investimenti, il comportamento del sistema creditizio. Forse perché stiamo perdendo l'industria dell'auto e qualche cosa bisognerà pur fare. La comunicazione di ieri della Fiat conferma tutti i nostri peggiori sospetti che abbiamo più volte scritto. “Fabbrica Italia” è stata una mistificazione con la quale sono stati ingannati migliaia di dipendenti, le comunità locali in cui sono insediate le fabbriche Fiat, il sistema politico e i sindacati. Nessuno mette in dubbio «la delicatezza di questo periodo», o «le cose profondamente cambiate» rispetto all'aprile 2010 come scrive la Fiat. La crisi è spaventosa, lo sanno bene gli operai e gli impiegati di Mirafiori e di Pomigliano, così come milioni di lavoratori italiani. Ma il Lingotto, Marchionne, la famiglia Agnelli, non se la possono cavare così facilmente, raccontando al Paese, all'opinione pubblica che “Fabbrica Italia” non era un impegno e che oggi la multinazionale di Torino e Detroit si appresta a decidere, bontà sua, investimenti e produzioni «senza dimenticare l'importanza dell'Italia e dell'Europa». Il progressivo disimpegno della Fiat dal nostro Paese, perché è di questo che stiamo parlando, era evidente, chiaro fin dalla primavera del 2010. Quando Marchionne ha imposto il ricatto del cambiamento radicale del modello organizzativo, dei contratti, delle regole, dei rapporti tra impresa e sindacato era evidente che l'obiettivo non era di avere una fabbrica pacifica, produttiva, efficiente, ma era invece quello di alterare i rapporti di forza, di definire un modello culturale col marchio falso della “modernità” per potere decidere senza controlli e ostacoli. ACCORDIVERGOGNOSI “Fabbrica Italia”, uno straordinario messaggio mediatico, evocativo del progresso industriale e della via tricolore al capitalismo, ha convinto intellettuali e ministri, una parte dei sindacati che hanno firmato di tutto compresi gli accordi vergognosi che escludevano dalle fabbriche il sindacato più rappresentativo, la Fiom-Cgil, ha spinto certi politici compresi alcuni della sinistra a schierarsi con Marchionne, a picchiare duro contro gli assenteisti di Pomigliano quando la fabbrica era chiusa da due anni, a chiedere il “sì” per la proposta Fiat, convinti e illusi che il suo contratto sarebbe stata un'eccezione e non il paradigma da estendere ovunque. La Fiat se ne sta andando, chiuderà una o più fabbriche, perché non investe, perché sono gli Agnelli che se ne vanno. La Exor, la finanziaria di famiglia, realizza oggi il 62% dei ricavi e il 70% degli investimenti fuori dall'Italia e dall'Europa. L'America è il loro mercato principale. Da noi si dedicano solo alla Juventus. Nell'aprile 2010 Marchionne aveva promesso 300mila vetture a Mirafiori, 400mila a Melfi, 250mila a Pomigliano... il raddoppio della produzione italiana di cui il 65% destinato all'export. Ci sono ancora i documenti. Tutto nero su bianco. Ma oggi la Fiat ci dice che non era un impegno, che non vale più. Abbiamo scherzato. Non può finire così, non è giusto. riformismo che è stato capace di assicurare nell'equità la crescita del Paese». Secondo Nichi Vendola quella di Monti è «una rappresentazione errata», figlia di un «gigantesco equivoco». «Quanto più il mondo del lavoro è stato tutelato, quanto più i lavoratori sono stati in grado di far vincere la sfida dell'Italia», spiega il leader di Sel. Dal Pdl invece arriva un coro entusiasta di approvazione. In prima fila gli ex ministri come Gelmini e Bernini. Sintetizza il segretario Alfano: «Noi e Monti sull'argomento abbiamo le stesse idee» Casini non entra nel merito ma, ospite dei socialisti, rilancia il suo sostegno al Monti bis: «La differenza fra noi e il Pd è che noi pensiamo che Monti sia la migliore soluzione possibile, il Pd vede Monti come uno stato di necessità. Secondo noi dopo le elezioni il premier deve andare avanti corroborato dal voto popolare». Opposta l'idea di Di Pietro e Ferrero, che sparano a zero sul Prof. «Il governo più antioperaio della storia» taglia corto il leader del Prc. «Vuole solo coprire i suoi fallimenti con delle balle gigantesche», dice il leader Idv. La polemica si trascina per tutta la giornata, tanto che nel tardo pomeriggio palazzo Chigi cerca di smorzare i toni. «Non c'era nessun intento polemico legato all'attualità politica» nelle parole del presidente del Consiglio, fanno sapere fonti del governo. Per contestualizzare le affermazioni, sul sito di palazzo Chigi viene stato pubblicato un testo scritto dallo stesso premier nel 1985, come introduzione a un convegno su etica ed economia alla Bocconi. Dalla lettura si apprende che già allora il prof. Monti sosteneva che, parlando di statuto dei lavoratori, «l'effetto controproducente è passato...attraverso l'irrigidimento dei rapporti di lavoro e l'incremento del costo complessivo del lavoro rispetto ad altri fattori di produzione, circostanze che hanno frenato la domanda di lavoro da parte delle imprese». Nell'intervento di ieri mattina, dunque, rassicura il governo, il premier ha ribadito una sua antica convinzione: e cioè che lo statuto dei lavoratori, come le misure sull'equo canone e il blocco degli affitti, va inserito tra quelle disposizioni che, pur con l'obiettivo di «tutelare le parti deboli» nei rapporti economici «hanno finito, impattando sul gioco del mercato, per danneggiare le stesse parti deboli che intendevano favorire». Una precisazione, dunque, che non smentisce nulla. È soprattutto tra i democratici che le parole del premier lasciano un pesante livido. Non vi è dubbio infatti che, fatto salvo il tifo del Pdl e il coro di critiche di Vendola, Idv e comunisti, le frasi sullo statuto dei lavoratori creano problemi al partito che, pur sostenendo i tecnici, ha oggi le maggiori probabilità di vincere le elezioni. Nel Pd c'è chi teme che le recenti esternazioni del premier, che prima ha ricordato la propria vicinanza al Ppe, poi ha rimesso in dubbio la volontà di lasciare palazzo Chigi dopo il voto («Non ci ho ancora riflettuto»), e ieri è tornato a lodare i «solidi cardini» della riforma Gelmini dell'Università, facciano tutte parte di una strategia poco amichevole verso la prospettiva di un governo di centrosinistra che prenda il posto dei tecnici. Così come quella frase sul «governo dei banchieri», che sembra una risposta indiretta all'altolà lanciato domenica di Bersani. Di certo, la nota serale di palazzo Chigi, che ribadisce il profilo ultraliberale del prof. Monti, non ha dissipato alcun dubbio. La mistificazione del Lingotto che ha ingannato i lavoratori Cgil: non sa che fare per la crisi LaFiatsiapprestaaridurre lasuapresenza industriale in Italia.Svanisce,come previsto, la favoladel pianonazionaleper l'auto, l'industriae il lavoro RINALDOGIANOLA rgianola@unita.it . . . Raddoppio della produzione, saturazione degli impianti, l'export... dove sono finiti? . . . Marchionne se ne va perché se ne vanno gli Agnelli, in Italia il loro investimento è la Juve Sono scomparsi di nuovo, sono tornati fantasmi. Degli esodati non parla più nessuno. Anzi, per Inps e ministro Fornero il loro problema è risolto, tanto che il presidente dell'ente pensionistico Antonio Mastrapasqua il 5 settembre ha dichiarato solennemente: «Oggi non c'è nessuno che è senza sia lavoro che pensione». Il Pd la pensa molto diversamente e ieri mattina ha rilanciato la sua battaglia per «salvaguardarli tutti», grazie all'ordine del giorno presentato in commissione Lavoro alla Camera da Cesare Damiano e votato da tutti i gruppi presenti in parlamento il 7 agosto scorso. Ora il Pdl, che pure aveva votato “Sì”, in Conferenza dei capigruppo si è opposto alla calendarizzazione in aula. TRENUOVECATEGORIE DIBEFFATI In più il Pd ha denunciato, con lavoratori presenti in carne ed ossa che raccontavano le loro incredibili esperienze, come si stiano aprendo perfino nuovi fronti. Nuove categorie che, invece di essere tutelati dai due provvedimenti che sotto la spinta dello stesso Pd e dei sindacati hanno tutelato 120mila lavoratori prima esclusi, sono rimaste beffate. Il primo fronte è quello dei lavoratori come Ricardo Letizia. Persone che hanno perso il lavoro alla vigilia della pensione e, come insegnano Monti e Fornero, non si sono lasciati prendere dallo sconforto ma hanno trovato un lavoro «malpagato, precario, ma sempre un lavoro». Ebbene, le norme che il governo ha utilizzato per individuare i 65mila, prima, e i 55mila, poi, esodati «salvaguardati» hanno escluso coloro che nel frattempo hanno versato nuovi contributi per un nuovo lavoro. «Nonostante il testo della riforma Fornero non lo prevedesse, le circolari del ministero e dell'Inps hanno puntato solo a ridurre la platea escludendo chi ha lavorato anche un solo giorno e, beffa ulteriore, favorendo invece chi ha lavorato in nero», spiega Donata Lenzi. La seconda categoria è fatta da coloro che sono stati licenziati senza accordo con le aziende. «L'Inps per entrare nei salvaguardati chiede di presentare l'accordo aziendale firmato, ma chi è stato licenziato cosa presenta?», denuncia Maria Luisa Gnecchi. La terza categoria è tutta femminile. «Sono le lavoratrici beffate dall'innalzamento da 60 a 62 anni che è scattato dal primo gennaio 2012, un salto che “grazie” al sistema delle finestre si traduce in 4-5 anni di attesa», continua Gnecchi. La chiusura è tutta per il capogruppo Pd Dario Franceschini: «Puntiamo a calendarizzare il testo a ottobre, il Pdl non ci dica no. Non ci si può rispondere - continua - che non ci sono risorse perché il problema esodati è in cima alle priorità. Va risolto senza dare numeri ma riconoscendo un diritto, poi, fatto questo, si può parlare di gradualità, ma rispettando il patto cittadino-Stato, è un problema politico», chiude. Il Pd incalza il governo: «Soluzioni per gli esodati» MASSIMOFRANCHI ROMA IL COMMENTO venerdì 14 settembre 2012 3
L'analisi Italia in controtendenza Il terziario è arretrato SEGUEDALLAPRIMA Per il momento la campagna riflette il fatto che Obama ha superato bene il primo passaggio critico di quest'ultima fase della campagna elettorale, quello delle convention. Era lì infatti che Romney poteva sperare di usare l'esposizione mediatica per eliminare il leggero svantaggio di cui soffriva nei sondaggi. Non è andata così. Anzi Obama sembra essersi ulteriormente distaccato, soprattutto in alcuni Stati cruciali per il conteggio del collegio elettorale. È un vantaggio temporaneo e reversibile. Ma intanto è aumentato ribadendo la dinamica vista fin qui: Obama guida e Romney insegue, senza riuscire a sfondare tra gli elettori di centro e imporsi come la figura vincente. Ci saranno ancora i dibattiti televisivi, le massicce campagne pubblicitarie e, naturalmente, gli imprevisti. La tendenza può ancora invertirsi. Ma intanto il tempo si riduce e le occasioni per Romney diminuiscono. La sua strada si fa più stretta. È lui, infatti, a dover trovare la chiave per scalzare il presidente. L'insoddisfazione pur diffusa per la situazione economica di per sé non basta. Sconfiggere un presidente in carica non è mai facile. Tanto più se piace sotto il profilo personale mentre lo sfidante continua a risultare freddo, opaco e tutt'altro che entusiasmante. I conservatori hanno probabilmente ingoiato le loro diffidenze iniziali e andranno comunque a votare per Romney. Ma per tutti gli altri il candidato repubblicano resta un enigma se non una sottile minaccia. La sua proposta economica ripete stancamente il mantra conservatore del taglio alle tasse per le imprese e i ricchi senza chiarire come potrà mai ridurre il deficit e rilanciare davvero l'economia. I democratici hanno quindi buon gioco a far balenare un deficit ancora peggiore o tagli brutali nei programmi pubblici da cui gli americani dipendono. E poi il disastro degli anni di Bush è troppo vicino per convincere molti elettori ad affidarsi solo e semplicemente alle egoistiche energie creative del business. L'altra carta tradizionale dei repubblicani, l'appello alla paura e alla domanda di sicurezza, è risultata fino ad ora decisamente svalutata, anche se questo ora potrebbe cambiare. Obama ha chiuso le guerre disastrose di Bush e non è certo debole verso il terrorismo. La sua politica estera non annovera grandi successi ma è più rassicurante del pericoloso unilateralismo repubblicano. E l'incessante richiamo alle minacce sui confini, alle orde di immigrati che andrebbero cacciati a pedate, continua ad alienare gli elettori latini, isolando i repubblicani da una parte sempre più rilevante della società americana. Obama, per parte sua, fatica sempre sotto il fardello dell'alta disoccupazione e dell'insoddisfazione diffusa. Gli entusiasmi del 2008 sono ben più che appannati. La sua scommessa resta quella di portare alle urne elettori scettici o disillusi. Ma con la convention ha fatto un passo avanti. Grazie soprattutto a Clinton, i democratici hanno rivendicato i propri meriti nell'impedire il collasso finanziario, attutire l'impatto della crisi per le famiglie, salvare e rilanciare l'industria dell'auto che Romney avrebbe lasciato fallire. Hanno rievocato con efficacia la disastrosa eredità delle politiche di Bush che ora i repubblicani vorrebbe rilanciare. Ed hanno contrapposto alla semplicistica retorica anti-statale del Tea Party una visione della nazione come comunità, legata da solidarietà e responsabilità reciproche. Si sono cioè lasciati alle spalle la timidezza difensiva in cui la Casa Bianca si era troppo a lungo lasciata avviluppare per mettere finalmente gli elettori di fronte a due scenari chiari, distinti e contrapposti. Obama è ovviamente in difficoltà a convincere i pochi elettori indipendenti ancora indecisi. Non ha proposte forti per il secondo mandato e sconta la paralisi legislativa che discende dal controllo repubblicano del Congresso. Ma ha probabilmente trovato i toni e il linguaggio per sospingere comunque alle urne gran parte dei suoi elettori del 2008, a cominciare da donne, gay, afro-americani e latini che nei repubblicani incontrano un muro di ostilità, ma forse anche tra gli operai e i ceti popolari delle aree industriali. È sintomatico che dopo anni di retorica al vetriolo contro la riforma sanitaria di Obama, Romney si dica ora disposto a mantenerne taluni aspetti, visto che quanto più la riforma diviene operante e tanto più essa risulta soddisfacente per quanti ne hanno effettivamente guadagnato una copertura più estesa e affidabile. La competizione per la Casa Bianca, e il non meno importante rinnovo del Congresso, resta dunque aperta e indecisa. Una crisi improvvisa come quella esplosa ora in Libia ed Egitto può imprimerle una svolta brusca, in un senso come nell'altro. L'uso anonimo d'immensi capitali per la pubblicità la condizionerà a fondo, e i tre dibattiti tra i due candidati saranno importanti. Ma oggi è ancora Romney a dover trovare una strada per la vittoria, che per il momento gli sfugge. Nicola Cacace SEGUEDALLAPRIMA E 7,4 punti % in meno di peso del terziario italiano rispetto al terziario di altri paesi industriali significano bassa produttività di sistema e 2 milioni di posti lavoro in meno. Un sollievo alla disoccupazione, soprattutto giovanile, può venire solo dai servizi. Da noi il dibattito politico accademico sui servizi è inesistente. Eppure da quasi mezzo secolo lo sviluppo di tutti i paesi industriali è trainato dai servizi ed il 120% della nuova occupazione è venuta dai servizi. Mentre ancora molti politici ed economisti italiani continuano a indulgere su classificazioni obsolete tra lavori produttivi ed improduttivi, tacciando di «affossatori» dell'industria quanti parlano del gap dei servizi. Pochi riflettono sul fatto che nell'economia globalizzata l'unica via dei paesi industriali per valorizzare i prodotti di agricoltura ed industria è proprio quella di disporre di servizi di qualità. Noi continuiamo a “battagliare” intorno a miniere, metallurgia e chimica di base, settori competitivi solo in paesi petroliferi a basso costo energetico, mentre lasciamo deperire gli scavi di Pompei, affondare i nostri trasporti, ignorare l'arte, la cultura ed il cinema, affamare scuola, università e innovazione. Nel 2011 tutti i settori dei servizi (Trasporti e Banche, Assicurazioni e Licenze, Informatica e Cine TV, Istruzione e servizi sociali) ad eccezione dei Viaggi (turismo) avevano un deficit dell'interscambio con l'estero, segno evidente di bassa competitività. Quali sono in generale i fattori principali della crescita del terziario? Outsourcing da specializzazione; Aumento del benessere e della domanda di cultura, viaggi, sport, salute, istruzione; Differenze di produttività e redditività intersettoriali; Invecchiamento della popolazione. In Italia la terziarizzazione è stata spinta soprattutto da outsourcing ed invecchiamento. Infatti Colf e Badanti sono da anni le professioni a più alta crescita, mentre le differenze di produttività intersettoriali hanno determinato flussi di capitale verso settori “garantiti”, autostrade, Enel, etc.. più che investimenti in servizi ananzati. Ci riempiamo la bocca con “la terza industria manifatturiera”, secondi solo alla Germania, verità anche parziale e non vediamo che i progressi dei paesi concorrenti sono spinti da una terziarizzazione continua dell'economia. Anche i due maggiori esportatori del mondo, Giappone e Germania, hanno un peso del terziario superiore al nostro. È ora di rivedere i canoni con cui troppi continuano a magnificare le sorti dell'industria, magari cercando di mantenere in vita produzioni “pesanti”, inquinanti ed energivore senza impiegare energie umane e finanziarie per il terziario avanzato e la conoscenza. Per rilanciare la crescita, oltre a rivitalizzare una domanda interna allo stremo, urge una politica industriale a tutto campo, cioè politica di sviluppo dei settori, agricoltura, industria e servizi, anche per evitare il rischio concreto, già sperimentato in passato di una crescita senza occupazione. Questi, nel dettaglio, i dati del Terziario nei maggiori Paesi industriali in un confronto tra gli anni 2001 e 2011: negli Stati Uniti nel 2001 il valore percentuale dell'occupazione in questo settore era del 75%, dieci anni più tardi era salito all'81% (variazione di +6); Gran Bretagna 73% nel 2001, 80% nel 2011 (+7); Francia 72% nel 2001, 76% nel 2011 (+4); Giappone 64% nel 2001, 70% nel 2011 (+6); Germania 64% nel 2001, 69% nel 2011 (+5); Italia 64,6 nel 2001, 67,8 nel 2011 (+3,2). «TORNA L'ISLAM ASSASSINO»! COSITITOLAVA IERI LAPRIMA PAGINA DE IL GIORNALE. UN TITOLO ROBOANTE, SEGUITO DA UN ARTICOLO NEL QUALE SI RIPROPONE IN MODOSECCOL'EQUAZIONEISLAMUGUALEVIOLENZA,arrivando a ritenere responsabile almeno di lassismo la Chiesa del dialogo e Obama, Bush e Blair colpevoli di non essere stati abbastanza determinati nel contrastare l'Islam. E l'Islam viene presentato come una ideologia anziché una religione. Una serie di affermazioni che ritengo pericolose oltre sbagliate, poiché hanno come base, questa sì ideologica, l'idea di un inevitabile scontro di civiltà e propongono implicitamente come metodo unico di «confronto» la contrapposizione. La violenza va sempre e comunque condannata, anche quando si ammanta di caratteri religiosi, questo è fuori di dubbio. Ma proprio per questo credo sia giusto anche condannare il violento furore ideologico che per affermare una tesi pericolosa arriva a negare l'evidenza, compresa quella della quotidianità che da secoli vede le persone convivere pacificamente insieme in tante parti del mondo. È innegabile che conflitti politici a sfondo religioso abbiano segnato periodi storici anche recenti, ma la storia ci insegna che furono parentesi in mezzo a lunghi periodi di convivenza. Se inoltre la tesi illustrata fosse pertinente, ovvero che gli assassini dell'ambasciatore Usa a Bengasi non fossero schegge impazzite, ma interpreti fedeli del Corano, viene allora normale chiedersi come mai gli altri milioni di fedeli non abbiano seguito questo esempio in tutta la Libia e negli altri Paesi musulmani. Oppure sarebbe lecito chiedersi come mai una decina di guardie libiche, anch'esse musulmane, siano morte nel tentativo di respingere l'assalto al consolato. In nome di questa becera islamofobia e a pochi giorni dai funerali del cardinale Martini, uomo simbolo del dialogo interreligioso, non si esita ad attaccare quella Chiesa che «si è invaghita del dialogo fine a se stesso che, culminando nella legittimazione dell'Islam, corrisponde alla negazione del cristianesimo». Una simile accusa mi ricorda vagamente quelle mosse contro i templari per giustificarne lo scioglimento, e successivamente smentite dagli storici. Fatti questi che avvenivano centinaia di anni fa e in un contesto di rapporti fra Stati e Chiesa ben diversi, ma che ben rendono l'idea di quanto vecchio sia l'armamentario ideologico a cui si ricorre. Oggi la Chiesa del dialogo prende le mosse dal Concilio Vaticano II ed ha avuto fra i suoi più autorevoli e recenti sostenitori Papa Giovanni Paolo II, Papa Benedetto XVI e sicuramente anche il cardinal Martini. Che senso ha sostenere che il Papa voglia negare il cristianesimo? Che senso ha farsi portavoci di un manicheismo così privo di ragione? Il timore è che, oltre a fare proselitismo su una idea di cristianesimo inventato per l'occasione, si voglia a breve riaprire la consueta campagna islamofobica e xenofoba in vista delle elezioni. Il tutto riesumando stereotipi e paure in modo strumentale per creare divisioni e rinfocolare allarmismi. Sarebbe dannoso perseguire così strumentalmente il buio della ragione con il fine non dichiarato di dare ossigeno a quelle forze politiche che non sanno come giustificare il loro recente fallimento sui temi economici e sociali. Se cosi fosse, questa strategia sembrerebbe fallimentare, almeno a giudicare dal voto in Olanda. Credo sia reale il pericolo che in Italia qualcuno voglia riportare la discussione su questi temi e con questi toni esasperati, alzando così una cortina fumogena per nascondere altre questioni politiche meno favorevoli a chi le alimenta. Una scelta rischiosa semmai qualcuno la volesse perseguire. Sarebbe infatti una grave sottovalutazione non tener conto che alimentare paure con toni urlati possa involontariamente indurre qualcuno a passare dalle parole ai fatti. Su questo sarebbe utile che le forze politiche e sociali e i media vigilassero, abbassando i toni nell'affrontare temi tanti delicati e importanti, senza cadere nella «trappola del consenso», inseguendo parole d'ordine sbagliate di chi ci propone una visione del mondo fatta di contrapposizioni insanabili fra culture e religioni diverse. Culture e religioni che in Italia coesistono pacificamente e nel reciproco rispetto anche in presenza di alcuni problemi. In secondo luogo sarà indispensabile ribadire sempre la condanna più ferma contro ogni violenza e riaffermare con decisione la via del dialogo come unica prassi possibile per costruire una civile convivenza, rendendo cosi più coeso e forte il nostro Paese. Maramotti Il commento L'ombra libica sulla corsa di Obama Federico Romero . . . In Giappone e Germania, i due maggiori esportatori del mondo, i servizi hanno un peso superiore al nostro L'intervento Il delirio della destra: l'Islam estremista è colpa del Papa . . . È un errore presentare l'Islam come un'ideologia . . . Il dialogo non è un cedimento Marco Pacciotti Coordinatore del Forum Immigrazione del Pd COMUNITÀ venerdì 14 settembre 2012 17
ITALIA RAZZISMO TRATTATIVA STATO-MAFIA Violanteascoltatoper treoredaipmdiPalermo Èdurato circa tre ore il colloquio tra l'ex presidentedella CameraLuciano Violantee i pmdi Palermo, Antonio IngroiaeNinoDi Matteo. I magistrati hannovolutosentire il politicosui fatti del '93 e in particolare suimesi precedenti il mancatorinnovo del 41bis peroltre300 detenuti. In unarelazione dellaDia consegnataa Violantedall'ex ministrodell'Interno si parlavagià di trattativae possibileabolizionedel carcereduro. Il rapporto dellaDia, che risaleadagosto 1993, precededipoco unaltrodocumento steso dallo Sco, consegnatopoi allacommissione Antimafia.Anche inquella relazione venivariproposto il sospettoche Cosa nostracercasse interlocutori peruna possibile trattativa. Il rapporto riservato venneconsegnato all'Antimafia, allora presiedutada Violante,ma èrimasto negli archivi finoal2011. Èdavvero emergenza all'inter-no della cosiddetta EmergenzaNord Africa istituita a seguito dell'arrivo di migranti fuggiti da quelle zone. Questa volta i protagonisti della vicenda sono oltre 500 persone, prevalentemente di origine nigeriana, pachistana e somala, ospiti del centro gestito dalla cooperativa Domus Caritatis, in via Staderini a Roma. Lunedì scorso gli uomini e le donne che lì vivono hanno «occupato» la struttura, chiudendo i cancelli e impedendo l'accesso agli operatori. Il motivo della protesta era, principalmente, uno: gli enormi ritardi della questura nel rilascio dei permessi di soggiorno. La maggior parte di loro si trova in attesa della decisione del Tribunale sul ricorso presentato a seguito del diniego della richiesta di protezione internazionale. Queste persone hanno il diritto, fino a che il tribunale non si pronuncia, a un «cedolino» che attesti la regolarità della loro permanenza sul territorio italiano. Questo documento reca un timbro dove è specificata la scadenza, e lungaggini burocratiche ne hanno impedito il rinnovo. Per questo motivo molte persone, in questi mesi, sono state fermate dalla polizia e trattenute perché ritenute irregolari. Racconta Kashif: «Sono in questo centro da più di dieci mesi. La commissione ha respinto la mia domanda e dopo avere presentato ricorso mi hanno riconosciuto la protezione sussidiaria. Ora sono 8 mesi che aspetto i documenti, in queste condizioni è impossibile fare qualunque cosa, cercare un lavoro, una casa. Anche solo uscire dal centro è pericoloso, molti poliziotti non riconoscono il cedolino come un documento valido e quindi ci portano via». Martedì si sono tenute delle riunioni tra gli ospiti, i rappresentanti del centro, le associazioni e la questura, e mercoledì è stato possibile apporre i timbri di rinnovo su oltre 300 cedolini. Una parte del problema, quindi, sembra essere risolto, ma la denuncia dei migranti va oltre la richiesta di regolarizzare la loro posizione. Majid dice: «La situazione qui dentro è molto difficile. Il cibo è pessimo e le quantità non sono sufficienti, la metà di noi soffre di problemi di stomaco, ma non ci sono abbastanza medici per visitare tutti. Non abbiamo farmaci, ci dicono di andare a comprarli da soli, ma non abbiamo soldi. Voglio andarmene da qui e iniziare la mia vita, sono 4 mesi che aspetto i documenti. È come se fossi prigioniero». Come ci è più volte capitato di denunciare, la situazione dell'accoglienza per migranti in Italia è frammentata e spesso disastrosa. Mesi fa abbiamo raccontato le condizioni di vita in un centro vicino Cassino, sempre finanziato nell'ambito dell'EmergenzaNordAfrica, in cui i richiedenti asilo, ospitati in appartamenti, vivevano al freddo perché le caldaie erano state chiuse con delle catene. Pare evidente che non viene effettuato alcun controllo su queste strutture. Strutture per cui i soggetti appaltatori ricevono anche 48 euro al giorno per utente. Davvero molto denaro, a fronte delle nulle o scarsissime opportunità offerte a chi ha il diritto di essere accolto nel nostro Paese. «Preparavamo noi alla Maugeri le bozze delle delibere regionali» GIUSEPPEVESPO MILANO Parla Mozzali uno degli arrestati nella inchiesta sulla sanità Formigoni indagato «Nessun fondamento» «Un sistema consolidato» quello che trasferiva finanziamenti dalla Regione alla fondazione Maugeri di Pavia. Un presunto sistema che aveva il suo perno nel lobbista Pierangelo Daccò, finito in carcere per il crac San Raffaele e per i presunti fondi distratti proprio alle cliniche pavesi. È l'ultima tegola caduta sul governatore lombardo Roberto Formigoni. Sono le parole dette ai magistrati milanesi che indagano sulla fondazione Maugeri da Gianfranco Mozzali, braccio destro dell'ex direttore amministrativo delle cliniche con sede a Pavia, Costantino Passerino. Un'inchiesta che, come è noto, vede il governatore «Celeste» sotto indagine con l'ipotesi di reato di corruzione aggravata. DELIBEREAD HOC «Qualsiasi erogazione dalla Regione alla fondazione passava attraverso un pagamento a Daccò», mette a verbale l'indagato Mozzali, che attualmente si trova ai domiciliari, quando parla del lobbista e amico di Formigoni finito agli arresti. Addirittura, sostiene l'interrogato, «è anche capitato, in alcuni casi, di elaborare delle ipotesi di delibera, nel senso che calcolavamo il risultato che la fondazione avrebbe raggiunto qualora fossero stati recepiti determinati parametri dalle delibere regionali». Mozzali risponde alle domande dei pm Laura Pedio, Gaetano Ruta e Antonio Pastore, i quali sono interessati a conoscere il perché dell'«aumento significativo negli importi complessivamente riconosciuti ed erogati dalla Regione Lombardia a favore di fondazione Maugeri». La risposta si può riassumere in due parole e un nome: Pierangelo Daccò. Il presunto «sistema», almeno così come viene descritto in questo interrogatorio, sembra «consolidato». Tanto che l'ex direttore amministrativo della fondazione, Costantino Passerino, avrebbe usato con Daccò «un linguaggio più disinvolto, nel senso che, spesso, mi riferiva di avergli detto di darsi da fare col suo presidente e che si desse una mossa a fare quello che lui chiedeva». Mozzali aggiunge che, «se fosse cambiata la giunta, la Maugeri avrebbe potuto perdere tutti i benefici riconosciuti». Ma non è tutto. C'è un altro riferimento alla politica. Sempre secondo quanto riportato ai magistrati del pool coordinato dal procuratore aggiunto Francesco Greco, una settimana prima del suo arresto per il crac del San Raffaele, l'ospedale fondato da don Luigi Verzè, Daccò «ha detto a Passerino, il quale era preoccupatissimo, di stare tranquillo in quanto lui aveva sistemato i suoi conti in modo tale che non risultassero uscite verso politici o funzionari pubblici e che il denaro rimaneva nella sua disponibilità». SCENARIPRIVI DIFONDAMENTO Parole che ieri sera hanno riacceso i riflettori su Palazzo Lombardia, il nuovo grattacielo che ospita gli uffici del governatore. Che respinge ogni addebito e ogni riferimento al proprio ruolo con una nota del suo staff: «Per quanto riguarda il presidente Roberto Formigoni e la Regione Lombardia si legge - gli scenari dipinti dal signor Mozzali - ad essi del tutto sconosciuto - sono privi di qualsiasi fondamento». Ma intanto è già polemica politica, col Pd e Sel che tornano all'attacco. Per i Democratici interviene il capogruppo Luca Gaffuri, secondo cui «il quadro si aggrava ulteriormente. È urgente che, come chiediamo da luglio, Formigoni venga a riferire in aula». Dura Chiara Cremonesi di Sel, che definisce la sanità regionale «in balia di faccendieri e lobbisti. Un sistema in cui l'estrema arbitrarietà dei finanziamenti dà luogo a una palude, dove la salute dei cittadini annega tra gli interessi privati». MARCOTEDESCHI VARESE Finanza nelle gallerie Violazioni per 19 milioni LUIGIMANCONI VALENTINABRINIS VALENTINACALDERONE info@italiarazzismo.it Arrestato Eugenio Ferrazzo, figlio del boss Felice I corrieri erano due insospettabili anziani Armi e droga arrivavano dalla Svizzera con una coppia di vecchietti elvetici. Marito e moglie attraversavano il confine in macchina sempre dagli stessi passaggi: il valico di Brogeda, in provincia di Como, o quello di Gaggiolo, Varese. Fucili e pistole venivano acquistati legalmente in Svizzera e poi trasportati in Italia. La droga arrivava invece dalla Colombia, prelevata all'aeroporto di Ginevra oltrepassava il confine in quantitativi fino a duecento grammi per volta. Il tutto andava consegnato ai presunti affiliati della cosca 'ndranghetista dei Ferrazzo, originaria di Mesuraca, Crotone, e attiva in provincia di Varese. FAIDA È lo scenario che viene fuori dall'indagine dei carabinieri di Varese coordinati dal pm della Dda di Milano, Mario Venditti, che ieri hanno arrestato otto persone, quattro in carcere e quattro ai domiciliari, accusate a vario titolo di traffico internazionale di armi e droga. Tra gli arrestati c'è anche il trentaquattrenne Eugenio Ferrazzo, figlio del boss Felice. Il timore degli investigatori, che indagano dal 2010, è che l'ingente approvvigionamento di armi servisse a rinforzare la cosca Ferrazzo, impegnati da anni nella faida interna contro il gruppo capeggiato da Mario Donato Ferrazzo dopo la scissione del '96. La guerra per la successione ai vertici dell'organizzazione criminale tra il ramo della famiglia legato a Felice Ferrazzo e quello legato al cugino, Mario Donato Ferrazzo, in Calabria ha già causato tra il Duemila e il 2010 una decina di morti. Ora rischierebbe di scoppiare nuovamente a causa delle condizioni di salute di Mario Donato, costretto su una sedia a rotelle. Felice Ferrazzo, invece, dall'estate scorsa è in galera. Il boss è stato arrestato a Termoli, Campobasso. In quell'occasione all'interno di una automobile custodita in un garage a lui riconducibile era stato trovato un arsenale costituito da circa cinquanta armi di vario genere. Ieri invece i carabinieri di Varese, con il supporto dei comandi i Saronno, Milano, Pescara e San Donà di Piave, Venezia, hanno sequestrato due pistole mitragliatrici, una pistola semiautomatica, un revolver con cinquecento munizioni di vario calibro e circa duecento grammi di hashish. Armi e droga che, come hanno documentato gli investigatori, nelle telefonate degli indagati diventavano «motorini», «marmitte» e «litri d'olio» o «donne». Nella casa di uno degli arrestati, Mirco de Notaris, è stato trovato anche uno strumento utilizzato per disturbare le frequenze degli apparecchi usati dagli investigatori per le registrazione. Quattro, degli otto arresti di ieri, sono stati eseguiti in flagranza: uno per tentato omicidio e resistenza a pubblico ufficiale, uno per detenzione di munizionamento da guerra e due detenzione ai fini di spaccio di stupefacenti. «Questa operazione - ha commentato il procuratore di Varese, Maurizio Grigo - dimostra la grande penetrazione delle organizzazioni criminali nel territorio varesino, una forza che spesso rimane silente perché ha interesse a fare affari». Violazioni delle norme antiriciclaggio per 14 milioni e evasione di oltre due milioni: sono i risultati di un blitz condotto dagli uomini della Finanza in tutta Italia, in collaborazione con la Siae, nelle gallerie d'arte. Controllate 24 gallerie e case d'asta: nei confronti di due, a Roma e Padova, disposta la chiusura temporanea. Le armi delle 'ndrine in auto dalla Svizzera Errori, ritardi eburocrazia E lachiamano accoglienza Il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni FOTO ANSA . . . «Qualsiasi erogazione di fondi dal Pirellone passava attraverso un pagamento a Daccò» . . . «Gli chiedeva di darsi da fare con il suo presidente Fosse cambiata la giunta avremmo perso i benefici» venerdì 14 settembre 2012 15
GABRIELLAGALLOZZI WEEKENDCINEMA TOCCAANCHEANOI!ESCE«PROMETHEUS»NELLESALEITALIANE,EUREKA!Esce con un ritardo imbarazzante rispetto alla distribuzione americana e mondiale, che risale agli inizi di giugno. Quali sono le conseguenze di questo ritardo? Quella più ovvia, e deprecabile: il film è stato messo in rete e i fan più irriducibili ne hanno già fatto esperienza. L'altra conseguenza, che non è di poco conto se ci pensiamo nell'era del web e dei forum, è che il dibattitto intorno all'ultimo e atteso film di Ridley Scott è già completamente esaurito. Chi ha potuto, ha voltato e rivoltato come un pedalino questo supposto prequel del più famoso horror-fantascientifico della storia del cinema, Alien. Insomma, abbiamo le punte spuntate, siamo alla periferia del mondo e non possiamo che rimestare quello che è stato già detto, oppure avere la presunzione di dire qualcosa di diverso, ma non di nuovo. Ci rivolgiamo, allora, a quei pochi che ancora non sono stati raggiunti da alcuna informazione su questo fanta-horror da 130 milioni di dollari per dire che Prometheus, nelle intenzioni del regista, cerca di rispondere a una domanda rimasta inevasa nel primo Alien. Si tratta dello «space jockey», quella gigantesca creatura fossilizzata con il petto squarciato che troneggiava misteriosa e inquietante nella prima spedizione della Nostromo. I sequel di Alien (che non sono stati firmati da Scott) non hanno mai indagato questa figura-chiave. Chi era? Da dove proveniva? Qual era la sua missione? Scotto ha voluto dare una risposta partendo da un prequel da cui presto si è distaccato. Di domanda in domanda, si è arrivati a quella più alta: da dove veniamo, chi ci ha creati? E qui casca l'asino. Per rispondere a cotante domande, Scott e i suoi sceneggiatori inventano un nuovo creazionismo che è la sintesi confusa, mista a un po' di immaginazione, di alcune teorie para-scientifiche, come la panspermia secondo la quale la vita sulla terra sarebbe arrivata dallo spazio a bordo di una meteorite o la paleufologia che immagina la possibilità di un contatto tra civiltà extraterrestri e antiche civiltà umane, il tutto in una salsa anti-darwiniana. LASTORIA Il film inizia con uno scavo condotto da due archeologi che rinvengono l'ennesima pittura rupestre che raffigura un punto preciso nello spazio profondo, una luna all'interno di una remota costellazione. I nostri scienziati, confrontando pitture simili che raffigurano la stessa costellazione, credono di poter trovare le risposte in quella luna. Hanno una teoria: gli esseri umani sono stati creati da intelligenze extraterrestri e su quella luna sperano di trovare i nostri creatori, gli «ingegneri». Siamo nel 2086 e la tecnologia permette di individuare la posizione nello spazio di questa misteriosa luna. Dieci anni dopo parte una spedizione scientifica finanziata da una magnate morente che spera di ottenere le risposte e forse la vita eterna. Cosa troveranno? Conoscendo Scott non aspettatevi un pianeta panteista alla Avatar (infatti Prometheus è il film opposto ad Avatar). La cosa sarà inospitale e paurosa! Questa è solo la premessa narrativa di un film che non è paragonabile alla complessità dei grandi successi di Scott, Alien e Blade Runner. Rimane visivamente straordinario, con un «intelligence design» meraviglioso e con delle trovate notevoli anche sul piano del 3D (come la riproduzione in rilievo di Lawrence d'Arabia e gli oleogrammi del passato). Il film però crolla proprio sotto i colpi della sua ambizione, con una sceneggiatura scarsa che rende ridicoli e improbabili tutti i personaggi di contorno. UNLEONECINEFILOEDANNUNCIATO.Pietadel coreano Kim Ki-duk, trionfatore alla Mostra di Venezia, s'inserisce a pieno titolo nel filone dei «film da festival». Quelli che nonostante le medaglie raccolte difficilmente riescono poi ad incontrare il pubblico. Esemplari in questo senso le più recenti palme d'oro: Zio Bonmee del thailandese Apichatpong Weerasethakul (2010) o lo stesso acclamato TheTreeofLifedi Terrence Malick che, proprio in questa edizione di Venezia ha inciampato rovinosamente col suo To the wonder. Se il compito dei festival cinematografici resta quello di far scoprire la settima arte in quanto tale, la premessa è d'obbligo quando certi film arrivano poi nelle sale. Dei molti titoli del coreano Kim Ki-duk (18 in 17 anni di attività), infatti, non molti sono riusciti a guadagnarsi l'uscita nei cinema italiani, nonostante i premi raccolti nelle più prestigiose kermesse internazionali. È da salutare quindi come una buona notizia la coraggiosa decisione della Good Films di distribuire Pieta che, alla fine, nell'opera complessiva del regista coreano e per sua stessa ammissione, si presenta quasi come un «film d'azione». Abituati ai tempi sospesi e rarefatti dei suoi poetici sguardi d'autore (Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera, per esempio), o alle pittoriche ed enigmatiche riflessioni sul presente (Ferro 3. La casa vuota che lo lanciò in Italia nel 2004 col Leone d'argento) in questo suo ultimo lavoro Kim Ki-duk mette in scena la perdita di umanità a cui ci trascina il denaro. Unico Dio riconosciuto in un mondo sempre più miserabile dove la «pietà» del titolo si è andata perdendo completamente. Ecco, infatti, il giovane protagonista (Lee Jung-jin) che vive in un quartiere degradato di Seoul, accanirsi brutalmente contro quei poveretti che non riescono a restituire i soldi prestati «a strozzo» dalla malavita locale. Questo è il suo lavoro, riscuotere i debiti con ogni mezzo. Storpiando e brutalizzando le vittime che, invano, invocano pietà, in modo da ottenere il risarcimento delle loro assicurazioni. È in questo clima di totale degrado e violenza (di cui nulla è risparmiato agli stomaci deboli) che un giorno, inaspettatamente, davanti al ragazzo si presenta una donna. Lui che da piccolo è stato abbandonato dalla madre, precipitando per questo in una spirale di perdizione, non esita a credere che proprio quella figura femminile sia la donna che l'ha messo al mondo. E che ora è tornata per pietà. Per fargli trovare la strada della redenzione. Ma nulla però è come sembra, nonostante le buone intenzioni del ragazzo. Come in un incubo inatteso, infatti, il perdono si trasforma in vendetta. E il finale da tragedia classica si rovescia glaciale sugli spettatori. «Space jockey» Eccochiè Finalmentearriva in Italia «Prometheus»diScott Il fanta-horrorda130milioni didollaricercadi rispondere aunadomandainevasa nelprimo«Alien»:dadove veniamo?Mail filmdelude DARIOZONTA Unascenadi«Prometheus», prequeldi«Alien» sempredirettoda RidleyScott Pietà l'èmortadoveregna ildiodenaro Fortunatamentedistribuito in Italia ilLeoned'oro2012 «filmd'azione»del registacoreanoKimKi-duk Unascenadel film coreano «Pietà» GLIALTRIFILM Coppiadiconiugi con duefigli si separa e sprofondanell'abissodei «nuovipoveri».Un manualedi sopravvivenza: come cavarsela (a fatica)con 1.200 euroal mese.Non mancanospunti ironici mamediamente il filmè triste, quasiabbacchiato. AL.C. GLI EQUILIBRISTI Regiadi Ivano De Matteo ConValerioMastandrea, BarboraBobulova, MaurizioCasagrande, Rolando Ravello Italia,2012 - Distribuzione: Medusa L'attesaa cuiallude il titolo è proprioquella. Si incrociano lestoriedi quattrocoppieper lequali la gravidanzaarriva un po' troppo… inaspettata!Nonvi stupirà sapere cheè trattoda uno diquei libri-guida che in Americahanno tantosuccesso. AL.C. CHECOSAASPETTARSI QUANDOSI ASPETTA RegiadiKirk Jones ConJ.Lopez, C. Diaz,A. Kendrick,D.Quaid Usa,2012 -Distribuzione: Universal Unicofilm italiano inconcorso uscito da Veneziaconduepremi, è il primotitolo di DanieleCiprì (conFranco Maresco inCinico Tv).Storia grottescadi una famiglia che lotta peruscire dalla miseria: la risposta sicilianaai «Simpsons».GrandiosoToni Servillo. AL.C. ÈSTATO IL FIGLIO RegiadiDaniele Ciprì ConToniServillo, FabrizioFalco, Giselda Volodi Italia,2012 - Distribuzione: Fandango U: 20 venerdì 14 settembre 2012
Viminale: autunno caldo, dialogo contro le tensioni Tre ore di riunione al ministero dell'Interno per l'emergenza ordine pubblico. Oltre 150 i siti produttivi a rischio disordini Allarme terrorismo esterno: l'intelligence teme un contagio dalle zone del Nord Africa La prima notte di protesta a settanta metri d'altezza l'hanno passata tra vento, pioggia e ricordi. Disposti a tutto, come si legge nello striscione sistemato sulla ringhiera del serbatoio pensile che sovrasta una parte dello stabilimento Alcoa di Portovesme. Franco Bardi e Rino Barca, i due segretari territoriali dei metalmeccanici, Fiom il primo e Fim il secondo, non sono disposti ad arretrare. «Adesso deve intervenire il Governo - dice Franco Bardi in una delle prime telefonate della mattina - da qui non intendiamo andare via. L'unica cosa che ci potrebbe far scendere è convocare il tavolo delle trattative alla presidenza del Consiglio dei ministri o comunque uno stop alla fermata dell'impianto da parte di Alcoa». Franco Bardi, in fabbrica ci è arrivato 23 anni fa, Rino Barca invece undici anni prima. Operaio nei forni il primo, impegnato nei cantieri dei cosiddetti ponteggi il secondo. E un impegno comune seppure in sigle differenti: il sindacato. «Abbiamo passato la notte ricordando la nostra storia in fabbrica racconta Bardi - ora siamo preoccupati per tutti i lavoratori e per un intero territorio. Ho anche ricevuto le telefonate di Susanna Camusso e Maurizio Landini ai quali ho spiegato che il nostro non è un gesto da scellerati ma un atto di responsabilità verso tutti i nostri colleghi e verso un territorio che chiede risposte». Davanti all'ingresso secondario della fabbrica si aspetta. Qualche familiare dei lavoratori porta pane, pizze e acqua. Al pomeriggio il vento batte forte sul pilone in cemento armato su cui poggia il serbatoio. I due sindacalisti non cambiano idea. «Abbiamo staccato i telefoni per un po', giusto il tempo di provare a riposare anche se è molto scomodo - spiega Rino Barca - . In due dobbiamo dividerci meno di un metro quadrato». Disagio che non scoraggia, anzi. «Ci è stato comunicato che arrivano i dirigenti nazionali di Fiom, Fim e Uilm - aggiunge Barca -. Noi, nonostante il maltempo e il freddo continuiamo a rimane qui sopra a oltranza». A dare sostegno ai lavoratori giungono anche i sindaci del Sulcis Iglesiente guidati dal primo cittadino di Villamassargia e coordinatore del movimento, Franco Porcu, che spiega: «La protesta dei lavoratori è la nostra protesta, non possiamo permettere che il Sulcis perda un solo posto di lavoro. Per questo motivo siamo decisi a rimanere qui anche noi». Per il momento le aziende che hanno manifestato interesse per un'acquisizione sono tre: la Glencore, la Klesch e la Kite Gen Research. Le segreterie nazionali di Fim, Fiom, Uilm chiedono l'intervento dell'esecutivo nazionale. «A questo punto la vertenza va assunta direttamente dal Governo italiano scrivono-. Pertanto riteniamo indispensabile che il premier in persona convochi con urgenza le parti, in stretto coordinamento con il ministero dello Sviluppo Economico, per creare le condizioni utili ad una positiva conclusione della vertenza». In serata a Portovesme arriva anche Gianni Venturi, della Fiom nazionale. Incontra anche i lavoratori e i giornalisti che bivaccano vicino alla tenda dei sindaci. «Non ci si può rassegnare alla desertificazione - dice -, la battaglia dei lavoratori Alcoa non è solo in difesa dei posti di lavoro ma anche per una prospettiva. È necessario riannodare i fili di una filiera produttiva dell'alluminio primario che risulta essere ancora strategica per il Paese». Tre ore intorno al tavolo per cercare di individuare e contenere i focolai di tensione di questo autunno caldo italiano sul tabellone triste delle fabbriche a rischio. Mentre gli operai dell'Alcoa sono tornati sui silos a 70 metri di altezza. E bollettini di protesta arrivano da almeno «150 fabbriche a rischio», tanti quanti sono i tavoli di crisi di cui si sta occupando il ministero del Lavoro. «L'autunno caldo» nelle fabbriche e nelle piazze annunciato dai ministri Fornero e Cancellieri fa convocare il Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza. L'emergenza interna si è sommata, nelle ultime ore, a quella internazionale. La fascia del nord Africa si sta incendiando, un virus violentissimo, di cui Al Qaeda rividendica l'imprimatur, esploso in Libia e che rapidamente sta infettando Egitto e Marocco, proprio là dove all'inizio dell'anno le primavere arabe avevano invece lasciato intravedere cambiamenti democratici. «Un virus - si osserva - sempre che non sia un piano studiato che sarebbe nefasto dovesse coinvolgere anche la polveriera Siria». Al dossier terrorismo internazionale è stata dedicata buona parte della riunione convocata dal ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri a cui hanno partecipato, come da protocollo, i direttori di Aisi e Aise, il generale Arturo Esposito e Adriano Santini, il capo della polizia Antonio Manganelli e il comandante dei carabinieri generale Leonardo Gallitelli. Al tavolo anche il direttore dell'amministrazione penitenziaria Giovanni Tamburiono e i capi di stato maggiore di Esercito e Marina. Anche il braccio di mare che ci divide dall'Africa rappresenta in questo momento un'emergenza: per l'arrivo di clandestini e per il rischio di fondamentalisti infiltrati tra i disperati in fuga da Libia, nord africa e, soprattutto, Siria. Con il ministro, il sottosegretario prefetto Carlo De Stefano a lungo responsabile dell'Antiterrorismo del Viminale. La prima parte della riunione è stata dedicata all'«analisi della situazione in oltre 150 siti industriali e produttivi il cui stato di crisi è già all'attenzione del ministero del Lavoro». È qui che sta prendendo forma l'autunno caldo. Che presenta già criticità sul fronte dell'ordine pubblico («temiamo che Alcoa possa diventare un precedente e anche un esempio da imitare» riflette uno dei presenti). E che non deve in alcun modo trasformarsi in terreno fertile per infiltrazioni di tipo eversivo. Come è già successo, anche se le matrici sono diverse, in Piemonte e in val di Susa con i No Tav. Le disposizioni del ministro, e quindi di palazzo Chigi, sono chiarissime: «Dialogo con gli operai» che mai possono essere controparte del dissenso sociale. La traduzione operativa è «evitare in ogni modo di fare a botte». Non quello che è successo lunedì pomeriggio davanti alla sede del ministero a Roma. Agli uomini che andranno in piazza, nelle strade a fare presidii, sarà richiesto un di più di responsabilità. «Dovremo - spiegano i responsabili dell'ordine pubblico - essere in grado di distinguere tra l'esasperazione di chi rischia di perdere il lavoro e fa di tutto per difenderlo e chi invece cercherà di sfruttare quelle situazioni di crisi per altri fini». In una parola il rischio è sempre lo stesso: che gruppi organizzati possano infiltrarsi in scenari di tensione sociale e sfruttarli per altri fini. Alle forze dell'ordine è dunque richiesto soprattutto un lavoro di prevenzione e monitoraggio da fare prima. E per cui è richiesto anche l'aiuto degli stessi operai. Così sul grande tavolo della riunione ieri mattina, oltre alla mappa degli oltre cento siti produttivi a rischio, Alcoa ma anche Fincantieri a Genova, Palermo e Castellammare di Stabia e le sedi Fiat in Italia, è finita in parallelo anche la mappa dell'eversione interna. Di come eventuali cellule anarcoinsurrezionaliste o di matrice eversiva possono essere presenti in quei territori e interagire con la crisi economica e sociale. Su questo fronte si registra «una certa tranquillità». Come se le operazioni e gli arresti scattati soprattutto al nord dopo la gambizzazione dell'ingegner Adinolfi e le spedizioni di plichi-bomba alla sedi di Equitalia avessero mandato temporaneamente in sonno l'attivismo delle cellule. «Non sono stati di recente intercettati segnali di questo tipo» osservano gli investigatori. Mentre resta acceso il focolaio dei No Tav. Nell'agenda della riunione anche l'emergenza criminalità nell'area napoletana, con la faida di camorra a Scampia, e a Milano al centro delle cronache dopo le sparatorie degli ultimi giorni. La strategia decisa dal Comitato è quella di mandare rinforzi di polizia a presidio del territorio e rafforzare contestualmente indagini ed intelligence. Escluso per ora l'invio di militari. TELECOM ILCASO CLAUDIAFUSANI ROMA Sulla torre Alcoa: «Esausti, ma resistiamo» La torre dell'Alcoa a Portovesme FOTO ANSA La ministra dell'Interno, Anna Maria Cancellieri FOTO ANSA Sìallaconciliazione propostadall'ex managerRuggiero Telecomhadecisodi accettare la propostadei legali diRiccardo Ruggieroeancheper lui, come per l'altroex managerCarlo Buora,verrà propostaunaconciliazione.Per il primo la transazioneèda 1,5milioni e per il secondoda 1milione. Telecom metteràcosìuna pietrasull'operato di Ruggieroesu ognisua possibile responsabilitàsia come direttore generalesia come amministratore delegatoe rinunceràa costituirsiparte civilenelprocedimento penale relativoallecarte prepagate.Ai soci, nell'assembleadel 18 ottobre, spetterà l'ultimaparola sullaquestione. Stipendio oltre il tetto delgovernoper 18managerpubblici Sonoancora 18 i managerpubblici, fraquelli fin quimonitorati, il cui stipendiocontinua asuperare il tetto dei294.000euro, nonostante le nuovenormedecise dalgoverno Monti.Lo hareso noto ieri il ministro dellaPubblica Amministrazione, FilippoPatroniGriffi, davantialle CommissioniAffari costituzionali e Lavorodella Camera presentando i risultatidel primo monitoraggio del decretosui tetti retributivi dei managerdella Pubblica Amministrazione. PatroniGriffi ha segnalato che,al momento,hannorisposto al monitoraggio37amministrazioni pubblichesu80 interessate eche, tra i 18casi di “discostamento” dai tettiprefissati, alcunihannofornito cifredovuteancheal cumulo. In alcunicasi leeccedenze aiquasi300 milaeuroprevistidalle normesono dicirca 10milaeuro, negli altri arrivanoai 90/100mila. Ilministro ha ricordato inoltre cheper le segnalazionidi cumulo(vale adire la sommafra lo stipendio derivante dall'incaricopiùaltri emolumenti) ci sarà temposinoanovembre per normalizzare lasituazione. Patroni Griffi si è dettoprontoa inviare i risultatidel monitoraggio alla Corte deicontiper leverifiche incrociate. Infine, il responsabile deldicastero hadettoche sul tetto agli stipendi deimanager «il governonon ha ritenutodiesercitare lederoghe. Alcunideputati lechiedono, riferirò, manon sose ritornerà su questo punto». DAVIDEMADEDDU PORTOVESME I segretari Fiom e Fim sul silos: «Intervenga il governo Il nostro è un atto di responsabilità» Scenderanno solo quando verrà convocato il tavolo a Palazzo Chigi venerdì 14 settembre 2012 11
Una stangata che vale tra i 600 e gli 800 euro l'anno a famiglia, secondo i calcoli delle associazioni dei consumatori. Un aumento che fa salire l'inflazione acquisita per il 2012 al 3%. L'Istat conferma il rialzo dell'inflazione ad agosto: 3,2% annuo, 0,4% mensile. L'indice di fondo, al netto dei beni energetici e degli alimentari freschi, scende al 2,1% (dal 2,2% di luglio). Sempre più salato il carrello della spesa, con i prezzi dei prodotti acquistati con maggiore frequenza in aumento dello 0,3% rispetto a luglio, e del 4,2% su base annua (+4% tondo a luglio). Sono più cari uova, pollo, pesce e maiale, mentre cala il prezzo di frutta (-2,4% congiunturale) e verdura (-0,6). Pesa certamente il caro-ferie, con i rialzi mensili dei carburanti e dei servizi di trasporto passeggeri legati alle vacanze. Rispetto a luglio, la benzina rincara del 3,6% e il gasolio per mezzi di trasporto aumenta del 4,4%. Su base annua, si registrano accelerazioni sia per la verde, che sale del 15,1% (dal 12,5% di luglio), sia per il diesel, in rialzo del 17,5% (dal 14,2% di luglio). Basti pensare che, secondo i calcoli di Confcommercio, il caro-carburanti sottrae oltre 6 miliardi ai consumi annui. Nel frattempo, i salari languono: le retribuzioni lorde nel secondo trimestre, rileva l'Istat, sono cresciute su base annua solo dello 0,8%, il valore più basso dall'inizio del 2009. Ma l'inflazione al 4,2% è anche sottostimata, a sentire i consumatori. Secondo i calcoli di Federconsumatori e Adusbef, che denunciano infatti «gravi speculazioni su prezzi e tariffe», in realtà si attesta al 5,5%, gravando sulle famiglie per oltre 1.600 euro, e senza contare il peso della tassazione. Per i carburanti, le due associazioni chiedono una riduzione della tassazione di almeno 6 centesimi il litro, come sta avvenendo in Francia. Gli aggravi, solo nel settore alimentare, ammontano ad oltre 308 euro annui a famiglia (considerando un nucleo medio di 2,5 componenti). Ma fortissimo è poi l'impatto della benzina: tra aumenti diretti (420 euro l'anno per il pieno) e indiretti (348 euro per i costi legati al trasporto merci) la stangata vale 768 euro. Anche il Codacons parla di stangata: «Tradotto in termini di costo della vita significa che, su base annua, un pensionato single spenderà 340 euro in più all'anno, 28,30 euro in più al mese che certo non arriveranno dalla rivalutazione della pensione». Le associazioni di tutela dei consumatori tornano a rivolgersi al governo, chiedendo che «si decida a disporre un serio piano di contrasto agli aumenti ingiustificati, fino a ricorrere ad un vero e proprio blocco di prezzi e tariffe». A corollario, la rilevazione Fipe-Confcommercio sui prezzi della ristorazione, aumentati nell'ultimo anno del 2,2%, con il caffè che costa 3 centesimi in più e il cappuccino 2 in più. In ristoranti, trattorie e pizzerie l'inflazione è ancora più fredda: stando allo studio, in un anno i prezzi sono aumentati dell'1,9%. Le difficoltà delle famiglie si riflettono anche sul turn over delle attività di ristorazione: tra gennaio e giugno 2012 hanno cessato l'attività 14.004 imprese. AUTOMOBILISTI,CONTO SALATO Quanto ai carburanti, l'osservatorio Federconsumatori indica variazioni rispetto ad agosto 2011 di +35 centesimi, con un aggravio di costi per 768 euro annui (pari a 49 giorni di spesa alimentare di una famiglia media). È chiaro che l'aumento dei carburanti infatti contribuisce in maniera notevole all'incremento finale del tasso di inflazione: di questo passo, a fine anno, vi sarà un'ulteriore spinta del +1,1%. Il tutto va a rimpinguare le casse dello Stato e delle compagnie petrolifere: gli aumenti registrati rispetto a un anno fa sono di 21 centesimi al litro che finiscono nelle casse dello Stato e 14 centesimi/litro che arricchiscono le compagnie. Ipotizzando lo stesso livello di consumi di carburanti di oggi, di qui ad un anno i maggiori introiti saranno di 9 miliardi e 324 milioni per lo Stato, e 6 miliardi e 216 milioni per le compagnie. Un grafico con dati tutti in aumento, che infatti spinge l'Unione petrolifera all'autogiustificazione: gran parte dell'aumento dei carburanti registrato ad agosto «è dovuto all'accresciuto peso fiscale - commenta l'Up in una nota Il deciso rincaro della materia prima (greggio e prodotti raffinati) sui mercati internazionali è invece stato recepito solo in parte dal prezzo industriale, cioè al netto delle tasse». Da un'analisi, dice l'Up, emerge infatti che «nel periodo agosto 2011-agosto 2012 la benzina è aumentata di 23,3 centesimi euro al litro, di cui solo 6,7 centesimi attribuibili all'incremento del prezzo industriale al netto delle tasse (rispetto ad un incremento della materia prima di 12,7 centesimi) e ben 16,6 centesimi all'aumento della componente fiscale». Calcoli analoghi per il gasolio: il prezzo è cresciuto di 25,6 centesimi al litro, di cui 5,7 legati al prezzo industriale (rispetto ad un incremento della materia prima di 11,3 centesimi) e 19,9 centesimi all'incremento della componente fiscale». Confindustria: crisi fino al 2013 Confindustria suona l'allarme, ma la Banca centrale europea non lo sente. Con un po' d'ironia si potrebbero sintetizzare così le notizie sfornate ieri da Viale dell'Astronomia e da Eurotower. Infatti, se da un lato si sottolinea come in Italia le cose vanno persino peggio del previsto, con boom della disoccupazione e recessione destinata a protrarsi fino all'anno prossimo, dall'altro si ribadisce che alla strada del rigore nei conti pubblici non c'è alternativa. Cominciamo dall'associazione degli industriali, il cui Centro Studi ha diffuso una serie aggiornata di dati, ed è difficile dire se il peggio arriva dalle stime del Pil piuttosto che dall'andamento dell'occupazione. Quest'anno il prodotto interno lordo è destinato a scendere del 2,4%, la stessa flessione prevista nell'elaborazione precedente compiuta a giugno, ma la cattiva notizia riguarda il 2013 poiché si stima un perdurare della recessione, con un arretramento del Pil pari allo 0,6% mentre tre mesi fa si parlava ancora di crescita, +0,3%. «In sostanza - si legge nella relazione del Centro Studi -, la recessione si prolunga e la ripresa è ritardata alla prossima primavera. A pesare c'è il rallentamento globale, con il calo del commercio mondiale, e la brusca frenata dei Paesi emergenti». Fattori che si inseriscono in un quadro nel quale «le cause e le conseguenze della crisi permangono. Tra le prime, le bolle del credito e quella immobiliare, associate con gli eccessi di indebitamento di famiglie e imprese e con l'alta leva delle banche. Tra le seconde, l'alta disoccupazione, che induce negative aspettative di reddito e conseguente maggior parsimonia, nonché il lungo percorso di rientro dei conti pubblici». Non manca una frase ad effetto. «La dinamica del Pil è peggio della prima guerra mondiale». SEMPREDIPIÙ CERCANO LAVORO L'altro capitolo doloroso, come detto, è quello del lavoro. Il Centro Studi segnala che tra il secondo trimestre 2012 e lo stesso periodo del 2011, in Italia i disoccupati sono 758mila in più. Gli occupati, invece, sono rimasti «sostanzialmente invariati». Ed ancora, a fine 2013 la forza lavoro non utilizzata (disoccupati + cig) salirà al 13,9%, dal 12,8% di fine 2012. «Le condizioni del mercato del lavoro italiano sono in deterioramento afferma il rapporto - e solo sul finire dell'anno prossimo le variazioni congiunturali torneranno positive». Il Csc di Confindustria rileva poi un altro fenomeno: «L'aumento della partecipazione al mercato del lavoro è cominciato nella primavera del 2011 e non accenna a cessare, in contrasto con quanto avvenuto negli anni precedenti, quando le difficoltà a trovare un impiego ne avevano scoraggiato la ricerca. Si tratta di un'inversione di tendenza che alimenta le file dei disoccupati, visto che la crisi spinge gli italiani a cercare lavoro». Tradotto in numeri, per il Centro Studi il tasso di disoccupazione «raggiungerà l'11,2% a fine 2012 (10,7% in media d'anno) e il 12,5% a fine 2013 (12,1% in media d'anno), contro il 10,9% e il 12,4% rispettivamente attesi nel rapporto del giugno scorso». La crisi italiana, insomma, rischia di divenire cronica, ma questo non sposta di un millimetro l'atteggiamento della Bce nei confronti del nostro Paese. «Il governo italiano deve rispettare gli impegni presi a livello comunitario e varare delle riforme che stimolino la crescita, in modo da assicurare la sostenibilità del debito pubblico». Lo ha ribadito Eurotower nel suo bollettino mensile, con un articolo dove vengono presentati alcune simulazioni, basate su differenti scenari, relative alla sostenibilità del debito di Italia e Spagna. La Banca centrale sottolinea come il mancato raggiungimento del pareggio di bilancio strutturale e dei corrispondenti avanzi primari «darebbe immediatamente luogo a rischi considerevoli per la sostenibilità del debito». Francoforte aggiunge che «in secondo luogo il risanamento dei conti pubblici e il conseguimento di adeguati avanzi primari risulteranno agevolati da misure atte a favorire la crescita del prodotto interno lordo». Fare la spesa costa il 4,2% in più Stangata fino a 800 euro l'anno L'Istat: aumentano soprattutto i prezzi dei prodotti acquistati con maggior frequenza Carburanti sempre più cari: i consumatori chiedono di ridurre le tasse, come in Francia LAURAMATTEUCCI MILANO ECONOMIA . . . I rincari di verde e gasolio porteranno 9 miliardi allo Stato e 6 miliardi alle compagnie petrolifere Giorgio Squinzi. FOTO ANSA MARCOVENTIMIGLIA MILANO 12 venerdì 14 settembre 2012
ILPOSTOVALBENEUNAVISITA:UNOSPAZIODISGHEMBA SUGGESTIONE, RANNICCHIATO ALL'INTERNO DI UN CORTILE NEL PIENO CENTRO DI ROMA, ovvero la Domus Talenti in via delle Quattro Fontane 13. Se poi – come accade – quel che si offre è interessante, allora davvero non bisogna mancare le tappe di «Ingrediente F – il teatro come non l'avete mai assaggiato». Ovvero una stagione al femminile, fatta da attrici, drammaturghe e performer coagulate in un cartellone scandito per domeniche fino al 7 ottobre e dal 3 al 24 marzo. L'ha inaugurato, ospite speciale, Crescenza Guarnieri con Nientepiùnientealmondo, tratto dall'omonimo racconto di Massimo Carlotto, scritto in un 2004 che sembra oggi. La protagonista è una donna dai quarant'anni sfioriti, che si presenta con una sottoveste sgualcita a piedi scalzi, l'amaro – e il vermouth scadente, versato a ogni frase – in bocca. Lo scenario evocato quello di una Torino fatiscente, di periferia, a orizzonte zero. Ora che la fabbrica ha chiuso e ha mandato gli operai a casa e con loro il marito della donna, davvero la vita è diventata un ring angusto, dove fare a pugni con tutto. Lui, costretto per mandare avanti la famiglia (hanno anche una figlia) ad accettare un lavoro peggiore, lei ad andare a fare la domestica a ore, naturalmente al nero. Precarietà e lavoro duro, senza prospettive, senza futuro. Certo, c'è la bambina, come la chiama la madre, che poi tanto bimba non è con i suoi vent'anni ribelli, i desideri che si fermano al vicino di casa, un immigrato africano, a un lavoretto da pony-express per tirar su una manciata di soldi e andarsi a prendere un panino e una coca al fast food con gli amici. Ecco, è proprio la bambina, la spina nel cuore di una madre tutta protesa a cercare spiragli di futuro possibile. Un matrimonio giusto, per esempio, altro che quell'Abdel che la donna si affretta a denunciare per togliere l'ostacolo tra la figlia e le magnifiche sorti e progressive che calcola per lei. Niente più niente al mondo è una discesa nel nulla, monologo rapito in gorghi di dolore in cui Crescenza Guarnieri si muove felpata e attonita. Una partitura di piccoli gesti – mani nervose che stringono il bicchiere di vermouth o sgualciscono pagine di diario -, sospiri tanti a punteggiare un monologo-confessione irto di pena. L'oscillare tra il tavolo di cucina e le sedie e la porta della stanza di là su un palco che sembra una passerella di nave, quella dove i pirati buttavano i malcapitati in mare agli squali. Nello spazio scenico della Domus dove la regia di Nicola Pistoia la inchioda sotto gli sguardi concentrici degli spettatori, e le luci fredde dall'altro e i corrimano di metallo la riflettono prigioniera di un meccanismo infernale, di un mondo senza pietas per i più fragili, di una società che dispensa sogni da telenovela e fornisce soldi solo per il discount. In questa crasi tra misere realtà e visioni di cartapesta naufraga la ragione della donna. In uno scenario che Crescenza Guarnieri rende palpitante, persino grottescamente ironico se non fosse per le sue straziate conseguenze. Alla Domus, gli appuntamenti Off Rome curati con il sostegno del comitato Pari o Dispare, proseguono domenica 23 settembre con Alessandra Frabetti affiancata dal gruppo musicale Les Triplettes de Belleville in Ciò che resta…Serata di disonore, dedicata alle donne e ai loro tormenti, mentre domenica 30 settembre tocca a Elena Vanni in A.R.E.M – Agenzia di Recupero Eventi Mancati, pronta a mettere in scena i ricordi degli stessi spettatori. La tranche di teatro autunnale si chiude domenica 7 ottobre con il gruppo Ilnaugragarmèdolce con Figlie di Scherazade, storia di due donne migranti. A marzo la seconda parte di «Ingrediente F» con Chiara Stoppa, Valeria Bianchi, Sarah Pesca e la compagnia Flamenquevive (info e prenotazioni: info@offorome.com oppure info@domustalenti.it). Unadiscesa nelnulla CrescenzaGuarnieri apre«IngredienteF» «NIENTEPIÙ NIENTE ALMONDO» diMassimoCarlotto conCrescenzaGuarnieri, regiaNicolaPistoia DomusTalentidiRoma, «Ingrediente F. Il Teatro comenon l'avete maiassaggiato» ROSSELLABATTISTI rbattisti@unita.it FRANCESCADESANCTIS fdesanctis@unita.it «MissioneRoosevelt»Attraversare lacittà fingendosidisabili: unacorsaadostacoliarchitettatadaiTonyCliftonCircus WEEKENDTEATRO CERTE VOLTE DIMENTICHIAMO CHE «ANDARE A TEATRO» NON SEMPRE VUOL DIRE STARE SEDUTI SU UNA BELLAPOLTRONCINA ROSSAe godersi lo spettacolo per una o due ore... Magari lo spettacolo non si svolge neppure in un classico spazio teatrale (cosa che ormai accade spessissimo) e, chissà, la compagnia prescelta probabilmente predilige un tipo di teatro performativo, senza la classica distinzione fra attori e spettatori, anzi, diciamo pure senza pubblico... Vogliamo darvi subito un consiglio: se nella vostra agenda avete in programma di scoprire cosa combina il Tony Clifton Circus - fondata ormai dieci anni fa da Nicola Danesi de Luca e Iacopo Fulgi - aspettatevi di tutto ma non perdete la pazienza. Affrontate la sfida senza scoraggiarvi, sarà sicuramente un'esperienza che non dimenticherete facilmente... Se siete delle persone sane, di certo non vi sarà mai capitato di attraversare la città in sedie a rotelle! Sì avete capito bene, MissioneRoosevelt dei Tony Clifton Circus (andato in scena a Roma nell'ambito di «Short Theatre», per un massimo di 20 spettatori a serata), non è uno spettacolo da vedere in poltrona, ma da far vedere in carrozzella. Sarà la gente che incontrerete per strada ad osservarvi (o ad aiutarvi, nel mio caso un indiano mi ha spinto per un bel pezzo di strada) mentre tentate disperatamente di salire sul marciapiede o di attraversare “l'incrocio della morte” su viale Marconi o ancora di gironzolare in un supermercato alla ricerca di una bibita fresca senza sbattere contro tutti gli scaffali. Il giorno dopo avrete le braccia indolenzite. Ci vuole forza. E anche coraggio, da entrambe le parti. A “scortarvi “ saranno Diane Bonnot e Iacopo Fulgi, che vi accoglieranno in un appartamento per darvi istruzioni prima di affrontare la grande impresa. «Dimenticate la vostra identità» e preparatevi ad una «missione molto pericolosa» - avvisano - voi non siete attori né performer, «non siete un pubblico e questo non è uno spettacolo». Che la missione cominci, dunque. E così questo plotone gioioso di persone munite di mappa della città e palloncini colorati si prepara ad attraversare lo spazio urbano, a conquistare la città con tutti i suoi limiti e le sue difficoltà (gli ostacoli più grossi? L'indifferenza della gente e i sanpietrini!). Ma, nonostante tutto, il sorriso resta fino alle fine. In fondo è stato un gioco, e forse è meglio non farsi troppe domande. CrescenzaGuarnieri in scenacon «Nientepiù nientealmondo» diMassimoCarlotto Lospettacolo lo fatevoi incittàsullasediaarotelle MISSIONE ROOSEVELT unprogettodiTony Clifton Circus conDiane Bonnote Iacopo Fulgi,direzione tecnica EnzoPalazzonieMajaThommen.«Short Theatre», Teatro India, La Pelanda,Teatro Argentina, Roma Da«Missione Roosevelt»di TonyCliftonCircus, ShortTheatre, Roma DEBUTTI Nel fibrillantevivaio di«Up to You», Festival Internazionaledella Creazione contemporanea incorso aTerni, segnaliamoquesta«Miniatura» spagnola di«bambolineda carillon».Con l'invitoa seguiredavicinouna manifestazioneche promettemolto (www.ternifestival.it) MINIATURA RegiadiRoserLópez Espinosa conM.C. Arroyoe R.LópezEspinosa Terni,oggi aStudio 1 Unagiornatadi spettacoli, dibattiti, workshop, laboratori incentrati sul tema del lavoroche cambia, chemanca, che opprime. Inprogramma:«Lavorare stanca»die con MatildeFacheris, «Tu (non)sei il tuo lavoro»regia di Sandro Mabellini,«Scintille» di e conLaura Curino. PROSAET LABORAFESTIVAL Riflessioni teatrali sulmondo del lavoro domani,SpazioMil, SestoSan Giovanni, Mi Enza,detta Caina, haun passato dakiller per la camorra, specializzata nell'uccisione degliextracomunita. Incarnando luoghi comunie pauredi chihauna rozza visone dell'Islam..Maun finale inaspettato la trasformada carnefice in vittima. Inprima alFestival diBenevento CittàSpettacolo CAINA diD. Morganti, regiadiS. Amatucci conL.Amatucci eGabriele Saurio Benevento, 15 e 16 Teatro De Simone U: 22 venerdì 14 settembre 2012
Due cacciatorpediniere americane stavano dirigendosi ieri verso le coste libiche, e duecento marines sono stati inviati per aggiungersi a quelli già dislocati nel Paese. Sono le prime risposte dell'amministrazione Obama all'attacco subito dal consolato Usa a Bengasi, in cui è rimasto ucciso l'ambasciatore Chris Stevens assieme a tre suoi connazionali. Cinquanta dei soldati statunitensi in arrivo saranno stanziati nella capitale Tripoli per garantire l'incolumità del personale diplomatico. «Non commetteremo errori -afferma il capo della Casa Bianca-. Lavoreremo assieme al governo libico per consegnare alla giustizia gli assassini che hanno attaccato il nostro popolo». Washington ha dato disposizioni a tutte le ambasciate statunitensi nel mondo affinché siano incrementate le misure di sicurezza, tanto più che la serie di manifestazioni anti-americane si estende di Paese in Paese: tra gli altri, dopo Egitto e Libia, anche Yemen, Iran, Afghanistan, Nigeria. «Ho dato istruzioni affinché sia fatto tutto quello che occorre per difendere gli americani all'estero- ha dichiarato il presidente- e ho chiesto ad altri governi di fare fronte alle loro responsabilità e proteggere i nostri connazionali sul loro territorio». «Nessun atto di terrore resterà impunito -ha ammonito Barack Obama durante un incontro elettorale in Colorado-. La violenza non scalfirà la determinazione degli americani». Inevitabilmente i drammatici eventi di questi giorni riportano la politica estera al centro della campagna elettorale, che vede Barack Obama e Mitt Romney sfidarsi per il prossimo mandato quadriennale alla Casa Bianca. Il candidato Repubblicano accusa l'avversario di debolezza. Obama replica dipingendo Romney come uno che «prima spara e poi prende la mira», e rimproverandolo di opportunismo. «Questo non è il momento della politica -afferma il capo di Stato-. Il mio obbligo è concentrarmi sulla sicurezza del nostro popolo ottenendo che siano ricostruiti i fatti e garantendo che siano difesi gli interessi americani. In giornate di lutto non c'è posto per discussioni ideologiche». Di fronte alle strumentali critiche di Romney alle presunte lacune della sua politica estera, Obama rivendica con orgoglio il ruolo centrale degli Stati Uniti su scala internazionale. Nessun atto terroristico offuscherà i valori che gli Usa offrono al mondo, proclama. «Vogliamo lanciare un messaggio a chiunque abbia intenzione di aggredirci. Non ci scoraggeremo, andremo avanti, perché il mondo ha bisogno di noi. Siamo l'unica potenza indispensabile per il mondo». LAPOLEMICA L'atteggiamento del leader Repubblicano è criticato da tutta la stampa americana, compresa quella più conservatrice. Dal Washington Post al Daily Beast, dal New York Times al Wall Street Journal, la condanna è corale. E anche all'interno del Grand Old Party a molti non sono piaciuti gli attacchi del loro capo a Obama quando sugli schermi televisivi ancora scorrevano le immagini del corpo straziato del povero Stevens. Peggy Noonan, editorialista del Wall Street Journal, sottolinea come in certe circostanze il silenzio sia il commento migliore. Il pretesto per l'ondata di violenze anti-Usa è un video prodotto negli Stati Uniti da fondamentalisti cristiani, in cui viene offesa la figura di Maometto. La segretaria di Stato Hillary Clinton è intervenuta sull'argomento, definendo il filmato «disgustoso e riprovevole». «Sembra un'operazione profondamente cinica -ha dichiarato Clinton - per denigrare una grande fede e provocare rabbia». Naturalmente, aggiunge la segretaria di Stato, «non ci sono comunque giustificazioni alla violenza». «Credo che la violenza non abbia posto nella religione -dice ancora Hillary Clinton in un intervento televisivo-, e non è sicuramente un modo di onorare la religione». Hillary è particolarmente attenta a distinguere fra i protagonisti dell'assalto a Bengasi e le forze di polizia libiche che hanno tentato invano di fermarli. Il timore di Washington è che gli ultimi tragici avvenimenti possano incrinare la strategia del dialogo con l'Islam, quella varata da Obama con lo storico discorso tenuto del giugno 2009 all'Università del Cairo. Scontri al Cairo tra manifestanti e polizia davanti all'ambasciata Usa FOTO LAPRESSE donimo. Più difficile dire chi nasconda. Un piccolo truffatore, un Nakoula che la stampa Usa indica come cristiano copto di origini egiziane? Non è chiaro che ruolo abbia avuto, se sia solo una facciata. Dietro in ogni caso, stando ai giornali del Cairo, sembra che ci siano almeno i soldi di Morris Sadek, americano di origine egiziane, anche lui copto, notoriamente anti-islamico. Al Wall Street Journal, Nakoula-Sam si era descritto invece come un ebreo israeliano, di professione promotore immobiliare, che si era prestato per fare un film «politico» grazie ai finanziamenti ottenuti - ha detto - da un centinaio di donatori «ebrei». Sam o Nakoula che sia, al momento preferisce far perdere le proprie tracce per ragioni di sicurezza. Preoccupati anche gli attori, che hanno detto di aver recitato un'altra storia, dal titolo «Desert warriors». Maometto non figurava tra i personaggi. Il protagonista era un certo dr Matthews, leader di un gruppo di guerrieri. «Siamo scioccati», dicono gli attori. Le loro voci sono state doppiate. E adesso hanno paura. Sarà «messaggero di pace» papa Benedetto XVI che attorno alle 13,45 ora locale atterrerà all'aeroporto internazionale «Rafiq Hariri» di Beirut per la sua visita apostolica in Libano. «Vi do la mia pace» è il motto di questo suo 24° viaggio apostolico. A riceverlo ci saranno il presidente della Repubblica, il cristiano maronita Michhel Suleiman, il primo ministro, il sunnita Najib Mikati e lo sciita Nanih Berri, presidente del Parlamento. La triade a capo della democrazia libanese che è espressione dell'accordo politico-istituzionale tra le diverse comunità religiose che rende il Libano «mosaico di religioni e culture». Dal «Paese dei Cedri», l'unico nell'intera aerea dove vi è ancora una presenza numerosa e autorevole dei cristiani, il Papa non solo firmerà e presenterà alla Chiesa e alle comunità dell'intera area l'Esortazione apostolica «Ecclesia in Medio Oriente» (testo conclusivo del sinodo per il Medio Oriente svoltosi in Vaticano nel 2010), ma sottolineerà il valore della pace, della coesistenza, del dialogo e della cooperazione tra le diverse etnie, religioni e culture. Un viaggio che mai è stato messo in discussione dall'acuirsi delle tensioni e delle violenze. Semmai - lo sottolinea il segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone in un'intervista a LeFigaro - ritenuto «ancora più urgente proprio per le crescenti tensioni che ancora oggi percorrono drammaticamente l'intera area mediorientale». «Lungi dallo scoraggiarlo - aggiunge - hanno reso ancora più urgente il suo desiderio». Il più stretto collaboratore del Papa, premesso il carattere spirituale e non politico del viaggio, assicura che Benedetto XVI lancerà «un invito a tutti i responsabili del Medio Oriente e della comunità internazionale a impegnarsi con una volontà ferma per trovare soluzioni eque e durature per la regione». Su di un punto insisterà in mondo particolare: «sulla promozione dei diritti dell'uomo, primo fra tutti quella alla libertà di religione». Comunque peserà il drammatico contesto in cui si terrà questa visita. Dal conflitto in Siria agli effetti dell'assassinio dell'ambasciatore Usa a Bengasi in Libia. Dal cardinale Bertone ed anche dal direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi arriva la condanna più chiara e netta di fronte a ogni forma di violenza, che «porta solo a nuove violenze». Anche per scongiurare derive pericolose e per «edificare una società libera, giusta e riconciliata»- insiste Bertone - è importante il ruolo che possono giocare le comunità cristiane in un rapporto di dialogo e riconciliazione con l'islam, con l'obiettivo di «lavorare insieme per fare di questa regione una nuova culla di civiltà, di cultura e di pace». Che il pontefice sarà ben accolto anche dai musulmani lo assicura il patriarca maronita Bechara Boutros Rai. «La figura del Papa trasmette tranquillità e pace nel cuore; e il messaggio caloroso, che porterà insieme con principi ed indicazioni di pace, - afferma - sarà apprezzato non solo dai cristiani ma anche dai musulmani che sono davvero entusiasti per la visita del Papa». Vi sono molti segnali che confermano questa attenzione che comunque è ricambiata: domani mattina Benedetto XVI incontrerà i principali leader musulmani del Libano. Nel pomeriggio avrà l'incontro con i giovani. Vi è attesa per quello che dirà il pontefice. Anche sulla crisi siriana. Secondo Rai «invocherà la cessazione della spirale di violenza e dell'odio» in Siria e «chiederà a coloro che finanziano o armano gli uni e gli altri di smettere di farlo». Ha una certezza il patriarca maronita, che le parole di Benedetto XVI potranno alimentare una «primavera ecclesiale e cristiana» in Medio Oriente. Una Chiesa schierata per cambiamento sociale. «Tutti i popoli dei paesi arabi e di altre regioni hanno il diritto di invocare le riforme e noi li sosteniamo in questo» ha aggiunto. «Attraverso la guerra, la violenza, la distruzione - conclude Rai - non si arriva ad una vera primavera». Elezioni americane e razzismo su Left di domani Il razzismo gioca ancora un ruolo determinante nelle elezioni americane. E' il tema della copertina del numero di left in edicola domani con l'Unità. Alla vigilia della sfida tra Obama e Romney, negli Stati Uniti ci sono ancora bianchi che non si fidano di un leader nero e che voteranno repubblicano per sbarrare la strada a «quel musulmano di Obama». Succede tra i proletari dell'Alabama, Mississippi e Louisiana, dove i democratici non fanno nemmeno campagna elettorale, dando per scontata la sconfitta. Ma succede anche alla convention repubblicana, dove il fronte razzista si espande: contro i neri definiti «scioperati e nullafacenti» si scagliano anche gli asiatici, una comunità in crescita che sostiene sempre più le tesi dei Tea parties. Left racconta storie di razzismo in America con un reportage da Birmingham, Alabama, dove i più esaltati si dicono pronti a imbracciare le armi per impedire un secondo mandato a Obama. Mentre da Tampa, dove si è tenuta la convention repubblicana, gli attacchi ai neri arrivano persino da un pastore afroamericano. E il politologo della New York University Charlton McIlwain spiega: «Romney deve convincere a votare per lui gli indecisi, che sono soprattutto bianchi e maschi. Lo fa attaccando le riforme di Obama nel settore del welfare. E siccome afroamericani e latinos sono quelli che ricorrono di più all'assistenza sociale, sono loro i parassiti da colpire». Nel numero in edicola anche un'intervista al Ministro Balduzzi sulla riforma della Sanità e la Legge 40. La Casa Bianca: prioritaria la sicurezza dei cittadini americani Il presidente: «Non ci scoraggeremo, andremo avanti perché il mondo ha bisogno di noi» Inizia oggi la visita del Pontefice in Libano Bertone condanna la violenza e ripropone il dialogo con l'Islam Barack Obama FOTO AP . . . Il patriarca maronita Rai: la sua visita potrà favorire una «primavera cristiana» in Medio Oriente Obama manda le navi Clinton: film disgustoso GABRIELBERTINETTO gbertinetto@unita.it Il Papa da Beirut lancia la sfida della pace e dei diritti ROBERTOMONTEFORTE CITTÀDELVATICANO . . . Sotto Mitt Romney per i commenti su Bengasi. Il WSJ: «Meglio se avesse taciuto» venerdì 14 settembre 2012 7
Barbara Pollastrini esprime la sua vicinanza a Patrizia Toia e si unisce al profondo cordoglio per la perdita della sua cara MADRE Ciao GIANFRANCO ANTONINI amico affettuoso, insostituibile. Il tuo ricordo rimarrà per sempre. Antonella Gloria Paola. Nessuno a Karachi vuole sentire parlare di fatalità. Nei cimiteri dove si seppelliscono le vittime, negli ospedali dove si trepida per la sopravvivenza dei feriti, la rabbia supera il dolore. «I padroni erano più preoccupati di salvare la merce che non i lavoratori», accusa Mohammad Pervez, che ha perso un cugino nel rogo della fabbrica tessile AliEnterprise. «Se non avessero messo grate alle finestre, un sacco di gente si sarebbe salvata. Nei locali tutto lo spazio era occupato dai tessuti. Se qualcuno osava protestare, veniva licenziato». Altri imprecano contro il governo. L'incendio, il più grande e letale nella recente storia del Pakistan, si è sviluppato d'improvviso nella notte fra martedì e mercoledì. Per spegnerlo ci sono volute quindici ore. I soccorritori hanno tirato fuori a uno a uno i corpi carbonizzati dei tanti operai rimasti intrappolati all'interno come topi in gabbia. Tutte le uscite di sicurezza erano bloccate. L'unico passaggio aperto si è trasformato nel collo di un imbuto, troppo sottile per consentire il flusso rapido verso l'esterno della traboccante massa di persone che si accalcavano le une sulle altre, premendo, cadendo, calpestando. Molti sono morti per asfissia, prima ancora di essere avvolti dalle fiamme. Un numero minore di persone hanno perso la vita saltando per la disperazione dalle finestre (alcune di quelle ai piani più alti non avevano inferriate), o dal tetto. Il conto finale delle vittime è di 264. Inizialmente si era parlato di 289 o addirittura oltre 300. Contro i tre titolari dell'azienda sono stati emessi mandati di cattura. Ma Abdul Aziz, Mohammad Arshad, Shahid Bhaila si sono resi irreperibili e almeno fino a sera la polizia non era riuscita a scovarli. Sono incriminati di concorso in omicidio per negligenza e violazione delle regole di sicurezza. L'ultima accusa suona tragicamente comica, dal momento che la normativa a tutela delle condizioni di lavoro in Pakistan è alquanto vaga, e i controlli per verificarne l'applicazione praticamente inesistenti. Uno dei superstiti, Liaqat Hussain racconta che «il fuoco si è propagato a tutto l'edificio nel giro di due minuti. Il cancello era chiuso. Eravamo prigionieri». Lui era vicino all'unico ingresso aperto ed è riuscito a sgattaiolare fuori in tempo. POCHEREGOLE Non è ancora chiaro cosa abbia scatenato le fiamme. Un'ipotesi è quella di un corto circuito provocato dal cattivo funzionamento dell'impianto elettrico. Oppure potrebbe avere preso fuoco il carburante che alimenta i generatori autonomi cui ricorrono molte fabbriche in Pakistan per fare fronte ai frequenti blackout sulla rete pubblica. Francesco D'Ovidio, direttore della sezione locale dell'agenzia Onu International Labour Organisation, sostiene che negli ultimi dieci anni non ci sono state ispezioni regolari e sistematiche nella stragrande maggioranza degli stabilimenti del Paese. Delle quattro province in cui si articola l'organizzazione statuale pachistana, una sola, il Punjab, ha introdotto recentemente una legislazione coerente sul tema della sicurezza. Ma le norme non sono entrate ancora in vigore. E non a caso nello stesso giorno della tragedia di Karachi, un altro incendio provocava una strage a Lahore, capoluogo del Punjab. In circostanze del tutto simili, è andata in cenere una fabbrica di scarpe. I morti sono stati 25. Anche lì non c'erano uscite di sicurezza utilizzabili. In tutto il territorio nazionale, esiste un problema di lavoro nero e di aziende fantasma. «Molte fabbriche si trovano in località isolate, molte non sono nemmeno registrate. Per di più il numero di ispettori è molto scarso», continua D'Ovidio. A Baldia, il sobborgo nordoccidentale di Karachi in cui è avvenuta la tragedia, i parenti e gli amici delle povere vittime raccontano delle telefonate ricevute dai loro cari per segnalare quello che stava accadendo dentro alla fabbrica e implorare di fare presto con i soccorsi. Quei colloqui concitati sono durati poche decine di secondi. Poi è caduto il silenzio, anche se nessuno aveva interrotto la comunicazione. ROBERTOARDUINI rarduini@unita.it E due. Siamo al secondo caso di crepe scoperte nel serbatoio principale di un reattore nucleare in Belgio. Il secondo su due esami fatti da agosto a oggi. Tutto è iniziato dopo la catastrofe di Fukushima, quando l'Ue ha deciso di sottoporre a uno stress test tutti i reattori europei. L'Agenzia federale di controllo nucleare belga, Afcn, ha così iniziato una revisione delle centrali nucleari, partendo dalle più vecchie. Agli inizi di agosto era stato fermato il reattore di Doel 3, a nord di Anversa, per l'individuazione di crepe nel serbatoio principale e in seguito il provvedimento era stato esteso alla centrale di Tihange, vicino a Liegi. Ora le crepe sono state individuate anche in quest'ultima. «Sono emersi segni simili a quelli già riscontrati a Doel 3», ha dovuto ammettere la Electrabel, la società del gruppo francese Gdf Suez che gestisce l'impianto. L'esame della struttura, eseguito con una tecnologia ad ultrasuoni, ha individuato microfessure della lunghezza di un centimetro che si sarebbero formate in seguito alla presenza di idrogeno nell'acciaio al momento della costruzione delle copertura. L'evento è stato «temporaneamente» classificato come incidente nucleare al livello 1 su una scala di 7, che ne stabilisce la gravità: non ci sarebbe stata infatti dispersione di radioattività. Ma il problema sta nei possibili difetti di costruzione. Le due centrali furono costruite negli anni ‘70 dalla società olandese Rotterdamsche Droogdok Maatschappij che nel frattempo ha cessato l'attività. La calotta è identica a quelle utilizzate in altri 8 impianti in Europa - due in Germania, due in Spagna, due in Svizzera, uno in Svezia e in Olanda - oltre a 10 negli Stati Uniti e uno in Argentina. La Commissione europea ha raccomandato l'ispezione dei reattori, ma la sicurezza degli impianti nucleari è di competenza degli Stati membri. L'Agenzia di controllo belga spinge anche per una verifica di altri 5 reattori, malgrado la cupola in questo caso sia stata fornita da una diversa società. Il fermo di Doel 3 e Tihange 2 non dovrebbe creare problemi di approvvigionamento elettrico al Belgio. Ma se la chiusura dovesse essere permanente, le cose cambierebbero. Il Belgio dipende per il 51% dall'energia nucleare e anche se ha un piano per l'uscita dall'atomo sarebbe comunque necessario un aggiustamento. Belgio, crepe sul reattore. E due La fabbrica della morte Soccorsi nella fabbrica distrutta dalle fiamme FOTO ANSA Potrebbero essere 300 le vittime dell'incendio che ha devastato uno stabilimento tessile a Karachi Gli operai intrappolati dalle grate alle finestre. Inesistenti le norme di sicurezza GABRIELBERTINETTO gbertinetto@unita.it VIRGINIALORI Lentamente ma in maniera costante si riduce ogni anno il triste conteggio dei bambini sotto i 5 anni che perdono la vita per ragioni legate alla povertà di tante aree del mondo. Ma sono ancora tanti, troppi, i piccoli che ogni giorno muoiono per malattie che nel mondo più sviluppato sono state debellate da tempo. I bambini sotto i 5 anni che muoiono ogni anno, informa un nuovo rapporto dell'Unicef presentato ieri, , sono passati da 12 milioni nel 1990 a meno di 6,9 milioni nel 2011. Ogni giorno sopravvivono circa 14.000 bambini in più rispetto a 2 decenni fa. Ma ogni giorno ne muoiono ancora 19.000. Il tasso mondiale di mortalità infantile è sceso da 87 decessi ogni 1.000 nati vivi nel 1990 a 51 nel 2011. La riduzione più significativa si è verificata in: America Latina e Caraibi; Asia Orientale e Pacifico; Europa centrale e orientale e Comunità degli Stati Indipendenti; Medio Oriente e Nord Africa. In particolare 4 paesi hanno ottenuto una riduzione di almeno due terzi: Repubblica Democratica Popolare del Laos (-72%), Timor-Est (-70%), Liberia (-68%) e Bangladesh (- 67%). Nel 2011, circa il 50% delle morti sotto i 5 anni si Š verificato in India, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Pakistan e Cina. L'Africa subsahariana, anche se in ritardo rispetto alle altre regioni, ha registrato un calo del 39% del tasso di mortalità sotto i 5 anni fra il 1990 e il 2011. Il numero dei decessi è invece aumentato nella Repubblica Democratica del Congo, Ciad, Somalia, Mali, Camerun e Burkina Faso. Le principali cause di mortalità sono: polmonite (18%), complicanze per parti pre-termine (14%), diarrea (11%); complicanze durante il parto (9%), malaria (7%). I maggiori successi in termini di calo delle morti sono stati correlati a un maggiore impegno contro le malattie infettive. Ad esempio, le morti per morbillo sono diminuite da circa 0,5 milioni nel 2000 a 0,1 milioni nel 2011. La polmonite Š la principale causa di mortalità sotto i 5 anni e provoca, nel mondo, il 18% di tutti i decessi sotto quella soglia di età. Solo nel 2011 ha causato la scomparsa di circa 1,3 milioni di bambini, soprattutto in 2 regioni: Africa subsahariana e in Asia meridionale. Il numero di vittime causate dalla diarrea Š diminuito di un terzo negli ultimi dieci anni: da 1,2 milioni di morti nel 2000 a 0,7 milioni nel 2011. Quasi tutte le morti per malaria del 2011 (circa 0,5 milioni) si sono verificate nell'Africa subsahariana. Unicef: 19.000 bambini uccisi ogni giorno dalla povertà . . . Proprietari sotto accusa per le inferriate «Si preoccupavano solo di salvare la merce» MONDO 16 venerdì 14 settembre 2012
Costretti a chiudere tutte le attività extracurriculari, dai corsi di educazione alla cittadinanza a quelli di educazione stradale, dalle attività sportive pomeridiane ai corsi di teatro. Questa la situazione di tanti enti locali che, tra mille difficoltà, hanno assicurato fino ad oggi l'apertura delle scuole il pomeriggio e l'organizzazione di forme di didattica alternative, attività non propriamente curricolari ma sicuramente altrettanto formative. La scure della spending review si é infatti abbattuta non direttamente sul bilancio del Miur ma sui trasferimenti che lo Stato aveva sinora assicurato agli enti locali per assicurare servizi come il trasporto pubblico, le politiche culturali, i servizi sociali ma anche le politiche educative. Era stato l'allora ministro Berlinguer a capire che, se la scuola voleva innovarsi e rendersi utile allo sviluppo del paese, doveva allargare il raggio della propria azione. La scuola aperta il pomeriggio, e con essa le attività extracurriculari, dovevano servire a contrastare l'abbandono e la dispersione scolastica e a costruire una vera e proprio comunità educante, aperta alle associazioni e alle esperienze sociali del territorio. Un'idea ripresa poi dai successivi ministri dell'Istruzione ma che ha avuto sempre difficoltà ad essere sostenuta economicamente dal ministero dell'Economia. A far fronte a queste mancanze hanno spesso supplito gli enti locali. Questo ha significato purtroppo una diversità territoriale, con le scuole meridionali che affrontano sempre maggiori difficoltà a garantire adeguate opportunità formative. Purtroppo quest'anno anche nelle provincie non meridionali sarà difficile assicurare l'apertura pomeridiana delle scuole. É il caso per esempio della provincia di Alessandria e di quella di Pesaro-Urbino, dove i rispettivi assessori hanno annunciato a malincuore che quest'anno non potranno garantire nessuna copertura di bilancio per le attività scolastiche extracurriculari. Alessia Morandi, assessore alle politiche educative della provincia di Pesaro-Urbino, si trova molto in difficoltà nel parlare dei tagli di bilancio che si abbatteranno sulle scuole della Provincia. «Saremo costretti a chiudere le scuole il pomeriggio e la sera perché non abbiamo i soldi per pagare la luce. Ai tagli della spending review si sommano il soldi spesi per il “terremoto bianco” - la grande nevicata di febbraio - che il governo aveva promesso di rimborsarci, ma che ancora non ha fatto. Tutto questo significa che dovremmo tagliare sui servizi essenziali, addirittura sulla bolletta della luce». Analogo discorso nella provincia di Alessandria, dove l'assessore provinciale Massimo Barbadoro con una accorata lettera indirizzata a presidi, insegnanti e studenti, denuncia tutte le difficoltà che la sua amministrazione affronta nella gestione dei tagli della spending review che inevitabilmente si abbatteranno anche sul settore scolastico. Negli ultimi anni lo scarto tra le scuole del nord e quelle del sud poteva essere colmato attraverso un uso intelligente e creativo dell'autonomia scolastica, innalzando la qualità dell'offerta formativa generale. Oggi purtroppo quelle diseguaglianze rischiano di essere cancellate omologando verso il basso l'offerta didattica che le migliori scuole del paese hanno offerto finora ai nostri studenti. «Nelle situazioni di particolare isolamento, limitatamente alle piccole isole e ai comuni montani, ove è presente un ristretto numero di alunni del primo ciclo di istruzione che non consente l'istituzione di classi (…) sono istituiti, a decorrere dall'anno scolastico 2012/2013, centri collegati funzionalmente attraverso l'utilizzo delle Tecnologie dell'informazione e della comunicazione (Tic)». È l'articolo 21 di una bozza del Decreto Innovazione che sarà messo in calendario per le prossime riunioni del Consiglio dei Ministri. Prevede didattica svolta con l'e-learning «sotto la vigilanza di un tutor nominato dall'istituzione scolastica di riferimento, in locali messi a disposizione dal Comune». LAPOLEMICA Un cambiamento radicale, se venisse approvato così com'è, che fa sobbalzare la Flc–Cgil. Ieri mattina il segretario Mimmo Pantaleo ha scritto una lettera aperta al ministro Profumo contro l'ipotesi di «sostituire agli insegnanti i pc». «A noi pare che si vogliano fare tre operazioni: un ulteriore taglio di organico del personale, ammantato dall'alone della modernità e dell'innovazione; lo stravolgimento dell'idea stessa di scuola pubblica, costituzionalmente garantita, che verrebbe privata della essenziale funzione di mediazione culturale e didattica degli insegnanti; una riduzione di risorse a territori già deprivati». E il segretario Flc Cgil, all'indomani dell'inizio dell'anno scolastico, ricorda a Profumo «le classi ancora senza insegnanti, personale ausiliario, tecnico e amministrativo non ancora nominato, grande confusione e difficoltà determinate del dimensionamento scolastico e dai tagli degli ultimi quattro anni, condizioni fatiscenti di tante scuole». Mentre il ministro annuncia l'istituzione di una commissione al Miur per ridurre il diploma di un anno, la Flc Cgil promette: «se l'innovazione è questa ci sarà la più dura opposizione da parte di questa organizzazione sindacale». Intanto il primo giorno di scuola in molte città si è svolto all'insegna della protesta degli studenti e dei precari. Ieri mattina molti istituti dal nord al sud hanno aperto i battenti con cartelli “vendesi” («Docenti, studenti e istituti presto in vendita a prezzi convenienti») attaccati sulle cancellate. Un'«azione comunicativa» che l'Unione degli Studenti (Uds) ha effettuato per lanciare la grande manifestazione studentesca nazionale del 12 ottobre e per ribadire che «la scuola pubblica è in svendita», come spiega Mariano della Rete della conoscenza (che lega gli studenti medi di Uds e gli universitari e ricercatori di Link). «Gli studenti al rientro in classe hanno trovato accorpamenti, scuole a pezzi, qualità della didattica cancellata e tanta retorica a nascondere che il Governo tecnico ha continuato con i tagli alla spesa formativa e alla didattica». Al Margherita di Savoia di Roma gli studenti hanno innalzato lo striscione “Make school, not war” e portato due carrelli della spesa: uno contenete gli investimenti che servirebbero alla scuola e alla ricerca, l'altro invece pieno di armi finte. «La scuola non è una priorità del governo che preferisce investire su altro», spiegano. E la facoltà di lettere di Roma III è stata anche occupata in segno di protesta contro la presenza di Monti e Visco in un convegno dell'ateneo (il presidente del consiglio è poi intervenuto in videoconferenza). «Vogliamo dimostrare che l'università non è d'accordo con il massacro sociale», hanno spiegato gli universitari. Nel pomeriggio “Asta dei Saperi” inscenata da Uds e insegnanti precari sulla scalinata del Miur. Una studentessa ha bandito aule, professori, laboratori. «Abbiamo voluto mettere al centro in maniera provocatoria la situazione concreta nella scuola: le risorse non aumentano però con il ddl ex Aprea entrano i privati, finanziano gli istituti cancellando diritti studenti e docenti. Le scuole trasformate in aziende, gli studenti in merce», dice il coordinatore nazionale dell'Uds, Roberto Campanelli. Per Carmen, dell'Uds di Avellino, «il fatto che l'Ocse indichi l'Italia come fanalino di coda per le spese sull'istruzione non è solo un problema per la competitività ma anche per il fatto che studiare e vivere la scuola è ormai diventato un lusso: il diritto allo studio è stato svuotato, il costo dell'istruzione scaricato sulle spalle delle famiglie, mentre la scuola ha perso la propria missione formativa. Profumo sta continuando la strada della Gelmini e non ascolta le proteste dal basso di studenti e professori». Ma le settimane che verranno si preannunciano caldissime: il 21 settembre, in tutta Italia, mobilitazione della rete degli insegnanti precari con la Flc Cgil, il 22 manifestazione nazionale promossa dai coordinamenti; il 28 università, ricerca e Afam sciopereranno insieme al pubblico impiego di Cgil e Uil, il 12 corteo nazionale degli studenti fino ad arrivare al 20 ottobre con lo sciopero della scuola e la manifestazione nazionale Flc Cgil di tutti i comprarti della conoscenza. L'«Asta dei saperi» organizzata da Uds e insegnanti precari sotto al ministero dell'Istruzione FOTO OMNIROMA ITALIA Tagli, tante scuole chiuse al pomeriggio «Niente più insegnanti nei piccoli comuni» La Cgil punta il dito contro la bozza del decreto Innovazione Primo giorno di scuola: al via le proteste in tutta Italia LUCIANACIMINO ROMA MARIOCASTAGNA ROMA 10 venerdì 14 settembre 2012
Bestseptembersongs 02Earth,Wind&Fire September 03NeilDiamond SeptemberMorn 04GreenDay Wakemeupwhenseptemberend 05ChrisDaughtry September 06MeillssaEtheridge The lateseptemberdogs 07BarryWhite SeptemberwhenI firstmetyou 08TheBangles Septembergurls 09 RosannaCashfeat.JohnnyCash Septemberwhen itcomes 10FionaApple Paleseptember ALDOGIANOLIO Dioriginipolacchehafattoesperienze innovativeaChicago RicordastilisticamenteDonCherry,LesterBowieeBillDixon secondo delcotimes.com LA QUALITÀ DIUNAMUSICA È DATA,OLTRE CHEDALLA BELLEZZAFORMALE,e dalla profondità, verità e sincerità del contenuto (che nell'arte dei suoni, secondo Eduard Hanslick, può essere solo sentimento), anche dalla sua energia, in senso supremo e assoluto (deflagrante o tranquilla, estrinseca o intimamente interiore). Valori, questi, che appartengono tutti alla musica di Rob Mazurek, cornettista di Chicago (suona di preferenza la cornetta, come nel jazz dei primordi, non la tromba), suprema eccellenza nel panorama del jazz contemporaneo, che proprio la settimana scorsa ha dato due splendidi concerti al festival di Sant'Anna Arresi, assieme ai brasiliani Guilherme Granado e Mauricio Takara (cioè il São Paulo Underground) e Metthew Lux, entusiasmando il pubblico. Mazurek, di origini polacche, nato a Jersey City nel 1965 ma presto trasferitosi con la famiglia a Chicago, ha alle spalle una serie di innovative proposte, con cui sempre ha raggiunto la massima densità e ricchezza di stile ed espressione: è membro fondatore del Chicago Underground Collective, attraverso cui guida varie formazioni: un'orchestra, un duo (col batterista Chad Taylor), un quartetto (col chitarrista Jeff Parker); ha fatto parte dei Tortoise, dell'Isotope 217 (un misto di jazz, minimalismo, elettronica e hip-hop), di recente ha formato l'Exploding Star Orchestra ed è entrato stabilmente nel São Paulo Underground. Con il Pulsar Quartet, comprendente Matthew Lux, bassista dalla forte ispirazione melodica, John Herndon, fantasmagorico batterista già dei Tortoise che dice ispirarsi a Keith Moon (degli Who), e l'originalissima pianista Angelica Sanchez, riesce a mantenere in schemi articolati e aperti la forza del free jazz senza essere per niente free, perché ogni nota improvvisata è interamente al servizio della composizione e perché il clima generale è prevalentemente quieto, con una grande energia che si risolve in forte e sottile tensione, come brace viva sotto la cenere. Mazurek ricorda stilisticamente Don Cherry, Lester Bowie e Bill Dixon, senza scordarsi gli antichi e la loro forza (Bix Beiderbecke, Jabbo Smith), facendo levitare, assieme ai compagni, un sound particolare, ispirato ai pianeti del sistema solare, un sound allo stesso tempo audace e introspettivo. ROB MAZUREKPULSAR QUARTET StellarPulsations Delmark The happenings WEEKEND DISCHI Mazureke il suofree jazz liberomamoltorigoroso COME LE FACCIATE DELLE CATTEDRALI GOTICHE, ANCHE LE COPERTINE DEI DEAD CAN DANCE SONO UNA DELLECHIAVIDILETTURAPERADDENTRARSINELL'UNIVERSODILISAGERRARDEBRENDANPERRY. In questo caso c'è un campo di girasoli bruciati dal sole, segno che il viaggio più oscuro è terminato e che ci troviamo davanti ad un'opera terrigna ma in grado di guardare in alto. D'altraparte lo stesso titolo del disco, Anastasis, («Resurrezione» in greco) indica una svolta verso una direzione precisa. Dopo sedici anni dall'ufficiale scioglimento e da Spiritchaser, i due si ritrovano. Una storia complessa, e con ricaschi anche sentimentali, quella tra la contralto australiana e il polistrumentista britannico. Una storia cadenzata da opere che vanno ben oltre la semplice fruizione musicale e sono parte di un viaggio intimo e profondo. Un viaggio alchemico tra inconscio e ultraterreno, esoterismo e magia. Un viaggio tra popoli e continenti, radici e lingue antichissime, cancellate, tra suoni potenti, viscerali e rimandi ancestrali. Ecco, la resurrezione dei Dead Can Dance questa volta si fa concreta. Per la prima volta nella storia della band nata nel 1981, siamo alle prese con un disco vero e proprio e non con una struttura simbolica, non con un contenitore metafisico. Canzoni-canzoni, testi-testi. Significante e significato che coincidono. Una resurrezione costruita su tappeti armonici, voci belle, melodie ricchissime e naturalmente molto raffinate, autocitazioni ed eleganti rimandi. Lisa Gerrard resta più trasversale che nel passato, Perry dirige le danze a cominciare da Children of the sun, singolo orchestrale che vorrebbe riecheggiare le grandi aperture di An American Dream. E quindi scorrono Opium, Agape, Amnesia, Kiko, titoli suggestivi, echi orientali e celtici mescolati con gusto sinfonico. A tratti la liturgia risulta artefatta (come in Return of the She-King), a tratti annoia per la reiterazione fin troppo dilatata e monocorde e senza finale a sorpresa (ed è il caso della conclusiva All in good time). Sia chiaro: Anastasis è un lavoro di qualità ma che non travolge, non intimorisce come è sempre accaduto con i Dead Can Dance. Spariti, addolciti, rarefatti i timbri di un'esperienza sonica importante e sofferta: il pathos ancestrale di Spleen and Ideal, il transglobalismo extratemporale di The Serpent's Egg, il misticismo mantrico di Within The Realm Of A Dying Sun. Dischi che facevano tremare le vene dei polsi, spostavano l'ascoltatore in altre dimensioni e in altre epoche. Così Anastasissembra più il frutto di un ripensamento dopo una lunga separazione. Due vite parallele (sia Brendan che Lisa hanno folgoranti e fruttuose attività da solisti) che si ritrovano e hanno voglia di rispolverare il vecchio baule delle meraviglie ma senza aprirlo. Forse dopo un percorso così complesso, sfaccettato, difficile, dopo aver ridato voce e fatto danzare i morti, Gerrard e Perry hanno scelto una via più lieve. La via dei girasoli. La via della terra arsa e dei raggi di un sole nero. La via della vita. In fondo. ARIADI SETTEMBRE Il«Replay» di Roberto Gatto e i suoigiovani PAOLO ODELLO RobertoGatto Seeyou in september UNAFORMAZIONECHEPIÙCLASSICANONSIPUÒ:PIANOFORTE,CONTRABBASSOEBATTERIA.E una scelta di brani che spazia da Wayne Shorter a Monk, Jobim, alla canzone d'autore, alla musica leggera. Rilette con tutta la vivacità e il rispetto dovuto ai grandi, e con l'aggiunta di una giusta dose di quella felice e riuscita irriverenza che permette ai giovani di affermare con forza il proprio nuovo punto di vista. Replay (Parco della Musica Records) si presenta così, in tutta la sua coinvolgente e riuscita semplicità. Merito di un Roberto Gatto nell'insolita veste di mentore delle giovani promesse che lo accompagnano? Certamente, ma non solo. Alessandro Lanzoni, pianoforte, e Gabriele Evangelista possono vantare un curricula di tutto rispetto. «Best Young Soloist» a Parigi nel 2010 e numerosi concerti – Israele, Panama, New York, Piccolo Teatro di Milano, Savoie Jazz Festival, tanto per citarne qualcuno- il pianista, mentre Evangelista dal 2010 è il contrabbassista del quintetto «Enrico Rava Tribe» e nel progetto «L'Opera Va», oltre a numerose altre collaborazioni, da musicista di lunga carriera nonostante la giovane età. Una lunga teoria di esperienze che fanno di Replay un disco che va oltre l'importanza di un esordio riuscito. Lacoppia delsolenero Lisa Gerrard e Brendan Perry reunion(poco)esoterica DEADCAN DANCE Anastasis 4AD DANIELAAMENTA damenta@unita.it GLIALTRIDISCHI Doppiocdperun concerto finora ineditodi BillEvans. Registratoal club TheVillageGate di GreenwichVillage, NewYork, il 23Ottobre 1968, il «Topof theGate»richiamatodal titolo altro non erache il pianodelclub.A fianco del leggendariopianista il contrabbassista EddieGomez e allabatteriaMarty Morell.Unica registrazionedi Evans al VillageGate. P.O. BILL EVANS LievatArt D'Lugoff's Topof the Gate Resonance Records Secondodiscodell'avvocatoPeppe Fonte.Cresciutoartisticamente nell'atmosferadella scuolaciampiana simuove in sintoniacon i temi classici dellacanzoneaccompagnandosi al pianoforte. Guardandoall'amore peruna donna, aquelloperun amico, per la città dov'ènatoe vive, alla solitudinedi un uomoea quelladi unportiere di calcio,allavita sempreuguale di una cittàdi provinciacon l'ironico disincantodi chi, anche serimane all'angolo, sa cercareoltre la superficie. P.O. PEPPEFONTE Secondome è l'una OddTimes Records Natodopo il tour italiano, concerti che hannopermessoal gruppo di trovare il giustoaffiatamento ea Franco Ambrosettidiaffinare una rinnovata visionemusicale. Esemplare l'improvvisazionediMirobop (M. Vitous).Con i dueAmbrosetti (Franco alla trombae Gianlucasax soprano) GeriAllen (pianoforte),Heiri Kaenzig (basso),NasheetWaits (batteria). P.O. FRANCO AMBROSETTI Cycladic Moods Enja U: venerdì 14 settembre 2012 21
TV FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO 06.30 Tg 1. Informazione 06.40 CCISS Viaggiare informati. Informazione 06.45 Unomattina Estate. Attualità 10.00 Unomattina Verde. Rubrica 10.25 Unomattina Rosa. Rubrica 11.05 Unomattina Storie Vere. Rubrica 12.00 La prova del cuoco. Game Show 13.30 TELEGIORNALE. Informazione 14.10 Verdetto Finale. Show. Conduce Veronica Maya. 15.15 La vita in diretta. Rubrica. Conduce Marco Liorni, Mara Venier. 17.00 Tg 1. Informazione 18.50 L'Eredità. Gioco a quiz 20.00 TELEGIORNALE. Informazione 20.30 Aari tuoi. Show. Conduce Max Giusti. 21.10 Tale e quale show. Show. Conduce Carlo Conti. 23.25 TV 7. Informazione 00.25 La vita contro. Rubrica 01.15 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.50 Sottovoce. Talk Show. Conduce Gigi Marzullo. 02.20 Rai Educational In Italia. Educazione 02.50 Mille e una notte - Teatro. Rubrica 06.45 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 10.15 Incinta per caso. Serie TV 10.35 Tg2 Insieme Estate. Rubrica 11.20 Il nostro amico Charly. Serie TV 12.10 La nostra amica Robbie. Serie TV 13.00 Tg2. Informazione 14.00 Senza traccia. Serie TV 14.45 Army Wives. Serie TV 15.30 La valle delle rose selvatiche - Sorgente d'amore. Film Western. (2007) Regia di Oliver Dommenget. 17.00 90210. Serie TV 17.45 Tg2 - Flash L.I.S. Informazione 17.50 Rai TG Sport. Informazione 18.15 TG 2. Informazione 18.45 Cold Case - Delitti irrisolti. Serie TV 19.35 Squadra Speciale Cobra 11. Serie TV 20.30 TG 2 - 20.30. Informazione 21.05 Pechino Express. Reality show 21.10 Voyager. Documentario 01.05 Hawaii Five-0. Serie TV Con Jack Lord, James Mc Arthur, Zulu Kam Fong. 02.05 Meteo 2. Informazione 02.10 ANICA - Appuntamento al cinema. Rubrica 02.15 L'amaro caso della Baronessa di Carini. Film Giallo. (2007) Regia di Umberto Marino. Con Vittoria Puccini, Luca Argentero. 08.00 Arrivano Django e Sartana... è la fine!. Film Western. (1970) Regia di Dick Spitfire (Demofilo Fidani). 09.25 La Storia siamo noi. Documentario 10.35 Cominciamo Bene. Rubrica 12.00 TG3. Informazione 12.01 Rai Sport Notizie. Informazione 12.02 Speciale TG3 “Festival del Cinema” a Venezia. Rubrica 13.10 La strada per la felicità. Serie TV 14.00 Tg Regione. / TG3. Informazione 15.00 La casa nella prateria. Serie TV 15.50 I quattro del Texas. Film Western. (1964) Regia di Robert Aldrich. Con Frank Sinatra. 17.20 Geo Magazine 2012. Documentario 19.00 TG3. / Tg Regione. Informazione 20.00 Blob. Rubrica 20.15 Cotti e mangiati. Sit Com 20.35 Un posto al sole. Serie TV 21.05 La prima linea. Film Drammatico. (2009) Regia di Renato De Maria. Con Michele Alhaique, Francesca Cuttica, Awa Ly. 23.05 Tg Regione. Informazione 23.10 Tg3 Linea notte estate. Informazione 23.45 Percorsi - L'Italia dei giovani. Rubrica 00.45 Appuntamento al cinema. Rubrica 00.50 Rai Educational Zettel - La filosofia in movimento. Rubrica 06.20 Media shopping. Shopping Tv 06.50 Magnum P.I. Serie TV 07.45 Pacific Blue. Serie TV 08.40 Hunter. Serie TV 09.50 Carabinieri. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Detective in corsia. Serie TV 12.55 La signora in giallo. Serie TV 14.00 Tg4 - Telegiornale. Informazione 14.45 Lo sportello di Forum. Rubrica 15.57 Catastrofe a catena. Film Fantascienza. (2004) Regia di Dick Lowry. Con Thomas Gibson, Nancy McKeon, Chandra West. 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.10 Siska. Serie TV 21.10 Quarto grado. Informazione. Conduce Salvo Sottile, Sabrina Scampini. 23.50 I Bellissimi di R4. Informazione 23.55 Insomnia. Film Thriller. (2001) Regia di Christopher Nolan. Con Al Pacino. 02.05 Tg4 - Night news. Informazione 02.25 Il mistero di Bellavista. Film Commedia. (1985) Regia di Luciano De Crescenzo. Con Benedetto Casillo, Marina Confalone. 07.55 Traco. Informazione 07.57 Meteo 5. Informazione 07.59 Borse e monete. Informazione 08.01 Tg5 - Mattina. Informazione 08.40 La telefonata di Belpietro. Rubrica 08.50 Mattino cinque. Show. Conduce Federica Panicucci, Paolo Del Debbio. 11.00 Forum. Rubrica 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.10 Centovetrine. Soap Opera 14.46 Rendez-vous a Parigi. Film Commedia. (2007) Regia di Williams Crépin. Con Bernard Yerlès. 16.30 Pomeriggio cinque. Talk Show. Conduce Barbara D'Urso. 18.45 Avanti un altro! Gioco a quiz 20.00 Tg5. Informazione 20.40 Veline. Show 21.11 I Cesaroni. Serie TV Con Elena Sofia Ricci, Claudio Amendola, Antonello Fassari, Max Tortora, Claudia Muzi. 23.30 Supercinema. Rubrica 23.55 Tg5 - Notte. Informazione 00.24 Meteo 5. Informazione 00.25 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 01.02 Media shopping. Shopping Tv 06.40 Picchiarello. Cartoni Animati 06.55 Pokemon. Cartoni Animati 07.25 Dragon Ball. Cartoni Animati 07.55 Georgie. Cartoni Animati 08.20 Heidi. Cartoni Animati 08.45 E.R. - Medici in prima linea. Serie TV 10.35 Grey's anatomy. Serie TV 12.25 Studio Aperto. Informazione 13.02 Sport Mediaset. Informazione 13.40 Willcoyote. Cartoni Animati 13.45 Futurama. Cartoni Animati 14.10 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 Dragon Ball GT. Cartoni Animati 15.00 Fringe. Serie TV 16.00 Smallville. Serie TV 16.50 Merlin. Serie TV 17.45 Trasformat. Gioco a quiz 18.30 Studio Aperto. Informazione 19.20 C.S.I. - Scena del crimine. Serie TV 21.10 C.S.I. Miami. Serie TV Con David Caruso, Emily Procter, Adam Rodriguez. 23.05 Armageddon - Incubo finale. Film Azione. (2009) Regia di Nick Lyon. Con Luke Goss. 00.50 Nip/tuck. Serie TV 01.35 Rescue me. Serie TV 03.05 Studio Aperto - La giornata. Informazione 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.45 Coee Break. Talk Show. Conduce Tiziana Panella. 10.55 J.A.G. - Avvocati in divisa. Serie TV 12.30 I menù di Benedetta (R). Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Cristina Parodi Live. Talk Show. Conduce Cristina Parodi. 15.50 Movie Flash. Rubrica 15.55 Il Commissario Cordier. Serie TV 17.55 Cristina Parodi Cover. Talk Show. Conduce Cristina Parodi. 18.25 I menù di Benedetta. Rubrica 19.20 G' Day. Attualità 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Otto e mezzo. Rubrica 21.30 Il Commissario Cordier. Serie TV Con Pierre Mondy, Bruno Madinier. 23.10 Prime Suspect. Serie TV Con Maria Bello, Brian F. O'Byrne. 00.00 Omnibus Notte. Informazione 01.05 Tg La7 Sport. Informazione 01.10 Movie Flash. Rubrica 01.15 N.Y.P.D. Blue. Serie TV 02.10 G' Day (R). Attualità 21.00 Sky Cine News - Magic Mike. Rubrica 21.10 Vacanze di Natale. Film Commedia. (1983) Regia di C. Vanzina. Con J. Calà C. De Sica. 22.50 Ma come fa a far tutto?. Film Commedia. (2011) Regia di D. McGrath. Con S.J. Parker P. Brosnan. 00.25 Carnage. Film Commedia. (2011) Regia di R. Polanski. Con J. Foster K. Winslet. SKY CINEMA 1HD 21.00 Cars 2. Film Animazione. (2011) Regia di J. Lasseter, B. Lewis. 22.50 Bisbiglio, l'elefantino coraggioso. Film Informazione. (2000) Regia di D. Joubert. 00.10 Duma. Film Avventura. (2005) Regia di C. Ballard. Con H. Davis C. Scott. 01.50 I fantastici viaggi di Gulliver. Film Avventura. (2010) Regia di R. Letterman. 21.00 Bond of Silence. Film Drammatico. (2010) Regia di P. Werner. Con K. Raver G. Grunberg. 22.35 Evita. Film Musical. (1996) Regia di A. Parker. Con Madonna A. Banderas. 00.55 Rabbit Hole. Film Drammatico. (2010) Regia di J. Mitchell. Con N. Kidman A. Eckhart. 18.10 Adventure Time. Cartoni Animati 18.45 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 19.10 Ninjago. Serie TV 19.35 Redakai: Alla conquista di Kairu. Cartoni Animati 20.00 Lanterna verde. Cartoni Animati 20.25 Ben 10. Cartoni Animati 20.50 Adventure Time. Cartoni Animati 21.15 The Regular Show. Cartoni Animati 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Come è fatto. Documentario 20.00 Top Gear. Documentario 21.00 River Monsters. Documentario 22.00 Killer Animals. Documentario 23.00 Keith Barry: magie della mente. Documentario 00.00 Come è fatto. Documentario 19.00 Una splendida annata. Musica 20.00 Lorem Ipsum. Attualità 20.20 Una splendida annata. Videoframmenti 21.00 Fuori frigo. Attualità 21.30 Fino alla fine del mondo. Reportage 23.30 Jack Osbourne No Limits. Reportage 00.30 Fuori frigo. Attualità DEEJAY TV 18.30 Ginnaste: Vite parallele. Docu Reality 19.30 Greek: la confraternita. Serie TV 20.20 Scrubs. Sit Com 21.10 Ginnaste: Vite parallele. Docu Reality 22.00 Prof Sex. Docu Reality 00.40 South Park. Serie TV 01.30 Speciale MTV News: Story of The Day. Informazione MTV RAI 1 21.10: Tale e quale show Show con C. Conti. Otto vip dovranno interpretare le canzoni di una star mondiale della musica. 21. 10: Voyager Reportage con R. Giacobbo. Nuove indagini e avventure ricche di sorprese e luoghi sconosciuti. 21.05: La prima linea Film con R. Scamarcio. Segio e Susanna lottavano nella Prima Linea banda armata negli anni di piombo. 21.10: Quarto grado Informazione con S. Sottile. Al centro della nuova puntata il duplice omicidio di Milano. 21.11: I Cesaroni Serie TV con E.S. Ricci. Ezio architetta un piano per far riavvicinare Lucia e Giulio. 21.10: C.S.I. Miami Serie TV con D. Caruso. Horatio è alla ricerca di un serial killer che rimuove gli occhi delle sue vittime. 21.30: Il Commissario Cordier Serie TV con P. Mondy. I casi polizieschi del Commissario Cordier. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY FORSE È VERO CHE IL SUO PEG-GIO LA TV LO MOSTRA DI POMERIGGIO.Fatto sta che mercoledì siamo incappati incautamente in Pomeriggio 5, il contenitore condotto da Barbara D'Urso, nel quale erano sottoposte a intervista le tre giovanissime studentesse scampate alla bomba di Brindisi che ha ucciso Melissa Bassi. Le domande sfioravano il sadismo e non è mancata neppure la classica: «Qual è stato il dolore peggiore?». E ancora: «È' vero che ora avete paura di tutto e non riuscite più a dormire?». E via incrudelendo. Ecco, come ritorsione per tanta insensibilità, una domanda vorremmo farla noi agli autori: è mai possibile che si giri così il coltello nella piaga e proprio nel corpo e nell'anima di tre ragazzine innocenti, già crudelmente colpite dell'aggressione del 19 maggio? Vorremmo illuderci che un giornalista professionista non avrebbe fatto le stesse domande, ma è chiaro che la critica non va fatta tanto a Barbara D'Urso, quanto a chi confeziona certi approcci, un tempo tipici di colui che il critico Aldo Grasso chiamò Vampirelli e che, lui sì, era giornalista professionista. Il suo nome è Piero Vigorelli e ha lasciato un segno indelebile sui palinsesti, anzi si potrebbe dire una traccia di sangue. Come un'altra impronta indimenticabile l'ha lasciata nella storia Rai: quando Berlusconi vinse le elezioni del '94, Vigorelli entrò eroicamente in Rai avvolto in una bandiera di Forza Italia. Poi naturalmente traghettò armi e bagagli a Mediaset, ma attualmente è sindaco di Ponza, un'isola bellissima, luogo di confino fin dai tempi dell'imperatore Nerone, che vi costrinse la madre Agrippina. E anche quello di Vigorelli ci piace pensare che sia una sorta di esilio dalla tv, cui ha fatto tanto male. Tenete ibambini lontano dalpomeriggio televisivo U: venerdì 14 settembre 2012 25
Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi,certo, ma poi si sono già candida-ti l'assessore alla Cultura della giunta Pisapia a Milano Stefano Boeri e la capogruppo del Pd in Regione Veneto Laura Puppato (entrambi attraverso un'intervista a “Repubblica”), ci sta pensando il consigliere regionale della Lombardia Pippo Civati e non esclude di farlo neanche Rosy Bindi. Solo per rimanere in casa Pd. Perché poi hanno già ufficializzato la candidatura il leader di Sel Nichi Vendola e l'assessore al Bilancio sempre del Comune di Milano Bruno Tabacci (Api) e forse ci sarà anche Riccardo Nencini (Psi). E questo, nonostante ancora non si sappia quali siano le regole per poter correre ai gazebo, il 25 novembre (con eventuale secondo turno sette giorni dopo). O magari proprio perché ancora non si sanno, e per annunciare la propria candidatura non bisogna mica fare i conti con le firme da raccogliere (potrebbe servirne il 35% dei membri dell'Assemblea). Intanto, l'unica cosa certa è che ogni iscritto al Pd potenzialmente potrà aspirare a correre per la premiership, la prossima primavera. Il 6 ottobre, infatti, si svolgerà l'Assemblea nazionale del Pd che voterà una deroga ad hoc allo statuto, ovvero una norma transitoria che prevede non sia soltanto il segretario a poter partecipare a primarie di coalizione per la scelta del candidato premier. E allora via con gli annunci. «Il mio partito non può restare schiacciato tra il conservatorismo di Bersani e il liberismo di Renzi», diceva a inizio luglio Boeri puntando a rappresentare una «terza via» e contando sul suo «vantaggio competitivo» molto particolare (con riferimento alla sfida contro Pisapia per la candidatura a sindaco di Milano): «Com'è dimostrato io le primarie le so perdere». Poi non se n'è più saputo niente, ma intanto si è fatta avanti Puppato: «Né contro Bersani né contro Renzi. Per un'idea di futuro possibile. Per i nostri figli». Ex sindaco di Montebelluna, prima dei non eletti nella circoscrizione nord-est alle europee del 2009, oggi capogruppo del Pd in Veneto, Puppato è sempre stata molto vicina alle posizioni di Bersani, ed è sempre stata molto stimata dal segretario democratico, che l'ha nominata presidente del forum Ambiente del Pd. Ora dice di non poter vedere il suo partito «dilaniarsi in una battaglia fratricida» e che c'è bisogno «dell'energia di Renzi e della competenza di Bersani». Ieri Puppato era a Roma, alla sede del Pd, giusto poco prima di mandare in rete questo twit: «Noi dobbiamo essere noi. Dobbiamo crescere, essere credibili, guadagnare la fiducia degli elettori. Questo è un grande partito». Andata e ritorno in giornata, per parlare con Bersani. E se qualcuno dice che la candidatura di Puppato è un'operazione per sottrarre consensi a Renzi e avvantaggiare il segretario, la verità è che Bersani ha saputo della cosa soltanto ieri mattina. Ci saranno altre candidature a sorpresa? Civati, come scritto dall'Unità nei giorni scorsi, ci sta pensando. «Sono come Monti», scherza al telefono con chi gli chiede aggiornamenti. Bindi, dopo che abbiamo scritto che potrebbe scendere in campo, non ha fatto smentite e invece ha spiegato che la strategia di Bersani nella competizione con Renzi non le piace: «C'è troppo rosso». La presidente del Pd ha fatto sapere che la sua «aspirazone» non è candidarsi e che preferisce «ragionare sempre sulla principale, non sulle subordinate»: «Ora io lavoro alla principale». Domani chissà. Comunque tra tre settimane si conosceranno le regole per potersi candidare. E la discussione entrerà in un'altra fase. «Annuncio la mia, che è la nostra, candidatura alla guida dell'Italia». Mezzogiorno è passato da un quarto d'ora. Nella penombra dell'auditorium del Palazzo della Gran Guardia in piazza Bra a Verona, Renzi esplicita la notizia, oramai arcinota, che è qui per giocarsi la partita più grossa. Quella per il governo del Paese. Di cui le primarie sono solo il primo tempo. Non a caso la voce si alza quando punta l'obiettivo sul centrodestra. Su quelli che hanno fatto vincere Berlusconi, elettori che Renzi si ripromette di andare «stanare» dalle loro delusioni. «Vogliamo venire a prendervi - alza la voce - perché noi del Pd le prossime elezioni le vogliamo vincere». Come ha fatto il giovane sindaco Federico Vantini che ha strappato a Lega e Pdl il Comune di San Giovanni Lupatoto, 25mila abitanti a due passi da Verona a cui Renzi affida il compito di anticiparlo sul palco. Del resto anche l'azzurro che colora il suo slogan “Adesso!” serve a «catturare l'attenzione», come spiega Luigi De Siervo, gli elettori che «stavano di là». Insomma è più sfida di sistema che duello di partito la prospettiva che il sindaco di Firenze offre ai suoi sostenitori che riempiono la sala. Poco meno di un migliaio, diversi arrivati da Firenze (con due pullman e varie auto), tra cui si notano anche il presidente dell'Anci nonché sindaco di Reggio Emilia Graziano Delrio, il collega di Vicenza Achille Variati, il senatore Andrea Marcucci e il segretario del Pd di Verona Vincenzo D'Arienzio. Lo dice l'assenza di qualsiasi simbolo del Pd (la volontà è di non appropriarsi di una bandiera, spiega Renzi a comizio finito, di cui nessuno ha la proprietà esclusiva). Lo dice un discorso di oltre un'ora in cui sono quasi assenti le battute cattura-attenzione a cui fin qui aveva abituato. E lo dice il video di introduzione che, dopo un esitante falsa partenza, al ritmo di Titanium del dj David Guetta in poco più di un minuto riassume gli ultimi 25 anni. Da Michael Jackson a Gorbaciov, dalla Polaroid al Subbuteo, dalla prima guerra in Iraq alle Torri Gemelle. Un puzzle in movimento di alto e basso, dolore e gioia. Che però è il passato. Ora, dice Renzi, c'è da guardare ai prossimi 25 anni. Non al 1987, ma al 2037. Programma un po' ambizioso, ma che gli serve a far capire, anche figurativamente, che la sua sfida è necessariamente generazionale. «Negli ultimi 25 anni loro erano in Parlamento - scandisce - noi all'asilo». E quindi Renzi e la sua generazione non avrà l'obbligo di presentare «alcuna giustificazione» per proporsi alla guida del Paese. Nessuno potrà mai chiedergli perché le cose che propongono non l'hanno fatte finora. Il che rende ancora più centrale nella sua proposta politica la “rottamazione”. Che ovviamente ha come primo obbiettivo sostituire l'attuale classe dirigente, ma per cambiare tutta la politica. La naturale conseguenza è che i “padri” vanno ringraziati per quello che ci hanno lasciato: 70 anni di pace e benessere. Ma sostituiti. E «va rottamata la subaltenità culturale alla generazione del '68» spiega che si dipinge «come la meglio gioventù». E considera i giovani di oggi pigri e rassegnati. La scommessa di Renzi è se questa volta padri e nonni lasceranno le chiavi di casa a figli e nipoti. Ma va anche rottamato quel pezzo di sinistra, ritratto nella foto («ancora più grigia di quella di Vasto») dei promotori del referendum sull'articolo 18 (Vendola, Di Pietro, Ferrero), che «punta solo a partecipare e quando per caso vince fa di tutto per suicidarsi». Da Verona Renzi disegna un altro centrosinistra e quindi un altro Pd. Libero dalle correnti («spifferi» li chiama) interne e dal dibattito sulle alleanze, e aperto alla gente di quell'Italia che già c'è e che è pronta al cambiamento, basta aprirgli «le porte». Un Pd non più recinto, «ma prateria». Che quindi non ponga ostacoli anche a chi nel passato ha dato fiducia a Berlusconi e Lega. Insomma la vocazione maggioritaria di Veltroni. Del resto la stessa struttura della kermesse veronese richiama il Lingotto. Un Pd più americano (come suggeriscono anche i cartelli rossi e blu sventolati dai fan sul modello della convention dei partiti Usa) che da socialismo europeo. Quanto a Bersani, Renzi lo cita due volte. Alla fine quando dice che suo figlio Francesco sta per il segretario Pd perché teme un papà ancora più lontano da casa. E qui Renzi evita l'emozione con una battuta: «Tanto ha 11 anni e non troveranno mai una regola per farlo votare». L'altra per «non ringraziarlo» per le primarie. Nessuna concessione, spiega, perché senza le primarie non ci sarebbe nemmeno il Pd. A Bersani però promette una sfida dura, ma leale. «Se perdiamo (in tutto il discorso non ha mai usato la prima persona) saremo in prima fila a sostenere chi vince». Ma se Renzi vince? «Cambieremo l'Italia» promette. Tre le parole chiave: Europa (non più maestra cattiva che ci impone i “compiti a casa” ma Stati Uniti d'Europa costruiti dal basso), merito e futuro. Nel concreto (la prima bozza di programma è su matteorenzi.it) un Renzi premier avrebbe aperta sul tavolo l'agenda Monti, ma cambierebbe il patto di stabilità. Non ricorrerebbe alla patrimoniale (che invece c'era nelle 100 idee della Leopolda), ma a una lotta serrata all'evasione copiando gli Usa. L'obiettivo non è aumentare le tasse, ma ridurle a chi le paga. Non ripristinerebbe l'articolo 18 pre-Fornero. Ma darebbe la cittadinanza italiana ai figli degli immigrati e nei primi 100 giorni farebbe una legge per riconoscere la “civil partnership” alle coppie omosessuali. Ma riuscirà a vincere? Renzi pensa di sì, perché «questa possibilità non è mai stata così vicina». ADESSO Alla convention di Verona niente simboli del Pd: «Mi candido ma se perdo sarò leale» Agli elettori del centrodestra: «Veniamo a prendervi perché vogliamo vincere» LacapogruppodelPd venetoè l'ultimaoutsider IngaracisonogiàBersani, Renzi,Vendola(Sel), Tabacci (Api).PureNencini (Psi)potrebbecandidarsi GiuseppeCivati RosyBindi Quellousato daMatteo Renzi, «Adesso»,è lostessoslogan usatoda DarioFranceschini nel2009, quando sicandidò alle primarieper la segreterianazionaledelPd, insieme a Bersanie Ignazio Marino. Boeri, Civati, Puppato, forse Bindi: quanti pd in corsa ILCASO ILCENTROSINISTRA VLADIMIROFRULLETTI vfrulletti@unita.it Renzi, parte la sfida «I delusi Pdl con me» Stefano Boeri S.C. scollini@unita.it Laura Puppato StessoslogandellacampagnadiFranceschini . . . Resta centrale il tema della rottamazione: «25 anni fa loro erano in Parlamento noi all'asilo» . . . I cartelli rossi e blu sventolati dai fan richiamano i meeting e lo stile americani 4 venerdì 14 settembre 2012
Primo incontro dei vertici economici dell'Unione europea dopo l'importante decisione presa dalla Bce il 6 settembre, e dopo il sì condizionato della Corte costituzionale tedesca al fondo salva-Stati. L'Ecofin informale che inizia oggi a Cipro non poteva aprirsi con presupposti migliori. Eppure la “febbre” degli spread non si è ancora placata nel Vecchio continente, e le Borse sono tornate in terreno negativo. Il fatto è che il cammino europeo verso quell'integrazione che i mercati si aspettano «è appena cominciato», come ha detto ieri il governatore Ignazio Visco riferendosi all'unificazione della vigilanza bancaria. Le decisioni adottate devono ancora calarsi nei complessi meccanismi di attuazione, con tutte le incognite che questo comporta. La crisi morde e le risposte si fanno attendere. ECONOMIAUSASTAGNANTE Tutto molto diverso da quello che avviene oltre oceano. Ieri la Fed ha annunciato un nuovo piano di acquisto dei Bond da 40 miliardi di dollari al mese. La terza massiccia iniezione di liquidità dall'inizio della crisi, coniugata con una politica monetaria improntata alla crescita. I tassi d'interesse negli Stati Uniti resteranno «eccezionalmente bassi (cioè tra lo 0 e lo 0,25%) almeno fino al 2015», ha fatto sapere ieri Ben Bernanke. L'economia americana recupera troppo lentamente, la disoccupazione resta a livelli allarmanti (sopra l'8%). Ecco perché Bernanke si muove con misure non convenzionali. Anche se non mancano dubbi sull'efficacia di queste operazioni. Finora la banca centrale Usa ha messo sul mercato 2.300 miliardi di dollari, ma l'economia reale non è ancora uscita dal tunnel. Il terzo «quantitative easing» annunciato ieri punta a sostenere una ripresa economica più vigorosa - si legge nel comunicato diramato - e fare in modo che l'inflazione, nel corso del tempo, si stabilizzi a un livello più coerente». La Bce, si sa, non ha gli stessi poteri, e soprattutto non ha gli stessi obiettivi. Il controllo dell'inflazione resta il vincolo più forte, per questo passare a una politica monetaria «accomodante» a Francoforte è molto più complicato che altrove. Draghi ha dato una sterzata, ma resta ancora irrisolta l'attuazione delle condizionalità per l'accesso agli aiuti. Visco - presente oggi all'Ecofin assieme al ministro Vittorio Grilli - ha assicurato che gli acquisti dei bond annunciati da Draghi «non hanno una condizionalità legata a misure, ma ai progressi lungo una direzione». Insomma, non nuove misure, ma rispetto degli impegni presi. Non tutti, però, la intendono così. Il braccio di ferro si estenderà anche all'altro bruciante capitolo della «saga» europea. Quello sulla vigilanza bancaria. La proposta della Commissione di affidare il controllo di tutti gli istituti (non solo quelli cosiddetti sistemici, cioè i più grandi) alla Bce è un colpo al potere politico tedesco, che di fatto controlla le banche regionali. Ecco perché la strada è ancora tutta da percorrere. Olanda, l'europeismo non è rigore Alla fine gli olandesi han-no scelto, come gli ulti-mi sondaggi indicava-no, i due contendentitradizionali: i socialde-mocratici, che avanzano molto fino a 39 seggi su 150 totali, e i liberal-conservatori del premier uscente Rutte, con 41. Ma si conferma una democrazia complicata, dagli sbocchi ardui e verosimilmente non chiari né stabili. Nei commenti spesso superficiali si ignora volentieri che la destra esce punita: i partiti che avevano sostenuto il governo neo-liberale perdono 17 seggi e solo 10 sono recuperati dal partito di Rutte. Anche la sinistra penalizza le sue forze minori, ma i socialdemocratici del PvdA recuperano ben più di questa perdita, e i socialisti radicali, se non crescono, confermano il risultato del 2010. LASTRADA DI HOLLANDE Insomma al PvdA, che (va ricordato anche questo) non aveva votato le misure di rigore, si chiede un europeismo che però cambi l'austerità attuale: ritardare almeno al 2017 il rientro sotto il 3% del deficit, gli Eurobonds, e poi frenare l'innalzamento dell'età pensionabile. Come dichiarato dal leader socialdemocratico Samsom: «Rutte è l'europeismo della Merkel, io quello di Hollande». I socialisti radicali, assai più decisi contro l'austerità Ue, non ottengono il risultato straordinario che si profilava ma si confermano, chiedendo una Bce che risolva la crisi europea in modo espansivo, e un condono dei debiti ai greci anziché prestiti in cambio di massacro sociale. Ciò, questo è il punto, stride con l'ipotesi di governo ora più accreditata: la riedizione di quella che al principio dello scorso decennio fu chiamata la coalizione «viola», ottenuta mischiando il rosso dei socialdemocratici (PvdA) e il blu dei liberal-conservatori (VVD). Ma sarà arduo negoziare una soluzione, e i compromessi che richiederà possono solo favorire chi esige ricette più risolutive della crisi (i socialisti radicali del Sp). Non si dimentichi, poi, che il nazional-populismo cova sempre, e che il malcontento si allarga anche nell'astensionismo (+7% dal 2006). La coalizione «viola» apparve come una novità in tempi di «terza via», in cui le bolle speculative anglo-sassoni sospingevano una crescita speciosa nonostante i parametri di Maastricht. Già dieci anni fa la formula crollò, e l'allora leader socialdemocratico Ad Melkert lasciò precipitosamente l'incarico dopo il dimezzamento in seggi del proprio partito. Tranne temporanei sussulti di ripresa, il coma post-blairiano della socialdemocrazia olandese si è protratto fino a questa campagna elettorale. Dopo tanti cambi di vertice Diederik Samsom è riuscito a risalire. Il ragionamento interessante è: a cosa si deve quest'impresa, quanto è definitiva? Evidentemente non votare l'austerità tecnocratica ha fornito al PvdA la credibilità per il miracoloso recupero: ai socialdemocratici sono infatti soprattutto tornati elettori orientati verso i socialisti radicali. Ma ciò è avvenuto con difficoltà estrema, perché solo da poco e in modo incerto i socialdemocratici si erano allontanati dal centrismo nuovista d'un tempo. La conferma è che, quando durante l'estate il PvdA era in grave difficoltà, si è ipotizzato che l'andamento convulso della democrazia olandese, ormai, potesse premiare solo le coerenti campagne dei socialisti radicali, tra l'altro sostenute da molti ambienti sindacali, su cui il PvdA deve poter contare per vincere. Ora: se solo in extremis i ceti salariati e medio-bassi hanno riaccordato la fiducia alla socialdemocrazia, quanto renderà tornare subito ai compromessi moderati di dieci anni fa? Cosa dire ai liberal-conservatori che sotto il deficit del 3% vogliono tornare non nel 2017 ma già l'anno prossimo? Una soluzione in parte diversa, coinvolgere i socialisti radicali nella maggioranza almeno su alcuni temi, potrebbe ricompattare il sindacato dietro alle forze della sinistra. Ma è esclusa dalla parte conservatrice e liberale della verosimile coalizione viola, ligia all'autorità tecnocratica neoliberale del prestigioso «Ufficio Centrale di Programmazione». Non è un caso che almeno una metà del partito socialdemocratico ritenga necessario, almeno in prospettiva, lavorare per una coalizione di sinistra, comprendente socialisti radicali, rosso-verdi, cristiani progressisti e altri. LAPARABOLA In effetti, a parte uno stile diversissimo e una rivalità a sinistra fratricida anche in Olanda, le differenze fra PvdA e socialisti radicali sono notevoli, ma niente affatto incolmabili. Forse tutto questo rivela appunto soprattutto una cosa: il socialismo europeo la sua strada verso un modello di crescita nuovo e davvero sostenibile l'ha appena intrapresa, ma occorrono altre e nuove soluzioni. In pochi mesi i Paesi Bassi hanno attraversato varie fasi: prima l'antieuropeismo egoista del populista Wilders. Poi l'europeismo critico dei socialisti radicali. Infine il ritorno di fiducia nella capacità socialdemocratica di rappresentare una riforma europea responsabile, ma netta. Se la socialdemocrazia nella sua nuova missione storica fosse deludente, però, tutto indica che la ricaduta all'inverso sarebbe immediata. MARCOMONGIELLO BRUXELLES L'INTERVISTA Toccherà all'eurodeputato Pd Roberto Gualtieri, insieme ad altri tre colleghi, rappresentare il Parlamento europeo nel cruciale negoziato che da qui a dicembre dovrà definire la tabella di marcia per riformare l'eurozona e la Ue. Dopo la nomina da parte del presidente dell'Assemblea di Strasburgo Martin Schulz, Gualtieri ha illustrato le sue priorità: «stabilità, crescita e democrazia». Qualisonoisuoicompitiequalisonoitempidiquestaennesima riforma? «Il gruppo guidato dal presidente del Consiglio Ue Herman Van Rompuy dovrà elaborare un progetto di riforma dell'Unione economica e monetaria. Ai negoziati parteciperanno le delegazioni degli Stati membri, quella italiana è guidata dal ministro per gli Affari europei Enzo Moavero, più i rappresentanti di cinque istituzioni Ue: Parlamento, Commissione, Consiglio, Eurogruppo e Bce. L'Europarlamento è rappresentato da Schulz, che ha nominato i negoziatori indicati dai quattro principali gruppi politici: me per i Socialisti e Democratici, Elmar Brock per i Popolari, Guy Verhofstadt per i Liberali e Daniel Cohn-Bendit, come rappresentante sostituto, per i Verdi. Quanto ai tempi si prevede di presentare un rapporto ad interim per il Consiglio europeo di ottobre, che si concentrerà soprattutto sull'unione bancaria, e il rapporto finale al Consiglio europeo di dicembre». Si richiederàunariforma dei trattati Ue? «L'idea è quella di individuare innanzi tutto quello di cui ha bisogno l'euro per aver un vero governo economico democratico, e poi definire quello che può essere realizzato subito a trattati costanti e quello che richiede una riforma dei trattati. Questa secondo noi deve passare attraverso una convenzione democratica, che realisticamente pensiamo possa tenersi dopo le elezioni europee del 2014. L'obiettivo, almeno per la mia prospettiva, è quello di definire una vera e propria transizione federale, anche se non è quello che c'è scritto nei documenti». La parola “federazione” non è scritta, ma mercoledì è stata pronunciata dal presidente della Commissione europea José Manuel Barroso. Si tratta di un punto di svolta? «Barroso da una parte ha usato una parol a m o l t o i m p e g n a t i v a c o m e “federazione”, ma dall'altra ha chiarito che si tratta di una “federazione di Stati nazione”, quindi poi concretamente non ha sciolto un nodo che invece per noi è cruciale: quello di superare un modello inter-governativo in cui i protagonisti sono gli Stati. Noi Socialisti e Democratici pensiamo che il processo di decisione politica debba fondarsi sull'unione dei cittadini, non solo degli Stati. Inoltre abbiamo una linea rossa: non si può avanzare ulteriormente sul fronte del rigore e della disciplina di bilancio, sui cui si è già andati avanti in modo squilibrato, senza avanzare parallelamente sul versante degli strumenti democratici, della crescita e della solidarietà. Stabilità, crescita e democrazia devono avanzare parallelamente, altrimenti si determina uno squilibrio che produce una governance inefficace dal punto di vista economico e si determina un corto circuito politico che alimenta i nazionalismi». «Anche l'euro ha bisogno di democrazia» I liberalivinconoma il frontedell'austerità hapersoterreno Piùradicata l'idea laburista diunaUechepunti dipiùsullacrescita . . . La maggioranza considerata più probabile è «viola»: liberali più laburisti . . . Avviate le consultazioni Punito il fronte populista, ma il rischio non è archiviato IldeputatoPdèuno deinegoziatori dell'Europarlamentoper lanuovagovernanceUe Ecofin al lavoro, la Fed decide Piano da 40 miliardi al mese Bernanke vara le misure attese per scuotere la ripresa Finora immessi 2300 miliardi di dollari PAOLO BORIONI Il presidente della Fed Ben Bernanke FOTO LAPRESSE RobertoGualtieri BIANCA DIGIOVANNI NICOSIA L'ANALISI EUROPA 8 venerdì 14 settembre 2012
MARCELLACIARNELLI ROMA ALESSANDRARUBENNI ROMA Il capogruppo Idv a Montecitorio attacca: «Prima si toglie il suo nome dal simbolo, meglio è. Io non lascio» Donadi si ribella a Di Pietro: «Favorisce Berlusconi» Dopo mesi di contrasti, infine è alla radio che Massimo Donadi si lascia andare come un fiume in piena e le sue critiche ad Antonio Di Pietro si trasformano in un attacco frontale. Con parole che tuonano come una sfida da cui non si torna più indietro. Perché secondo lui, capogruppo Idv alla Camera, le scelte del leader del suo partito sono da bollare semplicemente come «sbagliate». E se qualche mese fa aveva risposto con durezza alle posizioni assunte dall'ex magistrato - sia riguardo le accuse rivolte a Napolitano dopo il conflitto di attribuzione sollevato contro la Procura di Palermo, che, soprattutto, sulla decisione di tagliare ogni ponte col Pd - adesso abbandona anche gli appelli alla discussione. «Il nome Di Pietro dal simbolo? Prima lo si toglie meglio è», dice Donadi a La Zanzara, su Radio 24. «Gli altri partiti che hanno deciso di farlo sono ridicoli. Il partito di Casini - annota con puntualità - resta infatti quello di Casini. Capisco le esigenze elettorali, ma noi dell'Idv prima lo togliamo meglio è, io sono contrario ai partiti personali». Ma ad andarsene dal partito che ha contribuito a fondare, insieme allo stesso Di Pietro, non ci pensa nemmeno. «Resto nell'Idv, non ho intenzione di lasciare la mia casa». Quindi, se già in passato aveva fatto notare di non essere solo sulle sue posizioni, la sfida sembra arrivare a toccare l'identità stessa dell'Idv. Cosa da cui dipenderà la possibilità di rimetterne in discussione la collocazione in vista delle prossime elezioni. Ma a distanza, arriva a sorpresa un intervento di Di Pietro - invero sull'articolo 18 - che suona pure come un messaggio conciliante rivolto all'interno del suo partito. «Noi non intendiamo rompere col Pd. E anzi al Pd dico che fare un referendum non è antipolitica o populismo, ma è il massimo atto democratico», dice alla festa della Fiom Di Pietro. È ormai sera fatta quando le agenzie di stampa rilanciano le sue dichiarazioni. «Noi abbiamo il dovere di stare insieme. Da soli né Sel né Pd andranno avanti. Noi dobbiamo stare insieme non per arrivare al 51 per cento - afferma - ma per realizzare un programma migliore nell'interesse dei cittadini». Tutto il contrario di quanto rinfacciatogli dal collega di partito appena poche ore prima, a La Zanzara. «Le scelte di Di Pietro - aveva scandito infatti Donadi alla radio - sono state sbagliate e hanno allontanato la prospettiva di un'alleanza di centrosinistra che per me è la cosa più importante. Non puoi mancare di rispetto a quelli con cui vuoi allearti, il Pd», aveva rilanciato. Sfoderando un elenco dei bocconi più indigesti, piuttosto nutrito. Dal video choc pubblicato sul sito dell'Idv con i leader di partito con le sembianze da zombie, alla lunga sequenza di «espressioni aggressive» verso il partito di Bersani. E in politica «contano anche i rapporti umani», non si può dire «qualunque cosa in ogni momento, dobbiamo fare un passo indietro». Archiviato il corteggiamento di Di Pietro a Grillo («a giugno dissi che gli scodinzolava dietro. Non userei più quella parola, ma i problemi che ho posto restano tutti»), oggi secondo Donadi i comportamenti di Di Pietro favoriscono oggettivamente il ritorno di Berlusconi. «L'Idv fuori dal centrosinistra rischia di far tornare Monti nel 2013 e dunque la grande coalizione con dentro il Cavaliere». E di fronte a chi gli chiede chi voterebbe, tra l'Udc e Grillo, il capogruppo Idv a Montecitorio non ha dubbi: «Certamente Casini, perché si tratta comunque di una forza responsabile. Grillo porterà in Parlamento delle persone per caso, una classe dirigente senza esperienza e competenza politica. È una forza politica totalmente incompetente a governare». Dopo aver ricevuto l'altra sera a cena il premier Mario Monti per un largo giro d'orizzonte sulle questioni politiche ed economiche che il governo sta affrontando sia nell'ambito nazionale che internazionale ieri è toccato al presidente del Senato, Renato Schifani salire al Colle per fare il punto sullo stato dei lavori parlamentari. Che in questo momento significa sempre di più il confronto tra le forze politiche sulla modifica della legge elettorale, una questione che sta particolarmente a cuore al Capo dello Stato che ne discuterà nelle prossime ore anche con Gianfranco Fini. Il risultato che Napolitano ha sollecitato in più occasioni, finora non c'è stato. In questi mesi si sono avvicendate soluzioni, ci sono stati percorsi comuni e improvvisi allontanamenti. In questo momento sembrano solo un po' più definiti i punti di convergenza e i dissensi. Quindi la prossima settimana, dopo la capigruppo convocata già per martedì, la Commissione cui tocca il compito di trovare l'accordo tra le forze politiche, potrebbe anche arrivare ad un testo base da portare in aula. In questo senso vanno le parole che Schifani, subito dopo il colloquio con Napolitano evidentemente messo al corrente della posizione che il presidente del Senato si accingeva a ribadire. La seconda carica dello Stato si è appellata «al senso di responsabilità dei gruppi parlamentari e delle forze politiche: il nodo della riforma elettorale deve essere sciolto definitivamente in tempi brevi, perché si avverte sempre più l'esigenza che venga investita l'Aula ad esprimersi su questo importante tema» augurandosi anche il più vasto consenso. Bisogna fare presto, dunque. I tempi debbono essere per calendario rapidi. Ma ci sono. D'altra parte chi si avventurasse sulla strada di una mancata modifica del Porcellum puntando sull'ipotesi di elezioni anticipate deve avere ben chiaro la determinazione del Capo dello Stato, ribadita in più occasioni, perché si arrivi ad una nuova legge elettorale anche negli ultimi giorni di una legislatura che proseguirà fino alla sua scadenza naturale. Nessun anticipo nella situazione data. MARTEDÌ LA CAPIGRUPPO L'appuntamento decisivo potrebbe essere la capigruppo già fissata per martedì. Se entro quel giorno non arriveranno novità sulla legge elettorale a tracciare il cammino parlamentare della riforma sarà proprio la capigruppo del Senato. Lo ha riferito Carlo Vizzini, presidente della commissione Affari costituzionali di palazzo Madama, dopo un incontro con il presidente Schifani che ha chiesto uno scatto di reni alla politica. Vizzini ha sottolineato che «occorre lavorare caparbiamente in tutte le sedi per cercare la maggioranza la più ampia possibile perché si tratta di una legge che regola la democrazia e i rapporti tra la politica e i cittadini. Se i partiti continuano a lavorare seguendo i loro interessi si va solo a sbattere. Ci vuole un passo indietro collettivo per fare una legge che non serva soltanto per le elezioni del prossimo anno». Anna Finocchiaro, capogruppo Pd, ha ribadito la disponibilità a cambiare: «Abbiamo ricevuto solo dei no alle nostre proposte. noi rimaniamo pronti e vogliamo trovare una soluzione, che sia largamente condivisa, per eliminare la legge elettorale attuale e farne una nuova che garantisca la governabilità del paese. Lo diciamo da tempo e abbiamo lavorato con responsabilità per arrivare a questo risultato. Ora è il momento che Pdl e Udc non “scantonino” dalle loro responsabilità. Non è più il tempo dei veti. Ci dicano quale legge vogliono fare: solo così il confronto si può riaprire. Altrimenti si assumeranno la responsabilità di aver tenuto in vita il Porcellum». Il senatore Pdl Quagliariello non ci sta e rimanda le accuse al mittente. Siamo più bravi noi. E il segretario del Pdl si mostrato ottimista e non intenzionato a fermare i lavori. Angelino Alfano ha dato per «alte quotazioni dell'approvazione di una nuova legge elettorale. Sono convinto che il mese prossimo saremo chiamati in aula al Senato a votare una riforma». «Bisogna cercare di fare una legge elettorale che sia una risposta al bisogno dei cittadini di scegliere i propri parlamentari». Ha detto Pier Ferdinando Casini, leader dell'Udc. Per il segretario leghista Roberto Maroni «Pdl, Pd e Udc sono nella palude perché non riescono a guardare al di là della propria convenienza». Nello stesso giorno in cui il Comitato parlamentare per i procedimenti d'accusa ha archiviato all'unanimità, e senza la necessità di procedere a ulteriori indagini, la richiesta di messa in stato d'accusa del presidente della Repubblica presentata dall'avvocato Carlo Taormina in merito alla trattativa Stato-mafia, l'Ansa, a meno di una settimana dalla riunione della Consulta sull'ammissibilità del conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato avanzato dal Quirinale, attraverso l'Avvocatura, che si terrà il 19 settembre, ha messo in rete la notizia di avere appreso da una fonte non citata, che la Corte Costituzionale si avvia a dire di sì all'ammissibilità del conflitto di attribuzione sollevato dal presidente della Repubblica nei confronti della Procura di Palermo. Il conflitto riguarda l'intercettazione di alcune telefonate tra il Capo dello Stato e l'ex senatore Nicola Mancino, sulla presunta trattativa Stato-mafia. Nessun commento dal Colle sull'indiscrezione, nel solco di un principio più volte ribadito, quello del rispetto delle funzioni di ogni soggetto coinvolto e del lavoro che ad ognuno tocca portare avanti. A parlare debbono essere sempre gli atti. Atti come la decisione del Comitato presieduto dal senatore Follini, in cui si legge che l'iniziativa di Taormina non merita «alcun approfondimento». L'avvocato aveva chiesto di azionare «le procedure per l'incriminazione del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per il delitto di attentato alla Costituzione, a norma dell'articolo 90 della Costituzione» nel caso che il Comitato avesse verificato la giustezza delle sue accuse basate su «fonti giornalistiche». Secondo l'ordinanza di archiviazione, invece, «la denuncia non evidenzia alcun elemento di fatto meritevole di approfondimenti». Nella sua richiesta di archiviazione Follini aveva definito «infamante» l'affermazione del penalista che il consigliere di Napolitano, Loris D'Ambrosio «sarebbe forse morto per la vergogna di aver eseguito un ordine illecito». Già solo «l'infamia di questa considerazione dovrebbe indurre il Comitato a decidere in modo di garantire insieme il rispetto delle rigorose procedure istituzionali con quello delle regole minime di civiltà». E così è stato all'unanimità. Stato-mafia: archiviato Taormina Consulta, verso il sì al ricorso RENATO SORU POLITICA Chiuso ilcontenzioso conl'Agenziadelle Entrateper7milioni «Hoaderito aduna contestazione dell'Agenziadelle Entratedi Cagliari. Contale adesionemi impegno a pagare,nei prossimi treanni, l'importocomplessivodi circa 7.000.000euro,di cuicirca la metà per tasseconsiderate dovute,e la parte rimanentepermulte e sovra tassevarie».ÈRenato Soru, attraversoFacebook,adannunciare lachiusura del suo contenziosocon l'Agenziadelle Entrate.«Mi preme evidenziare - spiega-che lamassima partedei rilievi riguarda un profitto chesi sarebberealizzato solosulla carta,per ilquale nonho invece mai percepitoalcunasomma, eche invece, secondo l'opinione degli accertatori, avreicomunque dovuto dichiararecomereddito imponibile». . . . «Le sue scelte sbagliate hanno allontanato la prospettiva di alleanza con il centrosinistra» Riforme, il Quirinale in pressing Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano FOTO ANSA Napolitano riceve Schifani per fare il punto sulla legge elettorale. Il presidente del Senato rilancia: «Bisogna fare presto» Finocchiaro a Pdl e Udc: «Non è più tempo di veti, finora abbiamo ricevuto solo dei no» venerdì 14 settembre 2012 9
SERGIOPENT WEEKENDLIBRI NATHANENGLANDERÈUNODEINONPOCHIGIOVANIAUTORICONTEMPORANEI–CLASSE1970-DIVENTATIPUNTIDIRIFERIMENTOCRITICO DOPO UN SOLO LIBRO. È ACCADUTO A SAFRAN FOER, QUI DA NOI A PIPERNO O GIORDANO, E RIMANE UNALONE DI MISTERO SUL PERCHÉ DI CERTE SPERANZE FUTURE SUBITO CONCRETIZZATE IN CERTEZZEASSOLUTE.La raccolta di storie dell'esordio – Per alleviare insopportabili impulsi – ci metteva di fronte a uno scrittore di buona cultura e ottime letture, con un background ebraico-americano pesante in termini di raccomandazione ispiratoria: Bellow, Malamud, Singer, Philip Roth, gli stessi giganti citati nel risvolto di questa nuova antologia dal titolo alla Lina Wertmuller. Dopo un romanzo più ambizioso che riuscito – Ilministero dei casi speciali – Englander si rituffa a piene mani nel mondo dei padri etnici e letterari, e lo fa con un'ironia ben conosciuta nell'ambiente della cultura ebraica, quella che vede in pista anche nomi come Woody Allen o lo spassoso Shalom Auslander. Racconti ben congegnati, a volte complessi, moderni nello stile ma sempre calati in un tacito omaggio alla tradizione dei padri: basta, tutto questo, per definire Nathan Englander un grande scrittore a cui tutti – anche in Italia – dedicano ampio spazio sui giornali con tanto di lodi e di paragoni? Dal mio modesto punto di vista Englander è un autore scaltro e onesto, sicuro delle proprie ispirazioni ma legato, in qualche modo, a un cordone ombelicale d'acciaio dal quale non gli è facile – per adesso – staccarsi. C'è tanto Philip Roth – troppo – nel racconto che dà il titolo al volume, in cui due coppie di ebrei ortodossi – l'una rigidamente legata alla fede, l'altra spiritualmente più disinvolta – discutono di identità e religione sparandosi chilometri di marijuana: dialoghi veloci e serrati, ironici e «religiosamente» trasgressivi, con quel nulla di fatto che segna la marginalità degli eventi, traccia una croce sul calendario ma non smuove fatti e coscienze. Diciamo che tutta la raccolta è un omaggio al mondo dei padri, alla memoria, agli strascichi che da sempre pesano sul cuore dell'ebraismo: raccontare tutto questo ancora una volta è segno di fede, ma anche scelta di vita. Semmai, più che allo scrittore-allievo, l'ammirazione del lettore va rivolta alla volontà di trascrivere, ancora e ancora, l'epopea grottesca e sofferta di un popolo che nei secoli ha saputo creare un alone di ironia collettiva intorno alle proprie tragedie e allo stesso genocidio. TROPPOPHILIP ROTH In questi termini è sarcastico, ma anche commovente, il racconto finale – Frutta gratis pergiovanivedove – in cui alla figura di un antipatico professore vengono levati di dosso i panni del presente per far riemergere l'ombra scheletrica di un piccolo sopravvissuto ai campi di sterminio. Molto ambizioso il testo Le colline sorelle, un lungo apologo sulla convivenza mai priva di lotte – e di lutti – tra israeliani e arabi, mente risultano déjà-vu lavori come Peep show o CampSundown, a modo loro macabri ma deboli nel rivangare le figure di vecchi reduci a caccia di vecchi nazisti. Interessante – quasi un breve romanzo in 63 rapidi paragrafi – è invece Tutto quello che so della mia famiglia dalla parte di mia madre, dove una sfilza di eventi e di figure del passato ebraico emergono come da un album di fotografie smarrite e ritrovate per magia in un vecchio baule: polvere e sangue, dolore e nostalgia, il tutto in una sequenza di memorie che diventano Storia. È un autore bravo e sincero, Englander, ma lo sarà ancora di più quando lascerà la mano di «papà» Philip Roth per cercare una sua strada, senza per forza dire addio alle proprie nobili radici. STORIE DIDONNE Stripbook www.marcopetrella.it DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMODI ANNEFRANK N.Englander Trad.diPareschi pp. 193,euro 19 Einaudi L'ebraismo deipadri con ironia edemozione Englanderèunautorebravo esinceroanchesetroppopresto èdiventatouncaso letterario Moltoambizioso il racconto sullaconvivenzaarabi-israeliani Reliquei, memorie... Un'opera diChristian Boltanski UNANUOVABIOGRAFIA DIDANTE ALIGHIERI, CON MOLTE NOVITÀ INTERPRETATIVE CHE NON MANCHERANNO di far discutere gli esperti. Un libro rigoroso e insieme di piacevole lettura, indirizzato a un pubblico ampio. Si intitola, semplicemente, Dante (Mondadori, pagine 296, euro 20,00) e ne è autore uno dei massimi studiosi del poeta fiorentino, Marco Santagata, professore di Letteratura italiana all'Università di Pisa, critico letterario e narratore. Per scrivere il volume, Santagata è partito dall'opera di Dante. Perché nei suoi testi il sommo poeta parla continuamente di se stesso. La stessa Divina Commediaè un libro in cui l'autore riversa tutte le sue vicende personali, oltre ai fatti di attualità. Mancava un libro di questo tipo, preciso ed aggiornato. L'ultimo tentativo di scrivere una vita di Dante è stato di un grande studioso, Giorgio Petrocchi, ma risale ormai a qualche decennio fa. Nel frattempo le conoscenze e le metodologie si sono evolute. Peraltro negli studi critici e storico-letterari negli ultimi decenni si è un po' trascurato l'approccio biografico, sebbene lo studio della vita sia un aspetto fondamentale per capire gli autori, soprattutto quelli che, come Dante, hanno scritto opere con forti addentellati al proprio vissuto. Su diversi punti, alcuni dei quali fondamentali, Santagata si discosta dalla vulgata tradizionale. Ad esempio sostiene che Dante abbia iniziato a scrivere la Divina Commedia prima dell'esilio: a suo parere i primi canti del poema sono sicuramente fiorentini. Poi insiste sul rilievo che hanno avuto certi luoghi frequentati dal poeta sulla genesi di alcune sue idee. Ad esempio evidenzia un Dante appenninico: Dante trascorre diversi anni tra la Lunigiana e il Casentino, in un ambiente diverso da quello urbano; da lì gli deriverà la concezione sul ruolo sociale della nobiltà che esporrà nel Convivio. Riduce invece l'importanza di Verona, ampliata dagli Scaligeri dopo la morte di Dante per motivi di prestigio del proprio casato e, ancora, sottolinea la centralità di Pisa, dove Dante accompagnò l'imperatore Arrigo VII e dove lo studioso ritiene che egli scrisse il De vulgari eloquentia. Ma forse per i lettori l'aspetto che risulterà più interessante è quello che ha a che fare con il carattere dell'uomo Dante che emerge complessivamente dal ritratto disegnato da Santagata. Anche qui vengono smontati diversi luoghi comuni. Ad esempio quello di una personalità granitica, tetragona. Al contrario Dante si è dovuto più volte piegare e umiliare, per ottenere sostegno e protezione. Viene poi meno un altro cliché, quello di una persona super partes, imparziale, equanime. La politica nell'Italia dei comuni era una faccenda molto più «sporca» della politica che conosciamo oggi. Santagata spiega come chi gestiva la cosa pubblica agisse sempre e comunque su mandato di una specifica fazione e in rappresentanza di interessi particolari. E in questo Dante non fece eccezione. Il«peso» dei luoghi nelleopere diDante ROBERTOLORENZETTI «Delcorpo solo il volto mi piaceva»è il titolodi uno dei raccontidell'omonimaraccolta, mentrePilar,Mara,Elvira e una ragazzasenza nomesono le protagonistediqueste storiedi provincianel libro diesordio di SaraScarattolini.Ciò chene risulta èun bel ritratto del ruolo della donnanellaprovincia italiana. Donnechediventano consapevoli dell'esigenzadiun'emancipazione sentimentale,ma allequali manca ancora la maturitàsociale. DELCORPO SOLO ILVOLTO MIPIACEVA Sara Scarabottini pag121 euro 11 Edimond Il libro diesordio diAimee Bender, autricede«L'inconfondibile tristezzadella tortaal limone»,è unaraccolta di racconti cheusa la dimensionesurreale e fantastica,a volte fiabesca,per rappresentare inmaniera originale l'amore, il tradimento, ildesideriosessuale, ledinamichefamiliari, l'amicizia. Dietroun uomoche tornadalla guerrasenza labbrao unadonna chepartorisce lapropria madre, c'è in fondoognunodi noi, con la suasolitudine, le sue pauree lesue infinitepossibilitàdi redenzione. LARAGAZZA CONLA GONNA INFIAMME Aimee Bender Trad.M.Testa pag172, euro14 MinimumFax Ildiario diun'infanzia all'ombradi Berlino.Lastoria di un popolo divisovisto dagli occhidi una bambinachecoglie ogni particolare, anche ipiù quotidiani eprosaici, diuna tragedia storica. Apièdipagina un approfondimentosulla storia e la vitanellaDdraccompagna il racconto in primapersona. Il libro sibasa suesperienzeautentiche. «Noinon avevamo la Trabant bensìuna vecchiabici» racconta l'autrice. ZONE DI CONFINE UN'INFANZIA NELLADDR Claire Lenkova pag.48 euro 10 Comma22 U: venerdì 14 settembre 2012 23
Una tregua in attesa di notizie. Per l'ultimo briciolo di speranza che resta ai lavoratori della Gesip, la partecipata del Comune che verrà liquidata entro il prossimo dicembre. Notizie che si attendono da Roma dove è volato il sindaco Leoluca Orlando ieri mattina per partecipare al tavolo permanente allo scopo di accelerare il trasferimento dei 5 milioni di euro per il pagamento delle spettanze di settembre degli operai, rimasti senza stipendio, né lavoro. Un drenaggio di soldi che tamponerebbe la situazione solo per 25 giorni. Ben poco ma basta per calmare la guerriglia urbana. La deriva in cui è affondata la protesta lo scorso mercoledì e che ha portato all'arresto di un operaio, mentre altri due sono stati denunciati. Hanno abbandonato la Cattedrale dopo 8 giorni di occupazione ieri alle 10 del mattino: «Abbiamo voluto interrompere l'occupazione - dice Pietro Giannotta della Cisal, che nei giorni scorsi aveva inscenato lo sciopero della fame - per evitare strumentalizzazioni». Si sono spostati così in Prefettura e prevedono l'occupazione della sala consiliare del Comune, qualora le notizie romane non fossero confortanti. Tutto questo dopo il culmine di mercoledì in cui alcuni manifestanti hanno messo a ferro e fuoco la città. Giacomo Giaconia, 53 anni, uno dei capi della protesta, è stato arrestato per avere violato gli obblighi di sorveglianza speciale a cui era sottoposto. Giaconia è infatti uscito di casa partecipando alle manifestazioni. Altri due operai di 53 e 56 anni, invece, sono stati denunciati a piede libero perché sorpresi nella notte di mercoledì ad incendiare due cassonetti. Scene di guerriglia a cui assistevano basiti anche i turisti, mentre la città perdeva servizi essenziali. Per questo il presidente dell'Autorità di garanzia sugli scioperi, Roberto Alesse, ha inviato ieri una richiesta di informazioni al prefetto di Palermo sulle proteste dei lavoratori della Gesip. La sospensione delle attività della multiservizi (pulizia, custodia, servizi cimiteriali, cura del verde e altri) ha comportato infatti l'interruzione del servizio del trasporto disabili, creando problemi ai bambini, ai disagiati psichici, e alle loro famiglie che ne usufruivano per recarsi nei centri specialistici per eseguire le terapie. Sono 1.805 i dipendenti della partecipata nata nel 2001 per impulso dell'attuale sindaco Orlando, poi ratificato dall'allora commissario (Orlando si dimise per candidarsi alle regionali). Era nata per la stabilizzazione di lavoratori socialmente utili. Si trattava di circa 1300 precari e la società nasceva partecipata dal Comune al 51%, mentre la restante quota era di Italia lavoro spa. Tra il 2004 e il 2006 furono però imbarcati altri 500 dipendenti, mentre diventava a totale capitale del Comune: «Non c'era la copertura finanziaria per imbarcare altri dipendenti. – racconta Salvo Barone dell'Asia (canidato per Idv alle regionali) - Ma fu fatto lo stesso a seguito della più violenta politica clientelare. Così l'azienda che fino ad allora era in attivo iniziò a perdere denaro», fino ad arrivare a un cifra di 28 milioni circa di buco. Un rosso di bilancio, assicurano gli esperti, che finora è stato stimato soltanto approssimativamente. «I bilanci peraltro non venivano approvati e la cessione del quinto del nostro stipendio non veniva effettuata, almeno da metà del 2011 a marzo del 2012. Così molti di noi si sono ritrovati con ingiunzioni di pagamento inaccettabili». ITALIA L'allarme Gesip blocca Palermo Ancora proteste La protesta di un centinaio di operai dela Gesip senza paga e senza lavoro da dodici giorni FOTO ANSA Un operaio arrestato e due denunciati dopo gli incidenti 1800 lavoratori senza stipendio MANUELAMODICA PALERMO . . . Orlando chiede 5 milioni di trasferimento ma basterebbero per garantire solo 25 giorni . . . Fermi i servizi trasporto per bambini e disabili Interrotta l'occupazione della Cattedrale 14 venerdì 14 settembre 2012
S i sono appena chiusi i battentisull'unica manifestazione italia-na specializzata nel bio e naturale, il Sana di Bologna. Un comparto da 3 miliardi di euro di giro d'affari, una superficie impiegata di un milione e centomila ettari di terra e 47.663 operatori. I prodotti biologici, secondo una ricerca di Nomisma, convincono sempre più consumatori al punto di dimostrarsi quasi immuni alle difficoltà della crisi economica, anche per il futuro. Oggi il Bio, rappresenta l'1,3% sui consumi interni domestici, ma questa cifra è destinata ad espandersi, raggiungendo un'incidenza maggiore, come accade già oggi in molti Paesi europei (Svizzera 6%, Austria 7%, Francia 2%). Per i prossimi 12 mesi, infatti, il 76% degli intervistati, ha dichiarato di voler mantenere i livelli di spesa attuali, il 13% di volerla incrementare, solo l'8% ha previsto una riduzione. Gli operatori del biologico in Italia sono aumentati dell'1,3% nel 2011 rispetto al 2010. Sembra che il settore del Bio sia quello che resiste meglio agli urti dei tagli alla spesa che l'Europa e il nostro governo ci costringono a fare. La domanda è in crescita, ma le aziende che operano nel settore del Biologico hanno comunque necessità di vendere e anche di incassare. Un settore che sembra in controtendenza rispetto alla crisi economica, che fa leva su un patrimonio culturale e ambientale connaturato all'Italia e riconosciuto anche all' estero. Ma mentre i padiglioni erano ancora pieni di gente alla ricerca della fonte della salute, sul clima insolitamente roseo respirato al Sana, si sono insinuati i risultati di uno studio americano pubblicato dalla Stanford University, sui benefici per la salute derivanti sia dai prodotti agroalimentari biologici, sia da quelli coltivati convenzionalmente. Lo studio, in estrema sintesi, afferma che non ci sono forti evidenze che mostrino che i prodotti agroalimentari biologici siano significativamente più nutrienti dei prodotti convenzionali, ma il consumo del cibo biologico può ridurre l'esposizione ai residui dei pesticidi e ai batteri resistenti agli antibiotici. Per capire meglio è comunque necessario cercare di approfondire come è stato condotto lo studio e soprattutto sulle sue limitazioni, parte delle quali riconosciute dagli stessi autori. Studiati in tutto 240 casi, 17 studi condotti sugli umani e il resto su prodotti biologici. Le variabili analizzate i risultati sulla salute, i livelli di nutrienti e i livelli di contaminanti (residui di pesticid inclusi). Per quanto riguarda i nutrienti, rispetto ai prodotti agroalimentari convenzionali, si sono rilevati livelli più alti di fosforo e fenoli nelle produzioni biologiche e di omega 3 nel latte e nella carne di pollo, sempre da allevamento biologico. In solo tre dei diciassette casi-studi sugli umani si è analizzato l'impatto sulla salute, anche qui, concentrandosi principalmente sugli allergeni che i due tipi di prodotti agrolimentari possano contenere. Uno strano parametro di valutazione, in quanto non c'è nessun motivo per il quale debba esistere una correlazione tra il cibo biologico e un basso livello di allergeni. Un altro neo dello studio è la durata. Per calcolare ad esempio i rischi sulla salute derivanti da un'alimentazione basata su prodotti coltivati convenzionalmente, e quindi contenenti residui di pesticidi, occorrono diversi anni prima di vedere gli effetti cumulativi sull'organismo, mentre lo studio sugli umani in questione ha avuto un periodo di monitoraggio di soli due anni. Una doccia fredda per il comparto, ma c'è vera polemica? «Non credo proprio – afferma Paolo Carnemmolla presidente di Federbio -, lo studio va letto bene, non bisogna puntare sui titoli a effetto. Comunque chi sceglie di nutrirsi bio, e lo ha confermato la ricerca di Nomisma, lo fa soprattutto per evitare pesticidi e antibiotici per se stesso e per l'ambiente, non per una maggiore presenza di nutrienti, anche se la ricerca in Italia, sta lavorando sui nutrienti, e sembra che ci siano risposte interessanti. Il vero dato da sottolineare è che quello del biologico è un settore in crescita costante dal 2008, in netta controtendenza visto che si tratta dell'anno in cui si sono avvertiti i primi segnali della crisi economica. Come sempre sarà il mercato ed i consumatori a decidere come sempre. Al comparto Bio spetta comunque il compito nei prossimi mesi di saper coniugare tutte quelle peculiarità che gli vengono riconosciute con il contenimento dei prezzi in un contesto dove i consumi alimentari sono dati in netto ribasso anche per il 2013. Se riuscirà a fare questo, allora la nicchia del Bio si potrà candidare ad essere una alternativa seria al prodotto convenzionale. FOODPOLITICS Da una parte il pressing di Equitalia, dall'altra l'aridità del sistema bancario. Un mix che sta diventando letale per la Franco Tosi Meccanica, storica azienda di Legnano, Milano, tra le altre cose famosa nel mondo per aver sviluppato i primi motori a vapore e quelli a diesel. La crisi di liquidità ha costretto la proprietà indiana, il gruppo Gammon, a rivedere il piano di crescita industriale messo a punto nel 2011. Ma c'è già chi teme di perdere l'ennesima importante realtà industriale lombarda e italiana, con buona pace dei cinquecento dipendenti diretti. MOREE INTERESSI Il primo problema per il gruppo Gammon è fare fronte al pressing di Equitalia. Nel 2008 la multinazionale indiana ha rilevato il 75 per cento della Franco Tosi dal gruppo Casti della famiglia Castiglioni, già proprietaria della Cagiva. Il passaggio di consegne ha incluso anche il debito dell'azienda meccanica, che oggi secondo i sindacati è nell'ordine dei 35 milioni di euro. Ma tra interessi e more, sempre secondo i sindacati, Equitalia vanta quasi il doppio dalla Franco Tosi. Fino ad oggi gli indiani sostengono di aver fatto fronte agli impegni grazie al finanziamento del sistema bancario del loro Paese, che dal 2008 avrebbe garantito linee di credito per circa novanta milioni di euro. Ma pare che gli istituti di credito di Nuova Delhi abbiano chiuso il rubinetto: «L'Italia è un Paese a rischio». Così alla Tosi chiedono che sia il sistema bancario del nostro Paese a dare una mano. Sembra però che finora solo una banca abbia dato un po' di respiro, con qualche milione di euro, al management indiano. La crisi di liquidità è aggravata dalla crisi di mercato, che già da alcuni anni costringe l'azienda a ricorrere alla cassa integrazione (straordinaria e ordinaria). I prodotti principali della Tosi sono le turbine e i generatori di vapore e si scontrano con la concorrenza di multinazionali dislocate in tutto il mondo, dalla Cina agli Usa. Gammon, a detta dei sindacati, vuole restare a produrre in Italia ma rischia di non farcela. Le rsu aziendali hanno chiesto un incontro all'Unione industriali di Legnano ma non c'è ancora una data. I lavoratori sono preoccupati e il sindacato, con il segretario della Fiom-Cgil della Lombardia, Mirco Rota, si domanda se non sia utile per la Gammon valutare delle eventuali partnership industriali e soprattutto finanziarie. LARICHIESTA Rota si rivolge anche al governo e in particolare al ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera: «Potrebbe dare una mano alla Franco Tosi sostiene - Basterebbe allentare il pressing di Equitalia e convincere le banche a finanziare un'azienda che vuole rimanere sul territorio». Il sindacalista ricorda poi come, alla ricerca di liquidità la Franco Tosi abbia chiesto alla precedente Giunta comunale, in forza al Pdl, il cambio di destinazione d'uso di alcuni terreni che l'azienda possiede a Legnano. L'idea era quella di trasformare in edificabile un'area industriale che si trova in una zona già abitata della cittadina in provincia di Milano, quindi vendere i terreni a chi volesse costruire e così rifinanziare l'attività della fabbrica. «Il progetto però - riprende il sindacalista - non è stato preso nella giusta considerazione dalla vecchia amministrazione. E adesso chiediamo al sindaco e alla Giunta (nel frattempo passata al centrosinistra, ndr) di rivalutarlo e di prendere in considerazione l'idea di cambiare le varianti urbanistiche. Sarebbe utile per mantenere in vita l'attività industriale». Una situazione, quella Franco Tosi, che così come la racconta la Fiom-Cgil della Lombardia per certi versi appare paradossale: a differenza di quello che succede ormai ogni giorno, con le multinazionali che vogliono andare via perché in Italia il lavoro o l'energia costano troppo, a Legnano gli indiani di Gammon vogliono continuare a produrre. Ma chiedono il sostegno - «non l'elemosina», sottolinea Rota - dello Stato. E chiedono che le banche facciano il loro mestiere. ACURADI MAURO ROSATI maurorosati.it La Franco Tosi di Legnano . . . La storica fabbrica di Legnano non ha le risorse per continuare la normale produzione Il biologico in crescita conquista consumatori e sfida i venti di crisi Il settore ha un giro di affari da 3 miliardi di euro Per i prodotti Bio non previsti tagli Le trattative per la riorganizzazione, il rilancio e gli esuberi con i sindacati procedono bene e per la cessione di Biverbanca si sta ragionando su una soluzione dopo la battuta d'arresto innescata dalle Fondazioni Cr Biella e Cr Vercelli. A lanciare questi messaggi è l'amministratore delegato del Monte Paschi di Siena (ieri in flessione del 3% in Borsa), Fabrizio Viola, che ieri ha parlato a Padova dove ha fornito ulteriori rassicurazioni sul futuro della controllata Antonveneta, alla luce del nuovo piano che prevede la chiusura di 400 filiali di cui 50 nel territorio veneto. E parlando del negoziato in corso con le parti sociali sul progetto che riguarderà 4.600 dipendenti (per effetto delle programmate esternazionalizzazioni), Viola ha ricordato: «le prossime settimane saranno importanti per tirare le somme del lavoro svolto ma in questo momento non do valutazioni sull'esito. Posso sottolineare che si lavora con spirito costruttivo». L'altro tema importante affrontato in conferenza stampa è stato quello sulla vendita alla Cassa di Risparmio di Asti del 60,4% di Biverbanca. Operazione da 200 milioni di euro, che adesso è in stand-by per effetto dei problemi sollevati dalle due Fondazioni sulla scissione delle quote possedute nella Banca d'Italia che inizialmente erano state previste in modo proporzionale ai soci. «Abbiamo interesse a chiudere e speriamo il più presto», ha detto il banchiere. Sul fronte veneto, Viola, ha spiegato che il Monte punterà a crescere ancora nel Nord Est. Banca Antonveneta, intanto, ha chiuso il primo semestre 2012 in crescita registrando un risultato operativo netto che cresce del 12.2% pari a 81,5 milioni di euro. La raccolta diretta, al 30 giugno, ha superato i 10 miliardi di euro con impieghi per 13.754 milioni di euro. «Rafforzeremo la nostra presenza ha aggiunto Viola - con servizi di qualità e anche puntando a un miglioramento della quantità. Vogliamo aumentare le nostre quote di mercato». Il gruppo continuerà ad essere «una banca di territorio» con l'obiettivo «di essere vicini sia ai privati e alle piccole e medie imprese». Viola, infine, ha assicurato che «migliorerà la qualità della nostra solidità patrimoniale che non è in discussione ma è stata penalizzata dai titoli di Stato che abbiamo in portafoglio». Mps: positivo il negoziato con i sindacati Allarme alla Franco Tosi Rischiano 500 operai Gammon, il padrone indiano, è in crisi di liquidità Le banche di New Delhi dicono «Italia Paese a rischio» GIUSEPPEVESPO MILANO venerdì 14 settembre 2012 13
Il commento La falsa polemica sul Monti-bis Sergio D'Antoni Deputato Pd È UNA CONTESA INFRUTTUOSA QUELLACHE DA GIORNI SEMBRA CONTRAPPORRE I SOSTENITORI DEL “MONTI BIS” al ritorno delle normali dinamiche della democrazia dell'alternanza. Una falsa polemica, perché ipotizza una dicotomia inesistente tra due impostazioni del tutto complementari. Da una parte l'esigenza di confermare la linea del rigore assicurata dall'indiscusso prestigio dell'attuale presidente del Consiglio. Dall'altra, l'urgenza di declinare questa azione di rigore all'interno di una visione pienamente politica, che nella prossima legislatura dovrà necessariamente essere orientata alla coesione e al lavoro. È proprio dall'incontro di queste due priorità che si individua il campo di intervento del prossimo esecutivo. Il lavoro svolto da Mario Monti è stato di vitale importanza per il paese. Ha salvato l'Italia dalla bancarotta, allontanandola dal precipizio in cui l'aveva spinto l'irrilevanza dell'esecutivo Berlusconi. Ha restituito alla nazione un posto in prima fila tra i grandi d'Europa, assicurando “carte in regola” e traendo da esse l'autorevolezza necessaria per rivendicare formidabili strumenti redistributivi. L'approvazione plebiscitaria da parte della Bce del cosiddetto scudo anti-spread – 21 sì e il solo “nein” tedesco – è l'esempio più calzante del ritrovato protagonismo dell'Italia nell'Unione. Mario Draghi, grande ingegnere di questo strumento, non avrebbe mai raccolto un simile risultato senza avere al suo fianco le alte garanzie offerte dal rinnovato esecutivo italiano (oltre che, naturalmente, dal nuovo governo francese). Monti va considerato una risorsa irrinunciabile per l'Italia. Una riserva prestigiosa della Repubblica, al pari di altre grandissime personalità come Carlo Azeglio Ciampi e Tommaso Padoa-Schioppa. Nomi che dimostrano come il Partito democratico abbia nel proprio dna la capacità di valorizzare al massimo livello figure di tale caratura. Chi ancora teorizza improbabili discrasie tra approccio tecnico e ruolo della politica, non solo dimentica la recente storia del centrosinistra, ma non si rende neppure conto di come sia nata l'esperienza Monti. La scelta del Partito democratico di sostenere dal primo momento il governo in Parlamento rinunciando a una facile vittoria elettorale identifica una responsabilità che è pienamente e orgogliosamente politica. È sbagliato, quindi, affermare che nel dopo-Monti la politica tornerà in gioco. Il Partito democratico non ha mai abbandonato il campo. E rivendica ora il diritto di imporre la sua agenda nella prossima legislatura. Vuol dire, prima di tutto, puntare a due traguardi strategici: il lavoro e la coesione sociale. Due facce della stessa medaglia, dal momento che la pace sociale e una più equa distribuzione della ricchezza sono due fondamentali precondizioni di ogni politica di sviluppo. In concreto, il prossimo esecutivo dovrà impegnarsi a realizzare un patto per la crescita che acceleri sensibilmente l'azione mirata all'abbattimento dei divari sociali e geografici, mantenendo salde le garanzie offerte all'Europa. Sul versante della produttività dobbiamo puntare a nuovi modelli di relazioni industriali partecipative. La via è quella della democrazia economica e in particolare della codeterminazione dei lavoratori alle decisioni strategiche d'impresa, elemento qualificante del sistema tedesco. Infine, il tema più importante: quello della cornice in cui queste riforme devono nascere. Dobbiamo entrare in una stagione di piena e responsabile concertazione con il corpo sociale. Governare insieme il cambiamento non vuol dire arrendersi a diritti di veto, ma comprendere che dal dialogo operoso dipende la capacità di fare riforme strutturali, perché realmente eque. Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta ViaOstiense, 131/L 00154 Roma lettere@unita.it Troppisoldi A destra la generosità si spreca: soldi di Berlusconi a destra e a ... destra (dire «a manca» mi sembra improprio). Formigoni a Daccò, ma in restituzione. Ma possibile che non ci si procuri delle ricevute? Beh, per vero, il primo ha la prova dei versamenti. Anche sontuosi prestiti: ma per somme di rilievo i prestiti si concordano per iscritto, con tanto di firme. Manco mezza. Formigoni dice di aver reso i soldi a Daccò e non si cautela facendosi firmare una liberatoria. Vatti a fidare degli amici, che poi dicono che quei soldi non li hanno mai avuti indietro. A pensare male, se certuni gestissero i soldi pubblici così, sarebbero da defenestrare... VincenzoCassibba La«ripresina»diNapoli Nell'area metropolitana di Napoli in due mesi - luglio e agosto - sono nate circa duemila nuove imprese. Napoli, con un incremento dello 0,75 %, è prima in Italia nella graduatoria nazionale stilata dall'Unioncamere. Peraltro tutto il Mezzogiorno è in controtendenza, un po' ovunque si registra un aumento delle nuove imprese rispetto al bimestre estivo del 2011. È una sorpresa considerato che ci troviamo in piena crisi. Con un tasso di disoccupazione che in Campania è quasi il doppio rispetto alla media nazionale. Ma proprio per questo, tanti lavoratori dipendenti disoccupati e giovani senza lavoro, tentano la strada del lavoro autonomo. Avere iniziative e fare impresa per tentare di superare le difficoltà è un fatto oltremodo positivo. La crisi forse è stata la molla e lo stimolo per molti meridionali a mettersi in proprio, facendo emergere delle qualità inaspettate per la gente del Sud. Monti afferma che ‹‹la ripresa... è dentro di noi ed è una cosa che adesso è alla portata del nostro Paese e credo anche che arriverà presto››. Che non arrivi proprio partendo dal Sud? AngeloCiarlo Ilgiocoèaperto Da Bill Emmot che stimo a Mario Monti che pure stimo (con qualche riserva) chiedono alle imprese di investire per il futuro e creare posti di lavoro, io ho la terza media, fatico a ricordarmi le tabelline complici anche le macchinette e ho una piccola impresa con dieci famiglie più la mia a cui pensare. Ora per vecchiezza del macchinario, per stare al passo con i tempi e per un cospicuo risparmio energetico dovrei cambiare il mio taglio laser con un nuovo taglio in fibre ottiche. Già questa estate con previsioni scarse ho preso una ragazza in più in officina (per ora ho scommesso giusto) ma per comperare questo nuovo attrezzo che non è una villa o un Suv devo scommettere svariate centinaia di migliaia di euro che non ho, Le mie carte in mano sono, promesse di commesse, richieste di calo prezzi a fronte di più qualità e calo dei lotti minimi, per capirci: una commessa di 2500 euro che mi viene fatta è composta da 90/120 codici diversi da gestire, max 10 pezzi tutti uguali e sporadicamente qualche centinaio, ma molto sporadicamente, poi ci sono le dieci famiglie più la mia e quella di mio padre. Sul piatto c'è il taglio a fibre ottiche e il futuro dell'azienda. Il mio avversario invece in mano ha la mia azienda che viene da un quadriennio di lacrime e sangue, ha i soldi da darmi ad un tasso del 6.7% anziché il 4.2% di Germania e Francia e ogni settimana mi spulcia il previsionale. Il gioco è aperto. RudiToselli Suicidioa Rebibbia Una bilancia nell'aula di giustizia aveva segnato il suo destino, una bilancetta lo ha aiutato a divenire finalmente libero. Anche in reparti modello come il G8, la disperazione, la malinconia, la solitudine spingono a scelte dolorose. AchilleContedi Laviano Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 La tiratura del 13 settembre 2012 è stata di 85.817 copie SEGUEDALLAPRIMA Non fu infatti lo Statuto, del 1970, a provocare la successiva crisi economica e occupazionale della metà degli anni 70 ma piuttosto il primo shock petrolifero, con tutte le conseguenze derivate dal mutamento delle ragioni di scambio delle materie prime. Non ha senso inoltre mettere in contraddizione i diritti del lavoro e le esigenze del mercato. Su questa strada tanto varrebbe dire che solo il capitalismo selvaggio, senza regole e garanzie per chi lavora, è la via d'uscita dalla crisi. Ciò non toglie che sia altrettanto sbagliata l'idea di contrapporre a questa impostazione liberista un puro e semplice ritorno al passato, alla restaurazione del bel mondo che fu, come proposto dalla iniziativa referendaria promossa negli scorsi giorni. In premessa va detto che i referendum in tema di lavoro portano male. Nel 1985 la sconfitta al referendum portò alla abolizione della scala mobile. Nel 1995 un referendum sull'art.19 dello Statuto dei lavoratori (in tema di rappresentanze sindacali aziendali) ha determinato l'effetto contrario rispetto a quello voluto dai proponenti: l'esclusione dei sindacati che non firmano accordi dal diritto a costituire rappresentanze aziendali, com'è accaduto alla Fiat. Nel 2003 un referendum con cui si chiedeva di estendere l'art.18 a tutte le imprese, a prescindere dal numero dei dipendenti, non raggiunse neppure il quorum e produsse la conseguenza di rendere irrilevante la battaglia sui diritti del lavoro, pure condotta con efficacia dalla Cgil negli anni precedenti. Non è una questione scaramantica. È che i temi del lavoro non si prestano a pronunciamenti a colpi di sciabola: sì e no. Già solo per questo l'iniziativa proposta dallo strano assemblaggio che l'altro giorno ha depositato i quesiti in Cassazione è criticabile. Ciò sia detto a prescindere da ogni osservazione sul carattere evidentemente strumentale della iniziativa. Dato che nel prossimo anno non si potrà svolgere alcun referendum e che neppure potranno essere raccolte validamente le firme è chiaro che si mira ad altro: forse alla riedizione della già fallimentare “lista Arcobaleno”. Nel merito poi occorre distinguere. Un conto è l'art. 8 della legge-Sacconi, voluta dal governo Berlusconi in articulo mortis che favorisce la deregolazione del diritto del lavoro tramite accordi aziendali. Questa norma incivile, per quanto di fatto sterilizzata, va comunque cancellata dall'ordinamento. Bersani farebbe bene ad includere questa iniziativa nel programma dei suoi primi cento giorni. Altra cosa è la nuova e complessa disciplina dell'art.18 introdotta dalla riforma Monti-Fornero. A chi scrive questa norma non piace, pur essendosi adoperato a contrastare il peggio che poteva accadere, ovvero la totale abrogazione del diritto alla reintegrazione in caso di licenziamento ingiustificato. Ma è evidente che pensare di ristabilire la situazione quo-ante con un referendum è privo di senso. Meglio è verificare i modi di applicazione della nuova disciplina ed eventualmente poi introdurre adeguati correttivi. In ogni caso a me pare certo che ove si ponesse ai cittadini italiani la domanda secca «volete voi reintrodurre il vecchio art. 18 dello Statuto?» la maggioranza di essi direbbe no o, molto probabilmente, non si recherebbe neppure alle urne. Perché dunque disperdere energie in battaglie perse o addirittura controproducenti? Solo una vecchia sinistra ideologica alla disperata ricerca di spazi di sopravvivenza, per di più mescolata in modo inquietante con il tardopopulismo dipietrista, può pensare che questa sia una chance e non l'annuncio dell'ennesima e inevitabile sconfitta. COMUNITÀ Era l'11 settembre 1973, quando i primi aerei iniziarono il loro minaccioso volo contro il Palacio de la Moneda, dove Salvador Allende vigilava, insieme ad alcuni fedelissimi, sulla fragile democrazia cilena. Chiamò il popolo con cinque radiomessaggi, ma non a raccolta per difendere le istituzioni minacciate, non voleva certo una guerra civile e fratricida, ma solo per scandire con esso i momenti tragici che stavano vivendo. ROSARIOAMICOROXAS Anche per me un 11 settembre ugualmente terribile nella memoria resta quello di Allende. Per la assurdità dell'ingiustizia che si perpetrava. Per la crudeltà con cui furono perseguitati, uccisi o messi in fuga tutti quelli che avevano affidato con il loro voto ad Allende il governo del Paese. Per la spettacolarità dimostrativa della violenza con cui Nixon e Kissinger spiegavano al mondo cosa sarebbe accaduto se un Paese che «apparteneva» all'Occidente avesse votato a sinistra. Per la caduta delle illusioni di chi credeva nella pace e nel superamento della guerra fredda. Per il modo terribile in cui quelle scelte dimostravano a tutti noi che l'Italia era anche lei un Paese a sovranità limitata e che mai sarebbe stato possibile per il nostro Pci governarla (Berlinguer lo scrisse a chiare lettere su Rinascita) con il 51% dei voti di una allora possibile vittoria elettorale. Tante cose sono accadute da allora che non sarebbero accadute senza quella follia e ricordarsene è importante almeno quanto è importante ricordare la tragedia delle Torri Gemelle. Proponendo alle giovani generazioni tutta la complessità della storia da cui vengono i problemi con cui il mondo, loro ormai più che nostro, continua confrontarsi. Dialoghi . . . Una battaglia persa. Perché disperdere energie? . . . Solo la vecchia sinistra può pensare che sia una chance Allende, il Cile e un altro 11 settembre L'intervento L'errore del premier, l'errore del referendum Luigi Mariucci CaraUnità 18 venerdì 14 settembre 2012
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