WUMING2,MEMBRODELCELEBRECOLLETTIVO,HAPERCORSO A PIEDI IL TRAGITTO DA BOLOGNA A FIRENZE sul tracciato della Tav narrandolo poi nel libro Il sentiero degli dei. Con Emilio Rigatti (ciclo viaggiatore, camminatore e kayakista autore di «Confini blu») e Fabrizio Pistoni (autore del recente Elogio dellimitesull'esperienza estrema del Tor de Gèants) sarà protagonista dell'incontro «A passo d'uomo» venerdì 21 settembre a Pordenonelegge (ore 15.30, Palazzo della provincia). Info: www.pordenonelegge.it Ilviaggioapiedipuòesseresognoedolore,felicità edespiazione... viaggiarecosa vi faprovare? «Ivan Illich, già nei primi anni Settanta, scriveva che nella società industriale la “libertà di movimento” coincide con la “libertà di farsi trasportare”, cioè potersi spostare facilmente in auto, bus, tram, treno, aereo. Si tratta dunque di una libertà passiva, e quindi contraddittoria, perché la libertà dovrebbe essere attiva per definizione. Viaggiando a piedi mi sento soprattutto libero: libero di non farmi trasportare, anche se strade, autostrade, binari e gallerie riempiono ormai a tal punto alcuni territori che sembra davvero impossibile - se non magico - poterli attraversare su due gambe. È proprio quella magia che mi attira e mi guida nei miei vagabondaggi». Camminare ti avvicina alla realtà delle cose, ti immerge in presa diretta nella vita. Qual è il ritmo del vostropasso? «La lentezza non dipende tanto dalla velocità con la quale ti sposti. Anche a 5 chilometri all'ora si può andare veloci. L'essenza del camminare sta negli occhi, non nei piedi. Cammini davvero solo se guardi il mondo da viandante e non più da pilota. Ovvero se lo accogli nella sua molteplicità, senza imporre una gerarchia agli oggetti. Pilotare un mezzo di trasporto costringe a dividere il passaggio in ostacoli vicini e lontani, in curve pericolose e sfondi innocui. Farsi trasportare significa sempre farsi imporre una visuale, guardare il territorio in un certo modo, quello che il mezzo ti concede. Camminare è il modo di spostarsi che impone meno filtri su quel che ti circonda». L'idea di un viaggio lento nasce prima del viaggio, da letture, stimoli, visioni... quali sono i libri che più vihannospinto? «Di sicuro le cartine al 25.000 che usava mio padre per portarmi sui sentieri. Finita la passeggiata, la sera, mi piaceva rileggerle, sfogliarle, aprirle, studiare dove finivano i percorsi che avevamo incrociato, leggere i nomi dei monti e dei rifugi. Guardavo il tragitto del giorno e mi rendevo conto che era minuscolo, che c'era ancora tanto da scoprire. Ancora oggi, mi piace leggere le Guide dei sentieri, anche di quei sentieri che di sicuro non affronterò nell'immediato. Di sicuro qualche neurone, nella parte di cervello che usiamo da pedoni, si attiva anche così, semplicemento leggendo». Passodopo passo... dovevorreste arrivare? «Tempo fa ho percorso a piedi la Via degli Dei, un antico sentiero tra Bologna e Firenze. Ho cercato di leggere il paesaggio che attraversavo come un libro e l'ho trovato stracolmo di storie. Tra queste, anche quelle scritte dal Treno ad Alta Velocità nel suo passaggio devastante per le montagne del Mugello. Allora ho pensato che mi piacerebbe tallonarlo, questo benedetto treno. Andare a Milano a piedi, sempre che sia possibile farlo senza essere investiti da un Tir. E poi da Milano a Torino, e infine da Torino alla Val Susa, sperando che quel treno, lassù, non ci passi mai». In tanti dicono che camminare richiede tempo, un lussocheinpochisipossonopermettere.Èunascusao una veragiustificazione? «A dire il vero, se consideri il tempo che molti di noi dedicano a un'auto - prima per sceglierla, poi per pagare parcheggi, riparazioni, benzina, tasse per costruire autostrade, pedaggi...- allora il vero lusso è viaggiare in automobile, mentre camminare - e andare in bici - è forse l'unico, paradossale movimento che ti fa risparmiare tempo» ... «Miopadremiportava spessoneisentieri.Usava lecartineal25milae lasera mipiacevarileggerle» GIACOMOVERRI È UNA MAPPATURA FITTA E ARTICOLATA QUELLA CHE A SENIGALLIASIDARÀATTORNOALTEMADELVIAGGIOOTTOCENTESCODURANTEILCONVEGNOINTERNAZIONALE DI STUDI VIAGGI E VIAGGIATORI NELL'OTTOCENTO. DALLE MARCHE ALL'ITALIA, verso l'Europa e i paesi extra-europei. Presso la celebre Rotonda a Mare, dal 20 al 22 settembre si confronteranno sull'argomento 32 studiosi provenienti da istituti di ricerca e da atenei nazionali e internazionali di Ancona, Bologna, Camerino, Coimbra (Portogallo), Macerata, Milano, Padova, Perth (Australia), Roma, Rutgers (Usa), Venezia, Urbino. L'anima dell'iniziativa è l'Associazione di Storia Contemporanea, presieduta da Marco Severini, docente di Storia del Risorgimento e di materie contemporaneistiche presso l'Università di Macerata. I lavori saranno distribuiti in quattro sessioni che analizzeranno il tema del viaggio in quattro dimensioni differenti, da quella locale, per così dire, a quella globale, dalle esperienze di viaggiatori del territorio marchigiano, Giacomo Leopardi in testa, ai Grand Tour nel Bel Paese, come quello di Henry James che consegnò nelle Ore italiane un'intensa testimonianza del suo mal d'Italia. L'indagine non dimenticherà la dimensione europea della pratica odeporica, esemplata qui - ma riporto solo alcuni casi - dai viaggi di Giuseppe Mazzini, o dalle cronache di due «turisti» arabi alla riscoperta dell'Europa nel cuore dell'Ottocento. Fino poi a toccare le avventure extra-europee di molti globe-trotter italiani, noti e meno noti: Garibaldi, eroe dei due mondi, e la frotta dei tanti garibaldini che se andarono per i cinque continenti, e poi nobiluomini, sacerdoti, soldati e missionari in cammino verso il deserto del Sahara e le sorgenti del Nilo, la Turchia e il Corno d'Africa, gli Stati Uniti e l'Australia. Perché viaggiare non significa solo spostarsi, ma conoscere e sfidare l'ignoto. Come disse John Steinbeck: le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone. DAL 27AL 30SETTEMBRE CULTURE IL PROGRAMMA Sì,viaggiare:nell'Ottocento UnconvegnoaSenigallia FestivaldellaLetteraturadiViaggioaRoma Liberidiandare a passo d'uomo WuMing2:«Camminidavvero se guardi il mondo da viandante» Ilcelebrecollettivoha percorsoapiedi il tragittoda BolognaaFirenzesul tracciatodellaTav Haraccontato inun libro quellochehavistoene parlerà inpubblicovenerdì a«Pordenonelegge» VALERIATRIGO Da Almudena Grandes a IanMcEwan Da domani e fino a domenica si svolgerà «Pordenonelegge 2012». Ospiti 340 autori per 235 appuntamenti in cinque giorni e in 45 location del centro storico di Pordenone. Gli autori presentano i loro nuovi lavori: oltre 20 “prime” da Almudena Grandes a Jonathan Coe, da Tzvetan Todorov a Luigi Zingales, da Camilla Lackberg a Mohammed Achaari, Christian Raimo, Corrado Augias. L'apertura è affidata a Niccolò Ammaniti, autore della raccolta di racconti «Il momento è delicato» (domani, ore 18.30, Teatro Verdi). Grande protagonista del festival sarà Ian McEwan, vincitore del Premio FriulAdria La storia in un romanzo. McEwan sarà a Pordenone sabato per ricevere il riconoscimento e alle 18, subito dopo la premiazione, terrà un incontro col pubblico del festival. Le novità non si fermano alla letteratura: spazio al teatro, con Filippo Timi che legge Carmelo Bene, e ai nuovi media: Luca Sofri racconta l'alba dell'e-book e Robin Dunbar dialoga di social network con Stefano Moriggi. E naturalmente ci saranno anche i Wu Ming2, che parlano del nuovo libro nell'intervista qui accanto. Per informazioni www.pordenonelegge.it Quintaedizioneper ilFestivaldella Letteratura diViaggio: quattro giorni (27-30 settembre), dedicatial racconto delmondodalla letteratura allageografia,dal cinemaallamusica, dalla fotografiaalgiornalismo. Promosso daSocietà Geografica Italianae daFederculture, il Festival -a curadi StefanoMalatesta eAntonio Politano -si svolge presso ilPalazzettoMattei di Villa Celimontana, sededella SocietàGeografica. Tra gliospiti,Reinhold Messner, PaoloRumiz,Carlo Lucarelli,Gabriele Romagnolie altri ancora. U: martedì 18 settembre 2012 23
ILCOMMENTO GUIASONCINI Ci voleva l'interesse di Mediaset per dare la scossa al processo di vendita de La7, la tv del gruppo Telecom Italia. Ieri la Borsa ha premiato Ti Media, la società di Telecom che detiene il controllo delle reti e delle infrastrutture tv, con un balzo del 13% e un significativo aumento del volume di scambi. Il forte rialzo, tuttavia, ha consentito al titolo Ti Media di raggiungere la quotazione di 16 centesimi, un valore assai modesto. Mediaset, invece, ha perso il 2%, un segno che forse il mercato non ritiene vantaggiosa l'eventuale acquisizione. L'attesa adesso è per lunedì 24 settembre quando, entro le ore 12, i potenziali concorrenti all'acquisto della tv dovranno presentare un'offerta non vincolante. A quel punto ci sarà una prima selezione e poi si dovrebbe arrivare a una successiva offerta. Naturalmente bisognerà vedere come saranno le offerte. Chi ci sarà? Mediaset si riserverà di decidere all'ultimo momento e sta valutando i numeri di Ti Media anche se Mediobanca, advisor di Telecom per la cessione, l'avrebbe esclusa dalla distribuzione dei dati sensibili. Ma l'information memorandum inviato ai soggetti che hanno presentato una manifestazione d'interesse è un semplice file e solo Cappuccetto Rosso può pensare che Mediaset sia rimasta davvero esclusa da queste informazioni. LA7 SARÀINROSSOANCHENEL2015 Oggi i vertici della holding del Biscione dovrebbero riunirsi per valutare l'operazione che non sembra una passeggiata. Per Mediaset, al di là degli enormi problemi politici legati alla presenza di Silvio Berlusconi in politica e al delicato momento del settore televisivo, potrebbero esserci ostacoli dell'Antitrus e sarebbe necessario un impegno finanziario e manageriale non secondario per riportare in pareggio La7. Secondo le stesse previsioni divulgate dall'advisor Mediobanca, la tv di Telecom registrerebbe nel 2015 ancora un risultato netto negativo per 8 milioni di euro. Mediaset o no, non mancano comunque i soggetti interessati anche se nessuno, al momento, pare intenzionato a fare follie. Telecom Italia spera di poter raccogliere lunedì prossimo almeno cinque offerte non vincolanti. I probabili candidati dovrebbero essere: H3G, importante compagnia di telecomunicazioni e ultimo nome emerso in ordine di tempo, il fondo Clessidra di Claudio Sposito ex amministratore delegato di Fininvest, l'editore Urbano Cairo che già raccoglie la pubblicità per la tv di Telecom, Discovery e Disney Channel. In più ci potrebbe essere anche Mediaset. CANDIDATI EPOSSIBILIOFFERTE I potenziali candidati hanno caratteristiche diverse, ma tutte importanti. H3G è un operatore di telecomunicazioni che fa capo alla multinazionale Hutchinson Wampoa controllata dal miliardario cinese di Hong Hong, Li Ka Shing, 84 anni, uno degli uomini più ricchi al mondo. H3G è da tempo interessata al settore tv, ha già un canale sulla piattaforna Sky, e il suo amministratore delegato Vincenzo Novari nutre qualche ambizione personale per la politica. Poi ci sono due offerte italiane, quelle di Sposito e di Cairo che sono certamente non ostili a Mediaset e anzi negli ambienti di Telecom ci si chiede se queste due proposte non siano in realtà offerte “schermate” riconducibili al mondo berlusconiano. Infine ci sono due operatori tv internazionali di grande spessore e qualità che potrebbero portare un po' di aria fresca: Discovery e Disney Channel. Telecom si augura che tutti questi soggetti, e magari qualcun altro a sorpresa, possano presentare un'offerta per favorire la valorizzazione de La7 e un conseguente aumento del prezzo di vendita. PELLICIOLIEDELLA VALLE Nelle scorse settimane si era parlato anche un'altra interessante cordata italiana: Lorenzo Pellicioli, amministratore delegato di De Agostini e già protagonista de La7 nel 2000 prima di essere affondato dal passaggio di proprietà di Telecom, avrebbe proposto a Diego Della Valle di avanzare una proposta congiunta per la tv. Ma alla fine anche l'industriale della Tod's, che si sta ritagliando un improbabile ruolo anti-establishment, pare abbia preferito rinunciare al progetto. Ci sarebbe Carlo De Benedetti, l'editore dell'Espresso. Lo scorso anno aveva manifestato l'interesse per La7, ma oggi non sembra nella partita anche se sta negoziando un accordo industriale nel settore tv con Sky. SEGUEDALLAPRIMA Ma noi sappiamo - perché siamo elettori scafati che non è facile raggirare: a noi non la si fa - che solo una democrazia è quella giusta: quella in cui qualunque decisione importante per i cittadini venga loro comunicata con un numero di caratteri non superiore ai 140: chi ha bisogno dei congressi di partito, quando c'è Twitter? I 140 caratteri di ieri, il cinguettìo (davvero, ma come pensate di poter competere, voialtri con le vostre discussioni sulla riforma elettorale, con un cinguettìo?) con cui è stata comunicata la storica decisione, il tweet che cambierà il Paese fa così: «Per le politiche i candidati del #M5S saranno scelti on line e il programma sarà discusso e completato attraverso una piattaforma in Rete». Ora, i lettori dell'Unità sono personcine sveglie. Non hanno certo bisogno venga loro ricordato che la rete è il bene assoluto. Che una connessione adsl (ma anche solo un cellulare) è a disposizione solo di coloro il cui ragionamento sia più limpido, la cui fedina penale più immacolata, le cui sorti più magnifiche e progressive. «I candidati saranno scelti on line» è, diciamocelo, la panacea che aspettavamo. Basta politicanti che non hanno mai messo un like su Facebook, che si fanno fotografare davanti a scaffali pieni di polverose enciclopedie invece che farsi riprendere mentre consultano Wikipedia. Basta, il Paese siamo noi, e siamo stufi. «Siamo la Gente, il Potere ci temono» (maiuscole e plurali nell'originale) è una pagina Facebook il cui quantificato consenso (quasi diecimila like) le garantisce un posto nella lista elettorale del Movimento 5 Stelle. Soprattutto, è la pagina che spiega perché Grillo sia passato alla politica. Già dalle concordanze maccheroniche del titolo, l'intento satirico è abbastanza evidente. Il livello della parodia è elementare, tra «ci vogliono fregare», «la kasta», «le scie chimiche», «i professoroni komunisti». È il corrispondente di una satira del linguaggio di coppia che usi codici riconoscibili come «tu non raccogli mai i calzini», «tu stai sempre al telefono con le tue amiche». Eppure. Eppure, nonostante le kappa e i punti esclamativi e l'implausibilità delle affermazioni, la mancanza di senso del tono vince sempre. Se non c'è un presentatore che a un certo punto ci rassicuri che «stavamo scherzando» e chiami «un bell'applauso», siamo incapaci di capire i codici linguistici di ciò che leggiamo, magari vagando tra una mail di lavoro e una spesa on line. Due settimane fa, «Siamo la Gente» ha pubblicato una circolare del Senato marchianamente falsa in cui si comunicava agli esponenti del Pdl che anch'essi avrebbero potuto villeggiare gratuitamente a Cuba come già fanno da anni quelli del Pd grazie a un antico accordo tra Togliatti e Castro. Sarebbe interessante sapere quante delle ottocento condivisioni di quell'immagine siano state fatte da gente che voleva far fare due risate ai propri contatti di Facebook e quante invece da attivisti del «fate girare, è impo!» (formula standard con cui in rete si lanciano allarmi su ogni genere d'assurdità, da «Facebook sta per diventare a pagamento!» in su, esattamente come accadeva nel Novecento con le catene di Sant'Antonio). Una delle condivisioni è stata fatta, da un'elettrice, sulla pagina Facebook di Francesco Barbato, deputato dell'Idv, sollecitandolo a occuparsene. Lui ha risposto che avrebbe prontamente approfondito, diamine: i cittadini hanno diritto di sapere se 'sta casta si fa le ferie a scrocco. Ora, ci sono due ipotesi plausibili. La prima è che Barbato sia vittima dell'era della connessione permanente, nella quale in qualunque momento chiunque può chiederti conto di qualunque questione, dalla pace nel mondo al costo delle zucchine, e se sei impreparato su un qualunque dettaglio dello scibile umano finisci stigmatizzato in qualche talk-show come ladro di stipendio e se non rispondi te la tiri e sei casta, e insomma un «me ne occuperò» non si nega a nessuno. La seconda è che, se al pubblico servono le risate registrate per capire quando si sta scherzando, a un comico con un po' d'autostima non resti molto altro da fare che cambiare mestiere, e passare a ridefinire il concetto di politica in quel luogo dove la dialettica democratica è tra chi gioca a Farmville e chi a Songpop. POLITICAE INFORMAZIONE . . . Si affaccia l'operatore di telecomunicazioni che fa capo al miliardario Li ka Shing di Hong Kong Anche H3G in corsa per La7 Lilli Gruber con la ministra Elsa Fornero ospite di «Otto e Mezzo» FOTO ANSA MARCOTEDESCHI MILANO La Rai dell'era montiana, sotto la guida dei “marziani” Tarantola e Gubitosi, che stanno setacciando l'azienda per scoprirne vizi e anche virtù, sarà sottoposta a una stretta operazione di scardinamento delle consolidate abitudini e si profilano tagli all'organizzazione e al prodotto. Con alcune contraddizioni. Ieri al Prix Italia che si sta svolgendo a Torino il vicedirettore generale con delega ai palinsesti, Antonio Marano, ha spiegato che secondo i nuovi «i canali tematici vanno sostenuti e finanziati», idea confermata dal direttore generale Gubitosi «nella lettera di budget», ma le risorse saranno definite a ottobre. Eppure le intenzioni di Gubitosi pare fossero quelle di accorpare alcuni dei 13 canali tematici Rai, evitando sovrapposizioni. Così come la razionalizzazione di servizi e corrispondenze dei tg. Tre telegiornali «divisi col Cencelli» sono troppi? Marano definisce l'organizzazione Rai «fuori dal mondo» e troppo «corrispondente a un modello politico» (come la sua nomina a viale Mazzini nel 2002 è stata politica), ma «l'azienda non è pronta a un modello europeo di una sola factory produttiva» sull'informazione. Quanto al “buco” di Annozero su RaiDue, il giovedì in prima serata si dovrà aspettare la fine del reality “Pechino Express” condotto da Emanuele Filiberto, perché sia riempito di nuovo da un talk d'informazione. Non prima dell'anno prossimo, quindi a ridosso delle elezioni. Il direttore di RaiDue sta cercando il conduttore e potrebbe riproporre Andrea Vianello, che per ora è rimasto ad Agorà su RaiTre. Anche le fiction italiane per Marano sono troppo “glocal” e vanno ridotte a 50 minuti (nel 2010 «la Rai esportava 80 o 90 prodotti, oggi ne esporta 20 o 30»). E, a proposito di fiction, il Pdl protesta contro “Cesare Mori: Il prefetto di ferro” andata in onda domenica su RaiUno con quasi il 17% di share («operazione grossolana» con «forzature storiche», criticano). Sul tavolo del Cda di domani il direttore generale Luigi Gubitosi porterà la dolorosa questione dei conti in rosso di quasi 140 milioni di euro. Il problema è anche la poca trasparenza e la confusione su operazioni inspiegabili per quel che riguarda le entrate pubblicitarie, gestite fino a pochi giorni fa dall'ex ad della Sipra, Aldo Reali, sostituito da Lorenza Lei. La previsione sul 2012 è nera (o rossa) e sarebbe sotto gli 800 milioni di euro (già nel 2011 le entrate sono state di circa 950 milioni, 100 in meno sull'anno precedente). E gli anticipi sulle fatture che sarebbero stati incassati da Sipra, per un ammontare di circa 60 milioni, arrivano ora al pettine del disavanzo, così come gli spot regalati alle aziende per alcune decine di milioni hanno impoverito la cassa. La concessionaria Rai non ha mai disturbato la concorrente Publitalia, basti guardare i dati Nielsen sulla vendita degli spazi, anche se la Rai ha un tetto sulla raccolta pubblicitaria: la Rai da gennaio a luglio 2012 ha concesso 6.189.317 secondi (8,8%) per gli spot degli investitori, mentre Mediaset ben 25.137.381 (25,9%), che magari con sconti e regali allarga la platea degli investitori, sempre comunque ingolositi dal network del Cavaliere. A questo proposito, Mediobanca, advisor per la vendita de La7, avrebbe escluso dai giochi Mediaset (e Ei Towers) che oggi ne parlerà nel comitato esecutivo. Nel frattempo, comunque, il titolo TiMedia è volato in Borsa con un più 13 per cento. La nuova Rai studia i tagli «Troppi canali Anzi no» NATALIA LOMBARDO INVIATA ATORINO Per fare l'onorevole grillino basta un «mi piace» Vola Ti Media (più 13%) in Borsa in attesa delle offerte non vincolanti Mediaset valuta i dati e deciderà all'ultimo momento se gareggiare Telecom spera di ricevere almeno 5 proposte 8 martedì 18 settembre 2012
TV FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO 06.30 TG1. Informazione 06.35 Previsioni sulla viabilità. Informazione 06.45 Unomattina. Rubrica 10.00 Unomattina Verde. Rubrica 10.25 Unomattina Rosa. Rubrica 10.55 Che tempo fa. Informazione 11.00 TG 1. Informazione 11.05 Unomattina Storie Vere. Rubrica 12.00 La prova del cuoco. Game Show 13.30 TELEGIORNALE. Informazione 14.00 TG1 - Economia. Informazione 14.10 Verdetto Finale. Show 15.15 La vita in diretta. Rubrica 17.00 TG1. Informazione 18.50 L'Eredità. Gioco a quiz 20.00 TELEGIORNALE. Informazione 20.30 Aari Tuoi. Show. 21.10 Cenerentola. Serie TV Regia di Christian Duguay. Con Vanessa Hessler, Flavio Parenti. 23.30 Porta a Porta. Talk Show. Conduce Bruno Vespa. 01.05 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.35 Che tempo fa. Informazione 01.40 Sottovoce. Talk Show 02.10 Rai Educational - Real School Si parte! Studiare all'estero. Rubrica 06.45 Cartoon Flakes. 08.25 Il computer con le scarpe da tennis. Film Commedia. (1995) Regia di Peyton Reed. 09.50 Sabrina vita da strega. Serie TV 10.35 Tg2 Insieme Estate. 11.20 Il nostro amico Charly. Serie TV 12.10 La nostra amica Robbie. Serie TV 13.00 Tg2 - Giorno. Informazione 14.00 Parliamone in famiglia. Talk Show 16.15 Once Upon a Time - C'era una volta. Serie TV 17.45 Tg2 - Flash L.I.S. Informazione 17.50 Rai TG Sport. Sport 18.15 TG 2. Informazione 18.45 Cold Case - Delitti irrisolti. Serie TV 19.35 Squadra Speciale Cobra 11. Serie TV 20.25 Estrazioni del lotto. Gioco 20.30 TG 2 - 20.30. Informazione 21.05 Pechino Express. Reality show 21.10 Criminal Minds. Serie TV Con Shemar Moore, Joe Mantegna, Thomas Gibson. 23.35 Tg2. Informazione 23.50 Rai Educational. Informazione 00.45 Rai Parlamento Telegiornale. Informazione 00.55 Close To Home. Serie TV 01.40 Meteo 2. Informazione 01.35 Appuntamento al cinema. Rubrica 06.30 Il caè di Corradino Mineo. Attualità 07.00 TgR. / TGR Buongiorno Regione. Informazione 08.00 La casa dei sette falchi. Film Avventura. (1959) Regia di Richard Thorpe. 09.30 La Storia siamo noi. Documentario 10.40 Cominciamo Bene. Rubrica 12.00 TG3. Informazione 13.10 La strada per la felicità. Soap Opera 14.00 Tg Regione. / TG3. Informazione 15.20 La casa nella prateria. Serie TV 16.10 Ad ovest di Paperino. Film Commedia. (1982) Regia di A. Benvenuti. Con Francesco Nuti. 17.40 Geo Magazine 2012. Documentario 19.00 TG3. / Tg Regione. Informazione 20.00 Blob. Rubrica 20.15 Cotti e mangiati. Sit Com 20.35 Un posto al sole. Serie TV 21.05 Ballarò. Attualità Conduce Giovanni Floris. 23.15 TG Regione. Informazione 23.20 TG3 Linea notte estate. Informazione 00.00 Correva l'anno. Reportage 00.55 Rai Educational. Documentario 01.20 Fuori Orario. Cose (mai) viste. Rubrica 02.00 Rainews. Informazione 02.45 News. Informazione 06.20 Media shopping. Shopping Tv 06.50 Magnum P.I. Serie TV 07.45 Pacific Blue. Serie TV 08.40 Hunter. Serie TV 09.50 Carabinieri. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Detective in corsia. Serie TV 12.55 La signora in giallo. Serie TV 14.00 Tg4 - Telegiornale. Informazione 14.45 Lo sportello di Forum. Rubrica 15.30 Hamburg distretto 21. Serie TV 16.35 Ieri e oggi in TV. Show 16.42 Sella d'argento. Film Western. (1978) Regia di Lucio Fulci. Con Giuliano Gemma. 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.10 Siska. Serie TV 21.10 Le ali della libertà. Film Drammatico. (1994) Regia di Frank Darabont. Con Tim Robbins, Morgan Freeman, Bob Gunton. 00.00 I Bellissimi di Rete 4. Rubrica 00.05 La vendetta di Carter. Film Noir. (2000) Regia di Stephen T. Kay. Con Sylvester Stallone, Miranda Richardson, Alan Cumming. 01.22 Tg4 - Night news. Informazione 01.32 Meteo. Informazione 08.01 Tg5 - Mattina. Informazione 08.40 La telefonata di Belpietro. Rubrica 08.50 Mattino cinque. Show. Conduce Federica Panicucci, Paolo Del Debbio. 11.00 Forum. Rubrica 13.00 Tg5. Informazione 13.39 Meteo 5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.10 Centovetrine. Soap Opera 14.45 Uomini e Donne. Talk Show. Conduce Maria De Filippi. 16.20 Pomeriggio cinque. Talk Show. Conduce Barbara D'Urso. 18.50 Avanti un altro! Gioco a quiz. Conduce Paolo Bonolis. 20.00 Tg5. Informazione 20.40 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 21.11 L'onore e il rispetto - Parte terza. Serie TV Con Gabriel Garko, Laura Torrisi, Giuliana De Sio. 23.31 In Here Shoes - Se fossi lei. Film Commedia. (2005) Regia di Curtis Hanson. Con Cameron Diaz, Toni Collette, Shirley MacLaine. 02.00 Tg5 - Notte. Informazione 02.29 Meteo 5. Informazione 02.30 Veline. Show 06.40 Cartoni Animati. 08.45 E.R. - Medici in prima linea. Serie TV 10.35 Grey's anatomy 3. Serie TV 12.25 Studio Aperto. Informazione 13.02 Sport Mediaset. Informazione 13.40 Futurama. Cartoni Animati 14.10 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 Dragon ball GT. Cartoni Animati 15.00 Fringe. Serie TV 16.00 Smallville. Serie TV 16.50 Merlin. Serie TV 17.45 Trasformat. Gioco a quiz 18.30 Studio Aperto. Informazione 19.18 Meteo. Informazione 19.20 C.S.I. - Scena del crimine. Serie TV 21.10 Un'impresa da Dio. Film Commedia. (2007) Regia di Tom Shadyac. Con Steve Carell, Morgan Freeman, Lauren Graham, Johnny Simmons. 23.05 Champions League Speciale. Sport 01.00 Nip/tuck. Serie TV 01.50 Rescue me. Serie TV 03.20 Studio Aperto - La giornata. Informazione 03.35 Media Shopping. Shopping Tv 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.45 Coee Break. Talk Show. Conduce Tiziana Panella. 10.55 J.A.G. - Avvocati in divisa. Serie TV 12.30 I menù di Benedetta (R). Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Cristina Parodi Live. Talk Show. Conduce Cristina Parodi. 15.50 Movie Flash. Rubrica 15.55 Il Commissario Cordier. Serie TV 17.55 Cristina Parodi Cover. Talk Show. Conduce Cristina Parodi. 18.25 I menù di Benedetta. Rubrica 19.20 G' Day. Attualità 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Otto e mezzo. Rubrica 21.10 S.O.S. Tata (R). Reality show. Con Lucia Rizzi, Adriana Cantisani, May Oyoke. 00.10 Omnibus Notte. Informazione 01.15 Tg La7 Sport. Informazione 01.20 Movie Flash. Rubrica 01.25 N.Y.P.D. Blue. Serie TV 02.20 G' Day (R). Attualità 02.55 Otto e mezzo (R). Rubrica 21.00 Sky Cine News. Rubrica 21.10 I pinguini di Mr. Popper. Film Commedia. (2011) Regia di M. Waters. Con J. Carrey C. Gugino. 22.50 Vacanze di Natale. Film Commedia. (1983) Regia di C. Vanzina. Con J. Calà C. De Sica. 00.30 Soul Surfer. Film Azione. (2011) Regia di S. McNamara. Con A. Robb D. Quaid. SKY CINEMA 1HD 21.00 Streetdance. Film Musical. (2010) Regia di M. Giwa D. Pasquini. Con C. Rampling R. McDowall. 22.45 Magic Silver. Film Fantasia. (2009) Regia di K. Launing, R. Uthaug. Con S. Bakken S. Boe. 00.15 Bisbiglio, l'elefantino coraggioso. Film Informazione. (2000) Regia di D. Joubert. 21.00 Hope Springs. Film Commedia. (2003) Regia di M. Herman. Con C. Firth H. Graham. 22.40 Un anno da ricordare. Film Drammatico. (2010) Regia di R. Wallace. Con D. Lane J. Malkovich. 00.50 Country Strong. Film Drammatico. (2010) Regia di S. Feste. Con G. Paltrow T. McGraw. 18.45 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 19.10 Ninjago. Serie TV 19.35 Redakai: Alla conquista di Kairu. Cartoni Animati 20.00 Lanterna verde. Cartoni Animati 20.25 Ben 10. Cartoni Animati 20.50 Adventure Time. Cartoni Animati 21.15 The Regular Show. Cartoni Animati 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Come è fatto. Documentario 20.00 Top Gear. Documentario 21.00 Aare fatto!. Documentario 23.00 Aari a quattro ruote. Documentario 00.00 Come è fatto. Documentario 01.00 Top Gear. Documentario 19.00 Una splendida annata. Musica 20.00 Lorem Ipsum. Attualità 20.20 Una splendida annata. Videoframmenti 21.00 Fuori frigo. Attualità 21.30 Iconoclasts. Reportage 23.30 Jack Osbourne No Limits. Reportage 00.30 Fuori frigo. Reportage DEEJAY TV 21.10 Teen Wolf. Serie TV. 22.50 True Blood. Serie TV 01.10 South Park. Serie TV 01.30 Speciale MTV News: Story of The Day. Informazione 01.50 Ridiculousness: Veri American Idiots. Show. Conduce Rob Dyrdek. 02.40 Only Hits. Musica MTV RAI 1 21.10: Cenerentola Serie Tv con V. Hessler. Il film che rivisita la celebre favola per chi ha voglia di sognare. 21. 10: Criminal Minds Serie Tv con J. Mantegna. Un serial killer che uccide ballerine esotiche nello stato dell'Indiana. 21.05: Ballarò Attualità con G. Floris. Si arontano i temi più scottanti dell'agenda politica italiana. 21.10: Le ali della libertà Film con T. Robbins. Un bancario è imprigionato per l'omicidio della moglie e del suo amante. 21.11: L'onore e il rispetto - Parte terza Serie Tv con G. Garko. Tonio ha trovato la ditta siciliana per avviare il traffico di droga. 21.10: Un'impresa da Dio Film con S. Carell. Evan è stato eletto membro del congresso e si trasferisce in Virginia. 21.10: S.O.S. Tata (R) Reality show con May Oyoke. Pronto intervento per bambini burrascosi e genitori alla deriva. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY DOPO L'ENNESIMA RIUSCITISSIMACURA DI BELLEZZA, BERLUSCONI HA RICOMINCIATO a parlare, per rispondere alle domande del direttore del Giornale, Sallusti, l'uomo più esposto in tv, per una volta fuori dalla tv. Ed è comprensibile che il Cavaliere abbia avuto bisogno di rafforzarsi nel fisico e nel morale (nonché dal lato estetico) prima di affrontare il pericoloso confronto con un giornalista famoso nel mondo per la sua indipendenza dal potere (quello berlusconiano in particolare). Come che sia, la prova è stata superata, lanciando nel dibattito politico le nuove idee dell'editore che volle farsi re, per la gioia di Giuliano Ferrara. La più nuova tra tutte è stata la promessa dell'abolizione della tassa sulla casa, che non si chiama più Ici, ma Imu. Un balzello che, questa la stranezza, era stato reintrodotto non dal governo Monti, ma dall'ultimo (almeno speriamo!) governo Berlusconi, con la collaborazione nominalistica della Lega di Bossi. Per il resto, le dichiarazioni dell'ex premier si sono distinte per la loro vaghezza, tranne quella sul candidato alle primarie Pd per il governo del Paese, Matteo Renzi. Qui Berlusconi è stato preciso, appoggiando il giovanotto che, secondo lui, trasformerebbe finalmente il Pd in un partito socialdemocratico, praticamente il suo. Renzi naturalmente ha risposto alla grande e davanti alle telecamere, dopo essersi consigliato con i suoi curatori di immagine. Ma quello che sarebbe più urgente capire è quale sia stata l'intenzione di Berlusconi nell'esprimere un appoggio tanto netto. C'è chi pensa che semplicemente il Cavaliere ormai parli a vanvera e chi invece ritiene che, in questo modo, abbia voluto danneggiare la candidatura del sindaco di Firenze, riservandogli lo sperimentato trattamento Alfano. Il ritorno delCavaliere tra l'appoggio aRenziequel ritornello sull'Imu U: martedì 18 settembre 2012 25
Spuntano come funghidopo la pioggia del pri-mo autunno. E così pertanti che entrano ce n'èuno che minaccia diuscire. Proprio lui, Nichi Vendola. Pier Luigi Bersani non nasconde la preoccupazione per la piega che sta prendendo la partita delle primarie, tanto che ieri sera, arrivando alla festa Pd di Modena, è proprio al candidato di Sel che si rivolge: «Vendola io voglio che ci sia, deve esserci. È una persona specchiata, deve essere un protagonista di questa nuova avventura». Gli riferiscono delle polemiche nel suo partito, dell'affollarsi della scena. «Abbiamo un percorso che sarà scandito da regole precise, quindi si può stare tranquilli - spiega - chiarezza la faremo insieme, avremo anche noi la nostra assemblea che dovrà decidere, essendo primarie di coalizione». Sarà l'Assemblea Pd, aggiunge, a stabilire le regole d'accesso per i democratici. Cerca di allontanare anche lo spettro degli elettori Pdl ai gazebo, pur sapendo che il rischio è concreto: «La gente vuole partecipare alle nostre primarie, verrà un sacco di gente. Anche la loro gente vuol partecipare, le facciano anche loro: hai visto mai che per decidere qualcosa, siccome lui non fa decidere niente, vengono da noi? Questo non sarebbe simpatico: ognuno si faccia le sue, noi ci facciamo le nostre, e chi non le fa si riposi». Ma la nota dolente è la polemica interna. Ieri di candidati Pd se ne contavano quattro (Matteo Renzi, Pippo Civati, Laura Puppato, Stefano Boeri) che aggiunti a quelli degli altri partiti (Nichi Vendola, Bruno Tabacci, Riccardo Nencini e, ultimo annunciato ma ancora non sicuro, Valdo Spini) fanno otto, oltre al segretario. E la rete si scatena. «Ridicolo», l'aggettivo che più ricorre, non si contano le battute ironiche. Più che ironiche ancora appese alla legge elettorale (sulla quale Berani è poco fiducioso «siamo ancora a caro amico»): se fosse proporzionale non avrebbero più ragione. Per questo, nel frattempo, bisogna almeno chiarire le regole interne, e questo non si potrà fare che il 6 ottobre, data fissata per l'Assemblea nazionale, e poi di coalizione. E chissà quanti ancora in questo lasso di tempo attraverso annunci-intervista si paleseranno come aspiranti premier. Civati in un'intervista spiega: «Quello che non voglio assolutamente è aggiungere autocanditatura ad autocandidatura, in un effetto formicaio impazzito. La collezione di nani da giardino no. Se si riesce ad esprimere una candidatura unitaria che sia davvero alternativa a Bersani e a Renzi io ci sono». Adesso, aggiunge, bisogna vedere se si creano le condizioni, tempo una settimana e deciderà. Puppato replica: «Sono sempre stata un'adoratrice dei nani da giardino. Fanno squadra e salvano il reame e Biancaneve dalla regina cattiva. Il principe azzurro non è nessuno senza i nanetti ...». Enrico Morando, in un'altra intervista, confermando che preferisce Renzi a Bersani, non esclude, in caso di primarie a doppio turno, di provarci pure lui come espressione del montiani del Pd. E poi c'è Rosy Bindi che scioglierà la riserva nel corso dell'iniziativa che ha in programma il prossimo fine settimana a Milano Marittima. «Se continua così diventa peggio della torre di Babele» e a questo punto «se Vendola si ritira facciamo il congresso...», commenta Beppe Fioroni. «Sta nascendo una nuova disciplina olimpica: "la valutazione della candidatura”», twitta il deputato Roberto Giachetti. Il presidente della Toscana, Enrico Rossi suggerisce: «4 candidati del Pd alle primarie, più 2 annunciati, sono troppi! Per dirla in “bersanese”: la ditta ha bisogno di una regolata». Altro post in rete: «Quattro cavalieri per l'apocalisse del Pd». Unico argine possibile è una soglia di firme per sostenere la candidatura. Proporle tra gli iscritti sarebbe impresa complessa, quindi si sta ragionando sui membri dell'Assemblea nazionale. Se il tetto fosse del 35% - come accade per le candidature a sindaco nelle primarie di coalizione - la selezione sarebbe drastica. Più realistico pensare ad una soglia intorno al 20-25%. «Speriamo che qualcuno si dia una regolata perché altrimenti si rischia di ridicolizzarle e non farle capire più neanche ai cittadini», commenta il vicepresidente del Senato Vannino Chiti. Primarie per gli scritti, dice, «in un albo, un'anagrafe o un'associazione» che fa riferimento alla coalizione, con ballottaggio tra i primi due. Ma, aggiunge, come possono pensare, «Vendola, Spini o Tabacci», di dirigere «un governo avendo alle spalle un partito che non raggiunge l'1%? Non esiste». Preoccupata Debora Serracchiani: «Se non faremo grande attenzione, il Pd rischia di giocarsi la credibilità», mentre Lia Celi, posta: «Mi hanno consegnato il nuovo elenco telefonico. Ah no, è l'elenco dei candidati alle primarie del Pd». Stefano Ceccanti su Facebook ribadisce: dovevano essere primarie di partito. allora tanto vale rischiare tutto senza rete. E comunque il coraggio di affrontare una sfida così decisiva rinunciando ai vantaggi acquisiti potrebbe essere apprezzato dagli elettori. C'è però un limite a tanta deregulation. Il limite è la percezione del ridicolo. Ed è un problema che riguarda tutto il Pd, non solo il segretario o chi gli sta attorno. Le primarie devono essere aperte, tuttavia deve essere netta anche la differenza tra le primarie e una fiera delle vanità, o una corrida di dilettanti allo sbaraglio. La posta in gioco delle primarie è la candidatura alla guida del Paese. Se al nastro di partenza si presenta una folla improbabile di concorrenti, a caccia dell'1% o poco più, l'effetto non sarà quello di una più democratica competizione, ma di un branco indisciplinato, popolato di tanti egoisti e di narcisi. La funzione politica e democratica delle primarie è quella di rafforzare la sintesi attorno al vincitore. Già nel 2005 l'allora Unione fece una tragica esperienza: Prodi stravinse, ma i cinque sfidanti cominciarono già nella campagna elettorale delle primarie a delimitare i loro territori e a porre le premesse della disfatta futura. Sta al Pd e ai suoi alleati dimostrare di aver fatto tesoro della sconfitta dell'Unione. Sta a tutti i partecipanti dimostrare che dalle primarie si può uscire più uniti e credibili: dalla diversità può nascere una unità politica (magari una convergenza nello stesso partito). Ma se accadrà il contrario, i primi a pagarne il prezzo saranno il vincitore e i cittadini che nelle primarie hanno riposto fiducia. Non è una questione di regole, ma di significato della politica. Il Pd ha deciso di rischiare tutto. E ha compiuto un atto coraggioso. Ora non può rischiare che le primarie diventino una barzelletta. . . . Aumentano i candidati ma anche i dubbi e le critiche in rete: «Ridicolo» Lite Civati-Puppato Nichi Vendola in una immagine di repertorio FATO DI DANIELE MASCOLO/ANSA La preoccupazione di Bersani «Nichi deve restare con noi» Il leaderPd:«Vendolaè unapersonaspecchiata, deveessereprotagonista diquestaavventura» Esui rischidi intrusioniPdl: «Fatevi levostreprimarie» MARIAZEGARELLI ROMA ILRETROSCENA martedì 18 settembre 2012 7
wwf.it/riutilizziamolitalia Non serve un altro territorio da consumare, serve un grande progetto di riqualificazione per riscoprire un'altra Italia. Compila la scheda di segnalazione delle aree dismesse o abbandonate della tua cittá e proponi la tua idea per riconvertirle a un migliore utilizzo. Hai tempo fino al 31 ottobre. SEGNALA LE AREE DEGRADATE O DISMESSE FAI SENTIRE LE TUE IDEE PER REINVENTARE IL TUO TERRITORIO 28 martedì 18 settembre 2012
«TUTTO È ILLUSIONE. LA STORIA NON È MATERIALE. LA STORIA NON ESISTE IN MODO OBIETTIVO, È SOGGETTIVA: OGNUNO SI FA LA SUA STORIA. L'ARTE, INVECE, È TANGIBILE,QUINDIREALE.ENELLEMANIDEGLIARTISTI LASTORIATROVALASUAFORMA.Che cosa fa l'artista? Disegna connessioni, tesse l'invisibile trama tra le cose, si tuffa nella storia, sia essa la storia del genere umano, la storia geologica del pianeta o l'inizio e la fine dell'universo conosciuto. La storia è nelle mani degli artisti, come nella Genesi era nelle mani di Dio». Anselm Kiefer, 67 anni, tedesco, già allievo di Joseph Beuys, oggi mondialmente riconosciuto al vertice dell'arte concettuale (da circa 5 anni è perfino entrato stabilmente al Louvre), è pacato e gentile mentre ci illustra i lavori della sua nuova serie The shape of ancientthough («La forma del pensiero antico»), compresi nella mostra La Mezzaluna fertile che il 15 settembre scorso (fino al 24 novembre prossimo) ha inaugurato la nuova stagione dello «Spazio Lia Rumma», prestigiosa galleria milanese dell'arte contemporanea. Considerato l'ultimo «artista epocale», per mostrare l'ultima tappa della sua ricerca simbolica nei labirinti della memoria, tra le origini appannate della civiltà, Kiefer ha scelto lo spazio della gallerista con cui lavora dalla fine degli anni '80 e che per prima lo portò in Italia, nel '92 (e fu Lia Rumma a portare a Milano i Sette Palazzi Celesti, straordinaria creazione architettonica che è rimasta in permanenza all'Hangar Bicocca di Milano a lanciare l'allarme critico di Kiefer verso la modernità). Più volte ha spiegato che a suggerirle una nuova operapuòessereunochoc,unapoesia,unamusica, un paesaggio, un'esperienza privata: da dove le è arrivatal'ispirazioneperleoperede«LaMezzaluna fertile»? «L'ispirazione mi è venuta dalla lettura della Bibbia. Nel Vecchio Testamento si raccontano le lotte tra Gerusalemme e l'Egitto, le emigrazioni verso il Paese delle piramidi e verso l'Iran di oggi, allora definite “immigrazioni babilonesi”. Questa origine è particolarmente interessante in quanto definisce come una ruota quei territori che sono le radici della nostra cultura e che vanno dall'odierna Turchia alla Mesopotamia e, poi, continuano con i Paesi arabi: al centro c'è la Palestina. Ho ricevuto un'educazione cattolica e conosco bene La Bibbia. Ci parla di problemi e di lotte che sono in ebollizione ancora oggi, sia con le recenti ribellioni arabe, sia con i problemi incandescenti tra alcuni Stati della regione. Il passato è sempre compreso nel futuro». Sta all'artista scoprire e indicare i puntidiconnessionetrapassatoefuturoetraculturedidifferenti territori, comemostranole tregrandi tele incui i tempigreci inglobanoedifici indiani? «Un amico scrittore, Thomas McEvilley, mi parlò dei suoi studi sulle connessioni tra i filosofi greci presocratici e il pensiero indù. Ne rimasi affascinato e influenzato. Più tardi, ho viaggiato a lungo in India e ho visitato varie “brick factory”, le fabbriche di mattoni d'argilla che incominciano a sfaldarsi già mentre vengono piazzati per costruire gli edifici. Così, ho pensato di rappresentare la connessione tra gli antichi templi del quinto secolo a.C. e gli edifici indiani attraverso delle combinazioni che comprendono entrambi, gli uni negli altri, sbiaditi dalle scariche elettriche e dai bagni in acido dell'elettrolisi, una tecnica che uso spesso per far scomparire una parte dell'immagine, lasciando al tempo il compito di definire quel che resta dell'opera». Il recupero del passato è un lavoro di archeologia creativoe faticoso? «Non distinguo tra mondo antico e mondo nuovo. Osservo il mondo classico per proiettarmi nel futuro. La mitologia abbraccia ogni cosa ma va decifrata, il suo linguaggio ci porta a continue e nuove interpretazioni. Sondando l'insolito del mito possiamo attuare un processo che ci riporta al linguaggio e ai segni del nostro tempo. “Babele, il caos, il diluvio” sono i tre elementi che si ritrovano nelle opere di questa mostra: il mito di una costruzione che arrivi fino all'etere, eretta da persone che volevano farne omaggio a Dio; la confusione per l'improvviso uso di lingue diverse, in seguito alla punizione divina: la distruzione e la trasformazione dei territori». Ilcrollodelmitolotroviamonelgrandedipintodedicato alla Torre di Babele, mentre con la scultura rappresentatadaunavecchiamacchinaperlastampadacuifuoriesconoinfinitirotoliconscritteefoto cimostra il suostraordinario recuperodell'energia distruttiva,catturata erinnovata? «Quei vecchi strumenti tipografici mi piacciono molto, ne ho comprato tanti da mettere su una collezione. Adesso, però, si rivelano utili al mio lavoro. Dalla macchina fuoriescono, inarrestabili, delle lingue di piombo dove sono stampate immagini, che sono il risultato di una serie di foto che ho scattato nel Sud della Francia, intorno ad Avignone. Sono immagini di costruzioni architettoniche, antiche torri, montagne franate e paesaggi trasformati dalle alluvioni. Ho battezzato quest'opera “Bavel Balal Mabul” perché essa sintetizza gli episodi chiave della Genesi, la Torre di Babele, il caos delle varie lingue e il diluvio». Attraversoconnessioniarbitrarie l'artistarecupera ilpassato?L'artechesifamemorianonsoloènecessaria:è indispensabile? «L'arte non ha ruolo, né funzione. L'arte ci propone un punto di vista che non ha nulla a che vedere con quello dominante dei media o quello interessato dei politici e di altre categorie. Per gli scienziati e i politici l'arte non è tangibilmente utile. Ma senza l'arte non c'è nulla. E non sarà l'indifferenza a sminuirne la sua importanza. L'arte sopravviverà anche dopo che tutto il resto sarà scomparso». CHIÈ AnselmKiefernasce aDonaueschingen nel 1945.Nel 1965 intraprendestudidi legge,ma nel 1966 passa allapittura: studiaaFriburgo pressoPeterDreher, poicon HorstAntes alla Kunstakademiedi Karlsruhe. Inseguito studia ancheconJosephBeuys. Nei suoiquadrinon appaionoquasi mai figure umane,egli, infatti, prediligedipingere i luoghi, ipaesaggi, gli ambientidove le tragediedella storia si sono consumate.Kieferhastudio a Buchene a Gerusalemmee casa inFrancia. ÈAccademico Corrispondentedell'Accademiadelle Artidel disegnonellaClasse di pittura. AnselmKiefer «Lastoria èdegliartisti» CULTURE Nondistinguo tramondo nuovoemondo antico Osservo quest'ultimo perproiettarmi nel futuro L'intervista«L'ispirazionemi èvenutadallaBibbiaedal linguaggiodelMitocheci portaacontinue letture»: il massimoartistaconcettuale viventeciparladellasua nuovamostraaMilano PAOLOCALCAGNO MILANO GALLERIALIARUMMA LaGalleriaLia Rumma di Milanoospita finoal 24 novembre la mostra Der fruchtbare Halbmond /La Mezzaluna fertile dell'artista tedescoAnselmKiefer. Ancorauna volta Kiefer «si tuffanella storia» e immette lo sguardo là dove la civiltàè nata, inquel lembo di terrache dall'anticoEgittosi estendeva finoalla Mesopotamiae restituisce frammenti dipassato all'usodeinostri pensieri.Ciò cheprecipita non vienedimenticato,messo daparte,maè luogo ancoraaperto di costruzionedel sapere futuroe diconfronto tra Orientee Occidente. Apre la mostra la sculturaBavel Balal Mabul: una vecchiamacchinatipografica dallaquale fuoriescono lingue dipiombo che corrono in ognidirezione, generandoun'eco prolungatadi immaginidi costruzioniarchitettonichee di torri.Alcuni degliepisodi chiavedelLibro della Genesi - la TorrediBabele, la confusionedelle lingue, ildiluvio - sintetizzati onomatopeicamentenel titolo dellascultura, si offronocomeparadigmi dellanascita del linguaggioe della ricchezza della differenza. In mostraanche i lavoridella nuovaserieThe shape of ancient thought cheevocano intese tra tempi e pensieri soloapparentemente distanti.Le affinità tra la filosofia greca presocraticae la sapienza indù, indagate da ThomasMcEvilley in un saggiodel2002, prendonoformaattraverso nelprocesso di elettrolisigià sperimentatodall'artista nel 2011. Leopere sipresentano comevelaridi piombo materialeperantonomasiadel laboratorio artisticodi Kiefer - sucui immagini fotografiche di templi greci e templi indiani si confondono sottogli effettidell'azionechimica. Al lessico alchemicoalludeanche Il mistero delle cattedrali, al secondo piano,con cui l'artista celebra lasfuggente figura di Fulcanelli, autore nel 1926 diuno testi chiave dell'interpretazione dellaGrandeOpera. AllievodiBeuys quasiun filosofovisivo Lamezzalunafertile e ilmisterodellecattedrali U: martedì 18 settembre 2012 21
AFinale Emilia sotto untendone da circo, a Mi-randola in un centro an-ziani, a Carpi nei localidella parrocchia, a Cre-valcore in trasferta nei Comuni vicini, ma ieri la campanella è suonata per tutti nell'Emilia ferita dal terremoto del 20 e 29 maggio. «Un mezzo miracolo», dice il sindaco di Mirandola, Maino Benatti. Il “suo” polo scolastico conta 5mila studenti, per 3mila le scuole sono inagibili e si è dovuta trovare una soluzione alternativa. «Ce l'abbiamo fatta. Rinunciando alle ferie, con l'impegno e la collaborazione di tutti: istituzioni, scuola, famiglie. Non so come, ma ce l'abbiamo fatta a partire oggi», dice Mauro Borsarini, preside del Bassi-Burgatti, istituto tecncico e liceo con 1.250 alunni, nel polo scolastico di Cento che accoglie complessivamente oltre 6mila studenti. Cento giorni dopo la seconda, terribile scossa di magnitudo 5.9 che il 29 maggio, alle 9 di mattina, con le aule piene di ragazzi, sconvolse l'Emilia e costrinse gran parte delle scuole a chiudere anticipatamente l'anno, ieri quasi tutti i 70 mila studenti del Cratere hanno potuto riprendere le lezioni. Erano stati ben 471 gli edifici scolastici lesionati. Per quelli che avevano riportato meno danni, il governatore della Regione e commissario delegato alla ricostruzione, Vasco Errani, ha destinato 81 milioni di euro dei 500 stanziati dal Governo sul 2012 per fronteggiare l'emergenza terremoto. Soldi erogati a Comuni e Province, che a tempo di record hanno provveduto alle riparazioni. Per le 160 strutture inagibili, invece, è stato necessario trovare soluzioni alternative: prefabbricati in calcestruzzo, legno e metallo per le scuole da demolire e ricostruire ex novo, quindi con tempi di realizzazione medio-lunghi; moduli provvisori affittati per soli 9 mesi per quegli edifici che potranno essere ristrutturati e resi antisismici per il prossimo anno scolastico. Un impegno da 166 milioni di euro per dare una risposta ai 18mila studenti rimasti senz'aula. Nei giorni scorsi erano stati completati i primi prefabbricati. E ieri mattina, a Cento, Errani è andato a inaugurare i primi moduli. Una struttura leggera ma funzionale, con aule di 45-50 metri quadrati capaci di contenere fino a 26 alunni ciascuna; con corridoi e scale ampie, aria condizionata e sistema antincendio. Se si pensa che il primo decreto del governo per l'emergenza è stato convertito in legge l'1 agosto, si comprende bene quale sia stata la corsa contro il tempo, il «miracolo» compiuto dal commissario e dalle istituzioni emiliane. A Cento sono bastati 40 giorni per fare il progetto, bandire la gara, assegnarla, realizzare le opere di urbanizzazione, montare i moduli. Un record che sa davvero poco di Italia. Non a caso il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, ieri a Bologna, ha detto: «Gli italiani dovrebbero prendere esempio dalla voglia di ripartire e dalla caparbietà dimostrata della gente emiliana nel dopo terremoto». Il lavoro, però, sarà ancora lungo: «Abbiamo ancora tanto da fare», spiega Errani. E a chi gli chiede paragoni con L'Aquila, con la stagione di Berlusconi e delle New Town, risponde: «Noi non abbiamo promesso miracoli, ma finora quello che abbiamo detto che avremmo fatto, è stato fatto. Le polemiche non mi interessano. Preferisco che a parlare siano i fatti». Poi il merito lo gira alla comunità emiliana. «Se c'è una lezione su tutte che il terremoto ci ha dato – afferma – è il valore di lavorare assieme, con determinazione e spirito di comunità, che è il nostro motore». La scuola è stata fin dall'indomani del sisma «la priorità delle priorità». Quando ancora non erano certi i fondi di Roma, Errani e i sindaci del Cratere dissero che il primo obiettivo era la regolare riapertura dell'anno scolastico. «Perché non c'è nulla di più importante - dice Errani - e non si trattava solo di riparare edifici ma di ricostruire un sistema sociale e di relazioni drammaticamente interrotte dal terremoto». I problemi non sono risolti. «Ci vorrà ancora un mese per dare un'aula di qualità a tutti», afferma il governatore. Nel frattempo i dirigenti scolastici e i sindaci hanno dato sfogo all'ingegno e alla fantasia per le soluzioni transitorie. Nel modenese i ragazzi delle superiori andranno all'Università per fare «corsi di apprendimento per le scelte future», e per i piccoli delle materne saranno prolungati i campi estivi. Una provvisorietà che costringe le famiglie a disagi e sacrifici pesanti. Alle superiori ci saranno classi che dovranno fare i doppi turni. Alcune medie hanno rinviato l'apertura di una o due settimane. Nelle elementari per un mese ci saranno «lezioni orizzontali e trasversali» per tutti, sotto le tensostrutture. Ci saranno classi che per un mese si dovranno sistemare attorno ai tavoli del circolo anziani come quando si gioca a carte, o nelle panche della parrocchia. E ci sarà anche chi, come 800 studenti di Crevalcore, per un mese dovranno andare in trasferta, negli spazi scolastici dei Comuni limitrofi di San Giovanni in Persiceto e Sant'Agata. «Ma l'iniezione di fiducia che la puntuale riapertura dell'anno scolastico dà a tutta la comunità è enorme», dice il sindaco di Cento, Piero Lodi. «Questa è la certificazione del ritorno alla normalità, la conferma che il terremoto ci ha duramente provato ma non ci ha vinti; e che la solidarietà e le istituzioni qui sono un valore, e funzionano ancora», aggiunge la presidente della Provincia di Ferrara, Marcella Zappaterra. Una quarantina di indagati per i crolli dei capannoni in cui, nel sisma del 29 maggio scorso, persero la vita 11 persone - nove operai, un imprenditore e un ingegnere - a Medolla, Mirandola, San Felice e Cavezzo, tutte località del Modenese. È l'ultimo, importante, sviluppo dell'inchiesta sul terremoto reso noto ieri dal procuratore capo di Modena, Vito Zincani. Le ipotesi di reato considerate sono disastro colposo, omicidio colposo e lesioni colpose. Gli indagati - che hanno ricevuto avvisi di garanzia come atti dovuti - sono i proprietari, i progettisti e gli esecutori dei lavori dei prefabbricati che non hanno retto al sisma. La Procura di Modena ha incaricato un consulente, Tomaso Trombetti, professore di ingegneria strutturale all'Università di Bologna, per fare luce sul cedimento dei quattro capannoni che non ressero alla scossa, facendo gli 11 morti. In particolare, Trombetti avrà novanta giorni di tempo per rispondere ai quesiti posti dai pm Maria Angela Sighicelli e Roberto Guerzoni a cui è affidato il fascicolo. La Procura vuole sapere se i prefabbricati crollati vennero costruiti in conformità al progetto, rispettando le norme vigenti, i criteri di buona tecnica civile e industriale e le comuni regole di diligenza, perizia e prudenza. Il consulente potrebbe avvalersi della collaborazione di un sismologo. Gli indagati, a loro volta, potranno nominare un consulente di parte. «Speriamo di avere le prime risposte entro fine anno», ha detto Zincani. «Gli indagati sono molti - ha spiegato ancora - perché molte sono le figure che hanno a che fare, a vario titolo, con i capannoni: dai proprietari ai costruttori, dai progettisti ai collaudatori. Gli avvisi di garanzia sono atti dovuti, si tratta di un atto tecnico per garantire agli indagati di partecipare agli accertamenti». Parallelamente all'inchiesta modenese c'è quella della Procura di Ferrara, aperta subito dopo la prima scossa del 20 maggio, che uccise sotto le macerie quattro operai del turno di notte di tre aziende del Ferrarese. Da tempo a Ferrara sono 28 gli indagati, tra costruttori, titolari delle aziende e tecnici. L'ipotesi di reato è di omicidio colposo. È inoltre in corso dal luglio scorso una perizia tecnica che ha visto in queste settimane la concessione di una ulteriore proroga per altri 4 mesi, fino a dicembre, e che dovrà verificare gli aspetti tecnici dei crolli e i motivi del cedimento delle strutture nelle aziende Tecopress di Dosso, Ursa di Stellata e Ceramiche Sant'Agostino, dove appunto sono morti gli operai il 20 maggio, in seguito alla scossa delle 4.04 registrata nel Ferarrese. Peraltro questa mattina alle audizioni fissate a Bondeno dalla commissione parlamentare sugli infortuni sul lavoro sono convocati sia il Procuratore reggente di Ferrara Nicola Proto, sia il procuratore di Modena Zincani. La commissione già oggi pomeriggio ha compiuto alcuni sopralluoghi nei capannoni crollati. MODENA Dopo il sisma la normalità torna a scuola 500alloggiprivati per le famiglie ancorasenzatetto Il primo giorno di scuola per i bambini delle elementari di Cavezzo (Mo) FOTO ANSA ITALIA Ripartite le lezioni neicomuniemilianicolpiti dal terremoto.Strutture provvisorieperaccogliere glialunnidegli istituti inagibili.«Maripartiamo» CLAUDIOVISANI BOLOGNA Cinquecentocaseprovate sarannomesseadisposizione di quanti sono ancorasfollati. È l'obiettivocheComunie provincia diModena si sono posti con l'accordosigliato ieri assiemealla Aziendaper la Casa dell'Emilia Romagnadi Modena.Sarà l'Acer adoccuparsidi reperiregli alloggi chesarannopoi concessi inaffitto perun periodomassimodi 18 mesi,a frontedelpagamento di un canoneconcordato con la proprietà,pagato daAcer, con coperturaassicurativa. Uno dei capannoni crollati a Sant'Agostino (Ferrara) FOTO ANSA Capannoni crollati quaranta indagati nell'inchiesta «Un atto dovuto» spiega il procuratore capo di Modena Una perizia sulle cause dei cedimenti PINOSTOPPON MODENA ILREPORTAGE 14 martedì 18 settembre 2012
SeTristanoeIsotta parlanoperuviano LUCADELFRA CULTURE «GLIAREACISONO ANCORA».RASSICURATIDAPATRIZIO FARISELLI, TASTIERISTA DEL COMPLESSO PIÙ INCLASSIFICABILEEDECISIVODELLASCENAMUSICALEITALIANA,gli domandiamo di un suo progetto parallelo, che aprirà stasera la stagione jazzistica del Fermento, benemerito locale milanese. «È un trio jazz, con me al piano, Marco Vaggi al contrabbasso e Giovanni Giorgi alla batteria. Dopo un lungo passato di collaborazione, ci stiamo impegnando nella rielaborazione di un repertorio particolare. Si tratta di composizioni, che tengo nel cassetto in attesa di occasioni speciali, contraddistinte da una certa complessità ritmica e musicale e da un ricorso sistematico all'improvvisazione e ai tempi dispari» …dicuianche gli Area facevano largo uso… «L'interesse per i tempi dispari è maturato lentamente dalla saturazione per i tempi pari con cui il mondo occidentale ci affligge. È salutare lasciarsi sedurre da altre regolarità, come ad esempio la visione ritmica del mondo balcanico, poco prevedibile e molto raffinata. La mia sfida è trattare un 7/4 o un 15/16 con la stessa disinvoltura con cui tratterei i tempi di valzer. L'effetto è dirompente non solo su noi che suoniamo, ma anche sull'ascoltatore, portato ad avventurarsi in territori inesplorati, senza partiture a cui fare riferimento o melodie note da ritrovare. E quando la serata funziona si crea una forte empatia e ci si spinge tutti insieme un po' più in là». Quandohai scoperto il jazz? «Incontrai questa strana musica quando avevo sedici anni e bazzicavo l'ambiente beat di Forlì. Al Festival Jazz di Bologna vidi suonare il trio di Bill Evans, con Eddie Gomez al contrabbasso e Jack DeJohnette alla batteria. Una formazione al massimo del suo splendore, che aveva inciso da poco il famoso disco Live in Montreux. Non so cosa capii di quella sera, ma mi fu chiaro che non avrei potuto non fare i conti con quella dimensione nuova: fu un impatto profondo con l'improvvisazione, che oggi mi interessa molto per i suoi aspetti cognitivi, per il desiderio di capire quale processo porti, soprattutto in chi suona ma non solo, dal foglio bianco all'atto creativo. Negli ultimi tre anni ho sottoposto questa curiosità a molti miei amici, che amano cimentarsi nell'improvvisazione, e dopo la prima ondata di sberleffi, perché a una richiesta del genere ti mandano inevitabilmente in quel posto, si sono sforzati di tradurre in parole una faccenda piuttosto misteriosa, sfuggevole e difficile da definire». Bene. Correndo il rischio che mi ci mandi anche tu, ti chiedo:che cos'èper te l'improvvisazione? «Non mi aspettavo per niente questa domanda! Ma ho una bella risposta da darti: l'improvvisazione è uno stato della mente. Questa definizione non delinea staticità, ma rispecchia l'atteggiamento che si ha quando ci si appresta a inventare qualcosa. Anche noi, in fondo, stiamo improvvisando: in ogni risposta ti offro uno spunto per la domanda successiva». Elasuccessivaè:quantaconsuetudine,oallenamento,civuoleperchédeimusicistiimprovvisinoinsieme conrisultati apprezzabili? «Ormai tra i jazzisti gira una tale quantità di informazioni condivise, che ognuno può suonare con chi vuole. Un altro discorso è scegliere il partner adatto all'esplorazione comune di territori imprevedibili: qui entra in gioco la disponibilità a condividere esperienze, un po' lo stesso meccanismo che scatta quando due o più persone si stanno simpatiche. E noi sappiamo che stasera tenteremo di inoltrarci in qualcosa che, se tutto andrà bene, alla fine ci renderà felici e darà gioia al pubblico». È la stessa gioia che gli Area mettevano insieme alla rivoluzione? Che cosa rimane dell'ideologizzazione diquegli anni? «Ritengo che oggi per un artista sia l'arte il grimaldello per scatenare le coscienze. Quanto a me, oggi sono ancora più incazzato di quando avevo vent'anni. L'arte degli Area di schierarsi politicamente trovava una sponda formidabile nella voce di Demetrio, con cui le parole venivano caricate del senso giusto per stimolare la gente al pensiero. E tutto questo rimane intatto nella mia figura di cittadino e di compagno, insieme alla convinzione che anche la musica abbia risvolti politici. La qualità dell'arte ha una conseguenza in chi ne fruisce, e ogni cosa fatta bene fa bene».9 IL CICLO DI LIEDER HARAWI DI OLIVIER MESSIAEN È UN RAFFINATO E BIZZARRO CORTOCIRCUITO TRA LA LEGGENDA DI TRISTANO E ISOTTA e i miti di amore e morte del folclore peruviano. Scritto nel 1945, epoca in cui di multiculturalismo e di fusioni culturali si sproloquiava assai poco, e destinato a una esecuzione da concerto da camera ha trovato la scena alla Sagra musicale Malatestiana per una mise en espace del collettivo Santasangre, la voce del soprano Matelda Viola, e il pianoforte di Lucio Perotti. Leggenda nordica di origine celtica, cristallizzatasi nei romanzi cortesi medioevali, la vicenda di Tristano e Isotta arriva alla modernità soprattutto grazie a Richard Wagner: la irresistibile passione amorosa degli amanti clandestini svela la sua natura istintiva e sessuale, diviene percorso di redenzione e, secondo i principi del Romanticismo, di morte. Messiaen, profondamente affascinato dal Tristan di Wagner, voleva sfuggire all'emulazione. Nel canto Harawi, appartenente al folclore peruviano, trova i solventi per smaterializzare la vicenda in una dimensione impalpabile, fatta di suoni, colori, e poi fiori, animali, liquidi, stelle, cielo squisitamente immaginari. La notte wagneriana diventa perciò un colore, il nero. Ma soprattutto suoni: la raffinatissima fusione nel testo dello stesso compositore di francese e parole amerindie, una musica che si libra seduttiva e tagliente. Santasangre propone una lettura forte e intrigante, dove tecnologia e trucchi digitali in cui sono maestri non hanno parte preponderante. Ambientazione con proiezioni video in una città, anonima e contemporanea: in scena troviamo gli eccellenti Maria Teresa Bax e Marcello Sambati. Ci raccontano una vecchiaia forse non sciolta nei movimenti, ma che può avere la forza e la leggerezza di un atleta agli anelli, e ancora lo sguardo di un uccello rapace: perché l'amore e la morte si congiungono nella passione di una vita che è arrivata a confrontarsi con il nero. Ma senza alcun sentimentalismo, e con lievi cali di tensione, la scena sembra cogliere e viaggiare sulle risonanze, anche nascoste, della musica di Messiaen, trovando intesa con i bravi interpreti musicali. Ma i miti di amore e morte, Isotta e Tristano, restano pur sempre collegati a un'idea di giovinezza, così questa mise en espace forse suggerisce qualcosa sul nostro tempo. INBREVE MUSICA Vascorestaancora inospedale VascoRossi rimanericoverato nella clinicabolognese Villalba.«Dagli accertamentieseguiti - spiega il bollettinomedicodeldirettore sanitario,Paolo Guelfi -è emersa la necessitàdi riattivareuna terapiadi non brevissimoperiodo,ciò implica un prolungamentodella degenza. Le condizionidel pazienterestano stazionariee richiedono lamassima concentrazioneecollaborazione divari specialisti». Laparentesi jazz di Fariselli Il tastieristadegliAreaprova «altre»noteoggiaMilano IntrioconMarcoVaggieGiovanniGiorgiapriràstasera lastagionedelFermento.«Volevorielaborarecomposizioni tenutenelcassetto,ma-rassicura-gliAreaesistonoancora» VALERIOROSA FILARMONICA ROMANA MishaMaiskyapre lastagioneil21ottobre Dopo un'anteprimacon lo spettacolo-concertocomico PaGAGnini saràMischaMaisky col suo violoncelload aprire la stagione il 21 ottobreconuna serata dedicataaBach. Trentagli appuntamenti incartellone conpercorsidal baroccoal teatro musicalealladanza con il ritornodei Momixe deiMummenschanz. Duei drammimusicali:Fatwa diScarlato e La stanza di Lena di Daniele Cranini. E nomicomeMullovae Bahrami. AllaSagraMalatestiana iLiederdiMessiaen mescolanola leggendanordicaal focloredelPerù Il jazzistaPatrizio Fariselli IPERCORPI AForlìun festival dedicatoal lavoro Lavoro: domestico,manuale, concettuale,artistico eartigianale, assenteoda inventare. Il lavoro da rappresentare, il lavoro dell'artista, la precarietàdelmondodel lavoro. Questo il filo rossodella VIIedizione del festival Ipercorpo, ideato daCittà di Eblae Davide Ferrie diretto daClaudio Angelinidal 18 al23settembre 2012a Forlìpresso l'ATR, exdepositodi autobus.Tra i protagonisti:Anagoor, Pathosformel,MirtoBaliani, Teatrino Clandestino,TeatroSotterraneo DIARI PremioPieve,vince «Odisseadellamiavita» Il siciliano CastrenzeChimento,77 anni,diAlia, inprovinciadi Palermo, autoredi«Odisseadella mia vita»è il vincitoredell'edizione2012del Premio DiaridiPieve SantoStefano,da quest'anno intitolato al suofondatore, il giornalistascomparsonel novembre scorsoSaverio Tutino. Ilpremio«Cittàdel diario», invece,quest'anno è andatoal registaNanniMoretti ospited'onore di questaedizione. FOTO VITERBOFOTOCINE U: 26 martedì 18 settembre 2012
ILREPORTAGE Piccoleanimesalve Unapiècedeibambinicambogiani controgliabusidel turismosessuale SOK SBATTE CON VIOLENZA LA BOTTIGLIA SULLA SCHIENA DI KEAT: E' UBRIACO E PICCHIA LA MOGLIE CHE,PERMANCANZADISOLDI,NONHAPREPARATO LACENA.Poco dopo, quando arrivano due donne ben vestite che gli propongono di anticipargli il denaro per far lavorare le due figlie in città, acconsente senza esitazione. Le ragazze cominciano così a essere schiavizzate dalle due "ladies" che contrattano il loro prezzo sul mercato del sesso. Le vicende delle due giovani sono parte di uno spettacolo teatrale realizzato da Ecpat, rete internazionale di ong contro lo sfruttamento sessuale dei minori, per coinvolgere gli adolescenti nella lotta contro l'abuso a Rusey Keo, quartiere della periferia di Phnom Penh. Una platea di ragazzini, che segue con attenzione gli avvenimenti sul palco, esplode in urla eccitate nel momento in cui "il cliente" esce dall'angolo in cui una delle ragazze è stata relegata, facendo il gesto di riallacciarsi i pantaloni. «Ragazzi ricordate che questo spettacolo non è solo per intrattenervi. Dovete comprenderne il senso per proteggervi dagli abusi e insegnarlo agli altri bambini del quartiere». Eng Kalyan è responsabile del progetti, che è stato lanciato in questi giorni nella capitale della Cambogia per mettere un freno al fenomeno che sta rubando l'innocenza a una generazione: delle circa 60.000 persone che si stima siano coinvolte nella prostituzione, secondo l'Unicef il 30-35% sono minorenni. Di sera, sul lungofiume di Phnom Penh, a due passi dal Palazzo Reale, la zona turistica della città, è facile incontrare giovanissime ragazzine o adolescenti locali che accompagnano uomini occidentali di età avanzata. Ma questa è solo la punta dell'iceberg del fenomeno perché nella maggior parte dei casi gli abusi sui minorenni sono compiuti da uomini asiatici: «Oltre a essere meno visibili, sono più furbi degli occidentali spiega Chin Chanveasna, direttore di Ecpat Cambogia – invece di esporsi in strada, chiedono a un protettore che il minore gli venga portato direttamente in albergo». La prostituzione minorile è alimentata in Asia dalla convinzione che unirsi a una vergine purifichi e dia potere. Per un rapporto sessuale con una di loro, uomini d'affari cinesi o sudcoreani, ma anche alti funzionari e militari cambogiani, sono disposti a pagare tra gli 800 e i 4.000 dollari. Una benedizione per una famiglia povera in un paese dove il salario di un'operaia è 50 dollari, ma anche una porta d'accesso, pericolosamente diffusa tra le ragazze, alla strada senza uscita della prostituzione. Secondo una ricerca realizzata nel 2010 da Ecpat Cambogia, più di un terzo delle ragazze di strada ha cominciato a prostituirsi a 16 anni, vendendo la verginità. Quasi la metà di queste è stata costretta a farlo con la forza. È, probabilmente, quello che è successo a Ieng, incontrata in un bar del quartiere a luci rosse di Mai Da, nella periferia di Phnom Penh: Oltre un centinaio tra karaoke bar, centri massaggi e nightclub - che sono bordelli travestiti, poiché formalmente la prostituzione in Cambogia è illegale - più un indotto di guesthouse per consumare i rapporti, bancarelle aperte tutta la notte e supermercati che accanto alle casse, oltre ai preservativi, espongono confezioni di viagra. Ieng ha la pelle chiara, molto ambita da queste parti, un fisico minuto e modi infantili che stridono con il trucco pesante. Racconta di essere nata in Vietnam e di essere arrivata qui due anni fa, perché la famiglia non aveva più i soldi per farla studiare. Per 2000 dollari ha venduto la sua verginità a un "rich man" cinese e ora lavora come beer girl: accompagna i clienti del bar mentre bevono birra e se vogliono negozia una prestazione, che in media costa dai 15 ai 25 dollari, 10 dei quali restano al locale. Accanto a Ieng c'è Meas, anche lei molto truccata e molto giovane. Secondo l'edizione 2010 del Database Report on Sexual Trafficking, Exploitation and Rape realizzato analizzando i dati di un centinaio di associazioni attive per i diritti dell'infanzia in Cambogia, il tramite per entrare nella prostituzione è nel 60% dei casi è un conoscente, nel 13% dei casi un parente, nel 9,2% addirittura un genitore, a volte non pienamente consapevole. «I bambini tendono a pensare che lo sfruttatore sia uno straniero, una persona lontana dal loro mondo, ma la maggior parte delle volte non è così», mi spiega Kalian, in una pausa delle prove dello spettacolo. «La violenza intrafamiliare e il maltrattamento dei bambini, sono primi passi verso il loro futuro abuso». Per questo nella rappresentazione teatrale viene messa in scena anche la famiglia "buona" dove i genitori dialogano con i figli e riescono a dire di no alle lusinghe degli sfruttatori. È importante che i ragazzi imparino a difendersi da soli perché, nonostante le pressioni delle ong abbiano portato nel 2008 all'approvazione di una legge contro lo sfruttamento sessuale dei minori, la corruzione diffusa tra polizia e funzionari pubblici rende molto difficile farla rispettare. «Vogliamo che i bambini siano protagonisti della diffusione dello spettacolo, oltre che della sua messa in scena. Solo loro possono cambiare le cose», dice Kalian. Il progetto, che coinvolge una trentina di ragazzi dagli 8 ai 16 anni è stato finanziato grazie al sostegno dei loro "padrini" a distanza italiani. Con Mak Ravieng, presidente dell'associazione locale che gestisce le adozioni a distanza garantite da Ecpat Italia, andiamo a visitare alcune delle famiglie dei bambini sostenuti. Ravieng ha 33 anni, è cresciuta in un orfanotrofio. Grazie a un "padrino" francese si è laureata in psicologia e da tre anni guida un'associazione che gestisce oltre 1000 sostegni a distanza. Oun è una vivace ragazza 16 anni che ama recitare e danzare, sempre impeccabile nella sua divisa. La madre vende in strada dolci di riso, ma Oun, che è molto brava a scuola, vuole diventare dottore. Così il programma la sosterrà all'università l'anno prossimo. «Possiamo pagarti la bicicletta per andare all'università, il motorino no, o almeno non tutto» le dice Ravieng. L'ultima delle sette famiglie che visitiamo vive al secondo piano di casa in muratura. La madre delle due ragazze lavora come beer girl in un karaoke bar ed è sieropositiva da anni. Il marito è morto di Aids. Le due figlie hanno entrambe la sua bellezza ma una, la più grande, ha ereditato anche il male. Capisco subito qual è. Mentre Sokya è radiosa di vita, Chun ha lo sguardo perso e a 14 anni appare già esausta. Va male a scuola ma viene aiutata dalla sorella. Stiamo per andarcene quando Sokya si rivolge a Ravieng: «Da grande anche io voglio essere come voi, voglio lavorare in una ong per aiutare gli altri bambini!». L'INTERVISTA : AnselmKiefer:«Lastoriaèdegliartisti» PAG. 21 CINEMA : Lascuola ritornasulgrandeschermocon«Il rossoe ilblu»diGiuseppePiccioni PAG. 22 CULTURA : WuMing2 inviaggioapiedidaFirenzeaBolognaper la libertà PAG. 23 U: L'iniziativaèdella reteEcpat chehadecisodi raccontare losfruttamentosulpalco Gliattori sonominoridei quartieria rischiodiPhnom Penh.Checosì imparano arifletteresuipericoliche corrono,perproteggerese stessie lepropriecomunità LUDOVICAJONA PHNOMPENH Labambolada difendere: unodei loghiusati daEcpat, laong schierata per la tuteladell'infanzia nelmondo martedì 18 settembre 2012 19
Primarie, Vendola: così non mi candido Bersani: Nichi deve esserci in questa sfida Il leader Sel: se è una partita nel Pd non ci sto La versione ufficiale fa riferimento all'inchiesta di Bari che lo vede coinvolto per presunte pressioni fatte per riaprire un concorso: «Per partecipare alle primarie devo essere immacolato», dice Vendola. Ma le ragioni sarebbero altre: «Sono primarie del centrosinistra o solo del Pd? Voglio un chiarimento». In serata le parole di Bersani: «Nichi deve restare con noi in questa sfida». CARUGATI ZEGARELLIAPAG. 6-7 Staino PIETROSPATARO L'INTERVISTA - «INOSTRI DUBBI SUMARCHIONNE ERANOFONDATI» AnselmKiefer «Lastoria è degli artisti» Calcagnopag.21 Alcinema tra ibanchi conPiccioni Gallozzipag.22 GUIA SONCINI Promette tagli e dimissioni Ma tutto resta come prima L'ANALISI PASQUALEFERRARA APAG.8 E il Berlusconi anti-Europa spacca il Pdl UNA BRUTTA STORIA COMINCIATACON OSTRICHE E CHAMPAGNE FINISCE MISERAMENTE a tarallucci e vino. E una presidente di Regione come Renata Polverini, che ha condotto la propria campagna elettorale sull'onda dello slogan popolare «con te», rischia di passare alla storia come il capo di una maggioranza nella quale si aggirano volgari faccendieri e arroganti imbroglioni. Signori venuti dalla provincia, ben protetti politicamente, molto scaltri e altrettanto furbi che hanno scalato il partito. SEGUE APAG. 17 Il dovere di un presidente Asili, le insostenibili rate E le mamme restano a casa L'inchiesta: mandare un figlio al nido può costare il 10% del reddito familiare Bolzano la città più cara: 399 al mese Le storie: cosa succede a Catanzaro Bologna e Brescia A PAG. 12-13 Cambogia, i bambini si ribellanoagli orchi Jonapag. 19 Polverini si veste da Batman U: LA QUESTIONE, COME SEMPRE NELCASO DEL MOVIMENTO CINQUE STELLE,È NETTA. E LA SOLUZIONE È CRISTALLINA, senza inutili verbosità. Giacché, come da incipit del post sul blog di Beppe Grillo con cui ci è stata annunciata la prossima rivoluzione, «Ci sono una, cento, mille democrazie». SEGUE A PAG.8 Onorevoli grillini scelti con un «like» Berlusconi? Non lo prendo sul serio, non do valore alle sue parole e spero davvero che i più nel suo partito non lo seguano KarlLamers excollaboratorediHelmut Kohl In tutti i processi politici complessi, e specialmente nelle transizioni, vi sono «attori» che non perseguono altro obiettivo che quello del «deragliamento». In altre parole, vi sono forze politiche, sociali ed economiche che scommettono sul fallimento piuttosto che sugli esiti positivi. SEGUE APAG. 10 Islam, i profeti di sventura Ora per La7 anche l'offerta dei cinesi H3G Drammatico discorso del governatore del Lazio dopo lo scandalo delle spese pazze del capogruppo regionale Pdl Franco Fiorito, detto «er Batman». Prima si scusa con i cittadini poi parla «di estirpare i tumori che sono qui, come quelli che erano nella mia gola». Infine la promessa di un piano di tagli: «O una svolta profonda o tutti a casa. Io per prima». E il Pd la incalza: «Noi votiamo i tagli, ma lei si dimetta». BUFALINI CAMUSOAPAG.4-5 Camusso: «Se Fiat lascia arrivi un altro produttore» EMILIA Studiare nel «cratere»: a scuola dopo il terremoto In parrocchia o sotto la tenda di un circo: intanto si riparte VISANIAPAG. 14 FANTOZZI APAG.4 Il governo batta un colpo sulla Fiat e sul rilancio dell'economia. Lo dice Susanna Camusso che invita Monti «a difendere l'apparato industriale» e rilancia la sua proposta: detassare le tredicesime MATTEUCCI APAG.2-3 «Il lavoro è la priorità del Paese» «Con le imprese possiamo fare una pressione comune sul governo per cambiare rotta» «Al Lingotto ora si può ricostruire una unità tra i sindacati» Tigella: io blogger italiana nella piazza di Occupy Claudia Vago Cento arresti a New York per l'anniversario di Zuccotti Park Claudia Vago, voce del movimento su twitter, racconta a l'Unità la protesta un anno dopo LOYMASTROLUCA APAG. 9 1,20 Anno 89 n.258Martedì 18 Settembre 2012
Certo, la domanda eraun po' ingenua. Checosa avrebbe potutorispondere AngelaMerkel a chi le hachiesto, nella conferenza-stampa della ripresa politica, la più importante dell'anno, come prenderebbe un ritorno di Berlusconi alla guida dell'Italia? «Sono una democratica e rispetto i risultati delle elezioni» e, per favore, fatemi domande che attengano alle «mie competenze». Cioè: parliamo di Germania e di Europa. Se qualcuno si aspettava che nel giorno della sua massima soddisfazione di sé la cancelliera si tuffasse a piedi giunti in una gaffe internazionale ingerendosi come un elefante nelle faccende interne d'un paese sovrano è rimasto deluso. Anzi, aveva fatto male ad illudersi. E diciamolo: la domanda era anche abbastanza inutile. ICOMPITI ACASA Negli ultimi mesi del governo Berlusconi l'idea che dell'uomo circolava per la cancelleria di Berlino era del tutto chiara. Interruzione di ogni colloquio tète-à-tète, sospensione delle consultazioni governo-governo, freddezza ostentata durante gli incontri dei leader, inviti al governo italiano a «fare i compiti a casa» senza indugi e senza trucchi. Dalla fine dell'inverno del 2011 i rapporti ufficiali con l'Italia erano stati pesantemente ridimensionati. E poi, magari non sarà andata proprio così, ma le voci ricorrenti di una drammatica telefonata di Frau Merkel a Napolitano anche a nome di Obama e dei principali leader dell'Eurozona perché trovasse il modo di liberare l'Europa dall'imbarazzante personaggio, non sono mai state smentite in modo convincente. Forse non fu proprio una richiesta esplicita, ma l'atteggiamento delle cancellerie non lasciava dubbi, e al Quirinale lo conoscevano bene. D'altronde, persino gli elogi riservati a Mario Monti e una plateale manifestazione di rispetto per le scelte future del governo italiano racconta, per contrasto, quanto poco Berlino si fidasse dell'Italia di «prima». Dalla cancelliera è venuto solo un cenno indiretto (ma chi voleva capire ha capito), ma il confronto tra quanto avvenne dopo il primo intervento sostanzialmente salva-Italia della Bce di Trichet e quanto sta avvenendo adesso con la Bce di Draghi è pesantemente evocato dai media: allora il vantaggio ricavato dal calmieramento dei rendimenti dei bond italiani provocato dagli acquisti dell'Eurotower sul mercato secondario dei titolifu dissipato dal governo Berlusconi nel tentativo di svicolare alle riforme che tutti chiedevano all'Italia, a cominciare dalle pensioni. Stavolta la strategia della Bce è accompagnata, proprio per la ferrea volontà tedesca, al preciso impegno, per i paesi che ne beneficiano, di chiedere ufficialmente l'intervento dei fondi di stabilità: l'Efsf residuo e (finalmente) l'Esm. Ciò significa accettare le condizioni e i controlli esterni previsti per ricevere gli aiuti. Ma la cancelliera è stata ben attenta a non evocare lo spinosissimo problema che un Memorandum of Understanding o qualsiasi cosa simile solleverebbe in Italia, anche con il bravo Mario Monti alla guida del governo. Chiedere o no l'intervento dei fondi è «una questione che riguarda solo l'Italia» e solo l'Italia può decidere in materia, ha risposto a un giornalista economico che le chiedeva, invano, di commentare le recenti dichiarazioni del presidente della Confindustria italiana Squinzi sull'opportunità che l'Italia chieda subito il ricorso all'Esm. Aggirato con abilità lo scoglio italiano, la conferenza stampa della cancelliera è corsa via tranquilla sull'onda di una soddisfazione di sé del capo del governo che ricordava i memorabili autocompiacimenti di Helmut Kohl, l'uomo del va tutto benissimo. Inutilmente i giornalisti hanno cercato di attirare Frau Merkel sul terreno delle cose che non vanno affatto bene: i primi segnali di recessione anche in Germania;il gravissimo scandalo delle coperture che il servizio segreto avrebbe assicurato a un assassino neonazista; le liti che accompagnano una, per ora abortita, riforma in senso «familista» dell'assistenza agli anziani e ai malati; gli stessi, sempre più evidenti segnali di scollamento dalla coalizione di liberali e cristiano-sociali bavaresi. AUNANNO DALVOTO Niente da fare: ieri si parlava di euro e di strategia europea anti-crisi, i terreni sui quali Angela Merkel sa di essere più forte nei consensi popolari. Almeno oggi, a poco più di un anno dalle elezioni federali dell'autunno 2013. Nessuna novità di rilievo sulle materie economiche europee, ma una conferma che certamente non farà piacere almeno agli spagnoli e che potrebbe portare con sé contrasti e liti future. È quella della posizione di Berlino sull'Unione bancaria. La Germania è contraria all'accelerazione che le autorità di Bruxelles e gli uffici dell'Eurotower stanno cercando di imprimere al dossier. Meglio procedere piano sulla base di posizioni consolidate che correre verso soluzioni pasticciate. Tutti sanno che dietro questa apparente saggezza si nascondono anche le difficoltà enormi che Berlino avrebbe con le casse regionali dei Länder. Lo sanno anche a Madrid, che sul passaggio della vigilanza sulle banche europee alla Bce contava di ricavare qualche garanzia in più per i suoi disastrati istituti finanziari. vizioso da cui siamo appena usciti». Pare non sia felice delle novità nemmeno Alfano, che pure diplomaticamente commenta: «Potendo noi vogliamo sempre abbassare le tasse». E «Silvio è il nostro candidato naturale». Anche tra i parlamentari regna lo scetticismo. Giuliano Cazzola si dissocia apertamente: «Se la nuova linea del Pdl è quella del Berlusconi in crociera, io non sono d'accordo. Sto con l'Europa e con le decisioni che il Parlamento ha assunto nell'attuale legislatura, in coerenza con le indicazioni delle istituzioni della Ue e della Bce». Il deputato si augura pure la “camicia di forza” del fondo salva-Stati: «Spero che Monti lo richieda. Così sottoscriverà degli impegni che anche il prossimo esecutivo (qualunque sia la maggioranza che lo sostiene) dovrà rispettare». Sceglie l'ironia il Repubblicano Nucara: «Bella idea abolire l'Imu. Per la copertura basterebbe farla pagare alla Chiesa». Addirittura sarcastico Osvaldo Napoli sull'Imu: «Va abolita, ma a differenza del 2008 il Pdl stavolta indicherà la copertura, così saranno tacitati i detrattori che accusano di populismo». Il partito derubrica la rentrèe tardo-estiva del leader ad antipasto di campagna elettorale. Ma sotto il tappeto i problemi restano. Berlusconi ha assestato un altro colpo ad Alfano (se è «il migliore in campo» e pure giovane, perché non lo candida premier?), non ha sciolto la riserva su se stesso (che dipenderà dalla legge elettorale e dalle scelte future di Monti), ma sembra che anche la ricerca dell'outsider di indiscusso successo langua. E l'endorsement velenoso a Matteo Renzi («Spero che vinca le primarie» ma ovviamente il Cavaliere si augura il contrario) gli si sta ritorcendo contro. Fatto per spaccare il Pd, ha portato allo scoperto la corrente (sinceramente) «renziana» nel Pdl. Da Nunzia de Girolamo, che ritiene il sindaco di Firenze «meglio di Gasparri e La Russa», a Guido Crosetto che aulicamente vede in Renzi «il futuro del Paese... dato che il presente si chiama Fini, D'Alema, Monti, Casini (dimenticato qualcuno? ndr)». Insomma, la svolta generazionale piace a destra. Al netto delle ironie su Twitter: «La nuova storia d'amore con Renzi conferma l'attrazione di Berlusconi per persone molto più giovani di lui». PAOLOSOLDINI . . . Unione bancaria: la Germania è contraria all'accelerazione della Bce e delle autorità Ue Marrazzo». Ma anche Marrazzo - lo ricorda il suo avvocato Luca Petrucci non è indagato e, quanto alle spese, l'accusa del capogruppo Pd Esterino Montino è che «il bilancio del consiglio con la sua maggioranza è aumentato di 15 milioni». Montino ribadisce in aula quello che considera un suo errore: «Avevamo perplessità ma abbiamo accettato il contributo ai gruppi che la sua maggioranza ha deciso». Ora apprezza, delle conclusioni della presidente, l'annuncio che la Regione si presenterà parte civile contro Fiorito. Ma le opposizioni chiedono tagli più significativi di quelli proposti. Nota Vincenzo Maruccio, Idv: «Potevate già presentare come giunta progetti di legge, anziché un semplice ordine del giorno». Montino chiede che sia messo ai voti anche il documento delle opposizioni, più radicale di quello della presidente: il taglio delle indennità di funzione, a cominciare proprio dalla presidenza e dalla giunta, la riduzione del 50% dei fondi non obbligatori a disposizione del Consiglio regionale e dell'ufficio di presidenza. Richiesta non accolta. Viene messo ai voti il documento della Polverini: prevede di dimezzare i fondi ai consiglieri, destinati al cosiddetto rapporto «eletti-elettori», di azzerare il contributo ai gruppi, quello che ha consentito a Fiorito di gestire quasi 8 milioni di euro in due anni. I contributi funzionali, invece, saranno sospesi fino all'approvazione di regole per la certificazione. La riduzione di spesa della presidenza del consiglio, infine, è da «armonizzare con gli uffici della giunta», odg approvato con 41 voti a favore, 23 astenuti, 3 assenti. Ora l'appuntamento è per venerdì e bisognerà vedere se alle parole seguiranno i fatti. Sullo scandalo del Lazio interviene Pier Luigi Bersani: «Polverini valuti le conseguenze politiche», il rischio è che quella maggioranza militarizzata ma sgretolata non sia in grado di governare. Interviene Nicola Zingaretti: «Uno scandalo, è evidente che saranno accertate responsabilità individuali ma non nascondiamoci dietro un dito. La politica colga l'occasione per cambiare tutto, non solo nel finanziamento ma anche nel funzionamento: deve finire la logica della spartizione su tutto che mortifica la qualità». La governatrice della Regione Lazio Renata Polverini, durante il consiglio di ieri FOTO DI MAURO SCROBOGNA/LAPRESSE ILCASO ma non lascia . . . In casa «tutto va bene» nonostante i primi segnali di recessione e gli scandali legati ai servizi segreti Basta con le discussioni sullapermanenza della Grecianell'Eurozona, va posta «la parola fine al dibattito strisciante» che danneggia e crea tensione non solo nel Paese coinvolto perché «le crisi sociali possono essere fonte di gravi sconvolgimenti sul piano politico e possono mettere in grave pericolo la democrazia». Bisogna ricordarsi sempre che Atene è nell'euro, per tutti «una conquista irrinunciabile», e bisogna darle il tempo necessario per rispettare gli impegni presi per il risanamento dei propri conti pubblici. Così il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano al termine dell'incontro al Quirinale con il presidente greco, Karolos Papoulias. «Ho ribadito al presidente Papoulias che l'Italia è da sempre profondamente convinta del fatto che la Grecia rappresenti una componente essenziale della civiltà e della storia dell'Unione europea, è parte integrante del nostro continente ed ha contribuito al percorso di integrazione dell'Ue» ha detto Napolitano che ha voluto sottolineare come la crisi in Grecia si sia sviluppata «per gli errori commessi dalle sue classi dirigenti che hanno portato tensioni con le istituzioni europee e la necessità di chiedere sostegno e disponibilità, con sacrifici dolorosi». L'Italia «è partecipe degli sforzi compiuti» ed è consapevole che ci sono state «troppe oscillazioni nel rapporto tra l'Unione europea e la Grecia, nell'impegno della Ue verso quel Paese» con una serie di «incertezze, di alti e bassi che alla fine hanno elevato il costo che l'Ue deve affrontare per portare Atene fuori dalla crisi». Gli impegni che la Grecia ha preso con l'Europa per uscire dalla crisi sono stati tutti riconfermati dal presidente Papoulias che non ha mancato di elencare nel dettaglio tutti sacrifici che i greci, con non poche conseguenze sociali, sono stati chiamati a fare. Sacrifici importanti che forse hanno «bisogno di più tempo» considerando anche che, ha detto Papoulias, «la crisi dell'euro è un problema politico e come tale dovrà avere una soluzione politica». Alla Grecia prima e poi all'Italia toccherà la guida del semestre europeo nel 2014. Un anno “mediterraneo” in cui ribadire la sintonia sulle politiche comunitarie dei due Paesi. Napolitano: «Dare alla Grecia il tempo per uscire dalla crisi» Lacancelliera risponde condiplomazia alledomandesuBerlusconi Esull'eventuale ricorso al fondoSalva-Stati:«Èuna sceltachespettaall'Italia» MARCELLACIARNELLI ROMA Merkel e il ritorno di Silvio: sono democratica, decide il voto martedì 18 settembre 2012 5
L'intervento/2 Come Berlusconi usa la leva di Renzi Eugenio Mazzarella deputato Pd NONCREDOCHECOMMENTANDOTUTTOILFAVOREESPRESSOPERRENZIALLEPRIMARIEDELPD(«uno dei nostri», «abbiamo le stesse idee») da Berlusconi, seguito da mezzo Pdl, abbia ragione il mio giovane amico Dario Ginefra: «Nel Pdl sta succedendo quello che generalmente accade quando in un campionato del mondo la propria nazionale viene eliminata: si fa il tifo per un'altra squadra, quella che si ritiene per modulo di gioco piu' affine alla propria». Il Pdl in sostanza sarebbe messo talmente male che non gli resta che «commentare le primarie degli altri». Mi piacerebbe associarmi all'ironia, ma Berlusconi «comunica», e fa comunicare mezzo Pdl, mai a caso. Berlusconi sta già avanti alle primarie. Sta comunicando sui suoi possibili esiti. Vince Renzi, perde Renzi. Oltre che a «spingere» simpatie ex Pdl (i famosi «delusi») a votare in primarie aperte per Renzi, per indebolire comunque Bersani, l'unico che in caso di buon successo alle primarie e successivamente alle politiche può togliere dal tavolo il governo tecnico e un'obbligata «grande coalizione», il vero obiettivo di Berlusconi. La comunicazione pro-Renzi di Berlusconi parte da un'attenta analisi dell'«attrattività» di Renzi sul Pdl. Berlusconi comunica sui contenuti di questa cosiddetta attrattività, che in via presuntiva «allargherebbe» il campo del Pd, mostrando non a torto, ed esaltando, l'aria di famiglia con l'Italia senza lacci e lacciuoli, liberista, più che liberale, proposta dal berlusconismo al netto degli scandali. In fondo, l'altra Italia che bussa alla porta di Renzi è quella preparata da lui, non certo quella polverosa e perdente del «vecchio» Pd. «Se Renzi vincesse le primarie del Pd - sostiene il senatore del Pdl Raffaele Lauro - archiviando definitivamente il postcomunismo, porrebbe la premessa per una grande aggregazione, moderata e riformista, asse dei futuri equilibri politici italiani, una sorta, nella composizione sociale, di Democrazia cristiana del XXI secolo». Più domesticamente, richiamandosi alle comuni radici Gianfranco Rotondi dichiara: «Renzi è la conferma che pure per rifondare la sinistra ci vogliono i democristiani». Con questa campagna di accompagnamento a quanto già di liberismo anni '90 e di antipatia per ogni cosa che sappia «di sinistra» c'è nel format comunicativo e politico di Renzi, lo scenario su cui scommette e lavora Berlusconi si profila chiaramente. Se Renzi perde, dopo aver fallito nel suo tentativo di rinnovamento palingenetico del Pd, ampiamente segnalato a tutti da Berlusconi, anche ai suoi «delusi», non si capisce perché gli elettori guadagnati al centrodestra da Renzi alle primarie dovrebbero votare il «paladino» del vecchio apparato Bersani, il format comunicativo su cui il sindaco di Firenze ha impostato tutta la sua campagna. Insomma, con tutta la condiscendenza possibile verso il sindaco di Firenze quanto alla mano che darà «dopo» al Pd, se perde, Berlusconi sa bene che neppure Renzi, con tutta la sua simpatia, sarà in grado di dire agli elettori extra-Pd che magari lo avranno votato alle primarie: «Scusate tanto, ha vinto il “vecchio”, da noi il “nuovo” non passa mai, vi prego di votarlo lo stesso». Ne discende che da candidato che perde le primarie, Renzi al Pd a guida Bersani alle elezioni non recherà niente; ne avrà nel frattempo solo minato la credibilità. Sull'altro scenario, la vittoria di Renzi alle primarie, c'è il complemento di questo discorso. Renzi vincitore apparirebbe (e la comunicazione di Berlusconi punta a confermare questo) al suo mondo, il Pd, come un alieno, che ha vinto con un aiutino esterno e con idee divisive e non riconoscibili da quanto - ed è ampio c'è di tradizione di sinistra al suo interno. In sostanza Renzi candidato premier del Pd perderebbe a sinistra quello che eventualmente guadagnerebbe a destra, se non di più; e questo al netto della dissociazione di Vendola, e a quanto pare persino di Casini, che su questo scenario potrebbe ben preferire di accordarsi con un centrodestra non a guida Berlusconi, che lavori ad un bis del governo Monti. Più che temere Renzi come competitor, la comunicazione di Berlusconi sulle primarie Pd lavora su questi scenari. Solo così si capisce il favor espresso a tutto campo per le primarie a Renzi. Con il che si capisce anche il nullo guadagno dell'attrattività renziana verso i delusi del centrodestra per il Pd, come progetto di governo. Se l'obiettivo è invece mandare in archivio la vocazione di governo del Pd, aprire la strada ad una conferma del governo tecnico e poi si vedrà, allora la funzione politica effettiva di questa attrattività ci sta tutta. Per questo penso sia ineludibile, per chi ha creduto al Pd, lavorare al progetto per l'Italia di Bersani. Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta ViaOstiense,131/L00154,Roma lettere@unita.it Musica,culturae legge Ho apprezzato l'articolo di Luca Del Fra apparso sull'Unità del 14 settembre: in effetti l'eliminazione dei contributi ministeriali a festival jazz di prestigio internazionale suona male, miope e stonata. In particolare, il festival Una Striscia di terra feconda - che dirigo con Armand Meignan-esiste da 16 anni ed è interamente dedicato a progetti di artisti italiani e francesi, con Striscia si è voluto inventare uno spazio per musiche difficilmente riducibili in anguste categorie di genere. Un festival che influenza la programmazione di musicisti italiani in Francia e di musicisti francesi in Italia, viene ospitato dal Parco della Musica di Roma e gode di contributi pubblici per lo più francesi: ministero della Cultura, Ambasciata, afijma, Sacem. Che proprio il Mibac neghi il modesto contributo fin qui assegnato è davvero spiacevole, e incomprensibile per i prestigiosi partners transalpini. Per non parlare dei continui tagli al Roccella Jazz festival, certamente la più importante manifestazione di settore dell'intero Mezzogiorno, perla amata in tutto il mondo per la sua identità: nel 1982 puntammo sul Mediterraneo, allora una follia; e cosi inventammo un festival di originalità assoluta. Ma più in generale: nella commissione musica quanti sono gli esperti di Jazz? Si possono conoscere i curricula di tutti i membri della commissione? E costoro come vengono selezionati, vincono un regolare concorso? In Francia i contributi al jazz vengono deliberati da una qualificata commissione comprendente direttori artistici, musicisti, critici, discografici e funzionari del ministero. E da noi? Lo Stato ha il dovere istituzionale di promuovere i processi di innovazione delle pratiche artistiche e delle progettualità ad esse correlate, della ricerca. I capitali spesi per la Cultura devono essere potenziati in quanto rappresentano investimento, non elargizione, il vero profitto della Cultura è la crescita sociale e culturale del Paese, che nel tempo consente anche ricadute di tipo economico. Le opere dell'ingegno non sono merce comune, vivono su tempi lunghi e non devono subire leggi di immediato profitto, altrimenti muoiono. Ricordiamo che l'art. 1 della legge 800/67, che ancora oggi incredibilmente regola le attività musicali, enfatizza la rilevanza sociale della musica per la collettività nazionale. E intanto, dal 2005 ad oggi, i tagli del Fus hanno cancellato centinaia di associazioni, quelle che garantivano un tessuto diffuso di concerti in ogni angolo d'Italia. A quando una nuova legge che sancisca la reale pari dignità dei generi musicali? Il Jazz è materia di studi nelle istituzioni di Alta formazione artistica (Conservatori, Accademie, Università), almeno da 40 anni, nel Dipartimento di Jazz da me diretto presso il Conservatorio di Roma abbiamo 200 studenti e docenti come Danilo Rea, Roberto Gatto, Stefano Di Battista, Maria Pia De Vito... Serve una legge che regolamenti lo sviluppo della Ricerca, sostenga la musica dal vivo, incentivi le residenze d'artista anche in collaborazione con la Scuola, crei Orchestre di nuovi talenti, sostenga i festival che davvero rischiano fuori dallo star System e da oscene logiche televisive. Una legge che distingua tra prodotti che operano sul mercato con ingenti profitti e progetti di qualità che per crescere necessitano della mano pubblica. E che tenga presente il discorso del poeta Josif Brodskij, quando vinse il Nobel 1987: «L'Estetica è la madre dell'Etica». PaoloDamiani Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 La tiratura del 17 settembre 2012 è stata di 88.032 copie Un vero Berlusconi doc LEPRIMARIENONSONOUNAGARADIBELLEZZAENEM-MENO UN MERO CONFRONTO TRA BIOGRAFIE O STILI E CAPACITÀDICOMUNICAZIONE.Servono a scegliere un leader e un indirizzo di governo. Della personalità di Renzi e Bersani si sottolineano spesso differenze assolutamente evidenti, che contano. La mia scelta a sostegno del primo dipende tuttavia da valutazioni squisitamente politiche. Che Bersani sia personalmente stimabile non si discute. Ma credo abbia compiuto errori di cui è davvero difficile non tener conto. In primo luogo, come in fondo aveva promesso, ha infiacchito il progetto innovativo di un Pd riformista, aperto e plurale, attraverso la riproposizione di riti, riflessi condizionati, modalità di selezione del ceto politico, icone, riferimenti sociali e parole d'ordine di uno dei partiti precedenti. In secondo luogo, è progressivamente diventato, forse suo malgrado, il garante di ripartizioni cencelliane tra quasi tutto l'establishment del partito, come si è visto in occasione delle recenti nomine per le Authority. Oggi è sostenuto da una maggioranza composita, che va da Franceschini a D'Alema, da Letta a Damiano, da Colaninno a Fassina, che è difficile pensare sia tenuta insieme da un comune progetto di governo. Un errore fatto anche da Veltroni nel 2007, che tuttavia poteva apparire allora temperato dalla nitida scelta - politica, culturale e programmatica - del Lingotto. La linea di Bersani sulle alleanze è apparsa ondivaga. Alle regionali del 2010 ha inseguito in ogni regione un interlocutore diverso, dai radicali all'Udc. Negli ultimi mesi, siamo passati dall'abbraccio con Di Pietro e Vendola a promesse di matrimonio con Casini, fino a una possibile rottura con gli uni e con l'altro. Renzi è a volte corrosivo oltre il limite del tollerabile e costituisce per alcuni aspetti una incognita, non essendosi mai misurato con l'attività di Governo in ambito nazionale. Ma la proposta politica che avanza è più lineare. A me appare anche più convincente e credibile. Nella traccia del programma di Renzi si intravedono una chiara continuità con la cultura riformista praticata nelle migliori esperienze di governo sostenute dal centrosinistra dall'inizio degli anni novanta ad oggi, e con l'agenda Monti, insieme a significativi elementi di innovazione per favorire con più coraggio l'eguaglianza delle opportunità e la crescita. Al netto delle diversità imposte dal tempo trascorso, sono più forti le assonanze culturali tra il riformismo del primo Governo Prodi (su riduzione del debito, reimpostazione del Welfare, Europa, liberalizzazioni) e la traccia del programma di Renzi di quante non ve ne siano con le posizioni espresse da quei «giovani sperimentati» cui Bersani ha affidato la linea economica della sua segreteria, dando un esempio del ricambio anagrafico che ha in mente. In secondo luogo, dovendo dare meno conto a burocrazie che mirano all'autoconservazione, Renzi è più credibile quando promette riforme incisive della politica per cui io stesso mi sono battuto, spesso trovandomi al momento della verità sostanzialmente isolato anche nel gruppo parlamentare Pd: drastica riduzione o abolizione delle province, superamento effettivo del bicameralismo e dimezzamento del numero dei parlamentari, vera riforma o abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, adeguamento agli standard europei e trasparenza totale sulle indennità. Renzi appare più credibile quando promette una forte discontinuità con la attuale classe dirigente, proveniente quasi tutta dai partiti della Prima Repubblica. I suoi toni e le affermazioni inutilmente sgradevoli con cui fa di ogni erba un fascio sono a volte esagerate, anche se vengono applaudite proprio dai militanti di più lunga data. Il segnale che vogliono dare è sacrosanto. Renzi, oltre che per il suo registro comunicativo, può convincere tanti elettori tentati da Grillo o disillusi da Berlusconi a votare per il centrosinistra. Senza che il Pd debba delegare il compito ad altri, come nell'illusorio schema politicista che consegnerebbe a Casini, sulla base di un patto tra partiti feudali, la rappresentanza dei «moderati», e a noi - come nel 1994, rappresentanti dei «progressisti» - il compito di remunerarlo. Le recenti dichiarazioni di Berlusconi fanno capire benissimo, del resto, qual è il candidato che con certezza lo manderebbe definitivamente in soffitta. Sono in gioco questioni essenziali su linea di governo, ricambio della classe dirigente, progetto riformista, alleanze, che avrebbero meritato primarie di partito a conclusione di un congresso, secondo le nostre regole. Il congresso si terrà invece sei mesi dopo le elezioni. Una stranezza. Comunque sia, scelte “politiche” di questa portata noi non possiamo che sottoporle al giudizio dei nostri elettori. Sarà una bella sfida. Se sarà condotta in maniera aperta, corretta e leale, sarà ossigeno per il centrosinistra e per la democrazia italiana. COMUNITÀ Al giornalista che l'ha interrogato sulla storia del «cucu» all'indirizzo della cancelliera tedesca, Berlusconi ha risposto che si trattò di riprendere un tema svelatogli da Putin che aveva regalato un cucu alla Merkel ed egli l'aveva «bissato per la facilità di rapporti che avev(a) con la Mekel che, oltre tutto, è una (sua) compagna di partito». CASSIBBA VINCENZO L'intervista concessa a Sallusti nell'ambito della crociera organizzata dal suo «Il Giornale» potrebbe essere considerata esilarante se la storia recente di questo Paese non la facesse considerare invece tragica. Frasi come «ho tolto l'Ici e toglierò l'Imu» vengono dette con lo stesso tono che userebbe la Guzzanti che lo imita. «Sconfiggerò i comunisti con l'aiuto di Renzi» è l'unica concessione (cretina) all'attualità politica in un discorso che pare ritagliato su quelli degli anni passati. Il fatto che la percezione della realtà stia lasciando il posto ad una rilettura francamente delirante di quello che gli è accaduto è evidente quando racconta che la vittoria di Prodi alle elezioni del 2006 è stata il frutto di un complotto e di una manipolazione delle schede (opera probabilmente dei ministri di Berlusconi) mentre lo scherzo del cucu ricorda da vicino la storia di Ruby «nipote di Mubarak». Senza pudore e senza veli, tuttavia, questo è l'uomo. Un Berlusconi d.o.c.: sorridente, gioviale e del tutto impermeabile ad ogni possibilità di revisione critica dei suoi errori da incorniciare ad uso e consumo degli studenti di medicina e di psichiatria come una dimostrazione perfetta di quello cui vanno incontro quando non accettano l'idea di curarsi i portatori di un grave disturbo narcisistico di personalità. Dialoghi L'intervento/1 Perché ho deciso di sostenere Renzi Salvatore Vassallo deputato Pd CaraUnità . . . A volte è troppo corrosivo ma è più credibile nel promettere riforme 18 martedì 18 settembre 2012
24 martedì 18 settembre 2012
La Direzione, la redazione e i lavoratori poligrafici de l'Unità sono vicini a con affetto a Fernando Iatosti in questo triste momento per l'improvvisa scomparsa del suo caro fratello ILIO Cesare Ranucci con immenso dolore ricorda il compagno ILIO IATOSTI e abbraccia tutti i suoi familiari Roma, 18 settembre 2012 I compagni delle Tiburtina salutano ILIO IATOSTI e sono vicini alla famiglia in questo triste momento Roma, 18 settembre 2012 Marco, Luciana, Paola, Paoletta, Patrizia, Simonetta, Loretta, Silvia, Anna, Flavio, Renato, Enrico, Alfredo, Eloisa, Valter, Roberta e Bruno abbracciano con affetto Fernando Iatosti colpito duramente dalla morte del caro fratello ILIO GABRIELBERTINETTO gbertinetto@unita.it Romney lo rimprovera di essere «troppo molle con la Cina». Obama risponde denunciando Pechino al Wto (Organizzazione mondiale del commercio) per concorrenza sleale. Secondo il presidente americano la Repubblica popolare fornisce «sussidi illegali» alle aziende che esportano automobili e pezzi di ricambio. Fra il 2009 e il 2011 le ditte cinesi operanti nel settore avrebbero ricevuto aiuti statali pari a un miliardo di dollari. La Cina verrebbe così meno alle promesse fatte nel 2001, quando fu ammessa nel Wto a condizione di rinunciare a quel tipo di pratiche, che, dice la Casa Bianca, «distorcono gravemente il sistema internazionale degli scambi». Obama non a caso pronuncia il suo atto di accusa durante un comizio elettorale in Ohio, uno degli Stati chiave per l'esito delle presidenziali di novembre, dove abitano e lavorano cinquantamila operai dell'industria automobilistica. Un uditorio particolarmente sensibile a quel tipo di argomenti. Ma Pechino non ci sta a recitare la parte dell'imputato e contrattacca sullo stesso terreno: «Speriamo che attraverso consultazioni all'interno del Wto, gli Usa modifichino i propri comportamenti sbagliati», afferma un portavoce riferendosi ai dazi statunitensi sull'importazione di pneumatici cinesi. Le due superpotenze mondiali si scontrano sull'economia, mentre arriva a Pechino il capo del Pentagono Leon Panetta, che avrà del bel filo da torcere per evitare che esplodano le divergenze su un'altra delicatissima questione: la disputa cinese con il Giappone per la sovranità sulle isole Diaoyu-Senkaku. Panetta ieri era a Tokyo, dove ha discusso con il governo locale la dislocazione di un nuovo sistema di difesa missilistica. Che tra l'altro insospettisce Pechino, poco propensa a credere che serva soltanto a proteggere il Giappone da eventuali attacchi nordcoreani. Incontrando i colleghi nipponici della Difesa e degli Esteri, Panetta ha sottolineato come sia «interesse generale che Cina e Giappone mantengano buone relazioni» ed ha messo in guardia contro il rischio che «errori di valutazione da una parte o dall'altra sfocino in un conflitto». Tentativo di mantenersi equidistante subito rintuzzato dal capo della diplomazia di Tokyo, Koichiro Gemba, ricordandogli come sia noto agli Usa non meno che al Giappone «che le Senkaku sono coperte dal trattato di sicurezza bilaterale», il quale obbliga Washington a intervenire se il suo alleato è aggredito. MILLEPESCHERECCI La tensione fra i due Paesi asiatici è altissima. Diverse aziende giapponesi hanno sospeso le attività in Cina, dopo gli atti vandalici subiti da alcune filiali nelle manifestazioni anti-nipponiche dei giorni scorsi. E dopo avere inviato verso l'arcipelago sei unità navali di ricognizione, Pechino replica con una ben più numerosa flotta di pescherecci, ben mille: vogliono buttare le reti nei mari delle isole contese, dove i rivali giapponesi già pescano da tempo. In realtà più che i pesci, fanno gola i giacimenti di gas e petrolio di cui abbonderebbero i fondali. Ma degli interessi materiali nessuno parla. Meglio proclamare princìpi eterni, sventolando documenti storici ed evidenze geofisiche atte a dimostrare incontestabilmente quanto la controparte stia violando i nostri sacrosanti diritti sul mini-arcipelago. La sfida di Hezbollah. La resa dei conti a Tunisi. Non sembra allentarsi la tensione in Medio Oriente e nel mondo musulmano, dopo gli scontri e le violenze anti-americane per la diffusione di un film blasfemo su Maometto, «L' innocenza dei musulmani». Tunisi ha vissuto, ieri, l'ennesima giornata di tensione, dopo il venerdì di sangue conclusosi con la morte di quattro persone. In matinata, su Facebook, come su altri siti di Internet, Ansar Al Sharja, movimento salafita di cui lo sceicco Abou Iyadh, è leader e ideologo, aveva annunciato che la «guida suprema» avrebbe tenuto, in occasione della preghiera del pomeriggio, un sermone nella moschea di al Fath, seconda per importanza solo a quella di El Zitouna, a Tunisi e nel resto del Paese. Un annuncio e una sfida insieme lanciati verso il governo che, dopo gli incidenti, ha scatenato nei suoi confronti, così come per altri capi salafiti, una caccia senza quartiere. Una sfida che la polizia e le altre forze di sicurezza sono state costrette a raccogliere, consapevoli che, scegliendo al Fath, Iyadh aveva anche scelto il terreno ideale. Gli agenti, già dalla mattinata, avevano circondato la zona, dove erano stati fatti arrivare anche decine di automezzi e, schierati a distanza ma non tanto, i «ninja», le unità antisommossa che entrano in azione in situazioni d'emergenza. Chi sperava di prenderlo al suo arrivo è stato beffato perchè Abou Iyadh era in moto, circondato e protetto da una dozzina di altre motociclette guidate da suoi seguaci. E chi, di contro, sperava di «sigillarlo» dentro la moschea, è stato anch'egli beffato perchè, dopo il sermone e mentre la polizia invitava i salafiti a lasciare con ordine la moschea, se ne è andato di nuovo, senza essere preso. Ora lo sceicco è di nuovo alla macchia, ingigantendo l'adorazione che i suoi seguaci gli tributano, e dopo avere pronunciato parole di fuoco contro il governo e contro il ministro dell' Interno, Ali Laraayed, esponente di Ennahdha e, quindi, per i salafiti, ormai un nemico alla stregua dei laici e del «diavoli» dell'occidente. La caccia a Iyadh è ripresa, ma per le autorità tunisine la sua fuga rappresenta uno smacco pesante. ATTACCO SCIITA In Libano decine di migliaia di musulmani hanno aderito all'appello del leader di Hezbollah, Hasan Nasrallah, e si sono radunati a Beirut. «Il mondo ancora non ha capito il grado di offesa arrecato all'Islam e ai musulmani dalle scene di questo film», ha detto Nasrallah. Che poi ha aggiunto da un pal La denuncia: commessi crimini contro l'umanità Tutte le comunità hanno milizie armate Tunisi, caccia allo sceicco Sostenitori Hezbollah manifestano contro gli Stati Uniti a Beirut FOTO DI WAEL HAMZEH/ANSA-EPA UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it MONDO Rapporto dall'inferno. L'inferno siriano. In Siria tanto le forze governative quanto i ribelli hanno commesso crimini di guerra e pesanti violazioni dei diritti umani e le forze di regime si sono macchiate anche di crimini contro l'umanità. A denunciarlo, da Ginevra, è il presidente della commissione d'inchiesta dell'Onu sulla situazione in Siria, Paulo Pinheiro. Le gravi violazioni dei diritti umani in Siria sono cresciute in numero, frequenza e intensità, aggiunge Pinheiro. «La frequenza con la quale si verificano tali gravi violazioni - ammette - supera la capacita della Commissione di indagare» . Abbiamo raccomandato che il nostro rapporto sia trasmesso al Consiglio di Sicurezza affinchè possa prendere i provvedimenti opportuni in considerazione della gravità delle violazioni, abusi e crimini perpetrati da forze governative, le milizie Shabbiha, e dai gruppi anti-governativi», ha affermato Pinheiro, presentando al Consiglio Onu sui diritti umani un aggiornamento dell'ultimo rapporto sulla situazione in Siria. Il Consiglio di sicurezza ha il potere di deferire la questione alla Corte penale internazionale. ORRORE Sempre allo scopo di non lasciare impuniti i crimini in Siria, la Commissione Onu ha elaborato una seconda lista di nomi di individui e di unità ritenute responsabili di violazioni. La lista, confidenziale, è stata trasmessa dai membri della Commissione di inchiesta all'Alto Commissario per i diritti umani. Creata nell'agosto del 2011 da una risoluzione del Consiglio Onu sui diritti umani, la Commissione di inchiesta sulla Siria ha già presentato 6 rapporti ed aggiornamenti. Non ha mai potuto recarsi in Siria, ma ha intervistato più di mille persone e raccolto numerose informazioni. La Commissione di inchiesta dell'Onu sulla situazione in Siria ha confermato la «crescente presenza di elementi stranieri, tra cui militanti jihadisti» nel Paese. «Alcuni si stanno unendo alle forze antigovernative, mentre altri stanno creando i propri gruppi e operano in modo indipendente. Tali elementi tendono a spingere i combattenti anti-governativi verso posizioni più radicali», rimarca Pinheiro. Nel rapporto, si mette in evidenza anche che le tensioni settarie sono aumentate drammaticamente in Siria, in particolare nei governatorati Latakia e Idlib. «Rapimenti e uccisioni sono in corso tra sunniti da un lato, e sciiti e alawiti dall'altro» mentre «gruppi minoritari, come cristiani e drusi organizzerebbero gruppi di autodifesa, perché le loro comunità si sentono minacciati dalla violenza sempre più settaria». Almeno cinquanta persone sono morte nelle violenze di ieri, secondo i Comitati locali di coordinamento (Lcc) dell'opposizione. L'Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus) ha segnalato combattimenti e bombardamenti governativi in diverse città, particolarmente violenti ad Aleppo intorno alla base militare del quartiere di Hanano e al comando del Battaglione artiglieria in quello di Zahra. Ondus aggiunge che l'altro ieri i morti sono stati 170, dei quali 101 civili, 29 soldati governativi e 18 ribelli. Nel frattempo, Beirut ha chiesto «chiarimenti» all'Iran sulla presenza in Libano di Guardiani della Rivoluzione iraniani con compiti di «consulenza», resa nota l'altro ieri dal capo dei Pasdaran, Mohammad Ali Jafari. Il presidente Michel Suleiman, riferisce il sito del quotidiano AnNahar, ha ricevuto l'ambasciatore iraniano, Ghazanfar Rokn-Abadi, al quale ha chiesto spiegazioni in proposito. U.D.G. Obama sfida la Cina al Wto Isole contese, Panetta a Tokyo Siria, rapporto Onu: troppi stranieri «Pericolo jihadista» Il capo di Hezbollah fa appello alla protesta in Libano, allarme Usa Scontri in Pakistan e Afghanistan, vittime 10 martedì 18 settembre 2012
SEGUEDALLAPRIMA Erano (e sono) nei posti di comando e gestivano senza alcun controllo milioni di euro dei contribuenti per affari personali, auto di lusso o cene in locali a cinque stelle. Un bel porcile, come l'ha definito con la consueta franchezza Carlo Taormina, avvocato di Franco Fiorito, detto Batman. Un porcile dentro il quale possono affogare la dignità e la credibilità di una istituzione importante. Eppure Renata Polverini ha preferito andarsene per un'altra strada. Ha indossato la maschera di Batman (quello vero), volteggiando e minacciando, ma s'è poi fermata a un passo dall'azione. Si è presentata in consiglio regionale come fosse un'estranea, come se quegli uomini del Pdl accusati e ora in guerra tra loro fossero mariuoli qualsiasi, come se non fosse lei alla guida della Regione più disastrata d'Italia e oggi infangata dalle miserie di una classe politica che le ha permesso di vincere le elezioni. Ma quando si arriva a dire che «siamo come la Concordia, ci siamo sfracellati» o che quel che sta succedendo è «una catastrofe come l'alluvione di Firenze», a parte il cattivo giusto dei paragoni, bisogna poi avere il coraggio di tirare le somme. Chiedersi per quale motivo, per quali perversi meccanismi e con quali protezioni, è andato in scena quell'indegno festino coi soldi pubblici. E dov'era la presidente della Regione quando Fiorito e soci si spartivano i fondi per operazioni che con la politica non hanno nulla a che vedere. E che cosa ha fatto in questi due anni per impedire che la Regione che governa diventasse una cassa continua per soddisfare privilegi e appetiti che sono un insulto per un Paese che ogni giorno fa i conti con una crisi drammatica. Insomma, Polverini dopo giorni di minacce e aut-aut si è presentata in aula in versione grillina, scandalizzata per gli imbrogli della casta e vivamente sorpresa per il misfatto compiuto a casa sua. Ma non è accettabile che una presidente di Regione pensi di uscire dall'impasse nella quale si è cacciata usando il frasario di un qualsiasi «giustiziere della politica». Perché lei ha un dovere: risolvere il disastro di cui è politicamente responsabile di fronte ai suoi cittadini. Non si può far finta che sia solo un problema di mele marce, che pure ci sono e sono più d'una. È un sistema politico, un metodo di governo, che oggi vengono messi sul banco degli accusati, del quale Francone da Anagni o Franchino da Proceno sono solo la punta di un iceberg. Sotto la guida di Renata Polverini, infatti, la Regione Lazio è passata da un'anomalia all'altra: ben quattordici assessori esterni (cioè non eletti, oppure trombati e salvati) a cui è stato concesso anche il regalo di un vitalizio a cui non avevano diritto, l'aumento del numero delle commissioni consiliari con il conseguente lievitare di spese, rimborsi e auto blu, l'esplosione dei monogruppi formati da un solo consigliere ma titolari in pieno di fondi pubblici. Eppure non sta solo qui la gravità del caso Lazio. Perché di fronte a questo rigonfiamento dei costi della politica le performance della Regione sono state tra le peggiori d'Italia. Ce lo ha detto qualche mese fa una spietata relazione della Corte dei Conti inviata al Parlamento. In quel documento si punta il dito sull'abnorme indebitamento che porta il Lazio primo in classifica: negli ultimi anni il passivo è aumentato del 153% e oggi ammonta a più di undici miliardi di euro. Stesso discorso sulla sanità: la spesa è aumentata del 10% ma gli indicatori di qualità del servizio sono tra i più bassi del Paese. Potranno mai bastare i rimedi proposti ieri dalla presidente con un'enfasi del tutto inappropriata? Certo, i tagli vanno fatti e presto. Ma è inutile giocare, alcuni di essi richiederanno tempi lunghi che sono incompatibili con la necessità di ridare credibilità e trasparenza all'istituzione. Il problema alla fine è proprio questo: l'intervento di Renata Polverini lascia le cose al punto in cui stavano ieri. C'è ormai una guerra feroce dentro il Pdl che non fa presagire nulla di buono per i prossimi mesi. Vedrete che giunta e partito di maggioranza dedicheranno gran parte del loro tempo a dirimere i conflitti interni, a parare i colpi che arriveranno e a respingere il fango che l'un l'altro si tireranno addosso nel tentativo di difendersi. Ma fuori dalla Pisana i cittadini continueranno a fare i conti con i loro problemi: aziende che chiudono, lavoratori in cassa integrazione, giovani senza speranza, ospedali che non riescono a garantire l'assistenza necessaria. Si può aspettare? Certamente no. Polverini mediti su questo con la serietà che le dovrebbe derivare dalla sua lunga esperienza di sindacalista. Ieri ha detto che se fosse dipeso da lei avrebbe messo le ciabatte e se ne sarebbe andata al mare mettendo fine al suo incarico. Ma se l'intenzione è di vivacchiare nel pantano tra un grillismo e l'altro, meglio, molto meglio un ombrellone a Ostia finché il tempo tiene. L'opinione Perché è importante una scuola migliore Andrea Catizone Osservatorio sulle famiglie Eurispes DAMOLTIANNIILSINDACATORIVENDICAUNAPOLITICADEITRASPORTINELRISPETTODILAVORATORIECITTADINI, CONTRO GLI EFFETTI DISTORSIVI delle liberalizzazioni all'italiana. Oggi siamo arrivati al punto che il 50% delle aziende del trasporto aereo nel nostro Paese registrano perdite notevoli nei loro bilanci e molte di queste sono prossime al fallimento. A cominciare dalla «nuova» Alitalia Cai dove il piano di privatizzazione ha determinato più cenere che nuovi voli. La cordata voluta e imposta dal governo Berlusconi è alle prese con perdite difficilmente sostenibili e con l'incapacità a ricapitalizzare un'azienda che perde oggi più o meno quello che perdeva prima, quando impiegava quasi il doppio del personale. Il piano di rilancio ha schiacciato la compagnia sulla concorrenza di medio raggio dove, l'assenza di regole e la tolleranza verso pratiche illegali ha consegnato quote di mercato enormi alle low cost. Il programma di consegnare tutto ad Air France nel 2013 si è scontrato con la crisi ed i problemi dell'aviolinea francese che non si può più permettere l'acquisizione. Le altre compagnie italiane, dopo che negli ultimi anni si è registrato un lungo elenco di fallimenti, sono alle prese con tentativi di sopravvivenza probabilmente impossibili. Meridianafly, dopo l'ennesimo cambio di guida aziendale, annuncia l'ennesima grave perdita. Windjet rappresenta un disastro annunciato da tempo che il governo ha scoperto ad agosto. Livingston appena fallita è oggi una Newco che opera con la speranza di farcela nel mercato charter in forte contrazione. Blu Panorama si dibatte, forse nelle sue ultime giornate, tra difficoltà enormi e conclamate da tempo. Oltre alle compagnie, tutte le aziende di assistenza aeroportuale, l'handling italiano, registrano perdite e non coprono i costi. Ciò accade solo in Italia dove si è assistito ad una proliferazione di soggetti autorizzati ad operare dall'Enac-Ente Nazionale per l'Aviazione Civile, che infestano gli aeroporti italiani, operando sottocosto, mettendo in ginocchio un segmento produttivo, lasciando debiti e fabbricando precarietà e disoccupazione. In nessun aeroporto europeo operano 7 diverse aziende di handling come accade a Roma Fiumicino. Le stesse difficoltà si registrano nella realtà del catering aereo strozzato dalla revisione dei servizi di bordo. Oggi anche i gestori aeroportuali, concessionari in monopoli naturali, registrano difficoltà. Molti piccoli aeroporti hanno ogni anno bisogno di ripianare perdite, spesso determinate dai finanziamenti illegali a Ryanair e lo fanno con denaro pubblico, facendo il gioco del vettore irlandese che opera nell'assoluta evasione delle leggi italiane, mettendoli in competizione tra loro. In nessun altro Paese europeo sono operativi cosi tanti aeroporti come in Italia. Oggi il governo tecnico annuncia il piano nazionale aeroporti, di fatto lo stesso studio presentato nel corso delle precedenti legislature. I grandi gestori aeroportuali su cui è necessario aprire un focus, sono invece spasmodicamente alla ricerca dell'aumento delle tariffe e vivono spesso situazioni difficili con il sistema del credito a causa delle privatizzazioni a debito. Anche la manutenzione aeronautica langue e soffre la disastrosa fine di Alitalia che ha determinato l'impoverimento del segmento e la perdita verso l'estero di lavorazioni fondamentali e di conseguenza di prospettiva per l'industria aeronautica. Di fronte a questa situazione drammatica bisogna agire, assumendosi responsabilità oppure essere complici del fallimento dell'industria italiana del trasporto aereo ormai davvero prossima. Nella direzione dell'agire va la vertenza nazionale trasporto aereo rilanciata nel maggio scorso e la richiesta di istituzione del tavolo permanente sulla crisi del settore presso il ministero dello Sviluppo economico trasporti e infrastrutture, in quanto è urgente e indispensabile un intervento governativo. Va assunto un approccio industriale, definendo e coordinando iniziative idonee a costruire un sistema trasporto aereo italiano, regole esigibili, anche attraverso l'introduzione di eventuali interventi legislativi, finalizzati al riordino ed al riequilibrio della catena del valore, guardando a ciò che funziona nel resto d'Europa. L'altro cardine della necessaria riforma è rappresentato dalla piattaforma unitaria che rivendica la stipula del Contratto di settore, per la tutela del reddito dell'occupazione, della sicurezza sul lavoro, per affermare il principio della clausola sociale e contrapporsi al dumping salariale. In nessun altro Paese europeo vige una normativa cosi restrittiva sull'esercizio del diritto di sciopero e sussistono oggi condizioni di lavoro e retribuzioni inferiori a quelle italiane. Nei prossimi mesi è indispensabile costruire, con il coinvolgimento e contributo delle istituzioni e delle associazioni delle imprese del settore, una riforma del trasporto aereo rivendicata da tempo ma da cogliere prima che sia troppo tardi. SAREBBE ANCORA POSSIBILE IMMAGINA-RE DI SCRIVERE UN TESTO COME IL LIBRO CUORE DI EDMONDO DE AMICIS? In quella narrazione della vita scolastica si concentrava la convinzione dei ragazzi e delle famiglie di far parte di una società diversificata culturalmente e socialmente che trovava, tuttavia, un punto di convergenza all'interno della classe guidata dalla sapienza e dalla dedizione del maestro. Ciascun bambino portava con sé la storia della propria famiglia con i drammi e le difficoltà che all'interno della stessa venivano condivisi, ma che trovavano un punto di composizione e di comprensione nella diversità delle altre vite familiari. La scuola oggi sembra molto distante da quel modello e non solo per un fisiologico processo di evoluzione in senso storico, ma anche per una serie di ragioni che meriterebbero di essere analizzate fino in fondo. Se è vero che il sistema scolastico rispecchia la società alla quale si indirizza, è possibile individuare delle assonanze fortissime tra quel periodo risorgimentale, all'indomani delle guerre di indipendenza, di costruzione di un'identità nazionale, e quello attuale di gravissima crisi non solo economica, ma globale, anzi, cosmica, prendendo a prestito un termine di leopardiana provenienza. Oggi, come allora, è necessario trovare un punto da cui partire per rimettere insieme le tessere di un mosaico sghembo e disarticolato del vivere sociale. Questo luogo non può che risiedere nelle fondamentali istituzioni pubbliche deputate a svolgere un ruolo educativo e formativo, prime fra tutte la scuola per le giovani e giovanissime generazioni. L'indagine che abbiamo svolto come Osservatorio sulle famiglie Eurispes mette in luce come la scuola sia percepita dai giovani come un posto noioso, antico, arretrato e incapace di dare le corrette risposte alle loro emergenti esigenze. Questa distanza viene poi intesa principalmente come incapacità della stessa istituzione madre dell'educazione a creare dei «lavoratori» in grado di potersi professionalizzare già dai primi anni di vita. Dati che devono scuotere dal profondo torpore dei governanti e dei cittadini di non appartenere ad una collettività. Il senso, neanche troppo sottointeso, è che la scuola dovrebbe abdicare totalmente ad essere quel tempio sacro dove la cultura si crea e si diffonde, dove si gettano i semi nelle menti fertilissime degli studenti che permettono di creare la coscienza civile di appartenere ad un popolo, ad una nazione, ad una storia europea ed universale che è di tutti. Aspettarsi dalla scuola una funzione di puro indirizzo professionale significa affermare la supremazia delle esigenze personali ed individuali a quelle generali e universali, significa dire che si annienta totalmente una concezione sociale dell'esistere. È essenziale riprendere quell'idea, fortissima nell'era risorgimentale, e di nuovo presente in un altro periodo post-bellico, dopo la Resistenza e la Costituzione, che il bene individuale passa anche e soprattutto attraverso la creazione di una società migliore e che se questa non viene curata, amata, costruita anche la vita del singolo si impoverisce e diventa solo misero soddisfacimento di bisogni elementari. La risposta che si deve dare a questi ragazzi e ragazze si costruisce mediante l'offerta di un progetto generale di società, capace di trasmettere valori universali e condivisi che cambia il modo di stare al mondo nel nostro Paese, proprio nei giorni in cui in Francia si è aperto un dibattito sulla proposta del ministro dell'Istruzione di introdurre l'insegnamento di «morale laica». C'è bisogno di investire, non solo in termini di risorse economiche, ma di idee e forze per invertire questa sbagliata percezione dell'esistenza che allontana dalle scuole gli stranieri, i diversi, i più deboli in generale. La scuola, con l'aiuto delle famiglie, deve ritornare ad essere un posto inaccessibile alle regole del mercato, dove si insegna il diritto costituzionale, per esempio, che permette a ciascuno di crescere con l'idea che si è portatori di diritti e di valori che ci appartengono come singoli, ma che hanno bisogno degli altri per essere rispettati ed attuati. La scuola non può essere ontologicamente pratica, ma deve conservare e, se possibile rafforzare, quella funzione di pungolo intellettuale che consentirà ai futuri lavoratori di essere dei cittadini del paese e del mondo consapevoli. . . . Compagnie in difficoltà Lavoratori a rischio . . . Subito la riforma del settore COMUNITÀ Maramotti L'editoriale Il dovere di un presidente Pietro Spataro Il commento Crisi del trasporto aereo È il momento di agire Mauro Rossi Segretario nazionale Filt Cgil martedì 18 settembre 2012 17
La moschea di al-Fatah di Tunisi occupata da militanti salafiti FOTO ANSA SEGUEDALLAPRIMA Nella «primavera araba» i profeti di sventura non sono mancati in Occidente; ma non sono mancati - e non mancano tuttora - i «sabotatori» locali. L'attentato all'Ambasciatore Stevens a Bengasi – e occorre ricordare che il suo «curriculum» ce lo mostra soprattutto come un uomo del dialogo - va analizzato alla luce di questo tentativo di far saltare il consolidamento democratico. Ma bisogna essere vigilanti e non cadere nella trappola nella quale gli «spoilers», quelli che remano contro, ci vogliono attirare. Una prima lezione di questa prudenza ci viene proprio da Obama, che ha giustamente sottolineato, nella prima dichiarazione che ha fatto seguito all'attentato di Bengasi, come le religioni in quanto tali vadano tenute fuori da questo cinico gioco al massacro. E soprattutto ci mettono in guardia dal confondere il sentimento religioso di interi popoli con l'agenda politica di pochi. Ciò vale anzitutto per l'Islam, che è spesso ostaggio di «islamisti» i cui obiettivi hanno a che fare più con la conquista e conservazione del potere che con la diffusione del credo del Profeta. Ma vale anche per l'Occidente «cristiano», quando gli «atei devoti» utilizzano tragedie e lutti che colpiscono l'umanità intera come la conferma che nessun dialogo è possibile, che esistono culture e religioni «superiori» e che l'unica politica internazionale plausibile, in questi casi, è l'isolamento o l'esportazione armata della democrazia. Era questo probabilmente l'obiettivo anche degli autori del film che ha scatenato l'indignazione e la protesta nel mondo islamico: una provocazione, per generare una reazione a catena che porti a concludere che nessuna «primavera» è possibile nel mondo arabo. La strategia europea verso queste aree dovrebbe essere improntata a maggior realismo: al contrario di quanto si crede, infatti, non è affatto «realistico» concepire tali società come completamente plagiate dalla logica dell'islamismo militante aggressivo. Era inevitabile e scontato che gli eventi nella regione mediterranea e mediorientale avrebbero portato all'espansione della sfera di partecipazione politica, con l'ingresso sulla scena politico-elettorale di nuovi attori; ed era perfettamente prevedibile la comparsa o il consolidamento di movimenti politici di ispirazione religiosa, in taluni casi precedentemente banditi dalla vita politica nazionale. Lungi dal demonizzare tale processo, si sarebbe dovuto prendere atto che senza una piena integrazione dell'Islam politico nello scenario la stessa sostenibilità delle trasformazioni in corso avrebbe potuto essere messa a repentaglio. In Paesi come la Tunisia e l'Egitto, il dialogo politico di cui avremmo bisogno riguarda una vecchia idea europea. In molti Paesi del Vecchio Continente - ad esempio in Italia, Germania, Belgio, Spagna, e per alcuni versi anche in Francia- sono state sperimentate, negli anni, formule di impegno politico di cittadini portatori di visioni del mondo improntate a motivazioni religiose. L'esperienza storica dei movimenti politici europei di ispirazione religiosa è stata caratterizzata da una modalità di presenza nel sistema politico che ha tenuto conto dei principi di laicità e si è articolata nel contesto di istituzioni democratiche e rappresentative, con il pieno recepimento dei principi costituzionali e il rispetto del pluralismo politico e culturale. Se è stata possibile una «democrazia cristiana» (come ragione dell'impegno politico dei credenti) perché permettere a pochi islamisti violenti e reazionari di convincerci che non sarà mai possibile una «democrazia islamica»? Attenzione: è questo che vogliono farci credere gli epigoni islamici dello scontro di civiltà. *Segretario generale dell'Istituto Universitario Europeo co blindatissimo: «Se questo film sarà trasmesso nella sua forma integrale ci saranno ripercussioni molto pericolose», ha gridato Nasrallah. Si è trattato della quinta apparizione in pubblico del leader della potente formazione islamica armata che vive nascosto dalla fine della guerra dell'estate 2006 tra Israele e Hezbollah, e del suo primo discorso in pubblico dal 2008. Nel convocare la manifestazione, Nasrallah aveva rivolto un appello dai toni infuocati: «Il mondo intero ha bisogno di vedere la vostra rabbia sulle vostre facce, nei vostri pugni e (ascoltarla) nelle vostre grida». In serata, la tensione è altissima nel Paese dei Cedri. Il personale dell'ambasciata statunitense a Beirut avrebbe iniziato a distruggere il materiale classificato e i codici segreti. Bandiere Usa e di Israele sono state date alle fiamme nella città meridionale di Marawi, nelle Filippine, durante una manifestazione di protesta inscenata da circa 3 mila musulmani. Nel nord-ovest del Pakistan un manifestante è morto e altre due persone sono rimaste ferite in uno scontro a fuoco con la polizia. La sparatoria è avvenuta dopo che una folla di 800 persone aveva assaltato un commissariato, la casa di un magistrato e il locale circolo della stampa a Warai, nel distretto di Upper Dir della provincia di Khyber Pakhtunkhwa. Una quarantina di poliziotti sono rimasti feriti negli scontri scoppiati vicino a una base Usa a Kabul. Una manifestazione davanti all' ambasciata Usa di Giacarta è stata dispersa dalle forze dell'ordine indonesiane. La protesta, inizialmente pacifica, è diventata violenta quando i militanti del Fronte dei difensori dell' Islam e del Foro popolare islamico, due organizzazioni integraliste, si sono uniti ai dimostranti iniziando a lanciare oggetti e pietre contro gli agenti delle unità anti sommossa. Un'altra protesta si è svolta davanti al consolato Usa di Medan, capitale della provincia di Sumatra del nord. Centinaia di studenti sono scesi in piazza a Sanaa, in Yemen, per chiedere l'espulsione dell'ambasciatore statunitense e per contestare l'arrivo nel Paese di un contingente di 50 marines che dovranno proteggere le sedi diplomatiche Usa. «Fuori gli schiavi del demonio, fuori l'ambasciatore americano», hanno gridato in tanti. Nel frattempo, il ministero dell'Interno libico ha deciso di silurare due alti responsabili della sicurezza, sei giorni dopo il sanguinoso attacco al consolato americano a Bengasi, costato la vita a 4 americani, tra cui l'ambasciatore americano in Libia, Chris Stevens. Il ministro, secondo fonti ufficiali, ha deciso di licenziare il vice-ministro con delega alla regione orientale, Wanis al Sharef, e il direttore della sicurezza nazionale, il generale Hussein Bou Hmida. U.D.G. L'ANALISI PASQUALEFERRARA* Nasrallah incita alla collera Profeti di sventura contro l'Islam democratico . . . Se è esistita una democrazia cristiana perché non può esisterne una islamica? Gaza, ergastolo ai killer di Vik Ancora impuniti i mandanti . . . Il leader salafita Abou Iyadh beffa la polizia tunisina e fugge dalla moschea assediata Carcere a vita per gli esecutori dell'assassinio di «Vik». Sono stati condannati ieri all'ergastolo due degli imputati, entrambi militanti salafiti, accusati d'aver ucciso nell'aprile 2011 l'attivista italiano Vittorio Arrigoni nella Striscia di Gaza. Il processo si è svolto dinanzi a un tribunale militare controllato da Hamas. I giudici hanno inflitto il carcere a vita - al termine di un processo segnato da scarsa trasparenza secondo gruppi di tutela dei diritti umani - a due dei presunti esecutori materiali (altri due erano stati uccisi all'epoca dei fatti, durante un tentativo di cattura): Mahmud al-Salfiti e Tamer al-Hassasna, poco più che ventenni. Dieci anni a Khader Jiram, vicino di casa di Arrigoni, accusato di aver fornito informazioni decisive ai killer, e un anno Amer Abu Hula, che aveva messo a disposizione del commando la sua casa. RESTAREUMANI Arrigoni era stato rapito la sera del 14 aprile 2011 e mostrato ferito in un filmato in cui lo si additava come nemico dei costumi islamici e si chiedeva a Hamas la liberazione di un capo salafita iper-integralista arrestato nella Striscia nei mesi precedenti. Prima della scadenza dell'ultimatum, l'attivista italiano - trasferitosi da tempo a Gaza dopo aver partecipato a numerose iniziative in favore della causa palestinese - era stato assassinato e il giorno dopo la polizia di Hamas ne aveva trovato il corpo senza vita nell'appartamento in cui era stato portato. Arrigoni sarebbe stato strangolato atrocemente prima dell'alba con un fil di ferro, stando agli esiti di una successiva perizia medico-legale. Tempo quattro giorni e pure le indagini si sarebbero chiuse nel sangue, con l'arresto di due sospetti esecutori (giovani salafiti allevati in un campo profughi) e due fiancheggiatori, ma anche con la morte (in circostanze nebulose) di altri due elementi del commando: un terzo killer palestinese e il presunto regista dell'operazione, uno studente giordano di 22. I due presunti esecutori sono sfuggiti alla pena capitale anche per l'opposizione di principio manifestata dalla famiglia di «Vik». «Siamo soddisfatti, è una buona sentenza e date le condizioni è il massimo che potessimo avere. Siamo contenti anche perchè non ci sono state condanne a morte, non volevamo aggiungere morte a morte», spiega il legale della famiglia di Vittorio Arrigoni, Gilberto Pagani, a commento della sentenza. «Voglio ricordare - sottolinea Pagani che abbiamo mandato due lettere ufficiali alla Corte in cui chiedevamo che non ci fossero sentenze capitali. La famiglia la pensa esattamente come me su tutta questa vicenda». «Siamo anche contenti per le organizzazioni (umanitarie, ndr) che si trovano a Gaza»: in prima linea - ha ricordato Pagani - nel seguire un processo visto come un debito di riconoscenza verso l'attivista giunto dall'Italia. «Vik» riposa a Bulciago (Lecco), paese di cui la madre Egidia Beretta è tuttora sindaco. Prostrato dal dolore, suo padre lo avrebbe invece seguito nella tomba a dicembre. Resta irrisolto l'interrogativo sui mandati del crimine. Negli ultimi tempi, Vittorio si era avvicinato a un movimento di giovani legati alla «Primavera» araba: giovani che si battevano contro l'occupazione israeliana ma anche contro il regime dispotico di Hamas, rivendicando diritti e libertà come i loro coetanei di Piazza Tahrir. «Vik» era con loro. Per questo impegno, era divenuto scomodo. Per Israele. Per Hamas. Vittorio Arrigoni rapito e ucciso nella Striscia di Gaza FOTO ANSA martedì 18 settembre 2012 11
LU.VEN. L'INTERVISTA Mia figlia è stata voluta e cer-cata per un anno e mezzo,sapevamo di vivere in unacittà difficile, ma non pen-savamo fino a questo pun-to. Ora la mia compagna dovrà riprendere a lavorare e a noi rimane una domanda senza risposta: chi assisterà la nostra bambina?». Davide Iaconantoni e la compagna, Maria, 36 e 31 anni, vivono a Catanzaro, quasi 100 mila abitanti, nessun asilo nido pubblico. E nessuna forma di welfare a sostenere le famiglie. Lavorano entrambi come commessi in un grande centro commerciale della periferia. Che poi è uno dei due lavori che puoi fare in questo capoluogo di regione. O sei «alle dipendenze di un negozio», o lavori in uno dei mille call center della zona o sei disoccupato. Un figlio lo hanno voluto e cercato, sentendosi anche fortunati per via dei due stipendi che ogni mese portano a casa. Lui a tempo indeterminato, 1100 euro al mese, Maria in una specie di lungo part time a 400 euro. Non avevano calcolato il resto. «Un figlio costa. E non sono solo il latte e i pannolini. Se aggiungi le spese per la benzina, per l'affitto della casa, per il cibo, non rimane niente». Neanche i soldi per portare la bimba in un asilo privato. «Le rette sono basse rispetto le altre città, è vero, ma noi non ce la facciamo comunque e non è prevista nessuna agevolazione per le famiglie a reddito basso, né per le madri che lavorano e non possono fare altrimenti». Perché allo stipendio di Maria, seppure basso, non possono permettersi di rinunciare e adesso però hanno un gran problema perché non c'è nessuno che stia con la bambina mentre i genitori lavorano. Perché se c'è una cosa che deve funzionare in un territorio dove l'asilo pubblico è un'utopia (in Calabria solo il 17% dei comuni è coperto dal servizio, in Friuli ed in Emilia Romagna l'86%) è il welfare dei nonni. I genitori di Davide e Maria però lavorano ancora. E per gestire la piccola Giorgia ora che Maria ha ripreso a lavorare hanno fatto un calendario con i turni. «Mia madre fa le pulizia negli ospedali, è quindi soggetta a degli orari complicati – spiega Davide – anche le nostre sorelle lavorano, giorno per giorno vedremo dove lasciare la bambina al mattino e a chi». «Noi abbiamo scelto di avere Giorgia, ma non per incoscienza», ci tiene a specificare. «Non avevamo previsto questa situazione perché ci sembrava impossibile non avere la possibilità di alcun tipo di sostegno pubblico, certo siamo al sud, ma non pensavamo fosse difficile fino a questo punto». Perché non è solo questione di asili, ma di infrastrutture e servizi assenti che lasciano le giovani coppie in balia delle loro sole forze. «Noi abitiamo in periferia ma non ci sono autobus per recarci nel nostro posto di lavoro. Allora sei obbligato a pagare assicurazione e benzina per la macchina, ma poi succede che io e Maria non abbiamo gli stessi orari, e allora le macchine devono essere per forza due e così finisce che guadagni quello che ti serve per recarti al lavoro». «Ma un'auto saremo costretti a venderla, con i pannolini e tutto il resto non ce la possiamo più fare, io mi auguro solo che non succeda un imprevisto, che vada tutto sempre bene, altrimenti sarebbe un guaio». «Amo la mia città e non vorrei emigrare, ma non c'è alcun servizio per le famiglie né un minimo di infrastrutture, nessun sostegno per i figli, niente che può agevolare le famiglie a basso reddito che lavorano. Allora succede che per quanto hai voluto tua figlia non puoi viverti la paternità con serenità perché sei assalito da troppe preoccupazioni. Nelle altre città gli asili pubblici ci sono, funzionano. Perché qui in tutti questi anni è stato impossibile crearne anche solo uno?». DavideeMariahannodue lavori,manellacittàdoveci sonosolostruttureprivatenon ce la fannoamandare la figlia alnido.«Achi lascioGiorgia? Inostrigenitori lavorano» Francesca Righi è madre di duebambine, Rebecca di 5 anni eSara di undici mesi. Vorrebbeche entrambe andassero all'asi-lo, ma il nido è troppo caro e lasua famiglia non può permetterselo. Così è stata costretta a tenere a casa la bambina più piccola e a stare con lei. Francesca ha 38 anni ed è sposata con Marco, praticamente suo coetaneo. È una mamma precaria, come tante al giorno d'oggi. Quando aspettava Sara ed era al quinto mese di gravidanza, il suo contratto a tempo determinato da impiegata è scaduto e non gli è stato rinnovato. Così ora è disoccupata. In casa lavora solo suo marito che fa il consulente aziendale. Un solo stipendio, il mutuo sulle spalle, la retta della scuola materna di Rebecca, i conti, le bollette e le spese per le bimbe. Francesca vorrebbe cercarsi un lavoro e mandare l'ultima nata al nido anche perché a Bologna, culla del welfare, «le maestre sono davvero bravissime» e «il servizio è eccellente» assicura. Quando scopre, però, quanto dovrebbe pagare di retta mensile, arriva la doccia fredda: 540 euro, una «cifra improponibile». Anche usufruendo dello sconto previsto per le coppie che hanno la loro stessa situazione economica, la retta non ammonta a meno di 480 euro che va sommata ai 130 euro che la sua famiglia paga per la scuola materna della bimba più grande. In tutto circa 600 euro. Esattamente quanto uno stipendio di un impiego part-time o un affitto di un monolocale a Bologna. «È una cifra assurda. Non ce la facciamo a pagare così tanto – si lamenta Francesca –. Abbiamo dovuto rinunciare a mandare Sara al nido e sono costretta a stare io con lei. Il problema è che, in questo modo, non ho vie d'uscita da questa situazione. Finché mi devo occupare di tutto io, infatti, non ho il tempo di cercarmi un lavoro. Senza un impiego, però, non avrò mai i soldi per pagare il nido: è come un cane che si morde la coda». Anche assumere una baby-sitter fissa è fuori discussione: «Costa troppo». E pensare che Francesca è una di quelle mamme che nel valore educativo dell'asilo nido ci crede tantissimo. «Per me è una rinuncia terribile non poter mandare mia figlia al nido perché ho sempre pensato che l'avrebbero frequentato tutti i miei figli. Non per niente sto cercando di prendermi una seconda laurea proprio in Scienza della formazione e proprio come educatrice nei nidi, anche se studiare è quasi impossibile non avendo tempo da dedicare ai libri». «A Bologna, poi, - prosegue – ci sono delle maestre veramente bravissime che fanno questo lavoro con molta passione. La nostra è una città che fa davvero scuola sul fronte del welfare ed è un peccato avere un'eccellenza del genere ma essere costretti a farne a meno». Francesca, come tante altre madri con le sue difficoltà, chiede che le rette dell'asilo nido tornino ad essere più abbordabili. «Gli aumenti sono stati eccessivi – si lamenta – perché così vanno ad influire sulle fasce più deboli» e insiste «che vengano fatti più controlli sull'effettivo reddito delle coppie, visto che non tutti dichiarano l'ammontare reale delle proprie finanze». A Bologna le tariffe hanno subìto un drastico incremento nell'aprile del 2011, per decisione del Comune, commissariato all'epoca da Anna Maria Cancellieri, oggi ministro dell'Interno. L'aumento, fra l'altro, è stato dichiarato illegittimo da una sentenza di quest'estate del Consiglio di Stato che ha stabilito che le rette non possono essere incrementate ad anno scolastico iniziato, perché vanno a mettere in crisi il budget per l'iscrizione messo da parte dalla famiglia. L'aumento è stato rimandato, dunque, all'inizio di quest'anno scolastico. Il sindaco di Imola, il democratico Daniele Manca, snocciola i dati relativi alla frequenza degli asili nido della sua città senza enfasi, uno dietro l'altro, come se rappresentassero un'ovvietà. Una faccenda scontata, figuriamoci se così non fosse, nel cuore della terra emiliana che si considera - a buona ragione - la patria natale della scuola della prima infanzia nel nostro paese. Sindaco Manca, la sua Imola è il sogno dei tantigenitori italiani che inquestimesihanno cercato, inutilmente, di iscrivere i propri figlial nido. «Nella nostra città di 70mila abitanti abbiamo 720 posti disponibili, così frequenta l'asilo nido il 44,4% degli aventi diritto, cioè dei bambini tra zero e tre anni. Una percentuale che va ben oltre il 33% richiesto dai parametri europei fissati a Lisbona. Ma il dato più importante è la totale assenza di liste d'attesa: tutte le famiglie che hanno fatto richiesta di un posto al nido sono state accontentate. Quindi abbiamo soddisfatto il 100% della domanda». Unrisultatonotevolerispettoallageneralità dellegrandicittàitaliane,spessoconunafrequenzadel 10%. Comeci èriuscito? «Non è un risultato solo mio. Dagli anni Settanta la centralità dei servizi alla persona è stata la priorità delle amministrazioni che si sono succedute, ed oggi può essere considerata la vera carta d'identità del comune di Imola, che così ha creato tra i cittadini una nuova cultura pedagogica ed educativa. E con essa, nuove possibilità di sviluppo economico del territorio». Cispieghimeglio. «La scuola dell'infanzia non è considerata un parcheggio, ma una preziosa occasione di crescita dei bambini, che migliorano le proprie facoltà di espressione e sviluppano la capacità di stare in comunità, con miglioramenti che si notano in tutto il ciclo scolastico successivo. E ciò ha portato alla riorganizzazione del tessuto familiare». Dunquepiù mammeal lavoro? «Anche il nostro indice di occupazione femminile, oltre il 60%, è molto superiore ai parametri di Lisbona. E ciò incide notevolmente sul tessuto economico e produttivo locale. Non esistono politiche di genere senza servizi alle famiglie». Oltreaunlavoroculturaledidecenni,cisarà pureuna ricetta esportabile inaltre città. «Una cosa è certa: questi non sono risultati che si raggiungono solo con il pubblico, specialmente in tempi di crisi economica e ridotte risorse disponibili. Dei 720 posti disponibili, 420 sono garantiti da strutture comunali e 300 da strutture private convenzionate. I parametri educativi di qualità e gli standard di sicurezza e professionalità sono stabiliti e garantiti dal comune, che mette in rete anche le realtà del terzo settore, che a Imola è molto sviluppato: su 70mila cittadini circa 55mila sono soci di una cooperativa». Unacollaborazione chepare proficua. «Basti pensare all'ultimo nido inaugurato due anni fa: costruito su un terreno del Comune, edificato dalla municipalizzata Hera e dalla Cna con due milioni di euro di investimenti, e gestito da una cooperativa sociale». Qualè la differenza con la sussidiarietà tantocara,adesempio,alpresidentedellaLombardia,Roberto Formigoni? «Siamo agli antipodi: il modello lombardo prevede dei voucher spendibili dalle famiglie che, di fatto, fanno selezione in base alle condizioni economiche, quello emiliano prevede invece l'universalità d'accesso ai servizi, con regole del gioco uguali per tutti. A zero tasso d'ideologia». E il sistema delle rette? «È fondamentale per garantire equità a tutto il servizio. Da noi la retta massima per l'orario lungo dalla mattina presto fino alle 18.30 è di 480 euro, ma il 35% degli utenti gode di rette agevolate. Per far fronte alla crisi abbiamo personalizzato il nostro indicatore Isee, che si aggiorna in tempo reale: è inutile considerare il reddito dell'anno precendente se nell'anno in corso il lavoratore è in cassa integrazione. Infatti, nessuno dei nostri bambini ha rinunciato al nido per ragioni economiche». CATANZARO DanieleManca Parla il sindaco:«Il44% deibambinisotto i treanni frequenta lascuola dell'infanzia.Civuole unanuova ideadipubblico perrilanciare il servizio» «Venderemo l'auto per pagare la retta» LUCIANACIMINO «Con due figli se ne va tutto il mio stipendio» . . . «Le famiglie andrebbero aiutate» . . . «Si può lavorare ed essere anche mamme?» PAOLABENEDETTAMANCA Francescaha38anniedè sposataconMarco.Lavora comeprecaria:«Dovrei pagare600euroalmese. Lapiùpiccolarimarràacasa e iodovròstarecon lei» BOLOGNA Il record di Imola: zero bimbi in lista d'attesa martedì 18 settembre 2012 13
Interrogati come testimoni, ieridai magistrati di Roma, il segre-tario del gruppo Pdl della Re-gione Lazio, Bruno Galassi e ilsuo collega, Pierluigi Boschi, incarica fino allo scorso gennaio, nell'ambito dell'inchiesta sui fondi del Pdl che al momento vede indagato solo, almeno ufficialmente, Franco Fiorito detto “er Batman”. 41anni, ex sindaco di Anagni ed ex capogruppo del Pdl alla Regione Lazio, Fiorito è accusato di aver movimentato per fini personali, negli ultimi due anni, 753mila euro di fondi pubblici partiti attraverso 109 bonifici dai conti del gruppo consiliare e finiti, per motivi oscuri, in conti a lui intestati, cinque dei quali in Spagna, nonché di aver pagato, sempre con denari dei contribuenti, due auto (una Bmw X5 e una Smart superaccessoriata) acquistate per il gruppo ma a lui intestate, un soggiorno in un albergo di lusso a Porto Cervo, per sé e per la sua ex fidanzata, per un totale di 30.000 euro («Sono la metà - ha giurato Fiorito - e i soldi li ho restituiti subito. Me li ero fatti versare perché avevo un problema con la mia carta di credito e non volevo fare una figuraccia in hotel»). Senza contare 28mila euro di pagamenti alla Telecom per «morosità residenziali o business». Dopo le perquisizioni effettuate negli scorsi giorni, alla sede del consiglio regionale, nelle case di Fiorito a Roma e ad Anagni nonché nell'ufficio dello stesso Bruno Galassi, questa settimana, sul fronte giudiziario, già si annunciava cruciale perché il procuratore aggiunto Alberto Caperna e il pm Alberto Pioletti vogliono innanzitutto capire se Fiorito abbia agito per conto di altri esponenti del Pdl. Il tutto in quadro sospetto, visto che Fiorito non ha usato alcuna precauzione contabile per mascherare il saccheggio. Le Fiamme gialle, in particolare, sono al lavoro per capire se nell'attività del gruppo consiliare ci siano state operazioni anomale o siano state compiute false fatturazioni. Dal canto suo Galassi, definito nell'ambiente uomo di Fiorito, ai magistrati avrebbe confermato quanto già dichiarato l'altro ieri ai giornali: «Nella mia vita non ho mai comandato niente, ho fatto sempre e solo il dipendente, anche al gruppo del Pdl». Affermazione che equivale allo scaricare ogni responsabilità sull'ex capo, che com'è noto venerdì scorso, quando sono scattate le perquisizioni, si è autosospeso dal Pdl, sommerso da grida scomposte di indignazione – anch'essa sospetta - di tanti esponenti del partito. Di certo l'indagine ha già fatto le pulci a una gestione si direbbe molto allegra dei fondi pubblici arrivati nel Pdl di via della Pisana sotto forma di contributi che la Regione distribuisce ai gruppi consiliari: quasi 15 milioni di euro di soldi pubblici l'anno, divisi proporzionalmente a seconda della grandezza dei gruppi. Fondi che una volta passavano attraverso le cosiddette manovre d'aula, per poi andare a finanziare interventi sui territori o iniziative culturali. E che ora vengono distribuiti direttamente ai gruppi senza un'adeguata trasparenza sulla gestione. È stato lo stesso Fiorito, a colpi di dossier dati in pasto alla stampa, a mettere sul banco, documenti alla mano, il canovaccio di quella che ha tutta l'aria di essere l'ennesima storia all'italiana di soldi pubblici utilizzati per assumere parenti e finanziare la bella vita dei politici, nella fattispecie dei consiglieri del Pdl. Nel suo dossier al veleno Fiorito ha fatto diversi nomi: Arianna Meloni, sorella del più famoso ministro della Gioventù Giorgia Meloni, nonché moglie di Francesco Lollobrigida, assessore regionale ai Trasporti, che sarebbe stata assunta come dipendente, con un contratto di tremila euro al mese. E poi Alessandra Sabbatini, cognata del deputato Fabio Rampelli, nonché Carmela Puzzone e Elisabetta Pimpinella, dipendenti del gruppo Pdl e legate a Romolo Del Balzo, consigliere regionale finito in manette nel 2010, per truffa e frode in appalto pubblico. Per non parlare di una misteriosa festa «con donne semivestite», parole di Fiorito, in occasione del Natale di Roma, 21 aprile, dai presunti organizzatori però smentita. Nel mirino di Fiorito anche il presidente del consiglio del Lazio, Mario Abruzzese, che godrebbe di due macchine pagate dall'ufficio di presidenza, entrambe Alfa romeo 159. Infine, le centinaia di fatture intestate ai componenti del gruppo alla Pisana, che si sarebbero dilettati tra cene, pranzi e acquisti di beni voluttuari. Come una spesa all'enoteca “Trucchi” di via Cavour, a Roma, per 784mila euro in vini e champagne. Nonché 7mila euro, in una sola tranche, di spese sostenute dal gruppo consiliare per la rassegna stampa; due cene da 3.500 euro più Iva e da 1.680 euro; mille euro per dieci cravatte di seta, una scarpa di seta e quattro porta documenti in pelle acquistati alla boutique “Marinella” di Napoli, nonché 1.080 euro di riprese fotografiche commissionate all studio “Luxardo” di via del Gambero, tra i più prestigiosi della capitale, per l'onorevole Veronica Cappellaro, 31enne pupilla di Silvio Berlusconi, nonché cugina dell'ex segretario particolare di Denis Verdini e sposata col nipote di Assunta Almirante, dal quale ha avuto un figlio chiamato, non a caso, Pier Silvio e battezzato dall'omonimo erede del Cavaliere. Sempre a lei sono intestate diverse ricevute di bar e ristoranti: “Pasqualino al Colosseo” (17mila euro) o anche “Bar Martini”, dove una cena tra pidiellini è costata agli italiani 8.800 mila euro. Infine, Fiorito ha parlato di cinque assegni a Franco Battistoni, il suo successore che ha mostrato di stracciarsi le vesti per tanti sprechi. Fiorito, che ha detto ai pm di essere pronto a sostenere un interrogatorio che si preannuncia scoppiettante, ha parlato invece di titoli di credito senza causale di cui Battistoni sarebbe stato beneficiario per un totale di circa 5.000 euro. Oltre che di buoni benzina di cui avrebbe chiesto rimborso, per circa 50 mila euro. V ia l'Imu senza nessuna indica-zione della copertura con cuiabolirla. Attacchi al fiscal compact «assolutamente impossibile» da mantenere per l'Italia, alla Germania che «non consente alla Bce di battere moneta», all'Esm «sulla cui reale capacità di funzionare esistono grandissimi dubbi». Critiche all'«arrogante» Sarkozy e alla Merkel che ne hanno «insidiato» il prestigio internazionale di premier. L'intervista di Silvio Berlusconi al “Giornale” non ha solo profondamente irritato e deluso il suo successore Mario Monti, che teme il ritorno in alta quota del nemico spread e la vanificazione del successo di Draghi. Ha anche lasciato sbigottito l'intero gruppo dirigente del suo partito (esclusi Verdini e Daniela Santanché). Dirigenti, ex ministri, parlamentari: tutti spiazzati dai toni da campagna elettorale ante “strana maggioranza”, che piombano, stile elefante nella cristalleria, proprio mentre si cerca un accordo sulla legge elettorale e ci si annusa sulle alleanze. E ieri il partito milanese - Lupi, Gelmini, La Russa, Mantovani - si è riunito per decidere la linea. «Dal non parlare al dire troppo. Esistono anche le vie di mezzo» è il mugugno più diffuso. Comprensibilmente fredda l'ala europeista del Pdl verso l'ennesima offensiva euroscettica del Cavaliere: Lupi, Pisanu, Scajola, Frattini (che è stato anche relatore del fiscal compact), Fitto, Prestigiacomo. La preoccupazione è che «messaggi sbagliati nella tempistica e nel contenuto facciano schizzare in alto lo spread, innestino di nuovo un pericoloso circolo Lo dice lei stessa, quasi a chiusura delle sue comunicazioni in Aula: «Se deve finire in maniera tragicomica io me ne vado». Renata Polverini, con un abito bianco che ricorda quelli dei filmoni in tecnicolor dell'antica Roma, fa la mossa ma non se ne va, eppure il sapore di tragicommedia è nell'aria. Agli alti lai, alla sofferenza, al dolore, alle scuse ai cittadini segue una sceneggiatura già scritta, il voto di una mozione che dovrà essere tradotta in atti. Ma quella degli atti è una storia ancora tutta da vedere. Su quello che è accaduto, sulle spese bulimiche di Francone Batman Fiorito, dalle cravatte alle vacanze in Costa Smeralda, la presidente usa metafore catastrofiche: «Ci siamo sfracellati come il Concordia, e ora chi si salva? È stata l'alluvione di Firenze, l'antipolitica siamo noi». Parole come pietre verso la sua stessa maggioranza, senza lasciare fuori il riferimento alla operazione di tumore a cui è stata sottoposta questa estate e che l'ha portata alla tentazione di andarsene subito: «Di mettermi le ciabatte per il mare che non ho potuto usare quest'estate, quando ero ospite di un hotel a 5 stelle che si chiama Ospedale Sant'Andrea». Ma le dimissioni non arrivano. Arriva invece la minaccia ai consiglieri che se non rigano dritto, come dice lei, rischiano di dover lasciare in anticipo oneri e onori: «Siete stati eletti in modo a dir poco rocambolesco, ora avete la possibilità di riscattarvi nei prossimi due anni e mezzo». I tagli agli sprechi forse ci saranno, di sicuro c'è che la disastrosa avventura del gruppo paragonato all'equipaggio del Concordia ha dato a Renata Polverini l'occasione che aspettava e se la sta giocando negli equilibri instabili della sua deflagrata maggioranza, dove sembra che la sola Udc e i fedelissimi della sua lista siano ormai nelle sue corde, «chi mi è vicino per andare a cena usa la propria carta di credito». Batman Fiorito ieri in Aula non c'era, c'era invece Francesco Battistoni, il capogruppo che ha preso il posto dell'ex sindaco di Anagni e, appena insediato, gli ha fatto le bucce mettendo in piazza le spese del gruppo per ostriche e resort. Ma Battistoni sta muto come un pesce, al suo posto parla Chiara Colosimo. Alla più giovane consigliera Pdl è affidato il harachiri del gruppo, giura fedeltà perinde ac cadaver: «Ribadiamo con forza la totale fiducia a lei, alla giunta, mettiamo fine a tutte le polemiche». Fuori dall'Aula Polverini assicura che dell'assetto del gruppo si occuperà «il Pdl nazionale», ma sembra abbia ottenuto di veder cadere qualche testa. Lei non «sapeva niente delle spese del Consiglio», affermazione che appare improbabile alle opposizioni, che hanno unito le forze in una posizione comune: approvare i tagli necessari e, poi, dimissioni. Lei non ci sta, «io non sono indagata, non è come il caso ILCENTRODESTRA Ora i pm vogliono scoprire se Fiorito ha agito da solo Fondi finitineiconti privati: interrogati ieri cometestimoniBruno Galassi, segretario delgrupporegionalePdl, e il collegaPierluigiBoschi ANGELACAMUSO ROMA Tragicommedia alla Regione Lazio: dalla presidente urla e accuse contro la maggioranza, ma niente dimissioni JOLANDABUFALINI ROMA Polverini fa la mossa Il gelo del Pdl su Berlusconi E Monti deluso teme lo spread Ilgruppodirigente delpartitospiazzato dagliattacchiall'Europa Loscetticismo sull'abolizionedell'Imu senzacopertura FEDERICAFANTOZZI Twitter@Federicafan IL RETROSCENA L'INCHIESTA 4 martedì 18 settembre 2012
ta. È un governo che è andato avanti a forza di decreti, anche pochi mesi di tempo possono bastare». Almomentosiparlasolodiun'altrapossibile manovra che il governo non vuole nemmenochiamare così. «L'ultimo atto sarà la legge di Stabilità. Sulla manovra - perché lo è - le notizie informali ripropongono il modello già noto: tagli e liberalizzazione dell'offerta. È chiaro che per noi non sono la strada giusta. Abbiamo avanzato delle richieste, aspettiamo delle risposte». TorniamoaFiat:cheeffettofasentirsidare ragione da CesareRomiti? «In realtà i suoi elementi di critica nei confronti degli attuali vertici ci erano già noti. Rilevo che per la prima volta in un Paese che aveva beatificato Marchionne si riconosce che il sindacato che l'aveva contrastato non era poi così fuori strada. Ma non provo soddisfazione, piuttosto una grande preoccupazione, cui credo che il sindacato debba rispondere con unità». Ha parlato di Fiat come dell'occasione per ritrovare l'unità sindacale: ci crede davvero? «Lo dobbiamo ai lavoratori. Le ragioni per cui è stato loro chiesto di sacrificarsi, e molto, meritano uno sforzo da parte sindacale. Un sindacato forte si comporta così: riprende e ripropone un cammino unitario, proprio a partire da una ferita profonda». La segretaria nazionale della Cgil Susanna Camusso FOTO DI CIRO FUSCO/ANSA «L'Italia non ha bisogno di una manovra aggiuntiva», ha affermato nel fine settimana il ministro dell'Economia, Vittorio Grilli. Che poi ha fatto da amplificatore al medesimo concetto, «Abbiamo raggiunto l'equilibrio strutturale dei conti pubblici, ciò esclude che nei prossimi mesi ci possano essere nuove manovre finanziarie», espresso il giorno precedente da un suo “vice”, il sottosegretario del dicastero economico, Gianfranco Polillo. Senonché l'esperienza insegna che di buone intenzioni sono lastricate le strade per l'inferno, quest'ultimo inteso come la lotta quotidiana con le ristrettezze a cui sono costretti milioni di italiani, un impoverimento che i vari provvedimenti “Salva Italia” del governo Monti non hanno di certo frenato. Il perché, poi, i vertici del ministero dell'Economia abbiano sentito il bisogno di impugnare il megafono per diffondere rassicurazioni è abbastanza evidente: entro la fine del mese, ma forse già in settimana, l'esecutivo deve mettere a punto gli aggiornamenti al Documento di economia e finanza elaborato in primavera. In quella sede è scontata una revisione al ribasso del Prodotto interno lordo. Infatti, le ultime stime ufficiali relative al 2012, appunto quelle del Def diffuse ad aprile, vedevano un' economia in calo dell'1,2% mentre le previsioni dei principali istituti nazionali e internazionali indicano adesso per l'Italia una decrescita tra il -2% e il -2,4%. Ed anche per l'anno prossimo ci sarà una revisione al ribasso: le previsioni date dal governo ad aprile indicavano una crescita dello 0,5% a fronte della perdurante recessione che viene attualmente indicata. L'inevitabile aggiornamento al ribasso delle stime comporterà i prevedibili effetti a cascata, in primis il peggiorare del rapporto deficit-pil con conseguenti preoccupazioni in sede europea ed internazionale. GIOCOLESSICALE Un gran brutto viatico per un mese di ottobre dove ci sarà da licenziare la Legge di Stabilità (ex Finanziaria). Un testo nel quale bisognerà trovare il modo di scongiurare un ulteriore aumento dell'Iva, il cui blocco è per ora garantito solo al giugno del 2013. Blocco destinato ad incrinarsi, appunto, con il deterioramento della situazione sancito nel prossimo Def. Per evitare l'innalzamento dell'Iva si stima che servano almeno sei miliardi, a cui bisogna aggiungerà altre necessità assortite, ad esempio per finanziare a dovere l'Agenda Digitale. Torniamo dunque alle rassicurazioni di partenza, perché è forte il rischio che lo scongiuramento di una manovra aggiuntiva possa rivelarsi un gioco lessicale, mentre la realtà riserverebbe un altro agguato alle tasche dei contribuenti. Non a caso si sente parlare da più parti, non necessariamente fuori dai ministeri e da Palazzo Chigi, di una fase due della spending review e di un'energica sforbiciata alle agevolazioni fiscali. ORACHE FIAT HAPALESATOL'INTENZIONEDI NONTENERFEDEAIPROGRAMMIDI INVESTIMENTO, E SIFA STRADA ADDIRITTURAIL TIMOREdi un abbandono dell'Italia da parte dell'impresa manifatturiera nazionale per eccellenza, le reazioni prevalenti dosano in varie combinazioni indignazione e preoccupazione. Indignazione carica di conferme per coloro che possono rivendicare di aver indovinato le intenzioni di Sergio Marchionne fin dall'inizio, a partire da quel grave indizio che fu la mancata presentazione di un piano di investimenti; indignazione mista a imbarazzo per chi con troppa fretta ha concesso credito alle promesse fatte e si sente ora tradito nella propria fiducia. L'indignazione è comprensibile e giustificata: nonostante le note dichiarazioni di Marchionne, la Fiat ha un debito storico verso l'Italia, che va oltre i contributi a fondo perduto (ora cessati ma copiosi in passato), e chiama in causa la politica dei trasporti (sarà un caso se l'Italia ha avuto per lungo tempo la più estesa rete di autostrade mentre ha sviluppato in modo limitato la rotaia?) o le tornate di incentivi alla rottamazione, a vantaggio di tutti ma indubbiamente di qualcuno in modo particolare. Sostegni che non sono certo una peculiarità del nostro Paese: proprio la risposta del governo Obama alla vicenda Chrysler-Fiat illustra come la crisi in questo settore possa spingere all'intervento governi di Paesi dalla tradizione liberale ben più radicata della nostra. Quella dell'automobile non è un'industria qualsiasi. La sua capacità di «attivazione» in termini di indotto sia a monte che a valle del processo produttivo, le forti complementarità con produzioni che vanno dalla chimica all'elettronica, la rendono strategica, specie per un Paese a vocazione manifatturiera come il nostro. Le rilevanti «esternalità» positive giustificano il sostegno pubblico, che infatti raramente è mancato, e spiegano il richiamo alla responsabilità sociale di impresa, perché tenga conto di interessi più ampi di quelli dei soli azionisti. Accanto al biasimo per la Fiat che trova per una volta concordi sindacati, imprese, esponenti del governo e larga parte dei commentatori, non manca tuttavia chi rimprovera al Paese una scarsa sensibilità per le dure «leggi» del mercato. La strategia di Marchionne non sarebbe nient'altro che l'ovvio effetto di un calcolo di convenienza da parte di una multinazionale a fronte delle difficoltà di operare nel nostro Paese; sul banco degli imputati ovviamente il nostro mercato del lavoro, il fisco, la burocrazia. Grosso modo su questa linea il commento di Alessandro Penati, che su Repubblica osserva come, a fronte della caduta di domanda verificatasi a partire dal 2010 e solo in parte prevedibile, non ci siano alternative alla riduzione di capacità produttiva. Per Penati, in presenza di una crisi che giudica irreversibile, l'unica politica ragionevole è incoraggiare lo spostamento di risorse verso altri settori e aziende a più alta produttività. L'auto sarebbe dunque un settore irrimediabilmente in declino, e miope è la difesa dei posti di lavoro. È una tesi coraggiosa, ma ci chiediamo se sia ben meditata. Competenze e know-how non si creano da un giorno all'altro, e una volta usciti dal settore ne saremmo irrimediabilmente fuori. Per le ragioni che dicevamo, gli effetti andrebbero ben oltre il prodotto automobile, provocando danni permanenti al tessuto produttivo. È accaduto per la chimica e per l'informatica; prima di infliggere un colpo simile alla meccanica si dovrebbe quanto meno esercitare il principio di precauzione. Tanto più che non sembra questa la strategia perseguita in altri Paesi. C'è del resto un indizio interessante, cui giustamente allude lo stesso Penati quando provocatoriamente invita la Fiat ad abbandonare, in quanto neppure esse «strategiche», il controllo della Stampa e la partecipazione nel Corriere. Se questo invito non verrà seguito, la ragione è che probabilmente la strategia di Marchionne non contempla un'uscita dal nostro Paese. Se così fosse, diversa sarebbe stata la risposta di Fiat all'interesse mostrato ad esempio da Volkswagen per acquisizioni di capacità produttiva nel nostro Paese. L'intenzione è allora probabilmente un'altra: ridurre la presenza produttiva nel nostro Paese senza però abbandonare il campo ad altri competitori; mantenere un presidio limitando al minimo gli investimenti. Una strategia che potrebbe pagare per Fiat ma non certo per l'Italia, che in tal modo si vedrebbe non solo privata del proprio campione nazionale, ma anche preclusa la possibilità di investimenti da parte di altri attori interessati. Un governo attento al futuro industriale del Paese dovrebbe andare a vedere le carte della Fiat, senza abdicare alla propria responsabilità in nome di un astratto richiamo alla libertà del capitale di investire dove meglio crede. gno della vertenza tutti i 23 sindaci del Sulcis Iglesiente che per giovedì mattina hanno convocato davanti alla fabbrica del polo industriale di Portovesme un'assemblea con tutti gli amministratori. «Non possiamo permettere che il Sulcis Iglesiente perda un solo posto di lavoro - ripete Franco Porcu, portavoce dei primi cittadini - per questo motivo sosteniamo i lavoratori in lotta e li seguiremo in tutte le iniziative». Intanto ai lavoratori arrivano attestati di solidarietà da diverse parti d'Italia. «Ogni giorno riceviamo lettere ma anche striscioni di privati cittadini, sportivi, o artisti che ci incoraggiano ad andare avanti - spiega Massimo Basciu della Rsu Cisl - proprio in questi giorni sono arrivati quelli dei tifosi del Torino, del Livorno. Altra solidarietà da Messina e altri centri d'Italia. Tutti ci invitano ad andare avanti. E noi non abbiamo intenzione di fermarci». a un altro produttore» La manovra «che non c'è» costerà più di 6 miliardi MARCOVENTIMIGLIA MILANO . . . Monti deve decidere di non liquidare pezzi importanti dell'apparato industriale del Paese . . . Il calo di produttività degli ultimi 20 anni a causa delle infrastrutture e di scarsi investimenti Primo, vedere le carte in mano al Lingotto IL COMMENTO MASSIMO D'ANTONI La protesta Alcoa FOTO ANSA martedì 18 settembre 2012 3
Pochi bambiniche nascono,poche donneche lavorano.Questi i re-cord che l'Italia raggiunge all'interno dei paesi Ue. A causare questi primati, secondo tutte le statistiche internazionali, è la scarsa offerta di servizi per l'infanzia, primo fattore, insieme a tanti altri, della minore occupabilità delle donne italiane. Servizi scarsi e spesso costosi. Secondo un'indagine dell'ufficio per le politiche territoriali della Uil sui costi delle scuole dell'infanzia nelle città capoluogo di regione, un bambino in un asilo nido italiano arriva a costare, per una famiglia tipo con due genitori lavoratori, 3240 euro l'anno, circa il 10% del reddito familiare annuale. Anche qui troviamo differenze territoriali significative. Se a Bolzano si arriva a pagare 399 euro al mese, a Catanzaro si superano di poco i cento euro (104). In cima alla classifica troviamo anche Aosta con 379 euro, Trieste (339), Firenze (338) e Torino (337). Gli asili nido sono quindi un servizio che cade in maniera pesante sulle spalle delle famiglie. Infatti, se la spesa totale per i servizi all'infanzia è stata per il 2010 di circa 1,6 miliardi di euro, ben 284 milioni (il 18%) sono stati a sborsati da mamma e papà. I servizi per l'infanzia sarebbero un diritto da garantire a tutti i bambini italiani, ma soprattutto a tutte le donne che in questo modo vedrebbero aumentare le possibilità di trovare un impiego. Ma purtroppo sono costosi e anche poco diffusi. Infatti, secondo l'Istat, l'anno scorso solamente il 13,9% dei bambini da 0 a 2 anni frequentava un nido. Un leggero aumento rispetto a qualche anno prima, ma ancora molto lontano dalla soglia del 33% indicata dal Consiglio Europeo del 2000 come obiettivo da raggiungere entro il 2010. I bambini che frequentano un asilo nido sono in totale 239mila, di cui 158mila sono iscritti a quelli comunali; 44mila bambini, poi, sono iscritti in un asilo nido convenzionato; 37 mila hanno usufruito di servizi integrativi organizzati in contesto familiare o lavorativo, con il contributo dei Comuni. Le differenze territoriali sono poi enormi e in aumento. Se infatti il 29,4% dei bambini emiliani frequenta un nido, questo tasso scende ad un miserevole 2,7% in Campania ed addirittura al 2,4% in Calabria. In questi anni le regioni del nord hanno fatto enormi progressi, mentre nell'Italia meridionale i tassi di accesso agli asili nido rimangono al di sotto della media nazionale. Il lievissimo ma continuo incremento dell'offerta osservato a partire dal 2003 sembra addirittura subire un arresto nell'ultimo anno. Infatti nella maggior parte delle regioni meridionali (Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria) nel 2011 si registra una diminuzione della quota di bambini iscritti. Secondo il rapporto Uil, esiste una chiara correlazione tra tasso di occupazione femminile e la presenza di adeguati servizi per l'infanzia. Sarà forse un caso che in Emilia Romagna il tasso di occupazione femminile è al 60,9% (il più alto tra le Regioni), e il tasso di bambini negli asili nido è il più alto d'Italia)? Analogamente in Val d'Aosta le donne che lavorano sono il 60,8% del totale e il tasso di frequenza dei bambini nei nidi è al 27,1%, così come a Trento i tassi sono rispettivamente del 57,2% e del 21,9%. In fondo alla classifica troviamo le regioni meridionali. Si arriva a malapena alla metà dei migliori risultati che si registrano nelle regioni del nord. In Campania solo due bambini su cento va al nido mentre solouna donna su quattro lavore. Ma se allarghiamo lo sguardo all'Europa, guardando alle statistiche dell'Ocse, allora è l'Italia intera a divenire la maglia nera. L'Italia è indietro sia per fertilità familiare (i tassi di fecondità si sono assestati in Italia intorno a 1,4 figli per donna, contro gli 1,99 della Francia o l'1,94 dell'Inghilterra) sia nel rapporto tra fertilità ed occupazione femminile. Qui purtroppo non ce n'è per nessuno. L'Italia è in fondo alla classifica dietro tutti i paesi dell'Ocse. La soluzione? Maggiori servizi per l'infanzia. Ma purtroppo l'Italia investe meno in politiche per la famiglia che la maggior parte dei paesi europei. L'1,4% del Pil contro una media del 2,25% che arriva addirittura al 2,8% se consideriamo solamente i paesi ad alta fertilità. Insomma non assicurare un diritto ai bambini italiani significa soprattutto non assicurare un diritto alle donne italiane. Una doppia esclusione che l'Italia non può più permettersi. . . . In cima alla classifica anche Aosta con 379 euro al mese, Trieste (339), Firenze (338) e Torino (337) Quelle sono cifre da inco-scienti. Con tutti i proble-mi economici che ci sonoadesso in Italia, chi puòpermettersi di pagare 650euro al mese per l'asilo nido?». La domanda posta da Maddalena S., 37 anni, è retorica. Lei non può permettersi di sborsare una cifra pari a metà stipendio «quando va bene, quando lavori a tempo pieno». Altrimenti, in caso di contratto part time, «lo stipendio devi darglierlo tutto». Lei, prima ancora di fare i salti mortali per far quadrare i conti di casa dal punto di vista economico, deve compiere un piccolo miracolo di organizzazione domestica. E con una bambina di 5 anni, un bambino di 2, un marito che spesso è fuori città, e un lavoro da precaria della scuola che c'è e non c'è, non si tratta di un'impresa semplice. Che pesa solo sulle spalle della sua famiglia, vista la totale assenza di servizi pubblici accessibili. Non a caso il Comune di Brescia ha visto diminuire anche del 30% le iscrizioni ai nidi comunali a causa della crisi economica che costringe molti genitori a risparmiare sulle rette: non stupisce, visto l'aumento del 6% circa delle rette fino ad un massimo di 598 euro mensili, e visto la cancellazione di molte convenzioni con strutture private, causa il taglio delle risorse pubbliche destinate ai servizi. Così Maddalena si è ritrovata con un problema in più: «C'è un asilo nido proprio sotto casa mia, dove la grande frequenta l'ultimo anno di scuola materna, ma non posso mandarci il piccolo, perchè la struttura da quest'anno non è più convenzionata e la retta privata valida per tutti è 650 euro al mese». Una piccola fortuna: «Se anche potessi permettermi di pagarla, non penso che lo farei. Sarebbe da incoscienti, con il mio lavoro incerto e tutte le spese di casa a carico di mio marito». La situazione non sarebbe migliore nelle strutture pubbliche. Anzi, «mi ritroverei con l'impossibilità logistica di andarlo a riprendere, visto la distanza da casa e visto che mia madre già mi aiuta andando a prendere la maggiore alla scuola materna». E poi, la tariffa sarebbe comunque insostenibile, «ben 556 euro, per una frequenza dalla mattina alle 7.30 fino al pomeriggio alle 15.30, neanche quella lunga fino a sera». Almeno la fatica di risolvere questo problema, Maddalena se l'è risparmiata: «Il Comune mi ha tolto l'imbarazzo della scelta, mio figlio è comunque in lista d'attesa, senza posto assegnato». Fino a qualche giorno fa, dunque, la soluzione del puzzle sembrava scontata: anche lei, come tante mamme italiane, sarebbe stata «costretta a piegarsi» e rimanere a casa per badare al figlio. Ma una chiamata dell'ultimo minuto, una supplenza per malattia in una scuola materna, «non si sa per quanto tempo, ma intanto è un lavoro», ha di nuovo posto in discussione l'organizzazione familiare. E l'unica sistemazione faticosamente trovata da Maddalena, di fretta e furia per poter tornare a fare l'insegnante, è sintomatica di una realtà italiana generalmente priva di risposte pubbliche garantite, di un'organizzazione sociale ed economica che per poter funzionare scarica il suo peso sulle spalle delle famiglie stesse. «In questo caso la nonna non poteva essere d'aiuto, perché non se la sente di badare al piccolo, che corre continuamente di qua e di là. Anche mia madre sta invecchiando, non riesce a stargli dietro». Esclusi i parenti stretti, Maddalena si è rivolta alla sua famiglia allargata, agli amici: «Un'amica ha un piccolo nido privato. Per il momento terrà lei mio figlio». Si spera, ad un prezzo da amici. ALNORDSISPENDEDIPIÙ Caro asilo Il nido è un lusso Le mamme? A casa L'INCHIESTA Milano, un asilo nido privato FOTO DI LUANA MONTE/BUENAVISTA I SERVIZI PER L'INFANZIA MANGIANO IL 10% DEL REDDITO FAMILIARE. BOLZANO LA CITTÀ PIÙ COSTOSA. ANCHE PER QUESTO SIAMO IL PAESE CON MENO DONNE AL LAVORO MARIOCASTAGNA ROMA «Gli amici e la famiglia questo è il mio welfare» LUIGINAVENTURELLI Maddalenahaduefigli.Unolo affidaaun'amica.ABrescia le iscrizioniainidicomunali sono diminuiteanchedel30%a causadellacrisichecostringe moltigenitoria risparmiare BRESCIA . . . 251 Sono gli euro mensili che in media una famiglia spende per pagare il nido . . . 2,4% È la percentuale dei bambini che frequentano gli asili nido in Calabria . . . 1,4% Su cento euro che lo Stato spende solo 1,4 sono destinate alle politiche per l'infanzia 12 martedì 18 settembre 2012
SU QUELLA PANCHINA DOVEVA ESSERCI BENITEZ.Chiedere ai tifosi nerazzurri e a Moratti, soprattutto, cosa significa avere un Benitez in casa. Lo spagnolo chiedeva uomini e mezzi per puntare allo scudetto. Una neopromossa, anche se la Sampdoria, con la sua storia, che vuole lo scudetto? No, non esiste. Era metà luglio, Garrone disse no, impossibile, siamo ambiziosi ma non matti. E veniamo dalla serie B. Abbiamo giovani in abbondanza, ci bastano quelli. Benitez fu abbandonato. Serviva un allenatore, a quel punto. Garrone pensò a Gasperini, al ritorno di Delneri, poi spuntò Ferrara. Qualcuno, in Federazione, ci rimase male. Ciro era il tecnico dell'Under 21 più bella degli ultimi 15 anni. Ciro a Genova, un'immagine nuova, inedita, per un uomo che in carriera aveva indossato due maglie appena, Napoli e Juventus, e vinto tutto il possibile, con Maradona e con Del Piero, nel bollente San Paolo e nel glaciale Delle Alpi. La Samp riparte da Ciro, Ciro torna in A dopo tre anni. Garrone gli chiede la salvezza, Ferrara chiede alla squadra un buon calcio. Ha una lista breve, la rosa era quasi fatta, arrivano Estigarribia e Maxi Lopez. Non fa progetti Ciro. Con la Juve, quando era toccato a lui, era durata poco, il tempo di affondare in Champions, di scivolare in basso in campionato e lasciare l'onore e il terrore a Zaccheroni. Andò via con misura, parlò di sfortuna, aveva Diego, Tiago, Molinaro, i resti di Cannavaro e gli avevano chiesto lo scudetto. Era arrivato troppo presto troppo in alto. Genova è la sua dimensione. L'impatto è duro, ad agosto la Samp si fa sbattere fuori dalla Coppa Italia dalla Juve Stabia, un giorno prima, parlando come Boskov, Ciro aveva chiesto una squadra «copetera». Era presto. Poi venne il trofeo Gamper, Sampdoria ospite del Barcellona, al Camp Nou. Vilanova butta nella mischia giovani e riserve, Ciro la squadra tipo. Chiede alla Samp di aggredire, battersi. E la stessa squadra che aveva perso a Castellammare di Stabia, diavolo di un calcio d'agosto, batte il Barcellona. A fine agosto la Samp era una squadra. Prima di campionato a San Siro contro il Milan, prima vittoria, firmata Costa, soffrendo. Una settimana dopo il bis contro il Siena, soffrendo. A Pescara il tris, soffrendo. Nove punti su nove, tre vittorie consecutive, che in A non si vedevano dai tempi di Delneri, uno che poi la Samp la portò in Champions. Ora Ciro chiede di non volare troppo in là con la fantasia, la Samp non può permetterselo. Però Obiang è una sua scoperta, Eder largo una felice intuizione, la vecchia guardia funziona, Maxi Lopez viaggia con una media di un gol a partita. Lo spettacolo non abita a Marassi, ma poco importa. Per quello forse ci sarà tempo o forse no, contano i punti, ne servono ancora tanti per la salvezza. Domenica c'è il Toro del doriano Ventura: l'ultima volta furono cornate tra i due, quel Bari spazzò via la Juve e un pezzo di Ferrara. Tre anni e una vita dopo, ecco la prima di una serie di possibili rivincite. Per quella suprema c'è tempo: Juve-Samp si gioca all'ultima giornata. QUANDOLOSCORSO2GIUGNOLALAZIOANNUNCIÒ VLADIMIR PETKOVIC, ALLA CONTESTAZIONE PERLOTITOSISOSTITUÌPURAINCREDULITÀ.Semplicemente nessuno sapeva chi fosse. Un uomo venuto dalla luna, Petkovic. Con una sfilza di annate mediocri in Svizzera nel suo curriculum, e l'ultima parentesi turca alla guida del Bursaspor chiusa in anticipo prima della retrocessione. «È l'uomo giusto per guidare la Lazio», dissero i dirigenti biancocelesti. Ma intanto la Lazio collezionava brutte figure nelle amichevoli estive, compresa quella con il Getafe alla presentazione all'Olimpico. Lì nacque la Lazio di Petkovic, al quale è bastato inchiodare i suoi una volta: «Da quella gara è cambiato qualcosa», disse Petko poco tempo dopo. Quando ha iniziato a fare sul serio, la Lazio ha solo vinto: Mura 05, Atalanta, ancora Mura, Palermo, Chievo. Cinque su cinque, impalate come i nemici del conte Vlad (dice nulla l'omonimo?). Le prime tre gare di fila in serie A, la Lazio non le faceva dal ‘74/75. C'era Maestrelli in panchina. Che le parole più toccanti dell'inno laziale celebrano dall'alto: «Su c'è il Maestro...». Così Petkovic ha superato la storia. È ancora presto affinché all' Olimpico si canti del «Dottore» (già, in Svizzera lo chiamavano così), ma la sua cura ha già fatto breccia, non solo in campo ma anche sugli spalti, dove ci si risveglia da un lungo torpore. Artefice del proprio destino, regista del suo film, bambino di un puzzle che nessuno aveva capito. Prima parti dagli angoli, poi fai la cornice e «pian pianino» arrivi al centro. Tre le mosse che hanno colorato la sua Lazio. Carattere: «Voglio un Lazio affamata dal 1' al 90', capace di imporre la sua supremazia sull'avversario». Uomini: Hernanes arretrato (4 gol in 5 partite da mediano), Klose sempre più in area (e sempre più «mito»), attaccanti esterni «leggeri» (Mauri e Candreva da nazionale quando Prandelli vorrà). Priorità: «Penso sempre alla prossima partita, penso sempre alla Lazio migliore». Ultima parabola che nega in tutto i calcoli di Reja nel turn-over. Il paragone è d'obbligo. Anche perché la Lazio che ritiene «più forte», Petkovic l'ha dovuta concepire sugli stessi undici dello scorso anno. Era partito con in testa un 4-3-3, il che aveva portato i detrattori a considerarlo lo Zeman dei poveri. E invece beati gli ultimi, e Vlado al momento si gode la supremazia cittadina. L'Italia si sta accorgendo di lui e della sua bellissima Lazio, che segna come una vipera e concede il minimo: 7 gol fatti e solo uno subito in campionato. Da quando l'ha chiamato Lotito, il tecnico bosniaco-croato ha messo la Lazio davanti a ogni sua passione. E di interessi ne ha diversi, a partire dalle otto lingue che parla perfettamente, per arrivare al tennis, al golf, ma soprattutto alla famiglia. La moglie Ljiljana e le due figlie, Ines e Lea. Da ex sconosciuto che appena arrivato dalla Svizzera aveva colpito per il suo vice che faceva il bidello (poi cambiato con Manicone), e per la beneficenza con la Caritas, adesso si sta prendendo le sue rivincite: «Si vede che i miei detrattori non avevano letto bene quello che avevo fatto in passato...», ha sorriso ieri. «Con calma, manteniamo i piedi per terra, arriveranno anche i momenti difficili». A Roma è arduo tenere sotto controllo anche i troppo belli: «Ma io ho uno stomaco forte...», ci rivelò poco prima di partire in ritiro. Nel frattempo, giorno dopo giorno, Petko è riuscito a ridurre drasticamente tutti i «vaffa» gridati in faccia a Lotito per averlo scelto. Adesso il patron biancoceleste gongola per quello che in realtà (ma nessuno vuole ammetterlo), era uno degli obiettivi della Roma. Ma la risposta a chi l'aveva insultato, a chi aveva insinuato che «uno così, giusto Lotito e Tare...», Petkovic l'aveva già nel suo nome. Pet-Ko-Vic. Fate l'anagramma in serbo, e uscirà fuori: Cinque-che-scherzo. Come le vittorie di fila. L'uomo venuto dalla Luna la soluzione già la sapeva. COSIMOCITO GENOVA Ferrara Lavendettava servita fredda SIMONEDISTEFANO ROMA SPORT Torna inAdopotreanni LaJuve l'avevacacciato conunasquadraspenta Dall'UnderaGenova acacciadinuovi talenti Petkovic Vlad lospietato E la Lazio sogna Quandofu ingaggiato nessunosapevachi fosse Otto lingue,duefiglie,una moglieeun'ideavincente: arretrareHernanes Ci avreste scommesso? «Versamenti innero» IlgiocatoreZauri indagatoperriciclaggio ILCASO Ilgiocatore dellaLazioLuciano Zauri è indagatoper riciclaggiodalla procuradi Milano in relazioneaun presunto versamento«innero» daun milionedi eurocheavrebbeottenuto suconti svizzeri, nell'ambito del suo trasferimento dallaSampdoriaalla societàbiancoceleste nel2011. L'inchiesta era natanei mesi scorsidalle rivelazionidel faccendiere svizzeroGiuseppeGuastalla, giàcoinvolto nell'inchiestasubanca Italease. U: martedì 18 settembre 2012 27
IKEA Giallosull'addio del fondatore Ikeahasmentito la notizia diffusa ieri dalquotidiano svedese “Expressen”del ritirodelpatron IngvarKamprad.Secondo il quotidiano, l'ottantaseienne fondatoreavrebbe lasciato il comandoaisuoi tre figli: Peter, Jonase Mathias.«Ingvarnon sarà piùquia dare i suoiconsigli e il suo sostegno»,avrebbedetto Goeran Grosskopf, il presidente di Ingka Holding, la controllantedi Ikea. INBREVE EURO/DOLLARO 1,3144 FONSAI Afineottobre assembleaper ilcda L'assemblea degli azionisti di Fondiaria-Saiè convocataa Torino il 29 e 30ottobreprossimi, rispettivamente inprimae secondaconvocazione.All'ordine delgiornodella parteordinariaci sono la nomina delcdae il suo compenso.L'intero cdadiFonSai eravenuto adecadere il 23 luglio scorsodopo ledimissionia pioggiaconseguenti al passaggio delcontrollodelgruppo in capo a Unipol. GERMANIA Il65%dei tedeschi rimpiange ilMarco Il 65%dellapopolazione tedescacrede che sarebbestato megliomantenere il marcosenza aderirealla monetaunica,mentre il 49%pensache l'Unione europea siastataun errore.Èquanto emergeda unsondaggio della “BertelsmannFoundation”, secondocui inFrancia la maggioranzasi dice invece favorevoleall'unione valutaria, con il solo36%degli intervistati che rimpiange il vecchio franco, ma restaconcorde (56%) suidubbi per l'efficacia d'azionedi Bruxelles. EUROZONA Risultatorecorddel saldocommerciale Labilancia commerciale dell'Eurozonaa luglio hachiuso conun attivorecord di 15,6 miliardidi euro.È ilpicco piùalto dal 1999, quando Eurostatha cominciato la pubblicazionedei dati.Nel mesedigiugno il surplus erastato di 13,6miliardi (dato correttorispetto alla stima di+14,9 miliardipubblicata ilmesescorso). Depuratadelle variazioni stagionali, la bilancia di luglio ha presentatoun attivo di+7,9 miliardidi euro(+9,3a giugno, +6,7a maggio,+4,9 adaprile,+4.6 amarzo,+1,9 a febbraio). C'è odore di ribassi, leggeri s'intende, sui prezzi dei carburanti. Ma la notizia resta comunque il caro benzina, che se fa piangere automobilisti e imprese i cui prodotti viaggiano su gomma, fa sorridere il fisco. Dunque lo Stato. L'ultimo aggiornamento arriva dal centro studi Promotor, che fa notare come, nonostante negli ultimi otto mesi dell'anno il consumo di verde e gasolio sia calato del 9,3 per cento gli italiani hanno speso 3,3 miliardi in più rispetto ai quasi 42 miliardi di euro dello stesso periodo dell'anno scorso. Il conto finale è salato: 45,3 miliardi in otto mesi. Soldi divisi tra Stato e petrolieri - sempre secondo Promotor, centro studi della società che organizza il Motor Show di Bologna. La parte più consistente di questo fiume di denaro è andata al fisco che, grazie ad un aumento del prelievo medio del 22,4 per cento sulla benzina e del 33,04 per cento sul gasolio, ha visto i suoi introiti crescere di 3,6 miliardi per arrivare a un gettito complessivo di 24,4 miliardi con una crescita del 17,4 per cento sull'anno scorso. La parte restante dei 45,3 miliardi spesi dagli italiani è andata a società petrolifere e distributori che, contrariamente al fisco, hanno risentito del calo dei consumi. Gli introiti di petrolieri e distributori sono scesi così dai 21 miliardi dei primi otto mesi del 2011 agli oltre venti dello stesso periodo di quest'anno, con un calo di 252 milioni e nonostante incrementi della media ponderata dei prezzi industriali (prezzi alla pompa meno imposte) del 9,50 per cento per la benzina e dell8,4 per il gasolio. 768EURO ALL'ANNO Ma non è solo Promotor a fare i conti. Sulla benzina si sbizzarriscono le analisi di diversi soggetti economici e di rappresentanza. Tra questi Federconsumatori, che stima un rincaro annuo per le famiglie degli automobilisti di 768 euro, pari a 49 giorni di spesa alimentare di una famiglia media. Gli apprezzamenti si riverberano sui prezzi dei beni, anche alimentari, e sulle scelte di spesa dei nuclei familiari. Per via della crisi, e per effetto del caro carburanti, quasi un italiano su quattro (22 per cento) quest'anno ha accorciato la meta delle vacanze. Lo sostiene Coldiretti, che sottolinea come fosse solo per lo svago agostano si potrebbe anche far fronte alle emergenze. Il problema ulteriore è che, continuano i coltivatori, quest'anno la spesa mensile per carburanti delle famiglie italiane è stata pari a 120 euro e ha superato quella per l'acquisto di carne (110 euro), frutta e ortaggi (83 euro) o pane e cereali (79 euro). Non bastasse, «il caro gasolio sta mettendo in grave crisi le imprese agricole, mandando in rosso i bilanci», aggiungono quelli della Cia, la Confederazione degli agricoltori. «I rincari del carburante, con continui record, hanno effetti devastanti nel settore primario». E come già Promotor, anche gli agricoltori osservano che «a gravare è soprattutto il carico fiscale. Solo nei primi otto mesi del 2012 - è la denuncia - il fisco ha spremuto alle aziende 1,5 miliardi di euro, pari al 15 per cento in più rispetto al 2011; in pratica, il sei per cento dei 24,5 miliardi che l'erario ha incassato dalle vendite totali di benzina e gasolio e questo nonostante il calo dei consumi». Contro il caro-vita, e dunque anche il caro carburante, oggi le associazioni dei consumatori (Adiconsum, Adoc, Adusbef, Cittadinanzattiva, Federconsumatori e Movimento consumatori) si ritroveranno in piazza Montecitorio. Di fronte a questo quadro, appare di scarso conforto la segnalazione dei ribassi dei prezzi alla pompa di benzina. Ieri le medie ponderate nazionali tra le diverse compagnie in modalità «servito» davano la benzina a 1,931 euro al litro (-1,3 centesimi) e il diesel a 1,825 euro (-0,3 centesimi). Bonifiche e interventi Per l'Ilva 400 milioni Clini: l'azienda pronta a nuovi investimenti, il ministero dell'Ambiente si costituirà parte civile Giallo sui dati sulla mortalità: nel progetto Sentieri 10% in più, ma per la Sanità fermi al 2002 SALVATOREMARIARIGHI srighi@unita.it -0,93% 16.470,09 Ftse Mib ISTAT ECONOMIA Dati sulla mortalità, non nuovi ma comunque preoccupanti, e altre risorse sia da parte della proprietà che da parte del Governo. La questione Ilva resta uno dei fronti più caldi dell'esecutivo, in questo autunno, dopo un'estate passata nel ping-pong di dichiarazioni e provvedimenti tra istituzioni e magistratura. Secondo il ministro Clini, si legge nelle agenzie, l'Ilva ha confermato l'intenzione di rimanere nell'area produttiva di Taranto, e l'investimento di 400 milioni di euro per il risanamento; una spesa per il risanamento tutta a carico dell'azienda, investimenti privati, senza aiuti pubblici. Il ministro dell'Ambiente, oltre a ribadire che il governo intende costituirsi parte civile in un'eventuale processo per disastro ambientale doloso e colposo, ieri ha aggiunto che «le risorse del Governo già messe a disposizione sono 90 milioni di euro, poi ci sono quelli che fanno riferimento ai fondi della regione Puglia. Poi altri 60 milioni di euro saranno disponibili all'inizio del prossimo anno». Uno dei punti più critici, il problema della dispersione delle polveri dai parchi minerali, potrebbe essere finalmente risolto con la copertura degli stessi, come si chiede da più parti, a cominciare dalla procura che ritiene non sufficiente l'innalzamento di una barriera protettiva e la «bagnatura» dei parchi con gel. L'azienda si sarebbe decisa ad affidare il progetto di copertura dei parchi ad una firma di prestigio nel campo dell'architettura, si fanno tra gli altri i nomi di Renzo Piano e di Santiago Calatrava. C'è però un piccolo giallo, o se preferite qualche elemento da chiarire, sui dati epidemiologici che riguardano Taranto e il suo territorio. Ieri si è diffusa una notizia che riguarda il progetto Sentieri, lo studio dell'Istituto superiore di sanità che riguarda 44 siti di interesse nazionale, tra cui ovviamente quello di Taranto. Secondo alcune agenzie, i nuovi dati del progetto Sentieri dell'Istituto superiore di sanità relativi al periodo 2003 -2008 sull'area di Taranto confermano un aumento della mortalità di circa il 10% rispetto a quella attesa. Il ministro della Salute, Renato Balduzzi, ha però smentito la notizia, affermando che i dati ufficiali disponibili sono fermi al 2002. Nel convegno annuale del Progetto Sentieri, previsto per oggi presso la sede del ministero e al quale prenderà parte anche il ministro dell'Ambiente, Corrado Clini, pertanto «non saranno presentati dati ulteriori a quelli già disponibili, e relativi al periodo 1998-2002. I dati 2003-2008 sono in corso di elaborazione e attualmente ancora al vaglio della comunità scientifica» fa sapere Balduzzi. Il problema è però duplice, perché da un lato ci si potrebbe chiedere come è possibile che, col caso Taranto ormai diventato un'emergenza nazionale, i dati epidemiologici ufficiali sulla mortalità e le malattie siano fermi a dieci anni fa. E poi perché il metodo compilato dagli esperti dell'equipe di Sentieri, messo a punto con la ricerca relativa al primo quinquennio, esiste da ormai due lustri e grazie ad esso è stato possibile filtrare, nel coacervo dei dati Istat sulla mortalità e le malattie in Italia, quelli specifici relativi alle problematiche di siti industriali come Taranto. A queste domande sarà chiamato probabilmente il ministro Balduzzi che ha spiegato come l'aumento del 10% della mortalità sia già contenuto «nelle pubblicazioni dello studio Sentieri disponibili online» e che verranno presentate nell'ambito del convegno di oggi. Quei dati, vecchi ormai di due lustri, raccontavano comunque una realtà molto preoccupante per la salute della popolazione. In dettaglio, un aumento del 10-15% per tutti i tumori, +30% quelli al polmone (donne e uomini), +50% uomini e + 40% donne per le malattie respiratorie acute; + +15% uomini e + 40% donne per malattie dell'apparato digerente; +5% (donne e uomini) per le malattie del sistema circolatorio; +15% di malformazioni congenite. DUBBIE SOSPETTI Le malattie tumorali, ha detto il ministro Clini sui dati del progetto Sentieri, «possono derivare da esposizione prolungata, che in taluni casi ha una incubazione di 40 anni. Ci sono poi altri impianti. Ma negli ultimi 30-40 anni - ha sottolineato il ministro - la situazione ambientale di Taranto è migliorata. Un tempo c'era l'arsenale, attività a rischio per l'amianto, ora non più». Secondo il senatore Pd Ignazio Marino, «una rilevazione accurata richiede tempo, ma serve chiarezza sui dati relativi alla mortalità a Taranto. Esiste un rischio attuale di sicurezza per la salute o no? Se esiste - e il governo deve immediatamente chiarirlo - quello alla salute è diritto prioritario rispetto a tutti gli altri». -0,83% 17.360,06 All Share Bilanciacommerciale di luglio inpositivo per4,5miliardidieuro Labilancia commercialea luglio ha segnatoun saldopositivoper 4,5 miliardicon avanzi siaverso i PaesiUe (+2,7miliardi) che conquelli extraUe (+1,8miliardi). Loha resonoto l'Istat precisandochesi trattadel dato miglioredal lugliodel 1998.Neiprimi 7 mesidell'anno, prosegue l'istituto, il saldocommerciale, «sostenutodal forteavanzo nell'interscambio di prodottinonenergetici (+41,9 miliardi)»è positivoper4,4 miliardi. Edancora, l'Istat precisache a luglio si è registrato un aumentocongiunturale perentrambi i flussi commerciali, più accentuatoper l'import (+2,9%) rispettoall'export (+0,3%). Inoltre, l'aumentocongiunturale dell'exportè spiegatodalla crescita delle vendite verso i paesiUe (+0,8%),mentre l'exportverso l'areaextraUeè in lieve diminuzione(-0,3%). Una veduta dello stabilimento siderurgico Ilva di Taranto FOTO DI RENATO INGENITO/ANSA Benzina, crollo dei consumi in otto mesi RICCARDO VALDESI MILANO 16 martedì 18 settembre 2012
ILCORSIVO CRISTOFOROBONI Che succede al candidato Nichi Vendola? Per due anni ha scalpitato chiedendo primarie e ancora primarie. Ma ora che la partita si sta facendo calda lui sembra in un cono d'ombra. Persino tentato da una clamorosa rinuncia. Di certo c'è che il governatore pugliese sta disseminando di “se” la sua corsa contro Bersani e Renzi. “Se” politici, ma anche giudiziari. Domenica sera, alla festa Fiom di Torino, a sorpresa ha evocato un'ipoteca giudiziaria. «A fine mese ha spiegato - scioglierò la riserva vera, ho ancora qualche problema da affrontare e da risolvere». Il riferimento è alla richiesta di rinvio a giudizio per concorso esterno in abuso d'ufficio. Sarà l'udienza davanti al gup del 27 settembre a stabilire se accogliere o meno la richieste degli inquirenti. Che vorrebbero portate e a processo il governatore per una vicenda di oltre tre anni fa, che riguarda le presunte pressioni fatte da Vendola a un dirigente della Asl di Bari per riaprire i termini di un concorso da primario in chirurgia e favorire, così dice l'accusa, il professor Paolo Sardelli, che vinse quel concorso. Una vicenda che però da tempo è uscita dal cono mediatico dell'attenzione. E infatti ha colpito molto che il leader di Sel, ospite in casa Fiom, dunque proprio di quella fetta di popolo di sinistra che dovrebbe costituire la sua base elettorale, abbia fissato questo paletto. «Chi si vuole candidare in una contesa così complessa ha il dovere di presentarsi senza che alcuna ombra lo possa accompagnare. E io non solo devo essere immacolato, devo anche apparire immacolato». Tutto fermo fino a fine settembre, in attesa del responso giudiziario, dunque? In realtà la macchina del governatore per le primarie si sta scaldando, in programma c'è già una convention per i primi di ottobre, gli uomini-comunicazione si riuniranno già domani per fissare i pilastri della campagna. Gente esperta, molti sono gli stessi che hanno scortato Vendola nelle due vittoriose campagne del 2005 e del 2010 in Puglia. La prima volta con gli slogan che prendevano per le corna i suoi presunti punti deboli («Estremista», «sovversivo», «diverso»), poi con i manifesti con le cose realizzate e la chiosa «La poesia è nei fatti». La rodata macchina elettorale, dunque, sta scaldando i motori. Ma per ora Vendola non dà semaforo verde. Intanto perché aspetta che si sgonfi la «bolla mediatica» attorno a Renzi. E poi per capire bene che taglio dare alla sua campagna. Un taglio che dovrà essere, giocoforza, molto sbilanciato a sinistra «visto che il terreno della novità è stato saldamente occupato dal sindaco di Firenze», spiega un dirigente di Sel. Dunque martellamento sui marchionnisti del Pd, a partire da Renzi, e sostegno pieno al referendum sull'articolo 18. «Tra Marchionne e la Cgil, Renzi ha scelto l'uomo che ha spinto il governo a devastare le relazioni industriali e a bombardare i diritti dei lavoratori», ha attaccato ieri a Skytg24 . Le parole d'ordine? «Per me il rinnovamento non è un discorso generico, non voglio rottamare la persona Berlusconi, ma un'intera stagione che è stata caratterizzata dalla precarietà, segnare una discontinuità profonda nei contenuti sociali». L'altro obiettivo del governatore è quello di creare un effetto attesa, per riportare le primarie a un ambito di coalizione e non a una sfida tutta interna ai democratici. «Che primarie sono? Sono quelle del Pd? Io voglio un chiarimento», ha detto. «Non sono iscritto al Pd e non intendo esserlo. E non intendo sostenere nessun candidato del Pd». «Solo se saranno primarie del centrosinistra, allora io intendo partecipare e provare a vincerle...». I colonnelli di Sel lo spingono in questa direzione. A correre “senza se e senza ma”, pena l'irrilevanza di Sel nei prossimi mesi, con il concreto rischio di non superare il quorum per entrare in Parlamento. E a giocare più sporco con Bersani, a rompere quel patto di lealtà che lo ha penalizzato nei sondaggi a favore di Di Pietro, e a far prevalere dunque il suo profilo “di rottura”. Di qui la frase di domenica a Torino: «Non ho firmato nessuna cambiale in bianco con Bersani...». E tuttavia i rumors su un ritiro, magari per sostenere Bersani (visto che con Renzi vincente un'alleanza Pd-Sel sarebbe molto improbabile), non si fermano. In fondo sono ormai lontani i tempi in cui era Vendola a terremotare i vertici del Pd, con le vittorie a domino dei suoi candidati alle primarie per le grandi città, da Pisapia al genovese Marco Doria. Oggi, a causa del fenomeno Renzi, tutti i sondaggi lo danno terzo, a distanza dai primi due. Sembra proprio che la sua spinta propulsiva sia in esaurimento. E questo giustificherebbe l'evocazione di impedimenti, per costruire una dignitosa exit strategy. Per ora Vendola sta pesando le carte che ha in mano, per giocarsele nel modo migliore. Anche alla luce di quale sarà la legge elettorale. E con la speranza che il 27 il gup di Bari archivi la vicenda giudiziaria. Nel partito, però, l'ipotesi di ritiro suscita una profonda inquietudine. I continui “se” lanciati dal leader non sono passati inosservati. E l'ipotesi di un forfait rischia di rendere ancora più indigesta l'ipotesi di alleanza col Pd, per non parlare di un'ipotetica intesa di governo con l'Udc. È soprattutto tra i ragazzi delle “Fabbriche di Nichi” che si respira un'aria molto tesa. Molte di queste realtà hanno già tolto il nome del leader dal logo, per segnare una maggiore autonomia. Ed è proprio parlando con alcuni di loro, domenica a Torino, che Vendola per la prima volta ha citato l'ipoteca giudiziaria sulla sua candidatura. I ragazzi chiedevano: «Perché non si parte?». E lui li ha gelati. ILPARTITO DEMOCRATICO VUOLEPRIMARIEAPERTE.HA DECISODI TENERLEAPERTE anche se più di una volta, in recenti esperienze, le poche regole hanno provocato qualche disastro. Ha deciso di fare primarie di coalizione per abbattere ogni barriera ai suoi confini anche se le primarie di coalizione non hanno uguali nel mondo finora conosciuto (e sono un'anomalia difficilmente spiegabile, come del resto il Porcellum). Ha deciso di sospendere una delle regole-chiave del proprio statuto, quella che impone la candidatura esclusiva del segretario (anch'esso scelto con le primarie), anche se nessuno ne ha contestato la ratio e difficilmente lo si potrà fare con argomenti coerenti. In particolare Bersani intende evitare che la partecipazione ai gazebo sia rallentata da procedure e norme non condivise, perché se lo scopo è prendere di petto la sfiducia dei cittadini verso la politica o la crisi di legittimazione che rischia di travolgere le istituzioni, La politica fatta non solo di parole. Ma di interrogativi e domande sull'attualità che si intreccia con la crisi e le possibili vie d'uscita. La politica e le primarie del centrosinistra per la scelta del candidato premier, il Pd come partito guida e il rinnovamento dell'azione politica come fine, e del personale come mezzo indispensabile. L'occasione per parlare del Pd fra presente, futuro e passato, delle primarie e delle possibili coalizione la dà il libro “L'Italia dei democratici - Idee per un manifesto riformista» scritto da Enrico Morando e Giorgio Tonini, presentato ieri a Palazzo Vecchio. Ne hanno discusso il sindaco di Firenze Matteo Renzi, il vicepresidente del Senato Vannino Chiti e l'onorevole Arturo Parisi, ha coordinato il dibattito il sindaco di Vinci Dario Parrini. Al centro della discussione la cosiddetta Agenda Monti (che si propone di abbattere il debito pubblico, ridurre la disuguaglianza per tornare a crescere) sostenuta dai liberal del Pd, e il ruolo dei democratici alla ricerca di una nuova identità, in questa Italia che cambia alla velocità della luce. Enrico Morando e Giorgio Tonini affrontano il problema della necessità di riforme incisive e della voglia di vedere un Paese riformato in profondità per tornare a correre anche in Europa. Naturalmente tutto il dibattito non poteva non tener conto dell'attuale situazione politica, delle primarie del centrosinistra e della legge elettorale («se ci fosse una riforma della legge elettorale in senso proporzionale le primarie servirebbero al più a scegliere chi fa il ministro. Mi sembra un po' poco», ha detto Chiti). «Porta il camper a Roma avanti al Parlamento. Adesso. È li che si sta decidendo del futuro della nostra democrazia», dice Parisi a Renzi parlando di legge elettorale. Il sindaco fa gli onori di casa, anticipa il suo intervento, perché deve andare di corsa a Piombino per il suo tour elettorale. Ma trova il tempo di dire la sua sulle alleanze. «Trovo difficile poter immaginare una prospettiva di coalizione se non ci troviamo d'accordo su niente di ciò che ha fatto il governo Monti» dice il sindaco, dando l'impressione di voler rispondere a distanza al leader di Sel, Nichi Vendola. NOREGOLAMENTODICONTI «Per un autentico democratico - aggiunge Renzi - il governo Monti, sul cui giudizio e sulle cui prospettive possiamo e dobbiamo discutere, nasce come una umiliazione per un militante di centrosinistra. In un mondo normale se va a casa il governo di centrodestra la sinistra si fa trovare preparata e pronta. Meno male - conclude - che Giorgio Napolitano, nella sua saggezza e nella sua statura, ha capito che probabilmente, a forza di fare foto a Vasto, non saremmo andati da nessuna parte». Quanto alle primarie «non sono un regolamento di conti interno: se perdessi non sarei disponibile a premi di consolazione, cosa che c'è sempre stata e che talvolta è stato il nostro male», spiega Renzi. «Non è accettabile chi dice: parliamo dell'Italia, non parliamo del Pd, lasciamo queste discussioncine, come se le primarie fossero un giochino da concedere e non un elemento costitutivo del Pd. Quando si dice questo si afferma un partito in cui non credo, un partito-organizzazione che appare granitico - prosegue ma che granitico non è, che è finalizzato a fotografare gli equilibri tra le varie correnti ma non ad affrontare i problemi del Paese. Noi vogliamo cambiare l'Italia e il Pd deve essere motore di questo cambiamento e quindi è chiaro che si discute anche di Pd». Un tema molto caldo è la patrimoniale. «Renzi sbaglia a dire no», critica Chiti, «e noi lavoriamo troppo contro noi stessi», sintetizza. Come dire che la sindrome tafazziana è di casa nel Pd. Così se la partecipazione del sindaco di Firenze alle primarie per Arturo Parisi «aiuta il dibattito», nel partito democratico secondo l'esponente prodiano «Renzi di tutto può essere accusato, tranne che di conformismo e unitarismo, di tutto all'infuori di un continuismo del passato», per Morando non c'è un favorito. Chi appoggiare? «Decideremo quando avremo le regole. È rilevante sapere se saranno a un turno, come è avvenuto in passato in Italia, o a doppio turno, come è avvenuto nel Partito socialista francese». Intanto Morando e gli altri firmatari dell'Agenda Monti per il Pd (Stefano Ceccanti, Giorgio Tonini, Marco Follini, Paolo Gentiloni) si vedranno a Roma il 29 settembre per decidere chi appoggiare alle primarie tra Bersani e Renzi. Ma non è escluso che alla fine possa spuntare un candidato liberal. Il leader di Sel spiega di voler aspettare la decisione del gup sull'inchiesta di Bari che lo riguarda Ma le perplessità sono politiche: «È una partita interna al Pd» ILCENTROSINISTRA ANDREACARUGATI ROMA Vendola si smarca: così non mi candido La differenza tra primarie e barzellette . . . «Le primarie non sono un giochino da concedere ma un elemento costitutivo del partito» . . . Pressing di Sel per non rinunciare alla sfida Presto una convention per lanciare la campagna . . . «Che primarie sono? Sono quelle del Pd? Io non sono un iscritto democratico, voglio un chiarimento» E Renzi lo attacca: solo no a Monti, coalizione difficile Alla presentazione del libro di Morando e Tonini, il sindaco incassa il sostegno degli autori Affondo contro Bersani. «Non è accettabile chi dice: parliamo dell'Italia, non parliamo del Pd» OSVALDOSABATO FIRENZE 6 martedì 18 settembre 2012
La svolta è arrivata con un capello, un capello che gli inquirenti lavorando sulla scena del crimine avevano scoperto impigliato nel cinturino dell'orologio di Rosetta Sostero, la donna uccisa a Lignano Sabbiadoro il 19 agosto scorso insieme al marito Paolo Burgato. Un reperto che ha rappresentato la schiave di volta di un giallo su cui ieri è stata messa la parola fine con l'arresto di Lisandra Aguila Rico, una giovane cubana di ventuno anni che lavorava nel bar gelateria della madre poco distante dal negozio dei Burgato a Lignano Sabbiadoro. I carabinieri, nella notte fra domenica e lunedì, l'hanno fermata in una casa di Pontecagnano, in provincia di Salerno, dove aveva cercato ospitalità probabilmente in attesa di lasciare il Paese. Una via di fuga che potrebbe essere già battuta dal fratello maggiore della ragazza, Laborde Reiver Rico di un anno più grande, che ha già fatto perdere le sue tracce. «Potrebbe essere scappato a Cuba», confida uno degli investigatori che sono sulle sua tracce. Una possibilità che obbligherebbe quindi la procura di Udine a chiedere un mandato di cattura internazionale. Anche Laborde, come la sorella Lisandra, è un volto noto a Lignano, dove i fratelli di solito raggiungono la madre e la sua nuova famiglia per l'estate, per via del suo lavoro in una sala giochi. Portata nella notte fino a Udine, Lisandra Aguila Rico è rimasta sotto interrogatorio per oltre sei ore ed è infine crollata davanti al pubblico ministero Claudia Danelon raccontando il suo ruolo nella mattanza di quella notte, il tentativo di rapina finito in tragedia e l'orribile omicidio dei due anziani coniugi, morti sgozzati nella loro villetta. Non una parola però, stando almeno alle indiscrezioni, sul ruolo del fratello. Tanto che il suo fermo è stato tramutato in arresto con l'accusa di duplice omicidio volontario in concorso con ignoti. «La mia assistita si è assunta la responsabilità di quanto avvenuto in casa», ha spiegato l'avvocato della donna, Carlo Serbelloni, senza però spiegare se nel corso dell'interrogatorio fossero stati fatti o meno i nomi di altri complici. Nonostante questo, però, sembrerebbe ormai chiara la dinamica di quanto accaduto quella sera del 19 agosto. I due fratelli, infatti, avrebbero deciso di tentare la rapina in casa dei Brugato dopo aver sentito in paese le voci sui soldi che la coppia teneva in casa e che gli inquirenti hanno ritrovato dopo l'omicidio. Una volta entrati nella villetta, però, la coppia di fratelli non sarebbe riuscita a strappare ai Burgato la confessione del segreto su dove fossero nascosti i soldi. Non è ancora chiaro ancora cosa sia successo a quel punto: probabilmente i coniugi hanno riconosciuto i due ladri, molto più facilmente sotto i passamontagna hanno scorto i lineamenti conosciuti di Lisandra che ogni giorno vedevano recarsi al lavoro a due passi dal loro negozio in centro. Da qui, è il sospetto degli inquirenti, sarebbe scattata la furia omicida e poi la fuga precipitosa senza riuscire a portare via nulla. «Non volevo finisse così», ha ripetuto fra le lacrime la giovane ai carabinieri durante l'interrogatorio. Ad inchiodare Lisandra, in precedenza, era stato proprio quel capello ritrovato dagli inquirenti e il Dna femminile, di origine sudamericana, che gli esperti di investigazioni scientifiche hanno isolato. Ristretta la cerchia dei sospetti, quindi, l'attenzione si è presto spostata su Lisandra e suo fratello, i cui telefoni sono stati immediatamente messi sotto intercettazione. Fino al blitz della notte scorsa che ha permesso, probabilmente, di interrompere la fuga della ragazza che ora è reclusa nel carcere femminile di Trieste. Una operazione che, ad un mese dall'omicidio che aveva sconvolto la tranquillità familiare di Lignano Sabbiadoro, in città è stata accolta come una liberazione pur nell'incredulità di scoprire che i killer di Rosetta e Paolo erano due volti conosciuti, accolti e integrati nella comunità cittadina. Per questo ieri qualcuno ha appeso uno striscione per complimentarsi con chi è riuscito a risolvere un rebus che qui aveva tolto il sonno e la tranquillità a molti. «Bravi carabinieri», c'era scritto. «Bravi carabinieri» ripetono tutti con un sospiro di sollievo. Va condannato chi fa il saluto romano inneggiando al razzismo e al fascismo. La sesta sezione penale della Cassazione ha per questo confermato la pena inflitta dalla Corte d'appello di Firenze ad un cinquantenne che, in concorso con altre persone, durante una «pubblica riunione», aveva effettuato il saluto romano scandendo «slogan inneggianti al razzismo e al regime fascista». La Suprema Corte, con la sentenza n.35549 depositata ieri, ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'uomo, secondo cui non vi era certezza che il soggetto ritratto nelle foto da cui era scaturita l'indagine fosse proprio lui. Nelle fotografie, infatti, era raffigurato un uomo con il «capo coperto da un cappello, una sciarpa sul volto e un giubbotto imbottito»: il riconoscimento dell'imputato si era basato sulla testimonianza di un poliziotto, che aveva dichiarato di conoscerlo «fin dal 1990». La Cassazione, confermando la condanna, ha rilevato che «il giudice d'appello ha fondato il proprio convincimento sulla circostanza che gli imputati erano soggetti già noti alle forze di Polizia (in particolare alla Digos e alle Questure della Toscana) per la loro partecipazione ad altre manifestazioni del genere» e che il ricorrente «era pluripregiudicato e, perciò, anche sotto questo profilo, era noto alle forze di Polizia». I giudici del merito, conclude la Suprema Corte, «hanno poi posto in rilievo come l'imputato avesse la parte inferiore del volto (dal naso in giù) coperta da una sciarpa, che non ne impediva il riconoscimento da parte di chi già lo conoscesse». Cassazione, saluto romano è reato se fatto inneggiando al fascismo CASOFERRULLI Sapevano di essere sotto controllo e dopo aver trovato le microspie piazzate dagli investigatori nella loro casa di Bordighera, Imperia, avevano scritto e pubblicato il loro fastidio per quelle «attenzioni sbirresche». Firmavano, Anna, Alfredo e Nicola, i loro post sul sito Inform-azione, dove pubblicavano anche le foto delle cimici trovate. Tutti gli elementi lasciano pensare che i tre siano Anna Beniamino, il compagno Alfredo Cospito e Nicola Gai. La prima è indagata, gli altri due sono finiti in carcere a Torino, la loro città, nell'ambito dell'inchiesta della procura di Genova sul ferimento nel maggio scorso del manager di Ansaldo Nucleare, Roberto Adinolfi. In uno dei messaggi pubblicati il 28 giugno su Inform-Azione dunque lo stesso giorno in cui, stando al fermo di indiziato di delitto dei pm di Genova, Cospito e Beniamino hanno trovato le microspie nella casa al mare sul sito internet di «controinformazione e lottaallarepressione» compaiono tre fotografie e un messaggio: «I soliti spioni hanno provveduto a danneggiarci la serratura di casa e rovinarci il frigorifero incollandogli le loro orecchie elettroniche...». Segue la firma: «Sempre per l'anarchia, Anna Alfredo». Qualche giorno dopo, arriva l'aggiornamento della raccolta: «...quattro microfoni (...) e una graziosa telecamerina che riprende le scale di ingresso di casa». Firmato: Anna e Alfredo. Un altro messaggio è datato primo luglio, il giorno della finale dei campionati europei di calcio tra Italia e Spagna, dieci giorni prima che il gip di Torino ritenesse gli elementi raccolti fin a quel momento dagli investigatori non sufficienti a giustificare l'arresto di Cospito e Gai. Il titolo del messaggio è «Stalking in Costa Azzurra» e, dopo un incipit con alcuni insulti rivolti a chi fa le indagini, si legge: «hanno deciso di passare il fine settimana con noi, non paghi di aspettarci al casello di Bordighera, due improbabili turisti su un'Honda Civic blu, con dei loro compari su una Toyota Corolla, anch'essa blu, ci hanno seguito sull'autostrada a 90 km. all'ora per poi ricomparire con zainetto in spalla e mano alla cintola per le strade di Mentone (...)». E ancora: «Comunque alla faccia loro noi al mare ci siamo andati e ci auguriamo che loro al posto della partita si sentano il cazziatone del loro capo. Insomma un abbraccio a tutti i compagni molestati dalle continue attenzioni sbirresche». Stavolta il messaggio è firmato da Anna, Alfredo e Nicola. «Dopo la scoperta delle microspie nell'abitazione di Bordighera - si legge nel fermo dei pm di Genova Nicola Piacente e Silvio Franz - l'attenzione di Beniamino e Cospito sull'evoluzione delle indagini relative all'attentato nei confronti di Roberto Adinolfi aumenta notevolmente». I due «evitano conversazioni che possano comprometterli oppure cercano di fare affermazioni che possano trarre in inganno gli investigatori». Ma forse non sanno che anche il negozio di tatuaggi della Beniamino, a Torino, è pieno di cimici che li incastreranno. Lignano, una donna confessa il massacro I carabinieri sul luogo del duplice omicidio a Lignano Sabbiadoro FOTO ANSA VINCENZORICCIARELLI LIGNANOSABBIADORO(UDINE) La foto postata in Internet delle cimici scoperte nella casa di Alberto Cospito Saluti romani davanti al busto di Benito Mussolini a Predappio Poliziotti a processo per omicidio preterintenzionale Ilgup di Milano AlfonsaFerraro ha rinviatoa giudiziocon l'accusa di omicidiopreterintenzionale i4 poliziotti cheavrebberopercosso «ripetutamente»nelcorso di un arrestoa Milano il 30giugno 2011 MicheleFerrulli, quandoera già «immobilizzatoa terra».L'uomo, manovale, facchino,di 51anni, quella seramorìper arrestocardiaco. Il giudiceha riqualificato l'ipotesidi reatodacooperazione inomicidio colposoad omicidio preterintenzionale. Il processo per loro inizierà ilprossimo 4dicembre prossimo.«È un ottimo inizio. Siamo davverosoddisfatti. Nella sfortuna abbiamoavuto la fortuna di trovare chiha fatto indagini veloci, pulitee senzavolernascondere nulla a nessuno».Questo il commento di Domenica, la figliadi27 annidi MicheleFerrulli. Soddisfazioneè stata espressaancheda PatriziaMoretti, IlariaCucchie Lucia Uvaa nome dell'associazioneAldrovandi. Adinolfi, l'ironia prima degli arresti: «Trovate le cimici» GIUSEPPEVESPO iusve@twitter.com Duplice delitto Arrestata una 21enne di origine cubana. Il fratello, ricercato, è in fuga Rosetta Sostero e Paolo Burgato uccisi per una rapina martedì 18 settembre 2012 15
NESSUNINTENTO«SOCIOLOGICO».NÉTANTOMENODI «DENUNCIA». MA SOLO IL DESIDERIO DI RACCONTARE LA SCUOLA NORMALE, QUELLA «PUBBLICA CHE, AL DI LÀDEIDISAGI,VADIFESA.DOVESIPUÒSEMPRETROVAREUNFILODISPERANZA».Stavolta, e non è così frequente, gli intenti programmatici del regista coincidono col film. Giuseppe Piccioni, infatti, ha fatto centro: Il rosso e il blu, ispirato all'omonimo romanzo di Marco Lodoli, è un divertente viaggio nella scuola italiana capace di tenersi ben lontano dai consueti luoghi comuni, ma anzi riuscendo persino a smascherarli. Nonostante arrivi buon ultimo nel lungo elenco di pellicole italiane girate tra i banchi, numerosissime negli ultimi anni. Se l'inarrivabile Diario di un maestro di De Seta (è appena uscito in dvd per Feltrinelli) resta il «modello», vero è che di recente si sono susseguiti molti sguardi sulla nostra scuola. Quella multietnica raccontata da Claudio Giovannesi (Fratelli d'Italia), quella materna e «ideale» di Sotto il Celio azzurro, fotografata da Edoardo Winspeare e ancora la Scuola media dei quartieri difficili di Taranto che Marco Santarelli ha voluto raccontare con ironia. L'elenco non è esaustivo e riguarda soprattutto il cinema del reale. Ma la chiave dell'ironia è quella scelta anche da Piccioni in questo suo ultimo film che non fa proclami ma segue, per stessa ammissione del regista, «aspettative, disillusioni, e soprattutto quel crocevia difficile che c'è tra adolescenti e adulti». Affidandosi a tre interpreti di richiamo come Margherita Buy, Riccardo Scamarcio e Roberto Herlitzka, oltre agli stessi studenti di un liceo romano. Eccoci dunque in una classe qualunque di un liceo qualunque della capitale. Studenti più o meno svogliati, demotivati, presi dai loro problemi quotidiani più che dall'interesse per Leopardi. Ed ecco soprattutto i professori. L'anziano, un tempo carismatico ed ora deluso dall'umanità tutta, professor Fiorito (il gigantesco Herlitzka) che della storia dell'arte ha fatto lo scopo della sua vita, che non teme di troncare buttandosi dalla finestra. Ed ecco il giovane e pieno di buone speranze professor Prezioso (Scamarcio), il supplente di italiano convinto di poter «salvare» i suoi studenti. Soprattutto la più carina e «ribelle» della classe che non gli lesina provocazioni ed avance. E poi la preside (Buy), donna apparentemente fredda ma attraversata da un profondo e irrisolto desiderio di maternità che teorizza sicura: «Nella scuola c'è un dentro e un fuori e noi ci dobbiamo occupare solo di ciò che è dentro». Ognuno a suo modo, insomma, cerca di entrare in relazione con l'altro mondo, quello assolutamente impenetrabile di questi adolescenti impermeabili ad ogni richiamo culturale. Le tirate del professor Fiorito a proposito, sono esilaranti. Soprattutto quando «provoca» il giovane di buone speranze professor Prezioso dicendogli che da studente doveva essere uno di quelli che faceva sempre i temi di attualità, scrivendo di pace e democrazia per strappare bei voti senza studiare. Eppure, a poco a poco anche tra i due si stabilirà un contatto. Come anche se, non necessariamente sul programma scolastico, il contatto si stabilirà anche con gli studenti. Perché è il fattore umano la chiave di riuscita. A dimostrazione che gli errori - quelli da marcare con la matita blu e rossa del titolo - non sono solo degli studenti. Ma anche i prof possono sbagliare e imparare a loro volta persino dai «casi più disperati». Per Marco Lodoli, dunque, la scuola è il luogo «dove andare insieme da qualche parte, forse verso una terra promessa dove l'ignoranza, l'ingiustizia e l'egoismo non la faranno più da padroni...Forse è solo un'illusione, ma un'illusione potente che può cambiare tante esistenze». Per questo è felice dell'adattamento del suo romanzo firmato da Piccioni: «un grande atto di fiducia nella scuola, nella cultura, nella possibilità che gli adulti e i giovani hanno di potersi ascoltare e capire». LE«PAGINE CHIUSE» Una speranza, dunque, ma anche un punto di approdo a cui si è arrivati grazie anche a tante battaglie del passato. Nonostante oggi alle nostre istituzioni nulla sembri importare dell'istruzione pubblica (come ribadisce lo stesso Scamarcio). Eppure basta guardarsi indietro per vedere cos'era la scuola prima del Sessantotto. Quella dei preti per esempio che ci fa tornare alla memoria quel film straordinario e dimenticato che è Pagine chiuse di Gianni Da Campo, presentato in versione restaurata proprio al Festival di Venezia e a breve in dvd per L'Istituto Luce. Un documento straordinario (vinse la Palma d'oro a Cannes 1969) che punta il dito sull'ipocrisia dell'Italia bigotta e la violenza del sistema scolastico religioso, repressivo e inadeguato a qualsiasi forma di comunicazione tra studenti e insegnanti. La denuncia, vibrante e pungente, si manifesta attraverso la storia di un ragazzino di campagna che viene spedito in un collegio religioso dal padre in procinto di separarsi dalla moglie. In tempi in cui il divorzio è di là da venire, la preoccupazione dell'uomo è quella di allontanare il figlio per avere campo libero e, soprattutto, non farlo stare con la madre «abbandonata» che potrebbe «metterglielo contro». Il ragazzino, sperduto e solitario tra i compagni di collegio cerca in ogni modo di compiere le sue piccole ribellioni, ma i preti non lasciano spazio a nessuna «originalità». L'unica legge è quella dell'omologazione assoluta alle leggi di dio. Mentre la matita rossa e blu segna soltanto gli errori degli studenti. NATALIA LOMBARDO INVIATA ATORINO CULTURE LA RAIGUARDAA ORIENTE,AI MEDIADEI PAESI DIRIMPETTAI AFFACCIATI SUL MEDITERRANEO, FINO ALLE TANTE FACCE DI UN PAESE COME LA CINA IN UN DOCUMENTARIO DI DUILIO GIAMMARIA SULLA FIGURADI MATTEO RICCI.Nell'ambito del 64esimo Prix Italia a Torino ieri sono stati presentati i progetti del Copeam, la Conferenza permanente dell'audiovisivo Mediterraneo fondata 16 anni fa a Palermo. Documentari, progetti di formazione, incontri e scambi culturali con i media nel ruolo di «attori» della trasformazione, dopo la Primavera araba. Le tv, ha spiegato il segretario generale della Copeam, Pier Luigi Malesani, vogliono raccontare «le varie situazioni» in evoluzione. Per esempio in Tunisia i vertici della tv pubblica sono cambiati, perché legati al regime decaduto di Ben Alì. Sono 13 i progetti di cooperazione in corso in 21 paesi del Mediterraneo, con 26 tv e radio, per una stima di 4 milioni di euro. Dalle donne all'ambiente, dai giovani alla religione, i progetti principali sono quattro: l'Università Copeam, con corsi di formazione al giornalismo in Algeria; «Med-Mem», memorie dell'audiovisivo nell'area, con RaiTeche; «Terramed Plus», il primo network di tv mediterrane (e RaiNews) e dedicato a documentari e fiction. Infine i doc di «Joussour» girati nei vari paesi: per l'Italia le riprese di un «museo sottomarino», barriere scultoree nelle acque dell'Argentario per impedire la pesca a «strascico». Sono programmi realizzati da RaiEducational per una prossima messa in onda. Nel cuore della Cina, Matteo Ricci è il doc girato da Duilio Giammaria, inviato del Tg1, realizzato dalla Rai e dalla China Central tv e in concorso al Prix Italia: un racconto dall'antica Roma a alla Cina dei Ming, sulle orme del missionario gesuita che avvicinò l'Estremo Oriente all'Occidente anche attraverso la traduzione in alfabeto degli ideogrammi. Lascuolaci salverà GiuseppePiccionicolsuonuovofilm «Il rossoe ilblu»daMarcoLodoli Due immagini dal film «Il rosso e il blu» di Giuseppe Piccioni Insaladavenerdì in 150 copiedistribuite daTeodoraFilmeprodotto daDonatellaBotti. ConMargheritaBuy, RiccardoScamarcio eRobertoHerlitzka GABRIELLAGALLOZZI ... Volevoraccontarequella pubblicache,aldi làdei disagi,vadifesa.Dove trovareunfilodisperanza DocsuRicci,gesuita inCina,alPrix Italia U: 22 martedì 18 settembre 2012
Sinceramente sono stupitache durante il primo com-pleanno di Occupy WallStreet stiano arrestandocosì tanta gente». L'invia-ta speciale che sta raccontando in queste ore, in diretta, l'anniversario del movimento degli indignati di Wall Street non è la corrispondente di una grande testata nazionale, ma un'impiegata della Regione Emilia Romagna che vive in un paese di duecento anime, Busana. Si chiama Claudia Vago, nota su Twitter come «Tigella», è appassionata di web, e da un anno nel tempo libero («Quando avrò finito, dormirò per qualche mese», scherza), racconta sul social network e sul suo sito le cosiddette «rivoluzioni dal basso», con particolare attenzione al movimento Occupy Wall Street. A colpi di post e di tweet, ha conquistato la fiducia delle persone che la seguono. E le ha convinte a finanziare attraverso una sottoscrizione online di 10 euro a quota - il progetto «Manda Tigella a occupare Chicago». In pochi giorni ha ottenuto la somma necessaria per il viaggio e il soggiorno in America e ha lanciato in rete i suoi reportage in diretta. «Quello che mi piace - ci aveva detto prima di partire - è poter raccontare le cose come stanno, o per lo meno come io le vedo. Non andrò a Chicago per fare l'esaltazione del movimento Occupy ma per guardarlo criticamente». Oggi, a distanza di cinque mesi, valuta il suo esperimento «perfettibile nel metodo, nelle tecnologie di supporto e nelle modalità di finanziamento». Ma è tornata in piazza, e oggi ci parla da New York dove, racconta, «c'è energia, un sacco di energia. Sono arrabbiati quanto un anno fa, se non di più». Occupy Wall Street e Tigella, in fin dei conti, sono speculari. Entrambi hanno dimostrato che i social media sono strumenti per la raccolta e la costruzione di racconto. «Occupy è un esempio eclatante in questo senso – spiega Claudia - perché nasce come “hashtag”, nasce per essere raccontato in rete, e infatti non c'è nulla che sia successo a Occupy che non abbia lasciato tracce in rete. È un caso assolutamente esemplare, ecco perché, in occasione dell'anniversario, ho pensato di farci un sito». Non solo: loro hanno sfatato la favoletta di quelli che «non hanno voce». E lei è riuscita a dimostrare che il giornalismo partecipativo attraverso la rete esiste, e non è pura retorica. Che il movimento sia nato disorganizzato, infatti, è vero fino a un certo punto: «I manifestanti di Ows - racconta - sono partiti da subito come macchine da guerra in fatto di comunicazione. E oggi su Twitter hanno un account con 160mila “follower” e una squadra di “livestreamer” che mette insieme più spettatori di molti canali tv. Diciamo che è un modo diverso di raccontare storie». Claudia sta raccontando la loro. «I media tradizionali - continua non hanno capito quasi nulla di Occupy, o se l'hanno capito si sono guardati bene dal raccontarlo». Hanno stereotipato anche Occupy? «Sì, i luoghi comuni fanno sempre comodo. E ti dico che i media continuano a venire alle riunioni a chiedere come si posiziona il movimento rispetto alle elezioni (ndr: uno di loro, George Martinez, è stato il primo “occupier” a candidarsi: ha corso per le primarie democratiche per il Congresso). Che vuol dire non aver capito per cosa stanno “lottando” questi». Qual è dunque, a distanza di un anno, la motivazione più importante del movimento Occupy? «Sono stufi di questo sistema economico/sociale/culturale che premia pochi a scapito di quasi tutti». Come mai non hanno ancora un leader? «Ecco, questo è vero. Ci sono diverse persone in gamba che mi ha fatto piacere conoscere e con cui mi fa piacere mantenere i contatti. Sono tutti su Twitter e ho notato che ci sono moltissime donne nel movimento». E ora cosa faranno? «Continueranno a battere dove il dente duole, finché il cambiamento non diventerà inevitabile». Ci riusciranno? «Non lo so. Ma che questo sistema economico sia al collasso non lo penso soltanto io. E nemmeno soltanto loro». (ha collaborato Roberto Arduini) Un anno fa trasformarono Zuccotti Park in un laboratorio politico all'aperto, per quanto confuso. Tende piantate nelle aiuole - quasi un'edizione Usa delle Primavere che ancora sembravano piene di sole - sacchi a pelo e una rabbia pacifica, con le mani alzate e la capacità di accaparrarsi almeno per un po' l'attenzione dei media ufficiali. Occupy Wall Street compie un anno e lo festeggia cercando di circondare simbolicamente Wall Street, il cuore dell'economia finanziaria che ha innescato la crisi economica planetaria senza pagare pegno: la rappresentazione fisica dell'1 per cento che resta sempre a galla, che drena le risorse di Paesi interi e lascia agli altri le briciole, se restano. NOCAMPING Il sindaco di New York Michael Bloomberg ha vietato l'accesso e il pernottamento nel vicino Zuccotti Park: le aiuole sono piene di fiori, non ci sarà una riedizione dell'accampamento che per un paio di mesi lo scorso anno riuscì a tenere accesi i riflettori su di sé. La polizia ha disperso energicamente ogni tentativo dei manifestanti di avvicinarsi a Wall Street. Griglie metalliche e decine di arresti, una settantina, la mano ruvida degli agenti resa più semplice dal numero dei partecipanti, meno numerosi che in passato, appena un migliaio. Ma ugualmente determinati nel puntare il dito su un sistema economico che nel suo generare disuguaglianze a loro sembra arrivato ad un punto di rottura. Occupy per certi versi è l'altra faccia della classe media americana che arranca e che per la prima volta ha paura di non farcela, neanche stringendo i denti. «Siamo il 99%». Lo slogan che ha fatto il giro del mondo è ancora quello. Ma ce ne sono anche altri su e giù per Manhattan, a piccoli gruppi radunati davanti alle insegne delle banche: «Se vedete che il capitalismo uccide, ditelo», «le banche sono state salvate, noi siamo stati venduti». Una trentina le manifestazioni previste ieri negli Usa, ma è New York che resta sotto ai riflettori. Anche per chiedersi che cosa è rimasto di quel movimento che trovava insieme i funzionari della Lehman messi alla porta dall'oggi al domani con i loro bravi scatoloni di effetti personali, gli studenti universitari con i loro debiti sempre più difficili da pagare, disoccupati, liberal e veterani delle tante guerre sotto la bandiera a stelle e strisce. «Il nostro messaggio è che i banchieri di Wall Street non possono andare a lavoro tutti i giorni senza pensare cosa le loro istituzioni stanno facendo al Paese», ha detto il portavoce del movimento, Mark Bray. Un portavoce, perché non ci sono leader in questo movimento che è rimasto orizzontale, tenendo i contatti sul web. E che - questo gli rimproverano gli osservatori esterni - non ha saputo formulare richieste specifiche. Occupy Wall Street respinge però le critiche. «Abbiamo trascorso lo scorso anno a pensare ai problemi, ora ne parliamo e iniziamo anche a realizzare delle soluzioni». Che cosa rimane un anno dopo? Pochi manifestanti davanti a Wall Street, l'incapacità di trovarsi un leader? Dopo un'estate americana - quella del 2011 segnata da un feroce dibattito sul tetto del deficit, sul declassamento delle agenzie di rating, su tagli e spesa pubblica, in un feroce braccio di ferro tra il presidente Obama e il repubblicani del Congresso - il movimento di Zuccotti park, per quanto variegato e contraddittorio, riuscì a riportare in primo piano parole completamente uscite di scena: uguaglianza, opportunità, l'esatto contrario della forbice sociale che si allarga tra quel 99% contrapposto all'elite dell'1, che detta le regole del gioco. Occupy ha dato voce ad un sentimento diffuso di ingiustizia, per quei salvagente pubblici lanciati all'alta finanza, senza chiedere conto dell'insensata irresponsabilità che ha portato alla truffa piramidale dei mutui subprime. Alcuni temi sollevati a Zuccotti Park riverberano oggi nella campagna di Obama - la necessità che lo Stato intervenga per bilanciare le diseguaglianze, lo slogan sulle opportunità per tutti. Accenni che probabilmente non porteranno un voto al candidato democratico. Ma più che nella campagna presidenziale, il movimento sembra aver lasciato tutta la sua eredità nel suo slogan identitario. «Siamo il 99%». Come dire che dietro ai mercati e all'economia, quello che affiora è soprattutto un problema di democrazia. USA . . . Nel 2011 la protesta riportò l'attenzione su un tema dimenticato: la disuaglianza sociale La blogger Tigella: «Più arrabbiati che un anno fa» IRIBELLID'AMERICA Il sindaco Bloomberg vieta gli accampamenti, la polizia impedisce il blocco di Wall Street Nel 2011 il movimento lanciò su scala planetaria lo slogan contro le élite finanziarie: «Siamo il 99%» Chicago,«illegale» losciopero degli insegnanti ClaudiaVagodaunanno raccontasuTwitter ilmovimentodiZuccotti Park.Ealla fineèandata negliUsacon l'aiuto finanziariodeisuoi lettori MADDALENALOY Occupy un anno dopo Arresti a New York La protesta di Occupy Wall Street FOTO DI JASON DECROW/AP-LAPRESSE MARINAMASTROLUCA mmastroluca@unita.it Secondasettimana di scioperodegli insegnantidiChicago. Il sindaco della città,RahmEmanuel, excapo di gabinettodella Casa Bianca, intende costringere i 30.000 insegnantia tornare in classecon un'ingiunzione. Secondo l'amministrazione, sarebbe proibitoda una leggestatale scioperareper questioninon economiche; inoltre, l'azionedegli insegnanti sarebbe un chiaro pericoloper lasicurezzae la salute pubblica. Il ricorso al tribunale segue la decisionedel sindacatodegli insegnanti,Ctu,di estendere lo scioperodialmeno duegiorni lasciandoacasaoltre 350.000 studenti.Laprotesta, la primadel genereaChicagonegli ultimi25 anni, èstata decisa principalmenteper duemotivi: ci sono menofondi per la scuolapubblicae leautorità intendonoapplicare un metododi valutazionedegli insegnantibasato sui risultatiottenutinei testdai loro studenti. IL CASO martedì 18 settembre 2012 9
«La parola convocare preoccupa il governo? Se è un problema di linguaggio credo si possa ovviare facilmente: si cerchi un giorno per un incontro. Al quale dovrebbero essere presenti anche le parti sociali. Di sicuro, la modalità per cui Marchionne arriva, lo si lascia parlare senza porre domande precise e alla fine si esce dall'incontro sostenendo sia stato rassicurante, non funziona, non ci ha portati da nessuna parte». Inevitabilmente, parlando con Susanna Camusso, segretario della Cgil, si parte dalla Fiat. Perché è una crisi che coinvolge migliaia di persone, perché è uno dei simboli del sistema industriale italiano in tutta la sua evoluzione, fino al rischio dell'oggi, che è quello della sua «autocondanna». Ma poi ci sono le altre crisi, qualcosa come 150 tavoli aperti al ministero che riguardano la siderurgia, l'alluminio, il ciclo della chimica, e che danno la misura della precarietà cui è esposto il nostro tessuto manifatturiero. Ilgovernochecosadovrebbechiederea Marchionne? «Se, come tutto fa pensare, Fiat è orientata a ridimensionare la produzione, deve interrogarsi su come attirare un altro produttore. L'Italia ha sempre dato per scontato che le auto le produce la Fiat o nessuno. Invece, è da affermare il concetto che la produzione dei mezzi di trasporto nel Paese non può essere il risultato delle scelte di una singola azienda. Se i piani di Fiat sono cambiati, ci si deve attrezzare per attirare un altro produttore. E, comunque, non ci vengano a dire che Fabbrica Italia svanisce per colpa della crisi, perché quel piano è stato annunciato nel 2010, a crisi scoppiata e consolidata. La situazione si è aggravata, certo, ma nel calo complessivo del mercato è soprattutto Fiat a perdere quote». Fiat, Ilva, Alcoa, Vinyls, per dire solo le più grandi: non è il momento di un patto imprese-sindacati,perpressare ilgoverno a mettere il tema del lavoro al centro dellapolitica? «Innanzitutto sarei per abolire il termine patto, che mi sembra abusato, ambiguo e in ultima analisi di scarso significato. Si possono fare documenti e richieste comuni, questo sì. Si può fare un accordo con Confindustria per l'applicazione dell'intesa del 28 giugno, e perché questa venga estesa anche alle altre associazioni d'impresa. Dare soluzione al tema della rappresentanza, avviare un percorso per rinnovare i contratti nazionali, in gran parte ancora aperti. Credo che insieme alle imprese si debba chiedere al governo di dare risposte fiscali, in modo che lavoratori e pensionati abbiano qualche soldo in più, e non si creino ulteriori diseguaglianze. Sarebbe anche utile indicare al governo alcuni temi di indirizzo, dal piano energetico a quello dell'innovazione e della ricerca, che andrebbero definiti una volta per tutte. Certo, se qualcuno si aspetta di trovarci d'accordo nell'abolire gli aumenti contrattuali, o qualche giorno di ferie e festività, è ovvio che sbaglia del tutto strada. Se invece si pensa di mettere in campo un ragionamento serio su come si possano ottenere maggiori produttività ed efficienza, allora le risposte sono già nell'accordo del 28 giugno. Bisogna continuare a lavorare». Se la produttività è innanzitutto innovazione, è una questione che riguarda innanzitutto le imprese, non è così? «Al netto della crisi, che ha inciso e parecchio, la ragione del nostro graduale calo di produttività degli ultimi 20 anni è una questione di infrastrutture e di mancati investimenti nel sistema Paese. Questo è il punto di partenza, altrimenti si ragiona solo in termini di riduzione del costo del lavoro, il che non fa crescere affatto la produttività come peraltro ampiamente documentato. Aggiungo che anche la precarietà del lavoro è un fattore depressivo della produttività. Ma è chiaro che a un sistema che non ha investito per 20 anni non si può certo dire fate vobis, piuttosto occorre intervenire con incentivi e sostegni. Anche perché nessuno calcola mai i costi che pagherebbe il Paese se non avesse più produzioni di base. Il problema è l'assenza di investimenti, di politiche industriali, l'incapacità di decidere». Verosimilmente,checosadovrebbeportare a casa il governo da qui a dicembre per ridare fiato all'economia? «I temi sono già sul tavolo: detassare le tredicesime, definire i finanziamenti per la cassa integrazione in deroga, specificare e chiarire il piano energetico. E decidere di non liquidare pezzi importanti dell'apparato produttivo industriale. Suppongo poi che le imprese chiederanno conto della famosa questione dei pagamenti, non ancora risol«Non conosco il problema in dettaglio, ma un grande Paese industriale come l'Italia non può non avere un'industria automobilistica forte». Anche il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, è partito in pressing sulla Fiat e sulla sua mai sopita voglia di smantellare gli impianti nel Paese in cui è nata, cresciuta e dal quale ha ricevuto ingenti finanziamenti. Squinzi ha parlato a margine dell'assemblea annuale di Unindustria Bologna, spiegando anche come non sia possibile «dimenticare che dietro all'industria automobilistica che produce direttamente, c'è poi tutto un indotto di tante imprese che aiutano il settore ad essere competitivo. Il problema quindi non è solo relativo al gruppo automobilistico torinese, ma anche a tutto ciò che gravita intorno». Il numero uno di Confindustria ha poi precisato di non avere al momento in agenda un incontro con Marchionne: «Non è previsto e personalmente non ho ancora avuto la possibilità di conoscerlo. Se capiterà l'occasione, lo incontrerò volentieri». Il pressing proveniente da ambienti imprenditoriali e politici sulla Fiat, finisce anche per toccare il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, più volte chiamata in causa ed al momento molto prudente sull'argomento. Anche ieri il ministro ha parlato genericamente di «un'attenzione costante che il governo nel suo insieme mantiene e manterrà sul tema Fiat. Ho proposto a Marchionne delle date per un incontro, ma ancora non ho ricevuto risposta». Insomma, nessun programma o progetto, ma semplicemente una volontà di seguire le cose a distanza, nella speranza che la situazione si possa sistemare senza un coinvolgimento diretto da parte dell'esecutivo. Del resto sia il presidente del consiglio, Mario Monti, che il ministro Fornero, in passato si erano espressi sempre a favore della linea dettata dall'amministratore delegato della casa torinese, Sergio Marchionne. REAZIONI L'attendismo del governo ed in particolar modo della Fornero non piace al leader dell'Idv, Antonio Di Pietro, che ieri è tornato sull'argomento per attaccare il ministro del Lavoro: «Se fossi al governo chiamerei subito Marchionne e non farei come il ministro Fornero che, per il momento, preferisce aspettare che le squilli il telefono. Un ministro del Lavoro non può aspettare. Così dimostra quanto sia incompatibile con il ruolo che ricopre. È un atto di rinuncia alla sua funzione e alle sue responsabilità». Più cauto il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni. Secondo Bonanni adesso la casa torinese «deve spiegare se questo problema di mercato odierno è il motivo che sospende il piano Italia oppure no. Mirafiori e Pomigliano sono salvi perché lì sono già stati investiti dei soldi. Chi ha investito non va via. Se mi sento preso in giro? Io non sono stato preso in giro da nessuno, ma voglio capire se questo qualcuno lo farà in futuro. Voglio capire se la Fiat intende raddoppiare la produzione di autoveicoli in Italia, che è la vera entità del progetto “Fabbrica Italia”, o se non intende portare avanti quel progetto. Il chiarimento a questo punto lo deve fare innanzitutto la Fiat». Bonanni però viene chiamato in causa da Nichi Vendola, seppur in modo velato. Il leader di Sel infatti ha invitato «ad arrossire chi ha detto “con Marchionne senza se e senza ma”. Se fossi stato ministro del Lavoro avrei convocato in maniera perentoria Marchionne e anzi avrei chiesto da molto tempo cosa c'era dentro alla favola di Fabbrica Italia. Si è affermato il modello per cui il pubblico non deve interferire con il mercato e non si discute più, nemmeno di un modello di mobilità: c'è stato propinato un sogno che è diventato un incubo e Marchionne annuncia che è il “patron” di una Fiat americana». Intanto l'agenzia di ricerche finanziarie ed analisi economiche, Moody's, punta il dito contro Fiat. Secondo gli americani la domanda di auto nell'Europa occidentale scenderà nel 2013 del 3%, rispetto al +3% di crescita previsto, a causa di un indebolimento dei mercati dell'Europa meridionale e in Italia in particolare». I margini di profitto di Renault, Peugeot e Fiat restano «sotto pressione» a causa dell'eccesso di capacità di produzione e scarsa domanda. L'INTERVISTA L'ITALIA E LACRISI «Se Fiat lascia, si pensi LAURAMATTEUCCI MILANO SusannaCamusso Una corsa contro il tempo. Per «salvare la fabbrica» e un migliaio di posti di lavoro. In pista ci sono gli operai dell'Alcoa di Portovesme, alle prese con un'iniziativa al giorno in difesa dello smelter che si avvia verso lo spegnimento progressivo. Primo appuntamento, dopo una giornata, quella di ieri, ricca di incontri sindacali e istituzionali, questa mattina alle 5.30 davanti ai cancelli. «Decideremo cosa fare, quali azioni intraprendere - anticipa Bruno Usai delegato sindacale della Rsu Cgil al termine di un coordinamento sindacale fiume durato alcune ore convocato ieri proprio per fronteggiare la situazione - noi non abbassiamo la guardia, la nostra attenzione è sempre tutta per il Governo perché è il Governo a dover dare risposte. La soluzione passa per gli atti che vengono compiuti nei palazzi della politica». NONCOLLABORAREA SPEGNIMENTO Proprio delle iniziative da intraprendere i delegati delle Rsu dei dipendenti dell'Alcoa e quelli delle imprese d'appalto hanno discusso ieri assieme ai segretari provinciali di Fiom, Fim e Uilm in un vertice che ha riavviato la mobilitazione. «Il coordinamento - si legge nel documento diramato alla fine della riunione - decide di continuare tutte le azioni atte a convincere il Governo a impegnarsi realmente affinché l'alluminio sia davvero una realtà strategica per l'Italia». Non solo: «Inoltre, si ricordi che la chiusura dello stabilimento per il Sulcis Iglesiente sarà un disastro sociale. Il coordinamento invita tutti i lavoratori a non prestare ore di straordinario che siano finalizzate allo spegnimento delle celle elettrolitiche». E sempre ieri, a Cagliari, si è svolto alla Regione l'incontro tecnico cui hanno partecipato i rappresentanti della Glencore (l'azienda che ha presentato al Governo una manifestazione di interesse condizionato per eventuale acquisizione dello stabilimento di Portovesme), la Regione, la Provincia il Comune di Portoscuso e il portavoce dei movimento dei 23 sindaci del Sulcis Iglesiente. Durante l'incontro è stato affrontato il tema delle infrastrutture e della portualità industriale proprio nell'area di Portovesme. Alla fine della riunione il rappresentante del gruppo Glencore, intervistato dai cronisti ha spiegato che si devono trovare soluzioni al problema dell'energia. Sul fronte sindacale proseguono le iniziative dei lavoratori e dei sindacalisti. Per questo motivo questa mattina è prevista, come detto, un'assemblea informativa davanti ai cancelli alle 5.30. «Assieme a tutti gli altri lavoratori valuteremo quali azioni intraprendere - annuncia il segretario della Fiom Cgil Franco Bardi - , non possiamo fermarci. È chiaro che la nostra attenzione va sempre a quello che deciderà il Governo». Non è certo un caso che i sindacati si preparino per una nuova missione a Roma. Meno affollata di quella della scorsa settimana ma sempre davanti al Ministero dello sviluppo Economico. «Mercoledì (domani, ndr) saremo nella capitale per un presidio davanti alla sede del Ministero dello sviluppo economico - annuncia Rino Barca, segretario provinciale della Fim Cisl - perché dobbiamo dare un segnale su quanto sia importante e indispensabile la nostra vertenza. Il Governo deve dare risposte concrete». Fra 24 ore, infatti, all'interno del Ministero dello sviluppo economico si svolgerà la riunione tecnica tra il Governo, la Regione, la Provincia di Carbonia Iglesias e i rappresentanti della Glencore. Si dovrà discutere della questione considerata fondamentale: la durata e i costi relativi alla fornitura di energia per la fabbrica di alluminio. SOLIDARIETÀDA TUTTAL'ITALIA E a parlare di energia e dei suoi costi è stato anche l'ex premier Romano Prodi, ieri mattina, ospite dell'Assemblea generale di Unindustria Bologna. L'ex premier ha parlato del fatto che il problema dell'Alcoa è legato all'energia e non al costo della manodopera. A sosteSquinzi avverte Marchionne: «Auto decisiva per l'Italia» Lo stabilimento Fiat di Pomigliano FOTO ANSA Il leader degli industriali: non conosco l'ad della Fiat La ministra Fornero in attesa di un incontro GIUSEPPECARUSO MILANO . . . Bonanni: «Non sono stato preso in giro da nessuno, voglio capire se questo accadrà in futuro» . . . «Voglio capire se la Fiat vuole raddoppiare la produzione di autoveicoli» «Il lavoroè lapriorità assoluta.Conle imprese possiamoincalzare insiemeilgoverno.E bisognadareapplicazione all'accordodel28giugno» Alcoa, lavoratori riuniti all'alba per la nuova mobilitazione . . . Questa mattina alle 5.30 un'assemblea informativa davanti allo stabilimento La tensione è altissima ... Il segretario Fiom Bardi: «Valuteremo insieme le azioni da intraprendere Non possiamo fermarci» DAVIDEMADEDDU PORTOVESME 2 martedì 18 settembre 2012
VITTORIOEMILIANI I responsabili delLouvreedella NationalGallery: aumentanoino eccellentiaiprivati «SONO COMPLETAMENTE D'ACCORDO COL TESTO DELL'APPELLO», SCRIVE CATHERINELOISEL,CONSERVATEURENCHEF DEL GRAND LOUVRE. «È una decisione vergognosa e disastrosa. Prego di includere il mio nome fra gli oppositori», incalza da Londra la nota storica dell'arte Jennifer Montagu del Warburg. «Voglio comunicarvi il mio senso di allarme, la mia piena adesione», fa sapere da Washington il direttore della National Gallery, Jonathan Bober. Suscita queste accese reazioni nel mondo la notizia che il governo italiano affida ad una Fondazione privata il complesso milanese di Brera e che tre persone, chi scrive, l'archeologa Maria Pia Guermandi e lo storico dell'arte Tomaso Montanari, hanno diffuso una lettera a Napolitano e a Monti contro questa operazione a scatola chiusa. Con lo Stato che ci mette il complesso del Piermarini, le collezioni, un fondo annuo di 2 milioni e altro ancora, e dei privati (per ora il ministro Ornaghi ha convocato Cariplo e Camera di Commercio…) ai quali si delega la gestione di tutto ciò. Senza che ci sia uno straccio di statuto che chiarisca chi deciderà le strategie tecnico-scientifiche e organizzative: i privati? E a quale titolo? Per «far fruttare soldi» a Brera trasformandola in un emporio in vista di Expo 2015? Ci si domanda – nella lettera inviata al Quirinale e a Palazzo Chigi – come tutto ciò corrisponda all'art. 9 della Costituzione e se il «modello Brera» non verrà poi esteso ad altri musei statali. Al Maxxi, a Santa Maria della Scala. Le adesioni all'appello «No alla privatizzazione per decreto di Brera. Il suo rilancio va discusso in modo approfondito», sono oltre 300. Firmano i direttori dei maggiori musei statali italiani: Matteo Ceriana (Accademia di Venezia), Anna Coliva (Galleria Borghese), Rita Paris (Archeologico di Palazzo Massimo), Anna Lo Bianco (Galleria Barberini), Maria Grazia Bernardini (Castel Sant'Angelo), Luisa Ciammitti (Palazzo dei Diamanti), Mariolina Olivari vice di Brera, il segretario generale del Molise Gino Famiglietti, esponenti di Bianchi Bandinelli, Italia Nostra, Eddyburg, Cesare Brandi, Patrimonio Sos, Comitato per la Bellezza, dell'Accademia di Brera, archeologi come Licia Borrelli Vlad, Piero Guzzo, Mario Torelli, Carlo Pavolini, la responsabile Assotecnici Irene Berlingò, rappresentanti della cultura milanese, Rosellina Archinto, Corrado Stajano, Roberta De Monticelli, Gianandrea Piccioli, storici e storici dell'arte, Carlo Ginzburg, Antonio Pinelli, Jacqueline Risset, Francesco Caglioti, e centinaia di altri. Tutti d'accordo sul fatto che la Pinacoteca di Brera, in sofferenza da decenni, reduce da un commissariamento (e l'ex commissario Mario Resca afferma che «lo Stato non deve abdicare»), vada rilanciata ma con una regia pubblica forte, quale museo di ricerca e riscoperta, di storia dell'illuminismo lombardo, centro della didattica e del sapere. QUALERUOLOPERGLI AMICI «Al privato si concede da noi un lauto pasto», ha osservato tagliente il responsabile Cultura del Pd, l'archeologo Matteo Orfini, «a patto di accettare che non si limiti a fare ciò che fa in tutto il mondo, cioè destinare donazioni e sponsorizzazioni o sostenere associazioni di amici dei musei». E gli Amici di Brera potrebbero oggi avere un ruolo molto importante. Dal dibattito scaturito dopo gli stralci dell'appello usciti su alcuni giornali i propugnatori a oltranza di Brera ai privati non hanno saputo aggiungere una vera argomentazione. Anche perché – come ha ben rilevato la milanese Giulia Maria Crespi fondatrice del Fai – non c'è ancora uno statuto che eviti il pericolo di una «fondazione-pateracchio» in cui Stato, Comune, Regione dicono ognuno la loro… Ci viene chiesto cosa proponiamo in alternativa: p r o p o n i a m o u n M i n i s t e r o “ricostruito” dopo Bondi e Ornaghi, Soprintendenze che rialzano la testa, riacquistano dignità (e fondi), privilegiando merito e competenza. Non si possono assumere decisioni tanto importanti nel corpo di un decreto economico senza aver discusso a fondo i problemi strategici posti nel terzo millennio da un grande museo statale da anni in grave difficoltà come Brera il cui rilancio pubblico tutti gli intellettuali italiano dovrebbero ritenere indifferibile. Col concorso dei privati, certo. Non delegando banche e Camere di Commercio. CISONOALCUNISPUNTINELL'ULTIMO,BELLISSIMOFILMDI MARCOBELLOCCHIOCHEILLUMINANOILMONDOCHEABBIAMOINTORNO,ENONSOLOL'ITALIA,CONQUELLAMISURAPARTICOLARECHESOLOALCINEMARIESCE.Come diceva Zavattini del neorealismo, che si era sentita la necessità di fare dei comizi, delle riumioni, così questo film si innesta nella nostra migliore tradizione cinematografica prendendo di petto un tema che è profondamente politico, sociale, al punto che ridiventa un problema personale per ognuno dei personaggi e per noi. Si deve, si può lasciar morire? Lasciar morire le persone che amiamo, o lasciare che altri decidano come a loro sembra di dover decidere per le persone che amano? Non voglio dilungarmi sui dettagli della grandissima arte di Marco Bellocchio se non per dire che il film è anche recitato benissimo da tutti gli interpreti, scandito da un ritmo esatto, mai ripetitivo, e che è coraggioso formalmente, inventivo senza essere artificioso. Basti dire che Maya Sensi, che nel ruolo della tossica rischiava di far scadere il film nella cronaca, raggiunge al contrario vertici di intensità che ricordano la migliore Anna Magnani, forse proprio perché motivata dalla stessa disperata ricerca di senso che caratterizzò la generazione che aveva visto le Fosser Ardeatine e Auschwitz. Non mi soffermo neppure sulle eleganti, spiritose macchiette sulla politica di Herlistka, o sul grande Servillo e la Rochwacher, che compiono magnificamente il compito di rendere trasparente comportamenti che in questi anni sono parsi solo predatori e cinici, che fossero le veglie a Eluana o le altre battaglie che si spacciavano per cattoliche, e che erano al contrario semplicemente ideologiche, o la strana relazione tra gli ex socialisti e Berlusconi. Magnifica Isabella Huppert e tutti gli altri. Qualcosa di molto buono deve essere accaduto durante la produzione di questo film che ne fa un film perfetto. Ma sono i temi su cui poggia a cui si devono offrire risposte all'altezza. Temi che ritraggono un'Italia depressa e cinica, come dice un personaggio, che è il vero dramma, a destra e sinistra, della afasia politica di fronte a come oggi viviamo: al denaro, al sesso, ai furti e disastri morali cui abbiamo preso parte negli ultimi anni, come spettatori e complici. Un'Italia che vorrebbe essere salvata. In gran parte anche il favore politico di cui ha goduto Monti, che per fortuna non sembra caratterialmente incline ad approfittarne per scopi privati, sono quelli di un paese che vuole essere salvato. Come una tossicodipendente, come un marito il cui dolore per la perdita della moglie è inconsolabile, come una madre che non accetta la morte di una figlia. Il filo su cui corriamo in tutto l'occidente, carichi di adrenalina e tentando di non fermarci mai, è l'incapacità di tutti di fare spazio per l'umanità propria e quella degli altri. Siamo ingessati nel denaro perché chi è povero è disperato e non ha accesso oggi al minimo per sopravvivere e chi è ricco sembra non si senta mai ricco abbastanza, teso tra un vuoto che la religione non riesce a colmare per nessuno dei protagonisti (e che al contrario a volte cavalca per scopi di strategia sociale) e una ricerca di senso di fronte alla morte. Forse la risposta più bella la dà il personaggio di Maria che da guerriera cattolica, la suora, come la definisce con disprezzo il fratello matto di un altro dei bei personaggi di questa storia, scopre in una notte in albergo che c'è qualcosa in noi che vuole essere vivo. Voglio stare sempre con te, dice al suo compagno, e quel tu guarda lontano, perché incarnato in una persona è amore reale, molto più vero dell'amore ideologizzato degli stendardi con cui faceva la veglia davanti all'ospedale, molto più pieno di Dio, come ricordano anche i versi di Jacopone recitati dal figlio dell'attrice che veglia la figlia morente, perché la tradizione ebraica che si realizza a Roma, e cioè il cristianesimo, e la nostra civiltà latina, è tutta piena di questa asserzione: che Dio è carne, Dio è l'altro. Grazie a questo amore, che è per lei un vero amore e non un'idea, anche se pieno di difficoltà, riuscirà a capire suo padre, la morte della madre, le scelte che fanno gli altri in cui il film, mirabilmente, non si intromette. CULTURE LaPinacoteca diBrera ENRICOPALANDRI SCRITTORE DaParigiaWashington cresce laprotesta contro Brera Fondazione L'Italiacinica diBellocchio UnfilmsuunPaesedepresso chevorrebbeesseresalvato «Labellaaddormentata», recitatobenissimo, riflette suunproblemacheriguarda tutti: sipuò lasciarmorire lepersonecheamiamo? MarcoBellocchioregista del film «Labella addormentata» U: 20 martedì 18 settembre 2012
.
Inserisci la mail specificata al momento della registrazione, i dati d'accesso ti verranno inviati al più presto al medesimo indirizzo:
Informativa ai sensi del D. Lgs. 30 giugno 2003, n. 196 sulla tutela dei dati personali
Gentile Cliente,
La informiamo che per le finalità connesse alla fornitura del Servizio, Nuova Iniziativa editoriale SpA - l'Unità con sede legale in Roma, via Ostiense, 131/L - 00154 (di seguito "L'Unità"), esegue il trattamento dei dati da Lei forniti, o comunque acquisiti in sede di esecuzione del Servizio. Il titolare del trattamento è L’Unità nella persona del legale rappresentante pro tempore.
L'elenco dei responsabili del trattamento dei dati personali e dei terzi destinatari di comunicazioni è disponibile presso gli uffici de L’Unità.
Il trattamento dei dati avviene con procedure idonee a tutelare la riservatezza dell'Utente e consiste nella loro raccolta, registrazione, organizzazione, conservazione, elaborazione, modificazione, selezione, estrazione, raffronto, utilizzo, interconnessione, blocco, comunicazione, diffusione, cancellazione, distruzione degli stessi comprese la combinazione di due o più delle attività suddette.
Il trattamento dei dati, oltre alle finalità connesse, strumentali e necessarie alla fornitura del Servizio sarà finalizzato a:
a) comunicare i dati a Società che svolgono funzioni necessarie o strumentali all'operatività del Servizio e/o gestiscono banche dati finalizzate alla tutela dei rischi del credito e accessibili anche a Società terze anche al di fuori del territorio dell'Unione Europea;
b) raccogliere dati ed informazioni in via generale e particolare sugli orientamenti e le preferenze dell'Utente; inviare informazioni ed offerte commerciali, anche di terzi; inviare materiale pubblicitario e informativo; effettuare comunicazioni commerciali, anche interattive; compiere attività dirette di vendita o di collocamento di prodotti o servizi; elaborare studi e ricerche statistiche su vendite, clienti e altre informazioni, ed eventualmente comunicare le stesse a terze parti; cedere a terzi, anche al di fuori del territorio dell'Unione Europea, i dati raccolti ed elaborati a fini commerciali anche per la vendita o tentata vendita, ovvero per tutte quelle finalità a carattere commerciale e/o statistico lecite.
Il conferimento del consenso al trattamento dei propri dati personali da parte dell'Utente è facoltativo. In caso di rifiuto del trattamento dei dati personali di cui alla lettera b) il trattamento sarà limitato all'integrale esecuzione degli obblighi derivanti dalla fornitura del Servizio, nonché all'adempimento degli obblighi previsti da leggi, regolamenti e normativa comunitaria. In caso di rifiuto del trattamento dei dati personali di cui alla lettera a) la Società non potrà fornire il Servizio.
Il trattamento dei dati dell'Utente per le finalità sopraindicate avrà luogo prevalentemente con modalità automatizzate ed informatizzate, sempre nel rispetto delle regole di riservatezza e di sicurezza previste dalla legge. I dati saranno conservati per i termini di legge presso L’Unità e trattati da parte di dipendenti e/o professionisti da questa incaricati, i quali svolgono le suddette attività sotto la sua diretta supervisione e responsabilità. A tal fine, i dati comunicati dall'Utente potranno essere trasmessi a soggetti esterni, anche all'Estero, che svolgono funzioni strettamente connesse e strumentali all'operatività del Servizio.
La informiamo, inoltre, che, ai sensi dell'art. 7 del D. Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, il Cliente ha il diritto di opporsi, in tutto o in parte, per motivi legittimi, al trattamento e può, secondo le modalità e nei limiti previsti dalla vigente normativa, richiedere la conferma dell'esistenza di dati personali che lo riguardano, e conoscerne l'origine, riceverne comunicazione intelligibile, avere informazioni circa la logica, le modalità e le finalità del trattamento, richiederne l'aggiornamento, la rettifica, l'integrazione, richiedere la cancellazione, la trasformazione in forma anonima, il blocco dei dati trattati in violazione di legge, ivi compresi quelli non più necessari al perseguimento degli scopi per i quali sono stati raccolti, nonché, più in generale, esercitare tutti i diritti che gli sono riconosciuti dalle vigenti disposizioni di legge.