«Una rivincita sulle “Primavere arabe” e i loro protagonisti. È questo l'obiettivo del variegato universo jihadista. E per farlo, cavalcano il malessere sociale e la delusione che segnano la transizione nei Paesi arabi». A sostenerlo è Nabil Abdel El Fattah, già direttore del Centro di Studi Strategici di Al Ahram del Cairo, considerato uno dei massimi esperti di integralismo islamico nel mondo arabo. «La vicenda tunisina è emblematica - rimarca El Fattah -: qui siamo di fronte ad una crescente frustrazione, soprattutto tra i giovani e i ceti più deboli, che a un anno e mezzo dall'abbattimento del regime di Ben Ali, non hanno raccolto alcun dividendo dalla rivoluzione. Da qui una rabbia che gli jihadisti cercano di cavalcare». ProfessorElFattah,c'èchi leggelarivolta contro il film blasfemo su Maometto come una rivincita jihadista sulle Primaverearabe.È un'analisi corretta? «Questo rischio esiste, come è chiaro il tentativo del variegato universo jihadista di cavalcare un diffuso malessere, sociale in primo luogo, che attraversa il mondo arabo, cercando di orientarlo nella direzione di sempre...». Quale? «Quella della Jihad globalizzata contro l'Occidente. In questa ottica, il film oscenamente blasfemo è una efficace arma di propaganda, come a suo tempo lo furono le vignette su Maometto. Resta il fatto che dietro questa rabbia c'è lo scontento verso i nuovi poteri arabi che non sono riusciti ad essere all'altezza delle aspettative suscitate dalle rivolte popolare che hanno segnato la stagione delle Primavere arabe». Cosa c'è alla base di questo malessere chegli jihadisti cercanodicavalcare? «C'è la frustrazione per ciò che si sperava che fosse e che non è stato. Penso in primo luogo ad una questione che è stata al centro delle rivolte popolari: la giustizia sociale. Penso in primo luogo, alla rivoluzione tunisina ma anche a ciò che è avvenuto nel mio Paese, l'Egitto. Purtroppo, le condizioni di vita non sono migliorate, e i giovani vedono ancora il loro futuro in termini d'incertezza più che di speranza». Lamancanzadi lavoro, dunque.E poi? «Poi c'è un limite di fondo che sta caratterizzando la transizione. L'idea che la democrazia si verifichi solo nelle elezioni e con le elezioni, e non sia, invece, la definizione di un sistema di regole condiviso, una “road map” costituzionale definizione di poteri del Parlamento, del Presidente, della magistratura... che precede e orienta le stesse elezioni». È solo l'Occidente, l'America in primis, l'obiettivodegli jihadisti? «No. L'altro obiettivo è l'Islam politico che ha scelto la via democratica; quell'Islam politico - nel quale annovero il presidente Mohamed Morsi - che, s u l m o d e l l o t u r c o , s i è “istituzionalizzato”. Gli jihadisti intendono colpire l'Islam che cerca di coniugare tradizione e modernità, che non accetta, anche sul piano identitario, lo “Scontro di Civiltà”, un Islam secolarizzato, disposto al dialogo ma non disposto a lasciarsi omologare dal “modello occidentale”». Ascatenarelarabbiaèilfilmblasfemosu Maometto. Quella messa in atto non è unareazione esagerata? «Io condanno le manifestazioni violente, ma resto convinto che alla base della laicità debba esserci il rispetto. Un rispetto reciproco. In questo caso non si è trattato di satira contro i costumi e le tradizioni musulmane; non si sono messi alla berlina certi comportamenti o modi di essere degli imam, in questo caso si è colpito al cuore del sentimento religioso di milioni di persone. Da intellettuale arabo e da musulmano che crede nel dialogo mi sento di chiedere all' Occidente di fare i conti con la coscienza del limite. La libertà di espressione è sacrosanta ma essa non può violentare i sentimenti di intere popolazioni». Professor El Fattah, qual è l'errore che l'Occidente, e in particolare l'Europa, nondevecompiereinquestodelicatissimofrangente? «L'errore esiziale sarebbe leggere quanto sta accadendo in questi giorni come il fallimento delle Primavere arabe. Non è così. Mai come oggi è necessario rilanciare la cooperazione tra le due sponde del Mediterraneo. Il dialogo è ciò che più temono gli jihadisti». RicercatoredelCentro diStudiStrategici diAlAhramdelCairo, èconsiderato unodeimassimiesperti di integralismoislamico L'ordine è partito. E l'Occidente trema. Continuate le manifestazioni contro il film anti-Islam. E attaccate quante più ambasciate Usa potete, in Medio oriente, Africa e Occidente. Questo è il messaggio che Aqma, la cellula di al Qaeda nella Penisola araba ha lanciato a tutti i musulmani, come rende noto Site, il sito di base negli Usa che monitora le attività dei gruppi jihadisti sul web. «Chiunque incontri ambasciatori o emissari americani dovrebbe seguire l'esempio dei libici, che hanno ucciso l'ambasciatore Usa», è il messaggio lanciato dal gruppo terroristico. Non basta. Il ramo yemenita di Al Qaeda ha esortato i musulmani che vivono in Occidente a colpire obiettivi chiave. «Sono maggiormente in grado di fare del male e colpire il nemico più agevolmente di noi», si legge in un comunicato di Aqma rilanciato da tutti i siti wb legati alla galassia jihadista. L'attacco sferrato martedì sera al consolato americano di Bengasi in Libia, costato la vita all'ambasciatore Chris Stevens, è una vendetta di al Qaeda per l'uccisione del numero due del gruppo terroristico, Sheikh Abu Yahya al-Libi. Lo riferisce sempre il Site. «L'uccisione di Sheikh Abu Yahya ha solo aumentato l'entusiasmo e la determinazione dei figli di Omar al-Mokhtar (eroe dell'indipendenza libica, ndr) a vendicarsi di coloro che hanno attaccato il nostro Profeta», si legge in un comunicato diffuso da al-Qaeda nella Penisola arabica. Il presidente dell'Assemblea nazionale libica, Mohammed al Magarief, ha affermato che elementi stranieri sono stati impiegati nell'attacco al consolato Usa a Bengasi. «In Libia sono presenti elementi non libici che pianificano azioni sul nostro territorio», ha riferito al Magarief citando un rapporto dei servizi segreti. «Noi non permetteremo che il territorio libico sia usato per eseguire tali progetti». Al Magarief ha poi escluso che il suo Paese possa diventare come la Somalia o l'Afghanistan «proprio perchè non lo vogliono gli stessi libici». Nel frattempo, il Parlamento yemenita ha respinto l'ipotesi di invio di marines Usa da Washington nello Yemen per proteggere l'ambasciata americana contro eventuali assalti di manifestanti furiosi a causa del film anti-islamico. In un comunicato, il Parlamento ha affermato «il suo no a qualunque forma di presenza straniera» nello Yemen, dichiarando che è il governo di Sanaa a dover garantire la protezione delle ambasciate straniere nel Paese. La stessa linea è seguita dal Sudan. «Il governo americano ha espresso la volontà di inviare delle forze speciali per proteggere la sua ambasciata a Khartoum dopo le manifestazioni» ma le autorità sudanesi hanno «rifiutato di accogliere queste forze», secondo un portavoce del ministero degli Esteri sudanese citato dall'agenzia ufficiale Suna. Il bilancio degli scontri dei giorni scorsi che hanno investito il mondo arabo e musulmani, è di almeno dieci morti di cui 4 a Tunisi - e di oltre mille feriti. L'intenzione dichiarata dei jihadisti è quella di colpire obiettivi-chiave: funzionari e delegati delle ambasciate in primo luogo. La protesta investe anche l'Europa. Cento persone sono state fermate a Parigi in manifestazioni ispirate al movimento antiamericano che scuote i Paesi musulmani per protesta contro il film «L'innocenza dell'Islam». La polizia ha reso noto che le persone fermate sono sospettate di aver preso parte alle dimostrazioni non autorizzate che si sono svolte ieri davanti all'ambasciata americana e davanti al ministero dell'Interno. MISURERAFFORZATE Allerta massima anche in Italia, specialmente in vista del capodanno ebraico che quest'anno cade nella notte tra il oggi e domani. «Il livello di attenzione è molto alto sia per quanto riguarda la condizione del nostro personale all'estero che per tutti gli italiani presenti in quelle aree»: ad affermarlo è il ministro degli Esteri Giulio Terzi. «Le nostre sedi diplomatiche hanno preso tutte le misure necessarie, stiamo seguendo la situazione molto attentamente e via via che si sviluppa», aggiunge il titolare della Farnesina. Il che significa che anche i contingenti militari presenti nelle aree di crisi hanno innalzato i livelli di sicurezza al massimo. Il Dipartimento di pubblica Sicurezza ha inviato una circolare a prefetti e questori disponendo un aumento delle attività di vigilanza nei confronti di tutti gli «obiettivi sensibili» sul territorio italiano. Nella circolare si fa specifico riferimento alla necessità di innalzare la sorveglianza presso obiettivi Usa, britannici e tedeschi. La vigilanza sarà quindi innalzata presso le sedi istituzionali e diplomatiche, i luoghi di culto e di transito, come i porti e gli aeroporti. Particolare vigilanza viene poi chiesta per quanto riguarda le basi militari, italiane ma soprattutto americane, presenti sul territorio. Gli analisti non escludono infatti che proprio le basi statunitensi sul suolo italiano, che potrebbero essere utilizzate per far decollare droni e jet spia, possano essere prese di mira dagli estremisti. Allerta rosso anche negli Stati Uniti. Nessuno sottovaluta l'ordine lanciato dai jihadisti: colpire ovunque «l'Occidente apostata». «So che le immagini che vediamo alla televisione sono preoccupanti. Ma non scordiamoci che per ogni folla in collera, ci sono milioni di persone che aspirano alla libertà, alla dignità e alla speranza che la nostra bandiera rappresenta». Nel suo discorso radiofonico del sabato Obama prova a rassicurare l'America. Gli Stati Uniti, dice, sono «in contatto con tutti i governi del mondo per rafforzare la nostra cooperazione e sottolineare che ogni paese ha la responsabilità di contribuire alla protezione dei nostri concittadini». Un'eco delle parole pronunciate davanti alla bara dell'ambasciatore Stevens, la sera prima. «Il loro sacrificio non sarà mai dimenticato», «gli Stati Uniti non si ritireranno» di fronte alla violenza. Washington si prepara ad una crisi meno passeggera delle altre che l'hanno preceduta in passato, grazie alla tempesta perfetta creata dalla coincidenza di provocazioni, presidenziali Usa e ansia di rivincita dell'islam più estremo. L'Fbi ha lanciato l'allarme e dopo i proclami di Al Qaeda si temono possibili minacce sul territorio americano, oltre che contro le sedi diplomatiche all'estero. Nakoula Basseley Nakoula, il cristiano copto di origini egiziane che vive a 40 km da Los Angeles e dice di essere uno dei produttori del film anti-islam che ha scatenato proteste in tutto il mondo, è stato intanto interrogato da funzionari delle autorità federali. Ogni dettaglio che si aggiunge a questa storia sembra più strampalato di quelli che lo hanno preceduto. Gli ultimi riguardano il presunto regista del film, che non sarebbe stato Nakoula, ma un autore di film porno da quattro soldi, Alan Roberts. Tra i tanti punti interrogativi aperti dalla vicenda, fa discutere la richiesta del governo a Google perché valutasse se il film postato su YouTube non violasse i codici etici della società. La risposta è stata un no. E l'America si chiede se sia stata legittima tanto la richiesta della Casa Bianca quanto la replica. E se davvero spetti a Google dire l'ultima sulla libertà di espressione. Stati Uniti nel mirino Google non ritira il film Proteste anti-americane in India, dopo la diffusione sul web del film blasfemo FOTO DI NATHAN G . . . Magarief, presidente dell'Assemblea libica: «A Bengasi è stato un attacco pianificato» UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it «La jihad cerca la rivincita sulle Primavere arabe» U.D.G. NabilElFattah Al Qaeda: «Colpite in Occidente» Allerta in Italia L'INTERVISTA La protesta continua, almeno 10 morti Manifestazioni anche in Francia e Australia Il Viminale rafforza le misure di sicurezza intorno a sedi diplomatiche, porti e aeroporti domenica 16 settembre 2012 9
RIC. POR. Prix Italiaalviaoggi aTorino il festival radiotelevisivo promossadallaRai nelsegnodella legalità CULTURE «CONDANNO FERMAMENTE IL VILE ATTACCO AL CONSOLATOUSAEL'ASSASSINIODICHRISSTEVENSEDEGLI ALTRIDIPLOMATICI».CONQUESTOTWEET,POSTATOIL 12 SETTEMBRE ALLE 11.23 ORA ITALIANA, il primo ministro libico Mustafa AbuShagur ha dato due notizie: la conferma ufficiale dell'uccisione dell'ambasciatore americano in Libia – conferma che i media di tutto il mondo aspettavano sin dalle prime ore del mattino – e la condanna dell'attacco. Sono bastati, insomma, 140 caratteri lanciati in rete per inquadrare lo scenario geopolitico su cui si sta dispiegando la nuova offensiva del Jihad di Al Qaeda. Abbiamo parlato a lungo di Twitter: sul sito Unita.it, che ha dedicato al social network la rubrica “Tweetstar” (tutte le puntate su youtube.com/unita); e anche sul giornale cartaceo. Proprio pochi giorni fa, sul social fondato nel 2006 da JackDorsey, abbiamo ospitatoun'analisi diGiancarlo Liviano D'Arcangelo.Lo scrittore, partendo dal presupposto che Twitter è il social network più “à la page” del mondo dello spettacolo e della politica, scomoda il filosofo Feuerbach per arrivare alla conclusione che i 140 caratteri servono solo a trasmettere pensieri e parole di trascurabile significato e sono una “fogna del senso comune”. Che Twitter, come Facebook, possa diventare una piazza virtuale mal frequentata, è un rischio di cui sono consapevoli tutti, a cominciare dai “tweep” più assidui: quelli che sul social network hanno rafforzato, tweet dopo tweet, la propria credibilità professionale, quelli che su Twitter hanno trovato lavoro e quelli che sono riusciti, grazie ai 140 caratteri, a far sentire in tutto il mondo la voce di chi non ha voce. Non sono “vip” ma persone reali: cittadini come Claudia Vago (@tigella), impiegata della Regione EmiliaRomagna, chedalla propria casetta di Busana, piccolo paese dell'Appennino reggiano, ha raccontato il movimento Occupy Wall Street ricevendo offerte di collaborazione (respinte al mittente) da parte delle maggiori testate italiane. O Marina Petrillo (@AlaskaRP), giornalista di Radio Popolare che via Twitter ha diffuso informazioni cruciali durante gli scontri della Primavera araba o i London riots. Su Twitter i terremotati emiliani hanno pubblicato informazioni chehanno salvato lavita adecine di persone. Ma già due anni prima, nel 2010, la popolazione di Haiti aveva chiesto aiuto servendosiproprio del popolare social network per localizzare i villaggi sperduti. Grazieai 140caratteri il deputatoPd Andrea Sarubbi (@andreasarubbi) ha tentato la mission (im)possible di rendere trasparenti e aperti a tutti i lavori del Parlamento italiano, categorizzati con l'hashtag #opencamera. Il gruppo d'aiuto Underheard in Ny (@underheardinNY)ha fornito un account Twitter e uncellulare prepagato a quattro senzatetto newyorchesi e, grazie a loro, fa circolare informazioni essenziali (dove trovare un pasto caldo, dove poter dormire la notte) tra gli homeless della Grande Mela. L'utilizzo di Twitter nei paesi dove c'è la censura consente inoltre agli oppositori politici dei regimi di far filtrare anche fuori dai confini dati e notizie cruciali: è accaduto nel 2009 in Iran e nelle ultime settimane in Siria. Il social network è stato adottato perfino da una delle massime autorità vaticane, il cardinale Gianfranco Ravasi (@CardRavasi), che sta sperimentando mattina esera citazioni religiosema anchelaiche: “Voglio portare la Chiesa nel cortile di Twitter”, ha dichiarato. Twitter, insomma,è attualmente ilmezzo di comunicazione più rapido, libero ed efficace che ci sia. E' un mezzo, e grazie alle sue performances tecnologiche è anche un posto, ma non è corretto identificare Twitter con il contenuto che esso diffonde. Twitter è una piazza democratica mondiale e, in quanto tale, aperta a tutti. Come la tv, non va né demonizzato né tantomeno divinizzato ma semplicemente va saputo usare. Raccontare un social network, che vanta 500 milioni d'iscritti in tutto il mondo, attraverso i tweet di Emilio Fede, Elisabetta Canalis e Jovanotti non può bastare per spiegare il fenomeno: bisogna sforzarsi di comprenderne i meccanismi, la logica e i vincoli. E forse, scegliere i “following” giusti... APRE NEL SEGNO DELLA LEGALITÀ L'EDIZIONE NUMERO 64 DEL PRIX ITALIA, LO STORICO FESTIVAL RADIOTELEVISIVO INTERNAZIONALEPROMOSSODALLA RAI, di scena a Torino da oggi fino al 21 settembre con il titolo «Il mondo allo specchio - Immagini e suoni dai 5 continenti». Nel pomeriggio, nell'Aula Magna dell'Università torinese, spetta al Ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri tenere a battesimo la rassegna: dopo il saluto del presidente Rai Anna Maria Tarantola, è in programma una sua lectio sul tema «La cultura della legalità», sviluppata con il “sostegno” di 40 studenti del Progetto Pon Sicurezza del Ministero, provenienti da istituti di Benevento, Salerno, Foggia, Vibo Valentia, Crotone, Agrigento e Siracusa. Ma è l'intera giornata odierna del festival a essere dedicata a un tema «che sta alla base di ogni cultura e di ogni convivenza» come ha sottolineato il Segretario Generale del Prix Italia, Giovanna Milella, a cui si deve l'ideazione del programma della manifestazione. È infatti ancora la legalità il filo conduttore della serie di proiezioni pomeridiane proposte al Cinema Massimo, a partire dall'anteprima delle «Lezioni di mafia di Pietro Grasso» con cui il Procuratore Nazionale Antimafia, atteso in sala, andrà in onda per dodici puntate su Rai Storia a partire da domani sera. Destinata ai più piccoli - ma non solo - è invece l'anteprima del cartoon di Rai Fiction La missione di 3P, sulla vita di Don Pino Puglisi, realizzato da Larcadarte e coprodotto dal Ministero dell'Interno. Il cartoon è già visibile sul sito del nostro giornale www.unita. it. In programma poi l'analogo «Giovanni e Paolo e il mistero dei Pupi» su Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Il pubblico potrà poi assistere a «Donne coraggio: voci contro la Mafia» con Paolo Mieli, alla versione teatrale di «Gomorra» del regista Mario Gelardi, col monologo dal vivo di Ivan Castiglione, a «1367: la tela strappata» di Giancarlo Licata e a «Il segreto del cioccolato - Piccoli schiavi per un grande business» della tv tedesca ADR. Una giornata inaugurale decisamente densa, che propone addirittura un dibattito con un altro ministro: alle 18 è il turno di un confronto fra il titolare del dicastero dell'Istruzione, Francesco Profumo e il Presidente dell'European Broadcasting Union, Jean-Paul Filippot su «Istruzione e servizio pubblico». NEIGIORNI SUCCESSIVI Non da meno appare comunque il prosieguo del Prix Italia, i cui appuntamenti culturali aperti al pubblico si susseguiranno per tutta la settimana con spettacoli, mostre, convegni e proiezioni. In particolare quest'anno grande spazio è dedicato all'arte, con la partecipazione di Michelangelo Pistoletto, autore dell'opera Terzo Paradiso che andrà in premio ai vincitori, e con la mostra «Ritratti a Palazzo Madama» di Robert Wilson, che inaugura il 20 settembre e resterà aperta fino al 6 gennaio 2013. Lo stesso 20 settembre, alle 20,30 Bob Wilson sarà con Achille Bonito Oliva al Teatro Carignano per presentare la sua video arte e il film Absolute Wilson. Fra gli altri momenti che caratterizzano questa edizione, martedì 18 vi sarà l'anteprima per «La grande storia» de «La Chiesa nel mondo - 50 anni dal Concilio» presentata da Antonio Di Bella, mentre mercoledì 19 saranno di scena l'antropologo Marc Augé alle ore 18 e alle ore 20,30 il regista Krzysztof Zanussi. Ma vi saranno anche diverse altre anteprime Rai, di cui il Prix resta un'importante vetrina, nonché eventi e personaggi che animeranno i luoghi simbolo della cultura e dell'attività radiotelevisiva torinese, a partire da quelli siti in via Verdi, su cui affacciano la sede Rai e il Palazzo della Radio, quartier generale della manifestazione. Un festival che sta crescendo sempre più nel panorama culturale nazionale, questo Prix Italia, ormai «adottato» da Torino, sede designata per il quarto anno consecutivo ma con la concreta prospettiva che la rassegna prenda casa sotto la Mole stabilmente. Tutta lavita in 140 caratteri Twitter fadiscutere.Mabasta saper scegliere chi frequentare Piacciaono, il socialnetwork fondatodaJackDorsey èalmomento ilmezzodi comunicazionepiù libero, rapidoedefficacechecisia MADDALENALOY Uncartoonsullavita diDonPuglisi, il video sulsitodell'Unità Dalcartoon«La missionedi 3P» diRaiFiction, dedicatoal sacerdote PinoPuglisi . . . Inprogrammanonsolo l'anteprimadelcartone animatomaanche tanti incontriedibattiti U: 22 domenica 16 settembre 2012
Sul futuro dell'Italia potrebbe pesare l'incognita politica legata alle prossime elezioni. È l'avvertimento di Ignazio Visco, lanciato al termine dell' Ecofin informale di Cipro. I «conflitti» in politica «devono essere ben meditati», ha dichiarato il governatore di Bankitalia, perché «se per caso sono molto forti» possono avere «effetti incerti» sui mercati. Soltanto un monito, nulla di più. Visco non ha voluto quantificare gli effetti sullo spread e sui tassi di una eventuale mancanza di segnali chiari dalla consultazione politica. Va da sé che l'incertezza non piace ai mercati, tornati a segnare il sereno negli ultimi giorni grazie ai nuovi strumenti che Bce e istituzioni europee stanno mettendo in campo. L'Italia ha imboccato la strada del risanamento, ma i rischi restano molto alti. «Non c'è bisogno di manovre aggiuntive – assicura il ministro Vittorio Grilli – ma non significa che il ministero dell' Economia può andare in vacanza nei prossimi mesi». IL NODO RISORSE Anzi. I tecnici sono già al lavoro per reperire le risorse necessarie a evitare l'aumento dell'Iva (circa 6 miliardi), mentre i ministri bussano alla porta del Tesoro per finanziare nuovi programmi, dal «pacchetto» Passera per la crescita (agenda digitale e start up) che sarà presentato al prossimo consiglio dei ministri, alle misure fiscali per la competitività chieste dalle parti sociali. «Le risorse non sono ancora state trovate – rivela Grilli – anche perché non si tratta di trovare qualcosa che c'è. Il reperimento delle risorse e la loro destinazione sono oggetto di discussione nel governo. Bisognerà vedere dove e come agire con le prossime azioni di risparmio di spesa. E alla fine l'ultima parola spetta a Monti». Come dire: la strada è ancora in salita. A pesare sui conti c'è una ripresa che si prospetta lenta e ancora incerta. Visco conferma le stime di Bankitalia, che vedono un'uscita dalla recessione «nel corso» dell'anno prossimo. Ma occorre mantenere una certa cautela, perché «per un certo periodo si mantengono le condizioni difficili per la domanda interna», spiega Visco. È certamente positivo che per un certo periodo si mantenga questo allentamento delle tensioni sui mercati dovuto all'annuncio della Bce e alle azioni comuni che hanno creato «un clima positivo riducendo le incertezze e buttando giù i costi del credito», continua il governatore. Ma «a livello globale si registra il peggioramento delle condizioni dei Paesi emergenti – avverte ancora Visco - il mancato progresso negli Stati Uniti e le tensioni in Medio Oriente, molto negative anche per le maggiori difficoltà in campo energetico, al di là dei problemi molto gravi in sé». Quindi, ha osservato, ci sono «fattori negativi che controbilanciano quelli positivi». GLI SCENARI Ciò non toglie che «nel corso dell'anno prossimo immagino una ripresa: abbiamo avuto tre trimestri negativi e ne avremo ancora uno», ha osservato, ma questa discesa «si esaurisce man mano che gli effetti del risanamento hanno luogo». La recessione persistente non imporrà nuove misure per raggiungere il pareggio di bilancio («il pareggio dovrà essere corretto per il ciclo – spiega Grilli – e non nominale»), ma certamente non aiuta a uscire dalle politiche di rigore su cui l'Italia ha preso impegni con l'Europa. L'Italia «ha una situazione di sostenibilità dei conti pubblici» ma questo non significa che si possa «abbassare la guardia», ha ammonito il governatore. Ieri non si è parlato delle condizionalità da imporre ai Paesi che eventualmente chiederanno lo scudo anti-spread architettato da Mario Draghi, ma certamente nessun intervento sarà gratuito. E il governo italiano lo sa bene. Negli ultimi giorni i tassi sono scesi, ma per il ministro dell'Economia ora «è presto per capire se la discesa della curva dei rendimenti» vista di recente nei titoli di Stato «compenserà il peggioramento del pil», o ribilancerà gli extracosti dei tassi degli ultimi mesi. Per Grilli c'è un peggioramento dei saldi nominali ma quelli strutturali su cui c'è l'impegno del governo sono «in linea». Entro il 20 settembre sarà presentata la nota di aggiornamento al Def (documento di economia e finanza), ma non si preannunciano novità di sorta. Né misure aggiuntive, come qualche indiscrezione aveva fatto sospettare, né una programmazione anche per gli anni successivi al 2013.Anche una pesante per-dita per il sistemaproduttivo italiano,quale sarebbe l'ab-bandono da parte diFiat dell'Italia, può nascondere una ricaduta positiva per il mondo del lavoro nazionale. Tale sarebbe una effettiva e sostanziale ritrovata unità sindacale, se Cisl e Uil, finora abbagliate dalle vane promesse di Sergio Marchionne, accogliessero l'appello lanciato ieri dalla segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso: «La Fiat, e lo dico a Cisl e Uil, può essere l'occasione per non continuare a difendere un'intesa sbagliata di rottura». ILRITORNO ALL'UNITÀ In questi due anni di braccio di ferro tra il Lingotto e i sindacati, infatti, in nome di un evanescente piano industriale da supposti 20 miliardi di investimenti, è stato accettato quasi di tutto: dalla limitazione di diritti conquistati dai lavoratori decenni fa, alla esclusione dalle fabbriche metalmeccaniche del sindacato più rappresentativo, la Fiom. Ora, secondo la leader Cgil, è arrivato il momento di riprendersi il terreno perduto, non «commettere l'errore tragico di continuare a difendere un esperimento fallito», ma tornare a «una scelta unitaria», dopo che questi recenti mesi di cronache sindacali hanno dimostrato ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, che «le divisioni non aiutano mai». Inutile dire l'estrema necessità, in questa fase storica ed economica, di un fronte sindacale compatto per uscire dalla recessione e tornare alla crescita. Senza che il peso del risanamento e del ritorno allo sviluppo venga accollato per intero sulle spalle dei lavoratori italiani. L'EMERGENZA INDUSTRIALE In tal senso, la segretaria Cgil ha trovato indigesta, «una palla buttata fuori dal campo», la convocazione da parte dell'esecutivo per parlare di produttività. «Non abbiamo bisogno di lezioni sulla produttività, abbiamo bisogno di risorse per rimettere in moto il paese» ha ribadito Susanna Camusso. «Abbiamo il problema della disoccupazione, più di cento tavoli al ministero dello Sviluppo economico, dobbiamo capire se la cig in deroga verrà ancora finanziata. Abbiamo una infinità di problemi e che dice il governo? Ragionate tra voi. Ma tu governo che cosa fai?». Quella della leader Cgil non è una semplice domanda retorica. Di fronte ad aziende che «da 15 anni non investono più in innovazione e ricerca, ma tagliano dal basso sul costo del lavoro» e di fronte alla crisi di molte industrie che rischiano di chiudere, come l'Alcoa, e «senza le quali si metterebbe in discussione l'intero apparato produttivo del Paese», per la Camusso è necessario passare all'intervento pubblico. «In una stagione d'emergenza come questa - ha dichiarato intervenendo su La7 - lo Stato deve metterci del suo. Il pubblico può intervenire nell'economia, non è uno scandalo. Anzi, in altri Paesi si sono risolti problemi». In Italia, appunto, ce ne sono un'infinità. Come quello evidenziato dalle recenti elaborazioni Cgil dei dati Inps: oltre 700 milioni di ore di cassa integrazione da inizio anno ad agosto, con una tendenza, in crescita del 9,63% sui primi otto mesi dello scorso anno, che appare irreversibilmente volta al miliardo di ore anche per il 2012, per un totale di 4 miliardi di ore in quattro anni, dall'inizio della crisi. Una mole che relega in cassa al momento più di 500 mila lavoratori a zero ore per un taglio del reddito di oltre 2,7 miliardi di euro, circa 5.300 euro per ogni singolo lavoratore. Per il Commissario Ue al mercato interno Michel Barnier il solo fatto che se ne sia parlato per due giorni, qui a Nicosia, è un risultato. Ma un fatto è certo: la proposta di unione bancaria presentata dalla Commissione ha ancora molta strada da fare. E di fronte alle resistenze che si sono viste in questa due giorni cipriota, sarà difficile che si rispetti il calendario «molto ambizioso» che Barnier ha sottoposto ai ministri delle Finanze dell'Ecofin. Un'intesa sulla supervisione unica in capo alla Bce entro la fine dell'anno, e entro il 2013 avvio del nuovo meccanismo. Tempi strettissimi, «ma comunque realistici», insiste Barnier. Le contrarietà si concentrano su tre aspetti: una tempistica troppo veloce, la centralizzazione della vigilanza sulle banche a Francoforte (l'obiezione è: come può la Bce controllare 6.000 istituti) e infine chi paga se la Bce commette un errore di valutazione. A frenare sono i tedeschi, per diversi motivi. Berlino non «contempla» una vigilanza affidata alla banca centrale come invece avviene in Italia). Inoltre non accetta di perdere il controllo sulle banche più piccole, le famose Landesbank molto vicine al potere politico locale. Infine, ma non ultimo, c'è il problema spagnolo: la Germania non ci sta a salvare le banche iberiche senza poter avere un controllo sulle risorse. Se il processo di integrazione procederà, tutto sarà affidato a meccanismi europei. Oggi, invece, quei 60-80 miliardi (qualcuno arriva a 100) che Madrid chiede per le sue banche passerebbero per il debito pubblico e richiederebbero quindi rigorose misure di contenimento della spesa. Il ministro Wolfgang Schaeuble ha dichiarato che se la Bce sarà coinvolta nella vigilanza «questo fatto non può ripercuotersi sulla sua indipendenza e sulla politica monetaria». E «non aiuta», ha aggiunto, che a fronte di queste incertezze sia stato già fissato un calendario, peraltro serrato, sulle tappe da chiudere in questa partita. Negativa anche la reazione della Svezia, che comunque è esterna all' area euro, e dunque è libera di entrare nella sorveglianza Bce o di restare fuori (come ha già deciso il Regno Unito). Sul fronte opposto si posizionano Francia, Italia e Spagna, favorevoli all'integrazione bancaria e al sistema di vigilanza affidato alla Bce. «Questo non vuol dire che le banche centrali nazionali non faranno più nulla – spiega Ignazio Visco – Ma che esiste un sistema di regole condiviso per tutti i vigilanti. La Bce dovrà direttamente vigilare sulle banche sistemiche, su quelle in crisi e su quelle più piccole che mostrano dei campanelli d'allarme rilevati dalle autorità nazionali». Il ministro per lo Sviluppo economico, Passera, la ministra Fornero, e l'ad della Fiat, Marchionne FOTO ANSA Susanna Camusso: «Basta divisioni, ora scelte unitarie» ILCASO «Nell'emergenza lo Stato intervenga» I dati Inps-Cgil: mezzo milione in cassa integrazione LUIGINAVENTURELLI MILANO Al vertice contrasti sull'introduzione di una supervisione unica degli istituti in capo alla Bce «I conflitti della politica italiana possono spaventare i mercati» Ignazio Visco B.D.G INVIATA ANICOSIA Befera: «Dare la colpa deisuicidiaEquitalia èunavergogna» Attribuire i suicidiper lacrisi economicaadEquitalia «è vergognoso». Ildirettore dell'AgenziadelleEntrate, Attilio Befera,harisposto cosìad una provocazionearrivatadal pubblico duranteundibattitoad “Atreju”, la festadei giovanidicentrodestra in corsoa Roma. Sollecitato sul sistema fiscaleUsa, chesarebbemiglioredi quello italiano, harisposto citando unfilm:«Il lorosistemaèmolto più durodel nostro. In Italia non tocchiamole taschedei cittadinie siamooggetto diattentati. Chi fa pagare le imposte deve averepaura, chinon le paganon hapaura». Il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, preoccupato per la prossima campagna elettorale BIANCADIGIOVANNI INVIATA ANICOSIA Unione bancaria, Ecofin diviso domenica 16 settembre 2012 7
LACRISI DELLA FIAT Corruzione, una tassa per gli italiani ILCOMMENTO MASSIMOADINOLFI DonPuglisi cartoon suunita.it Pag.22 U: Staino Il governo si muove piano. Passera chiama Marchionne e chiede chiarimenti. Camusso avverte: non si può più aspettare, bisogna agire. MATTEUCCI APAG. 6 CLAUDIOSARDO Come stanno le cose con la condizione operaia? Settant'anni fa Simone Weil la vedeva così: «Molto male è venuto dalle fabbriche». APAG. 17 La solitudine operaia CiaoRoversi poetapartigiano BordiniBazzipag. 19-20 AlMoma l'artesi fa gioco Verdepag.23 L'ANALISI VITTORIOEMILIANI L'INCHIESTA Lazio, nel Pdl ora scoppia la guerra del fango NON DISTRUGGERE MA COSTRUIRE.NON DISTRUGGERE IL LAVORO, LA SCUOLA, LE RETI DI SOLIDARIETÀ, le istituzioni democratiche, la speranza di un domani migliore, la fiducia nella politica come riscatto collettivo. Ma costruire insieme una svolta dopo il trentennio del liberismo, dell'ideologia mercatista, della diseguaglianza sociale. Siamo davanti a un bivio e dalla scelta di questi mesi dipenderà un intero ciclo storico. È una partita europea, non solo italiana. Ma senza il nostro Paese, la nostra forza produttiva e sociale, la nostra cultura, le nostre donne e i nostri uomini, le nostre battaglie, l'Europa sarà tremendamente più debole. Purtroppo sono in tanti a scommettere sulla demolizione, sulla sfiducia, sulla delegittimazione. Il populismo di destra vuole annegare il proprio fallimento in una sconfitta generale del Paese. Il populismo che ha messo radici a sinistra vuole invece screditare ogni progetto riformatore per lucrare consensi sulle sofferenze sociali e la paura del futuro. Ma così la rabbia diventa sempre più disperata solitudine. Chissà se domani verrà un comico, un capo-popolo, un cavaliere bianco che catalizzerà il dissenso attorno a nuovi slogan smaglianti. SEGUE APAG. 17 L'ordine di Al Qaeda: colpite in Occidente La7, il piano di Berlusconi Mediaset prepara l'offerta d'acquisto per la tv ma c'è l'ostacolo dell'Antitrust. In caso di fallimento sono già pronti gli amici: innanzitutto il fondo Clessidra di Sposito e Ben Ammar Mentana: se arriva il Cavaliere me ne vado Intervista a Gentiloni: un monopolio inaccettabile Per Silvio Berlusconi la messa in vendita de La7 e di Mtv da parte di Telecom rappresenta un raggio di sole e anche più, mentre sul sistema dei media italiani può calare con essa una autentica cappa di piombo. Saremmo più che mai a MediaRai. Ora si capisce meglio perché l'ex premier rinvii di continuo ogni annuncio sul proprio futuro politico. Gli affari di famiglia esigono che il Berlusconi politico eviti di danneggiare, in una partita difficile, Mediaset. SEGUEA PAG.17 La videocrazia è il pericolo Un'auto vecchia torna da Scilla a Torino, dentro ci sono dieci occhi ed uno stesso destino. Il bambino ha una palla ed aspetta in cortile con in mezzo poco sole, poco sole di aprile RobertoRoversi-Lucio Dalla Passera chiama Marchionne Camusso: basta aspettare INTERCETTAZIONI Ingroia: per cambiare legge serve un altro clima Unitalia Dialogo tra il pm e Pellegrino a Milano VENTURELLIA PAG. 12 L'indagato accusa i suoi compagni, Polverini trema BUFALINI APAG. 11 Bersani: grande coalizione nel 2013? Piuttosto lascio Confronto con Casini: fare presto sulla legge elettorale COLLINIAPAG.4 La corruzione è una tassa per i cittadini. Che frena la crescita e si mangia il prodotto interno lordo. È il dato di tutti gli studi internazionali: il fatturato di 60 miliardi di euro porta l'Italia in fondo alle classifiche. Il fenomeno frena anche gli investitori esteri costretti a pagare un «dazio» del 20% per lavorare nel nostro Paese. Ecco perché una legge può favorire la ripresa. FUSANI APAG. 10 Un costo di 60 miliardi che frena gli investimenti e mangia il Pil. L'Italia ultima in tutte le classifiche Giocarsi tutto alle primarie Berlusconi ci prova ma non è detto che sia lui a mettere le mani su La7. Per Mediaset infatti c'è l'ostacolo dell'Antitrust. La partita si gioca comunque tra berluscones: pronti all'acquisto il fondo Clessidra (Sposito e Ben Ammar) e Cairo. Mentana avverte: se arriva il Cavaliere vado via. Intervista a Gentiloni: sarebbe un monopolio inaccettabile. LOMBARDO VENTIMIGLIAAPAG.2-3 Al Qaeda non si ferma. È partito l'ordine: attaccare le ambasciate Usa, in Medio Oriente, Africa e Occidente. Questo è il messaggio che Aqma, la cellula nella Penisola araba, ha lanciato a tutti i musulmani sparsi nel mondo. È massima allerta anche in Italia, soprattutto in vista del capodanno ebraico che cade stanotte. «Il livello di attenzione è molto alto», dice il ministro degli Esteri Giulio Terzi. Il Papa in Libano lancia un appello a cristiani e islamici: insieme senza odio. DEGIOVANNANGELI MONTEFORTE APAG. 8-9 1,20 Anno 89 n.256Domenica 16 Settembre 2012
SEGUEDALLAPRIMA Di certo, abbiamo visto come finiscono queste avventure: a pagare i prezzi più alti sono sempre i più deboli. Nei Paesi dove la borghesia ha più senso dello Stato circolano maggiori anticorpi: da noi invece non di rado capita di incontrare strani minotauri, che per un verso applaudono il Grillo fustigatore della democrazia dei partiti e per l'altro verso inneggiano alla soluzione tecnocratica, al Monti-bis permanente. Dare all'Italia un'alternativa politica è possibile. Anzi, è necessario. Di fronte ai berluscones che vogliono comprarsi anche La7, riducendo ulteriormente gli spazi di pluralismo. Di fronte ai Marchionne e alle drammatiche crisi aziendali che rischiano di distruggere, con la manifattura italiana, il lavoro di oggi e la speranza di domani. Di fronte ai tentativi ideologici di ridurre i diritti sociali anziché investire sull'innovazione, la qualità, la ricerca, i giovani. Di fronte alla corruzione che aumenta. Costruire un'alternativa politica richiede forza, umiltà, altruismo, lotta, capacità di ascoltare, intelligenza, prudenza, soprattutto coraggio. Richiede cultura della ricostruzione: perché il rinnovamento è diverso dal nuovismo e dal nichilismo, e la distanza etica è tanto più grande quanto il cambiamento delle politiche e degli uomini è diventato ineluttabile. In questo percorso sono collocate le primarie organizzate dal Pd. Che Bersani ha voluto senza rete, assumendo tutti i rischi per sé e il suo partito, persino andando incontro ad incoerenze logiche e di sistema. Dal suo punto di vista, il rischio maggiore era l'autoreferenzialità del Pd, davanti alla disaffezione e al distacco crescente verso la politica. Se il Pd vuole candidarsi a guidare un governo di cambiamento politico deve fare di tutto per colmare questa sfiducia, per dare una dimensione popolare alla propria impresa. Deve rischiare tutto. Allargando l'opportunità democratica, mentre la scena pubblica continua ad essere occupata da partiti personali, da leader carismatici, da despota che non sopportano il dissenso e cercano di spacciare il loro autoritarismo come iper-democrazia. Nella modernità non c'è democrazia senza partiti: chi sostiene il contrario vuole imbrogliare i cittadini e renderli sempre più soli e disperati davanti al mercato e allo Stato. Ma costruire partiti rinnovati e corpi intermedi solidali è una sfida che mette in discussione oggi tutte le rendite di posizione. A cominciare da quelle delle attuali classi dirigenti. Il problema è con quale cultura il Pd affronterà le primarie. E con quale cultura si presenterà subito dopo alle secondarie, cioè alle vere elezioni (speriamo con una legge elettorale nuova, che cancelli le storture insopportabili del Porcellum, dalle liste bloccate all'incostituzionale premio di coalizione senza limiti). La sfida di Renzi a Bersani, e quella di Vendola, e quella di altri dovranno mostrare da subito una cultura profondamente diversa rispetto ai canoni dell'ultimo decennio. Una diversità che, certo, comincia con le primarie, ma che non può ridursi alle sole primarie. Le primarie restano uno strumento, per quanto raro in un Paese che continua a produrre partiti proprietari. Un partito non si fonda sulle primarie, ma su un'idea di società, di giustizia, di tolleranza, di convivenza civile, di legalità, di redistribuzione del lavoro e della ricchezza, di mobilità sociale. Un partito si fonda anche sulla sicurezza e l'aperturta che sa garantire a tutti i cittadini, compresi quelli che non lo votano. Un partito può guidare la rimonta di un Paese se non promette ritorsioni, se non distribuisce odio, ma sa valorizzare le forze migliori, nelle istituzioni, nella società, nell'economia. Le primarie per il Pd sono un'opportunità. Possono allargare il campo ad elettori che prima non votavano per il centrosinistra, ma possono anche importare lacerazioni devastanti. Il Pd mette in gioco se stesso. I candidati hanno grandi responsabilità. Le primarie non sono la fiera delle vanità, dove si corre per marcare un piccolo territorio e ipotecare domani una partita personale: in ballo c'è un bene più grande e importante per tutti, la rotta europea del prossimo decennio. Anziché fare le primarie che aveva promesso, la destra prova ora a giocare nelle primarie del Pd facendo il tifo per una disarticolazione. Anziché introdurre qualche minimo elemento di contendibilità nell'Idv o nel movimento di Grillo, i populisti di quelle parti fingono ora di mostrare interesse per i candidati outsider delle primarie. Sarebbe un errore reagire a queste offensive con una chiusura. Bisogna rispondere a testa alta e con spirito aperto: chi vota alle primarie del centrosinistra è moralmente impegnato a sostenere il candidato vincitore, chiunque esso sia. È l'etica dei democratici. Uno dei mattoni che sta alle fondamenta del progetto di ricostruzione. L'analisi Il rischio concreto della videocrazia Vittorio Emiliani Come stanno le cose con la condizione operaia? Settant' anni fa Simone Weil la vedeva così: «Molto male è venuto dalle fabbriche, e nelle fabbriche bisogna correggerlo. È difficile, forsenon èimpossibile.Bisognerebbe anzituttoche gli specialisti, gli ingegneri e gli altri fossero sufficientemente preoccupati non solo di costruire oggetti, ma di non distruggere uomini. Non di renderli docili, e neppure felici, ma solo di non costringere nessuno di loro ad avvilirsi». Oggi le cose sono molto diverse: i processi produttivi sono cambiati, e molti aspetti del male venuto con l'introduzione del lavoro di fabbrica, cioè dell'abbrutimento che Simone Weil descrive con sgomento nelle sue lettere, sono stati per fortuna superati. Ma le cose sono diverse anche perché noi la condizione operaia non la vediamo proprio, nelle fabbriche non entriamo più. Sono piuttosto gli operai ad uscirne: vuoi perché cala drammaticamente l'occupazione, togliendo a un'intera generazione il fondamento della cittadinanza repubblicana, vuoi perché sono costretti, per esempio, a salire sul silo dell'impianto Alcoa di Portovesme, per richiamare l'attenzionedi un'opinionepubblica distratta,troppo distratta, colpevolmente distratta; vuoi, infine, perché al lavoro di milioni di immigrati non riconosciamo alcun diritto di esprimersi politicamente. Vaste zone di invisibilità circondano infatti la regione più fortunata (e più ristretta) sulla quale si accendono le luci dei media. Per spostare qualche riflettore occorrono spesso gesti eclatanti. Gesti particolari, eccezionali, attraverso i quali si mette in gioco nulla meno della totalità della propria esistenza. Si sospende la propria vita sulla ringhiera di una torre, a decine di metri di altezza, o ci si dà addirittura fuoco, per bruciare la propria disperazione. Chi conosce la logica e le sue determinazioni non può non notare il terribile corto circuito che così si produce: nello spazio pubblico si fa sempre più fatica a rispettare la funzione della rappresentanza, di modo che la parteviene spinta con brutalitàa identificarsi da sola con il tutto, a coincidere immediatamente con l'universale, senza la mediazione del generale, senza il riconoscimento e la valorizzazione di una comune appartenenza. Ma questi ragionamenti dialettici non si capiscono più. Diciamo allora così: nessuno entra più nello spazio pubblico in virtù di una storia collettiva, ma solo in forza di una storia individuale.Laprimarichiede unarispostapolitica, laseconda riceve per lo più una risposta morale. Umana comprensione, accompagnata da un brivido estetico di terrore o di pietà, ma poco altro. E invece dell'altro ci vuole: un modo per cucire le esistenze insieme ci vuole, è l'opera della politica. In questi giorni la Weil è tornata in libreria. Non però perché qualcuno abbia pensatodi ristamparele suevibranti lettere sullacondizione operaia, ma perché tornava utile al dibattito pubblico un breve testo da lei scritto in forma di «manifesto per la soppressione di tutti i partiti politici». Le lettere portano con sé l'inconveniente scomodo di costringere a vedere quel che non vogliamo più vedere, a domandarci se non si possano grazie al lavoro formare uomini, oltre che costruire oggetti, e insomma a mantenere in vita le aspirazioni di tutti ad una vita dignitosa, senza avvilimenti. Il manifesto, invece, non richiede nemmeno di essere letto, tanto il suo titolo incontra lo spirito del tempo, e il favore dell'opinione pubblica. Ma anche questo è degno di nota: l'incontro tra populismi di destraemassimalismidi sinistraneldisprezzoperlasoluzione storica che il '900 ha fornito al tema della condizione operaia. La posizione della Weil era infatti massimalista: indifferente al problema del governo, indifferente, anzi ostile, alle forme di organizzazione della politica parlamentare. Eppure l'esperienza storica ha dimostrato che proprio nelle organizzazioni sindacali e di partito, e grazie alla loro partecipazione alla lotta politica e alla competizione elettorale, la condizione operaia è migliorata, finché è stata tenuta in vista. Il riformismo novecentesco ha costruito un patto: in cambio diunapienaaccettazionedelmododi produzionecapitalistico e dell'economia di mercato, welfare e democrazia. Ora che gli indici di povertà e diseguaglianza ci dicono che siamo tornati agli inizi del Novecento, è da chiedersi se non sia il caso di stringere nuovamente un patto del genere, e di rafforzare tutti gli strumenti che consentono di darne attuazione. Le elezioni, in fondo, si fanno per quello. E invece si considera che quel patto non possa più essere mantenuto (e sembra perciò che le elezioni si tengono solo perché ancora non se ne può fare a meno). Mesi fa Draghi ha dichiarato che il welfarestate è morto, pace all'anima sua, e qualche giorno fa Mario Monti ha affermato che lo Statuto dei lavoratori limita l'occupazione. Macosa sivuol dire?Tutto è cambiato, il mondo del lavoro è oggi un'altra cosa: lo sappiamo. Ma per questo va sconfessata l'idea stessa che occorretrovare imodiperportareil lavorooperaioeingenere i lavori subordinati fuori da una condizione di inferiorità nonsoloeconomica maanche socialee civile, in unpercorso di diritti, sicurezza, minori diseguaglianze? Se fosse così, ben altro dovremmo attenderci, purtroppo, dalla stretta di questacrisi. Populismi e massimalismiavrebbero ragione di tornare: già ne vediamo le avvisaglie. Ed è su questo che bisognerebbe portare la sfida, il confronto, la battaglie delle idee. E, non ultima, la battaglia politica. SEGUEDALLAPRIMA La quale presenta dati negativi sia negli ascolti che nella raccolta pubblicitaria. Meglio per lui rimanere in scena a fare il controllore delle maggioranze invece di impegnarsi in un improbabile ritorno a Palazzo Chigi. La mossa di Mediaset di presentare entro il 24 settembre una proposta di interesse per TiMedia di Telecom (emittenti tv, infrastrutture, frequenze, ecc.) serve ad “andare a vedere” le carte di chi vende. Ma può anche significare la volontà di comprare per poi smembrare una tv generalista e tenersi soltanto ciò che serve. Come ha ben rilevato ieri su l'Unità Rinaldo Gianola, TiMedia ha chiuso il 2011 con una perdita di 83 milioni (quasi 29 più dell'anno precedente) e il primo semestre di quest'anno con un “rosso” di 35 milioni. Né il varo di un Tg “diverso” che pure fa ascolti e di qualificati programmi di approfondimento e di intrattenimento con elementi ex Rai (Lerner, Formigli, Gruber, ecc.) ha portato lo share medio oltre il 4 %. Però la raccolta pubblicitaria è la sola a segnare incrementi (+ 10,8 %) insieme a quella di Sky, contro una perdita media del settore sull'8-9 %. Inoltre l'arrivo sul video dell'équipe di Michele Santoro, reduce dalla buona esperienza di Serviziopubblico, promette, o prometteva, un balzo degli ascolti e quindi degli spot connessi. Come accadeva su Raidue ai tempi di Annozero, prima che la Rai si “suicidasse”, anche economicamente, estromettendolo. Assieme ai nomi già indicati, Santoro presenta agli occhi del Cavaliere il grave difetto di potenziare una tv già fastidiosamente critica per lui, sia come candidato-premier sia come controllore delle maggioranze (del Monti dopo Monti, magari). Comprare La7 e devitalizzarla può diventare dunque per lui un doppio affare. Glielo consentono le leggi vigenti? La legge Gasparri è tagliata su misura per lui come il doppiopetto grigio che indossa: all'interno del calderone del Sic (Sistema Integrato delle Comunicazioni), dovrebbe superare, in modo diretto e indiretto, il 20 %. Né dovrebbe – ma è più controverso – creargli problemi il “tetto” di 5 multiplex che pure, più che un tetto, è un grattacielo. Potrà intervenire allora l'Antitrust? Potrebbe. E però molto dipende anche dal governo dei tecnici che, fin qui, non ha fatto granché in materia. Nominati i vertici della Rai e ristretti i poteri del CdA, la decisione più significativa è stata quella di parcheggiare l'ex direttore generale Lorenza Lei alla Sipra che boccheggia ed avrebbe bisogno di competenze molto agguerrite. Sul versante dell'asta delle frequenze il ministro Passera non partorisce da mesi una decisione: se Mediaset potrà comprare La7 e le sue frequenze, spenderà di meno e non avrà più bisogno d'altro. L'acquisto diretto di TiMedia da parte di Mediaset – certamente sfrontato in una Europa dove il servizio pubblico è da decenni “messo in sicurezza” da leggi forti e da canoni elevati – non è la sola prospettiva minacciosa. Nel senso che esso riporterebbe a galla il gigantesco conflitto di interessi berlusconiano e magari ricreerebbe, risvegliando i dormienti, un fronte politico meno sfaldato e diviso. Non meno pericoloso purtroppo sarebbe l'acquisto da parte di una cordata di «amici del Cavaliere», che sortirebbe per lui effetti politici analoghi (via o imbavagliati i programmi molesti) e non andrebbe a scontrarsi coi pur radi paletti opposti da leggi e Autorità di vigilanza (dove altri “amici” vigilano, pro Arcore o Cologno Monzese, s'intende). Con la Rai conciata com'è, rischia dunque di calare sul panorama dell'informazione televisiva – i Tg sono l'unica fonte per oltre il 60 % degli italiani – la cappa più opprimente, il più gigantesco bavaglio che la storia ricordi, dagli esordi televisivi del 1954. Stavolta saremmo davvero alla videocrazia. COMUNITÀ Maramotti L'editoriale Giocarsi tutto alle primarie Claudio Sardo Ilcommento Solo la politica può evitare la solitudine operaia Massimo Adinolfi domenica 16 settembre 2012 17
LUCADELFRA ROMA CULTURE LE FIAMMEGGIANTI POLEMICHE ESTIVE SU BRERA SEMBRANOSOPITE,MAARDONOBRACISOTTOLACENEREE MOLTIRIFLETTONOSULCASOESEMPLAREDIUNMUSEO DELLOSTATO,la Pinacoteca, ceduto ai privati, una nascente fondazione che dovrebbe gestirlo. All'inizio d'agosto nella conversione in legge del «Decreto sviluppo», venne aggiunto l'articolo 8 che prevedeva la nascita di una fondazione privata che gestisse questa istituzione meneghina e a molti apparve come il più bieco dei colpi di mano estivi, da governicchio democristiano d'antan. Intellettuali del calibro di Settis, Asor Rosa, De Lucia e Caracciolo insorsero con un appello a Napolitano, promosso da Emiliani, Guermandi e Montanari che ha raccolto circa 300 firme, sottolineando con forza che una Fondazione privata per gestire un museo dell'importanza di Brera è in palese contrasto con l'articolo 9 della Costituzione, che stabilisce essere lo Stato a garantire la tutela del patrimonio artistico. Con questo violento j'accuse, seppure dai toni garbati, si sono schierati perfino dei fervidi sostenitori delle logiche del privato nella cultura come Mario Resca. Ma non sono mancati i difensori del progetto Fondazione – radunati intorno al Corriere della Sera –: il privato, secondo loro, avrebbe portato sostenibilità economica, efficienza e risparmio che lo Stato non è in grado di dare. Idee in palese contrasto con la realtà. La pinacoteca di Brera per il suo funzionamento nel 2011 ha percepito dallo Stato circa 600 mila euro (nel 2009 erano 950 mila e 810 mila nel 2010 –dati Arteconomy24): eroici funzionari e dipendenti dello Stato con questa miseria sono riusciti a mantenere aperto il Museo. Ma quando il Governo decide di cedere la pinacoteca in gestione ai privati improvvisamente mette a disposizione da solo 2 milioni di euro l'anno. La spesa in pratica quadruplica ma non è tutto. L'articolo di legge che istituirebbe la Fondazione Brera prevede che anche Regione Lombardia, Provincia e Comune di Milano possano entrare come soci, con un contributo pari allo Stato: se due dei tre enti territoriali aderissero all'iniziativa, si passerebbe a un esborso di 6 milioni di euro l'anno di fondi pubblici. Il costo sarebbe decuplicato e inoltre la manutenzione e il restauro, ordinari e straordinari, resterebbero a carico dello Stato, con un'ulteriore spesa. Complimenti ai tecnici, davvero un bel risparmio! Ai privati che volessero partecipare invece non è imposta una quota minima, e con un modesto investimento potrebbero sedere nel CdA della Fondazione. Al contrario delle SpA, dove i pacchetti azionari definiscono il potere, nelle Fondazioni i soci sono tutti eguali, indipendentemente da quanto investano: così i privati avranno lo stesso peso dei soci pubblici - Stato ed eventualmente Regione, Provincia e Comune –, che in questo tipo di Fondazioni culturali di solito sborsano molto più danaro. LABELVAAFFAMATA «Si è affamata la bestia –spiega a proposito delle istituzioni museali italiane Matteo Orfini del dipartimento cultura del Pd –, e ora gli si concede un lauto pasto a patto di accettare che il privato non si limiti a fare ciò che fa in tutto il mondo, cioè destinare donazioni e sponsorizzazioni o sostenere associazioni di amici dei musei (come accade al Louvre e nei maggiori musei europei pubblici)». In sostanza i privati che mettono soldi, pochi, nella cultura vogliono decidere, tuttavia non si prendono fino in fondo le responsabilità delle loro decisioni. Negli statuti delle fondazioni culturali, e Brera non dovrebbe fare eccezione, i soci privati non partecipano al rischio di impresa, quindi se l'attività che hanno in qualche modo collaborato a pianificare e il bilancio che hanno avallato sono in passivo, il disavanzo lo paga comunque lo Stato o gli enti territoriali, cioè il contribuente. Parlare di efficienza, sostenibilità economica, e risparmio in questa situazione appare incauto e la Fondazione di Brera se nascerà rischia di diventare o l'ennesimo spreco di danaro o l'ennesimo flop, come è il caso del Maxxi a Roma, oppure entrambe le cose, aprendo per il futuro uno spiraglio a simili imprese di assai dubbia utilità. Cinecittà:Abeteavanti tutta Viaallo«spacchettamento» prima fase del piano industriale GABRIELLAGALLOZZI ggallozzi@unita.it Breraaiprivati epaga loStato Eccoil«capolavoro»tecnico seandrà in porto laFondazione LacelebrePinacotecameneghinaalcentrodellepolemiche seguiteal«Decretosviluppo».Molte firmedi intellettuali nell'appelloaNapolitanoperbloccarequestocolpodimano Un'immaginedella Pinacoteca diBrera SI DISCORRE,SOSPINTIDALLACRISI,PIÙDEIMANAGERSCHE DELLASENESCENTE BORGHESIA. Oggi è infatti il termine manager ad essere sinonimo di capacità imprenditoriali e di competenza nella gestione. Il managerialismo, contrapposto alla burocrazia, viene presentato da molti come l'elemento risolutivo per i più gravi problemi. Nel 1941 il manager venne addirittura descritto, nel libro di James Burnham La rivoluzione manageriale, come detentore del potere sociale e successore del capitalista. Burnham, però, non distingueva i managers dai burocrati: entrambi, a suo avviso, rappresentavano la nuova classe dominante a livello mondiale, dato che la proprietà pareva sulla via del declino, mentre le forme paracollettivistiche e pubbliche risultavano vincenti in diversi paesi. Il ruolo del manager nelle trasformazioni che il sistema economico stava attraversando era già stato segnalato nel 1932 da Adolf A. Berle e Gardiner C. Means in Società per azioni e proprietà privata, libro che, a differenza di quello di Burnham, faceva però riferimento al management delle società per azioni e metteva in luce l'espansione del potere direttivo delle imprese di fronte allo sbriciolarsi della proprietà nelle mani dei tanti azionisti. Nel 1933, invece, Simone Weil aveva constatato l'irrefrenabile espansione delle burotecnocrazie. Una prospettiva simile era stata presentata anche dal libertario americano Max Nomad, il quale, in un articolo del 1934 dal significativo titolo Capitalism without Capitalists, sosteneva che il capitalismo aveva prodotto managers che assumevano funzioni un tempo appartenenti all'imprenditore. Uno scenario analogo venne presentato, favorevolmente, dal newyorkese Lawrence Dennis, il quale auspicava nel 1936 un managerialismo fascista in America. Il tema, dopo la guerra, con il contrasto Usa-Urss, divenne evanescente, ma ora si ripresenta. Si avverte che non c'è più antagonismo tra Stato e mercato. Siamo al di là dell'uno e dell'altro. Dove? Nel territorio devastato dai managers alla Marchionne? Il termine manager ieri eoggi STORIAEANTISTORIA BRUNOBONGIOVANNI CINECITTÀNUOVABATTUTAD'ARRESTO.ANCHE IL NUOVO INCONTRO COL PREFETTO DI ROMA PECORARO (LO SCORSO 12 SETTEMBRE) NELL'IPOTESI DI APRIRE UN TAVOLODI TRATTATIVAÈNAUFRAGATO.A riferirlo sono gli stessi lavoratori impegnati nella durissima vertenza che li vede in sciopero dallo scorso quattro luglio, contro il piano industriale della «cementificazione». «Più che un tavolo di trattativa spiega Manuela Calandrini della rsu - si è trattato di una beffa. Il prefetto ci ha annunciato che l'attuazione di parte del piano industriale di Abete è già in atto. Che trattativa si può aprire se l'azienda è già andata avanti? E che ruolo di terzietà può avere il prefetto?». La prima parte del piano di cui si parla riguarda, infatti, il cosiddetto «spacchettamento» degli Studios con conseguente «diaspora» del personale. Si tratta cioè dell'affitto della post produzione in blocco alla multinazionale Deluxe Italia con «annessi» i suoi novanta dipendenti. Altri cinquanta scenotecnici sono in procinto di essere ricollocati nella Cat, nuova società per la realizzazione dei parchi a tema. In questo caso quello sulla Pontina. Il piano di «spacchettamento» si conclude con l'arrivo di Panaligh, che gestisce i mezzi tecnici, a cui saranno «ceduti» altri sei dipendenti degli Studios. Le procedure di attuazione di questa prima parte del piano industriale erano state sospese al momento della protesta. Lasciando aperto dunque uno spiraglio per la trattativa. Ma a questo punto tutto sembra precipitare nella solita, silenziosa e colpevole, indifferenza delle istituzioni. Nonostante una girandola di rassicurazioni che si sono avvicendate in questi ultimi mesi. Le ultime proprio al festival di Venezia dove l'Anac, la storica associazione degli autori, ha organizzato nell'ambito dei Venice Days, un incontro ai vertici - mai visto fin qui - tra Abete, il direttore generale del Mibac, Nicola Borrelli, i lavoratori e le stesse associazioni. In quell'occasione è apparso ancora una volta evidente da parte dei responsabili del Ministero dei beni culturali - dicastero che ha il compito di vigilare sul corretto utilizzo dei terreni di Cinecittà, proprietà pubblica - la scarsa volontà di intervenire sulla questione. Unica preoccupazione quella di far cancellare la pericolosa espressione «cementificazione», che sostengono non avverrà, almeno in questa prima fase. Poi si vedrà. Mentre Abete dal canto suo ha nuovamente ribadito la «buona fede» del suo piano industriale, unica possibilità - dice lui - per dare un futuro a Cinecittà. I lavoratori, però, dati alla mano hanno smentito nuovamente i «buoni propositi» dell'azienda. Mostrando come l'area di via Tuscolana rischi di diventare davvero un luogo alieno al cinema, senza più personale specializzato e con relativa dispersione di competenze e professionalità. Nel corso dell'incontro veneziano i lavoratori in lotta hanno chiesto uno stop di sei mesi per poter arrivare finalmente ad un tavolo di trattativa dove far sedere tutte le parti in causa. Ma la risposta dell'azienda è stata ben altra. «Che Abete si decida - dice Vincenzo Vita del Pd se fare l'imprenditore democratico e confrontarsi o seguire la linea Marchionne». ... Si sonoschierati contro persinodei fervidi sostenitori delle logichedelprivato nellacultura U: 26 domenica 16 settembre 2012
Nessuna richiesta ufficiale di incontro, almeno per ora, ma una semplice richiesta di «chiarimento» ormai «ineludibile», come dice il ministro Passera. Il pressing sul governo perché convochi l'ad di Fiat Sergio Marchionne, dopo che via comunicato ha messo la pietra tombale sul piano Fabbrica Italia, è sempre più forte, sia da parte delle forze politiche che sindacali. Ma il governo nicchia, e sembra muoversi sulle uova, considerando evidentemente non semplice richiamare Marchionne agli impegni presi. Passera ha avuto con lui un colloquio telefonico, e chiede che Fiat «faccia chiarezza al più presto al mercato e agli italiani». «Il governo e io - continua - faremo tutto ciò che possiamo nel rispetto delle norme, per assicurare che le responsabilità che Fiat ha verso il Paese vengano rispettate e ben chiarite. È chiaro che non è pensabile che la politica possa sostituirsi alle scelte del mercato», ma è comunque necessario chiarire «una serie di annunci» che «non permettono di capire la strategia che l'azienda ha sull'Italia». La collega Fornero spiega che vorrebbe discutere con i vertici del futuro della Fiat: «Ribadisco che bisogna parlare del futuro dell'azienda, che non interessa solo i suoi azionisti ma tutti i suoi molti lavoratori, le loro famiglie e il governo. Non convoco nessuno ma ne vorrei discutere». Sembra in realtà che Fornero e Passera abbiano messo a disposizione delle date utili nei prossimi giorni per un eventuale colloquio. Ma le caute dichiarazioni dei ministri fanno scattare la segretaria Cgil Susanna Camusso: «Possiamo aspettare ancora? Facciamo le telefonate? O è ora che il governo prenda in mano la situazione? E non chieda a Fiat cosa intende fare, ma dica a Fiat cosa intende fare il Paese? Tutti, come Paese, siamo stati presi in giro da un'azienda che allora come oggi non vuole fare investimenti». Ancora Camusso: «Tanta intellighenzia ha perso tre anni a dire che Fiat ci avrebbe stupito con effetti speciali. Ma quanti stabilimenti deve ancora chiudere per dire che vuole andare via da questo Paese?». E il responsabile auto della Fiom Cgil, Giorgio Airaudo, ricorda che nel frattempo sono i lavoratori «a pagare il ritardo di impegno del governo italiano. Lo pagano con la cassa integrazione». «È la quarta o quinta volta - continua che il ministro Passera chiede alla Fiat di chiarire il suo impegno per l'Italia. Ricordo che c'è stato un ministro, Carlo Donat Cattin, che ha convocato la Fiat con i carabinieri. Non pretendo tanto ma vorrei qualcosa di più di una richiesta di cambiamento perché se un ministro si dichiara impotente sulle politiche di un'impresa, ormai una multinazionale meno italiana di prima, che fa il ministro a fare? Impotenti sono stati i lavoratori complice la divisione provocata da Fiat». ILRUOLODELLA POLITICA Un incontro, prima della data fatidica del 30 ottobre, quando Marchionne dovrebbe presentare il nuovo piano industriale, lo chiedono anche i sindacati. A partire dal segretario Cisl Raffaele Bonanni, che ricorda: «Questi non sono santi, non sono filantropi, ma sono gli unici che sanno costruire un'auto. Se saltano ci fanno ballare in tutto il Centro-Sud». Sì dunque ad «un chiarimento pubblico prima di presentare il piano a ottobre per fugare ogni equivoco». Anche il segretario Pd, Pier Luigi Bersani, torna sul tema: «Adesso vedo qualche ministro che dice “non ho il diritto di chiamare un amministratore delegato” - riferisce - Io ho sempre visto che quando un ministro chiama qualcuno, questo qualcuno deve andarci». «Lo spettacolo non è simpatico - continua perché dietro queste polemiche ci sono stabilimenti in gran parte fermi, un sacco di lavoratori nei guai ed una prospettiva industriale del Paese che è un punto interrogativo grosso come una casa. Perché, a proposito di industria automobilistica, non si può scherzare. Se adesso il piano Fabbrica Italia non c'è è perché non c'era neanche allora». «Quindi adesso chiamassero - è la conclusione di Bersani - e cercassero di capire. Se non sono in grado loro di mandare avanti gli stabilimenti, vediamo chi è in grado di mandarli avanti perché non possiamo restare senza industria automobilistica». Anche l'ex ministro del Lavoro del governo Prodi, Cesare Damiano (Pd) ribadisce: Monti deve convocare l'azienda. Da parte del governo, nessun commento agli attacchi a Marchionne arrivati insospettati dall'imprenditore Diego Della Valle (che ha definito lui e il presidente John Elkann «inadeguati» e «furbetti cosmopoliti»), e addirittura da Cesare Romiti, uno che di storia della Fiat ne ha fatto un bel pezzo, come presidente e ad, e che se n'è uscito dicendo: «Quando un'azienda automobilistica interrompe la progettazione vuol dire che è destinata a morire», sono state le parole di Romiti. Ma il pezzo forte arriva quando parla del sindacato: «Uno dei principali colpevoli è il sindacato assente - tuona l'ex uomo Fiat che, tranne la Fiom, non ha fatto nulla per contrastare le scelte del management». Il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, si smarca dall'argomento: «Oggi parlo solo di biciclette». Mentre tornano all'attacco anche il Pdl, con il segretario Angelino Alfano («molto grave che la Fiat abbandoni l'Italia») e l'Udc con il leader Pier Ferdinando Casini, (le decisioni della Fiat sono «legittime» ma «moralmente discutibili»). Intanto, il Codacons minaccia una class action se il governo non avvierà «le dovute azioni di recupero dei fondi pubblici elargiti alla Fiat nell'ultimo decennio» per «restituire i soldi ai cittadini». L'intenzione è buona anchese il governo sulle accisepuò fare di più. Nei prossi-mi giorni dovrebbe arriva-re il via libera al decretopredisposto dal ministero dello Sviluppo economico per ridurre di uno, massimo due centesimi, l'accisa sui carburanti utilizzando, come previsto dal meccanismo dell'accisa mobile, l'extragettito dell'Iva incamerata dallo Stato negli ultimi mesi per effetto dei continui aumenti dei prezzi petroliferi. «La strada indicata è giusta - spiega il presidente della Faib-Confesercenti, Martino Landi -, ma la misura proposta potrebbe essere rafforzata per essere maggiormente apprezzata». In altre parole il taglio fiscale per frenare il caro-carburante può essere più incisivo, anche di 3-5 centesimi su ogni litro di benzina e diesel. Secondo le stime dei gestori della Confesercenti, nei primi otto mesi del 2012, rispetto allo stesso periodo del 2011, lo Stato ha incassato oltre 700 milioni di euro in più di Iva per effetto degli aumenti continui dei prezzi industriali dei carburanti. Un extragettito che consentirebbe «per i prossimi tre mesi una riduzione prudenziale delle accise di 3 centesimi al litro senza nuovi oneri per le casse pubbliche», spiega Antonio Lirosi responsabile Consumatori e commercio del Pd. «Ci sono - prosegue - tutte le condizioni per dare attuazione al meccanismo trimestrale della cosiddetta accisa mobile, introdotta dal governo Prodi nel 2008, in modo da abbassare il prezzo dei carburanti utilizzando il maggior gettito dell'Iva procurato dall'impennata del prezzo industriale rispetto ai valori dello scorso anno». Il governo sembra però intenzionato a muoversi in maniera molto meno incisiva e il taglio di 1-2 centesimi dovrebbe essere coperto con 242 milioni di euro di extragettito Iva. Tuttavia, come testimoniamo le stime della Faib, il governo avrebbe a disposizione un “tesoretto” ben maggiore che potrebbe consentire un taglio fiscale più cospicuo. Lo stesso che martedì chiederanno le associazioni dei consumatori, in un presidio davanti al Parlamento, chiederanno al governo. «Rivedere adesso il livello di tassazione di accise ed Iva sui prodotti petroliferi - prosegue Landi - è un impegno a cui il governo non può sottrarsi, considerato che, l'accise sulla benzina ha raggiunto quota 0,726 e sul gasolio 0,615 mentre l'Iva sui due prodotti sconta il 21% contro la media dell'area euro al 19,67%. Abbiamo già denunciato che la componente fiscale italiana ha una incidenza del 4% superiore a quella dell'area euro, in media tra gasolio e benzina. Se l'incidenza fiscale italiana si allineasse a quella dell'area euro, si stima un risparmio annuale per le famiglie italiane di circa un miliardo di euro che andrebbe a pareggiare il maggior gettito prodotto dall'Iva nel corso dell'anno». Le Regioni, dal canto loro, potrebbero contribuire ad alleggerire il carico fiscale rivendendo, come ha fatto recentemente il presidente della Toscana Enrico Rossi, le addizionali regionali sui carburanti. Anche gli autotrasportatori della Cna-Fita in una nota chiedono il taglio delle accise: «Il meccanismo dell'accisa mobile può consentire una riduzione già di 3 centesimi ai quali se ne potrebbero aggiungere almeno altri 2 intervenendo sulle entrate delle lotterie e dei giochi e sulle accise regionali. Una riduzione che complessivamente potrebbe assicurare 5 centesimi in meno al litro. Inoltre, come già accaduto in Francia, se il governo italiano garantisse per suo conto questo minimo taglio potrebbe chiedere di fare lo stesso alle compagnie petrolifere portando a 10 centesimi/litro il risparmio complessivo alla pompa». Intanto prosegue il dibattito interno al governo. Per dare applicazione al meccanismo dell'accisa mobile occorre un decreto interministeriale Economia-Sviluppo economico e si sa, nel tentativo di recuperare risorse per scongiurare il prossimo aumento delle aliquote Iva, il ministro Grilli è molto poco intenzionato a impegnarsi in altre direzioni. Il Pd incalza il governo. «È auspicabile conclude Lirosi - che il governo decida rapidamente. Per lo Stato si tratterebbe di restituire agli automobilisti parte delle somme incassate in più grazie al rialzo delle quotazioni internazionali del petrolio, altrimenti finisce per essere cointeressato agli aumenti dei prezzi alla pompa, gravando iniquamente famiglie e imprese di maggiori imposte». Il ministro al telefono con Marchionne Il segretario Cgil: «L'azienda ha preso in giro tutto il Paese» Bersani: «Se non c'è Fabbrica Italia è perché non c'è mai stata» CONFESERCENTI «Lacrisihabruciato800milapostidi lavoro» Complici le recentivittorie alle OlimpiadidiLondra, il gergodella schermaè entrato nellaparlata comune:«Sui tagli alla spesa pubblica bisognausare la sciabolae non più il fioretto»hadetto il presidentedi Confesercenti,Marco Venturi, aprendoil meetingdell'associazione a Perugia, inmodo da«reperire 20 miliardidi euroall'annodadestinare allacrescita».Lanecessità di interventi radicali come quelliper «abolire le Province,accorpare ipiccoli comuni, disboscare la giungladei servizi pubblici locali» oper«cedere il 5% del patrimoniopubblicoe una quotadelle partecipazionidiaziende ancora in manoallo Stato» vienedalla sempre piùdrammaticasituazione economica delPaese. Secondogli esercenti, infatti, le previsioniper il 2013 «sonotutt'altro chetranquillizzanti»con Pil, consumie occupazione in territorio negativo. «Secon l'azione delGoverno e il senso di responsabilità delle parti sociali abbiamoevitato ildefaultdell'Italia, l'annoprossimo impone una sfida comunea tutti,Governo, partiti, forze sociali: trasformarequei segni meno in segnipositivi apartiredal meno0,4% delPil». Il bilancioad oggiè allarmante:circa 100mila imprenditori autonomi«hannochiuso le loro attivitàsenza potercontare sualcuna tutelasociale»e sono 800mila«iposti di lavoro bruciati dallacrisi».Edanche nel futuro immediato «ilpaese non cresceràe assisteremoancora alla chiusuradi migliaiadi impresee alla perditadi tantipostidi lavoro».Ma fin dasubito «è fondamentale le forze politichee le rappresentanzesociali collaborinoper rilanciare la crescita». Impossibile, invece,agire sul fronte delleentrate: «Il fisco è diventato una zavorra impressionante» ha sottolineatoVenturi, ricordando i 40 miliardidi eurodimaggiore gettito nellecasse pubblichenel 2012,cui seguiranno51 miliardinel 2013 e 52 miliardinel 2014. L'ITALIA E LA CRISI LAURAMATTEUCCI MILANO Pressing sulla Fiat Passera: deve chiarire IL DOSSIER Applicandoinmodo incisivo ilmeccanismo dell'accisamobilesipuò arrivareaduncalo dai3ai5centesimisuogni litrodibenzinaediesel Taglio fiscale sulla benzina, il governo può fare di più . . . Cesare Romiti, uomo simbolo del Lingotto, attacca i vertici e anche il sindacato, ma non tutto . . . «Non ha fatto nulla per contrastare le scelte del management Tranne la Fiom Cgil» ENRICO CINOTTI 6 domenica 16 settembre 2012
Sono rimasti in silenzio davanti al gip di Torino Alessandra Bassi che ieri ha tenuto l'udienza di convalida dei loro fermi. Alfredo Cospito e Nicola Gai, i due anarchici torinesi sottoposti a fermo per l'attentato all'amministratore delegato di Ansando Nucleare, Roberto Adinolfi hanno osservato un silenzio totale, tanto che hanno preferito non dire nemmeno i loro nomi né declinare le proprie generalità. E silenzio ha osservato il loro avvocato Gian Mario Ramondini che si è limitato a dire al giudice che i suoi assistiti si avvalevano della facoltà di non rispondere. I pm di Genova Silvio Franz e Nicola Piacente, che coordinano le indagini della digos genovese e dei carabinieri, se l'aspettavano: gli anarchici, e in modo particolare gli informali, non riconoscono alcuna autorità, tantomeno quella dello Stato e ad essa non rispondono. Il gip si è riservato una decisione sulla convalida, decisione che dovrebbe già arrivare oggi. Se il giudice dovesse formalizzare gli arresti e disporre le misure cautelari, il fascicolo tornerà a Genova dove i pubblici ministeri chiederanno al gip genovese il rinnovo delle misure. Anche Cospito e Gai verranno avvicinati e portati in un carcere che possegga lo speciale circuito carcerario dedicato a anarchici e terroristi. Intanto le indagini vanno avanti: le perquisizioni hanno portato le prime conferme, come il rinvenimento degli abiti compatibili con quelli descritti dal figlio di Adinolfi il giorno dell'attentato, in particolar modo un giaccone marrone. Le analisi biochimiche e balistiche potranno dare ulteriori conferme. La digos sta lavorando tra l'altro sulle schede madre prelevate dalle fotocopiatrici in uso agli indagati e nei personal computer sequestrati oltre ai tracciati dei Telepass e ancora sulle videocamere intorno alla zona dove è stato parcheggiato lo scooter utilizzato per l'attentato. Uno dei punti da chiarire riguarda proprio la via di fuga: i fotogrammi della videocamera del bar hanno ripreso Gai e Copito, il «compagno Pitokos», mentre si allontanano da via Galata. I due poi «spariscono» in un'area resa cieca dalla assenza di videocamere. Non percorrono via XX Settembre, né si ritrovano alla stazione ferroviaria di Brignole o in piazza della Vittoria. Con tutta probabilità i due erano attesi in piazza Colombo da un complice dove i due hanno potuto disfarsi della pistola Tokarev e prendere una o due macchine per rientrare in Piemonte. Ciao FABIO la tua passione politica, il tuo impegno instancabile e la tua onestà intellettuale hanno fatto di te una persona straordinaria, che non potrà essere dimenticata. Circolo PD Andrea Costa Circolo GD Ragazzi di Utoya Il circolo PD di Valle Aurelia a Roma, dopo aver partecipato alle esequie di OMERO PROVINCIALI iscritto al Partito, esprime le più sentite condoglianze alla moglie ed alla famiglia tutta, ricordando l'impegno profuso da Omero anche come segretario del circolo di valle Aurelia del PCI. I Volontari dell'Osteria Romana Porgono le più sentite condoglianze alla famiglia per la prematura scomparsa del Dirigente P.D. FABIO MIGLIORI Adinolfi, i pm a caccia di riscontri Ormai tutti danno percerto lo scioglimentodel comune di ReggioCalabria per ‘ndran-gheta. La decisione inConsiglio dei ministri non è stata presa. Il ministro degli Interni Anna Maria Cancellieri non ha sottoposto al vaglio del presidente Mario Monti il «dossier Reggio C.», ma in Calabria tutti, coi parlamentari nazionali in testa, si aspettano che a metà ottobre si deciderà. E si prospettano quattro opzioni al governo sulle infiltrazioni mafiose nella macchina amministrativa del comune negli anni 2002 – 2010, governati dall'ex sindaco Scopelliti, ora governatore. Anzi, come vedremo, cinque perché è partito un altro iter procedurale presso la Corte dei Conti, per il buco in bilancio lasciato proprio dalle due amministrazioni Scopelliti (120 milioni per il sindaco in carica, 170 per gli ispettori del ministero Finanze, più di 300 per il Pd), che porterebbe allo scioglimento ma per dissesto. Ipotesi che è come aglio per i vampiri agli occhi del centrodestra, perché in base alla normativa, voluta da Brunetta nel luglio 2010, un amministratore pubblico il cui ente viene dichiarato in dissesto, incorre in una interdittiva di cinque anni da ogni carica elettiva pubblica o da ogni incarico. E dunque niente elezioni in Parlamento nel 2013 per l'alfiere degli ex An al Sud, tanto che nel Pdl è scattata l'operazione «salvare il soldato Scopelliti». Ma andiamo con ordine. Il 12 gennaio scorso si sono insediati i commissari prefettizi (i prefetti Valenti e Giaccari e un ufficiale della Finanza Michele Donega), con 6 mesi per accedere agli atti del comune reggino dal 2002 in poi. Il 13 luglio hanno consegnato al prefetto Piscitelli una relazione che mette a nudo la relazione tra comune e ‘ndrine. Il governo ha 3 mesi di tempo per proporre una soluzione. Le strade da percorrere potrebbero essere, come detto, cinque. La prima e quella più ovvia è lo scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni e due anni di commissariamento indicando anche nell'amministrazioni Scolpetti le responsabilità. Ma in linea del tutto ipotetica si potrebbe cercare di accollare i sospetti di mafia solo all'attuale amministrazione. Il che garantirebbe un lasciapassare politico a Scopelliti. Ma è un compito arduo. Nella relazione Piscitelli sono comprovati i collegamenti tra l'attuale governatore e suoi successori: il vice facente funzioni G. Raffa, (ex Popolare e ora presidente Pdl in Provincia) e l'attuale sindaco Demi Arena, detto «l'onesto». Basterebbe ricordare il caso della principale municipalizzata, la Multiservizi (manutenzione di impianti sportivi, cimiteri, manutenzioni straordinarie, decoro stradale). Il 3 luglio la prefettura ha revocato il certificato antimafia alla società, oggetto di due provvedimenti della procura, «Archi» (maggio 2011) e «Astrea» (ottobre dello stesso anno), in cui si dimostra la presenza del clan Tegano, dentro la mista pubblica- privata. La società è stata subito sciolta. Tanto per fare un paragone, è come se a Roma chiudesse per mafia Roma Multiservizi. Eppure in quella società «l'onesto» Arena, commercialista nella vita comune, è stato il principale consulente per 3 anni. Arena lavorava a stretto contatto con Pino Rechichi, il manager amico dei De Stefano e Tegano, agli arresti come prestanome dei boss. Oltre negare lo scioglimento, che poi sarebbe la terza ipotesi, ma che allo stato attuale sembra impraticabile, la quarta possibilità per il Comune sarebbe quella di commissariare solo la macchina amministrativa infiltrata, ma salvare sindaco e consiglio. Ma in questo caso si dovrebbe sostenere che ad oggi il Comune non corra il rischio di infiltrazioni. Ed è difficile crederlo visto che c'è un consigliere agli arresti per associazione di stampo mafioso, un assessore dimissionario per parentele nel clan Condello, e uno intercettato mentre prendeva ogni giorno il caffè col boss Santo Crucitti. Infine, la quinta opzione: un paradosso della politica. In giugno, la Corte dei Conti ha chiesto al comune di Reggio di porre rimedio alle gravi storture che gli ispettori inviati dal ministero Finanze avevano segnalato in un'altra relazione: circa 22 irregolarità contabili. Il Comune aveva 90 giorni per rimediare. In questi mesi la giunta Arena ha fatto salti mortali per approvare il bilancio consuntivo del 2011 e provare a rimettersi in paro. Ma, nonostante gli sforzi, il bilancio non rispetta almeno 4 - 9 parametri imposti dal ministero. Entro novembre, quindi, potrebbe andare incontro al commissariamento economico. Una volta insediato un commissario della Corte dei Conti avrebbe 20 giorni per decidere se fare dichiarare al Consiglio comunale il dissesto finanziario. Questo avrebbe conseguenze nefaste per l'ex sindaco Scopelliti. Il suo ex alleato Brunetta nel 2010 aveva dato una stretta alla responsabilità dei pubblici amministratori, con interdittiva della Prefettura per ogni amministratore il cui ente entro 5 anni dovesse incorrere nel dissesto. Scopelliti non si dovrebbe dimettere dalla carica di governatore, perché ha superato metà legislatura, ma certo non potrebbe candidarsi né alla Camera come sua intenzione, né potrebbe ricandidarsi in Regione. Ecco il paradosso politico: al governatore calabrese converrebbe che il governo decida prima possibile per lo scioglimento per mafia del suo ex Comune (e non avrebbe conseguenze immediate), prima che arrivi la dichiarazione di dissesto, e il macigno sulla sua carriera di una decadenza da ogni carica. L'INCHIESTA Reggio e ‘ndrangheta tutti i guai di Scopelliti LarelazionePiscitelli metteunaseria ipoteca sullacarrierapolitica delgovernatorecalabrese Mailverospauracchio vienedallaCortedeiConti Torte della «vergogna» e champagne per «festeggiare», tra cortei e sit-in pacifici, il primo mezzo secolo di un'incompiuta, l'autostrada A3 Salerno - Reggio Calabria. Ma anche per porre un aut aut all'Anas. È andata in scena ai due poli opposti dell' infrastruttura stradale, a San Giorgio a Cremano (Napoli), e a Villa San Giovanni (Reggio Calabria), la protesta civile in occasione dei 50 anni dall'avvio dei cantieri di una delle opere che avrebbero dovuto cambiare in positivo il volto del mezzogiorno ma che è rimasta incompleta. A chiamare a raccolta gli «indignados» dell'A3, ci ha pensato l'associazione interregionale Assud con l'adesione, tra gli altri, dell'eurodeputato del Pd Andrea Cozzolino, del capogruppo dei Verdi al Consiglio regionale campano, Paolo Emilio Borrelli, dello speaker Gianni Simioli, del capo dell'opposizione al Comune di Napoli, Gianni Lettieri e del consigliere regionale calabrese del Pd, Carlo Guccione. Presenti, alle due manifestazioni, anche consiglieri comunali, esponenti politici e dell' imprenditoria, studenti universitari e cittadini. Era il 15 settembre del 1962 quando Amintore Fanfani, presidente del Consiglio dell'epoca, inaugurò il primo cantiere della grande opera presentata come l'infrastruttura in grado di unire il nord al sud del Paese. A distanza di cinque decenni da allora, invece, lungo quello che è stato definito «cantiere infinito» si ripropongono, soprattutto d'estate, disagi e difficoltà per gli automobilisti e per quanti utilizzano l'arteria tra deviazioni, limitazioni e lavori di ammodernamento che sembrano non avere fine. Il perché della mobilitazione che abbraccia i territori attraversati dall'A3 lo spiega il presidente di Assud, Andrea Guccione, imprenditore poco più che quarantenne. «Con questa paradossale festa - dice - vogliamo molto poco simbolicamente porre una sorta di aut aut all'Anas. In tempi rapidi ci deve dire quanti soldi occorrono per il completamento dell'A3, se ci sono, e quanti chilometri di lavoro ancora mancano per la fine di un incubo. Si parla di 2013 come data per il completamento? Nutriamo seri dubbi anche se ci auguriamo di essere smentiti. Intanto, abbiamo inteso documentare i disagi che sono concreti e mettere in evidenza l'ulteriore penalizzazione per il Mezzogiorno e per la Calabria dal momento che quest'area viene ormai saltata dai grandi flussi che si affidano al trasporto via nave da Civitavecchia, Napoli e Salerno». Il compleanno triste della A3 50 anni di lavori non ancora finiti GIANLUCA URSINI . . . I magistrati contabili potrebbero dichiarare il dissesto economico del Comune. E allora... Il governatore della Calabria Giuseppe Scopelliti FOTO DI MASSIMO PERCOSSI/ANSA domenica 16 settembre 2012 13
Enrico Mentana, direttore del tg, ha già detto che, se Mediaset dovesse acquistare La7, lui «lascerebbe». Anzi, nell'editoriale di ieri sera ha espresso la sua preoccupazione per il rischio della «corazzata» in arrivo: «Se Berlusconi tornasse premier avrebbe il controllo di Mediaset, di gran parte della Rai e con La7 controllerebbe tutta l'informazione in chiaro, forse è un po' troppo». Gad Lerner, altro giornalista di punta della rete, la vedrebbe come «una lesione clamorosa del già scarso pluralismo dell'offerta televisiva generalista in Italia». E, prima ancora, dice che «costituirebbe un'infrazione evidente alla normativa antitrust». Esorta a evitare «psicodrammi», anche perché «tenderei ad escludere dice - che Berlusconi venga a sedersi nel nostro “postribolo televisivo”», ricordando che un interesse per l'acquisto l'hanno manifestato in tanti. Lo scenario è quello di cui ha parlato ieri l'Unità: la berlusconiana Mediaset starebbe per presentare una doppia manifestazione di interesse nei confronti di La7: la prima per l'emittente televisiva, la seconda - attraverso la controllata Ei Towers - per l'infrastruttura per le frequenze. Una settimana e poco più per chiarire: Telecom ha messo in vendita il suo gruppo televisivo, e le offerte di acquisto non vincolanti sono attese entro lunedì 24 settembre. Di fatto, la rete potrebbe cambiare proprietario proprio alla vigilia della campagna elettorale, il che riveste un rilievo politico, oltre che economico, di particolare interesse. Si stanno muovendo in parecchi, infatti. La cordata guidata dal Fondo Clessidra innanzitutto, che è amministrato dal manager Claudio Sposito, in passato a lungo ad della Fininvest, la holding della famiglia Berlusconi. Con lui Marco Bassetti, ex Endemol (la società che produce format e programmi) e il produttore cinematografico tunisino Tarak Ben Ammar, già molto vicino a Berlusconi e alle sue aziende per consulenze e investimenti. Interessato all'operazione è anche l'editore Urbano Cairo, che è stato tra i responsabili di Publitalia e della Mondadori Pubblicità, nonché uomo di fiducia di Berlusconi, che con la sua Cairo editore già raccoglie pubblicità per la rete in vendita. Tutti nomi, insomma, vicini all'ex premier, ma che secondo Lerner «non per questo vanno etichettati come prestanome berlusconiani». Peraltro, sarebbero in pista anche alcuni operatori stranieri, a partire da Discovery Channel e Sky. GIORNALISTI IN ALLARME Ma è certo che anche Mediaset abbia avuto i suoi contatti con Telecom, e abbia studiato le carte per arginare l'Antitrust. Ed è chiaro che la possibilità che La7 finisca nell'orbita Mediaset è quella più allarmante. Il Pd ha già presentato interrogazioni al governo: «Si parla - dice Vincenzo Vita, senatore e membro della commissione di Vigilanza Rai - di un'offerta da parte di un gruppo che non può acquisire altre emittenti, pena la violazione delle già molto deboli norme antitrust». Per il portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti, che chiede l'intervento dell'Antitrust, «quella di Berlusconi sembra l'ennesima manifestazione di un conflitto di interesse che non ha conosciuto argini nemmeno nella stagione del governo tecnico». Non a caso, conclude, in tutte le graduatorie internazionali «occupiamo posizioni disonorevoli». Parole cui fanno eco quelle della Federazione nazionale della stampa: «Mario Monti - dice in una nota il sindacato dei giornalisti - guida il governo da dieci mesi, ma le regole del sistema sono le stesse per le quali l'Europa da anni ci guarda con sospetto. Rivedere la governance della Rai si è rivelata missione impossibile, l'asta delle frequenze sembra impantanata. È un problema di pluralismo, e di tenuta industriale, cioè di posti di lavoro». L'Fnsi sollecita le forze politiche a chiarire la loro posizione. In allarme è anche lo stesso comitato di redazione de La7, per il quale «l'interesse di Mediaset non fa che confermare i dubbi e le contrarietà espressi da tempo dai giornalisti sulla cessione e sulla sua tempistica». Il cdr parla di «operazione nebulosa e piena di anomalie». E mette in evidenza il fatto che «proprio quando La7 acquisisce autorevolezza, una prospettiva industriale, e dimostra di poter essere un'alternativa valida al duopolio, si assiste a scelte apparentemente illogiche come la decisione da parte di Telecom di cedere in gran fretta le attività tv». ImanagerdiCologno Monzesehannodovuto fare iconticonun2011nel qualesiè registrata la flessionediunaseriedi indicatori finanziarivitali Quando si parla di Me-diaset, e quindi del Ca-valiere padre e padro-ne, il paradosso, si sa,non manca mai. Nelcaso in questione si nasconde nella più ovvia delle domande: ma perché la più grande azienda televisiva privata del Paese dovrebbe comprarsi Telecom Italia Media e quindi La7? Quesito al quale non corrisponde necessariamente la più ovvia delle risposte: per mangiarsi un concorrente ed aumentare i propri guadagni. Già, perché qui non siamo di fronte alla Fiat che acquista l'Alfa Romeo (altri tempi...), piuttosto che alla Procter & Gamble che rileva Gillette. Il motivo che sta spingendo Mediaset, o una cordata amica, ad esporsi così, incorrendo nei sacrosanti fulmini dei media e della politica, nonché rischiando, qualora la cosa dovesse concretizzarsi, l'ancor più sacrosanto intervento dell'Antitrust, appare invece non così chiaro ed alimenta sospetti assortiti. Fino al paradosso, appunto, che a ricevere un favore non sarebbe la creatura di Berlusconi bensì la venditrice Telecom, favore che però verrebbe ricambiato con qualcosa di ancor più sostanzioso. DECLINOINEVITABILE Prima di occuparci di scenari, però, è bene fare il punto sull'attuale situazione di Mediaset, che non è florida ma minaccia di essere ben peggiore in un futuro non troppo lontano. Intanto, i manager di Cologno Monzese hanno dovuto fare i conti con un 2011 nel quale, a fronte di un fatturato sostanzialmente stabile (poco sopra i 4 miliardi di euro), si è registrata la flessione di una serie di indicatori finanziari vitali: gli utili si sono contratti di un terzo, a quota 225 milioni, la raccolta pubblicitaria è calata più del 3% mentre è aumentato in modo sensibile l'indebitamento finanziario del gruppo. Ma c'è qualcosa che preoccupa Berlusconi e soci assai di più del recente declino: il fatto che appare inevitabile e destinato ad aumentare. Inevitabile, perché non ci sono colpe particolari da attribuire ai manager, i quali operano da anni in una situazione di mercato e in un quadro legislativo da sogno, derivante dalla situazione politica che conosciamo. Destinato ad aumentare, il declino, non tanto per il perdurare della crisi (che comunque pesa) ma poiché a determinarlo c'è un fenomeno planetario contro il quale le singole aziende, per quanto grandi e potenti, possono fare ben poco: la continua flessione della televisione generalista e la diffusione endemica di Internet. Al riguardo le previsioni sono ben poco rassicuranti per Mediaset ed affini, in quanto "l'invadenza” del Web sta persino accelerando grazie alla diffusione di smartphone e tablet pc. Ne consegue uno scenario da incubo per gli strateghi di Cologno, con una famiglia non più raccolta nel soggiorno davanti allo schermo televisivo, ma frazionata davanti ad apparecchi diversi capaci di offrire attraverso Internet le stesse, se non maggiori, opportunità d'intrattenimento della tv. Anche perché le stesse trasmissioni televisive transiteranno sempre di più attravero la Rete. Il tutto con una colossale redistribuzione delle risorse pubblicitarie, dirette sempre più ai colossi del Web, vedi Google, e meno alle concessionarie tradizionali, come quella Publitalia controllata direttamente da Mediaset. Torniamo ed integriamo il quesito di partenza: perché La7 in un contesto nel quale le sfide appaiono di ben altra rilevanza? E qui si entra nella situazione poco chiara di cui sopra. In un'ottica di breve periodo le risposte appaiono logiche ma non troppo convincenti. Da un lato, seppur piccola, l'emittente controllata da Telecom è pur sempre il maggior concorrente privato di Mediaset, e quindi una sua acquisizione, diretta o affidata a mani amiche, libererebbe risorse a suo favore. Dall'altro lato c'è una lettura politica dell'operazione: si va verso le elezioni politiche ed il cambio di proprietà innescherebbe un esodo da La7 dei giornalisti di punta non propriamente allineati al credo berlusconiano (quanto detto ieri da Mentana è un'anticipazione), con conseguente calo in campagna elettorale delle potenziali situazioni televisive avverse al centrodestra. C'è però da dire che un tentativo di espansione, o di normalizzazione, da parte di Mediaset, esporrebbe il gruppo e Berlusconi a forti critiche in Italia ed Europa, oltre a rappresentare una plateale sfida all'autorità Antitrust. E allora? Spostandoci nel lungo periodo, si profila una strategia di ampio respiro, che vede La7 come pedina di scambio. Rilevandola, o facendola rilevare, Mediaset toglie una castagna dal fuoco del bilancio Telecom. Quello stesso gruppo, guidato da Franco Bernabè, che è tuttora proprietario della rete fissa telefonica attraverso la quale passa la maggior parte del traffico Internet del Paese. Un colosso della tv che può contare (le modalità possono essere varie) sull'autostrada nazionale del Web: per Berlusconi sarebbe l'eterna giovinezza aziendale. Il Cav (dimagrito) in crociera con Sallusti: «Paese governabile solo modificando la Costituzione» L'ombra del Cavaliere L'ANALISI LAURAMATTEUCCI MILANO LA BATTAGLIADELL'INFORMAZIONE Dopo il forfait di venerdì alla festa dei giovani Pdl guidati da Giorgia Meloni (anche perché quelli, pur se disciplinati, qualche domandina gliel'avrebbero fatta), ieri Silvio Berlusconi ha rotto il suo lunghissimo silenzio prima di imbarcarsi, a Venezia, sulla nave da crociera del Giornale che lo condurrà fino a Bari, dove oggi sarà intervistato dal fedelissimo direttore Sallusti davanti a una platea ristretta di ospiti formata dai vertici del quotidiano e da un gruppo di passeggeri disposti a pagare un adeguato ticket. E tuttavia, prima di concedersi al fuoco di fila del direttore, ieri il Cavaliere qualche parola l'ha voluta dire. «È necessario dare al paese una guida che sia effettivamente tale, che possa intervenire per rendere, attraverso il cambiamento della Costituzione, governabile il paese». E che «non prosegua questa politica che ci porta irreversibilmente verso la recessione». «C'è una situazione molto confusa, molto frazionata, quindi - ha aggiunto - stiamo guardando allo sviluppo di questa situazione». Lui si candiderà per la sesta volta? «Dipende dalle condizioni, da quale sarà la legge elettorale». Poche frasi che nulla svelano sulle reali intenzioni del Cavaliere. Ma che fanno capire alcune cose. Primo: la diffidenza verso un prosieguo dell'esperienza dei tecnici «non eletti dai cittadini». Secondo: quello che potrebbe essere uno dei leit motiv della campagna di Berlusconi: e cioè la proposta di cambiare la Costituzione con l'introduzione del presidenzialismo come «unica via» per dare reali poteri al governo. Del resto, l'unica azione politica significativa del Cavaliere prima del letargo era stato proprio il blitz di luglio in Senato (con la Lega) per approvare la riforma presidenziale e buttare alle ortiche l'intesa raggiunta da Alfano con Bersani e Casini. LASOLITA SOLFA Del resto, puntare sulle riforme costituzionali potrebbe essere l'unico modo per mascherare il fallimento del suo governo e per far credere che, come ha ripetuto mille volte, lui non ha potuto realizzare i programmi promessi «a causa del sistema istituzionale poco efficiente». Presto per parlarne, comunque. Perché, come ha spiegato lo stesso Sallusti, da questa crociera - oltre 1500 lettori imbarcati nessuno si aspetta «clamorose rivelazioni» sul futuro del Cavaliere. Che potrà comunque godersi qualche ora di allegria al pianoforte per la gioia dei presenti (imbarcato anche Apicella) e, soprattutto mostrare “urbi et orbi” la riconquistata forma fisica. Di rientro dal resort di Briatore in Kenya, ieri ha infatti tenuto a rispondere a chi si complimentava per i chili perduti: «Eh, sì, ho fatto dei sacrifici...». Lo stesso Sallusti, ieri sulla prima pagina del Giornale di famiglia, ha incoraggiato il Cavaliere a proseguire nella strategia del silenzio: «Perché scoprire le carte quando ancora non si conoscono la formazione avversaria, le regole, l'arbitro e la data della partita?». E poi c'è quell'orizzonte temporale che venerdì era stato indicato da Denis Verdini, uno che i «desiderata» del Capo li conosce per davvero: le elezioni siciliane di fine ottobre. Banco di prova, in una regione che è stata una roccaforte del centrodestra, dell'alleanza tra Pd e Udc. La prudenza, del resto, ora è quanto mai d'obbligo anche per uno come il Cavaliere, visto il clima che si respira nel Pdl. Se ieri la giovane deputata Nunzia Di Girolamo aveva creato scompiglio spiegando che «Renzi è meglio di La Russa e Gasparri», ieri l'ex ministro Galan (anche lui ex Forza Italia) ha rincarato la dose: «Concordo con la Di Girolamo, se c'è uno scambio Renzi per La Russa e/o Gasparri sono pronto a dare un conguaglio al Pd». Il mezzo ritorno di Berlusconi ha subito suscitato la razione degli avversari politici, a partire da Bersani. Che si è rivolto direttamente al Cavaliere: «Serve una guida, hai ragione: con te alla guida, l'Italia finisce dritta contro un muro». Secondo il leader Pd, l'ex premier ha provocato «una degenerazione micidiale» della politica. «Durante Tangentopoli si infilò nell'antipolitica e da allora ha seminato zizzania e ha portato al discredito. Se guardiamo gli episodi di questa degenerazione micidiale rimaniamo stupefatti per l'abbattimento del decoro e per il cinismo». Anche Fini non ha gradito l'ipotesi di una nuova discesa in campo del Cavaliere. «E dov'è la notizia?», ha commentato. E comunque «la mia porta resta chiusa». A.C. ROMA Silvio Berlusconi in una foto d'archivio. FOTO ANSA MARCOVENTIMIGLIA MILANO . . . Il Comitato di redazione: «Operazione nebulosa e piena di anomalie» I piani di Mediaset su Telecom e l'antica tentazione del web Berlusconi insiste: cambiare la Carta La tv in vendita: entro il 24 settembre le offerte La Fnsi: «È un problema industriale e di pluralismo» . . . «All'Italia serve una guida Io candidato? Dipende dalla legge elettorale» 2 domenica 16 settembre 2012
«Anche La7 in mano a Berlusconi? Con Mediaset si creerebbe un monopolio assoluto, l'unica rete che ha aperto spazi nuovi verrebbe azzerata. Per il Pd è inaccettabile sia sul piano politico che per il mercato televisivo. Mediaset direttamente non può farlo, ma Berlusconi potrebbe appoggiare l'acquisto di TiM da parte di soggetti a lui vicini». Così Paolo Gentiloni, responsabile Comunicazione del Pd, commenta la notizia dell'interesse di Mediaset su La7. SecosìfosseBerlusconiavrebbeuncontrollo praticamente totale sull'informazione e la produzione culturale televisiva.Èpossibile? «Io non sono sicuro che Mediaset voglia davvero acquistare Ti Media e La7, il fatto che abbia manifestato interesse alla vendita non è ancora un'offerta, potrebbe essere solo un ballon d'essai, una mossa per partecipare a un percorso, magari poi passando la mano ad altri acquirenti vicini a Berlusconi». Cairo,Tarak Ben Ammaro chi altri? «Le manifestazioni d'interesse sono state presentate da numerosi soggetti, tra cui grandi broadcaster europei, operatori di rete, fondi italiani e internazionali. Alcuni, come Ei Towers, Clessidra e Cairo comunications, hanno, o hanno avuto, rapporti e interessi con Berlusconi». Sirafforzerebbecomunqueunmonopolio,devastantesiaperilmercatotelevisivoche per la libertà d'informazione. «La7 oggi disturba Berlusconi sul piano informativo e compete con Mediaset come ascolti e raccolta pubblicitaria. Quindi non escludo che ci siano progetti ostili, magari non realizzati direttamente da Mediaset. È comunque un'operazione inaccettabile, che il Pd deve combattere: non è possibile che l'unica voce libera, che ha aperto spazi nuovi nel mercato televisivo negli ultimi due anni, sia azzerata, azzoppata sul nascere da Berlusconi. Non può farlo». Mediaset secondo i limiti antitrust non potrebbe acquistare un'altra tv, o ci sonodei margini? «No, l'Europa non lo permetterebbe, così come la nostra authority Antitrust che deve far vagliare le operazioni dalla Ue. Ci sono limiti ex ante di tre tipi. Il primo, è quello imposto dalla Commissione europea: prevede che con il digitale terrestre ogni soggetto non possieda più di cinque multiplex (le piattaforme su cui vengono trasmessi i canali, ndr), così invece Mediaset più La7 arriverebbero a otto. Più labili, lo abbiamo sempre detto, sono i limiti del Sic della legge Gasparri che consentirebbe persino una simile acquisizione; poi c'è il terzo limite del 20% sul totale dei programmi per ogni soggetto: la somma tra quelli Mediaset e de La7 rischia di superare il tetto». Aparte i limitidi legge, l'operazionepotrebbe passare al vaglio delle autorità? C'è anche il problema del pluralismo dell'informazione tanto più in campagnaelettorale.Un«bavaglio»aivoltigià cacciatidalla Rai berlusconiana. «No, qualsiasi garante antitrust, sia nazionale che comunitario, non consentirebbe mai, a prescindere dai limiti ex ante, che un soggetto che già controlla la quasi totalità della tv commerciale free inglobi l'unico altro soggetto presente su scala nazionale. C'è più rigidità nel diritto antitrust quando sono a rischio principi tutelati costituzionalmente, come il pluralismo informativo. Mediaset e La7 creerebbero un monopolio assoluto dal quale sarebbe fuori solo la Rai, sia sul pluralismo dell'informazione, sia sugli ascolti che sui ricavi pubblicitari. Pensate, nel nostro telecomando, cinque canali sarebbero dello stesso padrone». Mediaset però potrebbe comprare solo le antenne, già «spacchettate» dall'ad Stella.Unmodoindirettoperassicurarsi ilmonopolio? «Le manifestazioni d'interesse sono state fatte su tre punti distinti: i soli impianti di trasmissione; la sola rete La7; il pacchetto TiMedia completo. Il 24 settembre vedremo quali saranno le offerte. Certo Ei Towers nasce dalla fusione di Elettronica Industriale, principale azionista Fininvest, e Dmt, una fusione autorizzata dall'Antitrust a condizioni molto severe. Se Ei Towers fosse autorizzata a prendere anche le antenne TiM, e ne dubito, nascerebbe un operatore unico, esclusa RaiWay che, per statuto, trasporta solo i canali Rai. Il vero paradosso, dunque, sarebbe un monopolio delle torri di trasmissione in mano a un editore monopolista delle televisioni. Inaccettabile». «L'ex premier potrebbe ritirarsi e appoggiare acquirenti amici» A ncora una volta il «telesogno» potrebbe essere infranto, ancora una volta l'ombra del Cavaliere oscurerebbe l'utopia, fastasticata per un tempo lungo quasi quanto il ventennio berlusconiano, da Michele Santoro insieme a Maurizio Costanzo e ora accarezzata anche da Enrico Mentana. Non ci ha pensato un attimo, il «Mitraglia» a dire «me ne vado» alla sola idea di avere un Berlusconi bis come padrone della casa di cui ha risollevato muri e ascolti con il suo tg. L'«ombra» potrebbe avere altre forme, ma l'impronta sarebbe la stessa, con la maschera sorridente del Cavaliere onnivoro, in una cangiante faccia magnanima di chi dice «nelle mie televisioni c'è totale libertà». L'uomo, si sa, annusa l'aria che tira e coglie le occasioni, così potrebbe saltare a cavallo dell'onda grillina gonfiata dai talk show sulla stessa Sette, o godere del profumo di Renzi spruzzato contro lo sfidante Pd. Insomma, si profila la nemesi per la schiera di volti tv che hanno trovato rifugio negli ultimi due anni nella rete pur amministrata da un «Canaro», nomignolo dell'amministratore delegato Giovanni Stella. Santoro e Dandini, Sabina Guzzanti e forse Corrado in discesa dal satellite; dietro le quinte il direttore Paolo Ruffini, i pifferai magici Fazio & Saviano sulla via della transumanza dalla tv pubblica a quella più libera. E soprattutto lui, Michele Santoro. Che beffa. Sta per risalire sul palco di una tv nazionale con il sudato contratto di libertà non condizionata (dopo il primo tentativo andato a male l'anno scorso) e zac... eccoti che torna l'incubo Silvio. Eppure il conduttore cacciato dalla Rai ha sperimentato che da solo ce la può fare, che il pubblico «telesognante» esiste. Basta restare fuori dai giochi. Mai come nell'ultimo anno la rete di Telecom Italia Media stava davvero diventando il «terzo polo», almeno come spazio catodico d'espressione senza troppi bavagli, se non come competitor minacciato dall'avanzata di Sky. In questo caso si tratta dello Squalo, ma siamo lì... Certo la rete ha subito tante trasformazioni, cambiato nomi, marchi e padroni, dalla Tele Monte Carlo nata nel 1974, primogenita alternativa commerciale alla Rai che lancia il Processo di Biscardi, alla frizzante sorellina tutta musicale con Videomusic negli anni in cui a forza di «colpi grossi» prendeva corpo il Biscione. Un primo tentativo di squarciare il duopolio tv è stato stroncato sul nascere proprio quando calava la cappa berlusconiana sulla Rai, nel 2001. Il passaggio delle redini Telecom da quelle di Colaninno a quelle di Tronchetti Provera fece riporre i sogni «terzopolisti», appiattire la programmazione e mandare via su scivoli d'oro i big come Gad Lerner, Fabio Fazio e Giuliano Ferrara. Tutti pronti sulla linea di partenza, dietrofront, il Fabshow del conduttore di Chetempochefa svanisce rimpiazzato dai frizzanti drammi delle single di Sex and the City, si spegne anche il Meteoshow di Luciana Littizzetto. Via via sono tornati tutti, anche in versioni originali come Otto e mezzo con Ferrara e Ritanna Armeni, il berlusconiano post comunista e la comunista chic, programma poi aggiudicato alla «rossa» Lilli Gruber che mantiene degnamente la postazione. Fu una delle prime a sbattere la porta in faccia al Tg1 Rai caimanizzato, e in tornò nell'ovile televisivo a La7 dopo l'esperienza in Europa. Gad Lerner regna nel suo felpato salotto molto liberal ma da Infedeleè stato bollato come «postribolo» da un Berlusconi the voice fuori campo. Il colmo per un moralizzatore come il raffinato giornalista che ora teme una «lesione grave» nella libertà d'informazione, ma invita (l'Unità) a non fare «psicodrammi» sull'arrivo di Silvio. Il divano rosso di Serena Dandini era fresco di trasloco da viale Mazzini, ma senza nemico era sprofondato negli ascolti, la stessa Sabina Guzzanti ora si troverebbe a combattere un nuovo round di Raiot, partita legale vinta con Mediaset ma che le ha precluso le porte Rai. Luca Telese dal trampolino «in Onda» si sta tuffando nell'avventura di un giornale. Il volto dolente di Roberto Saviano farà una smorfia a pensare che anche un territorio amico come La7 potrebbe diventare un campo minato. Corrado Formigli dovrebbe spazzare la sua Piazzapulita in condominio con Santoro. L'unica che potrebbe restare glaciale sarà Daria Bignardi,è abituata alle Invasioni Barbariche... L'INTERVISTA Il telesogno teme un amaro risveglio IL TOPLESS DIKATE FINISCESUL SETTIMANALE DIMONDADORI Il direttore del telegiornale di La7, Enrico Mentana FOTO ANSA NATALIA LOMBARDO ROMA su La7. Mentana: «Me ne andrei» IRealibritannici sulpiedediguerracontroSignorinie ilCavaliere Sipreparauna battaglia legale tra Berlusconie la famiglia reale britannica per le fotodi Kate in toplesscheChi, il settimanalediretto daSignorini, diffonderà lunedì, secondo quanto scrive ilquotidiano Independent. Entrambi i giornali sono della Mondadori, controllatadallaFininvest, eper questo ilquotidianoprevede una «battaglia legale in vista». «NonostanteStJames's Palace(la casa reale,ndr) abbia definito la pubblicazionedelle foto in Franciauna “grottesca invasionedella privac”y,e lacoppia reale abbiaannunciato un'azione legale, Chi intende comunqueprocederecon la pubblicazione», scrive l'Independent. Il quotidianoricorda poicome «Berlusconi,che staaffrontando accusediconcussione eprostituzione minorile,non è nuovoabattaglie che coinvolgonofoto in topless e violazionedella privacy».Lo stessoex premier, ricorda l'Independent,vinse con il suo teamlegale la battaglia controEl Paische pubblicònel 2009 fotoscattatecon il teleobiettivo aVilla Certosa,cheritraevano donne in toplesse ilpremier Topolaneknudo» PaoloGentiloni «L'Europanondarebbe mai l'okadun'operazione delgenereperchécisono limitiantitrust Potrebbeessereunballon d'essaiper farentrarealtri» N.L. nlombardo@unita.it Il terzo polo tv ha accolto gli «epurati» Rai L'ombra di Berlusconi sull'utopia di Santoro domenica 16 settembre 2012 3
28 domenica 16 settembre 2012
L'intervento Il Pd rifletta sui limiti dei governi dell'Ulivo Matteo Orfini Responsabile Cultura del Pd L'INTERVENTO CON CUI LIVIA TURCO HA ELEN-CATOMOLTEBUONEragioni per negare la subalternità al liberismo dei governi di centrosinistra aiuta a fare un passo avanti nella nostra discussione. Livia Turco rivendica la bontà di quelle stagioni di governo e spiega le ragioni delle sconfitte che seguirono con la categoria del riformismo senza popolo. Non c'è dubbio che la mancanza di un soggetto politico che desse forza a quei governi fu parte del problema. Ma a un quindicennio di distanza possiamo forse guardare con maggior serenità alla qualità del riformismo che quei governi espressero, curiosamente mai messa in discussione. L'incapacità - prima culturale che politica - di reagire all'offensiva della destra economica europea rese largamente condivisa l'idea che Stato minimo, svuotamento del ruolo delle assemblee elettive e riduzione della funzione della politica fossero le precondizioni di una modernizzazione competitiva del Paese. Furono davvero quei governi immuni da questa visione? A me pare di no. Basti pensare ad alcune scelte strategiche che li caratterizzarono. Il principale risultato di quei governi fu il raggiungimento dell'euro, ma esso ne fu anche il maggior limite: l'Europa è ancora oggi poco più che una moneta, nonostante nel momento del processo di unificazione essa fosse governata quasi esclusivamente da forze di centrosinistra. Oggi ci scopriamo inermi di fronte alla crisi, privi di quegli strumenti necessari ad arginare lo strapotere della finanza e invochiamo la necessità di «più Europa». Ma lo strapotere della finanza e i limiti nell'integrazione furono il frutto di scelte politiche, che noi subimmo, accettando l'idea che per ridurre gli squilibri interni all'area euro sarebbe stato sufficiente il dispiegarsi del mercato unico. Gli effetti di quella visione sono oggi sotto gli occhi di tutti. Ma c'è di più: il filo rosso che legò le scelte dei governi dell'Ulivo fu la tesi, mutuata dal manifesto della Terza Via, della centralità dell'impresa. Un impianto in evidente discontinuità con quello costituzionale, che pur garantendo la libertà d'impresa la subordina all'interesse generale. La Repubblica è fondata sul lavoro, non sull'impresa. Quella visione portò con se un bouquet di politiche, dalle privatizzazioni all'arretramento dello Stato, dalla flessibilità alle riforme del settore del sapere che oggi mostrano i propri limiti. Erano tutte scelte sbagliate? No. Ma come non vedere i guasti prodotti? Chi oggi ha 35 anni, veniva allora da noi - non da Berlusconi - invitato a non preoccuparsi per il proprio futuro, confidando nel mercato e nelle magnifiche sorti che la globalizzazione avrebbe dischiuso per tutti e per ciascuno: «Studiate -si diceva- e sarete insider della globalizzazione. Grazie al vostro elevato capitale umano non avrete bisogno di sindacati, perché contratterete da soli i vostri diritti con le imprese, che faranno a gara per assumervi». Una profezia negata dalla realtà di oggi, fatta di precarizzazione non solo della condizione lavorativa, ma del destino di milioni di persone. Flessibilizzare un mercato del lavoro troppo rigido era indispensabile, ma occorreva contestualmente adeguare il Welfare per consentire a quei lavoratori flessibili di avere un affitto che non assorbisse interamente il loro salario o di essere sostenuti nei periodi di non lavoro. E occorreva aiutare il sistema di piccole e medie imprese del nostro Paese ad avere bisogno di quei lavoratori flessibili, ma di qualità. Quindi politiche industriali, attivazione della domanda di innovazione, incentivi al superamento del nanismo industriale, alla internazionalizzazione. Nulla di tutto ciò, o almeno troppo poco, è stato fatto e la ragione di questo ritardo sta in quella dannata convinzione che alla politica spettasse solo liberare le energie del mercato, il resto sarebbe venuto da sé. Se oggi vogliamo provare a riconquistare la fiducia di quella parte del Paese a cui -anche noi- abbiamo contribuito a rendere impossibile la vita, non possiamo non affrontare questa dolorosa discussione. Ma in quale Paese del mondo i leader progressisti, di fronte al dramma della crisi, risponderebbero rivendicando l'avanzo primario raggiunto durante le proprie esperienze di governo? Ma di cosa stiamo parlando? Possiamo noi oggi rivolgerci a quel precario dicendo «Abbiamo capito: abbiamo sbagliato. Ora torna ad occuparsi di te la stessa classe dirigente di quindici anni fa o un giovane che vuol fare esattamente le stesse cose di allora, ma raccontandole con accento fiorentino»? Io credo di no e che affrontare questa discussione seriamente sia un modo utile per dare un senso politico anche al tema del rinnovamento. E di attrezzare un credibile progetto di cambiamento del Paese. Porci all'altezza della sfida di ricostruire la nostra democrazia, come ci chiede Alfredo Reichlin, non è certo facile. Ma farlo senza indagare le cause per cui oggi essa appare così fragile, senza cogliere il nesso tra esclusione di milioni di persone dai processi produttivi e dunque dalla cittadinanza e inaridimento della sua base di legittimazione non ci porterebbe da nessuno parte. E quelle cause, purtroppo, affondano le radici anche nella nostra storia. Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta ViaOstiense,131/L00154 Roma lettere@unita.it Il referendum di Vendola Vendola, forse per paura di perdere consensi nell'alleanza con il Pd sventola ora un referendum per ripristinare l'art. 18. Benissimo, il minimo indispensabile ma non sufficiente: occorre inoltre, come ha fatto il non certo estremista Hollande, con referendum o meno, 1) ripristinare le regole pensionistiche - peraltro già abbondantemente aggravate dai Governi precedenti - vigenti prima di Monti Fornero - perché non ha senso pagare per una vita contributi per avere una pensione dimezzata qualche giorno prima della morte -; occorre 2) istituire una patrimoniale calcolata in maniera progressiva, così come previsto dalla Costituzione affinché tutti i cittadini, e non solo i meno abbienti o addirittura indigenti, paghino in maniera relativa alle loro ricchezze le imposte necessarie per i servizi pubblici destinati al soddisfacimento dei bisogni relativi ai diritti inalienabili della persona; ciò comporta anche 3) statalizzare tali servizi, andando in controtendenza con l'operato dell'attuale Governo che dà l'impressione, al di là della coreografia, di essere nato con il solo scopo di colpire le pensioni, i salari, i diritti acquisiti dei lavoratori e lo stato sociale, e per privatizzare i servizi pubblici che, però, devono continuare ad essere pagati dai cittadini lavoratori e pensionati. GiuseppeCasagrande Chi rispetta il tetto? Il tetto di 294.000 euro stabilito dal decreto Salva- Italia per i manager pubblici pare che venga sforato in molti casi e comunque si parla già di deroghe. Ora non spetta certo a me stabilire se questo limite sia giusto o no, non ne ho le competenze, mi sembrerebbe però più saggio un provvedimento che stabilisse il compenso in base al merito e all'efficacia dell'azione di un manager cosicché chi non lavora bene si ritrovi una retribuzione adeguata e non stipendi d'oro a prescindere. Naturalmente anche una norma che prevedesse il risarcimento in modo semplice e diretto dell'eventuale danno prodotto sia all'azienda che ai dipendenti e/o agli azionisti sarebbe davvero auspicabile. SilvanaStefanelli Lacaricadella Rete Si può dire così: carta canta, Internet suona. La rete telematica internazionale suona la carica e va a sostituire carta, penna, francobollo, busta e il postino che suona (pure lui) due volte. La scuola si adegua ai tempi. Le iscrizioni via Internet, le pagelle online. Se l'alunno farà il discolo, note e provvedimenti disciplinari saranno inviati per posta elettronica. I registri elettronici sostituiranno la carta. Una boccata d'ossigeno per gli alberi. Sono state approvate le norme contenute nella cosiddetta Spending review. Ecco il neo. L'inglese che s'impossessa della nostra lingua. A quando una legge per tutelare la ricchezza dell'italiano scritto e parlato? FabioSìcari Unitalia Ieri ero alla Festa democratica di Sesto San Giovanni per seguire il dibattito con Ingroia e Pellegrino. Mi ha colpito la pacatezza del confronto nonostante i temi molto complessi e spinosi. Un buon vatico per tutti in questi tempi bui. Grazie Unità. MariaGionetti La7egli interessi delCavaliere Assieme ad una decorosa ed incisiva legge elettorale, c'è anche assoluto bisogno del varo di una legge antitrust sui mezzi di informoziane che ne vieti il monopolio. Davanti alle voci per cui Berlusconi sarebbe interessato all'acquisto di La7, bisogna che la sinistra e il Pd si muovano per il varo di una legge molto severa sul conflitto di interessi, tenendo presente che in Italia si possono vincere le elezioni non in base alle proprie capacità politiche, ma soprattutto per il potere di formazione e manipolazione del consenso. Mario Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 La tiratura del 15 settembre 2012 è stata di 89.644 copie I vecchi e i giovani nel pensiero di Matteo Renzi GEO ASPETTA IL VAPORETTO, SI È VOLUTO INFILAREUNA COSA A RIGHE PER SEMBRARE UN GONDOLIERE, GLISEMBRAINCREDIBILEl'acqua al posto dell'asfalto. Venezia è la prova che «un altro mondo è possibile» da centinaia di anni. Stupore, occhi dilatati, una mano nella schiuma per sentire se è vera, rolla la barca, sbatte e s'incastra, riparte, «Venezia è un gioco per grandi …» sintesi di un bambino che dondola aggrappato ai corrimani. Esordio in Laguna, vacanza romantica, tra i canali questa estate scivolerà in Prima Media e tu sei ancora piccolo, moretto, svelto e curioso. Andiamo. A Venezia c'è anche il Festival del Cinema, è l'occasione per vedere «Le cose belle», il lavoro di due amici, un film sui bambini di Napoli. Il Lido lato mare, la spiaggia, la laguna ora alle spalle, l'acqua d'argento per colpa della luna, onde di spuma bianca e vento che schianta palme finte e agita i capelli. Gli occhi come cineprese indagano a caccia di Piperno e Ferrente, confusi fra la gente, eccoli i registi, semplici ed eleganti, davanti allo schermo di Venezia, ma niente strass luccicanti. Credo sia bello per Geo vedere un film così, un racconto di quattro vite che sono una vita sola. Siamo in fondo, quasi sulla riva. Lì, dove Visconti girava «Morte a Venezia», fa freddo e i titoli di coda dell'estate rinnovano le menti, ci si copre, si cercano maglie, teli, tende e tovaglie, ci si abbraccia, innamorati ci si arrotola congelati battendo denti. Io tengo caldo Geo, lui vuole restare, il film lo prende, lo vuole vedere, non è perché vuol bene ad Agostino, è che lo affascina seguire le vite di quattro ragazzi e scoprire cosa è stato del destino, del futuro immaginato e un po'sbiadito. Un affresco popolare e raffinato. Coglie bene tutto Geo, lui si pensa grande, si misura e si fa domande. Le canzoni, le conosce (Geo è anche un po' napoletano), alcune sono molto antiche, le segue con le labbra piano piano … «Vuoi andare? Non è che ti ammali?» «No, papà, ho gelate solo un po' le mani». Enzo, uno dei quattro ragazzi, quello che cantava col papà nelle osterie «Passione», oggi fa il piazzista di Tele2. Col porta a porta sale e scende mille scale e lo fa con voglia e dedizione. Delusi noi per lui, lui per se no, forse. Alla fine, non c'è una fine, perché le pagine della vita sono difficili e normali. Tra le note di Rocco De Rosa e Canio Lo Guercio, compare, come uscito dallo schermo, proprio lui, Enzo, con gli occhi chiusi canta la sua canzone. La voce, irrobustita dal testosterone, commuove e Geo applaude felice. C'è un giorno che tutto torna, le «cose belle» qualche volta pure. COMUNITÀ La domanda che mi pongo da giorni: e se vincesse Renzi, io sessantottina rottamata, che ancora mi impegno in politica, che faccio? Alla Festa del Pd di Modena, nel ristorante dove presto il mio aiuto da volontaria, l'età media è la mia (50-60 e oltre). Se guardo i sindaci Modenesi del terremoto sono tutti giovani, come il gruppo dirigente della federazione modenese, ma allora di cosa sta parlando Renzi, quando vuole rottamare? NORIS MALETTI Il messaggio che arriva per Sms mi sorprende durante una riunione. Dice testualmente che «parte da Verona camper primarie. Renzi: mi candido a guidare l'Italia. Servono futuro, Europa, merito». Un "futuro" ci sarà sempre però anche se lui non lo mette nel suo programma così come sempre, mi pare, c'è, ormai, Europa per tutti. Ma quale Europa? Quella di Hollande o quella della Merkel, lo Stato federalista sognato da Spinelli e di cui comincia a parlare Barroso o quello incerto è smembrato di oggi? Noris ha ragione, chi ci dice che i giovani rottamatori hanno più meriti dei vecchi da rottamare? La concretezza, infine, perché non darebbe speranza? E poi, quale speranza? Perché ancora non si capisce, davvero, cosa pensa di diverso Renzi da Bersani dell'Alcoa e della cittadinanza ai nati in Italia, della legge 40 e del testamento biologico, della patrimoniale e degli esodati, del problema carceri e del sistema sanitario. Un silenzio sui contenuti che fa un po' paura nel momento in cui ci si rivolge ai delusi da Berlusconi: che non vogliono più quel leader ma che su tutti questi temi hanno idee molto diverse, purtroppo, da quelli cui si è rivolto finora il Pd. Dialoghi Dioèmorto Venezia e le «Cose belle» dei bambini di Napoli Andrea Satta Musicista e scrittore CaraUnità 18 domenica 16 settembre 2012
24 domenica 16 settembre 2012
La paura fa novanta perché il gruppo di miracolati che nel 2010, complice la lista cassata a Roma, ha preso in mano le sorti del Pdl del Lazio, ora rischia di dividersi fra le patrie galere e il ritorno anticipato a casa. Per lunedì alle 16 Renata Polverini ha convocato l'Assemblea per comunicazioni straordinarie. O si dà seguito ai suoi tardivi diktat, o si azzera tutto o saranno dimissioni. Ma la presidente, che ora chiede la testa dei capi della sua stessa maggioranza, a cominciare dal presidente del consiglio Mario Abbruzzese, è caduta da un pero? Franco Fiorito era capogruppo Pdl, tesoriere e pure presidente della commissione bilancio. Come mettere una faina a guardia del pollaio. E senza cani da guardia: la sua maggioranza ha votato (senza significativa opposizione) il finanziamento a pioggia ai gruppi, compresi i monogruppi, senza alcun obbligo di rendicontazione sul bollettino ufficiale della Regione. L'assessore al Bilancio Cetica, vicinissimo a Renata Polverini, evidentemente, in quella occasione, dormiva. Franco Fiorito dormiva sicuramente, infatti, raccontano i colleghi di opposizione che di mattina non c'era mai, «si sveglia tardi». Però è molto attivo: lui, accusato di peculato per quei 109 bonifici sull'estero da 4190 e 8380 euro, non demorde e contrattacca. Racconta come ha gestito quella marea di soldi, «davo a tutti», menando fendenti contro big del partito e avversari interni. Giorgia Meloni è chiamata in causa per la sorella Arianna che lavora nel gruppo Pdl alla Pisana ed è anche sposata con Francesco Lollobrigida, assessore ai trasporti, e Fabio Rampelli, che alla Pisana conta la cognata Sabatini Alessandra. «Di fronte alle deliranti confessioni di una persona disturbata e convinta che gettare fango su gente perbene lo aiuti a risolvere le sue malefatte, ricordo che Alessandra Sabatini ha vinto un concorso pubblico ai tempi del Msi», risponde il deputato Pdl Fabio Rampelli che aggiunge: «Arianna Meloni ha iniziato a collaborare con il gruppo di An, a titolo gratuito, quando presidente della Regione Lazio era Badaloni. In quel tempo Giorgia era una semplice militante della Garbatella». E tira l'affondo contro i vertici Pdl: «l'ex capogruppo, piuttosto che pentirsi, anche a causa di una incomprensibile condotta dei vertici regionali del Pdl, sta infangando tutti. Chiedo che la sua autosospensione, che ha fatto ridere mezza Regione, sia immediatamente trasformata in espulsione dal Pdl». Risponde Angelino Alfano, probabilmente fuori tempo massimo: «Per me è già fuori del partito ma devono decidere gli organi competenti». Altro bersaglio prediletto di Fiorito è Francesco Battistoni, suo successore al vertice del gruppo: «Gli ho rimborsato manifesti finti per 70.000 euro». Ribatte Battistoni: «Appena sono succeduto a Fiorito mi sono recato in banca per capire qualcosa della situazione contabile del gruppo e non essendo esperto in materia ho nominato due consulenti di fiducia». E ricorda, anche lui menando fendenti: «Fiorito non è stato eletto da nessuno, ci fu indicato dal coordinatore regionale». Il giorno della resa dei conti è fissato per domani, la deflagrazione della maggioranza è all'ordine del giorno, la presidente si gioca il tutto per tutto ma l'opposizione non accetta di vederla nei panni del vendicatore. Il consigliere Enzo Foschi del Pd: «Chi è ladro è ladro, però lei ha consentito la formazione dei monogruppi, tre dei quali sono effetto di allontanamento dalla sua lista e dal Pdl, costano 900.000 euro l'anno». E poi: «Noi abbiamo proposto il dimezzamento delle commissioni, da 20 a 10. Ciascuna costa 350.000 euro l'anno». E poi: «Non si possono chiedere sacrifici ai cittadini in queste condizioni, si deve dire “scusate”, votare le riforme necessarie e dimettersi». I radicali la pensano allo stesso modo: «Solamente chi non conosce le cose della Regione Lazio e le indicazioni costantemente fornite dalla Presidente Polverini e dalla sua Giunta può credere a quello che si legge su alcuni giornali circa la sua mancanza di responsabilità politica». L'ANALISI MICHELECILIBERTO Pensare di costruire in Italia un «partito cattolico» appare una prospettiva senza futuro, come risulta chiaro anche dall'esaurirsi della «spinta propulsiva» del convegno di Todi. Ma proprio questa situazione spinge a farsi alcune domande: quale può essere oggi il ruolo dei cattolici e quale contributo, e in che forme, essi possono dare al superamento della crisi italiana? Sgombriamo subito il campo da un equivoco: come sempre, non serve avere «nostalgia del passato». La Democrazia cristiana poggiava su una forte e complessa cultura politica, che veniva da molto lontano e andava oltre i confini del Partito Popolare di don Sturzo e De Gasperi. Essa era stata elaborata anzitutto in due luoghi: l'Università cattolica del Sacro Cuore e la Fuci di monsignor Giovanni Battista Montini. È lì che si forma il nucleo principale della classe dirigente che governerà l'Italia nella prima Repubblica, da Fanfani a Moro a Andreotti. Accanto a questo c'è però un altro elemento, forse il più importante, che contribuisce a spiegare il ruolo della Dc nella storia della Repubblica. Da noi non è mai esistita una forte tradizione liberale, neppure negli anni successivi all'Unità. In Italia, disse Gramsci in un memorabile discorso alla Camera, il partito della borghesia era stato la massoneria. Ma questo non aveva comportato lo sviluppo e l'imporsi, a livello di massa, di una forte presenza laica di ascendenza liberale. In Italia la corrente laica e liberale è sempre stata minoritaria e questo ebbe conseguenze decisive sul ruolo e la funzione storica della Dc nel dopoguerra. Diviso il mondo in sfere di influenza, e diventata l'Italia una marca di frontiera, il partito di De Gasperi prima e di Fanfani poi divenne il perno, a livello di massa, della contrapposizione al comunismo, cioè al Pci. Di questo c'è la verifica storica: la Dc finì dopo l'89, quando venne meno la divisione del mondo in blocchi contrapposti. Ora, se si guarda alla situazione attuale dell'Italia non esiste più una forte cultura politica di matrice cattolica; né esiste una classe dirigente cattolica paragonabile a quella che si impose nel dopoguerra (e di questo il primo ad essere consapevole è il cardinale Bagnasco). Infine è venuto meno il ruolo svolto dalla Dc come perno, sia sul piano politico che su quello strettamente ideologico, della contrapposizione al comunismo: rispetto al '45 la situazione dell'Italia è totalmente cambiata e la sua funzione sul piano internazionale è stata drasticamente ridimensionata. Ma per capire la crisi della cultura politica cattolica e l'esaurirsi dei cattolici come classe dirigente nazionale occorre tenere presenti anche altri fenomeni. Ne elenco solo alcuni: la diffusione dei paradigmi culturali e antropologici della «secolarizzazione»; l'affermarsi, per un ventennio, del berlusconismo, con cui la Chiesa, ai livelli più alti, ha intrattenuto rapporti ambigui e spesso subalterni; la crisi generale della rappresentanza democratica e delle forme della politica di massa che ha coinvolto profondamente anche il cattolicesimo politico. Ne sono derivati sul piano individuale: la contrazione del valore della religione come fondamentale esperienza personale, interiore; sul piano generale, una netta riduzione dell'autonomia culturale e della funzione politica dei cattolici italiani. In questa situazione, il ruolo dei cattolici è radicalmente cambiato. Né potrebbe apparire oggi credibile un progetto che mirasse a ricostruire l'«unità» dei cattolici e un nuovo partito cattolico di massa, capace di svolgere una funzione paragonabile a quella della Dc. Ne mancherebbero le condizioni sia sul piano interno che su quello internazionale, e anche su quello culturale. In Italia negli ultimi decenni è venuta meno proprio la funzione svolta per alcuni secoli dal cattolicesimo come perno della formazione della coscienza e della «struttura» della personalità degli italiani. Come sapeva il cardinale Martini, i cattolici (in senso militante, non quelli di complemento) oggi stanno diventando una minoranza, insidiata anche dal crescere impetuoso di altre religioni. Ma queste trasformazioni non comportano in alcun modo un ridimensionamento del ruolo che i cattolici possono svolgere oggi nella crisi della società italiana, tanto meno implicano che essi non siano in grado di arricchire e potenziare l'agire politico. Quella che si è esaurita in modo definitivo è una forma storica del cattolicesimo politico; non la «fonte» originaria di una presenza anche di una testimonianza - che supera e oltrepassa tutte le forme in cui si è incarnata. Significa solo che oggi è necessario assai più che nel passato distinguere con precisione i due campi. Anzi, è precisamente per questa distinzione che i cattolici, proprio in quanto credenti, possono entrare oggi con piena coerenza nella sfera politica senza «corrompere» la religione distinguendo, anche meglio di altri, ciò che è di Dio e ciò che è di Cesare. Infatti, quanto più è profondo il «sentimento religioso» tanto più diventa forte e meditata la consapevolezza della funzione (e anche dei limiti ) dello Stato e della politica. Allo stesso modo, quanto più l'esperienza religiosa è vissuta autenticamente, tanto più è sbagliato contrapporre Stato e Chiesa, fede e laicità. Sono entrambe antitesi ideologiche senza alcun fondamento. Come il chicco di grano della parabola, i cattolici italiani (quelli militanti, non di complemento) oggi possono dare un forte contributo al progresso della nostra società e al superamento della crisi. Ma possono, e debbono, farlo in forme nuove rispetto al tradizionale e ormai esaurito cattolicesimo politico; uscendo dai vecchi confini e prendendo atto di ciò che è finito e di quello che oggi avviene in Italia e nel mondo dischiudendo, agli occhi di tutti, nuovi e più complessi orizzonti. Del resto, hanno già cominciato a farlo. Sconquasso in Regione dopo le accuse di Fiorito Polverini chiede una svolta radicale L'inchiesta potrebbe allargarsi . . . Non ci sono le condizioni culturali per ripetere l'esperienza della Democrazia cristiana Accuse e fango, Fiorito terremota il Pdl Lazio Renata Polverini ha chiesto una convocazione straordinaria del Consiglio «per comunicazioni urgenti» FOTO DI GUIDO MONTANI/ANSA JOLANDABUFALINI ROMA . . . L'ex capogruppo punta il dito contro l'ex ministro Meloni e l'assunzione della sorella Arianna Ora per i trapiantati delle cosiddette «valvole killer» c'è il rischio concreto della beffa. Il danno c'era già stato, e per uno di loro, il padovano Antonio Benvegnù, aveva significato la morte, nel 2002. La interminabile vicenda delle valvole cardiache difettose impiantate all'ospedale di Padova, ma anche alle Molinette di Torino, vede aggiungersi un nuovo paradossale capitolo, con la richiesta dell'azienda ospedaliera patavina di riavere indietro tutti i soldi pagati in via provvisionale ai pazienti danneggiati dalle protesi che si rompevano: un totale di 1,6 milioni di euro. Questo perché dopo la prima sentenza di condanna per il cardiochirurgo Dino Casarotto, l'importatore delle valvole brasiliane della «Tri technologies», Vittorio Sartori, e lo stesso Ospedale di Padova, la Corte d'Appello e in via definitiva la Cassazione avevano ribaltato tutto, con sentenze di assoluzione per questi tre soggetti, e addebito di responsabilità per i soli produttori brasiliani delle valvole e per i progettisti. Era caduta in prescrizione, invece, anche l'accusa di corruzione che i pm avevano mosso inizialmente all'importatore. Le cose sotto il profilo erariale sono così cambiate radicalmente per l'azienda ospedaliera, che già nel gennaio scorso aveva chiesto ai pazienti ed ai loro parenti la restituzione degli anticipi di risarcimento, assegnati in via provvisionale successivamente alla sentenza di primo grado. Ora, dopo alcuni mesi di atteso, dall'ospedale di Padova hanno deciso di passare ai fatti. Il direttore generale Adriano Cestrone ha incaricato l'ufficio legale di procedere per via giudiziale al recupero del denaro corrisposto nel 2009 a chi aveva ricevuto le cosiddette «valvole killer». Si tratta di 29 persone. Si va dai 6.000 ai 790.000 euro, per un totale appunto di 1,6 milioni. Valvole killer L'ospedale chiede i risarcimenti PINOSTOPPON PADOVA Il ruolo dei cattolici non è ricostruire l'unità politica domenica 16 settembre 2012 11
Li sfogli tutti ma il risultato non cam-bia. L'Italia è sempre un puntino ros-so nella parte "cattiva" del grafico,quella dove stanno i Paesi dove il tas-so di corruzione è più alto e, di conse-guenza, il reddito diminuisce. Semplificando, più mazzette producono meno ricchezza e frenano lo sviluppo. Per dirne una: se fossimo un Paese meno corrotto e più virtuoso, ognuno di noi potrebbe, nel lungo periodo, avere un reddito pro capite quattro volte superiore Non sono supposizioni e neppure analisi di tendenze. Si tratta di numeri e modelli matematici della Banca Mondiale che elabora dal 1996 il WGI (World Governance Indicator, indicatore di governance mondiale) che a sua volta contiene una serie numerosa di sotto-indicatori. Tra cui quello sulla corruzione misura la capacità di controllo che ogni Paese ha relativamente al fenomeno e lo mette in relazione con il reddito dello stesso. Bisogna partire da questi dati per capire di cosa si parla quando si dice che la corruzione blocca lo sviluppo del sistema Paese. Che ne mangia le risorse buone. Che erode uno dei principi cardine dell'economia di mercato: la corretta concorrenza. Il disegno di legge contro la corruzione che il governo Monti mette ai primi punti dell'agenda del Paese non è "solo" una questione di giustizia concetto che dopo tanti anni di leggi ad personam rischia di diventare un po' stucchevole - ma l'ingrediente principale della ripresa. Così come l'efficienza del sistema giustizia equivale a una materia prima preziosa. Non a caso il ministro della Giustizia Paola Severino ha scelto la platea selezionata del workshop Ambrosetti per illustrare il piano giustizia, equiparabile per tutto a un piano industriale. «Nei momenti di crisi occorre attivare tutte le leve utili a stimolare il rafforzamento della competitività, la ripresa della domanda, il dinamismo imprenditoriale», ha detto. In questa prospettiva la giustizia costituisce una «infrastruttura indispensabile». Le analisi prodotte dagli uffici di via Arenula vanno ben oltre la stima prodotta in questo ultimo anno dagli indicatori nazionali che stimano in 60 miliardi il costo della corruzione. Si basano sui modelli della Banca Mondiale che dimostrano come a maggior corruzione corrisponde minore crescita. Daniel Kaufmann, direttore del dipartimento sulla Governance globale dell'Istituto della Banca Mondiale ha spiegato, presentando i dati annuali sulla corruzione nel mondo, come «il fenomeno sia studiato da poco tempo» e fino «a qualche anno fa fosse impossibile misurarlo». Uno dei criteri, empirico e in ogni caso riduttivo, somma l'entità delle tangenti che le aziende hanno dovuto pagare. Si tratta della stima del fatturato del reato, intorno ai 1000 miliardi di dollari che salgono a 1500 quando viene compreso anche il fatturato, diciamo così, di reati come malversazione e turbativa d'asta (solo questo è pari a 200 miliardi di dollari) e degli altri contro la pubblica amministrazione. Il materiale presentato a Cernobbio dal ministro Severino è stato accompagnato da grafici e tabelle, di cui tre più esemplificativi. Il primo mostra la capacità di controllo della corruzione in ogni singolo Paese sulla base, soprattutto, di leggi di prevenzione e contrasto. Dei 22 Paesi più industrializzati, dagli Stati Uniti all'Australia passando per Giappone e Singapore (lo stato più virtuoso), l'Italia è penultima, prima solo della Grecia. La Banca Mondiale ha preso questo indice e lo ha confrontato con quello del prodotto interno lordo pro capite, combinando i due dati in un semplice sistema di assi cartesiane dove vengono rappresentati sull'asse verticale il pil e su quello orizzontale la capacità di controllo della corruzione (in una scala da -2 a 3). Più un Paese si trova in alto a destra rispetto, più è virtuoso, nel senso che ha pil e capacità di controllo più alto. Più è a sinistra, meno è il controllo della corruzione. E, in genere, a questa posizione corrisponde un pil più basso. L'Italia sta nel mezzo, primo Paese - diciamo cosí - della massa di quelli che hanno un controllo della corruzione dallo zero in giù. Unica eccezione il Kuwait, che ha un pil pro capite molto alto e un giro di mazzette pari al nostro. Per la Banca Mondiale i paesi più virtuosi, sui circa 180 monitorati, sono Danimarca, Nuova Zelanda, Svezia, Finlandia e Lussemburgo. Per Transparency Internarional, che misura sulla base della percezione di investitori e aziende, Nuova Zelanda, Danimarca, Finlandia, Svezia e Singapore. Le due misurazioni coincidono. E questo dimostra la loro fondatezza scientifica. La Banca Mondiale mette in fila l'andamento dell'indicatore della corruzione in Italia dal 1996 a oggi. Se fino al 2000 il controllo sul fenomeno è migliorato, dal 2000 al 2010 è drammaticamente crollato. E se fino al 2008 è rimasto intorno allo 0,2 per cento, nel biennio 2009-2010 è sceso sotto lo zero (0,1). La crescita del reddito potrebbe dunque essere superiore del 2-4 per cento con una efficace lotta alla corruzione. Non solo: dove la corruzione è più bassa, il settore delle imprese cresce fino al 3 per cento annuo. E ancora: la corruzione rappresenta una tassa del 20 per cento sugli investimenti esteri (fonte Foreign Direct Investment). Significa che ogni imprenditore che vuole venire in Italia per investire 100 deve mettere in conto 120. Corruzione vuole dire anche soldi per pagare mazzette e tangenti e altre utilità. Le cronache degli ultimi anni hanno raccontato come case, affitti, donne, vacanze siano diventate moneta corrente per conquistare il favore di un dirigente pubblico. Purché sia. Ecco perché, ha spiegato il ministro, «la corruzione oltre che i mercati altera anche il flusso di denaro, in entrata (reato presupposto per creare i fondi) ed in uscita (il nero porta a spesa illecita) generando una sorta di effetto domino». La ripresa economica sul fronte giustizia ha due pilastri: la lotta alla corruzione e un sistema affidabile che assicuri certezza al rendimento degli investimenti, generi fiducia, promuova la concorrenza. «In assenza di meccanismi formali che garantiscono il rispetto dei contratti - ha spiegato il ministro - gli agenti economici tendono a ricorrere a meccanismi informali», cioè le conoscenze e la reputazione. Finisce con il prevalere "l'usato sicuro", la ditta conosciuta da tempo, quella dell' amico dell'amico. Tutto ciò è contrario alla libera concorrenza e alla fisiologica crescita del mercato, oltre che la negazione del merito e delle competenze. Non siamo un Paese per start up, le aziende nuove su cui invece i sistemi sani amano di più investire. Cattiva giustizia significa anche minore natalità e dimensione delle imprese. Il dimezzamento delle procedure civili potrebbe accrescere del 20 per cento la dimensione delle imprese. Impariamo a memoria questi numeri. Ripetiamoli ogni giorno come un rosario. E la lotta alla corruzione diventerà centrale nel quotidiano delle nostre azioni. Così la corruzione frena lo sviluppo ITALIA . . . I dati della Banca mondiale e del ministero della Giustizia danno l'Italia in fondo alla classifica MAGLIANERA CLAUDIAFUSANI ROMA 10 domenica 16 settembre 2012
C'ÈTANTADIFFERENZATRAIPLAYMOBILEIPERSONAGGIROBOTICIDIUNFÉRNANDLÉGER,LECOSTRUZIONI LEGO E L'UNIVERSO GEOMETRICO DI PICASSO EDEICUBISTI?Forse non molta, visto che alle analogie tra modernismo e giocattoli nella cultura del Novecento il MoMA ha dedicato una grande mostra. The century of the child, stesso titolo del celebre libretto visionario della scrittrice femminista Ellen Key che nel 1905 invitava a un radicale rinnovamento generazionale (fino al 5 novembre). «La gioventù salverà tutto, libererà tutto», aveva gridato Richard Wagner a un compagno di battaglia in mezzo alla più rovinosa delle rivolte del 1848, quella di Dresda. I giovani erano diventati la leva da forgiare per costruire l'egemonia, per conquistare il mondo e il mito dell'infanzia, invenzione del secolo scorso, diventava «simbolo vivente dei mutamenti epocali all'origine del moderno», suscitando la riflessione di centinaia di designer e di artisti (lo scrive la curatrice Juliet Kinchin a p. 29 del catalogo). La promessa era che la scienza ci avrebbe reso tutti eternamente giovani e creativi. Che la verità si sarebbe rivelata in forma così essenziale da essere vicina alle nozioni elementari adoperate dai bambini. Nasce da qui la sovrapposizione del lavoro di artisti e pedagogisti, l'incrocio delle categorie di estetica, linguaggio e gioco che da Wittgenstein in poi avrebbe conquistato il contemporaneo e caratterizzato il dibattito artistico e filosofico del Novecento. I «balli plastici», il teatro senza attori e con personaggi meccanici tipo bambolotti di Depero, infatti, le composizioni un po' macchinose, per quanto spiritualiste, di František Kupka oppure le iconografie naif di Paul Klee, non sono forse giocattoli per adulti? E le ludiche serigrafie di Andy Warhol, le grandi tele a fumetti di Roy Lichtenstein, i tanti divertissement linguistici dell'arte contemporanea? Più o meno tutti riducono la realtà a un ingranaggio o a un piccolo rebus risolvibile con poco sforzo. In Italia, sulle capacità educative e ideologiche dell'arte lavorò tra i primi il pedagogista Francesco Randone. Maria Montessori, anticipando le tendenze più avanzate, inventò un kit in legno fatto di dadi, cerchi, forme geometriche, lettere prestampate da combinare tra loro per riprodurre come in un esercizio semplice semplice l'infinita ricchezza delle cose. Era lo stesso principio con cui gli artisti si impegnavano a smontare la realtà in pochi, primari elementi. Lo aveva capito con lucidità Alfred Barr, mitico fondatore del MoMA, che negli anni Trenta aveva già cominciato una bella raccolta di opuscoli illustrati per bambini, oggi nella collezione del museo ed esposti in mostra. Oltre che antenati dei libri di scuola su cui siamo cresciuti, i bellissimi volumetti con disegni in forme geometriche pure – rettangoli, quadrati, triangoli dipinti con limpidi colori primari -, sono veri e propri manuali di formazione per cittadini-tecnici cui è affidato il futuro. Seguendo questo filo, il MoMA ha radunato pezzi dalle collezioni americane ed europee, molte le italiane, per oltre un secolo di storia. Belle sono le bambole cubiste di otto Morach e Sophie Taeuber-Arp, a metà Boccioni e a metà Picasso. O tutto il mobilio per l'infanzia esposto, che sia di Balla, Lloyd Wright, Rietveld, Gaetano Pesce o Bruno Munari. Poi, una montagna di costruzioni di legno, di vetro o di plastica, tutte d'autore, quelle luminose e trasparenti di Bruno Taut, altre elaborate da Rudolf Steiner, fino ai modellini di impianti industriali di Josef Maria Hoffmann. Tanti i libretti e le illustrazioni che negli anni Cinquanta e Sessanta si fanno minimalisti, pop o optical, proprio come avviene nell'arte. E non potevano mancare i Nintendo, i Tamagotchi o gli Happy Meal transformers di Mc Dondald's. Infine, la svolta postmoderna: «In futuro non si parlerà più di grandi e di piccoli – scandiva in telecamera un ragazzino inglese nel 1955 – perché saremo tutti bambini». Faceva parte del Children's Video Project, collettivo di preadolescenti in rivolta autogestita che anticipava la rivoluzione che stava nascendo. E cioè: se i ragazzini sono il prototipo della duttilità dell'uomo moderno, ne segue un'infantilizzazione degli adulti che è l'anticamera della società dei consumi. È forse la parte più interessante e riuscita, dove si racconta come il mito delle infinite capacità individuali sia diventato il presupposto della sbornia consumistica. Dalla pedagogia come esercizio preparatorio alla creazione industriale, si sarebbe passati all'esito più estremo in cui tutto diventa un grande playground e i rapporti di società un gioco di ruoli dove con pochi mezzi si può cambiare maschera a piacimento. Il capitolo virtuale e i suoi infiniti avatar viene approfondito da una seconda mostra che farà il tour dei musei americani e che fino al 30 settembre è allo Smithsonian American Art Museum di Washington. A cura di Chris Melissinos, ripercorre la storia dei videogiochi fino alla nascita della realtà virtuale: The art of the videogames, dai pacman to mass effects, 240 creazioni e 40 anni di produzione osservati per la prima volta sotto la lente critica. Supermario, I Pacman, le consolle della Playstation vengono presentati come il ripiegamento informatico di quell'infinito possibile promesso dall'ideologia del moderno. Sono le radici del tempo presente, illustrato al MoMA da un'opera del fotografo tedesco Andreas Gursky dove due capannoni industriali, uno della Toyota e l'altro della marca globale di giocattoli Toys“r” us sono fianco a fianco, a indicare lo stretto rapporto tra gioco e consumismo postindustriale. Un tempo dove saltati i rapporti tradizionali tra realtà e immaginazione, antichi centri storici vengono restaurati con un occhio a Disneyland, alla saga Twilight e ai film di Herry Potter. CULTURE ANewYorkradunatipezzi dallecollezioniamericane edeuropee:bambole cubiste,mobilidiMunari, costruzionidi legno odivetrotutted'autore, NintendoeTamagotchi Alcunidegli oggetti inmostra alMoMA diNewYorknell'esposizione incorso «Thecenturyof thechild» ... Inun'altraesposizione vieneapprofondito ilcapitolovirtuale e i suoi infinitiavatar VALLED'AOSTA Ilgiocodell'arte da Klee a Playmobil Modernismoegiocattolinel ‘900 unagrandemostraalMoMA SIMONEVERDE NEWYORK DaGuttusoaPomodoro,apre ilMuseod'artecontemporanea DaMastroianni a GiòPomodoro, da Casoratia Guttuso: i tesoridi artecontemporanea della RegioneValled'Aosta dal27ottobre saranno esposti in maniera permanentenelnuovomuseo realizzatoal castello Gamba a Chatillon(Aosta). Ilmaniero dellamedia Valle, recentemente restauratodallaRegione, ospiterà unpercorso espositivo, curato daRosannaMaggio Serra, articolato in 13saledistribuite su duepiani. La selezionecomprende150opere tra dipinti, sculture, installazioni, raccolte grafichee fotografiche,che vannodalla fine dell'Ottocento adoggi. A fianco delle opere deimaestri del ‘900tra lequali sculture diMartini, Mastroianni, ArnaldoeGiò Pomodoro edipintidi Casorati,De Pisis,Carrà,Guttuso, la collezionedocumenta la produzione figurativa italianadella seconda metàdel secolosinoadesponenti della ricerca contemporaneacome Schifano,Baruchello, Rama,Mainolfi. Un'ampiascelta di pezzi testimonia inoltrecon varietà imovimenti che hannoanimato lascena artistica italiananegli ultimi25 anni: sono rappresentati, ad esempio, l'Informale, l'Astrattismo geometrico, la Transavanguardiae la Pop Art.La collezione dellaValled'Aosta,che comprende1.500 opere, èstatacostituita nell'arcodi sessantaanni attraversoacquisizioni,donazioni e lasciti, premi,edè incentrata sui filonidella rappresentazionedel paesaggio alpinoedella gentedellaValle e la partecipazioneallacultura artistica internazionaledel ‘900. U: domenica 16 settembre 2012 23
Come se nulla fosse, Xi Jinping riappare in pubblico, distribuendo sorrisi e strette di mano nel giardino dell'Università di Agraria, a Pechino. Per quasi due settimane milioni di cinesi si sono chiesti se il numero due della politica nazionale fosse malato, morto o caduto in disgrazia, proprio alla vigilia o quasi della prevista incoronazione a leader supremo. Ma lui, intervenendo alla «Giornata per la divulgazione scientifica» parla solo di sicurezza alimentare. O almeno, così riferiscono i media ufficiali, accompagnando i resoconti scritti con filmati televisivi e foto che ritraggono Xi in apparente buona salute,circondato da uno stuolo di funzionari governativi e alunni delle elementari in divisa scolastica bianca rossa e blu. Non una parola sulle ragioni per cui a partire dal primo settembre Xi, senza fornire giustificazione alcuna, abbia disdetto una sfilza di appuntamenti internazionali ad alto livello, schivando in rapido slalom diplomatico i previsti incontri con la segretaria di Stato americana Hillary Clinton e i primi ministri di Singapore e Danimarca. Sotto voce qualche gola profonda di regime nei giorni scorsi aveva suggerito l'ipotesi di un fastidioso mal di schiena contratto in piscina. Ma il silenzio ufficiale alimentava i sospetti più inquietanti. Gli analisti disegnavano scenari di drammatici sconvolgimenti politici nell' imminenza del congresso comunista di ottobre, dal quale, sino a pochi giorni prima, un solo esito era dato per scontato: l'uscita di scena di Hu Jintao e l'ascesa di Xi JInping a ricoprire i ruoli di segretario del partito, capo di Stato e presidente della Commissione militare centrale. Cosa sia accaduto nelle ultime due settimane, lo scopriranno forse gli storici. Se Xi davvero ha avuto piccoli problemi di salute, è inspiegabile la reticenza delle autorità a darne conto. Se invece dietro le quinte si è svolto uno scontro tra fazioni dal quale alla fine Xi è uscito vincitore, i governi stranieri hanno buone ragioni di interrogarsi preoccupati sul grado di instabilità politica ai vertici della seconda potenza mondiale. Anche perché l'assenza di una mano ferma al timone della corazzata cinese non garantisce una gestione saggia della crisi che sta esplodendo intorno alle isole contese fra Cina e Giappone: Diaoyu in mandarino, Senkaku nella lingua dei samurai. Il piccolo e disabitato arcipelago è amministrato da Tokyo, ma sia Pechino che Taipei ne rivendicano la sovranità. La disputa si è riaccesa quando il governo giapponese ha annunciato l'intenzione di acquistare tre delle isole attualmente appartenenti a privati cittadini. Un gesto di sapore nazionalista, volto a recuperare consensi in vista delle prossime elezioni, ma anche diretto a sventare progetti ancora più sciovinisti covati dal governatore dell'area metropolitana di Tokyo. Quest'ultimo voleva comprare una di quelle isole e costruirci sopra case e alberghi. Alla faccia di tutti i cinesi, sia quelli della mega-Repubblica comunista sia quelli della ridotta capitalista taiwanese, che reclamano le Diaoyu come parte del proprio territorio. PREOCCUPAZIONENEGLI USA Venerdì sei navi da ricognizione cinesi si sono avvicinate alle isole entrando nelle acque che Tokyo considera proprie. Non sono unità della marina militare né della guardia costiera. Appartengono a un'organizzazione civile per la protezione ambientale e la ricerca scientifica, pur essendo dotate di armi leggere. Non saranno certo questi battelli a tentare lo sbarco o ad attaccare i vascelli giapponesi. Ma il loro invio è un messaggio lanciato ai rivali: badate, non siamo disposti a subire dei fatti compiuti. Alessio Patalano, docente del King's College a Londra ed esperto di strategie belliche, non esclude che Pechino possa tentare di impadronirsi delle isole con un colpo di mano. In questo caso, non agirebbero via mare, dove incontrerebbero comunque una forte resistenza giapponese, ma dal cielo. «Avverrebbe di notte, con l'invio di reparti speciali, forse paracadutati. Quando i giapponesi si risvegliano al mattino, si ritrovano i soldati cinesi sul posto. E potranno fare ben poco». Anche perché l'esercito del Sol Levante non dispone di truppe da sbarco. A quel punto, e qui la crisi si complicherebbe ulteriormente, toccherebbe agli americani decidere cosa fare, visto che un trattato di sicurezza bilaterale li obbliga a rispondere a qualunque attacco portato all'alleato giapponese. Proteste anti-nipponiche si sono svolte ieri in 24 città della Repubblica popolare, coinvolgendo 60mila persone. Apparentemente spontanee, di fatto incoraggiate dal governo, come notava con ironico cinismo un partecipante, tal Chen Uda: «Qui a Pechino, se la polizia voleva impedirci di manifestare, avrebbe agevolmente potuto bloccarci all'uscita dal metrò. Invece ci hanno lasciato tranquillamente passare. D'altra parte ci insegnano a essere anti-giapponesi già sui banchi di scuola». Una candidatura italiana per la Nato. Franco Frattini potrebbe succedere a Anders Fogh Rasmussen sulla poltrona di segretario generale. Il nome ell'ex ministro degli Esteri è stato proposto mercoledì scorso ai partner dell'Alleanza atlantica dall'ambasciatore Riccardo Sessa, rappresentante permanente italiano alla Nato su mandato di Mario Monti. A palazzo Chigi ritengono che Frattini sia «un candidato forte» con «molte probabilità di ottenere l'incarico». La scelta di Monti è stata preceduta da consultazioni con Napolitano e i leader della maggioranza. È dal 1971 che l'Italia non ricopre l'incarico e non dovrebbe trovare ostacoli. I tempi però non saranno brevi. Il mandato di Rasmussen, entrato in carica nel 2009, scadrà il prossimo 31 luglio, ma l'attuale segretario generale della Nato ha chiesto una proroga che, se accordata come probabile - lo stesso Sessa ha dato l'assenso al prolungamento del mandato - dovrebbe avere una durata di 12 mesi. Un tempo sufficiente all'ex premier danese per chiudere il capitolo Afghanistan, dove la Nato è impegnata nella missione Isaf: la transizione deve completarsi appunto entro il 2014, con il passaggio del controllo del territorio a Kabul (dopo di che è prevista solo la presenza di istruttori ma non di forze militari alleate - il calendario per altro potrebbe subire qualche accelerazione). L'INVESTITURA Ex ministro degli esteri del governo Berlusconi fino al novembre dello scorso anno, deputato Pdl, Franco Frattini è attualmente candidato unico e in caso di successo potrebbe entrare in carica dal 1° agosto del 2014. L'Italia potrebbe però ottenere già dalla prossima riunione Nato che dovrà accordare formalmente la proroga a Rasmussen, una sorta di investitura anticipata, incassando un accordo politico che faccia di Frattini il «successore certo». Le reazioni degli ambasciatori degli altri Paese alla candidatura dell'ex ministro degli esteri italiano sarebbero state favorevoli. Monti aveva provveduto a sondare preventivamente le cancellerie europee, a cominciare da Angela Merkel e Hollande. E già nel maggio scorso il presidente del consiglio aveva sollevato la questione con il presidente Obama, sia pure in via informale durante il vertice dell'Alleanza Atlantica a Chicago. Roma è piuttosto ottimista. La sua candidatura è «fortissima», ha detto ieri il titolare della Farnesina, Giulio Terzi, a margine di un convegno a Montecitorio. Frattini è una «figura riconosciuta e molto apprezzata a livello internazionale, con tutte le caratteristiche necessarie per essere il miglior segretario generale possibile dell'Alleanza, in anni che si preannunciano difficili e pieni di sfide», ha detto Terzi. FASEINIZIALE La strada da percorrere è ancora lunga. Il negoziato è alla fase iniziale ed è possibile qualsiasi esito. Per ora, il vantaggio italiano è soprattutto nell'aver giocato sui tempi giusti, anticipando le mosse per rafforzare la candidatura di Frattini e piazzarla in pole position. L'ultimo segretario generale della Nato di nazionalità italiana è stato l'ambasciatore Manlio Brosio, tra il ‘64 e il ‘71. Erano ancora ai tempi della guerra fredda. Nixon lo insignì della Medaglia presidenziale della libertà. MONDO . . . Il mandato di Rasmussen scade a luglio 2013 Ma è probabile la proroga di un anno Cina, riappare Xi Jinping silenzio sulla sua assenza Il vice presidente cinese Xi Jinping FOTO DI SHIZUO KAMBAYASHI/LAPRESSE Il successore designato di Hu Jintao era scomparso da due settimane In ottobre il congresso del partito GABRIELBERTINETTO gbertinetto@unita.it Migliaia di russi sono scesi in strada ieri a Mosca per la «Marcia dei milioni», la manifestazione che ha aperto la nuova stagione di proteste anti-Putin e ha testato le forze dell'opposizione a quattro mesi dal ritorno di Vladimir Vladimirovich al Cremlino. Sotto il comune slogan «Contro la repressione» e «Per elezioni anticipate», si sono riuniti per la prima volta liberali, comunisti, nazionalisti, ecologisti e una miriade di gruppi e movimenti nati negli ultimi mesi: il neonato partito del 5 dicembre; gli ex osservatori alle presidenziali di maggio; ex marinai; attivisti per i diritti degli omosessuali; insegnanti e sostenitori delle Pussy Riot, che hanno marciato con tre palloni giganti colorati con scritto «Free Pussy Riot». Per il ministero dell'Interno, i partecipanti sono stati 14.000, 100.000 per gli organizzatori. Ma dietro le quinte della manifestazione si parlava di un più realistico 60.000, numero al di sopra delle aspettative, ma inferiore ai primi grandi cortei che a dicembre avevano portato in piazza fino a 100.000 persone contro i brogli elettorali nelle parlamentari. Più dei 25.000 autorizzati dalle autorità, che però si sono guardate bene dal contestare agli organizzatori un eccesso di presenze. «Siamo tanti e diversi, come nel nostro Paese - ha commentato Evghenia Chirikova, leader ecologista e candidata sindaco a Khimki, periferia di Mosca - è la prova del risveglio della società civile e ora dobbiamo andare avanti con tutti i mezzi legali per ottenere un reale cambiamento del sistema dal basso». Tra i manifestanti pochi nastri bianchi (iniziale simbolo della protesta) e alcune caricature di Putin (ispirate al suo ormai famigerato viaggio con le gru in deltaplano, quando ha scortato in volo la migrazione degli uccelli nati in cattività. Rispetto al passato, molti più slogan che ponevano l'accento sulla giustizia sociale - come, «il potere ai milioni e non ai milionari» - che non contro il leader russo. Tra le richieste della piazza, oltre alla liberazione dei prigionieri politici e alle elezioni anticipate, anche il congelamento delle tariffe, il cui aumento è entrato in vigore il primo luglio; la tutela del sistema pensionistico e garanzie per il diritto allo sciopero. Dopo un percorso di tre chilometri, snodatosi tra piazza Pushkin e Prospettiva Sakharov e sotto il controllo di 7.000 agenti, il corteo si è radunato ad ascoltare alcuni degli esponenti del movimento intervenuti dal palco. Il più acclamato è stato l'ex deputato Gennady Gudkov, a cui la Duma venerdì scorso ha revocato il mandato, perchè accusato dalla magistratura di svolgere attività commerciali incompatibili con l'attività parlamentare. «Non c'è più una Costituzione e non c'è più un Parlamento da rispettare in Russia», ha gridato al microfono tra gli applausi. Putin continua a definire gli oppositori come una minoranza che non ha il sostegno del resto del Paese. La protesta si è svolta in numerose altre regioni, senza però raggiungere i numeri della capitale: 2.000 persone a San Pietroburgo e solo poche decine ad Arkhangelsk, Vladivostok, Barnaul, Briansk, Volgograd, Ekaterinburg, Samara, Ufa e Tomsk. Serghei Udaltsov, leader del Fronte di sinistra, ha convocato la prossima manifestazione per il 20 ottobre. «Preparatevi a scendere in piazza come se andaste a lavoro - ha esortato il famoso blogger Alexei Navalny sfidare Putin sarà un cammino lungo». Mosca torna in piazza Contro Putin e il caro-vita Frattini alla guida della Nato Ora la candidatura è ufficiale Franco Frattini FOTO DI MASSIMO PERCOSSI/ANSA VIRGINIALORI domenica 16 settembre 2012 15
Per oltre due anni, che inpolitica sono una vita, ilnome di Nichi Vendola èstato costantemente asso-ciato alla parola «prima-rie». E non solo perché, come spiegano i suoi amici, «lui è un professionista dei gazebo», avendo vinto per ben due volte di fila, 2005 e 2010, contro l'establishment del Pd in Puglia. Ma anche perché è stato lui, dopo la seconda vittoria in Puglia, a porre per primo - e a lungo in splendida solitudine - il tema delle primarie per la leadership del centrosinistra. Sfogliando le cronache dalla primavera 2010 in poi, sono decine e decine le interviste e le prese di posizione in cui il governatore ha indicato la necessità dei gazebo, la loro funzione battesimale per una vera alternativa, e più i suoi candidati a sorpresa battevano quelli del Pd alle primarie delle grandi città, da Pisapia e Zedda fino al genovese Doria, più la spinta di Nichi cresceva, ed era lui a terremotare i vertici del Pd, a far immaginare un'Opa sul partito a colpi di primarie. Insomma, era lui la novità che sfidava l'establishment. Anche se con Bersani, pur con alti e bassi, i rapporti sono sempre rimasti saldi, anche perché il segretario del Pd non ha mai messo davvero in discussione l'esigenza di un'alleanza con Sel e le primarie aperte anche a Vendola. E tuttavia, in questa fine estate, per il leader di Sel la situazione appare paradossale. Perché proprio ora che il clima delle primarie si sta surriscaldando, soprattutto per la discesa in campo di Matteo Renzi, il governatore appare sullo sfondo. Retrocesso nei sondaggi a terzo classificato, mentre solo poche settimane fa era lui a tallonare Bersani. Quasi che le tanto agognate primarie, una volta arrivate, non fossero più il suo palcoscenico, ma quello di una sfida tutta interna al Pd, tra vecchio e nuovo. Mentre lui deve contemporaneamente evitare di fare il vaso di coccio tra i due sfidanti, e parare l'assedio al suo bacino elettorale (che oscilla nei sondaggi tra il 5 e il 6%, un po' sotto l'Idv) da parte di Di Pietro, Grillo, persino dei redivivi Ferrero e Diliberto. Eppure nel quartier generale di Vendola nessuno sembra particolarmente preoccupato. «Nichi parte sfavorito dal pronostico? A me fa persino piacere, basta pensare a quello che è successo nel 2005 in Puglia, quando la sua candidatura sembrava una provocazione», sorride Nicola Fratoianni, da sette anni braccio destro di Vendola. Il silenzio di questi giorni, spiegano, è strategico, non casuale. «Nichi aspetta che la bolla mediatica di Renzi si sgonfi, per poi sparigliare», è il ragionamento. Quando? «Aspettiamo che le primarie siano convocate e che si fissino le regole», dice Gennaro Migliore, uno dei colonnelli di Sel. Che ricorda un precedente non troppo lontano: «Pochi mesi fa a Genova le primarie sembravano una sfida a due nel Pd, tra Marta Vincenzi e Roberta Pinotti. E chi ha vinto, alla fine?». Vinse Marco Doria, il candidato sostenuto da Sel. Stavolta, infatti, il governatore ha deciso di puntare molto sul suo ruolo istituzionale, sulla «capacità di governo», da vicende come quella dell'Ilva fino agli ultimi dati Istat sull'occupazione, che segnalano un +55.000 posti di lavoro in Puglia nel secondo trimestre 2012 rispetto al primo, record tra le regioni italiane. Eccolo qui, il «modello» che Vendola si giocherà in questa campagna per le primarie. Uno schema che si vuole proporre come affidabile senza rinunciare a nessuna sfumatura di rosso. Spiega Franco Giordano, da trent'anni amico e consigliere: «Ora finalmente tutti hanno capito che su Marchionne avevamo ragione noi e la Fiom, che quello non era l'innovatore». Nel mirino finisce subito Renzi. «Lui e Marchionne sono sinonimi», incalza Migliore. «Man mano che passeranno le settimane si capirà che Renzi non rappresenta nessuna novità, le sue sono vecchie idee di destra vestite di nuovo». Loro punteranno, invece, su radicalità e pragmatismo: presidieranno l'area di sinistra ma con delle incursioni riformiste. A partire dalla vittoriosa bandiera di Hollande, che Vendola spesso agita contro Bersani, ricordando al leader Pd le profonde differenze tra le politiche anti-crisi del nuovo governo francese e quelle di Monti. Di camper, treni, convention, per ora non si parla. Ma è chiaro che una delle chiavi della campagna del governatore saranno le fabbriche in crisi. È lì, tra i tanti italiani travolti dai licenziamenti e dalla disillusione, che Vendola cercherà di spendere il suo patrimonio di credibilità. Proponendo «un cambiamento che non riguarda solo la nomenklatura politica, ma la vita reale delle persone». Ritrovando tra le macerie della crisi i fili di quella «narrazione» che qualche mese fa lo aveva lanciato tra i leader più graditi. Per ora però i toni restano bassi. E la stessa vis polemica dei vendoliani verso il sindaco di Firenze conferma che un problema c'è. Spiega un deputato pugliese che conosce bene il governatore: «Fino a un anno fa Nichi la partita con Bersani poteva giocarsela davvero. Ora anche lui mi pare consapevole che il momento magico è alle spalle». Anche le «fabbriche di Nichi», che fino a qualche mese fa costituivano un simbolo dell'effervescenza giovanile intorno al governatore, ora sono finite sullo sfondo. Con parecchi giovani furiosi solo a sentir parlare di un possibile dialogo con l'Udc. Sintomo di come la responsabilità e la lealtà mostrata da Vendola al Pd di Bersani abbiano fin qui nuociuto al suo profilo ribelle. Sono spuntati persino dei rumors che parlano di un'ipotesi di ritiro dalla primarie a favore di Bersani, in caso di un testa a testa col sindaco di Firenze. «Non esiste, ci ridiamo sopra», commenta Fratoianni. «Noi queste primarie le vogliamo vincere. Come le precedenti...». Il segretario Pd Bersani e Pier Ferdinando Casini leader dell'Udc a Orvieto FOTO DI LUIGI MISTRULLI /EMBLEMA regionale Andrea Manciulli, si trasforma in una ovazione. Applausi, striscioni, bandiere. «Non c'è paragone», osserva Osvaldo Miraglia, che da bersaniano convinto il confronto lo fa con la serata del sindaco Renzi. Oltre tremila persone secondo i dati della questura. Tanta gente. Come nota lo stesso Bersani appena prende la parola. «Vedete quanti siamo, quanta tensione, quanta passione c'è - dice - è la dimostrazione che vogliamo vincere, che non abbiamo paura a prenderci l'impegno a governare questo Paese. Ma tutti assieme, non uno da solo». Del resto le stesse primarie, aperte e libere, spiegherà poi, le ha volute prima di tutto per l'Italia: «Prima l'Italia, poi il Pd, poi le ambizioni personali», è la classifica che elenca alla platea. «Non martelliamoci fra noi. L'avversario è la destra e il populismo. Non vorrei che arrivassimo a marzo con lo slogan “il Pd fa schifo”», avverte promettendo, ma anche chiedendo, un «clima libero ma amichevole» nella sfida con Renzi. «Una resa dei conti non interessa nessuno», lo aveva anticipato Mecacci, 28 anni, che sul tema del rinnovamento fa notare come siano moltissimi i dirigenti giovani nel Pd della Toscana. «11 segretari di federazione su 13 – specifica Manciulli – hanno meno di 30 anni». È quella «ruota che gira» che Bersani promette che farà girare con ancora più forza prima quando passa dallo stand dei giovani, che gli si stringono attorno. Perché si tratta, spiega, di mandare avanti «la generazione che è già mani e piedi nel Pd». Insomma, i cosiddetti «nativi». Nati sotto l'Ulivo e arrivati alla politica col Partito democratico. Nel rispetto però di chi c'era prima che, fa notare, ha fatto nascere il Pd. La Carta di intenti che Bersani propone agli alleati non basta. «Troppo generica». Ci vuole altro, per Beppe Fioroni, riunito ieri con i cattolici del Pd a Roma, in occasione del convegno Insieme cambiamo l'Italia. «Chiediamo al segretario un documento programmatico chiaro – dice tra gli applausi -, sottoscritto da tutti, su tutti gli elementi fondanti e nella competizione delle primarie si sceglierà l'integrativo o l'aggiuntivo, non il sostitutivo». Perché quello che non piace a questa platea è vedere il Pd che rischia di finire «affettato come un kebab tra Renzi e Vendola, che affrontano queste primarie nella logica dell'io e non del noi, che non danno l'idea di una squadra che vuole vincere per governare l'Italia, un continuo randellarsi tra progetti conflittuali e protagonisti che vogliono arrivare a qualunque costo anche senza vincere le elezioni». UNRISCHIO PER IDEMOCRATICI Eccolo il passaggio politicamente più significativo del discorso di Fioroni. I cattolici, questi cattolici riuniti attorno al parlamentare ex dc, si riconoscono in quel “noi” più volte sottolineato dal segretario e non il quell'”io” degli altri competitor in gara e non vogliono sentirsi schiacciati a sinistra, cioè Vendola, «da un richiamo al Pcus» e a “destra” (cioè Renzi), «da una nuova Forza Italia iperliberista». Altro rischio: alleanze variabili a seconda di chi vince le primarie. Il partito, dice Fioroni, non può oscillare tra chi l'articolo 18 lo abolirebbe e chi abrogherebbe tutta la riforma Fornero. «Non sono stato a discutere per tre anni di programma scontrandomi spesso con Bersani, per poi ritrovarmi in un partito che rischia di entrare alle primarie come Pd e uscirne come altro», sintetizza aggiungendo una postilla: «In questo caso “l'altro” saremo costretti a trovarcelo da soli» . «Deflagrante» la foto al Palazzaccio con Vendola e Di Pietro e la sinistra arcobaleno, «ci fa perdere voti». Come non attira consensi questa sfida delle primarie che ricorda due tifoserie opposte, più che una squadra, e se continua così difficile immaginare un laziale che «dopo la sconfitta nel derby diventi romanista». Vanno bene le primarie, ripete, «ma Bersani deve mettere paletti». Ne ha anche per Casini e i centristi al gran completo, tanto che chiede a Mario Monti di fare il «direttore d'orchestra che crei l'armonia», perché finora si sono visti “ottimi solisti”, ma nessuno in grado di fare sintesi mentre l'area moderata «stenta molto a intercettare punti riferimento, è in una conflittualità permanente con tante altre opzioni e possibili liste». Fare il direttore e partecipare «nelle tante forme e modi possibili e graduabili che Monti può scegliere» per quel passaggio democratico, che sono le elezioni, da cui non si può prescindere. «Dunque, questo ritengo possa essere un contributo importante per il Paese da parte di Mario Monti». Allora sì che l'alleanza, “profondamente riformista” tra progressisti e moderati sarebbe solida, «espressione di quel nucleo di elettori innovativi, riflessivi, impegnati che sono la maggioranza politica e sociale del Paese, senza creare alcun conflitto di ruoli tra le parti in campo perché decideranno gli elettori». È Andrea Olivero, presidente della Acli, che si sofferma sulla disaffezione politica che non risparmia i cattolici, ma anzi, li vede tra i meno propensi, rispetto a tutti gli altri cittadini, ad impegnarsi attivamente anche se dovesse cambiare lo scenario. C'è bisogno di una politica in grado di costruire «un nuovo modello di società», in grado di dire con chiarezza «chi ci sta più a cuore», dice indicando anche qualche segnale da dare: «Chiediamo ai partiti di diventare soggetti di diritto pubblico e questo processo di rinnovamento e trasparenza deve partire dal Parlamento ma deve essere trasferito anche nella pubblica amministrazione». «Abbiamo trascorso troppi anni in una politica o personalista o emotiva che ha portato un impoverimento della politica stessa», osserva il ministro Andrea Riccardi. Se deve dire quale è l'eredità più importante del governo Monti non ha dubbi: «Aver restituito alla cultura politica un linguaggio politico». Il leader Cisl Raffaele Bonanni lasciando il convegno assicura: «Non scenderò in politica. Resto nel sociale perché credo che un grande Paese, maturo, democratico, abbia bisogno del concorso delle istituzioni, della politica, ma anche dei corpi intermedi». Il silenzio del terzo incomodo Nichi punta all'effetto Genova Il presidente della Regione Puglia e leader di Sel, Nichi Vendola . . . «La foto del Palazzaccio è deflagrante, ricade su di noi e ci fa perdere voti e credibilità» . . . Migliore: «Ricordate come finì la sfida tra due candidati del Pd nel capoluogo ligure?» Dopodueannipassati a invocare igazebo Vendolarischiadiperdere labandieradel ricambio MaSelostentaottimismo easpetta ilviaufficiale ANDREACARUGATI ROMA Fioroni: «Le primarie non sono il nostro congresso» L'esponente del Pd chiede al segretario un documento programmatico per «non essere schiacciati tra Renzi e Vendola» Olivero: «Serve un nuovo modello di società» MARIAZEGARELLI ROMA ILRETROSCENA domenica 16 settembre 2012 5
Un litigio furibondo, urla e rumori, poi le coltellate, il sangue e un'altra tragedia che ha come prezzo la vita di una donna. Si chiamava Alessia Francesca Simonetta ed era incinta, la ragazza di 25 anni anni che l'altra sera è stata uccisa dal suo compagno marocchino nel suo appartamento in via San Dionigi 42 a Milano. Il movente dell'omicidio potrebbe essere stata la scoperta della gravidanza, testimoniata da un test con esito positivo ritrovato in casa e la decisione della ragazza di abortire. Il marocchino per ora è piantonato in ospedale, mentre il bambino di 14 mesi che ha assistito all'omicidio della mamma, è stato affidato ai parenti di lei. Il marocchino, che ha 28 anni - secondo la ricostruzione della polizia - dopo aver ucciso la compagna ha prima bevuto un acido sturalavandini e poi ha tentato il suicidio lanciandosi dal balcone. Ricoverato in codice rosso al Policlinico e in seguito trasportato al Fatebenefratelli, è ora fuori pericolo. Attorno alle 22 una donna di 80 anni ha chiamato la polizia e ha raccontato che verso le 21.50 sul suo terrazzo, al quarto piano, era caduto un uomo. Sentendo i condomini per rintracciare l'appartamento dove l'uomo abitava, gli agenti hanno scoperto che non era al sedicesimo piano ma al settimo, e che viveva con la compagna e con un figlio di 14 mesi. SANGUEE SOSPETTI Gli agenti, arrivati sul posto col 118, hanno notato che scarpe e calzini erano sporchi di sangue sebbene non avesse ferite evidenti. In tasca hanno trovato i suoi documenti e i vicini hanno spiegato che si trattava dell'inquilino del settimo piano, che viveva con la compagna e un figlio piccolo e hanno raccontato di aver sentito i due litigare. Gli agenti sono saliti al piano ma la porta era chiusa dall'interno: hanno chiesto il supporto dei vigili del fuoco. In camera da letto il ritrovamento: la ragazza era distesa per terra senza vita. Era stata colpita da dieci fendenti (6 davanti e 4 alle spalle) con un coltello da cucina di 12 centimetri. Nascosto dietro il divano hanno trovato il bambino della coppia, di soli 14 mesi, spaventato ma illeso. L'ipotesi che a scatenare la furia del marocchino che ieri ha ucciso la sua compagna a coltellate sia stata la decisione di quest'ultima di abortire è solo una delle supposizioni al vaglio degli investigatori. Al momento, tuttavia, non ci sono ancora elementi concreti in grado di suffragarla. Si cerca di ricostruire gli ultimi momenti di vita della donna e di capire attraverso il racconto di amici e parenti quali potrebbero essere i motivi che hanno spinto il 28enne, con regolare permesso di soggiorno, ad uccidere la convivente e madre di un bimbo di 14 mesi con 10 coltellate. I vicini raccontano che l'uomo era spesso alterato da droga e alcol, e confermano di aver sentito la coppia litigare prima dell'omicidio. STRAGEINCASA Nel 2011 infatti sono state 97 le donne uccise in Italia ed è ipotizzabile che questa triste statistica sarà superata nel corso dell'anno, visto che ad aprile erano le vittime erano 46. Le vittime di omicidio da parte di un partner o ex partner sono passate da 101 nel 2006 a 127 nel 2010. Non a caso le Nazioni Unite usano l'espressione «femminicidio» per l'Italia. Si è espressa così all'inizio dell'anno la relatrice Rashida Manjoo, spiegando che come indicano le statistiche che vanno dal 70% all'87%, «la violenza domestica risulta essere la forma di violenza più pervasiva che continua a colpire le donne in tutto il Paese». Secondo l'Istat una donna su tre, tra i 16 e i 70 anni è stata colpita, nell'arco della propria vita, dall'aggressività di un uomo, e nel 63% dei casi alla violenza hanno assistito i figli. Le donne più colpite sono quelle comprese nella fascia 16-24 anni. Nelle scuole dell'area devastata dal sisma in Emilia arriveranno «fino ad un massimo di 500-600 posti aggiuntivi di docenti in via eccezionale e straordinaria per l'anno scolastico in corso». Lo annuncia come una tantum il ministro dell'Istruzione, Francesco Profumo. Per la Regione Emilia-Romagna è l'assessore alla scuola, Patrizio Bianchi, ad apprezzare l'annuncio. «Il ministro - commenta - ha ritenuto opportunamente di dare una dimensione all'impegno preso, con la lettera inviata ai dirigenti scolastici, a coprire in modo flessibile tutti i fabbisogni scolastici dei luoghi colpiti dal sisma. Il ministro ci aveva detto che avrebbe fatto un provvedimento e lo ha fatto». Non è ancora del tutto convinta la Flc-Cgil, che conferma la protesta di lunedì a Roma: s'incateneranno davanti al ministero sindaci e dirigenti sindacali delle zone colpite dal sisma, ma senza la chiamata a raccolta dei lavoratori. «Resta, ed è un fatto - spiega la segretaria regionale Raffaella Morsia - che finora non è stato autorizzato neanche un docente in più per il terremoto in Emilia e non è mai successo per nessun sisma. L'annuncio del ministro è un primo passo ha detto - ma vorremmo sentircelo dire noi». ITALIA Dramma a Milano Uccide la compagna perché è incinta L'ingresso del palazzo dove viveva Alessia Francesca Simonetta FOTO DI STEFANO PORTA/ANSA Un marocchino di 28 anni accoltella la ragazza davanti al figlioletto Poi si butta dal balcone VINCENZORICCIARELLI MILANO È durato oltre cinque ore l'intervento chirurgico sulla piccola Mara, la bimba di 2 mesi azzannata ieri alla testa da un cane Husky. La piccola è in prognosi riservata e, secondo quanto si apprende da fonti sanitarie, le sue condizioni vengono definite «critiche». I medici dell'ospedale Meyer di Firenze hanno cercato di stabilizzarla: quando è arrivata, poco dopo le 12 dall'ospedale di Pistoia, le sue condizioni erano molto gravi. La bimba è stata azzannata da uno dei due cani di casa, entrambi di razza Husky, mentre era sul letto dei genitori: sembra che la mamma l'avesse lasciata un attimo da sola per chiudere la finestra della stanza. L'allarme al 118, intorno alle 10, lo ha dato il padre, che era andato a fare la spesa, avvertito dalla moglie di quanto era successo. L'uomo è subito corso verso casa, una colonica in mezzo a una tenuta agricola difficile da raggiungere e dopo aver fatto salire a bordo dell'auto la figlia e la moglie si è diretto verso l'ospedale di Pistoia. Il 118, intanto, aveva inviato sul posto un'ambulanza: quando ha incrociato l'auto ha preso a bordo la bimba e la madre correndo verso l'ospedale. Intanto è morta ieri a Roma Elena Farese di 74 anni aggredita lo scorso 13 luglio scorso da due rottweiler nel giardino di una villetta dove lavorava come collaboratrice domestica. L'episodio era avvenuto all'interno di una villa della Giustiniana. I carabinieri, chiamati dai vicini di casa, per salvare la donna e hanno dovuto abbattere uno dei due cani. Azzannata alla testa Grave bimba di due anni Profumo: «Più professori nell'Emilia del terremoto» VENERDI21 SETTEMBRE Ore 16.00 Laboratorio turismo Seminario di formazione con Massimo Feruzzi Roberta Milano Ore 18.00 Sistema dei trasporti e sviluppo sostenibile Stefano Fassina Segreteria nazionale PD Mauro Moretti Amministratore Delegato Ferrovie dello Stato Domenico Arcuri Amministratore Delegato Invitalia Maurizio Melucci Ass. al turismo Regione Emilia Romagna; CDA Enit Agenzia nazionale del turismo Modera Stefano Lepri La Stampa Ore 21.00 SPAZIO GIOVANI serata organizzata dai Giovani Democratici Il futuro ci appartiene: i 10 punti della Carta d'Intenti del PD I Giovani intervistano Stefano Fassina Segreteria nazionale PD Fausto Raciti Segretario nazionale Giovani Democratici SABATO 22 SETTEMBRE Ore 11.00 Riunione dei Responsabili regionali e provinciali turismo PD e degli Assessori con delega al turismo Ore 18.00 WORKSHOP Turismo culturale e città di mare Roberto Zoffoli Sindaco di Cervia Maria Chiara Ronchi Direttrice Borsa turismo Cento Città d'arte d'Italia Maurizio Roi Presidente associazione teatrale Emilia Romagna Andrea Corsini Assessore al turismo Comune di Ravenna Benito Perli Presidente Fitus Modera Lorenzo Tazzari Il Resto del Carlino Ore 20.30 Valorizzazione del lavoro, diritti, formazione professionale Cesare Damiano Capogruppo PD Commissione Lavoro Camera dei Deputati Franco Martini Segretario generale Filcams – Cgil Giovanni Pirulli Segretario nazionale Fisascat – Cisl Brunetto Boco Segretario generale UILTuCS Costanzo Jannotti Pecci Presidente naz. Federterme DOMENICA 23 SETTEMBRE Ore 18.00 WORKSHOP Ristorazione: ingrediente primario dell'offerta turistica nazionale Antonio Lirosi Responsabile Commercio e Consumatori PD Alfredo Zini Pres. Ente bilaterale naz. del turismo Esmeralda Giampaoli Pres. nazionale Fiepet Confesercenti Giuseppe Cerroni Direttore generale Comunicazione e Affari istituzionali Autogrill Lorenzo Miozzi Presidente nazionale Movimento dei Consumatori Mauro Zanini Resp. nazionale turismo Federconsumatori Pier Giorgio Oliveti Direttore Cittaslow Ore 20.30 Manifestazione di chiusura della Festa Turismo: interpretare i cambiamenti ed operare per la crescita Vasco Errani Presidente della Conferenza delle Regioni Piero Gnudi Ministro del Turismo Modera Beppe Boni Vice Direttore Il Resto del Carlino Dipartimento Nazionale Economia e Lavoro Unione Regionale Emilia - Romagna Federazione Provinciale di Ravenna Unione comunale di Cervia 14 domenica 16 settembre 2012
TV FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO 06.30 UnoMattina in famiglia. Rubrica 08.55 Santa Messa presieduta da Sua Santità Benedetto XVI in occasione del viaggio in Libano. Religione 11.15 A Sua immagine. Religione 12.20 Linea Verde Estate. Rubrica 13.30 TG 1. Informazione 14.00 Wind Music Awards 2012. Evento 16.30 TG 1. Informazione 16.35 Una voce per Padre Pio nel mondo. Evento 18.00 Il Commissario Rex. Serie TV 18.50 L'Eredità. Gioco a quiz 20.00 TG 1. Informazione 20.35 Rai Tg Sport. Informazione 20.40 Aari Tuoi. Show. Conduce Max Giusti. 21.30 Cesare Mori: il Prefetto di ferro. Serie TV Con Vincent Perez, Anna Foglietta, Adolfo Margiotta. 23.20 Speciale Tg1. Informazione 00.25 TG 1 - NOTTE. Informazione 00.30 Che tempo fa. Informazione 00.50 Testimoni e Protagonisti Ventunesimosecolo. Rubrica 02.05 Sette note. Rubrica 07.00 Cartoon Flakes Week End. Cartoni Animati 10.20 Winnie the Pooh e gli Efelanti. Film Animazione. (2005) Regia di Frank Nissen. 11.20 La Nave dei Sogni. Film. (2010) Regia di Stefan Bartmann. Con Siegfried Rauch. 13.00 Tg2 giorno. Informazione 13.30 Tg2 Motori. Informazione 13.45 Quelli che aspettano... Rubrica 15.40 Quelli che. Show. Conduce Victoria Cabello. 17.05 Tg2 - L.I.S. Informazione 17.06 Meteo 2. Informazione 17.10 Rai Sport Stadio Sprint. Informazione 18.10 Rai Sport 90° Minuto. Informazione 19.30 Il Clown. Serie TV 20.30 TG 2. Informazione 21.00 N.C.I.S. Serie TV Con Mark Harmon, Micheal Weatherly, Cote de Pablo. 21.45 Hawaii Five-0. Serie TV 22.35 La Domenica Sportiva. Informazione 01.00 TG 2. Informazione 01.20 Protestantesimo. Rubrica 01.50 Meteo 2. Informazione 01.55 Appuntamento al cinema. Rubrica 07.50 Perdutamente tua. Film Drammatico. (1942) Regia di Irving Rapper. 09.45 Avanti c'è posto! Film Commedia. (1942) Regia di Mario Bonnard. 11.10 Agente Pepper. Serie TV 12.00 TG3. Informazione 12.05 Speciale TG3 “Festival del Cinema” a Venezia. Rubrica 12.25 TeleCamere - Salute. Informazione 12.55 Prima della Prima. Evento 13.25 Passepartout. Reportage 14.00 Tg Regione. / TG3. Informazione 14.30 Cafè Express. Film Commedia. (1980) Regia di Nanni Loy. 15.00 TG 3 L.I.S. Informazione 16.25 La seconda volta non si scorda mai. Film Commedia. (2008) Regia di Francesco 17.40 TgR. Informazione 17.55 TgR Prix Italia. Informazione 19.00 TG3. / TG3 Regione. 20.00 Blob. Rubrica 20.20 Pronto Elisir. Rubrica 21.05 Lucarelliracconta. Informazione 22.50 Tg3. / Tg Regione. Informazione 23.10 Gomorra. Film Drammatico. (2008) Regia di Matteo Garrone. Con Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale. 00.35 Tg3. Informazione 01.25 TeleCamere - Salute. Informazione 01.30 Fuori Orario. Cose (mai) viste. Rubrica 06.40 Tg4 - Night news. Informazione 07.00 Media shopping. Shopping Tv 07.30 Vita da strega. Serie TV 08.30 La vita dei mammiferi. Documentario 09.30 Il cammino di Padre Pio. Religione 10.00 S. Messa. Religione 11.00 Il cammino di Padre Pio. Religione 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Pianeta mare. Reportage 13.12 Donnavventura. Rubrica 14.00 Tg4 - Telegiornale. Informazione 14.42 Marcellino pane e vino. Film Commedia. (1955) Regia di Ladislao Vajda. 16.22 La tigre è ancora viva: Sandokan alla riscossa! Film Avventura. (1977) Regia di Sergio Sollima. Con Kabir Bedi. 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 21.15 Tierra de Lobos. Serie TV Con Álex García, Junio Valverde, Dafne Fermandez. 23.20 Cinema festival. Show. 23.25 Elizabeth. Film Biografia. (1998) Regia di Shekhar Kapur. Con Cate Blanchett. 01.50 Tg4 - Night news. Informazione 02.13 Il tè nel deserto. Film Drammatico. (1990) Regia di B. Bertolucci. Con John Malkovich. 07.55 Traco. Informazione 07.57 Meteo 5. Informazione 08.01 Tg5 - Mattina. Informazione 08.50 Belli dentro. Sit Com 09.39 Avviso di chiamata. Film Commedia. (2002) Regia di Diane Keaton. Con Meg Ryan. 11.50 Melaverde. Rubrica 13.00 Tg5. Informazione 13.40 Belli dentro. Sit Com 14.11 Rain Man - L'uomo della pioggia. Film Drammatico. (1989) Regia di Barry Levinson. Con Dustin Homan. 14.48 Tgcom. Informazione 16.51 Un amore da vicino. Film Commedia. (2007) Regia di Eddie O'Flaherty. Con Matthew Modine. 18.50 Avanti un altro! Gioco a quiz 20.00 Tg5. Informazione 20.40 Dopo Tg5. Attualità 21.15 Sharm El Sheikh - Un'estate indimenticabile. Film Commedia. (2010) Regia di Ugo Fabrizio Giordani. Con Enrico Brignano, Giorgio Panariello, Laura Torrisi. 23.15 Ma che colpa abbiamo noi. Film Commedia. (2002) Regia di Carlo Verdone. Con Carlo Verdone, Margherita Buy. 01.31 Tg5 - Notte. Informazione 07.00 Il mondo di Patty? Serie TV 07.40 Cartoni Animati. 10.45 Campionato Mondiale Motociclismo - Gara G.P. San Marino Moto3. Sport 12.00 Studio Aperto. Informazione 12.15 Campionato Mondiale Motociclismo - Gara G.P. San Marino Moto2. Sport 13.05 Sport Mediaset - XXL. Rubrica 14.00 Campionato Mondiale Motociclismo - Gara G.P. San Marino MotoGP. Sport 15.00 Fuori Giri. Rubrica 16.00 Wild wild west. Film Fantasia. (1999) Regia di Barry Sonnenfeld. Con Kevin Kline. 18.00 Le cose che amo di te. Serie TV 18.30 Studio Aperto. Informazione 19.00 La vita secondo Jim. Serie TV 19.30 Da ladro a poliziotto. Film Commedia. (1999) Regia di Les Mayfield. 20.27 Tgcom. Informazione 21.25 C.S.I. New York. Serie TV Con Gary Sinise, Eddie Cahill, Carmine Giovinazzo. 22.15 Person of Interest. Serie TV 00.05 Slevin - Patto criminale. Film Thriller. (2006) Regia di Paul Mcguigan. Con Josh Hartnett, Ben Kingsley, Lucy Liu. 02.15 Poker1Mania. Show. Conduce Giacomo Valenti, Luca Pagano. 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 10.00 New Tricks. Serie TV 11.05 Lo sport preferito dall'uomo. Film Commedia. (1964) Regia di Howard Hawks. Con Rock Hudson. 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Piume di struzzo. Film Commedia. (1996) Regia di Mike Nichols. Con Gene Hackman, Robin Williams, Dianne Wiest. 16.05 The District. Serie TV 17.55 Movie Flash. Rubrica 18.00 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 In Onda. Talk Show. Conduce Nicola Porro, Luca Telese. 21.10 Missione Natura. Documentario 23.35 Madama Palazzo. Talk Show. Conduce Silvia Gernini. 00.10 Omnibus Notte. Informazione 01.15 Tg La7 Sport. Informazione 01.20 Movie Flash. Rubrica 01.25 Verità apparente. Film Drammatico. (2001) Regia di Adam Brooks. Con Cameron Diaz, Jordana Brewster. 03.15 Bookstore (R). Rubrica 21.10 L'amore all'improvviso - Larry Crowne. Film Commedia. (2011) Regia di T. Hanks. Con T. Hanks J. Roberts. 22.55 Erin Brockovich - Forte come la verità. Film Drammatico. (2000) Regia di S. Soderbergh. Con J. Roberts A. Finney. 01.10 Confessioni di una mente pericolosa. Film Thriller. (2002) Regia di G. Clooney. SKY CINEMA 1HD 21.00 Pirati dei Caraibi - Oltre i confini del mare. Film Avventura. (2011) Regia di R. Marshall. Con J. Depp P. Cruz. 23.20 Spy Kids. Film Avventura. (2001) Regia di R. Rodriguez. Con A. Banderas C. Gugino. 00.55 Detective a 2 ruote. Film Azione. (2005) Regia di M. Siega. Con N. Cannon R. Sanchez. 21.00 Casanova. Film Metrica/Poesia. (2005) Regia di L. Hallström. Con H. Ledger S. Miller. 23.00 Se sei così ti dico sì. Film Commedia. (2011) Regia di E. Cappuccio. Con E. Solfrizzi B. Rodriguez. 00.50 Amore in sciopero. Film. (2006) Regia di J. Fall. Con J. Stamos E. Dane. 18.45 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 19.10 Ninjago. Serie TV 19.35 Ben 10. Cartoni Animati 20.00 Lanterna verde. Cartoni Animati 20.25 Redakai: Alla conquista di Kairu. Cartoni Animati 20.50 Adventure Time. Cartoni Animati 21.15 The Regular Show. Cartoni Animati 21.40 Lo straordinario mondo di Gumball. Cartoni Animati 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Top Gear. Documentario 20.00 La febbre dell'oro. Documentario 21.00 Marchio di fabbrica. Documentario 22.00 Moonshiners: la febbre dell'alcol. Documentario 23.00 Miti da sfatare. Documentario 00.00 Hell Riders. Documentario 19.00 Deejay Music Club. Musica 20.00 Lorem Ipsum - Best Of. Attualità 20.30 The Middleman. Serie TV 21.30 DJ Stories - Labels. Reportage 22.30 Living In America. Reportage 23.30 Iconoclasts. Reportage 00.30 Deejay Night. Musica DEEJAY TV 18.30 Case pazzesche. Show. 19.00 Drumline: Tieni il Tempo della Sfida. Film Commedia. (2002) Regia di Charles Stone III. Con Nick Cannon, Zoë Saldaña, Orlando Jones. 21.10 Il Testimone VIP. Attualità 22.00 Il Testimone. Reportage 23.00 Prof Sex. Docu Reality MTV RAI 1 21.30: Cesare Mori: il Prefetto di ferro Serie TV con V. Perez. Il Comm. Mori combatte con ogni mezzo bande di malavitosi, latitanti e mafiosi. 21. 00: N.C.I.S. Film con C. de Pablo. Ray Cruz ritorna e chiede a Ziva di sposarlo. 21.05: Lucarelliracconta Informazione con C. Lucarelli. “Giornalisti nel mirino”: le storie dei cronisti di ieri e di oggi. 21.15: Tierra de Lobos Serie TV con D. Fermandez. Lobo comunica a Nieves che entrerà in convento per sempre. 21.15: Sharm El Sheikh - Un'estate indimenticabile Film con E. Brignano. Un assicuratore trascina la famiglia in “vacanza” in Egitto. 21.25: C.S.I. New York Serie TV con G. Sinise. In questa puntata riviviamo alcuni momenti dell'attentato alle Torri Gemelle. 21.10: Missione Natura Documentario con V. Venuto. Il presentatore ci porta alla scoperta di animali rari e curiosi. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY ECCO, CI MANCA SOLO CHE MEDIA-SETMETTALEMANISULA7,L'UNICA TV GENERALISTA CAPACE, coi suoi pochi mezzi, di attrezzarsi per seguire gli eventi in diretta. E, tra l'altro, quella che ha dato asilo a tanti esuli del palinsesto e presto ospiterà anche Santoro nella sua corsa per trovare scampo dagli ostracismi berlusconiani. La notizia degli appetiti di Berlusconi su un altro trancio di tv sembra inventata, da quanto è scandalosa. Le proprietà del cavaliere, infatti, si sono allargate come una tabe sulle comunicazioni, prima con la complicità protettiva di Craxi, poi, dopo la cosiddetta discesa in campo, con la legge firmata da Gasparri. Una normativa dettata dallo stesso Berlusconi, che ha allargato in modo indiscriminato la quota di mezzi editoriali detenibili, attraverso l'invenzione del «Sic». Praticamente una bacchetta magica, che, considerando comunicazione proprio tutto, dalla penna biro ai satelliti, ha allargato il numero delle tv che possono appartenere a Berlusconi. In teoria il 20% del Sic, in pratica quello che vuole. Così, ora vuole anche La7. Magari soltanto per metterla a tacere o per spezzettarla in servizi utili alle sue altre emittenti. Del resto, comprare è la stata missione di Berlusconi fin dagli inizi. Al suo inesauribile appetito non sono mai mancati i capitali, sia che si trattasse di acquisire terreni, calciatori, conduttori tv, film e telefilm americani, finanzieri, ragazze e interi gruppi parlamentari. L'origine dei soldi è rimasta oscura, benché, secondo lui, tutta la sua fortuna sarebbe nata dalla liquidazione del padre. Una favola tra le tante raccontate da Berlusconi, di cui la più divertente è stata quella di Ruby nipote di Mubarak, ineguagliabile per portata internazionale e valore etico. Votata in Parlamento da quelli stessi che ora vogliono votare a maggioranza una nuova legge elettorale. Salvate La7 dallemire diMediaset edi Berlusconi U: domenica 16 settembre 2012 25
«Stai attento, Pier, perché parli di preferenze ma il tempo è cambiato e oggi rischiamo che le preferenze aprano spirali di malcostume». «Non è un'obiezione priva di logica ma purtroppo non vedo alternative. Adesso i parlamentari non frequentano i cittadini ma il capocorrente e i media, la gente non sa neanche con chi prendersela e monta l'antipolitica». A raccontare così il colloquio avuto con Bersani sulla legge elettorale è Casini, appena arrivato a Orvieto per partecipare al convegno promosso dalle Acli col titolo «Cattolici per il bene comune». Il colloquio ha però avuto un seguito, e a raccontarlo adesso è lo stesso Bersani: «Vediamo la crisi di credibilità della politica e sappiamo che se proponi le preferenze gli italiani ti dicono subito di sì. Ma fai il film in avanti, pensa a cosa succede quando vedranno i muri tappezzati di manifesti, quando sapranno di quanti soldi verranno spesi così, forse ne guadagnerà in credibilità la politica? L'alternativa alle preferenze c'è, e sono i collegi, che legano anche al territorio». A vederli ridere e scherzare insieme, a sentirli esprimere riconoscimenti di stima reciproca, ad ascoltarli mentre dicono con parole identiche che il berlusconismo è fallito e che non sono riproponibili modelli populistici e basati sull'uomo solo al comando, si fatica a immaginarli avversari nel 2013. Anche la discussione sulla nuova legge elettorale, che l'altro giorno sembrava aver segnato la massima spaccatura tra i due, ha trovato una ricomposizione, con Bersani che ha proposto di andare a un confronto «alla luce del sole» in Parlamento (per stanare il Pdl che finora non ha mai formalizzato alcuna proposta) e Casini che sollecitando un'intesa entro un mese ha assicurato che non farà blitz insieme al Pdl per far approvare al Senato un testo inviso al Pd. Nonostante le apparenze, il nodo da sciogliere non riguarda tanto le preferenze, quanto il premio di governabilità, che secondo Bersani per essere tale dovrebbe essere sostanzioso (attorno al 15%) e assegnato alla coalizione (e non al primo partito). ISOSPETTI DEL SEGRETARIO I sospetti del leader Pd, circa le ragioni che hanno impedito finora un accordo, riguardano non Casini ma Berlusconi: ha rinunciato all'idea di vincere - è il timore - ma non a quella di impedire a qualcun altro di farlo, costringendo a un nuovo governo di larghe intese. Per questo Bersani mette in chiaro che il Pd non sarà disponibile a sostenere il prossimo esecutivo, nel 2013, insieme agli avversari. «C'è qualcuno così ingenuo che pensa che un sistema puramente proporzionale può favorire la Grande coalizione? Che frammentando si può raggiungere l'obiettivo? Ma Grande coalizione de che? - sbotta Bersani - sarebbe la palude. E qualcuno pensa che nella palude io faccio l'accordo con Berlusconi? No, questo non mi si può chiedere, piuttosto lascio io, mi riposo io». Ad ascoltare Casini denunciare i fallimenti del berlusconismo si direbbe che neanche il leader dell'Udc punti veramente anche per la prossima legislatura alle larghe intese con l'ex premier. Seguendo la linea tracciata da Andrea Olivero, che ha aperto i lavori parlando della «lenta agonia del berlusconismo, battuto non tanto dagli scandali sessuali, quanto dalla sua intrinseca incapacità politica di dare risposta alle pressanti esigenze dei cittadini e del sistema Italia», dopo aver ascoltato il presidente delle Acli dire che tra Pd e Udc «è possibile un'alleanza seria», Casini critica chi in questi anni si è mosso come un «illusionista» e dice che lui e Bersani sono «due amici che hanno idee diverse», e sebbene «non si farebbe un buon servizio annullando questa diversità» già Pd e Udc hanno dimostrato di saper «unire le forze per creare una svolta politica» (caduta di Berlusconi e arrivo del governo Monti) e che nel 2013 «le forze politiche devono arrivare in Parlamento con programmi chiari e realizzare alleanze su progetti chiari». Bersani sa che nonostante qualche aut-aut lanciato da Casini sulle preferenze o sul rapporto con Vendola, «prima o dopo» progressisti e moderati «si dovranno intendere»: per far da argine a destra e populismi vari e perché la prossima non sarà una legislatura come un'altra, ma riguarderà la tenuta stessa del sistema democratico. E Casini sa che «nella società civile c'è più tatticismo che nei partiti» e che oggi Beppe Grillo è un «illusionista» non meno pericoloso di Berlusconi. Ma ci sono anche altri aspiranti uomini soli al comando che non piacciono al leader Udc, che con Bersani è d'accordo non solo nel proporre una legge per dare la cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia, ma anche sul fatto che le scelte della Fiat siano «moralmente discutibili». E se il membro del cda Fiat Montezemolo ha difeso le scelte di Marchionne e contrattacato i critici (come Della Valle), Casini dice: «In questi anni c'è stato chi ha preteso di dare lezioni alla politica e non è riuscito in tutto questo tempo a produrre neanche un modello nuovo di auto». RenzicontroFavia: «Noidiversidachi parla solo fuori onda» A Firenze militanti in festa per il leader Bersani risponde a Casini al convegno delle Acli a Orvieto Il leader Udc: «Capisco le obiezioni ma nella legge elettorale sono essenziali le preferenze» IL CASO «Fuori-casa? No, qui mi sento a casa mia». Sigaro in una mano, mezzo bicchiere di birra nell'altra, Bersani sorride mentre attraversa gli stand della festa del Pd a Firenze dove ogni fermata è una foto, una stretta di mano, un incoraggiamento. A Firenze del resto il clima della sfida con Renzi è, ovviamente, particolarmente acceso. E i sostenitori del segretario sono carichi d'entusiasmo. Tanto che alla fine anche lui si scalda e grida, chiudendo oltre un'ora e mezzo di comizio: «forza che si vince e si cambia l'Italia». In effetti se alle primarie valesse la media inglese il segretario Pd ieri avrebbe incassato parecchi punti proprio a casa del suo sfidante che da Lucca gli manda un saluto: «A Firenze Bersani è sempre il benvenuto». Il grande tendone della festa è pieno già un'ora e mezza prima dell'orario fissato per il comizio e per ingannare il tempo ogni tanto parte un «Bella Ciao». Che poi, quando Bersani taglia la folla per salire sul palco, accompagnato dal segretario metropolitano Patrizio Mecacci e da quello «Certo lo spartito appare simile al Lingotto. Guardando il discorso di Verona qualcuno potrebbe anche chiedere i diritti di autore. Toni, linguaggi, scenografie sono sovrapponibili. Quasi come un lucido. Ma oltre lo spartito, conta anche l'interprete». E per Walter Verini, deputato Pd legatissimo a Walter Veltroni, come interprete Renzi non è dei più gettonabili. Almeno non quanto lo è per un altro deputato democratico, Paolo Gentiloni, che con Veltroni (e Fioroni) aveva costruito il cosiddetto Lingotto II che avrebbe dovuto rilanciare il Pd delle origini. Quello, appunto, che Veltroni disegnò al primo appuntamento nell'ex fabbrica Fiat. Su Repubblica infatti Gentiloni promuove Renzi: «Se va avanti così lo sosterrò». Perché nel progetto del sindaco di Firenze Gentiloni trova gli elementi essenziali di un Pd che non delega a Casini il compito di conquistare i voti moderati e punta anche sui delusi dalle promesse berlusconiane. Che è uno dei punti positivi che su Europa ha sottolineato anche il senatore Giorgio Tonini, definendo il discorso di Verona «bello, importante, ambizioso». «Però non mi pare che Bersani veda il Pd come partito solo di sinistra - dice Verini - sarebbe certificare il fallimento del progetto. Non è senza significato che il suo vice sia Enrico Letta, che Rosy Bindi sia la presidente del partito e Dario Franceschini capogruppo alla Camera. Però, ripeto, conta chi canta e lo stile con cui lo fa». E se Tonini coltiva il dubbio che Renzi sappia «dimostrare di avere la statura umana e politica all'altezza dell'obiettivo che si è dato», Verini ha qualche certezza in più. «Chi si candida a leader - sottolinea - deve avere non dico rispetto, ma consapevolezza che la generazione che c'è prima di lui è quella che ci ha portato nell'Euro e che ha fatto nascere il Pd. L'idea del Lingotto era un'idea inclusiva, non di mandare a casa tutti. C'era una visione riformista che puntava a fondere culture di origini diverse senza furia iconoclasta, senza rottamazione. Parole d'ordine che giudico violente e estranee ai valori del Pd. Ecco qui manca un bel pezzo dell'anima del Lingotto. Qui c'è la differenza sostanziale». Verini ricorda come nel 1996 il governo dell'Ulivo avesse come ministri i 70enni Napolitano e Ciampi, e i 40enni Bersani e Veltroni. Un mix di novità ed esperienza lontano dalla palingenesi generazionale di Renzi. «Se il metro con cui calcolare la vicinanza con Bersani o Renzi è l'agenda Monti, al momento, sono più vicino al sindaco di Firenze», sostiene invece il senatore Stefano Ceccanti, che il 29 settembre a Roma riunirà i “montiani” del Pd. «Nell'ultimo periodo - aggiunge Bersani è sempre più vicino a posizioni come quelle di Stefano Fassina». E porta come esempio il referendum sull'articolo 18: «Dalle parti di Bersani si critica il metodo, ma non il merito, invece Renzi segna nettamente il distacco da quella sinistra là». Insomma il Pd di Bersani a Ceccanti appare un po' «paradossale» visto che «aumentano le voci critiche con Monti proprio quando il governo sta ottenendo i suoi frutti maggiori, a cominciare dall'abbassamento dello spread». E anche a Ceccanti pare più convincente l'idea renziana di Pd che punta a non delegare a nessuno la conquista dei moderati, anche nel centrodestra. «Che poi non credo che i delusi da Berlusconi preferiscano Casini a un Pd innovativo come quello disegnato da Renzi», gli fa eco il deputato Salvatore Vassallo, che ritiene «una virtù e non un vizio» la volontà del sindaco di Firenze di andare a «stanare» gli elettori di centrodestra. «Questo era l'obiettivo del Pd, portare al proprio progetto riformista anche chi aveva votato a destra perché con i soli voti tradizionali della sinistra non si è mai vinto». Ovvio quindi che Vassallo si senta «più vicino» a Renzi che non al segretario Pd. «Bersani - dice Vassallo - ha fatto troppi errori. Certo Renzi ha limiti e incognite, ma mi rispecchio nella sua piattaforma per il governo del Paese, nella sua idea di Pd e nella sua volontà di ricambio della classe dirigente e di riforma della politica». Posizioni che fra i “veltroniani” appaiono piuttosto diffuse. E Veltroni? Al momento non si è schierato. Forse non lo farà. Oggi però è a Firenze, alla festa del Pd, a presentare il suo ultimo romanzo, «L'Isola e le rose», proprio con il sindaco Renzi che, giorni fa, con una battuta al fiele («lo preferisco come scrittore che come politico») gli aveva augurato un roseo futuro da romanziere, lontano però dal Parlamento. «Sono contento che mi apprezzi come scrittore», la replica soft dell'ex segretario Pd. Difficile però che stasera discutano solo di letteratura. LEPRIMARIEDELCENTROSINISTRA SIMONECOLLINI INVIATO A ORVIETO «No a grandi coalizioni Piuttosto me ne vado» «Noi lecose lediciamoin faccia, non siamocomequello cheè stato trovatoa dire il contrariodi quello cheandava dicendo in televisione». Loha dettoMatteo Renzi, durante un comizioa Lucca, riferendosi alla vicendadelconsigliere regionaledel Movimento5 stelleGiovanniFavia, che inun fuoriondadella trasmissionePiazzaPulitaaveva denunciato la gestionepadronale del movimentodapartedi Gianroberto Casaleggio.«Diconoè tutto bello, siamotuttibravi - haaggiunto Renzi poinei fuoriondadenunciano la mancanzadidemocrazia». V.FRU. FIRENZE . . . Stasera a Firenze la presentazione del libro di Veltroni, sul palco insieme al sindaco Da Veltroni a Renzi, i montiani del Pd si dividono Verini: «Rottamazione e furia iconoclasta estranee allo spirito del Lingotto» Vassallo: «Bersani ha fatto troppi errori Mi rispecchio nella piattaforma di Verona» VLADIMIROFRULLETTI FIRENZE 4 domenica 16 settembre 2012
16 domenica 16 settembre 2012
Montepremi 2.417.847,97 5+stella Nessun6 6.016.906,59 4+stella 42.613,00 Nessun5+1 - 3+stella 2.026,00 Vinconoconpunti5 40.2979,47 2+stella 100,00 Vinconoconpunti4 426,13 1+stella 10,00 Vinconoconpunti3 20,26 0+stella 5,00 Nazionale 4 62 58 10 29 Bari 7 52 25 83 88 Cagliari 48 85 47 14 77 Firenze 5 3 66 57 69 Genova 73 10 11 65 90 Milano 23 66 28 31 76 Napoli 5 11 6 45 83 Palermo 4 76 7 19 61 Roma 68 15 84 55 66 Torino 57 80 83 68 71 Venezia 12 45 20 53 4 GIANNIPAVESE ROMA L'azzurracontesta l'ingaggiodelsuo vecchioallenatorecon ilqualeavevavinto gliultimimondiali «CHIAREZZA» SUL PROGETTO DI TORNARE ALPASSATOCONLASCELTAPERLANUOVA GUIDA TECNICA TARGATA PHILIPPE LUCAS. A circa un mese dalle Olimpiadi di Londra da dimenticare, Federica Pellegrini fa la voce grossa nei confronti della Federnuoto chiedendo una risposta sulla sua decisione di tornare ad allenarsi con il tecnico francese con cui ha vinto a Shanghai due ori mondiali. Un piano per riprendere possesso della vasca a cui la Fin non ha detto no, ma si è dichiarata «disponibile ad approfondire, ed eventualmente supportare, in sinergia con le società di riferimento e nel rispetto dei programmi federali già pianificati e degli atleti e delle professionalità coinvolti». Federazione nuoto che in sostanza non ha nessuna intenzione di sbarrare la strada alla prima scelta della campionessa veneta ma che al contrario vuole conoscere meglio i dettagli dell'«operazione Lucas» visto che al momento non sono stati presentati progetti precisi. A cominciare dai costi del tecnico transalpino che nella prima esperienza con l'azzurra incassò 60mila euro e finendo con logistica (la sede di allenamento). «Al momento la Federazione Italiana Nuoto - precisa la nota della Fin attende di conoscere i contenuti tecnico-programmatici, organizzativi ed economici del progetto la posizione delle società di appartenenza degli atleti». Progetto a cui la Pellegrini ha cominciato a lavorare fin da subito con il sogno di riprendersi il trono del nuoto in vista delle Olimpiadi in Brasile tra quattro anni: «Molti pensavano che ambissi a fare un reality - ha tuonato l'azzurra e invece ho lavorato su un'idea che costruisse un programma di lavoro verso Rio 2016. Non so il perché di una dichiarazione spiazzante. Ho letto con stupore le dichiarazioni del presidente della mia federazione - sottolinea la campionessa azzurra, riferendosi alla posizione espressa dal presidente Paolo Barelli - in un'estate in cui tutti pensavano che stessi cercando il modo di fare un reality, ho invece lavorato con discrezione a un programma di lavoro verso le prossime olimpiadi». Il progetto tecnico «del quale la Federnuoto è stata puntualmente informata - spiega la Pellegrini, alle prese con l'ennesimo cambio dopo il divorzio da Claudio Rossetto - prevede un quadriennio nel centro federale di Verona. La prima opzione tecnica è stata Philippe Lucas e anche questa scelta ha riscontrato pareri pressoché unanimi». L'azzurra del nuoto, che si appresta a cominciare il suo anno soft in cui gareggerà nelle staffette, ma non nelle sue prove individuali, si è detta spiazzata ora. «Quello che so - conclude - è che lunedì comincio ad allenarmi in attesa che la mia federazione faccia chiarezza». Intanto se c'è un'Italia del nuoto che litiga ce n'è un'altra che vince. Un oro al giorno. È la media cui sta viaggiando l'Italia del nuoto di fondo ai Campionati europei in corso a Piombino, in un Tirreno amico degli atleti azzurri. A lanciare il terzo acuto è stata ieri la plurimedagliata Rachele Bruni, che si è imposta con autorevolezza cronometro sui 5 chilometri, la stessa gara che in mattinata aveva visto Luca Ferretti conquistare la medaglia di bronzo alle spalle del russo Abrosimov e del tedesco Waschburger. La campionessa in carica, oltre a rimpinguare il bottino nazionale, è diventata l'atleta più vincente di sempre in campo continentale, con sei ori e due argenti. InumeridelSuperenalotto Jolly SuperStar 21 23 32 35 36 72 4 68 10eLotto 3 4 5 7 10 11 12 15 23 2545 48 52 57 66 68 73 76 80 85 LOTTO SABATO 15 SETTEMBRE Sau risponde a Rios nel finale e finisce 1-1 Palermo-Cagliari, anticipo pomeridiano della terza giornata di Serie A. Al 41' l'uruguaiano aveva illuso i rosanero, ma a due minuti dalla fine l'attaccante sardo ha trovato la rete del pareggio. Con tre sconfitte e un pareggio l'allenatore del Palermo Sannino è a rischio esonero. Palermo-Cagliari: 1 a 1 Sannino rischia il posto SPORT SI APRE OGGI CON LE DUE CRONOMETRO A SQUADRE IL MONDIALE DI VALKENBURG, NON L'ULTIMA MALAPIÙIMPORTANTEDELLEFATICHEDIFINESTAGIONEPERUOMINIEDONNEDELCICLISMO.SITORNA NEL LIMBURGO PER LA QUINTA VOLTA, SOLO A COPENAGHENSIÈCORSAPIÙVOLTELAGARADELL' IRIDE.Qui vinsero belgi, olandesi, svizzeri e solo due volte, per titoli minori, gli italiani. Nel 1979 Gianni Giacomini alzò le braccia nella gara in linea tra i dilettanti. Nel 1998, all'ultima fermata iridata nella città dell'Amstel Gold Race, fu Ivan Basso a piazzare lo spunto vincente sul Cauberg nella categoria Under 23, in una gara in cui Nocentini e Di Luca completarono un podio tutto azzurro. C'è una nuova gara a rimpolpare il programma del Mondiale. È la cronosquadre Élite, specialità non per nazionali - come accaduto fino al ‘94 - ma per gruppi sportivi. È la prima volta: prima la gara femminile, poi la maschile. Si corre con le maglie di tutta la stagione, come nelle cronosquadre delle corse a tappe. Una nuova trovata che fa felici gli sponsor e apre le porte del Mondiale a un gran numero di corridori. Tra gli uomini sono tre - su trentatré totali - le squadre italiane al via, Acqua e Sapone, Lampre e Liquigas, sei corridori ognuna, 53 km da correre in fila indiana lungo le strade piatte e le tre salite che separano Sittard da Valkenburg. Nessuna delle tre squadre italiane è da podio. Può lottare per un buon piazzamento la Liquigas, in formazione da battaglia con Nibali, Sagan, Dall'Antonia, Paterski, Koren e Bodnar. La Lampre punta anche su Alessandro Petacchi, non selezionato dal ct Bettini per la prova in linea, oltre che per limiti tecnici - troppo difficile il percorso del Mondiale -, anche per la discussa direttiva federale che esclude dalla nazionale ex condannati a squalifiche per doping di oltre sei mesi e indagati in inchieste in corso. Per questo motivo Ballan - rinviato a giudizio insieme a Cunego e altri dalla Procura di Mantova - sarà al via solo nella prova a squadre, con la maglia della sua Bmc, e non nella prova in linea: la nazionale non è per chi ha peccato o per chi è sospettato di averlo fatto. All'estero si fanno molti meno problemi. Contador e Valverde sono nella lista del Mondiale. Non della cronosquadre, ma solo per scelta personale. Solo dodici le squadre femminili al via, due quelle italiane, la Michela Fanini e la Be Pink, entrambe con poche possibilità di podio. L'olandese Marianne Vos cerca sulle strade di casa l'incredibile tripletta, cronosquadre, crono individuale, prova in linea, tutto è largamente alla sua portata. Mondiale per tantissimi e tantissime anche le gare. Tra lunedì e mercoledì le cronometro individuali nelle tre categorie, juniores (maschile e femminile), Under 23 maschile, Élite (uomini e donne). Da venerdì le prove in linea. Domenica gli uomini Élite: 266 km, dieci passaggi sul breve e aguzzo Cauberg prima dei 1700 metri finali, un'appendice che rende meno scontata e diversa dall'Amstel la corsa. Tra gli undici selezionati - Capecchi, Cataldo, Gatto, Marcato, Moser, Nibali, Nizzolo, Nocentini, Paolini, Trentin e Ulissi - il ct Bettini dovrà scegliere le due riserve e assegnare i compiti di contorno: il capitano unico sarà Vincenzo Nibali, adattissimo al percorso e in buona forma, seconde punte probabili Moser e Cataldo. Ma si vedrà, una settimana è lunga, e l'attesa è grandissima, dopo uno degli anni più avari per il ciclismo italiano, incapace di centrare uno dei tre Grandi Giri, a secco nella Classiche monumento, lontanissimo dal podio ai Giochi olimpici. E Bettini, ct da zero medaglie finora, si gioca il posto. Solo Nibali può salvareBettini Ciclismo,alvia inuoviMondiali per far felici i ricchisponsor Lacompetizionedureràuna settimana.Lacorsaasquadre chiuderà l'appuntamento L'Italiae il suoctsiaffidano alnostromigliorciclista COSIMOCITO ROMA Torna l'odiatoLucas TraPellegrinieFin èdinuovoguerra VincenzoNibali èuno deipochi tragli azzurriacoltivare il sognomedaglia aimondiali FOTO DI CHRISTOPHE ENA/EPA U: domenica 16 settembre 2012 27
DOPOLASCOMPARSADIZANZOTTOEDIPAGLIARANI È MORTO L'ALTRO IERI, NELLA SUA BOLOGNA, A 89ANNI,quello che può essere considerato l'ultimo dei grandi poeti italiani del secolo trascorso: Roberto Roversi. Personalità combattiva e insieme appartata, e quanto mai generosa, partigiano in Piemonte, autore di alcune delle più belle canzoni di Lucio Dalla, legatissimo alla sua idea di indipendenza (fondò la sua Libreria Palmaverde, cenacolo, tra l'altro, di giovani poeti), ha seguito un percorso poetico di altissimo valore e può essere considerato uno dei grandi poeti della nostra epoca. Fu protagonista negli anni '50 della rivista Officina, con Pasolini Fortini e Leonetti (per conoscere questa esperienza è opportuno leggere il bel libro di Gian Carlo Ferretti sull'argomento) e pubblicò nel 1965 con Einaudi il libro di versi Dopo Campoformio. Nel 1969 vi fu una svolta nella sua vita letteraria: rifiutò di pubblicare in volume, con un grosso editore, le Descrizioni in atto, e ne fece un'edizione ciclostilata, poi ripetuta con i successivi aggiornamenti, che inviava come un dono a tutti quelli che ne facevano richiesta. Un'idea di diffusione della poesia («la ricerca... di un nuovo canale di distribuzione della comunicazione; un canale diretto, meno viziato dal consumo o da ogni ingorgo programmato», ebbe a dire anni più tardi in una conversazione con Gian Carlo Ferretti), che risentiva chiaramente dell'utopia sessantottesca, ma che si legava anche a quella che era sempre stata la sensibilità di Roversi e alla sua passione civile. Le Descrizioni in atto furono poi pubblicate a stampa soltanto nel 2008, in un volume dovuto alla sensibilità e all'impegno dell'editore Luca Sossella, col titolo tra il dimesso e l'ironico Tre poesie e alcune prose, titolo che testimonia la modestia sotto cui si nascondeva la radicalità e la lontananza da ogni esibizionismo dell'autore, e l'istintiva diffidenza per il narcisismo che molto spesso caratterizza il mondo della poesia. Si tratta in realtà del volume più completo, anzi, dell'unico volume completo sull'opera di Roversi (Roberto Roversi, Trepoesieealcuneprose, Luca Sossella editore, prefazione e cura di Marco Giovenale, con una nota di Fabio Moliterni). Esso comprende le tre raccolte poetiche DopoCampoformio, Descrizioni in atto, Il libro paradiso, e diverse prose tra cui la notevole risposta a 10 domande su capitalismo e letteratura, pubblicata nel 1964 dalla rivista Nuoviargomenti. Il centro del libro sono le Descrizioni in atto, che rappresentano una svolta rispetto al neorealismo che caratterizza Dopo Campoformio. Possiamo dire (almeno è il giudizio di chi scrive), che con questo testo Roversi supera il neorealismo (cosa che era necessario fare) in modo molto più alto e più incisivo di quanto non sia riuscito a fare il Gruppo '63. Si tratta di un testo rapsodico che raduna e capta tutti gli echi e i rumori della società italiana; a me personalmente il suo ritmo ha fatto pensare alla Rapsodia in blu. SEGUEAPAGINA20 IGRANDIDELLASCIENZA : EdoardoArnaldi, l'inventoredella ricostruzione deldopoguerra P.21 ILFESTIVAL : ViaalPrix Italia,uncartoonsuDonPuglisi P.22 ARTE : : BambolecubisteemattonciniLego:alMomasigioca P.23 MAESTRI RobertoRoversi laveritàdellapoesia Sièspento ilgrandepoetacivile e il suosguardo limpidodabambino Lamiseriadellamisera Italianumerododici latesta in fiammelasterpaglia della festadeipensieripagliache avvampabruciafrabracidi fumo U: Èmorto l'altranotte a89anni l'intellettuale escrittorebolognese Combattivoeappartato hagestitoper60anni la libreriaPalmaverde CARLOBORDINI RobertoRoversi sedutotra i libri diPalmaverde, la sua libreria Quanteprimaveregliuomini fuggitivi abbandonanoallegiovaniali che arrivanoportatedalgarbino? Sipuòconsiderare l'opportunità dinonrassegnarsi Da «L'Italia sepolta sotto la neve» domenica 16 settembre 2012 19
ROBERTOMONTEFORTE rmonteforte@unita.it Benedetto XVI nella seconda giornata a Beirut incontra i vertici dello Stato e della società libanese «La pace comincia dalla tutela della vita» L'appello ai giovani cristiani: non lasciate il Medio Oriente Come costruire e difendere la vera pace? E come difendere l'esperienza di convivenza tra etnie, religioni e culture, in particolare tra cristiani e musulmani rappresentata dal Libano che ne fanno un modello da proporre all'intero Medio Oriente? Su questo gli interventi di Papa Benedetto XVI nella sua seconda giornata libanese dedicata gli incontri istituzionali e ai giovani. «NAZIONETORMENTATA» Accolto ovunque da una folla festante, il pontefice ha spronato i cristiani al coraggio della testimonianza e il popolo libanese all'unità per difendere la pace. Un'unità da costruire nel rispetto delle differenze e della libertà religiosa. Mentre in Medio Oriente divampa la violenza il Papa chiede a Dio di benedire e proteggere il Libano, «paese tormentato», affinché «testimoni di fronte al mondo la possibilità che l'uomo ha di vivere concretamente il suo desiderio di pace e di riconciliazione». «Perché il male non deve trionfare». Lo chiede al Paese dei Cedri che ha scelto una politica di «dissociazione» rispetto alla crisi in Siria che rischia di travolgere lo stesso Libano. Una scelta ribadita dal presidente cattolico maronita Michel Suleiman, che ieri il pontefice ha incontrato in forma privata al palazzo presidenziale. Il Papa ha avuto visite di cortesia anche con il presidente del Parlamento, Nabih Berri e, con il primo ministro, Nagib Mikati. Ha ricevuto i capi delle comunità musulmane sunnite, sciite, druse e alawite. A tutti ha consegnato la sua Esortazione apostolica sul Medio Oriente. Ma è stato nell'incontro ufficiale con i membri del governo, delle istituzioni libanesi, con i capi religiosi e i rappresentanti del mondo della cultura che ha tenuto il suo discorso sulla pace, sulla dignità dell'uomo da tutelare, sulla vera libertà e sull'educazione al rispetto della vita. Chiede di sostenere la famiglia «luogo della prima educazione alla pace» e di condannare ogni forma di violenza, anche verbale. «Se vogliamo la pace, difendiamo la vita: questa logica - ha scandito - squalifica non solo la guerra e gli atti terroristici, ma anche ogni attentato alla vita dell'essere umano». «La disoccupazione, la povertà, la corruzione, le diverse dipendenze, lo sfruttamento, i traffici di ogni sorta e il terrorismo implicano, assieme alla sofferenza inaccettabile di quanti ne sono vittime, un indebolimento del potenziale umano», denuncia il Papa. Ma il vero nodo è quello del destino comune in Medio Oriente per cristiani e musulmani. «In Libano, la Cristianità e l'Islam - osserva - abitano lo stesso spazio da secoli e non è raro vedere nella stessa famiglia entrambe le religioni: se in una stessa famiglia questo è possibile, perché non dovrebbe esserlo a livello dell'intera società?». Sono temi che tornano nel discorso tenuto in serata ai giovani libanesi e del Medio Oriente che lo hanno accolto nella spianata di Bkerké. Lancia loro un invito accorato: non abbandonate il Libano malgrado le difficoltà sociali ed economiche, malgrado le incertezze sul futuro. Cosa sarebbero il Medio Oriente e i luoghi santi senza i cristiani? Il Papa si rivolge anche ai giovani musulmani presenti al raduno. Li ringrazia e li invita a coltivare l'unità con i giovani cristiani, a costruire insieme il futuro del paese e del Medio Oriente. «Quando sarete adulti - ha affermato - , continuate a vivere la concordia nell'unità con i cristiani». «Bisogna che l'intero Medio Oriente, guardando voi - ha aggiunto - comprenda che i musulmani e i cristiani, l'Islam e il Cristianesimo, possono vivere insieme senza odio, nel rispetto del credo di ciascuno, per costruire insieme una società libera e umana». Il pontefice si è rivolto anche a giovani profughi siriani. «Ammiro il vostro coraggio. Il Papa non vi dimentica ed è triste a causa delle vostre sofferenze e dei vostri lutti». Ha concluso con un invito: «È tempo che musulmani e cristiani si uniscano per mettere fine alla violenza e alle guerre». L'INCUBOALQAEDA Il Papa a cristiani e Islam «Insieme senza odio» . . . Il Paese dei cedri testimone, per il Pontefice, della convivenza possibile tra fedi diverse 8 domenica 16 settembre 2012
Ancoraunavoltaunasceltacontrocorrente:ha lasciato scrittodinonvolere funeraliecelebrazioni.Saràcremato e lesuecenericonservatenellacappelladi famiglia LEOPOLDOBAZZI AGUARDARLA,OGGI,GIUGNODELL'ANNO2006,EACAMMINARLA,ADASCOLTARLAPERLASTRADA,PERLESTRADE, OVE DÀ SUONI INFURIATI E QUASI COSTANTI\, INSOMMA A VIVERLA DA CITTADINO OGNI GIORNO, OGNI ORA DELGIORNOEDELL'ANNO,con le sue spesso drammatiche necessità vitali\, oggi, ripeto, Bologna appare una città stravolta, perforata, bucata, scavata, martellata, intubata in ogni ambito, strade stradine stradone ponti cavalcavia, come sotto un bombardamento di confusione e di polvere. È anche, a volere dire tutto, costantemente impiastricciata in ogni dove: cassonetti, muri, colonne, serrande, vetrate, porte, sopra e sotto\, scritture e segni grossi grevi che nulla hanno a che fare con le intemperanze lucidamente linguistiche di un tempo ormai dimenticato, perché allora erano spesso sospinte da una rabbiosa partecipazione d'amore, come se si scrivesse sul braccio o sulla spalla di una madre, non per maledirla o aggredirla ma per implorare alla fine di essere riconosciuti e abbracciati. Questa città, unica finestra aperta sulla schiena d'Italia, è impietosamente spezzata come ossa d'agnello fino dal medioevo, quando nelle strade scorreva il sangue e chi aveva il sopravvento abbatteva muri palazzi alberi torri della o delle famiglie nemiche e non aveva tregua se non quando arrivavano armigeri spietati da lontano i quali matavano i vinti\, poi, volendo arrivare con un balzo rapido a toccare tempi più ravvicinati, appena acciuffata dai Savoia e incollata all'Italia, ha avuto abbattuto il cerchio delle mura (fra i più integri in Europa) e abbattute le torri (Bologna la turrita era chiamata) preservandone soltanto le ultime due, che adesso stanno lì incastrate nel pieno centro come due salami penzolanti in bottega\, poi è stata maciullata nel corso della seconda guerra infernale\, e, in seguito, sommersa da una alluvione cementizia, spesso per necessità, spesso per avidità, spesso per una sorta di delirio urbanistico, imperiale, da Bologna in Europa, Bologna nel mondo, quasi che potesse competere al centro con le grandi metropoli. Mentre è una città bella e solenne, appena un po' giocosa nonostante tutto\, minuta e splendida ma troppe volte vilipesa dalla storia, dagli avvenimenti e dall' aridità degli uomini\, perciò adesso va difesa, come è possibile, con le unghie e con i denti\, va stretta al petto, tutelata in ogni modo e occasione come un animale infradiciato dalla pioggia e ritrovato dopo ricerche nel bosco. Con l'unico diritto di averla sempre partecipata in tanti anni di vita, si può esprimere la convinzione che la prima collina bolognese è l'ultimo baluardo ecologico, l'estrema trincea contro l'ingorgo respirativo, vitale per una città che è fra le più inquinate non solo d'Italia, ma d'Europa\, che ha sessanta chilometri di portici, i quali, se da una parte rappresentano un vanitoso privilegio, da altra parte sono subdoli tutelatori di aria pestifera\, con un traffico su ruote e sfugge a ogni realistico e rigido controllo, dato che non si riesce a renderlo compatibile neanche un po' con le strettoie delle sue vie principali. Adesso poi, l'ho già accennato, ha più cantieri aperti di ogni altra città italiana. Cosa si può addossare ancora a questa intrepida ma conculcata Bologna? Con la presunzione da parte dei poteri politici amministrativi, magari di farla più giovane, più agile, più scattante, sopra sotto ai lati, nello sprofondo delle sue viscere? Una frenesia che è data dalla contaminazione di questo tempo infuriato e spesso scriteriato nel suo scannamento delle cose e dal fatto che - non essendo più disponibili le idee forti e drammaticamente precise e individuabili di un tempo, alle quali collegare il carro dei pensieri o della vita - si tende a rivolgersi a processi, a programmi grandiosi di cui noi abbiamo avuto la torturante esemplificazione da ragazzini, quando si sventravano città e quartieri per la smanie imperiali dei padroni del vapore\, per vederle dopo poco ridotte in polvere, in fumo, in cenere, in fuoco. Bologna nel dopoguerra con un solo quinquennio di intermittenza, è sempre stata amministrata con rigore da una sinistra che era ammirata (lo ripeto) anche all'estero e una delle scelte di queste amministrazioni, nel corso di cinquant'anni, è stata la difesa intransigente della collina\, lo ripeto: intransigente, della prima cerchia collinare. Non una difesa generica ma all'erta e mai indecisa\, nonostante alitasse, sopra questo spazio aperto al cielo, il fiato - bollente - della speculazione\, in agguato, per percepire anche solo i primi scricchiolii in tali propositi di difesa. Sbavando per la voglia, qua e altrove, di fronte a questi spazi di alberi, prati, silenzio e nuvole (...). Oggi, da noi qui a Bologna, si sente parlare con voce alta ma con toni d'agnello, con una sorta di leggerezza quasi svagata, di propositi sulla nostra prima collina. Con il pretesto che è mal tenuta, che è poco e male usata, che Bologna merita una collina splendente di luci e fiori per la delizia deambulante dei cittadini\, e promettono che non sarà sfregiata neanche da un graffio, o dal rumore di una foglia caduta, o dall'ala perduta da un uccello migrante\, e a conferma, si allestirà un campo da golf di 18, no, di 36 buche desiderato da tempo dalla popolazione. Magari si aggiungerà un agriturismo, così che si potranno evitare i viaggi in Toscana, Umbria o in Sicilia e altrove, potendo caricare le valigie sull'autobus 30, che arriva in dieci minuti a destinazione, per un pronto contatto con la natura ritrovata (...). Per il resto, si è letto, nessuno si permetterà di toccare sfiorare tagliare calpestare neanche un'erbetta (il colle della Guardia non può essere un esempio) (...). ristabilire ordine civile in piazza Verdi, in piazza È stato appena detto che la collina, questa collina va usata. Mi permetto di ricordare che da noi, in Italia, ogni uso si traduce prima o poi in un abuso, o in manomissione al servizio dei vari interessi, sicché penso sia meglio parare via, come mosche, ogni proposito nei riguardi di questa fascia di terra alberata non ancora deturpata, per secoli una delle difese degli ultimi benefizi ecologici di questa nostra città. CULTURE ÈMORTOA89ANNI,DOPOUNALUNGAMALATTIA, ILPOETA BOLOGNESE ROBERTO ROVERSI, MALATO DA TEMPO. Coscienza critica, libraio, fondatore delle riviste Officina e Rendiconti sceglie già negli anni ‘70 di non pubblicare più con i «grandi». Era un ex partigiano, appena ventenne partì in Piemonte per combattere nella Resistenza. Intellettuale, scrittore, poeta, autore di testi per canzoni, è stato anche direttore di Lotta Continua, e per cinquant'anni ha gestito la libreria Palmaverde nel capoluogo emiliano. Consapevole fino all'ultimo, spirato nella notte tra venerdì e ieri nella sua casa al centro di Bologna, ha lasciato disposizioni precise: l'annuncio della scomparsa doveva essere dato solo il giorno dopo, ovvero oggi. Senza organizzare esequie ufficiali, cerimonie o commemorazioni. Sarà sepolto a Bologna, nella cappella di famiglia, dopo la cremazione. Un'altra scelta che conferma «il suo comportamento di sempre», precisa la famiglia, che acconsente solo a un piccolo gesto del Consiglio comunale: un minuto di silenzio in aula lunedì. Il suo sguardo acuto continua a coinvolgere a largo raggio: il presidente Napolitano, esprime la sua commossa partecipazione al lutto. E, a modo suo, lo fa anche Jovanotti, twittando: «Se n'è andato il grande Roberto Roversi un innumerevole poeta. Scrisse anche ChiedichieranoiBeatles». La canzone degli Stadio è tra le tante con i testi di Roversi, scritti prima per Lucio Dalla: Jovanotti ne parafrasa il titolo facendo nascere una nuova «tag» (#chiedichieraroversi). Solo nel marzo scorso era morto proprio Lucio Dalla. Il presidente dell'Emilia-Romagna, Vasco Errani, ricorda poi la sua «fermissima passione civile». Già, lui preferì, abbandonando gli editori, distribuirsi da solo fogli fotocopiati o collaborare con piccole realtà autogestite. Allora non c'era internet. Nel 1955 fondò la rivista Officina con Leonetti e Pasolini, nel 1961 anche Rendiconti. Ha scritto moltissimo: romanzi, versi, testi teatrali e «fogli sparsi», amava dire. Nel 2006 ha chiuso la libreria antiquaria Palmaverde che Roversi ha gestito quasi sessant'anni, con la moglie Elena. Nel 2007 gli morì di cancro l'unico figlio, Antonio, sociologo e docente. Nel 2010 editò in 50 esemplari fuori commercio la versione integrale del poema L'Italiasepoltasottolaneve. PoveraBologna città «spezzata» Unsuointerventosu l'Unità contro lacementificazione ROBERTOROVERSI SEGUEDA PAGINA19 Poesia in cui è difficile stabilire lo stretto confine tra ironia e visionarietà, una visionarietà ironica e beffarda,e, come sottolinea Moliterni, antilirica e non antiletteraria, in cui la poesia civile si tinge di motivi e di atteggiamenti che ricordano le avanguardie classiche molto più che le troppo facili reiterazioni delle neoavanguardie. Una passione che fa della freddezza e dell'impersonalità lo strumento per raggiungere il calore massimo, mostrandoci l'agghiacciante realtà di una tragedia. Una poesia non lineare, che sfugge da tutte le parti. Un elenco di eventi freddo come una lista della spesa, anche perché, come leggiamo ne Il Libro Paradiso, «il cuore è un muscolo». Ed anche perché, come notò Massimo Raffaeli, «Per entrare in quel gorgo di violenza storica e politica lo sguardo del poeta ha bisogno di ritrarsi o meglio, paradossalmente, di entrarvi al solo scopo di straniarsene». Roberto Roversi è quindi uno straordinario descrittore della realtà contemporanea. Una descrizione in cui il dolore, la commozione non sono enunciati, ma parlano da soli, vengono espressi da una serie di voci che ci colpiscono. E in cui sperimentalismo e realismo hanno trovato una sintesi che fa pensare alle vecchie avanguardie. Negli ultimi anni della sua vita Roversi ha lavorato a una gigantesca opera, L'Italia sepolta sotto la neve, che ha pubblicato a pezzi, man mano che la scriveva, su riviste anche molto piccole e a volte di scarsa tiratura, dimostrandosi fedele alla sua tendenza alla marginalità. Marginalità che non gli impedisce di avere un ruolo centrale. Si tratta di un'opera che aspetta ancora un editore. Il poeta mi disse per telefono di averne stampate 32 copie; ci fu poi una ristampa di 20 copie, della quale, come testimonianza di una lunga frequentazione e di una grande sintonia, ho la fortuna di possedere un esemplare. È un immenso affresco che divaga in tutti gli aspetti dell'Italia contemporanea. Un'opera civile e visionaria insieme, che non interpreta ma mostra. Forse l'opera più complessa, appassionata, totalizzante dell'Italia contemporanea, un'opera sterminata. E nello stesso tempo un libro in cui il linguaggio dilaga implode a volte impazzisce. Un'opera in cui si sprofonda, un po' come succede a chi legge i Canti pisani. Un libro civile come lo fu la Divina Commedia. Percorsoaritrosoattraverso letantetrasformazioni urbanisticheconocchio lucidocontro lespeculazioni edilizie.Ultimala«collina» Unoscorciodella sua libreria antiquaria laPalmaverde diBologna, chiusadoposessant'annidiattività Niente esequie ufficiali e un minuto di silenzio ... Dellasuaultima raccoltadiversiha stampato lui stesso 32copie U: 20 domenica 16 settembre 2012
ILREGISTADIUNFILMFAREBBEINIZIAREQUESTORACCONTO ALLA STAZIONE TERMINI DI ROMA. È una sera d'inizio dicembre dell'anno 1938. La cinepresa inquadra due giovani alla soglia dei trent'anni, Edoardo e la moglie Ginestra, mentre agitano le mani in segno di saluto. Una lacrima, appena accennata sul volto di Edoardo. Ginestra invece piange più schietto Stacco. La cinepresa ora inquadra un treno che parte, accelerando. Dal finestrino un'altra coppia solo di qualche anno più anziana risponde al saluto agitando candidi fazzoletti. La signora si chiama Laura, Laura Capon: è ebrea di nascita. Il giovane marito, appena stempiato, si chiama Enrico. Enrico Fermi, Accademico d'Italia, noto dalle parti di via Panisperna come il papa: sta lasciando, per sempre, l'Italia alla volta di Stoccolma, per ritirare il Premio Nobel per la Fisica che gli è stato appena assegnato. Poi si imbarcherà degli Stati Uniti d'America. Nuovo stacco. Sul marciapiede deserto Edoardo indugia, pensoso. Ora è solo, con l'adorata Ginestra. Unico dei «ragazzi di via Panisperna» rimasto in Italia. Ora, pensa, non sono più solamente un fisico, sia pure di primissimo livello. Ora sono chiamato ad assolvere a una nuova funzione. Quella mano con la quale Enrico Fermi continua a salutarlo dal finestrino del treno sempre più lontano gli consegna, idealmente, il testimone della fisica italiana e il compito, davvero improbo, di restituirle la grandezza che sta plasticamente perdendo. Ma perché Fermi – il riverito Accademico d'Italia e neo premio Nobel – se ne va, per sempre, dall'Italia? Il treno scompare, infine, all'orizzonte. Ancora un attimo, come in sospensione. Poi Edoardo si volta, con decisione, quasi avesse trovato risposta alla sua domanda. Il braccio si stringe introno alle spalle di Ginestra. La cinepresa inquadra la coppia di spalle, mentre esce dalla stazione e si dirige verso casa. Si riparte. Per qualche tempo – nei mesi successivi – Amaldi riesce a portare avanti, sia pure in condizioni di estremo disagio, l'attività di ricerca alla guida di un piccolissimo gruppo di «giovani romani». Poi è la guerra. E con lei si consuma il definitivo disastro della fisica italiana. E sì che era stata grande fisica quella svolta in Italia negli anni '30. Grazie, in particolare a due gruppi. Quello romano di Enrico Fermi – noto come il gruppo dei «ragazzi di via Panisperna» – che ha acquistato la leadership mondiale della fisica nucleare. L'altro, pavano, che con Bruno Rossi ha diventato uno dei poli più avanzati al mondo – se non il più avanzato in assoluto – nella fisica dei raggi cosmici. Il combinato disposto delle leggi razziali del 1938 e della guerra ha consumato, tra l'altro, quello che Edoardo chiama il «disastro» della fisica italiana. I due gruppi non esistono più. Non sono rimaste che poche macerie. È su queste macerie, pensa Edoardo, che occorre ricostruire. È a partire da questo momento che la vita di Amaldi si trasforma in una limpida lezione di politica. In primo luogo occorre analizza le cause che hanno portato in pochi anni, addirittura in pochi mesi, la fisica italiana al disastro, partendo da una condizione di leadership assoluta in due campi: quello nucleare e quello dei raggi cosmici. Tra le condizioni al contorno ci sono, determinanti: il fascismo, le leggi razziali, la guerra. Ma il disastro della fisica si è consumato anche per cause specifiche. Fermi è partito anche e soprattutto perché il regime che pure lo aveva nominato, giovanissimo, Accademico d'Italia non ha «creduto» nella sua fisica. Forse neppure si è accorto di ospitare a Roma il meglio della fisica nucleare e a Padova il meglio della fisica dei raggi cosmici. Finché la fisica di alto livello poteva essere realizzata con molto genio e pochi mezzi, anche l'Italia poteva dire la sua. Ma ora che per stare alla frontiera occorrono nuovi e costosi strumenti, occorre che il paese «creda» e investa nella scienza. A precisa richiesta, Mussolini e il suo governo hanno lesinato le risorse. È anche e soprattutto per questo che Fermi se n'è andato. Ecco, dunque, il contesto in cui ci troviamo a metà degli anni '40: gli altri paesi investono nella ricerca. Noi no. È in questo contesto da nozze coi fichi secchi che dobbiamo operare. Poi il giovane analizza lo stato della fisica del tempo e individua le piste di ricerca dove la ormai poverissima povera Italia può realisticamente aspirare a svolgere ancora una funzione di primo piano: la fisica poco costosa dei raggi cosmici. Non è più possibile – come a via Panisperna – fare fisica nucleare di assoluta eccellenza con pochi giovani di genio e pochissime risorse. Occorrono grandi gruppi e moltissimi fondi per condurre con i nuovi acceleratori ricerche nell'ambito della fisica nucleare e della nuova fisica delle alte energie. Solo la fisica dei raggi cosmici, per qualche anno, potrà ambire a dare risultati di primaria importanza con risorse limitate. Infine Amaldi analizza lo stato delle forze disponibili in Italia. Sono poche e disperse per l'Italia. Ma quel poco che c'è è di altissimo valore. Non a caso tre dei suoi giovani – Oreste Piccioni, Marcello Conversi ed Ettore Pancini – hanno realizzato a Roma, con pochi mezzi e molto genio, un esperimento che ha inaugurato una nuova fisica, la «fisica delle particelle». Ecco, dunque, che sulla base di questa analisi – pochi fisici ma buoni in un paese povero e con scarsa fiducia nella scienza – Amaldi elabora il suo progetto di ricostruzione. Primo: concentrare le forze. Creare pochi centri su cui puntare per realizzare ricerca di punta in fisica di base (Roma, Padova) e in fisica applicata (Milano). L'idea riesce. In queste e in altre città italiane tra la fine degli '40 e l'inizio degli anni '50 si creano gruppi di fisici forti, coesi e in rapporto di collaborazione tra loro. Secondo: rendersi indipendenti dalla contingenza. Creare un'istituzione nazionale, forte e autonoma, che consenta ai fisici di avere un rapporto stabile e non subalterno con la politica. Sulla base di questa impostazione, Edoardo Amaldi con il contributo di Gilberto Bernardini, crea l'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, che riunisce in rete tutti i fisici italiani delle alte energie attraverso un modello che non ha pari al mondo. Anche grazie a questa organizzazione, la fisica italiana delle alte energia inaugura una via originale che oggi è dominante nel mondo. Terzo: formare i giovani. Alla ricerca scientifica e allo sviluppo tecnologico. Creare scuole che, in ogni ambito, formino giovani capaci di assicurare al paese l'indipendenza dal know-how altrui. Quarto: pensare europeo. Inquadrare la ricostruzione italiana in un più generale progetto a scala continentale che miri a stabilizzare la pace e a consentire all'Europa di competere con le potenza emergenti, gli Stati Uniti d'America e l'Unione Sovietica. Sulla base di questa idea che passa nonostante l'opposizione dei più grandi fisici americani ed europei, a Ginevra nasce il Cern, il Centro europeo di ricerche nucleari, il primo nucleo su cui inizia a condensarsi l'Europa unita e che giustamente Piero Angela ha definito il «più grande monumento a Edoardo Amaldi». Dopo il Cern il fisco italiano fornisce un contributo decisivo alla nascita dell'Esa, l'Agenzia spaziale europea. Quinto: pensare la pace. Amaldi è il punto di riferimento del movimento di scienziati raccolti intorno ad Albert Einstein e Bertrand Russell e crea in Italia l'Unione scienziati per il disarmo (Uspid), sapendo che è compito prioritario e ineludibile degli scienziati contribuire a rimuovere la minaccia delle armi nucleari e a creare le condizioni nel mondo per una pace duratura. Edoardo Amaldi ha compreso prima e meglio di altri che, con la guerra, i rapporti tra scienza e società sono cambiati. E che il cambiamento, lo si voglia o no, riguarda anche l'Italia. Non solo e non tanto perché alla ricerca fisica è richiesto di contribuire alla ricostruzione del paese. Ma anche e soprattutto perché l'Italia deve perseguire un modello di sviluppo economico fondato sulla produzione industriale di beni ad alto valore di conoscenza aggiunto. Comprende che questo grande progetto italiano va organicamente inserito in uno spazio europeo. E, infatti, lavora perché la fisica costituisce un collante di pace nel continente emerso dalla guerra fratricida e l'Europa riconquisti, almeno in parte, la leadership scientifica perduta: negli anni '30 con la persecuzione degli ebrei in Germania l'asse della fisica e, più in generale, della scienza mondiale si è spostato dall'Europa centrale per la prima volta in trecento anni oltre l'Atlantico, negli Stati Uniti d'America. Eccola, dunque, la grande lezione politica del fisico Edoardo Amaldi. Una lezione di stringente attualità. Per due motivi. Il primo ce lo regala la cronaca. Proprio nei mesi scorsi a Ginevra presso il Cern, mediante esperimenti diretti anche e soprattutto da italiani, il Large Hadron Collider, il più potente acceleratore mai costruito dall'uomo, è stata realizzata una delle più importanti scoperte degli ultimi decenni in fisica: la scoperta del bosone di Higgs. Lhc ha restituito all'Europa la leadership nella fisica delle alte energie. Ma il Cern, che ospita Lhc, costituisce, per dirla con Piero Angela, il monumento più grande all'intuizione e all'opera di Edoardo Amaldi, quel centenario non poteva essere meglio celebrato. Tanto più che Lhc non è altro che l'ultimo venuto di una filiera di acceleratori, nota come «la via italiana alla fisica delle alte energie» perché nata da un'idea partorita e inaugurata a Frascati, presso il Laboratorio nazionale, da Bruno Touschek e dai giovani dall'Infn voluto da Amaldi. Il secondo motivo non riguarda tanto la cronaca, quanto l'analisi del periodo storico in cui viviamo. L'Italia, infatti, è di nuovo in gravi difficoltà. In una condizione che non è certo il disastro in cui il paese si ritrovò appena dopo la seconda guerra mondiale, ma che molti definiscono senza mezzi termini di stabile declino. Gli indicatori economici, sociali ed ecologici ci dicono che il paese stenta a tenere il passo dell'Europa e del mondo. Se vuole uscire da questo stato di difficoltà – che deriva da oltre mezzo secolo di sviluppo economico senza ricerca – l'Italia deve: analizzare senza infingimenti la sua condizione attuale; modificare la sua specializzazione produttiva e puntare sulla produzione di beni ad alto valore di conoscenza; individuare i settori scientifici strategici (curiosity driven, di scienza applicata e di sviluppo tecnologico) su cui far leva; rafforzare la sua capacità nel settore dell'alta formazione; contribuire a ricreare l'idea di Europa e integrarsi nello spazio europeo della ricerca e della tecnologia. Deve, in altri termini, seguire la grande lezione politica di un fisico, Edoardo Amaldi. CULTURE Edoardo Amaldi Lavitadel fisico una lezionedipolitica PIETROGRECO Il fisicoEdoardo Amaldi NeglianniQuaranta Inun Paesepoveroeconscarsa fiducianellascienza,elaborò il suoprogetto di ricostruzionedell'Italia ... Crea l'IstitutoNazionale diFisicaNucleare, scuole pergiovani,pensaeuropeo esoprattutto lapace ... Comprendechebisogna puntaresupochicentriper realizzare la ricercadi fisica dibaseedi fisicaapplicata U: domenica 16 settembre 2012 21
IL CASO Dalla stretta attualità del conflitto di attribuzione sollevato dal Quirinale nei confronti della Procura di Palermo, all'indagine di lungo corso sui rapporti tra mafia e politica. Dallo scontro sulla disciplina delle intercettazioni telefoniche, alla polemica, altrettanto accesa, sulla riorganizzazione della magistratura. Nel confronto tra Antonio Ingroia e Giovanni Pellegrino alla festa democratica di Milano - moderato dai direttori dell'Unità Claudio Sardo e di Left Giommaria Monti, quarta iniziativa di Unitalia venerdì sera al Carroponte di Sesto San Giovanni - si è parlato di temi ben noti alle cronache italiane. Eppure, circostanza non scontata, lo si è fatto con toni inusuali per il dibattito politico nazionale che «dal '93 parla di giustizia solo per tifoserie contrapposte». Invece il sostituto procuratore di Palermo e l'ex presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulle stragi e il terrorismo - che più volte hanno polemizzato apertamente sulle pagine del nostro quotidiano - hanno dimostrato che «se si supera questo clima di gelo, è possibile ricostruire un equilibrio tra i poteri che in questi anni è venuto meno». Vale, innanzitutto, per le intercettazioni incidentali a Giorgio Napolitano, «un incidente di percorso» le ha definite Ingroia, che hanno «un contenuto assai poco interessante» rispetto al resto dell'inchiesta in corso sulla trattativa tra Stato e mafia. Il magistrato ha detto di «non nutrire molti dubbi» sulla sentenza della Corte costituzionale. E ha aggiunto che «l'inevitabile epilogo sarà la distruzione delle intercettazioni. Peraltro, avevamo noi stessi già collocato quelle intercettazioni incidentali in un fascicolo destinato all'archiviazione». «Forse sarebbe stato meglio dichiarare subito che si trattava di un fascicolo destinato all'archiviazione - ha rintuzzato Pellegrino. - Si sarebbe evitato questo clamore mediatico che non fa bene né alle istituzioni né all'inchiesta». «Ma nessuno ce l'ha chiesto» è stata la replica di Ingroia. Il confronto si è poi spostato sul rapporto conflittuale tra politica e giustizia, e in particolare sulla progressiva crescita dei poteri neutri (a cui spettano funzioni di equilibrio e di limitazione degli altri poteri attivi). Sia il procuratore aggiunto di Palermo che l'ex senatore diessino si sono dichiarati favorevoli a modifiche legislative sull'organizzazione della magistratura, «non per limitarla, ma per farla funzionare meglio». Anche trovando un nuovo equilibrio per il ruolo dei pm, oggi molto forti nella fase dell'inchiesta, ma deboli in quella processuale. La stessa disciplina legislativa delle intercettazioni può essere modificata. «Cambiamenti da fare ce ne sono» ha sottolineato Antonio Ingroia. «Malgrado gli interventi legislativi finora tentati siano stati dei veri e propri assalti alla diligenza per neutralizzare lo strumento delle intercettazioni, dei disegni Mastella e Alfano salverei la parte relativa alle ulteriori cautele da introdurre per una più efficiente tenuta del segreto investigativo». Interventi di questo tipo, tuttavia, richiedono per Ingroia una precondizione indispensabile: «Un clima di fiducia reciproca tra le diverse istituzioni». FIDUCIAISTITUZIONALE Un clima difficile da riscontrare in un Paese dove si respira una «sorta di diffidenza nei confronti della magistratura». Dove, ha ricordato Giovanni Pellegrino, «o si pensa, a destra, che i magistrati siano politicizzati, o si ritiene, a sinistra, che qualsiasi critica all'operato della magistratura sia una delegittimazione e una ferita alla legalità». Pellegrino è da sempre un garantista. E ritiene che la ferita alla cultura della sinistra sia stata inferta negli anni di Tangentopoli. Anzi, a suo giudizio, la sinistra ha commesso un errore ancora più grave: ha evitato di affrontare il tema dell'accresciuto potere giudiziario con riforme di sistema, e ha poi compensato questa invadenza con una limitazione dei poteri del pm nel processo. «Commettendo così un doppio errore». «Se in Italia - ha sostenuto Ingroia la politica, invece di provare a ricacciare indietro la magistratura, avesse fatto dei passi avanti sui temi della responsabilità e della verità, probabilmente la magistratura avrebbe continuato a svolgere il suo ruolo nella sua sede appropriata, senza doversi caricare sulle spalle ruoli e funzioni improprie». Certo, ha aggiunto Ingroia, «nel mondo c'è un sempre maggiore protagonismo giudiziario, ma non c'è dubbio che l'Italia è un Paese più all'avanguardia di altri da questo punto di vista. Ma la domanda è: la supplenza giudiziaria è soltanto responsabilità di una magistratura invadente o di una politica assente, che lascia dei vuoti che inevitabilmente vengono riempiti?». Proprio per iniziare a colmare questi vuoti «sarebbe bene che il Parlamento arrivasse ad una conclusione sul testo in discussione in tema di corruzione», dimostrando così «un maggior impegno etico da parte della stessa politica a fare pulizia al proprio interno». Far vivere il Concilio Vati-cano II. Dargli applicazio-ne e con gioia, guardandocon speranza al futuro.Perchè la sua piena rice-zione è ancora lontana. Di questo si è discusso ieri a Roma nell'affollatissima assemblea tenutasi al teatro dell'Istituto Massimo di Roma. «La Chiesa di tutti. La Chiesa dei poveri» è il titolo dell'appuntamento autoconvocato e autofinanziato a 50 anni dall'inizio del Concilio cui hanno aderito oltre 104 sigle di associazioni, gruppi ecclesiali, movimenti, riviste e organizzazioni tutte attente all'esigenza che non si disperda o si depontenzi l'insegnamento del Concilio Vaticano II. Sono stati oltre settecento i partecipanti giunti da tutta Italia. Segno di quanto forte ed estesa sia la domanda per una Chiesa che sappia dialogare con fiducia e speranza con il mondo contemporaneo avendo il coraggio di cambiare se stessa. L'incontro si è aperto con un ricordo del cardinale Carlo Maria Martini e al suo coraggio profetico. Teologi, storici, studiosi e uomini di Chiesa hanno approfondito i nodi posti dal Concilio alla Chiesa a partire dalla sua ermeneutica. Alla polemica su rottura o continuità con la tradizione della Chiesa. «È una disputa da abbandonare perché non coglie il nodo rappresentato dal Concilio. Perché il cambiamento era già in corso nella Chiesa. Perché la dottrina cambia sempre e cambiamo i significati. Perché se la Chiesa è sempre la stessa, la Tradizione vivente è in continua evoluzione per rendere “presente” e continuamente aggiornato nella nuova condizione storica ciò che è stato tramandato» lo afferma il teologo padre Carlo Molari. «La pluralità delle dottrine presenti nella Chiesa ed anche le rotture sono importanti per il suo sviluppo». C'è ancora bisogno che la Chiesa sappia «raccordarsi con la modernità». Lo storico Giovanni Turbati ha inquadrato il contesto storico, sociale, politico ed economico che ha portato alla sua convocazione. La biblista Rosanna Virgili sottolinea la «festosità liberatoria dell'annuncio cristiano e l'apporto fondamentale dato dalle donne. «Dio parla alle donne - afferma - che sono depositarie di una fede che non esclude. Perché non ci sono più lontani quando si può comunicare e si è abbattuta l'inimicizia fatta di leggi che distinguevano e discriminavano creando inimicizia». Mentre Cettina Militello ha affrontato il nodo «delle prospettive future nella speranza di un vero aggiornamento». «Bisogna passare dall'ermeneutica conciliare all'attuazione del Concilio. All'attuazione di quanto faticosamente elaborato dai padri conciliari» ha affermato. Sottolinea l'importanza dell'«aggiornamento» della Chiesa. Invita a riflettere sulla speranza di un «vero rinnovamento» della Chiesa, di una sua autentica profezia rispetto alla mutazione culturale in atto. Ne indica gli ambiti: «il piano della Liturgia, dell'autocoscienza di chiesa, dell'acquisizione sempre maggiore della parola di Dio, del dialogo Chiesa con il mondo». Va pure perseguita l'istanza ecumenica, e interreligiosa, l'istanza «dialogica». Sottolinea i limiti della partecipazione attiva, della sinodalità, dell' ascolto e del dialogo, necessari per attuare quella trasformazione strutturale della Chiesa voluta dai padri conciliari, per il suo ritorno a uno stile evangelico di compartecipazione e effettiva comunione. Interviene da «testimone» l'allora giovanissimo abate benedettino della Basilica di San paolo, Giovanni Battista Franzoni. Parla della scelta per i «poveri» e del coraggio di Paolo VI. Porta la sua testimonianza il teologo valdese Paolo Ricca. Soprattutto recuperando appieno il ruolo del «Popolo di Dio», dei laici nella Chiesa, successori dei «discepoli». Lo sottolinea Raniero La Valle che conclude i lavori. «Perché - fa notare - non c'è solo la successione apostolica da Pietro sino ai nostri vescovi e al Papa. C'è anche una successione laicale, non meno importante dell'altra che è giunta sino a noi». Senza questa «non vi sarebbe il Popolo di Dio e neanche la Chiesa degli apostoli». Sottolinea come la forza del Concilio Vaticano II sia stata il fare l'ermeneutica di tutti i concili precendenti. Per questo «non lo si può accantonare». Sta anche in questo la ragione e la forza dell'assemblea convocata ieri. La Valle annuncia l'impegno a raccogliere quella domanda che interpella ancora. Chiede una nuova politica, una nuova giustizia, una nuova economia. Che chiede una Chiesa dei poveri e con i poveri. Richiama i compiti nuovi che il Concilio affida e riconosce ai laici. «Sulla riforma della chiesa e delle sue strutture il Concilio è rimasto ai nastri partenza. La Chiesa anticonciliare ha bloccato la collegialità e ha rafforzato la i vincoli di dipendenza gerarchica» ma una Chiesa nuova è possibile. Vi è una storia da trasmettere. Un impegno che assicura La Valle non si fermerà con questa assemblea. Vi sarà un sito per mettere in rete riflessioni e iniziative e per partecipare all'iniziative delle singole Chiese e a quelle internazionali che culmineranno nel 2015 all'anniversario delle conclusioni del Concilio. Vi sarà un «coordinamento leggero» per far incontrare sforzi diversi e rendere possibile quel «Il Concilio è nelle vostre mani» soprattutto le mani dei poveri invocato dallo stesso Raniero La Valle. «Èuna stagionedi tensioni talida imporreancheai magistrati l'obbligo diparolà,di intervento»Lo hadetto il procuratoredi Torino GianCarlo Caselli, inun'intervista aMicromega. PerCaselli la «partecipazione alla discussione»dei magistratipuò essere preziosaperché«hannoesperienze professionali chepossono contribuire aldibattito pubblico». «Latesi secondocui il magistratodovrebbe astenersi - prosegue- è deformante: l'estraneitàdelgiudice rispetto alla societàè, primadi tutto impossibile. Il magistrato - continuaCaselli - deve esserevalutato in baseal rigore del suo lavoro, delle motivazioni che lo sostengono». Esull'opportunitàche i magistrati parlinodi giustiziaCaselliosserva: «l nostroèun Paese in cui tuttiparlando digiustizia, spessoe volentieri con i tonida Barsport.Se i soli che dovesseroastenersida questo esercizio fossero i magistrati sarebbe unacondizionepiuttosto ridicola». Il pm e l'ex senatore Ds all'incontro organizzato da l'Unità e Left Le intercettazioni al Colle? Un fascicolo destinato comunque all'archiviazione «In un altro clima si può cambiare la legge» ITALIA . . . Una struttura «leggera» per coordinare tutte le iniziative di base Guardando ai poveri Pellegrino e Ingroia: riforme solo con il dialogo Il sostituto procuratore di Palermo, Antonio Ingroia FOTO DI MIKE PALAZZOTTO/ANSA LUIGINAVENTURELLI MILANO Caselli: imagistratidevonoparlaredigiustizia Un'assembleaaRoma indettadaoltre104 traassociazioni, riviste, movimentiecomunità ecclesialiperdare seguitoalVaticanoII L'ANALISI Le comunità di base: «Tornare al Concilio» ROBERTOMONTEFORTE rmonteforte@unita.it 12 domenica 16 settembre 2012
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