24 lunedì 17 settembre 2012
Sarà perché lo chiamano «il Canaro», ma Giovanni Stella non sembra affatto turbato dalla possibilità che il Biscione divori La7. L'amministratore delegato di TiMedia, infatti, ha confermato in un'intervista a “Libero” che «c'è un forte interessamento di Mediaset, almeno in questa fase iniziale»''. E, per quanto riguarda i limiti antitrust che potrebbero impedire l'acquisto (soprattutto quelli europei), «non e' un problema di leggi, in Italia non lo è mai». E come esempio porta la diatriba tra la Corte Costituzionale e Rete4 (che occupò le frequenze di Europa7): certo tutto può succedere ma «quelli di Mediaset intanto fanno, poi questi problemi si sormontano, il modo si trova, si fidi..»'', dice l'ad di TiMedia. Infatti «quelli di Mediaset» fanno sul serio, anche se solo dovessero valutare quanto costa e poi far partecipare all'acquisto altri soggetti o comprare le «torri» e poi usarle con la pay tv. Secondo Stella comunque «per Berlusconi i soldi non sono un ostacolo» e «La7 vale perché Mediaset sta collassando e la Rai è già collassata». ILDUOPOLIO La rete di TiMedia un suo appeal ce l'ha, ma soprattutto l'essere alternativa al duopolio Rai-Mediaset è la chiave del successo, come ha spiegato anche Mentana: «La7 è stata ‘normale', libera indipendente». Ora l'acquisto da parte del network di Berlusconi azzererebbe tutto ciò. Mentana, il cui editoriale delle 20 sabato ha raggiunto il 7,3 per cento con picco dell'8,5, se ne andrebbe (ma non al Tg1, dice), così come avrebbe fatto con un ingresso di De Benedetti. Lanciano un allarme sul conflitto d'interessi i parlamentari Giulietti, di Articolo21 e Vita del Pd: «Il governo dovrebbe dire qualche parola su La7. Il silenzio preoccupa. La manifestazione di interessi da parte di Mediaset pone diversi problemi di legittimità, su cui si attende l'intervento delle Autorità competenti». Tanto più sulle «frequenze, il verosimile obiettivo del gruppo berlusconiano», proseguono, «l'esecutivo non può guardarsi dall'altra parte con il rischio che si crei un “oligopolio inedito persino per l'Italia'». Francesco Merlo, del Pd, presente a Torino, sembra dubbioso che Mediaset possa davvero comprare la rete TiMedia, cosa che sarebbe comunque preoccupante. La Rai ha già tanti guai suoi per pensare anche a se Berlusconi divorerà o meno La7. All'inaugurazione della 64esima edizione del Prix Italia, a Torino, a preoccupare sotto il palazzo (in vendita) della prima sede Rai in via Verdi è la riunione del Cda di mercoledì, nella quale il neo direttore generale, Luigi Gubitosi, metterà sul tavolo slide e tabelle sui conti Rai. Un «rosso» tra i 130 e 140 milioni di euro, che smaschera quei 4 milioni di attivo con cui Lorenza Lei, suo predecessore, ha chiuso il bilancio 2011 portandolo come (inutile) trofeo. Qualcosa non torna, per le fatture che sarebbero state anticipate sul 2011 ma che, alla resa dei conti, per l'appunto, lasciano solo un gran «buco» SPEDINGREVIEWALLARAI Sul fatto che Gubitosi abbia «premiato» l'ex dg Lei con la nomina come ad della Sipra, l'intepretazione corrente è che sia stata «commissariata» tra lo stesso Gubitosi presidente della concessionaria e un direttore generale esterno. L'attuale dg pensa a fare rigare dritto e la speding review pioverà su viale Mazzini: tagli sui collaboratori, sugli inviati (anche per i tg potrebbe essere ridotto a uno per tutti secondo l'evento) , basta con i contratti milionari ai pensionati (anche eccellenti come Minoli), largo ai giovani. La presidente Anna Maria Tarantola si presenta a un evento storico per la Rai ma, tailleur chanel di chanton blu, scarpa in tinta, filo di perle e capigliatura borghese anni '60, cortesemente sorride ai giornalisti ma non dice una parola. Prima del Cda e dell'audizione in commissione di Vigilanza il 25 settembre. L'INTERVENTO/2 PAOLONATALE* L'INTERVENTO/1 STEFANOBALASSONE L'amministratore di TiMedia conferma la trattativa: «Per il Cav i soldi non sono un problema» Il Pd: «Il governo non può fare finta di niente» Mentana protesta SEGUEDALLAPRIMA Ufficialmente lo ha fatto perché l'argomento non rientrava tra le missioni dell'esecutivo; in realtà perché non ha voluto nemmeno sfiorare quei fili dell'alta tensione politica chiamati conflitto di interesse. Così oggi, con immotivato stupore, si «scopre» che il sistema è esposto persino ad ulteriori rischi di concentrazione. Si rispolverano sigle archiviate in fretta, per accorgersi che il Sic (il Sistema Integrato delle Comunicazioni, cuore ancora perfettamente pulsante della legge Gasparri) non impedirebbe affatto ma guarda un po'! - l'allargamento ulteriore di Mediaset. E i limiti che imporrebbe la Commissione Europea non vengono interpretati in modo univoco neanche dagli esperti: il tetto dei 5 multiplex vale senza deroghe, o si applica soltanto nel caso in cui ci sia una gara per l'assegnazione delle frequenze? Torna utile il realismo rude di Gianni Stella (Direzione Tv di Telecom Italia Media) intervistato da “Libero”: «Non è un problema di leggi, in Italia non lo è mai. D'altronde c'erano problemi anche con la Corte Costituzionale e Rete4. Quelli di Mediaset intanto fanno, poi questi problemi si sormontano, il modo si trova, si fidi». E c'è da mettere in conto che quello dei canali tv (La7 e Mtv) possa anche essere un falso obiettivo, da abbandonare tatticamente in risposta alle critiche, per puntare al bersaglio vero: il polo unico delle frequenze, il monopolio delle torri di trasmissione, tema più ostico per la pubblica opinione e dunque meno idoneo a suscitare sollevazioni, ma assolutamente cruciale per misurare il tasso di pluralismo del sistema. Le nostre regole sono rimaste quelle per cui l'Europa da anni ci guarda con sospetto, e su questo spread il governo Monti non ha inciso affatto. Rivedere i criteri di nomina del vertice Rai si è rivelata missione impossibile; l'asta delle frequenze si è impantanata; l'emittenza locale sta sprofondando in una crisi devastante. È un problema di tenuta industriale (cioè di posti di lavoro, importanti né più né meno dei tanti altri a rischio nell'Italia di oggi) ed è un problema di pluralismo, che le regole attuali (sulla concentrazione pubblicitaria e sui limiti antitrust) non garantiscono SEGUEDALLAPRIMA Del disastro Rai sappiamo. Meno nota la situazione di Mediaset, il Gruppo che ha dilagato negli anni 80 e 90 a colpi di fatti compiuti, nonostante i ricorrenti paletti della Corte Costituzionale, che erano acqua fresca rispetto alla forza politica di Berlusconi, ben prima della discesa in campo, e all'appoggio massiccio della maggioranza del pubblico, schierato a favore della tv commerciale generalista e gratuita (Fat, dall'inglese Free air television) con cui Mediaset veniva identificata. Oggi la situazione è diversa sotto entrambi gli aspetti: la forza politica di Mediaset è in declino (e non stiamo qui ad analizzarne le ragioni); l'appoggio del pubblico alla Fat sta progressivamente declinando per l'emergere di nuovi settori, dalla Pay tv a Internet. La forte contrazione dei ricavi pubblicitari di Mediaset, è dunque sia di natura congiunturale (effetto della crisi economica generale) sia, e qui è la novità, di origine strutturale, conseguenza del cambiamento di rotta di segmenti importanti (quelli meno legati ai prodotti di largo consumo familiare) della spesa pubblicitaria. Aggiungiamo che la mala parata di Mediaset Premium - la pay tv del Biscione - sta a dimostrare che a Cologno Monzese non sono in grado, da soli, di cavarsi fuori dalle secche del vecchio business messo in piedi trenta anni orsono. Se l'incumbent, e cioé il boss che frenava ogni progettualità e innovazione di sistema, è occupato a leccarsi le ferite, cosa deve fare la politica? Ovviamente riprendersi gli spazi perduti. Come? Cercando di immaginare innovazioni di sistema che eliminino le vecchie storture e aprano prospettive di concreto sviluppo. Ovviamente il bene principale, siamo -in fondo- una democrazia, è il pluralismo. E non per caso è innanzitutto la paura per il pluralismo minacciato che risuona negli allarmi per la sfacciataggine di Mediaset, sia che allunghi la mano in prima persona sia che mandi avanti offerte-schermo, provenienti comunque dal proprio giro di interessi. Ma a colpi di paura non si spostano le cose; e neanche appellandosi ai codicilli, all'Europa e alle pronunce - sempre aggirabilissime - delle Autority di «garanzia». Le mura di carta non hanno mai protetto nessuno che non sapesse proteggersi da solo, e di questo, come ricordavamo, si è fatta ampia esperienza negli anni '80 e '90 del secolo scorso. Sarebbe ora di piantarla. È possibile invece, ci domandiamo, che a partire dallo stato di crisi dei titolari del duopolio e, cogliendo l'occasione della offerta in vendita di La7, la politica (chi, più o meno tecnico, governa e chi aspira a farlo) apra un vero negoziato con le parti interessate per ridiscutere i fondamenti di un sistema, ormai alla frutta? Magari immaginando riorganizzazioni volte a dare nuove prospettive a chi è in crisi (Rai e Mediaset) e vere possibilità di crescita a chi ci sta provando (La7). E comunque ricordiamo che se un partito, poniamo il Pd, oggi in pole position elettorale, dovesse preannunciare cosa, se vincesse le elezioni, farebbe a livello legislativo per rivedere le norme della Gasparri, sarebbe ben difficile concretizzare una vendita di La7 all'acquirente sbagliato. Magari Bersani e Renzi potrebbero spendersi sulla questione. È arrivato, ci chiediamo, il momento di mettere testa e mano, per davvero, alla situazione dei mass media italiani? Forse sì. Anzi, diremmo: se non ora, quando? LOSCONTROPOLITICO NATALIA LOMBARDO INVIATA ATORINO Mediaset vuole La 7 «Le leggi? Si aggirano» Regole e pluralismo Siamo rimasti indietro . . . La questione televisiva non è un pezzo di Novecento che si è trascinato fino a noi Il vero problema sono le aziende fragili . . . Servono innovazioni di sistema che eliminino vecchie storture e aprano prospettive di sviluppo . . . Con la troppa paura non si spostano le cose; neanche appellandosi all'Europa e alle Autority . . . La Rai presenta i suoi programmi a Torino Ma economicamente la tv pubblica è a pezzi 4 lunedì 17 settembre 2012
Ipadri separati, le nuove vittime del-la crisi. Mentre l'Istat rivela che so-no le donne, in realtà, a pagare di più nelle separazioni («una su quattro è a rischio povertà» riferiscono i dati del 2012) il cinema si «schiera», diciamo così, dalla parte dei «papà». Carlo Verdone, in Posti in piedi in paradiso, ce li racconta col sorriso mentre si arrabbattano per mettere insieme i soldi per gli alimenti o per pagare i «capricci» delle figlie. Costretti persino alla convivenza forzata tra soli uomini per dividere l'affitto, altrimenti troppo alto per vivere da soli. Il tema c'è. Ed è drammatico. E come tale l'affronta, infatti, un altro film, passato da Festival di Venezia e nelle sale italiane da alcuni giorni. È «Gli equilibristi» di Ivano De Matteo che, dopo aver «graffiato» le contraddizioni della borghesia di sinistra («La bella gente») si è lanciato stavolta a descrivere quella piccola borghesia sulla quale la crisi ha picchiato più duro. Eccolo, infatti, il padre separato (Valerio Mastandrea) che scivola giù, sempre più giù, fino a ritrovarsi a dormire in auto. Una storia presa dalla realtà. «Non certo l'unica coi tempi che corrono» dice Monsignor Matteo Zuppi, vescovo ausiliario di Roma, impegnato da sempre nelle periferie più difficili e, soprattutto, nella comunità di Sant'Egidio. «Quando il nucleo familiare si rompe - prosegue - è facile precipitare. Il salario diventa uno solo. E con poco più di mille euro al mese come si fa a pagare un affitto... Basta una spesa in più che tutto salta. In molti sono finiti a vivere nelle roulotte». Le donne, è vero, conferma Don Matteo, in «caso di separazione sono le più fragili. Ma anche per i padri, pagare gli alimenti può diventare molto difficile. Direi insomma, per quella che è la mia esperienza, che è dura per tutti e due». Ad essere più colpiti dalla crisi sono i cinquantenni. «A questa età il licenziamento può essere fatale. Si è considerati troppo vecchi per rientrare nel circuito lavorativo e quindi si resta tagliati fuori. Se cerchi un prestito nessuno te lo dà e così comincia l'incubo, si supera il limite di sopravvivenza». E si finisce alla mensa della Caritas o a quella di Sant'Egidio, per esempio. «L'impressione è di essere ritornati ai livelli di povertà dei Sessanta e Settanta. Se negli ultimi anni erano soprattutto gli stranieri a venire a mensa, ora sono gli italiani. E molte, sempre di più, sono anche le richieste dei pacchi». Vestiti, abiti usati, scarpe. C'è bisogno di tutto. «Per le parrocchie c'è un carico sempre maggiore. Ma si sono attrezzate grazie ad una rete di solidarietà sempre in crescita. Aumentano le tavolate, i pranzi come quelli che si fanno nei paesi. E non solo per sconfiggere l'emarginazione, la solitudine...ma la fame». Alla mensa di Sant'Egidio, «fotografata» dal vivo ne «Gli equilibristi», sono tanti quelli che vivono sotto il limite di sopravvivenza, proprio come i papà raccontati al cinema. Professionisti, bancari, quella media borghesia che fin qui neanche conosceva certe realtà. Come quel «signore di 56 anni - prosegue don Matteo - che lavorava in banca ed ha scelto di mollare per farsi assumere da una finanziaria. Ecco, questa fallisce e lui non riesce più a pagare l'affitto. Niente prestiti e perde la casa. Ora viene qui tutti i giorni». Molti i casi di donne, prosegue ancora, «tra i 50 e 60 anni che magari vivevano con le madri e una volta morte loro si ritrovano per strada. Si vergognano di chiedere aiuto ai figli e così vengono a chiedere i pacchi». Del resto è noto: in Italia il vero welfare è la famiglia, conferma don Matteo. «Ma oggi è una rete sempre più fragile. Con la pensione del nonno, sempre più ridotta, non può più vivere pure il nipote...». Se il cinema riesce a raccontare tutto questo, dunque, conclude «è un bel passo avanti. Senza pietismi, né sguardi caricaturali, ma come ha saputo fare il neorealismo. È un passo avanti verso la consapevolezza, per dare dignità alle tragedie personali, più peso all'umanità. E per spingere verso la solidarietà. Quella che la politica non riesce più a trasmettere e di cui, invece c'è un grande bisogno, in questo momento di ricostruzione». ro ancora lavorare. Come negli ambulatori dei medici di famiglia, arrivano con ogni tipo di sintomo, per farsi misurare pressione e glicemia, talvolta anche solo per fare due chiacchiere. Gli operatori raccontano che sono almeno una trentina i romani tra i 50 e i 70 anni che hanno scoperto il servizio di strada. Equamente divisi tra uomini e donne. Non sono malati gravi e non si può tracciare un ritratto tipico: tra di loro c'è l'anziana vedova che vaga per tutta Roma in cerca della mensa in cui il pasto è migliore, l'ex bohemien che ha vissuto all'estero senza pensare alla pensione. Sono vittime di casi sciagurati: Paolo che ha una casetta di proprietà e un cane, non s'è mai potuto permettere più di una stanza; faceva il cameriere, una famiglia sua non l'ha mai avuta e quando è andato in pensione ha scoperto che non gli avevano versato i contributi. Così i 70 anni l'hanno sorpreso solo e con una pensione da poche centinaia di euro. Per quelli come lui, se non sono esenti, una visita specialistica è un problema serio: «Prima mandavamo quasi tutti al San Gallicano (storico polo romano per la medicina delle migrazioni e della povertà n.d.r.) alcolisti, malati di gravi malattie «di strada» e persone semplicemente povere, ma da quando il San Gallicano ha subito tagli non sappiamo più dove inviarli. A Roma, non c'è più un grande polo per loro e il problema della loro assistenza sanitaria è serio», racconta il coordinatore del servizio, Michele Pellegrino. Qualcuno finisce all'ambulatorio della Caritas della stazione Termini che è un'istituzione, sta lì da almeno vent'anni e accoglie tutti senza ticket. Nell'ambulatorio che nasce come polo di medicina delle migrazioni hanno anche la fotografia dei loro pazienti senza fissa dimora, e dice che gli italiani si impoveriscono. Nel 2005 erano pazienti italiani il 2,1% dei senza tetto (tra le prime visite); nel 2010 il 7%, nel 2011 l'8,7 %. I migranti sono il cuore dell'utenza ma negli ultimi tempi anche la loro fotografia cambia: non solo irregolari, ma anche tanti immigrati caduti in disgrazia per la perdita del lavoro, di nuovo poveri, beffati dalla crisi dopo gli sforzi per integrarsi. «Tornano ragazzi magrebini che abbiamo curato 10 anni fa appena arrivati e che ora, dopo aver avuto una casa e un lavoro regolare, si ritrovano in strada». Tutti vanno per lo più per patologie di ossa e muscoli, della pelle e dell'apparato respiratorio. Gli stranieri hanno l'età dalla loro parte: il 30 % di quelli che si sono recati all'ambulatorio di Termini tra il 2005 e il 2010 per la prima volta, ha 30 anni; il 35 % degli italiani, invece, ne ha 60. E in tempi di crisi il via vai dei nuovi poveri si intensifica pure alla farmacia gratuita rifornita dalle donazioni. «Quando è aperta al pubblico – racconta Bianca Maisano – vengono da tutta Roma pensionati per cui un antidolorifico da 5 euro è un lusso». Cercano farmaci da banco: antidolorifici, disinfettanti, quelli non coperti da esenzione perché considerati non indispensabili. ILVA DI TARANTO «Donne e uomini separati Basta poco per perdere tutto» Unoperaiodi20anniustionatonellacokeria GABRIELLA GALLOZZI ROMA Il giorno dopo il violento nubifragio che si è abbattuto sull'arcipelago delle Eolie si contano i danni: si stimano circa 30 milioni di euro anche se i dirigenti della Protezione civile sono al lavoro per redigere un bilancio definitivo. A Lipari nessuno ricorda un alluvione così devastante in tempi recenti. L'ultima risale al 1860. Il sindaco Marco Giorgianni ha chiesto lo stato di calamità naturale, richiesta che viene avanzata al governo Monti anche da numerosi politici che hanno espresso vicinanza alla popolazione. Sotto un caldo sole, isolani e turisti hanno trascorso l'intera giornata di ieria ripulire abitazioni, negozi, strade e a tentare di recuperare auto e mezzi travolti dal fango e dai detriti trascinati dai torrenti. Ed è già polemica per la cementificazione di numerosi torrenti, straripati per le forti piogge. «Per fortuna l'alluvione è durata solo due ore, perchè sarebbe stata la fine; anche stavolta San Bartolomeo ha protetto la sua isola», è il ritornello di alcuni anziani. L'acqua ha trascinato tonnellate di rifiuti abbandonati nella discarica abusiva di materiale da risulta che viene utilizzata da trent'anni nel costone di Annunziata. Tutto il dirupo è crollato e, lungo il torrente di Valle asfaltato e trasformato in centro abitato, ha trascinato di tutto. Il fiume di fango ha allagato la scuola media tanto che il preside Renato Candia è stato costretto a far evacuare il piano terra e a trasferire i 200 ragazzi in sicurezza al primo piano. Oggi le scuole rimarranno chiuse, come previsto da un'ordinanza del sindaco. Lungo la via Roma èfinito di tutto: vecchi elettrodomestici, motorini, biciclette, la melma ha sommerso le auto, allagando case e negozi. A Canneto e a Calandra è stato un disastro. La montagna di detriti di pomice si è riversata nella strada, un bus e diverse auto sono state quasi sommerse. Analoga situazione lungo tutti gli altri torrenti. Gli isolani sono rimasti «sequestrati» in casa per alcune ore. Forestali, carabinieri, vigili del fuoco, polizia municipale, volontari della protezione civile, operai comunali e le ditte locali si sono prodigate con ruspe e mezzi meccanici riuscendo a tempo di record a bonificare e ripulire le vie principali. All'opera con scope e pale anche tanti abitanti, turisti e villeggianti. Unoperaiodella dittad'appalto Semat,originariodi Grottaglie (Taranto),nella tarda seratadi sabato siè procurato ustioni di secondo grado in diverse partidelcorpo precipitando in una buca profonda circaun metro, contenente acqua di raffreddamentodelcoke, all'interno dellostabilimento Ilvadi Taranto. Il lavoratore, secondofonti sindacali, aveva finito ilproprio turno di lavoro e stava rientrandonegli spogliatoicon unmezzo proprio insiemeadalcuni colleghiquandoha fermato la marciadelmezzo, è scesoe hascavalcatouna recinzione.«Forse sottolinea il segretarioprovinciale dellaFimCisl, MimmoPanarelli dovevaespletare un bisogno fisico, nonè ancorachiaro cosa sia accaduto. Nel ritornare al mezzoè caduto inuna buca.Poiè stato soccorso e trasportatoall'ospedale Perrino di Brindisi.Non corre comunquepericolo divita». Indagini sono incorsoda partedei carabinierie degli ispettoridel lavoro per fare luce sull'accadutoe stabilire eventuali responsabilità. Nonè ancora chiarose il ferito,Roberto Santoro,di 20anni, cheavevacomunquefinito il turnodi lavoro, abbia scavalcatouna recinzioneoabbia spostatouna paratiadopoaver caricatodelle impalcature.L'operaioè caduto inun canaledi scolocon acquadi raffreddamentodellacokeria, a temperaturadi 70-80gradi. Sono intervenutianche funzionari dello Spesaldell'Aziendasanitaria locale.La fossa,a quantosi è appreso,era transennata,manoncoperta. Lipari sotto l'acqua, danni per 30 milioni Il sindaco chiede lo stato di calamità MonsignorMatteoZuppi, vescovoausiliariodiRoma, racconta lepiccolegrandi storiedichibussaa Sant'Egidio:«Lafamigliaè l'unicowelfare» IL COLLOQUIO Valerio Mastrandrea in una scena del film «Gli equilibristi» lunedì 17 settembre 2012 13
Giorgia Meloni ci vagiù pesante, il lessi-co è un amarcord deitempi puri e duri delFronte della gioven-tù di Garbatella: «Fiorito ci fa schifo, chi ha rubato come lui va cacciato fuori dalle palle a calci sui denti». Lo scandalo alla vaccinara dei fondi Pdl alla Regione Lazio, in attesa del d day, oggi Renata Polverini va in assemblea per comunicazioni urgenti, ha come scenario domenicale la festa di Atreju vicino al Colosseo. L'ex ministro finalmente è soddisfatta, il segretario Alfano è stato netto: «Fiorito è fuori dal Pdl, disonora la nostra immagine». E lei rincara: «È un ladro patentato, ha detto lui stesso di aver fatto quei bonifici (secondo l'accusa almeno 753.000 euro finiti su suoi conti personali, in Italia e all'estero ndr), dovrebbe dimettersi dal consiglio regionale più veloce della luce ma, purtroppo, su questo il partito non ha potere». Franco Fiorito, detto «Batman» perché pare sia caduto da fermo dal motorino, alla fine si è fregato con le sue mani. Sul piano giudiziario si vedrà, perché le norme sull'attribuzione dei fondi ai gruppi della Regione Lazio sono così vaghe che, spiega il parlamentare Pdl Guido Crosetto: «È surreale, ma si potrebbe scoprire che non si tratta di atti penalmente rilevanti», però sul piano politico, continua Crosetto: «sono comportamenti moralmente disgustosi». «Mi passi la battuta», aggiunge il parlamentare: «Ho visto le foto e mi sembra che Lombroso andrebbe rivalutato», poi, più seriamente: «Tutti quelli che hanno gestito così i soldi pubblici vanno presi a calci nel sedere, la mia impressione è che non si tratti solo di Fiorito e non si tratti solo del Pdl». L'inchiesta si potrebbe allargare però, dice Giorgia Meloni: «C'è una differenza fra chi spende per iniziative politiche e chi si compra un Suv». Per percorrere l'autostrada da Anagni alla Pisana, un Suv è evidentemente indispensabile, mentre, per la segretaria che non ha la sua stazza, Francone Fiorito ha autorizzato l'acquisto di una Smart. E ha comprato pure dieci cravatte di Marinella per 1200 euro, una cifra con cui molte famiglie cercano di campare un intero mese. All'inizio Alfano aveva accolto la scelta soft del Pdl del Lazio: una innocua autosospensione dell'interessato. Provvedimento tanto morbido da suscitare l'indignazione di Fabio Rampelli (Pdl ex An): «Facciamo ridere tutti». Ma poi il Batman di Anagni ha scelto di difendersi attaccando, «se ho sbagliato io hanno sbagliato tutti, ho dato i soldi a tutti». E si è messo a raccontare di ostriche e champagne, di parenti assunti alla Regione, di finte fatturazioni, di un festino a Cinecittà che sembra una copia delle leggendarie serate di Arcore in salsa ciociara: «Gnocche (lui parla così, ndr) travestite con un gonnellino bianco», a quella scena, aggiunge: «L'assessore al bilancio era disgustato». Sembra una difesa ma è una chiamata in causa: perché la gestione allegra del gruppo Pdl è andata avanti fino alla segnalazione della Banca d'Italia sui trasferimenti sospetti di capitale? Impossibile che l'assessore al bilancio Cetica e la presidente Polverini non si fossero accorti di niente. E intanto il consigliere De Romanis, chiamato in causa da qualche giornale, per l'organizzazione del festino, «smentisce categoricamente e annuncia querele». Spiegano tardivamente i consiglieri Pdl, che il cambio al vertice del gruppo è stato determinato proprio da quell'andazzo. Siccome, racconta il successore Francesco Battistoni, «il cambio è avvenuto in modo irrituale», cioè Fiorito non era stato eletto e non è stato sfiduciato, «io ho preso un avvocato e un commercialista per vedere la situazione finanziaria del gruppo, ho fatto una relazione e l'ho consegnata a tutti i consiglieri». Ma Battistoni, raccontano alla Pisana, nel fare la relazione sulle spese pazze del suo predecessore, deve essere stato aiutato da Mario Abbruzzese che, da presidente del Consiglio regionale, ha più esperienza della macchina amministrativa. Francone, allora, dà botte a tutti e due, ad Abbruzzese che «ha due macchine blu, una a Roma e una a Cassino» e a Battistoni, di cui mette in piazza le spese da lui stesso autorizzate: fra l'altro 134.000 euro per grafica, pubblicità, agende del consiglio regionale, media, allestimenti di convegni, 41.000 per buoni benzina, 24.000 per notebook, stampanti e altro materiale informatico. Si tratta di documenti «contraffatti ma per fortuna io ho l'originale di tutte le ricevute», reagisce l'interessato. Con lui si schiera la maggioranza del gruppo Pdl che, ieri, ha firmato un documento, nel quale si sostiene che Battistoni non è indagato e deve restare al suo posto. Fra i firmatari del documento c'è Veronica Cappellaro, giovane assessore allo sport, che dal gruppo ha avuto finanziato un book fotografico. You Tube la immortala mentre legge sillabando sul gobbo di una Tv locale una dichiarazione, esilarante. Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso del fango di Fiorito è stato l'accenno ai parenti che hanno trovato posto alla Regione. Fabio Rampelli reagisce: «Un disturbato che infanga le persone per bene» e spiega che sua cognata ha vinto regolare concorso alla Regione negli anni Novanta. Arianna, la sorella di Giorgia Meloni, ha cominciato con il lavoro volontario ed è precaria da 13 anni, con «1540 euro al mese spiega Giorgia - semmai la parentela l'ha danneggiata». Un altro chiamato in causa da Franco Fiorito è l'assessore Del Balzo, alla Regione lavorano la moglie, che ha un cognome evocativo del Ventennio, Carmen Puzzone (ma nel web qualcuno dice che il cognome corretto è Puzone) e la nipote, Elisabetta Pimpinella. L'assessore ha spiegato che la moglie è dipendente della Regione da un decennio e che lui, in tre anni, ha avuto dal gruppo «finanziamenti per 50.000 euro tutti documentati più 3000 in contanti ma anche questi documentati». Oggi alle 16 Renata Polverini farà all'assemblea comunicazioni urgenti. Delle due condizioni poste per non dimettersi sembra che su una, i tagli alle commissioni e alle indennità di funzione, ci sia accordo. Sull'altra, l'azzeramento degli incarichi del Pdl, invece c'è battaglia. L'opposizione, però, sospetta che in scena vada solo il teatrino dei tagli. Ci si chiede anche se fra le indennità di funzione ci sia anche il taglio per quella della presidente. Il Pd, per evitare che tutto si limiti agli annunci, ha annunciato che da questa mattina i suoi consiglieri si dimetteranno da tutte le commissioni, «anche per avere la certezza che Franco Fiorito non resti presidente della commissione Bilancio». Lapidario Francesco Storace: «Alla Regione la partita è chiusa». Enrico Mentana direttore del Tg di La7 FOTO ANSA affatto. Sbaglia perciò Enrico Mentana a tener fuori l'esecutivo da ogni ruolo in materia e ad appellarsi alle regole vigenti, come se non vedesse l'interesse monopolistico che le ha forgiate. C'è un rilevante spazio di azione - se vuole e può - per il governo Monti oggi. E c'è un dovere di proposta per le forze politiche che dicono di voler governare domani. La questione televisiva non è un pezzo di Novecento che si è trascinato pateticamente fino a noi. L'assetto democratico dei media tra i quali la tv generalista conserva ancora un impatto determinante - è tema modernissimo, non solo in Italia, connesso anche alla battaglia culturale e politica contro i populismi nella quale le istituzioni europee dicono di volersi impegnare. Dicano parole chiare, i partiti e i candidati che ora vanno al voto. Non solo su Berlusconi e sulle regole che lo favoriscono, perché il problema non è soltanto nel campo del centrodestra: sulla comunicazione italiana gravano tanti altri conflitti di interesse ed intrecci proprietari pericolosi. Monopoli ed oligopoli non ci piacciono, di qualunque colore. Le piazze che in questi anni si sono riempite in nome del diritto dei cittadini ad essere informati meritano qualche convincente capoverso nei programmi elettorali. *Presidente della Federazione nazionale della Stampa italiana INFORMAZIONE PieroGrasso narratore intv per le lezionidimafia «Dellamafiabisognasempre parlarne, sideverompere il silenzio, lodiceva anche Giovanni Falcone»,neè convinto Pietro Grasso,procuratoreAntimafia, tantodaavervestito i pannidel «narratore»televisivo per ledodici puntatedelle «Lezionidi mafia» dedicateai ragazzi da RaiEducational, inonda su RaiStoriadal 17settembre (lunedì alle23 e la domenica alle20,30). Parlarequindi per«farcapire quel connubiotraeconomia, politicae potereche faprolificare lemafie», conunavisione storica perquel cheè accadutodal 1971 al '92 in Sicilia,ma anche sulle ramificazioni alNord«un fenomeno sottovalutato», spiegaGrasso. Quantoallepolemiche sulla presunta«trattativaStato-mafia», ilprocuratoreneparlerà ,anche ai ragazzi,«a bocce ferme,quando sarannoconcluse le indagini e sarà accertata la veritàgiuridica, senza farescontianessuno». «Lacultura della legalità fa parte del sensodel serviziopubblico», spiega lapresidente RaiAnna MariaTarantolaall'aperturadella 64esimaedizionedelPrix Italiaa Torino,e dell'impegnodella Rai sulla legalitàhaparlatoanche con il ministrodell'Interno,Anna Maria Cancellieri (che ha resoonorea TommasoPadoa Schioppa: «L'hannomassacrato peraver dettoche“pagare le tasseè bello” , c'èchi pensache nonsia necessario». Ora Fiorito «fa schifo» alla destra Lui si difende: ho dato soldi a tutti Franco Fiorito con il presidente della regione Renata Polverini Frontecontro«Batman»: dalla furibondaMelonia Crosetto.E lapresidente Polverinioggiscioglierà la riserva:o fatecomedico io,o tuttiacasa JOLANDABUFALINI ROMA TERRORISMO CasoAdinolfi Restanoincarcere i2anarchici fermati Restano in carcere idueanarchici ritenutidaipmgenovesi responsabilidell'attentato il 7 maggioneiconfronti dell'amministratoredelegatodi AnsaldoNucleare Roberto Adinolfi. Ilgipdi Torino haconvalidato l'arrestodel torineseAlfredo Cospito, sottopostoa fermo di pg all'albadi venerdì scorso,eha emessouna ordinanzadi custodia neiconfrontidi NicolaGai perchè vi sonoa lorocarico «nuovoe importantielementi». Entrambi restanopertanto incarcere. Ora il fascicolo verrà trasmessoa Genovadove il gipdovrà rinnovare lemisuredi custodia. Ilgip ha convalidato il fermo di Cospitoe nonquellodi Gai riconoscendo soloper ilprimo un «provvedimentod'urgenza acausa diun concretopericolodi fuga». Nellostessotempo ha deciso la custodiacautelare incarcere per entrambi i fermati, ritenendo concrete leprove raccoltedalla digosgenovese.Cospitoe Gai sonostati trasferiti al carcere di Torinoe da qui potrebberoessere portati in uncarcere ligurea disposizionedeipmFranz e Piacenteche potrebbero interrogarligià la prossima settimana. Nell'ordinanzadispostadalgip diTorino, AlessandraBassi, si contestanonei loroconfronti lesionigraviaggravate confinalità di terrorismo, furtoaggravato, detenzionee uso diarma illegale. . . . C'è spazio di azione per il governo Monti. E c'è un dovere di proposta per chi vuol governare IL RETROSCENA lunedì 17 settembre 2012 5
TV CHIARI DI LUNEDÌ 06.30 TG 1. Informazione 06.40 CCISS Viaggiare informati. Informazione 06.45 Unomattina. Rubrica 10.00 Unomattina Verde. Rubrica 10.25 Unomattina Rosa. Rubrica 11.05 Unomattina Storie Vere. Rubrica 12.00 La prova del cuoco. Game Show 13.30 TELEGIORNALE. Informazione 14.00 TG1 - Economia. Informazione 14.10 Verdetto Finale. Show. Conduce Veronica Maya. 15.15 La vita in diretta. Rubrica 16.50 Rai Parlamento Telegiornale. Informazione 17.00 TG 1. Informazione 18.50 L'Eredità. Gioco a quiz 20.00 TELEGIORNALE. Informazione 20.30 Aari Tuoi. Show. Conduce Max Giusti. 21.10 Cesare Mori: il Prefetto di ferro. Serie TV Con Vincent Perez, Anna Foglietta, Adolfo Margiotta. 23.15 Porta a Porta. Talk Show. Conduce Bruno Vespa. 00.50 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.25 Sottovoce. Talk Show. Conduce Gigi Marzullo. 01.55 Rai Educational. Real School. Documentario 06.45 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 08.20 Il ritorno del maggiolino tutto matto. Film Commedia. (1994) Regia di Peyton Reed. 09.45 Sabrina vita da strega. Serie TV 10.05 Sorgente di vita. Rubrica 10.35 Tg2 Insieme Estate. Rubrica 11.20 Il nostro amico Charly. Serie TV 12.10 La nostra amica Robbie. Serie TV 13.00 Tg2 - Giorno. Informazione 13.30 TG 2 E...state con Costume. Rubrica 14.00 Parliamone in famiglia. Talk Show 16.15 Army Wives. Serie TV 17.45 Tg2 - Flash L.I.S. Informazione 17.50 Rai TG Sport. Sport 18.15 TG 2. Informazione 18.45 Cold Case - Delitti irrisolti. Serie TV 19.35 Squadra Speciale Cobra 11. Serie TV 20.30 TG 2 - 20.30. Informazione 21.05 Pechino Express. Rubrica 21.10 N.C.I.S. Los Angeles. Serie TV Con Linda Hunt, LL Cool J, Chris O'Donnell. 21.50 Blue Bloods. Serie TV 22.40 The Good Wife. Serie TV 23.25 Tg2. Informazione 23.40 Almost true. Show. Conduce Carlo Lucarelli. 00.35 Rai Parlamento Telegiornale. Informazione 00.45 Protestantesimo. Rubrica 06.30 Il caè di Corradino Mineo. Attualità 07.00 TgR. / TGR Buongiorno Regione. Informazione 08.00 Il dominatore di Chicago. Film Drammatico. (1959) Regia di Nicholas Ray. 09.35 La Storia siamo noi. Documentario 10.35 Cominciamo Bene. Rubrica 12.00 TG3. Informazione 13.10 La strada per la felicità. Soap Opera 14.00 TG3 Regione. / TG3. Informazione 14.50 TgR Prix Italia. Informazione 14.55 TG3 - L.I.S. Informazione 15.15 La casa nella prateria. Serie TV 16.10 Marathon. Film Drammatico. (1988) Regia di Terence Young. 17.30 Geo Magazine 2012. Documentario 19.00 TG3. / Tg Regione. Informazione 20.00 Blob. Rubrica 20.15 Cotti e mangiati. Sit Com 20.35 Un posto al sole. Serie TV 21.05 Il viaggio. Rubrica. Conduce Pippo Baudo. 23.05 TG3 Regione. Informazione 23.10 Tg3 Linea notte estate. Informazione 23.45 Speciale TG3: Premio Ilaria Alpi. Rubrica 00.45 Fuori Orario. Cose (mai) viste. Rubrica 00.55 La cassetta. Film Commedia. (1994) Regia di Manoel de Oliveira. Con Luis Miguel Cintra, Glicinia Quartin. 06.35 Media shopping. Shopping Tv 06.50 Magnum P.I. Serie TV 07.45 Pacific Blue. Serie TV 08.40 Hunter. Serie TV 09.50 Carabinieri. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Detective in corsia. Serie TV 12.55 La signora in giallo. Serie TV 14.05 Tg4 - Telegiornale. Informazione 14.45 Lo sportello di Forum. Rubrica 15.30 Hamburg distretto 21. Serie TV 16.35 My Life - Segreti e passioni. Soap Opera 16.50 Il comandante Florent. Serie TV 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.10 Siska. Serie TV 21.10 Quinta colonna. Attualità. Conduce Paolo Del Debbio. 23.55 I Bellissimi di Rete 4. Rubrica 00.00 Don Juan DeMarco - Maestro d'amore. Film Sentimentale. (1995) Regia di Jeremy Leven. Con Marlon Brando, Johnny Depp, Faye Dunaway. 00.46 Tgcom. Informazione 00.49 Meteo. Informazione 01.55 Tg4 - Night news. 07.55 Traco. Informazione 07.57 Meteo 5. Informazione 07.58 Borse e monete. Informazione 08.01 Tg5 - Mattina. Informazione 08.40 La telefonata di Belpietro. Rubrica 08.50 Mattino cinque. Show. Conduce Federica Panicucci, Paolo Del Debbio. 11.00 Forum. Rubrica 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.10 Centovetrine. Soap Opera 14.45 Uomini e Donne. Talk Show. Conduce Maria De Filippi. 16.20 Pomeriggio cinque. Talk Show. Conduce Barbara D'Urso. 18.50 Avanti un altro! Gioco a quiz 20.00 Tg5. Informazione 20.40 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 21.10 Squadra antimafia 4 Palermo oggi. Serie TV Con Simona Cavallari, Giulia Michelini, Marco Bocci. 23.31 Delitto perfetto. Film Thriller. (1998) Regia di Andrew Davis. Con Michael Douglas, Gwyneth Paltrow, Viggo Morgensen. 01.45 Tg5 - Notte. Informazione 02.15 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 06.40 Picchiarello. Cartoni Animati 06.55 Pokemon. Cartoni Animati 07.25 Dragon Ball. Cartoni Animati 07.55 Georgie. Cartoni Animati 08.20 Heidi. Cartoni Animati 08.45 E.R. - Medici in prima linea. Serie TV 10.35 Grey's anatomy 3. Serie TV 12.25 Studio Aperto. 13.02 Sport Mediaset. Informazione 13.40 Anteprima - Colorado. Rubrica 13.44 Futurama. Cartoni Animati 14.10 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 Dragon ball GT. Cartoni Animati 15.00 Fringe. Serie TV 16.00 Smallville. Serie TV 16.50 Merlin. Serie TV 17.45 Trasformat. Gioco a quiz 18.30 Studio Aperto. Informazione 19.20 C.S.I. - Scena del crimine. Serie TV 21.10 Colorado. Show. Conduce Belen Rodriguez, Paolo Runi, Dj Angelo. 23.45 Zelig O. Show. Conduce Katia Follesa, Davide Paniate. 01.00 Nip/tuck. Serie TV 01.45 Rescue me. Serie TV 03.15 Studio Aperto - La giornata. Informazione 03.30 Media Shopping. Shopping Tv 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.45 Coee Break. Talk Show. Conduce Tiziana Panella. 10.55 J.A.G. - Avvocati in divisa. Serie TV 12.30 I menù di Benedetta (R). Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Cristina Parodi Live. Talk Show. Conduce Cristina Parodi. 15.50 Movie Flash. Rubrica 15.55 Il Commissario Cordier. Serie TV 17.55 Cristina Parodi Cover. Talk Show. Conduce Cristina Parodi. 18.25 I menù di Benedetta. Rubrica 19.20 G' Day. Attualità 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Otto e mezzo. Rubrica 21.10 L'Infedele. Talk Show. Conduce Gad Lerner. 23.45 Omnibus Notte. Informazione 00.50 Tg La7 Sport. Informazione 00.55 Madama Palazzo (R). Talk Show. Conduce Silvia Gernini. 01.30 Movie Flash. Rubrica 01.35 G' Day (R). Attualità 02.15 Otto e mezzo (R). Rubrica 02.55 Omnibus (R). Informazione 21.00 Sky Cine News. Rubrica 21.10 Cowboys & Aliens. Film Azione. (2011) Regia di J. Favreau. Con D. Craig H. Ford. 23.30 I pu. Film Animazione. (2011) Regia di R. Gosnell. Con H. Azaria N. Harris. 01.20 Il gatto con gli stivali. Rubrica SKY CINEMA 1HD 21.00 Fuchsia, una strega in miniatura. Film Fantasia. (2010) Regia di J. Nijenhuis. Con M. Hensema A. Malherbe. 22.35 Rob-B-Hood. Film Azione. (2006) Regia di B. Chan. Con J. Chan L. Koo. 00.45 Febbre da fieno. Film Commedia. (2011) Regia di L. Luchetti. Con A. Bosca D. Fleri. 21.00 Boys & Girls - Attenzione: Il sesso cambia tutto. Film Commedia. (2000) Regia di R. Iscove. Con F. Prinze Jr C. Forlani. 22.40 Ricordati di me. Film Drammatico. (2002) Regia di G. Muccino. Con F. Bentivoglio L. Morante. 00.50 The Millionaire. Film Commedia. (2008) Regia di D. Boyle. Con F. Pinto D. Patel. 18.10 Adventure Time. Cartoni Animati 18.45 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 19.10 Ninjago. Serie TV 19.35 Redakai: Alla conquista di Kairu. Cartoni Animati 20.00 Lanterna verde. Cartoni Animati 20.25 Ben 10. Cartoni Animati 20.50 Adventure Time. Cartoni Animati 21.15 The Regular Show. Cartoni Animati 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Come è fatto. Documentario 20.00 Top Gear. Documentario 21.00 Come è fatto. Documentario 22.00 River Monsters. Documentario 00.00 Come è fatto. Documentario 01.00 Top Gear. Documentario 19.00 Una splendida annata. Videoframmenti 20.00 Lorem Ipsum. Attualità 20.20 Una splendida annata. Videoframmenti 21.00 Fuori frigo. Attualità 21.30 The Middleman. Serie TV 22.30 Chi se ne frega della musica. Musica 23.30 Jack Osbourne No Limits. Reportage DEEJAY TV 18.30 Ginnaste: Vite parallele. Docu Reality 19.30 Calciatori - Giovani Speranze. Docu Reality 20.20 Scrubs. Sit Com 21.10 Jersey Shore. Serie TV 22.00 Snooki And Jwoww. Show. 22.50 Guida galattica per uomini veri. Tutorial MTV RAI 1 21.10: Cesare Mori: il Prefetto di ferro Serie Tv con V. Perez. Arriva in Sicilia la moglie di Cesare, la cui gelosia è destinata ad accendersi. 21. 10: N.C.I.S. Los Angeles Serie Tv con C. O'Donnell. La squadra vigila sulla sicurezza della città. 21.05: Il viaggio Rubrica con P. Baudo. La tappa di oggi è girata in Puglia la terra di Checco Zalone. 21.10: Quinta colonna Attualità con P. Del Debbio. Si parla con la gente comune in collegamento da diverse piazze italiane. 21.10: Squadra antimafia 4 Palermo oggi Serie Tv con S. Cavallari. Vengono identificati i fratelli Mezzanotte. 21.10: Colorado Show con P. Runi. Torna con una nuova edizione il programma dedicato alla comicità. 21.10: L'Infedele Attualità con G. Lerner. I dibattiti e gli approfondimenti sui temi più scottanti. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY QUANDO L'HO RIVISTO IN FUGACIIMMAGINIDEITIGGÌ,ho capito che era al meglio di sé: più tremontiano che mai, Tremonti in quel di Cernobbio. In una sola sequenza senza sonoro di una frazione di secondo, in cui lo si vedeva fra altre persone come si poteva vedere una comparsa di Ben Hur in una scena di massa, emanava fiumi di quel suo fluido speciale a base di gelida superiorità, schifato distacco e lucidità esoterica. Ancora una volta, dall'occhietto vispo sotto l'occhialino standard, o se preferite dall'occhietto standard sotto l'occhialino vispo, giungeva un messaggio forte e oscuro: «Sono qui, ma non mi meritate, meriterei ben altro, difatti sono già oltre, come del resto avevo detto». Messaggio che è l'essenza sempiterna del Nostro, ma che ora, in versione lacustre, era tonificato da quel riapparire, dall'ansia di rivincita, da un proposito salvifico certo o quasi: fondare un movimento (5 Condoni?), una lista (commerciaLista?), un partito ad personam (olTremonti?). «O quasi», perché, come poi ho letto, il fu ministro dice che per ora sta buttando giù un manifesto. Ma non avendo egli buttato giù (nel senso di digerito) la fine ingloriosa del suo lavoro governativo, la sua discesa in campo pare più inesorabile di una cartella pazza. La svelano la sua idea di un referendum sull'Europa (assai trendy), la fascinosa (minacciosa?) vaghezza delle sue ricostruzioni (la lettera della Bce che affossò il governo Berlusconi? «Ci fu un'autoregia»), e soprattutto la sua definitiva (allusiva? vendicativa?) liquidazione dei vecchi partiti: «legati a generali di anime morte divenuti marionette di se stessi». Mi sono venuti i brividi. Pensando a partiti simili, e pure al partito di Tremonti. Specie se i tremontisti, anche antropologicamente, somiglieranno al leader. www.enzocosta.net enzo@enzocosta.net Unbrivido corre lungo laschiena: arrivano i tremontisti Enzo Costa Giornalista U: 20 lunedì 17 settembre 2012
IL MARCHIO CHE PER ECCELLENZA SIMBOLEGGIA LA GLOBALIZZAZIONECOSTRETTOAPIEGARSIALLEESIGENZELOCALI.FINOARINNEGARELEPROPRIECARATTERISTICHE PUR DI ASSICURARSI LA PIÙ CAPILLARE DIFFUSIONE DEL BUSINESS. Accade a McDonald's in India, e la cosa è meno contraddittoria di quanto sembri. Perché ancora una volta a dettare la logica d'azione è la capacità d'adattamento del capitale globale. Che a sua volta è la forma più evoluta assunta dalla ragione strumentale, e trova sempre il modo di piegare le forme culturali alle proprie esigenze anche quando sembra lasciarsene condizionare. È in questo senso che va letta l'ultima scelta della multinazionale della ristorazione fast food: l'apertura in India di punti di ristoro nei quali vengono serviti menu esclusivamente vegetariani. Per di più, un'apertura che avviene non già in due punti qualsiasi, ma in due luoghi massimamente significativi per le religioni sikh e indù. Una trovata che si è resa necessaria per piantare un altro paio di bandierine del vasto impero McDonald's in un angolo di mondo nel quale le prescrizioni religiose impediscono il consumo di carne bovina. Che è giusto la base alimentare d'ogni menu della catena leader mondiale nel settore della ristorazione veloce. Ostacolo insormontabile? Neanche per idea. E dunque ecco pronta la soluzione. Il primo ristorante in territorio indiano della catena sorgerà a metà del 2013 nella regione del Punjab, a Armistar. Non una città qualsiasi. È lì che ha sede il Tempio d'Oro, ovvero il luogo più sacro per gli adepti della religione sikh, quello al quale ogni fedele deve recarsi almeno una volta nella vita per assolvere a una prescrizione di fede. Per i sikh il pellegrinaggio al Tempio d'Oro non è la sola prescrizione. Fra le altre c'è anche il divieto assoluto di mangiare uova e qualsiasi tipo di carne o pesce. Dunque, per costoro un ristorante McDonald's sarebbe territorio off limits, al pari della maggioranza dei cittadini del Paese che professano la religione Indù e per i quali la vacca è un animale sacro. A solleticare le esigenze alimentari di questi ultimi provvederà il ristorante in apertura presso la piccola città di Katra. Che è situata nel distretto di Udhampur, e la cui peculiarità è quella d'essere il punto più vicino al Tempio di Vaishno Devi, uno dei luoghi più sacri dell'induismo dedicato alla dea Shakti. I pellegrini di entrambe le religioni, dunque, troveranno dall'anno prossimo un'opzione supplementare per le loro esigenze di ristorazione. E non poteva certo essere il divieto di consumare carne bovina a far desistere McDonald's dalla conquista d'un mercato vasto come quello indiano. Nel subcontinente, la multinazionale ha attivato soltanto 271 degli oltre 33.000 punti vendita. E per andare incontro alle peculiari esigenze della clientela locale ha pure provato, nel corso degli anni, a tarare i menu sul palato locale. Ma per sfondare davvero nel mercato indiano era necessario imprimere una svolta che rimettesse definitivamente in discussione l'identità di McDonald's a partire dai suoi menu. Adesso la svolta è servita in tavola, e avviene in un modo che pochi avrebbero immaginato: un McDonald's totalmente vegetariano, capace d'intercettare i gusti e gli stili di consumo della vasta platea di consumatori indiani senza metterne a repentaglio la sfera valoriale. Soluzione approntata, dunque. Il tempo dirà se sarà efficace. Al momento, la sola cosa certa è che dal 2013 la mappa del pellegrinaggio sikh verso il Tempio d'Oro ospiterà un altro simbolo dorato, quella «M» che dal punto di vista iconografico risulta essere il più riconoscibile fra i brand globali. Lo stesso avverrà per i pellegrini diretti a Katra. E il rispetto della religione c'entra poco, davvero. Perché qui è soltanto una questione d'affari, e d'acquisizione di nuove porzioni di mercato globale. A meno che non la si voglia vedere in un altro modo, e allora la storia può essere letta come un nuovo esperimento di dialogo religioso. Da una parte le religioni diffuse radicate e professate a livello sub-continentale; dall'altra la sola confessione davvero globale, la Religione del Denaro, che non si perita di rinnegare i propri simboli identificanti pur di ampliare la rete d'influenza. nedoludiforever@yahoo.it BUSINESS Fast food «alverde» McDonald's,purdivendere in India, diventa vegetariano POETI : BiancamariaFrabottaeDavideNotatornanosullapoesiadiRoberto Roversi P.18 : FILOSOFIA : Le«cose»checisfuggono,unconvegnoachiusura delFestivalemiliano P.18 : BAMBINI : UnmaredistorieconFolcoQuilici P.19 U: Lasvoltaèservita Ilmarchiorinnega lesuecaratteristiche esipiegaalleesigenze localie religiosedellavastaplatea diconsumatori indiani. Ilprimoristoranteaprirànel2013 PIPPORUSSO Mimesisdel«mostro» lunedì 17 settembre 2012 17
In una scena di Notting Hill JuliaRoberts è a letto con HughGrant e gli chiede come mai gliuomini siano così fissati con letette: «Sono solo tette». È statoil mio primo pensiero in questi giorni di isteria dell'Inghilterra. Un Paese che ha praticamente inventato il concetto di giornalismo scandalistico, ma quando si tratta di tette principesche riscopre quello di lesa maestà. Neanche l'avessero fotografata durante un'orgia, o vestita con un costume da nazista (entrambe, lo ricordo ai più distratti rispetto al giornalismo scandalistico, situazioni nelle quali è stato immortalato il cognato, il principe Harry). I fatti sono abbastanza esili: il rotocalco francese Closer fotografa Kate Middleton, moglie del principe William e attuale icona da esportazione del merchandising reale, mentre prende il sole senza reggiseno, in Provenza. Niente di particolarmente sensazionale: si notano soprattutto glutei invidiabilmente scolpiti. Lettori e lettrici non ci farebbero troppo caso, se giornali e istituzioni non ne facessero un caso spropositato. Buckingham Palace farà causa al rotocalco francese, e fin qui trattasi di gioco delle parti (vinceranno: in Francia ci sono leggi parecchio restrittive sull'invasione della privacy, e i prìncipi si trovavano all'interno di una proprietà privata). Le editorialiste inglesi, a parte qualche anticonformista a tutti i costi, insorgono: c'è un limite a tutto; è inaudito, oltraggioso, inaccettabile; una dovrebbe poter prendere il sole in pace anche se è della casa regnante. Insomma: i giornali britannici hanno trasformato il diritto di una donna alla scelta, usato in genere per questioni più dirimenti quali la riproduzione, nel diritto di una donna al topless. Con tanto di ricatto emotivo: mica puoi difendere i paparazzi, altrimenti ti tocca l'automatismo «E allora Diana?». Mica ti puoi mettere a dire, di una morta, che la celebrità se l'era parecchio cercata, e che i paparazzi fanno parte del gioco. Tantomeno puoi precisare che comunque Diana il sole lo prendeva in costume intero, ché le regole del gioco le conosceva parecchio bene. L'anno scorso, intervistando Pierfrancesco Favino, gli feci una domanda sul dramma della perdita del diritto al privato in caso di celebrità globale. Sperando ci cascasse, misi su un tono grave e dissi che insomma, Brad Pitt non può neanche andare a prendere un caffè senza venire fotografato. Lui non ci cascò: «E vabbe', sei Brad Pitt, hai tanti vantaggi: comprati una moka». Chissà se pare poco solidale da parte mia, come donna e come bagnante, riformulare in: sei la duchessa di Cambridge, hai tanti vantaggi, sacrificati e tieni il reggiseno anche se poi ti restano i segni dell'abbronzatura. E poi c'è Berlusconi: figuriamoci se poteva scoppiare un incidente diplomatico senza che ci fosse di mezzo Berlusconi. Closer è suo, così come è suo Chi, che in Italia pubblicherà quelle e altre foto in un numero speciale in edicola oggi. Quel che non gli è riuscito facendo corna nelle foto ufficiali e dando della culona o dell'abbronzato ad altri capi di governo, lo conseguirà con l'unica azione incolpevole del suo repertorio: possedere rotocalchi scandalistici che, da che esiste la categoria, pubblicano foto di gente famosa in situazioni non ideali. In questo caso, la situazione non ideale è riassumibile in: la donna più fotografata del mondo immortalata come su una qualunque spiaggia. Di tutte le ragioni sceme per farsi dichiarare guerra, questa è forse la più assurda. Sabato Tony Parsons, editorialista del Mirrore romanziere, ha ben pensato di stigmatizzare la notizia delle imminenti foto su Chi scrivendo: «Però i politici di casa loro non li toccano mai». Torna in mente il numero di Chi in cui Berlusconi era fotografato come un buon padre di famiglia al desco natalizio e due pagine dopo Fini alle Maldive divideva la spiaggia con Fabrizio Corona. Certo, niente politici, come no. E Alfonso Signorini, direttore di Chi, non è affatto il più capace di usare la stampa popolare per fare politica, no, aspettava Kate per svegliarsi. Fossi Berlusconi, darei la colpa ai francesi. È ovvio che gli inglesi non aspettano altro. Rivogliono la guerra dei cent'anni. Non gliene importa niente di noi. Non possono sopportare che la scollatura della principessa sia stata violata da quei decapitatori di case reali. Fossi in lui prenderei il titolo che fece l'Unità quando morì Diana, “Scusaci, principessa”, e mi eserciterei a ripeterlo in inglese. Aggiungendo magari: «È colpa di quei maledetti mangiarane». GOSSIPEDIPLOMAZIA Potevascoppiareuncaso diplomaticosenzacheci fossedimezzoBerlusconi? Quelchenongliè riuscito facendolecornanelle foto ufficialiedandodella culonaodell'abbronzato adaltri capidigoverno glièriuscitodaeditore GUIASONCINI Scusati, Principessa (oppure tieniti il top) La copertina del settimanale «Chi» ILCASO lunedì 17 settembre 2012 7
Marchionne dagli Stati Uniti per il momento continua a tacere, in Italia invece crescono le polemiche e la preoccupazione sulle prospettive di un'azienda il cui baricentro si è da tempo spostato oltreoceano e che ora sembra intenzionata ad abbandonare a breve pure gli ultimi ormeggi italiani. Anche il segretario della Uil, Luigi Angeletti, uno dei sindacati che ha voluto credere al piano Fabbrica Italia, archiviato dal gruppo qualche giorno fa via comunicato, adesso striglia la Fiat: «Non possiamo accettare riduzioni della capacità produttiva - dice - Noi crediamo ancora che la Fiat possa restare una casa automobilistica competitiva, ma perché ciò sia possibile bisogna crederci e fare gli investimenti necessari». Ancora Angeletti: «È evidente che siamo in una fase di crisi di mercato, ma in Italia si produce un terzo delle auto che si comprano. In Europa la recessione ovviamente finirà». Angeletti, insomma, cerca di salvare il salvabile, e lo stesso fa anche il segretario della Cisl Raffaele Bonanni, che non rinnega gli accordi firmati, ma torna a chiedere a Marchionne un chiarimento circa le strategie dell'azienda, prima della presentazione del piano prevista il 30 ottobre: «Una cosa è sospendere i programmi, un'altra cambiarli» indipendentemente dall'evoluzione del mercato, dice. In altri termini: Marchionne farebbe bene a chiarire «se il programma pattuito è sospeso solo fino a quando il mercato non inverte il trend, oppure se l'intenzione è quella di cambiare indipendentemente da come vanno le vendite». Al sindaco di Torino Piero Fassino (Pd), che gli ha parlato una decina di giorni fa, Marchionne ha detto «che la Fiat è consapevole del suo ruolo nei confronti di Torino e non intende adottare soluzioni che scassino o sciocchino la situazione - riferisce lo stesso Fassino Ma tuttavia bisogna fare i conti con la crisi dell'auto, la più pesante in 30 anni». Punto e a capo, dunque. ILPIANOPER PUNTI I cardini del piano prevedevano al 2014 6 milioni di auto prodotte nel mondo, delle quali 1 milione e 400mila in Italia, dove sono previsti 20 miliardi di investimenti. Ambiziosi i target finanziari: ricavi per 93 miliardi di euro, con un incremento del 55% rispetto al record del 2008. Con investimenti per 30 miliardi, i due terzi dei quali in Italia. E la graduale riduzione dell'indebitamento, fino a raggiungere una cassa positiva di 3,4 miliardi. Dopo l'attacco alla Fiat, accusata di aver preso in giro il Paese per tre anni, la segretaria Cgil Susanna Camusso chiede al governo di intervenire il prima possibile, e ricorda: «Il tema non è il calo di produzione che riguarda tutti, ma che non c'è alcuna politica industriale che contrasti quel calo di produzione e immagini di recuperarlo». «Le tre organizzazioni dei meccanici - continua - utilizzino questa occasione per fare una proposta unitaria e riaprire il confronto con la Fiat e il governo». Il ministro Passera, chiamato in causa un po' da tutti, dal canto suo ribadisce che sulla questione c'è «massima attenzione», ma, aggiunge, non ci sarà «una telecronaca dei contatti in corso». Il caso Fiat scuote ovviamente anche la politica. E se il governo prende tempo in attesa di capire come muoversi, dal Pd è già venuta una chiara richiesta di convocazione di Marchionne. «Qui siamo a ministri che non sanno nemmeno se sia lecito convocare l'azienda - dice l'ex ministro del Lavoro Cesare Damiano - Quando in realtà i Paesi capitalistici dell'Occidente intervengono eccome nelle vicende economiche che li riguardano: pensiamo a Obama con Chrysler, al no della Merkel all'acquisto di Opel da parte di Fiat, alla convocazione immediata di Hollande dei vertici Peugeot. È chiaro che lo Stato deve intervenire, altrimenti Fiat farà la fine di Alcoa». Damiano risponde anche a quanti, come Massimo Mucchetti dalle pagine del Corriere, accusa il Pd di essere «rimasto al di qua del minimo necessario a prendere per le corna il toro della Fiat». «Che anche nel Pd Marchionne avesse i suoi estimatori non c'è dubbio - risponde - L'abbaglio l'hanno preso in tanti, dentro e fuori dal Pd. Anche a sinistra risentiamo di quel dominio del pensiero unico liberista che vede come fumo negli occhi interventi dello Stato nell'economia, senza accorgerci di quello che fanno gli altri Paesi». Tra gli «estimatori» dell'ad italo-canadese, sicuramente Matteo Renzi, che oggi si limita a dire: «Ho detto sì al referendum per Fabbrica Italia, ma oggi che Marchionne dice di no, bisogna andare a chiedere a lui il perché ha cambiato idea e non a noi». E siamo di nuovo alla richiesta di chiarezza. Un altolà a Marchionne pare intanto arrivare anche dal Pdl: «Siamo stati consenzienti al piano - dice il capogruppo alla Camera, Fabrizio Cicchitto - ma fra gli obiettivi c'era quello di mantenere le fabbriche in Italia oltre ai 20 miliardi di investimenti. Il discorso cambia se invece Fiat malgrado ciò e anche altri aiuti chiude fondamentali fabbriche. Marchionne non andava osteggiato quando ha definito Fabbrica Italia, ma non va certo preso a scatola chiusa adesso che sembra smantellarla». L'ANALISI NICOLACACACE Il leader Uil: «Non accettiamo riduzioni della capacità produttiva» Damiano (Pd): «Il governo si attivi e pretenda un incontro, altrimenti finisce come all'Alcoa» Operaio alla catena di montaggio della Fiat FOTO ANSA AMINISTRAFORNEROHAREAGITOALL'ANNUNCIODELLAFIATDI CANCELLAZIONEDELPIANODI INVESTIMENTI Fabbrica Italia con una buona frase: «La strategia di una grande azienda non interessa solo i suoi azionisti ma anche gli stakeholders». Frase contraddittoria con le posizioni sinora tenute dal governo Monti, che mesi fa ebbe a dire: «Fiat ha ogni diritto di scegliere dove investire». Certo, Fiat ha i diritti di azienda quotata, ma il governo di un paese che in più di cento anni ha difeso ed assistito la Fiat in ogni modo non ha alcun diritto? La mazzata, Fabbrica Italia, è stata anticipata da molte uscite di Marchionne di cui l'ultima: «Se il mercato europeo continuerà ad andar male, c'è uno stabilimento di troppo in Italia, specie se non ci lasciano tranquilli in modo che si possa produrre per l'export»; e da uscite del presidente Elkann: «Per continuare a produrre in Italia ci deve essere la volontà del paese». Difficile capire cosa significhi la “volontà del paese”, per chi si appella al libero mercato. Anche perché in passato la volontà del paese è sempre stata condizionata dalla Fiat, per esempio nel tenere lontano americani e giapponesi dal produrre in Italia. La Fiat ignora completamente tutti i contributi che gli stakeholders, cioè i portatori di interesse oltre gli azionisti, lavoratori, fornitori, governi, le hanno concesso in questi anni. Non ultimo il salvataggio dal fallimento tramite il famoso “prestito convertendo” delle banche italiane sostenute dal governo. Resta l'amara realtà di oggi. L'Italia è l'unico paese europeo con un solo produttore di auto la Fiat, è il paese più ricco di allori nel settore auto e con marchi ancora prestigiosi, ma con molti primati negativi. Produce meno di 500mila auto, contro i 2-4 milioni di Francia e Germania, i circa 2 milioni di Gran Bretagna e Spagna, ha la più bassa quota di mercato interno, il 30%, detenuto dalla produzione nazionale, produce “in patria” meno del 30% delle auto realizzate da Fiat nel mondo. Se le delocalizzazioni sono un portato della globalizzazione, non tutte sono moralmente accettabili. Ci sono delocalizzazioni “buone” di prodotti poveri che non possono sopportare la concorrenza di costo lavoro dei Paesi emergenti: e non è questo il caso dell'auto. Ci sono delocalizzazioni “cattive”, motivate solo dall'obiettivo di massimizzare i profitti e/o sottrarsi ai doveri verso gli stakeholders, ed è il caso della Fiat che, nella sue strategie di investimento, ha volutamente escluso l'Italia, visto il vuoto di modelli ed investimenti degli ultimi anni. Sulla linea del capitalismo moderno, od economia sociale di mercato, c'è anche la Chiesa di Benedetto XVI che nell'Enciclica Caritas in Veritate ha condannato le delocalizzazioni «quando sono realizzate solo per godere di particolari condizioni di favore, o peggio per sfruttamento». Forse l'Avvocato non avrebbe tollerato la “leggerezza-sfrontatezza” con cui la famiglia Agnelli si sta schierando sulla sponda del vecchio capitalismo, dell' utile comunque ottenuto, e non di quella del capitalismo moderno, delle aziende a pluralità di fini che hanno sensibilità sociale per gli stakeholder. È infine inaccettabile che un governo appoggiato anche dai progressisti, si possa schierare sulle posizioni economicamente superate e moralmente condannabili della Fiat. Non si perda altro tempo nel convocare la Fiat e richiamarla ai doveri almeno “della verità verso il Paese”, che anche la sua storia le impone. L'ITALIAELACRISI LAURAMATTEUCCI MILANO Bonanni e Angeletti: «Fiat mostri i piani» I doveri del Lingotto verso il Paese . . . Tutti i leader occidentali intervengono nelle scelte economiche dei propri Paesi, da Obama a Merkel . . . Fassino: «Marchionne dice che non vuole scioccare la situazione, ma la crisi c'è» In cinque anni, nel periodo che va dal 2006 al 2011, il tasso di sopravvivenza delle imprese individuali è diminuito del 6,8%. L'ennesimo numero della crisi che emerge dai dati diffusi ieri di Confesercenti. «Una situazione grave - si legge in una nota dell'associazione - come dimostra appunto il calo del tasso di sopravvivenza in vita delle ditte individuali dopo i primi cinque anni di attività, pari al 63,8% nel 2006 e crollato al fino al 57% nel 2011». Senza una serie di interventi mirati, spiega ancora Confesercenti, «rischiamo un'accelerazione del declino dell'imprenditorialità italiana. Con alti costi sociali: il settore, infatti, ha sempre svolto il ruolo di “shock absorber” della disoccupazione. E con l'attuale crisi del lavoro, saranno sempre di più i disoccupati che tenteranno di inventarsi imprenditori per tornare nel mondo produttivo». Secondo l'associazione presieduta da Marco Venturi, «è giusto favorire la creazione di nuove imprese, ma è altrettanto giusto preoccuparsi di stabilizzare il radicamento di quelle esistenti, favorendo in questo modo il mantenimento dell'occupazione che c'è. Con il decreto-crescita, il Governo ha agito per favorire l'avvio di nuove imprese, garantendo ai giovani sotto i 35 anni la possibilità di aprire una srl con un solo euro di capitale e senza sostenere spese notarili. Al provvedimento, però, non si è accompagnato un contestuale intervento teso a stabilizzare le imprese già attive». Ed ancora, Confesercenti sottolinea come da parte dell'esecutivo guidato da Mario Monti «si assiste quindi a un atteggiamento contraddittorio, che favorisce la nascita di nuove attività ma non si preoccupa di tutelarne la sopravvivenza, resa sempre più difficile dall' aumento dei costi e della pressione fiscale, del crollo dei consumi e della stretta del credito». In questo quadro non stupisce l'esito del sondaggio commissionato dall'associazione alla Swg. Il 60% delle piccole e medie imprese boccia l'operato del governo Monti. In particolare, il 54,3% del campione giudica «insoddisfacente» l'esperienza dell'esecutivo tecnico, mentre il 5,4% la ritiene addirittura «del tutto negativa». Solo il 3,1% dei piccoli imprenditori giudica «molto positiva» l'esperienza del governo Monti mentre per il 37,2% del campione l'operato dell'esecutivo del Professore è «positivo». Metà delle piccole imprese bocciano il governo Monti 8 lunedì 17 settembre 2012
Ancora una volta si è privilegiato l'aspetto ragionieristico del rientro della spesa al benessere dei cittadini. Proporremo da subito un intervento parlamentare sulla discutibile scelta del Consiglio dei ministri». È la posizione di Dario Abbate, segretario provinciale del Pd Caserta, sulla nota del governo che ha licenziato come «in contrasto con il piano di rientro dal disavanzo sanitario» l'istituzione del Registro dei tumori della Campania. «Il Consiglio - spiega Abbate - ha deliberato l'impugnativa dinanzi alla Corte costituzionale della legge regionale n. 19 del 10 luglio 2012 recante “Istituzione del registro tumori di popolazione della Regione Campania” perché - si legge nella nota - contiene alcune disposizioni in contrasto con il piano di rientro dal disavanzo sanitario. Una scelta inconcepibile - dichiara Abbate - che subordina strumenti di monitoraggio sulla salute dei cittadini a questioni finanziarie». «La legge diventata tale lo scorso mese di giugno dopo anni di lotta da parte di movimenti ed associazioni, era stata accolta con entusiasmo da tutte quelle formazioni spontanee che si battono per vedere riconosciuta la pericolosità di una vita all'ombra della Terra dei Fuochi, territorio che comprende vasta parte della provincia di Caserta». «Il Pd casertano - conclude Abbate - da sempre sensibile al tema (la prima richiesta di istituzione del Registro è datata 2010 ad opera dell'on. Caputo), metterà in campo ogni azione possibile affinché sia rivalutata la decisione del Consiglio del ministri». La scelta del governo sconcerta ancora di più se si pensa che la Campania è una delle regioni italiani con il più alto tasso di incidenza tumorale. A sollevare il velo fu nel 2004 la rivista scientifica Lancet coniando il termine che è diventato nel tempo una locuzione comune: il triangolo della morte. Secondo la rivista nella zona compresa tra Acerra, Giugliano e Aversa erano presenti strani cluster di morti per tumori. Ulteriori conferme arrivano poi dai dati in possesso della Asl di Giugliano, secondo cui i decessi dovuti a patologie tumorali sono saliti fino a 31,4 ogni centomila abitanti mentre al contempo nell'aversano si registra un'impennata in soli tre anni da 131 a 560 casi. Uno studio commissionato - ma mai divulgato al grande pubblico - dal dipartimento della Protezione civile, condotto dall'Organizzazione mondiale della Sanità, dal Consiglio nazionale delle Ricerche e dall'Istituto superiore di Sanità, riguardante l'impatto sulla salute umana del trattamento dei rifiuti, ha portato alle stesse conclusioni: l'ascesa incontrollata dei decessi dovuti a patologie tumorali è da legarsi alla presenza di discariche di rifiuti contenenti sostanze altamente tossiche e dannose per la salute umana. Inoltre lo studio evidenziò come nella zona a cavallo tra le Provincie di Napoli e Caserta si registrino «eccessi significativi della mortalità per tumore al polmone, fegato, stomaco, rene e vescica, e di prevalenza delle malformazioni congenite totali, degli arti, del sistema cardiovascolare e dell'apparato urogenitale». «Ciò che sta accadendo in queste ore in Campania ha il sapore dell'assurdo. La salute dei cittadini non può passare in secondo piano per una mera questione di riduzione delle spese, archiviato alla voce - disavanzo sanitario» ha affermato il vicepresidente vicario del Parlamento europeo Gianni Pittella. Carlo ha 50 anni e le sue cose en-trano tutte in una borsa da pale-stra. Da dieci anni vive in strada, ma non ha perso il garbo, il gusto di curarsi, di sorridere e di sperare in una sistemazione dignitosa. Allora chiede. Chiede un succo di frutta e due biscotti per fare merenda e soprattutto insiste per sapere quando viene Antonio, «che lui lo sa, come si fa a farsi accettare al centro d'accoglienza di via Assisi»: Roma Tuscolana, lì almeno si dorme al coperto. Carlo vive con la pensione di invalidità per una dipendenza da alcol che non intuisci se non te la racconta. Fino a dieci anni fa faceva il portiere, poi più niente: «sei troppo vecchio per lavorare», hanno iniziato a dirgli, e prima il lavoro era sempre stato in nero. Vive con 280 euro al mese che a Roma bastano per niente. Così prende coraggio e va all'unità di strada dell'associazione onlus la Tenda e della cooperativa il Cammino, quando si apposta alla stazione Roma Tiburtina: il furgone bianco e anonimo, sta lì per accogliere tossicodipendenti e alcolisti, il progetto regionale è per la riduzione del danno da dipendenze, ma i volontari ormai lavorano con tutte le categorie dei nuovi poveri: rom, cinquantenni senza lavoro né pensione e pensionati romani. Come Carlo un'altra quarantina di over 50, ex lavoratori senza contributi, disoccupati ex precari senza tutele, vedove, pensionati al minimo, vanno a chiedere la merenda o una visita quando c'è il medico. I più hanno una casa popolare, qualcuno ha un tasso d'istruzione, non soffrono di dipendenze, almeno finché non finiscono in strada, dove è facile incontrare l'alcol. Tutti sono soli e vittime di qualche somma malefica: la povertà gli arriva addosso per l'incastro sciagurato di una serie di disgrazie come la perdita del sostegno della famiglia d'origine più la disoccupazione, la disabilità più un inganno del datore di lavoro, uno sfratto più un passato di lavoro all'estero non riscattabile. Le loro sono storie varie, dal padre separato divenuto clochard alla vedova pensionata con l'affitto da pagare. E quando la pensione non basta, certe volte è più facile mettersi in fila dai volontari della onlus piuttosto che far vedere i polsini lisi al medico di famiglia. Allora quando al furgone c'è la dottoressa si mettono in fila coi clochard alcolisti e coi rom ragazzini che si bucano con l'acqua delle pozzanghere. Con un'aggravante: per loro non c'è un S.e.r.t. che li porti fuori dalla marginalità e molti hanno un'età in cui potrebbe L'ultimo rapporto della comunità di Sant'Egidio parla di un 30% in più. Ragazzi, pensionati, immigrati Campania, bloccato il registro tumori Roma povera è un esercito che cresce a passo di galoppo in ogni parte della città: nelle periferie degli stabili occupati, nel centro dei clochard che sono ex detenuti, tossicodipendenti ultraquarantenni che le comunità non vogliono, stranieri fantasma, disoccupati sfrattati e «punkabbestia»: quelli verso i quali vige il pregiudizio più grande. Centinaia dei senza fissa dimora del centro di Roma, hanno una residenza fittizia in una via che non c'è intitolata a una clochard morta in strada, Modesta Valenti. Così i servizi sociali catalogano alla voce «indirizzo» i senza casa che non si appoggiano a un centro d'accoglienza. La lista degli inquilini di via Valenti è lunga centinaia di nomi e i servizi sociali sono al collasso: troppi bisognosi, poca organizzazione e pochi fondi tanto che, racconta un senzatetto di nome Stefano, «se non hai gravi problemi gravissimi, passano pure quattro mesi prima che parli con l'assistente sociale». Nel frattempo vivi in strada e se non sei scaltro muori anche se sei in salute. NUMERI Secondo la comunità di Sant'Egidio, che in centro a Roma ha una mensa e un centro di accoglienza, ad allargare le fila dei nuovi poveri sono sempre di più gli italiani: uomini tra i 45 e i 60 anni e over 65. Anche per questo motivo sono stati avviati dei progetti di monitoraggio degli anziani soli residenti in centro. L'ultimo rapporto della comunità sulla povertà a Roma, in libreria a breve edito da Mondadori, racconta che nel 2011 gli italiani nuovi iscritti alla mensa sono stati un più 30 % rispetto al 2008. Gli anziani ultra-sessantacinquenni che si sono recati al centro di accoglienza per anziani nel 2011 sono il 40% degli assistiti. Sono la comunità di poveri che cresce di più anche se il numero assoluto è misero rispetto al numero di immigrati in difficoltà: nel 2011, infatti, su 5804 iscritti ai servizi della comunità di Sant'Egidio, 446 sono italiani. Secondo lo stesso rapporto quasi la metà di questi, il 45 %, frequenta la mensa da più di due anni e molti sono senza casa, segno che vivono una povertà grave e che non ne escono. Tra le categorie più bistrattate dal punto di vista dell'approccio culturale c'è quella chiamata con spregio dei «punkabbestia»: i più giovani che popolano l'universo dei senza casa: «Si dà per scontato che la loro sia una scelta e non si indaga sulla loro povertà. Invece bisognerebbe trattarli come le altre persone che vivono ai margini, sapere le loro storie e sostenerli psicologicamente visto che di fatto vivono una situazione di degrado e rischio», dice Carlo Santoro, volontario della comunità di Sant'Egidio. CAUSE La colpa? Delle difficoltà economiche legate a problemi abitativi: sfratti, caro affitto, caro casa. Nel 2009 erano solo il 18 % le telefonate che arrivavano alla comunità di Sant'Egidio per problemi di soldi e di casa, nel 2011 sono state il 32 %: un terzo, su 1100 squilli per richiesta d'aiuto. Nel 2011 solo l'8,5% degli italiani che si sono rivolti alla comunità, vive in una dimora di proprietà. Anche gli immigrati si impoveriscono e molti sono costretti a tornare al Paese d'origine. «I polacchi - dice Carlo Santoro, un volontario - non si vedono più alla mensa, sono andati via in massa. Ultimamente accogliamo i siriani, i libici, i curdi, molti arrivati scappando dalle rivolte nel mondo arabo». Un fenomeno nuovo sono gli anziani che al centro di accoglienza vanno a prendere il pacco cibo ma non più solo per sé, bensì per tutta la famiglia: basta che si ammali o perda il lavoro uno dei figli, basta l'arrivo di una disabilità o un affitto che si alza. Può capitare a tutti, la povertà spesso è solo un incastro di problemi. Ci vuole poco a varcare la soglia dell'abisso, il problema è risalire la china in tempi di crisi e senza un aiuto strutturale dalla rete dei servizi sociali. LAPOVERTÀIN ITALIA Carlo e gli altri: oggi curarsi è un lusso Romani in attesa di parlare con il medico dell'unità di strada che assiste tossicodipendenti e alcolisti Inseiannigli italianiche ricorronoagliambulatori Caritassonoquadruplicati. L'identikit:50enni, senza lavoro,maancheseparati e immigrati regolari GIOIASALVATORI ROMA . . . Gli ultra 65enni che si sono recati al centro di accoglienza nel 2011 sono il 40% degli assistiti Mense dei poveri: si allunga la fila di giovani e italiani G.SAL. ROMA ILREPORTAGE 12 lunedì 17 settembre 2012
SALVATOREMARIARIGHI srighi@unita.it Avantididuegol igiallorossi si fanno rimontareevanno sotto indieciminuti DoppiettadiGilardino MILITOECASSANOFANNORIPARTIREL'INTER.Un gran gol del Principe (dopo un errore di Gazzi) e il raddoppio di Fantantonio nel finale consentono ai nerazzurri di sbancare l'Olimpico e di dimenticare il k.o. con la Roma. Il posticipo della terza di campionato ha ridimensionato un Toro che gioca bene, per alcuni tratti anche meglio degli avversari, ma fatica a creare occasioni da gol. E continua così il tabù Inter, sempre vincente contro i granata per la nona volta consecutiva. Per la squadra di Ventura la prima sfida di cartello in A (in un Olimpico esaurito) ha dimostrato quanto manca per competere a certi livelli, anche se sul risultato hanno pesato la disattenzione di Gazzi sull'1-0 e la paratissima di Handanovic su Bianchi nella ripresa. Stramaccioni può sorridere per il risultato, meno per la plateale rabbia di Sneijder al momento della sostituzione con Cassano, che conferma il rapporto non semplice con l'olandese. Il numero 10 nerazzurro alterna momenti in cui si estranea dal gioco al lampi di classe, ma siccome aveva garantito qualità, sfiorato il 2-0 con una gran punizione e messo lo zampino in quasi tutte le azioni d'attacco, è parsa poco comprensibile la sua uscita. Più azzeccata la scelta iniziale del giovane tecnico di lasciare fuori Cassano per aggiungere peso in mezzo al campo con Alvaro Pereira, con Sneijder a fluttuare tra centrocampo e attacco, dove Milito faceva reparto da solo. L'argentin ha approfittato in avvio di un disimpegno corto e ha freddato Gillet con un destro chirurgico. In quel momento il piano tattico di Ventura è saltato, con il Toro costretto a fare la partita non potendo agire in velocità sulle ripartenze. Il problema è che in mezzo al campo solo Brighi ha qualità e sugli esterni il Torino ha avuto molto poco da Santana e quasi nulla da Stevanovic: nell'ultima mezz'ora si sono visti in campo Cerci e Meggiorini, i granata hanno spinto sull'acceleratore, ma al di là dell'occasione di Bianchi non hanno mai impensierito una difesa dove Ranocchia è ritornato su alti livelli e Zanetti si fa un baffo delle 39 primavere. La mossa finale di Sansone è arrivata tardi. E poi Cassano che con il sesto centro della carriera ai granata ha fatto scorrere in anticipo i titoli di coda. AGGRAPPATE A MADAMA, ANCHE SE PER QUALCHE ORAIRUOLISISONOCLAMOROSAMENTEINVERTITI:È STATALAJUVEADOVERSIVESTIREDACACCIATORE,E NON AVVENIVA DA MESI. Le ha riprese con un po' di fiatone: loro, le lepri, filavano da tempo indisturbate e felici, senza guardarsi dietro. Fino al rigore trasformato da Vucinic, Napoli e Lazio si sono cullate nell'ebbrezza del primato in tandem. Napoli e Lazio, ma anche la stupefacente Samp di Ciro Ferrara, che senza il punto di penalizzazione sarebbe là, sul tetto della classifica a punteggio pieno. Campionato bello, pazzo e imprevedibile, anche se obiettivamente i panni di outsider, per quanto hanno fatto vedere finora e solidità degli organici (e dei rispettivi impianti di gioco), stanno parecchio stretti sia agli azzurri che ai biancocelesti. Un po' meno forse ai blucerchiati. Identico il punteggio (3-1) con cui gli uomini di Mazzarri (alla 300esima panchina in A) e Petkovic hanno legittimato il primato in classifica, speculare l'imbarazzante facilità con cui hanno regolato due avversari non proprio raccomandabili, Parma e Chievo. Al diavolo calcoli e turnover (giovedì c'è l'Europa League): il toscano e il serbo hanno puntato entrambi sui titolarissimi. E hanno avuto ragione. Il primo allarme è squillato all'ora dell'aperitivo: una travolgente azione personale di Hernanes, quando al Bentegodi si giocava da 4' soltanto, ha fatto subito capire alla Signora che domenica sarebbe stata. E quando, al 38', il tap in di Klose su una fucilata dell'inarrestabile Hernanes non trattenuta da Sorrentino mandava al tappeto il Chievo, nello spogliatoio bianconero sarà corso qualche brivido di troppo. Senza storia la ripresa, servita solo ad Hernanes (29') per ribadire il proprio, personale, stato di grazia: fuga sull'out sinistro e tiro da posizione praticamente impossibile sul palo più lontano. Pleonastico il rigore con cui, al 45', Pellissier ha ridotto le distanze. Che non tirasse esattamente una bella aria per le velleità di fuga juventine lo si è capito fin da subito anche al San Paolo, dove al 2' di Napoli – Parma un lancio di Cavani in verticale ha messo Pandev davanti a Mirante, che non ha potuto fare altro che stenderlo. Rigore (e ammonizione, ma non espulsione, per il portiere emiliano), che il Matador ha trasformato. Su quel golletto il Napoli ha costruito la propria partita, molto subendo fino alla trequarti, moltissimo sprecando nelle rapidissime ripartenze con cui squarciava la difesa di Donadoni. Un festival delle occasioni mancate, fino al 30', quando un contropiede da manuale impostato da Cavani, rifinito da Hamsik e concluso da Pandev sembrava mettere il sigillo al match, che però il Parma riapriva a un niente dal riposo con un gollonzo di nuca di Parolo, mentre i difensori di Mazzarri restavano fermi come paracarri su un innocuo traversone dalla trequarti. Intanto, la Juve era andata sotto a Genova. Ripresa pressoché identica al primo tempo, con il Napoli che sprecava l'impossibile e il Parma che si manteneva minaccioso ai limiti dell'area azzurra, senza peraltro mai insidiare seriamente De Sanctis. Mazzarri provava la carta del Predestinato e pescava il jolly: fuori il Matador, dentro Lorenzino Insigne, che toccava il primo pallone dopo una manciata di secondi e lo spediva alle spalle di Mirante (assist del solito Pandev). Fescennini sugli spalti per la bella favola del maradonino di Frattamaggiore che finalmente si compiva sull'erba trapiantata del San Paolo, mitigati solo dalle notizie provenienti da Marassi, e partita chiusa, finita. A Pescara, intanto, la quarta lepre, la Sampdoria, manteneva il passo, trascinata da Maxi Lopez (una doppietta). E la Signora scacciava le streghe con Asamoah. Però, che paura … C'ERA UNA VOLTA UN UOMO CHE HA SCELTOILCALCIOCOMEPROSECUZIONEAGONISTICADELLA FILOSOFIA E DELLA POLITICA: LAPRIMAVERADIPRAGA,DOVEÈNATO,DEVE AVERGLI TRASMESSO CERTI CROMOSOMI.Le rivoluzioni però, a cominciare da quella cecoslovacca, non sempre portano quello che promettono. Sarebbe quindi ingeneroso, per onestà intellettuale, aprire il fuoco su Zdenek Zeman per la scivolata della Roma e più in generale per questo avvio di stagione al passo di gambero. Il Bologna ha vinto con pieno merito, ma all'Olimpico si è visto il più classico dei harakiri. Da due a zero a due a tre, col partito di quelli che detestano il boemo - ormai un epiteto che basta il nome - pronti a intonare i loro sarcastici peana: questo è Zeman, tanti ne fai e ne prendi il doppio, e via così a piacere. Il partito di quelli che invece meno male che c'è Zeman, potrebbe sempre dire che sì, 4 punti in tre partite, appena uno in casa, non sono proprio un ruolino da scudetto, ma comunque il “2” a Milano sull'Inter e più in generale una squadra che, con la palla al piede, è una macchina da guerra pallonara, non possono che essere presagi più che fausti. La verità, come al solito, finirà per posizionarsi più o meno a metà strada. Uno come Zeman non cambierebbe idea, e quindi modulo, neppure se gli telefona Obama. Anche se, conoscendo le regole del gioco, ha fatto puntuale autocritica: «Abbiamo regalato tre gol». Non è questo il punto. E neppure, probabilmente, pesare questo déjà vu della società giallorossa che lo ha riportato a Roma 13 anni dopo gli anni barricaderi, quando era diventata una faccenda di lui contro tutti. Indietro non si torna, non tornano nemmeno quelli con le stimmati dei predestinati come lui che però, quando andava all'attacco di un sistema-calcio già allora maleodorante e appiccicoso, non avrebbe forse mai immaginato di chiudere il cerchio della sua storia d'amore romana con una squadra gestita da una banca. Si può discutere se Zeman sia o no un grande allenatore, si può scegliere se amare o spernacchiare il suo modo di fare calcio, ma non si può prendere Zeman e poi stupirsi che lui continui, come ha sempre fatto, a essere Zeman. «Io sarò anche invecchiato ma continuo ad essere libero di dire ciò che penso» ha detto nei giorni scorsi, con la solita voce tritata dalle sigarette, dopo l'ennesimo scambio di bordate, Conte, Abete e Vialli gli ultimi bersagli in ordine di tempo. Zeman non piace al calcio italiano perché il calcio italiano è un'industria sportiva, non un'agorà di liberi pensatori. Per lo stesso motivo, vale anche il reciproco. Il problema della Roma, al di là delle tre sberle prese ieri, tra un primo tempo gagliardo e una ripresa alla Caporetto, non può essere la scoperta dell'acqua calda, il 4-3-3 del boemo è un prendere o lasciare quasi fideistico. I tanti, tantissimi tifosi giallorossi sono forse più preoccupati dal fatto che Zeman 2.0, passata egregiamente la soglia dei 65, sia sempre più uno splendido generale nel suo labirinto di pensieri, parole e silenzi, più che un arrembante tecnico che aggredisce gli spazi, le telecamere e fa molta, moltissima legna, con un vocabolario formattato allo stretto necessario, come pare ormai inevitabile nel moderno calcio nostrano dove tutto si mangia e si digerisce nel giro di un amen, e per stare a galla è sempre più consigliabile avere unghie e amici, possibilmente quelli giusti. MASSIMO DEMARZI TORINO SPORT Harakiriall'Olimpico IlBolognarimonta laRomasi interroga PALERMO NapolieLazio a tutto attacco Intestadopotregiornate Leunicheareggere ilpasso MazzarriePetkovic battonorispettivamente ParmaeChievo.Tregol atesta, tantogioco eunnuovoruolodioutsider MASSIMILIANOAMATO twitter:@massiamato Il giocatoredelBologna Diamantiautorediuno deigol FOTO DI ALFREDO FALCONE/LAPRESSE Zamparininonresiste ÈSannino ilprimo esonerato inSerieA Salta la primapanchina di serieA: è quelladelPalermo.Lasocietà rosanerohareso notod'aver sollevatodall'incaricoGiuseppe Sannino.Al suo postoarrivaGian PieroGasperini, chedomani pomeriggioguiderà il suoprimo allenamentocon la squadra.A Sanninoeal suo staff tecnico- si leggenellanota delclubrosanero «il ringraziamento per l'impegno e la professionalitàmostrati in questi mesi». Il tecnicopalermintano paga leduesconfitte consecutivema ancoradi più ilpareggio incasacon il Cagliari cherelega ilPalermo in coda allaclassificadi Serie A.Gasperini tornaadallenare dopol'esperienza negativacon l'Inter. L'InterdomailTorino ... LaSampdoriadiFerrara mantiene ilpassoaPescara trascinatadaunadoppietta diMaxiLopez U: 22 lunedì 17 settembre 2012
L'intervento Le nuove sfide che attendono il Pd Alberto Provantini Vicepresidente Istituto Gramsci È PARTITA LA CORSA PER PALAZZO CHIGI.CON CHI PROPONE UN MONTI DOPO MONTI ECHIPROPONEANCORABERLUSCONIdopo Berlusconi, che a palazzo Chigi c'è stato da un ventennio. Con Monti che dichiara che per lui l'impegno di governo si esaurisce con la fine di questa legislatura. Con Berlusconi che non annuncia ufficialmente la nuova discesa in campo. Tanti «cantieri» aperti per le alleanze. A destra nulla di nuovo dopo il fallimento del Governo Berlusconi Bossi, con il Pdl che sostiene il governo Monti e la Lega di Maroni alla opposizione. Il cantiere del centro, per cercare le alleanze è appena cominciato a Chianciano. Ma non basta sostituire nel simbolo di un Partito il nome di un leader con quello dell'Italia. Anche se questo è un buon segno, sperando che si ponga fine alla idea dell'uomo della provvidenza al quale affidare le sorti del Paese. Ci sono poi gli annunci con relativi sondaggi dei «consensi» di forze oggi non presenti in Parlamento coi relativi tentativi di aggregazione. In molti lavorano per un risultato elettorale che non consenta una scelta politica chiara di governo, tra partiti, alleanze e programmi alternativi. C'è chi evoca scenari da commissariamento dei mercati. Un quadro ancora non solo non definito ma reso più incerto dal mancato accordo tra i partiti sulla legge elettorale. Cosa che è fondamentale. Che condiziona la stessa scelta delle alleanze. Non dimentichiamo che la corsa per Palazzo Chigi è cominciata mentre nel Palazzo del Governo c'è il Governo Monti, sostenuto da questa strana maggioranza che va dal Pd al Pdl all'Udc. Di un Governo che deve ancora governare una situazione di crisi eccezionale. In uno scenario Europeo, dove ci sono stati cambiamenti, come in Francia, successi come le recenti decisioni della Bce e del Consiglio d'Europa. Uno scenario non solo europeo ma mondiale che avrà appuntamenti decisivi con le elezioni, prima negli Usa poi in Germania. In questo quadro il Pd ha avviato il cantiere per la «ricostruzione ed il cambiamento dell'Italia», come lo definisce con la Carta d'intenti presentata questa settimana per un «patto dei democratici e dei progressisti». Cioè per la l'alleanza delle forze del nuovo centro sinistra di governo che si presenta alle elezioni e che sulla base del risultato elettorale potrà governare l'Italia da sola o con un accordo con le forze moderate che si aggregheranno nel nuovo «centro». Il Pd sta facendo la sua parte. Lo fa con passi responsabili lungo una strada difficile. Direi inedita. Prima battendosi contro il Governo Berlusconi, che aveva una grande maggioranza parlamentare, vincendo una partita che sembrava impossibile. Poi assumendosi la responsabilità di sostenere il governo Monti per salvare l'Italia dalla catastrofe, senza chiedere le elezioni che, secondo i sondaggi, avrebbe vinto. Ora presentando la «Carta di Intenti» che vuole descrivere l'Italia che ce la può fare, ricostruendo le basi etiche e di efficienza economica, con uno sforzo comune in cui chi ha di più da di più. E che sulla base di una «visione dei democratici e dei progressisti» fatta di valori, progetti, programmi, si candida alla guida del Paese. Nonostante manchi la nuova legge elettorale il Pd sta lavorando alla costruzione di una nuova alleanza di centro sinistra, che va dai socialisti a Sel. Non riproponendo le vecchie «unioni» che hanno portato alla sconfitta il governo Prodi. Tutti questi passi non sono ancora compiuti. E tuttavia il Pd ha annunciato che il candidato del centrosinistra per Palazzo Chigi sarà scelto attraverso le primarie di coalizione. Il Pd insomma ha fatto dei passi e ha indicato quelli da fare all'insegna dell'interesse generale e seguendo una via responsabile, democratica. Non è un caso che tutti i sondaggi danno il Pd al primo posto. Un percorso che condivido. Che dovrebbe avere un largo consenso ed un apprezzamento anche di forze diverse. In questo quadro che ho riassunto, nella corsa per Palazzo Chigi ci sono due passi da compiere sul fronte elettorale:quello delle Primarie e quello delle elezione politiche per il Parlamento che dovrà eleggere il nuovo Governo. Ogni competizione si svolge secondo delle regole. Questo vale nello sport come nella politica. Ad oggi, ricordo ancora, manca la nuova legge elettorale. In assenza della quale si vota con la «porcata», la legge che impedisce ai cittadini di scegliere i parlamentari ed impone alleanze che non si reggono neppure quando vengono premiate con il massimo dei seggi in Parlamento. Ma non abbiamo neppure le regole per le primarie del centro sinistra. Che essendo fatte per una nuova alleanza, dalla stessa debbono essere condivise e decise. La sola regola certa, in vigore, riguarda il Pd. Lo Statuto del Pd prevede che sia il proprio segretario a rappresentare il partito nella competizione delle primarie di coalizione. Regola questa non solo condivisibile ma naturale. Per tante ragioni. Ma basta ricordarne tre. Il segretario del Pd è il solo segretario di partito eletto dalle primarie. Il segretario viene eletto in base ad una mozione politica, quindi ad un programma. In primarie dove concorrono altri candidati, espressioni di altre mozioni che vengono discusse in un congresso e votate da milioni di persone, nelle primarie appunto. Nella fase congressuale, le primarie sono l'atto finale che porta ad unità le diversità espresse nelle mozioni. Nelle primarie di coalizione il Pd deve esprimere la sua candidatura unitaria, che come prevede lo Statuto è il segretario espresso dalle primarie di partito. Quando non si è seguita questa procedura, come in alcune primarie di coalizione per la scelta dei candidati sindaci ed il Pd ha presentato più candidati sono stati eletti i candidati di altri partiti. La esperienza delle primarie di coalizione conferma la giustezza della norma statutaria del Pd. Naturalmente si può cambiare. Anche se non si dovrebbe farlo in corsa. Ma peggio non si dovrebbe correre senza regole delle primarie di coalizione e contro la sola regola in vigore, quella dello Statuto del Pd. Questo invece sta avvenendo. Il sindaco di Firenze, che è del Pd, ha cominciato la sua corsa delle primarie. Senza appunto che si sia dato il via alla competizione. Senza le regole delle primarie di coalizione. Con le quali si stabilisca non solo il criterio per le candidature ma si definisca chi sarà chiamato a votare. Stabilendo regole rigorose non solo per le candidature ma per avere una partecipazione dell'effettivo popolo del centrosinistra, con trasparenza e controlli che rendano davvero possibile una competizione democratica e non inquinata. Che avvenga sulla base di scelte degli organi dirigenti e non di scelte personali. Questo passo, che si sta facendo senza la nuova legge elettorale, senza regole di coalizione, contro la norma statutaria del Pd non va nella direzione fin qui seguita dal Pd. Mi fermo qui. Perché oggi questo è il problema. Non si tratta di pronunciarsi o tantomeno schierarsi su questo o quel candidato. Questo avverrà quando si aprirà la competizione con regole e candidati. Secondo le scelte che saranno fatte dagli organi collegiali del Pd e della coalizione. Non è un problema solo del segretario. Bersani concludendo la festa del Pd ha parlato di «generosità, che vuol dire una cosa semplice. Prima c'è l'Italia, poi c'è il Pd e il suo progetto per l'Italia, poi ci sono le ambizioni personali». Bene. Proprio perché stiamo scegliendo chi proporre alla guida della squadra del governo dell'Italia, ogni partito, a cominciare dal Pd che ne ha la massima responsabilità e forza, e l'insieme della coalizione devono avere la capacità non solo di proporre agli elettori una idea di Paese, un progetto per l'Italia, una coalizione coesa, selezionando rigorosamente e democraticamente la classe dirigente, ma attraverso le primarie proponendo la guida del Governo del Paese. Stiamo parlando del futuro dell'Italia. Non possiamo fare passi falsi. Non può fare passi sbagliati il primo partito, che è tale per aver fatto passi giusti e che come tale oggi ha la massima responsabilità per il futuro dell'Italia. È USCITO UN LIBRO DAL TITOLO SINGOLARE «STORIEFATTI SEGRETI DI PROTAGONISTIDELLA CGIL» (EDITRICE LIBERETÀ). POTREBBE FAR PENSARE, DI PRIMO ACCHITO, AUN OPUSCOLO SCANDALISTICO. È in realtà una galleria di 20 ritratti di importanti dirigenti del sindacato, raccontata da uno che conosce bene la materia, Carlo Ghezzi, già segretario confederale e oggi presidente della Fondazione di Vittorio. Il lettore non scoprirà in realtà grandi misteri, segreti eccitanti dei «leader» Cgil. Avrà però modo di conoscere aspetti particolari, spesso misconosciuti, delle loro vite, delle loro esperienze, dei loro successi o insuccessi. Quello che ne esce, in definitiva, è il quadro di una “casa”, la casa della Cgil, non certo abitata da anime morte, da burocrati silenti ma da donne e uomini guidati da forti passioni politiche, da energie vitali. Donne e uomini, come scrive Carla Cantone nella prefazione, che «hanno reso grande la Cgil e i partiti della sinistra con i quali hanno avuto discussioni e scontri, anche notevoli». È questo l'elemento piu interessante del libro: non aver occultato determinati aspetti del dibattito interno, anche in riferimento alle posizioni dei «partiti di riferimento» di un tempo, ovverosia il Pci e il Psi. E vengono così a galla, in questa storia a rapide tappe, «coppie conviventi» con impronte politiche e personali diverse, spesso in contrasto. Tra chi magari era severo custode dell'autonomia dell'organizzazione e chi, all'epoca, guardava alle direttive indiscutibili del «Partito». E così troviamo la non facile convivenza tra Giuseppe di Vittorio e Agostino Novella, per arrivare agli screzi tra Luciano Lama e Rinaldo Scheda, o al rapporto non facile tra Lucio De Carlini e Antonio Pizzinato. Vite di militanti duramente impegnati, personalità forti e messe alla prova ogni giorno. Pochi si salvano dalle tempeste della lotta politica. Non certo Oreste Lizzadri o Vittorio Foa o Bruno Trentin o Sergio Garavini o Fernando Santi o Piero Boni o Aldo Bonaccini, o Feliciano Rossitto o Donatella Turtura o Angelo Airoldi. Tutti spesso nell'occhio del ciclone con esponenti comunisti o socialisti, con interlocutori di altre categorie, con donne e uomini con i quali convivono magari lavorando nella stessa stanza. Con la voglia di far prevalere le proprie opinioni, certo, ma anche con la convinzione che solo un confronto aperto può servire all'organizzazione, anche se magari non trova il modo di coinvolgere l'insieme degli iscritti. Qualcuno potrebbe dire che anche allora, riprendendo uno schema in auge in questi tempi, il confronto era tra «riformisti-moderati» e «massimalisti». Uno schema facile che però non trova pieno riscontro (Lama era davvero un moderato e Novella un estremista?) nei racconti di quelle vite dove semmai appare evidente lo sforzo, nei vari personaggi, di pensare con la propria testa di fronte alle difficoltà più o meno drammatiche del momento. Anche attraverso un agire politico serrato, certo. Ma senza interrompere il legame del rispetto umano e spesso dell'amicizia. Ecco perchè piace riportare dal libro, tra i tanti fatti e fatterelli, un aneddoto secondario ma con un qualche significato. Lo trovo alla fine del capitolo dedicato a Luciano Romagnoli, giovane emergente, possibile erede di Di Vittorio, scomparso a 42 anni. Aveva trascorso il suo ultimo Capodanno, nel 1965, a Ischia, leggo, con un gruppo di giovani del tempo: Giorgio Napolitano, Gerardo Chiaromonte, Bruno Trentin, Sergio Garavini. Insieme, quella sera, uomini di partito e uomini del sindacato. Più tardi negli anni destinati spesso a fronteggiarsi. Individualità diverse destinate a percorsi diversi. Ma che non avevano ideali contrapposti. http://ugolini.blogspot.com Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 La tiratura del 16 settembre 2012 è stata di 89.644 copie Le teorie economiche di Monti COMUNITÀ . . . Lama e Scheda Trentin e Garavini: il libro non occulta il confronto interno L'attacco di Monti allo Statuto dei Lavoratori è imbarazzante nel metodo e nel merito. Spero in una risposta immediata dei partiti, a partire dal Pd. Questo non è il nostro governo, questa non è la nostra idea di Paese e dobbiamo avere la responsabilità di dirlo a «voce alta», per coerenza con i nostri documenti (la conferenza del Lavoro di Napoli) e per rispetto di iscritti ed elettori. CLAUDIO GANDOLFI L'attacco di Monti allo Statuto dei lavoratori è imbarazzante ma non dovrebbe stupire. Monti è una persona per bene e un governante onesto ma l'economia, che non è una scienza esatta, è insegnata e praticata in modo molto diverso dai liberisti, dai Keynesiani e dai marxisti. Lui, dalla Bocconi e dall'Europa, è sempre stato un liberista convinto. Un uomo che non crede nella centralità del conflitto fra capitale e lavoro e che apertamente mette in dubbio (lo ha fatto in quella stessa intervista) perfino il dato, per molti di noi quasi scontato, per cui i lavoratori sono stati e sono, all'interno di quel conflitto, la parte più debole. A smentirlo con forza ha pensato, il giorno dopo, Marchionne annunciando che il piano per l'Italia della Fiat non c'è più e dimenticando senza un filo di rossore o di vergogna le promesse fatte quando il piano fu varato: nel momento, cioè, in cui quelle promesse gli servivano per avere la meglio, presso i politici e l'opinione pubblica, nello scontro con la Fiom. Che i padroni (persone o gruppi) siano la parte più forte nel conflitto sociale è dimostrato infatti proprio da questo: dal fatto che loro possono promettere e non mantenere. Muovendo liberamente nel mondo i loro investimenti. Mentre i lavoratori dipendenti non possono più promettere ai loro figli, se non c'è una legge che li protegga, neppure il pranzo e la cena. Dialoghi Atipiciachi?Quei piccoli segreti nella casa Cgil Bruno Ugolini . . . Il Partito democratico ha fatto dei passi e ha indicato quelli da fare all'insegna dell'interesse generale 16 lunedì 17 settembre 2012
ILCOMMENTO FRANCESCOCUNDARI Il legame di Renzi con Berlusco-ni? C'era: Mike Bongiorno. Unpo' ci scherzano su ricordandola partecipazione di un Renzigiovanissimo alla Ruota dellaFortuna condotta proprio da quel Mike che sdoganò Berlusconi come imprenditore televisivo passando dalla Rai alla tv del Biscione. Ma il sorriso rimane a mezza bocca. L'appoggio di Berlusconi, sulla nave da crociera del Giornale a Bari di fronte al direttore Sallustri («Renzi porta avanti le nostre idee, sotto le insegne del Pd»), al sindaco di Firenze proprio non è piaciuto tanto da parlare di trappola mediatica. «Il Cavaliere sa che se vinciamo noi, lui è il primo rottamato - è la replica che Renzi affida a Facebook verso sera -. E quindi preferisce (legittimamente) giocarsela con Vendola o con Bersani. Ecco perché fa di tutto per metterci in difficoltà . Ma noi siamo più forti delle sue trappole mediatiche. Altro che “ghe pensi mi”: adesso tocca a noi». Più che un appoggio quello di Berlusconi viene dunque visto come un evidente tentativo di indebolirlo. Una spinta non per farlo avanzare, ma cadere di sotto. «Uno sgambetto», certifica Roberto Reggi, l'ex sindaco di Piacenza che gli sta coordinando la campagna per le primarie, che il sindaco non si aspettava. Dopo la discesa in campo di Verona e le prima tappe del tour, Renzi si era deciso a una domenica di quasi riposo. Pranzo a casa e poi la partita della Fiorentina al Franchi. Quelle parole di Berlusconi rilanciate subito dalle agenzie però non hanno aiutato. Solo in parte i gol di Jovetic e Toni sono riusciti a mitigare la preoccupazione di doversi difendere da nuovi attacchi sul suo presunto criptoberlusconismo. Un'accusa che parte della sinistra gli rinfaccia ogni volta che Renzi si incrocia col mondo del Cavaliere. Fin dal quel suo viaggio ad Arcore, a casa di Berlusconi che, raccontano le cronache di allora, gli avrebbe detto «lei mi piace, mi ricorda me da giovane». Quel viaggio, è successo praticamente a ogni incontro alla feste de l'Unità , qualcuno dalla platea glielo ritira fuori. E Renzi torna a spiegare che lo rifarebbe perché da Berlusconi, allora premier, c'era andato da sindaco per la sua Firenze. «L'unico dialogo che ha avuto con Berlusconi, in cui gli chiedeva una mano per la città ha dato più critiche che consensi», ammette lo stesso Reggi. E in più c'è sempre quel Giorgio Gori che, cresciuto professionalmente a Mediaset, guida la comunicazione del rottamatore. E poi le parole d'elogio che arrivano da fonti inaspettate. La figlia di Berlusconi, Barbara, che spiega che Renzi politico le ispira fiducia. E Iva Zanicchi, che dice che fra le donne del Pdl è proprio il sindaco di Firenze il preferito. E pure la deputata Pdl Nunzia De Girolamo che non ha dubbi che se dovesse scegliere fra Renzi e i vari Gasparri e La Russa sceglierebbe Renzi. Il tutto rafforzato dai positivi giudizi di Giuliano Ferrara che, come scriveva ieri sul “Giornale”, in Renzi rintraccia le «esigenze rivoluzionarie e rottamatrici», impersonate dal primo Berlusconi. Oramai a Renzi questi abbracci berlusconiani risultano sempre più soffocanti. Studiati, dicono i renziani, per azzoppare il cavallo che alle elezioni politiche sarebbe il più insidioso per il Cavaliere. Non solo per l'età , ma anche «perché contro Renzi -dicono -non potrebbe mai usare lo spauracchio del comunista». Ecco perché Berlusconi vuole farlo inciampare. «Tenta di fargli lo sgambetto - dice Reggi a Tgcom24 -, ma si accoda a quei fenomeni del Pd che continuano a dire che se vince Renzi si spacca il partito». Ma l'abbraccio berlusconiano ai renziani appare anche un po' confuso. Perché se Renzi porta nel Pd le idee di Berlusconi e poi il Cavaliere si augura una sua vittoria in modo tale che il Pd divenga finalmente un partito socialdemocratico, allora- viene notato- Berlusconi è socialdemocratico e nessuno se ne è mai accorto. Probabilmente però pesa anche l'appello, fatto da Renzi a Verona, agli elettori delusi dal Pdl e la sua dichiarata volontà di andarli a stanare. Argomento che ai bersaniani era piaciuto poco. Però la scelta questa volta è di non attaccare Renzi. Un «clima amichevole»• aveva invocato sabato sera da Firenze Bersani. E così Davide Zoggia, responsabile enti locali della segreteria, invita Berlusconi a non cercare cavalli di Troia in casa d'altri, ma a farsi le sue primarie. Sulla nave da crociera del «Giornale» di famiglia, in attesa che la legge elettorale segni il suo destino politico, Silvio Berlusconi da Bari indica l'erede del suo programma di governo: «Renzi porta avanti le nostre idee, sotto le insegne del Pd». Antica simpatia quella dell'ex premier per il giovane Pd, mai nascosta e oggi più che mai funzionale per cercare di insidiare il campo avverso. Se vince lui le primarie, spiega, «si verifica questo miracolo: il Pd diventa finalmente un partito socialdemocratico». Socialdemocratico di impronta pidiellina, un partito di nuovo conio. Sfumature, in un disegno più complesso. Sulla nave ormeggiata galoppano vecchi e consolidati cavalli di battaglia: «Il mio dovere è non consegnare il Paese alla sinistra». Se il Pdl torna al potere, via all'attuale composizione della Corte Costituzionale, della Camera e via pure all'attuale ruolo del Capo dello Stato. Ma per farlo occorre non una coalizione, quanto piuttosto un partito che abbia la maggioranza assoluta. Non annuncia ritorni in scena, «troppe variabili» spiega Daniela Santanché che non sapendo cosa succederà nel suo partito dà per certa l'implosione del Pd. «Il mio ruolo - dice Berlusconi nel corso di un'intervista con Alessandro Sallusti durata circa due ore - cambierà in base alla legge elettorale che ci sarà». E se Renzi è l'uomo, a sua detta, che meglio incarna lo spirito del Pdl, Beppe Grillo è quello che meglio ne incarna un altro: «Uno straordinario attore comico, sta ancora facendo quel mestiere. Non ci si improvvisa amministratori di un Paese o di una città. Qualcuno gli scrive il copione e lui recita come ha fatto tutta la vita». «Il miglior politico in circolazione, un uomo speciale», invece, resta lui: Angelino Alfano, il candidato premier per qualche settimana e poi rimesso in frigo, senza «quid», ma fedelissimo. È un Berlusconi che ostenta sicurezza, sciorina i successi ottenuti durante i suoi governi, «più di 40 riforme, dalla lotta alla criminalità, alle grandi opere e all'istruzione», attento agli stati d'animo degli italiani, «nella gestione della crisi il fattore psicologico è fondamentale». Malinconico, mentre ricorda i suoi primi passi come editore, imprenditore, i tempi andati del pianobar sulle navi da crociera, l'esordio in politica... Statista, quando osserva, mandando un siluro in Europa, che il fiscal compact blocca la «crescita», o quando sentenzia sul fondo salva Stati, «adesso si sono pensate formule per far diminuire lo spread e deve esserci qualcuno che garantisca gli investitori. E questa è la ragione per cui è nato l'Esm. Il problema è che il fondo salvastati richiede una maggioranza dell'80% e quindi difficilmente funzionerà». Economista di elevato ottimismo, quando spiega: «Noi non abbiamo un debito del 120% perché il debito del 120% è rispetto al Pil che voi misurate ma l'Italia ha anche un importante Pil sommerso soprattutto al Sud, dove si avvicina all'80%, quindi il nostro debito pubblico non è del 120% ma è verso il 90%». Rancoroso, in quel passaggio sull'ex presidente francese, Nicholas Sarkozy, una persona «la cui arroganza vince sull' intelligenza. Ma i francesi lo hanno punito». Aggiunge: «Ce l'aveva con me perché ho ottenuto la nomina di Draghi alla guida della Bce e perché Bini Smaghi non si dimetteva dal board dell'Eurotower, arrecando danni all'immagine del Paese perché pretendeva di essere nominato governatore della Banca D'Italia. I fatti hanno dimostrato quanto fosse importante avere un italiano alla Bce». Prevedibile quando ripesca dal cilindro il pezzo forte della scorsa tornata elettorale: «Aboliremo l'Imu. È uno dei nostri programmi di governo, perché la casa è il pilastro su cui ogni famiglia fonda il suo futuro». Gli altri pilastri, le istituzioni, invece andrebbero demoliti. «Noi dobbiamo cominciare da adesso a raccontare agli italiani come si deve votare perché se gli italiani vanno verso un voto così frazionato avremo un governo che non potrà fare nulla». Tutta colpa della Costituzione, è necessario cambiarla, ripete, e per farlo «bisogna avere una maggioranza non composita ma una maggioranza di un singolo partito. La Costituzione va cambiata perché come i suoi colleghi die paesi occidentali il primo ministro abbia possibilità di nominare e revocare i suoi ministri». La Camera (aggiunge sorvolando sul particolare di aver affossato la riforma costituzionale), va «almeno dimezzata perché oggi vi lavorano 50-60-70 persone, tutti gli altri stanno lì a fare gossip», mentre il Capo dello Stato deve essere eletto dai cittadini. E anche la legge per l'elezione della Consulta va cambiata, perché oggi è «formata da 11 membri di sinistra e da 4 del centrodestra, non è un'istituzione di garanzia sopra le parti ma un organismo politico della sinistra che abroga tutte le leggi che non piacciono alla sinistra». «Bravo, bravo e bravo ancora», commenta Giancarlo Galan. Nunzia De Girolamo assicura: «È il nostro leader indiscusso». Sarcasmo dall'ex alleato Roberto Calderoli: «Berlusconi annuncia di voler eliminare l'Imu? Siamo lieti che Berlusconi sia finalmente guarito dalla “febbre dell'inciucismo”». Però, aggiunge, meglio metterlo in quarantena. ILPRIMO PROBLEMA DELLEPRIMARIEALL'ITALIANA È CHE RISCHIANODI FAREAPPARIRE SECONDARIELEELEZIONI. Il secondo problema è che rischiano di renderle superflue, disintegrando il campo che dovrebbero invece contribuire a definire, consolidare e rilanciare. Dopo gli elogi di Daniela Santanchè e Angelino Alfano, Libero e Giornale, alla candidatura di Matteo Renzi ieri è arrivata anche la benedizione di Silvio Berlusconi. «Renzi porta avanti le nostre idee, sotto le insegne del Pd», ha detto il Cavaliere. Parole che fanno inorridire i sostenitori di Pier Luigi Bersani, convinti che si tratti di segnali inviati alla base del Pdl affinché si precipiti in massa ai gazebo e regali all'attuale leader del Pd, se non proprio la sconfitta, almeno una vittoria dimezzata. Ma non meno inorriditi si mostrano i sostenitori di Renzi, convinti che le parole di Berlusconi si spieghino, al contrario, con l'intenzione di danneggiare la candidatura del sindaco di Firenze, imprimendogli il marchio del traditore. Probabilmente, per quanto riguarda la possibilità di influenzare il risultato delle primarie, si tratta in entrambi i casi di preoccupazioni eccessive, se non infondate. Alle primarie del centrosinistra voteranno, come in tutte le precedenti occasioni, milioni di persone. Milioni. E tra questi, come è sempre accaduto, ci saranno certamente anche fior di elettori, militanti e magari anche qualche dirigente di partiti lontani dal centrosinistra. Può non piacere, ma è così. È la logica delle primarie aperte. Una logica che mostra in questi giorni tutti i suoi effetti collaterali, soprattutto in un sistema politico in cui a fare le primarie è solo uno dei contendenti. Uno squilibrio che Berlusconi è sembrato fin qui intenzionato a perpetuare e a sfruttare il più possibile, rinviando continuamente la decisione sulla sua ricandidatura e alternando a lunghi silenzi uscite provocatorie come quella sul sindaco di Firenze. È questa asimmetria di fondo che verosimilmente farà sì che la lunga campagna per la scelta del candidato premier dei progressisti continui a essere il centro di attrazione di tutti i possibili attacchi, polemiche, manovre, da parte di chiunque abbia interesse a incrinare la costruzione di una credibile alternativa di sinistra all'attuale equilibrio politico. Berlusconi colpisce dove fa più male. Con le sue parole sente di poter seminare il massimo della divisione tra gli avversari, alimentando accuse e sospetti reciproci all'interno del principale partito di una coalizione ancora da costruire. Ma questa possibilità al Cavaliere non viene semplicemente dalla debolezza delle regole, peraltro non ancora fissate, Larispostaarrivavia Facebook:«L'expremier sarà ilprimoadessere rottamato.Perquesto preferiscevedersela conVendolaoBersani» ILRETROSCENA VLADIMIROFRULLETTI vfrulletti@unita.it LOSCONTROPOLITICO Berlusconi a gamba tesa sul Pd: «Renzi ha le nostre idee» Alla crociera del Giornale l'ex premier «esterna» il suo tifo per il sindaco alle primarie Pd Poi attacca l'Europa e annuncia la solita trovata elettorale: «Aboliremo l'Imu» MARIAZEGARELLI ROMA . . . Su Grillo: «Straordinario attore comico. Qualcuno gli scrive il copione e lui recita. Come sempre» Un partito con pochi anticorpi I timori del sindaco: non mi farò inchiodare ad Arcore Il sindaco di Firenze Matteo Renzi in bicicletta FOTO DI MAURIZIO DEGL'INNOCENTI/ANSA 2 lunedì 17 settembre 2012
INCHIESTA- PENSIONATI,GIOVANI ESEPARATI:L'ESERCITO DI QUELLI CHE NONCE LA FANNO Un partito con pochi anticorpi IL COMMENTO MICHELEPROSPERO Sindacati uniti contro Marchionne Così ildenaro fasparire anchelecose Gravagnuolopag. 18 U: L'ANALISI FRANCESCOCUNDARI APAG. 15 Ai confini della realtà ROBERTONATALE Quadruplicati in pochi anni gli italiani che non possono curarsi e ricorrono agli ambulatori della Caritas. L'identikit: 50enni che hanno perso il lavoro, donne e uomini separati, migranti regolari SALVATORIA PAG. 12-13 Sorpresa: il fast food diventa«verde» Russopag. 17 L'ex premier rompe il silenzio. Per dire che il Fondo salva-Stati «difficilmente funzionerà». Per lanciare un nuova promessa: «Aboliremo l'Imu». E anche per tentare di assoldare il sindaco di Firenze. Che gli risponde: «Non mi farò inchiodare ad Arcore» COLLINIFRULLETTIZEGARELLI APAG.2-3 Gliamici marini diQuilici Trincipag. 19 ANDREAOLIVERO Staino APAG. 2 GOSSIPREALE Scusati Principessa (oppure tieniti il top) La7 conferma: Mediaset interessata all'acquisto Il comunicato del Lingotto sulla fine di Fabbrica Italia unisce il fronte sindacale. Dopo le dure parole di Susanna Camusso («La Fiat ha preso in giro l'Italia») ieri è stata la volta di Bonanni («Voglio vedere i piani») e Angeletti. E l'ex ministro del Lavoro Cesare Damiano critica l'incertezza del governo: «Non perda tempo e convochi subito i vertici dell'azienda». MATTEUCCI APAG.8 Dopo la Cgil anche Cisl e Uil attaccano le scelte Fiat Angeletti: inaccettabile calo di produzione LA NOTIZIA DELL'INTERESSE DI ME-DIASETPERLA7EPERLEFREQUENZE DI TELECOM ITALIA MEDIA ha messo tutti di fronte a una verità che nell'ultimo anno in troppi avevano voluto rimuovere: l'assetto delle comunicazioni, nel nostro Paese, è pressoché identico a quello del tempo in cui Silvio Berlusconi governava. La sua uscita da Palazzo Chigi non ha risolto d'incanto nessuna delle anomalie che rendono così fragile il pluralismo italiano, né le ha sanate magicamente il governo dei tecnici, che da questa materia si è volutamente tenuto lontano. SEGUE APAG.4 Nuovi pericoli vecchie regole STEFANOBALASSONE Juve, Napoli e Lazio volano Berlusconi, il nuovo che avanza SUPERAREDISGUSTOEANTIPATIAEDINSIEMERIDARFORZAALLAPOLITICA PERRISPONDEREALLACRISI incalzante sono le sfide che i partiti devono affrontare nei prossimi mesi. Non si tratta di studiare strategie di comunicazione o fare improbabili campagne acquisti nella società civile, ma di disegnare un nuovo modello di partecipazione dei cittadini. SEGUE APAG. 15 Cosa chiediamo a Pd e Udc Noi facciamo il contrario di ciò che fanno le banche: loro prestano soldi ai ricchi, noi ai poveri. Più povero è il cliente più lo trattiamo con i guanti Non usiamo avvocati: ci basiamo sulla fiducia MuhammadYunus Il Cav promette di togliere l'Imu E su Renzi dice: ha le nostre idee INCUBOALQAEDA Diplomazia Usa in fuga da Sudan e Tunisia Benedetto XVI: appello per la pace MONTEFORTEDEGIOVANNANGELI APAG.10-11 La povertà invisibile che bussa alle mense Per quel topless è quasi scontro diplomatico SONCINI APAG.7 «Quelli di Mediaset fanno sul serio»: lo dice Giovanni Stella, ad di TiMedia confermando, come anticipato sabato da l'Unità, che esiste un piano per portare La7 nelle mani di Berlusconi. LOMBARDO APAG.4 LE AVANCES DI MEDIASET PER L'AC-QUISTODILA7HANNOUNLATOPOSITIVO, O ALMENO LO SPERIAMO: quello di rendere urgente la messa a fuoco di un progetto-Paese riguardo alla industria dei media. E qui vogliamo ricordare che per un Paese come l'Italia, come per ogni Paese dell'Europa occidentale i pilastri del sistema dei mass media stanno in quattro parole: pluralismo, servizio pubblico, mercato, sviluppo. Se ne togli uno cade tutto. Se tutti, come si verifica in Italia, sono fragili, tutto il sistema è fragile. Tant'è vero che l'unica componente solida del panorama dei media italiani è Sky, proprio perché le sue radici sono altrove. SEGUE APAG.4 La fragilità dei nostri media Dopo tre giornate sono quattro le squadre a punteggio pieno. La Juventus si sbarazza del Genoa dopo aver rischiato di andare a fondo. Il Napoli a rullo sul Parma: tre a uno, tante occasioni e gioco. La Lazio, invece, passa sul campo del Chievo con una prova sontuosa del «profeta» Hernanes. Anche la Sampdoria sbanca Pescara. La formazione di Ciro Ferrara è alla terza vittoria consecutiva ma ha solo otto punti a causa della penalizzazione. Scivolone della Roma in casa. Da due a zero a tre a due contro il Bologna. APAG.21-22 Il 30% in più. Si allunga la fila di chi chiede aiuto I dati di Sant'Egidio Il vescovo Zuppi: ormai basta poco per perdere tutto Anche curarsi può diventare un lusso GALLOZZI A PAG. 12-13 1,20 Anno 89 n.257Lunedì 17 Settembre 2012
CARLAATTIANESE STRASBURGO Tra le materie di esclusiva competenza dell'Unione europea, per intenderci quelle per cui le norme europee regolano direttamente ciò che produciamo o consumiamo nella vita di tutti i giorni, la Politica Comune della Pesca (Pcp) occupa un posto di rilievo: «basti pensare che nel mondo 3 miliardi di persone si alimentano con proteine del pesce e che senza pesce oltre mezzo miliardo soffrirebbe la fame». A ricordarcelo è Guido Milana, eurodeputato democratico e vicepresidente della commissione Pesca dell'europarlamento, impegnato nella trattativa per la riforma della Pcp, un piano d'azione europeo nato per garantire la sostenibilità della pesca nel Mediterraneo – un mare sottoposto ad uno sfruttamento intenso – le cui regole sono ferme però al 2002. Achepuntosiamoconlepolitichecomunitarie inun settoreche, soprattutto in Italia, significaanche economia? Le politiche sin qui adottate non hanno realizzato gli obiettivi di sostenibilità per l'ambiente e di mantenimento del reddito ai pescatori. Per questo da un anno Commissione, Parlamento e Consiglio Ue sono impegnati nella messa a punto di una strategia per rimuovere le criticità di un settore di primaria importanza. L'obiettivo per cui siamo impegnati è una pesca sostenibile, responsabile e compatibile. Nell'ultimaplenariaaStrasburgosisonoaffrontatievotativarirapportisulla pesca.Ci sono da registrarenovità? In questa plenaria sono giunti a conclusione una serie di rapporti che disegnano i primi tratti della riforma. La novità più importante è il voto a larga maggioranza su un emendamento che invita la Commissione a definire ampie aree di “non pesca”, in modo da creare una vera e propria rete di “nursering” in tutta Europa. Un'iniziativa sulla quale il Pd è particolarmente impegnato e che rappresenta il vero elemento di novità dell'intera riforma. Questo si concilia con il sostegno ai pescatori, edunqueall'economia? Noi Socialisti e Democratici vogliamo una pesca sostenibile e una politica che tenga conto dell'impatto sociale e delle conseguenze sul settore. Cioè, vogliamo che il mare non sia più una miniera nella quale prelevare, ma un grande campo da coltivare. I pescatori devono diventare protagonisti, per questo il mare deve diventare parte integrante della terra ferma ed essere integrato nei Piani regolatori dei comuni, che oggi si fermano al bagnasciuga. Parliamo del tonno rosso, sul quale si sono registrati allarmi da più fronti. Si potràcontinuarea pescare? La comunità scientifica sostiene che il tonno rosso debba essere sottoposto a rigide pianificazioni dei suoi prelievi e noi siamo d'accordo. Senza regole si rischierebbe una mattanza che porterebbe alla desertificazione dei tonni nel Mediterraneo e alla compromissione degli stock nel resto del mondo. A novembre l'Iccat (la Convenzione internazionale per la conservazione dei tonni dell'Atlantico) stabilirà la quota pescabile e noi siamo impegnati a difendere per l'industria italiana una giusta quota di questa importante risorsa. L'Ue è spesso tacciata di eccessive lungaggini.Chetempisonoprevistiperl'approvazionedefinitiva della riforma? In questa fase siamo alla definizione delle linee generali. La nostra intenzione è di andare al varo definitivo entro fine anno. Stati uniti d'Europa non semplice federazione di Stati L'INTERVISTA EurodeputatoPd,eletto nellacircoscrizioneCentro, èstatopresidente delConsiglio regionale delLazioesindaco diOlevanoRomano Pagina a cura del gruppo S&D-Delegazione Pd al Parlamento europeo in collaborazione con l'Unità L'Europa consumerà meno energia e risparmierà più soldi: la direttiva sull'efficienza energetica è legge. Con l'approvazione del testo la settimana scorsa da parte dell'Europarlamento l'Ue ha messo nero su bianco le norme che nei prossimi anni porteranno alla ristrutturazione degli edifici pubblici, a piani di risparmio energetico per le imprese energetiche pubbliche e a controlli per le grandi aziende private. Il via libera definitivo è arrivato nel corso della sessione plenaria a Strasburgo, con 632 voti a favore, 25 contrari e 19 astensioni. Ora entro aprile 2013 tutti gli Stati membri dell'Ue dovranno fissare degli obiettivi nazionali di risparmio energetico che verranno valutati dalla Commissione. Le norme impongono di ristrutturare il 3% della superficie di tutti edifici pubblici dei governi centrali. Le imprese energetiche di pubblica utilità dovranno migliorare l'efficienza del 1,5% all'anno e le grandi imprese saranno sottoposte a consulenze e revisioni dei loro piani energetici ogni 4 anni. Per finanziare gli interventi saranno necessari circa 40-50 miliardi di euro all'anno, che saranno coperti con i fondi strutturali, con i prestiti della Banca Europea per gli Investimenti e, probabilmente, con i futuri «project bond». Dopo anni di tagli per l'economia europea è una boccata di ossigeno, anche perché ogni anno l'Ue spende per importare energia dai Paesi terzi 488 miliardi di euro, pari al 3,9% del Pil. Si tratta inoltre di completare il «pacchetto clima» approvato nel 2009 che prevede per il 2020 il triplo obiettivo della riduzione delle emissioni di gas serra del 20%, dell'aumento del 20% della quota di energia prodotta da fonti rinnovabili e del miglioramento dell'efficienza energetica, e quindi diminuzione dei consumi, del 20%. La maggior parte degli Stati membri dell'Ue infatti era riluttante a impegnarsi in un momento di austerità e riduzioni di bilancio e gli eurodeputati hanno dovuto lottare duramente con il Consiglio per far approvare misure come quelle sulla ristrutturazione degli edifici pubblici che comportano investimenti. «Le misure vincolanti ci porteranno dall'aumento attuale del 9% di efficienza fino al 15%-15,5%», ha illustrato il relatore, l'eurodeputato verde Claude Turmes. Il restante 5% per arrivare all'obiettivo del 20% del pacchetto clima sarà colmato con le normative che la Commissione introdurrà nel 2014 su auto, caldaie ed elettrodomestici. Per l'European Environmental Bureau (Eeb), che riunisce 140 associazioni ambientaliste europee tra cui l'italiana Legambiente, si poteva fare di più e la direttiva è «un'occasione mancata». Nella normativa restano «lacune e mancanza di ambizione», ha denunciato Agathe Ernoult, responsabile energia dell'Eeb, «e non ci sono garanzie che questi impegni saranno investiti nel settore più importante: la ristrutturazione degli edifici». Gli eurodeputati infatti chiedevano la ristrutturazione obbligatoria di tutti gli edifici pubblici, ma si sono dovuti accontentare di quelli dei governi centrali. «È un primo passo: tanti altri dovranno seguire e sempre più in fretta!», ha spiegato l'eurodeputato Pd Vittorio Prodi. Secondo Mario Pirillo, l'altro europarlamentare Pd che ha seguito il dossier, l'essere riusciti a mantenere l'obiettivo del 3% di ristrutturazione degli edifici pubblici «è uno dei successi» ed è «un obiettivo ambizioso in un periodo di crisi economica, che ha una forte valenza ambientale e farà da leva per la crescita economica dell'Unione». «L'UNIONEEUROPEADEVEEVOLVERSI. NON ABBIAMOPAURADELLE PAROLE:DOVREMODIRIGERCI VERSOUNA FEDERAZIONEDISTATI-NAZIONE. Di questo abbiamo bisogno. Non di un super-stato. Una federazione democratica di stati che possa fare fronte ai nostri problemi comuni attraverso la condivisione della sovranità». Così il presidente della Commissione ha rilanciato il progetto europeo fornendo una prima risposta a chi chiedeva un salto di qualità politico nella via di uscita dalla crisi. Anche la delegazione italiana al Parlamento europeo aveva chiesto a Barroso di muoversi in questa direzione, ma con una differenza: l'obiettivo del dopo-crisi non deve essere una semplice federazione di stati, ma gli Stati Uniti d'Europa nel vero senso della parola. Noi pensiamo a un assetto fondato sulla cessione completa della sovranità nei campi strategici dell'azione di governo. Pensiamo a un forte centro comune, e alla presenza di una sovranità subordinata nelle sfere minori. Sulla falsariga della gerarchia tra governo federale e singoli stati dell'unione negli Usa. Nel dibattito seguito al discorso del presidente della Commissione, il leader dei liberali, Guy Verofstadt, ha colto il punto più debole della proposta Barroso. Una semplice federazione di stati che «condivida» solo dei pezzi di sovranità potrebbe essere una soluzione peggiore dell'assetto attuale, basato sul dualismo tra Consiglio e Commissione, dove quest'ultima rappresenta quel polo comunitario e non intergovernativo che è il nucleo dei futuri Stati Uniti d'Europa. La proposta Barroso non prevede la creazione di un governo federale centrale che goda di sovranità in materia di politica estera e di difesa, nonché nella sicurezza interna e in materia fiscale, monetaria e di protezione sociale. La sua è un'Europa dove esiste un maxi-Consiglio degli stati membri senza Commissione e senza Parlamento dotati di poteri effettivi. Un'Europa minata alla radice dall'assenza di una amministrazione comune, e dalla mancanza di un meccanismo di bilanciamento dello squilibrio tra grandi e piccoli stati della federazione. L'idea che sta prendendo corpo all'interno della delegazione italiana è che si debba andare verso un assetto bicamerale e verso un governo europeo vero e proprio. Il Parlamento eletto a suffragio universale dai cittadini europei c'è già. Il Consiglio europeo andrebbe trasformato in camera degli stati sul modello del Senato americano dove sono presenti due senatori per ciascuno di essi senza riguardo a popolazione e territorio. E la Commissione dovrebbe rappresentare l'organo esecutivo delle due camere con un unico presidente eletto dai cittadini europei. Proponiamo un modello che ricalca quello degli Usa, ma con due differenze: niente presidenzialismo e più potere ai cittadini che eleggono i membri del Parlamento. La tradizione europea di governo - con l'eccezione francese - si basa sulla distinzione tra un presidente che svolge funzioni di alta rappresentanza e garanzia costituzionale e un primo ministro che governa con ministri che possono o no appartenere al Parlamento. Poiché questa formula si è dimostrata capace di garantire i più alti livelli di democrazia e di benessere del pianeta, non c'è ragione di stravolgerla, copiando integralmente altri assetti. GuidoMilana Pino Arlacchi Eurodeputato Pd Membro commissione esteri Europarlamento www.partitodemocratico.eu www.socialistsanddemocrats.eu «Pesca sostenibile, entro l'anno le nuove norme» Risparmio energetico La Ue taglia i consumi Un impianto fotovoltaico installato sul tetto di una abitazione FOTO ANSA A Strasburgo sì alla direttiva sull'efficienza energetica Entro aprile 2013 gli Stati membri dovranno fissare gli obiettivi Da ristrutturare il 3% della superficie degli edifici pubblici Le norme per le imprese MARCOMONGIELLO STRASBURGO 14 lunedì 17 settembre 2012
Sulla terrabattuta diNapoli finisce4a1 pergliazzurriche hannopersosolo ildoppiodisabato FEDERICO FERRERO NAPOLI ILRISCHIOCHELANOTIZIAPIÙAVVINCENTE DELLADAVISAZZURRA, IN QUESTA ESTATE CALANTE, LA OFFRISSE AI NAPOLETANI IL VIAVAI DI CAMION E GRU CHE HANNO LIBERATO IL LUNGOMARE È STATO SCHIVATO. E sì che in un'esagerazione di ottimismo si erano preparati quattromila posti intorno a uno spiazzo in asse con la rotonda Diaz, nell'impresa di rendere suadente come lo scenario del Golfo di Napoli un poco appetitoso spareggio tra Italia e Cile di Coppa Davis. Ma se il duello si annunciava troppo povero di nomi e incertezze per appassionare, i nostri hanno saputo aggiungere quel pizzico di alea che accompagna dall'antichità i match dell'Insalatiera. Paul Capdeville, soldato da Davis e numero uno cileno, non è un medagliato olimpico come l'altro ex ragazzo d'oro del Cile, Gonzalez, proprietario di un dritto-dinamite che gli aprì il portone di una finale Slam. Né ha parenti da dividere con Massu, el Vampiro esangue ancora in attività cui restano rantoli e coda da cavallo del giocatore che fu ma che si dice sia talmente fiacco da non farsi preferire neanche a tal Guillermo Hormazabal, un tizio che in Davis non si smentisce: gioca poco, vince mai. Il terzo dell'avemaria, Jorge Aguilar, si è inventato una giornata da doppista di razza e ha allungato la resistenza degli ospiti di un giorno. Con questa la squadretta onesta e raffazzonata, capitan Prajoux ha assistito alla naturale derrota del suo Cile, già scaletta di rientro in serie A per l'Italia lo scorso anno e ora boa per mantenerla nel World Group. Ma non è il caso di fare gli schizzinosi: avercene, di sbadigli vittoriosi. Il salvataggio è compiuto, insomma, ed è ciò che conta. Dopo un set di travaglio più interiore che concreto, il numero uno tricolore Seppi ha disarmato Hormazabal senza neanche aggrottare la fronte, massima espressione altoatesina del sentimento di affanno. Fabio Fognini, talento selvaggio del team Barazzutti, ci ha provato ad aggrovigliare uno scontro quasi disonesto nei valori tecnici con medioman Capdeville. Ma anche l'unica variabile del venerdì non è impazzita, non del tutto: giusto un prevedibile blackout in serata, utile a trascinare il secondo singolare al quinto set, poi risolto con agio sabato mattina. Quando è capitato l'imponderabile: gravi problemi nel coordinamento tra il doppista per necessità Seppi e l'affidabile mano stagionata di Bracciali e di là si è fatta festa. Capdeville, più carico che mai nonostante i sudori dei cinque set, e Aguilar hanno fatto – e non era scontato - la loro parte evitando di battersi da sé e i tentennamenti del duo azzurro, insieme alla nuttata di attesa in più per risolvere l'affare Fognini, hanno reso più brioso un weekend da mare piatto. Per l'ultimo dei tre punti si è dovuto attendere, quasi a voler regalare ai partenopei una sessione ulteriore di intrattenimento. Tuttavia Capdeville ha mandato in campo il cartonato di se stesso, avendo esaurito ogni energia nei nove set tra singolare e doppio. E Andy Seppi, col suo fare compassato, lo ha bucherellato in una rapida esposizione di ispirata superiorità. L'Italia resta in serie A e mercoledì conoscerà la sua sorte nel primo turno del 2013: una tra Spagna, Serbia, Repubblica ceca, Francia, Usa, Croazia e Argentina, quest'ultima sola da affrontare in trasferta. Ma ci sono vicende sportive che trascendono un playoff e un sorteggio. Il miglior braccio del tennis italiano, Fabio Fognini, dichiara un potenziale da fuoriclasse mostrando la stessa capacità di attenzione di un attaccabrighe da ultima fila di banchi, con l'aggravante di un frasario più adatto al porto di Napoli che a un seguace di Adriano Panatta. Per questo Cile basta e avanza, altrove gli procura qualche bella sconfitta. Gli anni passano, venticinque sono un periodo in cui il cammino percorso è già diventato più lungo della strada ancora da battere. E l'Italia, per prender casa nel gruppo mondiale, non potrà sempre rivolgersi a Capdeville. NEL NOME DEL SIC, SUL CIRCUITO DI MISANO CHE ORA PORTAILNOMEDIMARCOSIMONCELLI,VALENTINOROSSI RITROVA IL PODIO E JORGE LORENZO LA FUGA CHE PUÒVALERGLI ILMONDIALE.Sorride lo spagnolo, che approfitta dei pasticci combinati dalla Hrc e dal “favore” concessogli da Hector Barbera che abbatte Pedrosa al primo giro, ma sorride soprattutto Valentino. Perché il secondo posto è il miglior risultato ottenuto con la Ducati e perché, soprattutto, il secondo gradino del podio ottenuto qui nei giorni del ricordo commosso dell'amico morto undici mesi fa in Malesia vale qualcosa in più del normale. «È un grande risultato - quasi si commuove a fine gara Valentino - lo dedico a Simoncelli e alla sua famiglia: Marco mi ha dato una mano». Sul podio ci sale anche la Honda bianca e rossa del team Gresini, ce la porta Alvaro Bautista ed è la prima volta da quando il Sic non c'è più. Sarà un caso, ma ci credono in pochi. «Marco ci ha spinto quassù», dice lo spagnolo. E forse non è soltanto un modo di dire. Ma nel fine settimana che potrebbe significare la svolta al mondiale, è il secondo posto di Rossi a prendersi i titoli di giornata. Perché è il miglior risultato di sempre per il Dottore ducatista (che aveva chiuso al secondo posto anche a Le Mans, ma sotto la pioggia) e perché suona quasi beffardo ora che la storia d'amore con la Rossa di Borgo Panigale è ufficialmente chiusa e tutto è pronto per il ritorno al futuro in Yamaha. «Ormai la scelta è stata fatta, inutile pensarci - liquida l'argomento - Ma anche se vado via, per me è importantissimo fare delle belle gare da qui alla fine della stagione e incrementare la competitività della Ducati, anche se poi l'anno prossimo saranno altri piloti a usufruire degli eventuali miglioramenti. È un risultato importante per me e per tutti quelli che lavorano nel reparto corse, che non hanno mai smesso di impegnarsi, esattamente come ho fatto io. È la mia miglior gara con la Ducati: per essere vecchio e suonato -a chiuso ironizzando sul suo casco speciale - sono andato abbastanza bene». Un capolavoro la partenza che l'ha portato al secondo posto dietro al fuggitivo Lorenzo, una gara d'altri tempi poi a respingere gli attacchi di Bradl, prima, e la rimonta di Bautista che sotto la bandiera a scacchi ha battuto al fotofinish, per soli 3 millesimi, Andrea Dovizioso. Dal podio, rispetto ai pronostici, manca Daniel Pedrosa ora ricacciato a -38 in classifica mondiale dal tamponamento di Hector Barbera per una sorta di pareggio nella “par condicio” della sfiga. Era stato proprio il pilota del team Pramac, ad Assen, ad abbattere Lorenzo in partenza per l'unico 0 di una stagione costellata solo di vittorie (sei) e secondi posti. Pari e patta, allora. Del resto la sfortuna, sin qua, aveva stranamente ignorato Pedrosa, che di norma è una delle sue vittime preferite. Fino a ieri, però, quando allo spagnolo è successo di tutto. Dopo la prima partenza annullata per un guaio tecnico alla Ducati di Abraham, infatti, il pilota Hrc è stato costretto a schierarsi in fondo alla griglia per via di uno strano bloccaggio sulla sua ruota anteriore che ha richiesto l'intervento dei meccanici e il trasporto in pit lane della moto. Mistero sulle cause del problema anche se, secondo indiscrezioni potrebbe essere stato causato dalla fusione della termocoperta a contatto con il disco freni surriscaldato dopo il giro di ricognizione. Più probabile, invece, che le pinze in carbonio della Honda si siano incollate al disco bloccandolo. Come se tutto questo non bastasse, poi, al momento di muoversi per il nuovo giro di ricognizione lo spagnolo ha lamentato dei problemi rimanendo attardato dietro la safety car. «Credo che nel trasporto della moto qualcuno abbia toccato un pulsante dell'elttronica e la moto non andava - ha spiegato lo spagnolo - ho perso tempo a disattivare un controllo e sono rimasto indietro». Fatto è che alla ripartenza dal fondo Pedrosa s'è ritrovato intruppato nel gruppone e poi abbattuto dopo poche curve da Barbera. Imbufalito, Pedrosa s'è poi infilato nel motor home senza ascoltare le scuse pubbliche del pilota della Ducati Pramac. «Lorenzo ha avuto la gara in regalo», il suo unico commento. Poi lo sfogo via Twitter: «Volevo essere campione del mondo quest'anno, però ho dovuto rinunciare a molti punti per sciatteria. Un giorno da pazzi, merda». Una girandola di episodi decisivi su cui Lorenzo ha potuto costruire una gara perfetta, condotta dall'inizio alla fine, e il nuovo allungo in classifica dopo le tre sconfitte subite da Pedrosa. «Siamo stati fortunati noi, e sfortunati loro, come eravamo stati sfortunati noi in Olanda - il commento dello spagnolo - Per l'emozione del mondiale è peggio, ma è meglio per noi, sono felicissimo». «Dedicoquesto risultatoa luiealla suafamiglia.Per esserevecchioe suonato,sonoandato abbastanzabene» Poco Cile, l'Italia del tennis rimane tra i grandi Vale secondo «Èper ilSic» AMisanovinceLorenzo Pedrosa tamponato AllungomondialeDaniel tamponatodaBarberaèa -38 inclassifica.Per ilDottore miglior risultato inDucati: «Marcomihaspintoquassù» MASSIMOSOLANI Twitter@massimosolani lunedì 17 settembre 2012 23
Laproposta Che cosa chiediamo a Pd e Udc Andrea Olivero Presidente Acli SI È BEN PRESTO ESAURITA L'ISPIRAZIONEBIBLICA,CHEANNUNCIAVAUNBERLUSCONI RAPITO DALLA TARDIVA SCOPERTA CHE NELLAPOLITICAc'è anche un tempo per riflettere. Il tempo per (stra) parlare con un getto infinito di piacevoli parvenze ha subito ripreso il sopravvento. Infastidito forse dalla concorrenza sleale portata da altri comici in circolazione, e ingelosito per il trasporto mediatico scatenato dai novelli apprendisti stregoni del marketing politico, il Cavaliere torna a inseguire la strategia della distrazione di massa con gli arnesi consumati della narrazione fantastica. Snocciola instancabile le sue ricette economiche deboli per scacciare la radicalità della crisi e le vende a spettatori spiazzati che si augura di sorprendere di nuovo assopiti dinanzi alla realtà. La crisi? È solo una sciocchezza, come pure allarmistica è la leggenda nera dello spread. E tutto quello che il governo ha sinora varato per rimediare ai disastri provocati proprio dalla destra populista è una fatica inutile, che ha comportato la caduta in una evitabile condizione di tristezza. Via dunque l'Imu, al macero le carte europee che invocano ancora rigore. Dopo Monti? Con il suo raptus comunicativo, che squaderna le frasi equivoche proprie di ogni vocabolario minimo proteso all'incantamento, Berlusconi prenota il ritorno al già visto, il ripristino dell'antipolitica di governo come irresponsabile fuga fiabesca dai problemi, come via di fuga illusoria che straccia tutti gli impegni europei. Con immagini surreali e con proposte assurde, egli vuole annebbiare la coscienza del pigro spettatore, già bombardato a dovere dai media unificati. Con il loro lavoro sporco impostato per imporre ovunque la dittatura di un nuovo senso comune, i media hanno persuaso ogni elettore stanco dall'eccesso di realtà che la politica è tutta uguale. E quindi, contro la vigliacca casta dannata, tanto vale inseguire la promessa-incubo di un nuovo sogno, affidato a un ciarlatano qualsiasi, esperto nello strano marketing di rivolta. Per questo, mentre predica la sublime bellezza del riflettere cui però non cede, il Cavaliere ricorda la straordinaria potenza espansiva del vedere. E, dietro le quinte, medita di comperare l'unica rete che gli manca per tentare la rivincita della videocrazia. La magia che stuzzica Berlusconi è quella di superare la crisi negandola come condizione effettuale. Egli vuole sospendere il fastidioso principio di realtà che riconduce alla sofferenza quotidiana di ceti sociali duramente colpiti con una alluvione di messaggi deformanti pronti a ottenere ampi depistaggi cognitivi con proposte evanescenti, ai limiti della provocazione. Per questo, con il controllo della Sette, vuole assicurarsi il monopolio esclusivo della produzione delle immagini, per tenere scadente il livello referenziale del discorso pubblico e tentare nuove scorribande nelle praterie di un consenso passivo. Il dominio nella narrazione in video, che procede con parole e immagini devianti, gli serve per oscurare la scomoda visione del reale e per far penetrare una narrazione poco credibile. La completa rimozione del principio di realtà, con edificanti rimandi alla speranza riposta in improbabili e rassicuranti miracoli, è l'eterna sua carta. La fuga dalla dura realtà che esige impegni ardui per il governo, deve preparare la riscossa del comico che avanza nella raccolta del gradimento con fasulli effetti speciali. Berlusconi prepara le prossime elezione come un duello surreale tra due comici che si contendono la scena a colpi di grossolane ricette e di assalti a ciò che resta della coscienza cognitiva. Tocca ad una politica capace di democrazia sconfiggere i comici che con la reiterazione del gioco e dell'allusione fiabesca o con il primitivismo regressivo di una macchina del consenso ipertecnologica aggrediscono la percezione del reale, allo scopo di riesumare i fasti di una politica ridotta a finzione. I comici all'unisono procedono minacciose tra le ombre agitando una recitatio che intrattiene il pubblico con proclami sorretti da una infima cadenza concettuale. Il populismo ha bisogno di far precipitare di nuovo il Paese in un disastroso mondo incantato nel quale uno spettatore spaesato smarrisce ogni pertinenza semantica e si acconcia dietro comici che suggeriscono la metamorfosi della politica a sterile intrattenimento. Per i comici che distraggono dalla percezione delle difficoltà reale e riscaldano il pubblico con gli strumenti di una stupida politica sub specie theatri, il tempo per riflettere non giunge mai. Spetta solo agli elettori non perdere l'ancoraggio critico al reale per far sperimentare loro il liberatorio tempo della definitiva ritirata. SEGUEDALLAPRIMA E, insieme, di mettere in chiaro, senza troppe tattiche e tentennamenti, cosa si vuol fare per il futuro: programmi, uomini, alleanze. Non spetterebbe alla società civile, né è nella tradizione delle Acli andare ad indicare quali debbano essere le alleanze per il governo, ma in questo momento difficile, nel quale sembra che nel gioco delle parti tutto sia bloccato, abbiamo scelto di correre molti rischi e di provare, almeno, ad indicare un orizzonte verso il quale tendere. Da qui nasce l'incontro promosso sabato scorso al nostro annuale «Incontro nazionale di studi» tra Pier Luigi Bersani e Pier Ferdinando Casini, ai quali abbiamo chiesto di riflettere con noi sulla posta in gioco. L'Italia ha un disperato bisogno di uscire definitivamente dal ventennio berlusconiano, che ha corroso le coscienze prima ancora che la legalità e le casse dello Stato, senza cadere preda di nuovi populismi, più o meno di destra, che si affacciano minacciosi. È necessario, perciò, che le forze che hanno mostrato maggiore coraggio e senso dello Stato in questi mesi, sostenendo lealmente il governo Monti quando pur avrebbero potuto portare a incasso gli anni di opposizione ad un governo fallimentare, oggi provino a costruire un progetto insieme. Udc e Pd sono e debbono rimanere soggetti profondamente differenti, ma alla loro origine non hanno visioni incompatibili: un serio impegno per affrontare la questione democratica, che nel nostro Paese prende spesso le forme del secessionismo egoista; l'orizzonte dell'unità politica dell'Europa, senza tentennamenti; una visione della politica al servizio della società, che riconosce e lascia spazio ai corpi intermedi, per una concertazione finalizzata al bene comune; il prevalere del noi sull'io come fondamento della società, pur dando valore sacrale ai diritti di ogni persona. Non sono elementi scontati e non accomunano, soprattutto, tutte le forze in campo. Comprendiamo bene che tattica politica e ricerca del consenso spingerebbero nella direzione di percorrere strade separate, ma è venuto il momento, per chi è serio ed ha a cuore il bene del Paese, di correre qualche rischio in più. Non chiediamo alleanze astratte e permanenti, ma coraggiose scelte comuni su un programma riformista, per non trovarci, da qui a qualche mese, a dover lamentarci per un secondo governo tecnico, questa volta marcatamente liberista. Noi aclisti abbiamo messo sul campo alcune proposte semplici quanto, riteniamo, appassionanti. Predisporre un piano straordinario per l'occupazione giovanile, che dia lavoro dignitoso anche in tempi di recessione o bassa crescita aprendo spazi di nuova occupazione nel sociale, nella cultura, nel turismo, nella tutela ambientale, per una ripresa di benessere sociale che apra la strada anche a quella economica. Dotare l'Italia di uno strumento universalistico di contrasto alla povertà assoluta, di cui sono dotati quasi tutti i Paesi europei, per non far pagare la crisi a chi meno ha beneficiato della crescita nei decessi passati. Concedere la cittadinanza ai minori nati in Italia figli di stranieri, per aprire finalmente la nuova pagina dell'integrazione e riparare ad un torto troppo a lungo mantenuto. Infine, mettere in atto un nuovo fisco a misura di famiglia, applicando finalmente il principio costituzionale della promozione delle famiglie, a partire da quelle numerose, spesso oggi condannate all'impoverimento. Sono solo alcune idee, ma che siamo certi potrebbero dar senso ad una alleanza, inchiodando ciascuno alle proprie responsabilità. I cattolici, oggi in larga parte delusi e tentennanti, potrebbero tornare in questo orizzonte a trovare motivo per appassionarsi, senza inutili nostalgie democristiane, come bene ha scritto ieri Michele Ciliberto su queste colonne, perché la concretezza di queste laiche sfide vedrebbe in gioco anche i loro valori più profondi. NELDISCORSOACHIUSURADELLAFESTADEMOCRATI-CA NAZIONALE A REGGIO EMILIA PIER LUIGI BERSANI HADATOUNACHIARA VISIONE delle grandi sfide che attendono il nostro Paese e ha parlato della necessità di un momento costituente per l'Europa che restituisca alla politica e alla volontà popolare il governo dell'Unione e soprattutto sottragga alla finanza «la licenza di uccidere». In una lettera al segretario politico del Partito democratico ho condiviso questa piattaforma politico-programmatica, che mi conferma nella convinzione di sostenere pienamente la sua candidatura alle prossime primarie. L e p a r o l e d i B e r s a n i r i e c h e g g i a n o quelle di Francois Hollande nel suo discorso del Bourget: «L'avversario della sinistra - ha detto l'allora candidato socialista - non ha un nome, non ha un viso, non ha un partito, non si candiderà mai e nonostante tutto governa». Questo avversario è una finanza senza regole. In venti anni il culto del denaro per il denaro, hanno spodestato l'economia reale distrutto lavoro, preso il controllo della società e anche delle nostre vite. Oggi basta un millesimo di secondo per spostare flussi finanziari immensi che minacciano l'esistenza di Stati democratici. La frattura politica del nuovo millennio non è più quella, novecentesca, fra capitale e lavoro. Oggi la linea di divisione fondamentale è fra finanza e democrazia. La finanza cerca d i i m p o r r e i l s u o dominio sulla democrazia. Pensiamo alla politica economica del l 'Europa che è sempre meno il risultato di un confronto democratico ma è imposta dai mercati. La finanza sta imponendo a società stremate dalla crisi e dalla disoccupazione massacranti cure di austerità su cui gli elettori non si sono mai pronunciati. Il destino stesso dell'Italia è appeso al filo dei capricci dei mercati finanziari. Tutto ciò non è democratico e noi dobbiamo ribellarci contro questa degenerazione. Vietare i prodotti tossici, regolare in maniera durissima i prodotti derivati, introdurre forme di controllo dei flussi internazionali dei capitali: su questi temi si giocherà la vera battaglia per la democrazia europea nei prossimi mesi. La battaglia per ristabilire la piena sovranità democratica è durissima perché l'avversario è spietato e potente. L'asprezza di questo confronto ci impone di integrare la dimensione europea all'interno della nostra azione politica come giustamente ha fatto Bersani con la sua proposta per una Costituente europea perché è a Bruxelles che si decidono gli equilibri futuri. Con le forze socialiste e progressiste europee dobbiamo costruire i presupposti per una svolta rispetto alla linea conservatrice, recessiva seguita dalla Ue sotto l'influenza dei governi di centro-destra. La svolta deve costruirsi attorno alla tutela del modello sociale europeo, al rilancio del lavoro inteso come occupazione ma anche come valore che dà un senso alla vita di tutti noi. La gravità delle sfide che abbiamo di fronte ci impone anche un cambio di passo nel modo di fare politica in Italia: il Pd deve trovare un'unità di fondo ed evitare di disperdere le energie in battaglie provinciali e personalistiche, stonate e inadeguate rispetto al momento. Per questo, è sbagliato demonizzare chi esprime nel nostro partito opinioni diverse. La dispersione e la divisione, il veleno delle lotte personali, rischiano di lasciare un campo di rovine. La democrazia la si difende facendola vivere quotidianamente, tonificandola attraverso il dibattito e il confronto di idee. Un confronto che deve realizzarsi all'interno del Paese reale, di quell'Italia che si sporca le mani tutti i giorni. Partiti e istituzioni hanno il dovere di aprirsi al mondo del no-profit e dell'associazionismo, ai tanti amministratori locali sconosciuti ma eccellenti. La classe dirigente deve essere selezionata unicamente su due criteri: la preparazione e il coraggio delle idee. Dalla riscoperta di questa Italia viva, troppo spesso dimenticata, dipende la possibilità di aprire una nuova stagione che smentisca il disincanto e la frustrazione popolari che troppo spesso l'opacità di questa politica ha alimentato. La posta in gioco, caro Pier Luigi, è immensa. La costruzione di una società umana e non mercantile, democratica e non oligopolistica, trasparente e coraggiosa deve diventare il faro della sinistra di questo decennio. COMUNITÀ Maramotti Il commento Un Cavaliere ai confini della realtà Michele Prospero L'intervento La vera posta in gioco dei progressisti europei . . . Dobbiamo sostenere e rilanciare la proposta di Bersani sulla Costituente europea Gianni Pittella Vicepresidente Parlamento europeo lunedì 17 settembre 2012 15
Ora ci sarà, se non unsalto di qualità, quan-to meno un cambio difase nella discussionesulla legge elettorale.Giorgio Napolitano ha chiesto un'accelerazione non solo nei colloqui che ha avuto la scorsa settimana con il presidente del Senato Renato Schifani e con quello della Camera Gianfranco Fini. Il monito a uscire dall'impasse è stato consegnato anche alle forze che sostengono Monti in Parlamento. E registrato il fallimento del tentativo di arrivare a un accordo in sede di comitato ristretto, adesso il confronto tra Pd, Pdl e Udc, a Palazzo Madama, dovrà trasferirsi in tempi rapidi in Aula. Così domani, quando si riunirà la capigruppo del Senato, si deciderà di far tornare la pratica in commissione Affari costituzionali, prevedendo non più di due settimane di discussione in questa sede per poi andare entro la prima metà di ottobre al confronto in Aula. Non è infatti soltanto il Colle, a questo punto, che preme per imprimere un'accelerazione. COLLOQUIO NAPOLITANO-BERSANI Pier Luigi Bersani è salito al Quirinale dopo i colloqui con Schifani e Fini, e quel che ha detto al Capo dello Stato nel corso dell'incontro riservato non è stato diverso da quanto detto nelle quarantott'ore successive parlando davanti al leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini e al segretario del Psi Riccardo Nencini, con i quali (insieme a Nichi Vendola) dovrebbe costruire un'alleanza in grado di governare nel 2013. Ovvero, primo: «Non è per responsabilità nostra se non si è ancora arrivati a un accordo. Noi abbiamo messo nero su bianco un'ipotesi di compromesso, sta al Pdl fare altrettanto». Secondo: «Adesso basta discutere nelle segrete stanze, confrontiamoci alla luce del sole». La «bozza di compromesso» è stata effettivamente consegnata dal Pd al presidente della commissione Affari costituzionali Carlo Vizzini. Il partito di Berasni ha tenuto il punto sui collegi, rifiutando l'ipotesi delle preferenze, mentre ha ceduto sul premio di governabilità: che vada al primo partito («alla lista o alle liste collegate») purché sia sostanzioso (15%). Il Pdl però non ha voluto siglare l'intesa, proponendo un premio inferiore al 10% e rilanciando sulle preferenze. Da qui l'irritazione di Bersani: «Non dialogheremo più di legge elettorale con chi non ha anche la forza o la capacità di mettere una proposta sul tavolo. Questi vogliono fare la riforma elettorale solo sulle agenzie di stampa». Parole arrivate in contemporanea all'uscita di Sivlio Berlusconi sulla sua candidatura («dipende dalla legge elettorale») e a quella di Angelino Alfano: «Entro la prima decade di ottobre ci sarà la nuova legge elettorale». PDLE LEGATENTATI DAL BLITZ Andare a un confronto parlamentare, al Senato dove ancora la vecchia maggioranza ha i numeri per decidere in autonomia, è un rischio per il Pd. Casini ha assicurato a Bersani che non farà da sponda a nessun colpo di mano organizzato da Pdl e Lega per far passare una legge che preveda un premio al primo partito non sostanzioso e le preferenze. Dal punto di vista dei numeri è poca cosa (i senatori Udc sono soltanto tre) ma il ragionamento che si fa in casa democratica è che difficilmente il Quirinale rimarrebbe inerte di fronte a un blitz della vecchia maggioranza su un tema così delicato come la legge elettorale. E poi la prova di forza di Pdl e Lega verrebbe vanificata non appena la riforma elettorale passerà alla Camera, dove gli equilibri tra le forze sono assai diversi da quelli del Senato. Bersani ora vuole andare al confronto parlamentare per «stanare» il Pdl, che finora non ha presentato alcuna proposta precisa. Per il leader Pd non è vero che Berslusconi aspetta di sapere quale sia la legge elettorale prima di decidere se candidarsi nel 2013. Piuttosto, secondo Bersani, l'ex premier allunga i tempi della riforma elettorale perché ancora non ha capito cosa gli convenga fare: «L'unica cosa certa è che ha rinunciato a vincere ma non all'idea di impedire a noi di farlo». Lo spettro, con un premio di governabilità basso, è la Grande coalizione. Per questo, alla vigilia di una settimana che sarà decisiva per la riforma elettorale, Bersani ha chiarito che il Pd si terrà fuori da qualunque ipotesi di larghe intese («piuttosto lascio io»). E ora bisognerà vedere se il Pdl cambierà posizione o se rischierà di mantenere in vita una legge come il “Porcellum”, che assegna il 55% dei seggi alla Camera a chi arriva primo quale che sia la percentuale di voti ottenuti alle urne. «Quando ci si avvicina alla campagna elettorale ogni partito innalza i suoi vessilli». E quindi, dice Riccardo Nencini nel giorno in cui si chiude la Festa socialista a Perugia, Vendola che lancia il referendum contro la riforma Fornero e Casini che invoca il Monti-bis «stanno semplicemente perimetrando il campo». E per il 2013, dice il segretario del Psi che ha avuto come ospiti alla kermesse Casini, Bersani e i vertici di Sel, «si sta andando verso un'alleanza che è l'unica in grado di salvare l'Italia, quella cioè tra la sinistra che si richiama al riformismo europeo e le forze del cattolicesimo democratico». AmmessochequellidiCasinieVendola siano tatticismi prelettorali, il patto tra progressisti e moderati è l'ipotesi a cui lavoraBersani,maalleprimariedelcentrosinistrapartecipanoanchealtricandidati chenon la pensano allo stesso modo: che succede se vince ad esempio Renzi? «Ma no, andrà a finire come il Tour de France del ‘48. Tutti guardavano a Bobet, giovane di belle speranze della nazionale francese. E vinse Bartali. Rappresentò allora la simbiosi perfetta tra la qualità e l'esperienza, che è quello che serve oggi all'Italia». QuindiilPsisosterràluialleprimarieoppureci saràuna candidaturasocialista? «Abbiamo discusso entrambe le ipotesi in segreteria e abbiamo deciso di sciogliere il nodo al congresso del Pse che si terrà a fine mese a Bruxelles». Eperché? «Noi sosteniamo la necessità che ci sia anche in Italia una grande forza che si richiami al socialismo europeo. Il Psi e il Pd, come osservatore, parteciperanno a quell'appuntamento. Se a Bruxelles si auspicherà una sola candidatura per le nostre primarie, saremo felici di sostenere Bersani». Bersani vuole primarie aperte: siete d'accordo? «Le primarie sono elezioni, e come tutte le elezioni necessitano di regole precise che bisogna rispettare. C'è stato sufficiente caos per ripetere le esperienze di Napoli e Palermo senza modificare i fragilissimi regolamenti mantenuti fin qui». Lavostra proposta? «C'è abbondanza di candidati che fanno gli americani, e allora si smetta di scimmiottare e basta quel modello e adottiamo le regole vigenti negli Stati uniti. Ovvero albo degli elettori e obbligo di dichiarare chi si sostiene. Se voti per Obama non vai a votare per Romney. Ecco, io non voglio che il mio candidato alla presidenza del Consiglio venga scelto da donne e uomini che votano Berlusconi o Storace. E servono regole precise per evitare che questo avvenga». ComegiudicaildiscorsoconcuisiècandidatoRenzi? «Dire che si punta ai voti dei delusi dal centrodestra e da Berlusconi è una buona uscita per le elezioni, perché bisogna lavorare anche su un elettorato che si muove nel centro sociale, ma non va bene per primarie di schieramento, a cui devono partecipare elettori e iscritti ai partiti che le organizzano». L'INTERVISTA Il presidente del Pdl Silvio Berlusconi scende dalla nave da crociera Msc al porto di Bari FOTO DI LUCA TURI/ANSA che dovrebbero garantire il funzionamento delle primarie. Dal momento in cui, all'interno di un partito, simili sospetti sono anche solo pensabili, non c'è regolamento che tenga. Perché il problema è a monte. Se anche per il voto si prevedessero i vincoli più stringenti, i sospetti non farebbero che spostarsi altrove. Alla paura dell'inquinamento del voto si sostituirebbe magari il timore di un inquinamento della campagna elettorale. Il fatto che il Pd sia così esposto a questo genere di provocazioni non è un problema che dipende dal regolamento delle primarie. Dipende semmai da come le primarie hanno fin qui regolato la vita del partito, sin dai suoi primissimi giorni di vita. Il modello di un partito aperto, sempre contendibile a tutti i livelli, e quindi sempre in contesa, non ha evidentemente favorito il consolidarsi di un costume, di un'etica, di un sentimento di appartenenza comune. Anticorpi essenziali per qualsiasi organizzazione collettiva, ma soprattutto precondizioni indispensabili per qualsiasi competizione interna non si voglia trasformare in guerra civile. Riforme, Bersani sfida il Pdl: «Le proposte alla luce del sole» «Primarie? Come il Tour del '48 Alla fine vinse l'esperto Bartali» S. C. scollini@unita.it . . . Domani riunione dei capigruppo in Senato: due settimane e poi il confronto sarà in Aula RiccardoNencini Il segretariosocialista: «Renzicomeilgiovane sconfittoBobet.Nonsose micandideròoappoggerò Bersani,deciderà ilcongressodelPse» Il leaderPdpuntasulla discussioneparlamentare perstanareBerlusconi sulla leggeelettorale. «Adessobastadiscutere nellesegretestanze» SIMONECOLLINI ROMA ILRETROSCENA lunedì 17 settembre 2012 3
ROBERTOMONTEFORTE rmonteforte@unita.it Appello all'Angelus: «Tacciano le armi» Soluzioni praticabili per la Siria Il Libano come modello di coesistenza tra islamici e cristiani Ringrazia la comunità islamica per la calorosa accoglienza Tutto il Medio Oriente segua il modello Libano. Quello della stretta collaborazione tra cristiani e musulmani, fondamentale per far vincere la pace e battere violenza e fondamentalismi. Un percorso da costruire nel rispetto della dignità della persone e della libertà religiosa. È questo l'impegnativo messaggio di speranza che Papa Benedetto XVI ha rivolto ieri alla comunità internazionale e in particolare al mondo islamico durante la cerimonia di saluto tenutasi all'aeroporto internazionale Rafiq Hariri. Ma è anche la rotta che il Papa ha indicato alle comunità cristiane d'Oriente con l'Esortazione apostolica che ha consegnato ieri a tutti i patriarchi e ai vescovi delle Chiese d'Oriente subito dopo la messa celebrata davanti a oltre 350mila fedeli al City Center Waterfront di Beirut. Nella sua omelia Papa Ratzinger ha invitato alla speranza i cristiani di Oriente. Li ha invitati al coraggio di dare testimonianza della loro fede nelle loro terre, resistendo alla tentazione di abbandonarle. Forse rivolto anche al mondo islamico, ha voluto puntualizzare che il messaggio cristiano non è politico, ma è al servizio della dignità dell'uomo. Un servizio gratuito che va reso a tutti, «senza distinzione». È quanto chiede ai cristiani del Medio Oriente: essere coraggiosi «testimoni della pace e della riconciliazione perché tutti possano vivere pacificamente e con dignità». Perché «servire la giustizia e la pace, in un mondo dove la violenza non cessa di estendere il suo corteo di morte e di distruzione» - ha aggiunto il pontefice - rappresenta un'urgenza se si vuole costruire «una società fraterna». A questo impegno chiama i cristiani ma anche i musulmani. Chiede un «impegno effettivo accanto ai più poveri, agli emarginati, a quanti soffrono, affinché «sia preservata l'inalienabile dignità di ogni persona». Ed è proprio quello della difesa della dignità umana, uno dei punti che ha animato la «Primavera araba», su cui il Papa ha insistito legandolo però al rispetto della libertà religiosa, alla diritto a non essere in nessun modo discriminati per la fede che si professa. Vi è chi vede nell'Esortazione apostolica per la Chiesa in Medio Oriente di Benedetto XVI con la quale si indica il contributo di cambiamento dei cristiani alle società di quell'area, una sorta di «Primavera cristiana». Ma la prima emergenza è quella della violenza da fermare in Siria e nei Paesi vicini. Il Papa lo scandisce all'Angelus. Chiede per il Libano, la Siria e il Medio Oriente «il dono della pace dei cuori, il silenzio delle armi e la cessazione di ogni violenza». E aggiunge: «Possano gli uomini comprendere che sono tutti fratelli!». «Purtroppo, il fragore delle armi continua a farsi sentire, come pure il grido delle vedove e degli orfani! La violenza e l'odio invadono la vita, e le donne e i bambini ne sono le prime vittime. Perché tanti orrori? Perché tanti morti?». Alla comunità internazionale e ai Paesi arabi lancia un appello accorato affinché propongano «soluzioni praticabili» che rispettino «la dignità di ogni persona umana, i suoi diritti e la sua religione!». Nell'incontro «ecumenico» avuto nella sede del patriarcato siro-cattolico di Charfet con i patriarchi ortodossi, i rappresentanti delle comunità protestanti del Libano e i patriarchi cattolici ha rinnovato l'invito a testimoniare un'autentica unità tra i cristiani. LA SPEZIAORIENTALE «Parto con rammarico dal caro Libano» e con il «desiderio di tornare» dirà poi Papa Ratzinger nel saluto alle autorità libanesi all'aeroporto «Rafiq Hariri». È soddisfatto per i risultati raggiunti: la centralità data al tema della pace, la prova di unità della comunità libanese con il suo «modello» di coesistenza. Quindi il calore con il quale è stato accolto ovunque. Di questo ha voluto ringraziare in modo particolare la comunità islamica, ovunque presente, che oltre all'attenzione e al rispetto, gli ha mostrato quel calore che il pontefice ha paragonato ad una «spezia orientale» che «arricchisce il sapore delle vivande». «Il mondo arabo e il mondo intero - ha sottolineato - avranno visto, in questi tempi agitati, dei cristiani e dei musulmani riuniti per celebrare la pace». È il «modello» di convivenza in armonia e pace, di comunione di uomini e donne «qualunque sia la loro sensibilità, politica, comunitari e religiosa» rappresentato dal Paese dei Cedri che torna a proporre e che prega perché sia preservato. «Prego Dio per il Libano, affinché viva in pace e resista con coraggio a tutto ciò che potrebbe distruggerla o minacciarla». Il Papa Benedetto XVI mentre si dirige verso l'altare per celebrare la messa a Beirut FOTO LAPRESSE IRAN L'INCUBOALQAEDA Benedetto XVI con l'Islam per la pace Teheran:pronti acolpire lebasiamericane Il capo dei Pasdaran,MohammadAli Jafari, ha ribadito che l'Iran è in grado dicolpirecon missili lebasiamericane nelGolfo Persico. Si trattadi una «vulnerabilità»,ha sostenuto,che dissuadegliUsa dall'appoggiare Israele in uneventuale attacco militarecontro gli impianti nucleari iraniani. «Il regimesionista èmolto preoccupatoper il futuro eprova ad ottenere la collaborazione degliUsa perun'azionemilitare contro l'Iran», diceJafari comeriferisce l'agenzia iraniana Isna. «La nostravalutazioneè chenon riusciranno»ad ottenere questoappoggiodatoche, hadetto ancora,«gli Usasono molto vulnerabili e le lorobasi ecampi militari sono nel raggiodei missili»del CorpodelleGuardie della rivoluzione islamica.Già nei mesi scorsiTeheran, attraverso il generaledibrigataYahya Rahim-Safavi, consigliere del leader della rivoluzione islamicaayatollah Ali Khamenei, avevaavvertito che lebasi americane in Medio Orientee qualsiasi angolodi Israele sono tutte allaportata dei missili dell'Iran. VENERDÌ 21 SETTEMBRE Ore 13.30 - 14.30 Accrediti Chiostro Sant'Agostino Ore 15.30 Saluti Andrea Vignini, Marco Meacci Ore 16.00 – 16.30 RELAZIONE INTRODUTTIVA Annamaria Parente Ore 16.30 – 18.00 SESSIONE INAUGURALE Auditorium S. Agostino LE CONSEGUENZE DI INTERNET PER LA POLITICA Henry Farrell UNA MIGLIORE DEMOCRAZIA ATTRAVERSO UNA NUOVA FORMA DI PARTECIPAZIONE? Markus Linden LEADERSHIP E DEMOCRAZIA Sergio Fabbrini PIER LUIGI BERSANI Ore 20.00 – 21.00 Cena SABATO 22 SETTEMBRE POLITICA È COMUNICARE Ore 9.30 – 11.00 Auditorium Sant'Agostino TRASFORMAZIONI DELLA DEMOCRAZIA E COMUNICAZIONE POLITICA: SFIDE E OPPORTUNITÀ Donatella Della Porta POLITICAL NARRATIVE Guido Moltedo FRA WEB DEMOCRACY E POPULISMO: LA RETE E LA SFIDA DELLA DEMOCRAZIA DELIBERATIVA Michele Sorice Ore 11.00 – 13.00 Laboratori di approfondimento Ore 13.00 – 14.30 Pranzo Ore 14.30 – 16.00 APPROFONDIMENTO D. Della Porta G. Moltedo M. Sorice 16.00 – 17.00 Auditorium Sant'Agostino L'EQUIVOCO: ONNIPRESENTI, VISIBILI DUNQUE EFFICACI. PATOLOGIA DEL PRESENZIALISMO POLITICO NELLA TV ITALIANA Massimo Bernardini Ore 17.00 – 18.30 LE FRONTIERE DELLA COMUNICAZIONE SESSIONI PARALLELE I NUOVI LUOGHI DELLA POLITICA E LE SFERE PUBBLICHE CONNESSE Giovanni Boccia Artieri (Auditorium Sant'Agostino) TWITTER, LA SFIDA DELL'AUTOCOMUNICAZIONE E LE NUOVE RESPONSABILITÀ Alessandro lanni (Sala Pancrazi) LA TELA DI PENELOPE. DONNE E POLITICA NEL WEB 2.0 Emiliana de Blasio (Sala Morra) COMUNICAZIONE POLITICA E COMUNICAZIONE PUBBLICA: CONTRIBUTO DELLA COMUNICAZIONE PUBBLICA AL BUON GOVERNO E ALLA DEMOCRAZIA DEI SOCIAL NETWORK Mario Rodriguez (Sala Venuti) Ore 19.00 – 20.00 Auditorium Sant'Agostino COMUNICARE LA DEMOCRAZIA: TELEVISIONE, CARTA STAMPATA, WEB Federico Rampini Ore 20.00 – 21-00 Cena Ore 21.30 – 22.30 Auditorium Sant'Agostino LA MOBILITAZIONE POLITICA IN RETE: LA PRIMAVERA ARABA, GLI INDIGNADOS, OCCUPY WALL STREET. Incontro- dibattito con: Asmaa Mahfouz Luca Bauccio Massimiliano Panarari Riccardo Staglianò Coordina Anna Scalfati DOMENICA 23 SETTEMBRE LA COSTRUZIONE DELLE OPINIONI POLITICHE: PARTITI E MEDIA Ore 9.30 – 11.30 Auditorium Sant'Agostino IL PLURALISMO NEL SERVIZIO PUBBLICO, UNA SCOPERTA DA FARE Giancarlo Bosetti I MECCANISMI DELL'INFORMAZIONE, LA FORMAZIONE DELL'OPINIONE PUBBLICA E LE INSUFFICIENZE DEL SISTEMA ITALIA Raffaele Fiengo LA COMUNICAZIONE DEL PARTITO DEMOCRATICO Stefano Di Traglia Ore 11.30 - 12.30 Auditorium Sant'Agostino Intervento di Paolo Peluffo Ore 12.30 – 13.30 ( )Auditorium Sant'Agostino Chiusura dei lavori di CORTONA 21-23 SETTEMBRE 2012partitodemocratico.it youdem.tvpartitodemocratico.it/formazionepolitica LE PIATTAFORME PER LA DEMOCRAZIA PARTECIPATA Luca de Biase (Sala Dell'Assedio) http://www.partitodemocratico.it/aree/formazione/democrazia_comunicazione/home.htm 10 lunedì 17 settembre 2012
UN AUTUNNO DAVVERO DENSO DI APPUNTAMENTI, QUELLO IN CARTELLONE PER UNO FRA I PIÙ FAMOSI CANTORI DI OCEANI E MARI: FOLCO QUILICI. Così, fra librerie e incontri sotto le stelle, questo indomito difensore della natura e della dignità dell'uomo presenta a folle di ragazzini entusiasti i suoi ultimi, due, libri: Storie del mare (pagg.115, Euro 16,00), e Amico Oceano (pagg.128, Euro 15,00) entrambi editi da Mondadori. Avventure avvincenti, mozzafiato, sei storie che si leggono tutte d'un fiato, come in apnea… ora attratti da vasti prati di alghe ondeggianti, grotte dalle pareti fiorite, sassi dalle forme strane, fondali disseminati di nacre, dedali di rocce e piccoli giardini subacquei aggraziati dai polpi per attirare prede e conquistarsi il cibo; ora storditi e incuriositi dal transito di squali bianchi, polpi, sardine, capodogli, murene, meduse, granchi, tonni migranti, stelle marine, cernie tozze, mantas danzanti come su una giostra e delfini, tanti tanti guizzanti e giocosi delfini; ora impauriti dall'imperversare implacabile delle raffiche del vento Maramù o dalle onde possenti, gonfie, infuriate, dell'oceano. Storie vere che sembrano l'una il continuo dell'altra, infilate fra loro come perle nei vezzi e poi intrecciate a leggende, a invenzioni, a esagerazioni, perché il mare, l'oceano, con la loro prossimità all'infinito e la loro magnificenza, di per sé sollecitano l'amplificarsi del racconto stesso, precipitandolo nella dimensione del sogno. Si parla del tempo nel quale Hiro – indiscussa divinità - aveva ordinato alle tartarughe e ai serpenti di mare di fermarsi, trasformandosi le une in atolli piatti gli altri in isole montuose; si racconta della bella Iemangià, la Regina degli oceani pronta a accogliere nella sua reggia sottomarina tutti i pescatori perduti in mare; e proseguendo, di pagina in pagina, si ricordano i canti dei Griò e i generosi Ulele e gli antichi villaggi ama - con le case ancora di legno e le barche da pesca ancora a remi - e si rivelano abitudini e feste e cerimonie giuste per onorare l'Oceano. Ma si parla pure della stoltezza dell'uomo, delle baleniere che - munite di arpioni speciali e cannoni - producono inutili stragi insanguinando i mari, della siccità che impoverisce la savana, della fame che ammorba il «Corno d'Africa»”, delle giornate funestate da miseri raccolti di pesci e conchiglie in fondali sempre più depauperati da raccolte indiscriminate. Si parla delle reti sterminatrici, dei rischi e delle fatiche dei pescatori sfruttati da facoltosi mercanti di nacre e pinne. E della solitudine: di famiglie separate a forza nei loro affetti, di bambini costretti a migrare per cercare quella sopravvivenza alla pobertà e alla forza della natura che non sempre i genitori possono garantire. Eppure, i giovani protagonisti resistono. Sono eroi del quotidiano, la forza del futuro. Sono bambini e ragazzini radicati in valori profondi di solidarietà, di dedizione verso i vecchi, verso il mare. Bambini che credono nell'amicizia e nel rispetto fra loro e fra loro e le infinite forme di vita che il mare ospita. Così Atemi si intenerisce di fronte a Titao, cucciolo di squalo bianco, incontrato per caso e protetto a costo della propria vita. Così Tore si impegnerà sino allo stremo per salvare «macchia bianca» - un immenso capidoglio nato con una stella di luce sul dorso - rimasto impigliato vicino alle coste siciliane in una terribile «spadara» (rete da pesca illegale usata nel Mediterraneo per la pesca dei pesci spada). Così una storia di amicizia nata da ragazzi proseguirà nel tempo e nei mari alla scoperta della vita di giganteschi, imprevedibili, polpi: golosissimi e ladruncoli. E ancora scorrono, fra riscatto, paura, rabbia e dolore, altri personaggi indimenticabili: il giovane pastore Said che, suo malgrado, diventa pescatore sulle coste dell'oceano Indiano. Mizuky e Yoshi, raccoglitrici ama di perle e Cosme, ragazzino Bahia, che al mare e alla sua Regina ha affidato per sempre il corpo del padre. Dantescamente sull'orlo del visibile parlare, la scrittura di Folco Quilici si arricchisce – in entrambi i libri - delle splendide, scivolose, illustrazioni acquarellate di Alessandro Sanna e amalgama fantasia e realtà in un messaggio ecologico, lirico, possente quanto efficace. CULTURE Avventureavvincenti, storie vere intrecciatea leggende cheparlanodi tartarughe, delfini,granchi, tonni migrantiestellemarine BICE SPECIALE È UNA PECORA, UNA PECORA A STRISCE. LEI NON È COME LE ALTRE E SI SENTE SOLA. Perciò va sempre in cerca di un posto che sia giusto per lei, di qualcuno con cui sia bello stare insieme. Ma nessuno sa rispondere alle sue domande. Per esempio: perché è speciale? Eppure nel profondo del suo cuore, Bice sa che deve pure esistere un posto al mondo dove si può essere speciale… per questo va sempre in giro a cercarlo. Magari inseguendo una mongolfiera che le somiglia, ma che poi scompare e la lascia ancora più sola. Finché un giorno, tutta triste, sale su un treno, in un vagone pieno di pacchi – ma dove andranno tutti quegli scatoloni? Bice si addormenta e quando si risveglia, che sorpresa! C'è il mare, una cosa tutta nuova, e c'è pure un faro alto fino al cielo che somiglia tutto a lei! Ecco, Bice Speciale ora lo sa, quello finalmente è il posto giusto per lei. Bice Speciale è una storia di Miriam Koch (pp. 21, rilegato, euro 14,00, Donzelli). LETTURE/2 Gliamici marini Duenuovi libriccini diFolcoQuilici MANUELATRINCI PSICOLOGAE PSICOLTERAPEUTADELL'INFANZIA LETTURE/1 Ilmondomisterioso dellebalene «Ilmisteriosomondodelle balene» di Charles Siebert,disegnidi MollyBaker, Ed.Gallucci, pagg.116,euro 16,50: un libro raro cheracconta lebalene:balenedi ogni specie, studi scientifici, mitie leggendefioriti intornoai gigantigentili degli abissi. Lebalene sonoanimali straordinariamente intelligenti, dotatidi una propria lingua e conuna lunga storiadi contatti congli uominiche questo imperdibile libro esplorae narra consplendide fotografiee disegni.Un libroscrittocon la passionetipica deinaturalisti, cherestituisceai lettori,di tutte le età, lostupore e l'emozione vissutinel trovarsi «facciaa faccia»con le reginedeimari. M.T. Immagini tratti da«BiceSpeciale» diMiriamKoch (Donzelli) Bice, la pecora speciale alla ricerca diunpostospeciale Unraccontoecologista cheparladiamicizia «Unbambino eunabalena» diKaterin Scholes, illustrazionidiQuint Buchholz, Salani,pagg.61, euro6,20: la storiadel piccoloSamche trova arenatosuunaspiaggia deserta un cucciolodi balenaancoravivo, èunadelicataparabola sul rapportouomo-natura,una toccantestoria ecologistacheparladi amicizia edi rispetto. Samcerca, infatti, diconfortare il piccolo balenottosperando, vanamente,nell'arrivo di pescatoriche,nei fatti, vorrebberosolo accaparrarsidella sua raradentatura.Avventure ecolpidi scena movimentanoquesto librino impreziositodalleeleganti immagini diQuint Buchholz, illustratoredi fama internazionale. M.T. U: lunedì 17 settembre 2012 19
SO LUZIO N E C'È UN O SPLEN D ID O M ATTO ‘A FFO G ATO ' IN 2 M O SSE:1.D G 8+!,D :G 8;2.CG 6 M ATTO . ADOLIVIOCAPECE BRIVIDI E GOL, NON È PIÙ LA JUVE DELLO SCORSO ANNO,ÈQUALCOSADIPIÙ,QUALCOSADIMEGLIO.Traballante in difesa, sconfinata davanti. Il sole di Genova non ha sciolto i bianconeri, il primo tempo del Genoa è stato una mareggiata forte, la Juventus ha tremato, e poi ha dilagato nella ripresa, andandosi a prendere la terza vittoria consecutiva, un 3-1 grande, nobile, che non dice mezze verità. 9 gol in campionato in tre partite, primo posto ancora in coabitazione con Lazio e Napoli. È un campionato dal passo veloce, in quattro - c'è anche la Samp - hanno vinto tutte le partite finora giocate. Una sola ha dato l'impressione, netta, di poter vincere sempre. La Juve, naturalmente. È una Juventus a tratti irritante, a tratti ingiocabile. Quarantacinque minuti deliranti, in cui il Grifone ha affondato, trovato il gol con l'ex Immobile, rischiato di raddoppiare. Giovinco e Matri contro Immobile e Borriello sono due idee di calcio contrapposte, tecnica contro centimetri, raffinatezza contro irruenza. Per un'ora De Canio vince, tenendo il ritmo altissimo, congelando il possesso, senza aspettare che la Juve si risvegli dal suo torpore. Dopo l'ora di gioco, quando le grandi squadre mettono sempre la testa davanti, ecco la Juve. Entra Vucinic per Matri, segna Giaccherini. La metamorfosi è evidente, Marassi nota la differenza, anche perché, da lì, il Genoa scompare e sale, come una marea inaffrontabile, la Signora. Il rigore, al 33', lo guadagna Asamoah e lo trasforma Vucinic. La più forte è anche la più in forma, sei minuti dopo è Asamoah a chiudere il conto, in una partita vinta alla distanza, con la testa. Sono 42 le partite consecutive in campionato in cui la Juve vince o pareggia. Di queste i bianconeri ne hanno vinte 26. Perso mai. Dopo quella del Milan degli Invincibili, 58, tutto il campionato '91-'92 e buona parte di quello successivo, fino a uno strano, bellissimo gol su punizione di Tino Asprilla, è la striscia più lunga mai realizzata da una squadra italiana. Lo scorso anno il segreto fu la difesa, adesso, invece, nessuno segna come la Juve, 7 gol nelle ultime due difficili trasferte, a Udine e nella Genova rossoblù. Sa resistere, sa battersi, sa metterla sul piano dell'energia, sa aggredire, rubare palla, sa impostare e giocare di rimessa. Sa fare tutto questa Juve, osservata a distanza e con rabbia da Antonio Conte, guidata in panca da Massimo Carrera con risultati identici, con la stessa identica rabbia. Lazio e Napoli sono una compagnia non inattesa, lassù. Il Milan è, al momento, un'avversaria in meno, con tanti guai, carica di negatività, di ricordi ormai sfatti. La Juve invece va, come un treno, certa del miedo escenico del suo stadio, legata meno di un anno fa a Pirlo, sontuosa, maestosa, autorevole, despota. In Italia, al momento, non c'è di meglio. L'orizzonte vero in cui questa Juve si muove è l'Europa. A Stamford Bridge, mercoledì, in casa del Chelsea, si avrà davvero la misura della sua grandezza. Così accadde all'Inter di Mourinho, nell'anno del Triplete. L'Italia inizia per Conte ad essere un luogo stretto, un recinto inadatto. Oltre le Alpi questa Juve, bisognosa di giganti cui paragonarsi, come il Cyrano cantato da Guccini, capirà davvero quanto è grande. L'ITALIA BRILLA IN TURCHIA Il quindicesimo posto della nazionale italiana maschile alle Olimpiadi di Istanbul è sostanzialmente il miglior risultato di sempre. In particolare Fabiano Caruana in prima scacchiera, dopo la sconfitta iniziale, ha macinato punto su punto e il “veterano” Michele Godena in seconda ha retto bene contro avversari sulla carta quasi sempre a lui superiori. Sito www.chessolympiadistanbul.com. Tikkanen-Sharavdorj Olimpiadi, Istanbul 2012. Il Biancomuovee vince. SCACCHI Parma - Fiorentina Juventus - Chievo Sampdoria - Torino Atalanta - Palermo Bologna - Pescara Cagliari - Roma Catania - Napoli Inter - Siena Udinese - Milan Lazio - Genoa Chievo 1 3 Lazio Fiorentina 2 0 Catania Genoa 1 3 Juventus Milan 0 1 Atalanta Napoli 3 1 Parma Palermo 1 1 Cagliari Pescara 2 3 Sampdoria Roma 2 3 Bologna Siena 2 - 2 Udinese Torino 0 - 2 Inter SPORT COSIMOCITO sport@unita.it CLASSIFICASERIE A MARCATORI 4 RETI: Jovetic (Fiorentina) 3 RETI: Hernanes e Klose (Lazio); Maxi Lopex (Sampdoria); Pazzini (Milan) 2 RETI: Bergessio (Catania); Cavani e Hamsik (Napoli); Diamanti e Gilardino (Bologna); Florenzi e Osvaldo (Roma), Giovinco e Vucinic (Juventus); Immobile (Genoa); Pellissier (Chievo) ; Cassano e Milito (Inter) PUNTI PARTITE IN CASA FUORI CASA RETI G V N P G V N P G V N P F S 1 Juventus 9 3 3 0 0 1 1 0 0 2 2 0 0 9 2 2 Napoli 9 3 3 0 0 2 2 0 0 1 1 0 0 8 2 3 Lazio 9 3 3 0 0 1 1 0 0 2 2 0 0 7 1 4 Sampdoria(-1) 8 3 3 0 0 1 1 0 0 2 2 0 0 6 3 5 Inter 6 3 2 0 1 1 0 0 1 2 2 0 0 6 3 6 Fiorentina 6 3 2 0 1 2 2 0 0 1 0 0 1 5 3 7 Roma 4 3 1 1 1 2 0 1 1 1 1 0 0 7 6 8 Catania 4 3 1 1 1 1 1 0 0 2 0 1 1 5 6 9 Torino(-1) 3 3 1 1 1 2 1 0 1 1 0 1 0 3 2 10 Milan 3 3 1 0 2 2 0 0 2 1 1 0 0 3 3 11 Genoa 3 3 1 0 2 2 1 0 1 1 0 0 1 5 6 12 Chievo 3 3 1 0 2 2 1 0 1 1 0 0 1 3 5 13 Parma 3 3 1 0 2 1 1 0 0 2 0 0 2 3 5 14 Bologna 3 3 1 0 2 1 0 0 1 2 1 0 1 4 7 15 Atalanta(-2) 2 3 1 1 1 1 0 0 1 2 1 1 0 2 2 16 Cagliari 2 3 0 2 1 1 0 1 0 2 0 1 1 2 4 17 Udinese 1 3 0 1 2 1 0 0 1 2 0 1 1 4 8 18 Palermo 1 3 0 1 2 2 0 1 1 1 0 0 1 1 7 19 Pescara 0 3 0 0 3 2 0 0 2 1 0 0 1 2 9 20 Siena(-6) -4 3 0 2 1 2 0 2 0 1 0 0 1 3 4 PROSSIMOTURNO HAUN BELDAFARE ADRIANOGALLIANIA CERCARE DI SCACCIARELENUVOLE CHE SOPRA MILANELLOPROIETTANO UN'OMBRA SINISTRASUL FUTUROROSSONERODI ALLEGRI. La realtà, però, è che la partita di Champions di domani contro l'Anderlecht è già un esame per il tecnico. Dovesse fallirlo, la possibilità di un esonero si farebbe decisamente più concreta e sarebbe l'ultimo atto di un inganno a cui ormai soltanto la dirigenza milanista sembra voler credere. Non il pubblico, che ha fatto segnare la quota più bassa di abbonamenti nell'era berlusconiana, non Allegri che fin dal precampionato aveva avvertito della pochezza di questa squadra. Detto che il tecnico ha sicuramente le sue colpe nella mediocrità dell'avvio di stagione (ai rossoneri mancano gioco e idee oltre che interpreti all'altezza) quello che a Milanello in pochi sono disposti a riconoscere è che la situazione attuale è solo la diretta conseguenza di scelte dirigenziali nascoste dietro al virtuosismo ipocrita del risanamento di bilancio. E fa specie che a predicarlo sia la società che per decenni ha fatto impazzire la maionese del mercato. Ma la realtà di oggi dice che Berlusconi ha deciso di non investire più e di affidare il futuro del Milan ad un avventurismo senza progetto su cui nessuna grande squadra può pensare di fondare una stagione con qualche ambizione di successo. Specialmente dopo aver salutato gente come Ibrahimovic e Thiago Silva senza investire su sostituti anche solo lontanamente all'altezza. Galliani e Berlusconi lo sanno ma non possono confessarlo. Meglio continuare a parlare di scudetto alla portata, di lacune colmate e di obblighi di vittoria. Negarsi anche queste bugie significherebbe arrendersi al tramonto e accettare la nuova dimensione di mediocrità. Non come una casualità sfortunata, ovviamente, ma come il frutto di scelte ponderate e mosse da chissà quale intenzione. Per questo Allegri oggi rischia seriamente il posto. Perché all'inganno di questo Milan serve un capro espiatorio e lui, con una squadra allo sbando senza idee o reazioni, sembra già calato nel ruolo. Milan, Allegri capro espiatorio dell'inganno berlusconiano ILCOMMENTO MASSIMOSOLANI Juve, dominio assoluto 42partiteezerosconfitte.Eora l'Europa TregolalGenoalasquadra diConte induetrasferteha realizzatosettereti.Maper capirequantovalebisognerà aspettare laChampion Lasagomadel presidente delGenoa, Enrico Preziosi,espostaallo stadioperprotestare contro lasqualifica FOTO DI LUCA ZENNARO/ANSA RISULTATI 3A U: lunedì 17 settembre 2012 21
Chiusa ieri lakermesse modenesededicata alle«cose»,nullificate inflazionateodivenute immagini «IPOVERISCRITTORIDIVERSISONOINDISPENSABILISOLO QUANDO SI DEVE RICOMINCIARE DOPO UNA SCONFITTA. ECCOPERCHÉPRIMADINASCEREDEVONOMORIRE».Questo si legge nella Premessa de l'Italia sepolta sotto la neve. Siamo all'inizio degli anni Ottanta, Robert Capa, grande fotoreporter di guerra morto in azione, gli funge da musa, da nume propiziatore. «Se la foto non è buona, vuol dire che tu non eri abbastanza vicino». Dopo l'esperienza di «Officina», Roversi s'immaginò come un poeta-architetto. Quello che gli piaceva era un «organismo di pietra», tipico dei poeti scontrosi e operosi, come lui, che emanano radi lampi di luce sullo sfondo dei duri compiti da assolvere per realizzare le altrui utopie. Fino a raggiungere quella parabola eversiva di cui in Italia si hanno pochissimi esempi. I suoi compagni di strada ne uscivano straniti, confusi. Vittorini sul «Menabò» gli riconobbe la «razionalità visiva» di uno storico classico. Fortini dietro la tensione stilistica volle leggere una turba psichica: una «torva malinconia» che prima o poi avrebbe fatto scoppiare le cerniere logiche dell'intero edificio. Certo intravedeva dietro quella sindrome violenta e contratta il travolgente empito testimoniale dell'Italia sepolta sotto la neve. Ma negli stessi anni Geno Pampaloni pronunciava la parola chiave da disseppellire per aprire un'altra porta oltre quei geli: la pazienza. Infatti didascalico e destabilizzante, affettivo e nichilista, l'ultimo «poema onnivoro» di questo poeta della rabbia così profondamente innamorato della vita prende di petto con atavica calma la tragedia della senilità e rinuncia ad ogni riposo estetico. «Parto da zero» scriveva. «E l'io errante di me/ poteva lasciare orme non labili contrassegnando il percorso». La prima parte del poema, Fuga dei sette re prigionieriesce nel 1989 in concomitanza con il crollo del Muro di Berlino e ne seguiranno altre, nei baluginanti anni Novanta, fino a che nel nuovo secolo si arrivò alle Trentamiseried'Italia,sulle orme di Montale, dal I° Canto de Les Tragiques di Agrippa d'Aubigné. A tutt'oggi disponiamo di una sola edizione completa dell'Italia sepolta sotto la neve di 32 esemplari numerati. Un'opera profetica e infrequentabile che nacque per deprecare il capitalismo vincente e si trovò, in largo anticipo, a denunciarne le miserie autodistruttive, oggi sotto gli occhi di tutti. Ma il poeta Roversi non è tutto qui. Pensiamo al suo segno più pervasivo, il suo trucco scenico più riuscito, la sua più depistante allegoria: la neve. Com'è la neve di Roversi? È bianca, scintillante, omologante, tutto ricopre e tutto livella, ma è anche un rifugio per la voce poetica, un nascondiglio sicuro dai sinistri riflessi della «neve rossa» che ciclicamente ne insanguinano il bagliore. Evoca un paesaggio gelido, senza vita, ma sa risvegliarsi in mattini curiosamente vivaci, punteggiati di luce, che mi hanno sempre fatto pensare alle pianure innaturalmente innevate di Brueghel, sgorgate non da una vacua fantasia, ma dall'inquietante persistenza di quel fenomeno climatico noto come la «piccola glaciazione» che fra il diciassettesimo e il diciottesimo secolo intirizzò l'Europa, sprofondandola nella carestia che avrebbe accelerato i tempi della Grande Rivoluzione. E insieme disseminandola di un brulichio di fantasmi poetici, di eccitanti apparizioni femminili, ma anche di incubi di scancellazione. «Le altre pagine sono andate perdute» annotò, a un certo punto del cammino, Roversi. Non negate, non rifiutate, non votate alla clandestinità. Ma annidate chissà dove, in un magazzino abbandonato, in un deposito di vecchi libri che lottano contro la sparizione e la muffa, in un introvabile assortimento di fogli volanti, di manifesti tirati al ciclostile, di limitatissime tirature da donare a pochi, come accadeva ai tempi felici della Libreria Palmaverde. Orfano delle sue officine, dei suoi rendiconti, il vecchio poeta antiquario si è inabissato sotto l'immarcescibile durata dei suoi ceduti cataloghi, dei suoi lacunosi codici, dei suoi archivi dispersi. Prima di morire si è nascosto al mondo. Perché prima di nascere, appunto, i poeti devono morire. Per noi passione civile è anche questo: attraversare la neve per amore di chi vi si è sepolto. BRUNOGRAVAGNUOLO bgravagnuolo@unita.it TANTO PER COMINCIARE ALL'INIZIO LE COSE NONESISTEVANO. Lo dice anche il Vangelo giovanneo: In principio era il Verbo. E quanto al Genesi le «cose» vengono create ex nihilo con un «sia fatto», mentre ad Adamo vien dato il potere poetante di nominarle, animali inclusi. Ma sapete qual è la novita? Che le cose oggi non esistono più, ridotte come sono a flussi immaginali, campi energetici o a catena di rifiuti non riciclabili, natura inclusa. È questa la percezione che ha animato il festival della filosofia di Modena, Carpi, Sassuolo, apertosi sabato e chiusosi ieri (200 incontri e 40 luoghi diversi) con contributi di Bodei, Baumann, Searle, Latour (da noi anticipato), Latouche, Sloterdijk, Cacciari, Severino e gli implacabili «menù filosofici» di Tullio Gregory. Percezione del senso di sparizione e vuoto che assalgono gli «enti» e le cose. Non solo perché è l'epoca dei simulacri e della distruzione delle risorse non reintegrabili - ma anche perché in fondo a ispirare la kermesse modenese è stato un libro di Remo Bodei, presidente del comitato scientifico, di tre anni fa: La vita della cose (Laterza, pp. 135, Euro 149). Tesi: occorre «decosificare» le cose per riscoprire la vitalità relazionale e l'energia umana in esse. Tramite l'arte e una rinnovata percezione d'esperienza emotiva, che ne faccia cosa e cose pubbliche. Stimolo «umanista» quello di Bodei, che non esaurisce la questione, di cui il libro fu un assaggio, a cominciare da un ermeneutica storica del problema. E allora ecco un po' di storia semantica. Intanto la «cosa» come noi la intendiamo - merce, utensile, bene proprietario - è relativamente moderna. Trapela in Cartesio come res cogitans e res extensa, soggetto e oggetto, e ha qualche antecedente negli scettici antichi, che reputavano gli enti singoli impenetrabili al conoscere (quasi come Kant). All'inizio si trattava di «enti», del «to-de-ti», il qualcosa, il questo o quello. Oppure in ballo c'era il «to auto pragma», la «cosa stessa», intesa come processo intellettivo che definiva una singolarità, dentro l'universalità della mente e delle «categorie». La res latina poi conserva l'etimo greco di «rein», «parlare» in pubblico. Mentre la Ding germanica viene forse da denken, pensare, deliberare. Insomma, le cose erano fatti relazionali, linguistici. O anche copie e ombre dileguanti di un Eterno, fatto di molteplici essenze. Oppure ancora «feticci»: trasfigurazioni dell'umano in divino e viceversa. Mistero trasparente se si vuole, e non «cosalità» (la «cosa schiavo» come strumento vocale aveva la sacertà naturale di un animale). Tutto cambia con l'avvento dell'«objectum», e della «cosa» quale «causa» (come da etimo: effetto materiale misurabile). Significa l'oggetto impenetrabile, straniato. Opposto al soggetto. E poi significa il mondo come «immensa raccolta di merci» e utensili interscambiabili: previa esibizione di titolo di credito monetario. Per Marx è il trionfo del valore di scambio e la spettralità delle «forme» allusive e cangianti. E però, è anche accumulo inerte del valore d'uso: arte, collezionismo, musei, estetica del quotidiano, design. La cosa dunque non più «ente» - è minacciata da sé stessa: figurazione del valore e del denaro che dilegua, e svilimento e accumulo di valore già usato. Non basta. La fisica moderna ci mette del suo: le cose come campi di energia, cristalli di particelle sfuggenti. E la rivoluzione linguistica - da Saussure a Wittgenstein- definirà le cose come puri campi semantici. Infine, con la rivoluzione digitale, accade qualcosa di impensato. E l'entropia «auto-nientificante» delle cose conosce un'ulteriore accelerazione: non contano le cose che si hanno. Ma le «funzioni» alle quali si è in grado di accedere, i «dispositivi» di cui si dispone, per ordinare on demand beni e servizi (rimpiazzabili). Sparisce il dominio dell'uomo sull'uomo? No. Sta tutto concentrato in due «cose» ben precise: finanza e tecno-informazione (algoritmi, brevetti, motori di ricerca, new media, know-how per manovrare flussi globali ed assemblare). Certo la pioggia e il degrado delle cose consumate perdura. Ma ancor più che al tempo di Marx, le relazioni umane appaiono stregate, da «cose-figure» che appaiono e scompaiono. E che ci guardano e trapassano. Perciò masse arabe imponenti si fanno stregare da atavici «significanti» religiosi: per annichilare «cose blasfeme» che sfuggono e travolgono destini. Morale: riprendiamoci pure la «vita delle cose», come dice Bodei. Purché siano «cose-relazioni»: cioè conoscenza, natura, comunità, immaginazione, cura e desiderio. Ma per questo ci vorrebbe un'altra eco-nomia e un'altro nomos, per un altra terra e altre cose, mai viste. CULTURE BIANCAMARIAFRABOTTA RobertoRoversi aBologna, nellasua LibreriaPalmaverde Festival di Filosofia: se la finanza e il denaro fanno sparire le «cose» DAVIDENOTA Sotto laneve diRoversi Ilsuoultimo«poemaonnivoro» prendedipetto lasenilità Laprimaparteuscìnel 1989, «lealtrepaginesonoandate perdute»,annotòaduncerto punto ilpoeta.Oggiesiste unasolaedizionecompleta L'incontro con lui micambiò lavita QUANDONELL'AUTUNNODEL2003ROBERTO ROVERSI APRÌ L'USCIO DELLA MISTERIOSA LIBRERIAPALMAVERDEDIBOLOGNA,INVIADE' POETI, io avevo ventidue anni ed ero un incerto studente universitario proveniente dalla provincetta sud-marchigiana di Ascoli Piceno, neofita della poesia innamorato di Rimbaud e di Pasolini. Aveva combinato l'incontro Gianni D'Elia ed io ero accompagnato da due amici assieme ai quali fu fondata, di lì a poco, la rivista «La Gru», sulla scia dell'esperienza di poesia e realtà, pensiero critico e sincretismo extra-letterario, di «Officina». Eravamo tutti freschi della lettura stravolgente de La partita di calcio (Pironti, 2001), la Parte seconda del lungo poema polifonico L'Italia sepoltasottolaneve, di cui non potevamo neppure immaginare di poter essere, nello stretto giro di dieci anni, gli editori della sua Quarta ed ultima sezione, le Trenta miserie d'Italia (2011). Ci sedemmo di fronte alla sua scrivania, in una selva misteriosa di libri e manoscritti volteggianti come civette o meduse di mare e il poeta ci parlò di sentieri di montagna e amicizie meravigliose. L'angusto spazio della libreria antiquaria era una foresta magica di presenze e memorie, lettere, fotografie. In essa le voci dei vivi e dei morti si annodavano ai nostri abiti come edera selvatica o erba gramigna. Capii subito che la mia vita, da quel momento, sarebbe inesorabilmente mutata. Se devo ricordare una cosa io ricordo i suoi occhi, ardenti come la brace - ma fluviali, collinari, limpidi: rivolti verso l'oceano. Come in un film di Tarkovskij: un improvviso incendio, sotto la pioggia emiliana. Le sue parole invincibili, come piccole gocce che scavano la roccia: «Voi siete dei poeti di vent'anni, testimoni della nuova storia. Se vorrete continuare ad esserlo dovrete impedire a voi stessi di marcire nel pantano delle accademie, delle carriere universitarie, dei favori editoriali o delle ciniche congregazioni letterarie. Ogni amicizia di comodo sarà funesta, un plagio che richiederà ipocrisia e corruzione, distacco da sé e dal mondo, infedeltà alla parola poetica. Statene lontani, continuate ad abitare la terra. Scavate il suolo a nude mani, verso il magma incandescente. La parola da trovare è lì, dove più scotta, dove è più sconveniente cercare. Voi afferratela, se la sentite ardere. Quando sverrete dal dolore, allora avrete scritto una poesia». ... Primadimorire siènascostoalmondo Perchéprimadinascere ipoetidevonomorire U: 18 lunedì 17 settembre 2012
Leggere ciò che sta avvenendo in questi giorni nel mondo arabo e musulmano come reazione, rabbiosa e violenta, a un film blasfemo, è non cogliere la portata del fenomeno: oggi siamo di fronte a uno di quei momenti nella storia in cui cambiano gli equilibri tra le potenze in gioco». A rimarcarlo è il generale Vincenzo Camporini, Vice presidente dell'Istituto Affari Internazionali (IAI), ed ex Capo di Stato Maggiore della Difesa. GeneraleCamporini, larivoltachesta infiammando il mondo arabo e musulmano è spiegabile solo come reazione al filmblasfemo suMaometto? «Questa spiegazione coglie il fattore scatenante ma se ci fermassimo a questo daremmo una spiegazione riduttiva di ciò che sta avvenendo. Perché non siamo di fronte ad una ciclica fiammata di violenza destinata a spegnersi per riportare la situazione allo status quo ante. In realtà, siamo entrati in uno di quei momenti nella storia in cui cambiano gli equilibri tra le potenze in gioco. In questo caso, è chiaro che il mondo arabo e islamico sta cercando di avere un ruolo determinante nello scacchiere internazionale, ruolo che aveva qualche secolo fa e che da tempo ha perso. L'emergere di nuove potenze, quali Cina e India, ha offerto nuove opportunità anche per la “comunità islamica” che può far leva sulla fame di energia del mondo di cui questa “comunità” ha grande disponibilità». Comerientrainquestoscenariostrategico, l'esplosionedellaviolenza? «Dentro l'ottica a cui facevo in precedenza riferimento, inserisco questo atteggiamento fortemente attivo, fino all'estremo della violenza, nei confronti dell'Altro”, che viene percepito come l'entità che nel passato e nel presente ha sottratto potere a questa “comunità islamica”: tale entità è l'Occidente, che viene indicato come la sorgente di tutti i mali per il mondo musulmano». C'è chi sostiene, anche alla luce degli eventi di questi giorni, a partire dal sanguinoso assalto all'ambasciata statunitense a Bengasi, che l'«Inverno jihadista» abbia cancellato la «Primavera araba».Qualè inmerito la suavalutazione? «La “Primavera araba” non è stata una rivoluzione bensì una rivolta contro poteri dispotici. La differenza tra rivolta e rivoluzione sta nella tensione istituzionale della rivoluzione che manca alla rivolta. In questo quadro, chi ha un progetto politico, come gli integralisti, ha una straordinaria finestra di opportunità per occupare ruoli istituzionali e di governo. E tutto ciò può certamente favorire evoluzioni che per la nostra cultura possono essere considerate pericolosamente “involutive”». Vorrei che ci soffermassimo sulla vicendalibica.Cosaraccontadeldopo-Gheddafi, l'assassinio dell'ambasciatoreUsa? «Racconta di una situazione caotica, con istituzioni deboli, e gruppi armati che rispondono a padroni diversi, con fini diversi, che cercano di riposizionarsi nella lotta di potere interna. Più in generale, c'è da rilevare come sia in atto, e non da oggi, il tentativo delle forze più retrive dell'Islam politico di piegare alla propria logica, fino a cancellarlo, quel desiderio di libertà di cui i giovani protagonisti della rivolta tunisina e di quella egiziana, sono stati portatori, la qualcosa è evidente soprattutto se guardiamo alla Tunisia, e alla pretesa di “costituzionalizzare” la subalternità della donna all'uomo» Ambasciateevacuate,labrancayemenita di Al Qaeda che ordina: uccidete i diplomatici...Generale Camporini, l'Occidentedeve temere la nuova sfida jihadista? «Dal punto di vista del quotidiano, ci deve essere molta attenzione, allo scopo di evitare rischi di attività ostili che possono assumere il carattere del terrorismo. Dal punto di vista più strutturale, e strategico, gli eventi di questi giorni dovrebbero indurre a ricercare una maggiore coesione. Qualcosa in questo senso si sta muovendo...». Acosasi riferisce? «Uno degli esempi più significativi di queste ore, è costituito dalle dichiarazioni di Vladimir Putin, che trae spunto da questi eventi per indicare la necessità di un maggiore coordinamento tra le politiche della Russia e quelle del mondo occidentale». Quanto può pesare la sfida jihadista sul votopresidenziale americano? «L'esperienza mi dice che la politica estera ha una modesta influenza sull'elettorato americano, che è molto concentrato sulle questioni economiche». L'INTERVISTA La fiammata non è destinata a spegnersi in breve tempo. Gli Stati Uniti evacuano le ambasciate di Tunisi e Khartoum, ordinando alle famiglie e al personale non essenziale di abbandonarle. E ai cittadini americani chiedono di lasciare la Tunisia su voli di linea e comunque sconsigliano di viaggiare in quel Paese e in Sudan. L'allarme del Dipartimento di Stato è arrivato l'altro ieri in una giornata di calma relativa nei Paesi della «Primavera araba» dopo le proteste violente dei giorni scorsi nei confronti del film «blasfemo» su Maometto. L'amministrazione Usa - secondo indiscrezioni riportate dalla stampa - ritiene che «le proteste violente nei Paesi musulmani possano presagire a una crisi prolungata con conseguenze diplomatiche e politiche imprevedibili». ALLERTAGENERALE A confermarlo è il il segretario alla Difesa americano, Leon Panetta. Il Pentagono, annuncia Panetta, ha «dispiegato forze in diverse aree della regione per essere pronto a rispondere a qualsiasi richiesta ed essere in grado di proteggere il personale e le proprietà americane». Senza fornire dettagli sulle indiscrezioni relative allo spostamento di ulteriori forze nell'area, il segretario alla Difesa dice: «Il nostro approccio è quello di non fare nulla fino a che il Dipartimento di Stato non lo chieda. Ma ritengo che dobbiamo restare vigili perchè sospetto che le dimostrazioni continueranno nei prossimi giorni, se non più a lungo». La tensione si evince anche dall' allerta del Dipartimento di Stato. «Tutto il personale non di emergenza del governo americano in Tunisia deve partire in seguito agli attacchi all'ambasciata di Tunisi» si legge in una nota. Una procedura che potrebbe essere eseguita anche in altri Paesi arabi e musulmani investiti dalla protesta. Dalla sola Tunisi sono partiti nella mattinata di ieri 128 cittadini statunitensi. Stessa scelta è stata fatta dalla Germania, che ha disposto il ritiro del personale della sua ambasciata a Khartoum, dopo che la sede diplomatica è stata attaccata venerdì scorso da manifestanti infuriati per il film anti-islamico realizzato negli Stati Uniti. La pressione di Washington sui Paesi del mondo musulmano ha prodotto comunque un primo risultato. In Tunisia gli investigatori della speciale divisione anti terrorismo hanno arrestato Mohamed Bakti, leader del movimento salafita. Secondo il sito Tunisie Numerique, Bakti, che avrebbe partecipato alla violenta manifestazione di venerdì prima di fare perdere temporaneamente le proprie tracce, sarebbe stato arrestato l'altra notte nella sua regione natale, quella di Zaghouan. INDAGINI Dopo i quatro arresti di sabato, sono saliti a 50 i fermati in Libia per l'attacco al consolato americano di Bengasi, in cui martedì era rimasto ucciso l'ambasciatore Chris Stevens insieme ad altri tre funzionari. Lo ha riferito lo speaker del Parlamento libico Mohammed al-Megaryef, in una intervista alla Cbs News. Sabato erano stati identificati in 50 e Al Magarief aveva specificato che si trattava prevalentemente di «elementi non libici che pianificano azioni sul nostro territorio». L'ambasciatore americano presso l'Onu, Susan Rice, ha però riferito alla tv Abc che l'attacco è iniziato con una manifestazione «spontanea» per il film blasfemo «L'Innocenza dei musulmani», contraddicendo così le affermazioni di Tripoli. Rice ha anche definito il video in questione «estremamente choccante». «Pensiamo che un piccolo gruppo di dimostranti volesse imitare quanto era accaduto qualche ora prima al Cairo - ha spiegato Rice riferendosi ai violenti attacchi all'ambasciata, con la bandiera a stelle e strisce strappata dal pennone. Poi, a eventi in corso, estremisti pesantemente armati avrebbero approfittato della situazione. Tre giorni prima dell'attacco al consolato americano a Bengasi», la sicurezza libica aveva messo in guardia i diplomatici americani sul deterioramento delle condizioni di sicurezza. Lo riporta la Cnn citando Jamal Mabrouk, membro della Brigata 17 Febbraio, che insieme al comandante del suo battaglione avrebbe incontrato i diplomatici americani per una riunione sulla sicurezza e l'economia. Intanto, le proteste si sono estese anche ad Ankara. Un piccolo gruppo di manifestanti ha dato fuoco alla bandiera a stelle e strisce davanti all'ambasciata Usa in Turchia. La violenta reazione del mondo musulmano al film islamofobo «made in Usa» ha causato ieri il primo morto in Pakistan. Un dimostrante è stata ucciso nella città meridionale di Hyderabad quando, riferisce la polizia, persone non identificate hanno aperto il fuoco durante una manifestazione di protesta. Dopo le 150 persone interrogate sabato a Parigi per una manifestazione non autorizzata nei pressi del ministero dell'Interno e dell'ambasciata di Washington, anche il Belgio annuncia che 230 manifestanti sono stati interrogati ad Anversa in un episodio analogo. Il capo della polizia locale, Fons Bastiaenssens, ha spiegato che si tratta di residenti nel quartiere a maggioranza musulmana di Borgerhout, che dopo essere stati portati in commissariato per essere ascoltati sono stati rilasciati nella notte. Nel frattempo Parigi ha annunciato che saranno vietate le manifestazioni antiamericane. Lo ha dichiarato il ministro dell'Interno Manuel Valls: «È assolutamente intollerabile. Ho dato disposizioni perché non succeda più. Queste manifestazioni sono proibite: ogni ostilità, ogni appello all'odio, deve essere combattuto con la massima fermezza». U.D.G. Sale la tensione in Afghanistan e non si placa il duello a distanza tra Isaf e talebani in quello che per le forze internazionali a guida Nato è stato un weekend di violenza tra perdite subite e inflitte ai danni di civili innocenti. Da una parte, l'ennesimo «attacco interno» ad opera di poliziotti afghani contro gli stessi soldati che li hanno addestrati, rende sempre più scettici sulla possibilità di un Afghanistan stabile e sicuro dopo il 2014, quando anche gli ultimi militari dell'Isaf se ne saranno andati e gli afghani dovranno occuparsi da sè della loro sicurezza. Dall'altra, il raid dell'Isaf in cui sono rimaste uccise otto donne, adulte e ragazzine, ultime vittime innocenti della guerra senza quartiere ai talebani. Sullo sfondo l'attentato di tre giorni fa alla base di Camp Bastion, dove è di stanza il principe Harry, sul quale sono emersi alcuni dettagli e le manifestazioni contro il film anti-Islam che ieri hanno portato in piazza a Kabul 1.500 studenti. La giornata di sangue è cominciata all'alba con un raid dell'Isaf nella provincia orientale di Langham: almeno sedici persone sono rimaste uccise, tra cui otto donne che si trovavano in un bosco a fare legna. Gli abitanti di Dilaram, il villaggio vicino al quale è avvenuto il bombardamento, hanno protestato a decine nella capitale provinciale portando davanti alla casa del governatore i cadaveri di alcune delle vittime al grido di «Morte all'America, morte agli ebrei». La forza internazionale a guida Nato in un primo momento ha negato di avere notizie di vittime civili e ha parlato di un attacco mirato a colpire un gruppo di 45 insorti nel distretto di Alinger. Più tardi ha ammesso di di aver causato la morte di un gruppo di afghani, tra i 5 e gli 8, durante un raid. Il governo afghano sta indagando sull'episodio che è stato condannato dal presidente Hamid Karzai. Ma la violenza ha colpito ieri anche i militari dell'Isaf, nel sud del Paese dove quattro militari americani sono stati uccisi da un poliziotto afghano presso un checkpoint. Afghanistan uccisi 4 soldati americani Raid Isaf: strage di donne UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it «Non è solo una fiammata scatenata dal film blasfemo» . . . «Il mondo arabo e islamico vuole riavere un ruolo nello scacchiere internazionale» VincenzoCamporini CapodiStatoMaggiore dell'Aeronauticamilitare, hapoi ricopertodal febbraio2008algennaio 2011 l'incaricodiCapodi StatoMaggioredellaDifesa In Sudan e Tunisia diplomatici Usa in fuga L'assalto all'ambasciata Usa di Sanaa nello Yemen FOTO DI YAHYA ARHAB/ANSA Ambasciate evacuate a Tunisi e Khartoum Parigi vieta i cortei anti-americani lunedì 17 settembre 2012 11
«Un'iniziativa al giorno». Inizia la settimana della mobilitazione, con i lavoratori che scendono di nuovo in piazza per difendere la propria occupazione. Non conosce soste la lotta lavoratori dello stabilimento Alcoa di Portovesme. Dopo la lunga e drammatica assemblea che si è svolta sabato mattina, ieri è stato il giorno dell' omaggio a Sant'Isidoro, il patrono della terra, mentre oggi inizia il calendario denso di appuntamenti dedicati agli incontri istituzionali e sindacali. TAPPAINIZIALE Il primo incontro è previsto questa mattina a Portovesme, con la riunione di coordinamento tra i delegati Rsu dei dipendenti dell'Alcoa e delle imprese d'appalto, insieme ai segretari di Fiom, Fim e Uilm provinciali e il portavoce dei sindaci del Sulcis Iglesiente, Franco Porcu. Con i lavoratori ci saranno anche Franco Bardi e Rino Barca, i segretari provinciali di Fiom e Fim che per tre giorni e due notti hanno occupato la torre piezometrica a settanta metri d'altezza, l'ennesimo colpo di scena in una vicenda il cui epilogo appare ancora lontano. Una protesta che poi è terminata tra le lacrime venerdì sera, in seguito ad una lunga e drammatica riunione con i vertici dell'azienda dell'alluminio nella quale è stato stabilito un rallentamento dello spegnimento delle celle e la ricostruzione di altre nuove. «Il coordinamento servirà per mettere a punto tutte le nuove azioni di lotta - spiega Bruno Usai, delegato della Rsu Cgil - perché noi non abbiamo alcuna intenzione di fermarci». L'attenzione dei lavoratori e dei sindacati è tutta rivolta ad altri importanti appuntamenti, i vertici istituzionali in programma oggi a Cagliari e mercoledì al ministero dello Sviluppo economico. Nel capoluogo sardo è previsto, alla mattina, l'incontro tra la Regione, la Provincia e la Glencore, una delle aziende che ha presentato la manifestazione d'interesse condizionato al ministero, il primo passo perché si concretizzi la possibilità di un avvicendamento proprietario. Una sede nella quale si dovrà parlare dei problemi relativi a infrastrutture e portualità. Al pomeriggio, sempre nella sede della Regione, dovrebbe avere luogo un incontro con i rappresentanti della Kit Gen di Torino, l'ultima azienda ad essersi affacciata al negoziato con una proposta innovativa basata sullo sfruttamento dell'energia eolica. Tra i lavoratori resta naturalmente altissima l'attenzione per gli sviluppi della vertenza. «La nostra speranza è che al più presto possa esserci un nuovo operatore - spiega Renato Tocco, un operaio impegnato in fonderia da 25 anni e delegato della Rsu Cisal -. La nostra mobilitazione riparte con la formula di un'iniziativa al giorno perché chiediamo che il governo dia risposte chiare e concrete». In particolare, i sindacati e i lavoratori sollecitano dei chiarimenti sulle questioni legate al nodo energia e infrastrutture, che sono poi due dei tre punti sollevati dalla stessa Glencore. «Il Governo deve fare la sua parte e dare risposte - spiega Rino Barca, segretario della Fim Cisl -. Lo stabilimento di Portovesme si regge, ma deve essere messo in condizioni di farlo con misure certe su durata e costi dell'energia». LOTTACONTRO IL TEMPO Dello stesso avviso anche Franco Bardi, il segretario della Fiom. «La nostra è una lotta contro il tempo - spiega - è necessario che la politica faccia in fretta il suo lavoro e il Governo dia le risposte richieste». Il riferimento del responsabile dei metalmeccanici è tutto per il vertice di mercoledì in programma al ministero dello Sviluppo economico cui parteciperà il Governo, la Regione, la Provincia e la Glencore. Una riunione importante, come spiega Salvatore Cherchi, presidente della Provincia di Carbonia Iglesias, che «servirà per verificare l'adeguatezza degli strumenti proposti dal Governo al fine di assicurare la fornitura dell'energia elettrica praticando dei prezzi che rientrino nella media europea». Che, come spiega l'esponente dell'esecutivo provinciale, si aggira attualmente intorno ai 35€/mwh. Ed ancora, secondo il presidente della Provincia il vertice di mercoledì potrebbe segnare una svolta alla vertenza che tiene con il fiato sospeso quasi un migliaio di lavoratori. «Siamo ad un passaggio politico cruciale - afferma - poiché devono essere prese decisioni che si rivelino efficaci sia per il medio periodo che in un'ottica di lungo termine. Il Governo e l'ampia maggioranza che lo sostiene, devono dare prova di coerenza con le dichiarazioni di principio, e cioè assumere i necessari provvedimenti, poi toccherà alle aziende fare la loro parte». Giorni decisivi nella vertenza dell'alluminio mentre lo stabilimento prosegue le operazioni di spegnimento In agenda incontri tra le istituzioni e i possibili acquirenti La protesta dei lavoratori della Alcoa sulla torre FOTO ANSA Cosa farà la Uil? La domanda va per la maggiore nelle stanze dei dirimpettai confederali: Cgil e Cisl. Entrambi ragionano e scommettono sugli scenari sindacali futuri considerando come prima variabile proprio le decisioni del sindacato guidato dal 13 giugno del 2000 da Luigi Angeletti. Se la Cgil si augura che la Uil sia coerente con le dichiarazioni di fuoco che ogni giorno i suoi esponenti fanno contro il governo Monti e che possa diventare un alleato nella costruzione di una mobilitazione nazionale forte, la Cisl conta di recuperare il “rapporto speciale” e conta sulla convinzione che mai potrà arrivare a fare uno sciopero generale con la sola Cgil. STRANAALLEANZA Cercare di dare una risposta alla domanda di partenza ha quindi ancora più senso, specie alla vigilia di due eventi importanti per il sindacato: lo sciopero generale dei dipendenti pubblici indetto dalla strana alleanza Cgil-Uil per venerdì 28 settembre e l'Assemblea organizzativa della Uil in programma a Bellaria dal 1 al 3 ottobre. Un dato è certo: nelle dichiarazioni all'uscita dall'incontro di palazzo Chigi di martedì scorso faceva impressione notare la distanza tra le parole di Bonanni («È tornata la concertazione») e quelle di Antonio Foccillo, il segretario confederale che sostituiva l'indisposto Angeletti: «Non ho mai trattato con un governo del genere». La “deriva” della Uil non è di oggi. Comincia più di un anno fa, anche se sul momento esatto le versioni contrastano. Sicura è la ragione: «Ci siamo resi conto che il governo Berlusconi non era più una controparte affidabile - spiega Guglielmo Loy, segretario confederale con delega alle politiche territoriali - e, partendo dallo sciopero dei lavoratori pubblici contro la riforma Brunetta, abbiamo scelto di tornare a mobilitarci». Con il governo Monti il percorso è stato lo stesso: «Se il governo Berlusconi era condizionabile, abbiamo subito capito che quello Monti non lo è e, soprattutto, rifiuta di riconoscere il ruolo del sindacato». Dello stesso avviso è Paolo Pirani, segretario confederale con delega alla contrattazione dei pubblici, autore in prima persona della decisione di arrivare allo sciopero generale della categoria assieme alla Cgil: «Il governo Monti e il ministro Patroni Griffi in particolare non hanno rispettato un accordo firmato con noi il 3 maggio: per questo scioperiamo. La Cisl sostiene che finché c'è un tavolo con il ministro manifestare non serve, ma noi controbattiamo che stiamo discutendo solo di come gestire la mobilità del 10 per cento dei dipendenti pubblici, è una contrattazione a valle, tutta difensiva». Dal livello di riuscita dello sciopero, su cui Cgil e Uil puntano forte, dipenderà gran parte della strategia futura e la possibilità di allargare la protesta a tutte le altre categorie. Nessuno parla di sciopero generale oggi, anche perché depotenzierebbe la stessa protesta dei dipendenti pubblici. A Bellaria, invece, non si discuterà soltanto di organizzazione, come vorrebbe la dizione dell'assise che si tiene a metà strada dai due congressi. Ci saranno Camusso, Bonanni e alcuni ministri del governo Monti. «Si farà il punto della situazione - spiega Pirani - e certamente affronteremo anche il problema di un possibile sciopero generale». Pur essendo tra i più favorevoli, lo stesso Pirani fa il pompiere: «Io sono per una mobilitazione unitaria, se la Cisl non sarà d'accordo penso che sarebbe sbagliato andare avanti da soli. Dico però - continua - che temo allo stesso tempo la strategia del “patto a prescindere” che persegue la Cisl rispetto alla spinta alla protesta identitaria che pervade gran parte della Cgil». Insomma, una posizione mediana. Quella che contraddistingue la Uil, assieme ad un grado di autonomia verso la politica molto maggiore rispetto a Cgil e Cisl. «È la nostra forza», spiegano all'unisono Pirani e Loy. Che concordano anche sul fatto che una mobilitazione generale debba partire dalla condivisione degli oltre due milioni di iscritti al sindacato che fu guidato da Vanni, Benvenuto e Larizza. ILDOPOANGELETTI Sullo sfondo c'è poi la successione a Luigi Angeletti. Lo Statuto della Uil non prevede limiti temporali alla carica di segretario generale. Nei corridoi di via Lucullo si scherza e si accettano scommesse sul fatto che Angeletti batta il record di 16 anni di permanenza che spetta ora a Giorgio Benvenuto. A Bellaria all'ordine del giorno ci sarà però l'inserimento nello Statuto di un limite temporale o di età per detenere la carica. Nessuna sorpresa: Angeletti quasi certamente rimarrà segretario fino al congresso del 2014, ma non sorpasserà Benvenuto, arrivando a quota 14. Ma a Bellaria lo stesso Angeletti inizierà a lavorare per la sua successione, sebbene il ruolo di “selezionatore” non gli si addica. In tanti (uomini e donne, come la campana Anna Rea) sono fra i papabili, nessuno è in pole position. Proprio perché il problema è quale politica farà la Uil, non chi la guiderà. . . . Quasi certamente l'attuale segretario resterà fino al 2014 ma già ci si interroga sulla successione DAVIDEMADEDDU PORTOVESME Per i lavoratori Alcoa una settimana di lotta . . . Oggi prevista una riunione tra Regione, Provincia e Glencore, la prima azienda a manifestare interesse . . . Si lavora su un modello che assicuri la fornitura dell'energia elettrica a prezzi nella media europea . . . Il segretario confederale Loy: «Il governo Monti non è condizionabile, a differenza del precedente» Le scelte Uil possono cambiare gli equilibri sindacali Verso due date importanti: a fine mese sciopero dei dipendenti pubblici indetto con la Cgil, poi l'assemblea di Bellaria Intanto la linea Angeletti è sempre meno in sintonia con quella della Cisl MASSIMOFRANCHI ROMA lunedì 17 settembre 2012 9
Crescita negativa, calo della produ-zione e dei consumi, aumento del-la disoccupazione, diminuzionedel potere d'acquisto delle fami-glie: questo è lo scenario economi-co e sociale del Paese. Per il presidente del Consiglio è il prezzo da pagare per uscire dalla crisi. In altre parole, affrontare una crisi con un'altra crisi, resa inoltre più acuta dalle politiche del governo perché, come ha precisato il premier «solo uno stolto può pensare di incidere su elementi strutturali che pesano da decenni senza provocare, almeno nel breve periodo, un rallentamento». La ricetta di Monti, detta senza giri di parole, prevede che per stare meglio dopo, bisogna stare peggio prima. Il prezzo del risanamento, purtroppo però, non è uguale per tutti. E a pagare, nel nostro Paese, sono soprattutto i giovani, le famiglie e i lavoratori a basso e medio reddito. Tanto che la forbice socio-economica dell'Italia, già particolarmente ampia rispetto ad altri Paesi europei, si è ulteriormente allargata, ed è cresciuta la fascia di povertà, mentre la ricchezza si è concentrata al vertice della piramide sociale. Per molti economisti la ricetta del rigore, che ispira le politiche economiche del governo Monti, è completamente sbagliata. D'altra parte di «sacrifici» il premier aveva parlato da subito. Un programma di risanamento che ha preso corpo nella riforma delle pensioni e del mercato del lavoro, nei tagli ai servizi pubblici e alla sanità, nella riduzione dei redditi delle famiglie, nella crescita della pressione fiscale, nella riduzione degli investimenti pubblici. Interventi che hanno contribuito ad aggravare gli effetti della crisi e di cui il governo se ne attribuisce i meriti in un'ottica strategica. IL FALLIMENTODELLA DESTRA Nonostante i sacrifici, però, la fiducia nel governo Monti, dopo quasi un anno di politiche restrittive e di sforbiciate ai diritti e alle speranze della stragrande maggioranza degli italiani continua a mantenersi su livelli elevati. I partiti, al contrario, a pochi mesi dalle elezioni politiche, continuano a soffrire di un deficit di fiducia che ha il punto di ricaduta in una costante diminuzione dei consensi, mentre la quota di incerti e potenziali astensionisti è progressivamente cresciuta fino a rappresentare quasi la metà del corpo elettorale. Disillusione, mancanza di credibilità e d'autorevolezza, inaffidabilità, sono i sentimenti prevalenti tra chi sceglie di non scegliere, ma anche tra chi fa propria la critica gridata al sistema politico che ha trovato voce nella grillo-ribellione. La maggior parte dei cittadini non si culla più nelle ideologie che per decenni li hanno legati a doppio filo a questo o quel partito: ora sono i politici come persone che vengono valutate, per quello che trasmettono e per quello che fanno. Può essere un passo avanti, ma può anche essere una regressione verso il leaderismo e il populismo. Per anni, in questo clima, i partiti hanno promesso molto, osservando ogni lieve movimento e sussulto dell'opinione pubblica, senza il coraggio di affermare e di difendere le idee controcorrente. Fino a quando i sogni sono diventati incubi e la promessa del nuovo miracolo italiano si è trasformato nell'amara scoperta di dover riavvolgere il nastro e di vivere una storia completamente diversa. La fiducia al governo Monti non deriva tanto dal merito delle scelte di politica economica, ma dall'aver messo sul piatto, per la prima volta dopo molti anni, un fatto anziché un sogno. Monti non ha mentito quando ha parlato di sacrifici e - piaccia o no - ha dato corpo alle sue ricette. Giuste o sbagliate che siano. Per questo risulta credibile. E la distanza con chi, prima di lui, ha promesso un nuovo miracolo italiano, non potrebbe essere più ampia. La credibilità alimenta il consenso di Monti anche in campo internazionale. E questo gli italiani lo avvertono tra le righe di scelte che probabilmente non approvano. Se Monti dicesse, oggi, che l'Italia deve uscire dall'euro per risolvere la sua crisi, i mercati mondiali crollerebbero. Se la stessa affermazione fosse fatta da un altro leader, la cosa forse non uscirebbe dai nostri confini, perché tutti la interpreterebbero come una boutade per far parlare di sè e conquistare consensi. I partiti non sono tutti uguali. Non esiste la categoria dei partiti. Anzi, chi lo sostiene ha evidenti finalità progandistiche e demagogiche. Tuttavia il declino della seconda Repubblica rende credibile questa generalizzazione. Del resto, oltre alle promesse tradite e ai sogni svaniti, l'altra parte di eredità della seconda Repubblica è rappresentata dal non essere riusciti a dare compiutamente alla politica nazionale una dimensione europea e internazionale. L'esempio forse fa torto ad alcuni nostri meriti: tuttavia, è possibile che non ci sia un nome che equivalga a ciò che in Europa corrisponde semplicemente a socialisti, popolari, liberali, conservatori e laburisti? Tutti hanno dovuto fare qualche distinzione nell'aderire ai gruppi politici del Parlamento europeo e tutti hanno avuto qualche distinguo da far valere. Il respiro europeo della politica italiana appare talvolta corto. A destra certamente molto più che a sinistra. Ma questo scarto va colmato perché in Europa si giocheranno le partite vere e il rinnovamento dei partiti nazionali non può che passare per un cambiamento delle relazioni internazionali, per una piena assunzione della dimensione europea della vera politica. In diverse occasioni non aver avuto la capacità di pensare le scelte nella loro complessità ha significato chiamarsi fuori dai tavoli importanti. Altre volte invece è stata proprio la chiave europea a determinare il successo di alcune scelte politiche nazionali. Gli italiani vivono la consapevolezza che le decisioni più importanti, dalle quali dipende il loro destino, sono emigrate dalle istituzioni nazionali, che un tempo i partiti presidiavano, verso un livello extranazionale, dove ora il nostro Paese deve giocarsi la nuova, decisiva partita. Ma questo aggrava oggi la crisi di consenso verso la politica: è certamente un fenomeno mondiale la progressiva emarginazione delle istituzioni democratiche nazionali dalle decisioni che contano e che incidono sulla vita reale dei cittadini. Tuttavia, nella crisi acuta del nostro Paese, che ha conosciuto durante il decennio dei governi di centrodestra un declino-record rispetto all'intero Occidente, la paura del futuro alimenta e moltiplica il senso di sfiducia. CHISCOMMETTE SULMONTI-BIS Mario Monti, a modo suo, ha dato una risposta a questo tema, dopo che Berlusconi aveva azzerato la nostra credibilità all'estero e per pressioni esterne era stato costretto alle dimissioni: Monti ha l'autorevolezza e le competenze per giocare la partita in campo internazionale. Questa autorevolezza, insieme alle le sue competenze, gli sono riconosciute non solo fuori dai nostri confini ma anche dagli italiani. Anche perché il suo score segna i migliori risultati proprio in campo europeo e internazionale. L'idea di un Monti-bis fa leva su questo. Sembra molto, tuttavia si può sostenere che sia troppo poco rispetto a ciò di cui ha veramente bisogno il Paese. Perché i problemi che sono sul tavolo non riguardano soltanto il riordino dei conti pubblici e il contenimento dei tassi d'interesse ma quale modello economico, sociale, politico si vuole dare al nostro paese e quale indirizzo segnerà lo sviluppo. Questi temi non competono alla tecnica ma alla politica. E quindi ai partiti. Partiti diversi tra loro, dunque competitivi e alternativi. Ma per poter compiere queste scelte, per presentare i loro progetti agli elettori devono recuperare credibilità e autorevolezza, uscendo dalla dimensione nazionale in cui si sono confinati e respirando a pieni polmoni quella dimensione europea oggi indispensabile per dare corpo a risposte che non siano solo un repertorio di illusioni. Le opposte visioni di Merkel e di Hollande rispondono a diverse idee dell'Europa e dei rispettivi Paesi. La politica è il luogo delle scelte e della pensabilità. Solo così potremo evitare di «offrire» il pensiero del nostro futuro ad altri e trovarci veramente in prima fila nell'Europa che verrà. L'OSSERVATORIO LASFIDADECISIVA . . . La seconda Repubblica non è riuscita a dare alla battaglia nazionale una dimensione europea La fiducia a Monti Senza Europa non c'è politica LA LINEA RIGORISTA NON È APPREZZATA MA IL CONSENSO AL PREMIER RESTA ALTO CARLOBUTTARONI PRESIDENTEDI TECHNÈ Metodologia della ricerca Estensione territoriale: intero territorio nazionale Universo di riferimento: popolazione maggiorenne. Elaborazione dati: ponderazione all' universo di riferimento; Metodo di intervista: intervista telefonica (C.A.T.I.). Interviste realizzate: 1.000 Criteri di estrazione dei numeri telefonici: estrazione casuale Data di realizzazione delle interviste: 4-5 settembre 2012 6 lunedì 17 settembre 2012
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