L'intervento Articolo 18, sbagliata la via del referendum Emilio Gabaglio Presidente Forum lavoro Pd L'INIZIATIVAREFERENDARIAINTEMADILA-VORO PROMOSSA DA UN AMPIO SPETTRO DIFORZEDISINISTRA(anche se con la presenza di qualche formazione che è difficile definire tale) si presta a molteplici obiezioni. Innanzitutto essa appare corrispondere più ad esigenze di posizionamento politico dei sottoscrittori che non ad ottenere i risultati sperati dato che, se ammesso, il referendum potrà in ogni caso svolgersi solo nel 2014, mentre costituisce nell'immediato un diversivo rispetto a ben altre priorità dettate dalla crisi, come è di quotidiana evidenza, ed alla necessità non di dividere ma di realizzare il massimo di unità del campo progressista per costruire risposte all'altezza dell'emergenza occupazionale che il Paese sta vivendo. Ma al di là delle ragioni di opportunità a sorprendere è anche l'insistenza al ricorso al referendum per affrontare questioni complesse come quelle della regolazione dei rapporti di lavoro che mal si prestano all'utilizzo di questo strumento, per richiedere invece una mediazione politica e soluzioni legislative che tengano conto anche dell' apporto delle parti sociali dato che l'effettività delle norme dipende non poco dai loro concreti comportamenti. D'altra parte almeno alcuni dei promotori non dovrebbero essere immemori di altre esperienze referendarie, come quella del 1995 sull'articolo 19 della Statuto, il cui esito ha finito per ritorcersi contro di loro privandoli oggi dei legittimi diritti di rappresentanza nei luoghi di lavoro. Quanto al merito dei quesiti quello sull'articolo 18 dello Statuto volto a ristabilire il testo precedente alla riforma Fornero in materia di licenziamenti, ha suscitato subito una maggiore attenzione, mentre assai meno ne ha prodotto il secondo volto ad abrogare l'articolo 8 della legge 148 dello scorso anno sulla possibilità di derogare ampiamente a livello aziendale non solo ai contratti nazionali ma anche a disposizioni di legge, anche se i riflessi di quest'ultimo sono oggettivamente molto più gravi e costituiscono un'interferenza nell'autonomia delle parti sociali. Ritornare al passato sull'articolo 18 è francamente una scelta sbagliata non tanto e solo perché le modifiche apportate fanno parte degli impegni presi a livello europeo, a cui disinvoltamente non ci si potrebbe ora sottrarre senza pagarne le conseguenze, ma anche e soprattutto perché a fronte di propositi deregolatori ben più gravi, il compromesso raggiunto, pur innovando la normativa, in analogia peraltro con le disposizioni presenti negli ordinamenti di altri Paesi e tra questi la Germania, non priva i lavoratori della necessaria protezione anche in caso di licenziamento per motivo oggettivo, economico o organizzativo, anche se consente un'alternativa tra risarcimento e reintegrazione nel posto di lavoro. La procedura adottata, che affida tra l'altro al sindacato un ruolo più importante nella fase della conciliazione resa obbligatoria, può apparire complicata ma è evidente che alla luce dell'esperienza il legislatore potrà sempre intervenire per renderla, se del caso, più fluida. Che invece l'articolo 8 della citata legge vada soppresso è fuori discussione. Ma anche qui non con una pura e semplice abrogazione come risulterebbe da una eventuale vittoria referendaria, ma attraverso un intervento legislativo, come già proposto dal Pd in sede parlamentare, teso a sostituirlo con una norma che nella logica della legislazione di sostegno, valorizzi l'accordo del 28 giugno 2011 tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria, garantendo piena effettività ai contratti stipulati a livello aziendale, nelle materie e secondo le regole previste dal suddetto accordo. Contrariamente alle inaccettabili forzature derogatorie dell'articolo 8 questo accordo realizza infatti un «decentramento coordinato» che innova il sistema contrattuale per renderlo più rispondente alle esigenze attuali delle imprese e dei lavoratori in termini di efficienza e di produttività, senza stravolgerne però i presupposti fondamentali. A prescindere dall'iniziativa referendaria non c'è motivo di dubitare che la realizzazione di questo obiettivo figuri tra i primi atti della nuova maggioranza parlamentare e del governo di centro-sinistra che, come è negli auspici, vedrà la luce con le elezioni della prossima primavera. Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta ViaOstiense,131/L00154, Roma lettere@unita.it Partitipoliticiecontrollo dei bilanci Se verrà confermata l'introduzione del controllo esterno sui bilanci dei partiti politici, molti loro esponenti, Fini e Casini su tutti, si faranno belli per aver sventato l'ennesimo complotto della “casta”. Bisognerebbe però ricordare che, non molto tempo fa, questa era ritenuta l'opzione meno adatta a tutelare i cittadini dalle ruberie dei loro rappresentanti in Parlamento. La soluzione migliore, si diceva, era di affidare il controllo alla Corte dei Conti, che peraltro si era resa fin da subito disponibile. D'altronde i gruppi parlamentari, una volta fatto accesso nelle istituzioni statali, sono in tutto e per tutto paragonabili ad un ente pubblico, dunque si poteva separare il momento del controllo dei rimborsi elettorali, affidato alla magistratura contabile, da quello delle altre entrate ed uscite percepite dal partito quale associazione privata (donazioni, raccolte fondi ecc.). Si è scelto, pare, di unificare questi due livelli, delegandone la certificazione di liceità ad un'impresa privata che per questa attività viene scelta, incaricata e retribuita dallo stesso soggetto che essa è chiamata a controllare. Per non parlare delle possibili ritorsioni che il certificatore potrebbe subire da un decisore pubblico «scontento» della recensione ricevuta dal partito con cui si è candidato. In questi casi a pensar bene si fa peccato, il peccato di creduloneria. MarcoLombardi L'uso improprio diBella Ciao Sono un'assidua ascoltatrice di Radio24, emittente che apprezzo per professionalità e brio ma da alcuni giorni ascolto con un certo disagio una pubblicità la cui colonna sonora è un'audace (per usare un eufemismo) rivisitazione di «Bella Ciao». La cosa mi disturba moltissimo, sarà che sono un'inguaribile e ostinata donna di sinistra, che vengo da una famiglia di partigiani, ma la sensazione di profondo fastidio è la stessa che provo quando sento qualcuno bestemmiare e non sono esattamente una «devota». È la sensazione di disagio del vivere in un Paese che manca di rispetto alle proprie radici, un Paese ignorante, sempre pronto all'irrisione e mai alla conoscenza della propria storia. L'uso improprio di Bella Ciao è solo un esempio fra i tanti ma molto doloroso in un momento così deliccato e tristecome quello che stiamo vivendo. Forse aveva ragione Flaiano, «è una cosa grave ma non è seria». MarilùCafiero Dallapartedei lavoratori Migliaia di persone stanno rischiando il proprio posto. Quando vedo le proteste operaie e penso alla difficoltà di tirare avanti una famiglia in certe condizioni mi viene da gridare: io sto con i lavoratori MartaOrlandi Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 La tiratura del 21 settembre 2012 è stata di 85.000 copie LA NOTIZIA DELL'INVIO DI 200MILA LETTERE CON CUIL'INPS COMUNICA AI PENSIONATI CHE DOVRANNO RESTITUIRELAQUATTORDICESIMAPERCEPITA nel 2009 ha suscitato un grande scalpore. Altrettanto scalpore lo stanno suscitando quelle orribili e grottesche immagini dei festini organizzati dal capogruppo del Pdl alla Regione Lazio, ultimo in ordine di tempo tra gli scandali che ci hanno mostrato un certo modo di fare politica. Sono episodi profondamente diversi tra loro ma ci descrivono meglio di qualsiasi altra cosa il Paese in cui viviamo. Sembra davvero di vedere due Italie, una che ogni giorno paga sulla propria pelle il prezzo salatissimo della crisi senza alcun sostegno da parte dello Stato e una tracotante che si approfitta della posizione di potere che ha per utilizzare i soldi dei cittadini organizzando cene a base di ostriche e champagne. Chiedere indietro oggi la quattordicesima erogata nel 2009 è un atto palesemente ingiusto perché non stiamo parlando di persone con la pensione d'oro - che nessuno scomoda mai - ma di quelle più povere che percepiscono non più di 650 euro lordi al mese. Sicuramente tra chi sta ricevendo in questi giorni le lettere c'è chi non aveva i requisiti per usufruire della quattordicesima, che è una conquista del sindacato. Ma per lo più si tratta di persone che non hanno saputo compilare in modo corretto la dichiarazione dei redditi, che magari non hanno fornito tutta la documentazione richiesta oppure che hanno superato anche solo di un euro il tetto previsto dalla legge. I pensionati avranno poco più di venti giorni per contestare la comunicazione dell'Inps, che i soldi li rivuole seppur gradualmente. Avremmo gradito altrettanta solerzia nell'affrontare la questione degli esodati, che invece giace ancora irrisolta e dimenticata in qualche cassetto. Viene da domandarsi se possa ancora essere questo il metodo o se non sia meglio sedersi intorno ad un tavolo e decidere che i controlli si fanno a monte. Ma soprattutto viene da domandarsi se non sia questa l'occasione giusta per affrontare finalmente il grande tema di fondo che è quello della condizione degli anziani e dei pensionati nel nostro Paese. Un tema che viene trattato come se fosse un temporale estivo e che solo episodicamente entra nel dibattito politico per poi essere ricacciato nel dimenticatoio ma che invece dovrebbe essere al centro dell'agenda di qualsiasi governo. È davvero impensabile che si continui a non fare nulla per sostenere il potere d'acquisto di pensioni non certo ricche - sulle quali ora pesa anche la scellerata decisione di bloccarne la rivalutazione annuale – o che non si intervenga per alleggerire un prelievo fiscale iniquo e insostenibile o per garantire un sistema sanitario e assistenziale degno di un Paese coeso e democratico. È da qui che bisogna ripartire se si vuole aiutare gli anziani e i pensionati ad uscire da una condizione di grandissima difficoltà. Ci permettiamo quindi di lanciare una proposta. La gravissima questione delle lettere dell'Inps potrebbe infatti fornire lo spunto per riaprire la discussione sulla quattordicesima e per estenderla anche ad altre fasce. Nelle intenzioni del governo Prodi doveva essere così: cominciare dai redditi più poveri e poi ampliare la platea. Come è noto, però, quel governo è caduto e di quel progetto non se n'è fatto più nulla. Così come è stato azzerato il fondo per la non autosufficienza e sono stati ridotti quelli per la sanità e tagliate le risorse a comuni e regioni. Perché allora non cominciare da qui per dare seguito a quella promessa di equità che il presidente Monti ha fatto al Paese nel suo discorso di investitura e che finora è stata del tutto disattesa? È questo quello che continuiamo a chiedere al governo ma contemporaneamente alle forze politiche che si candidano a governare il Paese. Dare risposte ai giovani e ai lavoratori con lo sviluppo e l'occupazione e agli anziani con azioni volte a creare una concreta e vera giustizia sociale. COMUNITÀ Presidente Polverini tanti di noi cittadine e cittadini del Lazio - stiamo soffrendo per la crisi, la disoccupazione e le ristrettezze che questa dura stagione economica comporta. A fronte di questi sacrifici, scopriamo che fiumi di denaro pubblico vengono sprecati per ostriche, case, auto ed altri passatempi da nuovi arricchiti, «a sua insaputa». Allora o lei è poco intelligente o è molto distratta. In entrambi i casi non può continuare a governare il Lazio. MASSIMO MARNETTO La Polverini almeno ha parlato di dimissioni. Il suo collega Formigoni no, neppure ora, di fronte a indagini che lo chiamano in causa direttamente. Il problema che li riguarda tutti e due nello stesso modo, tuttavia, non è solo quello legato ad una eventuale partecipazione diretta allo sperpero di denaro pubblico che si è verificato nel Lazio o in Lombardia quanto questo loro «cascare dal pero», questa loro capacità di tirarsi fuori dallo schifo in cui le loro regioni sono immerse fino al collo dicendo, con candore o con astuzia, stupidamente o furbescamente, «io non ne sapevo nulla e dunque io non c'entro». Governare una Regione o un altro ente locale, guidare un'azienda, una cooperativa, una associazione o un gruppo politico significa (dovrebbe significare) prima di tutto sentire la responsabilità di conoscere quello che al loro interno succede. La differenza fra la responsabilità penale che è sempre individuale e la responsabilità politica sta tutta qui, nella capacità o incapacità di essere coerenti: capire che se, nella Regione da me governata, si sono compiuti atti ripetuti e grotteschi di cattiva amministrazione dei soldi pubblici, la prima cosa che io devo fare è dimettermi. Quella che è un'implicita confessione di colpevolezza personale, in fondo, è proprio la decisione di non farlo. Restare attaccati alla poltrona serve a sfruttarla fino in fondo? Serve a difendersi meglio? Difficile, davvero, pensare che chi ha così mal governato pensi di restare al suo posto per motivi diversi da questi. Dialoghi Regione Lazio, una distrazione inammissibile Laproposta Quattordicesime da restituire? Il governo estenda le fasce Carla Cantone Segretario generale Spi Cgil CaraUnità . . . L'Inps rivuole i soldi dai pensionati . . . Intanto nel Lazio il Pdl faceva festini 16 sabato 22 settembre 2012
Bambini tutti uguali: basta figli di serie A e di serie B. È un possibile futuro prossimo. Dopo l'approvazione della convenzione di Lanzarote contro la pedofilia, sta per approdare nell'aula di Montecitorio un altro provvedimento a tutela dei minori. È l'atteso disegno di legge che prevede il riconoscimento dei figli naturali e la loro equiparazione ai figli legittimi, anche sotto il profilo successorio ed ereditario. Un testo, inizialmente voluto e promosso dall'allora ministro della Famiglia Rosy Bindi nel 2007, poi adottato da tutti i partiti. Il ddl è già stato approvato all'unanimità sia dalla Camera (il 30 giugno 2011) che dal Senato (il 16 maggio 2012) ed è giunto alla terza lettura. Esaurito l'iter in commissione Giustizia, andrà all'esame della capigruppo della settimana prossima, per essere calendarizzato a ottobre. Per la riforma, che cambierebbe la vita di centinaia di migliaia di figli di coppie di fatto, è l'ultima chiamata: se i deputati daranno luce verde senza ulteriori modifiche, sarà legge entro fine anno. Poi, entro i successivi 12 mesi, il governo dovrà emanare i decreti attuativi. Se invece si torna a Palazzo Madama, il rischio che svanisca tutto nel nulla è altissimo. «La fine della legislatura è dietro l'angolo. Mancano pochi mesi. L'iter è già stato molto travagliato – spiega Donatella Ferranti, firmataria e capogruppo del Pd in commissione Giustizia – Con il Senato c'è stato un duro braccio di ferro. Hanno introdotto alcune norme che non condividiamo. Ma preferisco mandare giù qualche boccone amaro e portare a casa una vittoria dei diritti civili piuttosto che buttare a mare tutto. Ricordiamo che per Lanzarote ci sono voluti 5 anni». In tempi di anti-politica, insomma, i partiti hanno la ghiotta occasione di approvare, a tamburo battente, il secondo provvedimento in tema di giustizia davvero utile ai cittadini. Pochi, infatti, sanno che un bambino figlio di genitori non sposati, pur riconosciuto da entrambi, non ha nessun vincolo di parentela con le famiglie d'origine. Problema non da poco se un genitore (o peggio entrambi) morissero prima dei nonni. Il disegno di legge, di cui è relatrice Alessandra Mussolini, si compone di 6 articoli che ridefiniscono il rapporto di filiazione e parentela anche per i figli nati al di fuori del matrimonio e ne regolano gli effetti eliminando ogni discriminazione. L'articolo 1 specifica che il vincolo di parentela «sussiste tra persone che discendono da un medesimo stipite, indipendentemente dal carattere legittimo o naturale della filiazione». Il vincolo è esteso anche ai figli adottivi, esclusi i maggiorenni. Il riconoscimento non produce effetti solo per il genitore che l'ha effettuato ma anche per i suoi parenti (come nonni e zii). Il cognome del padre può essere aggiunto (non sostituito) a quello della madre. Il limite di età dal quale è richiesto l'assenso del figlio naturale scende da 16 a 14 anni. L'articolo 4 aggiunge ai doveri dei genitori i diritti del figlio di «essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente». Nel testo però ci sono due aspetti molto delicati, entrambi modificati al Senato, su cui non sarà facile trovare l'accordo in aula. Il primo riguarda la disciplina processuale, che affida le competenze in materia di procedimento di affidamento dei figli di genitori non sposati al giudice ordinario sottraendole al tribunale dei minorenni (opzione, invece, che era stata preferita dalla Camera). Il motivo è stato uniformare la situazione a quella dei figli di coppie unite in matrimonio. Ma già in commissione una parte del Pd (Cinzia Capano e Paola Concia) e l'IdV (Federico Palomba) hanno manifestato «forte contrarietà» per il cambio di rotta. Ferranti spera che si possa trovare la quadra. Non con lo stralcio delle norme processuali, che qualcuno vorrebbe, bensì accelerando sulla soluzione che il Pd persegue da tempo. Cioè la creazione di un tribunale specializzato della famiglia, composto da membri togati e affiancato da psicologi ed esperti. La deputata ha approfondito l'argomento nelle audizioni con le associazioni di settore trovando riscontri positivi: «Se ne occuperà la prossima legislatura. Adesso l'importante è mettere fine alle discriminazioni nella quotidianità di tante famiglie. Anche il Garante per l'Infanzia ha ritenuto gli aspetti critici marginali rispetto a quelli vantaggiosi». Il secondo punto controverso riguarda l'ampliamento nel codice civile della possibilità di riconoscimento dei figli incestuosi. Per volontà del Senato, la riforma elimina per i genitori «il requisito dell'inconsapevolezza, al momento del concepimento, del legame parentale tra loro nonché la necessità della dichiarazione di nullità del matrimonio da cui deriva l'affinità». Tocca al giudice per i minorenni, in sostanza, autorizzare o meno il riconoscimento purché sia «nell'interesse del minore e per lui senza pregiudizio». Sulle barricate sono saliti l'Udc e parte di Fli che temono «la legittimazione delle violenze in famiglia». Ribatte Ferranti. «E' demagogia. Il giudice deve tutelare il minore non solo dal punto di vista patrimoniale ma anche dello sviluppo psicofisico. E' ovvio che i casi di stupro in famiglia sono esclusi in radice». E Concia attacca Angela Napoli: «In Italia ci sono 100mila figli di genitore unico, che se restano orfani finiscono ai servizi sociali». Sessantanove anni sono trascorsi dagli eccidi di Acqui e Cefalonia in cui furono trucidati i militari che all'indomani dell'armistizio dell'8 settembre si rifiutarono di aderire al regime repubblichino e scelsero di combattere per l'indipendenza ed il riscatto della nazione. Quel sacrificio il presidente della repubblica lo ha ricordato, rendendo omaggio alle vittime, a coloro che affrontarono dure prove fino al sacrificio personale, con un messaggio inviato al Vice Presidente dell'Associazione Nazionale Divisione Aqui, Claudio Toninel. «È giusto -ha scritto il presidenterinnovare la memoria di quella e altre straordinarie manifestazioni di resistenza alla violenza e ai soprusi da parte delle forze naziste che occupavano l'Italia. Ed è giusto tornare a riflettere sulle responsabilità di stragi che hanno infranto ogni regola del diritto internazionale di guerra, nei confronti di militari e di inermi civili. Per questo resto convinto che nessuna malintesa ragione di opportunità politica possa impedire di raccogliere le proposte formulate nel 2006 dalla Commissione parlamentare istituita per far luce sul decennale insabbiamento delle inchieste sui crimini nazi-fascisti, mettendo a disposizione tutta la documentazione acquisita durante le indagini parlamentari e giudiziarie, per pervenire con rigore di metodo a una valida ricostruzione storica, istituendo anche, quale simbolico atto di riconoscimento, una Fondazione per la memoria di quegli ignobili fatti». Già nel luglio scorso, rispondendo alla richiesta di un suo intervento, sollecitata da Walter Veltroni, Napolitano era intervenuto a proposito di queste vicende affermando di condividere e comprendere «l'amarezza dei famigliari delle vittime e dell'intera collettività per il mancato accertamento della verità storica e giudiziaria su quelle tragiche vicende che restano senza eguali per il loro feroce epilogo e su quell' "insabbiamento" delle relative inchieste, tristemente noto come "l'Armadio della vergogna"». Per non dimenticare una Fondazione per la memoria dei crimini nazi-fascisti è un'iniziativa da portare avanti. «Sono tuttora convinto della bontà di quelle proposte perché ritengo che una ricostruzione storica - libera da contrapposizioni e condizionamenti - richieda rigore di metodo e il pieno accesso a tutte le fonti essenziali». . . . Il testo estende il rapporto di parentela dei figli di coppie non sposate ai nonni e agli zii Forse voleva essere la sua «Grande fuga» da recinti e lavori innaturali. È finita nel peggiore dei modi, con la morte. È stata breve la libertà per la giraffa fuggita dal Circo di Rinaldo Orfei accampato a Imola. Poche ore di scorribande tra le auto (per lei peggio che i rinoceronti), che un po' hanno terrorizzato gli imolesi e ammaccato le loro macchine, un po' li hanno fatti sperare in un esito impossibile, l'approdo a verdi praterie dove poter galoppare finalmente libera e felice. A uccidere la giraffa, anzi il «giraffo» Aleksandre - un cucciolo maschio di quattro anni, oltre tre metri e mezzo e 920 chili di peso - è stato un mix tra paura, stress e adrenalina con la doppia dose di narcotici che un agente gli ha dovuto sparare. È questa l'ipotesi, mentre in città esplodono le polemiche sul triste esito, che il veterinario del Circo, Giovanni Gaudenzi, avanza sulle cause di morte del «camellopardalis» la cui folle corsa, cominciata dai campi vicini all'autodromo, è finita ore dopo nel recinto di uno stabilimento lungo la via Selice, verso il casello dell'A14. È lì che Aleksandre, la bava alla bocca, il cuore impazzito, il terrore negli occhi, è stato bloccato con una gabbia improvvisata e poi sedato per riportarla al tendone: anche se c'è chi dice che non sia stata una bella idea quella di narcotizzarlo prima che si calmasse. Un agente della Polizia Provinciale verso mezzogiorno gli ha sparato con un fucile un paio di siringhe di anestetico. Attorno alle 15 l'animale, quando si è risvegliato nel recinto del circo, sull'argine del Santerno da cui era scappato alle 8.30, è stato visto in piedi, apparentemente in salute. Non era così. È vissuto ancora pochi istanti, poi l'arresto cardiaco. Oggi sarà fatta l'autopsia a Medicina Veterinaria, la facoltà della vicina Ozzano Emilia, ma la prima ipotesi di Gaudenzi è un mix di farmaci e vari stress: quello psicologico, per essersi trovato in un ambiente ostile; quello al suo «piccolo» cuore causato dall'anestetico e dall'adrenalina in corpo; quello psicofisico, la paura, il timor panico. Una condizione «molto complicata» da sopportare, che ha potuto portare al collasso circolatorio o alla trombosi. Per ora è un giallo la circostanza in cui la giraffa è potuta fuggire: il recinto è stato aperto da mani amiche ma distratte? Oppure da mani malevole, da qualcuno che voleva danneggiare il circo? È questo il dubbio che serpeggia, tra uomini e donne dell'Orfei. Per il sindaco, Daniele Manca, invece è «responsabile il circo di quanto accaduto, deve andarsene, non può stare in questa città dopo questa dimostrazione di trascuratezza e superficialità. È ancora utile uno spettacolo circense che prevede l'utilizzo di animali? Il Comune è pronto a costituirsi parte civile perché riteniamo eticamente inaccettabile che un animale possa morire così. Pur consapevoli dell' esistenza di un ente nazionale circhi e di una legislazione che tutela l'attività circense, d'ora in avanti faremo in modo che questi spettacoli non si svolgano più ad Imola». Intanto Aleksandre non c'è più. La sua morte ha scatenato una serie di reazioni. La Lav Italia, per bocca del suo presidente Gianluca Felicetti, ha chiesto «l'approvazione di una legge, sulla falsa riga di altri paesi come Belgio e Bolivia, che abolisca le esibizioni di tutti gli animali nei circhi, un maggiore controllo da parte delle autorità locali prima di concedere l'autorizzazione ad esibirsi e l'autopsia sulla giraffa morta». L'ex ministro Brambilla invece vorrebbe togliere i fondi ai circhi. ITALIA . . . Ferranti (Pd): «Bisogna approvarla per eliminare le discriminazioni» Ci siamo, mai più figli di serie B Genitori e figli, davanti a una scuola FOTO DI MANGIAROTTI/LAPRESSE FEDERICAFANTOZZI Twitter@Federicafan . . . Non gli ha retto il cuore Gli hanno sparato due punture di anestetizzante Lav: una nuova legge Napolitano ricorda Cefalonia E chiede «verità storica sui fatti» M.CI. ROMA . . . L'animale era chiuso nella gabbie del circo Rinaldo Orfei a Imola La fuga sull'A14 La triste fine di Aleksandre, la giraffa scappata in città PINOSTOPPON ROMA Sta per tornare in aula il ddl sull'equiparazione dei figli naturali a quelli legittimi Ultima chiamata per la riforma già alla terza lettura: se la Camera dà via libera sarà finalmente legge 10 sabato 22 settembre 2012
QUANDODICONOCHEILCALCIOÈMORTO, IOPENSO AUNOCHESICHIAMAVAGARRINCHA,CONLEGAMBE STORTE E ZOPPE. MA SOPRATTUTTO PENSO A LORO, LE CHOLITAS. LE MADRI DI TUTTI I METICCI DEL MONDO CON LE FACCE DA LADRO E LA VOLONTÀ DI FERRO.Solo chi è Cholo - mezzo sangue - può sapere cos'è l'orgoglio. Ce l'ha impresso nel codice genetico, lo porta appeso nei tratti, nel profilo. Visi da mulo, zigomi schiacciati, nasi incollati alle guance. In America li chiamano «buckwheat», cioè «grano saraceno», spighe brune che servono a fare le pagnotte. Le Cholitas, però, lo sanno bene che il calcio è vivo. E che talvolta lotta assieme a noi. Negli spalti di un qualsiasi stadio dell'universo. Nel cuore di un tifoso qualsiasi che esulta o che maledice la sorte e se stesso. Nella palla qualunque che entra in una qualsivoglia rete e che per un secondo firma l'apoteosi. Le Cholitas, le donne ibride della Bolivia con la pelle scura e la treccia lunga e nera, lo sanno. Perché giocano al pallone. È l'unica squadra che da secoli si tramanda di madre in figlia l'arte del dribbling, della punizione e del calcio d'angolo. Nel paese sull'altopiano, 3.800 metri sul livello del mare, c'è poco da mangiare. Terra secca con pezzi di pepite d'oro dentro. Ma quando si prova a coltivare il «buckwheat» degli States, il grano saraceno che rende dorata una fetta di pane, le zolle non vogliono saperne. Le Cholitas si spaccano la schiena. Portano acqua alle sementi, al cavolo e al pejote, pregano tutte le Madonne. Scavano, modellano la sabbia dura, gelata d'inverno, arsa d'estate. Poi, alla domenica, fanno pace con i campi. E giocano. Il prato è di fango. Al posto delle porte ci sono due sacchi pieni di lana, due vasi di fiori, due buste con le pietre dentro. L'unico maschio consentito in gioco è l'arbitro. Gli altri stanno fuori, a guardare. Dovreste vederle le meticce. Gonne lunghe, rosse. Scarpe rotte. Scarpe improbabili da ginnastica, legate coi lacci alle caviglie. Consunte, zozze. Troppo larghe, troppo strette. Oppure sandali di cuoio aperti, che il piede si rattrappisce solo a vedere i sassi. E, insomma, le Cholitas si scaldano. E sulle gonne rosse, fino alla caviglia, spesso indossano maglie bianche ed azzurre. Per via del cielo, dicono. Non sono giovani, anzi. Ma il pallone è l'unico gioco consentito, lassù, dove l'aria pesante sconvolge. E più cresce l'età, più si accampano diritti e più è facile trovare un ruolo. Quindi giocano. Giocano nel fango, sotto un sole implacabile tanto è vicino. Chi vince si porta a casa: a) un montone; b) un pallone; c) una lattina di Coca Cola. Primo, secondo e terzo posto in classifica. E gareggiano. E corrono per il sangue delle gonne rosse, e per il cielo delle maglie. Per uno spicchio di libertà guadagnato spingendo la palla oltre. Oltre le montagne, le rocce, l'orizzonte cupo, le nuvole spesse e il raccolto magro. Giocano, tirano, urlano gol. E tanto basta per prender fiato e mangiare a morsi il vento, e abbracciarsi come sorelle e ridere di niente. In Texas, una squadra di professioniste di calcio femminile ha voluto chiamarsi «Cholitas», in loro onore. Sono certa che le mezzosangue della Bolivia neppure lo sappiano. Ma ripetano il rito del pallone, indifferenti alle nostre regole. Un fischio dell'arbitro ed entri in campo. Tre fischi ed è finita. Sotto il prato che non c'è, si stende come un gatto pigro l'America Latina. Le Cholitas tornano a casa. Domani ci sarà ancora da zappare. BOLIVIA Uncalcio allamiseria Ladomenica leCholitas giocanoalpallone LASCOMPARSA: AddioaHenryBauchau,autoredi«Ediposullastrada» P.18 L'ANTICIPAZIONE : «Storiadelnuovocognome», il romanzodiElenaFerrante P.19 ILRICORDO : ChieraThomasSzasz, lopsichiatrachedisse: lapazzianonesiste P.20 U: Lecontadinemeticceognigiornosi spaccano laschienasuicampi,manelgiornodel riposoorganizzano il lorotorneo.Chivincesiaggiudicaunmontone DANIELAAMENTA Duecontadineboliviane raggianti sulcampodicalcio sabato 22 settembre 2012 17
STEFANIASCATENI NELLA PRIMAVERA DEL 1966 LILA, IN UNO STATO DI GRANDE AGITAZIONE, MI AFFIDÒ UNA SCATOLA DI METALLO CHE CONTENEVA OTTO QUADERNI. Disse che non poteva più tenerli in casa, temeva che il marito li leggesse. Portai via la scatola senza fare commenti, a parte qualche accenno ironico al troppo spago che le aveva stretto intorno. In quella fase i nostri rapporti erano pessimi, ma pareva che li considerassi tali solo io. Lei, le rare volte che ci vedevamo, non manifestava nessun imbarazzo, era affettuosa, mai che le sfuggisse una parola ostile. Quando mi chiese di giurare che non avrei aperto la scatola per nessun motivo, giurai. Ma appena in treno sciolsi lo spago, tirai fuori i quaderni, cominciai a leggere. Non era un diario, anche se vi figuravano dettagliati resoconti di fatti della sua vita a partire dalla fine delle elementari. Pareva piuttosto la traccia di una cocciuta autodisciplina alla scrittura. Abbondavano le descrizioni: un ramo d'albero, gli stagni, una pietra, una foglia con le nervature bianche, le pentole di casa, i vari pezzi della macchinetta del caffè, il braciere, il carbone e la muniglia, una mappa dettagliatissima del cortile, lo stradone, lo scheletro di ferro arrugginito oltre gli stagni, i giardinetti e la chiesa, il taglio della vegetazione a ridosso della ferrovia, i palazzi nuovi, la casa dei genitori, gli strumenti che usavano suo padre e suo fratello per aggiustare le scarpe, i loro gesti quando lavoravano, i colori soprattutto, i colori d'ogni cosa in fasi diverse del giorno. Ma non c'erano solo pagine descrittive. Comparivano parole isolate in dialetto e in lingua, a volte chiuse in un cerchio, senza commento. Ed esercizi di traduzione in latino e in greco. E interi brani in inglese sulle botteghe del rione, sulla merce, sul carretto zeppo di frutta e verdura che Enzo Scanno spostava di strada in strada ogni giorno tenendo l'asino per la cavezza. E tanti ragionamenti sui libri che leggeva, sui film che vedeva nella sala del prete. E molte delle idee che aveva sostenuto nelle discussioni con Pasquale, nelle chiacchiere che facevamo io e lei. Certo, l'andamento era discontinuo, ma qualsiasi cosa Lila imprigionasse nella scrittura assumeva un rilievo, tanto che anche nelle pagine scritte a undici o dodici anni non trovai una sola riga che suonasse infantile. Di solito le frasi erano di estrema precisione, la punteggiatura molto curata, la grafia elegante come quella che ci aveva insegnato la maestra Oliviero. Ma a volte Lila, come se una droga le avesse inondato le vene, pareva non reggere l'ordine che s'era data. Tutto allora diventava affannoso, le frasi prendevano un ritmo sovreccitato, la punteggiatura spariva. In genere le bastava poco per ritrovare un andamento disteso, chiaro. Ma poteva succedere anche che si interrompesse bruscamente e riempisse il resto della facciata con disegnini di alberi contorti, montagne gibbose e fumanti, facce torve. Io fui presa sia dall'ordine che dal disordine e più lessi, più mi sentii ingannata. Quanto esercizio c'era dietro la lettera che mi aveva mandato a Ischia anni prima: perciò era così ben scritta. Rimisi tutto nella scatola ripromettendomi di non curiosare più. Ma cedetti presto, i quaderni sprigionavano la forza di seduzione che Lila spandeva intorno fin da piccola. Aveva trattato il rione, i familiari, i Solara, Stefano, ogni persona o cosa, con una precisione spietata. E che dire della libertà che s'era presa con me, con ciò che dicevo, con ciò che pensavo, con le persone che amavo, col mio stesso aspetto fisico. Aveva fissato momenti per lei decisivi senza preoccuparsi di niente e di nessuno. Ecco nitidisssimo il piacere che aveva provato quando a dieci anni aveva scritto quel suo raccontino, La fata blu. Ecco con altrettanto nitore quanto aveva sofferto perché la nostra maestra Oliviero non si era degnata di dire una sola parola su quel racconto, anzi, lo aveva ignorato. Ecco la sofferenza e la furia perché io ero andata alle scuole medie senza curarmi di lei, abbandonandola. Ecco l'entusiasmo con cui aveva imparato a fare la scarpara, e il senso di rivalsa che l'aveva indotta a disegnare scarpe nuove, e il piacere di realizzarne un primo paio insieme a suo fratello Rino. Ecco il dolore, quando Fernando, suo padre, aveva detto che le scarpe non erano ben fatte. C'era di tutto, in quelle pagine, ma specialmente l'odio per i fratelli Solara, la determinazione feroce con cui aveva respinto l'amore del più grande, Marcello, e il momento in cui aveva deciso, invece, di fidanzarsi col mite Stefano Carracci, il salumiere, che per amore aveva voluto comprare il primo paio di scarpe da lei realizzato, giurando che l'avrebbe custodito per sempre. Ah il bel momento in cui, a quindici anni, s'era sentita una damina ricca ed elegante, al braccio del promesso sposo che, solo perché l'amava, aveva investito soldi in abbondanza nel calzaturificio del padre e del fratello, il calzaturificio Cerullo. E quanta soddisfazione aveva provato: le scarpe di sua fantasia in gran parte realizzate, una casa nel rione nuovo, il matrimonio a sedici anni. E che sfarzosa festa di nozze era seguita, come si era sentita felice. Poi Marcello Solara, insieme a suo fratello Michele, era comparso nel pieno dei festeggiamenti portando ai piedi proprio le scarpe a cui suo marito aveva detto di tenere tanto. Suo marito. Che tipo d'uomo aveva sposato? Adesso, a cose fatte, si sarebbe strappato la faccia finta mostrandole quella orribilmente vera? Domande, e i fatti senza bellurie della nostra miseria. Mi dedicai molto a quelle pagine, per giorni, per settimane. Le studiai, finii per imparare a memoria i brani che mi piacevano, quelli che mi esaltavano, quelli che mi ipnotizzavano, quelli che mi umiliavano. Dietro la loro naturalezza c'era di sicuro un artificio, ma non seppi scoprire quale. Infine una sera di novembre, esasperata, uscii portandomi dietro la scatola. Non ce la facevo più a sentirmi Lila addosso e dentro anche ora che ero molto stimata, anche ora che avevo una vita fuori di Napoli. Mi fermai su ponte Solferino a guardare le luci filtrate da una nebbiolina gelida. Poggiai la scatola sul parapetto, la spinsi piano, poco per volta, finché non cadde nel fiume quasi che fosse lei, Lila in persona, a precipitare, coi suoi pensieri, le parole, la cattiveria con cui restituiva a chiunque colpo su colpo, il suo modo di appropriarsi di me come faceva con ogni persona o cosa o evento o sapere che la sfiorasse: i libri e le scarpe, la dolcezza e la violenza, il matrimonio e la prima notte di nozze, il ritorno al rione nel ruolo nuovo di signora Raffaella Carracci. CULTURE Credeche il suo «anonimato»sia statodiaiuto? «Non so. Ho avuto sempre la tendenza a separare la vita di tutti i giorni dallo scrivere. Per tollerare l'esistenza, mentiamo e soprattutto ci mentiamo. A volte ci raccontiamo favole belle, a volte ci diciamo bugie meschine. Le menzogne ci proteggono, attenuano il dolore, ci permettono di evitare lo spavento di riflettere sul serio, annacquano gli orrori del nostro tempo, ci salvano persino da noi stessi. Invece quando si scrive non bisogna mai mentire. Nella finzione letteraria è necessario essere sinceri fino all'insostenibile, pena la vacuità delle pagine. È probabile che separare nettamente ciò che siamo nella vita da ciò che siamo quando scriviamo aiuti a tenere a bada l'autocensura». La sua scrittura sembra una scrittura non destinata a lettori, che nascecomescrittura privata. Ècosì? «No, non credo. Io scrivo perché i miei libri siano letti. Ma mentre scrivo non è questo che conta, conta solo trovare le energie per scavare in profondità dentro la storia che sto raccontando. L'unico momento della mia vita in cui non mi lascio impressionare da nessuno è quello in cui cerco di trovare le parole per andare oltre la superficie di un gesto ovvio. Non mi spaventa nemmeno scoprire che scavare è inutile e sotto la superficie non c'è niente». Perché ha scelto di non diventare un personaggio pubblico? «Per un desiderio un po' nevrotico di intangibilità. La fatica di scrivere tocca ogni punto del corpo. Quando il libro è finito, è come se si fosse stati perquisiti senza rispetto, e non si desidera altro che riacquistare integrità, tornare a essere la persona che comunemente si è, nelle occupazioni, nei pensieri, nel linguaggio, nelle relazioni. Pubblica del resto è l'opera: lì c'è tutto quello che abbiamo da dire. Oggi a chi importa veramente della persona che l'ha scritta?. L'essenziale è il lavoro fatto». La sua scrittura è molto concreta, fisica, femminile. Comeseilcorposifacesseportatorediparole.Cisonoscrittrici (e anche scrittori)acui si sentevicina? «Quand'ero molto giovane, puntavo a scrivere esibendo un polso virile. Mi pareva che tutti gli scrittori di gran livello fossero di sesso maschile e che quindi bisognasse scrivere da vero uomo. In seguito mi sono messa a leggere con molta attenzione la letteratura delle donne e ho sposato la tesi che ogni piccolo frammento in cui fosse riconoscibile una specificità letteraria femminile andasse studiato e messo a frutto. Da qualche tempo però mi sono scrollata di dosso preoccupazioni teoriche e letture e sono passata a scrivere senza chiedermi più cosa dovessi essere: maschile, femminile, di genere neutro. Mi sono limitata a scrivere leggendo di volta in volta libri che mi facessero non bella, ma buona compagnia mentre scrivevo. Ne ho un discreto elenco, li chiamo libri di incoraggiamento: l'Adele di Tozzi, Dalla parte di lei della De Cespedes, Lettera a un editore della Manzini, Menzogna e sortilegio o L'isola di Arturo della Morante ecc...». Cosapensadell'amore? «Il bisogno d'amore è l'esperienza centrale della nostra esistenza. Per quanto possa sembrare insensato ci sentiamo veramente vivi solo quando abbiamo un dardo nel fianco che ci trasciniamo dietro notte e giorno, ovunque andiamo. Il bisogno d'amore spazza via ogni altro bisogno e d'altra parte motiva tutte le nostre azioni. Si legga il IV libro dell'Eneide. La costruzione di Cartagine si ferma quando Didone si innamora. Poi la città seguiterebbe a crescere potente e felice se Enea restasse. Ma lui va via, Didone si uccide e Cartagine da potenziale città dell'amore si trasforma in città con una missione d'odio. Gli individui e le città senza amore sono un pericolo per sé e per gli altri». Stralcio dall'intervista a Elena Ferrante uscita l'8 settembre 2002 su l'Unità e pubblicata in La Frantumaglia di Elena Ferrante (edizioni e/o) Undisegnodell'illustratore Gabriel Pacheco Il nuovocognome Dopo«L'amicageniale»unaltro avvincente romanzo di Elena Ferrante Saràin librerianeiprossimi giornieracconta levicende diLinaeLenù.. chiuscirà perprimadalquartiere chesembraopprimerle? Inquestapaginavi anticipiamoilprimocapitolo ELENA FERRANTE Andareoltre lasuperficie È il2° volumedell'«Amica geniale». Dopoaver seguito l'intrecciodelle vite diLila e Lenù nel corsodell'infanzia, le duedonneaffrontanonuove prove. STORIADEL NUOVO COGNOME ElenaFerrante pagine480 euro 19,50 edizionie/o U: sabato 22 settembre 2012 19
Se fosse uno spot si potrebbe riciclare quello del buon vecchio George Clooney, con qualche variante. No money? No party, dove il party sta per i sacramenti che la Chiesa amministra e che, nel caso della Germania, ha deciso di negare a chi - per non versare l'8 per mille si chiama fuori dalla partita. D'ora in poi, chi non sottoscrive il contributo destinato alla Chiesa non sarà più cattolico e non potrà avere accesso ai sacramenti, compreso il funerale religioso: è la dura presa di posizione assunta dalla Conferenza episcopale della Germania con l'avallo del Vaticano, in risposta alla fuga dei cattolici tedeschi dal pagamento del contributo. A partire da lunedì prossimo chiunque dichiarerà la sua uscita dalla comunità ecclesiastica di appartenenza, risparmiandosi così il pagamento dell'8 per mille, si porrà al di fuori della Chiesa cattolica. Nel documento reso noto a Berlino si sottolinea che l'uscita formale dalla Chiesa costituisce «una grave mancanza». «Chi per qualunque motivo dichiara davanti all'autorità civile la propria uscita dalla Chiesa», è scritto nel documento, «viene meno all'obbligo di appartenenza alla comunità ecclesiastica e a quello di consentire alla Chiesa con il suo contributo finanziario di assolvere alle proprie mansioni». Senza l'8 per mille quindi non ci si potrà più confessare né fare la comunione e nemmeno essere padrino di battesimo. No anche al funerale religioso, anche se i mancati contribuenti non verranno automaticamente scomunicati. Attualmente basta una semplice dichiarazione alla cancelleria di un tribunale per essere esentati dal pagamento del contributo alla Chiesa. Negli ultimi tempi, però, forse grazie alla crisi, il fenomeno ha assunto una dimensione sempre più importante, anche per i credenti di fede evangelica, che per risparmiare decidono di uscire dalla Chiesa di appartenenza. Finora la decisione di non pagare non aveva alcuna conseguenza sul piano ecclesiastico, mentre le cose cambieranno d'ora in poi. Dal 1990 in poi oltre 100mila tedeschi all'anno hanno voltato le spalle alla Chiesa cattolica, mentre nel 2011 è stato toccato il record di 126.488 auto-esclusioni. Per tentare di arginare il fenomeno la Chiesa cattolica intende agire in futuro anche in maniera più propositiva, inviando a chiunque ha dichiarato al tribunale la propria uscita una lettera di invito a parlarne con il proprio parroco. Nel colloquio si cercherà di convincere l'eventuale pecorella smarrita a ripensarci e a tornare all'ovile. Con una piccola tassa. Germania: no 8 per mille? No sacramenti per i cattolici VIRGINIALORI Monti tra i centristi «Partiti linfa vitale» NINNIANDRIOLO nandriolo@unita.it La sentenza della Corte di Karlsruhe sulla costituzionalità («con condizioni») del Fiscal compact e dell'Esm ha dato un po' di respiro agli strateghi del salvataggio dell'euro, ma non ha certo risolto tutti i problemi. Anzi. Come molti avevano previsto, l'indicazione dei giudici costituzionali sul rispetto dei diritti del parlamento tedesco sta creando già le prime difficoltà. Si profila, infatti, un duro scontro tra Madrid e Berlino. Secondo notizie diffuse dal Financial Times e riprese da molti media tedeschi, il governo di Mariano Rajoy sarebbe intenzionato a utilizzare una parte dei 100 milioni ottenuti in prestito qualche settimana onde evitare il tracollo delle sue dissestatissime banche per ridurre il debito dello stato. Su questo proposito, lo stesso governo avrebbe ricevuto una specie di via libera da parte del Fmi, la cui presidente Christine Lagarde avrebbe stimato «eccessivo» l'impiego dei 100 milioni per il risanamento del sistema finanziario, per il quale ne basterebbero, in realtà, una quarantina. Destinando i 60 milioni «di troppo» alla riduzione del debito, Madrid dovrebbe riuscire a non ricorrere (non adesso, almeno) alla richiesta ufficiale di un intervento dell'Ems, il quale - come tutti sanno - porta con sé controlli esterni e obblighi alle riforme che verrebbero sancite da un memorandum. Proprio quello che Rajoy vuole in tutti i modi evitare. IL VIALIBERA DELBUNDESTAG Ma la distrazione dalle banche dei fondi prestati dall'Europa rischia di scontrarsi con l'opposizione dei partner e soprattutto della Germania, che considererebbe la manovra come un trucco per sottrarsi agli obblighi dei controlli e degli impegni. Berlino, inoltre, ha un motivo in più per contrastare il proposito di Madrid. L'aggiramento degli obblighi legati all'intervento dell'Esm creerebbe un pericoloso contrasto istituzionale in Germania. I giudici costituzionali, infatti, hanno stabilito che in tutte le questioni che riguardano l'impegno finanziario tedesco vanno garantiti i diritti di co-decisione e di controllo del Bundestag. Ma proprio questi diritti sarebbero di fatto scavalcati dalla riconversione a beneficio del debito spagnolo di soldi ottenuti per uno scopo preciso, e approvati dal parlamento tedesco proprio e solo per quello scopo. Il problema esiste e non riguarda solo la Spagna. Affermando i diritti del Bundestag la Corte di Karlsruhe ha di fatto annullato il carattere automatico degli interventi dell'Ems nei confronti dei paesi che li chiedano. Le richieste di questi paesi, anche se offrono in contropartita l'adempimento delle misure e dei controlli, dovrebbero comunque affrontare dei passaggi parlamentari, ovviamente molto delicati. Tanto esiste, il problema, che gli uffici di Bruxelles, secondo indiscrezioni circolate in Germania nei giorni scorsi, starebbero lavorando a una riforma dello stesso Ems varato solo dieci giorni fa. Nello statuto verrebbe espressamente affermato il principio del controllo parlamentare. Si capisce bene a questo punto quale sia la preoccupazione del governo di Berlino nei confronti della mossa di Madrid. Se si affermasse il principio che si possa approfittare dei fondi di stabilità sottraendosi agli obblighi previsti, tutto il castello dell'Ems e del Fiscal compact rischierebbe di sfasciarsi. La questione è già molto delicata in relazione alla Spagna, ma si può immaginare quanto lo sarebbe ancor più per l'Italia, se e quando Roma dovesse beneficiare direttamente degli interventi della Bce sul mercato secondario dei titoli. Questi sono legati, per la volontà della Germania (esplicitamente accettata da Mario Draghi), proprio all'obbligo di chiedere ufficialmente l'intervento dei fondi. La posizione del governo Monti è che l'Italia, a differenza della Spagna che è molto indietro per quanto riguarda il risanamento del sistema bancario e le modifiche del sistema pensionistico, ha già realizzato le riforme che costituiscono le garanzie da offrire all'Europa in cambio degli aiuti. Non è detto, però, che questo «abbiamo già dato» venga accettato senza obiezioni da Bruxelles e dai partner, in particolare Berlino. Va ricordato, a questo punto, che per quanto riguarda le prescrizioni del Fiscal compact è ancora del tutto incerto il principio, rivendicato da Roma, del riconoscimento di «condizioni particolari» che consentirebbero all'Italia di sottrarsi al feroce calendario di riduzione del debito (manovre da decine e decine di miliardi l'anno fino al 2020) prescritto dal patto. I partiti rappresentano la «linfa vitale» della democrazia. Nelle stesse ore in cui Giorgio Napolitano ricorda alle forze politiche europee il compito di contrastare «l'insorgere di illusori e facili populismi», e «il ripiegamento su anguste e sterili chiusure entro orizzonti nazionali», Mario Monti esalta l'importanza dei partiti per combattere episodi di «rigetto della convivenza internazionale» e l'insorgere di «antagonismi europei» determinati anche dall'euro «indispensabile da salvaguardare». Concetti analoghi, quelli espressi ieri da Quirinale e Palazzo Chigi in occasione dell'Internazionale democratica di centro, riunita a Roma, che ha confermato presidente Pier Ferdinando Casini. Un doppio messaggio quello del Presidente del Consiglio, che riecheggia anche le affermazioni del Capo dello Stato. Nelle parole di Monti non si registra, infatti, soltanto la preoccupazione di ricordare ai governi europei più rigoristi i rischi di una politica che alimenti sentimenti popolari anti europei. A pochi giorni dalle ultime sortite di Berlusconi contro il fiscal compact il premier invia oltre confine una richiesta di coesione europea alternativa a quella dell'ex premier. CONSIGLIOEUROPEOADHOC E per combattere populismi e sentimenti anti Ue, Monti chiede la convocazione di un'apposita «riunione del Consiglio europeo». I capi di Stato e di governo dell'Unione «non si devono occupare solo di modalità tecniche e finanziarie - sottolinea il presidente del Consiglio -. Capire la politica e la psicologia è il loro compito principale perché non ci siano crisi di rigetto». Serve più Europa, quindi. E l'asse palazzo Chigi-Quirinale chiede a Bruxelles impegni concreti. Per Monti la strada dell'integrazione è l'unica percorribile, e la «condivisione della sovranità» è indispensabile sia per sconfiggere il populismo che per evitare lo strapotere dei mercati. Sono necessarie cessioni di sovranità nazionali «simmetriche e volontarie», avverte il premier. Le altre, quelle «più passive, meno volontarie e più asimmetriche cui sono costretti alcuni stati membri dell'Unione europea», possono contribuire a determinare nei popoli nuovi antagonismi e nuovi sentimenti anti Ue. Un monito chiaro spedito alle cancellerie dove albergano atteggiamenti rigidi nei confronti di Atene, Madrid o Roma. Al populismo, e al leaderismo Monti contrappone - in Europa, ma anche in Italia - la «linfa» democratica dei partiti. E a pochi mesi dalle elezioni politiche, con un Pdl scosso dal caso Fiorito e immobilizzato dal rebus Berlusconi - mentre dal centro e dal centrodestra non mancano gli appelli al professore in vista del 2013 - il riconoscimento al ruolo delle forze politiche (non solo italiane, naturalmente) diventa più netto del passato. SALVAGUARDAREL'EURO Monti - ospite dell'Internazionale di centro riunita alla Camera - da leader di governo che «non ha né una tradizione né un presente di appartenenza a una forza politica» - riconosce ai partiti un ruolo decisivo in una democrazia che, tuttavia, deve rivelarsi capace di recuperare «demos» e «cratos». Senza questa compensazione, secondo il presidente del Consiglio, il rischio è quello di perdere per strada due connotati: «popolo» e «potere di governare la realtà». E se venisse meno questa capacità allora «sarebbe il massimo dell'impotenza» e «il cratos andrebbe ai mercati». In platea, tra gli altri, anche il premier greco, Samaras, al quale Monti aveva confermato - durante il faccia a faccia della mattina - l'appoggio italiano per il lavoro svolto da Atene, implicita presa di distanze dalle rigidità di Berlino. Una giornata densa di incontri internazionali quella di Monti. Dopo Samaras il presidente del Consiglio ha incontrato anche il premier irlandese, Enda Kenny, quello spagnolo, Mariano Rajoy, gli omologhi della Repubblica d'Ungheria, Viktor Orban, e della Repubblica di Albania, Sali Berisha. Madrid vorrebbe utilizzare per il debito parte dei fondi Ue destinati alle banche. Senza regole Esm Mario Monti e il premier spagnolo Mariano Rajoy a Villa Pamphili FOTO ANSA Il premier all'Internazionale democratica di centro: «Senza politica impotenti davanti ai mercati» Euro-crisi L'incontro con Samaras e Rajoy «Se non curata l'integrazione può provocare problemi di rigetto» PAOLO SOLDINI . . . La manovra sarebbe vista in Germania come un trucco per sottrarsi agli obblighi dei controlli Salvataggio camuffato, Rajoy irrita Berlino sabato 22 settembre 2012 9
E adesso che la Polverini, commossa, ha concluso «io me la sento di andare avanti», adesso che i «camerati di merende» (copyright Mattia Feltri) sono stati mediaticamente rimpiazzati dalla «ramazza di Atreju» (la neo-baby capogruppo Chiara Colosimo, l'ultimo volto ancora “pulito” reperito su piazza), adesso che la Pisana ha varato il suo draconiano ancorché tardivo e poco spontaneo programma di tagli, l'ottimismo della volontà sospinge il Pdl verso la speranza del lieto fine. Una rifondazione, insomma, costata solo un paio di teste, che assomiglia molto a un velo di cipria. Una ventina di 20 milioni in meno da spendere in futuro per scordarsi il passato: quel «sistema Lazio» su cui - ahia - la procura di Roma ha appena cominciato a indagare. Ritrovandosi in un verminaio di dossier, faide interne, mangiatoie e spese pazze. «Un porcile» pare sia stata la sintesi degli inquirenti. Tutto nasce dalle molte «anomalie» nelle movimentazioni sui conti correnti di Francone Fiorito - ex capogruppo e tesoriere - notate dalla filiale competente di Unicredit e segnalate da Bankitalia. Oltre 750mila euro trasferiti in due anni attraverso 109 bonifici dai conti del partito a quelli esteri personali del consigliere. La causale dice tutto e niente: «Fondi per il rapporto tra elettore ed eletto». Appaiono due auto “fantasma”: un Suv Bmw X5 da 90mila euro e una Smart, di proprietà del gruppo che però non le ha mai viste. Poi una bolletta telefonica da 11mila euro, il soggiorno da 30mila euro in un resort extra-lusso a Porto Cervo, più 600mila euro per consulenze. Numeri che fanno rumore. Considerando che la Regione Lazio è già aggredita dallo scandalo dei costi monstre: il consiglio regionale costa 140 milioni di euro all'anno (quanto la nuova stazione Tiburtina). Il presidente Abbruzzese (per ora saldo in sella) ha uno stipendio di 251mila euro lordi, 18 segretari che ne costano 900mila e 9 consulenti per 178mila. Spende un milione e mezzo in spese di rappresentanza. Non è un alieno: i suoi consiglieri guadagnano ufficialmente 13 mila euro netti al mese (Fiorito, con le indennità, sale a 51mila). 180 ex consiglieri - fino a oggi - hanno beneficiato del controverso vitalizio. I partiti - tutti - hanno a disposizione 19 milioni da spendere più o meno come vogliono. Il punto dolente (o gaudente, a seconda dei punti di vista) sta nello statuto regionale: non è prevista la fatturazione delle spese ma solo la rendicontazione anche mediante autocertificazione (per esempio i lauti rimborsi carburante, 40 cent al km). In pratica: il politico presenta ricevuta, tagliando o scontrino, il tesoriere vista, e arrivederci. Fino a quando il bubbone è esploso. Nel luglio scorso Fiorito (ex An) oggi indagato con la pesante accusa di peculato - viene sostituito da Battistoni (ex Fi), che mette gli avvocati a spulciare i conti del partito (compito passato adesso alle Fiamme Gialle) e reagisce alle dichiarazioni di Fiorito con un contro-dossier. Perché in questa vicenda c'entra anche la lotta tra correnti. Solo dopo l'intervento di Silvio Berlusconi, Polverini ha ottenuto le dimissioni di Battistoni, ma in mezzo c'è una zona ancora grigia: è vero che alcune fatture sono state taroccate? Da chi? E soprattutto: Polverini poteva non sapere la destinazione e l'uso del giro di cifre che le vorticava intorno? Fiorito, ribattezzatosi “er Federale de Anagni” come ai tempi del fascismo, ha una linea difensiva chiara: io distribuivo, altri si arricchivano. Anche se dal suo maneggiare con disinvoltura assegni e bancomat spuntano 12 conti bancari (5 in Spagna), 8 case (tre appartamenti nel centro storico, uno ai Parioli, una villa nel parco del Circeo). “Er Batman” chiama in causa, a vario titolo, altri 9 colleghi sui 16 consiglieri Pdl. Per la buona causa del «rapporto tra elettore ed eletto» - racconta - vengono immolate ostriche, champagne millesimato, cravatte di Marinella, book fotografici da 1800 euro. Il suo avvocato Carlo Taormina giura che con i soldi pubblici «c'era chi andava a puttane». Molto si dibatte sul toga-party del vicecapogruppo De Romanis: ancelle e mojito, «Satyricon alla vaccinara», puellae e gladiatori. Così imbarazzante che Alemanno ha cancellato il party in costume da antichi romani previsto il 28 ottobre per le celebrazioni della vittoria di Ponte Milvio. Quella sera, purtroppo per lei, c'era pure la Polverini, fotografata e sorridente. Un festone ultra trash, certo: ma se De Romanis - come giura - ha pagato di tasca propria, diventerebbe un'icona del buon gusto in quella cerchia. Fiorito inserisce tra i «ladri» una metà dei colleghi di scrivania. Si dice «perseguitato» dalle richieste di soldi. Alcune «pressanti e persecutorie» A spulciare le fatture (non tutte genuine, secondo l'ex tesoriere) ci sono 500 euro natalizi da Gucci, ristoranti chic come il pariolino “Caminetto”, ma anche la spesa negli ipermercati (81 euro al Panorama di Anagni, 95 al Pam sull'Aurelia). L'ultima clamorosa novità è la «stecca para»: fondi stornati da settori come trasporti o sanità e convogliati sui gruppi, in modo che alla fine ogni consigliere ricevesse 100mila euro netti in più rispetto allo stipendio. E si torna al punto di partenza: Polverini almeno intuiva? Fiorito ha allegato agli atti una lettera protocollata con ricevuta di ritorno in cui informava tutti delle gravissime irregolarità. La governatrice replica: mai ricevuta. Sarcasmi su Twitter. «Ci crederei. Se fossi un marziano sbarcato oggi sulla Terra». La zarina è soddisfatta. «Io - dice - non sapevo nulla» di toga party, di ostriche e champagne, di false fatture, di resort e conti personali gonfiati. La presidente della Regione che la più alta Irap d'Italia non sapeva niente di suv e di appartamenti a via Margutta. È scesa dalla torre d'avorio alle ultime battute, mentre il consiglio, votava i tagli. «Adesso posso andare avanti, anche grazie all'opposizione». L'opposizione non sembra pensarla così, Luigi Nieri (Sel): «Nessun atto ritardatario può cancellare quello che è successo, solo la fine della consiliatura», Angelo Bonelli (Verdi): «Una vergogna che può essere lavata solo dal voto». Fra le vergogne cita quello dell'Ipab, l'ente dei ciechi che ha dato la casa a Fiorito, ma il presidente gli toglie la parola. Più tardi Polverini annuncerà che non rinnoverà l'incarico al commissario Robillotta. Maruccio, Idv: «Troppi assessori, vanno abolite le indennità di funzione». Montino (Pd): «Lunedì la mozione di sfiducia, nella settimana prossima dobbiamo finire il lavoro dei tagli». Il pacchetto dei tagli, dice Renata Polverini, è di 20 milioni per quest'anno, 28 milioni per ciascuno dei due anni successivi. «Non è vero», replica Montino, «i tagli di quest'anno sono solo di 10 milioni». Lei, comunque, non si dimette, e su twitter la traducono così: «Nun me dimetto, rosiconi», ma non si capisce cosa sia cambiato in due giorni: quando ha minacciato, i «taglietti» votati ieri erano già decisi, l'unico risultato visibile ottenuto è stata la testa di Battistoni. La sala del Consiglio della regione Lazio è chiamata l'acquario, alle spalle dei consiglieri, i lavori si seguono attraverso una vetrata. È di qua della vetrata che nervosismo e teatrini trovano sfogo. Nervosismo ce n'è tanto anche fra i dipendenti della Pisana perché Polverini, che ha scelto, «in televisione il ring più cattivo, quello di piazza pulita di Formigli» ha detto lì che i dipendenti del Consiglio guadagnano più di quelli della giunta. Non è vero e si dovrà, alla fine, scusare, intendeva parlare dei «dirigenti». Il presidente annuncia in Aula che Chiara Colosimo, 26 anni, è stata eletta all'unanimità capogruppo Pdl, succede alla gestione di Battistoni e di Fiorito. Ma, nell'acquario, la voce è diversa, nel gruppo Pdl la faida continua: Chiara è stata eletta 8 a 6, la il clan Tajani-Rampelli-Battistoni ha vinto ancora una volta. Chiara esordisce con una massima da fumetto manga: «Se il male avanza è perché i buoni non agiscono», anche lei - da consigliere Pdl dovrà spiegare come ha speso i suoi 100.000 euro, se è vero, anche solo in parte, quello che racconta «er Batman» di Anagni, che continua a spandere fango, forte delle sue 27.000 preferenze. La storia dei 100.000 euro ha fatto uscire dai gangheri i consiglieri di tutti i gruppi. Giuseppe Rossodivita, radicale, si è presentato spontaneamente dal magistrato, portando i conti del suo gruppo: «Mi ha detto che non gli servono, visto che il nostro bilancio è on line». Cita, insieme a Esterino Montino, una legge della Prima Repubblica, risale al 1973, praticamente alla istituzione delle Regioni. Evidentemente se la erano dimenticata. La legge dice che è consentito un fiLa formula era: «Richiedo e rice-vo», così molti consiglieri Pdl del-la Regione Lazio «giustificavano» le spese ottenendo dal capogruppo Franco Fiorito soldi senza necessità di fattura né motivazioni specifiche sulla destinazione dei fondi. È questo uno degli elementi su cui si stanno concentrando gli inquirenti che indagano sui fondi Pdl alla Regione Lazio nella quale è indagato per peculato l'ex capogruppo Franco Fiorito. Le spese non erano giustificate, le somme piccole e grandi elargite sulla base di una sommaria autocertificazione. Nella documentazione fornita da Franco Fiorito ai pm, ci sono i nomi di Francesco Battistoni, suo bersaglio preferito, e Stefano Galetto. Quest'ultimo avrebbe ricevuto in una sola tranche 17 mila 500 euro. Ma anche le pezze d'appoggio erano facilmente falsificabili. Almeno tre delle fatture emesse da società viterbesi al gruppo Pdl alla Regione Lazio sarebbero state gonfiate. La prima, emessa dalla società pubblicitaria Panta Cz, per un importo di 3mila euro (Iva compresa), come dimostra l'originale in possesso dell'azienda, è stata portata a 13 mila euro (Iva compresa). Sulla vicenda, il legale della società, l'avvocato Fabrizio Ballarini, ha presentato una denuncia alla Guardia di Finanza di Viterbo. «La fattura emessa dalla Panta Cz – scrive il legale -, ammonta a 3 mila euro, mentre nel dossier diffuso da alcuni organi di stampa, è indicato l'importo di 13mila euro». La fattura in questione, la numero 735 del 29 ottobre 2010, era stata emessa da Panta Cz srl nel 2010 per una campagna pubblicitaria curata per conto del Pdl, denominata «Alla prova dei fatti». La altre due risultano emesse dalla Majakovskij, società a cui si rivolgeva per la comunicazione il «rivale» di Fiorito, Francesco Battistoni: una, da 1.275 euro sarebbe stata portata a 12mila, mentre la seconda, da circa 15mila euro, risulterebbe totalmente falsa. Secondo il legale della società, l'avvocato Roberto Alabiso, «poco più di 2mila euro sono stati trasformati in tutto in oltre 27mila». Anche la Majakovskij Comunicazione ha presentato una denuncia contro ignoti. Su questa vicenda il pm viterbese Massimiliano Siddi dovrebbe convocare Franco Fiorito e lo interrogherà «per reato connesso». Era tutto uno scherzo LOSCANDALO PDL Spesa, cene, benzina fino alla «stecca para» Ecco il sistema Lazio Renata Polverini e la nuova capogruppo del Pdl, Chiara Colosimo FOTO OMNIROMA Ilvorticedicifreche haspolpato laPisana LeaccusediFiorito: iodistribuivo,altri si arricchivano.E laPolverini potevanonsapere? FEDERICAFANTOZZI Twitter @Federicafan La zarina soddisfatta ringrazia il Consiglio. Lo scandalo? Acqua passata Fiorito promette: restituirò tutto JOLANDABUFALINI ROMA Le fatture gonfiate di Viterbo Franco Fiorito a Porta a Porta FOTO ANSA . . . Una legge del 1973: peculato l'uso privato dei contributi a gruppi consiliari ILCASO Conilnumerounomesso davanti, tremilaeuro diventano13.000 e1250si trasformano in12.250.Lasommafinale fa40milaeuro J. B. ROMA L'INCHIESTA 4 sabato 22 settembre 2012
Non solo i normalirimborsi o le ormaifamose «funzioninon tariffabili» e lacosiddetta leggeDaccò, ad arricchire le casse della fondazione Maugeri di Pavia ci pensavano anche le «maggiorazioni tariffarie». A denunciare l'ultima legge finita per pompare denaro pubblico nelle cliniche dalle quali è partita l'inchiesta che vede sotto indagine anche Roberto Formigoni, è il Pd della Lombardia con Alessandro Alfieri: «Abbiamo potuto ricostruire il sistema delle maggiorazioni tariffarie dopo che da tempo chiedevamo di poter vedere i decreti dirigenziali cui non abbiamo accesso diretto», racconta il vicesegretario dei Democratici. Ma di cosa si tratta? Le maggiorazioni tariffarie sono risorse che aumentano il valore dei rimborsi tradizionali (Drg) destinati agli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (Ircss) e alle sedi didattiche dei corsi di laurea in Medicina. In sostanza, sulla base di criteri quali il numero dei posti letto destinati alle attività didattiche o il numero di progetti di ricerca in corso, il normale valore dei Drg poteva crescere dal sette fino a un massimo del 19 per cento. Non che fino ad allora chi facesse didattica e ricerca venisse ignorato dalla Regione, anzi. È singolare però - fa notare il Pd lombardo - che fino a prima che legge regionale istituisse le «maggiorazioni tariffarie» le cliniche Maugeri incassassero per ricerca e didattica appena 1,9 milioni di euro (mentre già riscuotevano oltre 26 milioni di euro per le «funzioni non tariffabili»). Era il 2009. Un anno dopo, con la nuova legge entrata in vigore il 28 luglio 2010, ai 26 milioni di «funzioni non tariffabili» se ne aggiungevano quasi altri venti delle nuove «maggiorazioni tariffarie», per un totale di 41 milioni di euro. Dopo aver chiesto, invano, le dimissioni del «Celeste», il Pd e l'opposizione al Pirellone hanno invitato (senza successo) il governatore a riferire in Aula sulla vicenda che lo vede iscritto nel registro degli indagati insieme ai vecchi amici Pierangelo Daccò, ritenuto dagli inquirenti il passe par tout della sanità lombarda, e Antonio Simone, ex assessore regionale della Dc anni Novanta. Secondo la procura di Milano, Simone e Daccò avrebbero stornato dalle casse della Maugeri quasi sessanta milioni di euro, dirottati poi in presunti fondi neri all'estero e usati pensano i pm - anche per oliare gli ingranaggi della sanità. In questo contesto, dal 14 giugno Formigoni è indagato con l'ipotesi di reato di corruzione: stando alla traccia investigativa dei pm Luigi Orsi, Laura Pedio, Gaetano Ruta e Antonio Pastore - coordinati dal procuratore Francesco Greco - in cambio di diverse utilità come i famosi viaggi ai Caraibi, il governatore avrebbe favorito gli amici Daccò e Simone che si muovevano nei meandri della sanità lombarda per interesse della Maugeri. POSIZIONISEPARATE Il «Celeste» ha sempre respinto ogni addebito, ma non ha spiegato chiaramente né documentato chi ha pagato, tra le altre contestazioni, i viaggi ai Caraibi. L'inchiesta sulle cliniche pavesi Maugeri nasce da quella sul crac da 1,5 miliardi di euro del San Raffaele di don Luigi Verzè, per il quale Daccò è finito in carcere nel novembre del 2011. In queste ore al quarto piano del palazzo di Giustizia di Milano, sede della procura, si vocifera che i magistrati stiano pensando di separare il percorso giudiziario di Formigoni da quello di Simone, Daccò e degli altri indagati per i presunti fondi neri alle Maugeri. Gli inquirenti paiono intenzionati a stralciare la posizione del governatore in modo da proseguire gli accertamenti nei suoi confronti, mentre i coindagati potrebbero andare a giudizio immediato. Il Pd lombardo nel frattempo chiede che ci sia «una riforma complessiva» del sistema delle «funzioni non tariffabili». Un capitolo di spesa della sanità regionale che secondo i Democratici tra il 2008 e il 2010 ha elargito contributi agli Irccs privati e alle case di cura per oltre 576 milioni di euro, di cui quasi 147 al San Raffaele e più di 72 alla Maugeri. Mentre secondo i pm di Milano, tra il 2002 - anno in cui si sarebbe rivolta a Daccò per la prima volta - e il 2012, la sola Maugeri avrebbe ottenuto duecento milioni di euro. . . . Possibile la richiesta di giudizio immediato per Simone, Daccò e gli altri indagati GIUSEPPEVESPO MILANO nanziamento per le attività del gruppo ma, spiega Rossodivita che è anche avvocato: «Se quei soldi li giri sul tuo conto personale o li usi per le tue spese personali commetti un reato, il peculato, ovvero l'appropriazione indebita di un pubblico amministratore». L'ex capogruppo Battistoni ha un'aria serafica quando esce dall'acquario. Fiorito dice di essere stato fatto fuori per aver chiesto controlli direttamente alla Polverini. Lui sorride, Fiorito quella lettera l'ha scritta molto tardi, perché sapeva che sarebbe stato fatto fuori. Questa storia dei 100.000 a cranio ha mandato su tutte le furie anche i paladini della Polverini, Rodolfo Gigli, il più anziano dei consiglieri, vecchio democristiano ora nell'Udc. Si rivolge al presidente dell'Aula Mario Abbruzzese, il prossimo sulla graticola negli autodafè in corso: «Lei deve chiarire come sono stati gestiti i fondi, non possiamo passare tutti per ladri, ne va della credibilità dell'istituzione». L'altro paladino è Francesco Storace che si rivolge ad Abbruzzese così: «Io me so' dimesso per un articolo di giornale». Le agenzie hanno lanciato l'ipotesi che potrebbe essere Storace a sostituire Abbruzzese ma è una candidatura che farebbe finire sul nascere la pax armata appena siglata con l'opposizione per votare i tagli. Lui dice: «Nun me ne frega niente di fare il presidente». Il meteo della Pisana segna brutto anche nei prossimi giorni. Sia pur piccoli, i tagli non sono indolori: si passerà da 20 a 8 commissioni. Vuol dire 12 presidenti e 24 vicepresidenti in meno, l'indennità di funzione per loro è 1500 euro lordi al mese. Chi dovrà rinunciare alla prebenda? Forse alla Polverini converrebbe accedere alla richiesta dell'opposizione: abolire le indennità di funzione, ma toccherebbe anche a lei che riceve, in più sul suo stipendio, 7.600 euro lordi al mese, al pari del presidente del Consiglio. Le indennità di funzione, spiegano al gruppo Pd, valgono da sole 100.000 euro al mese. Gli altri tagli, che la Polverini non ha voluto e che le forze di centro sinistra propongono insieme, riguardano il rimborso chilometrico della benzina (370.000 euro nel 2011), gli assessori esterni (5 milioni l'anno) più i loro vitalizi (un vitalizio vale un milione l'anno) e le consulenze (50 milioni l'anno). In serata Fiorito annuncia: «Sono pronto a restituire i soldi» FINMECCANICA . . . Potrebbero proseguire gli accertamenti sul governatore, accusato di corruzione Soldi destinati ai gruppi presenti nell'assemblea legislativa campana dirottati, attraverso bonifici, sui conti personali di singoli consiglieri: né più e né meno quello che è avvenuto e avviene alla Regione Lazio. Il pm Giancarlo Novelli, della sezione reati contro la pubblica amministrazione della procura di Napoli, si è imbattuto per caso in quello che va già delineandosi come un vero e proprio “Campania gate”. Stava indagando su un consigliere regionale di maggioranza eletto nelle liste dell'Udeur mastelliana, Ugo De Flaviis, già assessore all'ambiente della prima giunta Bassolino, quando da un'intercettazione telefonica è spuntata l'anomalia, che rischia di trascinare nella bufera anche il parlamentino del centro direzionale di Napoli. Peculato è l'ipotesi di reato sulla quale lavora la procura, che adesso vuole sapere come sono stati spesi 40 milioni di euro (8 milioni all'anno), erogati ai gruppi presenti in consiglio a cavallo tra l'ultimo scorcio della passata legislatura regionale e i primi due anni di quella in corso. L'indagine abbraccia un arco temporale che va dal 2008 ad oggi: per chiarirsi le idee, Novelli ha spedito, già mercoledì mattina, la guardia di finanza alla segreteria generale del Consiglio. Per un'intera giornata le fiamme gialle hanno acquisito dati (senza però sequestrare documentazione) al 16esimo piano del grattacielo che ospita anche gli uffici di presidenza del Consiglio. Ieri, nuova visita: i finanzieri si sono presentati direttamente negli uffici della presidenza, acquisendo altri dati. L'impressione, confermata dagli stessi inquirenti, è che l'inchiesta sia ancora alle battute iniziali. Scopo dell'indagine è stabilire come i consiglieri hanno speso i fondi relativi a tre voci di bilancio: indennità per le attività politiche, comunicazione e funzionamento dei gruppi. Per il solo 2012, gli appostamenti di bilancio assegnano 1.585.891 euro per le spese dei gruppi, 1.523.000 euro per il fondo comunicazione e 1.891.000 euro per il fondo assistenza attività dei gruppi. Di queste tre voci, l'unica che preveda una rendicontazione, secondo il regolamento del Consiglio regionale, è quella relativa al fondo comunicazione. Rispetto al quale, però, una posta di bilancio prevede, per ogni consigliere, una dotazione annua di 40mila euro: moltiplicando questa cifra per 61, tanti quanti sono i consiglieri, si va oltre i due milioni e mezzo di euro l'anno. Di tutto il resto, i gruppi presenti nell'assemblea legislativa non sono obbligati a rendere conto. L'inchiesta della magistratura punterebbe, dunque, a rischiarare queste zone d'ombra. Ad accertare, cioè, se il transito dei fondi destinati ai gruppi sui conti privati di singoli consiglieri, ancorché non vietato dal regolamento, non configuri un'appropriazione indebita di danaro pubblico. «L'iniziativa della procura della Repubblica e della guardia di finanza è giusta e utile. Sapere come vengono spesi i soldi pubblici deve essere sempre più un dovere di tutti e in primo luogo di chi svolge una funzione politica e amministrativa», commenta il capogruppo del Pd, Peppe Russo. Per ora, stando alle indiscrezioni, l'attenzione degli inquirenti sarebbe puntata su De Flaviis, che lo scorso luglio ha subito diverse perquisizioni da parte della finanza presso la sua abitazione, lo studio professionale e gli uffici del Consiglio regionale. In quell'occasione le fiamme gialle sequestrarono documentazione e alcuni personal computer in dotazione al rappresentante dell'Udeur, sotto inchiesta per corruzione e abuso d'ufficio. La procura indaga sull'assunzione di un'ex cognata del consigliere regionale presso la Input Data Srl, una società specializzata nell'elaborazione dati e nella produzione di software che ha avuto rapporti di collaborazione con organi dell'amministrazione regionale. In particolar modo con un vecchio feudo mastelliano: l'Arpac Multiservizi srl, di cui De Flaviis è stato per lungo tempo consigliere di amministrazione. LadenunciadelPd lombardo:così la leggesui rimborsiharaddoppiato i ricavidellaFondazione Daipml'ipotesidistralciare laposizionediFormigoni INNUMERI Orsisotto inchiesta «Tangentipergli elicotteri indiani» LasocietàFinmeccanica èstata iscrittacomepersonagiuridica nel registrodegli indagatidella Procura diBusto Arsizio.Alla societàè stato notificatounavviso di garanziache ipotizzaunreatodi corruzione internazionale.Si trattadellostesso reatocontestatoall'amministratore delegatoGiuseppe Orsie adaltri sei managerdell'aziendache eranogià stati iscritti nel registro degli indagati dellaProcura di Napoli. L'inchiesta riguardapresunte tangenti pagate in occasionedi un contrattodi vendita di 12 elicotteri AgustaWestland (societàdi cuiOrsieraallora amministratoredelegato) al governo indiano.Poiché la societàhasedea Samarate,aVarese, la Procura generaledellaCassazione aveva disposto la trasmissionedegli atti a BustoArsizio.Finmeccanica e AgustaWestland«dichiarano la propriacompletaestraneità». ILDOSSIER . . . Continua la faida di maggioranza: il prossimo a cadere dovrebbe essere Mario Abbruzzese Polverini resta Campania-gate, s'indaga sull'utilizzo di 40milioni Tutto è partito da una intercettazione Ieri nuovi controlli della finanza alla presidenza del consiglio MASSIMILIANOAMATO NAPOLI . . . Al centro del caso il consigliere Udc Ugo De Flaviis, accusato di peculato 60.000.000 DI EURO Sono i tagli propostidal Pd eda tutte leopposizioni, che Polverininon havolutoadottare 1.200.000 L'ANNO Èquanto la RegioneLazio spendenel complessoper pagare le indennitàdi funzione 7.607 EURO LORDI È l'indennità delpresidente dellagiunta edelpresidente del consiglio 5.000.000 AGLI ASSESSORI ESTERNI È la cifra annuacorrispostaai 14 assessorinon eletti, nominatidalla governatrice 370.000 EURO Laspesa sostenutanel 2011 dall'amministrazioneregionaleper i rimborsi chilometrici «Tariffe maggiorate, l'ultimo regalo alle cliniche Maugeri» Roberto Formigoni FOTO ANSA sabato 22 settembre 2012 5
Non si è ancora risolto il rebus previdenziale che sta penalizzando migliaia di lavoratori vicini alla pensione, dopo una carriera lavorativa svolta sotto regimi diversi – ad esempio, dall'impiego pubblico a quello privato. La questione è scoppiata pochi giorni fa, quando la commissione Lavoro della Camera ha ricevuto dalla Ragioneria della Stato un parere negativo su un disegno di legge bipartisan con cui la stessa commissione aveva cercato di riparare all'ingiustizia riconosciuta sia dall'attuale governo, sia dal precedente. Quale ingiustizia? Quale penalizzazione? Dover pagare somme rilevanti per unire ai fini pensionistici i contributi versati ai diversi enti di riferimento. Ricongiunzione resa necessaria per poter raggiungere quella anzianità contributiva che ti permette di andare in pensione. Il problema nasce dall'iniqua differenza nei rendimenti previdenziali delle buste paga in regime retributivo. Fino alle grandi riforme degli ultimi anni novanta lo stipendio pubblico pesava più di quello privato: circa il 2,5% ogni anno di lavoro, contro il 2% dell'Inps. Infatti gli “statali” prendevano il 100% dell'ultimo stipendio, i privati l'80% con 40 anni di lavoro. Con il ricongiungimento, se è l'Inps a pagare la pensione riceve i conti dell'ente più generoso e non c'è problema. Ma se è quest'ultimo a pagarla – l'Inpdap – deve sopportare l'onere di coprire una precedente carriera contributiva – all'Inps - che dava una pensione minore. Chi paga questi oneri? La questione del cumulo dei regimi fu disciplinata per il pubblico impiego molti anni fa con la legge 322 del 1958, permettendo di trasferire all'Inps il proprio conto corrente contributivo senza pagare nulla, accontentandosi però di una pensione minore (ricongiungimento gratuito). Infatti per l'Inps non c'era alcun onere. La disciplina fu completata vent'anni dopo, nel 1979 (legge 29), regolando i passaggi inversi. Resta gratuito il passaggio dall'Inpdap all'Inps. Ma il trasferimento verso regimi più generosi – ad esempio l'Inpgi dei giornalisti – è oneroso: il pensionando deve pagare la differenza tra la pensione maturata all'Inps e quella che gli riconosce l'Inpgi per quegli anni di contribuzione. Che cosa succede nel 2010? Il ministro Tremonti, con l'art. 12 della legge 122, decide che tutti i ricongiungimenti siano onerosi, anche e in particolare dall'Inpdap all'Inps, contro il pericolo che le donne del pubblico impiego fuggano verso l'Inps per evitare l'aumento dell'età pensionabile a 65 anni. Ne è derivato il caos, specialmente dopo i processi di privatizzazione di varie attività pubbliche. Un addetto alle pulizie si trovava a dover pagare all'Inps fino a 30.000 euro, praticamente il TFR. Monta la protesta, il governo Berlusconi riconosce l'errore, con il nuovo governo maggioranza e opposizione si danno da fare per trovare una soluzione. La questione viene messa in mano a deputati competenti: per il Pd la bolzanina Marialuisa Gnecchi, lungo passato all'Inps e nel sindacato; per il Pdl Giuliano Cazzola, ex sindacalista anche lui, la cui conoscenza della materia è riconosciuta da tutti. I due si mettono d'accordo su un sistema che consente la somma delle pensioni retributive maturate in ciascun regime. Il seguito è noto. La Ragioneria dice che non c'è copertura perché a regime nel 2022 l'operazione costa 2,5 miliardi solo per i 360.000 dipendenti pubblici interessati, che diventano 600.000 se ci mettiamo anche i professionisti. Il ministro del Lavoro Fornero dice va bene il ricongiungimento gratuito, ma la pensione dev'essere calcolata tutta con il metodo contributivo. Ovvero, di nuovo una penalizzazione nel passaggio all'Inps, perché il contributivo dà una pensione spesso più bassa del retributivo. Hanno trascorso la notte sul tetto del Duomo di Sassari i due operai della Italcementi che protestano per chiedere la ricollocazione prima che scada la cassa integrazione il 14 novembre. Ieri hanno ricevuto la visita del sindaco di Sassari, Gianfranco Ganau Sassari, due operai Italcementi in cima al Duomo Una decisione che era nell'aria, ma non per questo meno dolorosa: Parmalat chiude tre stabilimenti in Italia - Genova, Villaguardia in provincia di Como e Cilavegna in provincia di Pavia -, dichiarandosi però pronta a mettere in atto d'intesa coi sindacati un piano sociale per limitare l'impatto occupazionale. «Le parti sociali - si legge in una nota del gruppo di Collecchio, di proprietà della francese Lactalis - si sono già attivate presso il ministero del Lavoro per definire nei prossimi giorni gli strumenti previsti, con particolare riferimento agli ammortizzatori sociali necessari per la realizzazione del piano sociale». In particolare, le misure di Parmalat per far fronte alle ricadute occupazionali prevono il ricorso alla mobilità interna infra-gruppo e il trasferimento di personale presso operatori logistici terzi, garantendo un sostegno di tipo anche anche formativo. La decisione del colosso alimentare si inserisce all'interno delle strategie complessive per il breve e medio periodo. Antonio Vanoli, direttore generale per le attività operative del gruppo di Collecchio, ha spiegato che «Parmalat ha presentato un piano operativo triennale che da un lato riafferma la centralità dell'Italia con obiettivi di crescita e dall'altro intende, con il contributo di tutti, fronteggiare le ricadute occupazionali, anche mediante politiche di ricollocamento sul territorio». Ulteriori dettagli sono arrivati dalle forze sociali al termine dell'incontro che si è tenuto ieri presso il Ministero dello Sviluppo economico sul piano industriale di riorganizzazione del gruppo. «Parmalat intende investire 180 milioni di euro nei prossimi tre anni e prevede nel periodo una crescita del fatturato del 4%», ha dichiarato Mauro Macchiesi, segretario nazionale Flai Cgil. «Abbiamo preso atto positivamente ha aggiunto - dell'impegno dell'azienda, comprensivo degli investimenti di marketing e strutturali, ma rimangono alcuni punti ancora da chiarire. Infatti, si prevede nei prossimi tre anni un aumento del 4 % di fatturato dovuto quasi esclusivamente alla produzione per conto terzi che non può essere sufficiente alla saturazione della capacità produttiva dei vari siti produttivi. Occorre invece che l'azienda definisca nel più breve tempo possibile una strategia per la produzione di nuovi prodotti». Parmalat Italia, ha proseguito Macchiesi, «non può essere un`azienda competitiva pensando di produrre solo latte in un mercato particolarmente complesso e destrutturato come quello del latte. Inoltre non è stata ancora chiarita, come richiesto dal Ministero dello Sviluppo Economico nell'incontro precedente del mese di giugno, quale sia la vera missione dell'azionista di riferimento Lactalis. Per questo motivo come Federazioni sindacali nazionali di settore abbiamo ottenuto dal ministero di mantenere aperto il tavolo per monitorare con continuità la realizzazione del piano industriale». SABATO 22 SETTEMBRE Ore 21.30 DIRITTI PER L'ITALIA Nichi Vendola Ettore Martinelli Barbara Pollastrini ECONOMIA . . . Macchiesi, Flai Cgil: «Il gruppo vuole investire 180 milioni in 3 anni con un 4% di crescita dei ricavi» Rebus pensioni ancora irrisolto Migliaia di lavoratori attendono una soluzione per chi ha versato i contributi a regimi diversi RAUL WITTENBERG ROMA Marflow Brs assemblea permanente per il lavoro Cresce la tensione attorno alla vertenza della Marflow Brs di Trezzano sul Naviglio, azienda dell'indotto automobilistico. I lavoratori sono in lotta da tempo per tenere aperta la fabbrica e oggi si sentono traditi dal nuovo proprietario polacco. Ieri è andato in scena l'ennesimo, vergognoso atto di una sceneggiata che si protrae da ben due anni: il gruppo dirigente di Boryszew, multinazionale polacca che nel 2010 aveva rilevato il sito di Trezzano (e gli stabilimenti in Brasile e Cina), ha dichiarato ufficialmente la sua intenzione di chiudere la fabbrica e liberarsi dei lavoratori che si erano battutti e avevano conquistato il rientro nello stabilimento alle porte di Milano delle commesse che Bmw aveva riportato in Germania, consentendo il funzionamento della azienda. Nell'agosto del 2010, al Ministero dello Sviluppo Economico, era stato sottoscritto un accordo che prevedeva investimenti sullo stabilimento di Trezzano, garanzie di continuità produttiva e il reintegro graduale delle lavoratrici e dei lavoratori. Nulla di quanto contenuto in quell'accordo è stato rispettato: le commesse promesse sono state trasferite altrove e, secondo Boryszew, i lavoratori non hanno alternative, sono solo esuberi da mandare a casa. Le operaie e gli operai della Maflow non hanno alcuna intenzione si seguire il copione della multinazionale polacca, hanno difeso la fabbrica e il lavoro ed è quello che intendono continuare a fare: da ieri sono in assemblea permanente. Parmalat, 3 chiusure Piano per gli esuberi MARCOTEDESCHI MILANO 14 sabato 22 settembre 2012
SEGUEDALLAPRIMA Che cosa si può dunque chiedere ai protagonisti dell'incontro di oggi? Non credo sarebbe utile un confronto recriminatorio su quel che si è detto o non si è fatto. Siamo nel vivo della più acuta e profonda crisi che il settore automobilistico abbia mai vissuto in Europa. Peugeot - Citroën ha annunciato la chiusura del suo grande stabilimento storico alle porte di Parigi; General Motors denuncia la necessità di una profonda ristrutturazione di Opel; persino Volkswagen - che guadagna e tiene il mercato soprattutto grazie all'Audi - ha preannunciato riorganizzazioni produttive e occupazionali di Skoda e Seat. Insomma, la crisi c'è e la Fiat ne soffre più di altri perché la sua gamma sta nei segmenti di piccola e media cilindrata, che più soffrono per la contrazione dei consumi. Se è così, la vera questione all'ordine del giorno dell'incontro di oggi è come la Fiat intenda gestire questa fase di basso mercato e, soprattutto, con quali scelte industriali l'azienda si metta nelle condizioni di essere pronta per quando il mercato si riprenderà. Ammettendo che la ripresa si possa avere tra la fine del 2013 e l'inizio del 2014, è dunque oggi che la Fiat è chiamata a fare le sue scelte, stante che i tempi per immettere sul mercato un modello nuovo sono 18-24 mesi dal momento della sua ideazione. Le scelte dell'azienda saranno tanto più credibili e perseguibili in quanto da parte del governo ci sia non soltanto una presa d'atto, ma invece la attivazione di strumenti e risorse che accompagnino e sostengano il settore automobilistico. Così come la acutezza della crisi chiama ad uno sforzo di comune responsabilità che dovrebbe sollecitare azienda e sindacati a ritrovare luoghi e sedi di confronto, di relazioni e di negoziato. E anche in questa direzione, un'azione attiva del governo sarebbe preziosa per favorire il superamento delle laceranti ferite degli ultimi due anni. Per tutte queste ragioni forse è auspicabile che l'incontro odierno non si esaurisca in un fatto isolato, ma attivi un tavolo permanente di confronto nel quale monitorare, via via, l'evoluzione del mercato e individuare le azioni necessarie ad accelerare la uscita dalla crisi. SEGUEDALLAPRIMA L'Europa è ancora oggi il luogo fondamentale di competizione tra le aziende di settore, malgrado la crisi di mercato, o forse proprio in ragione di questa, e della sovraccapacità produttiva esistente. Per questo hanno ragione da vendere tutte le voci preoccupate che si sono levate nelle ultime settimane a richiedere che l'Italia non perda altre posizioni e che la Fiat cambi scelte e soprattutto strategia. Anche se va detto, e oggi ripetuto per rispetto della verità, che quello che sta succedendo non è frutto solo del calo dei consumi che riguarda l'Europa più delle altre aree del mondo, e l'Italia più del resto del continente, ma delle scelte di fondo fatte dalla Fiat in questi ultimi tre anni, e della inconsistenza del piano Fabbrica Italia, come era evidente a chi lo ha letto da subito senza servile encomio, e solo rapportandolo all'andamento di una crisi che era pienamente in corso e non dava segno di finire. Ciò che rende oggi difficile affrontare il tema, oltre che la scarsa coerenza tra le affermazioni dell'azienda e i fatti susseguenti, sono le motivazioni che Marchionne ha portato più volte nel giustificare il perché quel piano non si sia realizzato: in sostanza la crisi delle vendita rende non produttivo investire oggi, perché diventa inevitabile bruciare ritorni finanziari e nuovi modelli, mentre è necessario attendere almeno altri due anni per far ripartire il ciclo degli investimenti. Qui proprio è il punto, il cuore del problema. Apparentemente questa posizione ha un nocciolo di buon senso; in realtà non funziona, perché non funziona così l'economia di mercato. E infatti se tutti gli imprenditori seguissero la stessa logica, quali effetti ci sarebbero? E perché tutte le teorie di concorrenza e di innovazione nei settori di produzione di beni e servizi hanno sempre invece sostenuto che è proprio la crisi un fattore di cambiamento, e che gli investimenti vanno fatti durante, e non dopo, per non perdere tutti i primi spiragli di ripresa della domanda? Per Fiat poi questo sarebbe ancora più vero, per il fatto che l'offerta è visibilmente vecchia nei segmenti medi e medio-alti, dove si concentrano i margini di profitto più elevati, e che, come si è visto, non basta cambiare nome ai modelli pensati per il mercato americano per ottenere dei successi. Ma soprattutto, perché dietro un processo di innovazione e un nuovo investimento c'è un progetto di ricerca, lo stimolo al cambiamento, una sfida che mette in moto energie di tutta la filiera, e la riproposizione dentro un gruppo più vasto dell'identità del fare automobili con il segno e la tradizione del nostro Paese. Naturalmente, dietro questa posizione vi sono invece altri, non dichiarati motivi. L'azienda oggi è tutta posizionata sul mercato americano e sul complesso percorso che riguarda l'acquisizione e il rilancio della Chrysler; la grande liquidità disponibile è sterilizzata per altri motivi; il mercato europeo viene visto come troppo difficile da affrontare in queste condizioni. E la conseguenza che deriva è appunto prendere tempo, rimandare i modelli previsti, anche quelli da immettere sul mercato tra 18 mesi, estendere la cassa integrazione a piene mani, con la conseguenza di scendere nelle quote di mercato, di rendere più difficile la risalita, di disperdere qualsiasi rapporto tra i marchi del gruppo e la loro tradizione, e il mercato. Il presidente Monti oggi è chiamato a frenare questa deriva, a far pesare quello che il settore rappresenta per l'occupazione e gli investimenti, a pretendere e fare chiarezza sul nuovo piano, e a non rassegnarsi a un nuovo scambio tra più ammortizzatori oggi e generici impegni per il futuro. La stessa cosa deve essere chiamato a farla il Parlamento, oltre che gli enti locali interessati, e il movimento sindacale. Sarebbe poi necessario che il governo chiedesse chiarimenti sul futuro di Fiat Industrial, altra componente importante del gruppo, e della funzione dei centri italiani di progettazione e ricerca. In sostanza il governo ha il dovere di chiedere certezze nel nome degli interessi del nostro Paese, come farebbe il governo di qualsiasi altro Paese, anche a prescindere dalle enormi risorse pubbliche trasferite negli ultimi 25 anni all'azienda. A pochi mesi dalle elezioni non si può chiedere di più al governo, come pure andrebbe fatto sul terreno di una proposta di politica industriale per il comparto. Ma neanche di meno. Per questo è necessario ricordare alla Fiat, anche per provare a ridurre il contenzioso aperto, che il diritto ad avere rappresentanze sindacali è un diritto riconosciuto dalla Costituzione, e da tutti gli ordinamenti liberal-democratici, e che un referendum improvvido non può essere usato contro un generale e fondato diritto di libertà. Sergio Marchionne batte cassa. Per preparare il terreno all'incontro che avrà oggi, accompagnato dal presidente John Elkann, con il presidente del consiglio Mario Monti ed i ministri Elsa Fornero e Corrado Passera, l'amministratore delegato della Fiat ieri ha iniziato a mostrare le sue intenzioni. Lo ha fatto attraverso una nota scritta con cui ha risposto al ministro dello Sviluppo, che giovedì aveva ricordato allo stesso Marchionne come «il mercato brasiliano, per le sue regole, è abbastanza chiuso rispetto al resto del mondo, e qui Fiat ha espresso una leadership riconosciuta. L'Italia è un altro mercato molto importante, ma anche molto più di un mercato». PAROLE Marchionne così ha preso carta e penna per far sapere a Passera di «essere felice che il ministro, andando in Brasile, si sia reso conto dei grandi risultati della Fiat in quel Paese. Non sarà sfuggito allo stesso ministro Passera come il governo brasiliano sia particolarmente attento alle problematiche dell'industria auto. Sono sicuro che il ministro sappia che le case automobilistiche che vanno a produrre in Brasile possono accedere a finanziamenti e agevolazioni fiscali». «In particolare per la costruzione dello stabilimento nello stato di Pernambuco» ha continuato Marchionne «la Fiat riceverà finanziamenti sino all'85 per cento su un investimento complessivo di 2,3 miliardi di euro. A questi si aggiungeranno benefici di natura fiscale, quando sarà avviata la produzione di automobili, per un periodo minimo di 5 anni. Per quanto riguarda la Fiat, l'ultima operazione del genere in Italia si è verificata all'inizio degli anni novanta per lo stabilimento di Melfi. Sappiamo bene che, considerando l'attuale quadro normativo europeo, simili condizioni di finanziamento non siano ottenibili nell'ambito dell'Unione Europea». Finanziamenti no, ma incentivi e sgravi fiscali sì per evitare tagli, chiusure, licenziamenti. E c'è sempre l'ipotesi della cassa integrazione in deroga. In questo ultimo caso l'idea è quella di congelare qualsiasi tipo di investimento fino al 2014, quando alla Fiat sperano di poter avere condizioni più favorevoli dalla situazione economica, magari investendo qualche miliardo dei 20 promessi nel piano Fabbrica Italia, che tante divisioni aveva creato tra i sindacati. Ieri il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, è tornata a parlare della casa torinese, ricordando come «da tempo diciamo che il crollo del marchio Fiat sui mercati europei è determinato dalla scelta di non avere nuovi modelli. Le altre case automobilistiche, alcune con andamenti molto positivi, altre con difficoltà, hanno tutte deciso che anche dentro la crisi continuavano a innovare il prodotto e a lanciare modelli. La Fiat non lo ha fatto ed è su questo che bisognerebbe interrogarsi». «Per quanto riguarda l'incontro di domani (oggi ndr)» ha continuato la Camusso «il governo dovrebbe semplicemente chiedere alla Fiat la verità. Da ormai troppo tempo si narra di un piano che non c'è più, ma nessuno conosce quali sono davvero i piani Fiat. Soprattutto non c'è alcuna certezza sul fatto che la Fiat non si stia veramente apprestando a lasciare il Paese». Cesare Damiano del Partito democratico, commentando le parole dell'amministratore delegato della Fiat, si chiede se «il Marchionne di oggi a cui vanno bene gli aiuti di Stato per il settore auto è lo stesso che ha sempre rivendicato di non voler chiedere risorse pubbliche dall'Italia? Bisogna che ci mettiamo d'accordo, anche perché siamo convinti che il ruolo dello Stato sia fondamentale per sostenere l'innovazione dei prodotti. Se convergiamo tutti sulla necessità di avere, anche nel nostro paese, una politica industriale per i settori strategici avremo fatto un passo avanti. L'azienda torinese ha ricevuto dalla banca europea degli investimenti 350 milioni di euro, a vantaggio di Fiat industrial, proprio per l'innovazione». Aprire un tavolo permanente Marchionne chiede aiuti pubblici Il sindacodiTorino invita laFiatasvelare lestrategie industriali eamantenere gli impegnidisviluppo PIEROFASSINO L'INTERVENTO/2 GIUSEPPECARUSO MILANO Ilgruppononpuò aspettarechefinisca lacrisiper riprendere gli investimentinelle nostre fabbriche GUGLIELMOEPIFANI . . . Susanna Camusso: «Non c'è certezza sul fatto che la Fiat non si prepari a lasciare il Paese» L'ad di Fiat Sergio Marchionne e il ministro dello sviluppo economico Corrado Passera a Pomigliano. FOTO ANSA Il governo dica no a scambi impropri . . . Il governo aiuti tutti a superare le laceranti divisioni degli ultimi due anni . . . Monti è chiamato a fermare la deriva del gruppo che concentra tutto in America L'INTERVENTO/1 In Brasile la Fiat va bene «perchè ci sono sconti e sostegni» Il Pd: ma non diceva di non voler aiuti di Stato? Oggi vertice con Monti sabato 22 settembre 2012 3
L'11 SETTEMBRE SCORSO È MORTO, ALL'ETÀ DI 92 ANNI THOMAS SZASZ, UNO DEI PROTAGONISTI PIÙ SCOMODI, INFLUENTI E OSTRACIZZATI DELLA STORIA DELLA PSICHIATRIA.Szasz era nato a Budapest da una coppia ebrea ungherese, che rifugiò negli Stati Uniti nel 1938 a causa delle persecuzioni naziste. Nel 1960, un anno dopo avere vinto la cattedra di psichiatria all'università di Syracuse, nello stato di New York, pubblicò quello che è considerato il suo libro più importante, Il mito della malattia mentale, al quale è seguita una produzione di decine di libri e centinaia articoli scientifici. Il mito della malattia mentale fu accolto dalla comunità scientifica internazionale, così come in generale dal mondo della cultura, come una vera e propria bomba destinata ad esplodere nel cuore stesso della psichiatria. La tesi centrale del libro era, infatti, assolutamente «radicale»: la malattia mentale - qualsiasi malattia mentale - non esiste, essendo un artefatto inventato per ragioni di potere, prestigio e controllo dalla psichiatria, e fondato su quelli che Szasz considerava fondamentali errori epistemologici e metodologici. Secondo Szasz, infatti, il termine malattia può essere riferito esclusivamente a malattie organiche, vale a dire a particolari condizioni osservabili e relative a organi o parti del corpo (come per esempio uno sbilanciamento nel metabolismo del litio). Alla base di questa definizione di malattia nei termini di malattia organica Szasz ha fatto posto il padre della patologia moderna, Rudolf Virchow, e il suo trattato del 1858 su La patologia cellulare nella suafondazionedall'istologiapatologicaefisiologica, considerato il punto di ancoraggio della patologia medica moderna. Secondo l'acuta analisi di Szasz, imbevuti della cultura materialistica e riduzionista dell'epoca, gli psichiatri ottocenteschi, come Charcot e Freud (il quale era un neurologo «prestato» alla psichiatria) estesero il concetto di malattia dagli organi somatici e dai segni che ne evidenziano all'osservazione le patologie, a delle cosiddette «funzioni», creando così dal nulla una nuova classe di malattie, come l'«isteria di conversione», che vennero denominate, appunto, malattie funzionali. Tuttavia, mentre la malattia organica, per esempio, neurologica o neurochimica, è osservabile, quella funzionale, ovvero quella relativa ai comportamenti di una persona, era, secondo Szasz, inferita, e quindi letteralmente inventata da colui che interpreta un certo comportamento in termini, appunto, di malattia. Per Szasz, quell'artefatto inventato e reificato che chiamiamo «malattia mentale» sarebbe quindi il frutto di una abusiva letteralizzazione di una metafora: il paziente che si comporta comese avesse una malattia organica (o sul quale uno psichiatra fa una simile attribuzione e assimilazione) viene etichettato come «malato mentale». Successivamente, a questa etichetta si sottrarrà il suo carattere metaforico, e si agirà come se il paziente fosse veramente affetto da una entità morbosa da eliminare. È evidente che l'eliminazione non sarebbe relativa ad un'entità inesistente, ma a forme particolari di comportamento, a forme particolari di vita. Un esempio di questo processo socioculturale di etichettamento è quello dell'omosessualità, fino a qualche decennio fa psichiatrizzata e «diagnosticata» come malattia mentale. Szasz la pensava diversamente: secondo lo psichiatra la persona che, per esempio, si comporta da isterica o da depresso, mette in atto, esattamente come una persona «sana», comportamenti specifici orientato versi scopi. E questi comportamenti, a loro volta, iscrivendosi all'interno di una matrice intersoggettiva e sociale particolare, si organizzano e si articolano in forme e stili peculiari, che Szasz chiamava «giochi comunicativi». Pertanto, la differenza che passa tra un «sano» e un «malato» sarebbe data dal fatto che il secondo, iscritto in una matrice psicosociale di potere, non può o non riesce ad esprimere autonomamente, responsabilmente e liberamente gli scopi che desidera perseguire. In sostanza, per Szasz, la psichiatria, reificando la posizione subalterna del «malato», la confermerebbe isolandolo, etichettandolo e controllandolo sia attraverso processi di istituzionalizzazione che di «cura» farmacologica. Szasz ritiene che colui a cui attribuiamo un'entità «reale» - in verità un artefatto di carattere magico-religioso - comunica, attraverso modi speciali, i propri scopi, cercando di evitare proprio ciò a cui la psichiatria, in analogia con i sistemi di etichettamento e «salvazione» delle streghe medioevali, poi lo condannerà. Per Szasz, quindi, la malattia mentale è un etichettamento patologizzante, controllante ed espulsivo di un comportamento intelligente che usa strategie difensive e di occultamento rispetto ad un ambiente oppressivo o comunque fortemente asimmetrico. Queste strategie comunicative per Szasz utilizzavano codici protolonguistici e linguaggi non-discorsivi, iconici e performativi, per manifestare ciò che in una posizione di maggior potere negoziale il soggetto potrebbe esprimere in forma più consapevole, libera e diretta. Spesso Szasz è stato assimilato all'antipsichiatria, o addirittura ne è stato considerato il padre. Niente di più falso. Più volte, infatti, riportando il motto di Voltaire: «Dio mi protegga dai miei amici, che dai nemici mi proteggo io», Szasz sottolineò come Cooper a Laing inprimis, e tutta l'antipsichiatria inglese, a partire dalla questa orrenda denominazione, anziché avvalorare l'inesistenza della malattia mentale la perpetuava attraverso pratiche comunque psichiatriche, unite ad una sinistra pseudo-idealizzazione di questa entità creata ad hoc. Se, come recita un suo libro recente, la psichiatria era un' «impostura» per Szasz, l'antipsichiatria era un'impostura al quadrato. Se mai un inquadramento filosofico fosse possibile, Szasz era un radicale esistenzialista; una sorta di estremo Sartre di «destra» (nel senso ampio che Bobbio diede a questa categoria) difensore radicale della libertà individuale, vicino all'interazionismo simbolico, al costruzionismo sociale (come nel caso di Goffman), alla psichiatria di Sullivan e, forse, alla «psicologia dell'azione» di Shafer nonché alla critica mossa dall'etnopsichiatria di Tobie Nathan all'impianto psicoanalitico a partire dai suoi dispositivi tecnici. Ma Szasz certamente non apparteneva all'antipsichiatria, né all'atteggiamento di Foucault, che considerava un critico algido e non impegnato in nessuno degli effetti che le sue analisi mettevano in luce. Szasz fu sempre molto chiaro nel non voler essere «infangato» dall'etichetta di antipsichiatra proprio per il fatto la sua era una critica radicale, paradigmatica, alla psichiatria nel suo complesso. E, come fu con il flogisto prima di Lavoiser, sotto la critica di Szasz letteralmente scompare tutto un mondo che, nel paradigma precedente alla critica (quello, quindi, psichiatrico) sembra ovvio e reale. Per questo lo psichiatra dichiarava che la sua non era un'opera di psichiatria, ma una critica sulla psichiatria, e ai pochi psichiatri che non lo liquidavano con una scrollata di spalle, ma contrattaccavano, rispondeva che la loro richiesta di dimostrare l'inesistenza della malattia mentale e il suo carattere mitico e coercitivo era insensata, proprio perché verteva ancora su una invenzione inesistente di una pseudoscienza. Oggi viviamo in un'epoca dominata dal manuale statistico diagnostico (Dsm) delle malattie mentali: una vera e propria Bibbia nosografica che, come un lupo essenzialista travestito da agnello nominalista (Brierley), deculturalizza i propri soggetti descrivendoli attraverso moduli comportamentali parcellizzati i quali escludono a priori la possibilità di un progetto e un senso simbolico delle condotte, e che, così facendo, nomina entità nosografico-nosologiche quasi-reali. Viviamo in un mondo in cui la «farmacocrazia» non solo produce strepitosi profitti, ma anche promette l'estirpamento di quella «malattia mentale» che Szasz riteneva essere invece il tentativo di progetti ed espressione simboliche individuali da tradurre e interpretare. Viviamo in un mondo di straordinari progressi neuroscientifici (quindi appartenenti al regno dell'organico), che vengono spesso invocati per giustificare la «cura» della malattia «mentale». Un buon atteggiamento scientifico, falsificazionista fino in fondo, imporrebbe non di espellere Szasz dalla riflessione e dalla letteratura psichiatrica contemporanea, ma, al contrario, di assumerlo come il più formidabile critico dell'impostazione dominante. È infatti, possibile che Szasz fosse un visionario e fosse in errore, tuttavia credo che la domanda più utile e dotata di maggior forza euristica oggi resterebbe questa: «E se avesse avuto ragione»? Agli psichiatri, agli psichiatri in primis, l'onere di accettare davvero la sfida. CULTURE Lopsichiatra ThomasSzasz Il «bombarolo» dellapsichiatria ThomasSzasz, il ricercatorechedisse «La malattia mentale è un'invenzione» IlricordoUnodei protagonistipiùscomodi influentieostracizzati dellascienzapsichiatrica(la consideravapseudoscienza) èmorto l'11 settembre scorsoall'etàdi92anni STEFANOCARTA PSICOANALISTA CHIÈ Professoreemerito emarginatodai«colleghi» ThomasSzasz, natoa Budapestnel 1920, era dal 1956professore emerito di psichiatriaal CentroScientificosulla Salute dellaState UniversityaNewYork.Nel 1961 hascritto l'esplosivo«Il mito dellamalattiamentale» (in Italiaedito daSpirali) che loportò alla fama internazionale(e all'emarginazione);«L'etica dellapsicoanalisi» nel '65 (Armando) incui Szaszconsidera la psicoanalisi una forma laica diconfessione; «La schizofrenia, simbolo sacro dellapsichiatria» nel 1976. U: 20 sabato 22 settembre 2012
TV FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO 06.30 UnoMattina in famiglia. Rubrica 10.50 ApriRai. Show. Conduce Cinzia De Ponti. 11.05 Nostra Madre Terra. Evento 12.00 La prova del cuoco. Game Show 13.30 TELEGIORNALE. Informazione 14.00 Easy Driver. Reportage 14.30 Linea Blu. Documentario 15.30 Le amiche del sabato. Talk Show. Conduce Lorella Landi. 17.00 Tg 1. Informazione 17.15 A Sua immagine. Religione 17.45 Passaggio a Nord Ovest. Documentario 18.50 L'Eredità. Gioco a quiz 20.00 TELEGIORNALE. Informazione 20.30 Rai Tg Sport. Informazione 20.35 Aari tuoi. Show. Conduce Max Giusti. 21.10 Ti lascio una canzone. Show. Conduce Antonella Clerici. 00.35 TG 1 - NOTTE. Informazione 00.45 Che tempo fa. Informazione 00.50 Cinematografo. Rubrica 01.50 Sabato Club. Rubrica 01.51 La balia. Film Drammatico. (1999) Regia di Marco Bellocchio. Con Fabrizio Bentivoglio, Valeria Bruni Tedeschi, Maya Sansa. 07.00 Cartoon Flakes Week End. Cartoni Animati 09.25 The latest Buzz. Serie TV 09.50 Elephant princess. Cartoni Animati 10.05 ApriRai. Show. Conduce Cinzia De Ponti. 10.15 Sulla Via di Damasco. Rubrica 11.30 La nave dei sogni - Oceano Indiano. Film Sentimentale. (2006) Regia di H.-J. Tögel. Con Siegfried Rauch. 13.00 Tg2 - Giorno. Informazione 13.25 Rai Sport - Dribbling. Sport 14.00 Pechino Express. Reality Show. 14.45 Autom.: Gran Premio di Singapore di F1. Sport 16.30 Beauty & Me. Rubrica 17.05 Sereno Variabile. Rubrica 18.00 Tg2 - L.I.S. Informazione 18.05 Rai Sport 90° Minuto. Serie B. Informazione 19.30 Sea Patrol. Serie TV 20.25 Estrazioni del lotto. Gioco 20.30 TG 2 - 20.30. Informazione 21.05 Castle. Serie TV Con Nathan Fillion, Stana Katic, Susan Sullivan. 21.55 Body of Proof. Serie TV 22.55 Rai Sport - Sabato Sprint. Rubrica 23.25 TG 2. Informazione 23.40 TG 2 - Dossier. Informazione 00.25 TG 2 Storie - I racconti della settimana. Rubrica 01.05 TG 2 Mizar. Rubrica 07.00 Wind at my back. Serie TV 07.50 L'arciere di fuoco. Film Avventura. (1971) Regia di Giorgio Ferroni. 09.25 Dio come ti amo. Film Musical. (1966) Regia di Miguel Iglesias. 11.10 Agente Pepper. Serie TV 12.00 Tg3. Informazione 12.02 Rai Sport Notizie. 12.10 Speciale TG3 “Festival del Cinema” a Venezia. Rubrica 12.25 TGR L'Italia de Il Settimanale. Informazione 12.55 Kilimangiaro Album. 13.10 14° Distretto. Serie TV 14.00 Tg Regione. / Tg3. Informazione 14.55 L'Audace colpo dei soliti ignoti. Film Commedia. (1959). Regia di N. Loy. 16.35 TG3 - L.I.S. Informazione 16.40 TgR Prix Italia. Informazione 17.00 Far West. Film Western. (1964) Regia di R. Walsh. 19.00 Tg3. / Tg Regione. Informazione 20.00 Blob. Rubrica 20.15 I misteri di Murdoch. Serie TV 21.05 007 - La morte può attendere. Film Spionaggio. (2002) Regia di Lee Tamahori. 23.10 Tg3. Informazione 23.25 Tg Regione. Informazione 23.40 Un giorno in pretura. Rubrica 23.50 Sirene. Rubrica 00.40 Tg3. Informazione 00.50 Appuntamento al cinema. Rubrica 06.55 Tg4 - Night news. Informazione 07.15 Media Shopping. Shopping Tv 08.05 Pacific Blue. Serie TV 08.55 Navigare informati. Informazione 08.57 Hunter. Serie TV 09.50 Carabinieri. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Detective in corsia. Serie TV 12.55 La signora in giallo. Serie TV 14.00 Tg4 - Telegiornale. Informazione 14.45 Lo sportello di Forum. Rubrica 15.12 Perry Mason. Arringa finale. Film Tv Thriller. (1989) Regia di Christian I. Nyby II. Con Raymond Burr. 17.05 Monk. Serie TV 18.00 Pianeta mare. Reportage 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 21.10 Law & Order - Unità speciale. Serie TV Con Christopher Meloni, Mariska Hargitay, Ice-T. 23.00 Law & Order: Los Angeles. Serie TV Con Corey Stoll, Rachel Ticotin, Terrence Howard. 00.02 Nuclear target. Film Azione. (2005) Regia di Marcus Adams. Con Wesley Snipes, Emma Sams, William Hope, Anthony Warren. 02.18 Ieri e oggi in tv special. Rubrica 07.55 Traco. Informazione 07.57 Meteo 5. Informazione 08.01 Tg5 - Mattina. Informazione 08.50 Circle of life. Serie TV 10.15 Superpartes. Informazione 11.00 Ravanello pallido. Film Commedia. (2001) Regia di Gianni Costantino. Con Luciana Littizzetto, Massimo Venturiello, Gianfranco Barra. 13.00 Tg5. Informazione 13.40 L'onore e il rispetto. Serie TV 15.30 Verissimo. Show. Conduce Silvia Toanin. 18.50 Avanti un altro!. Gioco a quiz Conduce Paolo Bonolis. 20.00 Tg5. Informazionee 20.40 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 21.10 C'è posta per te. Show. Conduce Maria De Filippi. 00.30 Avvocati a New York. Serie TV 01.20 Tg5 - Notte. Informazione 01.50 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 02.31 Professione fantasma: fantasma per caso. Film Tv Commedia. (1997) Regia di Vittorio De Sisti. Con Massimo Lopez, Edy Angelillo, Marzia Ubaldi. 07.20 Cartoni Animati. 11.00 Superman - Batman: Apocalypse. Film Animazione. (2010) Regia di L. Montgomery. Con Andre Braugher. 12.25 Studio Aperto. Informazione 13.02 Sport Mediaset. Informazione 13.40 Questa notte è ancora nostra. Film Commedia. (2008) Regia di Luca Miniero. Con Nicolas Vaporidis. 15.35 Lemonade Mouth. Film Musical. (2011) Regia di Patricia Riggen. Con Bridgit Mendler. 17.40 Tutto in famiglia. Serie TV 17.55 Magazine Champions League. Informazione 18.30 Studio Aperto. Informazione 19.00 Bugs Bunny. 19.10 Eragon. Film Fantasia. (2006) Regia di S. Fangmeier. Con Edward Speleers,. 20.12 Tgcom. Informazione 21.10 Dragon Trainer. Film Animazione. (2010) Regia di Chris Sanders, Dean Deblois. Con Jay Baruchel, Gerard Butler, America Ferrera. 23.00 La leggenda di Beowulf. Film Fantasia. (2007) Regia di Robert Zemeckis. Con Ray Winstone, Angelina Jolie. 23.57 Tgcom. Informazione 00.00 Navigare informati. Informazione 01.10 Poker1Mania. Show 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.50 Bookstore. Rubrica 10.40 Portimao, Portogallo: Superbike - Qualifiche Superpole (dir.). Sport 11.45 Agente speciale Sue Thomas. Serie TV 12.30 L'erba del vicino. Tutorial 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Carovana di fuoco. Film Western. (1967) Regia di Burt Kennedy. Con John Wayne, Kirk. 16.00 Portimao, Portogallo: Superbike - Superpole (dir.). Sport 17.05 Regina di Spade. Serie TV 17.55 Movie Flash. Rubrica 18.00 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 In Onda. Talk Show. Conduce Nicola Porro, Luca Telese. 22.35 The Unsaid - Sotto silenzio. Film Thriller. (2001) Regia di Tom McLoughlin. Con Andy Garcia, Teri Polo, Sam Bottoms. 00.40 Omnibus Notte. Informazione 01.45 Tg La7 Sport. Informazione 01.50 m.o.d.a.. Rubrica 02.30 Movie Flash. Rubrica 21.00 Sky Cine News–L'alba del pianeta delle... Rubrica 21.10 Solo per vendetta. Film Azione. (2011) Regia di R. Donaldson. Con N. Cage G. Pearce. 23.05 Diario di una schiappa. Film Commedia. (2010) Regia di T. Freudenthal. Con Z. Gordon C. Moretz. 00.40 Horror Movie. Film Commedia. (2009) Regia di B. Zenga. Con S. Howey D. Baird. SKY CINEMA 1HD 21.00 La Bella e la Bestia - Un magico Natale. Film Animazione. (1997) Regia di A. Knight. 22.20 Il mistero delle pagine perdute - National Treasure. Film Azione. (2007) Regia di J. Turteltaub. Con N. Cage D. Kruger. 00.25 Spy Kids. Film Avventura. (2001) Regia di R. Rodriguez. Con A. Banderas C. Gugino. 21.00 Due cuori & una cucina. Film Commedia. (2001) Regia di S. Gunnarsson. Con W. Hurt M. Parker. 22.50 Amore & altri rimedi. Film Metrica/Poesia. (2010) Regia di E. Zwick. Con J. Gyllenhaal A. Hathaway. 00.50 La casa di sabbia e nebbia. Film Drammatico. (2003) Regia di V. Perelman. Con J. Connelly B. Kingsley. 18.20 Lo straordinario mondo di Gumball. Cartoni Animati 18.45 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 19.10 Ninjago. Serie TV 19.35 Ben 10. Cartoni Animati 20.00 Lanterna verde. Cartoni Animati 20.25 Redakai: Alla conquista di Kairu. Cartoni Animati 20.50 Adventure Time. Cartoni Animati 18.00 American Chopper. Documentario 19.00 Sons of Guns. Documentario 20.00 River Monsters. Documentario 21.00 Carfellas: quei bravi ragazzi. Documentario 22.00 Aari a quattro ruote. Documentario 23.00 American Chopper. Documentario 00.00 Marchio di fabbrica. Documentario 19.00 Deejay Music Club. Musica 19.30 Believers Sun. Documentario 20.00 Chi se ne frega della musica. Musica 22.00 Iconoclasts. Reportage 23.00 DVJ. Musica 01.00 Deejay Night. Musica 06.30 Coee & Deejay Weekend. Musica DEEJAY TV 18.30 Ginnaste: Vite parallele. Docu Reality 19.20 Teen Wolf. Serie TV 21.10 2 single a nozze. Film Commedia. (2005) Regia di Andrew Waller. Con Owen Wilson. 23.20 Miss Marzo. Film Commedia. (2009) Regia di Z. Cregger, T. Moore. Con Zach Cregger. 01.00 Ridiculousness: Veri American Idiots. Show MTV RAI 1 21.10: Ti lascio una canzone Show con A. Clerici. I giovani concorrenti interpreteranno le canzoni più belle della storia musicale italiana. 21. 05: Castle Serie Tv con N. Fillion. Continua il proficuo sodalizio tra la detective Beckett e il celebre scrittore di gialli Richard Castle. 21.05: 007 - La morte può attendere Film con P. Brosnan. Ritirano la licenza a Bond, sospettato di avere rivelato informazioni riservate. 21.10: Law & Order - Unità speciale Serie Tv con M. Boone. Le indagini su uno stupro di gruppo risultano complicate perché la vittima rifiuta di rilasciare prove fisiche. 21.10: C'è posta per te Show con M. De Filippi. Gli ospiti di questa sera sono il veterano del programma Alex Del Piero e il regista-attore Carlo Verdone. 21.10: Dragon Trainer Film con G. Butler. Il giovane vichingo Hiccup vuole diventare un combattente e un domatore di draghi. 20.30: In Onda Attualità con L. Telese, N. Porro. In diretta l'incontro tra il premier M. Monti e l'ad S. Marchionne per conoscere quale sarà la sorte della Fiat. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY GIUSTAMENTE, PREVALE ANCORASU TUTTO IL NOTIZIARIO TELEVISIVOILDISASTRO(definizione della presidente Polverini) della Regione Lazio. Altri, più versati nelle patrie lettere, l'hanno definito Satyricon, ma neppure Petronio poteva descrivere, e Trimalcione organizzare, un festino tanto squallido. Roba da «Ciao Darwin», o qualche altro pecoreccio varietà che ha nutrito le aspirazioni estetiche di una classe dirigente formatasi nel supermercato berlusconiano. Cosicché ora il cavaliere teme che il Pdl passi per «partito della corruzione»! Ma dai. E non è il partito che da mesi, anzi anni, si batte in Parlamento per impedire l'approvazione della legge anticorruzione? Tutto si tiene. Anche la tenuta, appunto di Renata Polverini, che, se le avessero rubato sotto il naso il Colosseo, non se ne sarebbe accorta. E ancora meno se ne sarebbe accorto il sindaco Alemanno, soprattutto se la cosa fosse avvenuta durante una nevicata imprevista e per opera della nutrita schiera di famigli assunti nelle aziende municipalizzate. Comunque, i fattacci di questi giorni confermano il legame indissolubile tra politica e tv: Renata Polverini è andata a rifarsi il look davanti alle telecamere di Piazza pulita, mentre il recalcitrante Batman, Franco Fiorito, è andato da Bruno Vespa. Chiaro che tutti e due si sono proclamati innocenti, recitando il loro ruolo con la grande professionalità acquisita nella politica intesa come lucrosa fiction. E, mentre Fiorito ha tirato fuori il foglietto che dovrebbe discolparlo, la signora Polverini ha dovuto chiedere al suo staff il conto delle spese elettorali, di cui naturalmente non ricordava la cifra. Un particolare tanto irrilevante che infatti ammonta a oltre 7 milioni euro. Tanto è costato (a chi?) farla eleggere, con relativo sputtanamento. Fiorito e la presidente Polverini: lacongiura degli innocenti U: sabato 22 settembre 2012 21
SEGUEDALLAPRIMA Il vittorioso pentapartito non riuscì ad eleggere né il presidente della Camera, né quello della Repubblica (Forlani) né il suo candidato a Palazzo Chigi (Craxi). La crisi era più che evidente. Tangentopoli completò solo l'opera. In quel clima arrivò Berlusconi e trovò aperta un'autostrada. E per la bisogna utilizzò cinicamente tangentopoli e l'antipolitica, anche se arruolò un gruppone di reduci della Dc, del Psi, del Pri e Pli. Dopo tangentopoli, il partito politico venne messo al bando: non erano falliti i gruppi dirigenti ma le istituzioni e la forma partito. A destra nasce il partito personale e padronale, c'è la Lega che scimmiotta il partito «leninista» con Bossi padre padrone. Il Msi, a Fiuggi, diventò An per stare al governo, ma senza una maturazione politico-culturale e l'identità di «nuova destra». A sinistra dal 1989 sino ad oggi si discute sul fatto che i partiti di massa, come li abbiamo conosciuti nel Novecento, non sono più riproponibili (bella scoperta). Ma per fare cosa? Dal Pci al Pds, partito che aderì all'Internazionale Socialista, ma non era socialista. C'è anche l'Ulivo prodiano dove tutto si stempera e l'identità è quella del leader. Successivamente, dal Pds ai Ds (cade la P): la «Cosa 2» che finalmente dovrebbe essere socialista. Ma c'è anche l'Unione prodiana per governare. Intanto i Ds, e la Margherita erede della sinistra Dc e dei popolari, dicono di essere al capolinea. Occorre unire tutti i riformisti: socialisti, cattolici, laici. Nasce il Pd. Chiedo scusa se ricostruisco sommariamente e criticamente un percorso in cui, a mio avviso, al centro c'è stato un tema: come andare al governo. Aspirazione legittima, ma senza un retroterra si rivela inconsistente. I partiti socialisti europei hanno attraversato crisi e hanno problemi enormi con cui fare i conti, ma alla fine, al governo o all'opposizione, sono sulla scena e rappresentano una parte rilevante della società. Lo stesso i partiti conservatori. Anche negli Usa dove i partiti non hanno i caratteri e i ruoli che hanno in Europa, lo scontro tra Democratici e Repubblicani è netto e chiaro. La crisi economica e sociale che attraversa l'Europa e anche gli Usa ha messo a dura prova i partiti, ma ovunque sono loro i protagonisti della scena politica. In Italia invece la crisi ha messo fuori giuoco la destra berlusconiana e in evidenza la inadeguatezza del centrosinistra. Ancora una volta, più che nel 92-94, il sistema politico si frantuma. Il governo tecnico di Monti è la testimonianza di questa realtà. Il bubbone laziale mette in evidenza cos'è il personale politico reclutato dalla destra, ma anche il sistema in un punto nodale, le Regioni: dalla Lombardia alla Sicilia. E così l'intreccio tra crisi economica e crisi politica ci propone un quadro che appare sempre più ingovernabile. Scrivo queste parole che possono apparire di un pessimismo nero, perché quel che si vede nel centrosinistra candidato a governare il Paese è scoraggiante. Non commento il Di Pietro che si veste da metalmeccanico e chiede un referendum sull'art. 18, ma vedo che Vendola gli va dietro. Le primarie sono diventate una fiera delle vanità e un modo per farsi pubblicità e prenotarsi la candidatura come sindaci o nelle Regioni. Primarie senza regole. E se c'è qualcuno che dice: votino coloro che si iscrivono come elettori del centrosinistra, il braccio destro di Renzi risponde che si tratta di proposte degne di Ceausescu. E negli Usa le regole le ha fatte Stalin? La verità è che si invocano regole di partito per far fuori i vecchi (cinquantenni o sessantenni!) e poi si fa appello al popolo senza confini né di partito né di elettori ai quali però si dice: non puoi votare i «vecchi». Concludo. Se non si costruisce un partito che abbia una sua identità nella società di oggi e chiare regole di comportamento, non ci sarà nemmeno una politica per governare. Cari compagni e amici del centrosinistra, non so quanti di voi hanno capito che la prossima legislatura sarà condizionata dalla crisi e dalle regole dettate dall' Europa. Entro queste strettoie un governo di centrosinistra può operare per fare una politica che ponga al centro il lavoro e l'avvenire dei giovani cercando di influire anche sulle scelte europee. Ma per operare in quelle strettoie occorre un governo autorevole e una maggioranza coesa. Il radicalismo di sinistra ci porta alla Grecia. La crisi, inevitabilmente, agevola il populismo e la demagogia. Lo vediamo anche negli Usa. L'alternativa alla destra e al populismo (anche quello di sinistra) si combatte con una politica chiara e netta. L'intervento Primarie, non siano solo scontro nel Pd Franco Giordano Presidenza Sel ILTAVOLODEGLI IMPEGNIDELPROSSIMO GOVER-NO È GIÀ APPARECCHIATO CON TANTO DI MENÙ. «SI PUÒ AGGIUNGERE un po' di basilico se vince il centro sinistra, un po' di prezzemolo se vince il centro destra». Così parlò non Zarathustra, ma Eugenio Scalfari in compagnia di Paolo Mieli convinto anche lui della necessità della «dieta» proposta dal fondatore di Repubblica. I due, ospiti della Gruber, erano divisi solo sulla scelta del cuoco. La metafora non inganni: siamo lontani anni luce dalla cuoca capo dello Stato di leniniana memoria. Qui si tratta di chef come Mario Monti («chi meglio di lui visto che bisogna rispettare la sua agenda?») o di giovani aspiranti tali che ripropongono gli stessi ingredienti liberisti serviti con soave e «giovanile» creatività. Per quanto apprezzi i profumi e le colture (oltre che le culture) mediterranee che Jean Claude Izzo ci ha fatto amare in questi anni, dubito che aggiungendo un po' di basilico riusciremo a convincere i giovani inoccupati, i lavoratori espulsi dalle fabbriche, gli esodati e i precari a votare per il centro sinistra. E temo che le destre non si limiteranno al prezzemolo, ma condiranno la loro proposta politica con il peperoncino del populismo antieuropeo e della xenofobia nazionalistica. Tecnocrazia e populismo, si sa, si autoalimentano in maniera complementare svuotando di senso la democrazia reale. E se la politica smette di essere scelta, opzione alternativa, è destinata a perire essa stessa. La tragedia greca è sotto gli occhi di tutti. L'accettazione passiva ed indistinta del memorandum di lacrime e sangue ha distrutto il Pasok e ha portato al governo i veri responsabili del disastro economico e finanziario, la destra di Samaras. I cultori dell'ineluttabilità delle politiche restrittive e recessive, per una sorta di eterogenesi dei fini, sembrano dislocarsi anche sul fronte sinistro più lontano. Le critiche ad una possibile alternativa di governo, culturalmente, ambientalmente e socialmente qualificata vengono anche da chi colloca la rifondazione della sinistra in un tempo molto più lontano. Tempi migliori che mettono al riparo la palingenesi della sinistra dalle angustie di questa drammatica fase sociale, dalle indicibili sofferenze della gran parte del nostro popolo. Un po' come i monaci amanuensi di tanti secoli fa con le sacre scritture. La sinistra che verrà sarà quella che avrà attraversato questa fase indicando una prospettiva per l'Italia e per l'Europa. Se si mimetizza con il liberismo o si sottrae dal governo complesso e drammatico di questa crisi, semplicemente scompare per la sua irrilevanza. Le politiche di rigore stanno aumentando i fattori di diseguaglianza nel nostro Paese, e in Europa stanno facendo aumentare le distanze tra Paesi forti e quelli dell'area mediterranea. Il nostro debito è cresciuto in termini assoluti e relativi. La situazione sociale ed ambientale è già al degrado. Lo strapotere dei mercati finanziari non trova ostacoli se non in alcuni interventi della Bce che suppliscono quello di autorità politiche dell'Unione. Ma sono interventi largamente insufficienti, non risolutivi e molto onerosi per gli Stati che dovessero chiedere un qualche aiuto finanziario. Stefano Fassina ha spiegato con condivisibili ragioni economiche e sociali il perché l'Italia non debba far ricorso al fondo salva-Stati. Ad esse aggiungerei ragioni politiche e di tenuta democratica. I vincoli imposti renderebbero impraticabili le politiche di alternativa economica e di sviluppo sostenibile. La crisi finanziaria è stata artificialmente trasformata in crisi del debito cogliendo l'occasione per una ristrutturazione e una diversa gerarchia dei poteri. Questa discussione è rimossa dalla dimensione pubblica ed è occupata da una sorta di nuovo pensiero unico che trova, ahimè, anche sponde nel centro sinistra. Eppure in Europa le cose stanno diversamente. Non mi riferisco solo alla esperienza francese, pur tra di difficoltà visti gli attuali rapporti di forza nell'Unione, ma anche al dibattito che si è aperto in Germania. Il filosofo Jurgen Habermas, in collaborazione con il suo collega Nida Bumelin e l'economista Peter Bofinger, su sollecitazione del segretario del partito socialdemocratico Sigmar Gabriel, ha offerto un contributo programmatico che parte da un'aspra critica del comportamento del governo tedesco nella gestione della crisi europea. Questa critica parla esplicitamente di superare il nazionalismo, la subalternità ai mercati finanziari e chiede di abbandonare la «democrazia di facciata» per affrontare il tema di uno sviluppo che valorizzi e rinnovi diritti sociali e civili in grado di ricostruire una nuova identità europea. Un «New Deal» continentale in cui la valorizzazione dell'ambiente e del lavoro siano i cardini del nuovo legame sociale e culturale. Si può discutere di questo anche in Italia abbandonando provincialismi e bassezze? Le primarie di coalizione possono diventare il racconto di un progetto per il Paese reale con i suoi conflitti. Oggi rischiano di essere solo un mero posizionamento autoreferenziale nel gruppo dirigente del Pd, tra candidature plurime e veti, veri o presunti tali, nei confronti della sinistra che fa riferimento a Vendola. Un gioco di rimbalzo che agita il palazzo e non incrocia sentimenti e bisogni della società. Fuori dal reality il lavoro, per poter essere visto, o si inabissa nelle viscere della terra o si erge su pennoni alti decine di metri. Questo governo non vede i mille conflitti di superficie, non disegna una politica industriale e sente i diritti dei lavoratori, in ossequio delle forme più classiche del pensiero liberista, come un impaccio per lo sviluppo. Noi dobbiamo, ora, non rinviando ad un improbabile domani, provare a costruire l'alternativa e a dare forma ad una idea di futuro. Come sanno bene Scalfari e Mieli la tradizione culinaria italiana è ricca e varia. È giunta l'ora di cambiare il menù e i cuochi. UNADELLELITANIEPIÙMENZOGNERECHECISONOSTA-TE AMMANNITE DALL'INIZIO DELLA CRISI DALLA GRANDEMAGGIORANZADEGLIESPONENTI della classe politica e dalla prevalenza dei media è: «Non ci sono i soldi». Lo scopo della recitazione ebete del mantra è quello di far passare l'idea che una crudele disgrazia naturale ci abbia privato delle risorse finanziarie e che tutti si debba tirare la cinghia. Il mantra ha anche la sua disgustosa variante reazionaria. Non ci sono soldi perché i privilegiati del posto fisso hanno preteso di andare in pensione dopo «soli» trentacinque anni di lavoro, magari alla catena di montaggio e hanno privato il futuro di risorse. Poi, la cloaca è stata scoperchiata ciclicamente a ritmo sempre più serrato e abbiamo finalmente avuto, sbattuta sotto il naso, la schifosa verità a proposito del «non ci sono i soldi»: non ci sono i soldi per la scuola pubblica, non ci sono soldi per i pensionati, non ci sono i soldi per i disoccupati, non ci sono i soldi per lo stato sociale, non ci sono i soldi per la cultura, non ci sono i soldi per riparare al dissesto idrogeologico, non ci sono i soldi per la lotta all'inquinamento, non ci sono i soldi per la tutela dei diritti, per la difesa della dignità, non ci sono i soldi per la qualità della vita, non ci sono i soldi per l'innovazione, non ci sono i soldi per l'integrazione civile dei nuovi italiani, per la tutela dei loro figli. Ma ci sono fiumi di soldi per la corruzione, per l'evasione fiscale, ci sono soldi per la bulimia della classe politica corrotta fino all'inverosimile, ci sono soldi per i festini, ci sono i soldi per le escort (le rispettabili puttane si pagano con soldi propri), ci sono soldi per lo spreco dello spreco dello spreco, ci sono i soldi per stipendi smisurati e per vitalizi immotivati, ci sono soldi per gli amici degli amici, ci sono soldi per inutili convegni nelle città d'arte e nei posti esotici, per le kermesse della vanità, ci sono fiumi di soldi per le mafie, ci sono cascate di soldi per le banche responsabili della crisi. I soldi dunque ci sono, è che se li pappano i privilegiati, i corrotti, i gangster. Il patetico e affannoso correre ai ripari di certi amministratori - gente che sarebbe capace di fare sparire l'argenteria dalla casa chi avesse la malaugurata idea di invitarli a cena - è una truffa nella truffa. Non ci sono palliativi a questo verminaio. È Il sistema che deve essere completamente resettato, per esempio abolendo l'uso del contante o imponendogli un costo che lo renda non competitivo come da tempo suggerisce Milena Gabanelli. Nel frattempo, in attesa che emerga un governo capace di esprimere una vera volontà politica, chiediamo agli attuali governanti di non pervertire le parole e di dire: «Cari cittadini, i vostri soldi ci sono, ma i numerosi furfanti di questo Paese li rubano». Moni Ovadia Musicista e scrittore Il commento Non esiste politica senza partiti Emanuele Macaluso . . . Noi dobbiamo, ora, non in un improbabile domani, provare a costruire l'alternativa e a dare forma ad una idea di futuro . . . L'alternativa alla destra e al populismo (anche quello di sinistra) si combatte con una politica chiara e netta . . . Tecnocrazia e populismo, si sa, si autoalimentano svuotando di senso la democrazia reale Vocid'autore Molti soldi per qualcuno Niente soldi per tanti COMUNITÀ Maramotti sabato 22 settembre 2012 15
PORDENONELEGGE 2012 PREMIA OGGI LO SCRITTORE IAN MCEWAN, il celebrato autore di Cani neri, Espiazione, Bambini nel tempo e molti altri romanzi-cult del nostro tempo: è lui il vincitore del Premio FriulAdria La storia in un romanzo, nato dalla collaborazione fra pordenonelegge.it e il festival È Storia di Gorizia. McEwan sarà a Pordenone oggi per ricevere il riconoscimento e terrà un incontro alle 18 al Teatro Verdi (alle 17 è previsto l'incontro con le testate accreditate a pordenonelegge). Nelle prossime settimane è attesa l'uscita in Italia (Einaudi) del nuovo romanzo di McEwan, da poco pubblicato in Inghilterr: Sweet Tooth. TEATRO, MUSICA, FOTOGRAFIA, CINEMA, DANZA: si presenta ricca di appuntamenti la prima edizione di Sienafestival, il nuovo Festival delle arti performative di Siena, che si svolgerà dal 22 settembre al 14 ottobre 2012, in vari spazi della città e della Provincia di Siena, mettendo in comune le esperienze di Contemporaneamente Barocco, Voci di Fonte e TeatrInScatola, che da diversi anni operano nel panorama culturale cittadino e nazionale. Tanti gli ospiti attesi, da Paolo Rossi che presenterà in anteprima il suo nuovo spettacolo a Elio. In programma anche una mostra del viaggio in Cina di Franco Fortini. «Pordenonelegge» Unpremio aIanMcEwan «Sienafestival» alvia, tragliospiti PaoloRossi È SCOMPARSO L'ALTRA NOTTE NEL SONNO, QUATTRO MESIPRIMADICOMPIERECENTOANNI,NELLASUA«CASA DELLE FATE» di legno grigio nella foresta di Louvenciennes, lo scrittore, poeta, drammaturgo e psicanalista belga Henry Bauchau, considerato uno dei più importanti scrittori di lingua francese. Attraversare il secolo scorso e anche andare oltre fu per lui una lunga lotta, iniziata all'età di tredici anni, quando decise di dedicarsi alla letteratura dopo aver letto Un cuore semplice di Gustave Flaubert: dovette combattere con la sua famiglia di industriali valloni per i quali gli scrittori non possono essere che saltimbanchi o geni, e lo invitarono a studiare giurisprudenza. E nel 1936, a ventitré anni, puntualmente, divenne avvocato del Foro di Bruxelles. Un decennio dopo entrò nella Resistenza nelle Ardenne in seguito all'occupazione nazista. Aveva fino ad allora scritto qualche poesia e alcuni articoli. Si trasferì a Parigi nel 1946, dove fece il grande incontro destinato a dare una svolta alla sua vita, quello con la psicanalisi: immergendosi nei meandri del suo inconscio, scoprì un universo interiore che gli era del tutto sconosciuto, e decise di assecondare la sua passione per la scrittura. Apparvero nel 1958 nella prestigiosa collana «Métamomorphoses» di Gallimard alcune sue poesie (Géologie), ed esordì come drammaturgo con Gengis Khan (1960), messo in scena a Parigi l'anno successivo da Ariane Mnouchkine. La notorietà come romanziere arrivò con Ladéchirure (Lostrappo) del 1966, libro dell'abbandono, nato dal «Piccolo quaderno di tela grigia» in cui annotava i ricordi d'infanzia, quelli della Grande guerra, nel suo caso. Aveva poco più di un anno quando scampò per miracolo, insieme ai nonni, all'incendio di Lovanio nell'agosto del 1914. Non ritrovò sua madre che alcuni mesi dopo, e mai si riprese da questo «strappo originario». Come nelle favole, il bimbetto venne a conoscere la storia di quella giornata di orrori nascosto sotto il tavolo con il fratello. La guerra, sempre lei! Costrinse il padre ingegnere e cacciatore di farfalle, a smettere di lavorare, e la famiglia venne a trovarsi sballottata da una casa all'altra, ospitata da parenti e amici non sempre benevoli. Era troppo per l'ipersensibile Henry: «Era disoccupato e ci trattavano come i parenti poveri», scriveva ricordando l'umiliazione di quegli anni. Nel 1975 iniziò a Parigi a esercitare la professione di psicoterapeuta in un ospedale per giovani disadattati, esperienza che rievcò una trentina d'anni dopo in L'enfant bleu, che ha per protagonista il giovane Orion, psicotico tredicenne che solo con l'arte riesce placarsi. Rese in poesia il «freudismo» in Lasourde oreille ou le rêve de Freud (1981), opera poetica direttamente ispirata alla psicanalisi, e apparvero i romanzi Edipo sulla strada (1990) e Antigone (1997). Eletto nel 1990 membro dell'Académie royale de littérature de la Communauté française de Belgique, lascia un'opera densissima, in cui la poesia, la psicanalisi, la letteratura e la mitologia vengono a fondersi, tutte insieme, per riempire uno strappo originario, quello della separazione dalla madre nella Grande guerra. In Bauchau tutti i generi ne fanno uno solo, poiché rifiuta ogni frontiera fra la letteratura, l'arte, la psicanalisi, la storia, il mito o la poesia. E la trasversalità del suo lavoro e dei suoi interessi la ritroviamo appieno in Journald'Antigone (1999), al tempo stesso diario, autobiografia, raccolta di frammenti letterari, poesie, saggi... ILDILUVIO Al tema del Diluvio è dedicato Déluge (2010), in cui un pittore folle, alle prese con una tela gigantesca sul Diluvio è «un uomo esausto, felice, a volte meravigliosamente felice e disperato sempre». Spiegò l'autore: «è vero che io sono spesso esausto, in fondo sono alla fine della mia vita. La sola cosa che posso fare ancora oggi, è scrivere, dettando ormai, perché la mia mano non regge più». Era quasi sordo e cieco, ma proseguiva nella sua creazione letteraria. Caso rarissimo per un autore ultranovantenne, negli ultimi anni della sua vita scrisse quanto nei precedenti: nel 2008 gli è stato conferito il Prix du Livre per Boulevard périphérique (Il compagno di scalata), romanzo sul ricordo e l'ombra della morte, che mai però indugia nell'egotismo e nell'indulgenza per il passato; al contrario, Bauchau vi appare estremamente attento al presente, «unico vero luogo del Divino». Conservava nei suoi cassetti della casa nella foresta un racconto sulla Vergine, una massa di giornali e un romanzo sulla guerra del 1914, ancora una volta vista con gli occhi del bambino che era, insieme al manoscritto di un volume su Blanche Reverson e Pierre Jean Jouve, protagonisti del grande incontro della sua vita, quello con la psicanalisi: Pierre etBlanche, che apparirà a giorni da Actes Sud. Il Caravaggio ritrovato in mostra a Legoli CULTURE ... Per lui lanotorietàcome romanzierearrivò nel 1966con«LoStrappo» librodell'abbandono Il Caravaggio «ritrovato» nel 1989, «Il sacrificio di Isacco (a lume di notte)», è esposto per la prima volta nella chiesa dei Santi Bartolomeo e Giusto di Legoli, piccolo borgo medievale del comune di Peccioli (Pisa). L'opera di Michelangelo Merisi sarà visibile tutti i giorni fino al 21 ottobre. Henry Bauchau, unavitadi lotte Seneèandatoa99anni loscrittoreepsicanalistabelga ANNATITO Laprimabattaglia fucon lasua famigliachenonvolevasi dedicassealla letturatura.Poi laResistenzae l'esperienza inun ospedaleperdisadattati. Il successoarrivòcon«Lostrappo» Loscrittore HenryBauchau ... Fra i suoi romanzi «Ediposullastrada» eAntigone».Etanti testi scrittiper il teatro U: 18 sabato 22 settembre 2012
Adesso tocca alla Sardegna a Cinque Stelle. Problemi, scontri interni, accuse che volano da una fazione all'altra senza troppo fair play. Poi, e questo è un altro dato interessante, sui blog dei quotidiani che riprendono la vicenda piovono da quel fronte giudizi pesanti sulle testate che riportano la storia. Cioè: sono in lite, c'è tensione ma i colpevoli sono i giornali che se ne occupano. I «fatti» in questione sono al momento le parole, apparse sul sito on line del Movimento, firmate «Amsicora». Descrivono con ricchezza di dettagli un teso arco di accuse rivolte alle tre liste civiche grilline di Alghero, Sennori e Quartucciu, in questi tempi verosimilmente impegnate ad allestire la campagna elettorale. Queste tre liste hanno organizzato la prima assemblea regionale del Movimento ma, secondo Amsicora, con uno stile che sarebbe andato a sbattere contro i sacri principi del non-statuto e la paterna volontà del celebre duo Grillo-Casaleggio. La creazione di un gruppo regionale - «porte chiuse» e «stile partitocratico» - viene marchiata con l'infamante imputazione di aver costituito una «Direzione politica»; ciò che sarebbe stato approntato per garantire «gli strumenti di controllo degli attivisti» avrebbe il fascinoso aspetto della «Gestapo» e il Comitato esecutivo – dal vocabolario di una dittatura a quello di un'altra – avrebbe la fisionomia di un «Politburo». Da Stalin a Hitler: ma chi sono i bersagli di Amsicora? Nota bene: pare che lo pseudonimo nasconda un gruppo di militanti, ma il messaggio, protetto da questo anonimato, sarebbe comunque poco interessante se le reazioni sui blog non avessero aperto un vero e proprio caso animato di vitalissimi insulti. Nel mirino, intanto, Emanuela Corda, candidata grillina perdente alle scorse comunali, alla quale farebbe capo l'Associazione Cinque Stelle di Cagliari, titolare, quindi, di una «rendita di posizione» «qualora ci fossero da decidere le candidature alle prossime regionali». Per tutto questo, i «denuncianti» si rivolgono a Grillo affinché giustizia sia fatta e l'ordine virginale ricostituito. Seguono commenti e testimonianze. Suggestivi nickname raccontano di essere stati presenti all'incontro incriminato e che nulla di quanto viene obiettato sia davvero avvenuto mentre «lo staff sapeva tutto». Roberto De Santis definisce Amsicora «squilibrato e persona manifestamente molesta e maleducata», cioè sa chi si cela dietro la sigla e annuncia che forse è venuto il momento di essere meno tolleranti verso di lui. Rimbalzano, ancora, accuse reciproche a proposito dell'anonimato garantito dalle faccette prive di lineamenti fotografici, dalla selva di nickname che, è vero, fin sono stati usati in tutti i blog – in genere agganciati a testate giornalistiche - non grillini. Quegli pseudonimi hanno reso affascinanti molti militanti a cinque stelle di guardia alle postazioni ritenute pericolose, degne di massimo controllo e di risposte feroci con l'obiettivo di neutralizzare, annichilire l'avversario rendendo impraticabile il confronto. Intanto, sul blog del Comico Unico è stato postato, in posizione da editoriale, un lungo intervento di Paolo Becchi, docente universitario a Genova, in cui si ribadisce la linea: il Movimento deve correre da solo, nessuna trattativa con nessuno, Italia fuori dall'Europa e dall'euro. Dall'altra, l'osservazione – bellissima ma non nuova – secondo la quale «il popolo italiano si sarebbe ribellato diventando finalmente rivoluzionario». Come no. Contrastare «l'insorgere di illusori e facili populismi e il ripiegamento su anguste e sterili chiusure entro orizzonti nazionali» è «compito ineludibile» delle forze politiche che debbono impegnarsi perché ci sia «la piena consapevolezza che solo il rafforzamento dei processi di integrazione rende possibili in Europa percorsi di sviluppo sostenibile dell'economia di mercato, secondo la visione sancita dal trattato di Lisbona». Così il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel messaggio inviato al congresso dell'Internazionale Democratica di Centro presieduta da Pier Ferdinando Casini, che è stato riconfermato nell'incarico dall'assemblea. Nel messaggio a Casini, indicando la strada da percorrere più volte ribadita alla politica impegnata a superare un evidente affanno, Napolitano ha anche rilevato che «i valori di libertà, solidarietà e giustizia sociale che costituiscono tanta parte della tradizione sociale cristiana, continuano a rappresentare punti di riferimento fondamentali per affrontare la complessità dei problemi che caratterizzano il mondo globalizzato di oggi e le gravi incertezze legate alla situazione economica generale, ben presenti anche al di fuori del continente europeo». L'impegno, dunque, deve essere quello di «una sempre più stretta integrazione e cooperazione internazionale» che, Napolitano se n'è detto certo, «gioverà anche al nostro Paese». Delle prospettive dell'Europa al cospetto della crisi, di integrazione ma anche di stabilità il presidente ha poi trattato nel suo intervento alla ventesima conferenza di Pontignano, che si svolge sull'analisi di quale futuro comune sia possibile per Italia e Gran Bretagna in Europa. Uscendone, Napolitano farà una battuta sulla questione interna della legge elettorale che non si riesce a fare e che incontra, come altre riforme che potrebbero dare maggiore stabilità e credibilità al nostro sistema, una «estrema difficoltà». Mentre nel corso del suo intervento, il presidente aveva svelato il contenuto di una lettera ricevuta da Ralph Daherendof, «un europeo par excellence» che in essa esprimeva proprio la sua preoccupazione per una possibile «instabilità» del quadro politico italiano, insistendo sulla necessità che a Roma «venisse mantenuto un effettivo grado di stabilità istituzionale» evitando di tornare «al quadro familiare della crisi». Era l'ottobre del 1998, era appena caduto il governo guidato da Romano Prodi. «Ebbene, questa raccomandazione mantiene ancora la sua validità». IL RISCHIO DECLINO «I governi nazionali e le istituzioni europee sono spinti, non da uno schema ideologico ma dalla cruda realtà, a compiere un balzo in avanti sulla via dell'integrazione politica» ha affermato il presidente Napolitano chiedendosi quanto questa consapevolezza potrà influire sul comportamento inglese nel futuro prossimo. L'Italia «non auspica nessun aut aut nelle relazioni tra l'Europa e il Regno Unito» ma si augura che esca dall'autoisolamento e riconsideri le sue scelte di restare fuori dai processi di integrazione europea. L'Italia «sta cercando di coltivare ogni possibile terreno di intesa, su base bilaterale e all'interno dell'Unione», ma si chiede anche se «è possibile attenderci qualche schietta riconsiderazione da parte britannica». Secondo Napolitano forse è arrivato il momento di dire che «la speciale posizione della Gran Bretagna nel sistema delle relazioni internazionali, la peculiarità del ruolo della City o della sterlina non può giustificare un atteggiamento distaccato, se non addirittura l'auto-isolamento verso l'ineludibile evoluzione dell'Unione europea». In buona sostanza «o iniziamo un percorso comune o inizia il declino dell' Europa». In italia servirebbe«una classe politicacheviene dalbasso», mentre«in Parlamentoci sono troppopochiex sindacied ex amministratori». Aevidenziarlo è ilministro per i Rapporti con ilParlamento,Pietro Giarda,durante il suo intervento alla festadelPddi Sesto SanGiovanni. SecondoGiarda «il Paeseavrebbe bisognodi unaclasse politicache si formanella consapevolezzadi doveramministrare ilbene pubblico e il benecomuneanche a livello locale.Ma in Parlamento -ha tenuto asottolineare - ci sono troppipochi exsindaci edex amministratori».La conseguenza, secondoGiarda, è che«una classepolitica chenon vienedal bassononpotrà mai generareun sistemadecisionaleche corrispondealbene delPaese». Si vede che Vasto, questocortile del palazzo d'Ava-los affacciato sul mareadriatico, contiene in sequalche pozione. Saràche capita sempre a settembre, che il vento aiuta a schiarire le idee e che, più semplicemente non c'è¨ più tempo da perdere, né in casa né con il vicinato. Fatto è che ieri a Vasto, settima festa nazionale dell'Italia dei Valori, sono successe cose di rilievo nel panorama politico nazionale. La sostanza è che Di Pietro chiama Bersani e il Pd per una nuova foto di Vasto dopo che di quella scattata nel 2011 sono rimasti coriandoli senza forma. Vendola veste i panni del tessitore tra i due ex alleati e con Di Pietro pianta paletti precisi: tornare alla coalizione di centrosinistra dicendo no non al agenda Monti e all'Udc che altrimenti, dice Tonino se la vecchia foto di Vasto, quella del 2011, dovesse raffigurare Bersani con Vendola e Casini «sarebbe una foto da atti impuri». Una giornata di prove di dialogo a distanza, ponti lanciati e subito tagliati e poi lanciati di nuovo. Con una scena che alla fine resta più negli occhi e nelle orecchie: quando Vasco Errani, il governatore dell'Emilia Romagna e il più alto in grado presente tra lo stato maggiore del Pd, ammonisce dal palco che «per stare insieme in una coalizione servono rispetto, disponibilità» e ascolto a cominciare dal ruolo e dalla figura del Capo dello Stato, dal cortile del palazzo dove sono sistemate un migliaio di seggiole per la platea di simpatizzanti e tesserati, salgono fischi e mugugni. Una scena non prevista. Non voluta né cercata che costringe Di Pietro a precisare che «nessuno ha mai messo in discussione la figura e il ruolo del Capo dello Stato» nella ormai lunga polemica che ha segnato l'estate sulle intercettazioni tra il Colle e Mancino sulla trattativa tra Stato e Cosa Nostra. «Noi diciamo - ha spiegato Di Pietro - lasciamo fare a ognuno il suo mestiere. Ai giudici di fare i giudici. Noi abbiamo il dovere non solo di cambiare le facce ma di rendere più credibile la politica». Le sei ore di direzione del partito giovedì sera devono aver spinto in questa direzione, che è quella del capogruppo alla Camera Massimo Donadi, se ieri mattina Di Pietro inaugura la tre giorni del partito dicendo: «Noi alla foto di Vasto ci crediamo ancora. Io sono disposto a fare anche un passo indietro ma le ragioni per cui la coalizione è nata devono restare ferme». Platea soddisfatta. Ascolta compresa quando il leader del partito mostra di cercare un nuovo dialogo con il Pd, «quello di Bersani però, che è capace e onesto». Renzi, invece, «avrà anche una bella faccia ma difende Marchionne e io questo non lo farò mai». Il già rottamatore Pippo Civati fa anche di più e, in diretta da Vasto, scommette che «entro Natale Di Pietro sarà tornato nella coalizione di centrosinistra che non ha senso immaginarla senza». Comincia a questo punto un fraseggio a distanza tra l'ex pm e Bersani ospite a Cortona a una festa del Pd che va avanti fino a sera. Il segretario del Partito democratico sembra rigettare gli inviti che arrivano da Vasto «perché ne ha visti già troppi in questi mesi di passi indietro che poi si sono rivelati fasulli». Non si fida più. L'alleato Vendola prova a fare da pontiere tra i due. «Il Colle va rispettato», incalza il governatore della Puglia, ospite nel pomeriggio alla tavola rotonda sulla riforma elettorale con Gaetano Quagliariello (pdl), Arturo Parisi (pd) e il professore esperto di sistemi elettorali Roberto D'Alimonte. «Non si danno calci all'arbitro"incalza il leader di Sel che sa che è su questo punto soprattutto, che si è rotto il patto del centrosinistra. Lo stesso Vendola torna poi a ribadire che «l'agenda Monti va ribaltata completamente perché possa esserci una coalizione» .Poi arrivano quei fischi a Errani. Non ci volevano. Di Pietro torna sul palco e rassicura a modo suo l'ex alleato Bersani: «Non è un passo indietro ma tre avanti». In serata l'ultima polemica. Barbato attacca Donadi per le sue posizioni critiche, arriva a dire che va espulso.: «È il nemico interno» Pronta anche qui la replica dell'Ufficio di presidenza: «Barbato cerca solo pubblicità» Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ieri a Siena FOTO ANSA TONIJOP ILCASO Giarda: «Troppi pochi ex sindaci in Parlamento» Il Capo dello Stato: «Le forze politiche si impegnino per la piena integrazione in Europa» Preoccupazione per la legge elettorale: «In Italia riforme difficili» A Vasto l'ex pm rimpiange la «foto a tre» Vendola: va ribaltata l'agenda Monti POLITICA Napolitano: no ai populismi MARCELLACIARNELLI ROMA Cagliari, guerra tra grillini «Gestione da Gestapo» CLAUDIAFUSANI INVIATA AVASTO . . . Barbato chiede l'espulsione di Donadi: «È il nemico interno» Ma viene zittito Di Pietro abbassa i toni sul Pd Fischi a Errani che elogia il Colle 8 sabato 22 settembre 2012
Matteo Renzi lancia la proposta di ridurre di 100 euro al mese le tasse dei lavoratori dipendenti che ne guadagnano meno di 2000 netti, ma a tenere banco nel confronto per le primarie è ancora la polemica sull'opportunità o meno di creare un albo degli elettori. Roberto Reggi è convinto che questo strumento sia stato pensato appositamente per «fregare» il sindaco di Firenze, e se dal comitato Bersani spiegano che si tratterebbe di un filtro per evitare incursioni di elettori di centrodestra che falsino il risultato delle primarie, il coordinatore della campagna di Renzi dice che solo «formalmente» questo è l'obiettivo e che comunque è lecito «per uno che ha votato centrodestra una volta o anche dieci partecipare». Dice Reggi, riferendosi all'ipotesi di registrare i dati di chi andrà ai gazebo e di far firmare una liberatoria per la privacy, che mettere «una barriera all'ingresso» sarebbe un colpo alla partecipazione e che un'eventuale pubblicazione dei nomi sarebbe «una pratica discriminante»: «Così si impedisce a quelli che non fanno parte di un partito di andare a votare, ci sono professionisti che non vogliono essere catalogati nel centrosinistra perché temono di perdere tutti i clienti che votano dall'altra parte». Chi per conto dei comitati Bersani sta mantenendo il dialogo sulle regole con il fronte renziano ricorda che anche per le precedenti primarie (2005 e 2007) gli elettori dovevano comunicare i propri dati e mostrare un documento, prima di ricevere la scheda su cui votare. Per non parlare dell'albo a cui è necessario registrarsi preventivamente per partecipare alle primarie degli Stati Uniti o della Francia. «Faccio presente a Reggi che ci accingiamo a cambiare lo statuto del partito per consentire a Renzi di candidarsi - dice Davide Zoggia, membro della segreteria Pd - e vorrei ricordare poi che, come dimostrano la storia e la pratica delle primarie in America e in Francia, la registrazione dei votanti da nessuno viene intesa come ostacolo o imbroglio. Né Obama né Romney si sognerebbero mai di criticare l'albo degli elettori». NORMEANTI-INFILTRAZIONI Ma è lo stesso Bersani, parlando alla scuola di politica del Pd a Cortona, a respingere al mittente l'accusa di voler imporre regole che sanno di «schedatura da regime comunista», come Reggi ha detto nell'intervista a l'Unità. «Sono stalinista se dico che non voglio trovarmi Batman a votare alle primarie con qualche decina di migliaia di sue preferenze?», dice il leader del Pd facendo riferimento all'ex capogruppo del Pdl alla Regione Lazio Franco Fiorito. «La regola delle primarie sarà “no Batman” e qualche decina di migliaia di preferenze che ha preso. Voglio alcuni principi per la ditta». Bersani le primarie le vuole fare, e senza rete, scontrandosi per questo con Rosy Bindi - che è contraria a modificare lo Statuto per permettere a Renzi di partecipare, mentre dopo un lungo colloquio col leader Pd sembra aver rinunciato all'idea di correre in prima persona attirandosi addosso le critiche di Beppe Fioroni («io vorrei vincere, molti cercano solo buon risultato alle primarie per sé, Vendola esclude l'alleanza con Casini mentre Bersani dice che il Pd deve allearsi con l'Udc, questa è una situazione insopportabile e Bersani non può far il pesce in barile, serve un chiarimento»), suscitando la preoccupazione di Walter Veltroni («il rischio di farsi del male da soli è molto forte») e creando non pochi malumori nella componente che fa capo a Dario Franceschini e Piero Fassino (favorevole a un albo a cui registrarsi preventivamente e contraria a ingaggiare il Pd nella sfida delle primarie prima ancora che si sappia con che tipo di legge elettorale si andrà a votare). Perplessità, critiche, timori a cui Bersani risponde chiedendo più «coraggio»: «So benissimo che ci accolliamo dei rischi, ma faremo questa esperienza e diremo al Paese “noi abbiamo fatto così, cosa fanno gli altri per la buona politica?”. Senza metterci in gioco non possiamo comunicare niente». E poi, con chiaro riferimento a Renzi (che sarà votato anche dal responsabile Progetti culturali del Pd Domenico Petrolo, primo a rompere su questo il silenzio del Nazareno): «Per rinnovare non c'è bisogno di rottamare. Si può rinnovare senza sradicare, si rottamano le macchine non le persone e la storia». RIDUZIONEDELLE TASSEE ALLEANZE Il sindaco di Firenze, che a una settimana dall'uscita di Verona in camper ha incassato 20 mila euro di donazioni on line, sa però che non può giocare soltanto la carta del rinnovamento, e lancia la proposta di ridurre di 100 euro al mese le tasse per i lavoratori dipendenti che ne guadagnano meno di 2 mila netti. Un intervento che può essere finanziato, spiega Renzi sul suo sito web, riducendo del 10% della spesa pubblica «intermediata», pari a 215 miliardi, composta da spesa per acquisto di beni e servizi della pubblica amministrazione (+135% in 30 anni), investimenti (40% più della Germania tra 2000 e 2012) e incentivi alle imprese (40 miliardi all'anno). «Noi chiediamo un confronto sui problemi reali, che non riguardano eventuali accordi con Casini, Vendola o Di Pietro, ma la diminuzione del potere d'acquisto». Ma neanche Bersani vuole impegnarsi in una discussione sulle alleanze. E a Di Pietro, che dalla festa Idv fa sapere di essere disposto a «qualche passo indietro» pur di dar vita a una coalizione col Pd, il segretario democratico risponde: «Di passi indietro di Di Pietro ne ho visti molti, nell'ultimo anno fin troppi, quasi non si è più fatto vedere all'orizzonte». Nonsipuò intervenire sull'Irpefdimenticando lepartite Iva, igiovani precaripenalizzati dallariformaFornero, icommercianti egliartigiani L'INTERVENTO STEFANOFASSINA ILCASO F inalmente, una proposta chia-ra da Matteo Renzi. Bene. Èuna proposta sorprendente. Sembra ritagliata per il defunto mondo fordista. Non c'è dubbio che i lavoratori dipendenti abbiano perso potere d'acquisto più di altri settori produttivi. Lo diciamo da anni a chi, come Matteo, fino a pochi giorni fa, prima che i focus gruop gli indicassero profonde difficoltà in questa vastissima area di elettorato, li chiamava “iper-garantiti” e li accusava di tenere in apartheid le generazioni più giovani. Tuttavia, come si può intervenire sull'Irpef e dimenticare il popolo delle partita Iva? I milioni di giovani precari costretti alla partita Iva, ai quali la legge Fornero aumenta di 6 punti percentuali la contribuzione sociale e che in media guadagnano meno dei lavoratori dipendenti, non dovrebbero avere una riduzione del carico fiscale? E artigiani e commercianti, sono tutti evasori irrecuperabili, immeritevoli di sollievo fiscale in una fase segnata dalla chiusura di centinaia di migliaia di micro-imprese? No, nella società liquida è sbagliato insistere su interventi categoriali. Si deve, invece, universalizzare il welfare e il sistema fiscale. Come indicato nella proposta di riforma presentata dal Pd nel 2010, l'innalzamento delle detrazioni Irpef deve valere per tutti i redditi da lavoro al fine di ricostruire il patto di cittadinanza fiscale. La proposta sull'Irpef è sorprendente anche per la fonte di copertura individuata. I documenti di finanza pubblica indicano che i consumi intermedi per l'insieme delle pubbliche amministrazioni sono 134 miliardi di euro all'anno. Quasi la metà di quanto indicato da Matteo Renzi. È una spesa per tenere aperti asili nido, per contribuire al costo delle mense scolastiche, per il riscaldamento e l'elettricità delle scuole, per pagare le cooperative sociali dedicate ai servizi per gli anziani non autosufficienti, per il trasporto pubblico, per la benzina delle auto della polizia e dei Vigili del Fuoco, per i macchinari e le medicine ospedaliere. È una spesa brutalmente tagliata negli ultimi anni con i colpi orizzontali sferzati dal governo Berlusconi e con gli interventi drastici compiuti dal governo Monti sotto l'elegante titolo di spending review. Per i governi territoriali, i tagli ammontano a circa 35 miliardi all'anno, ogni anno. Matteo Renzi, in passato, ha giustamente ricordato, insieme a tanti altri sindaci, l'insostenibilità dei tagli subiti da Regioni, Province e Comuni. Si è dimenticato? Insomma, nonostante i luoghi comuni, la spesa primaria corrente italiana, al netto della spesa pensionistica già pesantemente ridimensionata, è di gran lunga la più bassa della Ue a 27. In termini reali, è calata negli ultimi anni e, a legislazione vigente, sono già stati introdotti ulteriori drastici tagli. Va certamente riallocata (ad esempio sulla scuola pubblica al quasi collasso) e resa efficiente, mondata da sprechi e corruzione, ma tagliarla ulteriormente, altri 20 miliardi di euro all'anno, vuol dire colpire i più deboli, le famiglie in difficoltà e larghissima parte delle classi medie. Che senso ha dare 100 euro al mese in più a famiglia quando per poterlo fare si deve chiudere l'asilo nido e costringere quella famiglia a pagare 400 o 500 euro al mese per un asilo privato? Oppure imporre alla mamma che vorrebbe lavorare di stare a casa? I dati aggregati del bilancio pubblico sono ingannevoli. Chiedere a Giavazzi che, per anni, come ancora oggi Renzi, ha indicato in 40 miliardi di euro all'anno i trasferimenti pubblici alle imprese per poi entrare nel merito e accorgersi che, in realtà, sono circa 5 miliardi. Ridurre l'Irpef è necessario e urgente. Ma serve consapevolezza della portata della sfida. Attenzione, l'Italia è in bilico. Giustamente, da tante parti, osservatori attrezzati hanno considerato demagogica e irresponsabile la proposta di Berlusconi di cancellare l'Imu sulla prima casa. È un'imposta che vale poco più di 3 (tre) miliardi all'anno. Lo spot di Matteo Renzi su tagli all'Irpef da 20 miliardi all'anno e l'improvvisata e irrealistica copertura individuata fanno perdere credibilità al centrosinistra di governo. La proposta di Renzi sulle tasse è sbagliata Scontro sull'albo degli elettori. Reggi: è per fregare Matteo Il sindaco di Firenze propone di ridurre di 100 euro le tasse per i lavoratori dipendenti che guadagnano meno di 2 mila euro ILCENTROSINISTRA Bersani: ai gazebo non voglio Batman SIMONECOLLINI ROMA Dell'Utri:«Il sindacodiFirenzeèungigante» «MatteoRenzimipiace. Non vado in casad'altri a votarealle primarie ma il personaggiomipiace. Èun gigantenel panoramapolitico dioggi, unapersona giustaperquesti tempi.Mi ricordaun po'Berlusconi,per esempio nell'essere anticonformista».Lo diceMarcello Dell'Utri, senatore delPdl, a La Zanzara suRadio24. «Allepolitiche, se non ci fosseBerlusconi,Renzi lovoterei, assolutamente- aggiungeDell'Utriavercenedipersone così. MoltidelPdl senon ci fosse Silvio lovoterebbero. MegliodiLa RussaeGasparri? Siamo suun altro pianeta, sonocose nuove...».E cosìdopo l'assistdi Berlusconidalla navedi crociera, ecco unaltro abbraccio mortaleal sindaco diFirenze. PerRoberto Reggi si tratta di«unacampagna studiata atavolino perdelegittimare l'avversario che fa piùpaura». . . . Il leader Pd difende le regole e risponde alle «aperture» di Di Pietro: visti tanti passi indietro . . . Lungo colloquio con Bindi orientata a rinunciare alla propria candidatura 6 sabato 22 settembre 2012
Un Paese blindato. Da Parigi a Lille. Dopo la vicenda delle vignette di Maometto pubblicate dal settimanale Charlie Hebdo, la Francia ha rafforzato la sicurezza sul suo territorio e ha fatto chiudere 20 ambasciate nonché le sue scuole all'estero. E dopo la capitale, anche la città di Lille - nel nord della Francia - ha deciso di vietare ogni manifestazione o raggruppamento che abbia lo scopo di protestare «contro istituzioni pubbliche o rappresentanti interessi americani e britannici». Il divieto scatta nella mattinata di oggi dalle 8 e durerà fino a domani alle 20. PREGHIERE EINVITI ALLA CALMA Gli imam hanno dedicato il pomeriggio di ieri alla preghiera, invocando calma e pacificando gli animi: così si è disinnescato il venerdì a rischio della Francia. Ma la tensione resta alta, Parigi rimane blindata, ed anche è a Marsiglia e in altre città, raduni e dimostrazioni sono stati vietati, ma sul web si incrociano gli appuntamenti per oggi nelle strade al grido di «Giù le mani dal mio Profeta». I rappresentanti della comunità musulmana hanno lanciato un appello a «non manifestare» contro il film anti-Islam o contro le caricature di Maometto apparse su Charlie Hebdo, Mohamed Moussaoui, presidente del Consiglio francese del culto musulmano (Cfcm), istanza rappresentativa delle diverse correnti musulmane di Francia, ha «ribadito il suo appello a non manifestare» ai microfoni di RFI, Radio France Internationale. «Riteniamo - ha detto Moussaoui - che qualsiasi manifestazione nel contesto attuale può essere oggetto di manipolazioni ed essere controproducente. I musulmani di Francia devono rispettare il quadro legale nel quale le manifestazioni sono autorizzate». «Ciononostante - ha proseguito - l'indignazione dei musulmani è legittima. Si tratta di un'intrusione aggressiva e gratuita nel profondo dei loro sentimenti religiosi. Si tratta di una provocazione. Hanno il diritto di esprimere la loro indignazione». «Le manifestazioni non autorizzate e le preghiere in strada improvvisate - gli ha fatto eco dalla banlieue residenziale di Gennevilliers Mustapha Khefif - darebbero solo ragione a quelli che parlano male di noi». Ma i vignettisti di Charlie Hebdo non fanno marcia indietro: dopo aver venduto tutte le 75mila copie del numero di mercoledì, hanno previsto una ristampa: «Chi ci accusa di opportunismo dimentica che abbiamo fatto solo il nostro lavoro». L'Alto Commissario dell'Onu per i diritti umani non ci sta: «Sapendo ciò che poteva accadere dopo la diffusione del film, appare doppiamente irresponsabile pubblicare quelle caricature», ha detto il portavoce dell'ufficio. POLEMICHE Intanto Marine Le Pen, presidente del Fronte nazionale (estrema destra), intervistata dal quotidiano Le Monde, ha gettato benzina sul fuoco dicendosi favorevole al divieto del velo islamico e della kippà (il copricapo ebraico) nei luoghi pubblici, comprese «le strade». Parole che hanno fatto infuriare il governo, che attraverso il ministro dell'Istruzione, Vincent Peillon, ha definito la leader del Fn «la prima degli integralisti». Concetto rilanciato, qualche ora dopo, da Francois Hollande. Tutto ciò che «strappa, oppone, divide, è maldestro», rimarca il presidente francese , rispondendo a una domanda sulle affermazioni di Marine Le Pen. «Le uniche regole che conosciamo – aggiunge Hollande, a margine dell'inaugurazione del memoriale del campo di Drancy, vicino Parigi, da cui durante la seconda guerra mondiale partirono i treni della morte verso i campi di concentramento nazisti - sono quelle della Repubblica e della laicità». . . . La leader del Front National: vietare velo e kippah. Il governo: lei è la prima integralista Da Islamabad a Kuala Lampur. Il Venerdì di preghiera si trasforma in un Venerdì di sangue. È di almeno diciannove morti e 195 feriti il bilancio degli scontri in cinque delle città più grandi del Pakistan, dove 50mila persone sono scese in piazza per protestare contro il film e le vignette su Maometto nel giorno della preghiera islamica. Gli scontri più gravi sono avvenuti a Karachi, la città più popolosa del Paese situata a sud, vittime anche a Peshawar, nel nord-ovest. Il governo pakistano aveva invitato alla moderazione nelle proteste, pur proclamando il venerdì di preghiera come «giornata di amore per il profeta», il cui scopo era di manifestare pacificamente contro la diffusione su internet della pellicola che prende in giro Maometto. A Karachi la polizia ha sparato e ha usato i gas lacrimogeni per respingere gli assalti degli estremisti a banche, cinema, negozi e ristoranti. Il governo ha interrotto la copertura per i telefonini in 15 città e ha predisposto ingenti misure di protezione attorno a tutte le rappresentanze di Paesi occidentali. Nella capitale sono risuonati spari all'esterno dell'hotel Serena, frequentato dagli occidentali, mentre una folla di 8mila persone si avvicinava allo sbarramento di sicurezza attorno al quartiere delle ambasciate lanciando pietre. Altri disordini, con vandalismi e assalti contro i veicoli della polizia, si sono registrati a Islamabad, Rawalpindi e Lahore. In previsione delle proteste, le autorità avevano preso imponenti misure di sicurezza per proteggere le aree diplomatiche, in particolare l'ambasciata e i consolati statunitensi. AMACCHIAD'OLIO Per cercare di placare gli animi, l'ambasciata statunitense aveva acquistato spazi pubblicitari sulle tv locali per mostrare che Washington prende le distanze dal film «blasfemo» e i giornalisti sono stati «bombardati» di clips in cui quelli che vengono presentati come cittadini americani esprimono le loro critiche alla pellicola. Convocato dal ministero degli Esteri, l'ambasciatore Usa, Richard Hoagland, ha espresso la «forte» condanna di Washington e del popolo americano per un video «disgustoso» e «frutto di una sola persona». Ma esattamente come accaduto giovedì, a Islamabad gli scontri sono avvenuti nei pressi della zona rossa, il quartiere delle ambasciate. Tra i dimostranti anche gli uomini di un gruppo estremista, considerato vicino ad al Qaeda. Manifestazioni di protesta si sono svolte anche in altri Paesi musulmani. Diverse migliaia di musulmani sono scesi nelle strade di Kuala Lumpur, in Malaysia, in segno di protesta contro il video satirico sul profeta: durante la marcia, terminata dinanzi all'ambasciata Usa, sono state bruciate bandiere statunitensi e israeliane, al grido di Allah è grande. Convocati in due diverse zone della città, i partecipanti hanno marciato fino alla delegazione statunitense, dove quattro rappresentanti hanno consegnato una nota al capo della sicurezza per chiedere che gli Usa si assumano tutta la responsabilità dell'accaduto. Proteste si sono tenute anche davanti all'ambasciata Usa di Colombo, dove sono state bruciate delle bandiere. E stessa cosa è successa in Bangladesh, Malaysia, Indonesia, Libano e Yemen. In Tunisia il governo aveva vietato qualsiasi protesta, ma ciò non ha impedito che scontri tra manifestanti salafiti e reparti scelti della polizia esplodessero nei pressi dell'ambasciata francese a Tunisi. A dar conto di una situazione esplosiva, e della necessità di contro iniziative di dialogo, è l'inusuale appello congiunto lanciato da Unione europea, Unione africana, Lega araba e Organizzazione della Conferenza islamica per arginare le ripercussioni del film su Maometto prodotto negli Usa e delle vignette sul Profeta pubblicate in Francia. Nel testo si condanna l'incitamento all'odio religioso e si sottolinea che la libertà d'espressione va rispettata, al pari però della figura dei profeti. Il capo della diplomazia Ue, Catherine Ashton, il commissario per la Pace e la Sicurezza della Ua, Ramtane Lamamra, il segretario generale della Lega araba, Nabil el Araby, e quello dell'Oci, Ekmeleddin Ihsanoglu, si dicono «uniti» nella convinzione dell'importanza fondamentale della libertà religiosa e della tolleranza. «Condanniamo qualsiasi apologia dell'odio religioso che costituisca un incitamento alle ostilità e alla violenza». «Mentre riconosciamo pienamente la libertà di espressione», si legge ancora nella nota, «crediamo nel rispetto di tutti i profeti, indipendentemente dalla religione». Nel messaggio si condanna «qualsiasi messaggio di odio e intolleranza». «Dobbiamo garantire che i fatti recenti non pregiudichino quei rapporti di fiducia e rispetto che abbiamo costruito in tanti anni tra le nostre popolazioni, le nostre comunità e i nostri Stati», è l'invito di Ue, Ua, Lega araba. Tre generali condannati all'ergastolo - pena poi ridotta a 20 anni. Altri 78 alti ufficiali con condanne a 18 anni, 175 a 13. Hanno avuto la mano molto pesante i giudici della corte speciale di Silivri, a Istanbul, nel maxi-processo contro i vertici un tempo onnipotenti delle forze armate turche, accusati di avere ideato nel 2003 un piano per fare cadere il governo del premier islamico Recep Tayyip Erdogan. La sentenza, pronunciata dopo solo poche ore di camera di consiglio, era attesa con impazienza. Nell'aula alcuni spettatori sono svenuti per la tensione. L'opposizione parla di un processo farsa, una «caccia alle streghe», un regolamento di conti fra un potere sospettato di volere islamizzare a tappe forzate il Paese e un apparato militare secolarista, cui il fondatore della Turchia moderna Mustafa Kemal Ataturk aveva affidato il compito di garantire la laicità dello Stato. I 365 imputati erano accusati di avere ideato un piano - mai realizzato - per «rovesciare con la forza il governo della Repubblica» nel 2003, quando la Turchia era governata da un anno dal partito islamico Akp di Erdogan. Il progetto avrebbe previsto attentati nelle moschee, stragi, forse una guerra con la Grecia, ma i generali hanno sempre negato tutto, sostenendo che il piano «Balyoz» (Martello del Fabbro) era solo una specie di gioco militare, un esercizio teorico di strategia. Il presunto cervello del complotto, il generale ora in pensione Cetin Dogan, ex-capo della Prima Armata, ha denunciato prove fabbricate ad arte, un «processo iniquo e illegale» messo in piedi «per fare pagare ai soldati di Mustafa Kemal (il fondatore della Turchia moderna) il loro attaccamento alla Repubblica e ai suoi principi» laici. Lo stesso svolgimento del processo è stato oggetto di critiche da parte delle organizzazioni dei diritti umani. Anche la Ue, che in un primo tempo aveva incoraggiato il governo Erdogan a far rientrare definitivamente nelle caserme i militari ha espresso perplessità. Dei 365 imputati solo 34 sono stati assolti. Il caso «Balyoz», esploso nel gennaio 2010, ha indubbiamente aiutato Erdogan a vincere il braccio di ferro politico in atto dal 2002 con i militari. Da due anni alcuni dei massimi dirigenti del vecchio esercito kemalista sono in prigione. Da un anno i vertici militari non si sono più opposti alla presenza delle mogli velate del premier e del presidente Abdullah Gul alla festa nazionale, in nome della laicità kemalista. E ora il governo Erdogan prevede di consentire ai diplomati delle scuole di formazione degli imam, le imam hatip, l'accesso alle scuole di allievi ufficiali. Un primo passo verso una possibile islamizzazione dei vertici del secondo esercito più forte della Nato, inimmaginabile fino a qualche anno fa. Gli ambienti filogovernativi, generalmente conservatori e religiosi, considerano invece i processi degli ultimi anni - che hanno diviso profondamente l'opinione pubblica - come un passo avanti verso la democratizzazione della Turchia e il rispetto dello stato di diritto da parte delle forze armate, che hanno realizzato quattro golpe in meno i 40 anni. Complotto anti-Erdogan Condanne durissime per i generali VIRGINIALORI Parigi blindata per le vignette Marine Le Pen soffia sul fuoco Marine Le Pen MONDO Pakistan, l'ira islamica Spot Usa contro il film Auto della polizia pachistana date alle fiamme a Karachi FOTO EPA Almeno 19 morti nelle proteste dopo la preghiera del venerdì Obama sulle tv locali: «Noi estranei al video» UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it U.D.G. sabato 22 settembre 2012 13
Manonlaspaventaunpo'partireconun certoritardorispettoallamacchinaelettoralediRenzicheègià inmotodamesi? «Le sfide più belle sono quelle più difficili...». Alessandra Moretti, portavoce del Comitato pro-Bersani non sottovaluta quello che accade a Firenze. Renzisimuoveincamper,leiacosapensa? «Al treno e comunque ai mezzi pubblici in generale. Giuntella, Speranza e io pensiamo a questi prossimi mesi come ad una full immersion tra la gente. Non saremo noi i protagonisti: apriremo porte e finestre a tutti i contributi, simpatizzanti, movimenti, giovani...». Lei parla di apertura ma dallo staff di Renziviaccusanodivolerchiudere istituendo l'albodegli elettori. «Noi dobbiamo darci delle regole precise e chiare che deciderà l'Assemblea del 6 ottobre, espressione democratica del Pd. Anche perché ci sono avvisaglie che ci dicono, e non sarebbe la prima volta, che vogliono presentarsi militanti del Pdl e della Lega. Noi vogliamo dare voce a chi crede nelle primarie e si riconosce nel centrosinistra. Non bisogna avere paura delle regole». Che effetto le ha fatto aprire i giornali e scoprirechequalchebigdelpartitonon avrebbegradito la vostranomina? «Ho chiamato molti dirigenti e non ho avuto questa impressione. Quello che ho spiegato è che noi non vogliamo entrare nella logica delle correnti, che non vogliamo essere i protagonisti, ma vogliamo che il protagonismo parta dal basso. Noi abbiamo bisogno di ognuno di loro in questa che è una sfida per l'elezione del candidato premier. Piero Fassino mi ha telefonato dicendo che possiamo contare su di lui, non ho avuto la sensazione che si sentisse escluso e come lui molti altri». C'èqualcosacheBersanidovrebbefare meglio? «Credo sia necessaria una grande nettezza su alcuni temi, penso alla corruzione, per esempio. Noi dobbiamo essere chiari nel dire che quello che è successo alla Regione Lazio è uno scandalo e chi è in consiglio e nelle commissioni deve vigilare. Più si sale nella piramide, più alte devono essere le responsabilità. Nessuno può chiamarsi fuori da questa operazione di profondo rinnovamento. Ma altrettanta nettezza ci vuole sulla questione dei diritti civili». Ledirannocheinquestomodo,suidiritticivili,spostereteilsegretarioasinistra perdistinguersida Renzi. «Vediamo se qualcuno ci accuserà di questo. La sinistra è quella parte della società a cui guardiamo con grande attenzione perché siamo un partito di centrosinistra. Al centro e a sinistra: lì dobbiamo guardare e Bersani è la persona migliore per trovare il punto di sintesi». Unacampagnaelettoraledaitonisobria èilpropositocomunecheavetevoie lo staff di Renzi. Però poi tra le accuse di comunismodaunaparteedipopulismo dall'altranonsidirebbe così scontata la sobrietà... «Il segretario non ha mai usato toni meno che rispettosi verso Renzi, come verso chiunque altro. Noi faremo in modo che tutto si svolga nel rispetto reciproco. La linea del partito, il rinnovamento interno, i vertici e così via sono temi che si affronteranno il prossimo anno quando ci sarà il congresso del Pd. Adesso stiamo facendo un'altra cosa: stiamo scegliendo il candidato leader del centrosinistra per guidare il prossimo governo. Dobbiamo parlare dell'Italia e la sua ricostruzione». Chestasuccedendo?Gliuominisiaffidanoalledonne per vincere? «Ci sarà il momento in cui a correre sarà una donna che si servirà degli uomini. Ma penso che Bersani mi abbia scelto perché sono un amministratore locale». «No, non sono io il motore della campagna di Renzi, noi siamo una grande squadra», risponde Simona Bonafé, una delle tre donne che seguiranno la campagna elettorale del sindaco di Firenze. Ma è proprio lei, 39 anni, assessore all'ambiente al Comune di Scandicci, giornalista, a seguire passo il camper del sindaco di Firenze. Untour deforce, con il suo camper... «Una bella avventura che facciamo tutti insieme, proprio come una grande squadra. Tra l'altro questo tour è un progetto di sostenibilità ambientale a emissioni zero...». Speriamo anche a zero parcheggi in doppia fila... Sorride. «Quella storia lì è stata strumentalizzata, il camper è rimasto in doppia fila solo per qualche minuto...» Quali saranno, oltre allo slogan “adesso!”leparolechiavesucuipunteretegirando le 108 province? «La prima sarà “sobrietà”, perché stiamo attraversando un momento molto delicato e c'è bisogno di trasmettere l'idea di una politica che torna ad essere sobria. L'altra sarà “attenzione”, per la gente». ReggihapraticamentedettocheimetodiusatidaBersanisonoallaCeausescu. Lesembra sobriocome inizio? «Renzi non è mai entrato a gamba tesa nei confronti di Bersani, noi giocheremo questa campagna elettorale all'insegna del fair play, a parte questa dichiarazione di Reggi che, se dice lei che lo ha detto, ci credo. Quello che non dobbiamo dimenticarci è che siamo tutti dentro lo stesso partito e questa deve essere un'occasione per allargare la nostra base». C'è qualcosa che Renzi dovrebbe fare meglioper convincereglielettori? «No, si sta muovendo benissimo, non potrei suggerirgli di fare meglio di come fa. Questa è una sfida in parte generazionale, ma anche nel segno di una grande determinazione nel voler cambiare profondamente le cose». Apartiredallapoliticaei suoivoltinoti. È questo il cavallo di battaglia che più convince? «Gli italiani sono stufi della riproposizione delle solite liturgie, serve un cambio di passo e noi lo stiamo facendo. Nella campagna per Renzi sono coinvolti tantissimi amministratori locali che ogni giorno toccano con mano i problemi della gente». Si spiega perché gli uomini per vincere siaffidano alledonne? «Speriamo che anche questo sia il segnale che sta cambiando qualcosa perché, sì, è vero che si stanno affidando alle donne. Noi siamo in tre, Alessandra Moretti, che non conosco personalmente ma ho avuto modo di apprezzare sentendo alcuni suoi interventi, si sta occupando della campagna di Bersani... Mettiamola così: le donne del Pd si stanno facendo sentire. Nel Paese, invece, le cose non vanno nello stesso modo, c'è ancora molta strada da fare. Devo aggiungere anche che Matteo ha già dato un segnale forte quando ha composto la sua giunta». Perché siete contrari alla registrazione deivotanti alleprimarie? «Perché non è corretto cambiare le regole in corsa, oltre al fatto che restringerebbe il campo degli elettori. Mi sembrerebbe pretestuoso cambiarle adesso». Manonsietepropriovoiachiedereche sicambinoleregole?Il6ottobresiriunisce apposta l'Assemblea per cambiare quellachepermetteràaRenzidiconcorrere. «Si, ho capito... ma che vuol dire? Cambiare la norma dello Statuto sta facendo bene al partito, basta guardare la partecipazione che c'è intorno alla candidatura di Renzi e Bersani. Noi le dobbiamo fare secondo le regole che si sono seguite per Prodi, Veltroni e lo stesso Bersani». IL CORSIVO M.ZE. ROMA Bersani alla presentazione del suo comitato per le primarie FOTO ANSA L'INTERVISTA L'INTERVISTA Alessandro Sallusti e il Giornale che dirige non potrebbero essere più lontani da noi per convinzioni politiche e stile giornalistico. Ma la possibilità concreta che Sallusti venga arrestato e portato in carcere per una diffamazione a mezzo stampa, anzi per un omesso controllo (l'articolo incriminato è stato scritto da un altro giornalista), è per noi inaccettabile. Se ciò accadesse non sarebbe degno del nostro Paese e della sua civiltà giuridica. I giornalisti hanno molte responsabilità. E il rigore professionale non è mai abbastanza di fronte all'umanità e ai diritti di coloro che diventano protagonisti delle nostre cronache quotidiane. Ma il bavaglio alla stampa, in qualunque forma si manifesti, è incompatibile con una democrazia evoluta e con il diritto, sempre più esigente, dei cittadini ad essere informati. La nostra legislazione è carente, inadeguata. Soprattutto lo è la disciplina della diffamazione a mezzo stampa, concepita in altre epoche storiche. Chi sbaglia deve pagare. Ma la responsabilità non può essere trasferita sul direttore e sull'editore fino a comprimere lo spazio vitale della loro libertà. Soprattutto non è possibile che una responsabilità oggettiva produca il carcere. Continueremo a batterci contro le idee di Sallusti e de il Giornale. Ma vogliamo la battaglia sia tra uomini liberi. Intervenga il governo se la Cassazione dovesse confermare l'attuale interpretazione della norma. (Claudio Sardo) «Puntiamo su messaggi chiari e partecipazione dei cittadini» ILRICORDO WALTERVELTRONI Larappresentantedel comitatoRenzi:«Siamo tuttinellostessopartito, questadeveessere un'occasioneperallargare lanostrabase» AlessandraMoretti Larappresentantedel comitatoBersani:«Diamo voceachisi riconosce nelcentrosinistra Nonbisognaavere pauradelle regole» Sallusti in carcere?È inaccettabile MARIAZEGARELLI ROMA ADALBERTO MINUCCISE NEÈANDATO QUASI IN SILENZIO. ERA ILSUO STILE, quello di un dirigente politico serio, di un uomo capace di gesti generosi e di senso della misura uniti a una grande passione politica. In fondo è il tratto distintivo di una generazione che ho imparato a conoscere e ad ammirare molti anni fa. Fu Minucci a portarmi a lavorare a Botteghe Oscure alla comunicazione del partito. Erano anni di grandi mutamenti e proprio il mondo della comunicazione e dei media era al centro di questi rivolgimenti. Minucci, nato a Magliano in piena Maremma, aveva la simpatia spontanea dei toscani. I suoi lunghi anni di vita e di lavoro a Torino (prima alla redazione dell'Unità poi con responsabilità politiche sempre più importanti) gli avevano dato anche altri strumenti: la frequentazione con i giornali e con l'informazione, la conoscenza diretta della grande realtà operaia del Nord. Lavorare con lui era facile: simpatico, aperto, accogliente aveva le sue idee ma era sempre pronto ad ascoltare e capire le posizioni degli altri. Era stimolato dalle novità. Ricordo quegli anni di lavoro, condivisi anche con Fabio Mussi, e le molte battaglie fatte soprattutto sulla televisione. La tv non era il suo mondo, ma accompagnò le scelte innovative che allora furono compiute, con partecipazione e attenzione. L'informazione era per lui una passione, ricordo quando fu nominato direttore di Rinascita nel 1977 e riprese a lavorare davanti a una macchina da scrivere. La sua direzione coincise con gli anni più duri del terrorismo, con la tragedia del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro. Ma quei tempi bui non gli impedirono di fare una rivista attenta e una palestra di dibattito politico. Con Adalberto, come con gli altri dirigenti di quella generazione (penso a Reichlin, Macaluso,Tortorella o a Chiarante, anche lui da poco scomparso) si discuteva, si dissentiva anche, ma poi si continuava a lavorare insieme con facilità. E anche quando le strade politicamente si separavano restavano rispetto e amicizia. Persone con idee forti, ma eleganza e senso della misura. Ecco, anche la discrezione con cui ci ha lasciato è il segno di uno stile di cui essergli grati. Minucci, la passione di un comunista discreto Adalberto Minucci SimonaBonafé «Basta con le vecchie liturgie la sfida è anche generazionale» sabato 22 settembre 2012 7
PAOLOCALCAGNO MILANO CULTURE LA PROSTITUZIONE FEMMINILE HA OCCUPATO LA SCENA(EGLISCHERMI)ALMILANOFILMFESTIVAL,MOSTRATASUDIVERSIVERSANTIECONSTILIALTRETTANTODIFFERENTIDAUNFILMPOLACCO-FRANCO-TEDESCOEDA UN DOCUMENTARIO AMERICANO. Al timone delle due realizzazioni filmiche, entrambe ad alto tasso turbativo, due donne, provenienti entrambe dall'ex Est europeo: la regista polacca Malgorzata Szumowska che ha diretto il film Elles (Loro, al femminile) e la fotogiornalista bulgara (residente in California) Mimi Chakarova, autrice del réportage The price of se (Il prezzo del sesso). La star francese Juliette Binoche è la protagonista del film, presentato in anteprima italiana, fuori concorso, al Festival milanese, dopo diverse partecipazioni a prestigiose selezioni internazionali e prima dell'uscita sui nostri schermi, prevista il 29 settembre. E la presenza della protagonista di Chocolat, già premio Oscar per Il paziente inglese, è determinante nell'attribuzione di un buon rango al film della Szumowska che diversamente avrebbe corso il rischio di precipitare nella miserabilità di un soft-core, oppure nel limbo insignificante dei filmetti di denuncia, in difesa di un'etica sociale non esente da ipocrisia. Nel film La Binoche è un'affermata giornalista della rivista Elle e sta riordinando gli elementi della sua inchiesta sulle giovani prostitute parigine, in attesa di mettersi ai fornelli per preparare la cena cui sono stati invitati gli amici e il boss del marito. Cullata dalla musica di Beethoven, dopo la rituale e affrettata colazione con il coniuge e i due figli (il piccolo, maniaco dei videogame e il più grande che alle lezioni scolastiche preferisce l'alienazione degli spinelli), ricostruisce gli incontri con le due ragazze, entrambe studentesse, che hanno accettato di parlarle della loro doppia vita di giovani prostitute: la francese Lola e la polacca Alicia. Le rivelazioni sulla scelta volontaria delle due ragazze di praticare sesso a pagamento per garantirsi lussi e agi superiori, sull'impegno, la complicità, persino la dedizione, con cui si mettono al servizio delle pretese, talvolta perverse, dei clienti, nonché l'ammissione del piacere che provano e dell'assenza di qualsiasi rimorso, turba profondamente la giornalista. A poco a poco, la protagonista entra sempre più in sintonia con le due giovani e avverte verso di esse le pulsioni di una crescente attrazione, fisica e psicologica. La famiglia, le certezze e i fantasmi della sua esistenza borghese le diventano sempre più intollerabili, fino all'esplosione di una resa dei conti con la sua femminilità, repressa e umiliata dalla ipocrisie quotidiane (soprattutto, l'assenza di un dialogo autentico, oltre che di una gratificante sessualità nel rapporto con il marito, e l'ordinaria e superficiale pratica del ruolo di madre). Al dolore e alla disperazione della donna danno potenza espressiva i primi piani di una Juliette Binoche strepitosa e di grande coraggio, in particolare quando offre alla cinepresa il volto struccato, aggredito dai segni della maturità, pesto e infelice sotto i colpi della vacua ripetitività, subita e accettata in omaggio a modelli imposti dall'esterno, seguendo le regole del quieto vivere. Ed è un geniale colpo di scena surreale, di evidente ispirazione bunueliana, a rendere assordante la deflagrazione finale della ribellione della protagonista di Elles. ENELLASEZIONE«COLPODISTATO»... Le «schiave del sesso», vittime del traffico di ragazzine dell'ex Est europeo da avviare alla prostituzione, piaga criminale che quasi sempre rimane impunita, è il tema di Thepriceofsex, presentato ieri sera al Milano Film Festival, nella sezione «Colpe di Stato», dalla fotogiornalista bulgara Mimi Charakova. L'autrice, 35 anni, ha viaggiato sette anni in Bulgaria, Moldavia, Grecia, Turchia, Dubai, per raccogliere le testimonianze delle sue coetanee, catturate, condotte all'estero, talvolta torturate, e obbligate a prostituirsi per anni e anni. «Avevo 13 anni, quando lasciai il mio villaggio, in Bulgaria, per seguire mia madre che aveva deciso di andare a lavorare in un altro luogo del nostro Paese – ci ha raccontato Mimi Chakarova -. Due anni più tardi, nel '91, vi ritornai. Cercai le mie amiche, ma tutte le ragazze della mia età erano andate via, all'estero, persuase da donne del posto che avevano promesso loro lavori di domestiche e di governanti. Invece, si erano ritrovate nei bordelli di Istanbul, costrette a prostituirsi. Dopo la caduta del muro di Berlino, si scatenò una specie di caccia alle donne, ad opera di altre donne legate a intermediari e protettori. Era gente che approfittava del caos dell'implosione dell'Unione Sovietica per catturare le ragazze della mia generazione. Mia madre ebbe paura che potesse capitare anche a me e mi portò via, negli Stati Uniti». E' quasi una storia personale quella che racconta l'intenso réportage della Chakarova. Una moldava, ex «schiava del sesso», racconta di essere stata accalappiata a 15 anni da una connazionale che le aveva offerto un lavoro a Mosca. «Io nemmeno sapevo dove era Mosca – dice in lacrime -. Provvide quella donna ai miei documenti, assieme andammo all'aeroporto e partimmo. Quando sbarcammo, credevo fossimo a Mosca. Mi affidò a un tizio che mi caricò in auto: ero arrivata a Istanbul ed ero stata venduta». «Occorre sapere che a quel tempo, in quei Paesi, non c'era niente, l'acqua e l'elettricità scarseggiavano ed eravamo completamente privi di informazione- aggiunge la Chakarova -. Oggi, le strategie del traffico di ragazze sono cambiate perché anche nei piccoli villaggi non ci sono più donne sprovvedute grazie alla massiccia attività dei media. Perciò, hanno creato un nuovo modello. In Albania, ad esempio, prendono le ragazze giovanissime, a12 anni, e le fanno prostituire a 19 anni, senza commettere abusi. Siccome laggiù, come altrove, c'è libertà di esercizio della prostituzione, la giustizia non ha prove per intervenire. In questo modo, oggi come allora, gli “schiavisti del sesso” riescono ad evitare le punizioni». «Short theatre»chiude staseracon l'argentino RafaelSpregelburd VALERIATRIGO «Grottaferrata cittàdel libro» Chiude Bergonzoni Lola&Alicia Ladoppiavita Al Milano film Festival si parla diprostituzionefemminile «Elles»,dellapolaccaSzumowska,è lastoriadidue studentessechehannosceltodi faresessoapagamento «Thepriceofsex», invece,ci racconta il trafficodi ragazzine Dal film«Elles» della registapolaccaMalgorzata Szumowska AL CUGINO DIMIAMADREAVEVANODATOTRE MESIDI VITA.UNAVITA PIENA, LASUA: architetto, professore universitario, consegnato anima e corpo a quella carriera, tanto da farsi chiudere più di una volta dentro ai cancelli, preso dalla mole di lavoro che lo sovrastava fino alla dimenticanza di sé. Bella, gratificante, questa rincorsa continua: ma fino all'altolà. E lì, allora, fare appello a ogni energia, e solo a quelle racchiuse in sé. Sentire quanta vita ti chiama, quanto avvenire sprigiona, e apre. Installarsi nel vuoto che si spalanca sotto i piedi, e solcarlo tutto quanto, palmo a palmo, per vedere di appropriarsi di un nuovo spazio, di un nuovo tempo. Così lui, quello che non deve esserci più, di fronte al nulla incombente, non smette di immaginare. Immagina un tempo che non finisce. Immagina la casa che pochi mesi prima ha comprato, via dalla città dove ha sempre vissuto. Immagina di arredarla per farne una forma tagliata alla sua misura. Nel letto di ospedale, col suo portatile, compra tutto l'arredamento in rete, su ebay, e gratta pure: un'altra, paradossale, sfida alla morte. Quella finestra sul mondo, nel mondo aiuta a tenerlo radicato. E la sua tenacia ha la meglio, la sua volontà di vita, di tempo e di spazio: passano i tre mesi e lui è ancora lí, e dopo altri sei mesi gli dicono che ha vinto. Non c'è la morale, qui, mica sono a dire che la rete ha fatto il miracolo, manco fosse la madonna. (Che poi sempre, nei miracoli, è sempre questione di due mondi in collisione, e dalle collisioni sprigiona un evento che non ha posto altrove). Sono a dire invece che quando ci si radica nel mondo, e si aprono nuove prospettive, e per farlo usiamo tutti gli strumenti a disposizione, e non ce ne facciamo usare, a volte eventi meravigliosi accadono, miracolo o meno. Una finestra sulmondo puòsalvarti lavita BUONEDALWEB MARCOROVELLI PROSEGUE FINO A DOMANI «GROTTAFERRATA CITTÀ DEL LIBRO», manifestazione dedicata al libro in tutte le sue declinazioni, giunta alla terza edizione, con la direzione artistica di Ferdinando Ceriani e coordinata dal Comune di Grottaferrata. La giornata di oggi sarà dedicata ai bambini tra Il mago di Oz, L'Isola del tesoro e il concerto rock per bambini della Iattatiro Band con Gianni Silano. Domenica sera, gran finale con Alessandro Bergonzoni. ULTIMA TAPPA PER «SHORT THEATRE» CHE STASERA CHIUDE AL TEATRO INDIA con lo spettacolo del regista argentino Rafael Spregelburd. Al termine di un mese di lavoro pedagogico, Spregelburd e gli allievi dell'Ecole des Maîtres da lui diretta quest'anno, presentano a Roma e in altre 3 città europee il lavoro elaborato durante un atelier provocatorio fin dal titolo, Cellule teatrali: macchine perprodurrecatastrofi. La dimostrazione finale di lavoro è il risultato di un'articolata riflessione sulla fine dell'età moderna e sulla «relazione infinita» fra la produzione teatrale dei Centri e delle Periferie del mondo, coinvolgendo gli attori come autentici drammaturghi della scena. Nato a Buenos Aires nel 1970, Spregelburd è drammaturgo, regista, traduttore, scrive per diverse testate, oltre a essere un richiesto attore di teatro e cinema. Con la sua compagnia argentina, El Patrón Vázquez, ha messo in atto un teatro intenzionalmente ibrido, meticcio e polemico, di linguaggi e territori sconosciuti, che gli è valso in questi anni una rilevante proiezione internazionale e numerosi premi. Durante l'Ecole, Spregelburd è stato coadiuvato dalla regista Manuela Cherubini, sua artista associata. L'Ecole des Maitres è un progetto promosso in Italia da Css Teatro stabile di innovazione del FVG, con il sostegno di Mibac - Direzione Generale Spettacolo dal vivo e la partecipazione di Regione Friuli Venezia Giulia (Italia), Accademia Nazionale d'Arte Drammatica «Silvio d'Amico» (Italia), Area06, Teatro di Roma. In scena gli allievi ci saranno gli allievi dell'École des Maîtres 2012: Rita Brütt, Robin Causse, Íris Cayatte, Julien Cheminade, Sofia Correia, Bernardo de Almeida, Sol Espeche, Valentine Gérard, Vincenzo Giordano, Sophie Jaskulski, Alexis Lameda Waksmann, Fabrizio Lombardo, Emilie Maquest, Adrien Melin, Deniz Özdogan, Aude Ruyter, Giorgia Salari. Ingresso gratuito, prenotazione obbligatoria. Info: www.shorttheatre.org U: 22 sabato 22 settembre 2012
Uno studio legale in centro nel capoluogo lombardo e personaggi vicini a clan camorristici, come quello dei Casalesi: è l'asse Milano-Caserta individuato in un'inchiesta condotta dalla Gdf milanese che ha smantellato una presunta associazione per delinquere, capeggiata da un avvocato con uffici anche a Roma e Londra. Il professionista, infatti, avrebbe utilizzato le sue conoscenze «tecniche» per creare dei trust e così proteggere beni immobili e quote di società, riconducibili anche alla criminalità organizzata. Un sistema che avrebbe permesso pure di aggirare il Fisco. Mariano Baldini, legale di 43 anni orginario di Caserta e titolare dello studio di consulenza «Baldini & Partners» di via Sciesa a Milano, è finito in carcere assieme ad altre 7 persone (due, invece, sono agli arresti domiciliari) in base a un'ordinanza firmata dal gip Antonella Bertoja, su richiesta del pm Stefano Civardi. Le Fiamme gialle del Comando provinciale hanno eseguito il sequestro di 88 immobili, sparsi in tutta Italia: appartamenti di pregio situati in centro a Milano e un intero complesso di ville in provincia di Pavia e poi ancora case a Benevento, Latina, Chieti, Caserta, Novara, Sassari, Varese, Lodi. «Sigilli» anche alle quote di due società e a due auto, tra cui una Aston Martin. Ventidue milioni di euro il valore dei beni «congelati». In particolare, gli inquirenti avrebbero accertato un legame tra alcuni beni sequestrati, perchè protetti dagli 'schermì giuridici creati dall'avvocato Baldini, e Salvatore Izzo, pregiudicato napoletano, morto lo scorso febbraio, e che era stato mandato a processo a Milano per aver accumulato un patrimonio composto da ville, terreni e società in Brianza del valore di alcuni milioni di euro, molti dei quali frutto di un giro d'usura. Altro personaggio finito in carcere è Luigi Sagliano, 58 anni di Casapesenna (Caserta), ritenuto vicino al clan dei Casalesi, tanto che alcuni pentiti lo hanno indicato in passato come autista e factotum della famiglia Zagaria. Sagliano, assieme ad altre cinque persone finite in carcere, sarebbe stato, secondo le indagini, una delle 'teste di legnò al servizio di Baldini per occultare i patrimoni. Stando a quanto ricostruito dagli investigatori, infatti, con il meccanismo dei trust all'estero sarebbero stati 'nascostì i beni riconducibili a «due pregiudicati (tra cui Izzo, ndr), soggetti a misure di prevenzione evitando così che venissero sequestrati». Il presunto gruppo criminale, poi, avrebbe sfruttato «lo specifico istituto del trust liquidatorio per sottrarre alle procedure concorsuali l'attivo patrimoniale di società fallite», danneggiando i creditori. E avrebbe occultato anche «il patrimonio di imprenditori in difficoltà economica, impedendo ai fornitori ed al Fisco il recupero delle somme dovute». Numerosi i presunti episodi di bancarotta e riciclaggio. Al momento, però, non è stata contestata l'aggravante di aver favorito cosche mafiose, ma le indagini sono tuttora in corso. Creavano trust per la camorra, 10 arresti Loro giurano che si tratta solo di un equivoco. Una frase scritta male in una bacheca di Facebook, una virgola di troppo, una proposizione saltata, che ha cambiato l'effetto della frase facendola apparire «per quello che non è». E cioè una sorta di chiamata alle armi, un addestramento ad attività paramilitari, fatto in una località nascosta, riservato a pochi militanti, che richiama alla mente gli anni bui della nostra democrazia. Loro sono gli attivisti di Forza Nuova di Rimini. E la frase con la virgola in più e la proposizione in meno, che ha destato preoccupazione racchiusa in un'interrogazione parlamentare, è questa: «Nel pomeriggio corsi di autodifesa, uso del coltello e del bastone. Infine coordinamento e preparativi in vista del corteo del 29 settembre a Rimini». Sono poche righe che si trovano al termine di una tabella o, meglio, di un piano di azione, per una giornata nel «campo comunitario di formazione militante» che si è svolta il 16 settembre scorso sul monte Fumaiolo, tra i boschi di Balze, paese in provincia di Forlì e Cesena, accanto alla sorgente del Tevere. Le poche righe sono state «postate» nel profilo Facebook di Mirco Ottaviani, coordinatore provinciale di Forza Nuova di Rimini. All'invito hanno risposto una decina di persone. L'incontro, secondo il suo giovane organizzatore, è stato in realtà solo una piacevole scampagnata di dieci ore, dove gli attivisti di Forza Nuova, solo «una decina» ha assicurato Ottaviani, e «tra l'altro non tutti militanti», si sono incontrati per chiacchierare, discutere, mangiare e studiare. Va detto che il luogo non è del tutto casuale. Lo spiega il giovane «forzanovista» nella sua pagina Facebook: «Il 15 agosto del 1934, per volere di Benito Mussolini, fu inaugurata la stele che indica la sorgente del Tevere... Sorge su una vasca alimentata da una fontanella che sgorga dalla montagna: l'acqua, dopo aver lambito la stele, inizia il suo cammino verso Roma». Marcia verso la Capitale. Qui, dunque, ogni tanto, l'estate in special modo, giovani simpatizzanti di Mussolini, si ritrovano per onorare la nascita del Tevere. Come il 16 settembre scorso quando Ottaviani e soci si sono trovati a «discutere di massimi sistemi, citando e commentando i pensatori di destra». Chi? «Leon Degrelle», politico belga, fondatore del rexismo, movimento nazionalista di ispirazione cattolica, fascista e nazista arruolato nelle Waffen-SS, o «Corneliu Zelea Codreanu» leader nazionalista rumeno, anche lui di un'era geologica fa, simpatizzante nazista e fascista. Niente di più. E quel richiamo all'addestramento con il bastone e il coltello, allora? «Un errore di battitura. La frase corretta era “corsi di autodifesa dall'uso di bastoni e coltelli”». Coltelli e bastoni ci sono, dice Ottaviani, ma «in quell'occasione abbiamo spiegato come poterli evitare. Dieci minuti di attività fisica e nient'altro». Perché, allora, questa scampagnata ha destato tanto scalpore? In primo luogo perché i giovani che si sono inerpicati fino a Balze non sono dei tipi qualunque. Mirco Ottaviani, ad esempio, è stato condannato in via definitiva per aver tentato di incendiare nel 2007 il centro sociale Paz a Rimini. Quando la polizia lo intercettò, assieme a una decina di persone, scoprì nel portabagli un vero e proprio arsenale: 14 litri di nitro diluente altamente infiammabile, ricetrasmittenti, baionette, passamontagna, sette metri di corda, catene di ferro, tirapugni, piedi di porco, tre grammi e mezzo di cocaina, e, guarda caso, bastoni e coltelli. Ottaviani e i suoi amici, per lo più giovanissimi, vennero condannati in secondo grado, a oltre due anni. La pena fu aggravata perché fu riconosciuta la finalità eversiva. Accusa che invece la Cassazione, lo scorso marzo, non ha accolto lasciando intatto il restante impianto accusatorio ma rimandando all'appello la definizione delle condanne. Ma c'è anche un'altra ragione che desta allarme. Non si capisce a che cosa servano i corsi di autodifesa da tenersi in boschi isolati. Da chi dovrebbero difendersi? Non c'è stata nessuna aggressione con coltelli e bastoni contro esponenti di Forza Nuova, come ha confermato lo stesso Ottaviani. «Siamo certi ha dichiarato il deputato del Pd Emanuele Fiano, estensore dell'interrogazione parlamentare che porta anche la firma di Elisa Marchioni, - che il ministero dell'Interno non vorrà mancare di verificare con attenzione la pericolosità di tali atti». Avvenuti poi a pochi giorni dalla manifestazione del 29. Forza Nuova ha indetto un giorno di protesta in tutta Italia. «Marcia con la rivoluzione» è lo slogan. Anche Rimini, dove la sede è stata aperta solo da due anni e gli attivisti sono qualche decina, si sta muovendo. Tra l'altro la manifestazione avviene nei giorni in cui in città si svolgerà il Festival francescano e a Rimini affluiranno migliaia di persone. «I nostri cortei sono sempre pacifici» dice Ottaviani. Che porterà Forza Nuova a candidarsi alle prossime amministrative, passando prima per le politiche. Approfittando, spiega Fiano, «anche delle crisi di rappresentanza all'interno del Pdl». Di certo sarà una battaglia alquanto dura. Ma Ottaviani e i suoi amici sanno già come difendersi. NAPOLI Corso di Forza Nuova: uso di coltelli e bastoni La pagina di Facebook con la quale si invitavano i militanti di Forza Nuova al «campo di formazione militare» Il 16 settembre scorso gli attivisti di Rimini si ritrovano a un «campo di formazione militante» presso la sorgente del Tevere. Tra le attività quella di autodifesa con armi Interrogazione alla ministra Cancellieri ROBERTOROSSI ROMA Unaltromorto Questavolta neiQuartieri spagnoli Unuomoè statoucciso ieri pomeriggioaNapoli inquella che sembrauna esecuzione dimatrice camorristica.VincenzoMasiello, 23 anni, conprecedenti per rapina,è statoavvicinatoda sicari in vico lungoTeatroNuovo,nei Quartieri Spagnoli, e feritoda settecolpi di armadafuoco.L'uomoè stato portato in ospedale«Pellegrino»ma ègiunto cadavere.Masiello poco primadelle 18camminava lungo il vicolostrettoquandoè stato affiancatodauna personaabordo unoscooter TMaxchegli haesploso controsette colpidi pistola.L'uomo, feritomortalmente,è statosoccorso dapassanti,maè mortopoco dopo. C'è chi trascorreva gran parte del proprio tempo al bar sorseggiando caffè, chi assieme ai colleghi passeggiava tranquillamente tenendosi sotto braccio, chi usciva per il pranzo e tornava dopo due ore (la pausa è di 30 minuti) e chi non tornava proprio. Qualcuno addirittura se ne andava chissà dove durante l'orario di lavoro ma risultava regolarmente al suo posto. Per un mese la guardia di finanza ha filmato i movimenti dei dipendenti dell'ufficio per il Garante dei detenuti. Si tratta di un ufficio speciale, dove lavora personale della Regione siciliana, che si trova in una palazzina in via Magliocco, strada pedonale in pieno centro a Palermo. Tredici sono le persone indagate per assenteismo, praticamente tutti i dipendenti dell'ufficio. Il danno per le casse pubbliche secondo gli investigatori sarebbe di 250mila euro. Dietro l'inchiesta c'è un scontro durissimo che va avanti da mesi tra il Garante, il senatore Salvo Fleres (Grande sud), e il dirigente dell'ufficio speciale, Lino Buscemi. È stato proprio Fleres a segnalare «più volte, ma invano, anomalie nella gestione dell'ufficio», in una nota al dipartimento regionale Funzione pubblica e al presidente della Regione, «per i provvedimenti di loro competenza». A marzo era scattata una perquisizione: gli investigatori acquisirono decine di carte per verificare se, dopo i primi accertamenti della finanza effettuati il 30 novembre scorso, gli orari di lavoro fossero stati «aggiustati». All'inizio dell' anno, però, era stato Fleres, nominato garante dall'ex presidente della Regione Totò Cuffaro, a finire al centro delle polemiche, dopo una relazione consegnata proprio da Buscemi al governatore Raffaele Lombardo. Sotto accusa il compenso del senatore (425 mila euro di indennità percepite dal 2006 al 2011) e alcune consulenze. Nell'ultima finanziaria la giunta regionale aveva previsto la soppressione della figura del Garante, con l'obiettivo di tagliare la spesa, e il mantenimento dell'ufficio speciale. La norma però è stata modificata dall'Assemblea regionale: alla fine è stato approvato un emendamento che ha mantenuto il garante, cancellando il compenso ora a «titolo gratuito». Il budget dell'ufficio, intanto, è stato notevolmente ridotto: da un milione e 100 mila euro ad appena 60 mila euro. Timbravano senza lavorare 13 dipendenti siciliani indagati . . . Fiano (Pd): «Il ministro verifichi con attenzione» Il 29 la destra estrema manifesta in tutta Italia . . . La mente era a Milano Schermavano i beni illegali. In manette anche un professionista romano . . . L'attivista: «Abbiamo fatto solo una scampagnata, con attività fisica» NICOLALUCI MILANO sabato 22 settembre 2012 11
Il Partito Democratico del Piemonte ed il Gruppo consiliare regionale si uniscono al dolore della famiglia per la scomparsa di ADALBERTO MINUCCI ne ricordano l'impegno istituzionale, la passione politica e il rigore morale Torino, 21 settembre 2012 La presidente Anna Finocchiaro, le senatrici e i senatori del Pd partecipano con profonda tristezza al dolore della famiglia per la scomparsa del caro ADALBERTO MINUCCI Linda e Massimo D'Alema partecipano al cordoglio per la scomparsa di ADALBERTO MINUCCI Cara Lucetta, sono molto addolorato per la scomparsa di ADALBERTO amico e compagno di molte battaglie. Ricordo con rimpianto lo spirito di tolleranza e di mite gentilezza con le quali, anche nei nostri momenti di contrasto, ha accompagnato i comuni affanni della politica. Con lui l'insieme della sinistra, nelle sue diverse espressioni, perde un esponente di spicco e un intelligente, acuto e appassionato militante. Ti abbraccio nel doloroso ricordo. Achille Occhetto La Direzione e la redazione de l'Unità ricordano con affetto ADALBERTO MINUCCI giornalista de l'Unità a Torino, direttore di Rinascita, dirigente del Pci, un uomo che ha vissuto il giornalismo e la politica con sobrietà e con grande passione. «Sui parametri bibliometrici individuati dall'Agenzia, non registro un consenso unanime nella comunità accademica». Ora che anche l'ex-ministro Maria Stella Gelmini critica l'operato dall'Anvur il cerchio si chiude e non è facile trovare qualcuno che difenda l'operato di questa istituzione. L'attività dell'Agenzia nazionale per la valutazione dell'Università e la ricerca è diventato forse l'unico argomento di discussione all'interno delle aule e dei dipartimenti universitari. Migliaia di aspiranti professori hanno seguito con ansia le tappe che avrebbero dovuto condurre a criteri certi per la verifica delle loro qualità di ricercatori. Ma ora non c'è più nulla se non il fatto che qualsiasi decisione presa viene messa in discussione. Infatti l'Agenzia ha continuamente corretto i criteri che aveva emanato magari pochi giorni prima. Sul sito dell'Anvur sono ormai più numerose le note che chiariscono qualcosa, piuttosto che quelle che affermano qualcosa. Ma la creatività dei commissari Anvur non si è limitata a questo arrivando ad inventare fantasiose locuzioni ossimoriche, come il capolavoro della mediana come «definizione univoca ma anche ambigua». L'ultimo atto è datato 14 settembre 2012 e poteva essere la parola fine ad una richiesta di chiarimenti che ormai proveniva da molte parti. Tante le domande a cui avrebbe dovuto rispondere l'Agenzia, dall'utilizzo pedissequo di parametri non utilizzati in nessuna parte del mondo - tutto il sistema è basato sul numero di citazioni ricevute, che può misurare forse quanti amici hai ma non la qualità della tua ricerca - all'elenco delle riviste buone e cattive - di cui sarebbe stata misurata la qualità oggettivamente ma non è dato sapere in base a quale criterio. Non da ultimo si fa una distinzione rigidissima tra sapere scientifico e sapere umanistico, che utilizzeranno due diversi sistemi di valutazione, rinnegando decenni di innovazione multidisciplinare nella ricerca. Un vero pasticcio che si sperava l'Agenzia potesse dipanare con una nota ufficiale. Invece l'Agenzia non fa altro che riaprire tante questioni tirando in ballo il ministro Profumo accusato, tra le altre cose, di aver voluto chiudere in tutta fretta una questione che necessitava di tempi molto più lunghi. C'è poi una questione non secondaria che è quella del conflitto d'interessi tra gli esperti che hanno dovuto stilare i criteri di valutazione e la lo loro candidatura a commissario per l'abilitazione. Il buon senso avrebbe evitato che un esperto potesse decidere i criteri attraverso il quale lo stesso esperto viene poi giudicato positivamente o negativamente. Invece per l'Anvur tutto questo è normale, e così ora un gran numero di persone verrà valutata attraverso criteri che loro stesso avranno individuato. Insomma a due anni di distanza dall'istituzione di questa Agenzia il risultato è magrissimo. Peccato perché la costituzione dell'Agenzia di valutazione è sempre stata una proposta del centrosinistra, fin dal 2007 con il ministro Mussi, ed è sempre stata richiesta a gran voce da tutta la comunità scientifica italiana. Oggi si rischia invece di buttare via il bambino con l'acqua sporca. Una soluzione però ci sarebbe ed è contenuta in una mozione parlamentare che il Pd vuole presentare che chiede al ministro una norma interpretativa che consideri i criteri emanati dall'Anvur un'indicazione di massima per le commissioni e non rigido ostacolo da superare ad ogni costo. A questa mozione ha lavorato Luciano Modica, ex-sottosegretario all'Università del secondo governo Prodi, che ci spiega come questo sia l'unico modo per salvare l'intera procedura dell'abilitazione ma soprattutto per rimettere in moto il sistema concorsuale bloccato da diversi anni. Ci sarà poi tempo per aprire una vera discussione pubblica sulla valutazione universitaria e sugli strumenti da utilizzare per valorizzare le molte cose positive che le nostre università producono. A sorpresa è l'ex ministro Gelmini ad aprire a questa soluzione: «Ci sono grosse perplessità sull'operato dell'Agenzia. È necessario evitare qualsiasi ricorso giudiziario che bloccherebbe nuovamente i concorsi per anni anche perché non esiste una giurisprudenza sulla valutazione». Ma non si ferma qui. Infatti ci annuncia che anche lei è disposta, attraverso la mozione parlamentare del Pd, a richiedere al ministro una norma interpretativa: «Sarebbe necessario un provvedimento interpretativo del ministro che dica che i criteri dell'Anvur sono un criterio indicativo e non vincolante». La cosa veramente strana è che anche l'Anvur chiede al ministro questo provvedimento. Nel documento del 14 settembre scrive infatti che si può «concedere l'abilitazione anche a candidati che non superino le soglie delle mediane (i criteri individuati dall'Anvur ndr)» dichiarando inutile tutto il lavoro da loro fatto negli ultimi mesi. Servirà molto tempo per riflettere sull'operato di un'Agenzia che alla fine di un lungo percorso dichiara fallimento in maniera così palese. Molto meno tempo hanno però migliaia di giovani ricercatori che attendono da anni di entrare dentro le università italiane prima di decidere, come molti altri, di trovare all'estero quello che in Italia sembra impossibile trovare. Lo hanno chiamato, in maniera un po' provocatoria, «Il giorno del merito». Centinaia di azioni in tutta Italia per contrapporsi alla politica sulla scuola del governo Monti e all'idea principale che sembra sostenerla, quella del merito, appunto. «Oggi non c'è maggior merito che l'esperienza, l'aver formato tanti ragazzi, proprio quello che Profumo ci nega», dice Daniela del Coordinamento precari scuola. Per questo ieri in tutto il Paese la Flc Cgil, assieme ai comitati di precari ha tenuto manifestazioni. Assemblee pubbliche a Potenza, Milano, Trieste e poi raduno dei docenti precari a Teramo, volantinaggi a Messina, corteo a Lecce, flash mob a Torino, presidi a Roma e Genova, sit – in a Palermo, Bari, Pordenone, Pisa, “informazione in piazza” a Catania. Una iniziativa «capillare e diffusa» che la Flc Cgil ha organizzato per ribadire che «il lavoro svolto con passione in questi anni dal personale scolastico, la professionalità acquisita nell'attesa dell'agognata assunzione a tempo indeterminato, non può essere sacrificato sull'altare di uno spot pre-elettorale» e soprattutto per lanciare il grande corteo di oggi a Roma. Una manifestazione nazionale indetta dal Coordinamento precari uniti contro i tagli che ha avuto subito l'adesione delle rappresentanze studentesche (Uds e Link), dei sindacati (oltre alla Cgil anche Cobas, Cub, Usb, Anief, Usi- Ait), quella dell'associazione “per la scuola della Repubblica”, e quella di Sel, Idv, Prc, Comunisti Italiani. «Il Pd manderà dei delegati che però parteciperanno come singoli», spiegano gli organizzatori che sperano in una partecipazione massiccia. «Abbiamo fatto realizzato un video per youtube, una campagna virale sui social network e ci siamo appoggiati sulla logistica dei sindacati che hanno organizzato pullman da tutta Italia» e per agevolare i docenti Anief e Cobas hanno anche organizzato due convegni al mattino che consentono l'esonero dal servizio. Concentramento alle 14.30 a piazza dell'Esquilino, poi in corteo fino a piazza Bocca della Verità dove sarà allestito un palco per gli interventi. Al termine monologo di Ulderico Pesce, che «ci accompagna nelle manifestazioni già dall'anno scorso perché crede in questa lotta». Nella piattaforma la richiesta al Miur «di ritirare il concorso; di restituire alla scuola delle risorse sottratte con i tagli della Gelmini; un piano di assunzioni a tempo indeterminato sui posti vacanti e disponibili; ritiro del pdl 953 (ex Aprea)». Per bloccare il concorso, la Flc – Cgil ha intanto inviato un appello al Parlamento. «L'attuale fase non è adatta per bandire un concorso i cui fondi potrebbero essere destinati alle tante esigenze della scuola italiana», scrive la Flc Cgil, chiedendo anche investimenti e stabilizzazione dei precari. Ieri «il giorno del merito» Oggi a Roma quello contro il «concorsone» La protesta della scuola FOTO DI ROBERTO MONALDO / LAPRESSE LUCIANACIMINO ROMA ITALIA Valutazioni università Gelmini ci ripensa Esame di ammissione alla facoltà di medicina all'università statale di Milano FOTO DI MATTEO CORNER/LAPRESSE I criteri dell'Agenzia per la valutazione sono ormai contestati da tutti Anche il Pdl si unisce alla proposta Pd di rendere i parametri Anvur non più vincolanti ma solo indicativi per le commissioni MARIO CASTAGNA ROMA . . . La modifica è urgente anche per evitare i ricorsi che bloccherebbero nuovamente i concorsi 12 sabato 22 settembre 2012
ATTACCAREINTANTI,ATTACCARETUTTI.ECHEVENGA FUORIUNACORSASTRANA.L'augurio di Paolo Bettini riassume speranze e limiti della nazionale italiana alla vigilia del Mondiale dei professionisti, la corsa che riassume lo stato dell'arte del ciclismo, che sistema i rapporti di forza tra le nazioni, la gara-verità che l'Italia del pedale fallisce dal 2009. «Dobbiamo spaccare la corsa, essere audaci, spregiudicati» dice il ct. Traduzione: i favoriti di domani, a Valkenburg, non indossano la maglia azzurra, i favoriti sono altri. Né Nibali, né Moser lo sono. Non su questo percorso, esigente ma non devastante, col Cauberg ripetuto dieci volte, ma un pelo troppo lontano dal traguardo 1700 metri - per sperare di fare il vuoto all'ultimo passaggio e riuscire a resistere. Non è un Mondiale per noi, allora dobbiamo inventare. Sì, ma cosa? Nove squadre, Italia compresa, hanno nove corridori. Belgio e Spagna hanno gli uomini da battere e terranno chiusa la corsa fino all'ultimo passaggio sul duro Cauberg, 700 metri al 12 per cento di media, prima del lungo pianoro verso il traguardo, diverso da quello dell'Amstel Gold Race, che si chiude tradizionalmente in cima alla sua salita simbolo. 267 km ad altissima tensione. Non c'è una gara nel calendario tanto dura e tanto esigente. La selezione, al Mondiale, non la fa la strada ma la tattica, propria e altrui. E mai come al Mondiale vale la massima di Miguel Indurain, «bisogna attaccare una sola volta, e forte». Pochissimi hanno vinto il Mondiale attaccando più di una volta. Non ci riuscì nemmeno Gilbert nel 2010, nettamente superiore a chiunque altro, ma troppo generoso, troppo audace. La fortuna, al Mondiale, non dipende dall'audacia, ma da una combinazione perfetta di raziocinio e cinismo. DUESPERANZE AZZURRE Nibali e Moser sono le punte azzurre, Cataldo la possibile sorpresa, Trentin e Nocentini i lavoratori, Marcato, Gatto e Ulissi gli uomini da fughe, Paolini il regista, Nizzolo e Capecchi le riserve non pedalanti. È la formazione migliore - e forse l'unica possibile - al netto delle direttive federali che impediscono al ct di schierare ex condannati per doping (con squalifiche superiori ai sei mesi) e gente coinvolta in inchieste della magistratura ancora in corso. Per il primo motivo Ivan Basso e Michele Scarponi, tra gli altri, non sono della partita. Per il secondo, l'Italia rinuncia a due possibili capitani come Alessandro Ballan e Damiano Cunego. Entrambi coinvolti, con altri 29 tra corridori, dirigenti e medici, in un'inchiesta avviata nel 2008 dalla Procura di Mantova per un presunto giro di sostanze dopanti incentrato sulla figura del farmacista Guido Nigrelli. Un processo nato per non morire mai, catatterizzato da tempi biblici e da errori di forma che nel luglio scorso hanno costretto il Gup a un rinvio dell'udienza preliminare all'11 dicembre prossimo. Nell'intrico della vicenda, le uniche sentenze le ha emesse la Federciclismo italiana, negando ai due corridori il diritto alla maglia azzurra, in barba al principio della presunzione d'innocenza. È la linea sulla quale si muove la Federazione del presidente uscente - e probabilmente entrante, data la mancanza di candidature vere contrapposte alla sua - Renato Di Rocco. Didascalico l'intento, piuttosto imbarazzante l'esito: l'Italia “ristretta” voluta dalla Fci non ha più vinto nemmeno un bronzetto tra Mondiali e Olimpiadi tra i professionisti. Meglio perdere puliti che vincere sporchi, forse. Ma tra i presunti sporchi c'è probabilmente gente pulita. E tra i “ripuliti” degli altri, delle altre nazionali, c'è gente che il Mondiale di Valkenburg probabilmente lo vincerà. Corridori come Valverde o Contador, ad esempio, rientrati nel 2012 da squalifiche lunghe, vincitori di grandi corse durante la stagione e capitani, assieme a Purito Rodriguez, della squadra più forte, la Spagna. ILFAVORITO Sul piano tecnico, Philippe Gilbert ha una marcia, anche due, in più rispetto a tutti gli altri. Ha vinto due tappe in modo spettacolare alla Vuelta, ha preferito perdere smalto nelle classiche di inizio stagione per essere al top al Mondiale. E al top ci è arrivato. Boonen è in forma, ma non può essere competitivo sul Cauberg. Sagan è probabilmente stanco, Cavendish, Wiggins e Froome corrono per onor di firma, i tedeschi sono inutilmente pieni di velocisti, gli olandesi puntano su Gesink, attenzione agli australiani Haussler e Gerrans, ai norvegesi Nordhaug e Boasson Hagen, a Hesjedal, tutti corridori che hanno vinto qualcosa di importante in stagione. Gli italiani, Nibali compreso, hanno vinto troppo poco, né una Classica Monumento, né un Grande Giro. Intanto festeggiamo la prima medaglia del Mondiale, il bronzo dell'altoatesina Anna Stricker nella gara in linea delle juniores vinta al termine di una volata di un foltissimo gruppo dall'inglese Lucy Garner. Oggi tocca alle donne, con la bicampionessa iridata Giorgia Bronzini febbricitante ma lo stesso al via e agli Under 23, categoria nella quale non vinciamo un Mondiale da dieci anni esatti. LASERIE A SPORT LALITETRAALLEGRIEINZAGHI,POILEPORTE DI MILANELLO APERTE AGLI ULTRAS, UN GRUPPO CHE NON OTTIENE RISULTATI, UN PRESIDENTE CHE DICHIARA CHE SAREBBE PRONTOAVENDERE.ILMILANÈUNASQUADRA SULL'ORLO DI UNA CRISI DI NERVI. Era dal biennio 1996-98 che i rossoneri non vivevano un inizio così deludente e si sa che quando mancano i risultati lavare i panni sporchi in famiglia diventa impossibile senza fare rumore. Mercoledì è successo di tutto. Dell'affronto Inzaghi-Allegri si sa, ma della delegazione di tifosi rossoneri che giovedì ha varcato i cancelli di Milanello, chiedendo e ottenendo un colloquio con lo stesso Allegri, il capitano Ambrosini e il portiere Abbiati, si è scoperto solo dopo. Milan ostaggio degli ultrà, insomma, anche di personaggi non esattamente raccomandabili, visto che tra gli otto tifosi che sono entrati nel centro sportivo c'era anche tale Luca Lucci, in attesa del processo di secondo grado, e già condannato per aver fatto perdere un occhio con un pugno ad un tifoso interista durante il derby del febbraio 2009. Vittima era Virgilio Motta, poi morto suicida lo scorso maggio. Non è la prima volta che una squadra di calcio scende a patti con gli ultras (all'Inter ancora ricordano il pullman fermato prima dell'ingresso a San Siro, per far salire a bordo alcuni capi tifosi), fa specie che questo sia successo al Milan, dove queste cose non capitavano da anni anche per la cura dell'immagine che il club ha sempre avuto. Sembra che gli ultras abbiano lasciato Milanello soddisfatti dopo l'incontro, non si sa bene in base a quali rassicurazioni ricevute, e la tifoseria ha garantito di sostenere la squadra. La panchina di Allegri resta però come il filo del trapezista: basta un nonnulla per cadere, solo una vittoria domani a Udine potrebbe evitargli l'esonero. I rapporti con molti giocatori sono deteriorati, alle sue spalle già s'allunga l'ombra di Tassotti (magari in coppia con lo stesso Inzaghi), mentre due grandi ex come Gullit e Costacurta si sarebbero offerti. Chissà se con la benedizione della curva… Gliultras aMilanello: Allegriè accerchiato MASSIMODEMARZI tomassimo@virgilio.it COSIMOCITO citocosimo@hotmail.com VincenzoNibalinell'ultimo TourdeFrance: quel podioè l'unica prodezzadelciclismoazzurro in questodifficile2012 FOTO/EPA Oggigli anticipi Parma-Fiorentina Juventus-Chievo Unpercorso«vero», Caubergdaripeteredieci volte,conpendenzedel 12%. Gilbertè l'uomodabattere, attenzioneagliaustralianie agli spagnoli Verso ilMondiale Dov'è finita l'Italia? AValkenburgdomani l'iridedelciclismo Poche chance, dopo una stagione al minimo Lasfidadellle 18 alTardini fra Parma eFiorentina apre la quartagiornata delcampionatodiSerie A. I viola cercanoconferme dopo ilbuon avvio, le prestazioniconvincenti, il giocopiacevole. Gli emiliani vogliono ripartiredopo lasconfitta di Napoli: ancheDonadonisembra aver trovatogioco e convinzioni, nonostante in classificasia fermo alla vittoriacontro ilChievo. Montella tieneancora Toni in panchina: davanticon Jovetic -per ora capocannonieredel torneo -ci sarà ancoraLjajic. Probabile l'esordio dal primominutodi MatiFernandez. Inserata,aTorino, la Juventusprova atenersi lavetta della classifica. dovràperòbattere unadelle poche squadreche inquesto spaccato di storia targato Contenon èriuscita a sconfiggere: il Chievo.Che nelle ultimecinquesfide ha impattato quattrovolte, evinto l'altra. In attacco i bianconeridovrebbero rinunciareaGiovinco per riproporre Quagliarella, così importantee decisivoa Londra inChampions League. I veneti mancanodi Luciano, ma il resto della truppa èarruolato. . . . CunegoeBallanesclusia forza: inquestosportnonesistepiù lapresunzioned'innocenza RestanoNibalieMorenoMoser U: sabato 22 settembre 2012 23
Un braccio di ferro sempre più teso tra istituzioni, magistratura e forze del lavoro. Il caso Ilva è ogni giorno di più, o almeno sembra, un terreno dove si misurano poteri ormai contrapposti, al di là delle garbate dichiarazioni di rito. Il destino della più grande acciaieria europea, ma anche tra le più obsolete del mondo, e di una città intera sembrano appesi al peso che hanno sui piatti della bilancia chi vuole lavorare, chi non vuole ammalarsi e morire e chi, come dicono gli inquirenti, in tutta questa situazione da decenni ha trovato il modo di lucrare profitti e inquinare tutto. Come previsto, dopo la bocciatura da parte dei custodi giudiziari, ieri è arrivato anche il no della procura al piano di risanamento e all'istanza avanzata dall'azienda di garantire una capacità produttiva minima «per tenere in equilibrio la tutela dell'ambiente e del lavoro». DOPPIONO Il progetto presentato dal presidente Bruno Ferrante una settimana fa prevedeva un investimento di 400 milioni (compresi i 146 di cui si era parlato in agosto) per interventi immediati. Tra i più importanti, quelli che riguardano il parco minerali, le cokerie e i filtri dei camini. Il procuratore Franco Sebastio ha spiegato che il parere formalizzato dai magistrati, insieme alla relazione dei tre custodi giudiziari, è stato inoltrato al gip Patrizia Todisco che dovrebbe rientrare lunedì prossimo. «Si tratta di una materia nella competenza del gip», ha detto Sebastio, «perché si tratta di una richiesta di modifica dell'originario provvedimento di sequestro». Secondo indiscrezioni, i custodi avrebbero dato parere negativo anche alle proposte dell'Ilva per la nuova Autorizzazione integrata ambientale: secondo gli ingegneri, si tratterebbe di contenuti non concordati nè tecnicamente condivisi. Così come è stata bocciata l'idea di costruire una barriera antipolveri a protezione del rione Tamburi, prevista nella Aia rilasciata nell'agosto 2011 e poi rivelatasi del tutto inadeguata. BARRIERECRITICATE Anche i magistrati hanno espresso forti perplessità sul progetto, sostenuto anche dalle istituzioni locali il giorno della visita dei ministri a Taranto, di isolare il parco minerali con una barriera alta una ventina di metri e lunga alcuni chilometri, insieme ai cannoni che dovrebbero bagnare i minerali con gel e al monitoraggio dei cumuli. Non ultimo, i custodi hanno contestato a Ferrante, presidente e custode giudiziario per l'amministrazione degli impianti a caldo posti sotto sequestro, mancanza di collaborazione. Eppure è proprio lui, l'ex uomo delle istituzioni scelto per girare pagina nei rapporti della fabbrica col resto del mondo, che continua a tenere un profilo dialogante e costruttivo. Anche se ieri ha definito «irricevibili e infondate» le dichiarazioni della Fiom. «Prendo la più assoluta distanza dalle parole del segretario nazionale della Fiom Cgil Donato Stefanelli che accusa l'azienda di voler istigare alla rivolta contro la magistratura». «In azienda c'è molta agitazione. I capi stanno istigando alla rivolta contro la magistratura e i sindacati stanno dicendo cosa fare» aveva dichiarato poco prima Stefanelli, riferendosi al fatto che l'azienda avrebbe spento la luce e interrotto le forniture di gas e acqua in alcuni reparti, costringendo gli operai ad uscire per strada e manifestare. Le stesse notizie, per la verità, sono arrivate anche da operai informati da colleghi che erano di turno. L'iniziativa della fabbrica sarebbe cominciata alle 5 di mattina presso gli altiforni, in particolare il numero 1, insieme alle batterie 5 e 6, gli impianti che nelle disposizioni dei custodi del 17 settembre dovrebbero essere i primi ad essere spenti per permettere le operazioni di risanamento. PARLAILMINISTRO Ieri ha preso la parola, una volta di più, anche il ministro dell'Ambiente. Corrado Clini ha chiarito che l'ultima parola sulla nuova Aia spetta proprio al suo ministero. «L'autorizzazione che consente all'Ilva l'esercizio degli impianti compete al ministero dell'Ambiente» ha detto il ministro aggiungendo che «nel caso in cui si creasse un conflitto o una divergenza credo dovrà essere assolutamente risolto secondo quanto prescritto dalla legge. Io so qual è il mio compito e conosco quelli della magistratura». Parole che hanno tutta l'aria di una dura presa di posizione in un clima che sembra sempre più pesante, quasi allineato ad uno scontro frontale tra poteri dello stato che gli interessati, naturalmente, hanno sempre smentito. E mentre gli avvocati difensori hanno chiesto la revoca degli arresti domiciliari per Emilio e Nicola Riva e per Luigi Capogrosso, ex direttore dello stabilimento di Taranto, ai domiciliari dal 26 luglio scorso, il ministro è tornato sulla battaglia dei dati che è diventata minata per via dello scambio di querele con Angelo Bonelli. Spiegando che il «trend ambientale è in miglioramento», Clini ha precisato che «i dati sono nella storia della salute della popolazione dei decenni passati; un'eredità di malattie e tumori riferibili a vecchie produzioni». Secondo Clini, oggi la diossina è «centinaia di volte inferiore» rispetto al 2008; «i livelli di benzoapirene vengono superati solo nel 10% delle centraline, prima nel 50%». Insomma, i dati sono parziali e non sufficienti a stabilire il nesso di casualità». Esattamente il contrario, quindi, di quello che sostengono non solo i periti del tribunale, ma anche le ordinanze del gip Todisco. Per Confindustria la crisi è più forte di quanto stimato dal governo Nel Def disoccupazione all'11% SALVATOREMARIARIGHI srighi@unita.it Squinzi: recessione più grave, intesa col sindacato vicina Tensioni all'Ilva Clini prepara l'autorizzazione SANRAFFAELE I lavoratori dell'Ilva di Taranto si sono radunati ieri all'esterno dello stabilimento FOTO ANSA L'ITALIAELACRISI Il presidente di Confindustria Giorgio squinzi non addolcisce la pillola. «I nostri dati sono leggermente più pessimistici - dichiara - noi prevediamo per l'anno prossimo un ulteriore calo dello 0,5% e con un accenno di ripresa nella seconda parte dell'anno. Credo che le nostre previsioni siano attendibili, vorrei sottolineare che noi lo avevamo detto quattro mesi fa che il calo di quest'anno del Pil sarebbe stato del 2,4%». Gli ultimi dati macroeconomici - varati l'altroieri dal governo con l'aggiornamento al Def (Documento di economia e finanza) - sono la fotografia di una crisi profonda del tessuto industriale del Paese. La recessione trascina al ribasso occupazione e consumi. Imprenditori e lavoratori, sono in prima linea a fronteggiare la crisi, che si moltiplica da un'azienda all'altra. Da Fiat all'Ilva, dall'Alcoa alla Carbosulcis (tanto per nominare solo quelle più conosciute), per passare a quei 150 tavoli aperti al ministero dello Sviluppo economico. Il governo ha pensato bene di creare task force per tagliare la spesa, per limitare i fondi ai partiti, per ridisegnare gli aiuti alle imprese (ma il piano Giavazzi resta ancora sconosciuto, come ha sottolineato un drappello di deputati Pd l'altroieri alla Camera), ma intanto è sulla crescita che gli obiettivi vengono irrimediabilmente mancati. INTESAPOSSIBILE La strategia prospettata dall'esecutivo partirebbe da un'intesa sulla produttività tra le parti. Il presidente di Confindustria assicura che «tra imprese e sindacati «ci sono spazi per una posizione comune». Per Squinzi, che ha già visto Raffaele Bonanni e Susanna Camusso in incontri definiti di routine, è possibile chiudere entro il 18 ottobre, giorno in cui Mario Monti parteciperà a un vertice europeo. Per ora si è ancora agli inizi: la trattativa entrerà nel vivo la prossima settimana. «Siamo comunque tutti nella stessa barca - ha dichiarato - ed è importante remare nella stessa direzione ed è per questo che confido in una posizione comune». Insomma, imprese e sindacati faranno la loro parte: per ora manca quella del governo. «Nei rapporti con il governo bisogna essere pragmatici, credo che si possa uscire dalla crisi solo con investimenti, ricerca, con nuove infrastrutture - spiega Squinzi - Bisogna lavorare sulle situazioni virtuose che possono effettivamente innescare una ripresa. Purtroppo i vincoli finanziari li sappiamo tutti e non possiamo non tenerne conto». In ogni caso il governo conferma l'obiettivo di pareggio strutturale di bilancio per l'anno prossimo, e la creazione di un surplus primario (avanzo di bilancio escludendo gli interessi sul debito) che nel 2014 sarà oltre il 4% 8bisogna raggiungere il 5% per avere la sicurezza che il debito accumulato non aumenti). Dato che fa scattare l'apprezzamento di Bruxelles. Le stime assicurano che il primo trimestre del 2013 sarà positivo, anche se sull'intero anno peserà il trascinamento di quest'anno. Resta il fatto che il Paese reale affonda. «Gli occupati misurati in unità standard - si legge nella Nota sono previsti in calo fino a tutto il 2013. In luglio, il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 10,7 per cento, in aumento di 2,5 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente» preoccupante anche il dato sulla disoccupazione, che nel 2013 sale all'11,4% dal 10,8 di quest'anno. Alla scarsità del lavoro si accompagna il crollo dei consumi, a picco quest'anno e ancora in rosso nel 2013. Secondo il Documento del governo nel 2012 la spesa delle famiglie diminuirà del 3,3% e l'anno prossimo dello 0,5%. I consumi risaliranno solo nel 2014, con un +0,6%, mentre nel 2015 ci sarà ancora un debole +0,8%. «Sulle decisioni di spesa delle famiglie inciderebbero l'andamento del mercato del lavoro e quello del reddito disponibile, in un contesto di fiducia attualmente ai minimi storici. Nel medio termine aggiunge il Def - la spesa delle famiglie ritornerebbe a crescere a ritmi moderati». Redditi fragili e pressione fiscale alle stelle, oltre il 45% del Pil l'anno prossimo, contro il 44,7% di quest'anno dal 42,5% del 2011. La produttività è in calo pur in una dinamica salariale moderata. Il fatto è che il costo del lavoro per unità di prodotto aumenta, visto che il calo dell'occupazione resta inferiore a quello del valore aggiunto. Decisi450esuberi, interviene ilprefetto perevitare losciopero Siaggrava la vertenza per gli esuberi alSan Raffaele. Il prefettodi Milano haconvocatopergiovedì 27 settembre i sindacatie leRsudei lavoratoridelSan Raffaelee i vertici dell'aziendaper esperire il tentativo obbligatoriodi conciliazione al fine di scongiurare lo sciopero.LeRsu infattihanno resonoto ieri mattinadi avereavviato la proceduraper indire losciopero. Sequesto tentativodi conciliazionedovesse dunque fallire, siaprirebbe la strada dell'astensione dal lavoro. È invece previsto per lunedì il nuovo incontro tra le Rsue le rappresentanzesindacalidei lavoratoridell'ospedale in cui redigeranno la letteracon la risposta alpiano diproposte prospettato dall'aziendaperevitare il taglio di 450postidi lavorotra il comparto. La Procura boccia il piano dell'azienda, lavoratori in allarme per il blocco degli impianti Il ministro: il via libera compete a me BIANCADIGIOVANNI bdigiovanni@unita.it 2 sabato 22 settembre 2012
In c oll ab or az io ne co n l'U nio ne Ita lia na R ist or ato ri Nei punti vendita Gusti ritrovati, sapori autentici, profumi che credevi perduti. Conad ti viene incontro con Sapori&Dintorni Conad: prodotti.tipici italiani da gustare e degustare. da Gustare e deGustare 24 sabato 22 settembre 2012
LOSCANDALO DELLA REGIONE LAZIO Fiat Messaggio dell'Ad al governo: bene le vendite in Brasile perché ci sono sconti e fondi pubblici Oggi l'incontro con Monti Sul tavolo l'ipotesi di cassa integrazione in deroga Ilva. La Procura boccia il piano dell'azienda. Clini: l'ultima parola spetta a me CARUSO RIGHIAPAG.2-3 Donne in campo: un calcio alla miseria Amentaapag. 15 Per uguaglianza intendiamo l'uguaglianza reale, cioè la possibilità di avere successo nella società. Significa molto di più dell'uguaglianza delle possibilità, significa avere la possibilità dell'uguaglianza. FrançoisHollande ILCOMMENTO EMANUELEMACALUSO U: GUGLIELMOEPIFANI La crisi della prima Repubblica si manifestò già nel 1989 quando i partiti che avevano governato e quelli che erano all'opposizione non capirono che il sistema politico non reggeva, anche (e non solo) perché dopo il crollo del Muro di Berlino e l'implosione dell'Urss nel mondo cambiava tutto. In Italia invece, anche se il Pci di Occhetto fece la svolta della Bolognina, il tran tran politico continuò come se nulla fosse successo. Alle elezioni del 1992 il pentapartito (Dc-Psi-Pri-Pli-Psdi) cantò vittoria perché ebbe una maggioranza risicata. La Lega però ottenne, gridando contro il sistema, 80 parlamentari. SEGUE APAG. 15 Non esiste politica senza partiti A Vasto l'Idv chiama il Pd ma poi fischia Napolitano Le regole per le primarie del centrosinistra dividono Bersani e Renzi. Il sindaco fa sapere che non sono ammissibili elenchi ai gazebo e che bisogna consentire anche agli elettori di centrodestra di poter votare. Il suo braccio destro Reggi dopo aver parlaro di regole da «regime comunista» dice: in questo modo vogliono fregare Renzi. Ma Bersani non ci sta e a Cortona risponde: posso essere accusato di stalinismo se dico che non voglio che alle nostre primarie ci sia qualche «Batman» con migliaia di voti dietro? Polemica sulla proposta del sindaco di Firenze di ridurre le tasse di 100 euro ai i lavoratori dipendenti. Fassina: idea sbagliata, non tiene conto dei precari, delle partite Iva e dei commercianti. Interviste a Alessandra Moretti e Simona Bonafè, due donne degli staff di Bersani e Renzi. COLLINIZEGARELLI APAG.6-7 Sulle primarie scontro con Renzi che dice no all'albo degli elettori Il sindaco: ridurre di 100 euro le tasse ai lavoratori dipendenti. Fassina: è una proposta sbagliata A lezione da Forza Nuova: difendersi con il coltello Bersani: non voglio Batman ai gazebo PIEROFASSINO Marchionne batte cassa LinaeLenù lavitastetta delquartiere Ferranteapag. 19 Lopsichiatra contro lapsichiatria Cartaapag.20 TEMA CENTRALE E DIFFICILE QUELLODEL RAPPORTO TRA LA FIAT E L'ITALIA, oggetto del confronto tra governo e azienda. È facile dire dell'importanza del problema. In tutto il mondo il settore dell'auto continua ad essere il cuore dell'industria manifatturiera; la filiera delle forniture vale almeno tre volte il valore del settore in senso stretto; l'innovazione di prodotto rappresenta una sfida tecnologica che riguarda insieme il design, l'alimentazione dei motori, il calo dei consumi, la sicurezza. SEGUEA PAG.3 Monti non accetti scambi impropri Staino ??????????????? «Bisogna rispettare il ruolo del presidente della Repubblica», dice Vasco Errani dal palco dell'Idv a Vasto. E dalla platea partono mugugni e fischi. Di Pietro cerca di correre ai ripari: nessuno ha mai messo in discussione il ruolo del Capo dello Stato. Il leader Idv abbassa i toni sul Pd e rilancia la foto di Vasto. Vendola: dobbiamo ribaltare l'agenda Monti. Bersani risponde: Di Pietro ha fatto troppi passi indietro. FUSANI APAG.8 Il cambio del capogruppo Pdl, qualche taglio ai finanziamenti e Renata Polverini, dopo le minacce, resta al suo posto. «Vado avanti», dice. Ma la guerra dentro il Pdl non farà dormire sonni tranquilli alla presidente. Intanto si apre un'inchiesta giudiziaria anche sui fondi in Campania. BUFALINIFANTOZZI APAG.4-5 Polverini si chiude nel bunker Dimissioni? Era uno scherzo «Nel pomeriggio corsi di autodifesa, uso del coltello e del bastone». Sono poche righe che si trovano nel programma del «campo comunitario di formazione militante» che si è svolta il 16 settembre scorso nei boschi di Forlì. Le poche righe sono state «postate» nel profilo Facebook di Mirco Ottaviani, coordinatore provinciale di Forza Nuova di Rimini. E hanno suscitato scandalo. Interrogazione del pd Fiano al ministro dell'Interno. ROSSI APAG. 11 SARANNO IN MOLTI OGGI A GUARDA-RE CON ATTENZIONE ALL'INCONTRO PROMOSSO DAL GOVERNO CON I VERTICI FIAT.In primo luogo quei tanti lavoratori della Fiat e del vasto arcipelago delle aziende fornitrici che si interrogano con apprensione sul futuro del loro lavoro e della loro vita. E non minore attenzione avranno quei tantissimi imprenditori del settore automotive, che dalle scelte della Fiat derivano una quota significativa delle loro prospettive aziendali. SEGUEA PAG.3 Aprire un tavolo permanente Nuovo capogruppo del Pdl e qualche taglio: la presidente non si dimette più. Mozione di sfiducia Pd e Idv. Inchiesta anche sui fondi in Campania 2,00 l'Unità+Left (non vendibili separatamente)Anno89 n.262 Sabato 22 Settembre 2012
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22/09/12

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