SEGUEDALLAPRIMA Non occorre: sul sito del governo inglese, dove è apparso l'annuncio, viene spiegata ogni cosa. Il governatore gioca un ruolo importante nel regolare le politiche monetarie del paese, presiede comitati, partecipa a un certo numero di riunioni di organismi come il G8 o il G20, e lavora a stretto contatto con il governo di Sua Maestà, ma son cose che, se avete esperienza in altre banche centrali o in altre istituzioni finanziarie, sarete in grado di fare anche voi. A condizione, prosegue l'annuncio, che ne capiate un po' di mercati finanziari e rischi connessi. Certo, ci vuole anche un bel po' di esperienza in materia economica, ma al giorno d'oggi chi non. Per il resto, dovrete possedere capacità di leadership, e saper fare squadra. Vi occorre poi essere comunicatori efficaci, altrimenti potreste avere rogne con Parlamento e governo, che non scegliete voi e con cui dovrete tuttavia relazionarvi. Potrebbe infine essere cruciale un'acuta sensibilità politica, ma soprattutto è essenziale una «indisputed integrity». E questo è tutto. Se quindi siete brave persone, e possedete le necessarie competenze, pensateci: avete tempo fino all'8 ottobre per fare domanda. E a proposito: se per caso volete fare i governatori ma non siete in grado di mandare un'email, potete spedire il tutto all'indirizzo indicato sul sito: state sicuri che la domanda verrà valutata con scrupolo. E no, non è uno scherzo: l'indirizzo c'è davvero, l'annuncio è reale, manca solo il calendario dei colloqui psico-attitudinali. Mentre scegliete il formato del curriculum più indicato (non vi dicono sempre che la prima cosa per trovare il lavoro e redigere bene il curriculum?), pensate pure se non sia il paradiso della democrazia un paese in cui la massima autorità monetaria viene scelta in maniera così trasparente, professionale, oggettiva. Se lo pensate, e siete già pronti a complimentarvi con i sudditi della Regina Elisabetta, pensate anche se allora non sia un inferno, non l'Italia, ma la Germania federale, dove alla guida della Bundesbank siede uno dei principali consiglieri economici della Merkel. Che è lì senza esser passato per un'agenzia per il pubblico impiego. Viene facile fare dell'ironia, e invece la faccenda è seria. Ma non per la ragione che oggi siamo spinti a pensare, da qualunque parte si prenda la discussione su nomine, incarichi e quant'altro, bensì per quella indicata da Axel Leijonhufvud. Si pensa in genere che la cosa sia ben fatta, perché così si premia finalmente il merito. Io penso invece che così si fa, se si vuole azzerare il senso della storia e nascondere le responsabilità della politica. Al posto di governatore non deve infatti andare quello che ha maturato le migliori esperienze professionali (ma migliore in base a cosa, e per chi?), bensì quello che può interpretare meglio, a giudizio di chi lo nomina, l'interesse nazionale. E come la si infila, questa caratteristica, nel curriculum? Ma c'è poi la ragione di Leijonhufvud, il grande economista svedese che allo scoppio della crisi, ai primi interventi sui mercati della Federal Reserve americana (robusti, massicci, anzi di più) si chiese che ne fosse della tanto celebrata dottrina dell'indipendenza della banca centrale. Se lo chiese non perché volesse a tutti i costi preservarla, ma perché dubitava che, quando la politica monetaria favorisce direttamente debitori o creditori, oppure decide quanta inflazione o quanta disoccupazione deve esserci, determina cioè obiettivi politicamente qualificati, “un paese democratico potesse lasciare queste decisioni a tecnici non eletti”. Ora noi non ci spingeremo fino a tanto, fino cioè a insinuare il dubbio che l'autonomia della banca centrale riduca troppo l'esercizio democratico della sovranità: questo no. Ma che la presentazione del curriculum per il posto di governatore lo ridicolizzi parecchio: questo, sia consentito, invece sì. SEGUEDALLAPRIMA Il caso di Giovanni Favia (il consigliere regionale dissidente di 5 Stelle) ha rivelato impietosamente il connotato proprietario e autoritario che segna, al di là delle intenzioni e della generosità degli aderenti, la formazione e l'organizzazione di 5 Stelle. Lo scandalo che ne è seguito e lo smarrimento sincero di moltissimi militanti hanno indotto il fondatore a proporre la sua ricetta per affrontare la prima vera crisi di crescita del partito. Secondo Grillo, ecco la soluzione: una piattaforma online che consenta di scegliere i candidati per le prossime elezioni politiche e di discutere e definire il programma. La proposta è piaciuta a molti e sembra aver messo a tacere le contestazioni interne, in quanto rappresenterebbe la soluzione giusta per dare nuove energie e regole certe al sistema di democrazia interna di 5 Stelle. Che si tratti di una novità è certo, ma il problema rischia solo di essere spostato in avanti. In altre parole: chi gestirà quella piattaforma, chi ne detterà le norme, e ancora prima, chi vi potrà accedere? Tutte domande serissime che tuttavia, proprio mentre le formulo, mi appaiono come «successive»: che vengono dopo, cioè, una riflessione precedente, e che non può essere elusa o sottovaluta, sulla qualità della politica online. Qui sta il nodo essenziale. Si è diffusa ormai l'opinione, anche in ambienti insospettabili, che la politica digitale sia comunque una forma non solo innovativa, ma anche più efficace e persino più «democratica» di quella tradizionale. È proprio ciò che contesto. Se pure quella piattaforma, proposta da Grillo, funzionasse al meglio e con le migliori garanzie, una simile attività certificherebbe la scomparsa – verrebbe da dire l'annichilimento - di quello che è stato uno dei fondamenti essenziali della politica classica. Ovvero il corpo. La politica, in tutte le sue varianti, in tutte le sue ascendenze ideologiche e in tutte le sue articolazioni pratiche, si è basata sul ruolo decisivo svolto dal corpo umano nella vita sociale e nelle relazioni pubbliche. Il corpo violentato degli schiavi, ma anche l'habeas corpus a tutela dell'intangibilità dell'individuo contro il dispotismo del sovrano; le braccia sfruttate della forza lavoro, ma anche la dignità del genere sessuale femminile; l'antico motto «una testa un voto» è la centralità crescente, in tutti i sistemi democratici, delle tematiche legate alla fisicità (interruzione volontaria della gravidanza e testamento biologico, libertà di cura e pari dignità delle minoranze sessuali): tutta la politica, fino a oggi, ha trovato nel corpo la sua origine e il suo fine. E su questo è stata scandita, negli ultimi due secoli, l'attività collettiva che aveva come posta in gioco il potere politico. La politica come l'abbiamo conosciuta è stata, ed è, incontro scambio relazione. Comunicazione diretta e faccia a faccia. Presenza comune in luoghi fisici: sezioni e circoli, incontri e manifestazioni, convegni e comizi e cortei. È solo la presenza in uno spazio condiviso, dove si mettono in comune non solo parole, ma anche emozioni e sentimenti (compresi quelli negativi), che consente quel farsi della politica consistente in un percorso collettivo, verso un obiettivo che si scopre essere di molti. È questa la radice della politica che, poi, si articolerà su altri piani, in altre sedi, nei luoghi della rappresentanza. Ma la base primaria e costitutiva resta quella: lo spazio della reciproca interferenza e della polemica aspra, dove si opera per persuadere e portare dalla propria parte; e dove il confronto è fatto di argomenti a favore e di argomenti contro, di battaglia per l'affermazione di una posizione o di un'altra, di lotta e di compromesso. E poi, ancora, di una nuova lotta e di un nuovo compromesso. Tutto ciò richiede, appunto, la prossimità: lo stare insieme per un determinato periodo di tempo, anche breve, ma necessario a costruire la comunanza di intenti, attraverso il conflitto tra opzioni diverse e la selezione di obiettivi condivisi. Insomma la politica, quella di cui parlo, esige la materialità e la socialità di esperienze vissute insieme e di una fisicità che si esprime nel guardarsi e nell'interloquire, nell'incontrarsi e nel muoversi insieme. Politica, in estrema sintesi, è quel muoversi insieme, dove i corpi si affiancano e fanno energia collettiva e forza comune. Detto tutto ciò è palese e incontestabile che quella politica ha prodotto anche mostri (burocrazia e autoritarismo, verticismo e carrierismo, corruzione e alienazione …): ed è oggi in rovinosa, e, secondo molti, irreversibile crisi. A questo punto, la scelta è netta. O si lavora pazientemente e tenacemente per rinnovare in profondità la politica classica, oppure si abbandona questa politica e si sceglie decisamente quella online. Dico subito che continuo (spes contra spem) a nutrire una qualche residua fiducia nella prima, tanto più se riesce ad acquisire e a far fruttare il meglio che la seconda (quella online) propone. Ma affidarsi, come tanti sono intenzionati a fare, ad una piattaforma digitale, investendo interamente in essa le proprie risorse, mi sembra una follia. E mi spiego. La politica online tende - come dice Favia - a «una democrazia liquida dove i cittadini possano decidere continuamente». Ma quest'ultima, anche se regolata da criteri democratici, oltre ad apparire come un oggetto misterioso - qualcosa di esoterico, che sostituisce all'autorità del Capo la sovranità della Macchina Intelligente – finisce col cancellare totalmente il corpo. In altre parole, la politica digitale si fonda su una moltitudine di individui, isolati ciascuno nella propria postazione, sempre connessi e sempre irrimediabilmente soli. E davvero solitaria è questa nuova forma di «militanza», vissuta interamente dentro la dimensione del proprio pc: la sola compagnia, e la sola compagnia politica, rischia di essere il nostro volto riflesso sullo schermo. Massimo Adinolfi Il commento Se un boss diventa blogger MariaNovella Oppo Maramotti Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 La tiratura del 18 settembre 2012 è stata di 82.553 copie L'intervento La solitudine della democrazia digitale Luigi Manconi SEGUEDALLAPRIMA E la corte d'appello non ha ritenuto di tenerlo in carcere perché non ci sarebbe da parte sua rischio di fuga, avendo già scontato un lungo periodo di custodia cautelare. Insomma, Nino Mandalà ha chiuso i conti con la giustizia (in attesa di Cassazione) e può ora dedicarsi a una battaglia di libertà in nome e per conto di suo figlio Nicola, braccio destro di Bernardo Provenzano durante la lunga clandestinità, oggi all'ergastolo per omicidio, in regime di 41 bis. Ma come? Provenzano, quello che esercitava il massimo del potere mafioso accontentandosi di vivere prigioniero in una specie di spelonca, senza nessun agio o lusso, tranne quello della ricotta fresca? Provenzano, quello che al momento dell'arresto sorrideva tranquillo davanti alle telecamere e alle forze dell'ordine, forse perfino soddisfatto di cambiare finalmente quella vitaccia? Sì, proprio lui, il boss che nella biografia televisiva di Totò Riina, «Il capo dei capi», impersonava l'intelligenza criminale più lucida, che cercava di evitare i delitti, se non quando fossero proprio utili. Anche se, come dice Grillo, la mafia non uccide e, come dice Riina, la mafia non esiste. E ora, come si lega quella immagine di Provenzano boss rurale (come le massaie di Mussolini), con Nino Mandalà e il suo moderno blog? Se dobbiamo dare ragione a Grillo, secondo il quale il blog è il bene che salverà il Paese, forse anche Mandalà non è cattivo ed esercita un suo sacrosanto diritto, svolgendo anche una missione sociale. Infatti, a leggere il suo recente post, dopo nove mesi di silenzio, si scopre che si richiama alla lezione di Beccaria, a Montesquieu e Locke, avendo provato sulla sua pelle-come scrive- «che cosa significhi affrontare il problema del 41 bis ed essere investiti da invettive, insulti e inviti a finire i suoi giorni in un gulag». Ed ecco perché oggi si appella addirittura ai parenti delle vittime di mafia, «come compagni del medesimo viaggio» e alle coscienze libere di Ostellino, Veronesi, Pannella, Della Vedova, Manconi, Pisapia, Ferrajoli, Panza (o Pansa?), Polito, Battista, Scalfari, perché si intestino una battaglia per l'abolizione del 41 bis. «Una battaglia - scrive - che so difficile perché combattuta contro avversari che godono di seguito, di potere di veto e coagulano umori giacobini coltivati a lungo a capillarmente diffusi in una opinione pubblica spaventata e incitata al linciaggio». Come si vede, il blogger Nino Mandalà padroneggia bene riferimenti (vedi i giacobini che ossessionano Berlusconi) a un certo linguaggio politico. Del resto, è un dottore commercialista, come ha tenuto a specificare nella dichiarazione andata in onda nel programma di Michele Santoro «Servizio pubblico» il 17 novembre 2011. Ma, per la verità, quella era solo una ricostruzione recitata da un attore, praticamente una fiction. Nella quale Mandalà esprimeva il suo dolore di padre per «un figlio che sta soffrendo in carcere» e ricordava tra l'altro il suo passato non di mafioso (che anzi negava), ma di fondatore di un circolo di Forza Italia ed ex socio del presidente Schifani, nonché ex amico di La Loggia. Due «bastardi», li definisce oggi, perché lo hanno ripudiato. Nino Mandalà, infatti, non è un «eroe» come lo stalliere Mangano secondo Berlusconi e Dell'Utri. Perché Mandalà parla e addirittura scrive, primo boss blogger. L'analisi Il governatore scelto on-line AILETTORI Perassoluta mancanzadi spaziosiamocostretti a rinviare la rubrica di LuigiCancrini «Dialoghi». Chiediamoscusa ai lettori eall'autore. COMUNITÀ 16 mercoledì 19 settembre 2012
Forse ogni dubbio sulla permanenza di Fiat in Italia verrà chiarito sabato pomeriggio alle 16, quando intorno a un tavolo di Palazzo Chigi si siederanno i vertici del gruppo - l'amministratore delegato Sergio Marchionne accompagnato dal presidente John Elkann - e tutti gli esponenti del governo che possano avere una qualche voce in capitolo - il premier Mario Monti, il ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera e quello del Lavoro Elsa Fornero. Un incontro, «non una convocazione» dall'esecutivo, ci ha tenuto a precisare il presidente del gruppo John Elkann. UNPAESEINATTESADI RISPOSTE Ieri, finalmente, c'è stata la tanto attesa telefonata tra il presidente del Consiglio e il manager del Lingotto, e le preoccupazioni suscitate nel Paese dalle sue dichiarazioni sull'abbandono del piano Fabbrica Italia possono rimanere congelate per qualche giorno. In attesa che l'esecutivo tenti il tutto per tutto per conservare la struttura portante dell'industria nazionale, e in attesa che il Lingotto scopra finalmente le sue carte e si decida a «fornire il quadro informativo sulle prospettive strategiche del gruppo» come promesso nel comunicato ufficiale dell'incontro. Almeno, così spera l'Italia del lavoro e della produzione. Ma l'attesa parola definitiva potrebbe non arrivare, se il premier decidesse di attenersi al suo credo liberale (dall'ultimo incontro con l'ad uscì dicendo che «Fiat ha il diritto di investire dove vuole»), e se Marchionne continuasse a lamentare la crisi dell'auto e a sfoderare buone intenzioni, senza mai sbilanciarsi sul futuro. Anche nell'intervista rilasciata ieri a Repubblica ha mantenuto questo doppio binario di comunicazione, privo, in fin dei conti, di risposte concrete. Prima il manager di Torino ha dichiarato tutta la sua volontà di rimanere, come è solito fare dopo le sue periodiche minacce di abbandono del Belpaese. Poi ha sottolineato i dati finanziari che dovrebbero, invece, fargli decidere altrimenti. Ha assicurato che la Fiat resterà in Italia: «Manterrò il Lingotto nel Paese con i guadagni fatti all'estero», visto che ad oggi il gruppo «sta accumulando perdite per 700 milioni in Europa, e sta reggendo a questa perdita con i successi all'estero, Stati Uniti e Paesi emergenti». ILCROLLO DEL MERCATODELL'AUTO Gli ultimi dati sul settore dell'automobile non sembrano smentirlo: le vendite del gruppo in Europa ad agosto sono scese del 17,7% rispetto allo stesso mese del 2011, facendo così scendere la quota di mercato Fiat al 5,2% contro il 5,8% dell'anno precedente. Il che spiegherebbe l'accantonamento del promesso piano industriale da 20 miliardi d'investimenti e l'assoluta «Ho tanta voglia di un'azione unitaria, con una proposta forte e responsabile, come sono convinto sappiano fare i sindacati confederali. La domanda è: su quali posizioni? Contestatarie o di responsabilità? In questo momento così confuso e drammatico, l'unica realtà che parla ancora alla gente sono i sindacati. Siamo il solo elemento di connessione, e questo significa che dobbiamo agire con consapevolezza, serietà e realismo». Il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, si riferisce alla questione Fiat ma non solo. Appena uscito dall'incontro («molto utile») con il sindaco di Torino Piero Fassino, lancia una battuta all'ex numero uno di Fiat Cesare Romiti, che l'ha accusato di non aver contrastato le scelte dell'attuale vertice («Romiti farebbe bene a pensare ai 30mila che ha licenziato»), ma vuole sfuggire al gioco al massacro di recriminazioni e divisioni senza fine. E rilancia: il suo obiettivo ultimo è fatto di proposte al governo per recuperare crescita e produttività, soprattutto per «stanare investimenti», come dice, senza i quali non c'è lavoro, né occupazione, né sviluppo. Sabato finalmente Marchionne vede Monti: che cosa si aspetta dall'incontro? Quali sono i punti su cui il governo deve pretendererisposte? «Il governo fa bene a stare alle costole di Marchionne, e farebbe bene a mettere in campo tutte le politiche necessarie per incentivarlo ad investire. Il punto essenziale che l'ad deve chiarire è se il piano Fabbrica Italia è stato accantonato per sempre, o temporaneamente sospeso perché le oggettive, difficilissime condizioni di mercato - che penalizzano Fiat come del resto tutte le case automobilistiche - non ne permettono l'attuazione. Quando il mercato riprenderà, sarà ancora valido? Una risposta negativa a questa domanda non la capirei. Un conto è soprassedere, un altro archiviare. Senza quel piano non solo perderemmo occupazione, ma daremmo anche l'impressione che l'Italia non è in grado di ospitare grandi investimenti. Un segnale politico e finanziario molto negativo, che assolutamente non ci possiamo permettere. Solo degli irresponsabili, che alimentano l'autolesionismo nazionale, possono pensare di non dover più puntare su quel piano, tra cui vedo molti che parlano di Fiat come fosse una municipalizzata». Forselofannoperchénegliannihabeneficiatodi sostegni pubblici permiliardi. «Quei miliardi hanno significato fabbriche aperte, occupazione e lavoro. E comunque il passato è passato, inutile ridiscuterne». Peròdall'intervistarilasciataaRepubblica,sembracheMarchionnebattadinuovocassaallo Stato. «Non mi pare che i contribuenti siano disposti a ripetere quanto è stato fatto negli anni Ottanta. Raddoppieremmo il nostro debito pubblico, e sarebbe comunque una linea sbagliata. Prenderemmo la strada di una discussione senza vie d'uscita, impraticabile. È un po' lo stesso discorso che vale anche per il sindacato e per la possibilità di azioni unitarie: bisogna capire innanzitutto qual è l'orizzonte del possibile, e perseL'INTERVISTA ILCASO FIAT Marchionne concede LUIGINAVENTURELLI MILANO ILMANAGER DELLA GLOBALIZZAZIONECHE VINCE INAMERICA, con i soldi di Obama, e rilancia la Chrysler. Il manager che in Italia fallisce insieme al suo grandioso piano “Fabbrica Italia”. Un piano che doveva sfornare vagonate di prodotti e un esercito di posti di lavoro sicuri. L'Italia si divide su queste due facce della drammatica vicenda Fiat. Ma quasi tutti si scordano di una terza faccia che ha avuto successo e che continua a insidiare non solo il mondo del lavoro, bensì la coesione sociale del Paese, la possibilità di dar vita a relazioni tra capitale e lavoro basate almeno sul rispetto dei diversi ruoli. Siamo stati coinvolti per mesi e mesi tra assemblee, referendum, articoli otto cari ai ministri del centro-destra. I cronisti correvano da Pomigliano, a Mirafiori, a Melfi, a Termini Imerese. Gran parte dei commentatori schernivano la Fiom e le sue pretese di voler vedere quel fatidico “piano industriale” sempre rimasto nell'ombra e che solo ora sembra riapparire, completamente scarnificato. Gruppi non modesti d'insigni giuristi (no, non Pietro Ichino) denunciavano il massacro del diritto del lavoro. La terza faccia era all'insegna dei diktat: prendere o lasciare. La minaccia pesante era: se non ci state la Fiat se ne va, se ci state la Fiat diventerà l'eldorado dell'industria automobilistica. Occorreva ingoiare non solo diciotto turni di lavoro, ma anche l'esigenza di mettere il sindacato in manette, perchè bisognava vietare qualsiasi protesta, magari anche qualche proposta, mentre si esperimentava un'organizzazione del lavoro chapliniana. E chi insisteva a non stare al gioco - vedi la Fiom - veniva espulso, ricorrendo con luciferina astuzia a una correzione conquistata (vedi come vanno le cose) da un antico referendum dell'ultra sinistra. Addirittura si staccavano le pagine de l'Unità dalle bacheche operaie come se improvvisamente il giornale fosse riconosciuto come un foglio eversivo, iper-rivoluzionario. E così i sindacati si spaccavano, gli accordi (tra i metalmeccanici, non tra i seguaci del chimico Giorgio Squinzi) si facevano separati, le aule dei tribunali si riempivano di vertenze. Non contento il manager globalizzante spaccava anche il fronte imprenditoriale, considerato come un nucleo di pappe molli, uscendo dalla sua organizzazione la Federmeccanica, sperando di esportare in Italia un modello moderno: la giungla dei rapporti di lavoro dove ognuno fa per sé. E molti, sempre tra i noti commentatori, suonavano la tromba e spiegavano che era solo l'inizio di una polverizzazione delle organizzazioni imprenditoriali. Ecco, per quanto riguarda questa terza faccia, Marchionne per ora non è fallito. Ha portato a casa seri risultati. E il suo seme avvelenato continua a gettare germogli. Sarebbe necessario un diserbante. Fatto sta che la Federmeccanica oggi fa partire le trattative per il rinnovo del contratto di lavoro senza la Fiom, il sindacato principale. Io non credo serva a qualcosa irridere a chi aveva creduto nelle promesse Fiat. C'è semmai da chiedersi che cosa è servito questo sconquasso e a che cosa serve prolungarlo. Non certo a vendere le automobili, a dare fiato al lavoro e all'economia. Bisognerebbe, senza ripicche reciproche, correre ai ripari, non solo per impedire che l'Italia perda un altro pezzo d'industria definitivamente. Ma anche per ridare al lavoro, ai metalmeccanici in primo luogo, il ruolo che hanno sempre avuto. Un ruolo d'avanguardia davvero, forte della propria unità. Soprattutto nel ciclone della crisi è assurdo vedere un movimento sindacale che marcia diviso (in Europa non succede). Solo una seria mobilitazione unitaria che colga anche le interessanti sortite nel campo padronale (anche se Cesare Romiti e Della Valle non sono di certo diventati di colpo angioletti misericordiosi) può cercare di invertire la rotta. Sui temi della crescita (la vera priorità) e su quelli delle regole del lavoro. Magari senza attendere, ancora una volta, futuribili referendum. La responsabilità di chi ha diviso i lavoratori IL COMMENTO BRUNO UGOLINI RaffaeleBonanni «Ladivisioneèstata unerrore, sarei felice di rinunciareaqualche miaopinione.Mal'obiettivo siaattrarre investimenti, quindioccupazione» . . . Il diktat è stato prendere o lasciare sennò andiamo via . . . Così hanno isolato la Fiom e tolto l'Unità dalle bacheche «Ritroviamo l'unità dei sindacati per salvare le fabbriche e il lavoro» LAURAMATTEUCCI MILANO 4 mercoledì 19 settembre 2012
Omicidi per il controllo dei traffici di droga, estorsioni a commercianti e ristoratori, il tutto con il benestare di alcuni carabinieri, stretti al clan «da rapporti d'affari». È quanto scoperto dalla Procura della Repubblica di Lucera (provincia di Foggia), ufficio requirente cancellato secondo il nuovo riassetto della geografia giudiziaria, che ha portato alla luce «un quadro drammatico, nel quale appartenenti alla locale aliquota dei Carabinieri, e cioè i soggetti preposti allo svolgimento delle indagini per la repressione dei più allarmanti fenomeni criminali presenti sul territorio di competenza, risultano soggetti associati all'organizzazione criminale egemone», il clan Ricci-Cenicola. Ma non solo, «altri militari, pure in forze alla medesima compagnia, si limitano ad accettare l'esistente e, orientati dai primi in scelte operative d'interesse per l'organizzazione, assumono atteggiamenti, nel migliore dei casi, di natura omissiva, contrari, evidentemente, ai doveri d'ufficio». L'inchiesta del procuratore capo Domenico Seccia e del sostituto Alessio Marangelli, ha scoperchiato un sistema di accordi illeciti tra criminalità e forze dell'ordine, nascosti in una delle provincie a più impatto mafioso in Italia, quella di Foggia. In manette sono finite 17 persone, tra i quali esponenti di spicco del clan Ricci-Cenicola, dilaniato da una guerra intestina, e i carabinieri Luigi Glori, Giovanni Aidone, Giuseppe Sellitti e Michele Falco (per altri tre chiesta la misura interdittiva). Nei loro confronti si ipotizzano, a vario titolo, i reati di associazione per delinquere, concorso in omicidio premeditato, estorsione mediante intimazioni con colpi d'arma da fuoco, incendio, danneggiamento, minacce e favoreggiamento. Un unico filo conduttore che lega le estorsioni a ristoratori, obbligati ad acquistare dal clan prodotti ittici e ortofrutticoli di scadente qualità - col fine di far impoverire i proprietari così da impadronirsi delle attività economiche - agli interessi dei carabinieri che prestavano denaro alle vittime, le quali non potendo restituirlo, si vedevano portare via dai “custodi della legge” i mobili delle attività economiche. Un quadro di degrado che trova il culmine nella volontà degli stessi militari di «depistare» le indagini su un omicidio e sulle ripetute estorsioni regolarmente denunciate con l'identità dei responsabili ma sempre riportate con un «autore ignoto». Secondo l'ufficio requirente di Lucera, «l'organicità al gruppo criminale dei militari è riscontrata anche dalla qualificata conoscenza delle rispettive responsabilità delle persone coinvolte nei diversi episodi criminali (…) Informazioni che, probabilmente, qualora gestite correttamente e secondo i doveri dell'ufficio, avrebbero consentito di intervenire con maggiore solerzia evitando l'escalation criminale che ha condotto all'omicidio di Fabrizio Pignatelli». Il caso Pignatelli è sintomatico del meccanismo illecito scoperto dal pm Marangelli e dalla polizia. Pignatelli, dopo un lungo periodo di detenzione era tornato a Lucera per impadronirsi dei traffici illeciti. Col suo contributo si era creata una scissione nel clan egemone, tanto da far esplodere una guerra di mafia che portò al suo omicidio. Secondo la procura i militari arrestati erano a corrente di tutto. «Trova conferma l'apporto dei militari all'organizzazione criminale, sostanziatosi, prima dell'omicidio, in una gestione riservata e strumentale all'impunità dell'associazione delle informazioni assunte e nell'omissione di ogni atto che nel caso specifico andava compiuto per evitare la perpetrazione degli atti criminali e garantire la perpetuazione dell'organizzazione e, dopo l'agguato, nell'evitare il coinvolgimento nelle indagini in corso». Ma non solo, in quanto i carabinieri arrivavano a «favorire la sottrazione di un indagato, non solo lasciando ineseguite le doverose ricerche, ma altresì evitando di procedere al rintraccio dello stesso nei possibili luoghi ove si sapeva potesse essere andato». Agli atti della corposa inchiesta, comunque, risultano una serie di intercettazioni dal tenore eloquente, in cui gli stessi militari «confermano la conoscenza dei delitti» e dalle quali si ricostruisce il sistema d'affari messo a punto con il clan, tanto che gli stessi affiliati affermano che «a Lucera i carabinieri sono tutti corrotti». Otto colpi calibro 7,65 sparati da una semiautomatica hanno fatto prendere un brutto spavento a Giovanni Biffi, 75enne imprenditore titolare della Omb, Officine Meccaniche Biffi, azienda di Basiano, nella Brianza milanese, da mesi liquidazione. Ieri mattina intorno alle otto, l'imprenditore stava viaggiando sulla sua Mercedes 320 grigia lungo una strada provinciale all'altezza del casello della A4 Cavenago-Cambiago. Biffi era diretto in azienda quando uno scooter con a bordo due uomini nascosti dietro ai caschi integrali ha affiancato la sua berlina. Dalla semiautomatica sono partiti otto colpi, tutti diretti alla portiera dell'auto. Un solo proiettile ha oltrepassato la lamiera ferendo lievemente il polpaccio del 75enne, che è stato medicato all'ospedale di Melzo. Sull'agguato indagano gli uomini del nucleo investigativo dei carabinieri di Monza, comandati dal colonnello Michele Piras, e la pm di Milano Adriana Blasco, che ha aperto un fascicolo contro ignoti per tentato omicidio. Nonostante le modalità dell'attentato, e le possibili suggestioni legate ad altri episodi di cronaca di quest'ultimo anno, è escluso che si tratti di un'aggressione di matrice eversiva. Un'ipotesi scartata ufficialmente anche dal ministro dell'Interno, Annamaria Cancellieri, che ieri si trovava a Genova, dove la settimana scorsa la procura guidata da Michele di Lecce ha disposto il fermo di Alfredo Cospito e Nicola Gai, due torinesi presunti anarco-insurrezionalisti indicati dai pm del capoluogo ligure come i responsabili dell'attentato del maggio scorso al manager di Ansaldo Nucleare, Roberto Adinolfi. UNAVVERTIMENTO Biffi è incredulo: «Non me l'aspettavo» ha detto agli investigatori che lo hanno sentito. L'imprenditore ha spiegato di non avere mai ricevuto minacce, di non essere mai stato «vittima di usurai» e di avere «ottimi rapporti con i miei dipendenti». Ma la dinamica dell'aggressione, ricostruita grazie anche ad un testimone, lascia pensare ad una sorta di avvertimento. Anche perché «se avessero voluto ucciderlo l'avrebbero fatto», fa notare un investigatore che sottolinea come «i colpi sono stati sparati tutti verso la parte bassa della portiera dell'auto». Un avvertimento di che tipo? Al momento le indagini si concentrano sul dissesto finanziario della Omb, che da quanto si apprende avrebbe una esposizione debitoria di circa otto milioni di euro. Da circa sei mesi la srl che produceva stampi e da questi realizzava poi stampe in plastica è in liquidazione. Dei cinquanta dipendenti, quaranta persone sono state ricollocate nelle due società create dal nuovo socio che ha rilevato la parte sana della Omb. Gli altri dieci lavoratori, da giugno sono in mobilità volontaria. CINQUECOLPI CONTROIL CAPO Alcuni dipendenti sono stati sentiti dai carabinieri, che non escludono che dietro l'attentato si possa celare il rancore di qualche ex operaio della ditta di Basiano. D'altra parte, sempre ieri ma a Vittuone, siamo ancora in provincia di Milano, un autotrasportatore 58enne ha sparato cinque colpi, tutti andati a vuoto, contro i suoi capi della ditta Ibf. Sembra che l'uomo, arrestato e accusato di duplice tentato omicidio, volesse un aumento. Alle Officine Biffi però nessuno ricorda episodi tanto gravi né momenti di particolare tensione. Sia l'azienda sia i sindacati parlano di rapporti sempre corretti tra le parti. E Fabio Mangiafico, il funzionario della Fiom-Cgil che ha seguito la vertenza della Omb, descrive Giovanni Biffi come un «imprenditore che in altri tempi distribuiva premi ai dipendenti, con i quali aveva un rapporto diretto». Appoggio ai clan, 4 carabinieri in manette Otto colpi contro la Mercedes di Giovanni Biffi imprenditore di 75 anni Un solo proiettile al polpaccio. Forse un avvertimento per un mancato pagamento. Si indaga anche tra i lavoratori PARMA Il luogo dell'agguato FOTO ANSA Imprenditore gambizzato in Brianza GIUSEPPE VESPO MILANO Ilgiudicediceno alsequestro dell'inceneritore Unadoccia freddaper ilMovimento 5stelledi Parma, chesuquesta vicendahacostruito gran partedella campagnaelettoraleche haportato all'elezionedel sindaco FedericoPizzarotti. Ilgiudice per le indaginipreliminari MariaCristina Sarli ha respinto ieri la richiesta avanzatadallaProcura di sequestrare il cantiere dell'inceneritore Irendi Uguzzolo. In sostanza ilgiudice ritiene fondata l'ipotesidi reatodi abuso d'ufficio per la vicendadell'affidamento dell'appaltoper la progettazionedi partedell'impianto termovalorizzatore,che è stato assegnatoad Hera senzagara pubblica(vicendaper la qualeè indagato ildirettoredi IrenAndrea Viero).Mapoichési trattadi fatti che si sono già verificatinon sarebbe utile ilblocco dei lavori. Perquanto riguarda il secondoreatocontestato, l'abusoedilizio, ilGip dà invece ragionea Iren, concordando in questocaso con la sentenzadelTar dellascorsa estate, secondo la quale nonc'è statoavvio dei lavori in mancanzadiconcessione edilizia, perchéquestaera giàcompresa nel verbalediapprovazione delPaida partedellaConferenzadei servizi. Unadoccia gelataper il neosindaco Pizzarotti chesulblocco dei lavori per la costuzionedell'ineneritore aveva fondato buonaparte del suo impegnoelettorale.Aquesto punto, infatti, saràdifficile opporsi alla realizzazinedell'operaa menodinon pagaripesantissimepenali alle ditte appaltatrici. Il 22 settembrea Parma arriveràancheBeppeGrilloper un incontropubblicosull'inceneritore. A Foggia quattro carabinieri sono finiti in manette per aver aiutato un clan locale IVAN CIMMARUSTI FOGGIA Lucera, i militari coinvolti nelle estorsioni e in diversi omicidi Depistaggi e mancati arresti degli indagati mercoledì 19 settembre 2012 11
TV FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO 06.30 TG 1. Informazione 06.40 CCISS Viaggiare informati. Informazione 06.45 Unomattina. Rubrica 10.00 Unomattina Verde. Rubrica 10.25 Unomattina Rosa. Rubrica 11.05 Unomattina Storie Vere. Rubrica 12.00 La prova del cuoco. Game Show 13.30 TELEGIORNALE. Informazione 14.10 Verdetto Finale. Show. Conduce Veronica Maya. 15.15 La vita in diretta. Rubrica. Conduce Marco Liorni, Mara Venier. 17.00 TG 1. Informazione 18.50 L'Eredità. Gioco a quiz. Conduce Carlo Conti. 20.00 TELEGIORNALE. Informazione 20.30 Aari Tuoi. Show. Conduce Max Giusti. 21.10 Per tutta la vita...? Show. Conduce Fabrizio Frizzi, Natasha Stefanenko. 23.20 Porta a Porta. Talk Show. Conduce Bruno Vespa. 00.55 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.30 Sottovoce. Talk Show. Conduce Gigi Marzullo. 02.05 Rai Educational Magazzini Einstein. Documentario 02.35 Mille e una notte -Musica. Rubrica 06.45 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 08.25 Nancy Drew. Film Giallo. (2002) Regia di James Frawley. Con Maggie Lawson. 09.50 Sabrina vita da strega. Serie TV 10.35 Tg2 Insieme Estate. Rubrica 11.20 Il nostro amico Charly. Serie TV 12.10 La nostra amica Robbie. Serie TV 13.00 Tg2 - Giorno. Informazione 14.00 Parliamone in famiglia. Talk Show 16.15 Army Wives. Serie TV 16.55 Incontro del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con gli atleti medagliati di Londra 2012. Informazione 18.20 Tg2. Informazione 18.45 Cold Case - Delitti irrisolti. Serie TV 19.35 Squadra Speciale Cobra 11. Serie TV 20.30 TG 2 - 20.30. Informazione 21.05 Pechino Espresso. Reality shw 21.10 Once Upon a Time - C'era una volta. Serie TV Con Jennifer Morrison, Jared S. Gilmore, Lana Parrilla. 22.45 Pechino Express. Reality shw 23.30 Tg2. Informazione 23.45 Serata per Voi. Rubrica 01.00 Rai Parlamento Telegiornale. Informazione 01.15 Lost. Serie TV 03.15 Il tenente Sheridan. Serie TV 07.00 TgR. / TGR Buongiorno Regione. Informazione 08.00 Casablanca. Film Drammatico. (1942) Regia di Michael Curtiz. Con Humphrey Bogart. 09.45 La Storia siamo noi. Documentario 10.40 Cominciamo Bene. Rubrica 12.00 TG3. Informazione 12.01 Rai Sport Notizie. 13.10 La strada per la felicità. Serie TV 14.00 Tg Regione. / TG3. Informazione 15.00 In diretta dalla Camera dei Deputati “Question Time” Interrogazioni a risposta immediata. Informazione 16.10 Dove stanno i ragazzi. Film Commedia. (1984) Regia di Hy Averback. Con Asher Brauner. 17.20 Geo Magazine 2012. Documentario 19.00 TG3. / Tg Regione. Informazione 20.00 Blob. Rubrica 20.15 Cotti e mangiati. Sit Com 20.35 Un posto al sole. Serie TV 21.05 Chi l'ha visto? Attualità. Conduce Federica Sciarelli. 23.20 Tg Regione. Informazione 23.25 TG3 Linea notte estate. Informazione 00.00 Doc 3. Rubrica 00.45 Rai Educational Rewind - Visioni private. Rubrica 01.15 Fuori Orario. Cose (mai) viste. Rubrica 02.00 Rainews. Informazione 06.20 Media shopping. Shopping Tv 06.50 Magnum P.I. Serie TV 07.45 Pacific Blue. Serie TV 08.40 Hunter. 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Informazione 08.40 La telefonata di Belpietro. Rubrica 08.50 Mattino cinque. Show. Conduce Federica Panicucci, Paolo Del Debbio. 11.00 Forum. Rubrica 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.10 Centovetrine. Soap Opera 14.45 Uomini e Donne. Talk Show. Conduce Maria De Filippi. 16.20 Pomeriggio cinque. Talk Show. Conduce Barbara D'Urso. 18.50 Avanti un altro! Gioco a quiz. Conduce Paolo Bonolis. 20.00 Tg5. Informazione 20.21 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 20.40 Champions League. Chelsea - Juventus. Sport 22.45 Champions League Speciale. Sport 00.45 Tg5 - Notte. Informazione 01.14 Meteo 5. Informazione 01.15 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 01.45 Uomini e Donne. Show. Conduce Maria De Filippi. 03.15 Media shopping. Shopping Tv 06.40 Picchiarello. Cartoni Animati 06.55 Pokemon. Cartoni Animati 07.25 Dragon Ball. Cartoni Animati 07.55 Georgie. Cartoni Animati 08.20 Heidi. Cartoni Animati 08.45 E.R. - Medici in prima linea. Serie TV 10.35 Grey's anatomy 3. Serie TV 12.25 Studio Aperto. Informazione 13.02 Sport Mediaset. Informazione 13.40 Futurama. Cartoni Animati 14.10 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 Dragon ball GT. Cartoni Animati 15.00 Fringe. Serie TV 16.00 Smallville. Serie TV 16.50 Merlin. Serie TV 17.45 Trasformat. Gioco a quiz. Conduce Enrico Papi. 18.30 Studio Aperto. Informazione 19.20 C.S.I. - Scena del crimine. Serie TV 21.10 William e Kate - Un amore da favola. Film Biografia. (2011) Regia di Mark Rosman. Con Camilla Luddington, Nico Evers-Swindell, Samantha Whittaker. 23.00 Un principe tutto mio II - Un matrimonio da favola. Film Commedia. (2006) Regia di Catherine Cyran. Con Luke Mably, Kam Heskin, C. Burton Hill. 01.00 Nip/tuck. Serie TV 01.45 Rescue me. Serie TV 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.45 Coee Break. Talk Show. Conduce Tiziana Panella. 10.55 J.A.G. - Avvocati in divisa. Serie TV 12.30 I menù di Benedetta (R). Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Cristina Parodi Live. Talk Show. Conduce Cristina Parodi. 15.50 Movie Flash. Rubrica 15.55 Il Commissario Cordier. Serie TV 17.55 Cristina Parodi Cover. Talk Show. Conduce Cristina Parodi. 18.25 I menù di Benedetta. Rubrica 19.20 G' Day. Attualità 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Otto e mezzo. Rubrica 21.10 Se stasera sono qui. Show. Conduce Teresa Mannino. 23.05 Non ditelo alla sposa. Docu Reality 00.05 Omnibus Notte. Informazione 01.10 Tg La7 Sport. Informazione 01.15 Movie Flash. Rubrica 01.20 N.Y.P.D. Blue. Serie TV 02.10 G' Day (R). Attualità 02.45 Otto e mezzo (R). Rubrica 21.00 Sky Cine News. Rubrica 21.10 I soliti idioti. Film Commedia. (2011) Regia di E. Lando. Con F. Biggio F. Mandelli. 22.50 Paranormal Activity 3. Film Horror. (2011) Regia di H. Joost, A. Schulman. Con K. Featherston. 00.20 Big Mama: tale padre tale figlio. Film Commedia. (2011) Regia di J. Whitesell. Con M. Lawrence B. Jackson. SKY CINEMA 1HD 21.00 Super Mario Bros. Film Azione. (1993) Regia di A. Jankel, R. Morton. Con B. Hoskins J. Lequizamo. 22.55 Free Willy 2. Film Avventura. (1995) Regia di D.H. Little. Con J. Richter M. Madsen. 00.35 Il gatto con gli stivali. Rubrica 00.55 Le avventure di Sammy. Film Animazione. (2010) Regia di B. Stassen. 21.00 Anteprima - Magic Mike. Rubrica 21.10 Striptease. Film Drammatico. (1996) Regia di A. Bergman. Con D. Moore B. Reynolds. 23.10 Burlesque. Film Musical. (2010) Regia di S. Antin. Con C. Aguilera Cher. 01.15 Un marito di troppo. Film Commedia. (2008) Regia di G. Dunne. Con U. Thurman C. Firth. 18.45 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 19.10 Ninjago. Serie TV 19.35 Redakai: Alla conquista di Kairu. Cartoni Animati 20.00 Lanterna verde. Cartoni Animati 20.25 Ben 10. Cartoni Animati 20.50 Adventure Time. Cartoni Animati 21.15 The Regular Show. Cartoni Animati 21.40 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Come è fatto. Documentario 20.00 Top Gear. Documentario 21.00 Sons of Guns. Documentario 22.00 American Chopper. Documentario 23.00 Hell Riders. Documentario 00.00 Come è fatto. Documentario 19.00 Una splendida annata. Videoframmenti 20.00 Lorem Ipsum. Attualità 20.20 Una splendida annata. Videoframmenti 21.00 Fuori frigo. Attualità 21.30 Freaks. Serie TV 23.30 Jack Osbourne No Limits. Reportage 00.00 Fuori frigo. Attualità DEEJAY TV 18.30 Ginnaste: Vite parallele. Docu Reality 19.30 Calciatori - Giovani Speranze. Docu Reality 20.20 Scrubs. Sit Com 21.10 Tutti pazzi per Mary. Film Commedia. (1998) Regia di Bobby Farrelly, Peter Farrelly. Con Cameron Diaz. 23.20 Ridiculousness: Veri American Idiots. Show MTV RAI 1 21.10: Per tutta la vita...? Teatro con F. Frizzi, N. Stefanenko. Torna in prima serata la storica trasmissione capostipite dei “Love Story Show” della tv italiana. 21. 10: Once Upon a Time - C'era una volta Serie Tv con J. Morrison. Continuano le avventure di Emma Swan nel mondo fiabesco di Storybrook. 21.05: Chi l'ha visto? Attualità con F. Sciarelli. Torna il longevo programma di servizio che contribuisce al ritrovamento di persone scomparse. 21.10: Colpevole d'innocenza Film con A. Judd. Libby è ingiustamente accusata di omicidio per un abile piano del marito. 20.40: Champions League: Chelsea - Juventus Sport. La squadra bianconera si scontrerà contro i Campioni in carica del Chelsea di Di Matteo. 21.10: William e Kate - Un amore da favola Film Tv con D. Amboyer. La storia d'amore tra il Principe William e Kate Middleton. 21.10: Se stasera sono qui Show con T. Mannino. La presentatrice propone un ritratto semiserio e dissacrante del Paese che cambia. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY LAFIATINPRIMOPIANONEIDIBATTI-TITV,quasi quanto le tette della principessa Kate, alla quale, sia chiaro, va tutta la nostra solidarietà, se non altro per ragioni antiberlusconiane. Ma, più ancora che di Fiat, si è parlato di Marchionne a L'Infedele, dove il padrone di Tod's, Della Valle, ha sparato a zero in diretta tv, come aveva già fatto a mezzo stampa, contro il manager delle automobili, ma anche contro i ragazzi Agnelli. Dei quali Della Valle ha detto che non vorrebbe proprio parlare male, avendoli conosciuti da piccoli. E quando si dice così, vuol dire che se ne pensa proprio il peggio. Anche se il vero cattivo, in tutti i discorsi critici nei confronti della Fabbrica italiana automobili resta Marchionne, il cui piano di investimenti, secondo economisti ed esperti che appena ieri ci avrebbero messo la mano sul fuoco, si sarebbe rivelato inesistente, come i venti miliardi annunciati. Venti miliardi di parole al vento che sono servite a dividere e ricattare lavoratori e sindacati: tutti tranne la Fiom! E non uno che oggi chieda scusa, tra quelli che, in nome di quei venti miliardi di fumo, invitavano i lavoratori a chinare la testa sui diritti. Anche se siamo tutti testimoni oculari, attraverso la tv, che alcuni anziani operai Fiat piangevano per l'umiliazione e la rabbia. Ma ecco che, all'improvviso, Marchionne si offende e non ci sta ad essere rappresentato come «l'uomo nero». In una intervista rilasciata a Repubblica dall'America, assicura che Fiat resterà in Italia e, tra una giustificazione e l'altra, ricorda che suo padre era maresciallo dei carabinieri. Per dire che anche lui è un uomo del popolo e, seppure un tempo portava le scarpe di Tod's, ora non se le comprerà più. E non si capisce bene se sia per una sorta di ritorno penitenziale alle origini di classe o per ritorsione nei confronti di Della Valle. Ma propendiamo per la seconda. «Indietro tutta» allaFiat enon c'è nessunoche chiedescusa U: mercoledì 19 settembre 2012 21
Il caso di Piombino: i renziani impediscono l'intervento del segretario Pd Disgelo con Rossi «Il sottoscritto (nome e cognome) presta il suo consenso al trattamento e alla comunicazione dei dati personali per i fini indicati». Bisognerà firmare una liberatoria per la privacy come questa, per poter votare alle primarie da cui uscirà il candidato premier del centrosinistra. Seconda cosa certa: chi vuole partecipare alla sfida ai gazebo dovrà raccogliere in poche settimane un numero di firme che, a occhio e croce, non tutti quelli che si sono fatti avanti finora riuscirà a incassare: la cifra più probabile è 10 mila, ottenute in dieci regioni diverse, come fu per le primarie che vinse Prodi nel 2005. Per le altre norme «anti-Babele» bisogna aspettare qualche altro giorno. Anche se il Pd voterà le regole riguardanti i propri iscritti all'Assemblea nazionale del 6 ottobre (in quella sede verrà anche approvata la deroga allo Statuto che permetterà a Matteo Renzi di correre) e anche se l'accordo con le altre forze che parteciperanno alle primarie (Sel, Api, Psi) sarà siglato un paio di settimane dopo, incontri informali tra le parti sono già in corso. Il coordinatore della segreteria di Bersani, Maurizio Migliavacca, e quello della campagna di Renzi, Roberto Reggi, hanno discusso per primo il nodo riguardante l'«albo degli elettori». Il sindaco di Firenze si è opposto all'ipotesi di un registro a cui far iscrivere gli elettori prima che vengano montati i gazebo (modello all'americana) e lo stesso Bersani si è detto favorevole a primarie «aperte» e contrario a strumenti che «limitino la partecipazione». Sia nel Pd che tra le fila di Sel si è però insistito sul rischio che senza alcun tipo di filtro ci possano essere infiltrazioni che finirebbero per inquinare il risultato della consultazione. La soluzione avanzata dal fronte Bersani è stata quella di prevedere l'obbligo di siglare una liberatoria per la privacy: «O vogliamo che elettori del centrodestra falsino la nostra consultazione?». Quindi chi il 25 novembre andrà a votare dovrà dichiararsi elettore del centrosinistra e dare il consenso non solo a essere inserito in un database a cui poter attingere per le prossime campagne di mobilitazione, ma anche a far pubblicare on line il proprio nome nell'elenco dei sostenitori della coalizione dei progressisti. Solo dopo aver sottoscritto la liberatoria, chi sarà al gazebo si vedrebbe consegnare la scheda su cui indicare il candidato premier. C'è però un altro aspetto che sta provocando una diffusa preoccupazione, nel partito di Bersani e non solo: la proliferazione di candidature, soprattutto in casa Pd. E questo, nonostante non si sappia neanche con che tipo di legge elettorale si voterà nel 2013. E da D'Alema a Veltroni, da Letta a Franceschini, sono in molti a chiedere a Bersani di riportare il confronto e anche il timing sulla linea indicata alla Direzione in cui annunciò di volere le primarie. Ovvero, legge elettorale, carta d'intenti, coalizione e solo alla fine discussione sulle primarie. Che primarie facciamo se alla fine si andrà alle urne con un sistema proporzionale?, è l'obiezione mossa al segretario. Che però non vuole rinunciare a un'appuntamento che serve a «riavvicinare politica e cittadini». Quanto al proliferare di candidature, per il leader Pd «non è un dramma». Beppe Fioroni fa l'elenco e ironizza: «Bersani, Vendola, Renzi, Tabacci, Puppato, Civati, Spini, poi forse Gozi, e forse anche Bindi. Siamo a nove, ma sono convinto che si può fare di più. E se arriviamo a 11, facciamo la squadra di calcio dei candidati alle primarie e la facciamo giocare con quella dei cantanti e quella dei parlamentari». Anche Dario Franceschini ironizza, ma fino a un certo punto: «Se tutte queste persone si candidano alle primarie per prendere il posto di Monti, in quanti si candideranno a quelle per i parlamentari...?». La preoccupazione per il proliferare incontrollato di candidature targate Pd è anche alla base delle perplessità di Vendola circa la sua partecipazione. Anche Bruno Tabacci chiede un chiarimento: «Il Pd ha troppi candidati e questo trasforma le primarie da un confronto nella coalizione ad una contesa tutta interna al Pd. Deve chiarirsi». In verità l'elenco fatto da Fioroni sarebbe già da aggiornare, visto che da Salerno arrivano indiscrezioni che parlano di una candidatura del sindaco Vincenzo De Luca e visto che alla sede del Pd hanno già ricevuto una lettera di Amerigo Rutigliano che, proprio come nel 2007 e nel 2009 (allora era per la carica di segretario del partito) annuncia che ci sarà. Quella di Rutigliano è però una candidatura che dovrebbe rispondere alle preoccupazioni che serpeggiano in queste ore nel Pd: «Fu annullata con una scusetta amministrativa», dice. In pratica, non riuscì a raccogliere le firme necessarie per partecipare. Spiega il responsabile Organizzazione del Pd Nico Stumpo: «Non tutti gli iscritti saranno possibili candidati, ci saranno delle regole per partecipare come candidati. C'è necessità di avere una parte di sostegno necessario perché possa essere considerata una candidatura del Pd». «Necessario», allo stato, è concetto assestato sulle 10 mila firme, guardando al precedente di Prodi ma anche ad altre primarie: per candidarsi a fare il sindaco di Napoli bisognava raccogliere 2500 firme. Per fare il candidato premier quattro volte tanto. L'EDITORIALE CLAUDIOSARDO «Aspetta, io mi siedo a sinistra» scherza Matteo Renzi con Enrico Rossi. Sorride il presidente della Toscana alla battuta del sindaco di Firenze. Nella Sala Pegaso del Palazzo Sacrati Strozzi, sede della Regione, è tutto pronto per la firma del protocollo, che prevede fondi regionali per il Nuovo Teatro dell'Opera e per il sistema tramviario fiorentino e per un pomeriggio le divisioni sulle primarie del centro sinistra vengono messe da parte. «C'è un fatto politico - premette Rossi - pur nelle divergenze politiche, non irrilevanti, tra me e Renzi, lavoriamo insieme per il governo e per il bene della Toscana e di Firenze». Non ha mancato di sottolinearlo il sindaco di Firenze, secondo il quale «abbiamo idee profondamente diverse sulle primarie ma c'è il desiderio di dimostrare che Firenze e la Toscana possono lavorare insieme». Anzi, precisa ulteriormente Renzi, nonostante le idee «siano diverse su alcune questioni interne al nostro partito, questo non ci impedisce, ma rafforza il desiderio di governare e lavorare insieme su problemi concreti». La dimostrazione concreta è rappresentata dalla «firma di questo protocollo». Per Renzi, infatti, «è una dimostrazione della malafede di chi mette in discussione il governo della cosa pubblica da parte della Regione e del Comune di Firenze e, più in generale, delle amministrazioni di centrosinistra di questa regione» L'atmosfera fra i due è cordiale, una lunga stretta di mano ad uso e consumo di fotografi e telecamere, come a voler sottolineare che la battaglia delle primarie non incide quando si tratta di governare. È nota la scelta di Rossi di appoggiare il leader Pd Pier Luigi Bersani contro Renzi. «Non credo di dirvi una cosa particolare, se vi annuncio che Rossi voterà per Tabacci» dice sorridendo il rottamatore, il presidente ci sta «tu devi votare Vendola, però non anticipiamo...». È tutto sorrisi e fair play istituzionale. Renzi, che si è presentato alla firma del protocollo in camicia bianca con le maniche arrotolate, stile Obama, sembra a proprio agio con Rossi. Sembrano lontane anche le bordate che il presidente toscano ha rifilato al rottamatore dopo il suo discorso di Verona «in fondo resta solo l'appello agli elettori del centrodestra perché lo votino alle primarie del centrosinistra». Insomma Rossi non è stato tenero con il sindaco. Naturalmente quando di mezzo ci sono le primarie. Scontri, che ieri sembravano svaniti nel nulla. Ieri sera ospite di Lilly Gruber su La7, il sindaco, è tornato sul futuro delle alleanze «non so se oggi siamo pronti a fare una discussione sui contenitori delle alleanze - dice Renzi -. Per esempio prendiamo le pensioni, si vive più a lungo, sono d'accordo sulla riforma, Vendola e Di Pietro dicono di no. Nel governo Prodi il ministro Damiano per far contenta una piccola fetta di persone ha causato un danno di nove miliardi di euro. Vendola con chi sta? Se vinco le primarie è chiaro che mi sono alleato con i cittadini, sarà un problema degli altri partiti decidere se stare in una coalizione, o no». Poi l'affondo «quasi tutti i leader del nostro schieramento fanno a gara ogni giorno a chi fa la dichiarazione più cattiva, più dura, più ostile». I complimenti del Cavaliere a Renzi? Il sindaco, li rispedisce al mittente «se Berlusconi dovesse candidarsi, come candidato del centrosinistra sarei l'uomo più felice del mondo. Sarebbe plastica la divisione tra due modelli, due idee, due generazioni, due storie diametralmente opposte. A me piace l'idea di poter intercettare i voti del centrodestra in caduta libera» aggiunge Renzi «non credo ai complotti, la pagina di Berlusconi in questo paese è chiusa per sempre ed affidata al giudizio della storia. A me interessa il futuro, non il derby eterno tra berlusconiani e non». Bersani nel mio governo? «Non faccio il toto nomi». Sulle regole: non si cambiano in corsa». Dopo Lucca ha scelto Piombino dove non sono mancate le tensioni. «È un candidato quantomeno atipico: un candidato del Pd che non vuole il Pd» spiega il segretario della Federazione del Partito democratico Val di Cornia, Valerio Fabiani, che aveva chiesto di poter portare un saluto della Federazione. Ma i renziani hanno detto di no, che non era il caso. ILCENTROSINISTRA Pd, troppi candidati Vota chi autorizza l'uso dei propri dati No alla preiscrizione ma ai gazebo bisognerà firmare una liberatoria per la privacy Per candidarsi sarà necessario raccogliere almeno diecimila firme in dieci regioni diverse SIMONECOLLINI ROMA . . . Franceschini: figuriamoci quanti si presenteranno alle primarie dei deputati Anche De Luca candidato? . . . A Otto e mezzo il sindaco attacca Vendola e Damiano. Le alleanze? «Solo con i cittadini» SEGUEDALLAPRIMA Che le primarie possano produrre divisione anziché unità, confusione anziché chiarezza, egoismi anziché condivisione, discredito anziché innovazione. E che in questo modo il Pd e il centrosinistra consumino la loro credibilità come forza di governo prima ancora che il vantaggio virtuale assegnato dai sondaggi. Sia chiaro, dalla scelta delle primarie non si torna indietro. Per mille motivi, anche perché priverebbe l'elettorato progressista di qualcosa che viene percepito quasi come un diritto. Sì, nell'Italia dei partiti personali e privi di democrazia interna, il carattere aperto e scalabile del Pd è considerato un diritto generale. Ma è bene che sia così, in attesa che il seme della democrazia venga esportato e che il Pd sappia darsi regole stabili in grado di potenziare la propria autonomia rispetto alle oligarchie divenute egemoni nella seconda Repubblica. Oggi la questione non sta tanto nelle regole. Perché le regole, di per sè, avrebbero negato molte cose di queste primarie, persino la candidatura di Renzi. Dalla competizione, così come si è delineata nella realtà, non è serio, né possibile retrocedere. Si apra dunque la sfida davanti agli elettori di centrosinistra disposti a sostenere un progetto di governo per l'Italia. Ma i candidati - i tre che si contendono il primato e gli aspiranti outsider che ambiscono a salire sul palcoscenico sono chiamati a un supplemento di responsabilità. È in gioco il governo dell'Italia. Per di più in un momento drammatico, con una crisi economica e sociale senza precedenti nel dopoguerra. Si decide qui il prossimo decennio e una parte rilevante del destino dell'Europa. E, siccome è una sfida collettiva, nessuno può guardarsi l'ombelico. Non si può far finta che si tratti del congresso del Pd, non si può correre con l'obiettivo esclusivo di ritagliarsi una spazio di minoranza, o di corrente, o addirittura di testimonianza. Al contrario bisognerebbe fare un solo partito dalla base di queste primarie. Abbiamo già vissuto l'esperienza suicida dell'Unione. Queste primarie servono per costruire la sola, plausibile alternativa a un nuovo governo Monti, oggi preferito dalle oligarchie, da Berlusconi che sa di non poter vincere, e da Grillo che spera così di dimostrare che i partiti sono tutti uguali. Chi, per dolo o per colpa, agisce per trasformare le primarie in una corsa sgangherata, in una corrida di dilettanti, in un conflitto autoreferenziale (benché supportato dal voto popolare), porterà acqua al mulino degli avversari del centrosinistra. E sarà artefice di una sconfitta. Perché è chiaro che il Monti-bis dopo le elezioni sarebbe una sconfitta del Pd. Basta egoismi, la sfida è il governo Renzi: troppa ostilità nel centrosinistra «No a nuove regole» Il sindaco di Firenze Matteo Renzi FOTO DI CARLO FERRARO/ANSA OSVALDOSABATO FIRENZE 2 mercoledì 19 settembre 2012
SETTESETTEMBRE.INCONTROPETERBICHSELNELLARGOCORRIDOIODIMATTONICHE,AMANTOVA,DAPIAZZAMANTEGNAPORTAAPIAZZAALBERTI.È stato invitato da Festivaletteratura in occasione del suo Il lettore, il narrare (Comma22 edizioni, traduzione e cura di Anna Ruchat, 2012) e per tutto il resto della sua opera che è un modo di parlare di libri e di letteratura e di persone e cose, raccontando. Ci sediamo su un gradino di pietra, anzi Peter Bichsel e la sua traduttrice Anna Ruchat sul gradino di pietra, io per terra, con le gambe incrociate e un quaderno per gli appunti in mano. Peter Bichsel ha un gilet di pelle nera e pantaloni scuri tenuti in vita da una cinta spessa, indossa una coppola di pelle nera e ha gli occhi chiari, intelligenti, occhi che ridono come l'acqua al sole. Non capita sempre, anzi, non capita mai – o forse non capita a me – che uno scrittore somigli tanto ai libri che ha scritto – e ora voglio leggerli tutti –, o al come ha scritto quei libri. Limpido, diretto, chiaro, magnetico. Capisco subito che la conversazione finirà perché tutte le cose finiscono, capisco pure che avrebbe potuto continuare per sempre, e per sempre è molto tempo. Peter Bichsel non ha nessuna fretta nel rispondere, pensa, si guarda intorno, mi guarda, sorride, parla. E anche se non capisco il tedesco, capisco il tono e il tono, il ritmo, si portano dietro il senso. Nelsuo«Illettore,ilnarrare»fadifferenzatralaletteraturae la letteraturadi genere.Qual è? «Un tempo pensavo ci fosse differenza tre un articolo politico, un racconto, una recensione, ma col passare degli anni queste cose sono diventate una sola e anche adesso quando scrivo un intervento di taglio politico racconto, e raccontare è letteratura. Anche i bambini si educano raccontando e quando non si è in grado di raccontare non si può insegnare nulla a nessuno». Perché? «Perché raccontare ha a che fare con il tempo. Prendiamo le barzellette. Ci sono persone che sanno raccontarle e persone che non sono in grado. E non ha a che fare con la memoria, ma con il fatto che se sbagli il tempo non puoi raccontare una storia, non riesci a farlo. Da noi a scuola, e credo anche da voi, le maestre assegnano spesso il tema “Come va avanti questa storia?”, ma è una richiesta assurda perché una storia è fatta dal suo inizio e dalla sua fine, come la vita, e come nessuno può portare avanti la vita di un altro, nessuno può portare avanti la storia di un altro». Mifa venire inmente che VirginiaWoolf hascritto «Unodeidrammidellavitaècheinostriamicinon riesconoafinire le loro storia». «Sì… io credo che possiamo vivere la vita solo raccontandola, non necessariamente scrivendola e sono certo che chi non è in grado di raccontare la propria vita, non vive. Sono convinto che persone che hanno vissuto epidemie, o torture, o il campo di concentramento, o anche il restare appesi in un ghiacciaio durante una escursione riescano a superare queste esperienze solo raccontandosele. Ne sono convinto… una relazione tra due persone non finisce perché non hanno più niente da dirsi ma perché non riescono più a raccontarsi». Andando avanti con gli anni si perde l'energia di raccontare? «Per poter raccontare non bisogna essere forti, ma deboli. Gli anni che passano non tolgono la forza, ma la debolezza. Ci pensi un attimo, di un uomo al quale piacevano molto le donne e che è invecchiato, si dice che “ha perso il suo debole per le donne”, di un altro che non ha più abbastanza attenzione “aveva un debole per i francobolli”». Maper raccontareper gli altri civuole forza… «C'è una vita attiva, e c'è una vita passiva. Della vita passiva fanno parte l'aspettare, lo stare qui seduto, osservare quel muro. La vita attiva è solo una parte e se ci fosse solo quella l'avrei buttata via da tempo». Però La Bruyere scrive «Lasciare andare una donnachesiamaèsintomodigrandeperditadiimmaginazione, e secondo me, anche lasciare andare unacosa chesiama…». «Conosco una donna che ha vissuto tutta la vita con l'idea del suicidio ma che è anche una grande lettrice e l'idea di non poter più leggere libri una volta morta, l'ha salvata…» Perchéhascrittochelanostrasocietànonhabisognodi letteraturama discrittori… «Perché è quello che la nostra società immagina, non l'opera ma il foyer dell'opera. Mettere in scena gli scrittori. E la cultura non sono affatto gli scrittori, ma i pochi lettori». Eperchédicechelaletteraturadevepoterfarecosesenza importanza? «Perché puoi usare ogni cosa che c'è nel mondo, l'economia per esempio è qualcosa che ti dà un fine, ogni cosa ha una sua utilizzabilità, una sua funzione e invece ci servono cose che non abbiano una finalità immediata. Ci serve il racconto, e ci serve il tempo, anche il tempo perso». LalezionePubblichiamol'incipitdelnuovolibro.Lanostra societànonhabisognodi letteratura,madiscrittori L'imbarazzodichiscrive PETERBICHSEL CULTURE L'intervista«Credo chepossiamovivere lavita solamentenarrandola, nonnecessariamente scrivendola:d'altronde ancheibambinisieducano favoleggiando» LE DIFFICOLTÀ CHE GLI SCRITTORI HANNO CON LA GERMANISTICAECONLASTORIADELLALETTERATURAPROBABILMENTEDIPENDONOINPARTEDALFATTO CHE GLI STORICI DELLA LETTERATURA VOGLIONO SEMPRE TRASFORMARE LA LETTERATURA IN QUALCOSA DI IMPORTANTE. Così chiudono agli scrittori quelle porte di servizio che sono le sole a lasciar passare la letteratura. La letteratura deve poter fare cose senza importanza. Parlare per cinque ore di letteratura: non potrò fare a meno, se non altro, di accennare al significato della letteratura. Mi scuso fin d'ora e mi vergogno. Quello che vi posso offrire sono delle affermazioni, ma non faccio affermazioni perché so qualcosa. Le mie affermazioni nascono dall'insicurezza. Sono uno che scrive poco, il che non è inconsueto, di gente che scrive poco ce n'è tanta, ma io sono uno scrittore che scrive poco e che ora è qui davanti a voi e deve parlarvi di chi scrive molto. La cosa mi mette un po' a disagio. Forse ora vi dovrei spiegare perché sono qui, ma non lo posso fare. Permettetemi di dire che si tratta di un caso, magari di un errore. So che avrei potuto evitarlo. Ci ho anche provato per qualche tempo. Se non ci sono riuscito però, una ragione ci dev'essere. Permettetemi di non indagare su queste ragioni. Forse hanno a che vedere con il fatto che la nostra società non ha bisogno della letteratura ma ha bisogno di scrittori. Gli scrittori non devono scrivere perché abbiamo bisogno di cose scritte, devono scrivere semplicemente per diventare scrittori, perché crediamo che gli scrittori servano. Il titolo della mia lezione di oggi è dettato dall'imbarazzo. L'ho deciso prima di cominciare a occuparmi di queste cose. Se chiamerò storie le cose che racconterò qui, pensavo, la definizione risulterà innocua e poco impegnativa, così potrò permettermi di contraddirmi e di essere impreciso. Solo quando mi sono messo al lavoro, mi sono reso conto che il titolo poteva essere inteso anche in modo più diretto, ovvero che è possibile parlare di tutte quelle storie che nella letteratura si occupano di letteratura. Ma in tal caso arriverebbe subito la domanda: quale storia non si occupa di letteratura? O meglio: esiste una letteratura che non rifletta su se stessa? E la riflessione non è forse per definizione un ripiegamento “su se stessi?” La letteratura non è sempre anche letteratura sulla letteratura? O per dirla altrimenti: il cosiddetto “primo poeta”, Omero, è davvero soltanto uno che racconta una storia? Mentre scrive, non riflette forse già sul narrare e sullo scrivere? Anche lui, mi pare, proviene da una tradizione letteraria. La letteratura nasce solo nella letteratura, non esistono iniziatori ma solo imitatori che riflettono. E non imitano la realtà ma la circostanza del narrare. Il narrare, non il suo contenuto, è l'obiettivo della letteratura. Una storia è sempre anche una storia su una storia, una storia sulla letteratura. Quando racconto una storia, a mia moglie per esempio, non mi limito a esporre tutto ciò che è accaduto, con ordine. Se lo facessi, per esempio, dopo un viaggio, lei mi chiederebbe subito: «Perché me lo racconti? Dove vuoi arrivare?». Ma se non mi limito a elencare le tappe del viaggio, se comincio a dar forma al racconto, opero già delle scelte: a mio favore e a favore della storia e i miei familiari mi conoscono troppo bene per non accorgersi che sto fantasticando. Anche se a loro piace, abbandono in un primo tempo il filo del racconto e mi vergogno perché non so ripercorrere con ordine le tappe del viaggio, senza aggiunte. Temo, inoltre, che i miei familiari possano pensare che non li consideri ascoltatori abbastanza importanti, così cado nell'imbarazzo: è l'impotenza del narratore. Quei coniugi che, pur essendo cordiali e gentili l'uno con l'altro, non si parlano più, non lo fanno perché mancano loro i contenuti, ma semplicemente perché hanno perso di vista le storie. Dall'incipitdellibrodiPeterBichsel«Illettore,ilnarrare» (Comma22 edizioni, traduzione e cura di Anna Ruchat) Loscrittore PeterBichsel inunritratto alcunianni fa ©FOTO DI LEONARDO CENDAMO / BLACKARCHIVES Peter Bichsel Perchéserve raccontare L'autoresvizzero in Italia CHIARAVALERIO SCRITTRICE ... Unastoriaèancheuna storiasuunastoria.Quando raccontononmi limitoa esporreciòcheèaccaduto U: mercoledì 19 settembre 2012 19
Aria nuova in casa Premafin. L'assemblea degli azionisti ha infatti eletto il nuovo consiglio d'amministrazione “targato” Unipol, dopo che il gruppo bolognese è sal i to all'80,928% nel capitale attraverso l'aumento riservato sottoscritto a luglio. Il nuovo presidente è Pierluigi Stefanini. Termina così l'era della gestione della famiglia Ligresti, che si è comunque aggiudicata un consigliere nel board, tratto dalla lista di minoranza presentata dalle due finanziarie Canoe Securities (che fa capo a Giulia Maria Ligresti) e Limbo Invest (che fa capo a Paolo Ligresti), titolari dell'1,974% del capitale ciascuna. NUMERI Complessivamente, i consiglieri sono tredici, con la presenza di tre donne, in osservanza alle norme sulle quote rosa. Per Unipol: Pierluigi Stefanini, Piero Collina, Carlo Cimbri, Roberto Giay, Marco Pedroni, Ernesto Dalle Rive, Milo Pacchioni, Claudio Levorato, Vanes Galanti, Germana Ravaioli, Rossana Zambelli, Silvia Cipollina. Per Canoe e Limbo: Luigi Reale. Pierluigi Stefanini è stato così nominato presidente dall'assemblea stessa, che ha tra l'altro approvato a maggioranza la richiesta del legale rappresentante di Unipol di autorizzare i membri del nuovo board all'esercizio di attività concorrenti. Il nuovo cda si riunirà nei prossimi giorni e le indiscrezioni di stampa indicano il neo consigliere Roberto Giay, come papabile per la nomina di amministratore delegato di Premafin. GIay ieri, interrogato dai cronisti sulle sue possibilità future, si è limitato a rispondere che «per il momento rientriamo alla base e poi il nuovo presidente Stefanini deciderà la data in cui fissare la nuova riunione del consiglio di amministrazione». INTENTI Al termine dell'assemblea Paolo Ligresti ha detto di voler impugnare la delibera dell'assemblea Premafin che ha nominato il consiglio di amministrazione con dodici componenti su 13 indicati da Unipol: «Sì, mi sembra anche giusto. Faremo lavorare gli avvocati». Il figlio di Salvatore Ligresti contesta l'ipotesi che Unipol voti per la nomina in cda di consiglieri che siano anche propri amministratori o in conflitto di interessi. Sulla stessa lunghezza d'onda la sorella, Jonella Ligresti, che ha detto di dover ancora «valutare tutto quanto, però è probabile che si vada in questa direzione». Giulia Ligresti, presidente di Premafin per un decennio, ieri ha chiuso l'assemblea con un discorso commosso in cui ha ricordato di essere stata «presidente per dieci anni e con molte delle persone qui presenti abbiamo vissuto battaglie importanti e belle. Questa ultima, purtroppo, è andata in questo modo». Stefanini presidente Premafin In arrivo la social card riveduta e corretta. Il sottosegretario al Welfare Maria Cecilia Guerra starebbe per concludere l'istruttoria preliminare. Si configura un intervento sperimentale in 12 Comuni, che rappresentano il 15% della popolazione del Paese. «È una sperimentazione, destinata a una platea ristretta, ma con due obiettivi precisi spiega Guerra - Rilevare dei dati e dei meccanismi che potranno essere utili al futuro governo, e integrare uno strumento di welfare “passivo” all'interno delle politiche attive di lotta alla povertà dei Comuni». In effetti la nuova carta è destinata a famiglie con minori in condizioni di disagio economico e lavorativo dovranno avere un Isee inferiore ai tremila euro. Secondo la banca dati del governo sarebbero circa 370mila le persone che versano in questa condizione. Altri «paletti» riguardano il patrimonio mobiliare e immobiliare, che dovrà essere inferiore a una soglia ancora da determinare. Una platea molto ristretta, individuata con criteri stabiliti dal governo per poter comparare tra loro i risultati. Ma un'altra serie di condizioni sarà studiata dai Comuni, che potranno prevedere per esempio la monogenitorialità, il disagio abitativo o la presenza di minori disabili come criterio per l'erogazione dei fondi. Il nuovo strumento sarà sicuramente più sostanzioso del vecchio: è possibile che il valore sia 4-5 volte superiore. Cioè tra i 160 e i 200 euro al mese, anche se l'importo massimo dev'essere ancora definito, in base anche alla numerosità dei figli. La card bis verrà distribuita a partire dal primo gennaio 2013 a Milano, Torino, Venezia, Verona, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Catania e Palermo. DUECARD La card non sarà alternativa alla vecchia card, ma la affiancherà. La social card tradizionale (di 40 euro al mese) per ora resta in piedi. «Il governo valuterà in sede di legge di Stabilità se rifinanziare il progetto e di quanto», continua Guerra. Lo strumento ideato da Giulio Tremonti e Maurizio Sacconi nel 2008 era strutturalmente molto diverso da quello rinnovato da MarioMonti. Era destinato a ultrasessantacinquenni o ai bimbi fino a 3 anni, con redditi familiari Isee sotto i 6mila euro l'anno. In sostanza era un trasferimento monetario puro e semplice, che Sacconi aveva intenzione di affidare al non-profit. Stavolta, invece, la sperimentazione punta a inserire le nuove strategie all'interno del welfare comunale, con un mix di interventi, puntando a creare il primo strumento di lotta alla povertà assoluta dell'Italia, unico Paese europeo a non prevedere nessuna misura in questo senso. In altre parole, si fondono politiche “passive”, cioè di semplice trasferimento monetario, a quelle “attive”, di inclusione nel mondo del lavoro. Non è un caso che tra i «paletti» individuati c'è anche il disagio lavorativo. LECIFRE I finanziamenti destinati al nuovo strumento arrivano a circa 50 milioni e per ora non sono ripetibili. Un intervento spot, che servirà soprattutto come esperienza guida. Su gruppi campione si verificherà come hanno funzionato i criteri individuati, valutando se gli adulti siano riusciti ad intraprendere un percorso attivo di ricerca di un'occupazione. Il sottosegretario Guerra incontrerà nei prossimi giorni i Comuni per le ultime verifiche di dettaglio. Le città che hanno accettato la sperimentazione sono le più popolose d'Italia e quelle in cui si concentrano le emergenze sociali più forti. Dopo l'incontro con le amministrazioni comunali, spetterà al governo varare un decreto interministeriale (Lavoro e Economia) per sbloccare il finanziamento nei primi mesi dell'anno prossimo. Lo strumento ideato da Sacconi e Tremonti prevedeva un complicato iter burocratico, con la compilazione di un modulo da presentare alle Poste, che a loro volta inviano la richiesta all'Inps. Prima di accreditare le somme, all'Inps è affidata la verifica dei redditi del richiedente. Gli uffici postali sono l'interlocutore unico dei cittadini assistiti. In arrivo la nuova social card APPLE AWALL STREET Ancora record, oltre i700dollari Applesupera i700 dollari per azionea WallStreet. A fare schizzare il titolo in Borsaè il record divendite dell'iPhone5.L'azienda diCupertino ha infatti esaurito la scortadeinuovi smartphone venerdì,dopocirca un'ora dall'iniziodeipreordini.Dopo aver superato lunedì quota 700 dollari neldopo mercato,Apple ha toccato ieri 702,8dollari perazione. Lacapitalizzazionedelgruppo supera i655 miliardidi dollari. BREVI MUTUI È intestatariosolo il27%delledonne Solo il 27%delle richieste di mutuovedeuna donna come primo intestatario.L'indagine, compiutadaMutui.it haanalizzato uncampione di 16.000preventivi compilatidagennaio adoggi, mostrandocome la disparità di retribuzioneche ledonne subisconosi riflettesul mutuo. Il profilodelladonna richiedente è: etàmedia39anni, interessato all'acquistodellaprimacasa, stipendiodi 1.800euro almese. SOPAF Presentata istanza di fallimento Ladecisionedi presentareuna domandadi fallimentoa carico di Sopafdei fratelliMagnoniè stata presadallamaggioranza delpool dicreditori, composto sia dalle banchecapitanate da UniCredit (ancheMpse Popolaredi Sondrio) siadagli obbligazionisti. Secondo GiorgioMagnoni, invece, l'istanza di fallimento che incombesu Sopafè statapresentata soltanto daUniCredit e nondagli altri istituticreditori. ECONOMIA . . . Si punta a creare una misura di lotta alla povertà, che finora è stata assente in Italia . . . La sperimentazione parte in 12 Comuni che rappresentano il 15% dell'intera popolazione Una pubblicità della «Social card» FOTO ANSA Il sottosegretario Cecilia Guerra incontrerà i Comuni per definire i criteri A inizio 2013 comincerà l'erogazione Lo strumento si affianca a quello tradizionale di Tremonti e Sacconi BIANCADIGIOVANNI bdigiovanni@unita.it Pierluigi Stefanini FOTO ANSA RICCARDOVALDES MILANO 14 mercoledì 19 settembre 2012
inerzia dell'azienda, zero modelli nuovi che possano attrarre i consumatori di casa nostra: «Il mercato nazionale è crollato, se investissimo oggi come era nei nostri piani iniziali, falliremmo e io dovrei andare in giro con il cappello in mano». Eppure, ha ribadito Marchionne, «non ho parlato di esuberi, non ho proposto chiusure di stabilimenti, non ho mai detto che voglio andare via». Ma il punto è: fin quando durerà, visto che la permanenza in Italia sembra più una conseguenza della bontà d'animo in casa Fiat, piuttosto che di una precisa strategia industriale? In tal senso l'amministratore delegato dell'azienda, per la prima volta, sembra lanciare la palla al governo perchè ci metta del suo. «Io mi impegno, ma non posso farlo da solo» ha aggiunto. «Ci vuole un impegno dell'Italia. Io la mia parte la faccio». Forse per il manager è arrivato il momento di rivolgersi alle casse pubbliche. In attesa che l'incontro di sabato prossimo risolva anche questo dubbio, non si placano le polemiche sollevate dalla vicenda Fiat. Innanzitutto in ambito politico: se il ministro Fornero ha definito l'intervista a Marchionne «molto interessante», per il Pd, che ha presentato sulla questione un'interrogazione al governo, questa lascia «senza risposta tutte le domande sulla valenza di Fabbrica Italia». In ambito sindacale, con la Fiom che ritiene le rassicurazioni dell'ad «solo un modo per prendere tempo». Ed anche in ambito imprenditoriale, con il botta e risposta tra il presidente del gruppo Tod's Diego Della Valle e quello di Fiat, John Elkann. Il primo: «Torni a giocare a golf». E il secondo, pure impegnato nell'assicurare che «faremo scelte oculate» e che la famiglia Agnelli è unita nel sostegno alla Fiat e all'operato di Marchionne: «Non capisco il livore che lo anima. Sono abbastanza stupito che alla sua età e con le sue aspirazioni agisca in un modo così irresponsabile». guirlo con realismo». Il sindacato: Susanna Camusso ha rilanciatounappelloall'unità,proprioapartire dalla ferita della Fiat. Lei lo accoglie, dunque? «La Cisl è molto attenta a questa questione. Ma dobbiamo costruire una strategia unitaria a partire dalle cose concrete. Certo non sul fatto, faccio un esempio, che se Fiat se ne va dall'Italia, si debba cercare un altro produttore. Perché altri marchi non produrrebbero qui, ma nei loro Paesi, questo è certo. Bisogna fare i conti con la realtà». OggisipuòdirecheladivisionesindacalechesièprodottaallaFiatèstatounmadornaleerrore,cheognunodevefareautocritica eripartiresu altribinari? «Certo che è stato un errore, ora il problema è come rimediare. Sarei ben felice di rinunciare a qualche mia opinione pur di allinearmi alle esigenze primarie, che ci portino a favorire investimenti con una visione realistica della situazione. Il mio compito è provocare investimenti, discutiamo di questo». Fabbrica Italia, lei dice, si può anche sospendere a causa del tracollo dell'auto: ma nel 2010, quando il piano venne annunciato, lacrisi era giàscoppiata. «Vogliamo definirlo un piano troppo ottimistico? D'accordo. Ma non ci vengano a dire che siamo stati buggerati, perché quel piano ha significato 800 milioni di investimenti per Pomigliano e il ritorno della Panda, la cui produzione ormai da anni era stata trasferita in Polonia, nonché la riapertura di Grugliasco, che era chiusa da sei anni. Ha significato fabbriche e occupazione, nonostante la crisi e in una fase storica in cui la classe dirigente ha smarrito il senso della propria missione. Il sindacato è fondamentale per affrontare questo momento terribile, ma dobbiamo essere coscienti del fatto che senza investimenti non avremmo nulla di cui discutere. E che a Grugliasco e Pomigliano saremmo sprofondati nel lavoro nero e nella criminalità». Diego Della Valle ha deciso di portare il suo attacco a Sergio Marchionne e agli eredi della famiglia Agnelli non solo polemizzando sul fallimento di “Fabbrica Italia”, ma anche dentro il salotto del Corriere della Sera. Il presidente della Tod's, scarpe che non saranno più acquistate da Marchionne offeso dalle parole del suo collega industriale, è stato il protagonista del recente rastrellamento in Borsa di azioni Rcs Mediagroup, società editrice del Corriere, e ha quasi raddoppiato la sua partecipazione nel capitale sociale. BALZO NELCAPITALE Della Valle ha portato la sua quota in Rcs all'8,69% del capitale dal precedente livello ufficiale del 5,5%. Nelle ultime settimane ha acquistato il 3% delle azioni e si è posizionato tra i maggiori azionisti di via Solferino. La precisazione è arrivata ieri sera dallo stesso Della Valle dopo che la Consob gli aveva chiesto il reale possesso nel capitale di Rcs. Sopra la soglia del 10% ci sono attualmente soltanto Mediobanca, l'industriale della Sanità, Giuseppe Rotelli e la Fiat. Della Valle aveva lasciato il patto di sindacato che controlla il gruppo editoriale la scorsa primavera, in polemica con le scelte dei soci guidati da Mediobanca e Fiat sul rinnovo del consiglio di amministrazione e sulla nomina di un nuovo amministratore delegato con l'ingresso nel board di un folta pattuglia di consiglieri indipendenti e di Pietro Scott Jovane al posto di Antonello Perricone. Allora l'imprenditore marchigiano aveva dichiarato di voler tenere le mani libere per rafforzare la sua partecipazione. Intervenendo a l'Infedele su La7 Della Valle ha detto: «La mia volontà è quella di crescere, tutti lo sanno, lo abbiamo sempre detto», nell'azionariato, ha aggiunto, «siamo cresciuti molto nel rispetto delle regole». LE PROSSIMEMOSSE Che cosa voglia fare Della Valle adesso dentro il Corriere è tutto da vedere. Potrebbe aspettare la scadenza del patto di sindacato nel 2014 per fare ulteriori mosse, potrebbe lanciare un'Opa per tentare di prendere il controllo della società ma ci vogliono soldi e anche coraggio, o magari cercare alleati dentro il capitale per influenzare le strategie e la conduzione del gruppo editoriale. Entro ottobre l'amministratore delegato Scott Jovane dovrebbe presentare il nuovo piano industriale, accompagnato da interventi per ulteriori risparmi, considerata la delicata congiuntura dell'editoria, e da programmi di razionalizzazioni e di investimenti in nuove attività. Il confronto sul piano potrebbe essere anche l'occasione per misurare il peso di Della Valle e la sua capacità di aggregare altri soci sulla sua linea. Sarà interessante verificare se le bordate polemiche hanno prodotto un indebolimento dell'asse tra Mediobanca e Fiat. L'attacco diretto, la polemica personale di Della Valle contro Marchionne e John Elkann hanno avuto effetto anche in Borsa che, sul Corriere della Sera, sente odore di Battaglia. Ieri il titolo Rcs è stato sospeso dalle contrattazioni per eccesso di rialzo e ha registrato un progresso del 22,7%. Tuttavia la forte crescita delle azioni è determinata non solo dalla domanda, ma anche dall'esiguità del flottante che dopo il rastrellamento effettuato dall'industriale delle scarpe dovrebbe ben al di sotto del 10%. Un livello troppo basso che dovrebbe richiamare l'attenzione della Consob. Proprio ieri sera l'Autorità di vigilanza del mercato ha disposto che da oggi «non sarà consentita l'immissione di ordini senza limite di prezzo» sulle azioni ordinarie e di risparmio di Rcs. Un provvedimento che dovrebbe limitare i movimenti irregolari del titolo. Corriere della Sera Della Valle sfida Fiat e Mediobanca L'imprenditore Diego Della Valle FOTO DI MATTEO BAZZI/ANSA MARCOTEDESCHI MILANO L'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne FOTO DI ALESSANDRO DI MARCO/ANSA Il «pacchetto» Passera per la crescita resta incagliato nella «rete» della Ragioneria. I tecnici di Via Venti Settembre avrebbero chiesto nuove verifiche sul testo «confezionato» dal ministro dello Sviluppo economico, che prevede una serie di benefici fiscali per le start-up. Tra cui anche uno sgravio sulla contribuzione dei nuovi assunti per almeno due anni. Sulla portata economica dell'intervento, però, non circolano stime: evidentemente sui costi delle misure non c'è accordo. Oltre alle start-up, il provvedimento per la crescita dovrebbe contenere misure per l'agenda digitale e una serie di semplificazioni studiate assieme al ministro per la Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi. Il decreto sembrava quasi pronto la scorsa settimana: ieri il nuovo stop. STOPDEITECNICI Non è affatto certo quindi che le misure arrivino sul tavolo del consiglio dei ministri giovedì, data limite indicata più volte dalle indiscrezioni. Il problema restano le risorse. Il ministro Vittorio Grilli ha dichiarato più volte che per ora il governo è impegnato a reperire i fondi per evitare l'aumento dell'Iva, cioè circa 6 miliardi. Finanziare altre misure appare difficile, anche perché le richieste si moltiplicano. Ieri il presidente di Rete imprese Italia, Giorgio Guerrini, è tornato a chiedere un taglio all'Irap e una esenzione Imu sugli immobili produttivi. Sull'imposta sugli immobili è intervenuto anche il direttore del dipartimento delle Finanze del ministero, difendendo l'introduzione della tassa che ha adeguato il profilo della tassazione italiana a quella degli altri Paesi, ma auspicando una sua applicazione «più equa« con la revisione delle rendite catastali. Purtroppo anche questa partita è ancora molto lenta, e difficilmente sarà concluso entro la legislatura. Intanto il governo è alle prese con l'aggiornamento del Def (documento di economia e finanza) da presentare il 20 settembre. È probabile, però, che anche questo sarà rinviato, visto che nello stesso giorno l'Istat divulgherà il dato su fatturato e ordinativi per l'industria italiana in luglio. In ogni caso l'esecutivo si appresta a rivedere al ribasso le stime del Pil sia di quest'anno che dell'anno prossimo. È molto probabile che anche per il 2013 non si esca dalla recessione, o al più si resti vicini allo zero. Per il 2012 le ultime stime ufficiali, quelle del Def diffuse ad aprile, vedevano un'economia in calo dell'1,2%. Ma le previsioni dei principali istituti nazionali e internazionali sono decisamente peggiorate e indicano per l'Italia una decrescita tra il -2% e il -2,4%. Da anni anche il governo aggiorna le stime restando in linea con quelle dei grandi istituti internazionali. I tecnici stanno limando ancora gli ultimi dati e, secondo quanto si apprende, ci si starebbe orientando sul -2,2%. Anche per il 2013 ci sarà una revisione al ribasso rispetto al +0,5% di aprile scorso. L'industriale è salito all'8,69% del capitale Rcs La Borsa sente aria di scontro in via Solferino . . . La polemica su Fabbrica Italia accompagnata dal rastrellamento sul mercato di titoli Rcs . . . Cosa farà ora Della Valle: attenderà o andrà di nuovo all'attacco per scalare il Corsera? un incontro a Monti La ragioneria frena sul decreto crescita BIANCADIGIOVANNI bdigiovanni@unita.it mercoledì 19 settembre 2012 5
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U:Pirati: eccochi aiutai marinai sequestrati Gessaapag. 17 Unprofalsud contro ipregiudizi Vaccarelloapag. 18 Radiohead: lequattro notti italiane Bertoldoapag.20 Dando dello scroccone allo studente che chiede un prestito per l'università Romney dimostra di non conoscere il Paese in cui vive Quando finirà questo sfoggio di incompetenza? NewYorkTimes Braccio di ferro alla Camera sui controlli dei bilanci dei gruppi parlamentari. Il testo della Giunta per il regolamento prevede conti pubblicati on line e controllati dal collegio dei questori. Non passa la norma che impone un check esterno affidato a società di revisioni, come aveva proposto Fini. Ma Pd, Udc e Idv chiedono di ripensarci e dichiarano che loro si affideranno comunque a controllori esterni. Fini invita la giunta a rivedere le norme. Il voto è previsto oggi. FANTOZZI APAG.7 ILPD:SÌ ALLA CERTIFICAZIONEESTERNA Camera, è scontro sui controlli dei bilanci La strada del Fiscal compact era «necessitata» per ristabilire un equilibrio nel debito pubblico. Napolitano, senza mai citarlo, richiama Berlusconi che qualche giorno fa aveva attaccato l'Europa sulle politiche di austerità. E gli ricorda che quell'impegno fu sottoscritto anche dal suo governo. Il Capo dello Stato invita a rispettare quegli accordi e a favorire insieme misure per la crescita. CIARNELLIAPAG. 6 MARIANOVELLAOPPO Staino L'ANALISI LUIGIMANCONI CLAUDIOSARDO MINCHIA, DIREBBE MONTALBANO, NI-NOMANDALÀHAUNBLOG! Trattandosi di un personaggio che, anche solo a nominarlo, si sente un brivido per la schiena, siamo andati a cercare in internet qualche notizia per capire se colui che è considerato dai magistrati capomafia di Villabate sia in carcere o libero. Così abbiamo scoperto che, condannato a 8 anni per associazione mafiosa, Nino Mandalà ha scontato gran parte della pena. SEGUEA PAG. 16 Se un boss diventa blogger Ormai ci siamo abituati a considerare Grillo come una patologia della vita politica. Dunque, fatto salvo il mio giudizio (che peggiore non potrebbe essere) sull'uomo e sulla sua opera, si può provare a considerare seriamente ciò che il grillismo come febbre della democrazia riesce a comunicare. SEGUEAPAG. 16 Marchionne: l'Italia ci aiuti E finalmente incontra Monti MASSIMOADINOLFI Il presidente ricorda al Cavaliere che il Fiscal compact è stato un impegno europeo firmato dal suo governo LEPRIMARIEDEVONOSERVIREPERREN-DEREPIÙDEMOCRATICHEEPARTECIPATELESCELTEDECISIVE,per rafforzare il progetto di governo, per conquistare energie e consensi nella società. Non possono trasformarsi in un conflitto distruttivo, in una prova di autolesionismo collettivo. Nel popolo del Pd e del centrosinistra - tanto più in quella parte abituata a cantare e a portare la croce, tra i volontari che faticano e magari vengono additati come pezzi della nomenclatura - cresce un grande timore. SEGUEAPAG. 2 Basta egoismi, la sfida è il governo L'ad: se reggiamo è solo grazie ai guadagni all'estero Corriere Della Valle sfida Fiat e Mediobanca VENTURELLI APAG.4-5 MATTEUCCI APAG.4 Allarme nel Pd per il moltiplicarsi di sfidanti Candidabile chi raccoglie un certo numero di firme Voterà solo chi si dichiara di centrosinistra e autorizza il trattamento dei dati Vendola soddisfatto delle aperture ma aspetta un chiarimento con Bersani CARUGATI COLLINIAPAG.2-3 Primarie, non facciamoci del male LAPOLEMICASULL'AUSTERITÀ Europa, Napolitano richiama Berlusconi La solitudine digitale La Giunta vuole una verifica interna sui conti dei gruppi. Ma Pd, Udc e Idv sono d'accordo con Fini per utilizzare società esterne LA PRIMA COSA CHE OCCORRE,PERFAREILGOVERNATOREDELLA BANCA D'INGHILTERRA, è mandare il curriculum. La conoscenza della lingua inglese è obbligatoria, altrimenti non riuscirete neppure a leggere l'annuncio, ma per il resto non scoraggiatevi: non crediate che, per essere all'altezza del ruolo, occorra almeno sapere cosa fa il governatore di una banca centrale. SEGUEA PAG. 16 AAA cercasi governatore FRANCIA Il governo di Parigi contro la decisione del magazine Hebdo APAG. 15 Dopo il film le vignette: provocazione di una rivista LACRISI DELLA FIAT PALERMO I pm: trasferiti 14 milioni su un conto del marito a Santo Domingo APAG. 10 La moglie di Dell'Utri indagata per riciclaggio FO TO DI FR AN CE SC O CO RR AD INI /T AM TA M Bonanni: è ora di ritrovare l'unità sindacale 1,20 Anno 89 n.259Mercoledì 19 Settembre 2012
Braccio di ferro a Montecitorio sulla trasparenza e la certificazione dei bilanci dei gruppi parlamentari. Il testo messo a punto dalla giunta per il Regolamento prevede conti pubblicati su Internet e controllati dal collegio dei questori. Sparita invece la norma che impone un check esterno affidato a società di revisioni, come invece accade per i partiti e come aveva proposto Gianfranco Fini. Ma Pd, Udc e Idv, consapevoli del terreno scivoloso, dichiarano che loro si affideranno comunque a controllori esterni. A quel punto Fini invita la giunta a rivedere le norme (il voto è previsto oggi). Il Pdl Calderisi si impegna ad «approfondire» la questione. Succede tutto in poche ore. La bozza di disciplina messa a punto dalla giunta per il Regolamento, che sarà discussa oggi a Montecitorio, prevede che i bilanci dei gruppi siano controllati e pubblicati online, ma che non vi saranno supervisioni da parte di società esterne. La prima bozza, risalente allo scorso 5 luglio, imponeva invece l'affidamento del controllo sui conti a società di revisione esterne, come succede al Bundestag. E come accade adesso, dopo la riforma di quest'anno, anche per i bilanci dei partiti politici. L'applicabilità di questa disciplina ai gruppi però non ha convinto tutti. Il Pdl Calderisi ad esempio vi trova «problemi di carattere costituzionale». E dunque, nell'ultima riunione del 12 settembre la giunta ha cambiato idea dando mandato al Pd Gianclaudio Bressa e al Pdl Antonio Leone di modificare il testo. Che nell'ultima formulazione prevede dunque una serie di controlli interni, con la supervisione della Corte dei Conti e la pubblicazione dei bilanci dei gruppi insieme a quello della Camera. Ma appena trapela questa retromarcia, in aula scoppia la polemica. Molti capiscono che, con questo clima di caccia ai privilegi della “casta”, rinfocolato dallo scandalo sull'uso più che disinvolto dei fondi Pdl alla regione Lazio, ogni tentennamento può rivelarsi un passo falso fatale. Dario Franceschini annuncia subito che il Pd, a prescindere dalle decisioni della giunta, si avvarrà dei controlli esterni: «Faremo comunque certificare i bilanci da una società di revisione esterna». Il capogruppo ha aggiunto che ieri non c'è stato nessun voto, i giochi sono ancora aperti, e proprio i Democratici avevano scritto a Fini per chiedere «di avviare con la massima sollecitudine un'iniziativa per l'introduzione di nuove regole certe» sul tema. Pierferdinando Casini annuncia in aula che l'Udc farà la stessa cosa. Idem l'Idv. Ovviamente il Fli cavalca l'«operazione trasparenza» in cui, dice, «Fini è stato frenato». Italia Futura, il think tank montezemoliano, intanto ha buon gioco a twitttare: «I partiti dicono no al controllo esterno sui bilanci. Proprio il contrario di quello che gli italiani si aspettano». A quel punto interviene Fini dallo scranno di presidente della Camera: «Sono certo che alla luce degli interventi» oggi la giunta per il Regolamento «potrà valutare la possibilità di ripristinare il testo iniziale». Il terreno però è molto scivoloso. Nei partiti nessuno vuole rimanere con il cerino in mano. Misiani, tesoriere Pd e componente della commissione Bilancio, conferma la disponibilità al chek esterno espressa da Franceschini. Bressa invece difende le posizioni della giunta: «È il massimo del controllo possibile e della trasparenza. Ben più di quello di qualsiasi società di revisione. I bilanci vengono trasmessi al collegio dei questori che li esamina, con la supervisione della Corte dei Conti. Poi tutto viene pubblicato. Ogni anno i cittadini potranno vedere le spese dei gruppi. A meno che non si pensi che i bilanci della Camera siano fatti da banditi». Il dossier al voto oggi prevede poi che entro 30 giorni dalla costituzione, ogni gruppo approvi uno statuto che indica «l'organo competente ad approvare il rendiconto» di esercizio annuale e «l'organo responsabile per la gestione delle attività economiche. I contributi, si legge ancora nel testo «sono destinati esclusivamente alle specifiche finalità per le quali sono erogati e sono utilizzati per gli scopi istituzionali riferiti all'attività parlamentare e alle funzioni di studio, editoria e comunicazione ad essa ricollegabili». Il controllo «di conformità del rendiconto è a cura del Collegio dei Questori che deve anche autorizzare «l'erogazione delle risorse». I l cataclisma politico che si è abbattu-to su Renata Polverini e sul Pdl delLazio è ben lontano dall'essere finito. Tanto che per i vertici nazionali del partito è ancora allarme rosso, l'inchiesta potrebbe allargarsi ad altri esponenti Pdl, e preferiscono tenersi defilati lasciando la patata bollente a Renata Polverini. Ieri è stato interrogato Francesco Angelucci, commercialista del gruppo Pdl mentre quasi certamente oggi si svolgerà l'interrogatorio di Fiorito. Intanto emergono nuovi particolari sulla frenetica attività immobiliare dell'ex sindaco di Anagni: 4 o 5 case a Roma, altrettante ad Anagni, una a Tenerife che, rivela un servizio del Tg di Mentana su la 7, Fiorito l'avrebbe ereditata dal padre. Ma è proprio nella località spagnola che Francone ha scelto di aprire 5 dei 12 conti personali alimentati dai soldi deio contribuenrti. La casa a Punta Rossa, la località più esclusiva del Circeo, è stata acquistata con un mutuo acceso con la filiale Unicredit di piazza dell'Industria a l'Eur. Un bel conto su cui arrivavano le tre indennità cumulate dal capogruppo, che è anche presidente della commissione bilancio e tesoriere, oltre che il contributo per le relazioni con l'elettorato. Entrate che gli consentivano di staccare assegni dalle cifre molto importanti, ce n'è uno di 36.000 euro di cui non si conosce il destinatario. Negli affari Fiorito avrebbe coinvolto anche la mamma, Anna Tintori, cointestataria di un conto ad Anagni, sempre presso la filiale Unicredit. La signora, però, non avrebbe mai fatto alcuna operazione. Tutti motivi di preoccupazione che hanno portato, ieri, una parte di ex An (La Russa, Meloni, Rampelli) a riunirsi a lungo alla Camera. Intanto la presidente - che ha incassato il sostegno di Alfano e l'incoraggiamernto di Berlusconi - ha chiesto che il capogruppo Pdl alla Regione lasci l'incarico: «Battistoni è coinvolto, suo malgrado, nella vicenda giudiziaria e il partito dovrebbe essere liberato da questi problemi». Alla Pisana, intanto, è in corso la guerra dei numeri. INUMERI DEITAGLI Polverini ha annunciato 20 milioni di tagli ma il taglio vero si limiterebbe a 10 milioni perché altri 10 sono relativi al progetto ora abbandonato di costruire una nuova palazzina. Sostiene il capogruppo Pd Esterino Montino: «l'anno prossimo non ci sarà un'altra palazzina da definanziare». CONSULENZEE ASSESSORI Non solo, le consulenze di cui si avvale la giunta, costano 50 milioni l'anno di cui 30 per la sola sanità. Costano 5 milioni ogni anno gli assessori esterni, privi di mandato elettorale ma beneficiati con un vitalizio e, sostiene Vincenzo Maruccio, capogruppo Idv, «Polverini li ha nominati con un decreto e con un decreto potrebbe revocarli». Fra le proposte dell'opposizione, inoltre, c'è l'abolizione delle indennità di funzione, non prevista dall'odg Polverini. CORRESPONSABILITÀ Un altro capitolo riguarda l'estraneità della «zarina» alle allegre malefatte della sua maggioranza, intanto perché è lei stessa consigliere e poi perché Polverini era in Aula, durante la sessione di bilancio 2011, quando fu bocciata la proposta di dimezzare le 20 commissioni, operazione che si sta facendo adesso sull'onda dello scandalo. Un po' di conti li fa l'ex presidente del consiglio regionale del Lazio, Guido Milana: nel 2009 i contributi ai gruppi consiliari erano di 1.836.150, oggi sono di 9.217.000 per soli sei mesi. Il bilancio del consiglio nel 2009 era di 70 milioni, nel 2011 è di 13 milioni. Il contributo ai gruppi consiliari, dunque, è aumentato di 10 volte. E su questo generoso largheggiare Francone Batman Fiorito ha costruito la sua fortuna in capitali e, forse, in beni immobili . Ma il problema non finisce qui. Solo tre gruppi: Radicali, Pd e Sel hanno pubblicato on line il loro bilancio. Si può leggerli con l'amaro in bocca ma, almeno, si tratta di conti certificati. Fra i conti di cui non si sa nulla c'è quello della Lista Polverini, ora la presidente promette che lunedì il bilancio sarà certificato on line. In tutta fretta si sta approvando la riduzione dei consiglieri da 70 a 50. Ma il Lazio è stato capofila delle regioni che hanno fatto ricorso alla Corte Costituzionale contro il provvedimento previsto dalla spending review. Infine c'è il gigantesco capitolo delle società partecipate, Enzo Foschi (Pd), propone all'opposizione di dimettersi dai CdA, come si è fatto per le commissioni. LEGGEELETTORALE Il presidente Giorgio Napolitano durante l'incontro di ieri con Vaclav Klaus FOTO DI PAOLO GIANDOTTI/ANSA LepropostealSenatodal9ottobre Supplementodi riflessioneper la leggeelettoralechedovrà essere prontaper l'aula delSenato apartire damartedì9ottobre. Ieri la conferenzadeicapigruppo dipalazzo Madamahastabilitoche questa settimanaciascun partito dovrà deciderequale proposta tradurre in un ddl.Subitodopo sono previstedue settimanedi lavoro in commissione Affaricostituzionali inmodo da presentareallacapigruppo chesi dovrebbeconvocarepermartedì 9 ottobreun testopronto per l'aula. È questa laproposta delpresidente schifani cheè stataaccolta all'unanimità .«Ciascun gruppo ora dicaquali sono le sueproposte» esordisceGianpiero D'aliadell'Udc. «L'atteggiamentodelpdl è costruttivo,noi vogliamoun premio, nondel 15%,per ilprimopartito oper laprima lista,e lepreferenze». Pronta la replica di Anna Finocchiaro:«Dopo chece la siamocantata esuonata in questasettimana sapremoqualè la posizione in particolaredelPdl,perchè ancoranon laconosciamo.Questo potrebbefinalmenteconsentire di discuteresui testi e nonsullemere buone intenzioni».Per quanto riguarda il Pd,ha aggiunto Finocchiaro,«lanostraproposta,già fruttodi un attodi generosità rispetto allenostre posizioni iniziali, l'abbiamo giàpresentata con la bozzaBianco alla finedi luglio al comitato ristretto. Tradurremoi nostri6punti in ddl,più diquesto non possiamofare. Vogliamoa tutti i costi una legge elettorale,perquesto abbiamo condiviso la propostadelpresidente Schifanidi darsiun termine». Ieri, intanto, unadelegazione dell'ApicompostadaRutelli eTabacci ha incontrato ilpremier Mario Monti chesi è informato tra l'altroproprio sull'iterdella leggeelettorale. LECIFRE Trentaseimilioni l'annoperpersonale efunzionamento Trentaseimilionidi euro l'anno: è questa lacifra stanziata dalla Cameradeideputatiper i gruppi parlamentari secondoquanto si leggenell'ultimo bilanciodi Montecitorio.Di questi, 24milioni servonoacoprire lespeseper il personale.Alla voce“contributi gruppiparlamentari” infatti si legge che13.400.000eurovanno per il personaledipendente, mentre 11 milioni sonospesiper il «personale di segreteria». I restanti 11.850.000 servono, si legge,per ilpiùgenerale «funzionamento».Come si legge negli atti più recenti,datati luglio 2011,Montecitorioha iniziatoa ridurre lespeseriducendo diverse voci tra cuianche quellache riguarda i gruppicon un tagliopari a 1.185.000l'anno. Conti trasparenti? Alla Camera è scontro sui revisori esterni La giunta per il Regolamento modifica la bozza. Oggi il voto. Pd e Udc: i nostri bilanci controllati fuori FEDERICAFANTOZZI ROMA Nel2009ilcontributoera diunmilione800mila euro,neiprimiseimesi del2012èstatodi9milioni, ilbilancioconsiliare da70a103milionidieuro JOLANDABUFALINI ANGELACAMUSO Gianfranco Fini FOTO ANSA Lazio, con Polverini decuplicati i soldi al Consiglio ILDOSSIER mercoledì 19 settembre 2012 7
Ora c'è anche il nome di Miranda Ratti nel registro degli indagati della procura di Palermo. La moglie di Marcello Dell'Utri, infatti, è finita sotto inchiesta con l'accusa di riciclaggio aggravato nell'ambito della presunta estorsione che il senatore del Pdl avrebbe condotto ai danni dell'ex premier Silvio Berlusconi. I magistrati del pool che si occupa dell'inchiesta sulla trattativa fra stato e mafia, il procuratore aggiunto Antonio Ingroia e i sostituti Nino Di Matteo, Lia Sava e Francesco Del Bene, hanno infatti aggiunto anche il nome della donna nel già voluminoso incartamento dopo aver letto il lungo rapporto fornito alla procura dal nucleo Valutario della Guardia di Finanza di Roma che ha passato al setaccio i conti corrente di Dell'Utri e dei suoi familiari. Per i pm, infatti, la Ratti avrebbe trasferito da un proprio conto ad uno riconducibile al marito a Santo Domingo una cifra superiore ai 14 milioni di euro. Soldi che sarebbero stati parte, è la ricostruzione, del pagamento effettuato da Silvio Berlusconi per l'acquisto della villa di Dell'Utri di Torno, sul lago di Como, per un prezzo vicino ai 21 milioni. Una cifra, secondo la procura, gonfiato di almeno 10 milioni di euro rispetto al reale valori di mercato dell'immobile. La differenza, secondo i magistrati di Palermo, rappresenterebbe soltanto una delle prove dell'estorsione condotta da Marcello Dell'Utri ai danni di Silvio Berlusconi. Il Cavaliere infatti, secondo quanto riscostruito dalle fiamme gialle che si sono imbattute nel vorticoso giro di denaro indagando nell'ambito dell'inchiesta sulla cosiddetta P3, nell'arco di una decina di anni avrebbe “movimentato” dai suoi conti o da quelli della sua famiglia una quarantina di milioni di euro finiti poi nelle casse personali di Marcello Dell'Utri o di alcuni membri della sua famiglia come, appunto, la moglie Miranda Ratti. Il versamento incriminato, quello che dimostrerebbe il trasferimento del «profitto del reato», risalirebbe all'8 marzo scorso, vigilia della sentenza della Cassazione che ha annullato con rinvio la condanna per concorso esterna del senatore Dell'Utri. In quella data infatti, ipotizzano i pm, contestualmente alla chiusura del contratto per la cessione della villa Miranda Ratti girò parte del pagamento sul conto del marito a Santo Domingo. Dell'Utri, infatti, in quei giorni era lontano dall'Italia e la tesi della procura è che quei soldi potessero servire a “finanziare” la sua latitanza nel caso la Cassazione avesse confermato la condanna e per lui si fossero aperte le porte del carcere. Dal canto suo Berlusconi, interrogato a Roma dai magistrati di Palermo il 5 settembre scorso in qualità di testimone dopo vari rinvii e tentativi di sottrarsi eccependo persino la competenza territoriale dei magistrati siciliani, ha negato di aver subito qualsiasi ricatto e ha spiegato che quei soldi passati a Dell'Utri erano soltanto «un prestito infruttifero» ad un amico in difficoltà economiche. Nulla questio, invece, sulla «assoluta congruità» del prezzo di vendita della casa di Torno. Una spiegazione che certo non ha convinto molto i magistrati, che in ogni caso non hanno contestato nulla a Berlusconi, ai quali invece non sono sfuggite alcune “coincidenze” temporali fra i versamenti fatti dalla famiglia dell'ex premier (due, per un totale superiore al milione di euro, sono partiti anche dal conto della figlia Marina che per questo è stata interrogata a Palermo) e alcune date tutt'altro che secondarie nella vita “giudiziaria” di Marcello Dell'Utri. Quella della sentenza della Cassazione, per esempio, o anche quella dell'audizione di Berlusconi a Palazzo Chigi nell'ambito del processo d'appello al fondatore di Forza Italia e custode dei segreti più preziosi della vita imprenditoriale e politica del Cavaliere. La domanda che resta sullo sfondo dell'inchiesta, però, è quale sia il vero motivo della tanta generosità dimostrata da Berlusconi all'amico Marcello. Le ipotesi al vaglio della procura sono due: che in questo modo il fondatore della Finivest abbia “pagato” il silenzio di Dell'Utri sulle origini della sua fortuna imprenditoriale e sui suoi rapporti con Cosa Nostra, evitandogli così guai giudiziari devastanti, o che invece quei quaranta milioni non fossero altro che la ricompensa riconosciuta al senatore del Pdl per la sua attività di intermediazione fra Arcore e i boss mafiosi. Ipotesi, quest'ultima, che troverebbe una prima conferma proprio nella sentenza con cui la Cassazione, il 9 marzo scorso, ha annullato la condanna a sette anni di reclusione per concorso esterno inflitta dalla corte d'appello a Dell'Utri. Nelle motivazioni, infatti, la Suprema Corte ha riconosciuto «senza possibilità di valide alternative» l'esistenza «di un accordo di natura protettiva e collaborativa raggiunto da Berlusconi con la mafia per il tramite di Dell'Utri che, di quella assunzione (si parla di Vittorio Mangano, inviato ad Arcore come protettore ndr), è stato l'artefice». Il senatore è arrivato con i suoi due avvocati su un suv nero. È sceso con dei faldoni sotto braccio, ha salutato padre Giancarlo e, senza rilasciare dichiarazioni, si è infilato nel santuario del Monastero S. Maria dei Bisognosi. È iniziata così la nuova vita di Luigi Lusi, parlamentare del partito Democratico, ex tesoriere della Margherita, fino a due giorni fa in carcere con l'accusa di «associazione a delinquere finalizzata all'appropriazione indebita» (avrebbe sottratto alle casse del partito 25 milioni tondi) e da ieri agli arresti domiciliari in una struttura religiosa tra Carsoli e Pereto in provincia de L'Aquila. La decisione l'ha presa il giudice delle indagini preliminari di Roma Simonetta D'Alessandro che ha accolto la richiesta dei legali del senatore e concesso una nuova dimora diversa dal carcere di Rebibbia lontana dalle tentazioni e della moglie Giovanna Petricon anche lei indagata e sottoposta allo stesso regime detentivo. Con la consorte, dice l'ordinanza, ci potranno essere incontri settimanali sotto forma di colloqui nella biblioteca del Monastero, ma mai da soli. In più Lusi avrà la facoltà di vedere la figlia di due anni. Il Monastero è attrezzato per il recupero delle persone in difficoltà. Una volta era una struttura francescana, oggi è diocesana ed è guidata da padre Giancarlo: al suo interno non solo ex tossicodipendenti, ma anche persone con problemi psichici. Il santuario è conosciuto anche con il nome di Santuario Madonna del Monte. Il luogo in cui si trova, infatti, è estremamente suggestivo, particolarmente per lo splendido panorama che si trova innanzi a questo luogo sacro. Il santuario è dotato di una casa di accoglienza che è stata ultimamente ristrutturata per poter ospitare tutti quelli che desiderano trascorrere momenti di preghiera ma anche di festa a contatto con la natura tra le silenziose e verdi montagne d'Abruzzo. Nella casa d'accoglienza, scrive l'agenzia, sono disponibili 50 posti letto ripartiti in 10 stanze da 2, 3 e 4 letti a castello, 6 servizi igienici e 6 docce. C'è inoltre una cucina autogestita e una sala riunioni. La camera di Lusi, assicura padre Giancarlo, sarà una singola semplice e senza le comodità moderne cioè senza connessione Internet e senza telefono. Nella nuova dimora il senatore, scrive nel provvedimento il giudice, potrà maturare coscienza dell'accaduto e adoperarsi alla «restituzione del denaro trasferito in Canada, con inequivoco sintomo di affrancamento dal sistema criminale in cui egli sembra essere vissuto». «Accogliamo con piacere la decisione del giudice: d'ora in poi si può intraprendere un percorso che porterà alla soluzione del problema e passerà anche dalla restituzione di tutti gli immobili di competenza della Margherita» hanno dichiarato i difensori di Lusi, gli avvocati Luca Petrucci e Renato Archidiacono. «È un figlio di Dio e lo accoglieremo con spirito evangelico» ha commentato padre Giancarlo. «Certo, una idea dei fatti me la sono fatta, ma noi abbiamo un approccio senza pregiudizi. Ai miei ospiti ho detto: accogliamo un altro fratello. Certo, è l'evento, o meglio l'ospite più grosso che ci sia capitato...». Ma questa comunanza di intenti e rappacificazione morale e spirituale ha bisogno di una prova tangibile: la restituzione del maltolto. «Tutto sarà recuperato e restituito allo Stato, sino all'ultima lira» ha assicurato l'ex presidente della Margherita, Francesco Rutelli, che ieri insieme all'ex presidente dell'assemblea dei Dl, Enzo Bianco, ha consegnato al ministro dell'Economia, Vittorio Grilli, cinque milioni di euro che sono una prima tranche di risorse di avanzo patrimoniale del partito. Il resto a tempo debito: dopo «l'inequivoco sintomo di affrancamento». MASSIMOSOLANI Twitter@massimosolani ITALIA Lusi ai domiciliari Si «affrancherà» in un monastero Luigi Lusi FOTO ANSA NICOLALUCI ROMA Riciclaggio, indagata la moglie di Dell'Utri Il senatore Marcello Dell'Utri FOTO DI ETTORE FERRARI/ANSA L'inchiesta di Palermo sul ricatto ai danni di Berlusconi 14 milioni trasferiti su un conto del marito a Santo Domingo prima della Cassazione Lo ha deciso il gip di Roma. Al senatore una singola senza telefono e Internet «Dovrà ravvedersi» 10 mercoledì 19 settembre 2012
LIBERITUTTI CISONO RAGAZZICHE VIVONO E STUDIANO AL SUD «DOVE NON C'È SPAZIO PER L'AMBIGUITÀ».EDALSUDSCAPPANOPER CERCARE LA FELICITÀ A BARCELLONA. Ce ne parla Giancarlo Visitilli, prof barese che pubblica per Einaudi stile libero E la felicità, prof?. Il libro si apre con la nostalgia dei bagni che sono esperienza quotidiana per chi vive al mare e con la poesia di quell'ultimo cui ci si abbandona sapendo che, iniziata la scuola, il sale sulla pelle sarà solo un ricordo. Il mare come emblema di bellezza, di libertà, del sogno di un mondo privo di mortificazioni e conflitti. Altra cosa è la scuola. E l'impatto si sente nelle critiche al giovane prof, ai suoi pantaloni rossi, ai capelli raccolti in una coda che fanno guadagnare a Visitilli la disapprovazione dei colleghi e la simpatia degli alunni. Ma il prof è uno che non si fa smontare facilmente, se i ragazzi non hanno i libri perché le nuove edizioni sono inutilmente costose, lui fa come Pino Puglisi che portò in classe il nostro giornale. E per non scontentare nessuno entra in aula con diversi quotidiani. Se il primo quadrimestre inizia così, con momenti di studio e libera espressione, è nel secondo che nodi e dolori vengono al pettine. LALETTERA In occasione di uno dei consigli di classe il prof Visitilli comunica ai colleghi di aver ricevuto la lettera di uno studente che non frequenta più la scuola perché «costretto a trasferirsi all'estero alla fine dello scorso anno scolastico». Il ragazzo ha smesso di frequentare a causa di alcune dichiarazioni dei docenti in merito alle sue presunte «inclinazioni sessuali deviate». Basta poco per accendere il fuoco nemico dei ricordi nei colleghi che si lanciano a pronunciare frasi pesanti rievocando l'alunno e la sua cosiddetta «malattia», almeno quella che come tale venne presentata ai suoi genitori, con l'esito per il ragazzo di trafile tristi, umilianti, depressive negli studi di medici e psicologi. Il quadro persecutorio è chiaro. Visitilli lo descrive con pennellate secche. E mentre lui resiste a fatica, sentendo mancargli il respiro, chi legge prova un'identica sensazione di soffocamento. Il lettore si trasforma nell'allievo accerchiato dai pregiudizi. Ma poi il prof giovane e illuminato ci restituisce l'aria. Appena può corre a rianimarsi riprendendo tra le mani e rileggendo la lettera di Miguel, l'alunno che ora vive in Spagna e che non rimpiange affatto Bari. Per un Miguel che parte, ce ne sono tanti che restano, ma anche grazie a lui in classe se ne parla e i più arrabbiati sostengono che a farsi curare devono essere proprio quei prof – tanti -, convinti che l'omosessualità si può «guarire». Visitilli coglie la palla al balzo e inizia un viaggio insieme ai ragazzi che porterà molti di loro a capirne di più. Soprattutto a rispettare un compagno che riuscirà a trovare la strada per esprimersi e a smettere i panni stretti della vergogna. In una lingua che armonizza citazioni dal dialetto, lessico scolastico, e il fraseggio semplice e diretto di chi racconta i fatti veri e crudi, Visitilli ci porta nella scuola difficile di una Italia in salita. Quella in cui ragazzi e prof devono imparare a vivere mentre «c'è chi è votato e pagato per creare confusione mentale, culturale, politica». L'Italia dei «giudizi finali» con cui si chiude il libro - una sorta di marchio confezionato dal cinismo dei tanti prof -, viene però smentita da ciò che riusciranno a fare i ragazzi dopo il diploma. Così il figlio dell'ex vice sindaco favorito dal collegio docenti andrà ramengo di facoltà in facoltà senza requie né profitto, invece il ragazzo che gli insegnanti davano per spacciato prenderà tre lauree. Visitilli, anziché giudicare, non soltanto si fa toccare nell'intimo dai suoi allievi, ma li segue anche dopo, a scuola finita. Ormai vivono dentro di lui, compagni di destino, tesi a trasformare il Sud nel luogo dove la speranza non è tabù. A rapire del libro è la scommessa sottostante che anima poetica e citazioni: sebbene la scuola appaia una fabbrica di disamore, la felicità non è un'utopia. E se ognuno dei ragazzi cerca il segreto per essere se stesso, il desiderio di autenticità ispira lo stesso prof che confidandosi con il lettore rivela: «E io che tento da anni di fare coming out e mettere ordine nella mia vita». CISARANNOSOLOIFATTI,OANCHELEINTERPRETAZIONI? VIENE DA CHIEDERSELO, VISTA LA PIEGA CHE STA PRENDENDOLADISCUSSIONEFILOSOFICA.Vero è che, fra fatti e interpretazioni, i rapporti sembrano cambiare più o meno ogni trent'anni. Il dopoguerra ci aveva riportato i fatti, con una fioritura di neopositivismi, filosofie analitiche, razionalismi più o meno critici; dopo il Sessantotto si sono ripresentate le interpretazioni, fra crisi della ragione, postmodernismi, vattimismi, pensieri deboli o proprio flebili. Oggi, fra naturalismi e naturalizzazioni, bioetiche e biopolitiche, realismi nuovi o d'occasione, sembra tornare, ancora una volta, il tempo dei fatti. Ci sono però eccezioni: autori che non seguono il vento, ma prima ancora settori della cultura dove è più difficile ignorare le interpretazioni. Lo mostra bene Giuseppe Zaccaria nel suo ultimo libro, La comprensione del diritto (pagine 218, euro 22, Laterza). Filosofo del diritto e rettore dell'Università di Padova, Zaccaria è il maggiore esponente italiano dell'ermeneutica giuridica; nel 1999 ha pubblicato con Francesco Viola Diritto e interpretazione, giunto alla settima edizione: uno dei migliori frutti della discussione internazionale sull'interpretazione, che ha oggi per protagonisti soprattutto i filosofi ermeneutici continentali e giuristi analitici angloamericani. Evocare il tema della comprensione, come fa il titolo, non deve far pensare a speculazioni meramente filosofiche o, peggio, all'adozione dell'idea, di derivazione wittgensteiniana ma affiorante nell'ultima teoria del diritto oxoniense, che non sempre le leggi s'interpretino, perché talvolta il loro senso, come un fatto, sarebbe abbastanza chiaro da poter essere semplicemente compreso. Compulsato febbrilmente il libro, nel timore che di questo si trattasse, ne sono uscito rassicurato: le leggi s'interpretano, la comprensione riguarda semmai il fenomeno giuridico nel suo complesso. Chiediamoci perché, in teoria del diritto a differenza che in fisica subatomica o in statistica, nessun realista vecchio o nuovo potrebbe mai sostenere che esistano solo fatti, e non anche interpretazioni: che l'interpretazione, per dir così, non sia anch'essa un fatto, difficile da mettere in discussione come tale. La risposta emerge chiaramente nei dieci saggi di Zaccaria che sono divenuti altrettanti capitoli del libro: sin dalla prima parte, su Giurisprudenza e fonti del diritto, ma soprattutto nella seconda, su Ermeneutica e interpretazione giuridica, e ancor più nella terza, a proposito di Giudice e valori. TESTO, CO-TESTO, CONTESTO Forzando di poco il discorso di Zaccaria, in effetti, si possono indicare almeno tre ragioni strutturali, e una più contingente, per cui il giurista, e in particolare il giudice, non può proprio fare a meno d'interpretare. La prima ragione riguarda il testo: le disposizioni giuridiche sono a volte ambigue, ma più spesso ancora vaghe e generiche. La seconda ragione è relativa al co-testo: agli altri testi giuridici rilevanti con cui il testo da interpretare può fare sistema. La terza ragione, infine, attiene al contesto: il legislatore produce leggi pensando a certi contesti di applicazione, ma le leggi finiscono poi per applicarsi a contesti sempre nuovi. La ragione più contingente, ma più politicamente rilevante, per cui il giurista non può eludere l'interpretazione, invece, riguarda i valori: i valori morali e politici dell'interprete, ma oggi, nello Stato costituzionale, soprattutto le loro formulazioni in termini di principio nei documenti costituzionali, internazionali e comunitari. Per attribuire un significato alla singola legge, infatti, occorre spesso interpretare i principi costituzionali e comunitari che la giustificano. Questo non restringe certo, ma allarga la discrezionalità dell'interprete: benché Zaccaria, da autentico ermeneuta, non ascolti le sirene dello scetticismo interpretativo. Su tutti questi temi, il giurista – ma anche il mitico lettore colto, che per esempio voglia conoscere le ragioni di tanti conflitti fra politica e magistratura – troverà in questo libro molto materiale aggiornato su cui riflettere: materiale offerto, una volta tanto, in un linguaggio accessibile, lontano da quel gergo ermeneutico che spesso è imputabile solo a cattive traduzioni dal tedesco. CULTURE Diritto:pochi fatti più interpretazioni È la tesi di Giuseppe Zaccaria nelsuonuovosaggio MAUROBARBERIS GENOVA Unmaredipregiudizi mac'èchi resiste nelleauledelSud delia.vaccarello@tiscali.it Unlibroracconta ladiscriminazione controunallievogay e labattagliadiunprof per la«felicità»di tutti IlprocessodiAlice disegnato daJenn Q. Public Nel libro il filosofo-rettore indica leragioni per lequaliungiudice nonpuòproprio fareameno di interpretare DELIAVACCARELLO U: 18 mercoledì 19 settembre 2012
Totò e Nino Taranto in Totòtruffa62avevano provato a vendere la Fon-tana di Trevi, a trovare un lavoroal povero Franco Malvasia e ad in-tascare mazzette per un bagnopubblico che non avrebbero mai costruito. I poveri truffati si abbandonavano ad un misto di rabbia e frustazione quando scoprivano che ciò che era stato loro promesso non sarebbe mai arrivato. La stessa sensazione devono aver avuto i genitori di 27 ragazzi che lo scorso giovedì mattina si sarebbero apprestati al rituale giorno di inizio anno scolastico. Ma la commedia è fatta per ridere mentre qui purtroppo non resta altro che piangere. Come sia possibile che una corso non riesca ad aprire per mancanza di fondi è una cosa difficile da spiegare anche ai più abituali spettatori di «Mi manda Rai3», dove inefficienze e malgoverni vari erano raccontati ogni settimana in diretta televisiva. Ma andiamo per ordine. L'Istituto di Formazione Professionale «Teresa Gullace», nel quartiere Alessandrino a Roma, decide di aprire un corso per operatore elettronico. Ad inizio 2012 inizia anche la pubblicità del corso per attrarre gli studenti del territorio circostante. Il direttore gira le scuole medie del quartiere illustrando l'offerta formativa della scuola, organizza addirittura 3 giorni di stage per i ragazzi più interessati che di lì a poco avrebbero concluso le scuole medie. La pubblicità deve aver funzionato tanto che 27 ragazzi si iscrivono al corso. A febbraio consegnano tutti i documenti per la pre-iscrizione e dopo qualche mese formalizzano il tutto. Sembrerebbero ufficialmente iscritti ad un corso di formazione professionale che garantisce un veloce inserimento nel mondo del lavoro. Ma il 13 settembre, arrivati davanti alla scuola, non vengono salutati dal sorriso di un'insegnante pronta ad accoglierli ma da un laconico cartello con scritto «chiuso per mancanza di fondi». «Non ci sono i soldi per far partire le lezioni, trovatevi un'altra scuola». Chiara e diretta la risposta del direttore dell'istituto Lorenzo Villani alla reazione incredula dei genitori e dei ragazzi nel momento in cui si sono resi conto della situazione. La reazione dei genitori all'inizio è di incredulità, ma poi sfocia in una rabbia più che giustificata. Infatti non si sta parlando un corso volontario per imparare a smanettare con il computer ma di un obbligo formativo a cui tutti i ragazzi devono sottostare fino ai 16 anni di età. Un diritto quindi ma anche un dovere che, per le istituzioni, non è possibile eludere. Teoricamente alla gestione della scuola dovrebbe pensarci il Comune di Roma che, attraverso l'assessorato alla formazione, gestisce i centri come il Teresa Gullace. Ma i soldi devono essere stanziati dalla Regione che ha la competenza anche legislativa sulla formazione professionale. Tullio d'Alessio, uno dei genitori che più si sta dando da fare per dipanare una matassa di (in)competenze burocratiche e di scaricabarili, ci racconta che anche l'anno scorso il corso è partito a novembre, per gli stessi problemi: «Altro che epopea di un romanzo, qui servirebbe un'enciclopedia per chiarire tutti i punti oscuri di questa vicenda». Il signor d'Alessio è padre di un ragazzo disabile e purtroppo in questi giorni non può neanche andare a lavorare per tenere il figlio. «Per ora ho usufruito di alcuni giorni di ferie, ma tra un po' dovrò tornare al lavoro. Altri genitori non hanno avuto neanche questo “privilegio”. Non penseranno mica che i nostri ragazzi rimangano per strada fino a novembre?». In effetti l'unica soluzione sul tavolo è la apertura immediata del corso. Infatti le altre scuole sono già partite, il corso per operatore elettronico del Gullace è l'unico in tutta Roma ed inoltre è molto difficile chiedere ai ragazzi di andare addirittura in un altro quartiere per frequentare la scuola. È per questo che i genitori dei 27 ragazzi chiedono che venga attivato subito il corso e che finisca il rimpallo di responsabilità tra regione e comune. L'ufficio stampa dell'assessore comunale per la formazione professionale Davide Bordoni, dichiara a l'Unità che loro avevano fatto presente alla Regione che avrebbero avuto più iscritti dello scorso anno e che quindi avrebbero dovuto avere maggiori fondi. La direttrice generale della Regione Lazio per la formazione e il lavoro, Elisabetta Longo, ci dice invece che il finanziamento è uguale a quello dell'anno scorso se non superiore e scarica la responsabilità sulla Provincia di Roma che non avrebbe finanziato questo corso. La Regione, secondo la direttrice, non ha voce in capitolo, mettendo solamente a disposizione i fondi per gli altri enti locali. Fatto sta che i genitori degli alunni della Teresa Gullace aspettano invano un intervento di qualcuno, fosse anche il Presidente della Repubblica, come ci dice il signor d'Alessio. E ci fa notare che per far partire il corso servirebbero solamente 150mila euro. Dopo lo scandalo che sta travolgendo il centrodestra alla regione Lazio questi poveri ragazzi non capiscono proprio come sia possibile finanziare una festa con vestali e gladiatori e non il loro corso di formazione. Loro forse pensavano che Batman li avrebbe salvati, ma c'è da dire che non esistono più i supereroi di una volta. . . . Il 74% degli studenti chiede più tecnologie. Lo rivela un sondaggio effettuato da Studenti.it NELLACAPITALE Settantaseimila bambini e ragazzi rimarran-no quest'anno senza contributo per la scuo-la. Succede a Roma dove per la prima volta dopo decenni è sparita dal bilancio, che sta per essere approvato, la voce che riguarda le borse di studio per i meno abbienti. Un supporto economico che serviva agli studenti delle famiglie disagiate a coprire le spese, di dizionari, atlanti, corredo per la scuola. Sono circa 6 milioni di euro per contributi che si articolano dalle 50 euro a scolaro delle elementari alle 155 per ogni studente delle superiori con indicatore di reddito (Isee) inferiore a 10mila euro. La denuncia parte dal gruppo consiliare del Pd. Per il democratico Paolo Masini, vicepresidente della commissione Scuola di Roma Capitale, la soppressione del contributo «è l'ennesimo schiaffo alle famiglie disagiate. Ci rimettono quelli che hanno più bisogno, ma la giunta Alemanno si preoccupa di cambiare i manager delle municipalizzate a suon di milioni». «Spesso arrivava in ritardo, a scuola già iniziata – spiega Angela Nava, presidente del coordinamento genitori democratici – ma per quanto fosse esiguo era un contributo benedetto, fondamentale in situazioni di emergenza». «Chiediamo all'assessore De Palo continua Nava - dove e come sono stati investiti questi 6 milioni, dato che negli scuolabus sicuramente no e nella qualità delle mense neanche». «Indignati» si dicono invece gli studenti medi dell'Uds (Unione degli studenti). «È un ennesimo tentativo di ledere quel poco che è rimasto del diritto allo studio – commenta Camilla Guarino, dell'Uds di Roma - molte famiglie sono strozzate tra caro libri, costi per il corredo scolastico e contributo volontario per la scuola (che poi volontario non è). Se hanno più figli il costo dell'istruzione diventa impraticabile. Quella borsa di studio è necessaria». E si augurano che ritorni la voce in bilancio anche i dirigenti scolastici aderenti all'Asal (Associazione scuole autonome del Lazio). «Quel contributo è necessario per i meno abbienti – dice Giuseppe Fusacchia, vicepresidente - Per quanto il Miur punti sui libri di testo elettronici, la realtà adesso è un'altra: le famiglie devono sostenere queste spese e anche l'assenza di una piccola borsa di studio incide sul già magro bilancio familiare». «È vero che in un momento di contrazione della spesa queste disponibilità non ci sono – continua il dirigente scolastico - ma bisogna chiedersi se i tagli vanno a colpire le fasce più deboli. Auspichiamo che sia ripristinato». Ma l'assessore alla famiglia, Gian Luigi De Palo risponde accusando il Pd di fare «terrorismo psicologico» e «opposizione a priori». «Non è corretto addebitarci la mancanza delle borse di studio perché questa azione è finanziata da un trasferimento regionale», si difende l'assessore. «De Palo è stato chiamato 5 volte a rispondere in commissione sulla scuola, non si è mai presentato – ricorda Masini - Le passate amministrazioni di centro sinistra non hanno mai aumentato né le rette dei nidi né delle mense, la giunta Alemanno ha raddoppiato tutto e toglie le borse di studio. Il Pd farà di tutto per rimettere la voce in bilancio». «PIÙTECNOLOGIE» Unpilastro incrinato evacuatoun istituto L'INCHIESTA Per settantamila studenti romani niente più borse di studio FOTO DI GIAN MATTIA D'ALBERTO / LAPRESSE Scuola flop Niente fondi l'istituto manda a casa gli alunni LA «TERESA GULLACE» DI ROMA ANNUNCIA UN CORSO DI ELETTRONICA. MA GLI ISCRITTI TROVANO CHIUSO. TRA LORO ANCHE DISABILI MARIOCASTAGNA ROMA E a Roma i più poveri senza borse di studio LUCIANACIMINO ROMA EvacuataaRomauna scuolaper un problema strutturale.Adaccorgersi che un pilastro presentavaunproblema di tenuta è statoun genitore.Subito tutti i bambini dellamaterna ed elementaredi un istituto di VillaBonelli, alla periferiadiRoma, sonostati fatti uscire. Il problemastrutturaleè statorilevato successivamente,verso le 13.30,duranteun sopralluogodeivigili del fuocoe dellapolizia. Persicurezza i vigilidel fuocohanno fatto sgomberareanche la vicinapiscina frequentata damoltibambini. L'accertamentodeipompieri continuaperverificare eventuali cedimenti in altreareedella scuola. L'istituto, in linead'aria, nonè molto lontanodavia di VignaJacobini, dovecrollòun palazzodi 5piani causando la mortedi 27persone. Lascuola rimarrà chiusa finoa quandotutte leverifiche nonsaranno stateeffettuate. 12 mercoledì 19 settembre 2012
«NE PARLAVA PLINIO IL VECCHIODELLAMELADECIO,ODELLA PERA ALLORA. SÌ, SIAMO GLI ARCHEOLOGI DELLE PIANTE. MA SE GLI ARCHEOLOGI SCAVANO PIETRE, NOI CERCHIAMO PIANTE VIVE PER FARLE CONOSCERE E DIFFONDERLE. Il primo passo è studiare, cercare la mutazione dei nomi dai tempi antichi a oggi, e trovare dove si coltivava quel tipo di frutto. Poi andiamo sui luoghi, cerchiamo negli orti e nelle campagne, spesso abbandonate». Ugo Fiorini, Vivai Belfiore, s'appassiona, racconta della sua piccola biblioteca specializzata, dei suoi giri nelle campagne, della ricerca delle marze - il ramo che porta una o più gemme, da innestare sul portaoggetto - da cui nascono le sue piante. Non ha solo mele d'epoca romana, ha le limoncelle, le gelate, le cerine. Ha le pere briache dalla polpa rossa, la piccola giugnolina, la cedrata romana, la moscatella. Ha le pesche piatte, le poppe di Venere, le cotogne di Rosano. Ha albicocche e briccocole, susine aselline e simiane, ciliegi e cachi. Cinque tipi di giuggiole, frutto dimenticato che per i bambini dei contadini erano una festa; quattro di azzeruole, altro frutto da riscoprire; un tripudio di fichi e di viti, tra cui la rara passerina nera dagli acini microscopici. E ancora gelsi sorbi e nespoli. Rende un vivaio «archeologico»? La riscoperta di sapori antichi comincia ad essere apprezzata; in più, le piante autoctone e antiche sono anche rustiche, cioè resistenti a malattie e parassiti, ottime per la coltivazione biologica. «Se almeno l'Europa non ci mettesse i bastoni tra le ruote - lamenta Fiorini è stato creato un albo e dobbiamo iscrivervi tutte le nostre varietà. Vendere una pianta innestata ma non iscritta dal 15 settembre è un reato penale. Ma il mio resta un lavoro bello e impegnativo». Un lavoro - a margine del vivaio, corsi di giardinaggio e potatura e cucina di frutti antichi, che impegna tutta la famiglia e tre dipendenti, non poco di questi tempi. È entusiasta, nonostante le difficoltà, anche Giulio Leonardi, giovane titolare (e unico lavoratore) dell'azienda vivaistica Frutticultura di Orvieto. «È come una droga - dice - passione per l'agricoltura l'ho sempre avuta, ho fatto l'università agraria e poi mi sono lanciato nel 2007, solo adesso comincio a ingranare. Ma è davvero una droga: l'emozione dello scoprire, spesso attraverso il passaparola, varietà antiche, andare sul posto, parlare con i vecchi contadini... Le pesche di Papigno, chi le conosce più? Eppure per centinaia di anni nelle campagne di Terni erano note e ricercate fin dal 600. Poi l'industrializzazione e l'inquinamento ha distrutto i pescheti. Noi le abbiamo ritrovate, ora è possibile ripiantarle». Entusiasmo e esperienza non solo per i frutti antichi. Alla «Conserva della neve», la mostra mercato che ha occupato per tre giorni il Parco dei Daini di Villa Borghese, a Roma. Martellata dalla pioggia venerdì - per la gioia di orchidee, clematidi, ninfee - in mostra c'era di tutto. Dall'infinita varietà di succulente alle erbe da coltivare nell'orto come rabarbaro e nepitella. Dai bulbi per la prossima estate ai rizomi di iris, alle rose alle lavande, alle rudbeckie. A margine, alcune bizzarre installazioni, presentazioni di libri, conferenze e dibattiti. Archeologidipiante Giardinieri con la passione del frutto perduto VALERIATRIGO CULTURE ELLABAFFONI LARADIOÈANCORAILMEZZOMIGLIOREPERRACCONTARE I TERRITORI E CONNETTERLI, PER MARINO SINIBALDI, DIRETTOREDIRAIRADIO3CHERIPROPORRÀLAPROPRIA FESTA pubblica da questo venerdì a domenica col titolo «Materadio», in occasione della candidatura di Matera a Capitale europea della cultura 2019. Dopo avere raccontato lo scorso anno la città e le risorse culturali locali, quest'anno il piccolo festival tutto trasmesso in diretta, tra incontri e discussioni e momenti spettacolari, volgerà - ha annunciato il sindaco Salvatore Adduce - da questo particolare punto di osservazione il suo sguardo all'Europa per riallacciare i fili della storia e dell'attualità di una regione nel meridione dell'Europa e al centro del Mediterraneo. Per Paolo Verri, presidente del comitato Matera 2019, l'intento è allargare la partecipazione a tutta la Basilicata, dislocando incontri di Materadio anche a Rionero in Vulture, Tito, Pisticci e San Paolo Albanese e avendo quattro paesi europei ospiti, attraverso città che sono state o saranno Capitali della cultura: la Finlandia con Turku (Capitale 2011), il Portogallo con Guimares (2012), la Francia con Marsiglia (2013) e la Bulgaria con Sofia (candidata anch'essa per il 2019), coinvolte anche con le rispettive radio cittadine. A Materadio, festa di idee e creatività, arriveranno ospiti da ogni dove, da Teresa Salgueiro dei Madredeus a Daniele Sepe, da David Walters al Dj Oil, l'Orchestra di Piazza vittorio o i Solisti di Sofia, mentre per il teatro ci sarà quello di Punta Corsara, Martinelli con Le Albe, Ulderico Pesce e le finlandesi Hox Company e Tehdas Theatre. Perni delle varie giornate le due tavole rotonde promosse dalla Commissione Europea su «La geopolitica dell'Energia» e «Creare per crescere: la cultura come volano», assieme alle trasmissioni Fahrenheit, Radio3Mondo e Tuttalacittàneparla. «La candidatura di Matera è stata comunque un pretesto per fare qualcosa di concreto e reagire al grande disastro che ci troviamo davanti, cercando di guardare al futuro e ai giovani», ha concluso il sindaco, sottolineando che «un Sud diverso non può essere un'eccezione, ma qualcosa che speriamo serva da esempio e sia contaminante». SILENZIOINGIUSTIFICATO SUGENTILEIN ITALIA? No. E al contrario di quel che afferma Emanuele Severino sul Corsera di domenica, è vero l'opposto. Fin dai manuali del dopoguerra, giunti a Gentile, si leggeva: era più rigoroso e coerente di Croce, era il vero idealista, etc. E in Italia se ne è sempre straparlato. A cominciare da Calogero. E da Garin, che lo reputava centrale per Rinascimento, modernità e marxismo. E fu proprio Ugo Spirito, pupillo di Gentile, a tenere a battesimo studiosi di ogni tipo! Poi vennero Marramao, Cacciari, Toni Negri. Ma prima, di Gentile (come umanista totalitario) aveva già molto scritto Del Noce. Inoltre: non è Gentile a «scoprire» che la cosa (esterna) e la logica coincidono. Lo aveva «scoperto» Hegel, quando nella Fenomenologia (1806!) assimila le determinazioni empiriche della cosa alle categorie logiche, unendo cosa e pensiero, nella «Teoria dell'esperienza della coscienza». Nessuna originalità. In realtà, di là di errori e banalità, Severino pretende che si legga Gentile al modo suo: come filosofo della Tecnica, in bilico tra Parmenide e Volontà del Nulla. Ma questa è un'altra storia... Fa bene perciò Giacomo Marramao sul Secolo d'Italia a negare il presunto silenzio su Gentile. Ma nella sua laudatio gentiliana, dice due cose discutibili. Non sta in piedi dire ad esempio che «l'esserci» di Heidegger è esposto al totalitarismo, e «l'Atto» di Gentile no. Infatti, il primo parla di angoscia spaesamento, gettatezza, finitezza. Talché può andare anche in senso opposto al totalitarismo. Di contro, l'Atto di Gentile schiude volontaristicamente il mondo. E approda a un suo integrale impossessamento etico e collettivo. Infine: vero che Gramsci parla di «filosofia della prassi», con qualche eco gentiliana (e di Labriola!). Ma la sua «praxis» era liberazione molecolare dei ceti subalterni, e non trasfigurazione speculativa del mondo, in un universale nazional-gerarchico e di potenza. Severino e il finto tormentone suGentile TOCCO&RITOCCO BRUNOGRAVAGNUOLO «FAR PERCEPIRE LA RICCHEZZA ANCHE A CHI NON ERA PRESENTEOLOCONOSCETROPPOPOCO».QUESTO,NELLEPAROLEDELPRESIDENTEMONS.CLAUDIOMARIACELLI,IL«DOCU-FILM»realizzato dal Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali, in collaborazione con Micromegas Comunicazione, in occasione del 50° anniversario dall'apertura del Concilio Vaticano II e dell'inizio dell'Anno della fede. 12 ore di materiale filmato inedito, dei quali l'11 ottobre, 50° anniversario dall'apertura del Concilio, sarà trasmessa dalla Rai una sintesi di un'ora e 50 minuti (in due parti, la seconda ancora in data da definire), che oltre al ricco materiale della Filmoteca vaticana utilizzano anche materiali tratti dall'Archivio segreto vaticano e 14 interviste a cardinali, patriarchi e arcivescovi delle varie parti del mondo. Undocu-film sulConcilio II Perebriacheebriccocole, susineasellineepesche diPapigno:unedensmarrito chesiè«ricomposto» allaMostra«Conservadella neve»grazieavivaisti chevannoingironegliorti a ritrovare levecchiespecie Festa indirettadaquestovenerdìadomenicaconincontri espettacolichecoinvolgerannoanche il restodellaBasilicata Radio3 intrasfertaaMatera capitale della cultura nel 2019 U: 22 mercoledì 19 settembre 2012
Romney e i poveri: non me ne importa In un video accusa il 47% degli americani di votare per Obama perché «dipendono dal governo» e «non pagano tasse» Le critiche del Washington Post: «Cambi strategia, stia zitto» MARINAMASTROLUCA mmastroluca@unita.it D'accordo era a porte chiuse. Incontro privato per la raccolta di fondi, un assegno da 50.000 dollari per un posto in platea. È a questa platea di ricchi finanziatori che Mitt Romney, il candidato da 250 milioni di dollari, ha spiegato che non è compito suo preoccuparsi della metà o quasi degli americani. «C'è un 47% di americani che voterà per Obama in ogni caso. Quelli che dipendono dal governo, che credono di essere delle vittime, che credono che tocchi al governo prendersi la responsabilità di preoccuparsi di loro, che credono di aver diritto alla sanità, al cibo, alla casa, e decidete voi cos'altro». Il video clandestino, ripreso nel maggio scorso e pubblicato solo ora dal sito Mother Jones, esplode come una bomba nella campagna presidenziale. E Romney resta come un pugile rintronato sul ring, mentre in una conferenza stampa organizzata per parare il colpo dice che sì, insomma, forse si è espresso in modo poco elegante ma al dunque quello che va dicendo da mesi è proprio questo: c'è un'America che aspetta l'aiuto dello Stato e c'è l'America di quelli che lavorano sodo, producono ricchezza e si trovano a pagare le tasse anche per chi non lo fa. Sono bugie e Romney non può non saperlo. Secondo i dati forniti dal Tax Policy Center, centro studi indipendente specializzato in politiche fiscali, il 46,4 per cento - l'America fannullona citata da Romney - non paga imposte sul reddito. Di questi però il 28,3 paga comunque la trattenuta in busta paga. Niente tasse solo per gli anziani e i pensionati con un basso reddito (il 10,3%) e per quel 6,9 per cento che guadagna meno di 20.000 dollari l'anno. «È duro fare il presidente degli Stati Uniti se hai tagliato fuori metà della nazione», è il commento affilato del campaign manager di Obama, Jim Messina, mentre la stampa si interroga sulla piega disastrosa che sta prendendo la corsa elettorale del candidato repubblicano e qualcuno indica il «video del 47%» come il punto di non ritorno per Romney. Non solo perché taglia in due l'America tra buoni e cattivi e lo fa - lui milionario - in base al reddito. Non solo perché mette nell'elenco dei nullafacenti gli studenti oberati di debiti, i pensionati e i veterani di guerra che ricevono un assegno dallo Stato (come gli rimprovera il New York Times). Ma anche perché Romney mostra, nuda e cruda, la sua agenda economica: e si vede che è tagliata su misura dell'America più ricca. Non per quella classe media che il candidato repubblicano continua a citare, anche qui sbagliando: solo pochi giorni fa ha messo nella categoria quelli che guadagnano tra i 200 e i 250mila dollari l'anno. Le statistiche nazionali dicono invece che la classe media si ferma tra i 30 e i 100.000 dollari. Una svista. I repubblicani annunciano una nuova strategia, dettagli sul piano di Romney per l'economia, finora solo citato ma mai spiegato davvero: una messa a fuoco che sperano serva a dare una svolta. Ma finanziatori e staff cominciano a sentire i brividi, a sinistra già si pronostica la prossima «guerra civile» all'interno del Gop, il partito repubblicano, dove le sensibilità non sono necessariamente schiacciate sui Tea Party. Romney non è mai apparso più fuori fase, mentre mancano 49 giorni al voto e i sondaggi danno Obama in vantaggio - mediamente del 3% - anche su temi prima dominati dal suo sfidante, sull'economia, la riduzione del deficit, la riforma fiscale. Nonostante la settimana di fuoco delle proteste anti-americane, seguite al film-trash su Maometto. ILMEDIOORIENTE DI MITT Romney ha provato a capitalizzare le difficoltà di Obama su questo terreno ma è scivolato nell'errore macroscopico di parlare di politica davanti al cadavere ancora caldo di un americano ucciso. Ha provato a correggere, suggerendo che tutto ciò non sarebbe mai sucesso con lui alla Casa Bianca. Ma non ha poi saputo dire in che cosa la sua politica sarebbe stata diversa. E ieri, nello stesso video del 47%, Romney è stato sorpreso a dire che la pace in Medio Oriente «è quasi impossibile» perché i palestinesi non la vogliono. E che fosse lui alla Casa Bianca cercherebbe di «tirare la palla lunga in campo e sperare che alla fine accada qualcosa che risolva la questione». Sarcastico il commento del Washington Post. «È ora che lo staff elettorale di Mitt Romney riveda la sua strategia: è necessario che il candidato smetta di parlare». . . . Il repubblicano non ritratta, ma qualcuno vede nell'ultima gaffe un punto di non ritorno USA LoscoopsuMitt unavendetta diJimmyCarter Le convention di entrambi ipartiti americani hannocercato disperatamente dirivolgersi alla middleclass, gruppo di cui si senteparte circa la metà della popolazione Usa. Operai, imprenditori, impiegati e giovani professionisti metropolitani. Tutti possono esserne parte. Dipende dal reddito o dalla autopercezione - gli afroamericani, ad esempio, tendono a identificarsi con la middle class a partire da redditi più bassi. Il Pew Research Centre ha di recente pubblicato un rapporto sul nucleo della società Usa dal titolo inequivocabile: «Il decennio perduto». Se si prende una fascia di reddito molto ampia che esclude ricchi e poveri, questa nel 1971 coincideva con il 71% della popolazione. Oggi siamo al 51%. Dall'esplosione della crisi le cose sono peggiorate ancora: chi si riteneva parte della fascia bassa della società era il 25% nel 2008 ed è il 32% oggi. Parlare di una sola middle class non ha però molto senso, se non per cercare consensi elettorali. «Per la classe politica il termine è utile perché ciascuno lo usa senza dargli un significato chiaro e ciascuno può ascoltarlo pensando: “Stanno parlando di me” - spiega Dennis Gilbert, professore di sociologia all'Hamilton college e noto per i suoi studi sulla struttura sociale degli Stati Uniti -. Penso che le cose siano più complicate. Ci sono almeno due middle classes e non condividono lo stesso destino. I colletti bianchi, i maestri, gli agenti delle assicurazioni, i programmatori hanno un titolo di studio e - se hanno un lavoro - guadagnano abbastanza da vivere senza preoccupazioni. Poi c'è la middle class delle persone con qualifiche professionali di alto profilo o i piccoli imprenditori di successo. Questa categoria sta molto meglio. Direi che la middle class alta rappresenta intorno al 15% della popolazione, mentre la middle class bassa il 30%. In questa porzione possiamo includere una parte dei lavoratori, di quella che chiameremmo classe lavoratrice. Ma per la politica queste sono sottigliezze: middle class vale sempre e raccoglie tutti coloro che non sono ricchi né poveri». Che le differenze tra fasce di reddito crescano lo confermano i dati diffusi la settimana scorsa dal Census Bureau: per il secondo anno consecutivo il reddito medio degli americani è diminuito. E visto che povertà e ricchezza non hanno subito variazioni apprezzabili, è soprattutto la middle class bassa a essere colpita. Tra il 2007 e il 2011 il numero dei giovani usciti dal college e finiti nell'esercito è aumentato del 60% rispetto al quinquennio precedente. I giovani americani tendono a essere più patriottici degli italiani, ma la ragione di questo boom non è la voglia di vestire la divisa. «Siamo in una fase storica nella quale il diploma di college non vale molto: quando non hanno una competenza tecnica specifica certe categorie sono relativamente superflue». STUDIARENONBASTAPIÙ Secondo Gilbert il divario comincia a crescere dalla metà degli anni 70. «Definirei la fase precedente di “prosperità condivisa”: tra la fine della guerra e gli anni 70 i redditi del terzo più povero aumentano in maniera più rapida e cospicua degli altri - vale anche per altri indicatori, ad esempio la scolarizzazione. Nello stesso periodo il quinto più ricco è quello a cui è andata peggio. Dalla metà degli anni '70 questa tendenza si capovolge. Eppure la crescita del reddito pro capite è quasi identica nei due periodi. È la distribuzione che cambia». Il capovolgimento avviene in parallelo con la perdita di peso del sindacato: «Un tempo si parlava di Big Labor contrapposto a Big business, oggi chi ne parla fa sorridere, è come fare riferimento al telefono con la rotella o alla Tv in bianco e nero», scherza Gilbert. Con un mercato del lavoro che stenta a tornare dinamico, chi rimane a galla è chi lavora in un settore non colpito. Quanto ai giovani, si salvano i benestanti: «Il tasso di disoccupazione tra i giovani usciti dal college è alto. I giovani con legami e risorse magari non trovano il lavoro che preferirebbero, ma se la cavano meglio. Per tutti c'è comunque una fase più lunga di attesa per un ingresso pieno nel mercato del lavoro e nella vita: si rimane più a lungo in casa con i genitori, si hanno figli più tardi». Tra i dati positivi pubblicati dal Census Bureau c'è l'aumento delle persone con copertura sanitaria, dovuto soprattutto alla norma di Obamacare che consente ai giovani di rimanere più a lungo assicurati con i genitori. La middle class che può protegge i figli. È presto se la crisi renderà stabile il declino di una parte cruciale della società. La mobilità verso l'alto rallenta, ma sono ancora più quelli che salgono la scala sociale verso l'alto che non viceversa. «Una questione più recente è quella relativa alle donne sole con bambini nota ancora Gilbert - Nella fascia alta della middle class le donne sposate sono intorno al 90%. Nella middle class più bassa la percentuale scende fino al 40%. A mio modo di vedere questo riflette le diseguaglianze crescenti: c'è una discesa verso il basso. Le madri sole tendevano a essere tipiche dei ceti più bassi». I dati del Census confermano che in questi due anni la povertà femminile è più alta della maschile. E qui torniamo alla politica. Il vasto campione interrogato dal Pew Research Centre ritiene che Obama sia il candidato più adatto a occuparsi dei problemi della middle class. Gli appartenenti alla classe media gli danno un vantaggio netto in materia. Non i ricchi. Ci sono le appartenenze: i repubblicani in media sono più ricchi. Ma la crisi ha reso la parte medio-bassa della società più fragile e consapevole dei rischi. Ed ha (solo parzialmente) cambiato l'attitudine nei confronti dello Stato. L'idea che Medicare, Medicaid, il pacchetto di stimolo dell'economia e la riforma sanitaria siano carità statale che rende dipendenti i poveri - come la metterebbe il vice di Romney, Paul Ryan e ora lo stesso Romney - non paga più come un tempo. E questo è un piccolo vantaggio per Obama. Lavendettadi JimmyCarter. Come nonchiamarla così, vistoche la paternitàdelloscoop chepotrebbe definitivamenteaffossare Mitt Romneyèdel nipote dell'ex presidentedemocratico, James Carter IV?Jimmy Carterèstato spesso indicatocome unesempio negativoda Romney.«Obamasarà il nuovoCarter», hapiùvolte affermato. Anche inoccasione della tragedia del consolatoUsa diBengasi, ricordando l'episodiodell'ambasciataamericana diTeheran del 1979, quandoCarter erapresidente.La rivincitaèarrivata quandoJamesCarter IVha messo in contatto l'autoredel videocon il sito MotherJones Magazine.«Il mio obiettivoèsolouno,quello di vedere i repubblicanisconfitti», haspiegato. E poi,«nonmi piacciono lecritiche alla mia famiglia». Sostenitori del presidente americano Barack Obama durante un comizio a Columbus, in Ohio FOTO LAPRESSE LEPRESIDENZIALIUSA Nel1971 la fascia dipopolazionenéricca népoveraeraparial71% dellasocietàUsa.Oggiè al51%.Edal2008ipoveri sonoaumentatidel7% MARTINOMAZZONIS Se la middle class è una specie in via d'estinzione IL DOSSIER mercoledì 19 settembre 2012 9
La strada intrapresa con il Fiscal compact era «necessitata» per ristabilire un equilibrio nel debito pubblico e non la si può abbandonare. Piuttosto bisogna ora proseguire su quella via con misure per la crescita «che devono essere incoraggiate a livello europeo, non assunte dai Paesi aderenti all'euro ciascuno per proprio conto, magari violando gli impegni che si sono assunti in comune». Il Capo dello Stato, parlando al termine del suo colloquio al Quirinale con il presidente della Repubblica Ceca, Vaclav Klaus, il Paese che con il Regno Unito non ha firmato in marzo il trattato sull'equilibrio di bilancio, è sembrato, nel ribadire la necessità delle scelte anche dure compiute dall'Europa in questi anni di crisi, voler ricordare a tutti i protagonisti in campo della politica italiana che, al di là del ruolo ricoperto, il senso di responsabilità deve sempre prevalere sull'interesse di parte nell'interesse collettivo. Solo qualche giorno fa Silvio Berlusconi aveva cercato di rispolverare la popolarità perduta annunciando l'impegno, in caso di vittoria, ad abolire l'Imu, ma anche che «le norme del Fiscal compact impediscono la crescita» lasciando intendere ai meno attenti che lui con quelle misure non aveva niente a che vedere. E invece se la firma ce l'ha messa Monti è indubbio che il Cavaliere con quelle regole ci ha avuto a che fare. Eccome. A rinfrescare la memoria di tutti ha provveduto Napolitano ricordando che «i nostri titoli del debito pubblico sono stati sottoposti ad una pressione fortissima sui mercati con gravi conseguenze sugli equilibri finanziari ed economici del nostro paese. Quindi, con piena consapevolezza abbiamo sottoscritto una serie di impegni: prima il governo Berlusconi e poi il governo Monti hanno assunto questi impegni nei rapporti con le autorità europee e, in questo spirito, abbiamo contribuito alla definizione, e infine alla approvazione, del cosiddetto Fiscal compact». L'IMPEGNO CONVERGENTE Nessuno può, dunque, pensare di tirarsi indietro. A ciascuna parte politica tocca il compito, per non disperdere il patrimonio di una ritrovata credibilità internazionale, di mantenere gli impegni presi dal Paese, chiunque fisicamente li abbia firmati. Napolitano, dal canto suo, è lì a vigilare perché ciò non avvenga, sulla linea peraltro resa esplicita nel suo intervento in videoconferenza al Forum Ambrosetti di Cernobbio: «Mi adopererò - aveva detto il presidente - perché in Italia venga esplicitamente e largamente condiviso l'impegno a dare seguito e sviluppo a scelte di fondo concertate in sede europea. I diversi schieramenti politici che si contenderanno il consenso degli elettori possono ben riconoscere la necessità vitale di un loro impegno convergente su quel terreno. Cercherò di sollecitare una tale manifestazione di libera e limpida consapevolezza politica, considerandolo mio dovere, fino al termine del mandato presidenziale». Gli impegni presi vanno rispettati. L'Italia e gli altri Paesi europei, ha ricordato di nuovo ieri Napolitano, sono partiti «dalla necessità di stabilire equilibri nella situazione di finanza pubblica della zona Euro. Le scelte, riassunte bene o male nel termine austerità, sono state scelte a cui nessuno poteva sfuggire. Le nostre autorità di governo e monetarie erano state molto abili nel gestire il debito pubblico, ma è arrivato un momento in cui è apparso a rischio il debito sovrano e i titoli sono stati sottoposti a pressioni fortissime». Dunque, ha ricordato ancora Napolitano, «con piena consapevolezza abbiamo sottoscritto una serie di impegni verso le autorità europee». Ora «sappiamo bene, e in questo non c'è da meravigliarsi troppo, che quando si va ad una restrizione della spesa pubblica dei canali anche di finanziamento pubblico dell'economia, e quando c'è anche una difficoltà di erogare credito o di erogare credito ad un costo sostenibile per le imprese, gli effetti sono di carattere recessivo. Si tratta non di abbandonare la strada necessitata di queste politiche di severità ma di combinarla con misure per la crescita, che debbono essere assunte e incoraggiate a livello europeo e non ciascuno per il proprio conto, magari violando gli impegni che si sono assunti in comune». In forte sintonia con il Capo dello Stato italiano, il presidente Klaus ha sottolineato come «la Repubblica Ceca ha gli stessi obiettivi indicati nel Fiscal compact, vuole determinare un equilibrio fiscale ed essere prudente nell'indebitamento. Ma ogni Stato deve decidere per conto proprio se vuole farlo o no e ritiene che questa decisione non deve essere presa a Bruxelles». Klaus ha definito «un vantaggio» il fatto che il suo Paese sia fuori dall'Eurozona e abbia una propria moneta, tuttavia «sappiamo e sentiamo che stiamo nella stessa nave» dell'Italia e dell'Ue. ILRITRATTO BRUNOGRAVAGNUOLO Il Capo dello Stato ricorda che il fiscal compact è stato un impegno anche del suo governo L'incontro al Colle con il presidente della Repubblica Ceca Klaus CORTECOSTITUZIONALE Una biografia leggendaria e controversa la sua. Ma la sintesi della vita di Santiago Carrillo, sta in un'immagine famosa del 23 febbraio 1983: l'allora segretario del Pce in piedi e immobile. Mentre i militari guidati da Tejero occupano il parlamento nel tentativo di stroncare la democrazia spagnola. Sui banchi del governo, anche lui immobile, c'era Adolfo Suarez, avversario del leader comunista e a suo tempo ministro fanchista. Di lì la leggenda dei due uomini chiave della transizione, l'ex franchista e il militante comunista clandestino. Che si riconoscevano e si stimavano. Anche se alla fine i frutti furono ingrati per Carrillo, battuto politicamente e persino espulso dal partito che aveva guidato. Uomo carico di storia Carrillo, se ne è andato ieri a 97 anni a Madrid dopo essere stato ricoverato per un'emorragia post-operatoria. Fu a partire dal 1977 tra i protagonisti di quell'Eurocomunismo fondato e voluto da Enrico Berlinguer, che fu certo un importante tentativo geopolitico, ma che contribuì a favorire il ritorno della democrazia in Spagna. Proprio in virtù dell'adesione di Carrillo a quella politica: Europa né antisovietica né antiamericana, valore universale della democrazia. E poi: vie nazionali e fine definitiva dello Stato guida, disarmo bilanciato, distensione. Con un pluralismo senza egemonia precostituita dei comunisti. E in un quadro mondiale - diceva Berlinguer dove i comunisti non erano necessariamente la sola avanguardia di progresso. Carrillo giunge a queste posizioni dopo un lungo tragitto. A soli tredici anni (nasce a Gijon nel 1915) si iscrive al Partito Socialista Operaio Spagnolo e nel 1934 ne diviene segretario generale. Ma è solo nel corso della guerra civile spagnola che diventa comunista, assurgendo a incarichi chiave che gli verranno rimproverati. Fu consigliere politico per la sicurezza, tra esercito e Ministero dell'interno. Insomma, un esponente comunista in un ganglio vitale degli anni di allora: la repressione del nemico esterno e di quello interno. Ma non è affatto un settario o un fanatico. Anzi, condivide a fondo le linea del VII Congresso, dei Fronti popolari e del rifiuto della rivoluzione socialista nel corso della guerra che vede la Repubblica attaccata dall'Alzamiento di Franco. Inevitabile il suo coinvolgimento politico nella repressione di anarchici e trotzskisti che teorizzavano, e praticavano, una sorta di guerra civile nella guerra civile, per rovesciarle in rivioluzione proletaria (alla maniera del primo Lenin). Carrillo al contrario è influenzato da Dimitrov e da Togliatti e si muove di conseguenza, dando anche prova di grandi capacità militari e organizzative. Si muove però ancora all'ombra di Dolores Ibarurri, che attaccherà Togliatti a Mosca, fin quando nel 1960 è nominato segretario del Pce. Di lì in poi diviene aperta la sua lotta allo stalinismo, e specie dopo la Cecoslovacchia nel 1968, veleggia verso posizioni sempre più antisovietiche. Grande fu il contributo di Carrillo allo sdoganamento di comunisti, socialisti e sindacato in Spagna, anche se alla fine il risultato egemonico lo raccolse il suo vecchio Partito Operaio Socialista Spagnolo. Tornato legale nel 1977 il suo Pce, Carrillo viene eletto al parlamento. Ma dal 10,9% di quell'anno il partito passa al 4% nel 1982. Dimissioni da segretario, e avvento di Iglesias. Poi nel 1985 Carillo è espulso per «moderatismo». Fonda un nuovo partito nel 1986, che confluirà nel Psoe nel 1989. Senza di lui. Invitato da Zapatero a confluire, rifiuta. Il «suo» comunismo aveva perso e lo aveva cacciato. Ma Santiago era stato un militante comunista e non volle mai rinnegarlo. LOSCONTROPOLITICO MARCELLACIARNELLI ROMA Austerità, Napolitano richiama Berlusconi Oggi l'udienzasul ricorsodelQuirinale Èfissata per questamattina l'udienza dellaCorte Costituzionale chedovrà decideredell'ammissibilità del ricorso dellapresidenzadellaRepubblica, presentato in luglioattraverso l'AvvocaturadelloStato, sulconflitto diattribuzione sollevatoneiconfronti dellaProcuradi Palermo. IgiudicidellaConsulta si riuniranno inCameradi Consiglio a cominciare dalle9,30. Lecause a ruolosono dodici. La penultimaè quellache riguarda il CapodelloStato. Al centro del conflittodiattribuzione tra poteri delloStatosollevatodal Presidente dellaRepubblica ci sono le intercettazionidelle telefonate tra lo stessoGiorgio Napolitanoe l'ex ministroNicola Mancino, imputatodi falsa testimonianza nelprocedimento palermitanosullapresunta trattativa Stato-mafia. Il primoimpegno dei giudici sarà quellodivalutare il ricorsosolosotto ilprofilodell'ammissibilità estabilire se l'attopredisposto per contodel Quirinaledall'avvocato generale delloStato, IgnazioFrancesco Caramazza,edai colleghi Antonio PalatielloeGabriellaPalmieri, ha i requisitiper passare alla trattazione dimerito. Relatori sonostati designati i due giudici costituzionaliGaetano Silvestrie GiuseppeFrigo: ilprimo elettonelgiugno 2005su indicazione delcentrosinistra, il secondo nell'ottobre2008suproposta del centrodestra.Nell'udienza di oggi la Cortedovrà stabilire seQuirinalee Procurasonopoteri delloStatoese il conflittoè fondato. Esauritoquesto iter si entranella fasedi merito, dacuiuscirà una sentenzadella Corteper stabilire in viadefinitivaa quale potere spettio menouna determinata competenza. Carrillo, un eurocomunista tra i padri della nuova Spagna Santiago Carrillo FOTO ANSA-EPA . . . L'ex premier aveva espresso sfiducia nelle norme salva-Stati che pure aveva approvato 6 mercoledì 19 settembre 2012
«VOGLIO SENTIRE QUELLA NOTIZIA, VOGLIOCERTEZZE: SAPERE CHE MIO MARITO ÈSANOESALVOELIBERO.È stato portato via da teste calde, la situazione potrebbe precipitare in ogni momento». Questa è la testimonianza della moglie di un sequestrato su un mercantile italiano. Un incubo che pare non avere una via di uscita. Il “mercato” della pirateria internazionale è un business da 18 miliardi di dollari all'anno, queste le più recenti stime. Un affare losco, spesso gestito da organizzazioni a carattere globale. L'attenzione dei media, rispetto al fenomeno, è concentrata nel momento del sequestro e della liberazione, che a volte arriva dopo mesi e mesi di prigionia. Poi il silenzio. Ma gli strascichi di un evento del genere hanno conseguenze gravi, una vera e propria sindrome simile a quella dei militari rientrati dalla Guerra del Golfo. «Insonnia, angoscia, incubi, ansia continua e incapacità a gestire una vita normale. Ora, stiamo cercando di monitorare il fenomeno, che interessa, va detto, anche le famiglie», spiega il professor Francesco Amenta, presidente del Cirm, Centro Internazionale Radio Medico. Il Cirm è un ente fondato nel 1935 che fornisce assistenza gratuita ai marittimi di tutto il mondo, 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Attraverso la telemedicina e le moderne tecnologie di comunicazione, i medici del Centro soccorrono, curano, spesso salvano una delle categorie di lavoratori più invisibile, talvolta meno tutelata: quella della gente di mare Ora, appunto, stanno procedendo anche al monitoraggio degli ex-sequestrati e dei loro famigliari. «Finora – aggiunge Amenta – circa venti italiani sequestrati sono a rischio sindrome, ma bisogna considerare che anche sulle grandi imbarcazioni a bandiera italiana ormai la maggior parte dei marinai sono stranieri. Circa 10mila italiani lavorano su queste navi, a fronte di quasi 25mila extracomunitari. E, se per noi è facile seguire i nostri connazionali, non è altrettanto per quei marinai di altri Paesi che vengono sequestrati e poi lasciati in balia del caso, poiché i governi di provenienza non fanno abbastanza per tutelarli». È il caso soprattutto di cittadini di origine indiana assunti nelle sale macchina e filippini utilizzati per il lavoro di coperta. «Non sono questioni semplici. Spesso ci sono conflitti e incomprensioni, al di là dei sequestri dei pirati, per problemi di comunicazione sia culturale che linguistica». Ma l'impegno è anche sul fronte della sensibilizzazione dell'opinione pubblica. «Pochissimi parlano del problema della pirateria internazionale, dei sequestrati e dei traumi ai quali vanno incontro», continua Amenta. «Sembra quasi ci sia una volontà politica globale a tenere occultato questo fenomeno. Come solo se parlarne possa promuovere la pirateria e il business correlato. Insomma, non si vuole fare pubblicità a questo crimine internazionale, dai risvolti economici e diplomatici rilevantissimi, che provoca anche tanti problemi alla psicologia dei marinai e dei loro parenti e amici». La pirateria internazionale, negli ultimi 12 anni, è soprattutto somala e interessa l'Oceano Indiano e tutto il mare che circonda il Corno d'Africa. L'8 febbraio del 2011 la petroliera italiana Savina Caylin, un gigante dei mari da 105mila tonnellate, fu sequestrata a 500 miglia al largo delle coste africane e rilasciata soltanto a fine dicembre del 2011. Poco meno di due settimane dopo, il 15 gennaio 2012, la nave-cisterna Valdarno fu oggetto di un altro tentato sequestro, sventato dalla Marina Militare dopo che l'equipaggio aveva dato l'allarme via radio, rifugiandosi nei locali blindati dell'imbarcazione. Un fenomeno, quindi, che interessa sempre più il comparto marittimo italiano, uno dei settori che più produce Pil nel nostro Paese. Ed è per aiutare ex-sequestrati e famigliari che il Cirm ha fondato il Pep, il Psychological Emergency Piracy, un gruppo di studio e di lavoro in grado di intervenire direttamente nei casi di traumi da stress. «Andiamo a trovare parenti e amici delle vittime di sequestro – conclude il presidente del Cirm - e in questo modo, oltre a controllare e studiare il fenomeno, veniamo a conoscenza di quello che succede nella testa di questi sfortunati lavoratori: ricordo ancora il caso di un marittimo che durante il sequestro tenne un diario per non perdere la cognizione del tempo, come Robinson Crusoe. Ma da questa agenda mancano tre giorni, nei quali successero cose terribili. Che forse non dovevano essere registrate». U: Unacategoriadi lavoratoricherischia lavita edevefare icontiancheconipirati Maorac'èchi li sostienepsicologicamente LIBERITUTTI : AlSudlascuolacheresisteaipregiudizi P.18 L'INTERVISTA : Peter Bichsel: lavitanonesistesenonla raccontiamo P.19 MUSICA : La«Ricreazione», incontroconMalikaAyane P.20 LIVE : FinalmentearrivanoiRadiohead P.20 LANUOVASINDROMEDELGOLFO Macomefanno imarinai Cosasuccededopo unsequestro inmare DANIELEGUIDO GESSA mercoledì 19 settembre 2012 17
A OLTRE QUATTRO ANNI DI DISTANZA DALLA LORO ULTIMA APPARIZIONE ITALIANA, I RADIOHEADTORNANOINTOURNÉENELNOSTRO PAESE PER ALCUNI IMPERDIBILI CONCERTI,AUTENTICIEVENTIROCKANNUNCIATISINDALLASCORSAESTATE:sabato prossimo, 22 settembre, la band di Oxford sarà a Roma (Ippodromo delle Capannelle), il giorno successivo si esibirà a Firenze (Parco delle Cascine), quindi a Bologna (il 25, presso l'Arena Parco Nord), infine a Codroipo (Villa Manin, il 26). Il successo è ormai globale per il gruppo di Oxford, quantificabile in trenta milioni di dischi venduti in tutto il mondo e tre Grammy Awards, sorta di Oscar della discografia americana. Una popolarità senza frontiere, binomio più unico che raro di soddisfazioni commerciali unite ad una proposta musicale di pregevole caratura, apprezzata in ugual misura da fans quattordicenni, critica specializzata e colleghi veterani. I Radiohead hanno raggiunto ormai i vent'anni di carriera ma ancora oggi vantano nuovi estimatori: il segreto di questi cinque artisti sta nella volontà di traghettare oltre i vecchi stilemi del rock, contaminandoli con altri generi (elettronica, free jazz, folk), osando, alzando costantemente l'asticella qualitativa, complice l'ispirazione ed un talento visionario, irrequieto, mai soddisfatto e sempre affamato di nuovi stimoli. La trionfale discesa del quintetto inglese può così finalmente tramutarsi in realtà, dopo mesi di trepidante attesa: i Radiohead, infatti, avrebbero dovuto suonare da noi già in luglio, poi l'improvvisa morte di un membro del loro staff (il 33enne Scott Johnson, tecnico addetto al montaggio della batteria, deceduto il 16 giugno scorso in seguito al crollo di un impalcatura del palcoscenico a Downsview Park, nei dintorni di Toronto) ha portato alla cancellazione e al conseguente rinvio di sette date della tournée, Italia compresa. I fans hanno saputo rispettare la tragedia abbattutasi sui loro beniamini, pregustando silenziosamente quello spettacolo che, si sa, “deve continuare”, anche e soprattutto in simili circostanze. Il giro di concerti è dunque ripreso il 10 luglio in Francia, con la promessa del recupero di ogni serata andata persa. Oltre 95mila i biglietti già venduti in vista delle quattro tappe italiane, con la possibilità di acquistare ancora tagliandi presso il sito internet di TicketOne: ciò significa oltre 20mila persone per ogni singolo concerto, numeri perfettamente in linea col resto di un tour che dagli Stati Uniti è sbarcato in Europa e che, dopo Germania, Inghilterra, Francia, Olanda e Belgio si concluderà a Melbourne, in Australia, il prossimo 17 novembre. In apertura salirà sul palcoscenico l'artista canadese Caribou, raffinato interprete di elettronica. Intorno alle 22 sarà la volta dei Radiohead, con formazione allargata a sestetto grazie all'innesto del secondo batterista Clive Deamer. In scena tutto l'arsenale sonoro del gruppo: pianoforte, tastiere e sintetizzatori, chitarre elettriche ed acustiche, sezione ritmica e ogni sorta di attrezzatura digitale in grado di distorcere o alterare suoni. Alle spalle della band, una scenografia luccicante e futuristica: ben dodici schermi semoventi (sovrastati da piccoli fari esagonali, il tutto sopra una fila di cilindri metallici lunghi e stretti) proietteranno le immagini del gruppo alternate ai consueti giochi di luce. La scaletta prevede poco più di venti di brani, compresi i due bis: grande protagonista, naturalmente, l'ultimo album The King Of Limbs, uscito a febbraio 2011, per molti il lavoro più ermetico, introspettivo e sfuggente mai registrato. Non mancheranno, comunque, canzoni ancora inedite e soprattutto vecchi cavalli di battaglia estrapolati da Ok Computer (Paranoid Android; Karma Police; Exit Music), Kid A (Idioteque; Everything In Its Right Place) e In Rainbows, ovvero i dischi più amati e acclamati dei Radiohead. Per ora le previsioni meteo lasciano ben sperare, con temperature intorno ai venti gradi ed un cielo sereno e poco nuvoloso, condizioni ideali per godersi lo spettacolo. In chiusura segnaliamo l'iniziativa meritoria sostenuta dalla band (da sempre sensibile ai temi di salvaguardia ambientale) legata a «Save The Artic», campagna promossa da Greenpeace: al pubblico dei concerti verrà chiesto di firmare una petizione per salvare l'Artico dalle trivellazioni offshore e dalla pesca distruttiva industriale attorno al Polo Nord. La canzone dei Radiohead Everything In Its Right Place è la colonna sonora della campagna, protagonista un orso bianco vittima del cambiamento climatico, che vaga per Londra alla disperata ricerca di casa e cibo. Thom Yorke è stato tra i primi ad aderire: «Dobbiamo fermare i giganti petroliferi che vogliono insediarsi nell'Artico» ha affermato il cantante, «Una fuoriuscita di petrolio devasterebbe questa regione la cui bellezza toglie il respiro». «IL COLORE DI QUESTA VOCE È UN ARANCIONE SCURO CHE SA DI SPEZIA AMARA E RARA». Qualsiasi cosa significhi, l'autorevole opinione di Paolo Conte sulle qualità canore di Malika Ayane sembra un complimento. Non osiamo immaginare quali sinestesie inventerebbe il Maestro se ne ascoltasse, più che i gorgheggi, la risata. Francis Scott Fitzgerald la paragonerebbe a una cascata di monetine. Monetine e perline colorate, come le dodici tracce di Ricreazione, il nuovo album di cui Malika è anche produttrice. «È un disco che ha avuto origine da un cocktail tra quello che ho studiato e quello che ho ascoltato: è una specie di filtro, un setaccio in cui predominano i suoni caldi, strumenti un po' vintage, i bassi. L'arrangiamento è stato scelto con criterio, in modo da non sovrastare la mia voce, senza esagerazioni» Un messaggio in linea con la parola d'ordine di questi tempi: lasobrietà… «Decisamente. È innegabile che questo difficile momento storico sia dovuto anche a una generale mancanza di senso della misura. Da questo punto di vista, confido che la crisi ci renda migliori, spingendoci a tornare alle cose essenziali». Questo discorso si può estenderealla discografia? «Ma certo. Se per forza di cose la crisi discografica mette tutti nelle condizioni di comunicare grazie a internet, dall'altro lato ci obbliga a fare le cose con onestà: tanto non c'è niente da perdere. Sono contro la pirateria e credo nella società civile che compra il disco. Spero che col tempo si impari a disciplinare ogni criticità, ma intanto dobbiamo fare i conti con contrabbandieri di ogni genere, inventandoci altri modi, puntando sulla serietà di un prodotto, coinvolgendo la gente nel riconoscimento della bellezza». Giustocolpire i contrabbandieri,machediredinoigiornalisti, cheascoltiamo idischi gratis? «(risatacomeunacascatadimonetine) Il giornalista che ha sentito il mio disco gratuitamente ne acquisti una copia e la regali» Sembranoquasiproclamipolitici.Peròtelipuoipermettere, visto il tuo passato immacolato: giusto due volte a Sanremo,maniente talent show… «Ecco, senza nulla togliere a chi partecipa a questo genere di trasmissioni, io mi sono ammazzata di gavetta. Ma l'ho fatto con piacere, è stato anche divertente. Sono contenta di essermi risparmiata contesti meno musicali e più televisivi come quelli dei talent, ma non per questo mi sento una privilegiata. Certo, quelli che vanno ai talent non si scrollano di dosso l'etichetta per tanto tempo e non vengono presi sul serio. E poi diventa tutto più faticoso». Parliamodella tuagavetta,allora. «Ho studiato al Conservatorio, cantando in parallelo per sette anni nel coro della Scala. Ho unito lo studio accademico all'esperienza sul campo, i pub, i locali, i matrimoni, le feste, le cene per gli anniversari. Tutto questo fino alla firma con Caterina (Caselli, ndr), che in un certo senso può essere considerata come un punto di arrivo, ma di fatto è un ricominciare ogni volta da capo, perché ogni disco è un nuovo punto di partenza». E in questo disco c'è una chicca, una poesia di Emily Dickinson,«Themornsaremeekerthantheywere»,musicatada SergioEndrigo.Comemai questascelta? «Ah, ma quella è una cosa stupenda, estremamente naïf e ingenua. Endrigo lesse una poesia della Dickinson e la apprezzò così tanto da metterla in musica, anche se non la pubblicò mai. Un brano di una purezza enorme, di cui mi sono innamorata follemente. Per me lui non è stato capito fino in fondo, anche se ho scoperto che tanta gente vicina a me colleziona i suoi vinili e li ascolta. Endrigo ha corso, cascandoci in pieno, il rischio a cui vanno incontro quelli che sono avanti rispetto al tempo in cui vivono». Equalè? «L'incomprensione». Etu,chetiseiprodotta il tuo disco e ne hai scritto, insieme aPaoloConte,Pacifico e Tricarico, buonapartedeitestiedellemusiche, qualerischiocorri? «Beh, ma questo è il climax dell'ingenuità e dell'incoscienza!». MUSICA L'eventoFinalmente dopoquattroanni edopol'annullamento delledateestive, il quintettoarriva in Italia ARIELBERTOLDO ROMA Radiohead Rock visionario MalikaAyane Unavocespeziata Parladelnuovodiscouscito ieri, «Ricreazione».Fra lecanzoni dicuièpiùorgogliosac'è unapoesiadiEmilyDickinson musicatadaEndrigoemaiedita VALERIOROSA vlr.rosa@gmail.com U: 20 mercoledì 19 settembre 2012
Chris Stevens è solo il primo della lista. Altri ne seguiranno. La «caccia agli ambasciatori» è appena iniziata. Al Qaeda del Maghreb islamico (Aqmi) ha rivolto un appello ai suoi seguaci a «seguire l'esempio» dell'attacco al consolato Usa a Bengasi e a uccidere tutti gli ambasciatori americani nell'area. A riferirlo è IntelCenter, il centro americano di monitoraggio antiterrorismo dei siti islamici. «Esortiamo i giovani dell' Islam a seguire l'esempio dei leoni di Bengasi tirando giù la bandiera americana dagli edifici delle ambasciate nelle nostre capitali, a bruciarle, a calpestarle e ad uccidere gli ambasciatori e i rappresentanti, o cacciarli via e purificare la nostra terra dalla loro sporcizia per vendicare l'onore del nostro profeta», si legge in un comunicato apparso sul web. Nel suo messaggio, Aqmi definisce l'uccisione dell'ambasciatore Stevens in Libia «il più bel regalo» per tutti gli estremisti islamici in occasione dell'anniversario dell'11 settembre. Il gruppo rivolge un appello ad attaccare le ambasciate americane negli altri Paesi del Maghreb (Tunisia, Algeria, Marocco e Mauritania) e a uccidere gli ambasciatori. «Rivolgiamo un appello ai giovani musulmani a seguire l'esempio dei leoni di Bengasi, a tirare giù le loro bandiere e a bruciarle prima di uccidere i loro ambasciatori, i rappresentanti americani, o di cacciarli». Dal film blasfemo a vignette altrettanto «infuocate». Il settimanale satirico francese Charlie Hebdo pubblicherà sul prossimo numero, oggi in edicola, diverse caricature del profeta Maometto. Lo annuncia il direttore del settimanale transalpino, Charb, sottolineando che le «immagini scioccherano coloro che vogliono essere scioccati leggendo un giornale che non leggono mai». Charb, interpellato dall'emittente I-Tele, ha aggiunto che i disegni che saranno pubblicati nelle pagine interne non sono più provocatori del solito. «La libertà di stampa è una provocazione?», afferma deciso. «NOAGLIECCESSI» Il primo ministro francese Jean-Marc Ayrault ha espresso la sua disapprovazione sull'iniziativa, condannando «tutti gli eccessi» e lanciando un appello alla «responsabilità». Il primo ministro si schiera in difesa della «libertà d'espressione» e «tiene ad affermare la sua disapprovazione per qualsiasi eccesso» in questo contesto, appellandosi allo «spirito di responsabilità di ciascuno». Lo riferisce una nota di Palazzo Matignon. Laurent Fabius, ministro degli esteri francese, si è detto «contro ogni provocazione» e ha ricordato l'esistenza in Francia della libertà d'espressione commentando le annunciate vignette su Maometto in uscita oggi sul settimanale satirico francese Charlie Hebdo. «La libertà di espressione non vuol dire insultare Paesi o popoli», ha detto Fabius, in visita al Cairo, dopo l'incontro col collega Mohamed Amr sul film anti Islam. «Non accettiamo che la libertà di espressione venga male usata», ha sottolineato il titolare del Quai d'Orsay. «Non stamo facendone cattivo uso», ribatte il direttore del settimanale satirico. La preoccupazione è forte. A Parigi c'è chi teme che la «provocazione» di «Charlie Hebdo» possa scatenare la protesta, anche violenta, della comunità islamica francese. ESCALATION In un'altra giornata carica di tensione per il film anti-Islam prodotto negli Stati Uniti, un nuovo attacco suicida ha fatto a pezzi 12 persone, tra cui otto sudafricani, nei pressi della capitale aghana di Kabul. A seminare morte è stata una kamikaze di 22 anni che - sulla strada dell'aeroporto internazionale - ha lanciato la propria auto contro un pulmino di una società privata legata agli americani. L'attacco - il più sanguinoso in Afghanistan da quando la misteriosa pellicola di un cristiano copto ha infiammato il mondo musulmano - è stato rivendicato dal gruppo armato Hezb-i-Islami di Gulbuddin Hekmatyar che, insieme ai talebani, lotta contro la Nato e contro il governo di Karzai. In un comunicato si fa riferimento esplicitamente al video «L'innocenza dei musulmani» che ormai da sei giorni solleva violente proteste e scontri con la polizia in decine di Paesi. Nell'attacco di ieri compiuto dalla kamikaze con indosso un burqa sono morti, oltre agli otto sudafricani (la prima volta che cittadini di questo Paese sono vittime di un attentato in Afghanistan), anche un uomo del Kirghizistan e tre afghani. Nella rivendicazione, il portavoce Haroon Zarghoon, ha rivelato che la ragazza, di nome Fatima, aveva una carica di 200 kg di esplosivo nell'auto con cui si è schiantata contro il furgone su cui si trovavano le vittime. La scelta del pulmino non è stata casuale: la società Acs opera nel settore del trasporto aereo ed è utilizzata dall'ambasciata degli Stati Uniti a Kabul per il trasporto di persone. ILCOMMENTO U.D.G. Il senso della decisione è chiaro: la Nato si fida sempre meno dei suoi alleati afghani. Non ha altra spiegazione il fatto che le truppe straniere d'ora in poi accettino di svolgere operazioni congiunte con le forze di sicurezza di Kabul, solo se si tratta di iniziative su ampia scala. A livello di battaglione, come viene specificato, vale a dire quando sono coinvolte parecchie centinaia di elementi. E se la Nato non si fida, la ragione è piuttosto semplice. Sono diventati troppo frequenti gli atti ostili compiuti da uomini in divisa locali contro i soldati stranieri, americani soprattutto. Nel solo 2012 si contano già 30 episodi per un totale di 51 militari del contingente Nato uccisi (ben 15 nel solo mese di agosto). In gergo, con riferimento al colore delle uniformi, si chiamano attacchi «green on blue». In alcuni casi la molla che li ha scatenati era di natura personale: incomprensioni, rancori, attriti di natura culturale o religiosa o ideologica. In un quarto dei casi i protagonisti erano ribelli infiltrati, avvicinatisi al movimento talebano durante il servizio o addirittura segretamente affiliati alle organizzazioni integraliste prima ancora di arruolarsi. Il fenomeno è nuovo, e solo in parte si spiega con l'accresciuto numero di afghani entrati a far parte dell'esercito e della polizia, perché assieme al reclutamento sono cresciuti il numero degli istruttori stranieri e la qualità dell'addestramento. Nell'annunciare la svolta, i responsabili dell'Isaf (la missione internazionale a guida Nato) hanno precisato che eventuali pattugliamenti misti, che richiedono l'impiego di un numero limitato di elementi, saranno valutati «caso per caso». E parlano di «misure prudenziali, temporanee, per ridurre la nostra vulnerabilità». Commentando le scelte, il capo del Pentagono Leon Panetta ha manifestato preoccupazione per l'accresciuta frequenza di questi attacchi dall'interno dello schieramento che dovrebbe fronteggiare unitariamente la minaccia integralista. Ma ha assicurato che «non perderemo di vista il nostro compito, che è di continuare ad agire per assicurare un pacifico passaggio della gestione della sicurezza in mano afghana». La transizione di cui parla Panetta dovrebbe completarsi entro il 2014, quando non ci saranno più forze di combattimento straniere sul suolo afghano. Il calendario del ritiro è scritto, e le tappe sinora sono state rispettate. In qualche caso addirittura accelerate da parte di qualche componente nazionale dell'Isaf, come la Francia. La domanda che tutti si pongono riguarda la situazione in cui si troverà il Paese alla fine del 2014. Americani e alleati, non meno che il governo Karzai, ritengono ormai impossibile l'annientamento del nemico. L'ipotesi di una vittoria conseguita unicamente con le armi è considerata del tutto irrealistica. Sempre di più le speranze di una soluzione positiva sono affidate al negoziato che, per così dire a luci spente, stanno conducendo fra mille difficoltà rappresentanti del movimento talebano, degli Stati Uniti, e di Kabul. Incontri riservati sono avvenuti a Dubai. Alte personalità dell'ex-regime teocratico sono state invitate alla conferenza dei Paesi donatori svoltasi a Tokyo in luglio. Non si sa quasi nulla dei risultati sinora conseguiti, ma il dialogo va avanti. Ha trovato poco rilievo sui media internazionali, ma è ritenuto importante dagli addetti ai lavori, l'ultimo messaggio diffuso dal mullah Omar, capo dei talebani in agosto: «L'emirato islamico di Afghanistan (così i talebani chiamano lo Stato di cui dicono di essere a capo) vuole buone relazioni e interazioni reciproche con il mondo. E assicura che non permetterà ad alcuno di usare il suolo afghano contro chiunque altro». Tradotto dal politichese integralista significa che i talebani, qualora giungessero al potere, da soli o con altri, non intendono più dare ospitalità ad Al Qaeda. Lo sforzo dei cosiddetti Studenti del Corano è quello di presentarsi ai concittadini come un movimento nazionale che vuole la partenza degli stranieri e l'affermazione dei valori islamici, ma non intende trascinare nuovamente l'Afghanistan in avventure come quella che nel 2001 portò all'intervento anglo-americano e alla caduta del regime teocratico. AUNIRE L'ARCIPELAGOJIHADISTAE GLIAUTORIDEL FILM BLASFEMOSUMAOMETTO,C'ÈUN OBIETTIVOCOMUNE:CANCELLARELE «PRIMAVERE ARABE»E AFFOSSARELA «DEMOCRAZIA ISLAMICA». Il film sul Profeta è solo la miccia che rischia di far esplodere la polveriera islamica. È il pretesto, non la causa di un malessere che trae origine da una speranza che non si è tradotta compiutamente in realtà: quella di coniugare benessere e giustizia, lavoro e diritti civili. Era questo lo spirito originario della «rivoluzione jasmine» tunisina e della rivolta di Piazza Tahrir egiziana. La transizione tra il vecchio ordine fondato su gerontocrazie da sempre al potere - e un nuovo assetto democratico, si è rivelata più complessa e contraddittoria di quanto si paventava. Ma l'affermarsi, in Egitto come in Tunisia, di movimenti islamici, come i Fratelli Musulmani ed Ennahda, non equivale, come qualche nostalgico dello «scontro di Civilità» ha sostenuto, all'affermarsi di un «Inverno islamista». La realtà è altra ed investe l'istituzionalizzazione di movimenti e partiti islamici in Medio Oriente e oltre, sul «modello turco». La scommessa è quella di impiantare una «democrazia islamica» capace di coniugare tradizione identitaria e modernità sociale; una democrazia che assuma il principio universale di libertà. Libertà politica. Ma, soprattutto, libertà religiosa. Soprattutto, perché libertà religiosa significa entrare nel profondo della persona, dei suoi valori. Soprattutto, perché libertà religiosa significa, nel composito mondo arabo e musulmano, dare sostanza al principio del rispetto delle minoranze. È il caso dei copti in Egitto: una comunità che rappresenta circa il 10% della popolazione, circa 9 milioni di persone. Nel suo recente viaggio in Europa, il presidente egiziano, Mohamed Morsi ha affermato che le relazioni fra musulmani e copti sono strette, rilevando che «la porta della presidenza è aperta a tutti» e che sono in corso contatti permanenti con i rappresentanti delle Chiese in Egitto. Ma i rapporti in Egitto, tra musulmani e copti, restano legati ad un fragile equilibrio, che le proteste contro il «film blasfemo» rischia di spezzare. L'autore del film, infatti, è un cristiano copto di origine egiziana che vive negli Stati Uniti. Il rischio è che le colpe del singolo vengano fatte ricadere su una comunità che già tante, troppe volte, in un passato anche recente è stata vittima di sanguinosi attacchi. Evitare che ciò si ripeta è il primo, severo, banco di prova per Mohamed Morsi e la «democrazia islamica». Rispetto, tolleranza, dialogo. Valori universali, che vanno praticati nella quotidianità. Lo strumento è quello del dialogo che, a sua volta, è chiamato a realizzare un principio troppo spesso disconosciuto. Il principio di reciprocità. Rivendicare la propria libertà religiosa senza negarla all'altro da sé. È questo un passaggio cruciale nel processo di democratizzazione del Medio Oriente. Pensare che ciò possa avvenire in pochi mesi o linearmente, è un'illusione. Ma è questa la sfida per l'Islam «secolarizzato». L'Occidente ha tutto l'interesse a sostenerlo. In gioco c'è un futuro condiviso di libertà. Libertà religiosa banco di prova per gli islamici moderati MONDO . . . Il ritiro dei contingenti internazionali resta fissato per la fine del 2014 Ma qualcuno accelera Parigi, vignette sull'Islam «Hebdo» sfida le proteste Protesta islamica in Pakistan FOTO DI AKHTER GULFAM/ANSA-EPA Il governo francese critica il settimanale Al Qaeda: uccidete i diplomatici Usa Kamikaze a Kabul UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it . . . Dall'inizio dell'anno ci sono stati 51 morti Isaf sotto il fuoco delle forze di sicurezza locali Infiltrati tra le truppe afghane Stop Nato alle missioni miste GABRIELBERTINETTO gbertinetto@unita.it mercoledì 19 settembre 2012 15
Molti iscritti al Movimento nonhanno ancora completato laprocedura di certificazione»: orpo, occorre muoversi, sennò la votazione per scegliere i candidati da inserire nelle liste elettorali non sarà una cosa seria. E Grillo vuole che sia una cosa seria. Quando si ride si ride e quando no è no. Adesso è no, dopo la strigliata durissima sulle procedure interne, sul livello di democrazia che muove la cinque stelle tra piani alti e piani bassi operata da Favia in tv e non on line, ecco che l'enfant prodige della politica italiana si muove come ben strutturata, non si sa quanto gioiosa, macchina da guerra. E siccome sono in guerra, anche le procedure destinate a garantire la correttezza delle “primarie” sono rigorose, blindate, animate da quella iper-affidabilità che viene in genere pretesa da un meccanismo militare. Anzi, siamo a un passo dal trionfo del dio Controllo, o, per dirla con Casaleggio e con le sue visioni suggestive, a un passo da Gaia. Per chi non ha approfondito, sul sito della Casaleggio troneggia una proiezione futurista dell'avvenire mondiale sistemata in un filmetto di qualche minuto. L'esperto di marketing sul web può, con questo spot, illustrare come andrà a finire: e cioè che, dopo guerra ed ecatombe miliardaria, l'umanità ridotta all'osso entrerà nello spirito della lennoniana canzone “Imagine”: niente religioni, niente cattiverie, un unico popolo terrestre ben piantato, nelle sue singolarità, nel web, vettore di identità, vita e riconoscibilità. Il tutto si chiamerebbe, appunto, “Gaia”, che è sempre un bel nome. Quindi, bruciando i tempi, per ora si passa dalla riconoscibilità degli iscritti pregati di sbrigarsi a presentare carta d'identità – fotografata – oppure passaporto, oppure oppure. Generalità, foto, non una qualsiasi: quella della carta d'identità. Solo in questo modo, dopo aver passato questa bella forca caudina, avrai diritto ad esprimere un voto sui candidati. Niente di pazzesco: non è da ieri che i partiti, compresi quelli di sinistra, i meglio disposti nei confronti di questo passaggio decisionale, si dannano per trovare una strada insieme aperta e non inquinabile. Nel frattempo, passa l'apertura, e cioè, chi legge questo giornale lo sa bene, il Partito democratico – giudicato nemico numero uno dal grillismo montante – mette in cantiere delle primarie aperte, apertissime, al punto che un suo candidato può permettersi di chiedere il voto alle coscienze di destra. Ma questo è il paradosso fantasticamente possibile, ma speriamo irrealizzabile, di una situazione che nella sostanza è innervata da una strepitosa disponibilità della forma partito nei confronti della società reale, a questa si affida, da questa accetta di essere messo in discussione, smentito addirittura se sarà il caso. E il caso è già “stato”. Questo, comunque, è il partito che – assieme alla Sel – viene demonizzato da Grillo e dai suoi fan più religiosamente devoti al capo, come rappresentante di una tribù di zombie - la casta della politica – incapace di cambiare, di accettare il nuovo che avanza, di stare al passo con i tempi. Fossili, ribadisce Grillo anche mentre passa all'azione, nient'altro che cadaveri putrefatti. Quando sarà più vecchio spenderà parole e parole per spiegare che, essendo lui un comico, quando diceva quelle cose non pretendeva fossero prese alla lettera e che solo dei babbioni potevano accettare quelle battute – che pure qualcosa di sincero contenevano – come verbo divino. Ma intanto, ecco che il non partito, il movimento più liquido della terra, la fonte di Gaia, per passare alla fase delle primarie stringe le maglie, chiude i cancelli, abbassa le serrande e apre dei gabbiottini on line per filtrare i votanti. Manca solo il cartello fuori dalla porta dei Cinque Stelle con scritto: «Non disturbare, ci stiamo contando». In altre parole, il più fluido dei soggetti politici di questo Paese sceglie la strada più militarizzata per passare alla scelta dei propri candidati. Insistiamo: è del tutto legittimo, così come è legittima la divertita meraviglia di chi osserva questo gran daffare tutto timbri e carte bollate messo in opera da chi predica quella gaia liquidità, fuori, però, non in casa. In casa ci si siede a tavola, per cena, solo se hai la carta d'identità. Sennò sei un cadavere putrefatto. Vallaurà barbùn. Visto? Avevo ragione io.Anche nel Pd si stannoaccorgendo che le prima-rie non possono diventa-re una conta tra le lorocorrenti e microcorrenti...che in questo modo non hanno senso». Dopo aver fatto balenare per due giorni l'ipotesi di un ritiro della sua candidatura, ora il leader di Sel commenta con soddisfazione la discussione che si è aperta dentro il Pd sulla «babele» delle primarie. E aspetta quel «chiarimento» che ha chiesto ai vertici democratici. E cioè che le regole per la competizione di fine novembre chiariscano senza ombra di dubbio «che non si tratta del loro congresso», ma di una consultazione «aperta a tutto il centrosinistra per dare una nuova guida al Paese». Le parole di Bersani, che lo ha invitato pubblicamente a non ritirarsi, anzi a essere «protagonista» dell'avventura delle primarie, gli hanno fatto piacere. Ma al governatore pugliese è molto chiaro che anche la sua incursione è stata accolta positivamente dagli uomini di Bersani. Nel senso che ha dato una mano a quanti vogliono fissare regole chiare per evitare la proliferazione delle candidature Pd, la resa dei conti tra le correnti. Vendola si gode anche il momento di ritrovata visibilità. Se uno degli obiettivi era quello di distogliere l'attenzione dei media dalla «bolla Renzi», qualche risultato è arrivato. Ora il leader di Sel ritiene che la palla stia tutta nel campo dei democratici. Che con all'assemblea del 6 ottobre dovranno fissare appunto le regole interne per stabilire chi può candidarsi e chi no. Nel frattempo i suoi emissari si vedranno con il braccio di destra di Bersani, Maurizio Migliavacca, per fissare le regole delle primarie di coalizione. Nichi dunque aspetterà alla finestra, scaldando nel frattempo i motori della sua macchina elettorale. Ma senza sciogliere del tutto la riserva almeno fino a quella data. Ieri lo ha ripetuto più volte ai suoi collaboratori: «Dobbiamo togliere dalla testa della gente l'idea che si tratti di un congresso del Pd». Se queste risposte arriveranno, allora lui si butterà nella mischia. Altrimenti è pronto a farsi da parte. La questione giudiziaria da lui stesso evocata, a questo punto non sarà un ostacolo insormontabile. Il gup di Bari si pronuncerà il 27 settembre, dunque per i primi di ottobre sarà tutto chiaro. I suoi confidano in una archiviazione: «Quell'inchiesta non ha alcun fondamento. Ma Nichi ha fatto bene a parlarne, per ribadire che sulla questione morale lui non ha ombre». C'è però un'altra variabile che potrebbe risultare decisiva. E cioè la legge elettorale. «È chiaro che una legge proporzionale alla tedesca renderebbe inutili le primarie di coalizione», spiegano gli uomini di Sel. «E in quel caso noi non avremmo alcun interesse a partecipare a una gara dentro il Pd per scegliere il loro capolista». In quel caso, infatti, «sarebbe difficile parlare addirittura di un'alleanza. Con il proporzionale ognuno corre per sé». Per Sel l'obiettivo sarebbe quello di superare il quorum del 5%, per riportare una pattuglia in Parlamento. E questo vorrebbe dire alzare i toni della campagna elettorale, anche contro i democratici, perché in quel tipo di campagna «la competizione più forte è tra i partiti più vicini». L'idea di un listone Pd- Sel, per puntare a ottenere l'ipotetico premio al primo partito, per ora viene tenuta nei cassetti. Se ne parla sottovoce, come extrema ratio. Da utilizzare solo se davvero passerà quel tipo di legge elettorale. E solo se i sondaggi sconsiglieranno la corsa in solitaria, pena il rischio di restare fuori un'altra volta. I dirigenti ne parlano poco e malvolentieri, perché nella base di Sel lo spettro dell'«annessione» da parte dei democratici è vista come fumo negli occhi. Nel quartier generale di Sel, però, nessuno pensa che Bersani accetterà una riforma del Porcellum di quel tipo senza colpo ferire. «Per lui è indispensabile salvare l'idea della coalizione, e quella che la sera del voto si sappia chi governerà», è la convinzione dei vendoliani. Loro almeno spingono in questa direzione. Un ragionamento che, nel corso della discussione sulla legge elettorale in Senato, potrebbe anche farsi più ruvido nei confronti dei vertici del Pd. Della serie: «Senza premio di coalizione saltano tutte le intese tra noi». C'è poi il tema del ritiro pro-Bersani, quello che “il manifesto” ieri ha definito il «soccorso rosso» di Nichi, che si farebbe da parte, anche in caso di primarie di coalizione, per far confluire i suoi voti su Bersani. Un'ipotesi che viene respinta ribaltando il ragionamento: «Non è affatto vero che l'assenza di Nichi favorirebbe Pier Luigi. Anzi, è vero il contrario: noi mobilitiamo un elettorato giovane, che chiede una profonda innovazione», spiegano fonti di Sel. «Quindi un popolo che, per certi versi, è più sovrapponibile a quello di Renzi». «Solo che noi puntiamo a una novità di sostanza, non alle vecchie tesi liberiste riverniciate», è l'inevitabile chiosa. ILCASO Grillo fa le primarie di partito: votano solo gli iscritti Il comico5stelleordina: peressereammessialvoto sullaconsultazioneon-line occorre l'iscrizione eancheallegare unapropria foto... TONIJOP ROMA Il segretario del Partito Democratico Pier Luigi Bersani FOTO DI FABIO CAMPANA/ANSA Vendola aspetta il chiarimento «Anche il Pd vede il problema» Il leaderdiSel soddisfatto per leparolediBersani, che loha invitatoanon ritirarsi.«Si fastrada l'idea cheleprimariesono dicoalizioneenondelPd» ANDREACARUGATI ROMA . . . Resta il nodo della legge elettorale. «Se passa il tedesco niente gazebo e niente alleanza» ILRETROSCENA mercoledì 19 settembre 2012 3
Ilva, ecco il piano per il risanamento PINOSTOPPON ROMA Ci sono luoghi nel nostroPaese dove si muore dipiù. Sono i luoghi che sitrovano in prossimitàdelle aree inquinate:grandi centri industriali attivi o dismessi, aree dove si smaltiscono rifiuti industriali e/o pericolosi. A dirlo questa volta sono i risultati di un'indagine durata dal 2007 al 2010 e che ieri sono stati presentati al ministero della Salute, presente il ministro Balduzzi e il ministro per l'ambiente Clini. Il progetto, coordinato dall'Istituto Superiore di Sanità, si chiama Sentieri, che sta per Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento, e riguarda l'analisi della mortalità delle popolazioni residenti in prossimità di alcune aree chiamate Sin, ovvero Siti di interesse nazionale per le bonifiche. Si tratta di zone che presentano un quadro di contaminazione ambientale e di rischio sanitario tale per cui sono state inserite già dal 2006 nel Programma nazionale di bonifica. Di Sin in Italia ce ne sono 57: 21 al nord, 8 al centro e 15 al sud. Qualche nome: Taranto, Massa Carrara, Litorale Domizio Flegreo, Terni, il bacino del fiume Chienti, Priolo, Sulcis Iglesiente. Il progetto Sentieri ne ha presi in esame 44 andando a vedere quanto e di che cosa muore la popolazione che risiede in prossimità di ognuno di essi. Di quanta gente si tratta? Secondo il censimento del 2001 parliamo di circa il 10% della popolazione italiana, quasi sei milioni di individui. I ricercatori hanno preso in esame la mortalità in queste aree nel periodo dal 1995 al 2002 analizzando ben 63 cause di morte, dai tumori alle malattie respiratorie, dalle malattie dell'apparato circolatorio alle malformazioni congenite. E hanno visto che è più alta di quanto ci si aspetterebbe. In particolare, la mortalità per le cause associabili alle esposizioni ambientali nei Sin supera di circa il 15% il valore atteso. Qui dunque si muore di più che nel resto del Paese. Ma perché? È colpa dell'inquinamento o c'è dell'altro? In alcuni casi il nesso causa-effetto è chiaro: in cinque dei sei siti inquinati dalla presenza di amianto (Balangero, Casale Monferrato, Broni, Bari-Fibronit e Biancavilla) si sono osservati incrementi della mortalità per tumore maligno della pleura che è, appunto, malattia provocata dall'inalazione delle fibre d'amianto. In altri casi, quando la mortalità riguarda malattie dovute a più fattori, trovare i colpevoli è complesso. Tuttavia in alcuni casi si può «attribuire la causa all'esposizione ambientale associata alle emissioni di impianti come raffinerie, poli petrolchimici e industrie metallurgiche». Così, ad esempio, l'incremento di mortalità per tumore polmonare e malattie respiratorie a Gela e Porto Torres sembra essere collegato alle emissioni di raffinerie e poli petrolchimici, mentre a Taranto e nel Sulcis Iglesiente a quelle degli stabilimenti metallurgici. In particolare, a Taranto si è riscontrato un eccesso tra il 10 e il 15% nella mortalità generale e per tutti i tumori, del 30% per i tumori al polmone sia negli uomini che nelle donne, del 50% dei decessi tra gli uomini e del 40% tra le donne per malattie respiratorie acute. Ma Sentieri dice anche dell'altro, come ha sottolineato il ministro Balduzzi: «Il progetto ha mostrato che in quelle stesse zone la percentuale della popolazione svantaggiata dal punto di vista socio-economico è più elevata della media». Oltre alle diseguaglianze nell'esposizione agli inquinanti c'è da cogliere anche le diseguaglianze socio-economiche che sono anch'esse causa di mortalità. Per quanto riguarda Taranto, il ministro ha reso noto che si è in attesa di 3 complementi di indagine: un monitoraggio che tenga conto di quello che ha prodotto il lavoro di bonifica; un monitoraggio biologico su 50 allevatori per rilevare la presenza di diossina e metalli pesanti i cui risultati si attendono per il 12 ottobre; un'indagine sui mitili condotta con l'Istituto zooprofilattico di Taranto. Si muove il parlamento, si muove l'azienda e i magistrati continuano a chiedere il rispetto della legge. Il cerchio che si stringe intorno all'Ilva è sempre più stretto, ma non è detto che le prospettive siano poi così negative, visto che il più importante polo siderurgico nazionale sta a cuore a tutti. Lo ha dimostrato ieri, come non sempre è successo in passato, anche la politica, con l'approvazione a larghissima maggioranza il decreto legge ad hoc che ora passerà al vaglio del senato. Il decreto, che ora passa al Senato, è stato approvato a Montecitorio con 430 sì, 43 no e sette astenuti. Contro il testo hanno votato solo i deputati della Lega, che nel corso dell'esame alla Camera del provvedimento hanno praticato un duro ostruzionismo. Ad astenersi sono stati i Radicali eletti nel Pd. Il protocollo d'intesa «per interventi urgenti di bonifica, ambientalizzazione e riqualificazione di Taranto» prevede risorse per «interventi di riqualificazione ambientale» pari a «un importo complessivo di 336 milioni di euro»: 329 pubblici e 7,2 privati. Di questi, 119 milioni vanno alle bonifiche, 187 per interventi portuali, e 30 per il rilancio industriale per investimenti produttivi caratterizzati da un elevato livello tecnologico. Il documento contempla successivi accordi di programma attuativi, da stipularsi entro 30 giorni dall'effettiva formalizzazione delle risorse. PIANOSTRATEGICO Nel frattempo, come detto, l'Ilva ha presentato alla procura per mano di Bruno Ferrante un piano di interventi immediati per il risanamento ambientale degli impianti posti sotto sequestro. Il presidente ha precisato che «la somma di 400 milioni di euro che l'Ilva intende investire per gli interventi immediati di risanamento degli impianti degli impianti comprende anche i 146 milioni di investimenti annunciati nelle scorse settimane dall'azienda. Abbiamo chiesto al governo un accordo di programma che contenga gli interventi di risanamento ambientale ma anche iniziative che possano sorreggere l'azienda nello sforzo così grande che sta sostenendo». Articolato e con scadenze differenziate il piano di interventi che, secondo l'azienda, «permetteranno la riduzione delle emissioni di polveri e altri inquinanti». Gli interventi previsti nei parchi minerali sono finalizzati all'abbattimento delle polveri diffuse prodotte dallo spolveramento dei cumuli. «L'insieme degli interventi ridurrà le polveri del 70 - 90% sulla base delle garanzie fornite da società specializzate del settore», precisa il piano. Per quanto riguarda la copertura dei parchi minerali, Ilva ha dato incarico alla società Paul Wurth di progettare un sistema per la copertura. Gli interventi immediati già avviati e in corso di realizzazione sono la «impermeabilizzazione dei parchi primari», il «completamento della barriera frangivento prescritta dall'Aia, che può essere ultimata entro la fine dell'anno, se verrà revocato il blocco», la «filmatura settimanale dei cumuli», la «riduzione del 20% della giacenza media dei materiali nei parchi con conseguente riduzione dell'altezza dei cumuli e quindi della superficie esposta all'erosione del vento, già attuata e programmata in modo strutturale da meta ottobre. FILTRIATESSUTO Sono stati poi definiti interventi immediati sulle cokerie. Le batterie 9 e 10 sono già in fase di ristrutturazione. Le batterie 5 e 6 verranno fermate a partire da dicembre 2012. Gli interventi sulle 5 e 6 «permetteranno di migliorare le prestazioni ambientali delle stesse rendendole confrontabili a quelle delle batterie più moderne ed efficienti». Sono poi previsti «immediati interventi sugli altiforni 1 e 2 che inizieranno contestualmente alle batterie 5 e 6 in dicembre. Sono previsti interventi sull'agglomerato a partire dalla fermata dell'altoforno, con la «sostituzione della tecnologia a filtri elettrostatici con la tecnologia dei filtri a tessuto e potenziamento della capacita di aspirazione», oltre al «miglioramento delle prestazioni dei raffreddatori rotanti sia in termini di captazione delle polveri sia di aumento dell'efficienza energetica». Ci sono poi interventi nell'area acciaieria previsti da subito per «ridurre notevolmente le emissioni di polvere dall'acciaieria n.1 e servirà anche a contrastare i fenomeni di slopping», che causa l'espulsione di gas e nubi rossastre dai camini del siderurgico. LUCIANACIMINO ROMA Fumare costa. Non solo al proprio portafoglio ma anche alla collettività. La spesa del Sistema Sanitario Nazionale per lottare contro i danni causati dal tabagismo è passata da 4,2 miliardi nel 2005 a 7 miliardi nel 2011, secondo i dati forniti dal presidente della commissione d'inchiesta del S.s.n, Ignazio Marino che ha presentato ieri in Senato uno studio sul fumo redatto dall'associazione i-think, da lui presieduta. Lo studio sottolinea come ogni anno il vizio della sigaretta provochi 70mila morti (il 15% del totale), attribuibili a malattie legate al consumo di tabacco, dall'enfisema alla broncopolmonite. Ma si sofferma anche sull'incidenza che il gesto di accendersi una “bionda” ha sui ragazzini. Che cominciano vedendo non solo i genitori e i coetanei fumare (l'82% dei ragazzi delle superiori e il 51% delle medie ha compagni che fumano) ma anche i propri insegnanti: quasi 8 insegnanti su dieci delle superiori (il 77%) Chi comincia a fumare a 15 anni ha «una probabilità di morire di cancro tre volte maggiore rispetto a chi inizia 10 anni più tardi», si legge nello studio di i-think «Generazione in fumo, strategie per non cominciare, strumenti per smettere». E' una insana abitudine che si prende da giovani. L'87% dei fumatori, infatti, inizia entro i 20 anni. Ogni giorno tra gli 80.000 e i 100.000 giovani iniziano a fumare e rimane vittima del tabacco una persona ogni 6 secondi. «La vita di un fumatore – ha spiegato Marino - è di circa 10 anni inferiore rispetto a quella di un non fumatore». L'unica chiave è dunque la prevenzione e secondo Marino il modo già c'è. «Tutti gli strumenti di deterrenza e di prevenzione per dissuadere i giovani dal cominciare a fumare e aiutarli a smettere sono contenuti nel ddl bipartisan, presentato insieme al presidente Antonio Tomassini nel 2010». Nel dettaglio: innalzamento a 18 anni per l'acquisto di tabacco; estensione del divieto di fumo alle pertinenze delle scuole; maggiori sanzioni per chiunque somministri tabacco ai minori; l'istituzione di un fondo per i danni del tabagismo; l'inserimento di un bugiardino nel pacchetto che riveli la quantità delle sostanze cancerogene contenute nelle sigarette. «È tutto lì, non c'è bisogno di nuove leggi» dice Marino. Ora, a distanza di due anni quel ddl potrebbe vedere la luce. Il Ministro alla Salute Balduzzi, si è detto infatti favorevole, giudicando «positivamente l'integrazione dei contenuti del decreto» sanità sul capitolo fumo «ove ci sia l'accordo della maggioranza parlamentare». Per Tomassini, presidente della commissione Sanità del Senato le strade sono due: «si potrebbe tradurre in emendamenti al decreto le nostre proposte o se cercare di riprendere l'esame del ddl che già aveva ottenuto la procedura deliberante. Noi continueremo a premere in entrambe le direzioni». Fumo, in arrivo giro di vite Tabacco solo ai maggioreni Veduta esterna dello stabilimento siderurgico dell'Ilva di Taranto FOTO ANSA C'è un'Italia inquinata dove si muore di più ITALIA Sottoaccusa57siti Per lapopolazione cheabitavicinoacentri industrialioaree dismaltimentodi rifiuti, mortalitàpiùaltadel 15% CRISTIANAPULCINELLI ROMA Spesso si impara a fumare a scuola Il presidente Ferrante deposita in Procura il progetto di interventi per 400 milioni di euro, riguarda tutti gli impianti dell'area a caldo posti sotto sequestro L'azienda chiede sia assicurata «una produttività minima» ILRAPPORTO mercoledì 19 settembre 2012 13
Montepremi 1.966.171,96 5+stella Nessun6Jackpot 6.742.262,98 4+stella 16.797,00 All'unico5+1 393.234,39 3+stella 1.109,00 Vinconoconpunti5 10.169,86 2+stella 100,00 Vinconoconpunti4 167,97 1+stella 10,00 Vinconoconpunti3 11,09 0+stella 5,00 Nazionale 26 83 41 6 13 Bari 15 35 67 78 6 Cagliari 90 33 29 62 7 Firenze 70 72 62 58 15 Genova 38 73 1 63 45 Milano 39 81 25 65 55 Napoli 29 49 19 51 30 Palermo 26 54 84 34 79 Roma 35 71 54 83 87 Torino 81 75 82 14 61 Venezia 76 43 46 28 27 LOTTO 10eLotto 15 26 29 33 35 38 39 43 49 5462 67 70 71 72 73 75 76 81 90 InumeridelSuperenalotto Jolly SuperStar 3 10 18 25 50 68 66 45 DESOLAZIONEROSSONERA,SUGLISPALTIEINCAMPO. IL MILAN PAREGGIA 0-0 CONTRO L'ANDERLECHT NELLA PRIMA PARTITA DEL GRUPPO C DELLA CHAMPIONS LEAGUE, COMPETIZIONE DA SEMPRE “HABITAT NATURALE”DELCLUBROSSONERO.Ma nemmeno nel suo regno, nemmeno nel suo stadio, il Milan riesce più a sentirsi padrone. Neanche la musichetta della Champions League sembra poter spezzare l'incantesimo che impedisce alla squadra di Allegri di vincere a San Siro: due sconfitte e un pareggio a Milano tra campionato e coppa. Qualcosa è cambiato, in negativo. Non soltanto sul piano del gioco e nella qualità della rosa. Anche i tifosi sembrano avere abbandonato la squadra. Oltre ai fischi, lo dicono anche i numeri: lo scorso anno per l'esordio in Champions League contro il Viktoria Plzen, San Siro aveva occupato 66mila posti degli 80mila a disposizione. Ieri sera erano attesi poco più di 30mila tifosi: ne sono arrivati appena 27mila, tra abbonati e paganti. Un altro dato oggettivo può spiegare la crisi rossonera. Gli uomini a disposizione di Allegri non sono più quelli della passata stagione. Quelli rimasti, come Boateng e Nocerino, sembrano le controfigure dei campioni che infiammavano gli spalti. Gli unici a surriscaldarsi invece sono i tifosi dell'Anderlecht, che incitano la squadra per novanta minuti, sovrastando qualche volta anche la curva di casa. Non solo: dimostrano anche di aver imparato bene la lingua italiana, profanando un tempio del calcio come San Siro con cori poco rispettosi verso gli avversari. Eppure anche i supporter milanisti, nonostante il punteggio a reti inviolate, sono riusciti a esultare per un gol. All'intervallo il maxischermo trasmette le azioni salienti del Paris Saint-Germain, vittorioso per 4-1 contro la Dinamo Kiev nel gruppo A. La seconda rete porta la firma di Thiago Silva. Il volto sorridente del brasiliano, idolo di casa a Milanello l'anno scorso, accende un'esultanza spontanea. Ma la gioia si spegne presto, sopraffatta dalla consapevolezza che il miglior difensore del mondo adesso gioca a Parigi. Prima di lui, un altro gol era stato accolto in modo opposto. Il rigore realizzato da Ibrahimovic, che aveva aperto le marcature al Parco dei Principi, viene sommerso dai fischi. Ibra e Thiago, rancore e amore. Due sentimenti contrastanti, spesso legati fra di loro quando una grande relazione finisce: è la storia finita male tra i tifosi del Milan e il loro passato vincente. Quella storia non esiste più. Atalanta e Anderlecht hanno risvegliato l'ambiente rossonero da eventuali sogni di gloria. Ma le due squadre hanno qualcosa in comune: entrambe hanno dato l'impressione di poter passare in vantaggio a ogni avanzata. Il calcio non è una scienza perfetta, ma a volte vi si avvicina molto: Allegri cambia l'ordine dei difensori, ma il risultato non cambia. Bonera, Acerbi, Mexes, Yepes. Li alterna tutti, ma la formula non funziona. Antonini addirittura lascia rimbalzare per due volte il pallone in area: un errore che di solito viene corretto dopo poche settimane di scuola calcio. L'unico che ringhia a centrocampo (sia agli avversari sia ai compagni) è Antonio Nocerino, che non a caso porta sulle spalle il numero ereditato da un lottatore come Gennaro Gattuso. Anche lui urlava ai compagni. Ma in base a un'altra formula una scossa può trovare continuità solo nei conduttori elettrici: a questo Milan di elettrico sono rimaste solo le creste di Mexes e Boateng. Al 60' il ghanese viene sostituito. Il centrocampista più patinato d'Italia viene applaudito dal pubblico, nonostante l'ennesima prestazione grigia. Ci prova El Shaarawy, che subentrato cambia un pò il ritmo e sembra poter accendere la luce ad un Milan spento e imbabolato, ma il suo colpo do testa è respinto da Proto. È uno dei pochi lampi di una sera triste e malinconica, perché il Milan sta imparando sulla propria pelle che non si può vivere solo di ricordi. Lo sa anche Allegri che vede il bicchiere mezzo pieno: «Stiamo crescendo un passetto alla volta». San Siro, però, sembra aver perso la pazienza. MASSIMODEMARZI TORINO SPORT I CAMPIONI D'ITALIA NELLA TANA DEI CAMPIONID'EUROPA.PERUNAJUVEIMBATTUTA IN CAMPIONATO DA 42 GIORNATE il primo ostacolo sulla strada che porta alla coppa dalle grandi orecchie si chiama Chelsea. Non poteva esserci debutto più affascinante, nel catino di Stamford Bridge, per la squadra di Carrera e Conte, che torna a risentire la musichetta della Champions League dopo un'attesa lunghissima. L'ultima volta che la Signora ha giocato nella competizione più prestigiosa fu l'8 dicembre 2009, quando la squadra allora guidata da Ferrara venne travolta all'Olimpico dal Bayern Monaco, un 4-1 che fece retrocedere la Juve in Europa League, la competizione che poi disputò (senza gloria) la stagione successiva, prima di trascorrere la scorsa davanti alla tv guardando le altre italiane, essendo rimasta esclusa da tutte le coppe. Da quel 4-1 di 1016 giorni fa è cambiato quasi tutto in casa bianconera. Andrea Agnelli è diventato presidente, Marotta amministratore delegato, Antonio Conte l'allenatore (anche se in panchina - salvo decisioni favorevoli del Tnas - fino a maggio dovrà lasciare il posto a Carrera), la rosa è cambiato quasi per intero. Non c'è più neppure Del Piero, l'ultima bandiera, così il giocatore di più lungo corso è Gigi Buffon, che stasera taglierà il prestigioso traguardo delle 400 presenze con la maglia bianconera. Una partita europea non era tanto attesa in casa Juve neppure nell'agosto del 2008, quando la Signora era tornata a giocare il preliminare di Champions a due anni dallo tsunami di calciopoli.Allora questo evento era sentito come un ritorno a casa, ma nessuno cullava sogni di gloria, questa Juve invece torna in Champions con l'ambizione di essere protagonista. Conte, in estate, aveva dichiarato di rivedere in questo gruppo «le stesse motivazioni feroci» che c'erano in quello guidato da Lippi nel 1995, quando partì l'avventura poi conclusasi con il trionfo di Roma nella finale contro l'Ajax. TESTEUROPEO Una squadra che in serie A non perde dal maggio del 2011 adesso deve misurarsi con l'elite del calcio internazionale per capire quanto davvero è tornata grande. Pensare a una Juve capace di arrivare fino in fondo, come le era riuscito nella seconda metà degli anni Novanta e poi nuovamente nel 2003 (l'anno delle finale di Manchester persa ai rigori contro il Milan) appare difficile, vista la concorrenza delle big spagnole ed inglesi. Sul piano del gioco la Juve è già adesso al livello delle migliori, ma non a livello di giocatori. In rosa non sono molti i top player, di sicuro non si vedono un Vialli, un Del Piero o un Trezeguet, come succedeva negli anni d'oro, per dare all'attacco quella consistenza necessaria per poter battere una grande. Ma si diceva lo stesso un anno fa in campionato, quando era partito il lungo testa a testa con il Milan di Ibra. E allora, in assenza di fuoriclasse assoluti, la Juve si aggrappa al suo miglior attaccante, Mirko Vucinic, già due volte a segno contro il Chelsea in passato (quando era nella Roma), per mettere paura ai campioni d'Europa. Che in avanti non hanno più il totem Didier Drogba, leader e trascinatore, assolutamente decisivo nella finale contro il Bayer. E la coppia Conte-Carrera, per dimostrare la sua fiducia nel ragazzo, affiancherà Giovinco a Vucinic: per la “formica atomica” un grande test internazionale per dimostrare di essere finalmente all'altezza dei palcoscenici più importanti. Buffon si è detto ottimista alla vigilia: «Lo scudetto della passata stagione è stato epico e arrivare in Europa da campioni d'Italia dà orgoglio e consapevolezza. Credo che ci siano 3 o 4 squadre favorite per la vittoria finale, poi subito dietro un gruppo nel quale inserisco anche la Juve. Vogliamo fare una grande Champions». MILAN 0 ANDERLECHT 0 MARTEDÌ 18 SETTEMBRE BuioaSanSiro IlMilannonc'è Conl'Anderlechtèsolo0-0 fra i fischi dello stadio deserto IVANOPASQUALINO MILANO KeviBoateng ingabbiatodai difensori dell'Anderlecht FOTO DANIEL DAL ZENNARO/ANSA C'eravamotantoamati Contro il Chelsea torna laJuvedaChampions L'8dicembre2009fu l'ultimavolta,quando lasquadraguidatada Ferraravennetravolta dalBayernall'Olimpico SERIEA Nonc'è l'okdelprefetto: Cagliari-Romasigiocherà aQuartuaportechiuse IlCagliari risponde all'invito dellaPrefettura: stop allavendita ai biglietti perCagliari-Romadi domenica.«La societàCagliariCalcio - si legge sul sitoufficiale del club -nonostanteabbiaposto inessereogni necessarioadempimento, prende attoche le valutazioniespresse dalla Commissioneprovincialedivigilanzasui locali di pubblicospettacolo nonconsentono allostato lo svolgimentodellaprossima partita Cagliari-Romacon i tifosiallostadiodi IsArenas aQuartu Sant'Elena». IlCagliari facapireche per il futuro non cidovrebbero essereproblemi:«Le criticitàda ultimo emersesembranoessere frutto dimalintesi con le autoritàpubblichepreposte, chesi confida dipoter risolverenei prossimi giorni».Pertanto lostopdovrebbe intendersi cometemporaneo equesto lascia aperta l'ipotesi che il Cagliari stia ancora tentando leultime carte per farentrare i tifosiallostadiogià da domenica. ... Nellealtregaredi ierivittorie per ilRealMadrid(3-2sulCity) edelPsg(4-1allaD.Kiev) graziea IbraeThiagoSilva MILAN: Abbiati; De Sciglio, Mexes, Bonera (29' st Yepes), Antonini; Flamini, De Jong, Nocerino; Boateng (15' st El Shaarawy); Emanuelson (33' st Constant), Pazzini (1 Amelia, 20 Abate, 23 Ambrosini, 22 Bojan) ANDERLECHT: Proto; Gillet, Wasilewski, Nuytinck, Deschacht; Bruno (33' st Juhasz), Biglia, Kanu (44' st Yakovenko), Kouyatè (33' st Praet), Kljestan, Mbokani (13 Kaminski, 20 Safari, 70 Vargas, 21 De Sutter) ARBITRO: Collum (Scozia) NOTE: ammoniti Wasilewski, Kljestan, Flamini e Mexes per gioco falloso. Angoli 4-3 per il Milan. Recupero 1' e 3'. Spettatori 26.263. U: mercoledì 19 settembre 2012 23
Mediaset si è sfilata dalla partita per l'acquisto de La7 con un comunicato ufficiale che ha piuttosto il sapore di una dichiarazione di guerra al gruppo Telecom, al quale con non poco astio da Cologno Monzese mandano a dire che sarebbe stato «utilizzato» il nome di Mediaset per dare «visibilità» alla vendita e far schizzare il titolo TiMedia in Borsa, come è avvenuto, quando sarebbe stata Mediobanca a invitare il Biscione a partecipare alla corsa per La7, ipotesi che il network di Berlusconi avrebbe scartato «da mesi» anche perché non rende. Resta ancora sul tavolo invece la manifestazione di interesse di Sky, espressa da Rupert Murdoch, l'amico-rivale di una vita per il Cavaliere. Si vedrà lunedì 24 se arriverà un'effettiva offerta, e il comitato di redazione de La7, in allarme, ha convocato un'assemblea il giorno prima: «L'importante è che arrivi uno che sa fare televisione davvero». Il 27 saranno valutate le offerte. Il passo indietro del network del Cavaliere era forse prevedibile come lo scoppio di quel «ballon d'essai» di cui aveva parlato Paolo Gentiloni del Pd, un farsi avanti per andare “a vedere” e poi non entrare affatto, il che però, non esclude che possano davvero partecipare all'acquisto altri soggetti, con i quali l'ex premier ha rapporti consolidati, se pur in modo diverso, quali possono essere H3g con l'ad per l'Italia, Vincenzo Novari, e il Fondo Clessidra di Claudio Sposito che è stato l'ad di Fininvest. Altri possibili acquirenti sono le americane Discovery e DisneyChannel, controllata da Liberty Media, il network tedesco Rtl, e la Cairo Communication, anche questo editore non lontano dal Cavaliere. Ieri comunque Bernabè, presidente del gruppo Telecom, ha alzato la posta visto anche il balzo in Borsa che ha avuto il titolo TiMedia (il 13% lunedì): «Non vendiamo a qualsiasi prezzo, nella valutazione si terrà conto del prezzo e del progetto industriale», perché «è una società che ha un valore importante». In euro sarebbe quantificato in alcune centinaia di milioni. In sequenza la notizia dell'interesse di Murdoch al “pacchetto” La7 è diventata pubblica lunedì sera, e ieri si è riunito il Comitato esecutivo del Biscione, con il vicepresidente Pier Silvio Berlusconi, il presidente Fedele Confalonieri e Gina Nieri. Alle cinque il comunicato da Cologno Monzese per «evitare ulteriori strumentalizzazioni e voci interessate prive di qualsiasi fondamento». Poi il racconto: Mediaset ha «ricevuto il 15 giugno 2012 un formale invito da Mediobanca a manifestare eventuale interesse per ottenere l'information memorandum relativo alla cessione», interesse confermato da Mediaset «il 22 giugno», spiega la nota del Biscione, ma «già a luglio l'esame dei dati in nostro possesso ha ribadito l'orientamento che ha sempre sconsigliato» l'acquisto da subito. Mediaset infatti si dice «estranea all'operazione fin da prima della pausa estiva». Poi l'attacco al gruppo di Bernabè: tanti auguri per la vendita e, malignamente, per «nuove brillanti performance borsistiche - senza più utilizzare il nome della nostra società per creare visibilità e interesse intorno alla dismissione di un'attività in cerca di acquirenti che vanta risultati di bilancio da sempre negativi». Una bella staffilata... Certo a un network come Mediaset non conviene acquistare una rete televisiva, e lo stesso può dirsi di Murdoch, se non con un interesse di controllo editoriale, ma questo sarebbe legato a un deciso ritorno in campo di Berlusconi. Più golose, anche per Sky, possono essere le frequenze e le “torri”, gli impianti, per avere così frequenze stabili su tutto il territorio sia da usare, magari per creare canali regionali, che da rivendere a privati e ad associazioni. Insomma, lo Squalo e il suo competitor hanno fatto un giro di poker, sono voluti andare a “vedere” il gioco degli altri e le carte, tanto manifestare interesse non costa nulla e non impegna (come avverrà con l'offerta del 25 settembre). Solo che Murdoch le carte le ha viste - si tratta del “memorandum” in cui l'advisor Mediobanca per Telecom ha dato le informazioni sulle caratteristiche della vendita ma anche sui concorrenti - mentre a Mediaset, quindi a Berlusconi, le carte sono state negate, prevenendo in anticipo una bocciatura dall'Antitrust, soprattutto della Ue. Nel caso della News Corp di Murdoch, Enrico Mentana (il cui tg ha fatto l'8% di share) non è tanto critico: almeno «sanno come si fa televisione», ha detto ieri, e anche se entrasse un De Benedetti «non me ne andrei». Il patron del gruppo Espresso, da parte sua, ha smentito trattative con Sky ma svilupperà «in modo autonomo» le proprie attività televisive. A Marau, piccolo atollo nell'arcipelago delle Salomone, un gruppo di donne in topless ha accolto Kate e William, che proseguono in mezzo al Pacifico le vacanze iniziate in Provenza. Non c'erano paparazzi in agguato, e comunque stavolta i principi, a differenza delle loro ospiti, erano vestiti. Nessun pericolo di incappare in un'altra disavventura fotografica come quella su cui si è pronunciata ieri la giustizia francese, condannando il settimanale Closer a consegnare alla famiglia reale inglese le immagini di Kate a seno nudo già pubblicate. Per ogni giorno di ritardo nella consegna la rivista dovrà pagare una multa di diecimila euro. La sentenza è stata emessa da un tribunale di Nanterre in base alla denuncia presentata dagli avvocati della Casa reale. La corte definisce «brutale» la divulgazione di quelle istantanee «che mostrano l'intimità di una coppia seminuda sulla terrazza di un'abitazione privata, circondata da un parco lontano parecchie centinaia di metri dalla pubblica via». Evidentemente, si legge nella sentenza, Kate e William «avevano tutte le ragioni per ritenersi al riparo dalla vista dei passanti». Per questo le foto scattate a loro insaputa «sono particolarmente intrusive». I giudici hanno vietato a Closer di ripubblicare o distribuire in Francia quelle immagini. Ma il provvedimento non riguarda la circolazione delle stesse foto in altri Paesi. Sinora oltre che in Francia sono uscite solo in Irlanda e in Italia. Nel nostro Paese le ha pubblicate «Chi», il settimanale scandalistico diretto da Alfonso Signorini, che non ha avuto difficoltà a procurarsele visto che Chi e Closer appartengono alla stessa casa editrice, la Mondadori di Silvio Berlusconi. Quest'ultimo e la figlia Marina hanno pilatescamente scaricato la responsabilità della scelta sulla direzione del giornale, fingendo che si tratti di una questione di libertà di stampa. Marina Berlusconi, presidente della Mondadori, ha chiamato in causa i «fiumi dell'antiberlusconismo più fazioso e ossessivo» per rispondere alle critiche della stampa italiana. «Mio padre - ha aggiunto con notevole faccia tosta Marina - si occupa di politica e con tutto il rispetto ha altro a cui pensare che a un servizio fotografico». Inoltre la Mondadori «impiega nel modo migliore quella libertà e autonomia che gli azionisti le hanno sempre doverosamente riconosciuto e anche in questa occasione si è limitata a fare il suo mestiere». In Irlanda invece il direttore del quotidiano «Daily Star» ha pagato cara la decisione di dare il servizio fotografico in pasto al pubblico. Michael O'Kane è stato sospeso dall'incarico e un'indagine interna è stata avviata su ordine della proprietà per stabilire come si sia arrivati alla pubblicazione. L'editore del giornale era contrario, il direttore ha agito di testa sua. Lo scandalo che ne è scaturito ha portato alla clamorosa defenestrazione di O'Kane. Soddisfazione a Buckingham Palace. Alcuni funzionari di palazzo fanno sapere che «il principe William e Catherine hanno sempre creduto che la legge fosse stata violata», quando vennero ripresi da lontano mentre prendevano il sole nel castello di Autet, appartenente a Lord Linley, un nipote della regina Elisabetta II. Il loro avvocato, Aurelien Hamelle, ha tracciato un paragone, in realtà piuttosto spinto, fra la vicenda dei suoi assistiti e quella di cui rimase vittima Lady Diana. Hamelle ha evocato la «caccia fatale» dei fotografi lanciati all'inseguimento dell'auto su cui l'ex-moglie del principe Carlo cercava di sottrarsi alla loro morsa. Invadenza dei paparazzi a parte, le due storie hanno in comune il Paese in cui sono avvenute, la Francia. Ma Diana perse la vita. Kate e William hanno perso solo parte della loro privacy. Condannato il settimanale Closer: per ogni giorno di ritardo la multa cresce di 10 mila euro Reali soddisfatti POLITICAE INFORMAZIONE GABRIELBERTINETTO gbertinetto@unita.it La7, ritirata Mediaset Si presenta Murdoch L'amministratore delegato di Telecom Italia Franco Bernabè FOTO DI MILO SCIAKY/ANSA NATALIA LOMBARDO INVIATA ATORINO Roberto Saviano e Fabio Fazio FOTO ANSA «Una battaglia vinta, è stato sanata una ferita»: così il direttore di RaiTre Antonio Di Bella ha annunciato ieri, con certezza, il ritorno della coppia Fazio-Saviano lunedì 1 ottobre in prima serata, come inizio di un rapporto «non episodico» con lo scrittore di Gomorra (nessuna data precisa anche per sicurezza), forse in un futuro «anche da solo». Dalla legalità alla cultura, nessun tabù e tanta satira «senza evitare le polemiche», il programma si chiamerà Chetempochefa del lunedì, ma avrà anche il meglio di Vieniviaconme e di Quello che (non ho). Una versione short di un'ora e mezza, dalle 21,05 alle 22,35. E l'8 ottobre la sfida con Celentano su Canale5, «ci inventeremo qualcosa». Un ritorno non facile, anche se previsto nei palinsesti nel contenitore del programma di Fabio Fazio. Ieri Di Bella è arrivato al Prix Italia di Torino da Milano molto soddisfatto: «È fatta, abbiamo l'accordo e lo studio, spostato da corso Sempione a via Mecenate», la scena sarà diversa dal talk domenicale di Fazio, e lo scrittore avrà una scrivania che salirà sul palco come un deus ex machina. Migrato a La7 quest'anno con «Quello che (non ho)» e un boom di ascolti, Saviano aveva sbattuto la porta Rai esasperato dai bastoni fra le ruote che l'ex direttore generale della Rai, Mauro Masi, aveva posto sullo show Vieniviaconme che fu visto da quasi 9 milioni di telespettatori. Ora a convincere lo scrittore a tornare in casa Rai è stato Fazio, spiega Di Bella, «per il rapporto di fiducia tra loro», e chissà che non porti Saviano anche sul palco di Sanremo. Fazio gli ha dato la garanzia della «piena libertà e di avere un editore che mette a suo agio l'artista, perché possa esprimersi al meglio». E non il contrario. L'ex dg Lorenza Lei aveva ridato il via libera allo show, ma ora Di Bella ha ringraziato il dg Luigi Gubitosi per averlo aiutato a rimuovere quegli «ostacoli burocratici» ancora presenti. Non lo dice, ma erano politici. E anche dall'altra parte, a La7, hanno cercato di trattenere lo scrittore che ormai è un personaggio mediatico di alto livello. A contenderselo Paolo Ruffini (ora a La7 e prima a RaiTre) e Di Bella, tornato al suo posto: «La considero una vittoria di Fazio, e mia personale», ha spiegato. Un successo il contratto a Saviano rinnovato, grazie a «un lavoro certosino con olio di gomito», più che soldi, «ne abbiamo pochi». Saviano-Fazio ritorno in Rai dal 1° ottobre «Ferita sanata» N. L. INVIATA ATORINO . . . Offerte fino al prossimo 25 Mentana: «Se entrasse un Debenedetti non me ne andrei» Il giudice francese: consegnate le foto a Kate Kate e William FOTO LAPRESSE . . . Marina Berlusconi: «Mio padre si occupa di politica non di servizi fotografici» Il Biscione attacca: «Non siamo interessati, la notizia diffusa per far volare le azioni» Bernabé: «Non svenderemo l'azienda» 8 mercoledì 19 settembre 2012
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19/09/12
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